“VIENI AVANTI, CHRETIEN !”

                                                di Ermete Ferraro

Ricordate la vecchia ma celebre battuta che introduceva gli sketch dei fratelli De Rege?  Quella frase, rivolta dalla "spalla" al protagonista comico ("Vieni avanti, cretino!")  mi è curiosamente tornata in mente stamattina, mentre riflettevo sull’evangelo di questa domenica, dedicato al brano di Matteo sulle "Beatitudini".

Il fatto è – ma pochi lo sanno –  che il termine spregiativo "cretino"  è nato dalla deformazione del francese "chrétien", come offesa ai Cristiani che avevano preso sul serio quelle affermazioni programmatiche di Gesù  e cercavano di testimoniare concretamente e tangibilmente la propria fede , applicando alla vita quotidiana la "pazzia" dell’evangelo. D’altra parte, parliamoci chiaro, senza una vera "metànoia", cioè un cambiamento radicale del nostro abituale modo di pensare e di agire, ci vuole effettivamente un bel coraggio a proclamare "beati" i poveri, gli afflitti, gli affamati e i perseguitati! Come diavolo ci verrebbe in testa, altrimenti, di esaltare l’umiltà, la mitezza, la misericordia, la purezza interiore, la sete di giustizia e di pace in un mondo in cui chi non è arrogante, prepotente, sospettoso e violento sembra destinato a soccombere miseramente? Insomma, bisogna essere proprio dei "chrétiens" per chiamare beate le vittime di un contesto ingiusto e oppressivo, invitandole perfino a "rallegrarsi ed esultare" !…

Mi è poi venuto in mente che l’espressione italiana “magari !” (resa ancora più fedelmente dal napoletano " ‘mmacàro" ) non è altro che la ripresa letterale dell’esclamazione greca che l’evangelista Matteo volle ripetere ben nove volte per proclamare le "beatitudini" secondo Gesù di Nazareth, la nuova tavola dell’unica legge che conta, quella dell’amore.  Il passo evangelico di questa domenica, infatti, ci ripresenta il discorso-chiave della sua predicazione, ritmato nella lingua greca da quel martellante "makarioi"  che si pronuncia proprio: makàrii…. Probabilmente il termine ebraico-aramaico usato originariamente da Matteo era מאשר  (meushàr), il cui suono risulta abbastanza simile a quello dell’aggettivo greco (M-SH-R/ M-K-R) e che significa: "felice", "approvato". La traduzione italiana, figlia di quella latina ma un po’ meno fedele, è stata "beati", la cui etimologia si può forse far risalire alla radice di "bene"/"buono", nel senso di "colmi di beni.

E di quali beni, poi, sarebbe poi colmato il Chrétien? Esattamente di tutte quello che noi chiameremmo normalmente "guai", "sciagure", "sventure" e via elencando; parole indicanti qualcosa che nessuno mai si augurerebbe: povertà, afflizione, bisogno, persecuzione… Siamo onesti! Chi di noi si rivolgerebbe ad un’altra persona esclamando: "Magari tu fossi povero, afflitto, affamato e perseguitato!" senza attendersi in risposta qualche espressione assai poco evangelica? Eppure è proprio questa logica paradossale, questa "follia" evangelica, questa incredibile "stoltezza" che dovrebbe contraddistinguere i veri cristiani.     Lo  ribadiva chiaramente san Paolo nella seconda lettura di questa domenica, tratta dalla prima lettera ai Corinzi: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stoltezza per confondere i sapienti; Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignorabile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio." (I Cor 1,27ss)

La "buona notizia" di Gesù Cristo è resa efficacemente in questa apparentemente paradossale chiave di lettura, l’unica che ci può indurre ad aspettarci serenamente ciò che nessuno mai si augurerebbe e che, è bene chiarirlo, non diventa automaticamente buono solo perché può fungere da strumento della nostra santificazione. Il discorso di Cristo non è affatto l’esaltazione della sofferenza patita né può in alcun modo giustificare coloro che affliggono il loro prossimo e  lo lasciano  nella fame e nella sete, oppure che fanno le guerre e perseguitano chi gli è d’intralcio. Anche se la versione di Matteo sembrerebbe rinviarci ad una giustizia futura e ad un riequilibrio trascendente, la verità è che il regno di Dio lo dobbiamo realizzare ,già su questa terra, noi figli di quell’Adam che dalla terra (adamà) prese il suo nome.

Il programma alternativo di questo regno è tanto semplice quanto assurdo per la nostra mentalità: dobbiamo diventare: "poveri in spirito", cioè umili, ma anche "miti", "misericordiosi", "puri di cuore", "operatori di pace". Attenzione: nessuno dice che dobbiamo andarci a cercare masochisticamente afflizioni, sofferenze, disprezzo, diffamazioni ed insulti, ma il guaio è che sappiamo bene che chi decide di imboccare la "porta stretta" di Gesù, seguendolo su questa difficile strada, ha ottime probabilità di tirarsi addosso, una dopo l’altra, queste spiacevoli conseguenze… 

E allora facciamoci reciprocamente coraggio, perchè sappiamo bene, da duemila anni, che "il mondo" è pronto a ridicolizzarci e a trattarci da cretini se soltanto proviamo a mettere in pratica ciò in cui crediamo e se non rinunciamo a testimoniarlo con la nostra vita di tutti i giorni. E magari  ci riuscissimo davvero !…

MISURA, PROVIDENZIA E MERITANZA…

fedMisura, providenzia e meritanza

Federico II


Misura, providenzia e meritanza
fanno esser l’uomo sagio e conoscente
e ogni nobiltà bon sen[n]’avanza
e ciascuna ric[c]heza fa prudente.       4

Nè di ric[c]heze aver grande abundanza
faria l’omo ch’è vile esser valente,
ma della ordinata costumanza
discende gentileza fra la gente.       8

Omo ch’è posto in alto signoragio
e in riccheze abunda, tosto scende,
credendo fermo stare in signoria.       11

Unde non salti troppo omo ch’è sagio,
per grande alteze che ventura prende,
ma tut[t]ora mantegna cortesia.       14

Estratto da "http://it.wikisource.org/wiki/Misura%2C_providenzia_e_meritanza"

Stamattina, sfogliando in metropolitana l’edizione napoletana del quotidiano “City”, mi sono imbattuto nell’affascinante rappresentazione marmorea di Federico II riportata sopra, forse l’unica che ne riproduca esattamente l’aspetto. Da cittadino dell’infelice Napoli del XXI secolo, di fronte a quello sguardo severo ed aperto al tempo stesso, mi è venuto allora spontaneo chiedermi che diavolo avrebbe pensato quel grande ed illuminato sovrano delle miserande vicende odierne della città dove nel 1224 egli fondò la Universitas Studiorum che ne porta ancora il nome.

Quali considerazioni avrebbe fatto quello che fu denominato stupor mundi di fronte a quella capitale del Mediterraneo, che è stata trasformata in città emblema del malgoverno e della devastazione ambientale? Credo che avrebbe avuto un bel po’ di motivi per stupirsi lui di come si sia riusciti a ridurre Napoli a capitale internazionale della munnezza e del malaffare… L’autore delle Constitutiones Regni Utriusque Siciliae (o "Costituzioni Melfitane") sarebbe rimasto certamente sconcertato nel constatare che perfino il sannitico "maestro giustiziere" del nostro incredibile Stato repubblicano è stato costretto a dare le dimissioni, perchè messo sotto accusa proprio da quei "giustizieri" di cui avrebbe dovuto essere il ministro…

A colpirmi, però, sono stati anche i versi del suo sonetto che ho riportato in apertura, nel quale – lasciando stare per un po’ i temi dell’amor cortese – Federico di Svevia si soffermava invece sulle virtù politiche che riteneva fondamentali, e che ne costituiscono il titolo: "Misura, providenzia e meritanza". Si tratta, purtroppo, di tre requisiti di cui oggi egli rischierebbe di non trovar più nemmeno le tracce fra coloro che esercitano funzioni di governo…  Come si fa, infatti, a parlare di misura di fronte alla smisurata arroganza di questa classe dirigente, incredibilmente incapace di ammettere, almeno in parte, le proprie responsabilità? Che cosa c’entra questa smarrita virtù dei tempi antichi con l’attuale, e altrettanto smisurata, sete di controllo di ogni aspetto della pubblica amministrazione da parte di gruppi d’interesse e di pressione? E poi: chi fra i politici attuali ci terrebbe a mostrarsi "sagio e conoscente", quando l’esercizio del potere è ormai stato privato d’un pur minimo legame con la saggezza e la conoscenza?

E di quale providenzia potrebbe andare in cerca quel grande e lungimirante sovrano in un’epoca come quella che stiamo vivendo, in cui prevedere le conseguenze dei propri atti e delle proprie scelte sembra diventato inutile – se non addirittura dannoso – alla pratica politica? Quello che è certo è che, se i nostri amministratori (ordinari e straordinari) avessero minimamente esercitato la virtù della "providenzia", non saremmo certo giunti a questo punto, non solo  in materia di rifiuti ma anche di gestione delle risorse territoriali, di contrasto alla disoccupazione e di provvedimenti per frenare il degrado quotidiano delle nostre città.

Non ne parliamo poi della meritanza, di cui il povero Federico II stenterebbe a trovare i segni in una società che ha progressivamente reciso ogni rapporto tra occupazione di funzioni di responsabilità ed effettivo merito e competenza per esercitarle. Per lui era evidente che la gentileza fra la gente non deriva affatto dalla abundanza di richeze – cui viceversa sembrano tendere tutti – ma piuttosto dall’ordinata costumanza  di chi conosce il proprio dovere e lo esercita ordinariamente, abitualmente. Il guaio è che chi si trova in una posizione di signoragio – cioè di potere e di controllo delle risorse – s’illude di potervi restare a lungo, saldo e stabile, ma spessoè costretto a sperimentare quanto sia facile "scendere tosto" da quell’artificioso piedistallo, come tutti recentemente abbiamo potuto verificare, scorrendo le cronache politico-giudiziarie di tanti nostri governanti.

Federico II ammoniva più di otto secoli fa che l‘omo sagio dovrebbe stare molto attento a non fare troppi "salti", ma chi cavolo glielo va a raccontare ai nostri politici di mestiere, per i quali "saltare" opportunisticamente da una parte all’altra sembra una sorta di caratteristica innata? Ecco, allora, che le altezze raggiunte da troppi di loro rischiano di trasformarsi in trampolini per ulteriori salti, con conseguenze spesso disastrose anche per loro stessi…

Fissando il volto fiero di quell’imperatore che seppe guardare molto lontano ma senza perdere la saggia concretezza di chi sa quello che fa, proviamo allora a sognare di poter essere amministrati da persone dotate di senso della misura, di capacità di previdenza e di effettivi meriti… Immaginiamo per un attimo di trovarci di fronte a chi non confonde il "signoragio" (cioè il puro e semplice esercizio del potere) con quella "signoria", che è frutto invece di una reale, effettiva, riconosciuta, capacità di governo…  Proviamo, infine, a figurarci una realtà dove la gentileza e la cortesia sostituiscano per un po’ le vagonate di volgarità e di arroganza provinciale da cui siamo circondati…. Beh, non ci resta che darci da fare, dal basso e in prima persona, perché tutto questo non resti solo una fantasticheria ma possa diventare, almeno in parte, realtà. La nostra realtà.

IN-MONDIZIA, IN-SIPIENZA E IN-GIUSTIZIA…

                                                     di Ermete Ferraro

 Ho provato a riflettere su come diavolo gli stranieri abbiano potuto “leggere” l’Italia attraverso l’immagine che è giunta fino a loro attraverso gli articoli dei loro quotidiani ed i réportages delle loro riviste.

Ho cercato, soprattutto, di comprendere quale impatto mediatico possano aver avuto le sconcertanti vicende italiane di queste ultime, convulse, settimane su chi, già da tempo, è pur  abituato alle “stranezze” di quello che passa per uno dei primi 10 paesi “sviluppati” a livello mondiale, ma che troppo spesso lascia impudicamente trasparire quanto, in realtà, resti avviluppato nelle sue contraddizioni, storiche e geografiche.

Cominciamo dalla tragedia pirandelliana dei rifiuti rifiutati della Campania; aggiungiamoci la grottesca vicenda della mancata visita del Vescovo di Roma all’Università della capitale e, per concludere, soffermiamoci brevemente sulle dimissioni del ministro della Giustizia, raggiunto da provvedimenti giudiziari e perciò ferocemente polemico contro chi amministra la giustizia…

Dice: ma che cavolo c’entra una cosa con l’altra ? Che ci azzecca la crisi della spazzatura in Campania col risentito pronunciamento di alcuni docenti e studenti della “Sapienza” contro l’intervento di Benedetto XVI all’inaugurazione dell’anno accademico ? E poi, che razza di relazione potrà mai esserci tra le prime due questioni e la deplorevole vicenda della (ma)stella cadente dell’ Udeur ?

Il fatto è che, se solo tento di mettermi nei panni di un francese, o di un tedesco, oppure anche di un greco o di uno spagnolo, che si sia trovato a leggere, a breve distanza, notizie dall’Italia di questo tenore (meglio: di questo basso…), penso proprio che sarei assalito dalla spiacevole sensazione di chi è costretto a vivere con accanto un vicino di casa incredibilmente strano, schizofrenico e di cui c’è davvero poco da fidarsi.

Ma insomma – mi verrebbe forse da commentare – uno stato dove non si sa neppure come e dove smaltire i rifiuti domestici che affidamento può dare quando si tratta invece di rifiuti speciali, tossici o, peggio, nucleari? E un’università dove, in nome del libero pensiero e della laicità della scienza, si lascia fuori della porta, dopo averlo ufficialmente invitato, il capo spirituale del cattolicesimo, peraltro illustre docente universitario, che immagine di serietà trasmette? E poi: il massimo responsabile della giustizia che denuncia in Parlamento la congiura dei giudici contro di lui ed il suo partito, a che razza di esemplare istituzionale appartiene?

Come se fossero ripassati i tre Magi dopo l’Epifania, le cronache italiane hanno offerto ai nostri vicini europei – e non solo a loro – tre disastrose immagini della nostra povera Italia: enormi cumuli d’immondizia che marcisce per strada; abbondanti esemplari d’insipienza anticlericale e sconcertanti polemiche sulla (in)giustizia dei provvedimenti assunti da alcuni giudici contro il ministro della giustizia. Come dire: l’oro di un’enorme risorsa ridotto assurdamente in rifiuto da seppellire o incenerire; l’incenso di una cultura religiosa lasciato molto laicamente fuori dal palazzo stesso della cultura e, infine, la mirra amara di un perverso sistema di potere che, divenuto vittima della sua stessa arroganza, si difende rabbiosamente.

Ma che razza di Paese è quello dove, dopo un decennio e mezzo di gestioni straordinarie dello smaltimento dei rifiuti, l’unica soluzione alla tragedia incombente è la nomina d’un "generalissimo" – con poteri ancora più straordinari – per decidere ed attuare, in pochi mesi, ciò che finora un’intera classe politica non ha voluto decidere né saputo attuare?  Che staterello da operetta è quello dove dei cosiddetti scienziati laici e degli esagitati studenti democratici fanno di tutto per esorcizzare la presenza stessa di chi rappresenta una strada diversa per ricercare la verità?  Che immagine riesce a dare di sé un governo sedicente progressista, le cui controverse sorti restano appese al dito tremante di qualche vetusto senatore a vita ed ora anche all’ipocrita solidarietà che è costretto a tributare al caudillo sannita, per evitargli di cadere dal suo stesso cavallo?

Al di là dello scenario meridionale, purtroppo comune alla prima ed alla terza vicenda, tutti e tre gli episodi appaiono un preoccupante segno di degenerazione di un quadro politico che, a dire il vero, era già abbastanza degenerato di suo. Un quadro politico da Sodoma e Gomorra, che costringe da tempo ad una convivenza contro natura partiti, persone e situazioni che non avrebbero nulla in comune, ad eccezione della risoluta ed un po’ cinica volontà di restare a galla in qualche modo, facendo finta di governare processi che nascono altrove e di cui sono solo i penosi – ma interessati – burattini…

E allora, che cos’altro sapremo inventarci nei prossimi giorni per comparire nuovamente in bella evidenza sulle pagine del New York Times, di Le Monde o di El Paìs? Potremmo, che so, decidere creativamente di liberarci della munnezza campana sversandola dentro l’ampio cratere del Vesuvio. Oppure si potrebbe invitare il Dalai Lama ad inaugurare i corsi dell’Orientale di Napoli, ovviamente per poi lasciarlo irriverentemente fuori dell’università, con la scusa che i lama…sputano sentenze. E che cosa ne pensate del fatto che – visti gli arresti degli ultimi autorevoli padrini – il governo nomini (ovviamente per un periodo provvisorio di almeno dieci anni…) un Commissario Straordinario per le attività malavitose organizzate, affidandogli alcuni reparti dell’Esercito ed attribuendogli pieni poteri di derogare a tutte le normative vigenti, così da consentire il completamento di alcuni affarucci rimasti interrotti?  Volete scommettere che anche la Frankfuerter Algemeine Zeitung, Al Jazeera e la CNN ci farebbero un bel pezzo su ?…

di erferraro • Inviato su Senza categoria • Contrassegnato da tag ,

ADAM V-ADAMAH : riflessioni ecoteologiche sull’amore cosmico

                                                                       di Ermete Ferraro

La rivista "Filosofia ambientale" (www.filosofia-ambientale.it ) ha pubblicato in questi giorni un mio saggio dell’anno scorso, nel quale cerco di analizzare – in chiave ecoteologica – l’impegno cristiano per la "salvaguardia del Creato", indissolubilmente legato a quello per la giustizia e per la pace.

Sono convinto, però, che questo impegno non dovrebbe essere solo un "dovere" morale, ma un’effettiva, concreta, adesione ad un progetto che ha posto l’Uomo/Adam sulla Terra (in ebraico: Adamah) come custode e non come il padrone della creazione. E siccome il servizio, in una visione evangelica, nasce dall’amore, ho provato a leggere la prima lettera paolina ai Corinzi – in particolare, il cosiddetto ‘inno all’amore’  – in una chiave "cosmica", ecologica.

Mi rendo conto che l’argomento può apparire piuttosto particolare e poco adatto ad un "blog", ma spero comunque di aver suscitato un minimo di curiosità in chi legge. In tal caso, vi basta cliccare qui per accedere al testo completo e, se proprio siete in vena di follie, potreste addirittura scrivermi qualche riga di commento….

 

 

“MI RIFIUTO!” N° 2

Il primo intervento, con cui ho aperto l’esperienza del mio blog il 4 giugno 2007, s’intitolava "MI RIFIUTO !", ed era dettato dalla rabbia di chi è costretto ad assistere al degenerare di una situazione che ha ridotto Napoli – e l’intera Campania – l’ esempio negativo di tutto ciò che non si dovrebbe fare in materia di politica dei rifiuti.
Oggi, a distanza di sette mesi, di fronte alla disastrosa situazione che la mia città sta tragicamente vivendo, mentre affonda letteralmente nella sua stessa spazzatura e nell’inettitudine di chi ha permesso che si giungesse a questo punto, la mia indignazione -come cittadino e come ambientalista – mi spinge a riproporre quel commento. Ovviamente il mio impegno non si limita a questo e, come portavoce del circolo napoletano di VAS (Verdi Ambiente e Società) ho chiarito in un comunicato-stampa la posizione dell’associazione in merito ed ho anche aderito, a suo nome, alla manifestazione di protesta di Mercoledì 9 gennaio.
Vorrei, però, che rileggeste quelle mie parole di giugno alla luce di quanto i media ci stanno proponendo ogni giorno, riflettendo sia sulle enormi responsabilità di chi ci ha sgovernato per oltre un decennio, ma anche su quelle che ognuno di noi deve assumersi e sulle scelte che ogni cittadino civile e responsabile è chiamato a fare.
Solo così si potrà dare una risposta alternativa a chi pensa che Napoli sia una specie di anomalia insanabile, il luogo geometrico di una maledizione che ci condanna a vivere, amplificate, tutte le contraddizioni e le assurdità di una civiltà…‘e  mmunnezza. 

"MI RIFIUTO di accettare che dopo 13 anni d’inadempienze, di scelte sbagliate e di non scelte, qualcuno insista a farci credere che in Campania c’è una “emergenza rifiuti”. MI RIFIUTO di accettare la logica perversa di una classe politica che 13 anni fa decise di boicottare, subito dopo la sua approvazione, la legge regionale n.10/1993 che stabiliva finalmente “norme e procedure per lo smaltimento dei rifiuti in Campania”, invocando una gestione “a-normale” e dando vita a quel “Commissariato” che di “straordinario” ha avuto solo la capacità di non concludere nulla, divorando risorse ordinariamente spendibili. MI RIFIUTO di pensare che il fronte politico-istituzionale che ha voluto chiudere nel cassetto l’unica legge che avrebbe potuto dare un colpo decisivo agli affari malavitosi sulle discariche dei rifiuti urbani e sullo smaltimento di quelli tossico-nocivi, evitando l’attuale disastro igienico e ambientale, lo abbia fatto solo per insipienza e non piuttosto per paura di (o, peggio, compiacenza con) chi controllava e controlla ancora “rifiutopoli”. MI RIFIUTO di credere che, in tanti anni e pur con una gestione commissariale, le cinque province ed i tanti comuni della Campania – sebbene espropriate (ma, in fondo, liberate…) da responsabilità che erano loro… – non avrebbero potuto fare di più e meglio in direzione della raccolta differenziata dei rifiuti urbani, del riciclaggio delle materie prime, del compostaggio e, soprattutto, della promozione di un’effettiva riduzione della mole di rifiuti che sta per sommergerci. MI RIFIUTO di accettare che una legge regionale che avrebbe consentito di ridurne la quantità del 40% già dieci anni fa sia stata seppellita sotto montagne di sacchetti, neri come la coscienza di chi ci ha condotto all’attuale assurda situazione, in cui non ci si vergogna neppure di proporre discariche in aree naturalistiche protette o di ventilare un nuovo “export” di munnezza in Romania o nelle regioni del nord che già tanto ci amano. MI RIFIUTO di accettare la spocchia arrogante di quelli – fra cui taluni “ambientalisti” da salotto e/o da partito – che hanno la faccia tosta di accusare cittadini e sindaci di comuni già appestati per anni e anni di non voler accogliere benevolmente nuove discariche, inceneritori e siti di stoccaggio di “ecoballe” che minacciano di essere “provvisori” proprio come il Commissariato Straordinario ai Rifiuti. MI RIFIUTO di fare la parte dell’ecologista un po’ ottuso, che dice no a tutto e tutti, che blandisce quelli che “mai nel mio giardino” oppure che si oppone alle tecnologie avanzate, quando invece sono proprio gli amministratori pubblici, con i loro sapientoni al seguito, che dovrebbero spiegarci di che razza di “termovalorizzatori” vanno blaterando, visto che continueremmo a bruciarvi c.d.r. (combustibile da rifiuti) ancora impregnato di residui organici, di umidità e di materiali altamente inquinanti. MI RIFIUTO di vedere Napoli sommersa da tonnellate di “munnezza” che avrebbe potuto – dopo 10 anni – essere ridotta a meno di un quarto del suo peso, volume e potenziale pericolosità, se solo i nostri amministratori, tecnici e responsabili “asiatici” avessero saputo (o voluto…) far partire una raccolta differenziata seria, equamente diffusa sul territorio e non ridotta a quasi inutile “ciliegina” da mettere su una torta di schifezze indifferenziate, di cui gli sono grati solo i cani randagi ed i gabbiani. MI RIFIUTO, insomma, di vedere che i cittadini – che pure hanno molte responsabilità di questo assurdo degrado – dovrebbero restare muti e calmi mentre gli si stanno prospettando scenari da catastrofe igienica ed ambientale, perché altrimenti disturbano i “manovratori” di questo immondo tram che si chiama rifiutopoli. MI RIFIUTO perfino di accettare il termine stesso "rifiuti", che non rispecchia affatto l’idea che – in natura – tutto è una risorsa. Possono esserci residui di una trasformazione, ma tutto è utile e niente va rigettato come qualcosa da buttare via. MI RIFIUTO infine di dire e di scrivere queste cose senza cercare di dare un mio piccolo contributo – personale e associativo – per uscire dall’attuale situazione, usando tutte le armi democratiche e nonviolente (protesta, denuncia, azioni dirette, esempio, educazione, informazione e controinformazione…) che ogni cittadino ha a disposizione e che ha il dovere di porre in atto. In caso contrario, quelli che pur giustamente accusiamo sarebbero solo i nostri degni rappresentanti. "<!–

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MI FACCIO GLI AUGURI…!

Tra qualche giorno mi aspetta il ritorno a scuola, come per tanti altri prof ed alunni/e d’Italia. E allora voglio farmi gli auguri di buon anno nuovo, prendendo  in prestito le bellissime parole del "maestro di strada" Cesare Moreno, napoletano come me.  Non c’è nulla da aggiungere e mi limito a "girarvele", indirizzandole soprattutto ai miei colleghi/e che ancora credono      in quello che fanno. Nonostante tutto. Auguri! 

da: IL MATTINO – Napoli  – 04/01/2008 – p. 44

 

LA SCUOLA – La voce dei professori

 

di Cesare Moreno (*)

 


Auguri professore/ssa. Per il tuo rientro in classe dopo l’Epifania. Che stia bene il tuo corpo, la tua mente, il tuo cuore. Di salute te ne serve tanta, per tollerare gli stress che ti aspettano ogni mattina ancora prima di incontrare in una stanza altre decine di esseri che avrebbero voglia di essere da un’altra parte. Che tu abbia la voce autorevolmente forte, suadente e sicura per farti ascoltare nel chiasso di una civiltà che rumoreggia. Che tu abbia la mente salda per poter tollerare la stupidità e il cuore aperto per accogliere il meglio da ognuno: dai colleghi, dai dirigenti, dai ministri; ma soprattutto che tu sia pronto/a a prendere  dai giovani la gioia di vivere e di crescere anche quando sono sepolte sotto montagne di arroganza, cattive maniere, presunzione, aggressività. Che tu abbia il cuore, la mente e il corpo pazienti capaci di aspettare che i fiori sboccino quando ancora le gemme sono sepolte dal letame.

(*) maestro di strada

 

TERRA: CASA COMUNE DELLA FAMIGLIA UMANA

          di Ermete Ferraro 

Il primo gennaio, dichiarato da molto tempo “giornata mondiale della pace”, anche per questo 2008 è contrassegnato da un significativo messaggio di fine d’anno del Papa. Già lo scorso anno, come referente per l’ecopacifismo di VAS, ebbi modo di sottolineare – in una lettera indirizzata all’arcivescovo di Napoli, l’importanza del riferimento di S.S. Benedetto XVI alla necessità di una vera “ecologia della pace” (vedi: http://www.vasnapoli.org/Lettera%20Card.%20Sepe%20-%20ecopax.htm).

Anche il messaggio di quest’anno – “Famiglia umana, comunità di pace” – mi sembra in linea con una visione religiosa che sa farsi globale, riuscendo a portare il magistero della Chiesa dall’ambito etico, e specificamente evangelico, a quello che tocca, in modo significativamente integrato, i temi dello sviluppo, della pace e dell’ambiente.

Leggendo attentamente le parole del Papa, infatti, si comprende quanto sarebbe sciocco e banale confinarne il significato nel contesto della “riscossa” cattolica sul problema della famiglia, contrassegnata dal Family Day spagnolo. Il richiamo al primo e fondamentale nucleo dell’aggregazione sociale mi sembra dettato, piuttosto, dalla volontà di lanciare un ennesimo appello ai cristiani – ed ai credenti più in generale – perchè facciano davvero la loro parte per costruire dal basso la pace, partendo proprio dall’ambito primario della convivenza e, per contrasto, del conflitto.

“Per questo la famiglia è la prima e insostituibile educatrice alla pace” – chiarisce Benedetto XVI, specificando più avanti che “…il lessico familiare è un lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l’uso del vocabolario della pace […] Pertanto, chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto familiare rende fragile la pace nell’intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale « agenzia » di pace”.

Che il richiamo alla centralità della difesa della famiglia – come progetto esistenziale più che come pura e semplice istituzione –  non sia fine a se stesso è dimostrato dai paragrafi successivi del testo pontificio, che utilizzano la realtà familiare come parametro di riferimento per spaziare su questioni molto più ampie e globali, come l’intera comunità umana, il suo rapporto con l’ambiente naturale di cui fa parte, il modello di sviluppo economico ed il rischio di una escalation del militarismo e del bellicismo, che minacciano – insieme con le emergenze ambientali – la stessa sopravvivenza umana e la pace mondiale.

Non si tratta di questioni distinte, è il caso di ribadire, perché da decenni ormai il magistero della Chiesa Cattolica – in sintonia ecumenica con le altre confessioni cristiane – mi sembra rimasto il solo che riesce a coniugare costantemente il trinomio che dovrebbe contrassegnare un progetto davvero alternativo: giustizia, pace e salvaguardia del creato. Ecco allora che l’ecologia della pace si integra, anche in questo caso, con un’analisi inequivocabile dei rischi di un’economia iniqua, sempre più globalizzata ed incapace di discostarsi dal profitto a tutti i costi.

Pur confermando il “primato” dell’uomo su tutto il creato, Benedetto XVI ammonisce che: “La famiglia ha bisogno di una casa, di un ambiente a sua misura in cui intessere le proprie relazioni. Per la famiglia umana questa casa è la terra, l’ambiente che Dio Creatore ci ha dato perché lo abitassimo con creatività e responsabilità. Dobbiamo avere cura dell’ambiente: esso è stato affidato all’uomo, perché lo custodisca e lo coltivi con libertà responsabile, avendo sempre come criterio orientatore il bene di tutti”. Non si può fare a  meno d’improntare le scelte ecologiche ad una necessaria gradualità ma, precisa il Papa:  “Prudenza non significa non assumersi le proprie responsabilità e rimandare le decisioni; significa piuttosto assumere l’impegno di decidere assieme e dopo aver ponderato responsabilmente la strada da percorrere, con l’obiettivo di rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio…”.

Un significativo banco di prova della volontà di questa auspicabile “metànoia”, aggiunge il Pontefice, è proprio quello delle scelte energetiche: “Una duplice urgenza, a questo riguardo, si pone ai Paesi tecnologicamente avanzati: occorre rivedere, da una parte, gli elevati standard di consumo dovuti all’attuale modello di sviluppo, e provvedere, dall’altra, ad adeguati investimenti per la differenziazione delle fonti di energia e per il miglioramento del suo utilizzo. I Paesi emergenti hanno fame di energia, ma talvolta questa fame viene saziata (proprio) ai danni dei Paesi poveri…”.

Per uscire dal consumismo devastante dei nostri tempi, però, occorre cambiare profondamente i nostri stili di vita e, giustamente, il Papa sottolinea che il luogo dove questo può diventare possibile, in prima istanza, è proprio l’ambito di una famiglia che sappia ridiventare modello di convivenza civile e di comportamenti sani e responsabili:  “… la famiglia fa un’autentica esperienza di pace quando a nessuno manca il necessario, e il patrimonio familiare — frutto del lavoro di alcuni, del risparmio di altri e della attiva collaborazione di tutti — è bene gestito nella solidarietà, senza eccessi e senza sprechi.”  Un “patrimonio trascendente di valori”, vissuto e condiviso all’interno della famiglia, diventa così il mezzo migliore perché i giovani imparino a gestire saggiamente sia i beni materiali, sia le relazioni sociali. L’etica familiare non è disgiunta, infatti, da quella cui dovrebbero sottostare anche le relazioni economiche, poiché, afferma con forza Benedetto XVI :”Occorre …tenere in debito conto l’esigenza morale di far sì che l’organizzazione economica non risponda solo alle crude leggi del guadagno immediato, che possono risultare disumane”.

Le stesse relazioni internazionali, laddove si spegne l’impulso etico di una visione fraterna dei rapporti interpersonali e sociali, vengono sottomesse all’iniqua legge del più forte: “Nella famiglia dei popoli si verificano molti comportamenti arbitrari, sia all’interno dei singoli Stati sia nelle relazioni degli Stati tra loro. Non mancano poi tante situazioni in cui il debole deve piegare la testa davanti non alle esigenze della giustizia, ma alla nuda forza di chi ha più mezzi di lui”.  La prima è fondamentale situazione in cui gli organismi di arbitrato internazionale devono ristabilire le regole è, ovviamente, quella dell’assurda corsa agli armamenti e del proliferare di conflitti armati su tutti gli scenari mondiali. Su questo il Papa lancia un accorato appello alla: “…mobilitazione di tutte le persone di buona volontà per trovare concreti accordi in vista di un’efficace smilitarizzazione, soprattutto nel campo delle armi nucleari. […] sento il dovere di esortare le Autorità a riprendere con più ferma determinazione le trattative in vista dello smantellamento progressivo e concordato delle armi nucleari esistenti”.

Questo denso e significativo messaggio per la giornata mondiale della pace 2008 si conclude con un’esortazione che – come ecopacifista e come cattolico – mi sento di sottoscrivere, in occasione di questo Capodanno:

"… invito ogni uomo e ogni donna a prendere più lucida consapevolezza della comune appartenenza all’unica famiglia umana e ad impegnarsi perché la convivenza sulla terra rispecchi sempre di più questa convinzione da cui dipende l’instaurazione di una pace vera e duratura. Invito poi i credenti ad implorare da Dio senza stancarsi il grande dono della pace".

Auguri di pace e bene a tutti !

 

(*) L’immagine che accompagna questo post è stata tratta dal sito: www.earthrainbownetwork.com/Archives2003/imag

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VERSO LA “WELFARE CHURCH” ?

                                                   di Ermete Ferraro 

  Un articolo apparso su “la Repubblica” di lunedì 17 dicembre ha il merito di aver affrontato un problema molto delicato, di cui però si parla poco: il ruolo della Chiesa come “sostituto” di uno Stato sempre più latitante e carente in campo assistenziale.

Mentre altri media sembrano solitamente interessati più che altro a sottolineare i “privilegi” fiscali e le “attenzioni” riservate da chi ci governa ai soggetti che orbitano nel mondo cattolico, lasciando intravedere interessi più o meno legittimi dietro questo modo compiacente di trattare con esso, va riconosciuto a “Repubblica” – e soprattutto a Curzio Maltese che ha firmato l’articolo – il merito di aver trattato con chiarezza ed efficacia il vero problema sotteso al “grande obolo di Stato” alla Chiesa.

Non si tratta tanto, in effetti, del lobbyismo dei vescovi o della rincorsa delle forze politiche al voto dei cattolici (che, a quanto pare, incide ormai in misura piuttosto ridotta…), bensì di un “…tacito patto per cui, mentre lo stato smantella pezzo per pezzo il welfare, la chiesa s’incarica …di tappare le falle più evidenti e arginare la massa crescente degli esclusi, senza più diritti, garanzie, protezione”.

Chi vive nelle grandi città, in particolar modo,conosce bene il popolo di poveri e derelitti che ne affolla le strade (immigrati irregolari, senzatetto, vagabondi, nomadi, tossici, alcolisti, ex-carcerati, disoccupati storici, vecchi soli e abbandonati, malati di mente…), cui i servizi di assistenza pubblica offrono poco o nulla. Viceversa, il volontariato e gli enti benefici e di “caritas” della Chiesa cattolica sembrano restare quasi i soli a dare loro una qualche risposta, in termini di accoglienza, ricovero, solidarietà e conforto, materiale e morale.

Se, da un lato, ciò dimostra che l’unica istituzione che “regge” nel nostro Paese rimane quella fondata sui principi evangelici e sui pilastri di una fede che da due millenni sa ancora diventare speranza e concreta carità, d’altra parte non si può fare a meno di riflettere sulla sconfitta di uno stato sempre meno capace di garantire diritti e doveri per essere la forza dei deboli, cioè la manifestazione istituzionale di una comunità degna di questo nome.

Lo smantellamento progressivo del welfare state – grazie ad una visione ultraliberista che ha aggiunto solo nuove povertà a quelle tradizionali – avrebbe dovuto, almeno in teoria, trovare un risvolto ed un ammortizzatore in politiche sociali fondate sul principio di sussidiarietà, e quindi sulla territorializzazione delle competenze assistenziali e sull’apertura ai soggetti del terzo settore. La realtà, sotto gli occhi di tutti, mostra invece gli effetti perversi della globalizzazione dell’emarginazione sociale e d’un inverecondo e strumentale ricorso al mondo variegato del non profit, senza riconoscergli alcun protagonismo reale, ma solo per turare le falle di politiche sociali sempre più carenti. Al contrario, logiche burocratiche ed aziendali hanno coinvolto anche il terzo settore, costringendolo ad inseguire appalti e commesse pubbliche, nel mentre stanno sconvolgendo lo spirito del volontariato ed il tradizionale protagonismo delle realtà sociali di base.

Sul fronte delle c.d. “emergenze sociali” (espressione che suona particolarmente ipocrita e falsa…) lo Stato italiano,quindi, si affida quasi totalmente e senza vergogna, allo zelo ed alla buona volontà delle caritas parrocchiali, delle congregazioni religiose e delle realtà cattoliche (siano esse ‘storiche’, come la San Vincenzo  o più recenti e combattive, come la Comunità di S. Egidio).

Di fronte a questo dato incontrovertibile, chi come me ha lavorato dagli anni ‘70 dapprima come operatore sociale di base, poi come responsabile di una fondazione-onlus ed ora come operatore socio-pastorale parrocchiale, può solo avvertire un profondo disagio. “Nella società spappolata dagli egoismi” – per citare Curzio Maltese – il ruolo di supplenza della chiesa cattolica sta raggiungendo livelli tali che tocca proprio ai veri cattolici contestare la penosa resa di uno stato che si riconosce inetto a garantire le sue funzioni istituzionali ed ha imboccato da tempo la comoda strada basata sulla formula “soldi in cambio di servizi”. Il fatto è che la “caritas” che spetta alla Chiesa dovrebbe essere ben altra cosa e non può nè deve configurarsi in un banale ruolo di sostituzione di competenze che restano pubbliche e proprie degli enti locali.

Basta leggere l’enciclica “Deus caritas est” di S.S. Benedetto XVI (sono sue le parole in corsivo) per comprendere che si tratta di una risposta ad una necessità immediata, dettata dall’amore e dalla attenzione del cuore, che costituisce un atto gratuito, disinteressato e privo di scopi diversi. Questo servizio ai fratelli nel bisogno, benché spontaneo e finalizzato ad attuare il precetto della carità cristiana, non esclude comunque né la competenza professionale, né attività di programmazione di tale intervento, di collaborazione  con altre realtà socio-assistenziale e di previdenza (sia nel senso di “prevenzione” del bisogno, sia di previsione delle conseguenze positive e dei limiti stessi dell’intervento). Chi svolge un servizio del genere – ammonisce il S. Padre – deve però resistere a due tentazioni opposte: quella della superbia di chi pretenderebbe di sostituirsi a Dio e quella della rassegnazione sfiduciata, di fronte alla sproporzione tra impegno profuso e risultati ottenibili. Alla prima si dovrebbe rispondere con l’umiltà cristiana e alla seconda grazie alla virtù della speranza e con l’esercizio della pazienza.

                                                                                                                               

Mi permetto umilmente di aggiungere che chi si occupa di caritas dovrebbe anche evitare la  “superbia” di credere che si possa sostituire con atti di carità cristiana un lavoro sociale programmato, professionalmente qualificato ed adeguatamente finanziato col denaro di tutti.  Allo stesso modo, poi, credo che non dovrebbe nemmeno “rassegnarsi” ad  accettare supinamente la distruzione di uno modello di stato che si basi sulla giustizia e sulla solidarietà. 

Certo, una chiesa fondata sul Vangelo di Cristo è sicuramente dei poveri e per i poveri, ma è anche chiamata a proclamare la giustizia e la pace, perché: “…Se è vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, deve anche schiodare tutti coloro che vi sono appesi; noi oggi siamo chiamati a un compito dalla portata storica senza precedenti: ‘Sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi’ (Isaia 58,6)…” (don Tonino Bello, Alla finestra la speranza – lettere di un vescovo, Milano: San Paolo, 2002, p. 57).

Ecco perché sono convinto che bisogna superare, da cristiani e da cittadini, la tentazione di perdere la “speranza” che la specifica missione di chi crede possa essere davvero realizzata, e che occorre eliminare l’equivoco di chi scambia la “pazienza” evangelica per una forma un po’ vile di sopportazione dei mali che avvelenano la nostra società.

Ecco perché, in occasione del santo Natale, vorrei chiudere queste considerazioni prendendo in prestito da don Tonino Bello uno dei suoi “scomodi auguri” : “Gli angeli che annunziano la pace portino guerra alla (n)ostra sonnolenta tranquillità, incapace di vedere che, a poco più di una spanna e con l’aggravante del (n)ostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfrutta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano i popoli allo sterminio per fame…”. (ivi, p.109).

    

EFFETTO SERRA E GIRASOLI APPASSITI

                                                                                                                  di Ermete Ferraro

Tutti i giornali hanno riportato la notizia dell’indagine svolta da una ONG ambientalista tedesca, dalla quale risulta che l’Italia – fatta la tara delle chiacchiere di facciata – è tra gli ultimi Paesi europei ad impegnarsi davvero nella lotta al riscaldamento globale, operando scelte coraggiose e coerenti per ridurre i gas-serra che ne sono la causa. Beh, non è che sia proprio una novità, a dire il vero, ma vederci confinati al 41° posto di quella graduatoria degli "eco-virtuosi" (dietro a Cina ed India , che pure qualche motivo in più avrebbero per inseguire il miraggio dello "sviluppo" tradizionale…) è innegabilmente un brutto colpo alla già ridotta credibilità dei governi di centro-sinistra che si sono succeduti. In essi, infatti, i Verdi  e la c.d. "sinistra radicale", anche in questo caso specifico, sembrano aver svolto un ruolo estremamente marginale e residuale.  Non è poi tanto strano, allora, che gli  Italiani comuni – e soprattutto quelli che li hanno votati – si chiedano a che diavolo sia servito fare una scelta alternativa al liberismo sviluppista ed energivoro del fronte conservatore, se i risultati – a livello nazionale come a quello di amministrazioni locali e regionali – sono così sconfortanti…f_0459

Il ministro-leader dei Verdi nostrani dice che questi dati sono la prova che l’Italia ha bisogno di una svolta più decisa nelle politiche di contrasto alle emissioni dannose per l’ambiente e che la svolta sulle energie pulite e rinnovabili resta troppo debole. Bravo, bravo! Ma a chi lo sta dicendo? Si tratta di una discreta allusione ai suoi soci di governo, che non solo nicchiano sulle scelte strategiche di fondo e si accontentano delle apparenze, ma si sono trovati del tutto compatti, invece, nell’appoggiare e finanziare l’avventura neo-nuclearista – alla faccia della volontà popolare diventata legge? O, per caso, sta garbatamente bacchettando il potenziale e riluttante elettorato "ambientalista", poiché continua a dare ai Verdi una fettina di consensi troppo esigua perché il loro "lìder maximo" possa permettersi di alzare la voce con i suoi infidi alleati di governo?  Quello che è certo è che un governo che cerca di riportare l’Italia nel club nuclearista, che combatte solo con gli slogan l’effetto serra, che aumenta spaventosamente le spese militari e che si balocca con le ingegnerie elettorali mentre la situazione degenera pericolosamente, non rappresenta affatto chi voleva davvero voltar pagina. Ecco perchè gli ambientalisti e gli ecopacifisti non devono rassegnarsi né mimetizzarsi opportunisticamente con questo penoso ambiente politico, ma svolgere invece il ruolo di denuncia e proposta che gli spetta.

IL NUOVO “INGANNO NUCLEARE”

   di Ermete Ferraro

 

In un suo libro-inchiesta del 1978, Mario Fazio ebbe il merito di denunciare efficacemente i vari aspetti di quello che, già dal titolo, chiamò “l’inganno nucleare”, mettendo in luce la spregiudicata campagna nuclearista dei governi di allora, basata su dati manipolati e sull’occultamento di quanto già allora si sapeva.

Ebbene, dopo quasi 30 anni, Antonio D’Acunto – il leader ambientalista napoletano che già a quei tempi fu uno dei pochi a smascherare quell’inganno anche all’interno del vecchio PCI – è stato costretto a tornare sul problema, per denunciare lo strisciante e subdolo ritorno della disinformazione nuclearista e le ambiguità della nuova sinistra post-comunista.

L’intervento dell’amico D’Acunto è troppo articolato, preciso e documentato perché io possa cercare di sintetizzarlo, per cui vi rimando senz’altro alla lettura dell’articolo, che potete trovare come editoriale su www.vasonline.it e su www.vascampania.org e, come documento, sul sito del Circolo napoletano (www.vasnapoli.org ).

Quello che vorrei sottolineare, invece, è il cumulo di falsità e di mezze-verità che i media ci stanno vomitando addosso quotidianamente, per convincerci che l’unica scelta intelligente è quella di cancellare le “assurde” pregiudiziali “ideologiche” e darsi da fare per recuperare il tempo perduto sulla strada smarrita del “nucleare buono”, quello “sicuro”, l’unico che può salvarci da un’irreversibile crisi energetica…

Dopo i “casini” sollevati in proposito dall’omonimo leader dei penosi eredi della vecchia DC, e dopo varie esternazioni da parte di “scienziati”, capindustriali, opinionisti ed altri componenti del circo barnum mediatico, ecco che dalle chiacchiere si passa ai fatti, e nel peggiore dei modi!

Il governo Prodi ha firmato un accordo con i nostri dirimpettai francesi – i più sfegatati supporters del nucleare-a-tutti-i-costi  – che prevede una partnership tra “Electricité de France” e la nostrana ENEL, finalizzata alla realizzazione di 6 impianti nucleari E.P.R., per il primo dei quali l’Italia si è impegnata per una quota di partecipazione  del 12,5% .

Ma gli Italiani non avevano votato – al referendum – non solo per chiudere il capitolo del nucleare nel nostro Paese, ma anche per interdire accordi di partecipazione su impianti nucleari altrui?

Se l’80% , nel 1987, ha votato SI’ anche al quesito referendario che suonava così: “volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all’estero?”, con quale diritto il prode governo di centrosinistra si mette sotto i piedi quella scelta, finora mai smentita?

Dice: sì vabbé, ma non possiamo più rimandare scelte indispensabili.  Indispensabili a chi? Al solito complesso militare-industriale che provoca e gestisce guerre in giro per il mondo, speculando sulle fonti energetiche e agitando lo spettro del terrorismo per terrorizzarci e farci imbarcare in sciagurate avventure belliche?  Indispensabili forse ai saggi “riciclatori” degli scarti nucleari, tanto utili per fabbricare missili e carrarmati, facendo vittime sia tra i nemici sia tra i propri stessi soldati?

E’ energia pulita e a basso impatto ambientale, dicono. D’Acunto ci ricorda che il rendimento delle centrali nucleari è, al massimo del 30% e, se non partiamo dall’uranio già arricchito, scende addirittura a meno dell’1%.

E da chi dovremmo comprare quest’ultimo, se non da quei paesi che, guarda caso, sono anche delle potenze atomiche civili e militari, che sono ovviamente tra i principali “riprocessatori” dell’uranio e potenziali avvelenatori del nostro pianeta?

E, a prescindere dalla pretesa “sicurezza”  dei reattori della nuova generazione, dove accidenti andremmo a gettare le scorie di questa potenziale abbuffata nucleare, visto che non siamo stati capaci neppure di neutralizzare quelle delle nostre quattro centrali precedenti, chiuse ormai da vent’anni?

E da quali tasche i nostri prodi governanti pensano di far uscire i 100 miliardi di euro necessari per le ipotesi nucleariste, a fronte di un risultato che sarebbe, tutt’al più, pari ad un quarto del fabbisogno energetico italiano?

Eppure tv e giornali sembrano inneggiare alla lungimiranza di queste scelte e nessuna nube (radioattiva…) sembra oscurare il cielo sereno di chi – a destra come al centro e a sinistra – continua a fare i conti senza (se non contro…) la giusta e motivata contrarietà degli Italiani.

Di fronte a questa folle megalomania – che si rifiuta assolutamente di affrontare il vero problema, che è quello del risparmio energetico e della de-crescita – l’unica cosa da fare è “protestare per sopravvivere” (come ammoniva già alcuni decenni fa un ecopacifista inglese), pretendendo che scelte del genere siano fatte nel rispetto della volontà effettiva dei cittadini – senza tentare d’imbonirli con chiacchiere e falsità – e quindi (mi si passi il gioco di parole)….alla luce del sole!