‘MMACÁRE E…UÁJE !

 
In un paio di post precedenti (“Santi subito?” dell’1.11.2009 e “Vieni avanti Chrétien!” del 3.2.2008) mi è già capitato di soffermarmi sulle “beatitudini” come carta d’identità di chi abbia deciso di seguire Gesù Cristo lungo la difficile via di un annuncio di salvezza che rivoluziona totalmente le nostre certezze e la nostra stessa logica abituale.
La verità è che, anche duemila anni dopo, quella “buona notizia” non finisce di sconvolgerci, capovolgendo le nostre priorità e mettendo drammaticamente in crisi quei valori da cui stentiamo a distaccarci, pur quando siamo posti di fronte alla loro evidente inconciliabilità con quelli evangelici.
Il c.d. ‘discorso della pianura’ nel Vangelo secondo Luca – riproposto in questa IV domenica di tempo ordinario dell’anno C – risulta significativamente differente dal testo parallelo di Matteo, in quanto si rivolge ad una comunità di pagani convertiti e non di giudei osservanti. Ma, al di là delle diversità evidenti (quattro beatitudini anziché nove ed alcune significative sfumature lessicali, come quella che contrappone realisticamente i “poveri” a quei “poveri in spirito” che richiamavano gli “anawìm” veterotestamentari…), è impossibile non notare che l’intento marcatamente più ‘sociale’ di Luca è posto in risalto anche dalle quattro invettive in parallelo alle corrispondenti beatitudini.
Curiosamente, per un orecchio attento alle assonanze con le espressioni della lingua napoletana, ai “ ‘mmacàre” (“makàroi”) si contrappongono altrettanti “uàje” (“ouài”) esclamazione terribile che sembra interpellare anche oggi chi si dichiara “cristiano”, ma preferisce limitarsi tendenziosamente ad un’interpretazione spiritualizzata e vaga dei precetti del Maestro.
Ebbene, nel caso in cui non avessimo capito bene (o, molto più probabilmente, non ci facesse comodo comprendere a fondo un messaggio così sconvolgente…), ecco che capovolgimento brusco delle beatitudini in una sorta di annuncio di sventura viene a toglierci ogni illusione di poterlo interpretare a nostro uso e consumo.
Non si tratta, ritengo, solo di una contrapposizione cronologica fra presente e futuro, come se ci fosse una specie di automatismo per cui chi adesso (nùn) è ricco, sazio, allegro ed appagato sarà poi condannato alla povertà, alla fame, all’afflizione ed alla cattiva fama. Certo, l’avverbio greco “ sottolinea in modo martellante le situazioni di piacere presenti, opponendo loro i “guai” di una condizione esistenziale espressa al tempo futuro. Ma questo non mi sembra indicare una sorta di escatologica “legge del contrappasso”, volgarizzata dal noto proverbio popolare “ride ben chi ride ultimo!”. Direi piuttosto che il messaggio evangelico rinvia ad una netta contrapposizione fra due modelli di vita, improntati a valori radicalmente opposti, in quanto s’ispirano a priorità inconciliabili.
Da una parte c’è il perseguimento, a tutti costi, della ricchezza, della sazietà, dell’assenza di dolori e preoccupazioni e della notorietà, che conduce sicuramente ad una “consolazione” contingente, (paràklesis) però trascura del tutto i valori veri, che il testo di
Matteo mette più in evidenza: l’umiltà, la mitezza, la misericordia, la purezza interiore, la sete di giustizia e la volontà di adoperarsi per la pace. Dall’altra parte c’è un modello di vita che non ci chiede affatto di perseguire la sofferenza come valore in sé, ma di affidarci a Dio Padre, provando a fare a meno delle sicurezze materiali di cui ci avvolgiamo al punto tale da restarne praticamente prigionieri.
Leggere le parole del Vangelo di Luca, a distanza di venti secoli, continua a farci scorrere un brivido lungo la schiena. Ma che razza di civiltà cristiana siamo stati capaci di costruire in tutto questo tempo, se il mondo occidentale in particolare è il campione più significativo di un mondo dominato dagli eccessi assurdi della corsa alla ricchezza, alla sovralimentazione, all’edonismo sfrenato ed alla celebrità a qualsiasi prezzo? Che razza di vangelo predichiamo ai non credenti, se tanti si fanno perfino un vanto di una civiltà sintetizzabile nel culto del denaro e del piacere?
Se è vero, come è vero, che Luca indirizzava le sue invettive contro un mondo ancora troppo pagano, che cosa diavolo direbbe oggi, dopo 2010 anni di cristianesimo, di fronte alla nostra società consumista e materialista?
E allora: noi da che parte stiamo ?
(c) 2010 Ermete Ferraro

PREGHIERA

"Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Dissipa le rughe. Fascia le ferite che l’egoismo ha tracciato sulla sua pelle. Restituiscile il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato, e riversa sulle carni inaridite anfore di profumo. Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiaggie di bitume. Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace." don Tonino Bello, Missione, p. 115

Ogni anno che trascorre, lo confesso, vivo con crescente distacco e quasi con fastidio l’atmosfera pseudonatalizia filtrata da manifesti, jingles radiofonici e televisivi e ammuina da shopping. Il fatto è che basta guardarsi intorno per accorgersi che un po’ tutto, dall’ambito più prossimo a quello universale, continua purtroppo ad andare "in direzione ostinata e contraria" rispetto a quella ri-nascita e a quella con-versione di cui il Natale non può non essere segno. Quando tutto sembra andare per il verso sbagliato, allora, è forte la tentazione di lasciarsi andare allo sconforto, o quanto meno all’amarezza della delusione di fronte ad un’umanità inguaribilmente malata di meschinità e diffidenza, accecata dall’egoismo e paralizzata dalla propria stessa violenza. Però è una tentazione cui, da Cristiani, non dobbiamo assolutamente cedere, altrimenti tradiremmo la fede, la speranza e la carità di cui dovremmo essere testimoni in questo "mondo". Sta di fatto che due millenni di cristianesimo non sembrano proprio averlo cambiato in meglio, se l’immagine che ne riceviamo, in conclusione di questo duemilanono ‘anno di grazia’, è quella di un pianeta sempre più compromesso, minacciato nei propri equilibri ecologici e dove guerre ed altre sciagure sono il frutto avvelenato di avidità ed ingiustizie sempre più stridenti. Ecco perché le poetiche e profetiche parole di don Tonino Bello rappresentano "anfore di profumo" versato sulle piaghe dolenti di questa umanità che Cristo lo ha lasciato appeso ai crocifissi nei muri ma non lo ha fatto davvero entrare nel proprio cuore. Sono una preghiera autentica e profonda, che ci aiuta a guardare più in alto delle nostre moderne torri di babele e più in là del nostro meschino io. Sono un’invocazione cui, nella nostra presunzione, ci siamo disabituati, che ci aprono ad una prospettiva che non sia fuga dalla realtà o rinuncia all’azione, ma fiduciosa adesione a quello "Spirito di Dio" che è già dentro di noi e può darci la forza di non cedere, di non arrenderci. Dobbiamo sforzarci di riscoprire, nonostante tutto, quel "sorriso di bellezza" che cancella le brutture di un mondo sempre più vecchio e privo di speranza. Dobbiamo lasciarci invadere il cuore dalla "dolente presenza" di quel grande spirito che gli Indiani d’America identificavano con quella natura che noi ‘civilizzati’ abbiamo solo saputo violare, inquinare e trasformare in "viscida desolazione". Scriveva già Tacito, mettendo questa frase in bocca ad un fiero capo "barbaro", che la civiltà dei romani aveva fatto il deserto e poi lo aveva chiamato pace (…solitudinem faciunt et pacem appellant…). E’ lo stesso "deserto" evocato da don Tonino, che, con l’aiuto dello Spirito Santo, siamo però chiamati a trasformare in un giardino, dove l’albero della giustizia saprà dare frutti di pace vera. In questa vigilia di Natale, grazie all’esortazione di questo eccezionale vescovo, sentiamo che la forza per operare un autentico miracolo non dobbiamo cercarla in noi, nella nostra volontà e coerenza, ma nella nostra capacità di chiedere, umilmente, al Padre di diventare – come pregava Francesco d’Assisi – un "istrumento" della Sua volontà e della Sua pace. Amén e buona ri-nascita…!

(c) 2009 Ermete Ferraro

“NEL DESERTO PREPARATE LA VIA AL SIGNORE…” (Is 40,3)

 

ג  ×§×•Ö¹×œ קוֹרֵא–בַּמִּדְבָּר, פַּנּוּ דֶּרֶךְ יְהוָה; יַשְּׁרוּ, בָּעֲרָבָה, מְסִלָּה, לֵאלֹהֵינוּ.

Questo versetto di Isaia, ripreso a proposito della predicazione di Giovanni il Battezzatore nella seconda domenica d’Avvento (Lc 3, 1-6), ci costringe ad interrogarci sul ruolo dei Cristiani come “profeti” Ad essi, infatti, è stata affidata la missione non solo di annunciare il regno di Dio ad alta voce (vedi l’espressione ebraica: KAL-KORA’ ), ma anche di preparare fattivamente la radicale trasformazione dell’esistente, esemplificata da alcune operazioni: predisporre una strada nel deserto, colmare le valli, spianare montagne e colline, appianare il terreno accidentato e scosceso.

Luca ha riportato in modo diverso la citazione d’Isaia, riferendosi a Giovanni come “voce di uno che grida nel deserto…” (“vox clamantis in deserto…”), ingenerando qualche equivoco interpretativo. Non si tratta dunque di un’esortazione a lanciare il proprio invito a vuoto, strillando nel silenzio e nella solitudine del deserto, ma d’un appello a trasformare quel deserto in un luogo praticabile e percorribile, al tempo stesso la strada di Dio (DEREK YHWH) e verso il nostro Dio (LE-ELOHINU).  Il fatto è che il Suo regno non può essere solo pre-annunciato dalle parole del pro-phetes (chi pre-dice), poiché nell’annuncio è insito l’inizio di un cambiamento.  Anche la parola che in lingua ebraica designa il profeta (NAVIY) è connessa al verbo NAVA’ e significa: effondere, annunziare, comunicare. E’ evidente, però, che la figura vetero-testamentaria del profeta ci mostra qualcosa di più di quella di un semplice “portavoce” della divinità, in quanto egli ha sempre rappresentato una vera e propria svolta nella storia del popolo cui è stato inviato.

Due millenni fa Giovanni uscì dal deserto per anticipare la venuta del Figlio di Dio, percorrendo tutta la regione del Giordano e “predicando un battesimo di conversione”. Che tale cambiamento dovesse risultare sostanziale e radicale appariva chiaro già dal suo invito, rivolto alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, a compiere “opere degne della conversione”, dal momento che si avvicinava per loro il giudizio e che “ogni albero che non porta buon frutto sarà tagliato e buttato nel fuoco” (cfr. Lc 3, 7-8).

Oggi come allora, non serve a nulla esorcizzare questo richiamo esibendo le proprie credenziali, come facevano gli Israeliti, che tentavano di rassicurarsi da soli ripetendosi “Abbiamo Abramo per padre”, oppure come facciamo noi Cristiani quando vogliamo auto-convincerci che basta far parte di una chiesa per salvarci l’anima.  Il profeta, infatti, non può essere scambiato per un semplice messaggero né per un ispettore mandato a verificare le nostre referenze o la validità del nostro biglietto per la vita eterna. Il profeta è chi sente dentro di sé la spinta pressante a diffondere la parola di Dio e a prepararne l’attuazione, hic et nunc, mediante una conversione vera, senza se e senza ma, le cui “opere” diventino di per sé testimonianza del regno di Dio, in quanto realizzazione della sua volontà.

La Chiesa ci ha insegnato che ciascuno di noi ha ricevuto fin dal battesimo il carisma, cioè la grazia, di diventare re, sacerdote e profeta, ma mi sembra evidente che non siamo riusciti a prendere sul serio quest’affermazione. Il fatto è che troppo spesso restiamo radicati nella convinzione che, semmai, il ruolo che potrebbe riguardarci è quello di chi governa/amministra gli altri, mentre le funzioni sacerdotale e profetica riguarderebbero pochi individui speciali (e quindi diversi), che abbiano ricevuto una particolare “vocazione” ad occuparsi di questioni religiose.

Ne consegue che una fede del genere non ha prodotto quei “buoni frutti” che il Signore si aspetta da ciascuno di noi e che, duemila anni dopo, non solo i deserti sono rimasti tali, ma la nostra esistenza sembra affetta da un ulteriore processo di “desertificazione”, che ha inaridito ancor più le coscienze e accresciuto quelle disparità che avremmo già dovuto far sparire dalla faccia della terra.

E’ legge di natura – e per i credenti di Dio – che le montagne vengano erose e le valli colmate dai sedimenti delle alture. Noi uomini, viceversa, dopo tanto tempo e in barba al nostro preteso progresso, siamo riusciti solo ad aumentare le disparità economiche e sociali ed a compromettere seriamente gli equilibri ecologici del Pianeta, poiché abbiamo scambiato arrogantemente il mandato divino a custodire il creato ed a provvedere ai nostri simili con un’autorizzazione a dominare dispoticamente la natura e i nostri simili.

Viviamo allora questo periodo di Avvento come un’occasione per riflettere su tutti i nostri errori – personali e sociali – e per provare a mettere in pratica un’autentica “conversione”. Non si tratta solo di operare un netto cambiamento di prospettiva e di mentalità, come suggerisce la parola greca “metànoia”, bensì di una vera rivoluzione interiore che deve produrre concreti frutti di pace e di giustizia, di servizio e di misericordia, di speranza e di fiducia.

Insomma, è arrivato davvero il momento di essere, tutti, re sacerdoti e profeti di un Regno che non è di questa terra ma che in questa terra abbiamo il dovere di rendere visibile e tangibile.

 

SANTI …SUBITO?

 
CAXAGQXFCAH10AF6CARKIQEBCABLRO4VCAUEJKRTCAVL6WK7CA1UL78HCALAVV0ICAZIRKG0CAUY24H4CAQ6PY07CASR46SKCAGG4D51CACC3CMPCA1OX6KKCAK6NA0A“Vieni avanti, chrètien! s’intitolava un “post” – pubblicato sul mio blog a febbraio 2008 – nel quale, prendendo spunto dalle Beatitudini, riflettevo sulla necessità di vivere il cristianesimo come qualcosa di profondamente contrastante con le più radicate e diffuse convinzioni circa le condizioni per raggiungere la felicità. Il fatto che il termine francese “chrètien” (cristiano) fosse diventata molto presto un’offesa (“cretìno”), infatti, mi sembrava che la dicesse lunga sull’idea che i non credenti si erano fatti di chi, secondo loro, aderiva assurdamente ad una fede irrazionale.
Oggi, in occasione della ricorrenza della festività di “tutti i Santi” – messo finalmente da parte lo stupido chiacchiericcio su “Halloween” e i suoi rituali pagano-mediatici – mi sembra il caso di riflettere un po’ più profondamente sul concetto stesso di “santità”. In quel mio precedente intervento partivo dal termine greco “makàrios” – tradotto in italiano con “beato” – e sulla sua somiglianza con l’ebraico “meushàr” (che significava: approvato, felice). In particolare mi soffermavo sull’espressione augurale “magàri” che, rapportata al testo delle “beatitudini”, sembrerebbe in stridente contrasto con i guai che quasi sempre derivano, allora come oggi, dal seguire Gesù Cristo sulla difficile via della mitezza, dell’umiltà, della misericordia, della purezza di cuore e dell’operare per la pace. Del resto, non si può negare che essere poveri, afflitti, affamati e perseguitati non coincide affatto con la nostra idea di “felicità”, per cui lo stesso san Paolo affermò che: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stoltezza per confondere i sapienti; Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignorabile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono…" (I Cor 1,27ss).
Ecco perché, se ci soffermiamo sul concetto di “santità” e di “sacro”, la necessità di una “metànoia” (cioè di una “conversione”, di una svolta radicale rispetto a ciò che abitualmente di crede e si fa per raggiungere la felicità) risulta evidente. Entrambi i termini italiani ci riportano alla comune radice latina “sac”/”sanc” , derivante a sua volta da quella indoeuropea “sak”-“sag”, che significava sia “attaccarsi, avvincersi, aderire a qcn”, sia “seguire, ossequiare qcn” . Nella fattispecie, quel Qcn. cui aderire, Colui che il “santo” deve seguire è proprio Dio, le cui vie sono però profondamente diverse da quelle che siamo abituati a percorrere.
La radice della parola greca equivalente “hàghios”, del resto, risale al verbo “hàzomai” (rispettare, venerare) ma, come nel caso di “makàrios”, la trascrizione italiana di grafemi stranieri si è prestata a qualche equivoco. Il fatto che sovente si scrivesse “àghios” piuttosto che “hàghios”, ad esempio, ha portato qualcuno a dare a questa parola il senso di negativo di “non terreno” (alfa privativa + gàios), come se i santi fossero da considerarsi persone dell’altro mondo, praticamente degli extraterrestri… Un equivoco molto simile è stato generato dalla difficoltà di rendere graficamente in italiano la differenza fonetica in greco tra “κ” e “χ”, per cui l’aggettivo “makàrios” (beato) è stato spesso fatto risalire etimologicamente a “machaira” (lama, coltello per tagliare), evocando l’idea di qualcuno “tagliato fuori” dalla vita ordinaria. La stessa parola latina “sacer” è stata talvolta riportata alla radice indoeuropea “sek”, proprio nel senso di tagliare, separare.
A questo genere d’interpretazione contribuisce anche il termine ebraico vetero-testamentario corrispondente (“qadosh”), che implica proprio il concetto di “separazione”, in quanto il popolo d’Israele sarebbe stato “messo da parte” da Dio per “consacrarlo”.
Insomma, l’’immagine che ne esce della santità è quella di qualcosa che riguarda persone prescelte e chiamate a ciò, o comunque eccezionali, distaccate dal “mondo” perché consacrate a Dio ma, proprio per questo, lontanissime da noi e dalla nostra vita ordinaria e quotidiana. Bisogna ammettere, poi, che la Chiesa – o meglio, le Chiese – non hanno fatto molto per contrastare questa concezione. Non importa se ciò sia da ricondursi alla visione “ascetica” tipica dei cristiani d’Oriente, o alla tradizionale venerazione cattolica nei confronti dei Santi, troppo spesso trasformata in una sorta di “culto” parallelo, oppure ancora alla concezione pessimistica delle chiese riformate, per cui solo la grazia divina può santificare le nostre esistenze da peccatori.
Quello che è certo, però, è che da 40 anni, cioè dalla fine del Concilio Vaticano II, si parla ormai   di una “santità” cui tutti i cristiani sono chiamati. E’ proprio nella costituzione conciliare “Lumen Gentium”, infatti, che troviamo affermato con molta chiarezza che: “…tutti i seguaci di Cristo, anche i laici, sono chiamati alla perfezione della carità  […] E impegno per la perfezione cristiana significa cammino perseverante verso la santità . […] Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato la santità  della vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: "Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste" (Mt 5,48) […] Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità ». (LG 40).
Per citareil compianto Giovanni Paolo II, quindi: "La consegna primaria che il Vaticano II ha affidato a tutti i figli e tutte le figlie della Chiesa è la santità (…); la tensione alla santità è perciò il fulcro del rinnovamento delineato dal Concilio" (Giovanni Paolo II, Allocuzione, 29-III-1987).
Ma allora, se siamo chiamati tutti – proprio tutti/e – alla santità, non possiamo più far finta di non essere in grado di percorrere la difficile strada indicataci da Gesù con le Beatitudini. Essere umili, miti, puri, misericordiosi e pacifici, di conseguenza, non è una vaga indicazione riservata a pochi eletti, ma piuttosto una scelta che ci tocca direttamente, qui e ora.
Ma ecco che, parlando di santità “ordinaria” e/o “quotidiana”, alcuni si sono lasciati trasportare forse un po’ troppo nell’eccesso opposto. Se è perfettamente vero, infatti, che essere santi è qualcosa che ci riguarda personalmente e in modo non “straordinario”, credo però che talvolta si sia corso il rischio di una banalizzazione del termine, e quindi del concetto stesso di “santità”.
E’ certamente giusto ricordare ad ogni cristiano che la sua chiamata ad essere santo passa anche per la vita di tutti i giorni e che può esplicarsi non solo nella fede, ma anche nel lavoro, nell’impegno sociale o in quello culturale. E’ opportuno chiarire che anche una casalinga o un meccanico possono “santificare” ciò che fanno ogni giorno, anche se non riveste alcun carattere di straordinarietà. Bisogna però stare attenti a non scivolare in una visione troppo semplificata di questo cammino verso quella “perfezione” cui siamo comunque chiamati, poiché quella che il Papa chiamava “tensione alla santità” è un presupposto, una potente molla interiore che ci spinge in quella direzione, ma che troppo spesso è sovrastata dal richiamo ad una realizzazione assai più terrena o, per usare un’espressione idiomatica, molto “terra terra”.
Il vero cristiano, in definitiva, non è chi aspira asceticamente ad una santità intesa come perfezione irrealizzabile e ultraterrena, ma neppure chi la confonde la tranquilla beatitudine quotidiana di chi non è messo alla prova dalle difficoltà e dal dolore. La santità, insomma, non può e non deve essere riservata a pochi supereroi, ma non può neanche essere presentata come se si trattasse di una strada liscia, da percorrere in “santa pace”. E questo perché lo stesso Gesù ci ha ammonito ad entrare per la “porta stretta” ed a passare per la “via angusta” (vedi Mt 7, 13-14 e Lc 13,24) e, nello stesso discorso sulle Beatitudini, non ci ha nascosto che il prezzo della nostra scelta potrebbe essere una situazione di povertà, di afflizione, e di persecuzione.
Essere santi, allora, deve essere qualcosa cui tutti dobbiamo tendere, ma che implica delle scelte niente affatto facili e scontate e richiede un modo di ragionare che a tanti suona ancora pura follia o, per citare ancora san Paolo, “stoltezza”. Quello che è certo è che dobbiamo smettere di cercare i Santi solo sugli altari, magari per propiziarceli paganamente con litanie e candele, e che dovremo provare a diventare anche noi…santi subito! 

IV GIORNATA PER LA SALVAGUARDIA DEL CREATO

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      “… è conseguenza del peccato se la rete delle relazioni con il creato appare lacerata e se gli effetti sul cambiamento climatico sono innegabili, se proprio laria – così necessaria per la vita – è inquinata da varie emissioni, in particolare da quelle dei cosiddetti gas serra”. Se, però, prendiamo coscienza del peccato, che nasce da un rapporto sbagliato con il creato, siamo chiamati alla conversione ecologica, secondo lespressione di Giovanni Paolo II. […] Una tempestiva riduzione delle emissioni di gas serra      è, dunque, una precauzione necessaria a tutela delle generazioni future, ma anche di quei poveri della terra, che già ora patiscono gli effetti dei mutamenti climatici. Occorre, dunque, un profondo rinnovamento del nostro modo di vivere e delleconomia, cercando di risparmiare energia con una maggiore sobrietà nei consumi […] uno stile di vita più essenziale, come espressione di una disciplina fatta anche di rinunce, una disciplina del riconoscimento degli altri, ai quali il creato appartiene tanto quanto a noi che più facilmente possiamo disporne; una disciplina della responsabilità nei riguardi del futuro degli altri e del nostro stesso futuro”.
Le parole citate – sulle quali esprimerò qualche osservazione – le ha pronunciate Benedetto XVI che, incontrando ad agosto il clero di Bressanone, ha rinnovato il suo appello “ecologico” in occasione della IV Giornata per la Salvaguardia del Creato (1° settembre ’09).
§         E’ molto importante che il Papa insista sulle conseguenze ecologiche e sociali derivanti dalla lacerazione di quelle “reti di relazioni con il creato” alla cui origine c’è il “peccato” , che a sua volta è frutto di un “rapporto sbagliato con il creato”.L’attuale “crisi ecologica”, in altre parole, non è una disgrazia incidentale e fortuita che purtroppo ci è capitata, ma il risultato di una visione predatoria dell’uomo sulla natura e di un rapporto di sfruttamento selvaggio delle risorse del Pianeta. L’uso del termine “relazione”, d’altra parte, mi sembra escludere una visione grettamente ed utilitaristicamente materialistica della realtà naturale –intesa come una “cosa” di cui appropriarci – ma lascia intravedere un vero e proprio rapporto con una pluralità e complessità di elementi biologici, governata dai principi dell’ecologia (interdipendenza, biodiversità, simbiosi…).
§         Ancora più importante mi sembra l’appello del Pontefice affinché la presa di coscienza di questo peccato non resti qualcosa di teorico, astratto o di relativo alla sfera della morale personale, ma conduca piuttosto ad una vera, tangibile, collettiva ed immediata “conversione ecologica”.  Il teologo mons. Ravasi ha chiarito in un suo acuto commento che i tre vocaboli che in lingua ebraica esprimono il peccato (hatta’ – awôn – pesha’)  rinviano ad una sfumatura di significati. Il “peccato” è un errore, un “aberrazione” che ci porta lontani da Dio e dal prossimo; è una deviazione tortuosa”, ma è anche una vera e propria “ribellione” della creatura nei confronti dei suo Signore e Creatore. Ecco allora che occorre quella “conversione” che gli ebrei chiamavano “shub”, cioè una netta e chiara inversione di rotta, che consenta all’umanità di rimediare al proprio “errore” e che corregga quella “deviazione” che nasceva dalla pretesa di ribellarsi all’ordine cosmico e alla signoria dell’autore del creato.
§         La “tempestività” richiesta nella riduzione delle emissioni che avvelenano irreversibilmente l’aria – l’elemento cui la Giornata 2009 è dedicata in modo specifico – non è presentata esclusivamente come una “precauzione” necessaria per tutelare la salute nostra e delle generazioni future dai cambiamenti climatici, ma anche come una risposta dovuta a quei “poveri della terra”che ne soffrono già da ora gli effetti devastanti sulla propria pelle. La salvaguardia del creato, ancora una volta, è presentata come strettamente correlata al principio di giustizia sociale e come esempio concreto di quella solidarietà che è alla radice di una pace fra gli uomini e di questi con la natura. Tale conversione deve essere per forza “tempestiva”, perché esige scelte immediate e non più rinviabili, che investono in primo luogo i governi, con provvedimenti strutturali, ma anche le comunità e la responsabilità – qui e ora – di ogni singola persona.
§         Occorre infatti, afferma il Papa, un “profondo rinnovamento del nostro modo di vivere e dell’economia”,e quindi un cambiamento che parta dal basso, dagli stili di vita, e costringa la stessa economia a prendere atto di questa svolta radicale. Nel documento si parla di “essenzialità”, di “risparmio energetico” , di “sobrietà dei costumi” e di “disciplina della responsabilità”. Questo significa che il cambiamento auspicato non può essere né graduale né indolore, ma richiede la risposta a degli imperativi categorici, non una blanda e generica sensibilità ambientale. Ecco perché i Cristiani – e la stessa Chiesa – hanno il dovere di rinunciare a compromessi, scorciatorie e fittizie “compatibilità” e devono dimostrare nei fatti perché, come ammoniva già S. Giacomo apostolo, “…la fede, se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta “ (Gc. 2,18)
 

CARITAS IN VERITATE

 
“Coniugare la carità con la verità” è l’intento che si è proposto S.S. Benedetto XVI nella sua ultima enciclica, il cui titolo capovolge l’espressione paolina “veritas in caritate” (Ef 4,15) e, seguendo questa parola d’ordine, affronta da tutti i punti di vista quel concetto di “populorum progressio” che Paolo VI ebbe il merito di analizzare già nel 1967.
1.      La prima questione affrontata dal Papa è il rapporto inscindibile tra carità cristiana e giustizia, nella convinzione che: “Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è « inseparabile dalla carità » intrinseca ad essa.” (6). La ricerca del “bene comune”, infatti, comporta la giustizia perché: “La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l’autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale d’amore che vince il male con il bene”  (ivi). Il sottosviluppo, quindi, dipende dalla “…mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli” visto che, argomenta il pontefice, “la società sempre più globalizzata ci rende vicini ma non ci rende fratelli” (19).A distruggere ricchezza e produrre nuova povertà, inoltre, contribuiscono certamente “l’esclusivo obiettivo del profitto (…) gli effetti deleteri di un’attività finanziaria…per lo più speculativa (…) la corruzione e l’illegalità” e qui Benedetto XVI non manca di additare un’altra causa paradossale d’impoverimento, ossia quegli “aiuti internazionali…spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità che si annidano sia nella catena dei soggetti donatori sia in quella dei fruitori” (19-31-22). La verità, prosegue il Papa, è che purtroppo lo Stato ha smesso di svolgere il suo ruolo di garanzia sociale, dovendo “far fronte alle limitazioni che alla sua sovranità frappone il nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale, contraddistinto anche da una crescente mobilità dei capitali finanziari e dei mezzi di produzione materiali ed immateriali”, e pertanto l’auspicio è un “meglio calibrato ruolo dei pubblici poteri” che accresca “una partecipazione più sentita alla res publica da parte dei cittadini” in modo da superare “situazioni di degrado umano oltre che di spreco sociale” (24).
 
2.      Il secondo aspetto toccato dall’enciclica è quello del rapporto tra sviluppo e cultura. I due rischi estremi, quello dell’”eclettismo culturale” derivante da un diffuso relativismo e quello dell’ “appiattimento culturale e dell’omologazione degli stili di vita (…) convergono nella separazione della cultura dalla natura umana (…) Quando questo avviene, l’umanità corre nuovi pericoli di asservimento e di manipolazione.” (26) Il rispetto per la vita – aggiunge il Papa – è particolarmente importante, perché “l’apertura alla vita è al centro di un vero sviluppo” (28). Allo stesso modo va garantito il rispetto della libertà religiosa, se non si vuole incorrere nel “danno che il « supersviluppo »  procura allo sviluppo autentico, quando è accompagnato dal «sottosviluppo morale »…” (29) . Premesso che “la dignità della persona e le esigenze di giustizia (…) richiedono una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini” (32), Benedetto XVI ricorda che “la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato” (35) ed ammonisce che “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale. (…) L’economia globalizzata sembra privilegiare la prima logica, quella dello scambio contrattuale, ma direttamente o indirettamente dimostra di aver bisogno anche delle altre due, la logica politica e la logica del dono senza contropartita.” Bisogna perciò evitare di leggere in modo deterministico la stessa globalizzazione, di cui vanno corrette “ le disfunzioni, anche gravi, che introducono nuove divisioni tra i popoli e dentro i popoli e fare in modo che la ridistribuzione della ricchezza non avvenga con una ridistribuzione della povertà o addirittura con una sua accentuazione (…) orientando “la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione” (42).
 
3.      L’articolata analisi del Pontefice passa quindi ad affrontare il delicato rapporto tra lo sviluppo dell’uomo e la salvaguardia dell’ambiente naturale. Questo è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera (…) La natura è a nostra disposizione non come « un mucchio di rifiuti sparsi a caso », bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l’uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per custodirla e coltivarla” (Gn 2,15).”(48). Bisogna evitare, ribadisce Benedetto XVI sia il neo-panteismo paganeggiante di chi considera la natura più importante della stessa persona umana… (sia)la sua completa tecnicizzazione, perché l’ambiente naturale non è solo materia di cui disporre a nostro piacimento, ma opera mirabile del Creatore, recante in sé una “grammatica” che indica finalità e criteri per un utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario (…) L’uomo interpreta e modella l’ambiente naturale mediante la cultura, la quale a sua volta viene orientata mediante la libertà responsabile, attenta ai dettami della legge morale ”(48). Il Papa, dunque, condanna severamente l’accaparramento delle risorse energeticheed auspica, al contrario, un netto miglioramento dell’efficienza energetica e la promozione di energie alternative, stimolando una responsabilità globale che porti ad un governo responsabile della natura (…) con l’obiettivo di rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino» In questo ambito, particolare importanza ha l’adozione di nuovi stili di vita(49-50). L’enciclica entra successivamente in un ambito fondamentale: il rapporto tra sviluppo e pace:Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali, così come il degrado ambientale, a sua volta, provoca insoddisfazione nelle relazioni sociali. (…)Inoltre, quante risorse naturali sono devastate dalle guerre! La pace dei popoli e tra i popoli permetterebbe anche una maggiore salvaguardia della natura. L’accaparramento delle risorse, specialmente dell’acqua, può provocare gravi conflitti tra le popolazioni coinvolte. Un pacifico accordo sull’uso delle risorse può salvaguardare la natura e, contemporaneamente, il benessere delle società interessate…”. (51)
 
4.      Il documento passa poi a delineare un modello di società più equa e solidale che veda la ‘famiglia umana’ impegnata in un discernimento cui la fede cristiana può fornire le indispensabili basi etiche, evitando gli opposti atteggiamenti laicisti e fondamentalisti cui assistiamo si solito, in quanto: “…l’esclusione della religione dall’ambito pubblico come, per altro verso, il fondamentalismo religioso, impediscono l’incontro tra le persone e la loro collaborazione per il progresso dell’umanità…” (55-56). Questa “collaborazione feconda tra credenti e non credenti” è il primo punto fermo, cui segue la proposta di una visione complessiva in cui “…il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa(58). Quanto poi alla “cooperazione allo sviluppo”, il Pontefice ammonisce i paesi c.d. “sviluppati” a non utilizzare gli “aiuti” per ribadire una loro “presunta superiorità culturale” e come uno strumento per “…mantenere un popolo in uno stato di dipendenza e perfino favorire situazioni di dominio locale e di sfruttamento all’interno del Paese aiutato” (58). D’altronde, aggiunge Benedetto XVI:  “Le società in crescita devono rimanere fedeli a quanto di veramente umano c’è nelle loro tradizioni, evitando di sovrapporvi automaticamente i meccanismi della civiltà tecnologica globalizzata…” (59). L’unica molla della cooperazione internazionale, quindi, deve essere soltanto la solidarietà sociale, discorso strettamente connesso con quello delle migrazioni, fenomeno molto complesso sul piano economico, sociale e culturale, ma che richiede comunque un approccio umanitario e solidaristico. Ecco perché il Papa sottolinea con forza che: “…tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione…” (63). Una società più equa e solidale, prosegue l’enciclica, non può non tener conto del “nesso diretto tra povertà e disoccupazione” e perciò il Papa lancia un appello: “ per « una coalizione mondiale in favore del lavoro decente » e richiama le stesse organizzazioni sindacali “…alla loro necessaria azione di difesa e promozione del mondo del lavoro, soprattutto a favore dei lavoratori sfruttati e non rappresentati, la cui amara condizione risulta spesso ignorata dall’occhio distratto della società…” (64). Tra le caratteristiche di una società diversa, ma già in parte presenti ed operanti, il Papa ricorda alcune significative esperienze, quali quella della microfinanza (65) e le battaglie incentrate sulla responsabilità sociale del consumatore (66), strettamente collegata a quella sobrietà cui più volte la Chiesa ha richiamato i Cristiani. Un ulteriore pilastro di questa alternativa è, per Benedetto XVI, la necessaria ed irrimandabile “… riforma sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale”  dal momento che urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale (che) dia finalmente attuazione ad un ordine sociale conforme all’ordine morale e a quel raccordo tra sfera morale e sociale, tra politica e sfera economica e civile che è già prospettato nello Statuto delle Nazioni Unite.” (67)
 
5.      All’impropria e semplicistica identificazione dello sviluppo con il progresso tecnologico è dedicata l’ultima parte dell’enciclica “Caritas in veritate”.  La tecnica – spiega Benedetto XVI – non può essere fine a se stessa. ” Il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica, divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe l’umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l’essere e la verità. (…) Ma la libertà umana è propriamente se stessa, solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale…” (68-70). La stessa costruzione della pace – aggiunge il Papa – rischia pericolosamente di essere “…considerata come un prodotto tecnico, frutto soltanto di accordi tra governi o di iniziative volte ad assicurare efficienti aiuti economici”, con l’aggravante che questo processo diventa una forzatura tutt’altro che pacifica, nella misura in cui spesso trascura di “… sentire la voce e guardare alla situazione delle popolazioni interessate per interpretarne adeguatamente le attese…” (72). Oltre che dall’“assolutismo della tecnica”, un altro rischio deriva anche dalla “accresciuta pervasività dei mezzi di comunicazione sociale”, laddove non siano un autentico strumento di promozione umana e sociale, nonché da quel “riduzionismo neurologico”, che semplifica materialisticamente la complessità della natura umana, mortificandone la crescita spirituale (76) e bloccandone lo slancio verso un “umanesimo integrale”.
 
Da questo rapido, ma non superficiale, excursus dell’ultima enciclica della massima autorità spirituale del cristianesimo cattolico mi sembra che emerga una visione certamente non nuova, ma sicuramente coerente ed alternativa della prospettiva sociale per i credenti del XXI secolo. Che non si tratti di qualcosa di nuovo si evince dall’impostazione dello stesso Benedetto XVI, che ci tiene a ribadire il legame che lo lega alla tradizione sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum di Leone XIII del 1891 fino ad oggi, passando per la Pacem in terris di Giovanni XXIIII (1963), la Populorum Progressiodi Paolo VI (1967) e la Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II (1987).
Che si tratti di una silloge assolutamente originale e innovativa della dottrina sociale cattolica, peraltro, si ricava dal richiamo continuo all’attualità e particolarità dei problemi e dei fenomeni che costituiscono il terreno su cui la fede deve cimentarsi, coniugandosi con la ragione e non limitandosi a promuovere la “carità” senza il richiamo ad una “verità” rivelata e stabile.
Al di là di qualche residua compiacenza antropocentrica e di un’affermazione del progresso come crescita, che onestamente non mi sento di condividere (secondo la quale: “La vocazione al progresso spinge gli uomini a « fare, conoscere e avere di più, per essere di più »…”(18) ) ritengo che ci troviamo di fronte ad una proposta significativamente alternativa e, nei fatti, molto più innovativa di tante fumose ed ambigue analisi di una sinistra che ha perso le proprie coordinate e che sta scontando la propria incoerenza opportunistica, travestita da “Realpolitik”.
L’analisi dell’attuale momento storico e della società presente è svolta con lucidità e consapevolezza dei problemi: basti pensare a questioni come quella del bene comune”, contrapposto al profitto assurto a unica motivazione di un’economia sempre più speculativa e finanzia rizzata; al giudizio sulla globalizzazione come fonte di omologazione culturale e di crescita delle disuguaglianze socio-economiche, oppure all’importanza degli stili di vita per una società più sobria, giusta e rispettosa della natura.
Quello che mi sembra ancora più importante è la proposta in positivo – e nell’ottica cristiana – di un modello di sviluppo alternativo, il cui obiettivo sia quello di una società equa, solidale, pacifica ed autenticamente umana. Le coordinate di questa proposta, infatti, possono così essere sintetizzate: 
  1. Collaborazione tra credenti e non credenti vs laicismo e fondamentalismo;
  2. Ruolo dei pubblici poteri per ristabilire il “bene comune”la giustizia vs preponderanza del profitto economico-commerciale e finanziario;
  3. Sviluppo caratterizzato da relazionalità, comunione e condivisione vs “supersviluppo” che porta con sé un “sottosviluppo morale”;
  4. Rapporto corretto e responsabile tra sviluppo umano e salvaguardia dell’ambiente naturale, a partire da “nuovi stili di vita” vs tecnocrazia, sfruttamento ambientale ed accaparramento delle risorse vitali ed energetiche;
  5. Solidarietà sociale, cooperazione autentica, lavoro “decente” e rispetto dei diritti dei migranti vs lavoro sfruttato e/o precario e “mercificazione” e mancata tutela dei migranti;
  6. Umanesimo integrale vs assolutismo della tecnica, riduzionismo “neurologico” e mortificazione della dimensione spirituale.
Non si tratta del “manifesto” di una nuova rivoluzione, ma solo perché la vera rivoluzione è già stata proclamata 2009 anni fa da quel Gesù di Nazareth che ci ha portato la “buona notizia” di un Dio che si fa uomo per farci diventare come Lui. Concluderi con un’ultima citazione dell’enciclica: “La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l’una e l’altra come dono permanente di Dio. La disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i fratelli e verso una vita intesa come compito solidale e gioioso.(…) Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio…”
 
 
 
 
 
 

UN CUOR SOLO E UN’ANIMA SOLA…

 
Oggi, 19 aprile, ricorrono vent’anni dal mio matrimonio con Anna. Solitamente, in questi casi, le mogli sono contente se il marito le porta a cena fuori o se organizza qualcosa di speciale. Anna no: mi ha solo fatto capire che ci teneva che fossimo presenti ad un incontro per le famiglie della nostra parrocchia, su all’Eremo dei Camadoli. Confesso di averla assecondata con scarso entusiasmo, ma devo ammettere che abbiamo trascorso una giornata molto particolare, in cui si sono sposate le fondamentali parole delle letture di questa II domenica di Pasqua con quelle di una profetessa del nostro tempo, Chiara Lubich, che del carisma dell’unità e dello spirito di famiglia ha saputo fare il motore del movimento dei Focolari.
Le parole degli Atti degli Apostoli tornavano, infatti, particolarmente a proposito, quando ricordano che i primi cristiani avevano: “…un cuor solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune […] Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno…”
Quando si leggono queste parole, la prima considerazione che sorge spontanea è, ovviamente, che due millenni dopo, di questa originaria “communio” dei credenti in Cristo purtroppo è rimasto molto poco, se c’è addirittura chi giunge a presentare la difesa della proprietà privata come una bandiera della civiltà cristiana, facendo finta di non capire che non è un caso se il numero dei “bisognosi” è in costante crescita, e che tutta la nostra società si muove, di fatto, in una logica del tutto opposta, risultando sempre più divisa, profondamente iniqua e sempre meno solidale.
E’ peraltro evidente che il “comunismo” dei primi cristiani aveva un’altra origine, che non è possibile rinnegare senza distruggere le fondamenta stesse della fede cristiana. La comunità (d’intenti, di beni e di servizi) nasceva infatti da una “con-cordia” di fondo, cioè da quella convinzione che, come scriveva Giovanni nella sua prima lettera: “…chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato […] Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo…”
Ma che significa oggi cercare di ritornare ad essere “un cuor solo e un’anima sola” ?  Che cosa comporta scegliere di ritornare a quella radicalità evangelica, che è ricerca di unità e di comunione con i fratelli come unica strada per giungere alla comunione con Dio Padre?
La risposta di Chiara Lubich è stata l’invito a “fare unità”, allargando i confini della nostra famiglia a tutti quelli che ci capita d’incontrare e che sono, quindi, il nostro prossimo. Non si tratta di dichiarazioni di principio o di principi astratti: dobbiamo prenderci sul serio come Cristiani e metterci al servizio di tutti, perché amare è proprio questo. Si tratta di una verità semplice quanto sconvolgente, con la quale bisogna fare i conti, lasciando che la rivoluzione dell’amore diventi qualcosa di concreto e di tangibile, in modo da “vincere il mondo” e le sue lusinghe materialistiche, individualistiche ed edonistiche.
Quella sessantina di persone – fra cui molte coppie – che hanno trascorso con noi questa strana festa di anniversario nel convento camaldolese testimoniano già l’impegno di una comunità parrocchiale che non si accontenta del consumismo religioso e che, sotto la guida del suo pastore, sta incamminandosi su questa strada di condivisione e di fraternità. Il pericolo è che star bene insieme possa trasformarsi in una scelta auto-gratificante ed auto-consolatoria, che chiuda il cerchio della “communio” intorno agli amici ed a coloro che la pensano come noi.
Al contrario, la sfida è quella di costruire questa comunità uscendo dalla logica ristretta del gruppo o della parrocchia, proprio per contagiare col nostro amore cristiano chi è molto diverso da noi o non accetta per nulla quel messaggio, se non è reso credibile da una testimonianza autentica e diretta. Lo stesso matrimonio – come più volte abbiamo riflettuto col nostro parroco – tradirebbe lo spirito cristiano se ci portasse a chiudere la “famiglia” come un recinto intorno ai nostri cari, quasi per proteggerla dal contagio di chi sta fuori. 
E’ esattamente il contrario: dobbiamo “fare unità” con chiunque ci sia “prossimo” e questo anniversario… “comunitario” è stato un modo di farne esperienza. 
 

CIAO, MARIO…!

borrelli3Lettera a Mario Borrelli

di Ermete Ferraro

Ciao Mario! Ieri sera, nella “tua” vecchia parrocchia di Mater Dei non eravamo in tanti a ricordarti, e comunque neanche ai tuoi funerali, giusto un anno fa e nella stessa chiesa, c’erano tutti quelli che pur devono molto alla tua incredibile esperienza di padre e di maestro. D’altra parte non sarebbe bastato il Duomo se fossero intervenuti alla santa messa in tuo ricordo le centinaia di ex-scugnizzi tuttora sparsi per il mondo, di ex-baraccati, di ex-prostitute, per non parlare delle migliaia di lavoratori, disoccupati, donne, vecchi e bambini ai quali la “Casa dello Scugnizzo” ed il Centro Comunitario di Materdei hanno offerto per 57 anni non solo uno spazio unico per stare insieme, ma un’accoglienza solidale e fattiva, un’occasione inostituibile per crescere come persone, come gruppo e come comunità.

Un anno fa a darti l’ultimo saluto, oltre a parenti e amici ed a noi vecchi amici e collaboratori della Fondazione, c’erano stati alcuni di quelli  che hanno condiviso almeno una tappa della tua fantastica avventura, come: Tonino Drago, Giuliana Martirani, Samuele Ciambriello, Geppino Fiorenza, Donatella Trotta, ed a rappresentare la Chiesa di Napoli era venuto un vicario episcopale, latore e lettore di un messaggio del Cardinale. Ieri, invece, erano presente tra noi il Sindaco Jervolino e l’assessore Cardillo, per testimoniare di persona il riconoscimento, sia pur tardivo, di una città che ha il brutto vizio di dimenticare i grandi uomini ai quali ha dato i natali e che, proprio come hai fatto tu, l’hanno fatta conoscere in tutto il mondo, …

Enrico Cardillo, in un articolo pubblicato dal “MATTINO” dopo la tua morte, così ti descriveva: “Tu, famoso nel mondo come apostolo dei poveri, non violento ma straordinariamente carismatico nell’organizzare e sostenere le lotte per la casa, il lavoro, l’autoriduzione di affitti insostenibili, la salute durante il colera, l’aumento del pane, l’istruzione pubblica gratuita, la pace nel mondo. Poi vennero anche film e libri che narravano la tua storia, quella di Don Vesuvio, il prete degli scugnizzi”. E poi ricordava le decine di personaggi che ti hanno incrociato in quegli anni eccezionali, tra cui Luigi e Donato Greco, Mariella La Falce, Felice e Mariella Pignataro, Tonino Drago, Giovanni Tammaro, Claudio Ciambelli, Paolo Giannino, Goffredo Fofi, Luciano Carrino, Massimo Menegozzo, Piero Cerato, Geppino Fiorenza, Vittorio Dini, Fabrizia Ramondino, Domenico De Masi, Enrico Pugliese, Percy Allum, Giuliana Martirani e tanti altri. Un mondo “alternativo” che oggi ci sembra quasi incredibile, composto di pediatri di base e animatori socioculturali, di fisici e giudici, di scrittori e sociologi, di credenti e non credenti, tutti uniti però dalla voglia di cambiare la loro realtà “dal basso” (allora di diceva così, anche se oggi questa espressione suona ormai un po’ strana…).

Beh, quello che è certo è che “in basso”, tra gli “ultimi” ci sei rimasto tu per mezzo secolo, in quella che Cardillo, sempre nel suo articolo, definiva la “Napoli degli esclusi, dei più poveri, di quelli cui vengono negati i diritti” e che tanto “doveva al tuo insegnamento forte e non violento”.  Eppure quella “città che ti deve tanto” non era realmente presente ai tuoi funerali né, ieri, al ricordo dell’anniversario della tua morte, che ha spento la tua esistenza terrena ad Oxford, dove vivevi ormai da circa dieci anni. Come si dice di solito in questi casi: nemo propheta in patria”…? Non lo so, ma d’altra parte non è un certo un caso se, invece, il prestigioso “TIMES” di Londra ti ha riservato un lungo articolo, nel quale racconta …Don Vesuvio, la Tigre di Napoli, il Santo di Napoli, il “Provocatore”, definendoti “visibile trionfo di dedizione cristiana e di una determinazione che non si lascia piegare dalle avversità” e ricordando il tuo “senso di convinzione senza compromessi”. Non è un caso nemmeno che l’altrettanto prestigiosa LSE (London School of Economics) – dove negli anni caldi 1968-70 conseguisti una laurea magistrale in “amministrazione sociale” – abbia pubblicamente celebrato il tuo percorso di operatore sociale d’avanguardia, laddove la nostra Università ed altre istituzioni accademiche non hanno ricordato neppure con una riga la scomparsa di un grande figlio di Napoli, il solo che sia riuscito a mettere d’accordo la teologia con la sociologia, la ricerca storica con una pionieristica peace research, il gusto genuino per la tradizione del popolo napoletano col netto rifiuto di ogni forma di folklore che, in nome del profitto, inchiodi Napoli alla sua squallida “filosofia della miseria”.

E poi, dov’era – un anno fa come anche ieri – quella “chiesa del dissenso” che ti haMario ed io visto protagonista per anni, come primo direttore della rivista “IL TETTO” e come instancabile animatore di quel “Coordinamento dei gruppi volontari”, che riuscì a riunire a Materdei le migliori espressioni del mondo cattolico più impegnato, dei gruppi nonviolenti e per l’obiezione di coscienza e di quelle “comunità di base” di cui resta solo un pallido ricordo? Ti sarà bastato il messaggio inviato al tuo funerale dall’attuale Arcivescovo  per cancellarti dalla memoria tanti anni di freddezza, di gelido distacco, di diffidenza malcelata, che ti hanno seguito nel tuo difficile percorso da “outsider” di tutte le istituzioni, fossero ecclesiastiche ma anche civili e politiche?  E che fine hanno fatto quelli che oggi si sciacquano la bocca con termini come welfare community o empowerment, ma non sanno (o hanno preferito scordarsi…) che per decenni sei stato tu il solo riferimento internazionale nel piccolo mondo antico dell’assistenzialismo nostrano, e che i tuoi saggi che parlavano di “coscientizzazione e sviluppo comunitario” li hai scritti quando qui da noi neppure si parlava di “politiche sociali” …?

Simona Petricciuolo, in un suo articolo su di te pubblicato su “IL MATTINO”, ha scritto: Borrelli ha dimostrato che era possibile svincolarsi da tutti i poteri, lui che da sacerdote, per seguire al meglio la propria vocazione, si è dovuto svincolare anche da quello della Curia, e fare qualcosa di concreto per aiutare che ne aveva bisogno”. Mi sembra che effettivamente abbia saputo cogliere quanto sia stata sempre difficile e contro-corrente ogni tua scelta, anche quando era quella di essere “semplicemente un cristiano”, come dichiarasti in una tua vecchia intervista alla BBC, respingendo “con impazienza” – per citare ancora “THE TIMES” – la tendenza a trasformarti già in vita in “santo virtuale”… Eppure non facile tentazione, visto che per anni sei stato considerato quasi un super-eroe, grazie al libro di Morris West – citato perfino dalla moglie del presidente degli USA, Eleanor Roosvelt – al film in bianco e nero su “Don Vesuvio”, alle centinaia di articoli ed interviste radiotelevisive, alla tua stessa fama di esperto internazionale di sviluppo e di pace, invitato a far da relatore per la comunità Europea, per la Nazioni Unite e in decine di forum mondiali sull’educazione alla pace.

Sai una cosa, Mario? In questa prima settimana di Quaresima mi è tornato spesso alla mente il termine “incarnazione”, parola-chiave della tua esistenza religiosa e laica al tempo stesso. L’amore senza timore per Dio; la vera solidarietà ( che può essere solo da uguali) verso la sofferenza dei fratelli; la speranza operosa nel cambiamento; la sete di giustizia e di pace; la difesa d’ufficio dei diritti dei più deboli e degli ultimi – che sono poi il centro vivo della “buona notizia” di Gesù – avevano per te l’esigenza di “incarnarsi”, di diventare realtà concreta (e sofferenza vera…) qui e ora. Nessuno più di te amava le parole e la loro magia, e questa era una delle cose che – insieme con la scelta dei poveri – mi hanno fatto sempre sentire vicino a te, al tuo gusto filologico, alla tua ricerca d’insospettabili collegamenti tra concetti e parole… Eppure hai scritto, presentando un libro di Francesco de Notaris: …Il dilemma è sapere che cosa significa la nostra parola, da dove parte e cosa vuole… Ci siamo fatti prigionieri della parola. La parola si è staccata dalla persona come strumento o paravento o difesa. Chi parla quando nessuno vuol sentire parla a se stesso. E se uno parla a se stesso, perchè parla? […] La Parola si è fatta carne e si è tuffata nel nulla e si è nascosta tra gli uomini nel silenzio e nel dolore e si è fatta luce, forza, sostegno, speranza concreta e resurrezione. I rami sono le radici del cielo, come le radici sono i rami della terra. Rifacciamoci con fatica e dolore le nuove radici anche se l’albero sta imputridendo, da liberi e giusti e solidali con tutti quelli cui la storia degli umani ha riservato lo stesso disumano destino sociale”.

Ecco, tu sei riuscito effettivamente a vivere libero, giusto e solidale con tutti quelli che il nostro disumano “progresso” ha lasciato e continua a lasciare indietro, soprattutto in quest’epoca di globalizzazione selvaggia e di religione iperliberista del materialismo, che  emargina sempre più chi non regge il passo e finisce con l’inciampare, mentre di “buoni samaritani” ce ne sono rimasti molto pochi, e alla carità cristiana si è preferito sostituire l’assistenza burocratica o lo pseudo-volontarismo del non-profit”…

Quando Donatella Trotta t’intervistò, per il “MATTINO”, seppe cogliere in te: “…un lampo nello sguardo dalla trasparenza dell’ acquamarina rimasto aguzzo: ad evocare un’antica, indomita focosità stemperata soltanto dall’età e dai…capelli bianchi”. Ed è effettivamente difficile non ricordare i tuoi incredibili occhi azzurri, che trapanavano l’interlocutore con lo sguardo indagatore e un po’ sfottitore che non hai mai perso, e che affiora perfino nella tua ultima intervista davanti ad una telecamera, che ora abbiamo trasformato in un film per ricordarti meglio alle nuove generazioni. “Del resto – commentava la giornalista – [Borrelli] non ha mai avuto peli sulla lingua l’ex “Don Vesuvio” che più di cinquant’anni fa scelse di intrecciare concretamente la propria vita di sacerdote oratoriano e fine studioso con gli scugnizzi orfani del dopoguerra napoletano, con i baraccati e le puttane senza diritti, vivendo e combattendo con loro on the road al di là di ogni convenzione, da scomodo e ribelle prete-scugnizzo e polemico avventuriero di Dio, vagabondo tra i vagabondi e maieuta caparbio e insofferente a qualunque forma di sopraffazione e iniquità dell’uomo sull’uomo”.

Effettivamente tu sei stato tutto questo:  “sacerdote e fine studioso” ma anche “scomodo e ribelle prete-scugnizzo”. Anche la definizione di “polemico avventuriero di Dio” ti sarebbe piaciuta, perché diametralmente opposta a quella colorita definizione di “filibustiere di Dio” con cui spesso gratificavi uno dei rappresentanti di quella “chiesa con la ‘c’ minuscola” da cui ha sempre preso le distanze. Anche “vagabondo tra i vagabondi” rende bene gli anni da te vissuti intensamente tra carbonai, operai, baraccati, girando con la tua “chiesa mobile” dove c’era lo spazio per le “guarattelle” così come per il Santissimo, e dove il latino, il napoletano e l’inglese si erano sposati incredibilmente in una comunicazione in cui la parola serviva davvero a testimoniare la verità.

Ciao, Mario! Ci manchi, mi manchi tanto… Non voglio affatto trasformarti in un “santino” – anche perché so che mi prenderesti a male parole –  ma spero tanto che questo mio ricordo riesca a raggiungerti e a farti sentire quanto abbiamo ancora bisogno del tuo esempio, della tua profondità di pensiero, della tua ironia, delle tue provocazioni, come quando hai dichiarato, nell’ultima intervista che vedremo presto come film, che il futuro non ha senso, se non ha radici nel nostro personale presente, concetto che bene esprimevi anche nella presentazione al libro di De Notaris:

“Se i semi del nostro futuro non sono nel nostro presente passeremo alla storia come muti testimoni di una città morta. Quale alternativa resta al ‘silenzio della ragione’ ? La protezione dei santi morti che tardano a fare miracoli o dei santi vivi che non sentono la responsabilità di operarli?. La speranza non può esaurirsi in un futuro di cose da possedere ma in un futuro di uomini disposti a cambiarsi. Se permane un’atmosfera di emergenza, di anormalità, di eccezionalità,di escatologia, di messianismo sociale, i piani futuri saranno concepiti in un contesto di dipendenza e di servitù.”

  Aiutaci, Mario, stacci vicino, soprattutto in questo periodo di continue e artificiose “emergenze”, per costruire insieme, dal basso, quel “futuro di uomini disposti a cambiarsi”, senza aspettare miracoli né nuovi messianismi. Forse così riusciremo davvero a proseguire il lavoro che hai portato avanti per tanto tempo, testardamente e controcorrente, e dimostreremo di aver capito la tua lezione. Ciao, Mario, e grazie!

        Ermes

“VIENI AVANTI, CHRETIEN !”

                                                di Ermete Ferraro

Ricordate la vecchia ma celebre battuta che introduceva gli sketch dei fratelli De Rege?  Quella frase, rivolta dalla "spalla" al protagonista comico ("Vieni avanti, cretino!")  mi è curiosamente tornata in mente stamattina, mentre riflettevo sull’evangelo di questa domenica, dedicato al brano di Matteo sulle "Beatitudini".

Il fatto è – ma pochi lo sanno –  che il termine spregiativo "cretino"  è nato dalla deformazione del francese "chrétien", come offesa ai Cristiani che avevano preso sul serio quelle affermazioni programmatiche di Gesù  e cercavano di testimoniare concretamente e tangibilmente la propria fede , applicando alla vita quotidiana la "pazzia" dell’evangelo. D’altra parte, parliamoci chiaro, senza una vera "metànoia", cioè un cambiamento radicale del nostro abituale modo di pensare e di agire, ci vuole effettivamente un bel coraggio a proclamare "beati" i poveri, gli afflitti, gli affamati e i perseguitati! Come diavolo ci verrebbe in testa, altrimenti, di esaltare l’umiltà, la mitezza, la misericordia, la purezza interiore, la sete di giustizia e di pace in un mondo in cui chi non è arrogante, prepotente, sospettoso e violento sembra destinato a soccombere miseramente? Insomma, bisogna essere proprio dei "chrétiens" per chiamare beate le vittime di un contesto ingiusto e oppressivo, invitandole perfino a "rallegrarsi ed esultare" !

Mi è poi venuto in mente che l’espressione italiana magari !(resa ancora più fedelmente dal napoletano " ‘mmacàro" ) non è altro che la ripresa letterale dell’esclamazione greca che l’evangelista Matteo volle ripetere ben nove volte per proclamare le "beatitudini" secondo Gesù di Nazareth, la nuova tavola dell’unica legge che conta, quella dell’amore.  Il passo evangelico di questa domenica, infatti, ci ripresenta il discorso-chiave della sua predicazione, ritmato nella lingua greca da quel martellante "makarioi"  che si pronuncia proprio: makàrii…. Probabilmente il termine ebraico-aramaico usato originariamente da Matteo era מאשר  (meushàr), il cui suono risulta abbastanza simile a quello dell’aggettivo greco (M-SH-R/ M-K-R) e che significa: "felice", "approvato". La traduzione italiana, figlia di quella latina ma un po’ meno fedele, è stata "beati", la cui etimologia si può forse far risalire alla radice di "bene"/"buono", nel senso di "colmi di beni.

E di quali beni, poi, sarebbe poi colmato il Chrétien? Esattamente di tutte quello che noi chiameremmo normalmente "guai", "sciagure", "sventure" e via elencando; parole indicanti qualcosa che nessuno mai si augurerebbe: povertà, afflizione, bisogno, persecuzione… Siamo onesti! Chi di noi si rivolgerebbe ad un’altra persona esclamando: "Magari tu fossi povero, afflitto, affamato e perseguitato!" senza attendersi in risposta qualche espressione assai poco evangelica? Eppure è proprio questa logica paradossale, questa "follia" evangelica, questa incredibile "stoltezza" che dovrebbe contraddistinguere i veri cristiani.     Lo  ribadiva chiaramente san Paolo nella seconda lettura di questa domenica, tratta dalla prima lettera ai Corinzi: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stoltezza per confondere i sapienti; Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignorabile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio." (I Cor 1,27ss)

La "buona notizia" di Gesù Cristo è resa efficacemente in questa apparentemente paradossale chiave di lettura, l’unica che ci può indurre ad aspettarci serenamente ciò che nessuno mai si augurerebbe e che, è bene chiarirlo, non diventa automaticamente buono solo perché può fungere da strumento della nostra santificazione. Il discorso di Cristo non è affatto l’esaltazione della sofferenza patita né può in alcun modo giustificare coloro che affliggono il loro prossimo e  lo lasciano  nella fame e nella sete, oppure che fanno le guerre e perseguitano chi gli è d’intralcio. Anche se la versione di Matteo sembrerebbe rinviarci ad una giustizia futura e ad un riequilibrio trascendente, la verità è che il regno di Dio lo dobbiamo realizzare ,già su questa terra, noi figli di quell’Adam che dalla terra (adamà) prese il suo nome.

Il programma alternativo di questo regno è tanto semplice quanto assurdo per la nostra mentalità: dobbiamo diventare: "poveri in spirito", cioè umili, ma anche "miti", "misericordiosi", "puri di cuore", "operatori di pace". Attenzione: nessuno dice che dobbiamo andarci a cercare masochisticamente afflizioni, sofferenze, disprezzo, diffamazioni ed insulti, ma il guaio è che sappiamo bene che chi decide di imboccare la "porta stretta" di Gesù, seguendolo su questa difficile strada, ha ottime probabilità di tirarsi addosso, una dopo l’altra, queste spiacevoli conseguenze… 

E allora facciamoci reciprocamente coraggio, perchè sappiamo bene, da duemila anni, che "il mondo" è pronto a ridicolizzarci e a trattarci da cretini se soltanto proviamo a mettere in pratica ciò in cui crediamo e se non rinunciamo a testimoniarlo con la nostra vita di tutti i giorni. E magari  ci riuscissimo davvero !…

ADAM V-ADAMAH : riflessioni ecoteologiche sull’amore cosmico

                                                                       di Ermete Ferraro

La rivista "Filosofia ambientale" (www.filosofia-ambientale.it ) ha pubblicato in questi giorni un mio saggio dell’anno scorso, nel quale cerco di analizzare – in chiave ecoteologica – l’impegno cristiano per la "salvaguardia del Creato", indissolubilmente legato a quello per la giustizia e per la pace.

Sono convinto, però, che questo impegno non dovrebbe essere solo un "dovere" morale, ma un’effettiva, concreta, adesione ad un progetto che ha posto l’Uomo/Adam sulla Terra (in ebraico: Adamah) come custode e non come il padrone della creazione. E siccome il servizio, in una visione evangelica, nasce dall’amore, ho provato a leggere la prima lettera paolina ai Corinzi – in particolare, il cosiddetto ‘inno all’amore’  – in una chiave "cosmica", ecologica.

Mi rendo conto che l’argomento può apparire piuttosto particolare e poco adatto ad un "blog", ma spero comunque di aver suscitato un minimo di curiosità in chi legge. In tal caso, vi basta cliccare qui per accedere al testo completo e, se proprio siete in vena di follie, potreste addirittura scrivermi qualche riga di commento….