DIFESA CIVILE. SI’, MA QUALE? (4)

2014-2026: due proposte legislative a confronto

La proposta di legge d’iniziativa popolare depositata quest’anno in Cassazione, per conto di Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci! [i], è solo in parte la riproposizione del precedente testo del 2014, promosso allora come adesso utilizzando lo slogan “Un’altra difesa è possibile”. Quella prima mobilitazione, culminata nel 2015 col deposito di oltre 53.000 firme, portò in seguito alla presentazione alla Camera della proposta di legge n. 3484/2015, ad iniziativa dei deputati Marcon (SEL), Zanin (PD), Basilio (M5S), Sberna (DS), Civati (PD), Artini (AL) [ii].

Sebbene il titolo delle due proposte legislative, a distanza di undici anni, sia rimasto pressoché lo stesso, fra i due testi ci sono infatti alcune differenze, che credo utile sottolineare. Già nella relazione illustrativa della proposta attuale, peraltro, si dichiara che della precedente iniziativa “(si) intende preservare l’impianto e le finalità originarie, aggiornandole al mutato contesto istituzionale, normativo e internazionale”.  Peccato però che tale “aggiornamento” non appaia per nulla secondario, come si evince anche dalla seguente affermazione, posta in conclusione della premessa.

«L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono risposte civili, partecipate e orientate alla protezione dei diritti fondamentali» [iii].

Si tratta d’una dichiarazione profondamente dissonante rispetto alla natura “alternativa” della difesa civile nei confronti di quella militare, sancita invece dalla PdL del 2015, dove all’art. 1 si leggeva:

«viene riconosciuta a livello istituzionale una forma di difesa alternativa a quella militare denominata difesa civile non armata e nonviolenta, quale strumento di difesa che non comporti l’uso delle armi e alternativo a quello militare»  [iv].

Da quanto ho già avuto modo di osservare negli articoli precedenti [v] si comprende che una difesa civile, non armata e nonviolenta che sia davvero “alternativa” mal si concilia con l’ipotesi di una sua istituzione dichiarata esplicitamente come affiancata a, e integrativa di, quella militare. Che non si tratti di illazioni o sospetti, del resto, è confermato dall’art. 1 dello stesso progetto attuale:

«…è riconosciuta, quale componente del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, la difesa civile, non armata e nonviolenta […] complementare alle forme di difesa militare e finalizzata alla tutela delle persone, delle comunità e delle istituzioni democratiche» [vi].

Ebbene, pur volendo prevedere una necessaria fase di progressivo ‘transarmo’ [vii], una difesa civile che non si dichiari radicalmente contraria al modello armato e militare, adattandosi di fatto ad una posizione di fiancheggiamento, integrazione e complementarietà nei suoi riguardi, non ha molto a che fare con la difesa civile popolare e nonviolenta che dovrebbe contraddistinguere le prospettive del movimento per la pace.

Tale obiezione di fondo, peraltro, è stata già espressa autorevolmente da Antonino Drago (primo proponente di un progetto di legge sulla DPN nel 1969) e Franco Dinelli (Direttore del centro Studi di Pax Christi) [viii] ed è stata condivisa da altri esponenti del mondo pacifista italiano, come sottolineato in un articolo dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, in cui sono sintetizzate le loro argomentazioni [ix]

Non si tratta di una disputa teorica né di sterile contrapposizione tra visioni rigidamente ideologiche e proposte realisticamente orientate. Fare chiarezza sulle caratteristiche di una vera difesa civile non è un puntiglio da ‘integralisti’ nonviolenti, ma semplicemente un atto di onestà mentale e di rispetto per le persone alle quali si chiede di sottoscrivere una proposta di legge articolata e specifica, non una generica petizione di principio per una difesa ‘altra’ rispetto a quella armata e militare.

La proposta di legge del 2015 differisce anche per altri aspetti dalla legge d’iniziativa popolare su cui si stanno raccogliendo firme per la presentazione in Parlamento. Tra i compiti assegnati all’istituendo Dipartimento della DCNANV, ad esempio, nel testo precedente, all’art. 4, erano previsti i seguenti:

         «a) difendere la Costituzione, affermando i diritti civili e sociali in essa enunciati, la Repubblica nonché l’indipendenza e la libertà delle istituzioni democratiche del Paese;

          b) predisporre piani per la difesa civile non armata e nonviolenta, coordinarne la loro attuazione, e curare ricerche e sperimentazioni, nonché forme di attuazione della difesa civile non armata, comprese la necessaria formazione e l’educazione della popolazione;

          c) svolgere attività di ricerca per la pace, per il disarmo, per la graduale differenziazione produttiva e per la conversione ai fini civili delle industrie nel settore della difesa e la giusta e duratura risoluzione dei conflitti, nonché predisporre studi finalizzati alla graduale sostituzione della difesa armata con quella civile nonviolenta, e provvedere alla formazione del personale appartenente alle sue strutture;

          d) favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale, l’educazione alla pace nel mondo, il dialogo inter-religioso, in particolare nelle aree a rischio di conflitto, e in quelle in stato di conflitto nonché nelle situazioni di post conflitto;

          e) organizzare e dirigere le strutture della difesa civile non armata e nonviolenta e pianificare e coordinare l’impiego dei mezzi e del personale ad essa assegnati;

          f) contrastare le situazioni di degrado sociale, culturale ed ambientale e difendere l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni cagionati dalle calamità naturali».

«a) promuovere la tutela dei diritti fondamentali e il rafforzamento delle istituzioni democratiche attraverso strumenti civili di prevenzione e gestione delle crisi;

b) predisporre e aggiornare i programmi nazionali di difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone l’attuazione e la formazione del personale e della popolazione;

c) svolgere attività di studio e ricerca in materia di pace, disarmo, riconversione a fini civili delle produzioni connesse al settore della difesa, nonché elaborare modelli e linee guida per l’integrazione tra difesa civile e altre politiche pubbliche;

d) favorire iniziative di prevenzione dei conflitti, riconciliazione, mediazione, promozione dei diritti umani, educazione alla pace e cooperazione internazionale, con particolare riferimento alle aree di crisi;

e) organizzare e coordinare le strutture della difesa civile, non armata e nonviolenta e l’impiego del personale ad esse assegnato;

f) concorrere, in coordinamento con le amministrazioni competenti, alla protezione della popolazione e del territorio dalle calamità naturali e dagli eventi connessi a situazioni di rischio».

Altre differenze tra la PdL del 2015 e la LIP del 2024

Nell’art. 6 del testo 2024, invece, leggiamo:

Ad uno sguardo un po’ più attento, quindi, non sfuggono le differenze tra i due testi circa i compiti che prevedono di attribuire all’apposito Dipartimento, da istituire presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

  • Sparisce al punto a) la difesa della Costituzione della Repubblica e della sua indipendenza, sostituite da un’anodina promozione della tutela dei diritti fondamentali e rafforzamento delle istituzioni democratiche.
  • Al punto b) la predisposizione ed il coordinamento dei “piani per la difesa civile non armata e nonviolenta” del testo precedente diventano, nel testo attuale, un semplice “aggiornamento” e si prefiggono l’attuazione di “programmi”, evidentemente considerati pre-esistenti.
  • Anche al punto c), dalla precedente più impegnativa enunciazione “svolgere attività di ricerca per la pace, per il disarmo, per la graduale differenziazione produttiva e per la conversione ai fini civili delle industrie nel settore della difesa e la giusta e duratura risoluzione dei conflitti, nonché predisporre studi finalizzati alla graduale sostituzione della difesa armata con quella civile nonviolenta, e provvedere alla formazione del personale appartenente alle sue strutture”, si è passati nel testo 2026 a “svolgere attività di studio e ricerca in materia di pace, disarmo, riconversione a fini civili delle produzioni connesse al settore della difesa, nonché elaborare modelli e linee guida per l’integrazione tra difesa civile e altre politiche pubbliche”, insistendo sul termine “integrazione” e facendo invece scomparire l’aspetto centrale della formazione.
  • Al punto e), inoltre, dei quattro verbi caratterizzanti il primo testo (organizzare, dirigere, pianificare e coordinare) nel secondo rimangono solo due (organizzare e coordinare), lasciando ad altri il compito di pianificare e dirigere struttura e funzionamento della DCNANV.
  • Nel punto f), nel quale in entrambi i testi si sottolinea il rapporto tra difesa civile e protezione civile, a fronte del più esplicito “contrast(o) alle situazioni di degrado sociale, culturale ed ambientale e dife(sa) (del)l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni cagionati dalle calamità naturali”, infine, si è preferito parlare più banalmente di “protezione della popolazione e del territorio dalle calamità naturali e dagli eventi connessi a situazioni di rischio”.

Ricapitolando in modo più sintetico, dunque, la “difesa civile, non armata e nonviolenta” secondo la versione del 2014:

  • difende la Costituzione e l’indipendenza della Repubblica;
  • predispone e coordina i piani della DCNANV;
  • oltre a svolgere ricerca sulla pace, disarmo e riconversione civile, avvia studi e attività di formazioneper una sua graduale sostituzione di quella militare;
  • dirige e pianifica l’attuazione della DCNANV;
  • contrasta alle radici il degrado sociale, culturale e ambientale.

Nella versione 2026, invece, la stessa DCVANV:

  • tutela i diritti fondamentali e le istituzioni democratiche;
  • aggiorna programmi di difesa civile dati per già esistenti;
  • svolge attività di studio e ricerca su pace, disarmo e riconversione civile, ma non si occupa della formazione relativa;
  • organizza e coordina le strutture della DCNANNV, di cui però non assume il ruolo di pianificazione e direzione;
  • si occupa di protezione dai rischi della popolazione e del territorio.

Alla radice delle due proposte legislative sulla difesa civile

Queste due enunciazioni, a loro volta, restano comunque debitrici dell’intenso lavoro di studio svolto in Italia sull’istituzione di una prima forma di difesa popolare nonviolenta. Dobbiamo infatti risalire a oltre un trentennio fa per reperire una proposta di legge su tale argomento, presentata alla Camera nel 1993 a firma di quattro deputati del gruppo Verdi-La Rete: Crippa, Bertezzolo, Ronchi e Fava [x], di cui sintetizzo i punti principali.

  1. Servizio militare e protezione civile (art. 1 e 3): gli idonei al servizio di leva non obiettori di coscienza possono, se in esubero, svolgere un “servizio di protezione civile” o, nel caso in cui svolgano i 6 mesi di servizio militare, restano comunque a disposizione per addestrarsi alle esigenze di “difesa territoriale” per altri 6 mesi. In ogni caso, è possibile per tutti l’opzione per un servizio nella protezione civile, per la durata di 12 mesi.
  2. Carattere difensivo dello strumento militare e sperimentazione della difesa civile nonviolenta (art. 4): “1. Il modello di difesa, l’addestramento ed i sistemi d’arma delle Forze Armate italiane hanno un carattere esclusivamente difensivo rispondente all’ispirazione della Costituzione della Repubblica ed alla volontà di pace del popolo italiano. 2. Tutti i giovani che stiano svolgendo servizio di leva, sia nelle Forze Armate che nella Protezione Civile, vengono addestrati alla difesa civile nonviolenta.
  3. Cooperazione internazionale alla pace e alla sicurezza (art. 5): “1. In applicazione della Costituzione della Repubblica, l’Italia rifiuta la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali e recepisce principi e contenuti della Carta delle Nazioni Unite […] 2. L’Italia partecipa con propri reparti ad azioni di cooperazione e interposizione di forze disarmate e ad azioni di pubblica sicurezza decretate dall’ONU”.
  4. Riduzione programmata della spesa militare (art. 10): “1. L’applicazione delle presenti norme deve comportare una riduzione programmata della spesa militare in relazione alla necessità di riduzione del debito pubblico. 2. La programmazione di tale riduzione deve portare, entro i prossimi cinque anni, ad un taglio delle spese per la funzione difesa di almeno il 30%, in termini reali, delle spese previste nel Bilancio di previsione per il 1993”.
People holding signs promoting peace and nonviolence confront civil defense and police officers standing in line by an emergency vehicle

Ebbene, i 33 anni di distanza dalla situazione attuale sono fin troppo evidenti e, indubbiamente, anche il quadro politico interno ed internazionale, nel frattempo, è profondamente cambiato. Ciò non impedisce di evidenziare che alcune impostazioni alternative in materia di difesa erano allora già presenti e, soprattutto, che la proposta di legge del 1993, se approvata, avrebbe potuto coinvolgere l’intera popolazione in età di leva in un servizio civile alternativo o in un servizio di protezione civile, con l’aggiunta di un servizio volontario (ma retribuito) “neiservizi volontari disarmati ed armati”, in questo caso aperto anche alle donne (art.9).

Tali precisazioni e confronti servono a motivare la scelta da parte di alcuni esponenti del Movimento di manifestare legittimi dubbi sulla coerenza dell’attuale L.I.P. sulla difesa civile non armata e nonviolenta e quanto maturato, anche nel nostro Paese, in 30 anni di ricerca ed azione per la pace. Eppure basta, più banalmente, interrogare l’I.A. per avere risposte chiare sulla differenza che passa tra una difesa civile collaterale a quella militare ed un modello alternativo di difesa nonviolenta.

«La difesa civile (o protezione civile) comprende servizi organizzati dalle autorità pubbliche e di natura non bellica — quali operazioni di soccorso, lotta agli incendi e gestione dei rifugi — volti a proteggere la popolazione da attacchi militari o catastrofi. Per contro, la difesa non violenta (nota anche come difesa basata sulla popolazione civile) è un approccio strategico che coinvolge l’intera società e si avvale di forme organizzate di non collaborazione, disobbedienza civile e scioperi per rendere il Paese ingovernabile agli occhi di un occupante o di un dittatore. Differenze fondamentali – La strategia: la difesa civile gestisce le conseguenze di un attacco fornendo protezione fisica e assistenza sanitaria; la difesa non violenta mira a dissuadere o sconfiggere l’aggressore negandogli la collaborazione, le risorse amministrative e la produzione economica necessarie per mantenere il potere. I metodi: la difesa civile ricorre a rifugi, sirene d’allarme e squadre di pronto intervento; la difesa non violenta utilizza tattiche quali boicottaggi, dimissioni di massa, proteste pubbliche e rallentamenti economici deliberati. Gli attori: la difesa civile si affida principalmente ad agenzie statali specializzate e a personale di soccorso designato; la difesa non violenta, secondo i modelli teorizzati da studiosi come Gene Sharp, mobilita la popolazione civile come strumento principale di resilienza nazionale»[xi].

Concludo questo mio ‘poker’ di articoli con un appello a tutte/i coloro i/le quali fanno parte di organizzazioni che, oltre a condividere l’obiettivo della pace e del disarmo, abbiano una specifica e qualificante matrice nonviolenta, religiosa o laica che sia.  Non lasciamoci prendere dalla smania di omologarci alle tendenze correnti, con pretesto della realpolitik o comunque di una volontà di coinvolgere quanti più attori è possibile in questo impervio percorso legislativo.

Una difesa civile integrale e del tutto alternativa è indubbiamente molto difficile da conquistare e, soprattutto, ancora lontana dal comune sentire di una popolazione cui in questi 30 anni siamo riusciti a fornire ben pochi elementi di conoscenza e consapevolezza e che, soprattutto negli ultimi anni, è stata bombardata in aggiunta da una pressante e subdola propaganda militarista e bellicista.

Ciò non significa che bisogna necessariamente semplificare e banalizzare le nostre proposte, riducendole a slogan intorno ai quali raccogliere firme o consensi politici. Far crescere– a partire dai più giovani – la coscienza dell’obiezione al militarismo e alla guerra, resta dunque il primo compito che dovremmo prefiggerci. Il secondo è quello di smascherare le falsificazioni di chi vorrebbe contrabbandare come autentica difesa civile la componente semplicemente non armata ed affidata a civili di un modello di ‘difesa totale’ che, viceversa. non contraddice le logiche imperialiste dei potenti della terra, ma ne asseconda e mimetizza i fini nel rassicurante nome della sicurezza, della dissuasione e della protezione. 

Anche da mistificazioni istituzionali e da scorciatoie raffazzonate, a quanto pare, ci tocca difenderci, se per noi pace fa davvero rima con disarmo e antimilitarismo.


NOTE

[i] CNESC, RIPD, Sbilanciamoci! – Proposta di Legge d’Iniziativa Popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”.  https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf

[ii] Camera dei Deputati, Marcon et Al, PdL n. 3484/2015: “Istituzione del dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta presso la presidenza del consiglio dei ministri”. https://documenti.camera.it/apps/CommonServices/getDocumento.ashx?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl_html&codice=17PDL0038280&idLegislatura=17

[iii] Cfr. ‘Relazione illustrativa’ del testo citato in (1)

[iv] Cfr. PdL 3484/2015 cit., art. 1

[v] Cfr. https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/  – https://ermetespeacebook.blog/2026/07/21/difesa-civile-si-ma-quale-2/  e  https://ermetespeacebook.blog/2026/07/25/difesa-civile-si-ma-quale-3/

[vi] Cfr. testo L.I.P. del 2026, cit. in (1), art. 1

[vii] Cfr. J. Galtung, “Transarmament: from Offensive to Defensive Defense”, Journal Of Peace Research, Volume 21, Issue 2, PRIO, 1984. https://doi.org/10.1177/002234338402100204

[viii] Cfr. articolo “Nonviolenza La legge sulla Difesa popolare non protegge l’obiezione”, Il Fatto Quotidiano (16.05.2026). https://www.pressreader.com/italy/il-fatto-quotidiano/20260516/281848650238458?srsltid=AfmBOoqgtigPMR5hHdQzEn6xsW2fI385n2OvpFARO_5FR26eY_OrNLc6

[ix] Cfr. articolo “Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva”. https://osservatorionomilscuola.com/2026/07/15/pdl-lip-altra-difesa-possibile-critica-obiezione-coscienza-totale/

[x] Camera dei Deputati, X legislatura, PdL a firma di Crippa, Bertezzolo, Ronchi e Fava (1993)

[xi] Risultato di una mia ricerca su internet, ponendo il quesito all’I.A.


© 2026 Ermete Ferraro

DIFESA CIVILE. SI’, MA QUALE? (1)

Che ci faccio qui?

Il 16 marzo scorso, in occasione del deposito alla Corte di Cassazione del testo della proposta di legge d’iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta[i], è stata scattata questa fotografia dei rappresentanti delle associazioni e organizzazioni aderenti alle sue tre Reti promotrici.  

C’ero anch’io, presidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), ma curiosamente ero l’unico del gruppo che non guardava avanti, verso l’obiettivo del fotografo, bensì lateralmente, suscitando l’impressione di una sorta di spaesamento, come se mi stessi chiedendo – per mutuare il titolo dell’ottima trasmissione di Domenico Iannacone – “Che ci faccio qui?”. In effetti qualcosa aveva attirato altrove la mia attenzione al momento dello scatto ma, a volerci scorgere un significato più profondo, quel particolare può essere visto come la metafora iconica della mia posizione ‘fuori dal coro’.

Quando nel 2014 fu presentata la prima proposta di legge d’iniziativa popolare su “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta[ii], largamente ripresa nel testo attuale, già allora espressi il mio disagio per quella che mi sembrava una versione minimalista ed ambigua di una vera difesa alternativa alla militare (civile, sociale, popolare e nonviolenta), che aveva ispirato per decenni il movimento pacifista italiano ed al cui sviluppo effettivo del progetto contribuì soprattutto Antonino Drago.

In un articolo per il mio blog, datato novembre 2014 [iii], infatti, manifestai dubbi e perplessità nel merito di quel testo e sul metodo con cui era stato frettolosamente imbastito, ricorrendo ironicamente ad espressioni del teatro di Eduardo de Filippo per sottolinearne gli aspetti problematici.

Oggi, dopo 12 anni, rileggere quell’articolo mi fa ancora più male. Di fronte all’incalzare della militarizzazione della cultura della formazione e della società ed al rifiorire di assurde pulsioni guerrafondaie, l’evidente crisi del movimento per la pace – al quale purtroppo non è bastato coagularsi intorno ad una rete unitaria per diventare più autorevole ed efficiente – mi sembra il risultato tangibile d’una lunga e pericolosa stasi di riflessioni ed azioni. Una stasi che ha portato fatalmente a banalizzare le originarie proposte antimilitariste, adattandole conseguentemente ad un lessico da realpolitik, senza che per questo farle diventare davvero più realistiche ed efficaci.

‘Altra’ e ‘alternativa’ non sono sinonimi

Il testo presentato lo scorso marzo in Cassazione, sul quale vanno raccolte 50.000 firme di cittadini a sostegno di quella legge d’iniziativa popolare, conserva purtroppo gli stessi limiti della precedente proposta, con la differenza che, nel frattempo, il quadro nazionale ed internazionale è molto cambiato, mettendo sempre più allo scoperto il nervo di una difesa esclusivamente militare, sempre più professionale e tecnologica. Un modello difensivo forse meno retoricamente paludato, ma rispondente alle ferree regole di un efficientismo aziendale [iv], per di più in un drammatico contesto geopolitico in cui sembra tramontata l’autorevolezza degli organismi di mediazione sovranazionali, mentre cresce a vista d’occhio l’arroganza militarista e l’aggressività bellicista, con sfoggio di un lessico violento a tutti i livelli.

Va avanti, in effetti, una strategia comunicativa che alterna tentativi di ‘civilizzazione’ della difesa militare con pulsioni alle militarizzazione delle istituzioni civili, alimentando la confusione e aprendo a vari scenari possibili, nazionali ed internazionali

L’istituzione d’una Rete unitaria per la pace e il disarmo avrebbe dovuto non solo coagulare le azioni sparse di tante organizzazioni in un progetto unitario di opposizione a questa incalzante deriva guerrafondaia, ma anche consentire una riflessione comune seria e articolata su un indispensabile ‘programma costruttivo’, da elaborare condividere e diffondere, tenendo conto, fra l’altro, di una realtà socioculturale sempre più ostica e poco sensibile alle visioni globali.

Diluire le proprie proposte, però, non era e non è la soluzione. Non lo è neppure svendere decenni di studi e riflessioni sull’efficacia – oltre che sulla validità etica – di un’autentica difesa civile non armata e nonviolenta, in cambio dell’ipotetico riconoscimento legislativo di un dipartimento governativo che si occupi di una forma ‘complementare’ di difesa, in quanto non armata e non strettamente militare.

Eppure la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), insieme con la Consulta Nazionale per il Servizio Civile (CNESC) e la Campagna Sbilanciamoci! hanno deciso comunque di ripresentare questa proposta, senza un vero confronto sulla sua validità e coerenza, ad un anno dalla scadenza della legislatura e senza preventivo coinvolgimento delle forze politiche che dovrebbero sostenerla, una volta avallata da 50.000 firme ed incardinata nell’agenda parlamentare.

Ecco perché, con una costruttiva lettera – a mia firma ma condivisa dall’intero Consiglio Nazionale del MIR – abbiamo cercato chiarire la nostra imbarazzante posizione all’interno della RIPD, chiedendo di aprire una discussione franca, anche se tardiva, su quel testo, a partire dalle ‘obiezioni’ avanzate pubblicamente [v]da Antonino Drago, autorevole esperto italiano di Difesa Popolare Nonviolenta.

 «Già nell’art. 1 della LIP si afferma: “la difesa civile, non armata e nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, protezione e gestione non armata dei conflitti, [è] complementare alle forme di difesa militare”. Nella relazione introduttiva alla PdL si parla poi di “… forme di difesa civile basate su principi non armati e nonviolenti, integrando tali strumenti nelle proprie politiche di sicurezza nazionale […] L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono risposte civili…”. Ebbene, il fatto di aver definito la difesa civile e nonviolenta –l’aggiunta del termine “non armata” – mediante aggettivi quali “complementare”, “integrato”, “affiancata” nei confronti della tradizionale difesa basata sulle forze armate è il primo punto critico, da cui sorge legittimamente il dubbio che ad una visione alternativa se ne sia de facto sostituita una più ambigua e compromissoria» [vi].

Immagine pubblica e sostanza effettiva…

A quell’appello, però, non a fatto seguito un’adeguata risposta ed anche qualche altra timida voce di dissenso è stata subito messa a tacere, in nome di un’adesione acritica e passiva a decisioni assunte verticisticamente, ma che rischiano di compromettere la credibilità stessa del movimento per la pace ed in particolare della sua componente tradizionalmente nonviolenta.

Nella conferenza stampa di presentazione pubblica e lancio pubblicitario della L.I.P. – tenuta in Senato il 6 luglio 2026 [vii] – i relatori intervenuti hanno piuttosto  insistito sugli elementi che accomunano in modo un po’ generico le persone che odiano la ferocia della guerra ed aspirano a modalità difensive e di resistenza non armate. La prof.ssa De Cesare ha ribadito il no al riarmo, alla retorica militarista e alla logica bellica. L’attore Ascanio Celestini ha giustamente ricordato come anche in Italia la resistenza abbia spesso assunto le caratteristiche di una difesa civile, disarmata e popolare.

Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, ha inquadrato la proposta come uno strumento per aprire un nuovo scenario, attuando l’art. 52 della Costituzione e contribuendo a costruire strutture di pace. Ha insistito, inoltre, sull’esigenza di “mettere sotto un unico cappello quello che c’è già”, sebbene – a dire il vero – i tre obiettivi individuati (prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti) allo stato attuale siano lontani dall’essere stati già affrontati organicamente ed efficacemente.

Guido Marcon (Sbilanciamoci!) ha parlato di dialogo, riconciliazione, disobbedienza civile e resistenza, lamentando l’assenza dell’ONU ma ipotizzando a livello italiano una difesa alternativa che integri servizio civile e ‘corpi civili di pace’. Rossano Salvatore (CNESC), infine, ha insistito sul valore del servizio civile ed ha fatto appello a ripartire da ciò che si è già fatto, ma nella cornice di un Dipartimento specifico che coordini la difesa civile con le preesistenti struttura della protezione civile nazionale e del corpo (militarizzato)dei Vigili del Fuoco.

Insomma, in quella conferenza stampa si è parlato molto dello scenario e della possibile trama dell’azione scenica da svolgervi, ma poco del copione che è stato scelto per questo portare avanti compito. Si è mantenuto non a caso un ‘low profile’, lasciando intendere che la legge proposta sarebbe in fondo una necessaria razionalizzazione di ciò che c’è già, guardandosi bene viceversa dall’insistere sulla carica alternativa, antimilitarista e nonviolenta insita in una difesa civile, sociale e popolare degna di questo nome.

Peccato davvero, perché il comprensibile realismo di un ‘programma costruttivo’ non mi sembra che giustifichi una versione annacquata ed ambigua di quella vera alternativa difensiva che, invece, sarebbe l’unica seria motivazione per uscire dalle secche della rassegnazione e dell’adattamento ad una deriva militarista, riarmista e bellicista.

La stessa campagna di rilancio dell’obiezione di coscienza, a mio avviso, potrebbe essere compromessa da questo totale investimento sulla normalizzazione legislativa di una difesa solo ‘altra’, per di più col rischio che un eventuale fallimento della sua sottoscrizione si riverberi negativamente su tutto il movimento italiano per la pace oppure che, una volta giunta sui banchi del Parlamento, quella zoppicante proposta venga ulteriormente azzoppata e cinicamente fagocitata dalla logica perversa del complesso militare-industriale.

Non era questa “l’aggiunta nonviolenta” di cui parlava Aldo Capitini, che avrebbe nutrito seri dubbi sulla strumentale banalizzazione di quella nonviolenza alla cui teoria e pratica aveva dedicato i suoi fondamentali contributi ed alla quale dovrebbero comunque ispirarsi, anche al loro interno, coloro che si fregiano di quel titolo.


[i] https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf

[ii] https://www.difesacivilenonviolenta.org/la-proposta-di-legge/

[iii] https://ermetespeacebook.blog/2014/11/23/nonviolenza-o-nonvolenza/

[iv] Cfr. alcuni miei precedenti articoli, fra cui: https://ermetespeacebook.blog/2021/04/03/piano-di-ripresa-militar-industriale/    https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/

[v] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/05/16/nonviolenzala-legge-sulla-difesa-popolare-non-protegge-lobiezione/8388182/

[vi]   Dalla lettera inviata il 12 maggio 2026 dal MIR Italia alla Segreteria della Campagna “Un’altra difesa è possibile

[vii]  https://retepacedisarmo.org/2026/un-altra-difesa-e-possibile-accelera-la-raccolta-verso-lobiettivo-delle-50-000-firme-necessarie-per-il-deposito-del-testo-di-legge/

© Ermete Ferraro, 2026

Le radici d’uno sprezzante antipacifismo

La sindrome dell’inerme”, cui il prof. Ermesto Galli della Loggia in un suo articolo si sente autorizzato a far risalire “le radici del pacifismo italiano” ( Corriere della Sera del 3 maggio 2026 ), a suo avviso consisterebbe ne “l’effetto terribile e duraturo che la sconfitta del 1940-’45 ha prodotto nella coscienza nazionale italiana. Non tanto il brutale abbassamento di rango del Paese sancito dalla resa incondizionata, bensì una segreta perdita di fiducia in noi stessi, di autostima […] Non ci sentiamo pronti alla minima audacia, più disposti a osare. E così accade che l’impotenza, le parole, i dibattiti, le chiacchiere ci stiano soffocando […] La «sindrome dell’inerme» implica un solo comandamento: durare e non fare, galleggiare, sopravvivere. E infatti ormai da oltre vent’anni l’Italia non fa altro che sopravvivere. Ma in un immobilismo che sempre di più assomiglia all’asfissia di una lenta morte”.

Questa semplicistica e sprezzante lettura psico-sociale del pacifismo italiano – di cui evidentemente egli conosce molto poco – gli consente di degradare a soggetto vile ed opportunista non solo il movimento che intende colpire, ma un po’ tutti gli italiani.  “Inerme”, però, significa letteralmente “senza armi”, non certo debole, vigliacco, immobile e tendente alla mera sopravvivenza. Il fatto che la Costituzione della Repubblica Italiana preveda all’art. 11 il “ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo per risolvere le controversie internazionali”, inoltre, non contrasta affatto, come Galli della Loggia lascia intendere – col successivo art. 52, in cui si definisce la difesa della Patria “sacro dovere del cittadino”. Ben due sentenze della Corte Costituzionale, infatti, hanno da tempo sancito che tale “difesa” non s’identifica con quella armata, ma abbraccia modalità alternative ad essa, come la difesa civile, non armata e nonviolenta, recentemente riproposta con una Legge d’iniziativa popolare proprio dall’ inerme movimento pacifista.

Ma mentre rifiutare il bellicismo ha certamente un senso, ed un senso positivo – pontifica il docente – invece, essere «contro la guerra» un senso non ce l’ha. Non vuol dire concretamente nulla. Per la semplice ragione che non ha alcun senso logico essere contro qualcosa che non dipende da te”.   Anche il questo caso qualcuno dovrebbe spiegare a Galli della Loggia che “essere contro la guerra” è in primo luogo quel principio costituzionale che egli stesso ha definito “più che comprensibile” e che, inoltre, le guerre esistono perché qualcuno le fa, e quindi dipendono dalle persone. Opporsi alla guerra, obiettando in prima persona alla inevitabilità di esserne strumento, viceversa, è dunque l’atto più concreto e coraggioso che un soggetto possa compiere.

Ebbene sì, esimio professore: la nostra Carta costituzionale – checché ne pensi lei – “proibisce la guerra”, e addirittura giunge a scacciarla a pedate (che è poi il senso etimologico di quel ‘ripudia’). Ma forse lei confonde l’aggettivo ‘inerme’ (che non ricorre alle armi) con ‘inerte’ (che il dizionario Sabini Coletti definisce con “inattivo, inoperoso, abulico, indolente”), ignorando (o fingendo di’ignorare…) che la nonviolenza attiva è l’esatto contrario della vigliaccheria e soprattutto che studi scientifici statunitensi hanno dimostrato che il 60% dei conflitti sono stati risolti senza ricorso alle armi, bensì alle forme di resistenza nonviolenta (non collaborazione, boicottaggio, obiezione ed altre forme di disobbedienza civile). Altro che “immobilismo”. “sfiducia” e “impotenza”!  

Evidentemente altri preferiscono essere condizionati piuttosto dalla ‘sindrome del subalterno’, cioè di chi entra in guerra solo perché lo ha ordinato il capo, che decide per tutti, stabilendo chi sono i buoni e chisono i cattivi da combattere. Ma l’obbedienza, come diceva don Milani, ormai da tempo “non è più una virtù”. Galli della Loggia se ne faccia una ragione, evitando comunque di tacciare di viltà ed inerzia chi coerentemente s’impegna a far prevalere le ragioni costruttive del dialogo (e se questo fallisce, della resistenza nonviolenta) a quelle distruttive del conflitto armato e della legge del più forte.

(C) 2026 Ermete Ferraro

‘Miti’ e ‘pacifici’: due aggettivi da approfondire

Il brano evangelico previsto dalla liturgia della IV domenica del tempo ordinario – anno A [i] ci ha riproposto – nella versione più lunga e completa: Matteo, 5:1-12 – il testo delle c.d. ‘beatitudin’”, vera e propria magna charta del cristiano.

A prescindere dalla fondamentale, ma sconcertante, espressione ‘beati’ (in greco: μακάριοι), che vi ritorna nove volte ed alla quale già diversi anni fa avevo dedicato un paio di articoli sul mio blog [ii], vorrei ora soffermarmi su altri due concetti che, da ‘persuaso della nonviolenza’, ritengo opportuno approfondire sul piano lessicale.

Nella terza e nella settima delle nove ‘beatitudini’, con riferimento nel primo caso ai ‘miti’ (Mt 5:5 o 5:4) e nel secondo agli ‘operatori di pace’ (Mt 5:9) siamo infatti di fronte a due termini che interpellano direttamente chi ha scelto di percorrere la via della pace, sia come atteggiamento etico sia come comportamento concreto.

Ebbene, affidarsi alle traduzioni in italiano di testi biblici a loro volta tradotti dall’ebraico e/o dal greco – peraltro con la mediazione del latino – non sempre risulta sufficiente, per cui mi sembra opportuno scandagliare etimologicamente questi due vocaboli, rintracciandone l’incerto percorso logico da una lingua all’altra.

MITI O MANSUETI?

In italiano, il primo degli attributi del seguace di Gesù Cristo che più si attagliano ad una prospettiva nonviolenta è “mite”, che ricorre però solo in due delle undici versioni del testo evangelico citato [iii] , mentre la traduzione proposta del brano evangelico negli altri nove casi è “mansueto”. Un approfondimento etimologico di questi due aggettivi qualificativi esplicita però una differenza semantica non trascurabile.

“Mite” ci riporta ad un mondo agricolo, in quanto la sua radice greco-latina (mesos / medius) evoca una condizione naturale mediana, ad es. nel caso d’un frutto che risulti tenero e dolce, in quanto né acerbo né troppo maturo, oppure in riferimento al clima, se descritto come né troppo freddo né troppo caldo. [iv]

Nel caso di “mansueto”, invece, il significato sembra più attinente ad un contesto pastorale, dove un animale era così definito in quanto addomesticato (in latino, dal sostantivo manus e dal participio passato suetus, cioè “assuefatto alla mano”) [v].

«Quel suescere latino che vi leggiamo dentro è lo stesso che troviamo nel consueto, nel desueto, nell’assuefatto, e racconta un abituare, un rendere avvezzo. Ora, l’elemento che dà concretezza a questo abituare è il riferimento alla mano. Mansuescere è propriamente un ‘abituare alla mano’, una mano che domina, che guida, che tira, che chiama, rappresentante di una volontà che controlla. Che possiede. Non stupisce quindi che il mansueto sia l’addomesticato: l’animale si fa accarezzare, ubbidisce» [vi].

Il fatto che quasi l’80% delle traduzioni in italiano del passo evangelico in questione preferiscano il secondo attributo al primo sembra indicare l’accentuazione di un atteggiamento nato dall’abitudine alla sottomissione, all’ubbidienza ed all’osservanza dei precetti, più che da una scelta autonoma. Ovviamente non c’è nulla di strano in questa interpretazione, visto che il contesto religioso tradizionale spiega tale scelta lessicale. Il vero problema, semmai, è in quale misura l’uno e l’altro aggettivo rappresentino una traduzione fedele di quello originario in lingua greca, vale a dire πραῢς (pràus).

L’appendice lessicale della sempre preziosa Blue Letter Bible [vii] lo traduce in inglese con meek (che vuol dire: mite, dolce, docile, gentile, mansueto), e comunque la traduzione latina del testo evangelico (la c.d. Vulgata di S. Girolamo, IV-V sec. d.C.) ricorre proprio all’attributo mitis, -e (“beati mites”).

Non dimentichiamo, d’altra parte, che il testo greco del Vangelo di Matteo riferiva un discorso che il Maestro aveva sicuramente espresso nella sua lingua originaria, per cui sembra opportuno risalire ulteriormente all’attributo ebraico che ricorre più frequentemente nei testi dell’Antico Testamento in tali contesti e che è stato presumibilmente da Lui usato.

Ebbene l’aggettivo sostantivato עָנָו (ʿānāv) – che suppongo abbia ispirato la traduzione greca e quella latina, ricorrendo ben 16 volte nel testo mesoretico della Bibbia – ha vari significati: povero, bisognoso, debole, afflitto, umile e mite [viii]. Si tratta in effetti di qualità fondamentali per i credenti già nella visione vetero-testamentaria, ma sembra anche sintetizzare altri aggettivi che ricorrono nelle ‘beatitudini’ (poveri in spirito, afflitti, puri di cuore, perseguitati…). 

Gesù stesso – secondo Mt. 11:29 – si era descritto come “πρᾷός …καὶ ταπεινὸς τῇ καρδίᾳ” (“pràos kài tapeinòs tē cardìa”), ossiamite e umile di cuore/povero in spirito”), evocando l’atteggiamento di totale abbandono a Dio e alla sua legge, ma anche un atteggiamento di ‘disarmo interiore’, che consente di accogliere l’altro, superando l’orgoglio e la violenza. Questo specifico brano delle ‘Beatitudini’ da Lui proclamato, peraltro, cita quasi alla lettera il Salmo 37:11, il cui testo ebraico affermava appunto: “  עֲנָוִים יִירְשׁוּ־אָרֶץ” (“anawìm yirshù erets”, ossia: “i miti erediteranno la terra”), usando appunto il richiamato aggettivo anàv.

PACIFICATORI O PACIFICI?

Per quanto riguarda il secondo aggettivo, il testo greco della settima ‘beatitudine’ (Mt 5:9) recita: “μακάριοι οἱ εἰρηνοποιοί ὅτι αὐτοὶ υἱοὶ θεοῦ κληθήσονται” (“makàrioi òi eirēnopoiòi òti uiòi theoù klēthēsontai”), affrontando in modo ancor più diretto e specifico l’atteggiamento/comportamento di chi voglia essere fedele alla “buona notizia” di pace e fratellanza predicata da Cristo e dai suoi apostoli.  Ma, anche in questo caso, è interessante verificare come è stato traslato in seguito il suddetto aggettivo sostantivato εἰρηνοποιοί.

La citata versione intermedia in latino (“beati pacifici quoniam filii Dei vocabuntur”) è stata poi diversamente tradotta in italiano dai testi riconosciuti dalla Chiesa cattolica [ix], con una netta prevalenza della perifrasi “coloro che si adoperano per la pace” (che ricorre 6 volte su 11) seguita dal vocabolo “i pacifici” (utilizzato in 4 casi) e dalla locuzione “gli operatori di pace”, usata solo 1 volta, ma accreditata dall’autorevole versione della C.E.I. del 1974.

Da un punto di vista strettamente semantico, utilizzare “coloro che si adoperano per la pace”, “pacifici” oppure “operatori di pace” sembra una scelta che non inficia il senso più profondo dell’espressione evangelica, che qualifica come ‘beati’ le persone che scelgono la pace come premessa e finalità della propria azione. Sorprende semmai che in nessun caso le traduzioni italiane del passo di Matteo non abbiano mai previso il termine “pacificatori” o “pacifisti” sicuramente più espliciti, diffusi ed attuali.

Ho provato a porre il quesito sulla differenza tra ‘pacifici’ e ‘operatori di pace’ all’A.I. mode di Google, che così ha risposto:

«La differenza non è solo terminologica, ma sostanziale e riguarda l’atteggiamento verso il conflitto: Pacifici: Sono persone tranquille, spesso di carattere mite, che evitano lo scontro per propria natura o per amore della quiete personale. Operatori di pace (o costruttori): Deriva dal greco eirenopoioi (eirene = pace, poiein = fare/costruire). Non si limitano a “essere” tranquilli, ma agiscono attivamente per creare armonia dove c’è discordia, anche a costo di sacrificare la propria tranquillità. Sintesi delle differenze:

Caratteristica            Pacifici                             Operatori di Pace

Atteggiamento          Passivo/Introverso          Attivo/Progettuale

Obiettivo                  Evitare il conflitto             Risolvere il conflitto alla radice

[…] Mentre il pacifismo è spesso un’ideologia o una posizione politica di rifiuto della guerra, l’operatore di pace secondo la visione evangelica è colui che lavora quotidianamente per la giustizia e la riconciliazione» [x].

Certo, da un punto puramente linguistico, l’aggettivo “pacifico”, ricavato dal sostantivo “pace” con l’aggiunta del suffisso “-fico”, a sua volta derivato dal verbo “fare”, sembrerebbe comunque trasmettere il concetto di persona che produce o causa la pace.  Il fatto è che le parole, da un punto di vista semantico, non hanno solo un senso denotativo esplicito, ma anche un ulteriore alone connotativo che le caratterizza.

Ovviamente, dunque, tali sfumature di significato non sono oggettive in sé, dal momento che dipendono dall’orientamento ideale o ideologico di chi opera tali distinguo. E, in ogni caso, il problema si sposta ancora più a monte, dal momento che – come ho cercato di chiarire in un precedente contributo, cui rimando – il problema vero è quale senso si dà alla stessa parola-base, cioè “pace” [xi].

Un utile e sintetico commento, fra i tanti, è sicuramente quello scritto da Chiara Lubich:

«Sai chi sono gli operatori di pace di cui parla Gesù? Non sono quelli che chiamiamo pacifici, che amano la tranquillità, non sopportano le dispute e si manifestano per natura loro concilianti, ma spesso rivelano un recondito desiderio di non essere disturbati, di non volere noie. Gli operatori di pace non sono nemmeno quelle brave persone che, fidandosi di Dio, non reagiscono quando sono provocate o offese. Gli operatori di pace sono coloro che amano tanto la pace da non temere di intervenire nei conflitti per procurarla a coloro che sono in discordia. Può essere portatore di pace chi la possiede in se stesso. Occorre essere portatore di pace, anzitutto nel proprio comportamento di ogni istante, vivendo in accordo con Dio e facendo la sua volontà». [xii]

   QUALCHE CONSIDERAZIONE FINALE

Addentrarsi nell’interpretazione di un brano della Sacra Scrittura è sempre problematico e comporta scelte ideali e logiche di fondo, non potendosi limitare ad un mero esercizio esegetico, come se si trattasse di un testo qualunque. Generazioni di teologi, nel caso specifico, hanno già cercato di cogliere il significato vero ed effettivo di un passo evangelico fondamentale come l’enunciazione da parte di Gesù delle citate ‘beatitudini’. Sarebbe quindi presuntuoso e inopportuno da parte mia pensare di offrire una spiegazione esaustiva degli attributi propri di due di esse in particolare, anche se penso che ogni credente debba sforzarsi di andare oltre quelle usuali e talvolta abusate che gli sono state già fornite.

Uno sforzo che, da ‘logofilo’, credo vada fatto tenendo conto del fatto che alcune stratificazioni interpretative risentono del rischio – storico e culturale – che la trasposizione di un testo da una lingua all’altra possa modificarne sensibilmente il senso.

La prima considerazione, dunque, è che utilizzare un termine o un altro nella traduzione di un brano evangelico non è mai una scelta casuale, poiché ogni parola non ha solo un significato basico, ma anche una sfumatura soggettiva ed emotiva che ne connota il senso e la colloca in un contesto specifico, di cui è opportuno essere consapevoli.

La seconda riflessione che mi sento di fare è che, nel caso dell’epitome riportata del Vangelo secondo Matteo (per alcuni studiosi compilatore, non testimone oculare, ispirato da una Fonte Q comune a due dei tre sinottici), il suo testo è frutto della traduzione in greco di testimonianze e riferimenti in origine espressi oralmente nella lingua ebraica. Questo induce pertanto a cercare ovvi riferimenti scritturistici nell’A.T. e, più complessivamente, nella tradizione culturale e religiosa giudaica.  

La terza ed ultima osservazione, strettamente connessa alla precedente, è che aver tradotto il probabile vocabolo ebraico originario עָנָו (ānāv, pl. ānāvìm) nel greco πραῢς (pràus), preferendo successivamente renderlo in italiano con mansueto anziché col termine più affine al latino mitis, non sembra frutto di una scelta casuale.

Ciò vale anche per il fatto di aver preferito utilizzare nella versione italiana una circonlocuzione come “coloro che si adoperano per la pace” invece di espressioni più trasparenti come “pacificatori” o “operatori di pace” (per non parlare di “pacifisti”…).

Ciò che conta, in ogni caso, è che chi crede nella ‘buona notizia’ di Cristo non può comunque sottrarsi a questi espliciti richiami ad un rapporto fondato sulla mitezza nonviolenta e sulla costruzione di relazioni pacifiche, costruttive e fraterne col proprio prossimo. Senza se e senza ma e, soprattutto, senza ipocrite e diaboliche distinzioni.


[i]  https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/

[ii] https://ermetespeacebook.blog/2008/02/03/vieni-avanti-chretien/ e https://ermetespeacebook.blog/2009/11/01/santi-subito/   in Ermetespeacebook.blog

[iii] Cfr. le 11 versioni riportate in https://www.laparola.net/testo.php

[iv] Cfr. https://www.etimo.it/?term=mezzo&find=Cerca   e https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/mite/

[v]  Cfr. https://www.etimo.it/?term=mansueto

[vi]  S.i.a., “Una parola al giorno. Mansueto” (28.9.2019). https://unaparolaalgiorno.it/significato/mansueto

[vii] Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g4239/kjv/tr/0-1/

[viii] Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/h6035/kjv/wlc/0-1/

[ix]  Cfr. https://www.laparola.net/testo.php

[x]  https://www.google.com/search?q=pacifici+o+operatori+di+pace%

[xi]  Cfr. https://ermetespeacebook.blog/2022/04/02/etimostorie-2-pace/ , ma anche Ermete Ferraro, Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni 2022, pp.34-37

[xii]  Chiara Lubich, in Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi, Opere di Chiara Lubich, Città Nuova, 2017, pag. 196 (cit. in https://www.qumran2.net/ritagli/index.php?ritaglio=75  )


© 2026 Ermete Ferraro

Serpenti & Colombe

Durante la recente riunione plenaria del Comitato Pace e Disarmo Campania [i], convocata alla ripresa delle attività per rilanciarne nel modo più efficace le azioni, padre Alex Zanotelli – che ne è animatore e portavoce – fra l’altro ha citato la nota frase evangelica in cui Gesù ammaestra i suoi discepoli, avvertendoli di stare attenti, poiché li sta inviando a predicare la Buona Notizia in un mondo ostile ed assai poco disposto ad accettarla. Il versetto in questione, nella traduzione corrente della Chiesa Cattolica, suona: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe [ii]  Gli aggettivi italiani utilizzati per indicare i due atteggiamenti, apparentemente contrastanti, che il Maestro suggeriva allora (e propone anche oggi a chi voglia farsene seguace e testimone) sono evidentemente il calco di quelli impiegati nella Vulgata latina (IV secolo, san Girolamo): «Ecce ego mitto vos sicut oves in medio luporum estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbæ [iii]  Talvolta però accade che la tradizionale fedeltà alla versione latina del Nuovo Testamento rischi di tradire il senso del testo evangelico originario, che in lingua greca è: «δού, γ ποστέλλω μς ς πρόβατα ν μέσ λύκων· γίνεσθε ον φρόνιμοι ς ο φεις κα κέραιοι ς α περιστεραί.» [iv]

Nel mondo protestante ed evangelico l’attenzione al testo originale è più evidente, come dimostrano le conseguenti varianti nelle diverse versioni delle Sacre Scritture. Un utilissimo e moderno presidio per lo studio biblico è il sito web cui spesso attingo nelle mie ricerche (www.blueletterbible.org ), che non si limita ad offrire il testo inglese dei versetti ricercati, ma offre   la gamma delle versioni bibliche di tradizione anglosassone-protestante. Consultando questa risorsa informatica a proposito del versetto di Matteo in questione, infatti, le traduzioni offerte dei due aggettivi sono, rispettivamente “wise” (saggio – sapiente) ed “harmless” (innocuo – inoffensivo).[v] Da una ricerca più approfondita delle varie versioni inglesi, però, risulta che gli aggettivi possono essere anche altri. Nel primo caso: shrewd = scaltro, astuto, accorto (NIV), wary = cauto, diffidente (NASB20), prudent = prudente(DBY) e, nel secondo caso: innocent = innocente (ESV – CSB…) e guileless = ingenuo (DBY). [vi]

Di fronte a questo ventaglio di possibili (ma diverse) traduzioni viene spontaneo chiedersi quali attributi Gesù abbia effettivamente usato per rendere i propri discepoli più consapevoli del miglior atteggiamento da adottare nella loro difficile opera di evangelizzazione? Purtroppo non conosciamo gli aggettivi ebraici (o meglio, aramaici) che furono allora pronunciati dal Cristo, ma abbiamo comunque a disposizione il testo greco originale, dal quale possiamo appunto estrapolare il senso più autentico (direi etimologico) di quei due attributi.

Il primo è φρόνιμος /phròsimos che, nel lessico cui rinvia il sussidio inglese citato, viene  tradotto: «Intelligente, saggio, prudente, cioè attento ai propri interessi, riflessivo, cioè sagace o discreto (implicando un carattere cauto; denota abilità pratica o acume; indica piuttosto intelligenza o acquisizione mentale);[…] נ בון, ח כ ם, מ ב ין = intelligente, comprensivo.» [vii]   Un vocabolario on line del greco antico traduce φρόνιμος con: “intelligente, prudente, saggio, giudizioso, perspicace[viii], ma basta consultare il nostro classico ‘Rocci’ per comprendere che l’aggettivo deriva dal verbo greco φρονέω (phronéo), indicante l’essere saggio, assennato, ragionevole, riflessivo [ix], da cui anche il sostantivo φρόνημα (phrònema), ossia: intelligenza, pensiero etc. [x]. L’immersione nel testo originario, dunque, ci consente d’interpretare metaforicamente il serpente come simbolo di un’intelligenza/conoscenza della realtà che rende saggi, prudenti, giudiziosi ed accorti. Ecco perché i seguaci di Cristo dovrebbero prendere molto sul serio la Sua paterna raccomandazione di non lasciarsi prendere dall’emotività, dallo spontaneismo e dall’imprudenza, proprio perché riflessione e cautela non denotano un atteggiamento timoroso o vile ma, al contrario, la piena consapevolezza della necessità di agire ‘nel mondo’ [xi] con saggezza e, perché no, anche con scaltrezza, consci di operare in un contesto spesso ostile o comunque poco accogliente verso una proposta radicalmente alternativa. Particolarmente interessante, sul piano teologico, è il riferimento di Gesù in questo contesto proprio ad un animale ‘scomodo’ e con una cattiva fama come il serpente (ὄφις – òphis). Se ne parla infatti in 8 testi biblici, sia dell’Antico Testamento (Genesi) sia di quello Nuovo (Matteo, Marco, Luca, Giovanni, I e II lettera ai Corinzi, Apocalisse) e quasi sempre in modo negativo, cioè come animale astuto, tentatore ed infido. Ciononostante, in Mt. 10:16 il Maestro indica proprio il serpente come simbolo di un atteggiamento cauto, attento e saggio, invitandoci a non ignorare i pericoli della scelta evangelica e ad essere quindi pratici, prudenti, concreti e – come si dice a Napoli – abbasàti, ossia saggi e capaci di mantenere ‘i piedi per terra’.

Il secondo attributo da approfondire è ἀκέραιος / akéraios, comunemente reso in italiano con semplice ricalcando la versione latina, ma di cui abbiamo visto possibile scegliere fra altre possibili traduzioni (innocuo, inoffensivo, innocente, ingenuo). In effetti, come risulta consultando un vocabolario del greco antico, ci sarebbero ulteriori modi di rendere questo aggettivo: intatto, incolume, illeso, intero, integro, incontaminato, puro. [xii] L’etimologia di ἀκέραιος/akéraios, d’altra parte, rinvia principalmente al concetto di integrità (l’alfa privativa nega infatti l’aggettivo kèraios che allude alla distruzione, alla separazione di qualcosa d’intero), ma anche al verbo greco κεράννυμι / kerànnymi, il cui senso è mescolare, mischiare e, in un certo senso, contaminare. In questo caso, l’animale-simbolo di tutte le qualità elencate, nel versetto di Matteo, è la colomba (in greco περιστερά – peristerà), da sempre iconica rappresentazione della pace, della riconciliazione, della mansuetudine e dell’innocenza. Uccello diffusissimo in Palestina, essa nella Bibbia è metafora della salvezza che Dio concede misericordiosamente a coloro che sono stati traviati dall’antico serpente, ma è anche simbolo proverbiale di semplicità ed ingenuità, oltre che di purezza ed integrità. L’avvertimento del Maestro ai suoi discepoli, dunque, è quello di mantenersi puri, integri e semplici, senza però cadere nelle trappole di un mondo (κόσμος / kosmos) che aspetta solo l’occasione per catturarle e metterle a tacere, proprio come il proverbiale lupo con le pecore.  Certo, le colombe volano e vedono le cose dall’alto, così come dovrebbe fare un seguace e testimone di Cristo, che voglia mantenersi fedele al suo insegnamento d’amore e di pace. Ma c’è bisogno anche dell’attenzione accorta e prudente dei serpenti, che conoscono bene il terreno nel quale si muovono cautamente, proprio per non cadere in una religiosità astratta, spiritualistica e disincarnata.

C’è anche un altro brano evangelico che ci lascia un po’ spiazzati, quando leggiamo che Gesù aveva affermato: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16:8). Ma forse è proprio la ‘scaltrezza’ dei serpenti che può aiutarci ad uscire dalla teoria astratta, per restare sì integri ma non ingenui ed incapaci di concretezza pratica. La nonviolenza attiva, infatti, è sempre stata uno stimolo ad agire secondo principi etici irrinunciabili, ma perseguendo obiettivi concreti, fattivi e raggiungibili. Riprendiamo quindi il nostro percorso di pacifisti, ma senza dimenticarci dell’avvertimento di Gesù e sforzandoci di coniugare l’integrità e l’in-nocenza delle colombe con la saggia prudenza dei serpenti.

Note


[i] Visita https://www.pacedisarmo.org/  e https://www.facebook.com/comitatopacedisarmo

[ii] C.E.I.: Matteo 10,16 https://ora-et-labora.net/bibbia/matteo.html#cap_vangelo_secondo_matteo_10  Cfr. anche https://www.bibbiaedu.it/GRECO_NT/nt/Mt/10/?compareto=INTERCONFESSIONALE

[iii] https://www.bibliacatolica.com.br/it/vulgata-latina-vs-la-sacra-bibbia/evangelium-secundum-matthaeum/10/#

[iv] Cfr. https://www.blueletterbible.org/kjv/mat/10/16/t_conc_939016  e https://www.bibbiaedu.it/GRECO_NT/nt/Mt/10/

[v]  https://www.reverso.net/traduzione-testo#sl=eng&tl=ita&text=wise  e  https://www.reverso.net/traduzione-testo#sl=eng&tl=ita&text=harmless

[vi] https://www.blueletterbible.org/kjv/mat/10/16/t_bibles_939016

[vii] https://www.blueletterbible.org/lexicon/g5429/kjv/tr/0-1/

[viii] https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%CF%86%CF%81%E1%BD%B9%CE%BD%CE%B9%CE%BC%CE%BF%CF%82

[ix] Cfr. L. Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, Città di Castello, Società Dante Alighieri, 1970

[x]  Cfr. https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?lemma=FRONHMA100

[xi]  Cfr. Gv. 15:18-21

[xii] Cfr. Rocci, cit.

© 2024 Ermete Ferraro

MIR 70: PACE, FORZA, GIOIA

IL CONVEGNO

Celebrare il settantesimo compleanno della propria organizzazione è un momento di festa, ma al tempo stesso di ricordi e di bilanci.  Il 3 dicembre noi del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) abbiamo scelto Casalecchio di Reno (BO) per festeggiare questa ricorrenza, accolti dal Sindaco Massimo Bosso e da Maurizio Sgarzi, della ‘Casa per la Pace’. Abbiamo celebrato l’anniversario con un occhio al passato ma anche con lo sguardo rivolto al futuro che cerchiamo di costruire giorno dopo giorno.

Ritrovarci insieme, compagni di viaggio ed amici di una volta, è stata un’occasione unica per riprendere il filo di un discorso talvolta interrotto, sottraendoci al rischio che l’attivismo legato all’attualità abbia la meglio sulla riflessione e sulla visione d’insieme. L’articolazione stessa del convegno, del resto, rispecchiava la volontà di sistematizzare un impegno che dura da decenni alla luce di un progetto complessivo ed integrato.

Il primo tema (“Stile di vita, campagne ed esperienze di nonviolenza attiva”) era finalizzato proprio alla ricerca della nostra motivazione di fondo, che colloca il M.I.R. nell’ambito dei movimenti per la pace in cui l’etica si incarna nei gandhiani “esperimenti con la nonviolenza”. La seconda sessione (“spiritualità, ecumenismo, riconciliazione”) intendeva esplicitare ulteriormente tale dimensione, nell’ottica del dialogo interreligioso per la pace. Infine si è deciso di affrontare la dimensione culturale e formativa, con un confronto a più voci su “ecopacifismo, educazione alla nonviolenza e informazione di pace”.

Provo a sintetizzare questa intensa giornata di discussione utilizzando simbolicamente i tre elementi di un saluto augurale abituale tra i nonviolenti, “pace forza gioia”, manifestazione d’una visione costruttiva dell’alternativa ad un modello di società che viceversa nega questo trinomio, improntato com’è al perseguimento del predominio attraverso la violenza ed a costo di perdite e distruzioni.

PACE

Questa fondamentale parola è stata declinata in tutte le sue dimensioni, da quelle inerenti scelte personali (come l’obiezione di coscienza al servizio militare ed alle spese militari) a quelle su un piano più strutturale e politico (come le campagne per il disarmo, la smilitarizzazione e la costruzione di una difesa alternativa, quindi disarmata civile e nonviolenta). Alle testimonianze d’una lunga stagione di lotte pacifiste (portate in varia forma da Giancarla Codrignani, Antonino Drago, Claudio Pozzi, Beppe Marasso, Giuliana Martirani, Alfredo Mori, Pasquale Iannamorelli, Eleonora Sollazzo ed Etta Ragusa) si è intrecciata la narrazione delle attuali campagne antimilitariste e nonviolente, quasi sempre portate avanti in una logica di rete. Dei loro sviluppi hanno parlato esponenti di spicco dell’attuale movimento pacifista (da Sergio Bassoli della Rete Italiana Pace e Disarmo ad Angela Dogliotti del Centro Studi ‘Sereno Regis’, da Mao Valpiana del Movimento Nonviolento a Pierangelo Monti del Movimento Internazionale della Riconciliazione, Zaira Zafarana, dell’International Fellowship of Reconciliation e Laila Simoncelli della Comunità Papa Giovanni XXIII). Le campagne nazionali e internazionali riguardanti il disarmo nucleare, l’istituzione di un ‘Ministero della Pace’, il rilancio di una forma nuova di obiezione fiscale e la proposta parlamentare su “un’altra difesa possibile”, del resto, non sono altro che la formulazione di aspetti d’un indispensabile ‘programma costruttivo’. Un progetto che il M.I.R ha arricchito ponendo l’accento sulla dimensione ecopacifista e sull’impegno non solo per educare alla e per la pace, ma anche per contrastare la preoccupante invadenza della cultura militarista e bellicista nelle nostre istituzioni educative e formative.

Non sono mancati i richiami, anche critici, al recupero di una nonviolenza più integrale, capace di affrontare più direttamente tematiche storiche – come quella della salute, della sicurezza e dello stile di vita – recentemente un po’ oscurate o considerate opzioni più personali che politiche. Viceversa, la dimensione spirituale e quella relativa a modelli di sviluppo alternativi, frugali, in-nocenti e comunitari, restano centrali per gli aderenti ad un movimento come il M.I.R., che li hanno nel proprio DNA.

Per averne conferma basta rileggere l’articolo 2 del suo Statuto, dove si afferma che Il M.I.R. è «…un movimento a base spirituale composto da persone che sono impegnate nella nonviolenza attiva intesa come stile di vita, come mezzo di riconciliazione nella verità e di conversione personale, come mezzo di trasformazione sociale, politica, economica, nel rispetto della fede dei suoi membri”. La stessa nonviolenza è intesa “come mezzo per costruire la pace frutto della riconciliazione, nella consapevolezza che guerre e conflitti sono causati dall’ingiustizia e da discriminazioni razziali, etniche, ideologiche, religiose, economiche, di sesso, e che il depauperamento dell’ambiente è anche la conseguenza di un errato ed ingiusto sfruttamento delle risorse naturali”. I pilastri dell’alternativa nonviolenta, quindi, restano “la riconciliazione e la solidarietà nella vita personale e sociale, a liberare l’uomo da tutti quei condizionamenti culturali, politici, militari, economici che lo confondono e lo opprimono..

FORZA

Questa seconda parola-chiave, giustamente contrapposta a ‘violenza’, trasmette una visione positiva e costruttiva della vita, fondata sull’impegno, il coraggio, la perseveranza e la testimonianza personale. È infatti il secondo elemento dell’augurio che il M.I.R. con questo convegno fa a se stesso e ai suoi compagni di viaggio, dopo 70 anni di lotte per predicare e praticare la nonviolenza attiva, contrastando ingiustizie, discriminazioni, conflitti armati e minacce alla stessa sopravvivenza dell’uomo sul pianeta.

Se è vero che ‘forte’ è chi: “…può sopportare facilmente un grave sforzo, che può resistere alle fatiche materiali e morali, che sa vincere le difficoltà” (Treccani) e se aggettivi sinonimi di ‘forte’ sono “energico…vigoroso…tenace…resistente” (Hoepli – le Repubblica), è evidente che tale ‘forza’ implica non solo la capacità di resistere alle avversità, ma anche l’espressione d’una volontà e di un’energia in positivo. La radice sanscrita del nome (*dhaŗta) ha a che fare col valore della ‘fermezza’, e quindi della perseveranza e della costanza nel perseguire i propri valori ideali.

È ciò che è emerso dalla seconda tavola rotonda, nella quale rappresentanti di espressioni religiose di cui il M.I.R. è debitore (come il pastore Alessandro Esposito dei Valdesi, Evan Welkin dei Quaccheri e don Renato Sacco della cattolica Pax Christi) si sono confrontati sulla spiritualità di pace con un imam islamico, col contributo da remoto anche di un grande vescovo come mons. Luigi Bettazzi, di Enrico Peyretti e di Paolo Candelari, già presidente del movimento, cui si è aggiunto il messaggio augurale del card. Zuppi, arcivescovo di Bologna e Presidente della C.E.I.

La ‘fortezza’ – inserita tradizionalmente dai cattolici tra i doni dello Spirito Santo – è la virtù che non soltanto “assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene” (Catechismo Chiesa Cattolica, 1808) ma è l’energia che “…possa sollevare il nostro cuore e comunicare nuova forza ed entusiasmo alla nostra vita” (Papa Francesco, Udienza Generale del 14 maggio 2014). Ecco perché augurarci reciprocamente ‘forza’ vuol dire auspicare uno spirito sia di pazienza e resilienza, sia di perseveranza tenace nell’impegno personale e collettivo. La forza è inoltre ciò che anima la difesa alternativa, che rifiuta la violenza ed utilizza la mediazione e la ricerca di soluzioni creative che trascendano quelle distruttive che perpetuano il dualismo perverso vincitori/vinti. La forza, insomma, è la qualità di chi si propone di resistere e di procedere “in direzione ostinata e contraria”, anche quando tutto intorno spingerebbe ad arrendersi, a cedere all’omologazione, ad accettare fatalmente l’inevitabilità del male.

«Come notava Edmund Burke: “La sola cosa necessaria affinché il male trionfi è che gli uomini buoni non facciano nulla”. La fortezza è capacità di opporre una barriera alle forze distruttive; senza di essa diventa impossibile attuare la giustizia e la vita civile, ma anche le scelte ordinarie, che comportano non di rado sacrifici […] “di questa virtù c’è bisogno là dove si deve resistere a minacce, si devono superare le paure, si devono affrontare la noia, il tedio, il disgusto dell’esistenza quotidiana per riuscire a mettere in atto il bene» (G. Cucci, La fortezza, una virtù esigente, 2021 https://www.laciviltacattolica.it/articolo/la-fortezza-una-virtu-esigente/).

È quella stessa ‘forza’ che ci permette di rialzarci dopo sconfitte e delusioni, ma anche di abbandonare la rigidità delle nostre certezze esclusive, aprendoci ad un dialogo con altre visioni, religiose e laiche, in modo da affrontare insieme e con maggiore energia il cammino comune verso obiettivi condivisi. Progetti come quelli relativi alle battaglie ecopacifiste, l’educazione alla nonviolenza e la controinformazione per la pace, ad esempio, richiedono infatti sinergie ampie, come testimoniato dagli interventi alla terza tavola rotonda. Luciano Benini, Carla Biavati, Claudio Carrara, Giovanni Ciavarella ed Ermete Ferraro, tutti esponenti del M.I.R., stanno già operando in rete con altre organizzazioni, per allargare l’area degli interventi e per diffondere una cultura di pace che si ponga come un’alternativa forte e credibile. Anche Pressenza, la rete informativa nonviolenta rappresentata da Olivier Turquet, è un esempio di come esperienze e proposte possano raggiungere e contagiare sempre più persone, contrastando narrazioni violente e totalizzanti con la forza della nonviolenza attiva.

GIOIA

Il terzo elemento del trinomio augurale alla cui luce ho riletto questo nostro convegno si colloca in un campo semantico che va oltre ragionamenti e discorsi, toccando l’aspetto emozionale che non può mancare in un’azione nonviolenta che parli alla testa ma anche al cuore. L’etimologia di ‘gioia’ è piuttosto controversa, in quanto alcuni la fanno risalire al latino plurale gaudia, mentre altri scorgono somiglianze con joca , termini che evocano entrambi piacere, allegrezza ed esultanza.

Del resto non è certo un caso che uno dei più noti documenti conciliari – quello relativo al rapporto della Chiesa col mondo attuale – inizi con le parole “gaudium et spes”, sottolineando che la gioia non può essere godimento che chiude gli occhi su un presente poco piacevole, bensì apertura anche emotiva alla speranza di un domani migliore, da costruire giorno dopo giorno.

C’è anche chi ha rilevato che ‘gioia’ richiamerebbe la radice sanscrita *gai *gajati, che vuol dire cantare. Nell’Antico Testamento sono varie le parole che indicano questo sentimento, fra cui שִׂמְחָה (simha), riferendosi spesso ad un’esultanza espressa anche con la voce. Nel Nuovo Testamento emerge invece il sostantivo greco χαρά (harà), connesso al verbo χαίρω ed al relativo saluto-augurio.

Il convegno per i 70 anni del M.I.R., pertanto, non poteva che concludersi con una piacevole appendice musicale, un concerto di “musica e parole di pace” con Paolo Predieri ed il Gruppo Jamin-à (Gianni Penazzi, Roberto Bartoli, Marcela Baros e Linda Bernard) col quale i partecipanti si sono salutati, nella convinzione che “L’inganno è nel cuore di chi trama il male, ma per chi nutre propositi di pace c’è gioia” (Prov 12:20). La gioia che derivava dall’incontro, dalla condivisione e dal confronto ma anche dal piacere di riprendere, insieme e un po’ più consapevoli, il cammino sulla strada della ricerca, dell’educazione e dell’azione per la pace.


© 2022 Ermete Ferraro

Etimostorie #4: CONFLITTO

Le parole per dirlo

Parola tornata drammaticamente di attualità in occasione della brutale invasione armata dell’Ucraina da parte delle forze armate russe, ‘conflitto’ non è però sinonimo di ‘guerra’ [i], che rappresenta solo la sua manifestazione più violenta e distruttiva.  Basta consultare qualche dizionario etimologico per verificare che, analizzando l’origine latina di questo termine, siamo di fronte più che altro ad una situazione di ‘urto’, di ‘collisione’, fra due o più situazioni, idee o interessi.

«Discordia, contrasto tra individui o entità, che può essere gestito pacificamente, con accordi o appellandosi a regole condivise (come è tipico in una democrazia); oppure con il tentativo di una parte di imporsi con la violenza (sostantivo) […] dal latino conflictus ossia “urto, scontro”, derivazione di confligere, cioè “confliggere, cozzare”, “combattere”» [ii].

Il verbo di cui ‘conflitto’ è il participio passato, con valore sostantivale, è infatti con-fligere, il cui senso è: “urtare una cosa con un’altra…percuotere” [iii]. Altre possibili traduzioni del latino fligere sono anche: battere, bussare, colpire, etc. [iv], per cui l’idea di fondo resta quella di un urto, una collisione, o comunque un confronto, fra realtà diverse non coincidenti, se non opposte. Anche se consultiamo un dizionario etimologico inglese, infatti, troviamo:

«inizi del XV sec., “contendere”, combattere, dal latino conflictus, participio passato di confligere “colpire insieme, essere in conflitto” […] Significato “essere in opposizione, essere contrari o diversi…» [v].

Una rapida carrellata geo-linguistica ci conferma in gran parte quanto questa radice sia ampiamente comune (fra. conflicte, cast. conflicto, cat. conflicte, rum. conflict, por. conflito, ted. konflikt, ola. conflict…). Perfino nelle lingue slave questa base lessicale è presente (rus., ser. e bul. конфликт, pol. konflikt). Le cose cambiano poco se lo stesso concetto è espresso col differente vocabolo greco συγκρουσηsynkrousi (che appunto significa scontro, collisione, confronto, da krousi = colpo, percussione + pref. syn = con [vi]). Perfino nella lingua hindi troviamo टकरावtakrānā, la cui radice ci riconduce all’idea di urto, collisione [vii].

Il vocabolo cinese corrispondente (冲突 chōngtú) e quello giapponese 衝突shōtotsu) denotano la medesima idea. In ambito semitico, il termine ebraico utilizzato è סְתִירָהstiva’ indica una contraddizione o discrepanza [viii] ed anche il vocabolo arabo نزاع nizae fa riferimento ad una disputa, un giudizio, tra parti in disaccordo [ix].

Con-fliggere non vuol dire in-fliggere

Il vero problema, a questo punto, è se il conflitto – che come si è visto evoca comunque un confronto, uno scontro, un urto tra realtà, visioni ed interessi divergenti – debba avere necessariamente un vincitore ed un vinto, oppure possa concludersi differentemente, in maniera non distruttiva e senza prevaricazione o imposizione violenta di una delle parti in causa, e quindi mediando tra di esse e cercando vie d’uscita inesplorate.

Ovviamente la risposta di un “convinto della nonviolenza” è no, in quanto i conflitti – che pur non vanno mai negati, ignorati o peggio repressi – possono avere esiti molto diversi, creativi ed alternativi non solo alle guerre, ma anche alle comuni soluzioni in cui una parte deve comunque soccombere, secondo la teoria dei “giochi a somma zero” [x].  Ecco perché esplorare le tecniche per trasformare i conflitti – o meglio, secondo l’espressione di J. Galtung, trascenderli [xi] – resta un obiettivo fondamentale per chi intende contrastare l’ineluttabilità della violenza in genere e dei conflitti armati in primo luogo, educando i giovani alla pace e alla nonviolenza attiva [xii].

Mi sembra interessante, infine, citare quanto osservava in proposito il teologo mons. Nunzio Galantino, ribadendo che i conflitti possono, e devono, trovare soluzioni diverse da quelle cui purtroppo siamo abituati, rivalutando la loro carica positiva e generativa.

«Sempre e comunque il conflitto si colloca e ci colloca in un contesto relazionale. Relazione con l’altro da me e/o relazione con me stesso. […] Ha proprio ragione l’imperatore stoico Marco Aurelio: “È conflitto la vita, è viaggio di un pellegrino”; e, con lui K. Marx, quando scrive: “Non vi è progresso senza conflitto: questa è la legge che la civiltà ha seguito fino ai nostri giorni”. L’etimologia della parola conflitto dà ragione dell’approccio semantico positivo fin qui seguito […] Sia in Lucrezio [De Rerum Natura] sia nel De officiis di Cicerone questo verbo rimanda alla possibilità di fare incontrare, confrontare, riunire, avvicinare. Solo più tardi confligere acquisterà il significato di combattere, contendere, urtare ostilmente. L’etimologia ci consegna quindi originariamente la parola conflitto come incontro generativo tra realtà differenti».[xiii]


Note

[i]  Cfr. E. Ferraro, Etimostoria #2: GUERRA, https://ermetespeacebook.blog/2022/02/27/etimostorie-1-guerra/

[ii]  Cfr. voce ‘conflitto’ in Wiktionary, https://it.wiktionary.org/wiki/conflitto

[iii] Cfr. voce ‘conflitto’ in Etimo.it, https://www.etimo.it/?term=conflitto

[iv] Cfr. ‘fligere’ in Glosbe.com, https://it.glosbe.com/la/it/fligere

[v]  Cfr. ‘conflict’ in Etymonline.com, https://www.etymonline.com/word/conflict

[vi]  Cfr. https://el.wiktionary.org/wiki/%CE%BA%CF%81%CE%BF%CF%8D%CF%83%CE%B7  e https://el.wiktionary.org/wiki/%CE%BA%CF%81%CE%BF%CF%8D%CF%83%CE%B7

[vii]  Cfr. https://en.wiktionary.org/wiki/%E0%A4%9F%E0%A4%95%E0%A4%B0%E0%A4%BE%E0%A4%B5

[viii]  Cfr. https://context.reverso.net/traduzione/ebraico-italiano/%D7%A1%D6%B0%D7%AA%D6%B4%D7%99%D7%A8%D6%B8%D7%94

[ix]  Cfr. https://en.wiktionary.org/wiki/%D9%86%D8%B2%D8%A7%D8%B9

[x] Cfr. voce “teoria dei giochi” in Wikipedia.it – https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_giochi

[xi]  J. Galtung, Conflict Trasformation by Peaceful Means (The Transcend Method). https://gsdrc.org/document-library/conflict-transformation-by-peaceful-means-the-transcend-method/

[xii]  Per approfondire tale aspetto, cfr. E. Ferraro, “RiconciliaAzioni”, Ermetes’ Peacebook 12.05.2020 –  https://ermetespeacebook.blog/2020/05/12/riconcili-azioni/

[xiii]  Mons. N. Galantino, “Abitare le parole/ conflitto”, il Sole 24 Ore, 16.06.2019 – http://www.nunziogalantino.it/wp-content/uploads/2019/06/Conflitto_Abitare-le-parole.pdf

Una lapide al ‘militarismo noto’

“Ogn’anno, il 4 novembre, c’è l’usanza…”

Ancora una volta, ecco che si ripete il solito copione. Ogni 4 novembre, in occasione della giornata della ‘Unità nazionale’ – da decenni indissolubilmente legata alla celebrazione delle Forze armate – le teste d’uovo della Difesa si sforzano di trovare la chiave giusta per rispolverare la retorica patriottarda e guerrafondaia. Ed in questo 2021 hanno potuto contare su un’occasione propizia: il centenario del ‘Milite Ignoto’, commemorato nel monumento che fu l’apoteosi architettonica del Regno d’Italia, quel ‘Vittoriano’ costruito 10 anni prima, che proprio nel 1921 ospitò il sacello del ‘Milite Ignoto’, da allora conosciuto come ‘Altare della Patria’. L’utilizzo di un linguaggio vagamente religioso (sacello, altare…) sottolineava la ‘sacralità’ di quel trionfalistico tempio alla nazione, continuando la lunga e penosa tradizione della contaminazione della fede cristiana con la fiducia nell’indefettibile potenza degli eserciti e nella glorificazione della Patria. Un secolo dopo, la stessa retorica gronda dai messaggi coi quali la Difesa esalta la memoria della ‘grande guerra’, adattando però il ruolo delle forze armate alle attuali ‘emergenze’ e sottolineandone opportunamente la funzione ‘civica’ oltre che militare.

Ho più volte affermato la necessità di utilizzare gli strumenti dell’analisi linguistica per svelare i significati meno espliciti dei messaggi propagandistici da cui siamo quotidianamente bombardati, la cui tonalità sta virando sempre più verso il grigio-verde. Il ‘mimetismo’ dei militari, in effetti, non si esaurisce nell’utilizzo delle uniformi dei soldati, ma pervade sempre più la società civile, per rassicurarla sulla loro democraticità e per accreditarli come difensori della sicurezza e della salute degli italiani [i].  Ma è proprio in occasioni come la ‘festa’ del 4 novembre – tanto più nel centenario del ‘Milite Ignoto’ – che la vena enfatica non riesce più ad essere contenuta, per cui dal breve spot predisposto anche quest’anno dalla Difesa [ii] trasuda l’abituale retorica autocelebrativa. In un messaggio di appena mezzo minuto, infatti, affiorano tutti i soliti stereotipi, evidenti nell’utilizzo di ‘parole-chiave’ di natura apparentemente più ‘civile’ (‘servizio’, ‘impegno’, ‘dedizione’, ‘cura’, ‘umanità’ ‘passione’), coniugate con una terminologia ispirata a sempiterni ‘valori’ militari (‘sacrificio’, ‘difesa’, ‘unità’, ‘coraggio’, ‘sicurezza’, ‘grandezza’). Le stesse immagini – un mix di filmati bellici in bianco e nero e di scene tratte dal docufilm “La scelta di Maria” (prodotto per l’occasione e proposto da Rai Cinema, col patrocinio del Ministero della difesa [iii]) – suggeriscono che quella ‘storia’ sta rinnovandosi oggi, grazie all’eroica ‘dedizione’ ed all’efficienza tecnologica e organizzativa dei corpi militari, particolarmente in occasione dell’attuale pandemia.

In questo cortometraggio, a fangose trincee, vecchie imbarcazioni militari, aerei e postazioni di artiglieria rievocanti la ‘grande guerra’ sono state affiancate immagini di carabinieri che soccorrono alluvionati, di ‘missioni umanitarie’ svolte per l’ONU e d’inseguimenti delle motovedette della Guardia di finanza, suggerendo un’improbabile continuità logica tra tempo di guerra e tempo di pace. Non mancano scene più bellicose, con perlustrazioni aeree dei caccia, monitoraggio dei mari con portaerei e dei terreni più ‘caldi’ con blindati e carri armati, ma accostate ad altre più rassicuranti, dove sorridenti soldatesse dispensano palloncini ai bambini e rutilanti ‘frecce tricolori’ sorvolano il Vittoriano, riportandoci alla commemorazione del ‘Milite Ignoto’. Purtroppo, decenni di contestazione antimilitarista e di azione nonviolenta non sembrerebbero aver scalfito il mito patriottico che le Forze armate continuano impudentemente ad accreditare, mistificando il senso di quel deprecabile massacro – la ‘inutile strage’, così qualificata già nel 1917 da Papa Benedetto XV – che di grande aveva solo la follia sanguinaria dell’imperialismo delle potenze mondiali. Un severo monito riecheggiante anche oggi nelle parole di Papa Francesco che, oltre un secolo dopo, durante la celebrazione del 2 novembre al Cimitero Francese di Roma, ha ricordato che, invece di esaltare gli eroi, dovremmo piuttosto commemorare: “le vittime della guerra che mangia i figli della patria”. Il ‘grido di dolore’ del pontefice, è bene sottolinearlo, è stato giustamente attualizzato ed allargato alla decisa condanna di chi la guerra prepara e finanzia: “Queste tombe sono un messaggio di pace: fermatevi fratelli e sorelle, fermatevi fabbricatori di armi, fermatevi!” [iv].

Contestiamo quel ‘militarismo noto’ con l’ecopacifismo 

Da parte loro, i movimenti pacifisti e nonviolenti italiani non hanno mai smesso di deprecare la ‘celebrazione’ della guerra e la sua retorica patriottarda. Anche nel 2021 – anno in cui trae ulteriore alimento dal ricordo del centenario del ‘Milite ignoto’ – non sono mancati i messaggi antimilitaristi, fra cui quello del Movimento Nonviolento, nel quale si ribadisce che il 4 novembre per noi Italiani dovrebbe essere una giornata di ‘lutto’, non certo di ‘festa’.

«La data del 4 novembre viene esaltata con continuità dal fascismo fino ad oggi, per richiamare l’unità dell’Italia sotto il segno della guerra e dell’esercito: “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate” nell’anniversario della fine di un tragico conflitto che costò al nostro paese un milione e duecentomila morti (600.000 civili e 600.000 militari); per la prima volta nella storia a morire a causa della guerra non erano solo i militari al fronte, ma in pari numero i civili vittime di bombardamenti o di stenti, malattie, epidemie causate dalla guerra stessa. Nella prima guerra mondiale si usarono per la prima volta armi di sterminio di massa. Per la prima volta si bombardarono le città. Nelle guerre di oggi sono principalmente i civili a morire; le nuove armi sono sempre più micidiali. Quanto ci costano oggi le spese militari italiane? Quali armi costruiamo ed esportiamo? Quale il ruolo dell’Italia nelle guerre che incendiano il mondo? Se davvero vogliamo onorare i morti di ieri dobbiamo impegnarci oggi contro le guerre e la loro preparazione. Solo la nonviolenza salverà l’umanità».[v]

Il Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), associandosi a tale appello, vi ha opportunamente aggiunto una sottolineatura particolare, cogliendo in altri eventi di grande attualità – come il G 2o di Roma e la COP 26 di Glasgow – l’occasione per ribadire il ruolo del sistema militare-industriale nella devastazione ambientale e nell’alterazione del clima, generalmente sottovalutato o prudentemente sottaciuto.

«Il Movimento Internazionale della Riconciliazione, in nome della nonviolenza agli esseri umani e alla natura, raccomanda di aggiungere alle richieste ambientaliste la riduzione delle spese militari e l’abolizione degli armamenti di distruzione totale, nocivi per l’ambiente dalla produzione al loro utilizzo. Come si è detto nelle iniziative del 30 ottobre del MIR per la “Giornata globale d’azione per il clima” indetta dall’IFOR (International Fellowship of Reconciliation): “Il Sistema militare provoca disastri ambientali”. Questo fa parte del progetto ecopacifista contenuto nel libro del MIR “La colomba e il ramoscello”, Edizioni Gruppo Abele» [vi].

Il vero problema, però, è far giungere tali appelli a tante persone che, pur non nutrendo un particolare spirito patriottico o militarista, restano comunque indifferenti, come se si trattasse di questioni estranee ai problemi quotidiani ed al futuro dei loro figli.  Un altro rischio è che il pacifismo continui ad essere identificato con un’opzione esclusivamente morale o, peggio, con un’espressione sentimentale ed utopica. La verità è che il militarismo si sta subdolamente infiltrando in ogni ambito della stessa vita civile (dalla scuola alla sanità, dall’ordine pubblico alla pianificazione economica) e che, comunque, lo stesso ‘no alla guerra’ rischia di non avere senso se non ci si oppone anche all’imperialismo subdolo dei grandi della Terra, gli stessi che stanno irresponsabilmente mettendo a rischio la nostra sopravvivenza su un Pianeta sempre più depredato, inquinato e desertificato. In un giorno di lutto come il 4 novembre, dunque, la speranza da coltivare – simboleggiata dalla nota immagine della colomba che regge nel becco un ramoscello d’ulivo – è che una vera sinergia tra movimenti ecologisti e pacifisti accresca finalmente la consapevolezza dell’opinione pubblica sul nesso tra opposizione al complesso militar-industriale e lotte per la salvaguardia dell’ambiente naturale e dei suoi delicati equilibri ecologici.

Per fare pace tra noi, ma anche con la natura di cui abbiamo dimenticato di fare parte.


Note:

[i]  Su tale aspetto mi sono già ampiamente soffermato in alcuni precedenti articoli per il blog, fra cui: “De-formazioni paramilitari” (https://ermetespeacebook.blog/2021/07/26/de-formazioni-paramilitari/ ), “Vaxtruppen” (https://ermetespeacebook.blog/2021/06/20/vaxtruppen/  ); “Ripudiare la guerra: dalla parole ai fatti” (https://ermetespeacebook.blog/2021/06/03/ripudiare-la-guerra-dalle-parole-ai-fatti/ ); “Piano di Ripresa…militar-industriale” (https://ermetespeacebook.blog/2021/04/03/piano-di-ripresa-militar-industriale/ ) etc.

[ii] Vedi in https://www.difesa.it/Content/Manifestazioni/4novembre/2021/Pagine/default.aspx

[iii] Cfr. https://www.rainews.it/dl/rainews/media/Festa-del-Cinema-Sonia-Bergamasco-Francesco-Micciche-La-scelta-di-Maria-Milite-Ignoto-4da90f8e-06a3-47b4-a8d2-05d3cd2024b2.html

[iv] I. Sol., “Cimitero Militare. Il Papa: queste tombe gridano pace. Fermatevi fabbricatori di armi”, Avvenire, 02.11.2021 > https://www.avvenire.it/papa/pagine/commemorazione-dei-defunti-papa-francesco-cimitero-militare-francese

[v] Movimento Nonviolento, “4 novembre. Non festa ma lutto”, Nonviolenti.org (30.10.2021) > https://www.nonviolenti.org/cms/4-novembre-non-festa-ma-lutto/

[vi] Movimento Internazionale della Riconciliazione, “I Governi si impegnino nella COP26 a tagli significativi delle emissioni inquinanti militari”, Miritalia.org (01.11.2021) > https://www.miritalia.org/2021/11/01/i-governi-si-impegnino-nella-cop26-a-tagli-significativi-delle-emissioni-inquinanti-militari/

© 2021 Ermete Ferraro

E C O S O C I A L I S M I

Ecosocialismo o barbarie?

Ho partecipato nei giorni scorsi ad un istruttivo incontro online così intitolato, organizzato e promosso da Sinistra Anticapitalista di Milano (https://www.facebook.com/events/290381306058188/?ref=newsfeed ).  Il tema trattato potrà forse risultare non del tutto chiaro, in quanto il termine ‘ecosocialismo’, pur intuendone il senso, resta ai più poco noto. È ciò che accade anche quando mi capita di parlare e scrivere di ‘ecopacifismo’, altra categoria politica che a non a tutti è chiara, per cui è sempre alto il rischio di fraintendimenti, equivoci e semplificazioni, che tendono a ricondurre quanto non si conosce sui rassicuranti binari del politicamente noto.

Già alcuni anni avevo scritto per il mio blog un articolo intitolato: “Ecosocialismo? Sì, grazie!”, col quale provavo a chiarire i termini entro i quali è riconducibile questa categoria dal punto di vista di chi, come me, non affonda le radici nel terreno della cultura marxista, bensì in quello di un ambito nonviolento ed ecopacifista. Come scrivevo allora:

«I principi fondamentali di questo approccio sono così sintetizzabili: (a) interdipendenza ed unità nella diversità; (b) decentramento e democrazia diretta; (c) centralità dell’idea di cittadinanza attiva e responsabile: (d) visione liberatrice della tecnologia; (e) impostazione sociale del lavoro; (f) visione filosofica improntata ad un ‘naturalismo dialettico’ e fondata su un’etica ecologica…». [i]

Ma l’alternativa ecosocialista al pensiero unico neoliberista non è proponibile senza chiarire le espressioni utilizzate e la loro evoluzione, per cui bene ha fatto Umberto Oreste, uno dei due relatori dell’incontro citato, a ripercorrere le tappe del pensiero ecosocialista a partire dal 1972, anno in cui alla critica del sistema economico capitalista cominciarono a sommarsi le denunce e gli allarmi provenienti dal mondo scientifico, ma anche le prime mobilitazioni ecologiste popolari. Il perseguimento di un’autentica armonia dell’uomo con la natura, d’altronde, già negli anni ‘70 era declinato secondo modalità abbastanza diverse. Si andava infatti dalla ‘ecosofia’ proposta dal filosofo della scienza norvegese Arne Naess [ii] alla contrapposizione tra “cultura e società” di cui si faceva portatore il sociologo gallese Raymond Williams [iii], passando per la filosofia di Herbert Marcuse e la sua critica alla repressività insita in una società fondamentalmente totalitaria [iv].

In tale disamina storica non potevano mancare naturalmente i riferimenti al fondamentale contributo ad una svolta ecologista costituito dal ‘rapporto sui limiti dello sviluppo’ prodotto nel 1972 dal Club di Roma, coi suoi ’10 scenari’ per uscire dalla crisi con una rivoluzione sostenibile [v], e  quelli alla nascita d’un soggetto politico ‘verde’, che materializzava la spinta verso una ecologia politica attiva, sia pure con tutte le contraddizioni registrate nei decenni successivi. Risale agli stessi anni ’80 lo stimolo del pensatore statunitense Murray Bookchin, uno degli autori fondamentali riconducibili al pensiero ecosociale e libertario, assai critico nei confronti di un’urbanizzazione antiecologica e promotore di una ‘ecologia della libertà’. [vi]

«Gli ideali di libertà oggi non mancano…e possono essere descritti con ragionevole chiarezza e coerenza. Abbiamo di fronte non solo l’esigenza di migliorare la società, o modificarla; abbiamo di fronte la necessità di ricostruirla. Le crisi ecologiche e i conflitti che ci hanno divisi in lotte che fanno del nostro il secolo più sanguinoso della storia, possono essere risolti soltanto se riconosciamo che ciò che qui viene messo in discussione è la civiltà dominante, non semplicemente un assetto sociale male organizzato […] Le soluzioni di tipo ‘eco-tecnocratico’, per così dire, comportano un livello tale di coordinazione sociale da far impallidire i più centralizzati dispotismi della storia […] Il messaggio ecologico è un messaggio di diversità, ma anche di unità nella diversità. La diversità ecologica, inoltre, non poggia sul conflitto, poggia sulla differenziazione, cioè su di una globalità che viene esaltata dalla varietà dei suoi componenti…» [vii]

Ecologia sociale e nonviolenza attiva

Questa lunga citazione di Bookchin fornisce una prima chiave di lettura del progetto ecosocialista, che egli centrava sulla critica della città e la proposta di un ‘municipalismo libertario’ a misura d’uomo, ma anche sul ripudio della mentalità consumistica e dell’agribusiness. Sono infatti pratiche che semplificano ecosistemi complessi, utilizzando tecnologie sempre più innaturali, mirando esclusivamente al profitto e producendo ‘degradazione ecologica’. Questa tensione verso una società alternativa, conforme ai principi dell’ecologia e promotrice d’una democrazia partecipativa e comunitaria, non era solo un’opzione politica, ma soprattutto etica. Nella sua visione, infatti:

«…ogni persona della comunità è un cittadino, non un individuo egoista e nemmeno il membro di un ‘collettivo particolare’ […] Un tale tipo di persona, scevro da interessi particolari perché vive in un ambiente dove tutti contribuiscono al bene della comunità, dando il meglio di se stessi e prendendo dal fondo comune quanto necessitano, darebbe alla condizione di cittadino una solidità materiale senza precedenti, superiore a quella ottenibile con la proprietà privata». [viii]

Da queste parole sembra trasparire la visione originaria, comunitaria, del cristianesimo, così come risuonano a echi dell’etica politica gandhiana, soprattutto laddove si esalta la dimensione collettiva dei piccoli centri, sintonizzati con gli ecosistemi nei quali si trovano ed in cui la tecnologia riacquista la sua caratteristica di supporto al lavoro umano. Mi riferisco in particolare ad alcuni concetti basilari del pensiero del Mahatma – e del ‘programma costruttivo’ nonviolento –  come quello di swaraj (autogoverno, autogestione) e di swadeshi  (localismo, attaccamento al proprio paese, autonomia, autosufficienza), come sottolinea Roberto Mancini.

«Il primo soggetto della pratica dello swadeshi è la comunità del villaggio, che deve provvedere all’organizzazione materiale della vita collettiva attraverso un’economia locale orientata alla sussistenza nell’equità che permette di non escludere nessuno. È il primo soggetto, non l’unico. Infatti Gandhi non è contrario a un’apertura dell’attività economica oltre i confini del villaggio; egli vuole solo impedire che ci siano modelli organizzativi che giungano a cancellare la rilevanza di questa unità territoriale per polverizzare il tessuto comunitario della società». [ix]

A questo punto – come affiorava anche dalla relazione di Umberto Oreste – viene alla mente il collegamento con un movimento che gran parte di questi obiettivi ha fatto propri, quello sulla c.d. ‘decrescita felice’, il cui principale esponente è Serge Latouche, fautore di un’economia frugale, rispettosa dei limiti ecologici, che coniughi il localismo con un modello anticrescista e conviviale.

«A questo punto il sistema non è più riformabile, dobbiamo uscire da questo paradigma e qual è questo paradigma? È il paradigma di una società di crescita. La nostra società è stata a poco a poco fagocitata dall’economia fondata sulla crescita, non la crescita per soddisfare i bisogni che sarebbe una cosa bella, ma la crescita per la crescita e questo naturalmente porta alla distruzione del pianeta perché una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. […] Il nostro immaginario è stato colonizzato dall’economia, tutto è diventato economico». [x]

Le accuse più comuni rivolte ai sostenitori della ‘decrescita felice’ sono quella di anti-universalismo, di cedimento a posizioni anti-tecnologiche e perfino di romanticismo ‘primitivista’. Eppure, come confermato dallo stesso Oreste, gran parte della revisione dello stesso pensiero marxista aveva puntato a superare la sua visione ‘produttivista’ ed a contrapporre un ‘globalismo ecologico’ al tradizionale internazionalismo proletario.Come riferivo nel mio articolo precedente, inoltre, la stessa mozione sull’ecosocialismo approvata nel 2013 segnava una discontinuità con la visione tradizionale della sinistra marxista, coniugando l’anticapitalismo di fondo col pensiero ecologista e con una democrazia partecipativa.

«L’ecosocialismo, ossia la trasformazione sociale ed ecologica, si trova alla congiunzione dell’ecologia anti-capitalista con i movimenti di sinistra antiproduttivisti […] è una nuova sintesi per fronteggiare la doppia sfida delle crisi sociale ed ambientale- che hanno le stesse radici […] Esso implica il ricorso a radicalità concrete ed a misure che noi chiamiamo ‘pianificazione ecologica’, basata sulla redistribuzione delle ricchezze esistenti ed un sistema di produzione radicalmente differente, che tenga conto dei limiti ambientali, che si basi sul rigetto di ogni forma di dominazione ed oppressione, così come sulla sovranità popolare…». [xi]

Già negli anni ’40 del secolo scorso, il principale teorico del modello gandhiano, Joseph C. Kumarappa, aveva parlato di “economia della libertà” e di “economia della condivisione”, sottolineando fra l’altro il nesso fra un’economia predatoria e basata sul profitto e la conflittualità permanente, finalizzate al controllo oppressivo e violento delle risorse naturali.

«Le economie fondate sul petrolio e sul carbone portano a conflitti tra le nazioni perché questi combustibili sono limitati. […] La vera soluzione per i conflitti internazionali passa per l’autosufficienza economica, la riduzione degli standard di vita di alcune popolazioni e il riaggiustamento della vita di ogni nazione per permettere lo sviluppo delle altre…». [xii]

Ecosocialismo ed ecopacifismo per un’alternativa nonviolenta

Ovviamente l’incontro citato su “Ecosocialismo o barbarie” si è sviluppato seguendo la linea più ‘classica’ dell’ecosocialismo, e quindi in chiave prevalentemente collettivista ed internazionalista, pur aprendosi ad una globalità di stampo ecologista e ad una visione che superi il produttivismo classico. In tal senso, una recente lettura alternative è stata quella di Jason W. Moore, autore di “Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria”, per la cui prefazione all’edizione italiana egli scriveva:                                                   

«L’Antropocene pone correttamente la questione del dualismo Natura/Società senza tuttavia poterla risolvere a favore di una nuova sintesi. Quest’ultima, a mio avviso, dipende da un ripensamento del capitalismo all’interno della rete della vita. È bene che sia ormai diffusissimo lo slogan “cambiare il sistema, non il clima”, ma bisogna fare attenzione al modo in cui pensiamo il sistema. […] L’argomento-Capitalocene, quindi, segnala una prospettiva diversa da quella comunemente in uso negli studi sul cambiamento ambientale globale […] Tale approccio contesta il materialismo volgare implicito in molti studi sul cambiamento ambientale globale, per il quale le idee, le culture e anche le rivoluzioni scientifiche sarebbero fenomeni derivati, di secondaria importanza – un problema che affligge le analisi sia radicali che tradizionali…». [xiii]

Un altro recente ed importante contributo all’apertura di un confronto a più voci sull’ecosocialismo è sicuramente quello di Michael Löwy, il sociologo brasiliano operante in Francia che nel 2001 ha scritto con Joel Kovel il Manifesto Ecosocialista, proprio per invitare ad un ‘dialogo’ che conducesse ad un auspicabile ‘internazionale ecosocialista’.

«Respingiamo tutti gli eufemismi o l’ammorbidimento propagandistico della brutalità di questo regime: tutto il greenwashing dei suoi costi ecologici, ogni mistificazione dei costi umani sotto il nome di democrazia e diritti umani […] Agendo sulla natura e sul suo equilibrio ecologico, il regime, con il suo imperativo di espandere costantemente la redditività, espone gli ecosistemi a inquinanti destabilizzanti, frammenta gli habitat che si sono evoluti nel corso di eoni per consentire il fiorire di organismi, dilapida risorse e riduce la sensuale vitalità della natura a la fredda interscambiabilità richiesta per l’accumulazione del capitale […] Crediamo che l’attuale sistema capitalista non possa regolare, né tanto meno superare, le crisi che ha messo in atto. Non può risolvere la crisi ecologica perché per farlo è necessario porre dei limiti all’accumulazione, un’opzione inaccettabile per un sistema basato sulla regola: cresci o muori! […] In sintesi, il sistema mondiale capitalista è storicamente in bancarotta. È diventato un impero incapace di adattarsi, il cui stesso gigantismo ne rivela la debolezza sottostante. È, nel linguaggio dell’ecologia, profondamente insostenibile e deve essere radicalmente cambiato, anzi sostituito, se deve esserci un futuro degno di essere vissuto […] Si tratta…di sviluppare la logica di una trasformazione sufficiente e necessaria dell’ordine attuale, e di iniziare a sviluppare i passi intermedi verso questo traguardo. Lo facciamo per pensare più profondamente a queste possibilità e, allo stesso tempo, iniziare il lavoro di riunire tutti coloro che la pensano allo stesso modo […] L’ecosocialismo…insiste…sulla ridefinizione sia del percorso che dell’obiettivo della produzione socialista in un quadro ecologico. Lo fa proprio nel rispetto dei “limiti alla crescita” essenziali per la sostenibilità della società. Questi sono abbracciati, tuttavia, non nel senso di imporre la scarsità, il disagio e la repressione. L’obiettivo, piuttosto, è una trasformazione dei bisogni, e un profondo spostamento verso la dimensione qualitativa e lontano da quella quantitativa». [xiv]

Esattamente venti anni dopo, egli ha confermato questa sua proposta in un articolo nel quale, nel ribadire la critica all’ossessione per la ‘crescita’ economica tipica del sistema capitalista, sottolinea anche come questo non soltanto esaspera il consumismo compulsivo e provoca inquinamento e devastazione ambientale, ma si ripercuote anche sulla corsa agli armamenti. Si tratta di una riflessione che, pur non esplicitamente, collega l’opzione ecosocialista a quella ecopacifista, dal momento che quel modello predatorio, energivoro ed iniquo di sviluppo deve necessariamente essere sostenuto e difeso dal braccio armato del complesso militare industriale. Come avevo puntualizzato alcuni anni fa:

«L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neanche una semplice strategia d’zione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico-sociale. La sua caratterizzazione ecosocialista, autogestionaria ed antimilitarista è riconducibile sia alla tradizione etico-religiosa dell’Ahimsa gandhiana, sia alla nonviolenza laica di pensatori come Capitini, sia anche alle proposte di pacifisti di matrice anticapitalista e terzomondista». [xv]

Parlare di ‘ecosocialismi’, quindi, per me è un modo per ricercare – secondo l’auspicio di Löwy – l’unità di azione di coloro che ritengono indispensabile il superamento del modello capitalista e la transizione ad una società più giusta, pacifica ed ecologica. Il rifiuto del profitto ad ogni costo, del consumismo sfrenato, dello sviluppo senza limiti e dello sfruttamento dell’uomo e della natura sono, a mio avviso, fondamentali elementi etico-politici in comune su cui bisogna costruire un’alternativa ecosocialista. Prima che sia troppo tardi per invertire la rotta e riprendere in mano il nostro futuro.

L’ecosocialismo per un “futuro rosso-verde”

In tale direzione sembra andare la sollecitazione dello stesso Michael Löwy, il quale – nell’articolo del 2021 cui facevo cenno – parlava già dal titolo di questo “Red-Green Future”.

«L’ecosocialismo offre un’alternativa radicale che mette al primo posto il benessere sociale ed ecologico. Tenendo conto dei legami tra sfruttamento del lavoro e sfruttamento dell’ambiente, l’ecosocialismo si oppone sia alla ‘ecologia di mercato’ riformista sia al ‘socialismo produttivista’. Abbracciando un nuovo modello di pianificazione solidamente democratica, la società può assumere il controllo dei mezzi di produzione e del proprio destino. Orari di lavoro più brevi e un focus sui bisogni autentici rispetto al consumismo possono facilitare l’elevazione dell’ ‘essere’ rispetto all’ ‘avere’ ed il raggiungimento di un più profondo senso di libertà per tutti. Per realizzare questa visione, tuttavia, ambientalisti e socialisti dovranno riconoscere la loro lotta comune e il modo in cui si collega al più ampio “movimento di movimenti” che cercano una Grande Transizione».[xvi]

La storia del movimento internazionale dei Verdi è costellata di buoni propositi ma anche di cedimenti e compromessi, che paradossalmente lo hanno caratterizzato proprio quando il suo peso è cresciuto all’interno di alcuni stati, rendendo però il suo contributo politico sempre meno radicale ed incisivo. Sarebbe d’altra parte poco lungimirante rinchiudere il discorso ecopacifista all’interno della cerchia della new wave dei partiti comunque riconducibili alla sinistra marxista, trascurando l’apporto dei movimenti ambientalisti e dei partiti esplicitamente ecologisti proprio quando, viceversa, sarebbe necessaria una nuova sinergia di taglio ecosocialista. Come ricordavo nel mio precedente contributo, infatti, non sono state poche le organizzazioni politiche che in questi decenni si sono dichiarate esplicitamente ecosocialiste, soprattutto in Spagna (Izquierda Unida, Esquerra Unida i Alternativa), in Portogallo (Os Verdes), in Francia (Les Alternatifs), in Germania (Die Linke) ed in Grecia (Syriza). Molte di esse non sono più operative o sono confluite in organizzazioni e reti più ampie, ma è innegabile il contributo che anche il movimento dei Verdi ha dato allo sviluppo d’un pensiero ecosocialista. Basti pensare al Manifesto dei Global Greens, la rete che a livello mondiale collega oltre 100 partiti, rappresentati da più di 400 parlamentari. I sei principi fondanti (o ‘pilastri’ comuni) dei Verdi globali riguardano infatti solo per metà l’ambiente in senso stretto (Sostenibilità, Rispetto della diversità, Saggezza ecologica), mentre l’altra metà attiene finalità esplicitamente socialiste e pacifiste (Democrazia partecipativa, Giustizia Sociale e Nonviolenza). Anche nella sua ultima revisione (2017), lo Statuto dei Verdi Globali così si esprime a proposito del ‘pilastro’ della giustizia sociale:

«Affermiamo che la chiave della giustizia sociale è l’equa distribuzione del sociale e del naturale risorse, sia a livello locale che globale, per soddisfare incondizionatamente i bisogni umani fondamentali e per garantire che tutti i cittadini abbiano piene opportunità di sviluppo personale e sociale. Dichiariamo che non c’è giustizia sociale senza giustizia ambientale e non c’è giustizia ambientale senza giustizia sociale. Questo richiede: una giusta organizzazione del mondo e un’economia mondiale stabile che arresti il crescente divario tra ricchi e poveri, sia all’interno che tra i paesi; un bilanciamento del flusso di risorse da Sud a Nord; l’alleviamento dell’onere del debito sui paesi poveri che impedisce il loro sviluppo; l’eliminazione della povertà, come imperativo etico, sociale, economico ed ecologico…» [xvii]

Ovviamente è molto difficile conciliare questi ambiziosi obiettivi – come anche quello della democrazia partecipativa e della nonviolenza – con la presenza dei partiti verdi più rilevanti all’interno di coalizioni di governo che perseguono programmi ben diversi, se non opposti. D’altra parte bisogna riconoscere che quelli del tutto minoritari – come nel caso dei Verdi italiani – hanno ancor meno possibilità di affermare tali principi e, per timore di perdere i già pochi consensi, sono riluttanti ad alleanze con una sinistra alternativa che, purtroppo, risulta in molte realtà altrettanto ininfluente e, in molti casi, piuttosto autoreferenziale. Resta comunque innegabile l’osservazione di Löwy sulla inconciliabilità dell’alternativa ecosocialista con un ambientalismo annacquato, adattato al sistema capitalista.

«Una politica ecologica che funzioni all’interno delle istituzioni e delle regole prevalenti della ‘economia di mercato’ non riuscirà a far fronte alle profonde sfide ambientali che ci attendono. Gli ambientalisti che non riconoscono come il ‘produttivismo’ scaturisca dalla logica del profitto sono destinati a fallire o, peggio, ad essere assorbiti dal sistema. Gli esempi abbondano. La mancanza di un coerente atteggiamento anticapitalista ha portato la maggior parte dei partiti verdi europei, in particolare in Francia, Germania, Italia e Belgio, a diventare semplici partner “eco-riformisti” nella gestione social-liberale del capitalismo da parte dei governi di centrosinistra». [xviii]

Che fare allora? La risposta è semplice, anche se oggettivamente difficile da mettere in pratica. C’è bisogno di un’alleanza strategica di tutti i movimenti che contrastino la logica capitalista e le sue terribili conseguenze sul piano del disastro ambientale, ma anche del crescente rischio di escalation dei conflitti armati e della sempre maggiore marginalità di enormi masse di un’umanità segnata dall’ingiustizia e dallo sfruttamento. Ciò significa un’apertura delle realtà socialiste che più hanno riflettuto su quest’alternativa al contributo di altri ‘ecosocialismi’’, da quello di matrice etico-religiosa (che soprattutto con papa Francesco sta assumendo connotazioni più esplicite sul terreno dell’impegno congiunto su giustizia, pace e salvaguardia del Creato) a quello ispirato dalla nonviolenza attiva dei movimenti pacifisti, comprendendo ovviamente quello che continua a provenire da organizzazioni ‘verdi’ che – come nel caso del Green Party degli Stati Uniti – in molti casi sono già alleate a livello locale con alcune realtà ecosocialiste [xix].

Un secondo obiettivo da perseguire ritengo che sia la saldatura tra ecosocialismo ed ecopacifismo, perché ogni ipotesi di sviluppo alternativo finalizzato a contrastare esclusivamente la crisi climatica non terrebbe in sufficiente conto il peso del complesso militare-industriale sulla devastazione ambientale e sul controllo delle risorse e del potere esercitato a livello globale. La stessa pandemia che ha afflitto l’umanità in questi anni, del resto, è un drammatico esempio di come l’attenzione generale sia stata strumentalmente spostata dal necessario e radicale cambiamento del rapporto uomo-ambiente su questioni apparentemente solo scientifiche, come quelle relative ad una medicina sempre più di emergenza e sempre meno di prevenzione sociale. Tutto ciò ha alimentato non soltanto il fideismo scientista nelle soluzioni ‘tecniche’ e nell’autorità indiscutibile di chi governa la sanità, ma ha suscitato di fatto anche un intollerabile controllo sulla popolazione di stampo autoritario e militarista.  

La via verso un’alternativa ecosocialista, insomma, è costellata di ostacoli e deviazioni, ma è l’unica da percorrere per impedire che la catastrofe ecologica – sia pure a livello globale – continui a colpire in primo luogo ed in misura maggiore proprio chi è già stato vittima dell’ingiustizia, dello sfruttamento e dell’oppressione. È una questione etica, ma proprio per questo profondamente politica.                                    


Note:

[i] Ermete FERRARO, “Ecosocialismo? Sì, grazie!”, Ermete’s Peacebook, (08.06.2014) >https://ermetespeacebook.blog/2014/06/08/ecosocialismo-si-grazie/

[ii] Vedi, ad es.: Arne NAESS, Dall’ecologia all’ecosofia, dalla scienza alla saggezza, in M. Ceruti, E. Laszlo (a cura di), Physis: abitare la terra, Feltrinelli, Milano 1988

[iii] Vedi, ad es.: Raymond WILLIAMS, Cultura e rivoluzione industriale, Torino, Einaudi, 1968

[iv] Vedi, ad es.: Herbert MARCUSE, Critica della società repressiva, Milano, Feltrinelli, 1968.  

[v] Donella H. MEADOWS, Dennis L. MEADOWS; Jørgen RANDERS; William W. BEHRENS III, The Limits to Growth, 1972. (trad. ital.: Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows; Jørgen Randers; William W. Behrens III, Rapporto sui limiti dello sviluppo, 1972)

[vi] Vedi, ad es.: Murray BOOKCHIN (1982), L’ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia, (trad. ital.: Milano, Elèuthera, 1986)

[vii] Murray BOOKCHIN, Per una società ecologica, Milano. Elèuthera, 1989, pp 185-187

[viii] Ibidem, p. 210

[ix]  Roberto MANCINI, Trasformare l’economia – Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli, 2014, p. 160. Vedi anche: Mohandas K. GANDHI, Teoria e pratica della Non Violenza (a cura e con un saggio introduttivo di Giuliano Pontara), Torino, Einaudi, 1975 e ss.

[x]  Cfr. Serge Latouche, cit. in https://it.wikiquote.org/wiki/Serge_Latouche#cite_note-gri-1

[xi] http://ecosocialisme.com/2013/12/17/motion-proposee-par-le-parti-de-gauche-fr-alliance-rouge-verte-dk-syriza-gr-bloco-port-die-linke-all-sur-les-questions-ecologiques/

[xii] Joseph C. KUMARAPPA (1947), cit. da Marinella Correggia in: J.C. Kumarappa, Economia di condivisione – Come uscire dalla crisi mondiale, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2011 – Quad. Satyagraha n. 20, p. 183

[xiii] Jason W. MOORE, Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, Verona, Ombre Corte, 2017 (Prefazione all’ediz. italiana > https://www.dinamopress.it/news/lalternativa-antropocene-capitalocene-chiamare-sistema-suo-nome/

[xiv] Joel KOVEL – Michael LÖWY, An Ecosocialist Manifesto, Paris 2001 > http://environment-ecology.com/political-ecology/436-an-ecosocialist-manifesto.html  (trad. mia)

[xv] Ermete FERRARO, L’ulivo e il girasole – Manuale ecopacifista, Napoli, VAS-Verdi Ambiente Società, 2014 – citato in: Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello – Un progetto ecopacifista, Torino, Ed. Gruppo Abele, 2021, p. 81

[xvi] Michael LÖWY, Why Ecosocialism: For a Red-Green Future, dec. 2018 > https://greattransition.org/publication/why-ecosocialism-red-green-future#top (trad. mia)

[xvii] GLOBAL GREENS, Global Greens Charter (Liverpool 2017) > https://globalgreens.org/wp-content/uploads/2021/06/GlobalGreens_Charter_2017.pdf

[xviii]  Michael LÖWY, Why Ecosocialism: For a Red-Green Future, cit.

[xix]  Cfr. https://www.gp.org/ten_key_values  ed anche https://ecosocialists.dsausa.org/about-us/introduction/

© 2021  Ermete Ferraro

Ripudiare la guerra: dalle parole ai fatti

Pochi non sanno – anche se in troppi se ne dimenticano – che l’art. 11 della Costituzione su cui si fonda la nostra Repubblica comincia con le seguenti parole: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”. C’è da notare che nella Carta costituzionale non è facile trovare affermazioni così esplicite, chiare e categoriche. Ciò che colpisce di più – e su cui intendo soffermarmi sul piano linguistico – è la scelta che i costituenti fecero 72 anni fa, quando decisero di utilizzare in questo contesto il verbo ‘ripudiare’, davvero insolito sul piano giuridico-istituzionale.  

«Che la formula scelta per il divieto suoni particolarmente forte non è dubbio; è nota l’attenzione particolare posta nella scelta del verbo ripudia, preferito, infine, ad altri verbi (rinuncia, condanna) perché – come disse il presidente della Commissione, Meuccio Ruini – ha «un accento energico ed implica così la condanna come la rinunzia alla guerra». Riconoscendo che ogni tipo di contrasto può essere risolto col ragionamento, viene ribadito nelle diverse fasi dei lavori, anche in Assemblea plenaria, l’intento di eliminare la guerra per sempre, il rifiuto dell’atto di violenza…»  [1]

Le parole infatti hanno un peso. Sono molto più che emissioni articolate di voce, in quanto danno corpo ai nostri pensieri, concretezza alle nostre idee e – in quanto ‘atti linguistici’ [2] – servono non solo a dire, ma anche a ‘fare’. Ecco perché non solo esprimono sentimenti ed intenzioni, ma agiscono e conseguono effetti pratici. Nel caso specifico, la condanna decisa ed assoluta della guerra nella Costituzione è racchiusa nel verbo ‘ripudiare’ che di per sé indica un’azione concreta, di cui però non tutti sono consapevoli. Basta allora leggerne la definizione che ne dà un autorevole dizionario:

«Ripùdio s. m. [dal lat. repudium, prob. connesso con pes pedis «piede» (propr., l’atto di respingere con il piede)]. – 1. L’azione, l’atto e il fatto di ripudiare chi è legato a noi affettivamente o socialmente: r. della famiglia; r. di un amico, di un’amicizia. In partic., nel diritto matrimoniale di alcuni popoli (per es. nell’Antico Testamento, nel diritto romano, nella legge sacra musulmana), la dichiarazione che un coniuge (il marito) fa all’altro coniuge, con o senza formalità, di volere rompere il vincolo coniugale: è una forma di divorzio unilaterale. 2. Rifiuto di ammettere, riconoscere, conservare come proprio qualche cosa che ci appartiene: r. di un libro, di un romanzo, di un’opera, di cui si è autore; r. della propria fede, di una promessa; r. dell’eredità, rinuncia all’eredità; r. del debito pubblico, esplicita dichiarazione di uno stato di non volere riconoscere il debito complessivo o alcuni debiti contratti da precedenti governi. Per estens., rifiuto deciso, netta opposizione ad accettare qualche cosa: r. di ogni compromesso, di ogni forma d’imposizione». [3]

Non si tratta di un puro diniego né siamo di fronte ad un semplice rifiuto verbale. Quel verbo dal suono antico, infatti, rappresenta un vero e proprio atto fisico. Evoca concretamente l’atto di respingere qualcosa o qualcuno col piede, di allontanarla/o con un calcio, rescindendo bruscamente un legame o relazione precedente. Siamo quindi di fronte ad un verbo che, se vogliamo, è connotato da una certa violenza e che, comunque, indica una volontà determinata, una decisione netta e definitiva. Certo, se pensiamo alla pratica giuridico-religiosa del ‘ripudio’, tipica della tradizione ebraica ed islamica, l’idea che questa parola ci suggerisce risulta piuttosto sgradevole, indicando una rottura unilaterale del vincolo coniugale, un divorzio privo di consenso e di reciprocità, intriso di spirito patriarcale e maschilista. Nell’adottarlo – in base alla prescrizione di un passo del Deuteronomio [4] – gli uomini Ebrei, con questa pratica molto sbrigativa di rescissione del matrimonio che chiamavano כְּרִיתוּת (kerithùth), sancivano la condanna d’un comportamento ritenuto talmente illecito da annullare l’accordo precedentemente stipulato (il verbo karath significa proprio tagliare un legame, rompere un patto). Secondo il testo veterotestamentario, infatti, la donna scacciata avrebbe dovuto commettere qualcosa di ‘vergognoso’ o ‘impudico’ (il termine originale è עֶרְוָה (ervâ), che in ebraico significa ‘nudità’ esposte). [5]  Se quindi consideriamo la scelta del verbo ‘ripudiare’ nell’art. 11 della Costituzione italiana in senso metaforico, appare chiaro che la ‘vergogna’, l’oscenità cui si fa riferimento, è costituita dalla guerra in sé. Attualmente il termine ebraico per indicare il divorzio unilaterale è ‘gerushim’, dalla radice ‘gerush’ in cui appare ‘ger’, che significa ‘straniero’, per cui – prescindendo ancora da considerazioni etiche e giuridiche su tale istituto – il ‘ripudio’ indica anche in questo caso il disconoscimento di un rapporto precedente, che viene così reciso nettamente, annullato del tutto a causa di un comportamento ‘estraneo’.

Tornando alla radice greco-latina del sostantivo ‘ripudio’ e del verbo da esso derivato, il suo impatto quasi fisico dipende dal sostantivo πούς , ποδός (pous, podòs), evocante l’atto di respingere col piede, di allontanare da sé con un’energica pedata. In latino questo vocabolo si è un po’ trasformato, ma la radice permane nel vocabolo pes, pedis, dal quale sono derivate una notevole quantità di altre parole collegate al termine originario.  Già i greci, ad esempio, usavano il nome ἐμποδιος (ed il verbo εμποδίζω)per indicare ciò che blocca, ostruisce, impedisce, esattamente come, in latino, impedimentum ed impedio. L’impedimento, dunque, è ciò che ‘ci sta fra i piedi’, che non ci fa andare avanti, che ci ostacola nel nostro cammino. Anche qui viene subito da pensare, a proposito dell’art. 11, che ciò che l’umanità dovrebbe finalmente ‘togliersi dai piedi’ è proprio la guerra, sinonimo di morte e distruzione e negazione di una vita tranquilla, serena e produttiva. Per procedere spedito verso un autentico progresso (dal lat. expeditus, esatto contrario di impeditus, da cui deriva fra l’altro anche il sostantivo inglese speedy), l’essere umano deve smetterla di ripetere gli errori del passato in modo pedissequo, di osservare le vecchie regole in maniera pedestre. Tutti noi dovremmo smetterla di accogliere quasi con tripudio il dato che pone l’Italia (che dovrebbe invece ‘ripudiare’ la guerra) al decimo posto nel mondo per esportazione di armamenti bellici. Noi italiani, per un minimo di coerenza, dovremmo indignarci quando qualcuno, dall’alto del suo podio istituzionale, continua a raccontarci fandonie sulle cosiddette ‘missioni di pace’, attualmente ben 41 spedizioni armate all’estero che ci costano quasi 25 miliardi di euro (+8,1%). [6]

Ancora una volta, questo 2 giugno la Festa della Repubblica ci è stata presentata come un’altra trionfale celebrazione delle forze armate, tradendo in tal modo la lettera e lo spirito della Costituzione che dovrebbe ispirarne le scelte. Il ‘ripudio della guerra’ è diventata un’espressione vuota, priva del solenne ed inequivocabile significato impressole 73 anni fa. Troppi pappagalli della politica, dai loro treppiedi, continuano a ripetere frasi assurde quanto retoriche, avallando la mistificazione che, in nome della difesa atlantica ed ora europea – ha portato l’Italia ad essere incatenata ad un complesso militare-industriale e militarmente impegnata in vari continenti, senza che questo possa configurarsi come quella “difesa della Patria” che, secondo l’art. 52 della Carta costituzionale, dovrebbe essere “sacro dovere del cittadino”. [7] Se è vero, infatti, che il testo dell’art. 11 citato prosegue recitando che: (“l’Italia) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo, è però difficilmente dimostrabile che un apparato militare che ci costa quasi 25 miliardi (68,5 milioni al giorno…) serva davvero per “assicurare pace e giustizia” e non ad alzare ulteriormente il livello delle già diffuse tensioni internazionali.

Dobbiamo allora superare e correggere il sesquipedale errore (nel senso di esagerato e prolungato, ma anche di grossolano) che, oltre a farci identificare il concetto di ‘difesa’ con quella armata [8], sta introducendo surrettiziamente anche l’idea che le forze armate servano pure a difenderci da calamità e pandemie. Ecco perché, nei confronti di un complesso militare-industriale che costituisce un vero e proprio impedimento alla realizzazione di un modello di sviluppo equo, ecologico e pacifico, tocca a noi, con la nostra obiezione di coscienza, ripudiare la guerra in tutte le sue manifestazioni, anche meno evidenti. In primo luogo divorziando da un legame internazionale che dal 1949 ci priva della nostra indipendenza come stato, asservendoci alla difesa degli indifendibili interessi del 10% dell’umanità che divora le risorse del restante 90% , pretendendo di controllare tutto e tutti.

© 2021 Ermete Ferraro


NOTE

[1]  Lorenza Carlassare, “L’art. 11 Cost. nell’intento dei Costituenti”, Costituzionalismo.it, fasc. 1/2013, p. 3 > https://www.costituzionalismo.it/wp-content/uploads/Costituzionalismo_437.pdf

[2]  Per una sintetica definizione, cfr. Pier Cesare Rivoltella, “L’atto linguistico”, La comunicazione >  https://www.lacomunicazione.it/voce/atto-linguistico/  e Clara Ferranti, Teoria degli atti linguistici, Corso di Sociolinguistica, Università di Macerata, 2014 > http://docenti.unimc.it/clara1.ferranti/teaching/2014/13354/files/teoria-degli-atti-linguistici-slide

[3] Voce ‘ripudio’ in Vocabolario on line Treccani > https://www.treccani.it/vocabolario/ripudio/

[4]  “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa.” (Deuteronomio 24,1)

[5]  Cfr. il testo originale del brano citato ed i relativi commenti lessicali in https://www.blueletterbible.org/kjv/deu/24/1/t_conc_177001 .  Sul divorzio nell’Antico Testamento v. anche l’interessante articolo: Alessandro Conti Puorger, “Il primo matrimonio col Signore”, Bibbiaweb.net > https://www.bibbiaweb.net/lett159d.htm

[6]  Vedi i dati forniti dall’osservatorio Milex > https://www.milex.org/2021/04/23/anticipazione-milex-spesa-militare-italiana-2021-sfiora-25-miliardi/  e da Analisi Difesa > https://www.analisidifesa.it/2020/07/le-missioni-militari-italiane-tra-nuovi-impegni-e-ritiro-dallafghanistan/

[7] V. testo dell’art. 52 della Costituzione della R.I. > https://www.senato.it/1025?sezione=123&articolo_numero_articolo=52

[8]  Vedi la sentenza della Corte Costituzionale n. 64 del 24.5.1985: “La Corte infine afferma che il dovere di difesa della Patria è “ben suscettibile di adempimento attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato,” e che “a determinate condizioni il servizio militare armato può essere sostituito con altre prestazioni personali di portata equivalente , riconducibili anch’esse all’idea di difesa della Patria” in: Giorgio Giannini, La difesa della Patria e la difesa non armata civile e nonviolenta, p. 4 > http://www.serviziocivileunpli.net/wp-content/uploads/2010/09/Difesa-della-Patria-non-armata-e-non-violenta.pdf