RICONCILI-AZIONI

    Le parole per dirlo…

Far parte di un Movimento che porta nella sua ragione sociale la parola riconciliazione non è come aderire ad una qualsiasi organizzazione genericamente pacifista. Ma diciamo la verità: questo termine resta non molto familiare alla cultura cattolica, pur riferendosi ad un concetto genuinamente evangelico. Infatti, l’I.F.O.R. (International Fellowship of Reconciliation) fu ispirata già nel 1914 – e fondata ufficialmente nel 1918, dopo la carneficina della prima guerra mondiale – da appartenenti alla cultura protestante, in particolare all’ambiente del pacifismo di matrice quacchera, a sua volta derivante dalla corrente calvinista-puritana. [i]  

‘Riconciliazione’, linguisticamente parlando, è comunque un significante che racchiude varie sfumature di significato. Trattandosi di un termine appartenente alla dottrina ebraico-cristiana, bisogna perciò risalire ai vocaboli originari ed alla loro evoluzione semantica. Il concetto di ‘riconciliazione’ ricorre nella Bibbia otto volte: cinque nell’Antico Testamento (la Tanach degli Ebrei) e tre nel Nuovo. Nel primo caso lo troviamo nel Levitico, nel II libro delle Cronache e tre volte nei libri profetici (due in Ezechiele ed una in Daniele) [ii], espresso in lingua ebraica tre volte da כָּפַר (kafar) e due da חָטָא (chatà). Il primo vocabolo è una radice primitiva, che indicava letteralmente l’azione di ‘ricoprire’ (ad es. una strada col bitume) e in senso traslato quella di ‘perdonare’, ‘condonare’, ‘annullare’, ‘cancellare’ etc. Il secondo si riferiva ad azioni simili, come quella di ‘purificare’, ‘sopportare una perdita’, ‘espiare’, pur designando anche concetti come ‘sbagliare’ o ‘commettere peccato’. [iii]  

Nella versione originale del Nuovo Testamento, in lingua greca questo concetto ricorre tre volte ed è utilizzato solo nelle Epistole: due voltenella II Lettera ai Corinzi ed una nella Lettera ai Romani. Il vocabolo utilizzato da Saul/Paolo di Tarso è καταλλαγ (katallaghé) ed il relativo verbo καταλλάσσω (katallàsso), il cui significato letterale aveva a che fare con lo scambio commerciale, il cambio di monete, mentre in senso traslato indicava azioni come: ‘riconciliare qcn.’, ‘tornare nel favore di qcn.’, ‘essere riconciliato con qcn.’. Esso a sua volta derivava dal verbo allàsso’ – preceduto dal prefisso preposizionale katà – che significava ‘trasformare’, ‘scambiare’, ‘rendere altro’ (àllos, -e, -on).

Ma è nella traduzione in lingua latina dell’intera Bibbia – la Vulgata di san Girolamo cui sono ispirate le versioni successive – che compare la parola reconciliatio, alla base dei vocaboli attualmente usati, con poche varianti, negli idiomi neolatini (réconciliation, riconciliazione, reconciliaciòn, reconciliação, reconciliere…) ed anche in lingua inglese (reconciliation), laddove in tedesco è stato utilizzato Versöhnung, la cui radice Sühne rinvia al concetto di ‘espiazione’. [iv]In arabo il vocabolo-nome adoperato è توفيق (tawfiq, da una radice semitica che significa accettazione, conciliazione), mentre in hindi abbiamo सुलह (sulah, derivante dalla radice persiano-araba che indicava la pace, l’accordo).

Se dal verbo latino reconciliare – che traduceva nella lingua dell’impero romano il kafàr ebraico ed il greco katallàsso – scorporiamo i due morfemi modificanti (cioè i prefissi preposizionali re = di nuovo e cum = insieme) ed il suffisso verbale -are, resta come cuore della parola il lessema -cili. Non tutti i dizionari etimologici concordano sul suo significato, attribuendolo ora ad antiche radici verbali (cillo /cilleo/cello), a loro volta derivanti dal greco kéllo (= muovere, spingere), oppure da kaléo (= chiamare). Nel primo caso ‘riconciliare’ significherebbe ‘spingere di nuovo insieme’; nel secondo ‘ri-chiamare insieme’, con una sfumatura semantica che introduce comunque il ruolo d’un mediatore/conciliatore. Da questa divagazione etimologica mi sembra che emergano tre considerazioni:

(a) il concetto ebraico-veterotestamentario di ‘riconciliazione’ (kafàr/chatà) ha sicuramente a che fare col per-dono / con-dono delle azioni negative che hanno ferito una o tutte le parti in causa di un conflitto, grazie alla decisione di cancellare/ricoprire/azzerare quelle situazioni dolorose, senza escludere la espiazione del male provocato;

(b) nell’analogo concetto greco-neotestamentario compare un concetto nuovo: quello di trasformazione/scambio reciproco, nel senso di superamento di una situazione conflittuale cercando un punto d’intesa ‘altro’, del tutto nuovo;

(c) la versione latina non traduce alla lettera né il vocabolo ellenico né il suo antecedente semitico ed introduce altri elementi. Emerge il ruolo di chi svolge la mediazione fra le parti in conflitto (limitandosi a ‘chiamarle’ o ‘spingendole’ ad un dialogo), ma bisogna tener conto anche del fatto che il prefisso latino re-, infatti, ha un significato un po’ ambiguo, in quanto “esprime per lo più il ripetersi di un’azione nello stesso senso o in senso contrario” [v]. Nel primo caso il risultato della mediazione porterebbe al ripristino d’una situazione pre-conflittuale (e quindi ad un ritorno al passato), mentre nel secondo condurrebbe ad una soluzione contraria se non opposta, comunque diversa e quindi nuova.

Ma che cosa intendiamo esattamente, oggi, con questa parola? Secondo il dizionario di Repubblica, è definibile come: “Azione, risultato e modo del riconciliare o del riconciliarsi […] SIN. Rappacificazione” [vi]. Molto simile anche la definizione del Dizionario Garzanti: “1. il riconciliare, il riconciliarsi, l’essere riconciliato; rappacificazione [+ con]” [vii]e quella del Corriere: “1.Ripresa di rapporti buoni o corretti dopo un litigio o una fase di distacco SIN rappacificazione; fine delle ostilità militari, politiche, ideologiche ecc. fra componenti diverse di una nazione: politica di r.” [viii]. Non dissimili le spiegazioni fornite da Treccani (“1. rimettere d’accordo, far tornare in pace o in buona armonia…”), Hoepli (“1. conciliare di nuovo, mettere d’accordo, rappacificare…”) e Garzanti linguistica (“1. rimettere d’accordo, far tornare in buona armonia; rappacificare [+ con]”. [ix]  per quanto riguarda altre lingue, non fornisce maggiori approfondimenti la consultazione del francese Larousse (“Action de réconcilier des adversaires, des gens fâchés entre eux; fait de se réconcilier…[x]  né degli inglesi Merrian-Webster (“to restore to friendship or harmony…” [xi] e Cambridge (“a situation in which two people or groups of people become friendly again after they have argued…”. [xii]

In tutti i casi, infatti, la ‘riconciliazione’ è definita come un’azione (come è evidente dal suo stesso suffisso), il cui fine sarebbe: (a) ri-prendere rapporti corretti, (b) rap-pacificare soggetti in conflitto, (c) far tornare l’armonia perduta, (d) ri-pristinare rapporti amichevoli dopo una lite. Torna insistentemente – come nel lemma originario – quel prefisso re- che sottintende una ripetizione, un ritorno ad una situazione di partenza o comunque il rinnovamento d’uno stato precedente.

Ma è davvero questo il significato di ‘riconciliazione’ e del suo abituale sinonimo ‘rappacificazione’? Si tratta di promuovere atteggiamenti e comportamenti che facciano tornare soggetti in conflitto a precedenti rapporti di amicizia ed accordo (il latino pax, oltre a ricordarci la parola italiana ‘patto’rinvia all’antica radice sanscrita *paç /pak/pag, che significava: legare, unire, saldare, accordare), oppure la ‘riconciliazione’ dovrebbe essere qualcosa di diverso e di più profondo?

‘Riconciliare’ e ‘riconciliarsi’, in definitiva, vuol dire fare dei passi indietro, verso un teorico passato migliore da ripristinare, oppure significa darsi una prospettiva del tutto nuova, originale e che punta al futuro?

 Riconciliar… e organizzar

Una buona spiegazione del termine ‘riconciliazione’ e dei significati che trasmette è stata proposta da Enrico Peyretti, filosofo-teologo e noto ricercatore per la pace italiano:  

«Una riconciliazione è vera se avviene su base di verità (riconoscimento dei fatti) e di giustizia (riconoscimento dei diritti) […] Una semplice pace (pax = patto) non è detto che sia riconciliazione; può essere solo una transazione che spartisce vantaggi e svantaggi, per la riduzione del danno […] oppure può essere l’imposizione della volontà del vincitore sul vinto, quindi un atto violento che sancisce la disparità delle forze […] L’idea stessa di riconciliazione contiene una speranza, il ricupero di una conciliazione che c’è stata e si è incrinata, o perduta […] Riconciliarsi è incontrarsi di nuovo.  Una vera riconciliazione è un orizzonte grande, è la ri-umanizzazione reciproca, negata dal rapporto di ostilità […] Una vera riconciliazione implica il perdono…cioè il consapevole superamento dell’ostilità, dell’odio, dei sentimenti distruttivi, delle immagini negative, cioè una trasformazione nonviolenta del conflitto». [xiii] 

Le parole-chiave emergenti sono: verità, giustizia, speranza, recupero, incontro, perdono e trasformazione. Alcune di esse guardano al passato (re-cupero di ciò che si è perduto, ri-stabilimento della verità, per-dono dei debiti…); altre puntano al momento presente (in-contro); altre mirano invece ad una prospettiva futura (speranza nel senso etimologico di ‘tendere verso’,  tras-formazione con modalità innovative del conflitto). 

Da questa prima considerazione capiamo che il processo di riconciliazione è un albero che affonda le proprie radici nel passato conflittuale, sviluppa il proprio fusto nel presente dell’incontro e del dialogo, ma protende i suoi rami verso il futuro di soluzioni alternative e del tutto nuove. Non sempre, quindi, riconciliare vuol dire ripristinare le relazioni precedenti, dando per scontato che fino all’emergere di uno scontro diretto sussistesse un rapporto ottimale. Dovremmo piuttosto analizzare gli elementi del conflitto (soggetti, interessi e valori in contrapposizione, ma anche contesti, cause e dinamiche relative), alla ricerca di soluzioni che non siano distruttive e violente, ma costruttive ed in-nocenti.

La riconciliazione comporta tre aspetti inscindibili, che integrano le dimensioni temporali in un processo dinamico e creativo: (1) analisi critica e autocritica delle esperienze passate negative; (2) sforzo di comprensione empatica, per cercare insieme e nel presente, un punto d’incontro e di mediazione; (3) esplorazione di atteggiamenti e comportamenti alternativi, per superare anche in futuro i possibili conflitti, senza nasconderli sotto il tappeto o esorcizzarli moralisticamente.

«Il problema dunque non è il sorgere del conflitto ma l’affrontarlo come un problema condiviso. […] Le fonti del conflitto sono le seguenti: gli interessi (ciò che noi vogliamo e ciò che loro vogliono),  i valori (come la realtà dovrebbe essere per noi e per loro e come noi crediamo e loro credono sia), le emozioni (cosa noi sentiamo e loro sentono), le identità (chi siamo noi e chi sono loro specie in quanto appartenenti a dati gruppi sociali)». [xiv]

Si comprende che un processo così articolato – come qualsiasi aspetto di un percorso di nonviolenza attiva – richiede tempo, preparazione adeguata e, talvolta, l’intervento di mediatori esterni.  Mi riferisco a ruoli non necessariamente professionali (sebbene nella nostra realtà sociale esistano già figure riconosciute di mediatori, ad es. quelli linguistici, culturali o familiari), ma svolti comunque da soggetti qualificati ad una funzione così delicata, che richiede competenze specifiche e tecniche adeguate.

Formazione, addestramento e organizzazione sono dunque indispensabili, ma è auspicabile che la conoscenza dei principi della nonviolenza e delle tecniche di risoluzione alternativa dei conflitti diventino un patrimonio sempre più comune e diffuso, introducendo riflessioni ed esperienze in tal senso già nel curricolo scolastico di base. È ciò che sta facendo da anni il gruppo di lavoro che, partendo dalle teorie sul superamento dei conflitti elaborate dal ricercatore per la pace norvegese Johan Galtung, porta nelle scuole di quel paese alcune applicazioni specifiche del metodo Trascend , applicabili in particolare ai micro-conflitti [xv], diffondendole un po’ dovunque.

Resta il problema che la riconciliazione non è intesa da tutti allo stesso modo perché, se è vero che oggi siamo più consapevoli degli svariati approcci ad essa, solo alcuni di essi sono stati effettivamente praticati, come spiega lo stesso Galtung.

«Quando la parte in conflitto A fa violenza alla parte in conflitto B, entrambe risultano traumatizzate: la seconda dal male subìto, la prima dalla colpa di averlo causato. Le emozioni sono profonde. Lo scopo della riconciliazione è la guarigione delle ferite e la chiusura del conflitto, cosicché le parti siano meno traumatizzate e possano vivere insieme […] Scorrendo la lista degli approcci alla riconciliazione, ci accorgiamo immediatamente della tentazione di vedere il conflitto in termini di una singola causa, i cattivi attori, e la riconciliazione in termini di un solo approccio: quello giuridico-punitivo […] Un’altra forma è la risoluzione congiunta del conflitto, discutendo insieme la calamità che ha colpito tutti e progettando precorsi per prevenirne una ripetizione in futuro. Se questo approccio sarà attivato sia a livello delle élites, sia a livello popolare, sarà molto potente. Ma il meglio è ovviamente che il vincitore e lo sconfitto si mettano insieme per produrre una reale trasformazione del conflitto di base…». [xvi]

Utilizzando un linguaggio medico, potremmo dire che, sebbene il fine prevalente della riconciliazione sia la terapia, qui e ora, dei traumi causati da un conflitto, è comunque indispensabile partire da una sua anamnesi, risalendo retrospettivamente ai moventi materiali e psicologici che l’hanno causato. C’è bisogno però di cercare anche  le indicazioni da trarre per il futuro dall’esperienza conflittuale passata e delle modalità di cura nel presente, per la prevenzione di altre contrapposizioni violente e distruttive.

La scuola potrebbe diventare il luogo dove iniziare subito ad affrontare i conflitti in modo alternativo, almeno a livello interpersonale e comunitario. Nel nostro contesto socio-culturale dobbiamo però registrare che: (a) le competenze specifiche sono ancora poco diffuse; (b) la scarsa diffusione di solidi presupposti teorici spesso dipende dalla mancanza di occasioni di formazione degli operatori; (c) alcune esperienze già realizzate nelle nostre scuole sono state comunque poco condivise e pubblicizzate.

Succede anche per altri approcci alternativi ai conflitti, come ad esempio il metodo di ‘comunicazione nonviolenta’ (C.N.V.) ideato dallo psicologo statunitense Marshall B. Rosemberg, di cui un solo centro specializzato si è fatto specificamente portatore e sperimentatore nel nostro Paese. [xvii]  Il processo di riconciliazione, viceversa, ha molto a che fare con un approccio psicologico alle situazioni conflittuali che liberi la comunicazione dalle incrostazioni di condizionamenti linguistici e mentali (stereotipi culturali, frasi fatte, espressioni che feriscono…), per facilitare lo scambio d’idee, la comprensione reciproca e lo sviluppo di competenze linguistiche improntate ad una vera ‘grammatica della pace’. [xviii]

Bisogna dunque uscire dall’equivoco che la riconciliazione sia soltanto un imperativo etico o un auspicabile atteggiamento di benevolenza e perdono. Per questo ed altri aspetti della nonviolenza, per dirla con don Tonino Bello, dobbiamo allora “organizzare la speranza”.

Riconciliazioni… per ‘fare’ pace

Nella nostra abituale logica binaria, se la proposizione A è vera, quella non-A è sicuramente falsa, poiché ‘tertium non datur’.  Perfino quando si parla di ‘pace’ e ‘riconciliazione’ si contrappongono in modo rigido le tesi di chi li ritiene o solo principi morali cui ispirarsi (e quindi fini), oppure solo metodi di azione (e quindi mezzi). Questo approccio andrebbe però superato,  per giungere a una sintesi che superi le antinomie e ricerchi impostazioni non esclusive a priori. La stessa ‘pace’è sia il fine da raggiungere sia il mezzo per conseguirlo, mantenendo la coerenza tra i due. Per citare Aldo Capitini:

«Nella grossa questione del rapporto tra il mezzo e il fine, la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore, il fine dell’onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso la vecchia legge di effetto tanto instabile: “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, ma attraverso un’altra legge: “Durante la pace, prepara la pace”». [xix]

Questo richiamo a ‘preparare’ la pace ci ammonisce a non fermarci alla visione idealistica di chi la ritiene solo un ‘dono’ del cielo, ma a darci da fare per realizzare, cioè rendere reale pratico ed attuale, quell’ideale di vita. Lo stesso Vangelo (Mt 5:9) ci esorta a diventare εἰρηνοποιοί (eirenopoiòi), letteralmente facitori di pace, costruttori di pace, non semplici ‘amanti della pace’.  Ma per costruire la pace nel suo complesso, e specificamente la riconciliazione, abbiamo bisogno di metodi e tecniche opportune, che vanno apprese, interiorizzate, ma soprattutto applicate nella pratica quotidiana con un opportuno addestramento. Come affermava Peyretti, allora, bisogna abbandonare la logica binaria della contrapposizione, che blocca la comunicazione, per introdurre una relazione ‘ternaria’, in cui il ruolo del mediatore faciliti la comprensione e la cooperazione, altrimenti bloccate dall’ostilità reciproca. La riconciliazione, come altri aspetti della trasformazione nonviolenta del conflitto, apre infatti uno “spazio di ri-creazione”, dove le ferite alla relazione possano essere curate e la comunicazione possa essere ripristinata.Johan Galtung ha spiegato che:

«Un conflitto è una ragione di per sé sufficiente per essere preso seriamente in considerazione. Le persone stanno già soffrendo. Inoltre un conflitto è un invito alle parti in causa, alla società e al mondo intero ad andare avanti, affrontando di petto la sfida costituita dalle questioni sul tappeto, con un atteggiamento di empatia (verso tutte le parti), nonviolenza (anche per impedire lo sviluppo di meta-conflitti) e creatività (per trovare vie d’uscita).  Il compito è trasformare il conflitto, verso l’alto, positivamente, trovando obiettivi stimolanti per ogni parte coinvolta, modi fantasiosi per combinarli, il tutto senza violenza. È l’incapacità di trasformare i conflitti che porta alla violenza. Ogni atto di violenza può essere considerato come un monumento a tale incapacità degli esseri umani…».[xx]

La riconciliazione – secondo lo schema proposto da Galtung – riguarda la dimensione temporale successiva allo svilupparsi della violenza in un conflitto, e viene dopo la sua risoluzione e la ricostruzione di un rapporto. Riconciliarsi, insomma, è la tappa finale di un lungo percorso di pacificazione, che inizia con la prevenzione della violenza, si basa sulla mediazione nonviolenta tra le parti in conflitto per trasformarlo nonviolentemente e si conclude creando relazioni nuove mediante interventi di riabilitazione. Ma la riconciliazione può essere anche intesa, più in generale, proprio come quell’impostazione empatica, nonviolenta e creativa che attiva e realizza il processo di pace.

Una formazione precoce in tal senso è legata ad esperienze di educazione alla pace e alla nonviolenza da realizzare in famiglia ed a scuola. Formare bambini e ragazzi a riconoscere i conflitti e ad affrontarli in modo alternativo, cercando soluzioni che li ‘trascendano’, sarebbe il modo migliore per prevenire conflittualità violente e distruttive e per sperimentare metodi alternativi e creativi. Il manuale prodotto sulla base di quelle proposte da Galtung – ora tradotto anche in italiano – è un ottimo esempio di come insegnare ai più piccoli che ‘facciamo pace’ non è solo un buon proposito, ma un percorso da apprendere e sperimentare in prima persona, qui e ora.

«Quando si parla di SABONA si intende sia il progetto di trasformazione dei conflitti legato alla scuola e chi lo porta avanti, sia la metodologia, ossia i 7 strumenti mutuati dal metodo TRASCEND…[che] fornisce una vastissima serie di strumenti analitici e pratici per la trasformazione del conflitto, ossia per il cambiamento, offrendo soluzioni valide e creative a problemi che sembrano insormontabili. […] Trasformare i conflitti richiede la trasformazione della situazione che include e trascende i bisogni e gli obiettivi di tutte le parti […] per identificare gli obiettivi legittimi, i bisogni umani fondamentali e per arrivare a creare ponti tra obiettivi incompatibili, a vantaggio di una vera sicurezza, del rispetto, della dignità, dell’identità». [xxi]

Superare la conflittualità, quindi, significa far emergere obiettivi/finalità che sembrano incompatibili ma anche riconciliare interessi ed atteggiamenti apparentemente inconciliabili, immaginando insieme soluzioni ‘altre’, come suggeriva già l’etimologia del verbo greco katallàsso. Per andare oltre il conflitto, però, è necessario fare alcuni passi avanti. (i) La prima scoperta è che, per bambini e adulti, dietro mezzi e modalità inaccettabili spesso si nascondono obiettivi del tutto legittimi. (ii) Il secondo elemento da mettere in luce è che ad essere incompatibili sono gli obiettivi, non certamente le persone. (iii) Il terzo aspetto è che, se verità e prospettive differenti possono (e spesso devono) coesistere, ciò non significa che tutti i desideri o tutti i metodi siano ugualmente legittimi ed accettabili.

Dati però obiettivi legittimi ed eticamente positivi – tutti quelli che attengono alla dignità di ogni persona, salvaguardandone la vita, la salute, la libertà, l’identità – resta il fatto che spesso i conflitti si scatenano sulla loro conciliabilità con obiettivi legittimi e buoni di altri soggetti. Talvolta, invece, la realizzazione di desideri di per sé accettabili è stata perseguita con mezzi negativi, che ledono valori, interessi e sensibilità altrui. Ecco allora che il gruppo di lavoro ispirato alle teorie di Galtung sulla trasformazione del conflitto ha cercato di sperimentare alcune di queste metodologie nel contesto scolastico, formando insegnanti e alunni a non lasciarsi bloccare dalla distruttività di molte relazioni conflittuali.  

7 passi per ‘trascendere’ il conflitto

Il metodo ‘Sabona’ – espressione mutuata dalla lingua zulu – ha individuato sette metodi operativi per affrontare in modo alternativo e costruttivo i conflitti, applicandoli sperimentalmente alle molteplici relazioni che si sviluppano all’interno del contesto scolastico. Il metodo prevede che alla crisi segua una pausa di elaborazione, utilizzando sette ‘formule’ per riflettere sulla realtà attuale del conflitto e su quella futura, l’ideale.

(1) analisi della incompatibilità dei fini e/o dei mezzi;

(2) netta distinzione tra fini e mezzi;

(3) utilizzazione del triangolo ABC, ai cui ‘angoli’ ci sono: atteggiamenti à comportamenti à contraddizioni;

(4) impiego del c.d. tappeto del riordino, proiettando i conflitti sia sul piano temporale (passato-futuro) sia su quello qualitativo (negativo-positivo);

(5) ricorso allo schema a cinque soluzioni, che supera (trascende) il livello del conflitto passato, marcato dall’antinomia vittoria vs sconfitta, individuando due soluzioni sullo stesso piano passato-presente (‘ritirata’ e ‘compromesso’), ma soprattutto una del tutto nuova e alternativa, proiettata in alto, sul piano del futuro;

(6) utilizzo della scala delle soluzioni (il vero e proprio metodo Trascend) che ipotizza tre livelli operativi: (1) quello di base, dove si fa la ‘mappatura’ del conflitto, individuando le parti in causa ed i loro obiettivi; (2) quello intermedio, nel quale sono ‘legittimati’ sia i fini sia i mezzi; (3) il livello più alto, sul quale si ‘trasferisce’  il conflitto nel futuro, costruendo ‘ponti’ tra gli obiettivi legittimi delle parti in conflitto;

(7) adozione della croce della conciliazione, uno schema che sintetizza gli altri, individuando il settore centrale all’intersezione tra asse verticale (passato negativo à futuro positivo) ed orizzontale (colpa à vergogna) – dove si realizza l’atto della riconciliazione, sciogliendo il doloroso nodo d’una contrapposizione distruttiva per tutte le parti.

«-È raro che una delle parti abbia tutta la colpa […] – L’autore e la vittima vedono la situazione in maniera diversa. – Le incomprensioni succedono. – I dialoghi che mettono ordine sviluppano competenze di vita. – La competenza nella conciliazione crea fiducia. – La conciliazione sta nel chiudere le ferite, curarle e andare avanti… – Il conflitto è relazionale e così deve essere…il metodo di cura.» [xxii]

Non è un caso che questi sette importanti ‘passi’ del percorso per uscire dalla trappola del conflitto con esito negativo culminino nella ricostruzione del rapporto e nella riconciliazione tra parti già antagoniste. Non c’è nessuno che vince o che perde. Il peso della colpa di chi ha ferito trova una cura esattamente come la vergogna di chi è stato ferito. Il negativo del conflitto passato – come negli altri metodi elencati – non è occultato né esorcizzato, ma analizzato per far emergere gli obiettivi reali di ciascuna parte, aprendo le porte ad una loro possibile conciliazione.

Infine, nella ricerca nel presente di una soluzione ‘altra’, nuova, da proiettare nella dimensione futura, non bisogna trascurare timori, dubbi e perplessità delle parti sulle soluzioni diverse. In tal modo sono affrontati, insieme, con spirito empatico e con  sano realismo, i possibili effetti delle scelte congiunte che ci si prepara a fare.

Ovviamente però non basta enunciare dei principi. Dobbiamo applicarli alla vita reale, sperimentare giorno dopo giorno approcci diversi ai conflitti, grandi e piccoli, che tutti noi ci troviamo ad affrontare. Spesso si tratta di prevenirli, riflettendo di più sulla coerenza tra fini da raggiungere e mezzi utilizzati per farlo, ma più spesso ancora bisogna imparare a comunicare evitando la violenza di giudizi, pretese ed espedienti retorici che occultano le vere intenzioni.  È quella educazione linguistica nonviolenta che può aiutarci a non usare le parole per nascondere, dividere e reprimere invece che per chiarire, unire ed esprimersi. È la comunicazione non violenta ed empatica che ci spinge ad osservare i fatti, comprendere i bisogni inespressi e cogliere le richieste, evitando valutazioni, incomprensioni e pretese. La riconciliazione resta il traguardo finale, che ci libera dal peso di relazioni compromesse, curando le ferite lasciate dai conflitti che non siamo riusciti ad evitare né a gestire creativamente. Una terapia che può e deve diventare anche prevenzione, affinché da rimorsi, rimpianti, rinfacci e rimproveri non si sviluppino altri conflitti in futuro.


Note

[i] Vedi: AA. VV., Teoria e pratica della Riconciliazione, Torre dei Nolfi (AQ), Ed. Qualevita, 2008

[ii] Vedi: ‘Reconciliation’ in Blue Letter Bible > https://www.blueletterbible.org/search/search.cfm?Criteria=Reconciliation&t=KJV#s=s_primary_0_1

[iii] Vedi in Blue Letter Bible https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=H3722&t=KJV     e https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=H2398&t=KJV

[iv] Vedi: “Versöhnung” in D.W.D.S. > https://www.dwds.de/wb/Vers%C3%B6hnung

[v]  Voce “re-“ in Treccani, Vocabolario online> http://www.treccani.it/vocabolario/re/

[vi] https://dizionari.repubblica.it/Italiano/R/riconciliazione.html

[vii] https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=riconciliazione

[viii] https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/R/riconciliazione.shtml

[ix] https://dict.numerosamente.it/definizione/riconciliare

[x]  https://www.larousse.fr/dictionnaires/francais/r%C3%A9conciliation/67102

[xi] https://www.merriam-webster.com/dictionary/reconciling

[xii] https://dictionary.cambridge.org/dictionary/english/reconciliation

[xiii] Enrico Peyretti, “Appunti sulla nozione di riconciliazione”, in: Teoria e pratica della Riconciliazione, cit., pp. 35-36 (sottolineature mie)

[xiv] Operatori Pace Campania Onlus (a cura di), Guida pratica alla trasformazione dei conflitti, Napoli, 2011

[xv] Una buona sintesi del Metodo ‘Trascend’ ideato da Johan Galtung è: “Transcend-Galtung: mediazione/soluzione di conflitti-1958-2018” (2018) > http://serenoregis.org/2018/11/30/transcend-galtung-mediazione-soluzione-di-conflitti-1958-2018-johan-galtung/  Lo stesso Centro Studi Sereno Regis ha pubblicato la traduzione italiana del manuale (J. Galtung, La trasformazione del conflitto con mezzi pacifici, Torino, 2006), che è possibile anche scaricare dal suo sito al seguente indirizzo > http://serenoregis.wpengine.netdna-cdn.com/wp-content/uploads/2015/12/Johan-Galtung-La-trasformazione-dei-conflitti-con-mezzi-pacifici-web.pdf

[xvi] Galtung, op. cit., pp. 172-173 (sottolineature mie)

[xvii] Il Metodo della C.N.V.® è stato diffuso in Italia attraverso la traduzione delle opere di Marshall B. Rosemberg (in particolare: Comunicare con empatia, Reggio Emilia, Ed. Esserci, 2011 e Le parole sono finestre (oppure muri): introduzione alla comunicazione nonviolenta, Reggio E., Ed. Esserci, 2017) e attraverso altre pubblicazioni , corsi e seminari promosse dallo stesso Centro Esserci Edizioni  > https://www.centroesserci.it/

[xviii] Vedi: Ermete (Hermes)Ferraro, Grammatica di pace. Otto tesi per la educazione linguistica nonviolenta, Torino, Satyagraha, 1984 – ed anche: Ermete Ferraro – Anna de Pasquale, “Una grammatica della pace, per comunicare autenticamente e senza violenza”, in: Raffaello Saffioti (a cura di), Piccoli Comuni fanno grandi cose!  Pisa, Centro Gandhi Edizioni, pp.187-198. Il saggio è scaricabile da: https://ermetespeacebook.blog/2018/02/17/una-grammatica-della-pace-per-comunicare-senza-violenza/

[xix] Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Milano, Feltrinelli, 1967 (Ristampa: edizioni dell’asino, 2009). Su Capitini cfr. anche: Andrea Coppi, “Aldo Capitini, profeta della nonviolenza”, in: Archivio Disarmo > http://www.archiviodisarmo.it/index.php/it/2013-05-08-17-44-50/sistema-informativo-a-schede-sis/sistema-a-schede/finish/62/120 

[xx] Johan Galtung, op. cit., p. 18

[xxi] AA.VV., Sabona – Alla ricerca di buone soluzioni; imparare a risolvere i conflitti (Quad. Satyagraha n. 33), Pisa, Centro Gandhi ed., 2018, pp. 7…10 (sottolineature mie).

[xxii] Ibidem, p. 78

Riforma ‘mimetica’ per religiosi con le stellette

Una ‘coronavirus’ sulla testa dei media

Nella mobilitazione mediatica per la terribile vicenda della pandemia di Coronavirus, l’attenzione degli organi d’informazione ne è stata monopolizzata, lasciando ben poco spazio ad altre notizie, sia interne sia dall’estero. L’interesse di lettori, ascoltatori, spettatori, internauti e frequentatori dei social si è quindi concentrato sulle pesanti limitazioni imposte alla cittadinanza per motivi di sicurezza e di tutela della salute pubblica, passando dall’iniziale atteggiamento disinvolto ad un timor panico vagamente paranoico. La forzata segregazione fra le mura domestiche di larga parte della popolazione italiana, infine, ha sconvolto equilibri, bioritmi e relazioni, portandoci a vivere di riflesso, a distanza e virtualmente, perfino ciò che ci sta capitando intorno, come se stessimo visionando un appassionante quanto sconvolgente film di fantascienza.

Eppure sarebbe bene se noi Italiani uscissimo dall’attuale torpore mentale e sociale e, pur nel rispetto delle prescrizioni (in alcuni casi imposte con tono vagamente poliziesco), ricominciassimo a guardare fuori dal bozzolo rassicurante del ‘rifugio antivirus’ nel quale ci stiamo rinchiudendo. Infatti intorno a noi le cose vanno avanti, nel bene ma spesso nel male, ed accampare la scusa dell’emergenza nella quale ci troviamo immersi per disinteressarsene appare un po’ meschino.  Le borse mondiali crollano; lavoratori già precari precipitano sempre più spesso nella disoccupazione; fronti di guerra restano aperti da molti anni ed altri rischiano di aprirsi; la gravissima crisi ambientale legata al riscaldamento globale non viene affatto affrontata, benché abbia già provocato milioni di morti ed altri ne provocherà; le spese militari continuano a crescere, insieme con i potenziali scenari di conflitto; decine di migliaia di militari di vari paesi, a guida USA, invadono l’Europa per inscenare una macroscopica esercitazione bellica ai confini della Russia…. E noi? Nel frattempo noi facciamo scorta di mascherine e amuchine, digitiamo messaggini sullo smartphone e cerchiamo di occupare l’eccessivo ‘tempo libero’ improvvisamente piovutoci addosso, riscoprendo anche criticità ed opportunità della convivenza familiare, dentro città dall’aspetto inquietante e spettrale.

Sono state oscurate anche notizie di portata sicuramente minore, ma che in altri momenti ci avrebbero quanto meno incuriosito. Una di queste – scoperta casualmente smanettando su internet – riguarda il nuovo status giuridico di una categoria di cui già poco si parlava anche prima e della quale solitamente si sa poco o nulla.  Il Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro degli Esteri Di Maio e di quello della Difesa Guerini, ha approvato il disegno di legge di ratifica dell’intesa tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica in materia di “assistenza spirituale alle Forze Armate”. Certamente non è l’evento del secolo, ma neppure una notizia così insignificante da non meritare menzione sui quotidiani e notiziari nazionali. A parlarne infatti sono stati solo per la CEI l’Agensir ed il quotidiano Avvenire e, sul versante governativo, Report Difesa, come se si trattasse di un banale accordo o transazione fra istituzioni ecclesiastiche e civili, che poco o punto ci riguarda. Eppure questo atto dell’esecutivo riforma, dopo ben 60 anni, lo status giuridico dei cappellani militari, normato dalla legge n. 502 del 1961 [i] e finora mai messo in discussione. Quando due anni fa ci fu un timido tentativo di entrare nel merito.[ii] il missionario padre Alex Zanotelli aveva però lanciato un accorato appello affinché finalmente cessasse: “questo scandaloso connubio fra Forze Armate e Chiesa”. [iii]

L’assordante silenzio sui cappellani militari

Ma ecco che, sbucando come un coniglio dal cappello, i cappellani sono tornati ad interessare l’azione del Governo, sebbene la notizia dell’intesa sia rimasta confinata fra gli ‘addetti ai lavori’, dando per scontato che si tratta di problemi che non interessano la gente comune. Eppure – soltanto sul versante ‘civile’ della questione – già nel 2016 alcune inchieste ci avevano informati che il costo che lo Stato si accollava per mantenere un paio di centinaia di preti-soldati era tutt’altro che indifferente.

«Nel complesso…l’assistenza spirituale alle Forze armate costa alle casse pubbliche circa 20 milioni: tutti soldi, si badi bene, aggiuntivi rispetto al miliardo di euro che già annualmente entra nelle casse della Cei ed è usato in gran parte proprio per il sostentamento del clero. Ma se lo stipendio di un prete è sui mille euro, un cappellano come tenente parte dal doppio e a fine carriera, da colonnello, può superare i 5mila.» [iv]

Limitare la questione del ruolo dei cappellani militari al solo aspetto economico sarebbe però riduttivo. Senza scomodare le taglienti parole di don Lorenzo Milani nella sua famosa lettera del 1965 a loro indirizzata [v], bisogna infatti ricordare che si tratta infatti di una vicenda che presenta delicati risvolti etico-religiosi, cui l’attuale riforma – incentrata com’è sulla spending review più che su motivazioni morali – risponde purtroppo molto parzialmente.  Zanotelli, nel citato appello di due anni fa, ribadiva invece con chiarezza la natura dell’opposizione di parte del mondo cattolico al ruolo svolto dai ‘preti con le stellette’, dichiarandolo:

«…in chiaro contrasto con il magistero di Papa Francesco contro la guerra e in favore della nonviolenza attiva. Ma è in contrasto soprattutto con il Vangelo perché l’Intesa integra i cappellani nelle Forze Armate d’Italia sempre più impegnate a fare guerra “ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati”, come recita il Libro Bianco della Difesa della Ministra Pinotti. […] E per fare questo, c’è bisogno di armarsi fino ai denti, arrivando a spendere lo scorso anno in Difesa 25 miliardi di euro, pari a 70 milioni di euro al giorno. Tutto questo è in profondo contrasto con quanto ci ha insegnato Gesù. Per cui diventa una profonda contraddizione avere sacerdoti inseriti in tali strutture». [vi]

In un recente articolo anch’io avevo sottolineato gli aspetti più grotteschi di un regime legislativo che finora collocava i sacerdoti con funzioni di assistenza religiosa ai militari su un piedistallo dorato, dotandoli di una diocesi autonoma e, parallelamente, incorporandoli a tutti gli effetti nei ranghi gerarchici delle forze armate. Ciò, peraltro, ha consentito non solo le sconcertanti figure di sacerdoti e prelati con le stellette, ma anche la celebrazione e pubblicizzazione sulla rivista ufficiale dell’Ordinariato Militare per l’Italia [vii] di liturgie e cerimoniali in cui s’intrecciano talari e mimetiche, “croce e moschetto”, avvalorando di fatto, col richiamo al biblico “Signore degli Eserciti”, un blasfemo “Esercito del Signore”. [viii] 

Ma in che cosa consiste esattamente l’intesa fra Stato e Chiesa ratificata circa un mese fa con il varo del Disegno di Legge proposto da Di Maio e Guerini? È stato davvero superato l’impasse che nel 2018 aveva bloccato il governo Gentiloni, limitando la riforma al solo aspetto economico? La risposta è solo in parte positiva, anche se qualcosa sembrerebbe essersi mosso sullo scivoloso terreno del rapporto fra le gerarchie ecclesiastiche e quelle militari. Che non si tratti di una rivoluzione lo lascia intendere il fatto che di tale intesa si sia dichiarato soddisfatto l’Ordinario Militare. Ciò significa che anche adesso – al di là della riduzione della spesa dello Stato italiano su questo capitolo – non si andati nella direzione auspicata da chi avrebbe invece voluto un netto segnale di discontinuità col passato.

Smilitarizzare i cappellani? No, grazie…

«Il testo […] permetterà anche un notevole risparmio alla casse dello Stato, grazie ad alcuni accorgimenti tecnici […] e al contenimento degli stipendi (oggi lo stipendio medio è di circa 1500 euro). La normativa individua le funzioni svolte dai cappellani a favore dei militari cattolici e delle rispettive famiglie, nonché i mezzi e gli strumenti che sono messi a loro disposizione per l’assolvimento delle funzioni stesse; delinea, inoltre, lo stato giuridico dei cappellani come figura autonoma rispetto all’organizzazione militare, stabilendo che hanno piena libertà di esercizio del loro ministero e che risiedono in una delle sedi di servizio loro assegnate, ma accedono ai gradi militari per assimilazione, senza che questo comporti identificazione con la struttura e l’organizzazione militare. “Si evidenzia – nota il governo – che il cappellano non può esercitare poteri di comando o direzione e avere poteri di amministrazione nell’ambito delle Forze armate; non porta armi e indossa, di regola, l’abito ecclesiastico proprio, salvo situazioni speciali… [ix]

Dal positivo commento del quotidiano della CEI – simile peraltro a quelli di altri giornali cattolici ed ai comunicati della stessa Difesa [x] – si discosta nettamente la nota critica su Adista dello stesso Luca Kocci, il quale osserva:

Una svolta all’orizzonte? Per niente. E, al di là dell’invito ad indossare di più la talare e il clergyman e meno la divisa e la mimetica, tutto resta come prima, o quasi: i cappellani militari rimangono preti-soldati con i gradi – l’aspetto maggiormente contestato da Pax Christi, dalle Comunità di Base e da Noi Siamo Chiesa, che da anni portano avanti una battaglia per la smilitarizzazione dei cappellani militari – e vengono pagati dallo Stato, in quanto militari a tutti gli effetti. E appare risibile la sottolineatura che i cappellani «accedono ai gradi militari per assimilazione, senza che questo comporti identificazione con la struttura e l’organizzazione militare»: se hanno i gradi, fanno automaticamente parte della struttura militare, per non farne parte dovrebbero essere completamente smilitarizzati.» [xi]

Insomma, l’impressione è che, ancora una volta – citando il classico motto del Principe di Salina del ‘Gattopardo’ – qualcuno ha pensato: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».  In effetti, se prescindiamo dalla positiva circostanza che “i cappellani militari verranno quindi caratterizzati più nettamente per le loro funzioni pastorali, con piena libertà di esercizio del relativo ministero, che per la militarità, tanto che di regola indosseranno l’abito ecclesiastico e non più l’uniforme” [xii], e che la spesa annua dello Stato per i cappellani militari con la riforma potrebbe ridursi ad una decina di milioni, non sembra che si sia giunti a recidere davvero il nodo fondamentale della questione.  Il fatto stesso che non se ne sia discusso per nulla, evitando ogni confronto con posizioni più critiche, come quelle ripetutamente espresse da Pax Christi, dal missionario comboniano Zanotelli o dallo storico esponente nonviolento Antonino Drago [xiii], derubrica oggettivamente questo decreto governativo a provvedimento burocratico-amministrativo, lasciando aperta la questione etico-religiosa di fondo [xiv]. Ecco perché non mi resta che concludere ripetendo quanto avevo già affermato:

«…Cristo, Principe della Pace (Is. 9:5), non può essere ridotto al ruolo di luogotenente del veterotestamentario “Adonai Shebaoth” e dunque è necessario che chi sceglie la nonviolenza – cristiana prima ancora che gandhiana – si dissoci pubblicamente da ogni forma di riabilitazione della guerra e di chi la prepara ed attua…» [xv]


Note:

[i] Per il testo della Legge 1° giugno 1961, n. 512 (“Stato giuridico, avanzamento e trattamento economico del personale dell’assistenza spirituale  alle Forze armate dello Stato”),  cfr. http://www.ordinariatomilitare.it/diocesi/legislazione/civile/legge-512/; http://www.edizionieuropee.it/LAW/HTML/22/zn46_08_286.html  e https://www.olir.it/documenti/legge-01-giugno-1961-n-512/

[ii] Luca Kocci, “Tutto come prima: i cappellani militari li paga lo stato”, il manifesto (11.02.2018) > https://ilmanifesto.it/tutto-come-prima-i-cappellani-militari-li-paga-lo-stato/

[iii] Alex Zanotelli, “No ai 10 milioni di euro dello Stato per i cappellani militari”, MicroMega (16.03.2018) > http://temi.repubblica.it/micromega-online/no-ai-10-milioni-di-euro-dello-stato-per-i-cappellani-militari-appello-al-papa-di-padre-zanotelli/

[iv] Paolo Fantauzzi, “Quanto ci costi cappellano: ecco gli stipendi d’oro dei preti militari”, l’Espresso (02.05.2016) > https://espresso.repubblica.it/attualita/2016/04/27/news/quanto-ci-costi-cappellano-gli-stipendi-d-oro-dei-preti-militari-1.262896

[v] Don Lorenzo Milani,” L’obbedienza non è più una virtù”, Libreria Editrice Fiorentina, 1965 > https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_d.htm

[vi] Zanotelli, op. cit.

[vii] Vedi: http://www.ordinariatomilitare.it/category/bonus-miles-christi/  e

[viii] Cfr. Ermete Ferraro, “Pregare per l’unità dei cappellani militari?”, Ermete’s Peacebook (30.01.2020) >  https://ermetespeacebook.blog/2020/01/30/pregare-per-lunita-dei-cappellani-militari/

[ix] Mimmo Muolo, “Cappellani militari: il governo vara il ddl”, Avvenire, 15.02.2020 >  https://www.avvenire.it/attualita/pagine/cappellani-militari-il-governo-vara-il-ddl

[x] Cfr. anche: https://www.agensir.it/quotidiano/2020/2/14/cappellani-militari-governo-approva-disegno-di-legge-sullassistenza-spirituale-alle-forze-armate/ e http://www.reportdifesa.it/difesa-accordo-stato-italiano-e-vaticano-sul-nuovo-status-dei-cappellani-militari-non-indosseranno-piu-luniforme/

[xi] Luca Kocci, “Cappellani militari: pronta una nuova legge. Ma è come quella vecchia”, Adista Notizie n° 9 del 07/03/2020 > https://www.adista.it/articolo/63015

[xii] Report Difesa, cit.

[xiii] Cfr.: http://serenoregis.org/2012/07/19/nonviolenza-come-politica-di-fede-antonino-drago/  (2012)

[xiv] Sul tema è utile la lettura di: Enrico Peyretti, “Un segno di contraddizione

DOSSIER CAPPELLANI MILITARI >  https://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/dossier-cappellani-militari/

[xv] Ferraro, op. cit.

‘SUDYAGRAHA’: per la riscossa nonviolenta del Sud

Fare rumore…conviene?

“Che fai rumore qui / E non lo so se mi fa bene / Se il tuo rumore mi conviene / Ma fai rumore, sì / Che non lo posso sopportare / Questo silenzio innaturale…”.  Le parole del ritornello della canzone cantata da Diodato, vincitrice a Sanremo, mi sono improvvisamente venute in mente al termine del Convegno che si è svolto a Portici sabato 15 febbraio, organizzato dal Coordinamento Sud di Pax Christi. Il tema dell’incontro era suggestivo quanto originale: “Italia del Nord-Italia del Sud. Storia Giustizia Nonviolenza”. Lo definisco ‘originale’ perché anche all’interno dei movimenti pacifisti e nonviolenti operanti nel nostro Paese purtroppo non è facile trovare riferimenti al conflitto esistente fra quelle due Italie cui si fa cenno nel titolo, su cui si è preferito lasciar cadere un imbarazzato silenzio. Ed è proprio quel “silenzio innaturale” che, come altri pacifisti meridionali, anch’io ormai “non lo posso sopportare”. Ecco perché mi sembra necessario “far rumore” benché, come nella canzone, molti sembrano scettici sul fatto che questo rumore “ci fa bene” e, soprattutto, che “ci conviene”. Anche nel corso dell’incontro, infatti, qualcuno ha espresso dubbi sull’apertura da parte di Pax Christi di questo nuovo fronte di conflitto, sospettando che possa risultare ‘divisivo’. Obiezione comprensibile, ma che nasce dalla mancata consapevolezza che non è possibile operare divisione laddove l’unità – contrariamente a quanto ci si è fatto credere per un secolo e mezzo – non c’è mai stata davvero.

Facciamo benissimo ad occuparci della repressione contro Curdi e Palestinesi, come di quella nei confronti dei nativi amerindi oppure dei Rohingya. È cosa buona e giusta attivarsi per tutte le minoranze oppresse e per tutte le vittime del vecchio e nuovo colonialismo, nella consapevolezza che la Nonviolenza gandhiana – fine e mezzo al tempo stesso – è nata proprio come strategia alternativa nella lotta degli Indiani per la loro indipendenza ed autonomia.  Risulta però strano che un secolo e mezzo di conquista coloniale e sfruttamento del Sud della nostra penisola abbia invece lasciato molti teorici ed attivisti dei movimenti di liberazione quanto meno silenti, se non del tutto indifferenti. Ovviamente ci sono state e ci sono nobili eccezioni, come quella di Aldo Capitini, Danilo Dolci o Giuliana Martirani. Fra l’altro, il merito del convegno di Portici è di Antonio Lombardi, che a questa problematica ha dedicato un libro e da anni si sta battendo per quella “educazione alla identità e liberazione nonviolenta del Sud” che è alla base di un processo di ‘decolonizzazione’, mentale prima ancora che economica, dei meridionali. Eppure sembra evidente che dovremmo andare oltre, passando dall’attenzione alle sporadiche voci profetiche d’un riscatto nonviolento del Sud ad una riflessione più ampia, diffusa e condivisa, dalla quale l’arcipelago dei pacifisti, antimilitaristi e nonviolenti possa trarre un progetto complessivo da portare avanti, nel nome della riconciliazione ma, prioritariamente, della verità e della giustizia che ne sono la precondizione.

«Un popolo che subisce la colonizzazione mentale e viene educato all’oblio di sé è un popolo perduto. Educare all’identità, allora, significa partecipare a una straordinaria forma di difesa nonviolenta, è afferrare una poderosa tenaglia per spezzare la catena della sottomissione […] per andare verso una comunità consapevole della propria storia e del proprio valore, pronta a lottare per la dignità e l’equità, rifiutando di collaborare con la pesante emarginazione che la opprime a partire dalla conquista del 1860.» [i]

Catene da cui liberarsi o preziosi monili ?

Ma per “spezzare le catene della sottomissione” (e soprattutto per recidere quelle che, come si osservava nel libro citato, gli stessi oppressi paradossalmente spesso considerano monili preziosi…) c’è bisogno di una preventiva maturazione della coscienza da parte di comunità che continuano a vivere la propria subalternità come colpa o condanna del fato. I due interventi che, in quel convegno, hanno preceduto quello di Antonio Lombardi erano quindi altrettanto importanti. Il primo, di Vincenzo Gulì, studioso di storia del Mezzogiorno, si occupava di tracciare la “storia di una nascita”, ossia gli eventi passati che hanno portato alla sedicente Unità d’Italia, proprio “per capire il presente”. Rileggere criticamente la storia raccontata dai vincitori, attingendo a fonti e documenti finora occultati o prudentemente ignorati, è il solo modo per cogliere logiche e meccanismi dell’annessione colonialista del Regno delle due Sicilie. Si trattava infatti di uno dei più antichi, ampi e ricchi d’Europa che, contrariamente a quanto si è pervicacemente voluto far credere, non era per nulla arretrato e sottosviluppato, per cui l’unificazione – sul cui mito retorico sono state formate diverse generazioni di Italiani – di ‘patriottico’ ha avuto molto poco, non essendo stata altro che la forzata annessione di circa un terzo del territorio della Penisola al Regno di Sardegna, di cui cambiò di fatto solo l’estensione ed il nome.

Suppongo che molti continueranno a dissentire su tale rilettura storica, accusandola di ‘revisionismo’ e di ‘secessionismo’ ma evitando di andare a verificare quanto fossero fondate le ‘certezze’ che ci hanno inculcate in un secolo e mezzo di scuola unitaria e d’informazione a senso unico. Ormai i testi che trattano questi argomenti sono molti e qualificati, oltre che ampiamente basati su documentazioni difficilmente contestabili, per cui mi limito a rinviare alla lettura dei libri di Carlo Alianello [ii], Giordano Bruno Guerri [iii],  Pino Aprile [iv],  o Giovanni Fasanella e Antonella Grippo [v]. La stessa espressione ‘questione meridionale’ – al di là delle intenzioni dei grandi meridionalisti, da Nitti a Villari, da Fortunato a Salvemini, fino a Pannunzio, Compagna e Galasso –suggerisce implicitamente una connotazione negativa, come se si trattasse di un ‘problema’, una specie di pesante croce, di cui il Centro-Nord avanzati e progressisti sarebbero stati costretti a caricarsi. Ma la verità è ben altra e, pur  non volendo turbare le intime certezze patriottiche altrui con letture storiche dissonanti dalle versioni ufficiali, è oggettivamente impossibile – o almeno dovrebbe esserlo… – chiudere gli occhi su come quella stessa secolare ed irrisolta ‘questione meridionale’ abbia dato luogo molto più recentemente ad un ulteriore capovolgimento neolinguistico della realtà, trasformandosi in ‘questione settentrionale’ ed accelerando il truffaldino processo di ‘secessione dei ricchi’, consentito dalla c.d. ‘autonomia differenziata’, a sua volta frutto della già ventennale riforma ‘federalista’ del titolo V della nostra Costituzione repubblicana. Ecco perché è stato fondamentale che i convegnisti di Pax Christi ascoltassero anche il secondo intervento, affidato ad un acuto studioso dei processi economici come Marco Esposito. Il noto giornalista del quotidiano ‘Il Mattino’ è infatti l’autore di “Zero al Sud” un saggio fondamentale per capirci qualcosa dell’ultima fase della spoliazione del Mezzogiorno d’Italia, in cui – come nella favola esopiana del lupo e l’agnello – la preda continua ad essere imputata di aver danneggiato il suo predatore.  Con la scusa del ‘federalismo fiscale’, infatti, non contenti degli 840 miliardi di euro già sottratti al Sud negli ultimi 17 anni [vi] e della truffa dei finanziamenti annunciati ma mai assegnati veramente [vii] le regioni del Centro-Nord si preparano all’ultimo scippo di risorse mascherato da ‘giustizia fiscale’.

La teoria dei giochi a somma…zero al Sud

In teoria dei giochi, un gioco a somma zero descrive una situazione in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante in una somma uguale e opposta[viii].  Se questo è vero, ad ogni perdita economica imposta al Sud corrisponde un uguale guadagno aree geografiche che già stanno molto meglio, in barba uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione, relativo alla “solidarietà politica, economica e sociale”, espressamente sancito all’art. 2.  Come scriveva già nell’introduzione al suo libro Marco Esposito:

«Il federalismo – voluto dal Nord e accettato dal Sud – sembrava una buona soluzione […] Quando però il federalismo fiscale è stato tradotto in cifre, ci si è trovati davanti a qualcosa di non previsto. Lo Stato italiano dopo complessi conteggi ha certificato che il fabbisogno dei territori privi di servizi fosse proprio zero. Esattamente zero. E quindi il nulla coincidesse con il giusto […] La medicina per curare le inefficienze del Sud, il federalismo fiscale, si è mutata in un veleno a lento rilascio, che ne accorcia l’esistenza […] E così, non avendo i soldi per dare al Sud quello che era giusto, si è intrapresa la strada opposta: si è certificato che al Sud i servizi pubblici non servono, al Sud non ce n’è bisogno, al Sud il fabbisogno è zero o è molto poco. Un furto di diritti che, per riuscire, doveva avvenire al riparo da occhi indiscreti…» [ix]

Non è certo un caso che l’iter parlamentare della cosiddetta ‘autonomia differenziata’ sia stato a lungo blindato da chi aveva interesse a farlo, con la colpevole acquiescenza di chi avrebbe dovuto tutelare gli interessi del Sud e la complice copertura di media troppo distratti.

«Una delle astuzie della legge 42/2009 fu stabilire che le nuove regole non si applicassero alle cinque regioni a statuto speciale […] La 42 riconobbe, com’è ovvio dovendo attuare la Costituzione, la necessità di definire i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, ma saggiamente introdusse gli ‘obiettivi di servizio’ cui dovevano tendere le amministrazioni regionali e locali […] Obiettivi di servizio e Lep, però, non furono mai approvati […] La 42 conteneva una norma finale che nascondeva in sé il conflitto tra territori: “Dalla presente legge e da ciascuno dei decreti legislativi di cui all’art. 2 e all’art. 23 non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Ogni volta che si assegnerà un euro a un Comune bisognerà togliere un euro a un altro Comune. E viceversa: ogni zero al Sud avrebbe portato maggiori risorse al Nord». [x]

Ecco come è stato attuato il citato principio del ‘gioco a somma zero’. Peccato però che le regioni meridionali, ancora una volta, ne usciranno con le ossa ancora più rotte, confermando nell’opinione comune il destino ‘cinico e baro’ del Mezzogiorno, alimentato peraltro dal “generico senso di colpa” di cui parla Esposito, col quale noi del Sud ormai da secoli continuiamo ad autoflagellarci. Eppure basterebbe trovare quanto meno il coraggio mostrato dall’agnello esopiano che, di fronte alle accuse del lupo, ha comunque cercato di controbattere coi fatti ad argomentazioni assurde e truffaldine. Ecco perché è sembrato particolarmente opportuno che a concludere il Convegno di Portici sia stato l’intervento di Antonio Lombardi – pedagogista e mediatore nei conflitti – su: “Educare alla pace: dalla colonizzazione mentale alle relazioni nonviolente”. Per dare una compiuta risposta all’interrogativo “Che fare?”, suscitato tra i partecipanti dai primi due relatori.

 Rifiorire, nonostante il vento…

Il libro di Lombardi, “Fiorire nel vento”, porta come sottotitolo “educazione all’identità e liberazione nonviolenta del Sud”. Ed è proprio questo l’approccio per un rilancio in chiave nonviolenta del meridionalismo, perché senza affermazione della verità storica il conflitto è represso, non risolto. E perché, utilizzando un linguaggio costituzionale, il vero ostacolo da rimuovere per la liberazione di un popolo è la sua subalternità culturale, prima ancora che socio-economica. Come si accennava anche in precedenza, infatti, il primo passo per riconquistare la propria identità e dignità è cancellare le pesanti stratificazioni di una vera e propria colonizzazione mentale della gente del Sud, di cui per troppo tempo i media, la scuola e la famiglia sono stati gli strumenti. Per usare le parole che descrivono la tesi sostenuta da Lombardi nel suo saggio:

«”Fiorire nel vento” propone l’educazione all’identità come pratica liberatrice nonviolenta in grado di affrontare il trauma identitario, prospettando interrogativi e obiettivi su cui costruire piani educativi strutturati e utili nell’informalità delle relazioni quotidiane: per andare verso una comunità consapevole della propria storia e del proprio valore, pronta a lottare per la dignità e l’equità, rifiutando di collaborare con la pesante emarginazione che la opprime a partire dalla conquista del 1860. Questo libro è un invito alla consapevolezza e un sussidio, affinché sbocci in tutto il suo splendore il nostro sofferente popolo meridiano, in mezzo alla tempesta che lo sta spazzando via». [xi]

La “occupazione delle coscienze” – come giustamente la chiama Lombardi – è quasi peggio di quella manu militari di un territorio. Ed è ancora più insidiosa, dal momento che impiega canali formativi come la famiglia la scuola e i mezzi di comunicazioni. Ma, proprio per questo motivo, non è impossibile adoperarli per attivare un processo diametralmente opposto, quello cioè che Mario Borrelli, a Napoli, definiva ‘coscientizzazione’, negli stessi anni Settanta in cui, in Brasile, Paulo Freire la proponeva come strumento di liberazione. Il punto di partenza, quindi, è l’attivazione di iniziative di controinformazione e di natura educativa che ci aiutino non solo a demistificare le false verità sul Mezzogiorno che ci sono state propinate finora, ma soprattutto a recuperare la dignità perduta di un popolo con millenni di storia, una cultura eccezionale e risorse territoriali ed ambientali uniche.  Decolonizzare le menti non vuol dire pretendere di essere superiori agli altri, ma diventare consapevoli che, per citare il grande Viviani, non è più possibile accettare che “avimm’a sta’ a guagliune e simmo maste”.[xii].

Il secondo passo è quello che conduce dalla consapevolezza al superamento della subalternità, attraverso una lotta nonviolenta di liberazione, proprio come quella guidata da Gandhi contro il colonialismo inglese. Non è facile seguire questa strada proprio perché alternativa alla logica dominante, ma bisogna assolutamente percorrerla, sapendo anche che molti la considereranno magari poco ‘pacifica’, sol perché mette il dito su una piaga aperta che si vorrebbe occultare. Ma, come scriveva anche Danilo Dolci, l’acquiescenza all’ingiustizia non è pace, .

«Non possiamo confondere l’impegno per realizzare la pace con la preoccupazione di mantenerci equidistanti da tutti. Ogni comportamento – individuale, di gruppo, di massa – che tende sostanzialmente a mantener la situazione come è […] non è impegno di pace. […] Non è questa la pace che ci è necessaria…». [xiii]

Da resistenza nonviolenta ad autogoverno

Il secondo passo della lotta per la liberazione del Sud, spiegava Lombardi, è utilizzare la consapevolezza raggiunta – anche valorizzando la propria memoria storica – per affrontare il conflitto nonviolentemente. Ciò significa, in primo luogo, smettere di collaborare con chi vorrebbe mantenerci nella subalternità culturale e socioeconomica, giustificando la propria sete di nuove risorse con l’incapacità dei subalterni a governarsi da soli, come hanno fatto tutte le potenze coloniali e come continua a fare l’imperialismo neocolonialista attuale. L’ahimsa – come spiegava Gandhi – non è soltanto la scelta in negativo di agire senza violenza nei confronti di qualcuno, ma una scelta positiva, attiva e proattiva per affermare la verità ed impedire il male.

«…come un’espressione positiva di amore, della volontà di fare il bene anche di chi commette il male. Ciò non significa tuttavia aiutare chi commette il male a continuare le sue azioni immorali o tollerare queste ultime passivamente. Al contrario, l’amore, espressione positiva dell’ahimsa, richiede che si resista a colui che commette il male dissociandosi da lui, anche se questo può offenderlo o arrecargli dei danni fisici […] La non-collaborazione non è qualcosa di passivo, è qualcosa di estremamente attivo, di più attivo della resistenza fisica e della violenza». [xiv]

Non-collaborazione, come le altre forme di disobbedienza civile, significa quindi affermare nonviolentemente la verità, rendendo palese l’ingiustizia ed opponendovi una ferma resistenza. I modi in cui si può attuare questa lotta nonviolenta sono molteplici e Gandhi ce ne ha insegnati personalmente tanti, dallo sciopero al digiuno, dal rifiuto di prestare obbedienza al boicottaggio, dall’opposizione collettiva alla costruzione di organi di governo paralleli ed alternativi. Nel suo precedente libro “Satyagraha[xv], lo stesso Antonio Lombardi aveva già indicato compiutamente quali sono i mezzi cui può fare ricorso chi non accetta di sottomettersi e di avallare l’ingiustizia, ma allo stesso tempo rifugge da ogni azione violenta. La difesa popolare nonviolenta – cui bisogna addestrarsi preventivamente – non è però solo opposizione all’esistente, bensì attuazione di un ‘programma costruttivo’ già elaborato e realmente alternativo, nei fini e nei mezzi, a ciò cui ci si oppone. L’alternativa all’imposizione forzata ad un popolo d’un ruolo subalterno, cancellandone anche l’identità culturale e linguistica, è una sola: l’autogestione. Il Mahatma Gandhi la chiamava col termine indiano swaraj, che racchiudeva in sé non solo il desiderio d’indipendenza, ma un processo economico e politico autogestionario, fondato su un modello di sviluppo diverso da quello imposto, ecosostenibile e profondamente decentrato. Quello che il nostro Aldo Capitini definì ‘omnicrazia’, cioé il potere di tutti. [xvi]

Qualcuno forse giudicherà eccessivo confrontare la lotta di liberazione dell’India dal giogo inglese con quella della gente del Sud nei confronti d’un Nord egemone e dominante. Ma la verità è che un movimento per la pace non può più permettersi di sottovalutare il peso che un secolo e mezzo di subalternità ha avuto su un assetto sociale ed economico iniquamente unitario, e che un’ancor più iniqua violazione dei più elementari principi costituzionali rischia ora di portare al punto di rottura. Per mutuare una felice espressione di Giuliana Martirani [xvii], se il Nord si mostra sempre più Surd, è dunque necessario che il Sud non si rassegni a restare Nud ed affermi finalmente i propri diritti, recuperando la sua dignità ed il suo effettivo peso.


Note

[i]  Antonio Lombardi, Fiorire nel vento. Educazione alla identità e liberazione nonviolenta del Sud, Magenes, 2019 ( https://www.libreriauniversitaria.it/fiorire-vento-educazione-identita-liberazione/libro/9788866491934  )   

[ii] Carlo Alianello, La conquista del Sud, Il Risorgimento nell’Italia meridionale, Rusconi,1972 (https://www.amazon.it/conquista-del-Sud-Carlo-Alianello/dp/8884742374  )

[iii] Giordano Bruno Guerri, Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio, Mondadori, 2017 ( https://www.ibs.it/sangue-del-sud-antistoria-del-libro-giordano-bruno-guerri/e/9788804680475  )

[iv] Pino Aprile, Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali, Piemme, 2013 (https://www.amazon.it/Terroni-quello-italiani-diventassero-%C2%ABmeridionali%C2%BB/dp/8868366061  ); Idem, Giù al Sud, Piemme, 2011 ( https://www.amazon.it/Sud-Perch%C3%A9-terroni-salveranno-lItalia/dp/8856619938  )

[v]  Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, 1861, La storia del Risorgimento che non c’è nei libri di storia, Sperling & Kupfer, 2010 (  http://mimmobonvegna1955.altervista.org/la-storia-del-risorgimento-che-non-ce-sui-libri-di-storia/  ).

[vi] Fonti: https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/analisi/1203992/tolti-al-sue-e-dati-al-nord-840-miliardi-di-euro-in-17-anni.html ; https://www.quotidianodelsud.it/laltravocedellitalia/due-italie/2019/11/06/operazione-verita-in-tv-anche-report-scopre-lo-scippo-al-sud ; https://www.quotidianodelsud.it/laltravocedellitalia/due-italie/2020/02/08/il-sud-perde-170-milioni-milioni-al-giorno-le-promesse-non-bastano-piu ; https://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/economia/323187-eurispes-2020-nord-sud-840-miliardi/

[vii] Fonti: https://www.ilsole24ore.com/art/patti-il-sud-speso-meno-2percento-AB5tUFdB ; https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/23/fondi-per-il-sud-chi-li-spende-davvero/5275196/

[viii]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Gioco_a_somma_zero

[ix] Marco Esposito, Zero al Sud, Rubbettino, 2018, pp. 5-6

[x]  Ivi, pp. 24-25

[xi]  A. Lombardi, op. cit. > https://www.ibs.it/fiorire-nel-vento-educazione-alla-libro-antonio-lombardi/e/9788866491934 . Vedi anche: Ermete Ferraro, Identità e llibberazzione d’ ’o Sud, articolo in napolitano sul quotidiano “napoli”, 24.06.2019

[xii] Raffaele Viviani, Campanilismo (1931) tratta da “Poesie” , ed. Guida, Napoli, 1977, pagg. 198 e 199 > https://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-vernacolari/poesia-13559

[xiii] Danilo Dolci, Esperienze e riflessioni, Laterza. 1974, p. 229

[xiv] Mohandas K. Gandi, Teoria e pratica della non violenza, Einaudi, 1973, pp. 169-170 (brano tratto da Young India – 1920)

[xv] Antonio Lombardi, Satyagraha – Manuale di addestramento alla difesa popolare nonviolenta, Dissensi, 2014

[xvi]  Aldo Capitini, Il potere di tutti, La Nuova Italia, 1969

[xvii] Giuliana Martirani, Viandante Maestoso, Ed. Paoline, 2006 (p. 182)

PREGARE PER L’UNITA’… DEI CAPPELLANI MILITARI?

‘Croce e moschetto’ in salsa ecumenica

Incontro ecumenico dei religiosi-militari – Fonte: http://www.wwwitalia.eu/web/incontro-ecumenico-allaeroporto-di-capodichino-intervista-al-soprano-paola-francesca-natale/

È davvero sorprendente. Alcune fonti giornalistiche riportano che la nostra Napoli – proclamata per statuto ‘Città di Pace’ – avrebbe recentemente sperimentato una nuova forma di ‘ecumenismo’: quella dei cappellani militari.

«Giovedì 23 gennaio il Comando Aeroporto Militare di Napoli-Capodichino, insieme all’Ordinariato Militare, ha organizzato presso il proprio Salone degli Aviatori un incontro ecumenico alla presenza di tutti i cappellani militari italiani della XII zona pastorale (Campania e Basilicata) e dei cappellani stranieri presenti presso la base della Marina Militare degli Stati Uniti di Capodichino (US NSA) e presso il Comando NATO di Lago Patria (JFC Naples). L’incontro, presieduto da S.E.R. Mons. Santo Marcianò, Ordinario Militare per l’Italia, [i] ha visto la partecipazione dei vertici regionali delle quattro Forze Armate, della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato e di una nutrita rappresentanza di personale militare italiano e americano. “Ci trattarono con gentilezza” (Atti 28, 2) è stato il tema dell’incontro riprendendo quello scelto per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, in corso dal 18 al 25 gennaio». [ii]

In occasione della ‘Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani’, infatti, qualcuno ha pensato bene d’introdurre questa originale modalità ecumenica, riunendo all’Aeroporto militare di Napoli i comandanti delle forze armate italiane e dei corpi di polizia, insieme con i cappellani militari italiani ed ‘alleati’, col patrocinio ed egida pastorale di mons. Marcianò, arcivescovo/generale a tre stelle in quanto Ordinario Militare italiano.  “Un evento unico, organizzato per la prima volta in assoluto in ambito militare” – ha dichiarato con fierezza il Comandante di Capodichino, auspicando che sia l’inizio di un processo. Ma l’aspetto più grottesco di questa specie di summit clerico-militare interforze – evidentemente non colto dai partecipanti – è che il tema dell’incontro e della loro comune preghiera si riferisse ad un passo degli Atti degli Apostoli sintetizzato dalla frase: “Ci trattarono con gentilezza”.

«Siamo qui, cappellani e militari di tante confessioni cristiane che lavorano assieme per il sostegno alla pace, annunciando l’unico Signore Gesù Cristo. La Parola di Dio, che esprime il tema di questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, richiama la nostra attenzione su una parola non più tanto di moda: la «gentilezza». Viviamo nel tempo della fretta e dell’aggressività e la gentilezza, anche nel quotidiano, finisce per essere qualcosa di dimenticato o addirittura frainteso, soprattutto quando l’altro sembra un ostacolo all’autorealizzazione personale […] Gentilezza è un tratto esteriore nato, tuttavia, da un atteggiamento del cuore”. [iii]

È dagli anni ’70 che continua a sfuggirmi il nesso tra svolgere servizio nelle forze armate e ‘lavorare insieme per il sostegno della pace’, che considero invece una sorta di anacoluto logico. Questo stridente accostamento mi risulta quasi blasfemo se è pronunciato da chi predica la fratellanza e l’amore per i nemici e proclama un vangelo in base al quale sono beati i miti e gli operatori di pace. Un’omelia sulla ‘gentilezza’ e contro la ‘aggressività’ dei nostri tempi ad un uditorio di ufficiali – italiani o stranieri, cattolici o di altra confessione che siano – mi risulta perfino disturbante, poiché non capisco come tale ‘atteggiamento del cuore’ possa conciliarsi con un’attività incentrata sull’utilizzo di armi, convenzionali e non, che puntano all’annientamento del nemico di turno.

È come dire: sì, spendiamo 70 milioni di euro al giorno per ‘difenderci’ da minacce inesistenti; siamo i noni esportatori di armi al mondo, alimentando senza tanti scrupoli anche guerre in atto; accettiamo supinamente l’occupazione militare di larga parte del nostro territorio, rinunciando ad esercitare la nostra sovranità; custodiamo 70 bombe atomiche altrui, in barba ai trattati internazionali; utilizziamo soldati in uniforme di combattimento anche per presidiare strade e discariche…però siamo tanto ‘gentili’ e ci adoperiamo per un mondo di pace…

Chi desideri leggere il testo integrale della meditazione dell’arcivescovo-generale Marcianò su questo inedito “ecumenismo in divisa” può trovarlo su Famiglia Cristiana dove, fra l’altro, potrà trovare queste profonde riflessioni:

«Lo specifico dell’impegno dei militari si pone proprio qui, nel dovere di porsi al servizio della giustizia e della libertà di un popolo, nella difesa della sicurezza e della dignità della vita. L’annuncio del Vangelo richiede per noi cappellani il sapere richiamare a questa vocazione specifica i nostri militari. […] E mi rendo conto di quanto sia necessario offrire a Dio noi stessi proprio come militari, offrire insieme lo sforzo dell’ecumenismo e della comunione, perché Egli usi tutto come arma per affermare la giustizia nel mondo […] I militari insegnano a noi questa fraternità con il loro vivere quotidiano; a nostra volta abbiamo la responsabilità di saperla annunciare in nome di Cristo nostro Unico Signore e Salvatore».[iv]

La ‘gentilezza’ (col mitra in mano) non è una virtù

Confesso che mi era capitato raramente d’imbattermi in affermazioni come queste, secondo le quali il compito dei militari sarebbe servire la giustizia, la libertà, la sicurezza e la dignità di un popolo, dandogli così un luminoso esempio di fraternità. Peccato che l’Eminenza Reverendissima si sia dimenticato di citare la principale ‘virtù’ per un cappellano militare, quella obbedienza nei confronti della quale 55 anni fa don Lorenzo Milani espresse la sua dura contestazione, schierandosi al fianco degli obiettori di coscienza che proprio i religiosi con le stellette avevano insultato e deriso, assai poco gentilmente.

«Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni […] una guerra di evidente aggressione, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari? Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte? Se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. […] Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità…». [v]

Certo, da allora è passato oltre mezzo secolo, ma quelle parole conservano tutto il loro significato e valore anche oggi. Direi anzi soprattutto oggi, visto che in Italia dal 2005 il servizio militare obbligatorio è stato sospeso (non abolito, come comunemente si crede…), [vi]  eliminando così la stessa obiezione di coscienza, archiviata dopo 33 anni di esperienze di servizio civile ‘alternativo’.  Molti percepirono quel provvedimento come una liberazione, ma è abbastanza evidente che si è trattato del primo passo verso un esercito professionale, che ha però conservato i suoi ‘angeli custodi’ con croce e stellette.

Mons. Marcianò ha esaltato fraternità comunione e gentilezza come se si trattasse di valori intrinseci alla vita militare, pregando poi non solo coi nostri cappellani militari di Campania e Basilicata, ma anche con quelli – cattolici, protestanti e ortodossi – operanti presso il Comando della U.S. Navy di Napoli-Capodichino e quello N.A.T.O di Giugliano-Lago Patria. Ma non è affatto chiaro come questo inneggiare all’unità’, all’ecumenismo ed alla gentilezza possa conciliarsi col fatto che da quelle basi e comandi strategici non solo partono gli ordini per operazioni di controllo e ricognizione, ma si dà anche il via a veri e propri attacchi armati, aerei e navali, verso paesi considerati ‘nemici’. Per non parlare poi delle ‘missioni’ di stampo terroristico, destinate ad ammazzare leader ostili insieme con i civili coinvolti negli attentati, come è recentemente successo a Baghdad nell’eliminazione del generale iraniano Soleimani, col rischio d’innescare una nuova, gravissima, guerra.

Certo, ci fa piacere che – citando le parole del colonnello Ferramondo, comandante dell’Aeroporto Militare di Capodichino – “…l’incontro del 23 gennaio, tappa finale di un percorso iniziato più di un anno fa attraverso una serie di incontri periodici tra i cappellani, abbia contribuito alla conoscenza reciproca allo scopo di rendere più efficace tutto quello che si fa assieme, perché animati dagli stessi sentimenti nei confronti di un unico Dio. [vii]  Però ci sembra che sia legittimo chiedergli perché quegli stessi lodevoli sentimenti non siano rivolti anche verso altri soldati (e sempre più spesso contro popolazioni inermi), percepite solo come obiettivi da centrare e colpire con bombe e lanci di missili.

Catene di unità di fede o catene di comando?

 Nell’articolo citato si riferisce che: “al termine della riflessione, tutti i cappellani hanno portato in processione una catena quale segno di unità; elemento che debba unire tutti in un cammino di misericordia, pace e giustizia…” [viii]  Le immagini a corredo ci mostrano infatti pastori protestanti, sacerdoti cattolici e imbarazzati ufficiali italiani e stranieri avvinti da una catena che li unisce. Davvero commovente… Peccato che ci sono popoli che quelle catene – vere, non simboliche – le sopportano tutti i giorni, a causa di feroci dittature militari, intolleranti regimi teocratici ed arroganti governi la cui religiosità sembrerebbe ispirata da un vendicativo e geloso “Dio degli eserciti”.

Per rendere ‘pia’ quella strana celebrazione in uniformi e clergyman, del resto, non potevano bastare né le letture sacre né che una brava soprano abbia intonato “Avinu malkeinu”, che non è la versione ebraica del “Padre nostro” cristiano, bensì una preghiera simile, che gli Ebrei recitano in occasione del Rosh ha Shanah (Capodanno) e dello Yom Kippur). Pregare non significa ripetere ritualmente formule vuote, ma rinnovare la fedeltà al messaggio che il Signore ha voluto inviarci e, per i Cristiani, anche incarnare.  Se confrontiamo i testi delle due preghiere [ix], effettivamente quello “Avinu” iniziale potremmo tradurlo con “Padre nostro”, ma dobbiamo anche tenere presente che nel primo caso la prima persona plurale dell’aggettivo possessivo si riferiva al “popolo eletto”, mentre l’invocazione insegnataci da Gesù abbraccia l’intera umanità. Piuttosto, quello che dotti e pii cappellani militari dovrebbero sapere, ma di cui mostrano di non rendersi conto, è quanto ambedue le preghiere risultino stonate in quel contesto militare. Nella loro bella orazione, infatti, gli Ebrei invocano Dio dicendo: “…aiutaci a porre fine a pestilenza, guerra e carestia, perché tutto l’odio e l’oppressione spariranno dalla terra”, ma tale auspicio si concilia molto male col sostegno ad un complesso militare-industriale che quelle guerre pestilenze e carestie le causa e le perpetua. Quando i Cristiani recitano la loro preghiera, chiedono a Dio Padre di rimettere i loro debiti/colpe specificando però: “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” (“κα φες μν τ φειλήματα μν ς κα μες φίεμεν τος φειλέταις μν” – Mt. 6:12). Ma anche in questo caso non si capisce che cosa c’entrino la misericordia divina e la compassione umana col mestiere di coloro i quali (al netto di tutte le diatribe teologiche sulla c.d. ‘guerra giusta’) addestrano ad uccidere distruggere ed annientare i ‘nemici’, magari nel modo più efficiente e scientifico.

Una nota a parte riguarda il fatto che a quella strana celebrazione ecumenica abbiano partecipato non solo i vertici regionali delle quattro forze armate italiane (Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri), ma anche quelli della Guardia di Finanza (corpo parzialmente militarizzato) e della Polizia di Stato (che invece è del tutto a ordinamento civile). Al di là dell’ecumenismo interforze, infatti, mi sembra di scorgere anche in questo coinvolgimento delle forze di polizia giudiziaria l’ennesimo tentativo di militarizzare il concetto stesso di ‘sicurezza’, confondendo la ‘stella’ degli sceriffi con le ‘stellette’ di chi per mestiere fa la guerra.

Certo, per uno come me che ha fatto obiezione di coscienza nel 1972 è triste dover assistere, quasi mezzo secolo dopo, a nuove esibizioni di religiosità viziate da uno stridente spirito militarista. Ecco perché non dobbiamo stancarci di ripetere ai giovani con don Milani della ‘lettera i giudici’, che: “…l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.

Come giustamente affermava alcuni anni fa Antonino Drago in un’intervista:

«Con la loro propaganda per la “pace armata”, i militari soffocano ogni pensiero alternativo sul tipo di difesa della pace; e i cappellani militari (che sono incardinati nelle FF.AA. come ufficiali) formano una loro diocesi indipendente e hanno un loro seminario. Così la guerra è tornata a essere giustificata, in Italia come anche a livello mondiale».[x] Ma Cristo, Principe della Pace (Is. 9:5), non può essere ridotto al ruolo di luogotenente del veterotestamentario “Adonai Shebaoth” e dunque è necessario che chi sceglie la nonviolenza – cristiana prima ancora che gandhiana – si dissoci pubblicamente da ogni forma di riabilitazione della guerra e di chi la prepara ed attua, tanto più se viene spacciata come…incontro ecumenico.


Note

[i] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Ordinariato_militare_per_l%27Italia#Composizione_e_uso_delle_uniformi_ordinaria_e_di_servizio_per_i_cappellani_militari    

[ii]   Eleonora Davide, “Incontro ecumenico all’Aeroporto di Capodichino. Intervista al soprano Paola Francesca Natale” (27.01.2020), wwwitalia > http://www.wwwitalia.eu/web/incontro-ecumenico-allaeroporto-di-capodichino-intervista-al-soprano-paola-francesca-natale/   

[iii]   Ibidem

[iv]   “Ecumenismo in divisa: ‘Dalla gentilezza nascono la giustizia e l’amore’ “ (23.01.2020), Famiglia Cristiana > https://www.famigliacristiana.it/articolo/settimana-di-preghiera-per-l-unita-dei-cristiani-dalla-gentilezza-nascono-la-giustizia-e-lamore.aspx

[v]   Don Lorenzo Milani, Lettera ai cappellani militari che hanno sottoscritto il comunicato dell’11 febbraio 1965 > https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_d.htm   

[vi]   Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Servizio_militare_di_leva_in_Italia#La_riduzione_della_ferma,_l’arruolamento_femminile_volontario_e_la_sospensione_del_2005

[vii] E. Davide, “Incontro ecumenico…” cit.

[viii] Ibidem

[ix] Orazio Leotta, “Avinu Malkeinu”, (16.09.2012),  Girodivite > http://www.girodivite.it/Avinu-Malkeinu.html

[x]  Vedi: http://serenoregis.org/2012/07/19/nonviolenza-come-politica-di-fede-antonino-drago/ (2012)

Disarmiamo la nostra scuola.

L’avanzata della ‘cultura militare’

Molti speravano che il nuovo anno scolastico – iniziato poco dopo l’esordio del governo Conte II – avrebbe mostrato segnali di discontinuità rispetto alla crescente invadenza dei militari nei confronti della pubblica istruzione. Si trattava solo d’un auspicio, poiché il nuovo alleato del M5S è il PD, che quel processo aveva contribuito a promuovere, spalleggiando le pretese autonomistiche dell’ultra-regionalismo lombardoveneto-romagnolo, che ha nel controllo dell’educazione uno dei punti di forza. È bastato l’approssimarsi della fatidica ricorrenza del 4 novembre – giornata dell’unità nazionale e delle forze armate – perché quella speranza si rivelasse poco fondata. È stata sufficiente la mancata partecipazione di alcune classi di un liceo veneziano alle iniziative patriottico-militaresche, prima imposte ma poi solo proposte dal suo dirigente, perché si sollevasse un’ondata di polemiche, proteste sdegnate e perfino interrogazioni parlamentari. Particolare virulenza ha avuto la reazione indispettita e minacciosa dell’assessore regionale veneta all’Istruzione Elena Donazzan, che nella sua biografia cita Tolkien ed Almirante e ama farsi ritrarre affiancata da alpini ed ufficiali vari [i] e che è giunta a dichiarare:

«…questi docenti non meritano d’insegnare in una scuola italiana! Il loro atteggiamento è sovversivo: contestare la presenza delle Forze Armate ad un’iniziativa sul 4 novembre significa disobbedire alle leggi e mancare di rispetto a chi indossa la divisa. Chiederò un’ispezione a questo istituto, perché la scuola non può essere utilizzata per dar voce a propagande ideologiche». [ii]

A fare propaganda ideologica nella scuola, evidentemente, basta e avanza la sempre più folta truppa di esponenti delle forze armate che in ogni occasione si propongono a bambini ragazzi ed adolescenti sia dentro le aule, sia mediante ‘visite’ a caserme, navi, accademie militari, poligoni e stand opportunamente allestiti nelle piazze.  Tre anni fa osservavo che un insidioso aspetto della c.d. buona scuola renziana era l’introduzione nel percorso educativo del modello militare – che peraltro già governi precedenti avevano cercato d’inserire – promovendo la ‘cultura’ militare all’interno della programmazione didattica.

«…nel 2014 questo processo è culminato nel Protocollo d’Intesa sottoscritto da MIUR e Min. Difesa, nel quale si sancisce il discutibile principio secondo il quale nella scuola c’è bisogno di attivare: “…un focus sulla funzione centrale che la ‘Cultura della Difesa’ ha svolto, e continua a svolgere, a favore della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese”, per cui si propone la: “…ricerca [di] soluzioni comunicative interattive espressamente rivolte alle nuove generazioni, per affermare la conoscenza e il ruolo della Difesa al servizio della collettività e divulgare le opportunità professionali e di studio riservate alle fasce giovanili di riferimento”. La rinnovata intesa tra “libro e moschetto” – paradossalmente presentata come attuazione dei principi costituzionali e di quelli ispiratori dell’ONU – ha ufficializzato una collaborazione ‘formativa’ interministeriale, sulle cui motivazioni mi sembra giusto ed opportuno interrogarsi». [iii]

A distanza di cinque anni dalla sua sottoscrizione, il protocollo firmato dalle bellicose ministre Giannini e Pinotti si direbbe tutt’altro che sorpassato. Negli istituti scolastici della Repubblica che “ripudia la guerra” continuano infatti ad aggirarsi sempre più personaggi in divisa, per illustrare il “ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita, sociale, economica e democratica del Paese”, come recitava la circolare applicativa, esaltando così la funzione di quegli eccezionali promotori dei valori costituzionali…

E le scuole stanno a guardare…le stellette

A forza di indossare le ‘mimetiche’, i militari tentano di mimetizzarsi nei vari ambienti nei quali vengono proposti in funzione di formatori. Ecco allora che spuntano un po’ dovunque, ora per insegnare la sicurezza stradale, ora per promuovere la protezione dell’ambiente, ma anche per parlare esplicitamente di difesa nazionale e perfino di nuovi ritrovati tecnologici in funzione di quelli che vengono presentati come wargames piùche come strumenti di guerra. Centinaia di migliaia di studenti, di ogni ordine e grado, sono stati coinvolti in dibattiti, visite guidate ad installazioni militari, simulazioni di volo e perfino esercitazioni di tiro. Purtroppo le voci di dissenso sono state finora sporadiche, spesso tacitate dalla retorica patriottica di gran parte dei media, tanto che la recente ‘obiezione’ di docenti e discenti del liceo veneziano ha suscitato un vespaio, mentre da parte del Governo non si è registrata una presa di distanza verso la grottesca accusa di ‘sovversione’, scagliata nei loro confronti da esponenti della destra veneta e nazionale.

La pesante coperta grigioverde che sta calando sulla scuola dovrebbe indurci a reagire a questa strisciante pubblicizzazione del mondo militare, di cui ovviamente si esaltano gli aspetti ‘eroici’ di tipo civile, sorvolando invece sul ruolo che 6000 soldati italiani svolgono in giro per il mondo, nelle sedicenti “missioni di pace”. Come osserva Matteo Saudino:

«Sempre più, negli ultimi anni, infatti, la scuola ha aperto le sue porte a uomini e donne delle forze armate, i quali via via hanno iniziato a propagandare una immagine del soldato e della carriera militare in cui sono del tutto scomparse la guerra, la morte, la violenza, le spese per le armi e le alleanze politiche con stati che si macchiano di crimini e violazione dei diritti umani. Tale mistificazione della realtà ha raggiunto l’apice con le celebrazioni della vittoria di Vittorio Veneto e della fine della prima guerra mondiale».[iv]

Dalle ‘visite didattiche’ a porti aeroporti e poligoni alle conferenze sulle nuove tecnologie per il controllo delle informazioni, il repertorio proposto a scuole ed università è molto ampio. In più, si presenta ai giovani – che sempre più vedono profilarsi davanti a sé lo spettro della disoccupazione – con allettanti richiami di tipo professionale, veicolati da alcuni progetti di “alternanza scuola-lavoro”.  Ma ormai molti docenti e studenti non ci stanno e, a Venezia come in tante altre città d’Italia, rifiutano di accettare passivamente questo subdolo indottrinamento, contrabbandato paradossalmente come formazione didattica alla “cittadinanza e costituzione”.

«Intanto, proprio a Venezia ha preso avvio la campagna “Per una scuola libera da guerre e militarismi” voluta da un gruppo di associazioni che, partendo dal capoluogo veneto, intendono portare il messaggio a livello nazionale. Il gruppo ha steso una sorta di manifesto con le sei regole da applicare per quei docenti che non vogliono militari a contatto con dei ragazzi. Nel documento, che anticipa le regole con cui “escludere dall’offerta formativa ogni attività” in cui sia previsto l’incontro con i militari, si parla di scuole sempre più “militarizzate a causa dell’aumento di eventi che coinvolgono membri delle forze armate e realtà promotrici della carriera militare in Italia e all’estero”.[v]

Del resto risale al 2013 la campagna “Scuole smilitarizzate”, lanciata da Pax Christi Italia con l’efficace slogan “La scuola ripudia la guerra”, per opporsi a tale invasione e per promuovere l’alternativa dell’educazione alla pace e alla nonviolenza. A distanza di sei anni sembra giunto il momento di rilanciarla, coordinando gli sforzi in tale direzione, a partire da sempre più efficaci ed incisivi interventi di controinformazione.

Una campagna per smilitarizzare le scuole

Nel testo della presentazione della campagna troviamo queste parole:

«I giovani di Pax Christi ritengono sia urgente riaffermare che la scuola deve educare alla nonviolenza e alla pace come espressione di quella cittadinanza attiva sempre presente nelle indicazioni ministeriali, per formare costruttori di pace, tessitori di dialogo e di relazioni tra i popoli, nella ricerca di risoluzioni autenticamente pacifiche dei conflitti. Al contrario, quando nella realtà formativa dei ragazzi entrano le attività promozionali dell’Esercito italiano, della Marina militare e dell’Aeronautica militare, si promuove un militarismo che educa all’arte della guerra piuttosto che alla costruzione della pace con mezzi pacifici e attraverso il rispetto per l’altro. […] Per questo i giovani di Pax Christi Italia propongono la Campagna Scuole Smilitarizzate ai docenti e agli studenti delle scuole superiori, affinché, senza aggiungere un altro progetto didattico, siano provocati ad evidenziare la dimensione dell’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti». [vi]

Non si può che condividere questi propositi, soprattutto alla luce di quanto è successo a Venezia e dei palesi segnali di continuità fra l’attuale governo e quelli che l’hanno preceduto, soprattutto tenendo conto della preoccupante ondata di nazionalismo e neo-fascismo che si sta diffondendo in Italia, come anche in Europa ed a livello ancor più ampio. È chiaro che una campagna nonviolenta non punta a rifiutare i militari in quanto persone, ma piuttosto ad obiettare alla cultura militarista e bellicista che in ogni modo cercano di propagandare nelle nostre scuole. Alle comunità scolastiche, pertanto, si chiede in primo luogo di adottare risoluzioni collegiali che esprimano adesione allo specifico ‘manifesto’ [vii], non solo escludendo iniziative – dentro e fuori gli istituti – che siano promosse dalle forze armate, ma impegnandosi anche a promuovere una cultura di pace e la conoscenza delle tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti. Non va sottovalutato inoltre l’impatto dei progetti scolastici che prevedano un partenariato con strutture militari e/o aziende che si occupino di produzione di armamenti ed altri strumenti di tipo bellico, in quanto, soprattutto nelle regioni meridionali, fatalmente attraggono il consenso dei tanti giovani che sono preoccupati per il loro futuro lavorativo.

«Dobbiamo difendere il sistema scolastico italiano dall’ingerenza di un sistema militare-industriale che è lo stesso che alimenta la “guerra mondiale a pezzi” denunciata dal Papa e che minaccia la stessa convivenza civile e democratica. Ci siamo purtroppo già abituanti ai soldati in mimetica e mitra fuori ai tribunali ed alle autoblindo nelle piazze […]. Il rischio è che ora ci abituiamo passivamente anche alla presenza di militari in uniforme nelle scuole ed a bambini in grembiule nelle caserme…» arrivato il momento di reagire e di contrapporre valori alternativi…». [viii]

Al di là delle petizioni lanciate recentemente per esprimere solidarietà ai docenti e studenti veneziani, bisogna puntare alla creazione d’una rete nazionale d’insegnanti ‘obiettori’, per rilanciare la campagna già esistente e per diffonderla in tutte le regioni. Il MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione) [ix] sta infatti realizzando un’intesa in tal senso con Pax Christi Italia, ma è auspicabile che il progetto di smilitarizzazione della scuola sia sostenuto anche da altri soggetti da coinvolgere, come organizzazioni studentesche, sindacati della scuola e movimenti giovanili.  Altrimenti ci toccherà rassegnarci al fatto che ad insegnare cittadinanza e costituzione siano sempre più spesso – e paradossalmente – soggetti in uniforme e tanto di ‘stellette’…

Strategie comuni dei militari in Europa

Nel Regno Unito, il governo ha speso “… oltre 45 milioni di sterline in progetti che si occupano di ‘ethos militare’ nelle scuole inglesi […] Essi sono rivolti spesso a giovani ‘disimpegnati’ nelle scuole delle aree più povere…” [x]

La stessa strategia è messa in atto anche dal gigantesco apparato militare degli USA, che molto più esplicitamente punta al reclutamento di giovani nelle forze armate:

«Secondo i dati del Comando per il Reclutamento dell’Esercito degli S.U., ottenuti grazie alla richiesta degli autori sulla base della Legge sulla Libertà d’Informazione, mentre le scuole superiori nei distretti scolastici suburbani benestanti limitano generalmente le visite dei reclutatori solo a due o tre visite all’anno, in alcune comunità urbane a basso reddito i militari sono presenti nel campus due o tre volte alla settimana…» [xi]

Nel precedente articolo avevo rilevato come in alcune scuole medie della Federazione Russa si sia giunti all’addestramento paramilitare [xii], ma è innegabile che l’ondata grigioverde abbia raggiunto anche le scuole francesi, dove già aleggiava uno stile formativo nazionalistico, come ci conferma un impegnato blogger ecopacifista di quel Paese.

«E così, ugualmente, ci sono dei protocolli Esercito-Istruzione che hanno come obiettivo promuovere ‘l’educazione alla difesa’ all’interno della scuola […] “Per il suo promotore, Charles Hernu, non solo i giovani dovevano arrivare all’esercito ‘preparati dalla scuola’, ma la scuola doveva essere il luogo di uno ‘spirito di difesa’ largamente condiviso, mirante a promuovere le rappresentazioni militari sul mondo e sulla società. È proprio questa concezione globalizzante e totalitaria che è esposta dall’ultimo protocollo, in data 20 maggio 2016, che include esplicitamente nell’educazione alla difesa (e dunque nei programmi scolastici e negli esami ufficiali) “l’insieme del campo della difesa militare e della sicurezza nazionale…» [xiii]

Insomma, per mutuare un vecchio proverbio, potremmo dire: paese d’Europa che vai, militarizzazione della scuola che trovi… Basta infatti una ricerca in Internet per vedere come pure gli studenti belgi si preparino ad addestrarsi alla difesa armata già dal 5° e 6° anno della scuola secondaria [xiv], o come nella RFT la mai sopita tradizione militarista stia contagiando le scuole tedesche, scambiate per piazze di reclutamento.

«Ciò si riflette anche nell’approccio della Bundeswehr tedesca. Come scrive Michael Schulze von Glaßer in Broken Rifle n. 88: “Se i giovani non potessero essere persuasi a prendere l’arma con le proprie mani, dovrebbero almeno essere convinti del significato degli interventi militari: la leadership militare e il governo vogliono che il Bundeswehr diventi un attore globale e cerchi una base politica stabile a lungo termine nella popolazione. […] E il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg (CSU) sa dove trovare i giovani: “La scuola è il posto giusto dove raggiungere i giovani“…» [xv]

Ecco perché dobbiamo quanto prima unificare le forze disponibili, per contrastare questo sconcertante fenomeno. A livello internazionale esistono già molte organizzazioni operanti in tal senso, dalle statunitensi Veterans for Peace [xvi]e National Network Opposing the Militarization of Youth [xvii] alla britannica Peace Pledge Union [xviii]edalla spagnola Alternativa Antimilitarista-MOC  [xix], giungendo poi alle reti internazionali come la War Resister’s Int’l [xx].

Educazione e militarizzazione sono concetti antitetici, per cui un’educazione civica svolta dai militari è un autentico ossimoro. È il momento di fare obiezione e di voltare decisamente pagina.


Note

[i] V. il sito web dell’Assessore Donazzan: http://www.donazzan.it/

[ii]  Cfr. gli articoli: https://www.nextquotidiano.it/elena-donazzan-contro-i-docenti-sovversivi-che-non-vogliono-i-militari-a-scuola/?fbclid=IwAR2mgPKoDrdUnQQOarNfpWNF2qB738wUOUCptstm9unjx8rq8kQPfOgDyRk  e https://corrieredelveneto.corriere.it/venezia-mestre/cronaca/19_ottobre_29/quattro-novembre-venezia-professori-studenti-non-incontrano-militari-4336329e-fa61-11e9-b1d3-8ef4db66594d.shtml?refresh_ce-cp 

[iii] Ermete Ferraro, “Ma che bellica scuola!” (12.03.2016), Ermetespeacebook > https://ermetespeacebook.blog/2016/12/03/ma-che-bellica-scuola/

[iv] Matteo Saudino,” Il quattro novembre a scuola” (03.11.2019), Comune.info > https://comune-info.net/il-4-novembre-a-scuola/ -vedi anche l’articolo di Antonio Mazzeo “Che nelle scuole si torni a disobbedire ad ogni guerra” > https://www.scomunicando.it/notizie/antonio-mazzeo-che-nelle-scuole-si-torni-a-disobbedire-ad-ogni-guerra/

[v] Alex Corlazzoli, “Venezia, prof e studenti boicottano incontro con Forze Armate al liceo…” (31.10.2019), Il Fatto Quotidiano > https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/30/venezia-prof-e-studenti-boicottano-incontro-con-forze-armate-al-liceo-assessore-regionale-docenti-sovversivi-come-allepoca-delle-br/5541115/

[vi] Pax Christi Italia, Presentazione del progetto ‘Campagna Scuole Smilitarizzate’ (26.04.2013) >http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/1_Presentazione-Campagna-Scuole-Smilitarizzate1.pdf

[vii]  Vedi: http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/3_Manifesto-di-una-Scuola-Smilitarizzata1.pdf

[viii]  Ferraro, “Ma che bellica scuola!”, cit.

[ix]  Vedi: https://www.miritalia.org/

[x]  Peace Pledge Union, Militarism in schools > https://www.ppu.org.uk/militarism/militarism-schools  (trad. mia) ) – Vedi anche: https://www.independent.co.uk/news/education/education-news/underage-soldiers-in-britain-the-militarisation-of-schools-in-the-uk-a7529881.html

[xi]  S. Kershner & S. Harding, “Militarism goes to school “(25.07.2019), Critical Military Studies – Vol. 5, 2019, issue 3 > https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/23337486.2019.1634321?scroll=top&needAccess=truetrad   (trad. mia). Molto interessante è anche il saggio: Galavitz B., Palafox J., Meiners E., Quinn Th., “The Militarization and Privatization of Public Schools”, Berkeley Review of Education, 2 (1), 2011

[xii]  Cfr. Simon Shuster, “Inside Russia’s Military Training Schools for Teens”, TIME (Oct.19,2016) > http://time.com/4516808/inside-russias-military-training-schools-for-teens/

[xiii] Alain Refalo, “La militarization de l’école est en marche” (28.11.2018), Blog d’Alain Refalo > https://alainrefalo.blog/2018/11/28/la-militarisation-du-systeme-educatif-est-en-marche/  Vedi anche il suo libro “Hierarchie et désobeissence à l’ecole” (2018): https://alainrefalo.files.wordpress.com/2019/08/hic3a9rachie-et-dc3a9sobc3a9issance-c3a0-lc3a9cole.pdf

[xiv]  Claire Sadzot et Catherine Vanzeveren, “Bientôt une option ‘préparation militaire’en 5e et 6e secondaire”,  (29.07.2019), RTL Info >  https://www.rtl.be/info/belgique/societe/armee-ecole-option-5e-6e-secondaire-1144830.aspx (trad. mia)

[xv]  Andreas Speck, “Gegen die Militarisierung der Jugend” (30.05.2012), War Resister’s International > https://wri-irg.org/en/story/2012/countering-militarisation-youth-0?language=de (trad. mia)

[xvi] https://educationnotmilitarization.org/

[xvii] https://nnomy.org/en/content_page/item/653-the-militarization-of-american-public-schools.html

[xviii] https://www.ppu.org.uk/everyday-militarism

[xix] https://www.antimilitaristas.org/Insumissia-somos-asi-que-le-vamos-a-hacer.html

[xx]  https://wri-irg.org/en

© 2019 Ermete Ferraro

ConVerdiamoci !

Un’Europa sempre più verde

Dopo il clamoroso successo dei Verdi a livello europeo – che porta il loro schieramento (Group of Greens/ European Free Alliance) a svolgere un ruolo di rilievo nel Parlamento dell’U.E. – in molti si sono comprensibilmente chiesti perché mai il partito verde italiano, con la sua magra percentuale del 2.32%, sia rimasto invece il fanalino di coda. Se infatti si escludono risultati ancora più magri – come quello dell’Ungheria (2.18%) oppure quelli dei Paesi che si attestano attorno o addirittura al di sotto dell’1% (come: Slovenia, Malta, Grecia ed Estonia) – è purtroppo evidente che le ultime prestazioni elettorali dei Verdi italiani, pur registrando una certa crescita dei voti, sono però deludenti ed ininfluenti.

Qualche politologo o commentatore ha provato a dare una spiegazione di questo preoccupante fenomeno, che dopo le elezioni europee ci presenta un’Italia in maggioranza di colore sì ‘verde’, ma nell’accezione introdotta dalla Lega di Salvini, quanto di più lontano può esserci da un movimento ecologista. Se si osserva una cartina, quindi, è impossibile non notare che i Verdi si sono affermati ancor di più in alcune realtà mitteleuropee – come Germania e Francia – e sono significativamente in crescita in altre aree centrali e nordiche, come Austria, Belgio. Lussemburgo, Finlandia, Irlanda e Danimarca. Viceversa, ad eccezione di Spagna e Portogallo, l’affermazione del progetto ecologista dei Verdi stenta ancora ad affermarsi nell’Europa mediterranea.

Una lettura dei risultati elettorali l’ha tentata Mao Valpiana, storico esponente del Movimento Nonviolento italiano, candidato in Europa Verde nella circoscrizione nord-est.

«Nella penisola, anche a causa dello sbarramento al 4%, i Verdi non hanno avuto eletti, hanno raccolto oltre 600 mila voti, fermandosi al 2,3% dei consensi. In Italia hanno prevalso il timore, la paura, la chiusura, il voto maggioritario è andato al partito negazionista della crisi climatica. Questo è un fatto politicamente molto grave e preoccupante. […] Il tema cruciale della campagna elettorale, in Europa, era la politica climatica e ambientale, e i verdi hanno riscosso la fiducia degli elettori. Non a caso anche tra gli italiani all’estero i Verdi sono la quarta formazione politica scelta». [i]

Tale analisi delle ragioni del non-voto verde in Italia mi sembra in larga parte condivisibile. È evidente infatti che inseguire il cosiddetto ‘voto utile’ ha portato i nostri concittadini a premiare ancora una volta i partiti maggiori e le coalizioni di quelli minori. Certo, il timore di sprecare il proprio voto, ma anche la chiusura verso un messaggio di profondo cambiamento della mentalità potrebbero essere stati dei motivi per cui i Verdi italiani non sono riusciti a raccogliere i consensi necessari ad esprimere almeno un proprio esponente al Parlamento europeo. Ma si tratta solo di scarsa motivazione degli elettori, oppure il problema vero è altrove, cioè nella capacità effettiva che gli eredi del ‘sole che ride’ hanno di rappresentare un riferimento chiaro ed affidabile?

Greta si è fermata ad Eboli?

L’amico Valpiana – cui mi legano decenni di comuni battaglie antimilitariste e nonviolente – si sbilancia in un accenno di analisi sociologica, affermando:

«… nel nostro paese prevale ancora il voto per un interesse personale, mentre oltralpe il voto è legato ad un interesse collettivo…» [ii].  

Mi sembra onestamente uno stereotipo piuttosto scontato e banale, che attribuisce ai popoli d’oltralpe un idealismo politico ed una coscienza civica assai superiore a quella del comune homo italicus (soprattutto se meridionale, da sempre bollato col marchio del ‘familismo amorale’ e simili luoghi comuni…). Dall’insistenza sull’affermazione del candidato verde sud-tirolese e dall’accenno al dato che in alcune zone del nord-est italiano si è sfiorato il 10% di consensi, in effetti, mi sembra di avvertire una scarsa fiducia nella possibilità che il movimento ecologista possa affermarsi al di sotto dell’area cispadana. Ma è davvero il caso di tirare in ballo la mai sopita contrapposizione tra la cultura ‘collettiva’ mitteleuropea ed una visione individualista ed anarcoide che sarebbe tipica dei ‘sudisti’? I risultati elettorali conseguiti in Italia da formazioni politiche minori come La Sinistra, +Europa e Verdi – schiacciati nella morsa di un centro-nord a maggioranza leghista e di un meridione prevalentemente pentastellato – mostrano più in generale quanto purtroppo sia poco radicata una visione politica alternativa a quella rappresentata dall’attuale maggioranza populista-identitaria. Mi sa quindi che c’entra poco l’interesse collettivo cui si riferiva Valpiana, dal momento che, pur con alcune interessanti eccezioni – l’onda verde suscitata in particolare tra i giovani dalla protesta ecologista senza se e senza ma, incarnata dalla figura di Greta Thunberg, si è fermata molto prima di giungere alla fatidica Eboli…

Le ragioni sono diverse ed alcuni anni fa qualcuno aveva provato ad analizzarle in modo più scientifico, impostando un’accurata ricerca su alcune ipotesi di lavoro. Si tratta di uno studio comparativo svolto alla fine del 2017 da Zack P. Grant e James Tilley – dal significativo titolo “Terreno fertile: come spiegare le variazioni nel successo dei Verdi europei” – nel quale si utilizzano una grande quantità di dati elettorali, relativi a 32 Paesi nel corso di 45 anni, per verificare le cause dell’affermazione dei Verdi, a partire da alcune differenti teorie.

«I partiti verdi vanno bene nelle società con conflitti post-materialisti causati da alti livelli di ricchezza o dalla presenza di una tangibile controversia ambientale […] Mentre i partiti tradizionali possono scalzare i giovani partiti verdi adottando la questione ambientale, questo effetto è invertito una volta che i Verdi sono sopravvissuti a un certo numero di elezioni». [iii]

La ricerca parte dalla distinzione tra le tre possibili fonti di tale successo: domanda da parte degli elettori, vincoli istituzionali ed opportunità politica fornita dagli stessi partiti tradizionali. Nel primo caso, la crescita dei voti verdi sarebbe attribuibile allo sviluppo economico e/o allo sviluppo dell’energia nucleare, mentre l’aumento della disoccupazione agirebbe in senso contrario. Nel secondo caso, invece, il decentramento politico-amministrativo e l’impiego di un sistema elettorale proporzionale giocherebbe a favore dei Verdi. Infine, prendendo in esame le opportunità politiche, la sesta ipotesi vedrebbe la crescita elettorale dei partiti della sinistra radicale inversamente proporzionale a quella dei quelli verdi, laddove la settima ed ultima sottolinea che una strategia ‘accomodante’ da parte dei partiti più importanti svantaggerebbe quelli verdi, mentre strategie di netta contrapposizione li rafforzerebbero.

Dove il gira-sole non ride

Osservo che, pur trattandosi di una seria ricerca, i suoi risultati corrispondono solo in parte alla travagliata vicenda dei Verdi italiani. Essi sono effettivamente nati nella seconda parte degli anni ’80 sull’onda della protesta antinucleare ed è pur vero che in una realtà sociale contrassegnata dalla crisi economica e dalla disoccupazione l’affermazione di un progetto politico caratterizzato da priorità ambientaliste risulta difficile. Ė peraltro innegabile che una realtà amministrativa accentrata come quella italiana, caratterizzata per molti anni anche da un sistema elettorale maggioritario e che premiava le coalizioni, non ha sicuramente agevolato formazioni minoritarie come i Verdi.  Qui però i punti di contatto con lo studio in questione si esauriscono, anche se non è da escludersi che strumentali aperture ‘ambientaliste’ da parte dei tradizionali partiti italiani abbiano sottratto ulteriormente consensi ad una formazione spiccatamente ambientalista. La vera questione, il suo nodo critico, riguarda invece l’identità dei Verdi del ‘sole che ride’ o, per meglio dire, l’immagine che essi hanno saputo trasmettere (e lasciare di sé) agli Italiani.

Nel suo articolo, Mao Valpiana attribuisce la colpa della loro mancata affermazione di Europa Verde – pur in presenza di un’indiscutibile green wave – a tre fattori principali. Il primo è quello riconducibile al sistema elettorale, col suo sbarramento al 4%. Il secondo è l’oscuramento mediatico da cui sarebbero stati penalizzati. Il terzo, e più importante, è che:

«…l’esito generale, in Italia, invece, ha rispecchiato le previsioni di una campagna elettorale molto nazionale, compressa nella politica interna, dove i temi europei non erano presenti, e ciò contribuirà ad isolare ancor più il nostro paese nell’Unione». [iv]

Pur dando per scontato che un ‘vaso di coccio’ come quello degli ecologisti è comunque penalizzato in una competizione con ‘vasi di ferro’ e che i media tendono da sempre ad ignorare o a banalizzare le battaglie dei Verdi, non si può negare d’altronde che se la sensibilità dell’elettorato italiano nei confronti delle tematiche ambientaliste resta piuttosto limitata, la responsabilità è anche di chi, in questi anni, ha fatto ben poco per accrescerla. L’aver distinto nettamente le battaglie di natura ecologista da quelle socio-economiche è stato, a mio giudizio, un grave errore dei Verdi italiani, che ha implicitamente rafforzato il luogo comune secondo il quale l’ambientalismo è fatto per chi ha la pancia piena e non ha bisogni primari da soddisfare.

Che occuparsi di salvaguardia dell’ambiente sia un vezzo radical-chic, infatti, era e resta un’opinione che avrebbe dovuto essere smentita coi fatti più che a parole, evidenziando il nesso profondo tra devastazione del patrimonio naturale ed avidità di chi persegue solo il profitto e respinge ogni interesse collettivo. È vero che la recente campagna elettorale italiana per le Europee ha avuto un taglio troppo ‘interno’, escludendo temi-chiave di natura transnazionale ed internazionale e richiudendosi in una visione identitario-protezionista. Ma una realtà prevalentemente ecologista come i Verdi avrebbe comunque dovuto cogliere (e denunciare) il legame fra politiche securitarie ed identitarie e conseguente chiusura ad ogni vincolo/accordo internazionale a tutela dell’ambiente naturale, sottoposto alla stessa logica di mercificazione e sfruttamento selvaggio cui sono condannati gli esseri umani.

Daltonismo o miopia politica?

Scrive Valpiana che: «…il tema cruciale della campagna elettorale, in Europa, era la politica climatica e ambientale, e i verdi hanno riscosso la fiducia degli elettori».[v]  

Sarebbe però ingenuo – o addirittura fuorviante – far credere che una proposta politica incentrata sul contrasto al cambiamento climatico e sull’urgenza di uscire dalle fonti energetiche fossili non abbia alcun rapporto con una trasformazione economico-sociale radicale e molto più ampia, in Europa e a livello globale. Ė proprio quello che alcuni partiti verdi europei di grande successo hanno viceversa sottolineato nei loro commenti, come nel caso di Terry Reintke, parlamentare europea eletta tra i Grünen tedeschi:

«Ovviamente la crisi climatica darà una priorità, soprattutto perché lo spazio per intervenire è molto breve. Ma è un’analisi troppo ristretta dire che il sostegno fosse solo per questo. Le persone hanno votato per noi in gran numero anche perché siamo un partito molto credibile in tema di democrazia, di stato di diritto e di diritti umani. Consideriamo l’Unione europea non solo un’unione economica ma un’unione di valori. Essa deve essere più equa e socialmente giusta. Questa sarà una priorità per noi nelle trattative». [vi]

Nel commento di Mao Valpiana, poi, si parla del rischio di ‘daltonismo’ politico, che confonderebbe l’opzione verde con quella ‘rossa’ della sinistra, lasciando intendere che questo equivoco ne avrebbe condizionato negativamente i risultati elettorali.

«Sostenere che la Sinistra e i Verdi sono la stessa cosa, è come non saper distinguere il rosso dell’alt e il verde del via libera al semaforo: un errore clamoroso. I Verdi sono riuniti nella famiglia Grunen/Ale (Alleanza Libera Europea), mentre la Sinistra confluisce nel Gruppo Gue/Ngl (Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica); sono due formazioni distinte, con programmi, storie e prospettive politiche differenti, anche se vi possono essere molte convergenze programmatiche». [vii]

È evidente che verdi e sinistra sono due soggetti distinti, ma è altrettanto evidente che non esiste nessuna autentica green revolution che non passi per il superamento dell’attuale modello di sviluppo, fondato su un capitalismo selvaggio e senza regole, fonte di sempre crescenti disuguaglianze, di pesanti violazioni dei diritti umani e d’insidiose minacce alla pace.  Non ha senso difendere l’ambiente senza impedire anche che si perpetui la logica predatoria che ne minaccia le risorse e gli equilibri naturali. Si tratta in questo caso non di ‘daltonismo’ ma – come ho sottolineato in un precedente articolo [viii] – di una diffusa forma di miopia politica, che impedisce di vedere le cose in una prospettiva più ampia, costringendo a limitarsi ad una visione ristretta e parziale della realtà.

I Verdi italiani hanno sprecato troppo tempo a prendere le distanze dalla sinistra o – anticipando i Cinquestelle – a dichiararsi né di destra né di sinistra, pur di non compromettere la possibilità di entrare in amministrazioni locali, regionali ed al governo. Ma questa politica ondivaga ed opportunista non ha pagato se, comunque, non ha impedito a questa formazione politica di scomparire progressivamente dalla scena, a partire dalla seconda metà degli anni ’90. E non perché, nel frattempo, gli altri partiti avessero effettivamente assorbito e fatto proprio il messaggio dei verdi, rendendone pleonastica o inutile la presenza. Neppure perché l’associazionismo ambientalista era diventato, di fatto, l’interlocutore delle istituzioni, accrescendo il peso di questa nuova lobby a discapito del partito verde.  La crisi dei Verdi italiani ha avuto ben altre cause ed è dal riconoscimento di questi punti di fragilità che bisogna partire, se si vuole rilanciare un soggetto verde credibile e capace di un vero radicamento nella nostra società.

Un movimento eco-socio-pacifista

Condivido in pieno l’intervento di Mao Valpiana quando rivendica ai Verdi – una delle poche organizzazioni politiche transnazionali e collegate da un progetto in larga parte comune – l’identità non solo ambientalista, ma anche ecopacifista e nonviolenta. Rilanciare in Italia il soggetto politico verde, infatti, significa riallacciarlo alla sua storia, alle sue radici di movimento federativo e dal basso, che si batteva non solo per una politica ecologica, ma anche per l’ecologia della politica. Ma in che modo e con quali mezzi è possibile riprendere questo percorso?

«Sappiamo che i mezzi, il metodo di lavoro, gli strumenti che utilizziamo, sono tanto importanti quanto il fine. Dunque dobbiamo adottare il metodo della nonviolenza anche nei rapporti e nell’organizzazione interna (cosa che non abbiamo visto in campagna elettorale) […] Oggi il nostro unico leader è il bel simbolo elettorale che ci ha uniti. Le leadership non sono quelle costruite a tavolino, o per diritto di presenza, o con una mozione. La vera leadership emerge naturalmente, ha una sua forza propria, non si inventa. O c’è o non c’è. Quando c’è è espressione del potere di tutti, ed è sempre una leadership collettiva. […] Pace con la natura e pace tra le persone e i popoli, può essere la sintesi del nostro programma. Non c’è ecologia senza pace, e non c’è pace senza ecologia. La giustizia ambientale e la giustizia sociale trovano una risposta comune nella politica di disarmo: reperire risorse dalla drastica riduzione delle spese militari, per finanziare le politiche ambientali, sociali e gli strumenti necessari alle soluzioni nonviolente dei conflitti. Ecologia e Nonviolenza sono le due gambe sulle quali deve camminare il nostro progetto politico». [ix]

Bisogna sottolineare che il malinconico tramonto del nostro ‘Sole che ride’ va ricondotto soprattutto alla rincorsa ad un successo elettorale fragile, guidato da una leadership personalistica, accentratrice e che non ha saputo far maturare una guida condivisa e collettiva. Ciò non ha agevolato l’effettivo radicamento sul territorio dei gruppi locali iniziali e di quelli creati successivamente, spesso secondo logiche puramente strumentali ed elettoralistiche. La presenza verde non era stata costante e visibile neppure negli anni in cui il “non-partito” verde riscuoteva un discreto successo. Ovviamente, in seguito, è stata quasi del tutto oscurata dal tramonto della sua ‘stella-guida’ e si è quasi polverizzata negli anni successivi, delegando di fatto l’istanza ecologista alle associazioni ambientaliste (che sono altro) ed al trasformismo camaleontico dei partiti tradizionali.

Ammettiamolo: recuperare anni d’inerzia, di rassegnazione e di silenzio non è per nulla facile, ma è comunque possibile. La condizione indispensabile, però, è l’abbandono delle strategie minimaliste di chi persegue in modo miope solo i risultati elettorali, riprendendo invece lo slancio ideale e civile caratteristico d’un progetto globale, pur radicalmente alternativo al comune sentire. C’è bisogno di guardare al futuro senza rinnegare il passato, di energie nuove che si mettano in gioco, d’impegno continuativo sul territorio e di rinnovato entusiasmo. Il recente Manifesto dei Verdi Europei è un documento prezioso in tal senso, in quanto ci presenta un progetto politico estremamente compiuto e non settoriale, nel quale la difesa del Pianeta in pericolo si coniuga con quella delle persone e dei loro diritti umani, civili e sociali.

«Preservare l’ambiente è anche un problema sociale. Il danno ambientale colpisce in modo spesso sproporzionatamente pesante coloro che stanno già lottando, come le comunità a basso reddito ed i paesi poveri, per non parlare delle generazioni future. I progetti per le grandi opere devono essere implementati solo dopo adeguate consultazioni con le popolazioni locali. Noi siamo per la giustizia ambientale. La transizione ad un’economia verde non si verificherà dal giorno alla notte e non sarà sempre facile. I lavoratori e le regioni hanno bisogno di una giusta transizione verso mezzi di sussistenza sostenibili. Dovrebbe essere istituito uno speciale schema europeo per finanziare la riqualificazione e la creazione di nuovi posti di lavoro, fornendo assistenza sociale ed alleviando i timori». [x]

Progetto eco-solidale e nonviolento

Rilanciare il progetto verde anche in Italia, a mio avviso, non va inteso come un modo per cogliere una situazione internazionalmente favorevole ed un’accresciuta sensibilità ai problemi del cambiamento climatico. Sarebbe un’operazione politicamente miope ed eticamente poco sostenibile. Riproporre nella sua globalità la proposta alternativa dei Verdi, viceversa, richiede uno sforzo culturale per uscire dal provincialismo della politica nostrana, molta determinazione e strategie comunicative ben precise. Questo soprattutto in una fase storica in cui prevalgono le semplificazioni strumentali e la banalità degli slogan, mentre le ideologie sono scalzate da un pensiero ‘debole’ dietro cui, in effetti, si cela l’omologazione del pensiero unico, agevolata soprattutto tra i giovani dal subdolo dominio del ‘grande fratello’ mediatico.

«C’è un largo potenziale in un’economia equa, sociale, collaborativa e che si faccia carico delle persone. Nuove forme di economia possono conciliare la ricerca del profitto con l’inclusione sociale e la democrazia politica. Le normative europee dovrebbero consentire strumenti alternativi, come le cooperative, la raccolta diffusa di fondi e l’imprenditorialità sociale. Tutti dovrebbero avere accesso alle risorse condivise – note come ‘beni comuni’ […] Le comunità in tutta l’Europa dovrebbero essere incoraggiate a sviluppare alternative sostenibili ed accessibili ai correnti ruoli dominanti dell’economia di mercato e delle sue lobbies. Il prodotto interno lordo è una misura inadeguata del progresso sociale. Noi vogliamo integrarlo con parametri alternativi, che riflettano le preoccupazioni sociali ed ambientali». [xi]

I Verdi non possono ripresentarsi agli Italiani solo come i portatori del verbo ambientalista, trascurando di dire la loro su problematiche sociali fondamentali come il contrasto alla disoccupazione, la sicurezza delle comunità o la questione migratoria. Un’economia ‘verde’ non dovrebbe essere soltanto ecologicamente più ‘sostenibile’ (termine ormai diventato ambiguo…) ma soprattutto alternativa alla logica del profitto, dell’accumulazione di capitali e dello sfruttamento parallelo delle risorse, umane ed ambientali. Il rischio, in caso contrario, è quello di restare afoni e poco incisivi, politicamente ibridi ed elettoralmente del tutto ininfluenti.

La partecipazione sociale, il decentramento amministrativo, il rispetto delle differenze, il rifiuto delle discriminazioni e di ogni forma di razzismo vanno di pari passo con la realizzazione di una società non più viziata da una visione antropocentrica, rispettosa della biodiversità, aperta al mondo ma non globalizzata, solidale e comunitaria ma senza rigurgiti nazionalisti.  Una società nonviolenta, dove i conflitti non si esorcizzano ma si risolvono in modo creativo e non distruttivo. Una comunità capace di costruire relazioni pacifiche e, allo stesso tempo, di opporsi fermamente al perverso intreccio fra produzione ed esportazione di armamenti e proliferazione di conflitti armati.

«L’Europa ha bisogno di essere più attiva nella ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti, sia prossimi sia esterni. Vogliamo investire pesantemente nella prevenzione civile dei conflitti, nella mediazione, nella riconciliazione e nel mantenimento della pace.  Affrontare le cause alla radice del conflitto è più facile e più umano che occuparsi delle conseguenze. Ci opponiamo allo spostamento dei fondi europei per finalità militari. Una sicurezza ed una stabilità durevoli non possono essere costruite con le armi». [xii]

Come allargare la base dei Verdi

Uno degli errori che, a mio giudizio, sono stati compiuti da chi ha guidato per un decennio i Verdi italiani è stato quello di chiudersi in una struttura di partito centralizzato ed autoreferenziale, dopo aver affermato (con un’ironia che oggi scopriamo quasi profetica…): “i partiti sono partiti”.  Quello strumentale cambio di rotta, infatti, comportò da un lato il rifiuto dell’ideologia verde (e quindi di quella visione globale che fa parte del pensiero ecologista), in nome di un pragmatismo anti-intellettualistico. Dall’altro, ha indotto a costruire un partito sulla misura del suo leader, contraddicendo clamorosamente ciò che si era predicato a lungo a proposito della ‘ecologia della politica’ e, quindi, del rifiuto dei discutibili e sbrigativi metodi di controllo del potere in una tradizionale forza politica.

Un altro errore che vorrei sottolineare, affinché non si ripeta, è stato quello di sottovalutare il contributo che potrebbe venire ad una forza politica verde dal rapporto con interlocutori esterni, ma credibili ed attivi sul territorio. Mi riferisco ovviamente alle spesso travagliate relazioni col mondo dell’associazionismo ambientalista e protezionista (a sua volta sospettoso nei confronti di un ‘partito’ che avrebbe potuto fagocitarlo), ma anche all’assenza totale di rapporti di collaborazione con le organizzazioni pacifiste, nonviolente ed anti-globalizzazione, con le associazioni del mondo del consumerismo, della cooperazione e della solidarietà sociale, nonché con le realtà ecclesiali di base.  

Il terzo errore che riscontro è stato quello di oscillare – una volta costituiti i Verdi come partito – tra una gestione accentrata ed una federativa. Un elementare principio di rispetto delle diversità e tipicità di ogni realtà regionale e locale, infatti, richiedeva una struttura decentrata e federale. Questo giusto principio, però, è stato frainteso, come se si trattasse d’una sorta di strutturazione ‘feudale’, laddove ogni organismo regionale veniva reso praticamente autonomo, ma sottoposto alla guida attenta di un ‘vassallo’ del principe. Il risultato è stato l’azzeramento del confronto democratico, ma parallelamente l’assenza di un effettivo coordinamento politico del partito nazionale, che ha selezionato la sua dirigenza non su criteri qualitativi, ma solo in base alla fedeltà a chi lo guidava a livello nazionale.

Quest’analisi che si riferisce al passato dei Verdi non ha alcuna finalità polemica, ma solo l’intento di contribuire ad evitare che l’auspicabile rilancio in Italia di un soggetto politico verde possa ricorrere nuovamente a formule sbagliate, come il leaderismo, l’opacità organizzativa e l’opportunismo un po’ cinico di chi cerca scorciatoie per affermarsi.

La centralità della crisi climatica e l’urgenza di una svolta energetica sono e restano questioni basilari per i Verdi. Bisogna però ripartire da un’agenda politica più ampia ed articolata, evitando di alimentare la strumentale contrapposizione tra le istanze ambientaliste e quelle socio-economiche. Il Manifesto dei Verdi Europei mi sembra già un buon documento da cui partire, senza dimenticare quelli che sono i quattro ‘pilastri’ dei Verdi a livello internazionale: Saggezza ecologica, Giustizia Sociale, Democrazia dal basso e Nonviolenza.[xiii]  Non bisogna assolutamente trascurare, infine, il grande ed autorevole contributo che le Chiese Cristiane (cattolica, ortodossa e riformate) stanno dando da decenni all’approfondimento del pensiero ecologista ed al collegamento tra la ‘salvaguardia del Creato’ e le altre due fondamentali dimensioni evangeliche della Pace e della Giustizia.

Anche il rapporto dei Verdi con la Sinistra, pur tenendo conto delle ovvie differenze ideologiche, dovrebbe diventare meno superficiale più attento e produttivo, non di certo per mettere insieme frettolosamente traballanti e poco convincenti coalizioni elettorali (come già successo in passato), bensì per contrastare sia l’ondata nazional-populista e neo-fascista che sta pesantemente inquinando la politica italiana, sia il neo-liberismo che ha contagiato a lungo sia la destra sia la sinistra moderata del nostro Paese.

Allargare la base potenziale dei Verdi a soggetti diversi ma coerenti, dunque, dovrebbe essere un obiettivo strategico da perseguire con costanza, senza dimenticare però che l’attuale struttura organizzativa della Federazione è ridotta da tempo ad una scatola vuota e scarsamente significativa. Il primo impegno da perseguire, quindi, resta la costruzione di una struttura nazionale decentrata e federale, ma non per questo meno efficiente, in cui finalmente ci si possa confrontare democraticamente, decidendo insieme il percorso da compiere ed i mezzi da utilizzare più coerenti con le finalità perseguite.

Chiudo con parole che sintetizzano la profetica proposta di Alex Langer, figura esemplare dell’ecopacifismo italiano, che dopo tanti anni può ancora illuminarci nella ricerca della strada giusta:

«Per prevenire il suicidio dell’umanità e per assicurare l’ulteriore abitabilità del nostro pianeta e la convivenza tra i suoi esseri viventi”, è necessaria una “svolta” che deve puntare a “opportunità reali di auto-sviluppo” per cui diventano imprescindibili “processi di disarmo e smilitarizzazione ed un enorme sforzo teso alla riduzione della violenza, dell’eccessiva competizione, della miseria, della distruzione».[xiv]


N O T E


[i] Mao Valpiana, Dopo le elezioni europee, dove vanno i verdi italiani? Un contributo al dibattito, 12.06.2019  > https://www.pressenza.com/it/2019/06/dopo-le-elezioni-europee-dove-vanno-i-verdi-italiani-un-contributo-al-dibattito/

[ii]  ibidem

[iii] Zack Grant & James Tilley, “Fertile soil: explaining variation in the success of Green parties”, West European Politics,

Volume 42, 2019 – Issue 3 (pp. 495-516) > https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/01402382.2018.1521673 (trad. mia).

[iv] Valpiana, op. cit.

[v]  Ibidem

[vi] Emma Graham Harrison, “A quiet revolution sweeps Europe as Greens become a political force”, The Guardian, 2 June 2019 > https://www.theguardian.com/politics/2019/jun/02/european-parliament-election-green-parties-success (trad. mia).

[vii]  Valpiana, op. cit

[viii]  Ermete Ferraro, “Oftalmologia politica” (03.02.2019) > https://ermetespeacebook.blog/2019/02/03/oftalmologia-politica/

[ix]  Valpiana, op. cit.

[x]  European Green Party, 2019 Manifesto as adopted by EGP Council, Berlin, 23 – 25 November 2018, p. 5 > https://europeangreens.eu/sites/europeangreens.eu/files/Adopted%20%20EGP%20Manifesto%202019.pdf

[xi]  Ibidem, p. 8

[xii] Ibidem, pp. 13-14

[xiii] Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/Green_politics  e https://www.globalgreens.org/who-we-are

[xiv] Davide Musso, “Una vita più semplice – Alla ri-scoperta di Alex”, Altreconomia, n. 62, Giugno 2005 > https://altreconomia.it/una-vita-piu-semplice-alla-ri-scoperta-di-alex-ae-62-2/


© 2019 Ermete Ferraro

“Napule è mille paure…”

C’è qualcosa di sconcertante, e al tempo stesso profondamente irritante, in ciò che sta succedendo a Napoli. Ė senza dubbio una città sempre più culturalmente vivace, straordinariamente attrattiva per tanti turisti italiani e stranieri, sorprendente in tutte le sue manifestazioni e piena anche d’iniziative originali. Eppure, allo stesso tempo, Napoli risulta assai fragile, perennemente afflitta da emergenze che durano da decenni, amministrata più con la fantasia che con la concretezza di scelte meditate e coerenti.  Ė una storica capitale che però stenta ancora a leggere la propria lunga storia ma anche a disegnare il profilo del proprio futuro, si tratti di pianificazione urbanistica oppure di attività produttive, di progettazione della mobilità urbana o di contrasto alla criminalità. Intrappolata com’è nella morsa di una crisi finanziaria che ne paralizza in larga parte risorse ordinarie ed investimenti, Napoli continua ad inseguire una modalità che la rende unica rispetto alle altre amministrazioni civiche: uno strano mix di populismo e dirigismo, di apertura comunitaria alla partecipazione e di chiusura burocratica nei palazzi dove, talvolta, si ha l’impressione che gli stessi componenti della giunta, più che dialogare tra loro, si parlino attraverso una sorta di ‘centralino’ unico.

Essere portatori di contraddizioni, diversità e particolarità, d’altronde, non è sempre un male. In tempi di pensiero unico e di omologazione socio-culturale, anzi, un po’ di originalità ed autonomia risulta un pregio. Eppure c’è qualcosa che a Napoli continua a mancare ed è la normalità, intesa sia come condotta amministrativa che segua una linea condivisa ed ordinaria, sia come stabilità e certezza di ciò che fa la vita meno precaria, sia anche nel senso di rispetto delle regole, scritte e non scritte, che rendono una comunità civile degna di questo nome. 

Manifestazione “DisarmiAmo Napoli” – Piazza Nazionale – Domenica 5 maggio 2019

L’episodio più grave che ha sconvolto i Napolitani, purtroppo già abituati a questi atti si follia urbana, è stata l’ennesima sparatoria in mezzo alla folla di una popolare piazza, nella quale è rimasta tragicamente coinvolta un’innocente bambina che passeggiava con sua nonna ed ora versa in gravi condizioni in ospedale pediatrico. La reazione della gente è stata più immediata ed energica del solito, segno che il peso di una camorra senza limiti e scrupoli è diventato ormai intollerabile. Ma, oltre alla ripresa dei regolamenti di conti fra criminali ed alle ‘stese’ delle bande di giovani delinquenti, ci sono stati anche altri episodi che hanno lasciato sconcertato chi vive a Napoli e deve già fare i conti con l’ordinaria follia del traffico, con trasporti pubblici carenti, coll’inquinamento dell’aria e col caos dell’abusivismo, a vari livelli e in vari ambiti.

Ad esempio, è partito in pompa magna il Maggio dei Monumenti, con file chilometriche di visitatori davanti a musei ed altri beni culturali ma, allo stesso tempo, si continuano a registrare disastri che coinvolgono monumenti unici come il complesso dell’Ospedale e Chiesa degli Incurabili, gravi danni a facciate di chiese e palazzi, chiusure perenni di gioielli architettonici, episodi di assurdo vandalismo nei confronti di opere d’arte.  E poi: si sbandierano slogan ecologisti come ‘Ossigeno Bene Comune’ eppure il tasso d’inquinamento da polveri sottili in città è sempre più grave, costringendo da anni l’amministrazione a ricorrere provvedimenti ‘urgenti’ e non si sa quanto ‘temporanei’. Ci si riempie la bocca di proclami che dichiarano Napoli ‘Città di Pace’ ma, al tempo stesso, non si sono mai visti tanti militari nelle piazze, per strada e perfino nelle scuole, per non parlare della brillante idea di ospitare addirittura una scuola militare europea in una storica struttura che avrebbe invece dovuto essere riconvertita a scopi civili e sociali.

Si esalta giustamente la natura accogliente e multiculturale della nostra città, ma poi si continua a dare risposte del tutto insufficienti alle pressanti esigenze di migliaia di persone – locali, apolidi o straniere – che non hanno il necessario per vivere e campano alla giornata, mendicando, rovistando tra i rifiuti o lavando vetri ai semafori. Si delegano sempre più i servizi socio-assistenziali al c.d. ‘privato sociale’, eppure manca un vero piano che coordini le pur necessarie azioni del ‘terzo settore’, garantendo finanziamenti certi e regolari ma anche controlli effettivi sull’ efficienza ed efficacia di tali interventi.

Napoli è una città eccezionale, è vero. Questo non significa però che debba costituire un’eccezione a tutte le regole, come ad esempio quella che vede tutte le metropoli delegare gran parte delle competenze amministrative ad un livello decentrato. Da noi il decentramento alle municipalità cittadine è sempre più simbolico ed asfittico e la gente dei quartieri continua a guardare a Palazzo S. Giacomo come una volta i popolani guardavano verso il balcone centrale della storica residenza dei Borbone.  Insomma, è necessaria una salutare spinta dal basso da parte di chi non accetta di vivere in una condizione di continua emergenza, ma al tempo stesso non intenda restare alla finestra a criticare chi decide a nome di tutti. Ci vuole una riscossa civile, una svolta autenticamente ecologica, un’alternativa nonviolenta non solo nei confronti chi semina morte e terrore con metodi criminali, ma anche di chi continua a fare affari sull’assenza di quella ‘normalità’ che consente ed alimenta abusi, imbrogli e corruzione.

I Napolitani dovrebbero quindi sentirsi sempre più cittadini attivi e responsabili e sempre meno  spettatori passivi di questa sconcertante alternanza di affermazioni positive e degrado quotidiano. Ciò significa che bisogna ricostituire la rete dell’associazionismo, della militanza politica, del volontariato promozionale e non di supplenza alle carenze istituzionali. Ciò significa difendere con i denti tutte le sedi e le occasioni di partecipazione diretta (dagli organi collegiali della scuola ai consigli municipali, dagli organismi di controllo alle realtà a difesa dei consumatori), smettendo di considerarli meri adempimenti formali e burocratici e restituendogli  il loro valore di esercizio della cittadinanza attiva e del capitiniano ‘potere dal basso’.

Soprattutto, bisogna smetterla di apprendere che cosa ci succede intorno di seconda mano, dalle chiacchiere da bar dagli onnipresenti smartphone e schermi televisivi, ricavandone generalmente sconcerto e crescita del senso d’impotenza. Proviamo piuttosto a vivere intensamente e direttamente le relazioni umane, comunitarie e civiche. C’è un mondo intorno a noi a cui troppo spesso non prestiamo più attenzione e verso il quale, invece, potremmo intervenire in prima persona, aiutando, denunciando, ribellandoci, facendoci promotori d’iniziative che aggreghino altri.

Ecco, proviamo ad essere più protagonisti e meno spettatori. Sono le dittature che hanno bisogno di un pubblico da arringare e convincere. La democrazia, quella vera, non è ‘star sopra un albero e neppure avere un’opinione’ per parafrasare la nota canzone del grande Giorgio Gaber – perché la libertà si manifesta davvero solo con la partecipazione. Non quella formale e parolaia che qualcuno ci ha benevolmente concesso finora, ma quella autentica – sicuramente più impegnativa – che nasce dalla riflessione, dall’impegno e dalla responsabilità.


© 2019 Ermete Ferraro

Liberazione, lotta e riconciliazione

Questo 25 aprile, sebbene il clima politico italiano sia sempre più avvelenato da seminatori di odio e da antistorici rigurgiti fascisti, in fondo non è diverso da tutti gli altri. Sfilate, deposizioni di corone d’alloro, discorsi in piazza: insomma, celebrazioni.  Una parola di etimo incerto, che richiama un momento corale, in cui molte persone si ritrovano insieme per rendere onore a qualcosa o qualcuno.

«Il latino ‘celebrare’ ha come primo significato quello di ‘frequentare, affollare’. La celebrazione scaturisce quindi dall’assembramento di persone – le quali, per evoluzione lineare del termine, finiscono per onorare ciò che le aggrega, per rendere solenne l’evento. Già questa è un’immagine meravigliosa, che ci racconta dei primi modi in cui si sono strutturate le umane liturgie».[i]

Il guaio è che, come tutte le liturgie, la ritualità ufficiale rischia di spegnere il senso vero di ciò che dovrebbe essere anche una festa, irrigidendolo nella commemorazione che, come suggerisce la parola stessa, rischia di esaurirsi nel ricordo d’un evento passato. Un secondo aspetto che mi piace poco di questo tipo di celebrazione è che momenti corali e di popolo finiscono spesso per essere istituzionalizzati, concentrando l’attenzione su atti simbolici e formali, solitamente delegati a rappresentanti ufficiali e troppo spesso ricondotti alla retorica militarista tipica delle parate.

Da ormai 73 anni in questo giorno ricordiamo l’anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ma tale celebrazione ha stentato a diventare una vera Festa nazionale. Non si tratta di voler attribuire a questa dizione ufficiale [ii] il senso di una ricorrenza che coinvolga tutti allo stesso modo, in una specie di simbolico e consolatorio ‘volemose bene’. La questione vera è se celebrare la resistenza alla dittatura fascista ed al nazismo debba rimanere un momento di separazione ideologica, o se invece l’affermazione della coscienza democratica e dei valori costituzionali debba piuttosto diventare un patrimonio comune intorno a cui ritrovarsi.

Insomma, è la vecchia storia della sterile contrapposizione fra conflitto e pace, secondo cui la pacificazione sarebbe l’eliminazione del conflitto, come se si trattasse di qualcosa da esorcizzare. Ma è vero l’esatto contrario: il conflitto non solo è ineliminabile – in quanto frutto di una diversità che va tutelata e non repressa – ma, tutto sommato, è perfino positivo, nella misura in cui diventa elemento propulsore del cambiamento.  Ciò che bisogna perseguire, allora, non è tanto l’eliminazione del conflitto quanto il superamento delle soluzioni violente e distruttive ad esso, cercando metodi diversi per superare i conflitti in modo creativo, costruttivo e nonviolento.

Manifestazione neofascista

Lo so: mai come in questo periodo vediamo messi in discussione i pilastri stessi dell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza, sintetizzati in quella Carta costituzionale che ripetutamente sta subendo attacchi e tentativi di snaturamento. Mi rendo conto inoltre che l’avanzata di una destra becera, populista e nazionalista costituisce una seria minaccia ai valori che la Costituzione considera una sorta di ‘bene comune’. Il mio, infatti, non vuol essere un appello moralistico a mettere da parte divisioni che pur ci sono, in nome d’un generico pacifismo. Ciò che sostengo è un modo d’inquadrare l’affermazione di quei valori che faccia di quel drammatico conflitto non solo l’occasione per rileggere la storia passata, ma anche per offrire prospettive davvero diverse al nostro futuro.

Quando spiego ai miei interlocutori che aderisco ad un movimento pacifista come il M.I.R. [iii], che fa della riconciliazione il suo elemento identificativo, noto che questa parola suscita curiosità, ma anche un vago sospetto. Certo, la matrice ‘spirituale’ del M.I.R. spiega il ricorso a tale termine, ma resta ancora molto da chiarire sul senso vero della riconciliazione, concetto facilmente banalizzabile come ricerca della pacificazione a tutti i costi, per un anelito etico-religioso alla concordia ed alla benevolenza.

La verità è che con tale parola si intende evocare non solo la caritas cristiana (col suo assai impegnativo richiamo all’amore per i nemici), ma anche altri concetti più politici, come quello della Ahimsa gandhiana e le proposte di ricercatori per la pace come Johan Galtung [iv], relative alla mediazione, al peace-building ed altre tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti. Fin dall’immediato dopoguerra, nel mondo della scuola italiana, a partire dalla proposta alternativa di Maria Montessori [v], si sono sempre più diffuse esperienze di educazione alla pace e per la pace.[vi] Ai nostri ragazzi – anche se in modo un po’ generico e talvolta equivoco – da decenni proponiamo comunque soluzioni non distruttive ai conflitti, che partano dall’analisi della loro natura e facciano ricorso a concetti come quello di empatia. Eppure a questi positivi insegnamenti rivolti ai più piccoli non è paradossalmente mai corrisposto un effettivo progresso nelle nostre pratiche quotidiane di mediazione, di riconciliazione e di pacificazione.

Continuiamo testardamente a guardare alla pace come assenza di guerra ed alla riconciliazione come eliminazione del conflitto. Ma si tratta solo di una diffusa ignoranza delle tecniche nonviolente o di una voluta banalizzazione dell’impegno per la pace, come se fosse una sentimentale missione da ‘anime belle’? Il concetto fondamentale da chiarire, secondo me, è quello di lotta. Se si continua a considerare la nonviolenza come un sistema per sfuggire alla lotta, invece che un modo alternativo – e spesso vincente – di praticarla, non faremo passi avanti. Allo stesso modo, se scambiamo ancora la riconciliazione per un infantile ‘facciamo la pace’, a prescindere dai conflitti vissuti e dalle ferite provocate, non andremo da nessuna parte.  La lotta nonviolenta va qualificata principalmente come resistenza al male, all’ingiustizia, alla violenza, al sopruso. Una resistenza per niente ‘passiva’, che ha utilizzato le armi della non-collaborazione, del boicottaggio, dell’opposizione e della disobbedienza civile. Eppure la celebrazione della Resistenza al nazifascismo raramente ha fatto riferimento a metodi alternativi a quelli della lotta armata, sebbene già praticati – in modo più o meno consapevole – da tanti Italiani nel loro processo di liberazione dal giogo della dittatura e dalle atrocità della guerra.[vii]

Speriamo allora che questo 25 aprile 2019 possa aprire un modo nuovo, diverso, per fare memoria degli orrori della dittatura e per celebrare la libertà riconquistata a caro prezzo 74 anni fa. Certo, la lotta contro tutte le manifestazioni di fascismo, di razzismo e di militarismo guerrafondaio deve restare viva ed attiva e dovrà vederci sempre più uniti e determinati. Va invece cambiato, a mio avviso, l’approccio tradizionale ad essa e la scelta delle metodologie di resistenza civile da praticare. L’Italia ha bisogno di una riconciliazione vera, che non è certo quella di chi ripete l’ipocrita ritornello “scurdammoce ‘o ppassato”, ma la ricerca di un dialogo che trasformi il conflitto senza negarlo, superandone progressivamente i traumi ed intersecando l’impegno per lo sviluppo e la difesa dei diritti umani con quello per il disarmo, contro la guerra ed il militarismo.

«Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame».[viii]

Queste parole, pronunciate 36 anni fa dal nostro presidente Sandro Pertini, ci ricordano che la strada della Liberazione era e resta ancora molto lunga.

Rifacendoci a quel nobile appello, smettiamola quindi di dar credito a chi contrappone un generico ‘popolo’ ad altrettanto vaghe ‘élites’, per schivare le contraddizioni d’un capitalismo aggressivo, che rischia però di ridurre in povertà un crescente numero di suoi potenziali ‘consumatori’. Riprendiamo con forza la lotta per la liberazione dalla violenza quotidiana, dalle disuguaglianze stridenti, dalla riduzione della sovranità dei cittadini, dalle crescenti minacce alla loro salute ed alla sicurezza, frutto di un modello di sviluppo predatorio, anti-ecologico ed iniquo.  Liberiamoci anche da ogni forma di discriminazione, di pernicioso nazionalismo mascherato da sovranismo e dalla pretesa normalizzazione degli equilibri geo-strategici voluti dal complesso militare-industriale, che moltiplicano i conflitti armati convenzionali ma al tempo stesso rievocano l’incubo di una guerra nucleare. Liberiamoci, infine, dal luogo comune che pretende di risolvere i conflitti utilizzando le stesse armi di chi aggredisce e prevarica sugli altri. Non è un compito facile, ma dobbiamo riuscire a far capire che, come già dal 1984 ammoniva Galtung: “Ci sono alternative!” [ix]  

© 2019 Ermete Ferraro


N O T E

[i] “Celebrare” in: https://unaparolaalgiorno.it/significato/C/celebrare

[ii]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Anniversario_della_liberazione_d%27Italia

[iii] Vedi i principi del M.I.R.  Movimento Internazionale della Riconciliazione – branca italiana dell’I.F.O.R. , che ha pubblicato anche un libro con le edizioni Qualevita, dal titolo “Teoria e pratica della Riconciliazione” – in: https://www.miritalia.org/

[iv] Sul metodo ‘Transcend’ proposto da Galtung vedi: http://serenoregis.org/2018/11/30/transcend-galtung-mediazione-soluzione-di-conflitti-1958-2018-johan-galtung/

[v]  Maria Montessori, Educazione e Pace, 1949 > http://www.operanazionalemontessori.it/editoria/catalogo-e-acquisti/libri-e-riviste/educazione-e-pace-detail

[vi]  Vedi sul tema il mio recente saggio: Ermete Ferraro, Una pace da costruire (2018) > https://ermetespeacebook.blog/2018/09/22/una-pace-da-costruire/

[vii] Ci sono tante esperienze di resistenza nonviolenta citate da numerosi testi, fra cui: Enrico Peyretti, La Resistenza nonviolenta al nazifascismo in Italia, (2006), in Peacelink > https://www.peacelink.it/storia/a/14371.html . Cfr. anche il mio saggio sulle Quattro Giornate di Napoli: Ermete Ferraro, “La resistenza napoletana e le ‘quattro giornate’: un caso storico di difesa civile e popolare”, in: Una strategia di pace:la difesa popolare nonviolenta, a cura di A. Drago e G. Stefani, FuoriTHEMA, 1993. Vedi anche: Idem, Le Quattro Giornate come difesa civile e popolare, Agoravox Italia, 2013 > https://www.agoravox.it/Le-quattro-giornate-di-Napoli-come.html

[viii] Citazione da un discorso tenuto nel 1983 dal presidente Sandro Pertini > https://le-citazioni.it/frasi/197604-sandro-pertini-battetevi-sempre-per-la-liberta-per-la-pace-per/

[ix]  Johan Galtung, There are alternatives!: Four Roads to Peace and Security (1984) > https://www.amazon.com/There-are-alternatives-roads-security/dp/0851243932

Oh Capitini, mio Capitini…

Il messaggio di un insolito rivoluzionario

imagesGiusto cinquant’anni fa moriva Aldo Capitini, il maggior esponente italiano del pensiero nonviolento. Correva il 1968, un anno indimenticabile che ha lasciato una traccia indelebile nella storia di tanti di noi che il mezzo secolo lo hanno superato già da un po’.  Icastico simbolo di quella ‘rivoluzione culturale’ che sembrava preludere ad una vera e propria rivoluzione economica e politica, il Sessantotto ha rappresentato la cifra d’un cambiamento epocale, non generazionale, nel quale la figura di Capitini si era collocata in modo eccentrico, ma autenticamente rivoluzionario.

Certo, le foto in bianco e nero che lo ritraggono immerso tra i libri non ci trasmettono la sconvolgente diversità del profeta indiano della Nonviolenza oppure del carismatico leader dell’insurrezione senza violenza dei neri statunitensi. Diciamo la verità: era ed è oggettivamente difficile scorgere dietro quel distinto docente in grisaglia e cravatta, dal mite sguardo incorniciato da spessi occhiali  da miope, un pericoloso rivoluzionario. Eppure egli è stato il miglior interprete in Italia di quella dirompente azione nonviolenta che Gandhi chiamava satyagraha. Il solo che sia riuscito a coniugare lo spirito radicale del vero democratico con la profonda spiritualità d’una religiosità laica ma al tempo stesso onnicomprensiva.

« Capitini aveva formato intere generazioni di giovani all’antifascismo durante gli anni ’30 e ’40, e poi altre generazioni all’esercizio della democrazia, con i Centri di orientamento sociale, nell’immediato dopoguerra dal ’45 in poi. Era ora pronto alla formazione nonviolenta dei nuovi giovani del ’68, ma la morte prematura ha fermato il suo progetto. Capitini è stato un maestro, la sua missione principale è stata forse proprio quella educativa per le nuove generazioni. Il suo era un insegnamento critico, voleva educare alla libertà, alla consapevolezza, alla ricerca, alla lotta per un futuro migliore, voleva creare le condizioni di conoscenza perché poi ognuno potesse crearsi una coscienza liberata: la maieutica della nonviolenza. Il potere lo considerava un “cattivo maestro” perché la sua scuola sfornava discepoli critici  e non cittadini obbedienti, la scuola dell’obiezione di coscienza. Dunque era un buonissimo maestro». [i] 

Uno come me che si è avvicinato alla nonviolenza quattro anni dopo la sua morte,  proprio grazie alla scelta dell’obiezione di coscienza, ha subito percepito l’importanza dell’insegnamento di Capitini. La mia matrice cristiana e la precoce attenzione per un modello ‘aperto’ e comunitario di società, infatti, mi hanno fatto sentire fin da allora in sintonia con una visione che aveva i suoi pilastri portanti nel rifiuto della violenza, ma anche nella riconciliazione ‘religiosa’ tra politica e morale. Non è certo un caso che uno dei miei maestri sull’impervia strada dell’azione nonviolenta sia stato Antonino Drago, che di Capitini ha evidenziato la dimensione etica dell’agire politico, a partire dall’imperativo categorico del rifiuto della violenza omicida.

«La politica, non ricorrendo più all’uccidere, torna ad essere morale, e la morale torna ad essere il centro sia della vita interiore che della vita sociale di ogni persona, e così infine in ogni persona tornano a riunirsi il privato e il pubblico. In altri termini, con la nonviolenza, la fede e la politica si ricongiungono, l’operazione esattamente opposta a quella del machiavellismo politico». [ii]

E non è neanche un caso che i 45 anni in cui ho portato faticosamente avanti i miei ‘esperimenti con la nonviolenza’ mi abbiano ripetutamente messo di fronte alla difficoltà di coniugare questi due termini, perfino all’interno dei movimenti contro la guerra, in nome di una nonviolenza totalmente laica o di un pacifismo esclusivamente ideologico.  Eppure la dimensione religiosa – come giustamente ha osservato Rocco Altieri, uno dei suoi più attenti studiosi – è esattamente ciò che accomuna i profeti della nonviolenza, da Tolstoj a Gandhi, da Capitini stesso a Luther King.

«..volerla elidere porterebbe ad uno snaturamento e ad una riduzione della nonviolenza ad antimilitarismo , o a una tecnica strumentale della politica per conseguire certi risultati. L’aggiunta religiosa è nella centralità dell’atto di educare, nella consapevolezza che non ci può essere vera rivoluzione senza una conversione personale, senza un lavoro su se stessi, senza un cambiamento nei propri stili di vita, senza acquisire una capacità di gestire i conflitti in modo nonviolento». [iii]

 

La ‘persuasione’ come percorso attivo verso la verità

images (3)Il concetto stesso di ‘persuasione’ – una delle parole-chiave utilizzate da Capitini fin dagli anni Trenta – mi sembra particolarmente significativo se vogliamo comprendere la sua particolare visione ‘religiosa’. E’ infatti un termine che evidenzia un processo di lento avvicinamento alla verità più che una fede acritica ed assoluta. In tempi di totale smarrimento di ogni riferimento ideologico o, viceversa, di insidiose tendenze all’integralismo religioso, dunque, direi che l’insegnamento di Capitini riesce ancora ad indicarci una via diversa verso una visione ‘aperta’ e costruttiva dell’impegno politico. La ‘persuasione’ capitiniana, infatti, non è frutto di un indottrinamento ideologico, ma piuttosto un non facile percorso verso la ricerca attiva – non contemplativa – della verità, che fa appello alla coscienza individuale per poi portarla a diventare coscienza collettiva, la sola che può operare la trasformazione dal basso della società.

«Il profeta, in quanto volto alla realtà da liberare, è proteso verso il futuro. Anche l’utopista guarda al futuro. Ma il profeta non è l’utopista. La differenza sta in ciò: mentre l’utopista disegna una stupenda struttura di società ideale ma ne rinvia l’attuazione a tempi migliori, il profeta comincia subito, qui e ora. […] L’utopia comincia domani, e può anche non cominciare mai; la tramutazione comincia oggi e non ha mai fine».[iv]

La prassi, d’altra parte, non dovrebbe mai diventare azione fine a se stessa, pratica politica priva di un orizzonte etico, al punto da degenerale nel cinico pragmatismo della Realpolitik. La bussola – c’insegnavano sia Gandhi sia Capitini – dovrebbe essere sempre la ricerca di un’intrinseca coerenza tra fini e mezzi, elemento indispensabile perché l’azione politica possa dirsi nonviolenta e vada oltre un generico – o peggio strumentale – pacifismo.  La via della persuasione prevede  quella “educazione permanente” di cui Capitini è stato il precursore anche sul piano pedagogico, poiché gli risultava evidente che tale ‘itinerario’ necessita di formazione, d’incontri, di scambi, di apertura alla diversità, di confronti assembleari.

«In questo programma dell’educazione permanente […] l’apertura alla compresenza ed all’omnicrazia porta, direi, la spina dorsale, coordinando le occasioni e gli stimoli […] Inoltre l’apertura all’omnicrazia, che è l’esercizio continuamente costruttivo delle assemblee, spinge pressantemente all’educazione permanente, perché le assemblee affrontano problemi, e i problemi bisogna conoscerli, approfondirli, vederne i precedenti, i riferimenti, le soluzioni proposte…». [v]

La costruzione di una strategia alternativa di liberazione dalle strutture di oppressione e di violenza, quindi, passa per una formazione continua, che ci aiuta a comprendere la complessità dei problemi ma, soprattutto, a confrontarci quotidianamente e costruttivamente con gli altri. Non però nella chiave di quel sempre più  diffuso relativismo culturale ed etico che induce a ritenere che tutti abbiano ragione e che una verità effettiva non esista. La ricerca della verità – in Gandhi come in Capitini – è sì un processo graduale, che si fonda sull’esperienza di ogni giorno, ma è caratterizzata dallo sguardo profetico di chi persegue un traguardo che superi la banalità del quotidiano, purtroppo spesso degenerata nella arendtiana ‘banalità del male’ .[vi]

L’aggettivo permanente si applica peraltro anche alla ‘rivoluzione’ teorizzata da Capitini, che può essere tale proprio perché nonviolenta ed aperta al confronto. Una rivoluzione che rimette il potere al centro dell’azione politica, conferendogli una connotazione etica ed una dimensione collettiva.

«Che cosa fare? La risposta è questa: non isolarsi, non cercare di affrontare e risolvere i problemi importanti da ‘isolati’ […] Per il problema sommo che è ‘il potere’, cioè la capacità di trasformare la società e di realizzare il permanente controllo di tutti, bisogna che l’individuo non resti solo, ma cerchi instancabilmente gli altri, e con gli altri crei modi di informazione, di controllo, di intervento. Ciò non può avvenire che con il metodo nonviolento, che è dell’apertura e del dialogo, senza la distruzione degli avversari, e influendo sulla società circostante per la progressiva sostituzione di strumenti di educazione a strumenti di coercizione. La sintesi di nonviolenza e di potere di tutti dal basso diventa così un orientamento costante per le decisioni nel campo politico-sociale. Si realizza in questo modo quella ‘rivoluzione permanente’ che se fosse armata e violenta, non potrebbe essere ‘permanente’, e sboccherebbe in un duro potere autoritario, cioè nella violenza concentrata dell’oppressione». [vii]

Il ‘potere di tutti’ come antidoto a elitismi di casta e populismi

images (1)Viviamo in tempi difficili. Ancor più ostici se ci si pone una prospettiva che metta al centro la pace, la giustizia ed il dialogo. Tecnocrazia, finanziarizzarione dell’economia, cinismo politico, divaricazione crescente delle differenze socio-economiche e crescita incontrollata della violenza a tutti i livelli – dall’interpersonale all’internazionale – non lasciano davvero molto spazio alla speranza in un mondo diverso e sembrano mortificare gli sforzi di chi si ostina a cercare di cambiarlo dal basso.  Una ‘maleducazione permanente’, inoltre, sembrerebbe essersi impossessata della nostra sempre più veloce e virtuale comunicazione, ridotta a freddo scambio mediatico, aspro scontro polemico e divulgazione di menzogne spacciate per dati di fatto.   Il movimento per la pace, a sua volta, già da molto tempo si dibatte tra divisioni interne ed appare bloccato dall’oggettiva difficoltà di trasmettere – e soprattutto di testimoniare – un messaggio profondamente alternativo in un contesto caratterizzato dal pensiero unico e dalla normalizzazione della violenza, da quella personale a quella degli eserciti.  Che fare, allora? La risposta ce l’ha data lo stesso Capitini, esortandoci a non isolarci, a cercare la collaborazione degli altri, a ragionare in una prospettiva comunitaria.

«La comunità vale come intensificazione di quell’esercizio degli affetti e dei sacrifici altruistici che è la famiglia: ma non deve assolutamente perdere il vantaggio del rapporto con tutti, e quindi con i diversi. Essa è una delle forme di realizzazione tra ciò che proprio e ciò che è altrui, tra il vicino e l’altrui, tra l’affine e il diverso, tra l’omogeneo e l’eterogeneo». [viii]

Sembrerebbero parole lontane dalla nostra sensibilità, ottusa dal pervasivo ed egocentrico individualismo della cultura dominante, che ha da tempo messo da parte il ‘noi’ e che anche nella scuola tende ad esaltare l’affermazione personale, il successo formativo, perfino lo ‘spirito imprenditoriale’. Eppure non dobbiamo cedere allo sconforto ma, al contrario, dobbiamo cercare intorno a noi i segni di una realtà alternativa diffusa ma spesso slegata, dispersa e sconosciuta. Il primo passo, allora, è ricostruire la rete virtuosa delle esperienze di pratica nonviolenta a livello educativo, sanitario, culturale, economico e politico. E questo non certo per rinchiudersi in una ‘comunità’ di persone che la pensano allo stesso modo, bensì per ‘contagiare’ una realtà molto diversa e lontana da tali principi.

«La nonviolenza è generativa: può portare alla luce un’umanità più aperta, più felice, più in pace […] La nonviolenza è aperta: l’aggettivo che più qualifica Aldo Capitini […] Per lui l’educazione è lotta, è inquietudine per l’educatore che si fa profeta scomodo, dilaniato dalla consapevolezza delle storture del mondo, della sua iniquità, della violenza che affligge l’umano e si scaglia anche contro l’incolpevole non-umano. Chi educa dice no, è questa la sua parola d’elezione […] Certo, il no capitiniano alla realtà-come’essa-è è il volto inquieto del sì alla liberazione: a cosa servirebbe obiettare se non ci fosse quella tensione, quella apertura a un domani sperabile?» [ix]

Il ‘potere di tutti’, insomma, non è un’utopia teorica da vagheggiare, soprattutto in un momento storico che vede messa in crisi la democrazia rappresentativa tradizionale, senza però che si sia riusciti a creare alternative che non siano pericolosi cedimenti al populismo demagogico o alla tecnocrazia delle lobbies. Il  capitiniano potere di tutti deve tornare ad essere il fine dello sforzo collettivo per rendere le persone protagoniste della politica, in quanto individui associati da un fine comune e capaci di controllare il potere dal basso.

La democrazia diretta da lui predicata e praticata, però, non può essere confusa con un generico assemblearismo né banalizzata in un movimentismo che affida le scelte collettive solo al discutibile e parziale consenso di una ‘rete’ mediatica.  Il vero capovolgimento dell’attuale paradigma consiste nel far sentire ciascuno in grado di controllare ciò che deve essere e deve fare, recuperando i metodi caratteristici dell’alternativa libertaria e della democrazia partecipativa, riproposti in Francia negli anni ’70 dal socialismo autogestionario [x] , ma poi frettolosamente accantonati. La stessa cosa è accaduta negli anni ‘90 all’alternativa ecopacifista dei Verdi, i cui ‘pilastri’ fondanti contemplavano infatti, oltre alla prospettiva ecologista, anche la giustizia sociale, la nonviolenza e la democrazia dal basso. [xi]

Questo cinquantesimo anniversario, allora, dovrebbe farci riflettere seriamente sulle occasioni perdute, sugli errori commessi, ma soprattutto sulle prospettive di un’alternativa nonviolenta al cui centro ci siano la coerenza fra fini e mezzi, il potere di tutti ed una visione aperta e comunitaria della società. [xii]  La rivoluzione nasce anche da noi, qui e ora, diventando sempre più coscienti delle scelte che facciamo ogni giorno e riappropriandoci di quel pezzo di potere che abbiamo, ma troppo spesso rinunciamo ad esercitare.

«Bisogna prepararci tutti al potere per il bene di tutti, cioè per la loro libertà, per il loro benessere, per il loro sviluppo». [xiii]


N O T E

[i] Mao Valpiana, Editoriale in Azione Nonviolenta, 4 (2018) > https://www.azionenonviolenta.it/azione-nonviolenta-4-2018-editoriale-di-mao-valpiana/

[ii] Antonino Drago, “Le tecniche della nonviolenza nel pensiero di Aldo Capitini”, in Sindacato e società, rivista della CGIL regionale dell’Umbria, anno VI n. 5-6, Perugia, 1986, p. 21

[iii] Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta – Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Pisa, Serantini, 1998, p.9

[iv] Norberto Bobbio, introduzione a: Aldo Capitini, Il potere di tutti, Firenze, la Nuova Italia, 1969, pp. 31-32

[v]  Aldo Capitini, op. cit., pp.109-110

[vi]  Il riferimento è al celebre saggio di Hannah Arendt sulla ferocia nazista, intitolata: “Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil” (1963) > https://it.wikipedia.org/wiki/La_banalit%C3%A0_del_male

[vii]  Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza (1967),  Roma, Edizioni dell’asino, 2009 , pp.39-40

[viii] A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 108

[ix]  Gabriella Falcicchio, Profeti scomodi, cattivi maestri – Imparare a educare con e per la nonviolenza, Bari, la Meridiana, 2018, p. 11

[x]  Cfr. articolo di Wikipedia ‘Autogestion’ (https://fr.wikipedia.org/wiki/Autogestion) e, in particolare, il libro di Pierre Ronsavallon, L’Age de l’autogestion, ou la Politique au poste de commandement, collection Politique, 1976.

[xi]  Vedi: I quattro pilastri del Partito Verde (https://it.wikipedia.org/wiki/Quattro_Pilastri_del_Partito_Verde  e http://greenpolitics.wikia.com/wiki/Four_Pillars_of_the_Green_Party ).

[xii] Una sintesi del pensiero capitiniano, con utili indicazioni bibliografiche, è stata pubblicata sul numero monografico della rivista Azione Nonviolenta > https://www.azionenonviolenta.it/nel-50-anniversario-della-morte-19-ottobre-1968-2018-compresenza-di-aldo-capitini/

[xiii]  A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p 153


© 2018 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.org )

Nonviolenza alla pizzaiola

gandhi napoliGandhi si è fermato a Napoli?

Quando ho letto il titolo del libro di cui su Facebook si annunciava la presentazione, mi sono sentito incuriosito e provocato. Non capita spesso d’imbattersi in un romanzo intitolato in modo così intrigante da suscitare una sensazione al tempo stesso di piacere e di perplessità. Sono sicuro peraltro che “Gandhi si è fermato a Napoli” [i] –  il romanzo di Anna Maria Montesano di cui si discute lunedì 8 ottobre alla libreria ‘Iocisto’ [ii] – abbia ricevuto deliberatamente un titolo così provocatorio. Nel mio caso, poi, sentivo interpellata la mia storia personale in primo luogo come ecopacifista, che all’insegnamento di Gandhi sulla nonviolenza attiva si è abbeverato 46 anni fa, cominciando a frequentare, da obiettore di coscienza, il  gruppo storico dei ‘discepoli’ del professor Antonino Drago, che allora si riunivano nello storico palazzo Marigliano a S. Biagio dei Librai. [iii]Un secondo richiamo sollecitava anche la mia trentennale esperienza di napolitanologo, facendo riaffiorare nella mia mente – oltre ai dieci anni di esperienza come animatore sociale alla Casa dello Scugnizzo di Materdei, il ricordo d’un ancor precedente tentativo di traduzione napolitana d’un volantino sull’obiezione di coscienza, nonché l’indimenticabile filastrocca da me provocatoriamente composta in stile vivianesco nell’anniversario della presenza NATO a Napoli, recitata magistralmente durante quel corteo dal compianto Felice Pignataro.  Il terzo aspetto evocato dal libro, poi,  era la mia passione  per la letteratura umoristica, che mi ha consentito di guardare alle vicende più serie e gravi della vita con spirito un po’ distaccato, riuscendo a cogliere gli aspetti paradossali e ridicoli della realtà.

Ecco perché, appena mi sono imbattuto in un libro nel cui titolo s’intrecciava il ricordo del Mahatma Gandhi col riferimento geografico a Napoli ed ai suoi abitanti, evocando tra le righe anche il capolavoro di Carlo Levi, l’ho immediatamente acquistato e vi ho dedicato una lettura intensiva,  per soddisfare una naturale curiosità, ma anche per dissolvere l’iniziale diffidenza verso una lettura caricaturale o ‘macchiettistica’ di un tale personaggio. E a questo punto posso affermare che il non facile esperimento della Montesano è riuscito perfettamente. Mi sembra infatti che lo spericolato incontro ravvicinato del terzo tipo [iv] tra la gente della Napoli degli anni ‘30 e la complessa personalità del profeta della nonviolenza, col suo bagaglio di spiritualità indù e la sua spiazzante carica alternativa  – pur con qualche comprensibile semplificazione e cedimento alla leggerezza del divertissement – abbia messo chi legge in grado di comprendere che perfino una visione eticamente rigorosa e politicamente rivoluzionaria come quella gandhiana possa toccare nel profondo le corde emotive e la razionalità d’un popolo terragno beffardo ed anarchico come quello napolitano. E non mi riferisco solo al palese contrasto tra il suo “temperamento sanguigno” ed epicureo e la profonda spiritualità e stoica disponibilità al sacrificio che stanno a fondamento dell’Ahimsa di cui si la ’grande anima’ era espressione. Nel romanzo, tale ipotetico ‘corto circuito’ contrappone con esiti paradossali e perfino comici due visioni del mondo profondamente diverse che Inopinatamente, riescono comunque a comunicare e perfino ad empatizzare. Il mio riferimento al film di Spielberg, peraltro, non è casuale. Anche il saggio ‘santone’ indiano seminudo e sdentato, capitato fortunosamente a Napoli in compagnia d’un interprete e di una capretta, è  di fatto un ‘alieno’ per la povera gente della Sanità, che pur non manca di accoglierlo con rispetto e perfino con affetto.  Colpisce che ciò accade anche se quei popolani, pur sforzandosi, in quell’ometto strano non riescono a riconoscere nulla del politico arrogante sprezzante ed autoritario di cui stava facendo esperienza nell’era mussoliniana, ed ancor meno del classico ‘santo’, che la loro religiosità tradizionale legava inscindibilmente allo stupore magico per il potere di operare miracoli, certificandone le qualità taumaturgiche e garantendone anche la soprannaturale ‘protezione’. 

Santi, santoni e santarelle

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Una rara foto del viaggio di Gandhi a Roma (1931)

Non era casuale, del resto, neppure l’allusione dell’autrice al famoso romanzo autobiografico di Levi. Infatti anche il noto medico e pittore torinese – in quegli stessi anni ’30 confinato dal regime fascista in uno sperduto villaggio lucano per le sue idee comuniste – appariva un ‘alieno’ alla gente che vi abitava, imprigionata da una cultura magica e pagana senza tempo e la cui atavica e fatalistica rassegnazione è sempre stata sfruttata dai dominatori per assicurarsene il controllo.  Pur con le ovvie e profonde differenze, si può allora stabilire un raffronto tra il mondo chiuso e immobile del paesino della Basilicata in cui fu esiliato Levi, coi suoi irrisolti ed antichi problemi, e la realtà di un mortificata ex capitale come Napoli, in cui per qualche tempo si sarebbe trovato a soggiornare la figura simbolo dell’indipendenza dell’India. Plurisecolari dominazioni hanno per troppo tempo bloccato anche le potenzialità della sua gente, suscitandone però lo spirito ribelle, diffidente e beffardo con cui ogni Napoletano sa affrontare il potere.  Allo sforzo del colto medico ed artista piemontese per cercare di comprendere, con discrezione e rispetto, una realtà e mentalità profondamente differenti come quelle del profondo Sud, mi sembra che possa corrispondere la profonda curiosità ed apertura mentale del Mahatma per un mondo assai diverso da quello indiano, in cui si trova immerso perbreve tempo ma del quale riesce a cogliere lo spirito ospitale e l’innatagenerosità.

Certo, come confessa la stessa autrice nelle note finali del libro, Gandhi si è fermato a Napoli è nato un po’ per scommessa, come un’esercitazione letteraria, un divertissement. Mi sembra però che il risultato sia andato oltre queste premesse, sviluppando una storia che riesce a divertirci ma anche a farci riflettere sul potere creativo di ciò che la Montesano chiama ‘concordia’. Lei la chiama anche ‘umanità’, evocando la radice comune che dovrebbe spingerci a superare le ‘diversità’, soprattutto ora che una stagione politica perversa cerca di enfatizzarle sempre più, alimentando diffidenze, odi e rivalità. Direi che il senso del romanzo va oltre questo lodevole e condivisibile invito all’apertura del cuore e della mente, da non confondere con un generico appello al ‘volemose bene’.   La storia narrata dalla scrittrice, infatti, lascia intravedere la difficoltà della comunicazione non soltanto rispetto all’ovvia contrapposizione tra potenti e poveracci, dominatori e sudditi. Il distacco e l’imbarazzo provato dal Gandhi accolto trionfalmente a Roma da non meno imbarazzati esponenti del regime mussoliniano nel 1931 è facilmente immaginabile. I documenti fotografici e cinematografici che hanno registrato quella storica visita [v] rendono con evidenza lo sconcertante contrasto visivo tra le schiere degli impettiti gerarchi nerovestiti e l’esile figura del profeta della nonviolenza, avvolto nel suo dhoti bianco.   Il fatto è che il distacco emerge anche fra il ‘popolo’ che Gandhi conosceva ed a cui rivolgeva la sua autorità morale e quello che, pur incuriosito e disponibile, lo accoglie nei vicoli di Napoli. Il senso di disagio e di spaesamento sembra impadronirsi infatti sia del ‘santone’ che alla Sanità decide di fermarsi per stare fra gli ultimi, “povero i poveri”, sia degli abitanti di quel vivace rione, nei quali il reverente rispetto e l’innato senso dell’ospitalità si mescolano ad altrettanto disagio e spaesamento di fronte alla rigorosa visione etica e religiosa di quel ‘santo’ uomo…

L’umorismo sgorga proprio dalla contrapposizione tra la vitalistica e paganeggiante filosofia esistenziale della gente di Napoli e la rigoristica nonviolenza di quel vecchietto con gli occhiali che sfida i potenti, non mangia carne, non beve vino e per di più si porta a spasso un capretta….. I casigliani di via S. Teresa – ci spiega l’autrice – sono brave persone, gente semplice, sospesa tra religiosità tradizionale e cauta apertura alle dottrine comuniste. Fatto sta che essi non hanno perso  i loro naturali ‘sani appetiti’ e perciò ascoltano con istintiva diffidenza i precetti spirituali e morali della Grande anima, pur tentando rispettosamente – quanto maldestramente – di assecondarli.

Così parlò il Mahatma Gandhi…

71j4gONrCWL._SY445_La reazione spontanea dei novelli seguaci di Bapu, al di là dell’ammirazione per la rivoluzione che quel vecchietto testardo quanto sorridente è riuscito a scatenare in India, credo sia efficacemente riassumibile nell’ingenua quanto irriverente domanda che il più colto fra loro gli pone:

«Maestro, ma com’è che, solo con i vostri metodi pacifici, state per ottenere l’indipendenza dalla potente Inghilterra? Cosa gliene importa agli Inglesi del vostro digiuno e della rinuncia al sesso? Fossi al posto loro vi direi: – Non volete mangiare? Non vi piacciono le femmine? Embè, a noi invece piacciono assai e mangiamo alla faccia vostra! – Anche se, caro Bapu, Gustavo ci ha detto che la cucina inglese fa talmente schifo che, se fossi un soldato del re, farei pure io il digiunatore insieme con gli Indiani!». [vi]

La spassosa commedia degli equivoci – grazie all’abile conduzione narrativa della Montesano – continua in tante altre pagine, in cui alle nobili affermazioni di Gandhi, ad esempio sulla protesta nonviolenta attraverso l’astensione dal lavoro, fanno seguito le scombinate ed azzardate azioni di sciopero, inscenate in modo improvvisato da alcuni lavoratori del condominio. E qualche donna, inviperita di fronte alle ‘fesserie’ che mettono a serio rischio la certezza della ‘mesata’, per richiamare il coniuge alla ragione ricorrerà a sua volta alla ‘disobbedienza civile’, in una inconsapevole versione partenopea dell’aristofanesco ‘sciopero delle mogli’. [vii]   Lo stesso Mahatma, che aveva deciso di scoprire la zona di Capodimonte passeggiando da solo nel suo stravagante abbigliamento, finirà con l’essere ricoverato in una clinica psichiatrica. Sarà perfino rapito da un gruppo di salumieri e macellai, seriamente preoccupati per la diffusione nel rione delle sue esotiche idee vegetariane. La sparizione misteriosa di quello che i gerarchi fascisti ritengono un bizzarro rompiscatole con qualche rotella in meno, a sua volta, darà lo spunto per altri divertenti equivoci, sullo sfondo di una Napoli natalizia. Il suo clima festaiolo e gaudente viene infatti funestato dalle brusche indagini tra i condomini delle ‘camicie nere’ e degli sgherri dell’OVRA, ma anche dall’insostenibile clima di ‘quaresima’ che la presenza del santone ha involontariamente suscitato fra quella povera gente.

I divertenti dialoghi e la sequenza rocambolesca degli eventi riportano alla mente l’umorismo del romanzo ‘filosofico’ di Luciano De Crescenzo, ma anche la vivace scrittura di Pino Imperatore, seguendo la scia d’un umorismo sanguigno che ben si adatta al temperamento dei Napolitani, con la loro innata tendenza a sacralizzare ciò che è profano ed a profanare ciò che è sacro. Ecco allora che, ad esempio, per gli improvvisati discepoli di Gandhi l’emulazione della storica ed eroica ‘marcia del sale’ [viii] si ridurrà a una scalcagnata marcia su Mergellina, con immancabile ‘partitella’ a pallone.  Il bello è che lo sforzo dei popolani del quartiere Stella per assimilare in qualche modo l’antica saggezza e la moderna lezione rivoluzionaria dell’insegnamento di Gandhi è parallelamente ricambiato dallo sforzo del Mahatma per comprendere la sanguigna ed epicurea natura dei suoi ospiti.

De nobis fabula narratur

«Il popolo partenopeo ha una natura felice, è generoso, pacifico, ospitale; dunque, perché volerlo snaturare assimilandolo a una cultura che non è la sua? […] La loro è una natura invincibile che, per quanto possa deviare per un tratto, ritorna sempre a se stessa. E i coinquilini se ne sono accorti, tant’è che il loro rapporto con il grande uomo è più affettuoso che mai, scevro da soggezione e incomprensioni, com’è stato nei primi giorni della loro conoscenza». [ix]

E’ forse questa la ‘morale della favola’ che l’autrice ci propone, intrecciando con la sua fantasia la biografia di Gandhi con la quotidianità di bidelli e muratori, pescatori e casalinghe. Una morale che è tale nel più profondo significato del termine, come insegnamento etico del ‘piccolo grande uomo’ indiano a tutti noi.

«Perciò – scriveva effettivamente il Mahatma più di 70 anni fa – dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola d’oro della nostra condotta è la tolleranza reciproca. La coscienza non è la stessa per tutti. Quindi, mentre essa rappresenta una buona guida per la condotta individuale, l’imposizione di questa condotta a tutti sarebbe un’insopportabile interferenza nella libertà di coscienza di ciascuno». [x] 

20180428_190417Ebbene, di fronte al suo saggio invito alla tolleranza, che pur partiva da premesse rigorose e testimoniate con coerenza eroica fino alla morte, credo che non ci resti che comportarci di conseguenza. Quelli che Gandhi chiamava ‘esperimenti con la verità’  possono e devono contagiarci qui e ora, spingendoci a cercare insieme la strada più idonea per sconfiggere la distruttività della lotta armata e delle guerre con la forza costruttiva di una resistenza che sa fare a meno della violenza, senza essere mai viltà o rassegnazione passiva all’ingiustizia.

La nonviolenza non dovrebbe mai diventare l’altarino teorico sul quale bruciare l’incenso della nostra ammirata emulazione per un modello lontano, ma piuttosto il banco di prova della nostra coerenza, quotidiana e concreta, di servitori e testimoni della verità.  Da molti anni a Napoli – come nel resto d’Italia – ci sono tanti uomini e donne di buona volontà che non hanno mai smesso di mettere in pratica questa lezione, mantenendo vivo, pur tra mille difficoltà, l’insegnamento gandhiano e, più in generale, la proposta di una risoluzione nonviolenta e creativa dei conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali.  Basti pensare ai movimenti pacifisti storici, agli educatori alla pace, a chi lotta contro la militarizzazione del territorio e a chi continua a studiare ed a proporre la teoria e la pratica della difesa civile nonviolenta, come alternativa concreta – e vincente – alla guerra.   Ma se a ricordarci questo profondo insegnamento è valsa anche la leggerezza di un romanzo come quello della Montesano, credo che bisogna rendergliene merito,  ringraziandola per averci ricordato, sia pur in modo scherzoso, una lezione di vita  “antica come le montagne”.

N O T E ————————————————————————————————–

[i] Anna Maria Montesano, Gandhi si è fermato a Napoli, Napoli, ed. Homo Scrivens, 2018 > https://www.ibs.it/gandhi-si-fermato-a-napoli-libro-anna-maria-montesano/e/9788832780543

[ii] V. la pagina facebook della libreria ‘Iocisto’ dedicata all’evento > https://www.facebook.com/events/270965787092344/

[iii] Cfr. un mio post di sei anni fa: Ermete Ferraro, “Oggi e sempre obiezione!” (2012), Ermete’s Peacebook >https://ermetespeacebook.com/2012/12/16/oggi-e-sempre-obiezione/

[iv] Il riferimento è ovviamente al celeberrimo film di Steven Spielberg, del 1977: Close Encounters of the Third Kind > https://it.wikipedia.org/wiki/Incontri_ravvicinati_del_terzo_tipo

[v]  Vedi, in particolare, il documento filmato dell’Istituto Luce > https://www.youtube.com/watch?v=GdzxTJojLz0

[vi] A. M. Montesano, op. cit., p. 27

[vii]  Il riferimento è alla commedia di Aristofane Lisistrata, che racconta di una singolare quanto efficace protesta delle donne greche contro la guerra, ricorrendo allo sciopero del sesso > https://it.wikipedia.org/wiki/Lisistrata

[viii] Uno dei classici episodi di disobbedienza civile degli Indiani, guidati da Gandhi in questa protesta nonviolenta contro il colonialismo inglese > https://it.wikipedia.org/wiki/Marcia_del_sale

[ix]  Montesano, op. cit., pp. 157-158

[x]  M. K. Gandhi, Antiche come le montagne (1958), Milano, Mondadori, 1987, p. 193 (ripubblicato  nel 2009 negli Oscar Mondadori)  > https://www.ibs.it/antiche-come-montagne-libro-mohandas-karamchand-gandhi/e/9788804586517