Tintinnar di sciabole e medaglie…

photo by Master Sergeant Florian Fergen, German Air Force)

Città Metropolitana di Natoli?

Pochi lo hanno saputo, ma la Città Metropolitana di Napoli ha avuto un grande onore. Nientedimeno il Comandante Supremo della NATO in Europa è stato infatti ospite, giovedì 11 giugno, del Comando Alleato del Sud Europa, che ha la sua avveniristica sede a Giugliano, nei pressi del Lago Patria, caro già al celeberrimo stratega romano Scipione l’Africano. [i]

Qualcuno potrebbe chiedersi come mai di un simile evento non si trovi traccia sui quotidiani né nei media radiotelevisivi, ma non dobbiamo dimenticare la lodevole discrezione dei vertici militari dell’Alleanza, dettata – oltre che da ovvi motivi di sicurezza – dalla ben nota modestia di quegli alti ufficiali statunitensi e dal fatto che, quando essi visitano una base NATO, più che in visita ufficiale all’estero, si sentono praticamente…a casa propria.

L’unico organo d’informazione che riporta la notizia è il sito del Joint Forces Command Naples, con una laconica news intitolata: “SACEUR visita il JFC Naples”. [ii] Per i non addetti ai lavori, SACEUR è l’acronimo di Supreme Allied Commander Europe (Comandante Supremo Alleato per l’Europa) e designa il vertice dello SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe), il Quartier-generale Supremo delle Forze Alleate in Europa, con sede in Belgio. [iii]

A questo punto sorge spontanea una domanda: come tale pezzo grosso della NATO ha voluto gratificarci della sua presenza? Dal comunicato pubblicato dal citato sito Natoletano in effetti riceviamo una risposta parziale. Infatti, oltre ad informarci che:

Il Gen. Todd. D. Wolters…ha visitato la JFCNP” e che “durante la sua visita, Wolters ha ricevuto un aggiornamento sull’importante lavoro della Hub del Sud della Direzione Strategica della NATO…un forum che collega alleati, partners ed esperti in materia, per comprendere e superare le sfide alla sicurezza nel continente africano ed in Medio Oriente

l’’articolo non fornisce molti altri chiarimenti. [iv] Naturale discrezione e prudente riservatezza, direte. Fatto sta che la presenza a Napoli del pluridecorato generalissimo Wolters [v] non trova una esplicita spiegazione oltre la precisazione che la visita – la prima del Comandante Supremo della NATO in Europa al Comando Alleato delle Operazioni (ACO) – avrebbe dovuto svolgersi a metà marzo, ma è stata rinviata a causa della pandemia di Coronavirus. Si cita l’incontro col Comandante del JFC, l’Amm. James G. Foggo III (i due alti ufficiali figurano nelle due immagini fotografiche a corredo della nota), ma probabilmente al vertice militare era presente anche un importante esponente della difesa italiana.

A.C.O.  & C.O.I. nel dopo COVID.

Il Gen. C.A. Luciano Portolano [vi] (già Capo di Stato Maggiore del JFC di Giugliano-Lago Patria, comandante della Brigata Sassari dell’E.I. e della missione ONU in Libano UNIFIL), da settembre 2019 è il Comandante del C.O.I. (Comando operativo di vertice interforze), organismo alle dirette dipendenze del Capo di stato maggiore della difesa, “che esercita la pianificazione, il coordinamento e la direzione delle operazioni militari delle forze armate italiane, e sulle esercitazioni interforze e multinazionali e tutte le attività ad esse collegate”. [vii]  Voci di corridoio ipotizzavano la sua presenza, per ricevere l’ennesima alta onorificenza dalle mani del SACEUR, ma purtroppo il comunicato stampa non ne fa menzione… 

Non ci vuole però molta fantasia per immaginare di cosa abbiano discusso il Comandante Europeo della NATO e quello del fronte sud-europeo ed africano dell’Alleanza. E non è difficile ipotizzare quale sarebbe stato il contributo alla discussione del Comandante del vertice interforze italiano, se fosse stato inserito in tale ‘Gotha’ strategico. I già precari equilibri geopolitici dell’area mediterraneo-africana e del vicino Oriente, infatti, non sono stati certamente migliorati dagli sconvolgimenti socio-economici dovuti alla grave pandemia.

Oltre alla NATO a trazione USA – sempre più impaziente ed esigente nei confronti dei propri ‘associati’ – si deve tener conto dell’effervescenza militarista della Francia, dei passi verso una difesa comune europea ‘parallela’ all’Alleanza atlantica, ma anche dell’interventismo turco, delle forzature imposte da Israele e della permanente polemica statunitense con la Cina. Tutti scenari di crisi che – al di là della visita di cortesia – devono aver indotto il generale Wolters a verificare di persona quanto la NATO sia effettivamente ‘pronta’ a rispondere ad un’escalation della tensione, soprattutto sul versante meridionale e mediorientale.

Infatti il COVID – che assomiglia sinistramente alla sigla di un comando interforze – anziché indebolirla, ha addirittura rafforzato l’epidemia militarista e guerrafondaia che serpeggia in Europa, contagiando anche la nostra beneamata Italia. Abbiamo infatti appreso che tra i primi provvedimenti del governo italiano per la ‘ripresa’ c’è proprio… l’aumento delle spese militari.

L’Italia rinforza le sue missioni nella lotta al terrorismo islamico. Aumenta in maniera significativa lo schieramento nel cuore dell’Africa, mettendolo tutto nelle mani dei francesi. Potenzia il contingente anti-Isis in Iraq, mandando anche una batteria di missili per contrastare “l’assertività iraniana”. Un cambiamento rilevante per la nostra politica estera, che ci vede diventare protagonisti nei due fronti più caldi del pianeta, mimetizzato tra le righe e i tecnicismi in lingua inglese delle 649 pagine del Decreto Missioni appena approvato dal governo […] La lunga introduzione al Decreto presenta un caposaldo: “Il destino dell’Europa è il destino del Mediterraneo”. [viii]

Ripresa (delle ostilità) e ripartenza (delle missioni militari)

Il Ministro della difesa Guerini visita il C.O.I. (a dx. il gen. Portolano) Fonte: MinDif.

Il resoconto di Gianluca di Feo su la Repubblica è illuminante ed evita i soli equilibrismi verbali di quando si trattano questioni militari. Dalla stessa fonte, poi, apprendiamo che, se il primo fronte è quello arabo anti-terrorismo, il secondo obiettivo dell’attivismo NATO è quello nord-africano, grazie allo ‘stimolo’ francese e turco, che punta ad intervenire anche nella guerra fra le fazioni libiche in cerca di supremazia.

“Per questo ci muoviamo potenziando due poli di alleanza. Quello con la Francia, con il coinvolgimento in Sahel. E quello con gli Stati Uniti, facendoci carico di un maggior impegno in Iraq anche in funzione anti-iraniana. Il disegno, non esplicitato, è quello di ottenere in cambio il sostegno di questi due Paesi nell’affrontare il cuore del nostro interesse nazionale: la Libia…”. [ix]

Del resto, a mobilitarsi in questi giorni era stato già il Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltemberg, che l’8 giugno aveva lanciato un bellicoso appello nel vertice del Consiglio Atlantico, una sorta di piano decennale delle future guerre.

La NATO deve continuare ad essere forte militarmente, essere più unita politicamente ed assumere un più ampio approccio globale. Per questo si deve continuare a investire nelle forze armate e in moderni sistemi militari. Rafforzare politicamente la NATO significa utilizzare l’Alleanza quale forum di discussione e, quando necessario, agire e affrontare le questioni che minano la sicurezza, operando più strettamente con i partner per difendere i nostri valori in un mondo dove cresce la competizione globale”. [x]

Come osserva Antonio Mazzeo, si sta profilando una NATO pluri-interventista e sovra-ordinata rispetto alla difesa europea, che ricomincia ad utilizzare la micidiale parola ‘deterrenza’ e inquadra i fenomeni migratori in atto come una minaccia alla ‘stabilità’ dei confini. Ecco perché anche il vecchio ‘leone’ di san Marco, che campeggia sul vessillo del comando sud-europeo di Napoli, ricomincia a ruggire minacciosamente. Ma se i ‘domatori’ che dovrebbero controllarne l’aggressività sono il generale Wolters e l’ammiraglio Foggo…beh, ci sono buoni motivi per preoccuparsi.

Note


[i] Sul Comando NATO di Lago Patria, cfr. altri precedenti articoli sul mio blog, fra cui: https://ermetespeacebook.blog/2012/04/30/lago-patria-un-preoccupante-neo-nato/ del 2012; https://ermetespeacebook.blog/2015/07/28/nato-per-combattere/ del 2015 e, specificamente su Scipione l’Africano: https://ermetespeacebook.blog/2011/12/26/ingrata-patria/ , del 2011.

[ii] Vedi: https://jfcnaples.nato.int/newsroom/news/2020/saceur-visits-jfc-naples

[iii] Vedi: https://shape.nato.int/saceur

[iv] Vedi art. cit. sul sito JFC Naples (trad. mia)

[v] Visita: https://shape.nato.int/saceur/biographies

[vi] Visita: https://www.difesa.it/SMD_/COI/Pagine/IlComandante.aspx

[vii] Cfr.: https://it.wikipedia.org/wiki/Comando_operativo_di_vertice_interforze  e https://www.difesa.it/SMD_/COI/Pagine/default.aspx

[viii] https://www.repubblica.it/esteri/2020/06/08/news/lotta_al_terrorismo_italia_missioni_all_estero-258667012/?ref=search&fbclid=IwAR1pauJkNCrFcoZ3B0tRHRuU9sJ-WjZApe_gYQaWh2pbqKkIZUix_9GN63U

[ix] Ibidem

[x] https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2020/06/daqui-al-2030-faremo-la-nato-ancora-piu.html?fbclid=IwAR1GjEImwL_-pJ2Wu1Mc6GRUgib53fDfNrt27NcGi91AGnkYhXzNI1yyV8M

© 2020 Ermete Ferraro

Educazione alla guerra? No, grazie!

Visita alla J.F.C. Naples delle SS.M.SS. “Don S. Vitale” di Giugliano e “M: Beneventano” di Ottaviano
Credit: https://jfcnaples.nato.int/newsroom/news/2019/students-and-teachers-from-middle-schools-got-a-taste-of-nato-life

Continua a dare frutti la ‘strategia dell’attenzione’ dei militari del Comando NATO di Lago Patria (Giugliano in Campania-NA) nei confronti delle strutture educative del territorio. Il Joint Forces Command (il cui ambito d’intervento riguarda l’intero bacino del Mediterraneo, dalla penisola iberica all’Africa ed ai Balcani) esercita infatti un’indubbia attrattiva, grazie alle sue avveniristiche (e costosissime) strutture multipiano integrate da bunker sotterranei, inaugurate nel 2004 non lontano dall’antica Liternum, dove si ritirò il celebre generale Scipione l’Africano.

Con una certa regolarità, infatti, scuole della zona e dell’intera area metropolitana, continuano a portare le loro classi in visita a questa pur segretissima struttura operativa di guerra, presentata però nella sua veste accattivante, per impressionare gli studenti con l’avanzata tecnologia e col sorriso compiaciuto di chi accoglie i visitatori locali come se li ospitasse a casa sua. Tali ‘visite d’istruzione’, pur sollecitate dal Comando J.F.C., fanno comunque parte d’un più generale processo di militarizzazione delle scuole italiane, delle università e del mondo della ricerca. Una strategia che va avanti già da molti anni, assecondata da governi di opposta tendenza ma uniti dall’indiscussa devozione e/o soggezione verso la casta militare ed i suoi assai poco virtuosi interessi.

Quando non sono bersaglieri, carabinieri ed altri corpi scelti ad entrare in pompa magna nelle nostre scuole per portarvi il loro discutibile contributo formativo, ecco che sono dirigenti scolastici e zelanti docenti a portare le loro scolaresche in visita a caserme, aeroporti, accademie militari o, come in questo caso, addirittura a comandi operativi dell’Alleanza Atlantica. Onestamente sfugge quale competenza o conoscenza si propongano di sviluppare nei ragazzi queste ‘visite’, ma è evidente che l’indiretta promotion delle forze armate e della cultura militarista è diventata sempre più frequente e…invadente. L’accento di chi illustra tali indiscutibili strutture di guerra tende ovviamente a spostarsi sulla loro funzione ‘civile’ e ‘solidarista’, ma spesso si è trattato anche di vere e proprie ‘iniziazioni’ alla vita militare ed al suo rude e bellicoso fascino.

Nel caso dei giovani visitatori del Comando NATO di Lago Patria si punta solitamente sulle sue tecnologiche attrezzature informatiche, sulle sale multimediali e sugli altri gadget che hanno trasformato la guerra che l’Italia ripudia in una specie di grande wargame. Di recente anche gli alunni/e della scuola media giulianese ‘Don Salvatore Vitale’ e della ‘Beneventano’ di Ottaviano hanno fruito di questa bizzarra ‘offerta formativa’, nel corso della visita fatta al J.F.C. lo scorso 3 dicembre. Immagini e commenti relativi alla trasferta erano apparsi online su www.puntomagazine.it, ma, ritornando al link dell’articolo, la cronaca risultava poi stranamente scomparsa. Ritegno? Autocensura? Probabilmente si preferisce evitare di suscitare polemiche su questo genere d’iniziative. In ogni caso, grazie ad una ricerca sul sito web del J.F.C. Naples, è stato possibile reperire l’articolo in inglese, curato dal solerte ufficio Public Affairs,guidato da Diana Sodano, per ammirarne la sottile retorica propagandistica. (https://jfcnaples.nato.int/newsroom/news/2019/students-and-teachers-from-middle-schools-got-a-taste-of-nato-life ). 

(vedi sopra)

L’incontro dei 100 ragazzi con lo stato maggiore del più importante comando ‘alleato’ dell’Europa sud-orientale, come si nota dalle fotografie, ne ha calamitato l’attenzione, forse già opportunamente  ‘stimolata’ dai compiaciuti docenti che li accompagnavano. Non si spiegherebbe altrimenti che una tredicenne giulianese abbia rilasciato ai microfoni quest’entusiastica dichiarazione:

Grazie alla visita ho imparato un sacco sulla NATO. Ad esempio, ho capito che la NATO non è uno strumento di guerra ma, al contrario, che la missione della NATO e di relazionarsi con gli altri stati per mantenere la pace e la sicurezza”.

Oppure che un dodicenne della scuola di Ottaviano abbia commentato: “Sono stupito vedendo tante differenti nazionalità nel Quartier generale, tutta questa gente da così tanti paesi che lavora insieme. […] Prima di venire qui, mi aspettavo un maggior numero di soldati in armi e veicoli blindati, ma mi sbagliavo”.

Lo stesso servizio propaganda della J.F.C. non avrebbe saputo fare di meglio… Il titolo apposto all’articolo (“Studenti ed insegnanti delle scuole medie ‘assaggiano’ la vita della NATO”) è un altro significativo esempio di come il sistema militare intenda intervenire sui giovani, offrendo loro ‘assaggi’ a premio (tipo la c.d. “mini-naja” di 6 mesi, che frutterà 12 crediti formativi)così da attrarli e ‘fidelizzarli’ verso le forze armate e sue le ‘opportunità’ lavorative.

A questo progressivo brainwash guerrafondaio, però, da alcuni anni docenti e studenti si stanno ribellando, come nel noto caso di alcune classi di un liceo veneziano, che hanno fatto obiezione ad una manifestazione paramilitare, organizzata a scuola per il 4 novembre. In tutta Italia si sta quindi diffondendo un vivace movimento di opposizione all’incalzante militarizzazione della scuola e della formazione universitaria e stanno circolando appelli e documenti contro tale pericoloso fenomeno.  Anche a Napoli si registra la convergenza operativa di varie realtà antimilitariste, pacifiste e nonviolente, per denunciare tale fenomeno e ribadire che “la scuola ripudia la guerra”, ragion per cui insegnanti e studenti non intendono rassegnarsi a quest’assurda deriva guerrafondaia.

© 2020 Ermete Ferraro

Babbo Natale…a 12 stellette

Santa Claus a cavallo di un missile?

A Natale, si sa, sono tutti più buoni e si scambiano auguri di pace. Il 6 dicembre, poi, si festeggia san Nicola, nato a Patara di Licia (Turchia) 270 anni dopo Cristo e morto nel 343 a Myra (Turchia), di cui era stato proclamato vescovo. Chi è che non conosce questo grande santo di cui tantissimi portano il nome, venerato in particolare a Bari ma caro a milioni di cattolici ed ortodossi? In effetti, quello che si ricorda senz’altro di più è la sua mutazione genetica mercantile, che ha trasformato il barbuto episcopo bizantino, protettore dei bambini, nel nordico, panciuto, rossovestito e ridanciano Santa Claus, il Babbo Natale dispensatore di doni. Eppure nel clima pacioso ed i cori natalizi si è inserita una nota stonata. Proprio il 6 dicembre, infatti, il Parlamento Europeo ha riservato ai Napolitani un dono molto meno piacevole, avendo organizzato presso il simbolo stesso della città, l’angioino Castel Nuovo, una pomposa manifestazione dal titolo: “Stati generali dello Spazio, della Difesa e della Sicurezza: le prossime sfide per l’industria europea”. [i]  Il titolo dell’evento era già un programma. Si trattava infatti di un segnale rivolto non solo al poco pacifico complesso militare-industriale – che distribuisce ovunque morte e devastazioni – ma anche ai titubanti partners europei, spingendo per un’alleanza militare sempre più stretta, ma per nulla alternativa alla NATO, i cui 70 anni d’altronde erano stati retoricamente festeggiati a Londra solo tre giorni prima.

«Politica, industria e forze armate riunite a Napoli […] Un appuntamento che ha permesso di fare il punto sulla strada da percorrere per rafforzare le capacità e il ruolo dell’Italia in questi settori. All’evento […] hanno preso parte, tra gli altri, il Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, i Ministri dell’Istruzione, Università e Ricerca, Lorenzo Fioramonti, e delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli. Presenti, inoltre, il Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento UE, Antonio Tajani, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, il Sottosegretario di Stato alla Difesa, Giulio Calvisi, il Vice Sindaco di Napoli, Enrico Panini e il Presidente dell’AIAD, Guido Crosetto». [ii]

Altro che Santa Claus col pesante sacco dei regali sulle spalle! Al Maschio Angioino sono arrivati nientemeno che i vertici del Parlamento Europeo, insieme con tre ministri e due sottosegretari del Governo nazionale, che l’Amministrazione di quella Napoli, dichiarata statutariamente ‘Città di Pace’ (eppure in trepidante attesa di ospitare la Scuola Militare Europea a Pizzofalcone) ha accolto con grande soddisfazione. L’autorevole delegazione politica era in compagnia degli industriali consorziati nell’AIAD (Federazione delle Aziende italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) [iii]  il cui presidente è Guido Crosetto (già sottosegretario alla difesa nel governo Berlusconi IV e cofondatore di Fratelli d’Italia) e godeva della sponsorizzazione dell’Agenzia Spaziale europea e dell’Agenzia Spaziale italiana. Dulcis in fundo, era presente anche il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’U.E., che non ha svolto un intervento ma non ha mancato di rilasciare dichiarazioni ai media, ribadendo che:

«Una difesa unica…è assolutamente vitale per gli interessi della Unione Europea, per gli interessi dell’Europa, anche per gli interessi della NATO […] (esiste una) cooperazione vitale tra la NATO e l’Unione Europea, che su dimensioni diverse garantiscono la sicurezza. E se l’U.E. vuole una strategia autonoma è anche per sostenere la NATO…». [iv]

Un’autonomia (strategica) differenziata?

Enrico Panini, l’emiliano Vicesindaco di Napoli, non si è voluto limitare ad un rituale indirizzo di benvenuto, a nome del Sindaco di una “città felice e orgogliosa di ospitarli”, per cui ha dichiarato:

«…si è trattato di un evento straordinario [perché] l’Europa deve unire le forze per far fronte alle sfide che ha davanti, anche in termini di autonomia strategica. L’Europa deve rafforzare una propria indipendenza in tecnologie strategiche per la difesa e la sicurezza e una capacità autonoma nel settore dello spazio, collocandosi nel più ampio contesto transatlantico e nel futuro partenariato con il Regno Unito». [v]

Nel suo equilibrismo politichese è risultato un po’ ambiguo l’intervento del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini (già portavoce e vicesegretario del PD ed ex presidente del COPASIR, l’organo di controllo sui servizi segreti) per il quale:

«…un “Paese importante …che intende giocare un ruolo…protagonista” non può fare a meno di perseguire “…un continuo adeguamento e ammodernamento dello strumento militare […] Va detto al Paese che non siamo chiamati a immaginare una crescita nel settore della difesa perché costretti da accordi internazionali ma perché muove una esigenza di carattere nazionale. […] Dobbiamo dirlo chiaramente, abbiamo fissato come obiettivo il raggiungimento della media dei paesi europei alleati. Un paese serio si mette in cammino per far sì che ci sia una gradualità di crescita di risorse in questo settore». [vi]

A questo punto un dubbio nasce spontaneo: vogliamo diventare ‘protagonisti’ della difesa, per decidere autonomamente, o dobbiamo adeguarci, anche se gradualmente, all’imposizione di chi pretende un aumento delle spese militari almeno al 2% del PIL? Guerini sposa la linea secondo la quale una difesa unita europea servirebbe a sostenere l’Alleanza Atlantica. Una specie di autonomia differenziata giallo-rosa in salsa grigioverde?

Del resto, il proverbio “Franza o Spagna, purché se magna” – attribuito al fiorentino Francesco Guicciardini – sembrerebbe andare a genio ai nostri top managers del settore cyber-aero-spaziale, preoccupati unicamente di aumentare le commesse grazie a pretese minacce alla ‘sicurezza’ ed al generale clima di guerra che sempre più si respira. Il vero scopo della sceneggiata napolitana promossa dalla U.E., del resto, era proprio quello di rassicurarli che tutto sta andando proprio come essi auspicano, e che quindi il loro micidiale core business è garantito.

«Le industrie hanno mostrato di essere già pronte ad una comune politica europea nella difesa e nella sicurezza – ha proclamato Franco Benigni, a.d. di Elettronica[…] da realizzarsi nel pieno rispetto del sistema di alleanze multilaterali transatlantiche e mirato al raggiungimento di una leadership europea nel complesso delle tecnologie digitali. Perché questo avvenga la collaborazione industriale dovrà agganciare l’evoluzione politica della Difesa europea». [vii]   Sulla stessa lunghezza d’onda anche Alessandro Profumo, già banchiere ed ora a.d. di Leonardo Aerospace, Defence and Security:

«I fondi della Difesa saranno dedicati alla ricerca e allo sviluppo di capacità. Laddove dovesse esserci un taglio, si taglierà la capacità del nostro Paese a stare al passo col mondo. Non si intacca il profilo nazionale ma la capacità nel nostro insieme di mantenere il passo dei grandi competitori nel mondo […] La domanda che come Europa dobbiamo porci è se vogliamo o no avere un’indipendenza strategica. L’ Europa deve essere inserita nel quadro del sistema Nato. Non siamo competitivi ma cooperativi rispetto alla Nato, ma avere capacità’ autonome rimane estremamente importante». [viii]

‘Star Wars’…a dodici stelle?

Al coro dell’ambiguo doppiogiochismo militare-industriale si è aggiunto Giulio Saccoccia, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, il quale ha sottolineato che va potenziato il ruolo “fondamentale di indipendenza strategica” assunto dell’Europa:

«Oggi parliamo di UE, di quello che in maniera complementare e sinergica può fare nel settore spazio e sono decisioni che prendiamo come un continente forte, un insieme di nazioni che vogliono avere una strategia indipendente da altri, ma anche di supporto alla strategia globale spaziale […] Nell’ambito dello spazio l’Italia ha un ruolo importantissimo in Europa, è uno dei pochi Paesi al mondo che opera in tutta la filiera, dall’accesso allo spazio al trasporto spaziale, con tutte le sue applicazioni, come l’osservazione della Terra, le telecomunicazioni, la navigazione e l’esplorazione». [ix]

Ancora una volta si parla di una strategia che mirerebbe al raggiungimento della indipendenza, senza però svincolarsi dal ruolo di ‘supporto’ a quella ‘globale’ ed inoltre prefigurando implicitamente scenari che – vista la sede in cui sono fatte certe affermazioni – non riguardano solo innocue esplorazioni dello spazio, bensì evocano inquietanti scenari da guerre stellari reaganiane.

In questo quadro generale così poco rassicurante c’è da chiedersi anche quale fosse il senso della presenza agli Stati Generali di Difesa Sicurezza e Spazio di due ministri apparentemente fuori contesto, come il titolare del MIUR, Lorenzo Fioramonti, e quella delle Infrastrutture e Trasporti, la democrat Paola De Micheli.  Quest’ultima, nel suo intervento, ha elegantemente glissato sulla parola-chiave ‘difesa’, soffermandosi sull’importanza della ricerca spaziale per motivi ambientali, la cyber-sicurezza e perfino al…turismo spaziale.

«Su questo tema il Mit trasmette un forte impulso, anche in termini di designazione delle priorità, così come per l’accesso allo spazio, da perseguire in forma più autonoma ancorché nel contesto della collaborazione europea e quindi in modo da realizzare i piani governativi relativamente agli spazioporti e ai voli suborbitali”. Non servirà solo al turismo spaziale (settore comunque di interesse), ma anche per rilevantissime attività di ricerca e di formazione. «L’accesso autonomo allo Spazio da parte dell’Italia […] sarà una delle priorità del dicastero, in collaborazione con la Difesa e l’ASI”.[x]

Del ministro Lorenzo Fioramonti non sono rintracciabili dichiarazioni ufficiali, ma la sua presenza – ufficialmente ascrivibile alla ‘R’ di ‘ricerca ‘ nell’acronimo del suo dicastero – sembra alludere al sempre più invadente ruolo che la ‘difesa’ sta giocando in Italia nell’ambito della pubblica istruzione. La crescente ed ingombrante presenza dei militari nelle scuole e di intere classi scolastiche in visita a basi, poligoni ed altre amene strutture del genere, infatti, è un preoccupante segnale della diffusione della propaganda e della retorica guerrafondaia fra i giovani italiani, ma anche di un’insinuante quanto opportunistica promozione, specie al Sud, di attività occupazionali legate alla c.d. ‘difesa’ e alla ricerca per scopi militari.

Insomma, la nostra Napoli – Città di Pace – avrebbe fatto volentieri a meno di questa trionfalistica kermesse, che ha testimoniato il sempre maggiore legame fra politica, industria e forze armate. E la sua Amministrazione, bifronte come Giano, avrebbe fatto bene a non dare un’altra prova di ambiguità politica, strizzando l’occhio ora al movimento pacifista, ora alla ‘bastardata’ della Scuola Militare Europea a Pizzofalcone.[xi]


[i] V. articolo su Napoli Today >https://www.napolitoday.it/eventi/stati-generali-spazio-sicurezza-difesa-napoli-6-dicembre-2019.html

[ii] V. réportage su Analisi Difesa > https://www.analisidifesa.it/2019/12/riuniti-a-napoli-gli-stati-generali-di-difesa-sicurezza-e-spazio/?fbclid=IwAR1meAycr54n18qGUw4AW02vr0CnRIY-Qt5QOx1BtAmH8eyi00igl43V7Go

[iii] Cfr. sito web AIAD > http://www.aiad.it/it/aiad_vertice.wp

[iv] Intervista a cura di Vista > https://youtu.be/SuPfyX51JsY

[v] https://www.facebook.com/search/top/?q=enrico%20panini%20vicesindaco&epa=SEARCH_BOX

[vi] V. art. cit. su Analisi Difesa

[vii] Ibidem

[viii] Ibidem

[ix]  Ibidem

[x] L. Romano, “Così l’Italia punta in alto…”, (6.12.19) Formiche > https://formiche.net/2019/12/infrastrutture-spazio-italia-paola-de-micheli/

[xi] Cfr. A. Di Costanzo, “Napoli, scuola militare nella caserma Bixio: i pacifisti attaccano de Magistris” (23.1.19), la Repubblica –Napoli > https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/01/23/news/napoli_scuola_militare_nella_caserma_bixio_i_pacifisti_attaccano_de_magistris-217228391/

Un clima di guerra

L’onda verde e gli scogli del militarismo

Una manifestazione di FRIDAY FOR FUTURE

Tante persone sono rimaste davvero scosse dalle immagini di milioni di giovani scesi nelle piazze per manifestare il loro diritto al futuro e per dare la sveglia a scienziati conniventi, media reticenti e governi complici di chi quel futuro sta mettendo drammaticamente a rischio. Finalmente le istanze ambientali non sembrano più percepite come la preoccupazione un po’ esagerata di profeti di sciagure o di ecologisti catastrofisti e fanatici. Giustamente, le mobilitazioni di questa “onda verde” stanno mandando all’aria le priorità economiche e politiche di chi finora ha fatto finta di non rendersi conto che l’attuale modello di sviluppo – racchiuso nella parolina magica ‘crescita’ è non solo colpevole di stragi socio-ambientali, ma di fatto anche suicida.

Al netto sia dei persistenti ed assurdi negazionismi, sia della comoda tendenza a ridurre queste manifestazioni ad ingenue proteste oppure a considerarle solo manovre diversive rispetto ad un ecologismo più ‘serio’ e radicale, mi sembra quindi innegabile la presa che questo movimento sta esercitando su un’opinione pubblica spesso distratta o narcotizzata da altre finte emergenze. Ecco perché – pur con alcune doverose riserve su contenuti e parole d’ordine di quest’inedita mobilitazione globale per il clima – credo che essa stia comunque imprimendo una salutare scossa socio-culturale, prima ancora che politica, ad un’umanità sempre più massificata, omologata e drogata dal miraggio di uno sviluppo senza limiti e senza remore.

Eppure – come mi è già capitato di dire e di scrivere – è opportuno ribadire che un autentico ecologismo ha bisogno di una visione più ampia e complessiva, che sia capace d’inquadrare i fenomeni contro cui ci si batte (a partire dall’inquinamento atmosferico con le sue relative drammatiche conseguenze) all’interno di un preciso sistema di riferimento e di una chiara scelta di valori. Allo stesso modo mi lascia perplesso un ambientalismo sostanzialmente ancora antropocentrico e motivato quasi esclusivamente dalla paura del disastro ecologico prossimo venturo. Ma soprattutto mi preoccupa la quasi totale assenza nell’informazione mediatica di riferimenti alle minacce per gli equilibri ambientali – a partire da quelli climatici – derivanti dalla pesantissima impronta ecologica sul nostro Pianeta da parte del complesso militare-industriale.

Mi rendo perfettamente conto che è più semplice fare crociate contro l’inquinamento derivante dall’uso smodato delle plastiche oppure da un’agricoltura intensiva e chimicizzata e dalle emissioni gassose di allevamenti animali sempre più affollati ed innaturali. Capisco anche che non si possa fare a meno di partire dal puntare il dito anche sulla notevole impronta ecologica dovuta ai consumi individuali, agli stili di vita ed al tipo di alimentazione, sì da responsabilizzare un po’ tutti, evitando di scaricare le responsabilità solo sui grandi inquinatori. Non comprendo né giustifico, invece, la colpevole reticenza di chi intenzionalmente tace su una componente così rilevante dell’inquinamento atmosferico marino e del suolo, causato da attività delle forze armate sulle quali scienziati e governi hanno costantemente steso un complice velo di omertà.

«Le attività militari esercitano un’elevata pressione sul territorio nel quale vengono svolte, in particolar modo per quanto attiene all’utilizzo delle risorse naturali. Il loro consumo ed i danni operati all’ambiente emergono evidenti in occasione dei conflitti che, accanto alla perdita di vite umane, mostrano un deciso impatto sulle risorse naturali. […] …le attività militari, nelle loro molteplici forme, provocano decise ripercussioni sull’ambiente anche in momenti di non conflittualità. L’inquinamento dell’atmosfera e l’inquinamento acustico costituiscono le più evidenti manifestazioni delle conseguenze ambientali ma i principali effetti, in particolar modo a lungo termine, risiedono nella presenza di rifiuti tossici, contaminazioni chimiche e derivanti dall’utilizzo di oli e combustibili». [i]

Licenza di uccidere persone e territorio?

Devastazione ambientale in Ucraina (National Geographic)

I nostri sprechi quotidiani, lo sperpero di risorse energetiche, preziose perché esauribili, ed un modello di sviluppo incompatibile con gli equilibri ecologici richiedono una generale e comune presa di coscienza del baratro verso cui l’umanità si è irresponsabilmente avviata. Non mi sembra però ammissibile che si sottaccia o sminuisca l’incontestabile gravità della pressione esercitata dal complesso militare-industriale e dai tremendi esiti bellici che esso produce su ciò che chiamiamo ‘natura’, mettendo a rischio le stesse condizioni per la sopravvivenza del genere umano. Da sempre la guerra è di per sé morte, distruzione e devastazione ambientale. Si è giunti ora ad un punto di non ritorno, laddove si affaccia sempre più la minaccia di una tragedia nucleare e le tecnologie belliche sono diventate sempre più insidiose incontrollabili e micidiali, sebbene dichiaratamente volte a rendere l’intervento militare più mirato, ‘chirurgico’ e… ‘intelligente’.

«Lo scopo delle nuove teorie militari e di alcune tecnologie che si vanno sviluppando è di rendere “trasparenti” il nemico e il campo di battaglia. Nella futura “cultura militare” (non è un ossimoro, è quello che si insegna nei war college) non si tratta di avere i cannoni più grandi ma le telecomunicazioni più intelligenti. Le informazioni alimentano le armi, le quali, grazie a quelle, uccidono con precisione. la radiotrasmittente che il microvelivolo dello scenario del Pentagono lascia sul camion condurrà, a tempo debito, un missile micidiale sul bersaglio…» [ii]

La moltiplicazione degli scenari bellici, con sovrapposizione di guerre ipertecnologiche, guerre convenzionali e svariate forme di guerriglia, non può e non deve più restare fuori dalla portata dei riflettori accesi da tanti giovani che, giustamente, s’interrogano sul loro futuro e sulle possibilità d’invertire la trionfale marcia di un finto progresso che conduce invece alla devastazione del comune patrimonio ambientale. Non si tratta solo di contestare le pesanti conseguenze delle operazioni di ‘guerra guerreggiata’, in quanto il sistema militare rappresenta in sé una minaccia alla tutela dell’ambiente anche quando non è ‘operativo’. È infatti sempre più manifesto il suo enorme impatto sulle risorse energetiche, sulle condizioni dell’aria dell’acqua e del suolo e sulla sicurezza e salute delle comunità locali che, di fatto, va ad occupare, sottraendosi ad ogni controllo ed al rispetto dei vincoli normativi vigenti. Non manca chi ha sostenuto che i militari, controllando il territorio, lo avrebbero sottratto a speculazioni private e ai danni dello sfruttamento economico. Si tratta di quel paradossale ambientalismo ‘grigioverde’ sulla cui mistificazione mi ero già soffermato criticamente.

«La triste verità, invece – per citare un articolo apparso nel 2015 sul sito dell’UNRIC (un organismo dell’UNU) – è che “l’ambiente è una vittima della guerra troppo spesso dimenticata”. La tragica realtà che abbiamo tuttora davanti agli occhi, ci dimostra che, mutuando il titolo d’un saggio francese di ecologia politica, “la natura è un campo di battaglia” [xvi] sul quale si esercitano le forze oscure di un capitalismo selvaggio e cinico, che non esita a ricorrere al ‘razzismo ambientale’, colpendo soprattutto i più marginali, ed a ‘finanzializzare’ cinicamente perfino la crisi ecologica».[iii]

Basi militari, poligoni ed altre installazioni del genere, anche in situazioni di non conflittualità, sono una costante bomba ecologica, in seguito alla presenza ed all’utilizzo incontrollato di sostanze di natura chimica, batteriologica e nucleare anche nelle esercitazioni. É il caso del Poligono interforze di Quirra, in Sardegna, dove dal 1956 non si è mai smesso di sperimentare sistemi d’arma e nuove tecnologie connesse alle attività belliche. Le conseguenze sull’ambiente e sulla salute di chi ci abita sono state gravissime. A parte il peso dell’occupazione manu militari di 240.000 ettari di territorio, la Sardegna lamenta infatti una significativa crescita di malattie tumorali ed emolinfatiche connesse alle attività che si svolgono dagli anni ’50 nelle sue basi, poligoni ed aeroporti.

L’orco militarista: energivoro e tossico

Videogioco (God of War)

Nella tradizione popolare gli ‘orchi’ sono “mostri antropomorfi, giganteschi, crudeli e divoratori di uomini” [iv] . Pure il sistema militare – solo apparentemente assimilabile alle comunità umane- per le sue gigantesche dimensioni è fonte di terrore e di pesanti conseguenze ambientali, connesse alla incredibile voracità di risorse e di beni comuni. E siccome tutti i consumi producono a loro volta rifiuti e modificazioni ambientali, l’orco con le stellette è una rilevante fonte d’inquinamento. Ad esempio, ci sono i dati dell’impatto sul contesto urbanistico dell’allargamento della ex-caserma vicentina ‘Dal Molin’, dai quali si deduce che perfino i consumi ordinari (acqua, luce, gas) assumono sproporzioni ‘gigantesche’ quando si tratta di una base militare per circa 6.000 militari.

«Il progetto Dal Molin, come consumi, è pari a 30 mila vicentini per l’acqua, 5.500 per il gas naturale e 26 mila per l’energia elettrica. Cifre che da sole parlano chiarissime. Per Vicenza, la nuova base militare americana che il governo Prodi ha liquidato come un «problema urbanistico» rappresenterebbe un colpo assai pesante in termini di impatto ambientale e utilizzo delle risorse […] La città – dice l’ingegner Vivian – consuma 11,5 milioni di metri cubi l’anno. Pertanto, in relazione ai consumi idrici ipotizzati, è come se ci fosse un incremento di oltre 30 mila abitanti, e relative attività economiche, posti nel quadrante nord della stessa».[v]

Ma la più grave impronta ambientale del sistema militare è ovviamente imputabile al devastante impatto delle operazioni belliche sul deterioramento climatico globale. Basti pensare che nel periodo delle operazioni belliche in Iraq (2003-2007) quella sola guerra ha provocato l’emissione di 140 tonnellate di gas serra (CO2 equivalente) [vi] e che in generale le guerre – alla cui origine c’è sempre più il controllo egemonico sulle risorse petrolifere – sono causa di colossali sprechi e di disastri ambientali connessi ad esempio a bombardamenti d’impianti, petroliere, oleodotti e gasdotti.

«Un cappio al collo del pianeta e un vero circolo vizioso, come sintetizzava l’appello «Stop the Wars, stop the warming» lanciato dal movimento World Beyond War alla Conferenza sul clima di Parigi: «L’uso esorbitante di petrolio da parte del settore militare statunitense serve a condurre guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse, guerre che rilasciano gas climalteranti e provocano il riscaldamento globale. È tempo di spezzare questo circolo: farla finita con le guerre per i combustibili fossili, e con l’uso dei combustibili fossili per fare le guerre».[vii] 

La lettura del rapporto “Smilitarizzazione per una profonda decarbonificazione”, pubblicato dall’International Peace Bureau nel 2014, ci fa comprendere quanto sia assolutamente indispensabile per la salvezza del clima terrestre un ridimensionamento del complesso militare-industriale e degli eventi bellici di cui è portatore. [viii]  Il Pentagono statunitense, ad esempio, nel solo 2017 avrebbe immesso nell’atmosfera 59 milioni di tonnellate di CO2 (e di 1,2 miliardi di tonnellate tra il 2001 e il 2017), diventando di fatto il 55° paese più inquinante al mondo a causa delle sue emissioni ed essendo responsabile di circa l’80% di tutto il consumo energetico statunitense nello stesso lasso di tempo. [ix] Ovviamente questi dati possono sembrare allarmistici ed esagerati e molti si chiederanno come mai non se ne è mai avuta notizia. Ma basta pensare al mantello di segretezza che ricopre pesantemente qualsiasi manifestazione del sistema militare per comprendere quanto i cittadini sappiano poco o niente di ciò che avviene sul loro territorio, essendo espropriati di una parte di esso da una sua militarizzazione sempre più invadente. “Off limits” – il classico divieto di accesso che interdice ai civili le aree militari – significa dunque non solo che la comunità residente deve restare all’esterno di quella delimitazione, ma anche che le attività militari non sono soggette ad alcuna limitazione, monitoraggio o regolazione normativa valida per tutti gli altri soggetti. Ne deriva che: «La ‘riservatezza’ sulle questioni militari […] ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei gravissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra». [x]

Guerra al clima in un clima di guerra

Fonte: il manifesto (29.11.2018)

Elena Camino nel suo saggio ci spiega che bisogna cambiare prospettiva, per cui non dovremmo guardare alla guerra come una serie di eventi, bensì come un complesso e micidiale meccanismo, che non solo è distruttivo in sé, ma causa profonde modificazioni ambientali e sottrae risorse al benessere umano e ad ogni progetto di cambiamento del modello di sviluppo.

«… un processo sistemico che cattura, trasforma e infine degrada (termodinamicamente) enormi quantità di materia e di energia (oltre che di denaro) sottraendole ad altri destini e producendo materiali inquinanti e tossici per tutte le forme di vita sulla Terra».[xi]

Come scrivevo in un precedente articolo:

«La demistificazione che Ben Cramer – il polemologo francese docente all’Università di Parigi – fa dell’ossimoro che presenta i militari come difensori dell’ambiente, lo porta a formulare anche alcuni suggerimenti per fermare più credibilmente questa preoccupante corsa verso l’autodistruzione. Oltre a “climatizzare il Pianeta”, provvedendo ad arrestare con mezzi bio-ingegneristici il riscaldamento globale, […] bisogna non solo riconvertire, riciclare e cambiare modello di sviluppo, ma soprattutto “disinquinare smilitarizzando”». [xii]

Non si tratta di fare i conti in tasca solo ai giganti del sistema militare mondiale, come Stati Uniti, Cina, Russia, Arabia Saudita e Francia (per citare la top five degli stati più armati del mondo, secondo la classifica 2014 del SIPRI), perché faremmo bene a guardare con più attenzione anche a casa nostra. L’Italia, infatti, nello stesso anno era all’11° posto per spese militari, ma anche al terzo posto per esportazione di armamenti ed inoltre, nel 2012, ha prodotto 6,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica per persona, vale a dire il doppio della Turchia e quasi il quadruplo dell’India, che è fra l’altro il primo paese importatore di armi italiane (10% del totale). [xiii]

La scomoda verità è che – per citare il titolo di una recente testi di dottorato dell’Università di Lussemburgo – “gli impatti del militarismo sul cambiamento climatico (sono) una relazione gravemente trascurata”. Ed è per questo che questo corposo saggio denuncia che il militarismo – nel senso più lato è probabilmente il maggiore produttore di emissioni e di degrado ecologico.

«Prescindendo se in tempo di guerra o di pace, le forze armate mondiali consumano un’enorme mole di combustibili fossili, producono immense quantità di rifiuti tossici e presentano domande esageratamente alte d’ogni genere di risorse per sostenere le loro infrastrutture, il tutto esentato da restrizioni ambientali e da misurazioni delle emissioni. In base alla routine della teoria della distruzione, la guerra è condotta al giorno d’oggi principalmente per assicurare le risorse naturali che vengono a loro volta massicciamente consumate nel processo, stabilendo così un auto-perpetuante ciclo di distruzione. Inoltre, le spese militari sottraggono ingenti finanziamenti alle iniziative di mitigazione e adattamento del clima. Sembra ovvio che il militarismo è strettamente correlato al cambiamento climatico, ma sfortunatamente questo collegamento è stato enormemente trascurato, se non intenzionalmente ignorato». [xiv]

Che fare? La prima cosa è denunciare, demistificare e controinformare. L’opinione pubblica, finalmente scossa dalla salutare protesta dei giovani che rivendicano un futuro, non deve ignorare che larga fetta dei guasti che conducono sempre più velocemente al cambiamento climatico sono provocati dal pesante impatto ambientale del complesso militare-industriale. Ecco perché:

«…a mio avviso, ogni resistenza dal basso alle gerarchie imposte da chi comanda deve necessariamente tener conto che gli equilibri (o meglio, gli squilibri…) economici e sociali a livello globale sono assicurati proprio da un complesso militare-industriale che li difende. Allo stesso modo, non si dovrebbero sottovalutare i danni ambientali e sociali della militarizzazione del territorio e, soprattutto, deve essere chiaro che le guerre – in particolare quelle condotte tecnologicamente – sono di per sé una minaccia continua alla sicurezza, alla salute ed alla stessa sopravvivenza d’intere popolazioni».

Utopie pacifiste? Non direi proprio, visto che da 71 anni un piccolo stato del Centro-America, il Costa Rica, ha deciso radicalmente di “ripudiare la guerra”, eliminando del tutto le forze armate. Allo stesso tempo, ha intrapreso un virtuoso percorso di tutela del proprio patrimonio naturalistico e della preziosa sua biodiversità. Non è quindi un caso che l’opzione antimilitarista e pacifista si sia sposata con quella ecologista e perciò faremmo bene ad ispirarci a questa importante esperienza, per rilanciare una visione ecopacifista globale. Perché il continuo clima di guerra è il terreno su cui si è sviluppata la quotidiana guerra al clima, col serio rischio di negare un futuro ai giovani e di compromettere irrimediabilmente la stessa sopravvivenza dell’homo insipiens.


Note

[i] Daniele Paragano, Le basi militari negli Stati Uniti e in Europa: posizionamento strategico, percorso localizzativo ed impatto territoriale, Tesi di Dottorato di Ricerca in Geopolitica, Geostrategia e Geoeconomia, Università degli Studi di Trieste, A.A. 2007-08, p.142

[ii] Gordon Poole, Nazione guerriera – Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Napoli, Colonnese, 2002, p. 154

[iii] Ermete Ferraro, “Credere, Rinverdire e Combattere” – Il neo-ambientalismo dei Grigioverdi” (2018), Academia.edu >  https://www.academia.edu/37811619/Credere_rinverdire_e_combattere

[iv]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Orco_(folclore)

[v] Orsola Casagrande, “I conti in tasca alla nuova base USA di Vicenza”, il manifesto, 20.01.2007 > http://www.dimensionidiverse.it/dblog/articolo.asp?articolo=776

[vi] Fonte: https://climateandcapitalism.com/2008/03/19/global-warming-and-the-iraq-war/

[vii]  Marinella Correggia, “Militari di tutto il mondo in guerra col clima”, il manifesto (29.11.2018) https://ilmanifesto.it/militari-di-tutto-il-mondo-in-guerra-col-clima/ ; cfr. anche la fonte citata: https://worldbeyondwar.org/stop-wars-stop-warming/

[viii] Vedi: https://www.ipb.org/wp-content/uploads/2017/03/Green_Booklet_working_paper_17.09.2014.pdf

[ix] Vedi: Lorenzo Brenna, “Il Pentagono emette più CO2 di Svezia e Danimarca”, Lifegate, 14.06.2019, https://www.lifegate.it/persone/news/impatto-ambientale-co2-pentagono-ricerca

[x] Elena Camino, Guerra, ambiente, nonviolenza, (23.05.2016), Torino, Centro Studi “Sereno Regis” http://serenoregis.org/2016/05/23/guerra-ambiente-nonviolenza-elena-camino/

[xi] Ibidem

[xii] Ermete Ferraro, “Credere, rinverdire e combattere”, cit. – Il riferimento è al libro: Ben Cramer, Guerre et Paix…et EcologieLes risques de la militarisation durable, éd. Yves Michel, 2014

[xiii] Fonti: Stockholm International Peace Research Institute (2014) Trends in World Military Expenditure,

2013. SIPRI Fact Sheet > http://books.sipri.org/product_info?c_product_id=476  e World Bank Carbon Emissions per capita 2010 > http://data.worldbank.org/indicator/EN.ATM.CO2E.PC/countries

[xiv] Florian Polsterer, The Impacts of Militarism on Climate Change: A sorely neglected relationship, Master’s Degree in Human Rights and Democratization, University of Luxembourg (A.Y. 2014-15), p. 90

[xv] Ermete Ferraro, “Biocidio e guerre” Ermete’s Peacebook, (03.03.2019), Ermete’s Peacebook https://ermetespeacebook.blog/2019/03/03/biocidio-e-guerre/ . Vedi anche, dello stesso autore: https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/  – https://ermetespeacebook.blog/2016/06/15/cittadini-sotto-assedio/ –  https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/

Ermete Ferraro, L’Ulivo e il Girasole (Manuale V.A.S. di ecopacifismo), V.A.S. 2014 > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

© 2019 Ermete Ferraro

4 Aprilante…anni 70 !


Perché 70 anni di Alleanza Atlantica sono 70 di troppo.

Sette decenni di ‘protezione’ non richiesta

Il 4 aprile 2019 la NATO (Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico [i]) compie 70 anni. Nel 1949, proprio in quella data, fu infatti costituita a Washington dai suoi 12 Paesi fondatori come alleanza militare, che avrebbe dovuto difenderci da un ipotetico attacco armato contro gli stati europei e nord-americani, fronteggiando un’ipotetica minaccia militare da parte dell’Unione Sovietica. Eppure già da allora essa non si opponeva ad un’analoga coalizione militare, dal momento che il Patto di Varsavia [ii] fu sottoscritto dall’U.R.S.S. e da altri sette paesi comunisti solo sei anni dopo, nel 1955, proprio per contrapporsi alla preesistente Alleanza Nord-Atlantica.

Oggi, settant’anni dopo, quel Trattato non ha comunque alcun senso, essendo sparito dal 1991 l’antagonista da cui avrebbe dovuto proteggerci. Questo però non ha impedito alla NATO – comprendente nel frattempo 29 membri – di diventare ancor più aggressiva e di allargare i propri interventi molto al di fuori del territorio di sua competenza. La finalità stessa di quell’Alleanza – non più strettamente difensiva né con un ambito d’intervento delimitato – era in effetti già stata modificata nel 1999, grazie all’ambiguo “nuovo concetto strategico”.

« Esso mette in grado una NATO trasformata di contribuire al contesto di sicurezza in evoluzione, sostenendo la sicurezza e la stabilità con la forza del suo impegno collettivo per la democrazia e per la risoluzione pacifica delle dispute. Il Concetto strategico guiderà la politica di sicurezza e di difesa dell’Alleanza, i suoi criteri operativi, l’assetto delle sue forze convenzionali e nucleari e l’organizzazione della difesa collettiva, e sarà via via sottoposto a revisione alla luce della evoluzione del contesto di sicurezza…» [iii]

La prevalenza dei concetti strategici di ‘stabilità’ e ‘sicurezza’ su quello di  ‘difesa’ e di ‘risoluzione pacifica’ delle controversie internazionali, infatti, serviva a legittimare anche ciò che non era stato previsto nel trattato istitutivo, rendendo così l’Alleanza più flessibile ed estendendone i confini.

A 70 anni dalla sua costituzione la NATO conferma la sua natura di patto militare – al di là delle belle parole sulla cooperazione e la pace – presentandosi come l’unica ‘protezione’ sia contro l’integralismo islamico sia contro le mire ‘aggressive’ della Russia.

«Priorità odierna – dichiara il generale Scaparrotti  [finora Comandante Supremo Alleato in Europa] – è quella che le infrastrutture europee siano potenziate e integrate per permettere alle forze Usa/Nato di essere rapidamente posizionate contro «l’aggressione russa». La Nato sotto comando Usa prosegue così da settant’anni di guerra in guerra. Dalla guerra fredda, quando gli Stati Uniti mantenevano gli alleati sotto il loro dominio, usando l’Europa come prima linea nel confronto nucleare con l’Unione Sovietica, all’attuale confronto con la Russia provocato dagli Stati Uniti fondamentalmente per gli stessi scopi». [iv]

A Washington, dunque, il prossimo 4 aprile si riuniscono i 29 ministri degli Esteri dei Paesi aderenti alla NATO per festeggiarne i sette decenni di esistenza e per rinsaldarne i vincoli, compreso ovviamente quello che li impegna a compensare adeguatamente la ‘protezione’ che i rispettivi popoli subiscono da altrettanti anni, sotto forma di occupazione militare del loro territorio, espropriazione della loro stessa autonomia e sudditanza totale agli USA.

I ‘70 candelotti esplosivi’ di cui parlava Dinucci nel brano citato sembrano rimarcare la quasi ineluttabilità quell’ingombrante ‘protezione’ di stampo quasi mafioso, il cui prezzo nel frattempo è diventato sempre più alto, incidendo sulla crescita dei bilanci della difesa dei singoli stati. Bisogna fare chiarezza sul ruolo strategico della NATO e sulle conseguenze della sua invadenza militare, che limita la sovranità nazionale, occupa militarmente i territori e ne minaccia la sicurezza. Ecco perché 70 anni di occupazione alleata sono 70 di troppo !

Napoli nel controllo USA del Mediterraneo

Lo stemma del Comando Alleato del Sud Europa (JFC Naples)

Napoli – all’interno di una delle regioni più militarizzate d’Italia – dal 1951 è stata sede del Comando sud-europeo della NATO (AFSOUTH, poi JFC), al cui vertice c’è sempre stato lo ammiraglio statunitense che comanda la VI Flotta della US Navy, competente per Mediterraneo, Atlantico ed Africa.

Ebbene, da noi è diffusa un’antica locuzione che richiama la fatidica data di nascita dell’Alleanza Nord- Atlantica: “Quattro aprilante, giorni quaranta”. Nella cultura popolare, infatti, le condizioni meteorologiche rilevate il 4 di aprile condizionerebbero i seguenti quaranta giorni, circostanza peraltro parzialmente avallata anche da alcuni studi scientifici. [v] In questo caso – direbbe Totò – si è voluto proprio esagerare, in quanto circa 70 anni di subalternità ai ‘liberatori alleati’ sono troppi anche per un territorio assuefatto da secoli ad occupazioni straniere di ogni tipo.

Il mio impegno antimilitarista risale agli anni ’70, ma è soprattutto dal 1999 che cerco di approfondire la natura e le conseguenze dell’occupazione militare della Campania e dell’area metropolitana di Napoli, che non solo non ha prodotto alcun risultato positivo, ma ha esercitato (e continua ad avere) un pesante impatto sociale, politico ed ambientale sul nostro territorio. In un articolo del 2013, ad esempio, avevo già evidenziato come quella che era chiamata Campania Felix sia purtroppo diventata da molto tempo una Campania Bellatrix.

«Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale. Eppure il fatto che otto installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini. Sarà perché questo genere d’informazioni circolano poco e si fatica molto a farle conoscere. Sarà perché da anni le persone si sono abituate a vedere soldati col mitra che presidiano strade, tribunali e perfino discariche…» [vi]

La NATO non solo da 70 anni è di casa a casa nostra, ma ha progressivamente trasformato il nostro territorio nel centro operativo della sua strategia di controllo dell’area mediterranea, balcanica e nord-africana Tutto ciò avviene nel silenzio complice – se non compiaciuto – di chi ci governa dal secondo dopoguerra, calpestando l’art. 11 della Costituzione in nome di quella protezione che gli USA ci hanno fatto pagare a caro prezzo, ma ora ci costa anche di più. 

In un successivo approfondimento del 2015 ho coniato quattro parole per sintetizzare i vari aspetti di questa sudditanza politico-militare: CondanNATO, ContamiNATO, AlleNATO e MariNATO. Se il primo falso-participio evocava la ‘condanna’ che dal 1945 ci obbligherebbe a rimanere colonia di chi ci aveva ‘liberato’; il secondo alludeva invece al sottovalutato impatto ambientale della militarizzazione-nuclearizzazione di terra, mare ed aria. Gli altri due termini si riferivano alle continue esercitazioni militari congiunte, di cui Napoli e la Campania sono il comando operativo più che lo scenario, ed alla crescente caratterizzazione mediterranea della strategia della NATO, che coinvolge  soprattutto Campania e Sicilia.

«Questo redivivo Regno delle Due NATO mantiene infatti la sua indiscussa capitale nella Città Metropolitana di Napoli (in cui ricadono lo stesso capoluogo ma anche l’intera area domiziano-giulianese), ma si allarga fino a comprendere le basi alleate e statunitensi sparse nella Trinacria, da quella aerea principale di Sigonella al MUOS di Niscemi, passando per Augusta, Trapani, Pantelleria e Lampedusa […] E’ impossibile ignorare l’ingombrante presenza di quell’esercito di occupazione che, dalla fine della seconda guerra mondiale, continua a ‘proteggerci’ , da Aviano  fino a Trapani. Così come dovrebbe essere difficile non notare che l’Italia stessa, anche a prescindere dalle truppe USA e NATO che vi si sono stanziate, è già uno di per sé uno dei paesi più militarizzati al mondo…» [vii].

Dalle favole alla realtà dei fatti

La propaganda ‘atlantista’ ci ha ammannito una serie di storie prive di fondamento e che cozzano con la vera Storia. La celebrazione del settantennio della NATO offre adesso un’ulteriore occasione per tali celebrazioni retoriche, ma proprio per questo dobbiamo assolutamente demistificare quelle distorte narrazioni, alla luce dei fatti piuttosto che degli spot mediatici. In un volantino preparato per la manifestazione antimilitarista napoletana in occasione di tale ‘ricorrenza’, abbiamo cercato di sintetizzare così tale messaggio alternativo:

«VI HANNO RACCONTATO CHE:

•      La NATO in questi anni avrebbe garantito la convivenza pacifica in Europa e nell’area medio-orientale, ‘difendendoci’ da potenziali invasioni e dalle guerre. Ma  in questi decenni la NATO è intervenuta militarmente in vari scenari di guerra (Bosnia, Serbia, Kosovo, Afghanistan, Libia…), coinvolgendo anche l’Italia.

•      La NATO – con la sua stessa presenza – avrebbe difeso  l’indipendenza e la sicurezza dell’Italia e degli altri Stati suoi alleati. Ma la militarizzazione del territorio e dei mari italiani riduce  di fatto la nostra sovranità, mette a rischio pace e sicurezza e tradisce l’art. 11 della Costituzione.

•      Comandi, basi, aeroporti e porti controllati o gestiti dalla NATO non avrebbero alcun impatto sulla salute degli abitanti e sull’ambiente in cui si trovano, ragion per cui non di sarebbe nulla di cui preoccuparsi. Ma la presenza militare NATO – comprendente impianti radar, bunker atomici, natanti a propulsione nucleare – mette in pericolo la sicurezza e la salute dei residenti ed è fonte d’inquinamento ambientale.

•      L’Italia contribuirebbe troppo poco al finanziamento dell’Alleanza Atlantica, per cui è stata richiamata a prevedere una spesa maggiore per la Difesa e per gli armamenti, di cui è tra i primi esportatori. Ma nel 2018 l’Italia ha speso per la Difesa ben 25 miliardi di euro (1,4 del PIL), aumentando il relativo bilancio del 4% rispetto al 2017.

•      L’ipotesi dell’uscita dell’Italia dalla NATO sarebbe  improponibile e anticostituzionale, per cui non ci resta che rimanere vincolati all’Alleanza Atlantica. Ma la nostra permanenza nella NATO – da quasi 30 anni alleanza non più difensiva – contrasta con l’art. 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come…risoluzione delle controversie internazionali». [viii] 

Eppure perfino importanti pubblicazioni non certo di parte, come il TIME, avevano già rilevato la ‘obsolescenza’ dell’Alleanza Atlantica, costretta a rincorrere i propri partner per farsi pagare il ‘pizzo’ per la sua protezione ed a reinventarsi nemici e scenari aggressivi pur di giustificare la propria permanenza. In un suo breve saggio del 2012, il politologo Ishaan Tharoor scriveva:

«Ma  il XXI secolo avrà ancora bisogno della NATO? […] La NATO è più rilevante che mai. E’ l’alleanza militare più forte e più di successo del mondo. Ed ora, di fronte alle nuove sfide per la sicurezza, noi l’abbiamo adattata. [Eppure è]…un’organizzazione che cerca una ragione per esistere. Ben lungi dal rappresentare la forza coordinata dell’Occidente, la NATO è diventata il simbolo della sua fragilità […] Una retorica audace ed e una nuova fantastica residenza non cambieranno il fatto che, in definitiva, la sfida che la NATO sta fronteggiando non è quella di una chiara minaccia esterna, ma la sua stessa mancanza…» [ix]

La crisi che sta attraversando, però, non le impedisce affatto di alzare il tiro e di allargare ulteriormente la sua sfera d’influenza, puntando soprattutto su nuovi ‘alleati’ est-europei, rafforzando la sua strategia anti-islamista ed inseguendo nuove ‘guerre umanitarie’.

«Queste attività hanno trasformato la fine della Guerra Fredda da un’opportunità unica per la nuova diplomazia e lo sviluppo pacifico in una nuova era di tensione globale, circondando la Russia e la Cina, creando così le condizioni per una nuova Guerra Fredda, facendo a pezzi le norme legali internazionali, in particolare circa la sovranità nazionale, ed introducendo le false nozioni di “guerra umanitaria” […] Le contraddizioni tra gli Stati della NATO non possono nascondere questo obiettivo comune e l’espansione territoriale permanente della NATO serve a questi scopi. […] Attraverso la modernizzazione completa ed il previsto dispiegamento di nuove armi nucleari da parte degli Stati Uniti, in seguito allo scioglimento del trattato INF, la corsa agli armamenti nucleari sarà alimentata ad un livello mai visto da decenni. Inoltre, la prima strategia di attacco della NATO è una minaccia per il pianeta nel suo insieme». [x]

In tutto il mondo, dagli USA al Regno Unito, dal Belgio alla Germania, dalla Danimarca al Canada [xi], questo ‘quattro aprilante’ 2019 vedrà centinaia di manifestazioni contro l’arroganza di chi da 70 anni ha imposto la sua ‘protezione’, cercando ancora di farci credere orwellianamente che “War is Peace” . Ma protestare non basta. Come nel caso della crisi ecologica, testimoniare in prima persona i valori della nonviolenza attiva, praticarne le già sperimentate strategie di resistenza, contro-informare ed educare alla pace è assolutamente indispensabile. Bisogna però anche mobilitarsi – sempre più collettivamente e non episodicamente – per riaffermare con decisione il diritto di ogni persona e comunità a battersi per l’indipendenza, i diritti umani, la sicurezza e la pace. Cioè proprio per quei valori che 70 anni di Alleanza Atlantica hanno finora calpestato fingendo di difenderli.  

La guerra e la follia nucleare si debbono e si possono fermare, ma bisogna farlo insieme, demistificando in primo luogo il mito della NATO che ci protegge.

© 2019 Ermete Ferraro


Note

[i] Cfr. voce ‘N.A.T.O’ in: en.wikipedia > https://en.wikipedia.org/wiki/NATO  con: ‘Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord’ in it.wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_del_Trattato_dell%27Atlantico_del_Nord#Paesi_fondatori

[ii] Vedi voce ‘Patto di Varsavia’ in: it.wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Patto_di_Varsavia

[iii] L’evoluzione della N.A.TO. – Nuovo concetto strategico (normativa), Centro Studi per la Pace > http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=natoconcept99

[iv] Manlio Dinucci, “Le 70 candeline (esplosive) della NATO”, il manifesto, 02.04.2019 > https://ilmanifesto.it/le-70-candeline-esplosive-della-nato/

[v] Adriano Mazzarella (UniNa), “Quattro aprilante giorni quaranta?…Quasi sì”, Campania Live (04.04.2014) >  http://www.campanialive.it/articoli-meteo.asp?titolo=Quattro_aprilante_giorni_quaranta?._..Quasi_s%C3%AC__

[vi] Ermete Ferraro (2013), Campania Bellatrix”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2013/03/20/campania-bellatrix/

[vii] Ermete Ferraro (2015), “Nato per combattere”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2015/07/28/nato-per-combattere/

[viii] ‘Rete contro la guerra e il militarismo-Campania’  e ‘Napoli Città di Pace’ (a cura di), 70 anni di NATO. 70 anni di troppo! , Aprile 2019.

[ix] Ishaan Tharoor, “Il declino dell’Occidente”, TIME (20.05.2012) > http://www.time.com/time/subscriber/article/0,33009,2115075,00.html  (trad. mia; citato e commentato in: Ermete Ferraro (2012), “L’obsolescenza della NATO, un relitto del passato”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2012/06/14/lobsolescenza-della-nato-un-relitto-del-passato/ )

[x] Kate Hudson, “NATO: 70 Years Too Many” (29.03.2019), Stop the War Coalition > http://www.stopwar.org.uk/index.php/news-comment/3325-nato-70-years-too-many (trad. Mia)

[xi] Un quadro delle iniziative anti-Nato è reperibile sul sito della rete internazionale  No To Nato > https://www.no-to-nato.org/ . A Napoli sono previste due iniziative: la prima si svolgerà  sabato 6 aprile davanti al Comando NATO di Lago Patria (Giugliano-NA) ed è organizzata dal ‘Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del territorio-Campania’ (https://www.facebook.com/events/2240389926212478/ ); la seconda, nel pomeriggio dello stesso giorno, si terrà a via Toledo- Largo Berlinguer a cura della ‘Rete contro la guerra e il militarismo- Campania’ e da ‘Napoli Città di Pace’ (https://www.facebook.com/events/1215556915295188/ ).