DIFESA CIVILE. SI’, MA QUALE? (4)

2014-2026: due proposte legislative a confronto

La proposta di legge d’iniziativa popolare depositata quest’anno in Cassazione, per conto di Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci! [i], è solo in parte la riproposizione del precedente testo del 2014, promosso allora come adesso utilizzando lo slogan “Un’altra difesa è possibile”. Quella prima mobilitazione, culminata nel 2015 col deposito di oltre 53.000 firme, portò in seguito alla presentazione alla Camera della proposta di legge n. 3484/2015, ad iniziativa dei deputati Marcon (SEL), Zanin (PD), Basilio (M5S), Sberna (DS), Civati (PD), Artini (AL) [ii].

Sebbene il titolo delle due proposte legislative, a distanza di undici anni, sia rimasto pressoché lo stesso, fra i due testi ci sono infatti alcune differenze, che credo utile sottolineare. Già nella relazione illustrativa della proposta attuale, peraltro, si dichiara che della precedente iniziativa “(si) intende preservare l’impianto e le finalità originarie, aggiornandole al mutato contesto istituzionale, normativo e internazionale”.  Peccato però che tale “aggiornamento” non appaia per nulla secondario, come si evince anche dalla seguente affermazione, posta in conclusione della premessa.

«L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono risposte civili, partecipate e orientate alla protezione dei diritti fondamentali» [iii].

Si tratta d’una dichiarazione profondamente dissonante rispetto alla natura “alternativa” della difesa civile nei confronti di quella militare, sancita invece dalla PdL del 2015, dove all’art. 1 si leggeva:

«viene riconosciuta a livello istituzionale una forma di difesa alternativa a quella militare denominata difesa civile non armata e nonviolenta, quale strumento di difesa che non comporti l’uso delle armi e alternativo a quello militare»  [iv].

Da quanto ho già avuto modo di osservare negli articoli precedenti [v] si comprende che una difesa civile, non armata e nonviolenta che sia davvero “alternativa” mal si concilia con l’ipotesi di una sua istituzione dichiarata esplicitamente come affiancata a, e integrativa di, quella militare. Che non si tratti di illazioni o sospetti, del resto, è confermato dall’art. 1 dello stesso progetto attuale:

«…è riconosciuta, quale componente del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, la difesa civile, non armata e nonviolenta […] complementare alle forme di difesa militare e finalizzata alla tutela delle persone, delle comunità e delle istituzioni democratiche» [vi].

Ebbene, pur volendo prevedere una necessaria fase di progressivo ‘transarmo’ [vii], una difesa civile che non si dichiari radicalmente contraria al modello armato e militare, adattandosi di fatto ad una posizione di fiancheggiamento, integrazione e complementarietà nei suoi riguardi, non ha molto a che fare con la difesa civile popolare e nonviolenta che dovrebbe contraddistinguere le prospettive del movimento per la pace.

Tale obiezione di fondo, peraltro, è stata già espressa autorevolmente da Antonino Drago (primo proponente di un progetto di legge sulla DPN nel 1969) e Franco Dinelli (Direttore del centro Studi di Pax Christi) [viii] ed è stata condivisa da altri esponenti del mondo pacifista italiano, come sottolineato in un articolo dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, in cui sono sintetizzate le loro argomentazioni [ix]

Non si tratta di una disputa teorica né di sterile contrapposizione tra visioni rigidamente ideologiche e proposte realisticamente orientate. Fare chiarezza sulle caratteristiche di una vera difesa civile non è un puntiglio da ‘integralisti’ nonviolenti, ma semplicemente un atto di onestà mentale e di rispetto per le persone alle quali si chiede di sottoscrivere una proposta di legge articolata e specifica, non una generica petizione di principio per una difesa ‘altra’ rispetto a quella armata e militare.

La proposta di legge del 2015 differisce anche per altri aspetti dalla legge d’iniziativa popolare su cui si stanno raccogliendo firme per la presentazione in Parlamento. Tra i compiti assegnati all’istituendo Dipartimento della DCNANV, ad esempio, nel testo precedente, all’art. 4, erano previsti i seguenti:

         «a) difendere la Costituzione, affermando i diritti civili e sociali in essa enunciati, la Repubblica nonché l’indipendenza e la libertà delle istituzioni democratiche del Paese;

          b) predisporre piani per la difesa civile non armata e nonviolenta, coordinarne la loro attuazione, e curare ricerche e sperimentazioni, nonché forme di attuazione della difesa civile non armata, comprese la necessaria formazione e l’educazione della popolazione;

          c) svolgere attività di ricerca per la pace, per il disarmo, per la graduale differenziazione produttiva e per la conversione ai fini civili delle industrie nel settore della difesa e la giusta e duratura risoluzione dei conflitti, nonché predisporre studi finalizzati alla graduale sostituzione della difesa armata con quella civile nonviolenta, e provvedere alla formazione del personale appartenente alle sue strutture;

          d) favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale, l’educazione alla pace nel mondo, il dialogo inter-religioso, in particolare nelle aree a rischio di conflitto, e in quelle in stato di conflitto nonché nelle situazioni di post conflitto;

          e) organizzare e dirigere le strutture della difesa civile non armata e nonviolenta e pianificare e coordinare l’impiego dei mezzi e del personale ad essa assegnati;

          f) contrastare le situazioni di degrado sociale, culturale ed ambientale e difendere l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni cagionati dalle calamità naturali».

«a) promuovere la tutela dei diritti fondamentali e il rafforzamento delle istituzioni democratiche attraverso strumenti civili di prevenzione e gestione delle crisi;

b) predisporre e aggiornare i programmi nazionali di difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone l’attuazione e la formazione del personale e della popolazione;

c) svolgere attività di studio e ricerca in materia di pace, disarmo, riconversione a fini civili delle produzioni connesse al settore della difesa, nonché elaborare modelli e linee guida per l’integrazione tra difesa civile e altre politiche pubbliche;

d) favorire iniziative di prevenzione dei conflitti, riconciliazione, mediazione, promozione dei diritti umani, educazione alla pace e cooperazione internazionale, con particolare riferimento alle aree di crisi;

e) organizzare e coordinare le strutture della difesa civile, non armata e nonviolenta e l’impiego del personale ad esse assegnato;

f) concorrere, in coordinamento con le amministrazioni competenti, alla protezione della popolazione e del territorio dalle calamità naturali e dagli eventi connessi a situazioni di rischio».

Altre differenze tra la PdL del 2015 e la LIP del 2024

Nell’art. 6 del testo 2024, invece, leggiamo:

Ad uno sguardo un po’ più attento, quindi, non sfuggono le differenze tra i due testi circa i compiti che prevedono di attribuire all’apposito Dipartimento, da istituire presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

  • Sparisce al punto a) la difesa della Costituzione della Repubblica e della sua indipendenza, sostituite da un’anodina promozione della tutela dei diritti fondamentali e rafforzamento delle istituzioni democratiche.
  • Al punto b) la predisposizione ed il coordinamento dei “piani per la difesa civile non armata e nonviolenta” del testo precedente diventano, nel testo attuale, un semplice “aggiornamento” e si prefiggono l’attuazione di “programmi”, evidentemente considerati pre-esistenti.
  • Anche al punto c), dalla precedente più impegnativa enunciazione “svolgere attività di ricerca per la pace, per il disarmo, per la graduale differenziazione produttiva e per la conversione ai fini civili delle industrie nel settore della difesa e la giusta e duratura risoluzione dei conflitti, nonché predisporre studi finalizzati alla graduale sostituzione della difesa armata con quella civile nonviolenta, e provvedere alla formazione del personale appartenente alle sue strutture”, si è passati nel testo 2026 a “svolgere attività di studio e ricerca in materia di pace, disarmo, riconversione a fini civili delle produzioni connesse al settore della difesa, nonché elaborare modelli e linee guida per l’integrazione tra difesa civile e altre politiche pubbliche”, insistendo sul termine “integrazione” e facendo invece scomparire l’aspetto centrale della formazione.
  • Al punto e), inoltre, dei quattro verbi caratterizzanti il primo testo (organizzare, dirigere, pianificare e coordinare) nel secondo rimangono solo due (organizzare e coordinare), lasciando ad altri il compito di pianificare e dirigere struttura e funzionamento della DCNANV.
  • Nel punto f), nel quale in entrambi i testi si sottolinea il rapporto tra difesa civile e protezione civile, a fronte del più esplicito “contrast(o) alle situazioni di degrado sociale, culturale ed ambientale e dife(sa) (del)l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni cagionati dalle calamità naturali”, infine, si è preferito parlare più banalmente di “protezione della popolazione e del territorio dalle calamità naturali e dagli eventi connessi a situazioni di rischio”.

Ricapitolando in modo più sintetico, dunque, la “difesa civile, non armata e nonviolenta” secondo la versione del 2014:

  • difende la Costituzione e l’indipendenza della Repubblica;
  • predispone e coordina i piani della DCNANV;
  • oltre a svolgere ricerca sulla pace, disarmo e riconversione civile, avvia studi e attività di formazioneper una sua graduale sostituzione di quella militare;
  • dirige e pianifica l’attuazione della DCNANV;
  • contrasta alle radici il degrado sociale, culturale e ambientale.

Nella versione 2026, invece, la stessa DCVANV:

  • tutela i diritti fondamentali e le istituzioni democratiche;
  • aggiorna programmi di difesa civile dati per già esistenti;
  • svolge attività di studio e ricerca su pace, disarmo e riconversione civile, ma non si occupa della formazione relativa;
  • organizza e coordina le strutture della DCNANNV, di cui però non assume il ruolo di pianificazione e direzione;
  • si occupa di protezione dai rischi della popolazione e del territorio.

Alla radice delle due proposte legislative sulla difesa civile

Queste due enunciazioni, a loro volta, restano comunque debitrici dell’intenso lavoro di studio svolto in Italia sull’istituzione di una prima forma di difesa popolare nonviolenta. Dobbiamo infatti risalire a oltre un trentennio fa per reperire una proposta di legge su tale argomento, presentata alla Camera nel 1993 a firma di quattro deputati del gruppo Verdi-La Rete: Crippa, Bertezzolo, Ronchi e Fava [x], di cui sintetizzo i punti principali.

  1. Servizio militare e protezione civile (art. 1 e 3): gli idonei al servizio di leva non obiettori di coscienza possono, se in esubero, svolgere un “servizio di protezione civile” o, nel caso in cui svolgano i 6 mesi di servizio militare, restano comunque a disposizione per addestrarsi alle esigenze di “difesa territoriale” per altri 6 mesi. In ogni caso, è possibile per tutti l’opzione per un servizio nella protezione civile, per la durata di 12 mesi.
  2. Carattere difensivo dello strumento militare e sperimentazione della difesa civile nonviolenta (art. 4): “1. Il modello di difesa, l’addestramento ed i sistemi d’arma delle Forze Armate italiane hanno un carattere esclusivamente difensivo rispondente all’ispirazione della Costituzione della Repubblica ed alla volontà di pace del popolo italiano. 2. Tutti i giovani che stiano svolgendo servizio di leva, sia nelle Forze Armate che nella Protezione Civile, vengono addestrati alla difesa civile nonviolenta.
  3. Cooperazione internazionale alla pace e alla sicurezza (art. 5): “1. In applicazione della Costituzione della Repubblica, l’Italia rifiuta la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali e recepisce principi e contenuti della Carta delle Nazioni Unite […] 2. L’Italia partecipa con propri reparti ad azioni di cooperazione e interposizione di forze disarmate e ad azioni di pubblica sicurezza decretate dall’ONU”.
  4. Riduzione programmata della spesa militare (art. 10): “1. L’applicazione delle presenti norme deve comportare una riduzione programmata della spesa militare in relazione alla necessità di riduzione del debito pubblico. 2. La programmazione di tale riduzione deve portare, entro i prossimi cinque anni, ad un taglio delle spese per la funzione difesa di almeno il 30%, in termini reali, delle spese previste nel Bilancio di previsione per il 1993”.
People holding signs promoting peace and nonviolence confront civil defense and police officers standing in line by an emergency vehicle

Ebbene, i 33 anni di distanza dalla situazione attuale sono fin troppo evidenti e, indubbiamente, anche il quadro politico interno ed internazionale, nel frattempo, è profondamente cambiato. Ciò non impedisce di evidenziare che alcune impostazioni alternative in materia di difesa erano allora già presenti e, soprattutto, che la proposta di legge del 1993, se approvata, avrebbe potuto coinvolgere l’intera popolazione in età di leva in un servizio civile alternativo o in un servizio di protezione civile, con l’aggiunta di un servizio volontario (ma retribuito) “neiservizi volontari disarmati ed armati”, in questo caso aperto anche alle donne (art.9).

Tali precisazioni e confronti servono a motivare la scelta da parte di alcuni esponenti del Movimento di manifestare legittimi dubbi sulla coerenza dell’attuale L.I.P. sulla difesa civile non armata e nonviolenta e quanto maturato, anche nel nostro Paese, in 30 anni di ricerca ed azione per la pace. Eppure basta, più banalmente, interrogare l’I.A. per avere risposte chiare sulla differenza che passa tra una difesa civile collaterale a quella militare ed un modello alternativo di difesa nonviolenta.

«La difesa civile (o protezione civile) comprende servizi organizzati dalle autorità pubbliche e di natura non bellica — quali operazioni di soccorso, lotta agli incendi e gestione dei rifugi — volti a proteggere la popolazione da attacchi militari o catastrofi. Per contro, la difesa non violenta (nota anche come difesa basata sulla popolazione civile) è un approccio strategico che coinvolge l’intera società e si avvale di forme organizzate di non collaborazione, disobbedienza civile e scioperi per rendere il Paese ingovernabile agli occhi di un occupante o di un dittatore. Differenze fondamentali – La strategia: la difesa civile gestisce le conseguenze di un attacco fornendo protezione fisica e assistenza sanitaria; la difesa non violenta mira a dissuadere o sconfiggere l’aggressore negandogli la collaborazione, le risorse amministrative e la produzione economica necessarie per mantenere il potere. I metodi: la difesa civile ricorre a rifugi, sirene d’allarme e squadre di pronto intervento; la difesa non violenta utilizza tattiche quali boicottaggi, dimissioni di massa, proteste pubbliche e rallentamenti economici deliberati. Gli attori: la difesa civile si affida principalmente ad agenzie statali specializzate e a personale di soccorso designato; la difesa non violenta, secondo i modelli teorizzati da studiosi come Gene Sharp, mobilita la popolazione civile come strumento principale di resilienza nazionale»[xi].

Concludo questo mio ‘poker’ di articoli con un appello a tutte/i coloro i/le quali fanno parte di organizzazioni che, oltre a condividere l’obiettivo della pace e del disarmo, abbiano una specifica e qualificante matrice nonviolenta, religiosa o laica che sia.  Non lasciamoci prendere dalla smania di omologarci alle tendenze correnti, con pretesto della realpolitik o comunque di una volontà di coinvolgere quanti più attori è possibile in questo impervio percorso legislativo.

Una difesa civile integrale e del tutto alternativa è indubbiamente molto difficile da conquistare e, soprattutto, ancora lontana dal comune sentire di una popolazione cui in questi 30 anni siamo riusciti a fornire ben pochi elementi di conoscenza e consapevolezza e che, soprattutto negli ultimi anni, è stata bombardata in aggiunta da una pressante e subdola propaganda militarista e bellicista.

Ciò non significa che bisogna necessariamente semplificare e banalizzare le nostre proposte, riducendole a slogan intorno ai quali raccogliere firme o consensi politici. Far crescere– a partire dai più giovani – la coscienza dell’obiezione al militarismo e alla guerra, resta dunque il primo compito che dovremmo prefiggerci. Il secondo è quello di smascherare le falsificazioni di chi vorrebbe contrabbandare come autentica difesa civile la componente semplicemente non armata ed affidata a civili di un modello di ‘difesa totale’ che, viceversa. non contraddice le logiche imperialiste dei potenti della terra, ma ne asseconda e mimetizza i fini nel rassicurante nome della sicurezza, della dissuasione e della protezione. 

Anche da mistificazioni istituzionali e da scorciatoie raffazzonate, a quanto pare, ci tocca difenderci, se per noi pace fa davvero rima con disarmo e antimilitarismo.


NOTE

[i] CNESC, RIPD, Sbilanciamoci! – Proposta di Legge d’Iniziativa Popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”.  https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf

[ii] Camera dei Deputati, Marcon et Al, PdL n. 3484/2015: “Istituzione del dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta presso la presidenza del consiglio dei ministri”. https://documenti.camera.it/apps/CommonServices/getDocumento.ashx?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl_html&codice=17PDL0038280&idLegislatura=17

[iii] Cfr. ‘Relazione illustrativa’ del testo citato in (1)

[iv] Cfr. PdL 3484/2015 cit., art. 1

[v] Cfr. https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/  – https://ermetespeacebook.blog/2026/07/21/difesa-civile-si-ma-quale-2/  e  https://ermetespeacebook.blog/2026/07/25/difesa-civile-si-ma-quale-3/

[vi] Cfr. testo L.I.P. del 2026, cit. in (1), art. 1

[vii] Cfr. J. Galtung, “Transarmament: from Offensive to Defensive Defense”, Journal Of Peace Research, Volume 21, Issue 2, PRIO, 1984. https://doi.org/10.1177/002234338402100204

[viii] Cfr. articolo “Nonviolenza La legge sulla Difesa popolare non protegge l’obiezione”, Il Fatto Quotidiano (16.05.2026). https://www.pressreader.com/italy/il-fatto-quotidiano/20260516/281848650238458?srsltid=AfmBOoqgtigPMR5hHdQzEn6xsW2fI385n2OvpFARO_5FR26eY_OrNLc6

[ix] Cfr. articolo “Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva”. https://osservatorionomilscuola.com/2026/07/15/pdl-lip-altra-difesa-possibile-critica-obiezione-coscienza-totale/

[x] Camera dei Deputati, X legislatura, PdL a firma di Crippa, Bertezzolo, Ronchi e Fava (1993)

[xi] Risultato di una mia ricerca su internet, ponendo il quesito all’I.A.


© 2026 Ermete Ferraro

DIFESA CIVILE. SI’, MA QUALE? (3)

Napoli Città di Pace. O anche no…


In occasione della ricerca per il mio precedente articolo di questa serie ho scoperto per caso che la Conferenza 2026 dei Comandanti del Multinational CIMIC Group l’organismo della NATO per il coordinamento della difesa civile con quella militare – si era tenuta lo scorso giugno a Palazzo Salerno, nel cuore della mia Napoli, che nella sua area metropolitana non a caso ‘ospita’ il Joint Forces Command dell’Alleanza Atlantica per l’area europea sud-orientale. Sono una persona abbastanza informata e non estranea a questa tematica, ma non ne avevo notizia semplicemente perché i media (nazionali e locali) si erano ben guardati dal pubblicizzare quell’importante incontro internazionale, ad eccezione degli organi informativi della NATO e del ministero della difesa e di un paio di giornali online .
Ancora una volta Napoli – per statuto ‘Città di Pace’ – è stata inconsapevole sede d’incontri di natura militare ad alto livello, senza che qualcosa trapelasse di questa intensa attività di confronto strategico e senza che si alzasse una voce per denunciare il paradosso d’un vertice sulla cooperazione civile-militare svolto nella totale ignoranza della società civile e, forse, degli stessi organi consiliari civici.
Non c’è però da meravigliarsi. La sedicente “cooperazione” tra forze armate dei paesi membri del CIMIC ed istituzioni civili ha sempre avuto una natura unidirezionale, esaltando il ruolo dirigente delle prime mentre considera le seconde un mero “supporto” collaterale, utile sì, ma in posizione oggettivamente subordinata. Da più di 25 anni la NATO, in nome della sicurezza e della deterrenza, insiste subdolamente su una relazione non conflittuale né alternativa della “difesa civile” nei confronti dell’apparato militare, ma solo in vista di quella “difesa totale” che sta provocando una graduale militarizzazione della società civile.
Nel precedente articolo ho citato la sintesi della Conferenza di Napoli, ma ora vorrei approfondirne il lessico, per cui provo a sottolineare alcune espressioni contenute in quel documento , dove tra le righe s’intravede tale insidiosa tendenza, smentendo così la rosea visione d’una collaborazione paritaria e di reciproco interesse.

Un lessico un po’…cimico

  1. «La cooperazione civile-militare non si limita al semplice coordinamento. Si tratta di una capacità militare che favorisce la comprensione, la pianificazione, il processo decisionale e l’efficacia operativa in contesti complessi». Anche se si parla di cooperazione, quindi, solo la “capacità militare” può assicurare l’efficienza operativa che richiede “pianificazione”, ma soprattutto attivazione d’un “processo decisionale”. Al di là del lessico burocratico, si lascia intendere che a decidere su tale materia restano sempre e comunque le forze armate, che avrebbero capacità e competenza per farlo.
  2. «L’edizione di Napoli ha affrontato alcune delle sfide più rilevanti per il futuro del CIMIC, tra cui l’intelligenza artificiale, l’analisi e la valutazione dell’ambiente civile, nonché la prontezza in termini di deterrenza e difesa». Già l’utilizzo del termine challenges, cioè “sfide”, suona già piuttosto marziale, ma ciò che desta sospetto è soprattutto il collegamento tra uso militare della “intelligenza artificiale” e “analisi e valutazione dell’ambiente civile”, che apre scenari di pervasivo controllo della società. Inoltre, il termine “prontezza” (in inglese: readiness), unito a concetti quali “deterrenza” e “difesa”, evoca precari equilibri strategici, ipotetiche minacce alla sicurezza nazionale ed internazionale, e dunque preoccupanti scenari di guerra, cui ci si dovrebbe opporre riarmandosi e praticando un’ossimorica “difesa preventiva”.
  3. «Uno dei principali risultati della conferenza è stato riaffermare la centralità della comprensione dell’ambiente civile. Popolazioni, istituzioni, infrastrutture critiche, vulnerabilità, dinamiche sociali ed autorità locali non sono elementi di sfondo: esse plasmano direttamente l’ambiente operativo e influenzano le modalità di pianificazione e conduzione delle attività militari. Per questo motivo, il CIMIC deve continuare a supportare i comandanti trasformando le informazioni di natura civile in una comprensione rilevante, tracciabile e contestualizzata. Nelle operazioni contemporanee, una comprensione tempestiva della dimensione civile contribuisce a una pianificazione migliore, a processi decisionali più informati e a una maggiore coerenza operativa». L’espressione apparentemente neutra “comprensione dell’ambiente civile” rivela che l’universo militare resta un corpo separato dalla società civile, le cui dinamiche ed istituzioni si sforza di capire, ma per i suoi scopi. Questa “osservazione” richiede infatti vari strumenti d’indagine, non tanto per “ambientare” democraticamente le forze armate nella società, quanto per pianificare e svolgere meglio le loro attività. Tali informazioni in ambito civile, infatti, dovrebbero portarle ad una comprensione “rilevante, tracciabile e contestualizzata”, tre aggettivi che, nel contesto militare, lasciano trasparire un controllo pervasivo della società.
  4. «La CUCC 2026 ha inoltre evidenziato il ruolo dell’intelligenza artificiale e degli strumenti digitali come potenziali fattori abilitanti per l’analisi CIMIC. Gli strumenti basati sull’IA possono supportare l’organizzazione, la correlazione e l’interpretazione di grandi volumi di informazioni sull’ambiente civile, contribuendo alla consapevolezza situazionale, all’analisi della resilienza e al supporto alle decisioni. […] la capacità di interpretare la dimensione civile rimane fondamentale per la pianificazione e la cooperazione militare». Il riferimento al ruolo dell’I.A. e della digitalizzazione come “fattori abilitanti per l’analisi del CIMIC” conferma che i processi di raccolta ed elaborazione di enormi quantità d’informazioni servono alla NATO ad “interpretare” la dimensione civile non tanto per relazionarsi con essa in forma cooperativa, quanto per esercitare un controllo su di essa.
  5. «La comprensione dell’ambiente civile, l’analisi basata sull’IA, il giudizio umano, il contributo dei sottufficiali e la prontezza multinazionale non sono temi separati. Fanno parte di un unico percorso: sviluppare il CIMIC come capacità militare rilevante per scenari di sicurezza complessi». In altre parole, la recente conferenza di Napoli dei comandanti del Multinational CIMIC Group non era un rituale incontro di coordinamento operativo per rafforzare la cooperazione civile-militare, ma l’occasione per riaffermare il ruolo di tale organismo nell’inglobare le istituzioni civili in una strategia militare più complessiva e totalizzante.

Ebbene, se sul piano iconico, il logo verdazzurro del CIMIC raffigura due mani che si stringono solidalmente, non lasciamoci però ingannare dalla suggerita parità tra la componente civile e quella militare, che il motto sottostante “MILITES CIVISQUE ALACRITER” cerca ulteriormente di avvalorare. E non solo perché quella frase latina presenta un banale errore di grammatica (dovrebbe essere, infatti: “Milites civesque alacriter”, cioè “Militari e civili alacremente”), ma perché la prontezza operativa suggerita dall’avverbio sembra attribuita solo all’efficienza delle istituzioni militari.
Insomma, nel momento in cui ben tre coordinamenti per la pace, il disarmo ed il servizio civile stanno svolgendo una campagna per portare in Parlamento una legge d’iniziativa popolare che dovrebbe istituzionalizzare la difesa civile e non armata – improvvidamente qualificata come “complementare” di quella militare – questi allarmanti segnali d’integrazione a senso unico delle istituzioni civiche nelle strategie della NATO andrebbero colti quanto meno con maggiore attenzione.


© 2026 Ermete Ferraro

DIFESA CIVILE. SI’, MA QUALE? (1)

Che ci faccio qui?

Il 16 marzo scorso, in occasione del deposito alla Corte di Cassazione del testo della proposta di legge d’iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta[i], è stata scattata questa fotografia dei rappresentanti delle associazioni e organizzazioni aderenti alle sue tre Reti promotrici.  

C’ero anch’io, presidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), ma curiosamente ero l’unico del gruppo che non guardava avanti, verso l’obiettivo del fotografo, bensì lateralmente, suscitando l’impressione di una sorta di spaesamento, come se mi stessi chiedendo – per mutuare il titolo dell’ottima trasmissione di Domenico Iannacone – “Che ci faccio qui?”. In effetti qualcosa aveva attirato altrove la mia attenzione al momento dello scatto ma, a volerci scorgere un significato più profondo, quel particolare può essere visto come la metafora iconica della mia posizione ‘fuori dal coro’.

Quando nel 2014 fu presentata la prima proposta di legge d’iniziativa popolare su “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta[ii], largamente ripresa nel testo attuale, già allora espressi il mio disagio per quella che mi sembrava una versione minimalista ed ambigua di una vera difesa alternativa alla militare (civile, sociale, popolare e nonviolenta), che aveva ispirato per decenni il movimento pacifista italiano ed al cui sviluppo effettivo del progetto contribuì soprattutto Antonino Drago.

In un articolo per il mio blog, datato novembre 2014 [iii], infatti, manifestai dubbi e perplessità nel merito di quel testo e sul metodo con cui era stato frettolosamente imbastito, ricorrendo ironicamente ad espressioni del teatro di Eduardo de Filippo per sottolinearne gli aspetti problematici.

Oggi, dopo 12 anni, rileggere quell’articolo mi fa ancora più male. Di fronte all’incalzare della militarizzazione della cultura della formazione e della società ed al rifiorire di assurde pulsioni guerrafondaie, l’evidente crisi del movimento per la pace – al quale purtroppo non è bastato coagularsi intorno ad una rete unitaria per diventare più autorevole ed efficiente – mi sembra il risultato tangibile d’una lunga e pericolosa stasi di riflessioni ed azioni. Una stasi che ha portato fatalmente a banalizzare le originarie proposte antimilitariste, adattandole conseguentemente ad un lessico da realpolitik, senza che per questo farle diventare davvero più realistiche ed efficaci.

‘Altra’ e ‘alternativa’ non sono sinonimi

Il testo presentato lo scorso marzo in Cassazione, sul quale vanno raccolte 50.000 firme di cittadini a sostegno di quella legge d’iniziativa popolare, conserva purtroppo gli stessi limiti della precedente proposta, con la differenza che, nel frattempo, il quadro nazionale ed internazionale è molto cambiato, mettendo sempre più allo scoperto il nervo di una difesa esclusivamente militare, sempre più professionale e tecnologica. Un modello difensivo forse meno retoricamente paludato, ma rispondente alle ferree regole di un efficientismo aziendale [iv], per di più in un drammatico contesto geopolitico in cui sembra tramontata l’autorevolezza degli organismi di mediazione sovranazionali, mentre cresce a vista d’occhio l’arroganza militarista e l’aggressività bellicista, con sfoggio di un lessico violento a tutti i livelli.

Va avanti, in effetti, una strategia comunicativa che alterna tentativi di ‘civilizzazione’ della difesa militare con pulsioni alle militarizzazione delle istituzioni civili, alimentando la confusione e aprendo a vari scenari possibili, nazionali ed internazionali

L’istituzione d’una Rete unitaria per la pace e il disarmo avrebbe dovuto non solo coagulare le azioni sparse di tante organizzazioni in un progetto unitario di opposizione a questa incalzante deriva guerrafondaia, ma anche consentire una riflessione comune seria e articolata su un indispensabile ‘programma costruttivo’, da elaborare condividere e diffondere, tenendo conto, fra l’altro, di una realtà socioculturale sempre più ostica e poco sensibile alle visioni globali.

Diluire le proprie proposte, però, non era e non è la soluzione. Non lo è neppure svendere decenni di studi e riflessioni sull’efficacia – oltre che sulla validità etica – di un’autentica difesa civile non armata e nonviolenta, in cambio dell’ipotetico riconoscimento legislativo di un dipartimento governativo che si occupi di una forma ‘complementare’ di difesa, in quanto non armata e non strettamente militare.

Eppure la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), insieme con la Consulta Nazionale per il Servizio Civile (CNESC) e la Campagna Sbilanciamoci! hanno deciso comunque di ripresentare questa proposta, senza un vero confronto sulla sua validità e coerenza, ad un anno dalla scadenza della legislatura e senza preventivo coinvolgimento delle forze politiche che dovrebbero sostenerla, una volta avallata da 50.000 firme ed incardinata nell’agenda parlamentare.

Ecco perché, con una costruttiva lettera – a mia firma ma condivisa dall’intero Consiglio Nazionale del MIR – abbiamo cercato chiarire la nostra imbarazzante posizione all’interno della RIPD, chiedendo di aprire una discussione franca, anche se tardiva, su quel testo, a partire dalle ‘obiezioni’ avanzate pubblicamente [v]da Antonino Drago, autorevole esperto italiano di Difesa Popolare Nonviolenta.

 «Già nell’art. 1 della LIP si afferma: “la difesa civile, non armata e nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, protezione e gestione non armata dei conflitti, [è] complementare alle forme di difesa militare”. Nella relazione introduttiva alla PdL si parla poi di “… forme di difesa civile basate su principi non armati e nonviolenti, integrando tali strumenti nelle proprie politiche di sicurezza nazionale […] L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono risposte civili…”. Ebbene, il fatto di aver definito la difesa civile e nonviolenta –l’aggiunta del termine “non armata” – mediante aggettivi quali “complementare”, “integrato”, “affiancata” nei confronti della tradizionale difesa basata sulle forze armate è il primo punto critico, da cui sorge legittimamente il dubbio che ad una visione alternativa se ne sia de facto sostituita una più ambigua e compromissoria» [vi].

Immagine pubblica e sostanza effettiva…

A quell’appello, però, non a fatto seguito un’adeguata risposta ed anche qualche altra timida voce di dissenso è stata subito messa a tacere, in nome di un’adesione acritica e passiva a decisioni assunte verticisticamente, ma che rischiano di compromettere la credibilità stessa del movimento per la pace ed in particolare della sua componente tradizionalmente nonviolenta.

Nella conferenza stampa di presentazione pubblica e lancio pubblicitario della L.I.P. – tenuta in Senato il 6 luglio 2026 [vii] – i relatori intervenuti hanno piuttosto  insistito sugli elementi che accomunano in modo un po’ generico le persone che odiano la ferocia della guerra ed aspirano a modalità difensive e di resistenza non armate. La prof.ssa De Cesare ha ribadito il no al riarmo, alla retorica militarista e alla logica bellica. L’attore Ascanio Celestini ha giustamente ricordato come anche in Italia la resistenza abbia spesso assunto le caratteristiche di una difesa civile, disarmata e popolare.

Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, ha inquadrato la proposta come uno strumento per aprire un nuovo scenario, attuando l’art. 52 della Costituzione e contribuendo a costruire strutture di pace. Ha insistito, inoltre, sull’esigenza di “mettere sotto un unico cappello quello che c’è già”, sebbene – a dire il vero – i tre obiettivi individuati (prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti) allo stato attuale siano lontani dall’essere stati già affrontati organicamente ed efficacemente.

Guido Marcon (Sbilanciamoci!) ha parlato di dialogo, riconciliazione, disobbedienza civile e resistenza, lamentando l’assenza dell’ONU ma ipotizzando a livello italiano una difesa alternativa che integri servizio civile e ‘corpi civili di pace’. Rossano Salvatore (CNESC), infine, ha insistito sul valore del servizio civile ed ha fatto appello a ripartire da ciò che si è già fatto, ma nella cornice di un Dipartimento specifico che coordini la difesa civile con le preesistenti struttura della protezione civile nazionale e del corpo (militarizzato)dei Vigili del Fuoco.

Insomma, in quella conferenza stampa si è parlato molto dello scenario e della possibile trama dell’azione scenica da svolgervi, ma poco del copione che è stato scelto per questo portare avanti compito. Si è mantenuto non a caso un ‘low profile’, lasciando intendere che la legge proposta sarebbe in fondo una necessaria razionalizzazione di ciò che c’è già, guardandosi bene viceversa dall’insistere sulla carica alternativa, antimilitarista e nonviolenta insita in una difesa civile, sociale e popolare degna di questo nome.

Peccato davvero, perché il comprensibile realismo di un ‘programma costruttivo’ non mi sembra che giustifichi una versione annacquata ed ambigua di quella vera alternativa difensiva che, invece, sarebbe l’unica seria motivazione per uscire dalle secche della rassegnazione e dell’adattamento ad una deriva militarista, riarmista e bellicista.

La stessa campagna di rilancio dell’obiezione di coscienza, a mio avviso, potrebbe essere compromessa da questo totale investimento sulla normalizzazione legislativa di una difesa solo ‘altra’, per di più col rischio che un eventuale fallimento della sua sottoscrizione si riverberi negativamente su tutto il movimento italiano per la pace oppure che, una volta giunta sui banchi del Parlamento, quella zoppicante proposta venga ulteriormente azzoppata e cinicamente fagocitata dalla logica perversa del complesso militare-industriale.

Non era questa “l’aggiunta nonviolenta” di cui parlava Aldo Capitini, che avrebbe nutrito seri dubbi sulla strumentale banalizzazione di quella nonviolenza alla cui teoria e pratica aveva dedicato i suoi fondamentali contributi ed alla quale dovrebbero comunque ispirarsi, anche al loro interno, coloro che si fregiano di quel titolo.


[i] https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf

[ii] https://www.difesacivilenonviolenta.org/la-proposta-di-legge/

[iii] https://ermetespeacebook.blog/2014/11/23/nonviolenza-o-nonvolenza/

[iv] Cfr. alcuni miei precedenti articoli, fra cui: https://ermetespeacebook.blog/2021/04/03/piano-di-ripresa-militar-industriale/    https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/

[v] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/05/16/nonviolenzala-legge-sulla-difesa-popolare-non-protegge-lobiezione/8388182/

[vi]   Dalla lettera inviata il 12 maggio 2026 dal MIR Italia alla Segreteria della Campagna “Un’altra difesa è possibile

[vii]  https://retepacedisarmo.org/2026/un-altra-difesa-e-possibile-accelera-la-raccolta-verso-lobiettivo-delle-50-000-firme-necessarie-per-il-deposito-del-testo-di-legge/

© Ermete Ferraro, 2026

Le radici d’uno sprezzante antipacifismo

La sindrome dell’inerme”, cui il prof. Ermesto Galli della Loggia in un suo articolo si sente autorizzato a far risalire “le radici del pacifismo italiano” ( Corriere della Sera del 3 maggio 2026 ), a suo avviso consisterebbe ne “l’effetto terribile e duraturo che la sconfitta del 1940-’45 ha prodotto nella coscienza nazionale italiana. Non tanto il brutale abbassamento di rango del Paese sancito dalla resa incondizionata, bensì una segreta perdita di fiducia in noi stessi, di autostima […] Non ci sentiamo pronti alla minima audacia, più disposti a osare. E così accade che l’impotenza, le parole, i dibattiti, le chiacchiere ci stiano soffocando […] La «sindrome dell’inerme» implica un solo comandamento: durare e non fare, galleggiare, sopravvivere. E infatti ormai da oltre vent’anni l’Italia non fa altro che sopravvivere. Ma in un immobilismo che sempre di più assomiglia all’asfissia di una lenta morte”.

Questa semplicistica e sprezzante lettura psico-sociale del pacifismo italiano – di cui evidentemente egli conosce molto poco – gli consente di degradare a soggetto vile ed opportunista non solo il movimento che intende colpire, ma un po’ tutti gli italiani.  “Inerme”, però, significa letteralmente “senza armi”, non certo debole, vigliacco, immobile e tendente alla mera sopravvivenza. Il fatto che la Costituzione della Repubblica Italiana preveda all’art. 11 il “ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo per risolvere le controversie internazionali”, inoltre, non contrasta affatto, come Galli della Loggia lascia intendere – col successivo art. 52, in cui si definisce la difesa della Patria “sacro dovere del cittadino”. Ben due sentenze della Corte Costituzionale, infatti, hanno da tempo sancito che tale “difesa” non s’identifica con quella armata, ma abbraccia modalità alternative ad essa, come la difesa civile, non armata e nonviolenta, recentemente riproposta con una Legge d’iniziativa popolare proprio dall’ inerme movimento pacifista.

Ma mentre rifiutare il bellicismo ha certamente un senso, ed un senso positivo – pontifica il docente – invece, essere «contro la guerra» un senso non ce l’ha. Non vuol dire concretamente nulla. Per la semplice ragione che non ha alcun senso logico essere contro qualcosa che non dipende da te”.   Anche il questo caso qualcuno dovrebbe spiegare a Galli della Loggia che “essere contro la guerra” è in primo luogo quel principio costituzionale che egli stesso ha definito “più che comprensibile” e che, inoltre, le guerre esistono perché qualcuno le fa, e quindi dipendono dalle persone. Opporsi alla guerra, obiettando in prima persona alla inevitabilità di esserne strumento, viceversa, è dunque l’atto più concreto e coraggioso che un soggetto possa compiere.

Ebbene sì, esimio professore: la nostra Carta costituzionale – checché ne pensi lei – “proibisce la guerra”, e addirittura giunge a scacciarla a pedate (che è poi il senso etimologico di quel ‘ripudia’). Ma forse lei confonde l’aggettivo ‘inerme’ (che non ricorre alle armi) con ‘inerte’ (che il dizionario Sabini Coletti definisce con “inattivo, inoperoso, abulico, indolente”), ignorando (o fingendo di’ignorare…) che la nonviolenza attiva è l’esatto contrario della vigliaccheria e soprattutto che studi scientifici statunitensi hanno dimostrato che il 60% dei conflitti sono stati risolti senza ricorso alle armi, bensì alle forme di resistenza nonviolenta (non collaborazione, boicottaggio, obiezione ed altre forme di disobbedienza civile). Altro che “immobilismo”. “sfiducia” e “impotenza”!  

Evidentemente altri preferiscono essere condizionati piuttosto dalla ‘sindrome del subalterno’, cioè di chi entra in guerra solo perché lo ha ordinato il capo, che decide per tutti, stabilendo chi sono i buoni e chisono i cattivi da combattere. Ma l’obbedienza, come diceva don Milani, ormai da tempo “non è più una virtù”. Galli della Loggia se ne faccia una ragione, evitando comunque di tacciare di viltà ed inerzia chi coerentemente s’impegna a far prevalere le ragioni costruttive del dialogo (e se questo fallisce, della resistenza nonviolenta) a quelle distruttive del conflitto armato e della legge del più forte.

(C) 2026 Ermete Ferraro

UNA DIFESA PIU’…COMUNICATIVA?

Una comunicazione…strategica

Mentre stenta a diffondersi ed affermarsi un modello di comunicazione nonviolenta – sebbene anche in Italia la ricerca e l’educazione in tal senso stiano diventando a poco alla volta argomento di studio e di approfondimento [i], non possiamo fare a meno di notare che l’attenzione a modalità comunicative più efficaci e convincenti sembra essere diventata una delle priorità del Ministero della difesa. Questo insolito impegno dei nostri vertici militari sul piano della comunicazione può senz’altro essere ricondotto alle abituali strategie propagandistiche delle forze armate, ma non credo che si debba sottovalutare che alla comunicazione da adottare da parte loro sia stato dedicato anche un apposito manuale [ii].

La contaminazione del settore militare da parte del lessico aziendalista non è certamente una novità, così come in ambito aziendale da tempo si parla di ‘strategie aziendali’, usando spesso un linguaggio piuttosto bellico. Gli obiettivi della comunicazione efficace, finalizzata alla promozione del marketing, sono stati già mutuati da organizzazioni con caratteristiche molto differenti, come è successo con la scuola e come ora accade con la difesa. Anche in tali ambiti, infatti, chiarezza, coerenza e capacità di cogliere il bersaglio sono comunque fondamentali, insieme all’impiego d’un linguaggio credibile, carismatico e soprattutto persuasivo.

La tendenza ad impiegare particolari modalità comunicative in ambito militare ha caratterizzato soprattutto le forze armate statunitensi, dove l’attenzione ad un linguaggio ‘effective’ è sempre stata più marcata.  In un recente articolo [iii], ad esempio, s’individuavano a tal proposito 16 ‘principi-chiave’, di cui i principali sono: chiarezza, brevità, empatia, adattabilità, linguaggio positivo, intelligenza emotiva. Un’altra fonte per capire come le forze armate degli USA hanno affrontato la questione è un capitolo di un libro dedicato specificamente alla ‘comunicazione militare’ [iv].  Una buona comunicazione – vi si afferma – è la pietra angolare di una leadership efficace e un’importante componente in ambito militare, in quanto accresce la consapevolezza delle questioni e fornisce possibili soluzioni, facendo anche da ponte verso le altre sensibilità culturali e quindi facilitando il consenso.

Nel manuale predisposto dal Ministero della difesa italiano, più che ad una generica efficacia comunicativa del linguaggio militare, sembra però che si punti a un obiettivo più specifico: omogeneizzare e rendere accattivante e persuasiva l’immagine delle nostre forze armate, allo stato non particolarmente brillante. Non è un caso che le finalità perseguite da quel dicastero [v] siano stati individuate principalmente nella identità, sinergia, rapidità, credibilità, efficacia ed integrazione del c.d. ‘strumento militare’, lasciando intendere che finora esso sia stato caratterizzato in modo abbastanza differente.

Fondare la comunicazione della Difesa su quei sei pilastri è dunque considerata dai vertici politici e militari la bussola per orientare le sue attuali e future strategie propagandistiche verso la società civile, le agenzie formative ed il mondo della produzione, penetrandole e contaminandole con i propri ‘valori’. Ecco perché vale la pena di approfondire questo aspetto, proprio alla luce della crescente pervasività della ‘cultura militare’ nella nostra società.

Metalinguistica della comunicazione militare

Scandagliare le modalità comunicative di testi riguardanti la Difesa, utilizzando le tecniche dell’ecolinguistica ed in particolare l‘analisi critica del discorso’, è un esercizio che ho già illustrato nel mio ultimo libro [vi] e praticato in alcuni articoli sul mio blog ecopacifista [vii]

In questo caso, però, la mia indagine assume dei tratti metalinguistici, perché non si tratta tanto di analizzare le caratteristiche linguistiche di un testo, ricavandone informazioni sulle sue reali finalità comunicative, quanto di cogliere tali aspetti in uno scritto che indica ai militari proprio le modalità da adottare nella loro comunicazione pubblica.

L’opuscolo ministeriale, a partire dal dichiarato perseguimento dei sei obiettivi già anticipati, si pone infatti come un concreto manuale di comunicazione efficace per i vari gradi e funzioni delle forze armate italiane, il cui ‘scopo’ sarebbe “garantire che i cittadini siano adeguatamente informati e coinvolti, favorendo la loro consapevolezza e partecipazione nelle scelte e attività pubbliche (p. 3).  Poche righe più avanti, questa finalità ‘sociale’ viene di fatto smentita dall’affermazione che tale “policy comunicativa”. deve comunque essere in linea con le linee programmatiche del Ministero della difesa emanate nel 2023 e che “rappresentano il principale riferimento normativo e strategico per l’individuazione degli obiettivi che dovranno essere perseguiti dalla Funzione Comunicazione della Difesa”.

Il lodevole scopo informativo e partecipativo dichiarato in premessa, però, mal si concilia col prioritario rispetto gerarchico di rigide norme e finalità strategiche calate dall’alto, fra cui spiccano: (a) la centralità geopolitica del Mediterraneo e dell’Africa (“fronte sud dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea”); (b) il posizionamento dell’Italia come “hub energetico per l’Europa”; (c) la collaborazione con organizzazioni globali come ONU, NATO e UE per “la rinnovata promozione di un ordine internazionale” (p. 4); (d) “La gestione delle risorse idriche e alimentari, cruciale per la sicurezza nazionale e l’economia”; (e) la Cybersecurity e il dominio italiano “in materia spaziale ed aereospaziale”. 

Tutti questi obiettivi politico-militari non sembrano affatto una semplice proposta da sottoporre al confronto democratico, semmai decisioni già assunte, che comunque occorre far…digerire alla comunità civile in modo indolore.

L’evoluzione della società richiede che la Difesa non solo si adatti ai cambiamenti, ma che diventi un agente di trasformazione, migliorando continuamente le proprie strutture, la formazione e le capacità decisionali. Questo implica una valorizzazione delle diversità, una promozione della meritocrazia e un adattamento a tempi in cui la rapidità di azione e la capacità di visione globale sono essenziali” (p. 5).

Emerge con chiarezza l’esigenza di un cambiamento nella postura della struttura difensiva italiana, improntandola ad un modello d’azione decisamente più aperto, efficiente e veloce, come conferma il tris di aggettivi usati poco dopo per prefigurare appunto “una Difesa italiana rinnovata, più agile ed efficace”, in cui le forze armate siano “pronte a gestire sfide di complessità crescente”, con una “visione interforze” (pp.5-6). Ma il cuore del discorso, nello specifico, mi sembra la seguente affermazione:

La Comunicazione ha come obiettivo principale quello di presentare la Difesa e le Forze Armate come elementi essenziali del sistema nazionale e internazionale di sicurezza, al servizio della protezione delle nostre libertà. Sarà fondamentale comunicare l’immagine di un Comparto Difesa coeso, preparato, integrato ed efficiente, capace di esprimere tecnologie all’avanguardia, senza ignorare i costi e gli impegni che tale capacità comporta” (p.6).

Insomma, ciò che i vertici politico-militari ci vogliono far sapere è che: (i) grazie alle ff.aa. siamo e saremo più sicuri e protetti; (ii) ciò prevede la promozione di una loro immagine più coesa, efficiente e moderna. Questo messaggio, d’altronde, lascia intendere che tutto ciò non è proprio di attualità, ragion per cui l’urgente riforma strutturale dell’organizzazione militare va integrata da una valida campagna comunicativa, che fin da subito ne rafforzi e migliori l’immagine pubblica.

Per tutti vale il tassativo indirizzo che … sempre, si dovrà far riferimento a un’unica realtà identitaria che si sintetizza con il termine “DIFESA” (p. 8), anche qui evocando per contrasto i fantasmi di cinque armi diverse e specifiche, in competizione tra loro.

I canali individuati dal manuale della Difesa per promuovere questa rinnovata ed unitaria immagine delle nostre ff.aa. sono molteplici. Si va dagli eventi pubblici (mostre, convegni, seminari…) ad iniziative culturali (editoriali, cinematografiche, televisive, accademiche…) ed a promozioni esterne (patrocini, campagne comunicative specifiche ed interministeriali…), partendo ovviamente da celebrazioni ufficiali più o meno popolari (7 gennaio, 17 marzo 25 aprile, 2 giugno, 4 novembre, 12 novembre).

I destinatari del documento vanno, gerarchicamente, dai decisori politici agli interlocutori interni alle ff.aa., passando per una generica ‘opinione pubblica’ e per gli ‘attori culturali ed economici’, cui recentemente il M.D. ha dedicato palesemente una particolare attenzione, infiltrando il sistema formativo e produttivo italiano. Ad un certo punto del documento, peraltro, si parla ancor più apertamente di “progetti pubblicitari e di brand marketing’” (p. 9), presentando il comparto della difesa come una sorta di ‘corporation’, che deve fare i conti con una ‘compatibilità finanziaria’ non adeguata a questa epocale trasformazione.

Quali sono gli obiettivi della comunicazione sulla difesa?

Nel documento ministeriale, le sei finalità generali della comunicazione militare (identità, sinergia, rapidità, credibilità, efficacia ed integrazione) vengono declinate con maggiore precisione, enunciando sei obiettivi da perseguire attraverso tale modalità comunicativa.

  1. Identità verbale (#NOISIAMOLADIFESA), esplicitata come ricerca della ‘unità nella diversità’, in una logica ‘interforze’ che consenta una ‘integrazione’ sul piano fisico, cognitivo e virtuale. Per conseguire questo obiettivo, si precisa, va acquisita una ‘semantica condivisa’, in modo da ‘evitare le diversità’ ed ‘enfatizzare l’unità’.

“Va poi posto ogni sforzo per far conoscere l’entusiasmo, la passione, e la dedizione – in sintesi i valori – che caratterizzano l’agire del personale e l’appartenenza alla Difesa. Le Forze Armate dovranno effettivamente diventare nel più breve tempo possibile un unicum realmente integrato, interoperabile, complementare e armonizzato” (p. 10).  

Sul piano semantico, è evidente l’insistenza sul concetto di unità, che richiede uno sforzo di integrazione, complementarietà ed armonia, per superare le ovvie diversità puntando invece sui ‘valori’ comuni delle ff. aa.  Ma il fatto stesso che per descrivere la loro auspicata ‘unità’ siano utilizzare espressioni come ‘identità verbale’ e ‘semantica condivisa’ lascia trasparire che si tratta di una strategia comunicativa più che d’un effettivo cambiamento.

  • Sinergia delle componenti: essa sembrerebbe invece indicare una trasformazione più pratica e concreta dello ‘strumento militare moderno’, per conferirgli la “capacità di essere perfettamente interoperabile, complementare e armonizzato è necessaria per prevalere contro future minacce, non solo in ambito Alleanza, ma anche a livello nazionale” (p. 11).  Le condizioni per raggiungere l’obiettivo sono, da un lato, l’integrazione dei processi formativi del personale e, dall’altro, una “profonda evoluzione in chiave interforze dello strumento militare sul piano ordinativo, logistico, tecnologico e normativo”, rivedendo le strutture di vertice ed unificando settori e servizi comuni delle ff. aa.

In questo secondo caso le parole-chiave sono sinergia ed integrazione, concetti che insistono su un’identità da costruire e richiedono quindi una fase intermedia di formazione degli addetti e di revisione delle strutture. In tale direzione, la realizzazione di una strategia comunicativa comune – sul piano linguistico ed informatico – viene appunto considerata essenziale.

  • Rapidità dei processi decisionali: in questo paragrafo noto una contraddizione tra la lusinghiera affermazione che “l’organizzazione delle forze armate è un’eccellenza nel panorama istituzionale nazionale” e quella immediatamente successiva, secondo la quale “si necessita, quindi, di una rapidità decisionale ben superiore a quella generata dall’attuale architettura della Difesa […] Un Sistema Difesa efficiente è un obiettivo che va raggiunto per il futuro della nostra Nazione e per il futuro delle Organizzazioni internazionali di cui facciamo parte” (p. 13). Insomma, premesso enfaticamente che in Italia il modello organizzativo della difesa è già ‘eccellente’, nel documento il suo vero limite allo stato è invece individuato nella sua non ancora adeguata ‘capacità decisionale’. Anche nell’enunciazione delle due condizioni per raggiungere tale obiettivo mi sembra che affiori una contraddizione. Se da un lato si auspica uno snellimento procedurale attraverso una logica bottom-up – che darebbe più peso alla base dell’0rganizzazione – dall’altro si sottolinea che “bisognerebbe spostare più in alto possibile il punto dove risiedono le conoscenze e competenze necessarie” (p. 13), richiamando invece una logica verticistica, di natura meritocratica e gerarchica. Resta poi oscuro e un po’ ‘inquietante il successivo riferimento alla ‘specificità d’azione del militare’ ed alla necessità di “guadagnare e mantenere un vantaggio cognitivo,attraverso una supremazia informativa predittiva”.
  • Credibilità dello Strumento di Difesa: “La credibilità delle organizzazioni, e prima ancora delle Istituzioni, passa anche attraverso un positivo ed efficiente rapporto di gestione delle risorse e output da esse prodotto – in particolar modo un efficiente rapporto tra personale impiegato e risultato ottenuto da tale impiego […] Occorre pertanto elaborare degli strumenti di misurazione e analisi quantitativi e qualitativi che ci permettano di valutare l’efficacia operativa in assenza di un impiego effettivo dello Strumento Militare.” (p. 15).  In tale premessa, di sapore più aziendale che militare, spiccano due concetti-base tipici del processo produttivo, efficienza ed efficacia dell’azione intrapresa, misurabili in base ai risultati conseguiti. Le condizioni per raggiungere questo quarto obiettivo sono infatti il “miglioramento, monitoraggio e misurazione della performance addestrativa del personale” ed una “riflessione sull’adeguata ripartizione delle dotazioni organiche del personale militare rispetto alle esigenze funzionali”. Uscendo dal consueto burocratese, ciò significa che si bisogna procurarsi più idonei strumenti valutativi dei risultati, ma anche adeguare l’organico militare alle sue nuove ed accresciute necessità operative. Mi sembra importante sottolineare anche l’affermazione seguente: “L’attuale modello, basato essenzialmente sul meccanismo del transito in servizio permanente, preclude un regolare avvicendamento fra più anziani e giovani. Di contro, l’obiettivo dovrebbe essere quello di offrire ai giovani un’esperienza a tempo determinato, con un qualificato programma di reinserimento nel mondo del lavoro” (p. 16).  Se sul piano quantitativo sembra che s’ipotizzi il ripristino di meccanismi certi e dinamici di reclutamento, su quello qualitativo si apre ad una ‘riserva selezionata’, composta da ‘esperti’ e personale “privo di pregresse esperienze militari”.
  • Sviluppo capacitivo ed efficacia d’impiego: il raggiungimento di questo obiettivo richiede “la certezza e la stabilità dei finanziamenti”, ma soprattutto “l’autonomia strategica nella ricerca scientifica e tecnologica: una sfida che vede il Sistema Difesa quale catalizzatore delle migliori energie creative, innovative e produttive del Paese” (p. 19). Emerge qui un elemento importante per l’efficacia del sistema militare, cioè la sua rivendicata autonomia in ambito scientifico e tecnologico. Una sorta di patente per agire in quel campo senza troppi controlli e limiti, in nome della difesa nazionale, come viene esplicitato in un successivo paragrafo, sul quale conviene quindi soffermarsi.

“…è bene spendere alcune parole per inquadrare anche sul piano etico e morale la questione della ricerca scientifica a fini militari. Per alleviare il senso di disagio che molti cittadini provano al pensiero che parte delle loro tasse sia utilizzata per finanziare lo sviluppo di moderni sistemi d’arma. Segnaliamo tre ragioni: la prima: è un dovere verso i nostri militari, che inviamo nel mondo, con questi sistemi d’arma, per difendere, ancor prima che i nostri interessi strategici, il supremo interesse di pace e sicurezza […] La seconda: noi siamo, quando ci muoviamo, dalla parte del giusto. Non perché siamo più bravi, ma perché la Costituzione è chiara. Il Parlamento si esprime e vigila. L’impiego delle nostre capacità militari è sempre stato e sempre sarà legittimo e rispettoso dei principi sanciti nel Diritto Internazionale Umanitario e dei conflitti armati […] La terza: larga parte del progresso della nostra società è una traslazione civile di innovazioni militari. Internet, il sistema GPS, il Radar, i Gruppi di Lavoro multi- disciplinari, i velivoli commerciali e i loro sistemi di sicurezza, i droni… sono solo alcuni esempi delle ricadute civili della ricerca a scopi militari” (pp. 19-20)

In questa parte del testo risulta evidente un atteggiamento autodifensivo dell’organizzazione militare che, non ignorando il ‘disagio’ morale della gente comune al pensiero che le tasse servano a finanziare progettazione e realizzazione di più moderni armamenti, intende rispondere con fermezza a tali obiezioni. La replica del Ministero si basa su tre princìpi che ritiene inconfutabili: 1) le ff. aa. difendono “il supremo interesse di pace e sicurezza” prima ancora che “i nostri interessi strategici”; 2) i militari sono, sempre e comunque, “dalla parte del giusto”, operando nella legittimità costituzionale e nel diritto internazionale; 3) la ricerca militare ha comunque “ricadute civili” che contribuiscono al progresso. Si tratta però di postulati tutti da dimostrare, affermazioni apodittiche che contrastano con la realtà.

La retorica dichiarazione di anteporre pace e sicurezza agli interessi nazionali, infatti, è già un’ammissione indiretta che questi due ‘interessi’ non coincidono. Anche la dichiarazione che le nostre ff. aa. sono costituzionalmente al servizio della democrazia repubblicana, oltre ad essere smentita da episodi più o meno recenti di trame e complotti, è contraddetta proprio dalla pretesa di ‘autonomia’ – e quindi di non sindacabilità e segretezza – della ricerca militare. Anche la terza affermazione è discutibile, poiché il possibile, ma non scontato, utilizzo civile delle c.d. ‘innovazioni militari’ non giustifica affatto la realizzazione di sistemi d’arma sempre più potenti e distruttivi.

  • Integrazione nei meccanismi dell’Alleanza e nei rapporti bilaterali.  Ai nostri militari, a quanto pare, non basta un ruolo da comprimari o, peggio, da comparse nei sempre più frequenti film di guerra. “Quale che sia la natura o la fattispecie della nostra partecipazione, il ruolo della Difesa italiana non può limitarsi meramente a quello di nazione contributrice di truppe. Deve aumentare la nostra rilevanza e la capacità autonoma di influenzare processi e operazioni in ambito internazionale […] (bisogna) incrementare ulteriormente la nostra capacità di influenzare i processi decisionali politico-militari nei consessi internazionali cui partecipiamo. n tale ambito vi sono segnali assai incoraggianti, primo tra tutti l’essere riusciti a far riconoscere dalla NATO la priorità del Fianco Sud nel nuovo Concetto Strategico. Di pari importanza è il nostro contributo nella stesura della Bussola Strategica in ambito UE.” (p. 21). Le parole-chiave di questo obiettivo mi sembrano rilevanza e influenza. Da essi si percepisce una certa insoddisfazione per il non ancora adeguato riconoscimento del nostro ruolo militare, da cui la richiesta di maggiore spazio e rilevanza all’interno sia dell’Alleanza Atlantica, sia dell’Unione. Non a caso si rivendica la priorità di un ‘tavolo Esteri-Difesa’ ed una ‘postura più matura’ nei riguardi delle missioni militari all’estero, per le quali si rivendicano procedure semplificate ed il riconoscimento di una leadership.

Che cosa ci vuole comunicare la comunicazione militare?

Nella parte finale del documento troviamo una “Declinazione degli Obiettivi del Sistema Difesa in obiettivi di comunicazione”, a partire da alcuni ‘messaggi’ che la comunicazione militare dovrebbe opportunamente veicolare:

  1. cambiare la percezione dello Strumento Militare nazionale: da “efficiente e apprezzato in tutto il mondo, ma costoso” a “efficace e apprezzato in tutto il mondo, utile alla tutela degli interessi nazionali quale strumento di politica estera nonché formidabile volano di crescita per il Paese”;
  2. far capire che “i finanziamenti della Difesa non sono un “costo” da sostenere sottratto a settori percepiti come socialmente più “utili”, bensì un “investimento” in sicurezza, libertà e prosperità economica”;
  3. avviare un “processo di divulgazione e promozione della “cultura della Difesa” attraverso iniziative idonee a far conoscere le attività condotte dalle Forze Armate, sia quelle svolte nell’assolvimento dei propri compiti istituzionali sia quelle svolte a supporto della sicurezza e della stabilità globali nell’ambito delle Alleanze e delle Coalizioni di riferimento;
  4. promuovere il “processo di ammodernamento dello Strumento militare in termini di avanguardia tecnologica, interoperabilità e digitalizzazione […] le attività della Difesa con diretta ricaduta sullo sviluppo del Sistema Paese (industria, politiche energetiche, politiche immobiliari) […] l’acquisizione di valide risorse umane, in termini di reclutamento, addestramento e formazione” (p. 23).

Ancora una volta sono richiamati aspetti che dovrebbero valorizzare il ruolo delle ff. aa. agli occhi della società civile, usando gli strumenti della comunicazione per scopi di propaganda militare.  Ritornano infatti concetti-chiave già enunciati (efficacia, crescita, sicurezza, stabilità, modernità), ma con una maggiore insistenza sulle ricadute socio-economiche della riforma delle ff. aa. (apprezzamento, investimento, prosperità, sviluppo).

I “temi di comunicazione” esposti in conclusione sono una utile sintesi di quanto il M.D. (e quindi il Governo) intende affermare, ricorrendo ad alcune parole d’ordine, slogan/hashtag da utilizzare in chiave mediatico-pubblicitaria:

  1. “Unità nella diversità”;
  2. Difesa come “moltiplicatore di opportunità del brand Italia e non solo del made in Italy”;
  3. Difesa strumento indispensabile di deterrenza”;
  4. “Difesa a presidio degli interessi nazionali e dello sviluppo sostenibile” (p. 24);
  5. “Difesa come collettore/convogliatore/acceleratore tecnologico del Paese”;
  6. “Difesa al servizio del Paese non solo per la sicurezza”;
  7. “Difesa come modello di ricerca, innovazione e cambiamento”;
  8. “Difesa per il proprio personale”;
  9. “Difesa come promotore delle iniziative del Sistema Paese e della cooperazione internazionale”;
  10. “Difesa solidale” (p. 25);
  11. “Difesa patrimonio di valori e tradizioni”;
  12.  “Difesa interprete dell’esigenza di una sicurezza collettiva condivisa”.

Anche questo ‘dodecalogo’ del buon comunicatore militare ricicla alcune parole-chiave evidenziate nella prima parte del documento (unità, sicurezza, innovazione), ma introduce altri concetti che rendano più positiva l’immagine delle nostre ff. aa. (opportunità, deterrenza, interesse nazionale, sostenibilità, accelerazione tecnologica, cooperazione, solidarietà, difesa delle tradizioni, condivisione).

A questo punto, provo anch’io a rendere in modo sintetico quale immagine di ‘difesa’ il Ministero cerca di trasmettere attraverso la ‘comunicazione militare’.

A. CONCETTI BASILARIB. FINALITÀ DICHIARATEC. IMMAGINE PROPOSTAD. MESSAGGI DA COMUNICARE “la Difesa è…”
1.Identità1. Informazione1. Agilità1. Volano di crescita
2. Sinergia2. Coinvolgimento2. Efficacia2. Non costo ma investimento
3. Rapidità3. Consapevolezza3. Meritocrazia3. Fonte di sicurezza e stabilità
4. Credibilità4. Partecipazione4. Coesione4. Stimolo allo sviluppo nazion.
5. Efficacia5. Trasformazione5. Preparazione“la Difesa serve a…”
6. Integrazione6. Valorizzazione6. Integrazione5. Deterrenza
  7. Efficienza6. Sostenibilità
  8. Modernità7. Accelerazione tecnologica
   8. Cooperazione
   9. Solidarietà
   10. Difesa delle tradizioni
   11. Condivisione

Da questo schema riassuntivo risalta l’intento del M.D. di utilizzare la comunicazione militare per trasmetterci un’immagine della difesa sempre più:

  1. unitaria (A1 – A2 – A6 – C4 – C6);
  2. moderna (B5 – C8);
  3. credibile (A3 – A4 -A5 – C1 – C2 – C3 – C5 – C7 – D2 – D7);
  4. popolare (B1 – B2 – B3 -B4 – B6 – D8 – D9 – D10 – D11);
  5. utile socio-economicamente (D1 – D3 – D4 – D5);
  6. sostenibile (D6).

Insomma, teniamo conto di questa ’strategia comunicativa’ del Ministero della difesa quando siamo raggiunti – sempre più spesso – da messaggi mediatici che esaltano le forze armate e promuovono la ‘cultura militare’. Si tratta di narrazioni smaccatamente propagandistiche, che mirano solo ad accrescere subdolamente il consenso alla militarizzazione della società civile, alla quale dobbiamo invece fermamente opporci [viii].


NOTE

[i] Cfr., ad es.: Marshall B. Rosenberg, Insieme possiamo farcela. Come risolvere i nostri conflitti in modo efficace e senza violenza, Torino, Esserci, 2017; Idem, Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta, Torino, Esserci, 2003; Jean-Philippe Faure – Celine Girardet, Empatia. Al cuore della comunicazione non violenta, Firenze, Terra Nuova ed., 2017; Ermete Ferraro, Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi ed., 2022

[ii]  Ministero della Difesa, Programma di Comunicazione M. D., Anno 2025 (Parte I) https://www.difesa.it/assets/allegati/3706/pc_md_2025.pdf

[iii] Cfr. Sgt. Nicolas Perez, 16 Key Principles of Effective Communication, DBDS, U.S. Dept. Of Defense, 2023 https://www.dvidshub.net/news/439448/16-key-principles-effective-communication

[iv]  Cfr. Angela M. Yarnell,; Cindy Dullea, Neil E. Grunberg, Chapter 11: Military Communication https://medcoeckapwstorprd01.blob.core.usgovcloudapi.net/pfw-images/dbimages/Fund%20ch%2011.pdf

[v]  Cfr. Min. Dif., Programma di Comunicazione, cit., pp. 10-23

[vi]  E. Ferraro, Grammatica ecopacifista, cit.

[vii]  Cfr. ad es.: Ermete Ferraro, Un militarismo futurista? Analisi critica del discorso del gen. Carmine Masiello (2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/Il camaleontico ambientalismo dei militari (2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/07/24/il-camaleontico-ambientalismo-dei-militari/Camaleonti con le stellette (2022) https://ermetespeacebook.blog/2022/02/09/camaleonti-con-le-stellette/ ; A rotta di…protocollo (2022) https://ermetespeacebook.blog/2022/01/29/a-rotta-di-protocollo/ ; Strategie sanitarie… (2021) https://ermetespeacebook.blog/2021/03/02/strategie-sanitarie/ ; Fenomenologia dello ‘strumento militare’ (2020) https://ermetespeacebook.blog/2020/05/26/fenomenologia-dello-strumento-militare/

[viii] Su questo tema ci sono varie ed utili fonti informative da consultare, in primo luogo il sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università https://osservatorionomilscuola.com/ ). V. anche il mio saggio “Il militarismo eterno”, Academia.edu, 2020  https://www.academia.edu/44126545/IL_MILITARISMO_ETERNO_Ermete_Ferraro  

© 2025 Ermete Ferraro

Un militarismo… futurista?

Analisi Critica del Discorso del gen. Carmine Masiello

Premessa

Ha fatto scalpore il discorso tenuto dal Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale di C.A.  Carmine Masiello, che all’inaugurazione dell’anno accademico degli istituti di formazione dell’Esercito ha deciso di parlar chiaro, affermando che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra” e che quindi la formazione dei futuri soldati può essere impartita solo in una “scuola di guerra[i]. La clamorosa rottura d’un consolidato tabù verbale, che per anni ha evitato l’esplicitazione della destinazione sostanzialmente bellica delle forze armate, edulcorandone la funzione in chiave ‘civile’, ha suscitato prevedibili reazioni critiche tra coloro che fanno parte dell’arcipelago pacifista. Viceversa, le marziali dichiarazioni del generale Masiello hanno sortito un effetto quasi liberatorio sui colleghi delle alte sfere militari, che si sono affrettati a cogliere l’occasione per esternare il loro represso malumore.

CARMINE MASIELLO – SOTTOCAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA

Tra i commenti più importanti, quello del gen. Leonardo Tricarico, ex Capo di stato maggiore dell’Aeronautica, il quale ha approfittato per ironizzare sulle reazioni di chi, avendo in precedenza cercato di «riconvertire l’esercito in una costola della Protezione Civile […] si allarma invece quando un capo di Stato Maggiore richiama l’attenzione generale sulla missione propria delle Forze Armate…»[ii]. Tricarico ha criticato inoltre «l’incultura della difesa dominante» che sarebbe frutto di «scarsa o nulla attenzione che larga parte del mondo della politica dedica alle Forze Armate», concludendo con una tagliente affermazione: «…bene ha fatto quindi Masiello a sfidare l’ipocrisia dominante e a richiamare implicitamente l’attenzione sui doveri elusi da parte di molti». [iii]

Alla sua impennata polemica ha fatto eco l’esternazione di un altro ex-vertice militare, il gen. Marco Bartolini (già comandante della ‘Folgore’), che ha confermato il suo appoggio a Masiello, nelle cui parole non vedeva nessun «assurdo richiamo alla necessità della guerra», ma «semplicemente un richiamo alla realtà”», in contrapposizione a «…un’interpretazione ideologica del dettato costituzionale, secondo cui con l’articolo 11 l’Italia non si limita a ripudiare la guerra, ma ad ‘abolirla’ addirittura facendo ipocritamente finta che si tratti di un fenomeno del passato, anacronistico, che non ci riguarda». Dopo questa scandalizzata affermazione, ha così concluso:

«Masiello ha dato voce, approfittando delle preoccupanti contingenze attuali, a una realtà che per gli addetti ai lavori era nota da sempre ma non si poteva proclamare a chiara voce perché turbava l’opinione pubblica». [iv]

Notiamo che in questi due interventi risuona in sottofondo un giudizio comune: far finta che le forze armate servano a funzioni civili è una dimostrazione di deprecabile ipocrisia. Ebbene, pur dal fronte opposto dei pacifisti nonviolenti, non posso non associarmi a questa valutazi0ne, dal momento che innegabilmente per decenni si è cercato di mistificare il ruolo del sistema militare, conferendogli virtù civili e compiti di supporto alla giustizia, alla sanità ed alla protezione civile che oggettivamente non gli spettano. Ciò che i tre alti ufficiali evitano di dire, però, è che questa ipocrita riverniciatura ‘buonista’ (e in alcuni casi perfino ‘ambientalista’) delle forze armate ha favorito proprio la loro pervasiva infiltrazione a livello sociale e perfino educativo, da un lato legittimandole sul piano democratico e dall’altro spargendo subdolamente semi di cultura militarista nella comunità civile.

Lettura ‘critica’ del discorso del gen. Masiello

L’analisi critica del discorso (ACD – CDA) è da molti anni una pratica che combina varie discipline – dalla linguistica applicata alle scienze sociali, dalla psicologia all’antropologia – per individuare e mettere in luce «…le modalità attraverso le quali il linguaggio rivela, nasconde, riproduce o pone in discussione ideologie di potere e rappresentazioni del sé e degli altri» [v]. Io ho cercato di adattare tale metodologia all’impostazione ecopacifista che ho provato a diffondere in questi anni, soffermandomi in particolare sulla necessità di alimentare una comunicazione nonviolenta proprio a partire da una maggiore consapevolezza di quanto i media ci stiano abituando «ad un’informazione che ricorre frequentemente ad atti linguistici impliciti: indiretti, retorici e convenzionali». [vi]

L’analisi linguistica da un punto di vista ‘pragmatico’, nello specifico, può aiutarci a comprendere come le parole che usiamo sono dei veri e propri ‘atti’, che producono effetti ben precisi sui destinatari. È fondamentale distinguere quelli denominati ‘constativi’ (che descrivono una situazione per cui possono essere veri o falsi) da quelli chiamati ‘performativi’ (che invece realizzano una vera e propria azione pratica e sono quindi valutabili verificando se raggiungono o meno il loro scopo).  Le parole che usiamo, quindi, si configurano come atti sia ‘locutori’ (cioè espliciti, in quanto dicono qualcosa di oggettivo), sia ‘illocutori’ (nella misura in cui si propongono una certa funzione) o anche ‘perlocutori’ (se vogliono produrre nei destinatari effetti sul piano emotivo).

Fatta questa breve premessa metodologica, vorrei ora provare a fornire una lettura critica del discorso del generale Masiello non tanto a livello banalmente ideologico (dando per scontata l’inconciliabilità tra le sue reboanti dichiarazioni in chiave militarista e la mia formazione antimilitarista e nonviolenta), quanto sul piano dell’analisi strutturale di quel testo, apparentemente un’elocuzione spontanea e diretta ma in effetti ben costruita nella sua articolazione e nella scelta dei toni adoperati.  Per farlo ho provato ad evidenziare al suo interno alcune ‘parole chiave’ (sostantivi, attributi e verbi), verificandone la ricorrenza, ed incasellandole in una tabella che distinguesse quelle di segno positivo da quelle esprimenti valutazioni negative. Con tale analisi critica, inoltre, ho cercato di verificare se dal primo elenco di locuzioni affiori una ‘visione’ più ampia, una concezione ideologica complessiva

Devo dire che la mia prima impressione, ascoltando e leggendo quel discorso, è stata quella di un appello di tono vagamente ‘futurista’, finalizzato a rompere le convenzioni ipocrite del linguaggio politically correct, per lanciare ai soldati (ma anche all’opinione pubblica) un messaggio provocatorio.  Quella sensazione iniziale mi è stata confermata dall’analisi delle parole-chiave emergenti dalla suddetta filippica del capo dell’Esercito. Da esse infatti trasuda non solo polemica verso i precedenti governi ‘progressisti’, ma anche risentimento nei confronti dei politici che hanno ridimensionato il peso della forza armata di terra, per di più attribuendogli funzioni assai poco marziali. Ma quali sono le caratteristiche stilistiche della retorica futurista con le quali cui possiamo cercare analogie?

«AZIONE, VELOCITÀ’ E ANTIROMANTICISMO […] Filippo Tommaso Marinetti viene a formulare il suo programma di rivolta contro la cultura del passato proponendo un azzeramento su cui elevare una concezione della vita integralmente rinnovata. I valori su cui intende fondarsi la visione del mondo futurista sono quelli del dinamismo, della velocità e dello sfrenato attivismo, considerati come distintivi della moderna società industriale, che ha il suo emblema nel mito della macchina…» [vii] .

Ebbene, basta dare una scorsa al campo semantico delineato dalla tabella 1 per rendersi conto di come è possibile ritrovare nel discorso del generale alcuni elementi tipici di quell’ideologia futurista

Tab. 1 – AREA SOSTANTIVI POSITIVI

GUERRA 4      TEMPO 4         LEADER 3      COMANDANTE 3     ERRORE 3             
MISSIONE 2   PROATTIVITÀ 2  TECNOLOGIA 2   ADDESTRAMENTO  2   VALORE  2   REGOLA 2  
REALTÀ   RIVOLUZIONE   FUTURO   MENTE   SFIDA SCELTA LOCOMOTIVA CAMBIAMENTO VISIONE BATTAGLIA TRASFORMAZIONE AVANGUARDIA   IMPEGNO    ISTITUZIONE MENTALITÀ   CAMPAGNA MULTIDOMINIO   DOTTRINA   ORDINE INIZIATIVA ESEMPIO   FORZA DISCIPLINA EVOLUZIONE VELOCITÀ

Provo a sintetizzare alcune osservazioni che scaturiscono da questo quadro:

  1. Preoccupazione per il trascorrere del tempo, con l’incalzare di situazioni di crisi sottovalutate, cui la politica avrebbe dato finora risposte deboli ed insufficienti.
  2. Necessità pertanto d’imprimere una molto maggiore velocità ad un processo di cambiamento e trasformazione delle forze armate, arrivando ad ipotizzare una vera e propria rivoluzione rispetto al passato.
  3. Senso della realtà ma anche proiezione in una dimensione di futuro prossimo, che richiede non solo decisioni veloci, ma proattività, cambio di mentalità e capacità d’iniziativa.
  4. Priorità della tecnologia (le ‘macchine’…), per non essere soltanto al passo coi tempi, bensì all’avanguardia.
  5. Centralità della guerra nella missione delle forze armate, che conseguentemente hanno bisogno di leader autorevoli e comandanti di valore.
  6. Risposta a tale sfida epocale modernizzandole, ma senza dimenticare che quella militare resta comunque una istituzione, che richiede esempio, impegno, forza, ma principalmente regole e disciplina.

Anche se andiamo ad esaminare i campi semantici che racchiudono gli attributi ed i verbi che ho evidenziato nel testo del discorso, abbiamo una conferma di questa impostazione.

Tab. 2 -AREA ATTRIBUTI E VERBI POSITIVI

  • Valorizzazione di ciò che è tecnologico, moderno, nuovo, alternativo eche quindi si rivolge soprattutto ad un mondo giovane.
  • Insistenza – di stampo altrettanto futurista – su aggettivi come veloce e proattivo, avverbi come presto e subito e verbi come correre, innovarsi e cambiare.
  • Scampoli di retorica militarista, che traspare da attributi come addestrato, vittorioso, interforze e da verbi quali servire, rischiare, superare e addestrarsi.

I nemici da battere…

Se dalle parole del capo di stato maggiore dell’Esercito emerge prepotentemente una prospettiva ‘futurista’ per le nostre forze armate, non meno chiara è l’impostazione ‘passatista’ contro la quale scaglia i suoi strali polemici.

«Non è difficile comprendere che l’ottica futurista, in quanto palesemente antiborghese, si pone contro la tradizione, il perbenismo e la democrazia. Al contrario inneggia ad atteggiamenti ribelli e liberatori che sottintendono un deciso disprezzo dei sentimenti. I futuristi sono a favore della guerra al punto da definirla la ‘sola igiene del mondo’ […] la guerra è considerata l’unico ‘strumento’ possibile per distruggere il vecchio mondo, presupposto fondamentale per poterne costruire uno totalmente nuovo …». [viii]

Come emergeva già nel 1909 dal marinettiano ‘Manifesto del Futurismo’ [ix], infatti, la sfida che il suo avanguardistico movimento lanciava alla società era rivolta alla tradizione, all’immobilità, alla paura del cambiamento ed al buonismo perbenista. Anche dal discorso del generale Masiello, peraltro, affiora una vena polemica di rottura col passato più recente delle forze armate, contrastando quindi l’ipocrita edulcorazione della loro ‘missione’ e le tradizionali remore e fissità di chi non sa osare. Sarebbero esse, insomma, che frenano il cambiamento e mal rispondono all’incalzante sfida della modernità e dell’efficientismo tecnologico. 

Nelle seguenti tabelle 3 e 4 sono raggruppati i termini usati da Masiello proprio per sottolineare i disvalori contro i quali bisognerebbe battersi per una modernizzazione ed efficientizzazione dell’arma di terra.  Esse sono un’utile sintesi per comprendere contro quale bersaglio Masiello scaglia i suoi dardi critici, subito supportato da altri ex comandanti, che non hanno perso l’occasione per unirsi alla sua polemica.

Tab. 3 – AREA SOSTANTIVI NEGATIVI

Tab. 4 – AREA ATTRIBUTI E VERBI NEGATIVI

BUROCRATICO RASSICURANTE GERARCHICO
RALLENTARE DEVIARE

Dal confronto tra le due tabelle – ovviamente molto più scarne in quanto esprimono valutazioni solo negative – non è difficile individuare quali sarebbero i ‘nemici’ da battere, secondo l’attuale ‘leader’ dell’Esercito Italiano. Non a caso sono gli stessi che un secolo fa i Futuristi additavano al pubblico disprezzo come le forze oscure che si opponevano alla loro ‘rivoluzione’.  Al dinamismo frenetico, al culto della velocità ed all’attivismo predicato e praticato da quegli avanguardisti del ‘900, infatti, facevano da contraltare sostanzialmente due peccati originali della dirigenza politica liberale: la paura del cambiamento, il perbenismo borghese ed il freno ad ogni esperienza innovativa, dovuto anche al peso della burocrazia. Sono praticamente gli stessi difetti che il generale Masiello attribuisce al sistema politico italiano. Tra i sostantivi dell’area semantica negativa, infatti, al primo posto (con 7 occorrenze) c’è proprio la burocrazia, seguita a ruota dalla paura. Seguono un gruppo di caratteristiche strutturali del sistema democratico, come il primato della politica ed il ricorso alla diplomazia, cui si aggiungono i difetti ricorrenti nella gestione della cosa pubblica, come inefficienze, storture, schematicità, timore e fissità.

Il dinamismo efficientista del modello manageriale e tecnocratico di Masiello entra così in evidente conflitto con quello burocratico, rassicurante e gerarchico della dinamica politica moderata, fatta di compromessi e di mezze verità. Secondo il gen. Tricarico, Masiello avrebbe dato coraggiosamente voce ad “una realtà che per gli addetti ai lavori era nota da sempre ma non si poteva proclamare a chiara voce perché turbava l’opinione pubblica”. Cominciando dal superamento del tabù verbale connesso alla parola ‘guerra’, dunque, la sua ‘locomotiva del cambiamento’ si avvia a travolgere il buonismo ipocrita di chi vorrebbe rallentare quella corsa e deviare quell’indispensabile cambiamento.

Alcune osservazioni finali

Il nocciolo tematico del discorso del gen. Masiello è racchiuso in una frase che, con indubbia efficacia retorica, ma adoperando un tono informale, egli ha scandito in apertura, di fronte a centinaia di allievi e quadri militari che lo ascoltavano attenti:

«La nostra missione non è creare burocrazia, non è vivere nella burocrazia, non è vivere per la burocrazia. L’esercito è fatto per prepararsi alla guerra. Punto. Quindi questo deve essere un messaggio molto chiaro che dovete avere tutti in testa: fino a qualche anno fa, era una parola che non potevamo utilizzare. Oggi la realtà ci ha chiamato a confrontarci con la guerra, questo non vuol dire che l’esercito vuole la guerra ma vuol dire che noi ci dobbiamo preparare e più saremo preparati per la guerra e maggiori probabilità ci saranno che ci sia la pace». [x]

Il messaggio apertis verbis del capo dell’Esercito, dunque, potrebbe essere sintetizzato in due espliciti moniti ai soldati di domani: (a) è finito il tempo delle mezze frasi ipocrite e della paura di esplicitare la funzione bellica delle forze armate; (b) i militari non vogliono la guerra ma, da seri professionisti, devono saperla gestire al meglio, con competenza, preparazione, capacità tecnologica e determinazione.  Il sasso nello stagno – complice l’attuale clima politico apertamente destrorso – è stato gettato ed ha prodotto – al di là del plauso di alti ufficiali in pensione – le prevedibili reazioni sdegnate di chi condanna la guerra ma, poco coerentemente, si guarda bene dal mettere in discussione il complesso militare industriale che la genera e la rende non solo possibile, ma tragicamente attuale.

Tornando però all’analisi pragmatica del discorso di Masiello, al suo interno troviamo, in varia misura, le tre categorie di atti linguistici cui accennavo in precedenza. Sono di tipo locutorio le affermazioni che, in modo esplicito, ci parlano di qualcosa di oggettivo, come nel caso del ridimensionamento organizzativo e finanziario dell’esercito, ma anche della sua progressiva trasformazione in qualcosa di diverso ed anomalo, conferendogli funzioni ‘vicarie’ in materia di assistenza, di pubblica sicurezza e di protezione civile. Altro elemento locutorio è il dato di fatto che la guerra è diventata sempre più ibrida, richiedendo sia eserciti numerosi e addestrati a battaglie tradizionali, sia contingenti addestrati all’uso di tecnologie digitali, robotiche e perfino a modalità non convenzionali.

«Se guardiamo l’Ucraina, che prendo come esempio, vi è un mix di guerra antica – le trincee che avevamo completamente dimenticato, i campi minati, i rotoli di filo spinato, il fango – e poi c’è il futuro, la guerra cibernetica, la guerra spaziale: ci sono i droni e tutte le loro varianti, c’è la disinformazione, la guerra delle menti. La mente nostra, dei militari e dei civili, è diventata ormai parte del campo di battaglia» [xi].

Risultano invece illocutorie le parti del suo discorso in cui egli si propone specifiche funzioni (denuncia, stimolo, richiamo ai doveri dei militari ma anche al superamento di un modello gerarchico-burocratico pesante e poco efficiente). Ne riporto di seguito due esempi:

«Però non si può fermare l’evoluzione positiva di un’organizzazione per il rischio personale, non mi interessa il destino di ognuno, non mi interessa la carriera del singolo, mi interessa l’organizzazione che deve cambiare. Lo dico per il bene dell’Esercito lo dico per il bene dei nostri soldati e delle loro famiglie […] Non fatevi criticare, che l’esercito italiano non è pronto per questi scenari. Nessun esercito è pronto per questi scenari! tutti si erano concentrati su queste famose operazioni di sostegno alla pace, tutti guardavano a quegli scenari, nessuno ha avuto la visione di capire quello che stava succedendo. Era comodo fare operazioni di sostegno alla pace, in primis perché costano di meno».[xii]

Sono infine evidenti – e numerosi – anche gli aspetti perlocutori, miranti a produrre sugli ascoltatori effetti sul piano emotivo (indignazione, insofferenza per la diminutio dell’arma di terra, fiducia nel nuovo leader, apertura mentale ad un futuro meno burocratico e più attivistico). Di seguito alcuni passi che mi sembrano andare in quel senso.

«…alla reattività si deve affiancare la proattività. Perché se ci limitiamo a reagire, fra 15-20 anni qualcuno di voi che sarà il mio posto avrà gli stessi problemi che io ho adesso, perché sarà cambiato lo scenario e non lo avremo previsto, perché ci saremo concentrati sulla reazione a quello che sta succedendo […] Queste regole, questi valori sono sulle nostre stellette. Le portiamo sul bavero, e sono quelli che ci rendono uniti, sono la nostra forza, sono quelli che fanno la differenza fra la nostra istituzione e un’organizzazione. Sono quelli per i quali quando si è in una crisi quando il paese è in difficoltà, sentite dire “chiamate l’esercito”, non dimenticatelo mai. […] Non tollerate che vengano messe in discussione le nostre regole, sono la garanzia della nostra essenza e della nostra sopravvivenza […] Non servono leader e comandanti che si servono dei propri uomini. Servono leader e comandanti che servono i propri uomini».[xiii]

Concludo con qualche osservazione sul senso di tali esternazioni, solitamente non consentite a coloro che, tradizionalmente, sono stati “usi obbedir tacendo e tacendo morir”. In primo luogo sfaterei la diffusa sensazione che il discorso del generale Masiello costituisca un caso unico di fuoruscita dal recinto del politicamente corretto dove sarebbero stati confinati i militari. In realtà da decenni la voce degli esponenti delle forze armate risuona con toni critici verso le scelte della politica. La differenza è che, se prima si trattava di manifestazioni di scontento relegate in documenti ufficiali, ‘interni’, o in illegibili libri bianchi della Difesa, in questo caso il clamore è stato mediatico. Uno scalpore suscitato, inoltre, dal fatto che la requisitoria contro l’immobilismo della politica proviene da un vertice in carica e non un generale transitato alla politica, come nel caso del gen. Vannacci.

In secondo luogo, come esponente di uno storico movimento pacifista, devo notare che il gen. Masiello ha esplicitato, senza dubbio in modo plateale, ciò che stava già avvenendo sotto i nostri occhi, ma senza suscitare particolari reazioni nell’universo c.d. progressista. Se è innegabile che negli ultimi anni, ed in particolare all’Esercito, sono state attribuite funzioni estranee alla sua natura, è altrettanto vero che ciò risponde ad una strategia politica ben precisa. In precedenti articoli mi ero già soffermato su tale tendenza ‘camaleontica’, che vorrebbe privare le forze armate italiane della loro grinta bellicosa, mediante un restyling che le faccia apparire una struttura rassicurante, al servizio della pace, della sicurezza interna e perfino della protezione civile e ambientale.[xiv]  La continua penetrazione soprattutto dell’esercito nelle nostre realtà sociali e formative è frutto di questo mimetismo subdolo ed opportunista, poco apprezzato però dai generaloni con greca e medaglie.

Ebbene, per chi vorrebbe smilitarizzare la società lo smascheramento del goffo tentativo della politica di ‘civilizzare’ i militari potrebbe essere, tutto sommato, un salutare calcio all’ipocrisia di chi stava cercando di ‘normalizzare’ le forze armate. Fatto sta che la deflagrazione dei conflitti bellici ha cambiato bruscamente gli scenari e non c’è da meravigliarci se quegli equilibri sono saltati, per cui qualcuno ha dovuto ricordarci che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra”. Forse è proprio vero che, per citare un’espressione evangelica, “oportet ut scandala eveniant”…


Note

[i]  Il testo integrale del discorso è riportato nell’articolo: “L’esercito è fatto per prepararsi alla guerra”. Il discorso del generale Masiello che scuote i militari”, ADNKRONOS, 09.11.2024 https://www.adnkronos.com/cronaca/lesercito-e-fatto-per-prepararsi-alla-guerra-il-discorso-del-generale-masiello-che-scuote-i-militari_2IgF6KxCcHYTieeaHHZNn

[ii] “Il discorso del generale Masiello piace agli esperti militari” , ADNKRONOS, 09.11.2024 https://www.adnkronos.com/cronaca/lesercito-e-fatto-per-prepararsi-alla-guerra-generali-daccordo-con-capo-sme-masiello_3Etg6pLo6FaMD8sJoNILo5?refresh_ce

[iii] Ibidem

[iv] Ibidem

[v]  Paola GIORGIS (2015), “Analisi critica del discorso (Critical Discourse Analysis – CDA)”, Center for Intercultural Dialogue, No. 51 https://centerforinterculturaldialogue.org/wp-content/uploads/2016/07/kc51-cda_italian.pdf . Vedi anche: Giuseppe MANTOVANI (2008), Analisi del discorso e contesto sociale – Teorie, metodi e applicazioni, Bologna, il Mulino

[vi] Ermete FERRARO (2022), Grammatica ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, p.148

[vii] “Innovazioni formali dei futuristi” (2016), Bald Mountain Literature, https://bmliterature.altervista.org/blog/innovazioni-formali-dei-futuristi/  (grassetto mio)

[viii] “Futurismo in letteratura: caratteristiche ed esponenti”, https://udine.unicusano.it/studiare-a-udine/futurismo-in-letteratura/#:~:text=Non%20%C3%A8%20difficile%20comprendere%20che,un%20deciso%20disprezzo%20dei%20sentimenti.

[ix][ix] Filippo Tommaso MARINETTI (1909), Il Manifesto del futurismo. https://archive.org/stream/marinetti-manifesto-del-futurismo-1909/1909%20ansf_op_d_0044_djvu.txt

[x]  Vedi il testo completo, riferito dall’ADN Kronos e citato nella nota 1

[xi]  Ibidem

[xii] Ibidem

[xiii]  Ibidem

[xiv] Cfr a tal proposito, sul mio blog Ermete’s Peacebook: Ermete FERRARO (2020), “Il Militarismo Eterno” ( https://ermetespeacebook.blog/2020/09/20/il-militarismo-eterno/ ) e Idem (2022), “Camaleonti con le stellette” ( https://ermetespeacebook.blog/2022/02/09/camaleonti-con-le-stellette/ )

Una sporca guerra. Parlando…in generale

Non è facile ammetterlo, soprattutto per un antimilitarista, ma talvolta le autorità militari hanno fatto e fanno tuttora dichiarazioni molto più sensate e condivisibili di quelle dei politici.  Infatti, contrariamente a quanto affermato nella paradossale quanto sarcastica citazione da Georges Clemenceau, primo ministro francese negli anni ’20 dello scorso secolo (“La guerre! C’est une chose trop grave pour la confier à des militaires[i]), appare in modo sempre più evidente che a giocare pericolosamente, e da dilettanti, con la guerra sono invece proprio i nostri governanti.

Già nel 1961 un potente insegnamento sul pericoloso intreccio tra affari e politica in materia militare ci era venuto da quanto ebbe a dichiarare nel suo discorso di fine mandato il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower, che ne era stato anche il più autorevole generale: «Nei consigli di governo, dobbiamo guardarci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o meno, dal complesso militare-industriale. Il potenziale per il disastroso aumento del potere fuori luogo esiste e persisterà. Non dobbiamo mai lasciare che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dovremmo dare nulla per scontato. Solo una cittadinanza attenta e ben informata può obbligare a unire adeguatamente l’enorme apparato di difesa industriale e militare con i nostri metodi e obiettivi pacifici, in modo che la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme »[ii].

Ma è stata soprattutto la guerra in Ucraina a scatenare una serie di dichiarazioni da parte di vertici militari che contraddicono clamorosamente la vulgata mediatica ed i bellicosi discorsi di molti esponenti politici, grondanti retorica e zeppi di stereotipi. Il primo caso, forse quello più imbarazzante, sono state le spiazzanti dichiarazioni del potente vertice dell’U.S. Army, il gen. Mark Milley. Come rilevava Tommaso De Francesco in un suo editoriale su Il manifesto: «Nell’arco di poco più di tre mesi e per tre volte, il capo di stato maggiore dell’esercito statunitense […] ha ribadito che, a un anno dall’invasione russa, non c’è soluzione militare al conflitto in Ucraina […] Pragmatico e prudente sull’andamento del conflitto e credibilmente più consapevole della reale situazione sul campo di tanti «esperti» che affollano gli scranni tv partecipando, da lontano, alle battaglie, Mark Milley insiste: «Né l’Ucraina né la Russia sono in grado di vincere la guerra che, invece, può solo concludersi ad un tavolo negoziale», perché «se è praticamente impossibile» che la Russia conquisti l’Ucraina, cosa che «non succederà», resta «pure estremamente difficile che le forze di Kiev riescano a cacciare quelle di Mosca dalle loro terre» [iii].

Nel nostro Paese le voci critiche sulle decisioni politiche in materia non sono purtroppo caratteristiche dell’opposizione al governo di destra, ma serpeggiano in modo trasversale e contraddittorio nei due schieramenti. Risulta pertanto ancora più clamoroso che a sbilanciarsi sulle scelte italiane ed europee circa il conflitto armato russo-ucraino siano stati anche in Italia due autorevoli vertici militari, evidentemente consapevoli dei rischi del miope unilateralismo bellicoso dettato dalle scelte NATO ed europee.  A seminare lo scompiglio tra politici e commentatori, infatti, sono state le parole nientedimeno che dell’attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’amm. Giuseppe Cavo Dragone, come riferiva il quotidiano Libero in un articolo:  «Mentre gran parte della politica e dei commentatori, in Europa e negli Stati Uniti, sostengono che l’Ucraina “deve vincere” e che il mondo occidentale farà di tutto per sostenerla, i più esperti delle dinamiche boots on the ground di un conflitto affermano l’esatto contrario: ovvero la prudenza avvertendo sui rischi dell’escalation. Tra questi c’è il capo di stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. “Una soluzione militare non esiste” per la guerra tra Russia e Ucraina, dice a Marco Menduini per la Stampa spiegando che “né gli uni, i russi, riusciranno mai a disarcionare la leadership ucraina; né gli ucraini potranno riuscire a riconquistare tutti i territori che sono stati invasi dalla Russia. Questo è un dato che rimane costante nel tempo”. Di certo, puntualizza l’ammiraglio, “non possiamo permetterci un altro conflitto congelato nel cuore dell’Europa“…» [iv].

Un mese dopo è toccato ad un altro vertice militare gettare pietre nello stagno della politica estera italiana. Il generale Marco Bertolini, già comandante del Comando Operativo Interforze, ha infatti dichiarato senza tanti giri di parole: «Ci stiamo facendo male da soli: così sabotiamo la pace, addio sovranità, intromettendoci in una guerra che non è nostra. Stiamo prendendo sempre più le parti di uno dei due belligeranti, riducendo lo spazio per una trattativa di pace” […] stiamo procedendo su una strada che renderà difficile, se non impossibile, riprendere le fila di una trattativa o recitare ruoli nella partita di pace […] continuiamo a gettare benzina sul fuoco fornendo armi ed energie a un altro Stato impegnato in guerra che rischia di diventare una never ending war» [v].

Ovviamente le motivazioni che hanno spinto sì autorevoli ufficiali stellati e con la greca a pronunciarsi criticamente sull’irresponsabile corsa di troppi nostri rappresentanti politici verso una guerra senza fine (ed anche con falsi fini…) sono ben differenti da quelle del mondo del pacifismo nonviolento. È infatti il fondato timore che la sovranità del nostro Paese sia ormai nelle mani di altri decisori e che – per citare ancora Bertolini – si sottraggano “preziose risorse alla nostra difesa” ad ispirare in primo luogo la caustica polemica di generali ed ammiragli sul ruolo dell’Italia nello scenario internazionale, in nome della “disciplina di alleanza”, ma con pesanti ricadute economiche e sociali negative.  Eppure è difficile non condividere il riferimento di Bertolini «alla grande ipocrisia di questo conflitto del quale ci siamo accorti solo all’ultimo momento, mentre il fuoco ha covato sotto la cenere per almeno otto anni, dal 2014, nella nostra indifferenza» [vi]. Un’ipocrisia che pervade trasversalmente destra e sinistra e che non tiene conto della crescente ostilità chiaramente espressa dalla maggioranza degli Italiani verso questa guerra insensata, devastante e sempre più rischiosa per tutti.

Ciò che resta tragicamente assente dal dibattito pubblico, però, è che da 120 anni un’alternativa difensiva – disarmata, civile, sociale e nonviolenta – esiste ed è vincente nel 52% dei casi. Che “la resistenza civile funziona” – come dice il titolo di una fondamentale ricerca sulla percentuale di successo delle campagne nonviolente confrontate con quelle belliche, nel periodo 1900-2006 [vii] – è quindi un fatto ormai acclarato, ma ancora poco conosciuto. La seconda falsità da contrastare, quindi, è che non esistano alternative alla passività ed alla resa, anche se per il complesso militare-industriale è preferibile che non si sappia in giro…

Note


[i]   Cfr. https://it.wikiquote.org/wiki/Georges_Clemenceau  (La frase citata era stata forse già pronunciata da Talleyrand)

[ii]   Dwight Eisenhower, Discorso di addio, 17.01.1961 (cfr. https://it.alphahistory.com/guerra-fredda/dwight-eisenhowers-discorso-d%27addio-1961/  – https://www.brookings.edu/research/eisenhowers-farewell-addresses-a-speechwriter-remembers/  – https://www.studocu.com/it/document/universita-degli-studi-di-napoli-lorientale/geografia-delle-relazioni-internazionali/eisenhower-traduzione-del-discorso/11740741

[iii] T. Di Francesco, “Generale, dietro la collina…” (19.2.2023), il manifesto, https://ilmanifesto.it/generale-dietro-la-collina

[iv] “Ammiraglio Cavo Dragone, la profezia finale: chi non vincerà la guerra” (25.02.2023), Libero, https://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/34995407/ammiraglio-cavo-dragone-profezia-finale-non-vincera-guerra.html

[v] Vincenzo Bisbiglia, “Il generale Bertolini:”Ci stiamo facendo male da soli: così sabotiamo la pace, addio sovranità” (20.03.2023), il Fatto Quotidianohttps://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/03/20/il-generale-bertolini-ci-stiamo-facendo-male-da-soli-cosi-sabotiamo-la-pace-addio-sovranita/7102359/

[vi]  Ibidem

[vii] Vedi: Erica Chenoweth & Maria J. Stehan, Why Civil Resistance Works, Columbia Univ. Press, 2011

Disastri ambientali vs spese militari

“Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra.” (Isaia, 2:4)

Torrenti di fango e fiumi di denaro

Il drammatico disastro ambientale registrato a Casamicciola d’Ischia, oltre che ampiamente ‘annunciato’ e prevedibile, è purtroppo l’ennesima prova di una sciagurata visione della spesa pubblica, che assurdamente privilegia ciò che distrugge gli ecosistemi rispetto a ciò che dovrebbe invece proteggerli, sanarli e promuoverli.

Non sono affermazioni ‘ideologiche’ ma semplice constatazione d’un allarmante quanto innegabile dato di fatto. Al netto delle reiterate e sacrosante proteste degli ambientalisti per il saccheggio del territorio, le speculazioni edilizie incrementate dai soliti condoni e l’assenza di una vera pianificazione urbanistica, è evidente che le priorità dei governi succedutisi in questi ultimi decenni non hanno premiato coi giusti investimenti la  prevenzione ed il risanamento del territorio, bensì accresciuto ulteriormente l’impatto antropico sugli ecosistemi, mascherandolo da incentivi allo sviluppo economico.

«Le risorse finanziarie stanziate dallo Stato per la spesa primaria per la protezione dell’ambiente e l’uso e gestione delle risorse naturali secondo il Disegno di legge di Bilancio ammontano a circa 6 miliardi di euro nel 2021 (cfr. Tavola 1 in Appendice), pari allo 0,9% della spesa primaria complessiva del bilancio dello Stato. Le stesse registrano una flessione nel 2022 e nel 2023 (0,8% della spesa primaria complessiva del bilancio dello Stato)[i]

Secondo la stessa fonte, negli anni 2022 e 2023 tale spesa ambientale continua ad essere finalizzata in primo luogo alla “protezione e risanamento del suolo, delle acque del sottosuolo e di superficie” e alla “ricerca e sviluppo per la protezione dell’ambiente”, rispettivamente in misura del 38,0% e del 37,1%. Però si deduce dai dati che per questi due inderogabili impegni di uno stato civile l’Italia investe poco più di 4 miliardi e mezzo, a fronte di un impegno finanziario per la difesa armata quasi 7 volte superiore. Anche in questo caso non si tratta di illazioni personali, ma di dati ufficiali.

«Le spese finali del Ministero della difesa autorizzate dalla legge di bilancio per il 2022 sono pari a 25.956,1 milioni di euro, in termini di competenza, e rappresentano circa il 3 per cento delle spese finali del bilancio dello Stato […] Le spese autorizzate dalle varie leggi di bilancio dal 2016 in poi registrano un trend in crescita in termini assoluti, con un picco nel 2022, anno in cui le spese finali del Ministero della Difesa si avvicinano ai 26 miliardi di euro» [ii].

A scriverlo nero su bianco era l’Ufficio Studi della Camera dei Deputati, che peraltro pubblicava una tabella da cui si evinceva inoltre che la spesa per la ‘Difesa’ passerà da una percentuale sul bilancio generale del 3,3% nel 2022 al 3,4 previsto per il 2024. Si precisava inoltre che tali spese sono state incrementate nel corrente anno per quanto concerne quelle in conto capitale (22,3%), rispetto a quelle ‘correnti’ [iii]. Va precisato poi che la ‘struttura di previsione della Difesa’ è stata articolata su tre ‘missioni’, fra le quali quella denominata ‘Difesa e sicurezza del territorio’ assorbe addirittura il 93% del totale previsto (oltre 24 milioni). Da notare che di questa ingente massa di risorse la gran parte è stata destinata all’Arma dei Carabinieri, che da sola si è aggiudicata il 28,1% degli stanziamenti, a fronte del 9,3 della Marina o dell11,9 dell’Aeronautica.

’Missionari’ con elmetto e mimetica…

Ma se ai dati precedenti si aggiungono un miliardo e 397 milioni di euro – stanziati per il 2022 sul bilancio del Ministero dell’Economia e Finanze (MISE) – per le ‘missioni internazionali’ [iv] si arriva già ad un totale di 27miliardi e 353,6 milioni. Però lo stesso documento ricorda infine che a carico dello stesso MISE vanno attribuiti altri stanziamenti di competenza della Difesa, ed in particolare 4 capitoli che, riferendosi al programma 5 “Promozione e attuazione di politiche di sviluppo, competitività e innovazione di responsabilità sociale di impresa e movimento cooperativo”, finanziano in effetti l’ammodernamento della flotta navale ed alcuni programmi per il settore aeronautico militare (Eurofighter, Tornado, elicotteri ecc.) e per l’esercito (elicotteri, blindo Centauro ecc.).

«Il contributo complessivo di questi capitoli per il 2022– tutti relativi a spese di investimento – supera i 3 miliardi di euro, e si tratta di un importo rilevante, considerato che il totale delle spese in conto capitale del Ministero della Difesa assomma a 5,8 miliardi di euro. Si segnala, in merito, che una parte dei principali programmi di approvvigionamento dei sistemi d’arma gestiti dalla Difesa grava sullo stato di previsione del MISE, che gestisce i contributi destinati alle imprese nazionali coinvolte in questi programmi» [v]

Basta fare due conti e siamo già arrivati ad una spesa militare complessiva che supera i 30 miliardi di euro (pari a 82 milioni al giorno).  Perfino una fonte molto vicina al mondo dei militari, pur limitandosi alle cifre ufficiali spettanti al Min. Dif., ha riconosciuto senza problemi che: “per ciò che riguarda il Bilancio del Ministero della Difesa nel suo complesso, la dotazione finanziaria per il 2022 è pari a 25.956,1 milioni di euro; con un aumento 1.372,9 milioni rispetto ai 24.583,2 dello scorso anno. Praticamente, tutte le voci che la compongono risultano in crescita […] Non si ricorda nulla del genere nella storia recente…» [vi].

Per un progetto ecopacifista

Ebbene, pur volendo tralasciare il discorso di fondo dei movimenti pacifisti e antimilitaristi sulla necessità di arrestare questo fiume di denaro speso per alimentare il complesso militare-industriale e le guerre che produce, riconvertendolo per finalità civili e sociali e per il risanamento ambientale come proposto ad esempio dalla Campagna nazionale ‘Sbilanciamoci’ [vii], credo che qualche considerazione generale vada comunque fatta, se non altro da semplici cittadini italiani prima ancora che da attivisti nonviolenti.

  • Alimentare il vorace sistema militare italiano con una spesa totale di 30 miliardi di euro vuol dire spendere oltre 82 milioni al giorno per una ‘difesa’ esclusivamente armata e militarizzata, impermeabile alle normative e largamente aperta ad interventi di dubbia costituzionalità in ambito NATO e fuori del territorio nazionale.
  • Ad esempio, gli stessi 80 milioni (non per un giorno ma per l’intero anno) sono stati stanziati agli enti del terzo settore – per fronteggiare l’emergenza Covid 19. [viii]
  • Meno ancora di quegli 80 milioni (precisamente 77,468) sono stati previsti nel bilancio preventivo del Comune di Napoli – in tutto il 2023 – per il comparto denominato ‘Istruzione e diritto allo studio’ [ix].
  • Tenendo conto che il costo medio della costruzione di un ospedale oscilla tra 200 e 600 milioni di euro [x] , per realizzarli occorrerebbero quindi da 3 a 8 giorni di spesa per la ‘difesa’.
  • Considerando che uno dei preziosi escavatori che abbiamo visto impegnati per fronteggiare l’emergenza alluvionale di Casamicciola può costare circa 20.000 euro, è facile dedurre che con il costo di un solo blindato ‘Lince’ (quasi 1, 2 milioni di euro) se ne potrebbero acquistare ben 60, indubbiamente molto più utili e funzionali.

Non voglio insistere su questo raffronto perché credo sia già chiaro che il tragico dissesto idrogeologico e gli altri gravi problemi ambientali del nostro Paese non hanno bisogno di dichiarazioni ipocrite né di opportunistiche proposte di collaborazione da parte delle strutture militari, ma di scelte chiare per una loro urgente riconversione. Non è infatti la protezione civile a dover fruire di mezzi e risorse umane della Difesa, bensì quest’ultima a dare spazio ad una componente civile, popolare e disarmata.

«Il sistema militare rappresenta in sé una minaccia all’ambiente anche quando non è ‘operativo’. È infatti evidente che il suo enorme impatto sulle risorse energetiche, sulle condizioni dell’aria dell’acqua e del suolo, sulla sicurezza e sulla salute delle comunità locali, che di fatto va a occupare, sottraendosi ad ogni controllo e al rispetto dei vincoli normativi vigenti» [xi].

Lo scrivevamo lo scorso anno noi del M.I.R., tratteggiando il nostro progetto ecopacifista, lo riconfermiamo tanto più oggi.  Lo facciamo non solo di fronte all’intollerabile devastazione ambientale provocata dalla/e guerra/e ma, nel piccolo,  anche al disastro che ha colpito ancora l’isola d’Ischia, risultato dello sfruttamento irresponsabile delle sue eccezionali risorse ambientali ma anche della responsabilità di chi continua a spendere denaro pubblico per un sistema di distruzione e di morte, sottraendo peraltro denaro indispensabile per proteggere e promuovere la vita, umana e naturale e per evitare la catastrofe ecologica.

NOTE


[i]  https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit–i/Bilancio_di_previsione/Ecobilancio/2021/Ecobilancio-dello-Stato-2021.pdf

[ii] https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1255062.pdf?_1669488043663

[iii] Ibidem

[iv] Ibidem

[v] Ibidem

[vi]  https://www.analisidifesa.it/2022/02/il-bilancio-della-difesa-2022/#:~:text=Per%20ci%C3%B2%20che%20riguarda%20il,24.583%2C2%20dello%20scorso%20anno.

[vii] Cfr. https://sbilanciamoci.info/la-legge-di-bilancio-alternativa-della-campagna-sbilanciamoci/

[viii] Cfr. https://www.cantiereterzosettore.it/80-milioni-di-euro-agli-enti-del-terzo-settore-per-lemergenza-covid-19/

[ix] Cfr. Comune di Napoli, Bilancio Previsione 2022-24 https://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/45473

[x] Cfr. https://www.cuneodice.it/attualita/cuneo-e-valli/il-costo-di-un-nuovo-ospedale-dai-180-ai-200-milioni-di-euro_15597.html  e https://baiadellaconoscenza.com/dati/argomento/read/230658-quanti-soldi-servono-per-costruire-un-ospedale

[xi] Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello. Un progetto ecopacifista, Torino, Ed. Gruppo Abele, 2021, p.55

© 2022 Ermete Ferraro

Etimostorie #6: “cedere” e suoi derivati

Lo studio della lingua latina chiarisce quanto il verbo CEDO fosse di per sé carico di una pluralità di significati, da quelli basici e neutri (andare, muoversi, camminare, avanzare), a quelli connotati in senso più marcato e solitamente di segno negativo (andar via, ritirarsi, cedere, sottomettersi, arrendersi, essere inferiore, passare di proprietà, etc.) [i]. Se poi ne cerchiamo le radici etimologiche, scopriamo che deriva “dal proto-italico *kezdō, discendente del proto-indoeuropeo *ḱyesdʰ-, “andare via”, scacciare”, stessa radice del sanscrito सेधति (sedhati), “scacciare, mandare via[ii]

Secondo un dizionario etimologico del latino: “Il passaggio dal primo al secondo senso di cedere si spiega col fatto che lasciare il passaggio libero a qualcuno è diventato simbolo di ogni concessione, allo stesso modo che sbarrare il passaggio (obstare, obsistere, opponere) è diventato simbolo di ogni opposizione. Cedere, nel senso di ‘andare’ si dice anche degli affari, riescano bene o male. Più frequentemente s’impiega, nello stesso senso, succedo. Dall’accezione di ‘ritirarsi’, cedere è passato a quella di ‘finire’. Quest’ultima sfumatura è quella del suo frequentativo cesso”. [iii]

Nel tempo e nello spazio, molte forme verbali sostantivi ed attributi sono stati ricavati da quel verbo originario e noi stessi continuiamo ad impiegarli nel linguaggio comune, privilegiandone di solito le connotazioni negative. Alcune volte, però, non ci accorgiamo di adoperare le forme verbali e nominali che ne sono derivate, secondo il meccanismo della composizione di un verbo-base coi più svariati prefissi latini. È così che, anche in questo caso, i monemi modificanti hanno originato un’articolata famiglia lessicale, i cui elementi derivati non sempre appaiono evidenti quando li utilizziamo. Nel nostro caso, è bastato anteporre all’originario CEDERE un certo prefisso per moltiplicarne la discendenza lessicale. In alcuni casi si stratta di verbi derivati di natura spaziale, come ACCEDERE, INCEDERE e PROCEDERE, nel senso di entrare (AD-), dirigersi verso la direzione scelta (IN-) o andare avanti (PRO-). Viceversa, abbiamo le voci RECEDERE e RETROCEDERE (cioè: tornare indietro, indietreggiare), ma anche SECEDERE, ossia allontanarsi da qualcosa o separarsi da qualcuno (SE-). Non mancano derivati di natura temporale, come ANTECEDERE e PRECEDERE (da ANTE-, e PRAE-), mentre, nel caso di DECEDERE, la preposizione DE- indica in modo traslato un allontanamento spazio-temporale… definitivo dalla stessa vita.

E che dire di altri derivati comuni nei nostri discorsi, come CONCEDERE, SUCCEDERE, INTERCEDERE ed ECCEDERE? Anche in questi casi la differenza semantica la fanno i rispettivi prefissi.  Nel primo, la preposizione latina CUM- (diventata in italiano CON-) indica un cammino consensuale, frutto di una mediazione in cui soggetti in conflitto tra loro decidono di cedere su qualcosa pur di giungere ad un accordo. ‘Succedere’, grazie al prefisso SUB-, si presenta in un’accezione prevalentemente temporale (seguire, venire dopo, toccare in eredità…), può esprimere in modo neutro un semplice dato fattuale (accadere, avvenire…) ma può anche aggiungere una sfumatura nettamente positiva (avere successo, riuscire in un’impresa…) [iv]. ‘Intercedere’ (INTER- vuol dire tra, in mezzo) indica invece un ruolo di mediazione terza, svolto inter-venendo in favore di qualcuno, inter-ponendosi per ottenere qualcosa. [v].  In questo come in altri casi, d’altra parte, bisogna fare attenzione a non ‘eccedere’, andando troppo oltre, esagerando, e quindi uscendo pericolosamente fuori (EX-) dai limiti imposti…

 Forse qualcuno si sta chiedendo perché ho deciso di occuparmi proprio di questo verbo, tenuto conto del contesto ecopacifista nel quale ho iniziato le mie ‘etimostorie’. Ebbene, basta sfogliare i giornali o ascoltare le notizie per radio o in televisione per accorgersi che molte cronache e commenti relativi alla guerra in Ucraina utilizzano – non sempre consapevolmente – espressioni che rinviano a quell’antica radice latina e, prima ancora, indoeuropea. Si racconta infatti di scenari bellici che, come sempre, vedono truppe di ambedue gli schieramenti ora procedere speditamente, ora retrocedere più o meno precipitosamente in seguito agli attacchi degli avversari. Non dimentichiamo poi che l’aggressione russa del 2022 – e prima ancora la precedente offensiva militare ucraina, iniziata nel 2014 – hanno avuto e hanno ancora come teatro principale la vasta area orientale e meridionale del Donbass, dove due regioni russofone (Donesc’k e Luhansk) avevano deciso di secedere, autoproclamandosi repubbliche indipendenti.

Da otto anni nessuna delle parti in conflitto ha mostrato di voler recedere dalle proprie posizioni e l’attuale allargamento d’uno scontro interno ad una feroce guerra di dimensioni che vanno ben oltre la stessa Europa, non lascia prevedere che cosa potrà succedere se non si riuscirà a fermarla. Finora i tentativi di mediazione esterna, tesi ad intercedere tra i belligeranti, non hanno sortito effetti apprezzabili. Al contrario, in varie occasioni è sembrato che si soffiasse sul fuoco del conflitto russo-ucraino, alimentandolo anche con l’invio di armi, contrabbandate come aiuti umanitari. Ecco allora che, spinte da orgoglio nazionalistico e da preoccupanti dinamiche imperialistiche a livello globale, le parti in causa si guardano bene dal retrocedere dalle rispettive posizioni. E quando sembrava di scorgere timidi spiragli di intesa – che ovviamente prevedono che su alcuni punti si debba necessariamente concedere qualcosa all’avversario – arroganti interventi esterni li hanno inesorabilmente fatti fallire…

Le ragioni della pace, di fronte alla catastrofica prospettiva d’una guerra mondiale, dovrebbero ovviamente precedere interessi e considerazioni di parte. Purtroppo non è affatto così e troppi soggetti continuano ad alimentare irresponsabilmente questo sanguinoso conflitto, senza preoccuparsi di eccedere, cioè di andare decisamente ben oltre i limiti che l’umanità si era data dopo il 1945, per evitare che la follia della guerra la spingesse al suicidio.

Insomma, cedere non ha – etimologicamente parlando – solo l’accezione negativa che di solito si dà a questo verbo. Non si tratta necessariamente di arrendersi all’arroganza altrui, assumendo il ruolo di ‘perdenti’, né di lasciar vincere la violenza. Certo, in inglese è traducibile con surrender o yield , entrambi connotati negativamente. Anche in francese si rende con abandon ed in tedesco con ausgeben, suggerendo entrambi il significato di ‘abbandonare’. Altrettando vale per le lingue russa (сдаваться> sdavat’sya) e ucraina (здатися > sdatisya), che evocano situazioni in cui ci si arrende, cessando di opporre resistenza, piegandosi e lasciandosi andare.

Non dimentichiamo però che – in ambito scientifico – la ‘cedevolezza’ non è un difetto bensì una proprietà, come c’insegna l’omonimo principio in fisica, contrapposto a quello di ‘rigidezza’. [vi] Non trascuriamo poi la millenaria saggezza orientale, che connota la cedevolezza proprio come la qualità positiva che ci aiuta a resistere alla violenza altrui, come da sempre insegnano i maestri del ju-do [vii]. Ma quando l’alternativa è tra cedere o decedere, la scelta di proseguire la guerra sembra ancor più incomprensibile…


[i]   Cfr. https://it.wiktionary.org/wiki/cedo ;

[ii]  Ibidem

[iii] Michel Bréal et Anatole Bailly, Dictionnaire étymologique latin, Hachette, Paris, 1885 (trad. mia)

[iv]  Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/succedere/

[v]   Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/intercedere/

[vi]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Rigidezza

[vii] V. citazioni di Jigoro Kano in: D. Postacchini, Ju-do la via della cedevolezza, https://danielepostacchini.it/2021/08/08/la-via-della-cedevolezza/

© 2022 Ermete Ferraro

Etimostorie #4: CONFLITTO

Le parole per dirlo

Parola tornata drammaticamente di attualità in occasione della brutale invasione armata dell’Ucraina da parte delle forze armate russe, ‘conflitto’ non è però sinonimo di ‘guerra’ [i], che rappresenta solo la sua manifestazione più violenta e distruttiva.  Basta consultare qualche dizionario etimologico per verificare che, analizzando l’origine latina di questo termine, siamo di fronte più che altro ad una situazione di ‘urto’, di ‘collisione’, fra due o più situazioni, idee o interessi.

«Discordia, contrasto tra individui o entità, che può essere gestito pacificamente, con accordi o appellandosi a regole condivise (come è tipico in una democrazia); oppure con il tentativo di una parte di imporsi con la violenza (sostantivo) […] dal latino conflictus ossia “urto, scontro”, derivazione di confligere, cioè “confliggere, cozzare”, “combattere”» [ii].

Il verbo di cui ‘conflitto’ è il participio passato, con valore sostantivale, è infatti con-fligere, il cui senso è: “urtare una cosa con un’altra…percuotere” [iii]. Altre possibili traduzioni del latino fligere sono anche: battere, bussare, colpire, etc. [iv], per cui l’idea di fondo resta quella di un urto, una collisione, o comunque un confronto, fra realtà diverse non coincidenti, se non opposte. Anche se consultiamo un dizionario etimologico inglese, infatti, troviamo:

«inizi del XV sec., “contendere”, combattere, dal latino conflictus, participio passato di confligere “colpire insieme, essere in conflitto” […] Significato “essere in opposizione, essere contrari o diversi…» [v].

Una rapida carrellata geo-linguistica ci conferma in gran parte quanto questa radice sia ampiamente comune (fra. conflicte, cast. conflicto, cat. conflicte, rum. conflict, por. conflito, ted. konflikt, ola. conflict…). Perfino nelle lingue slave questa base lessicale è presente (rus., ser. e bul. конфликт, pol. konflikt). Le cose cambiano poco se lo stesso concetto è espresso col differente vocabolo greco συγκρουσηsynkrousi (che appunto significa scontro, collisione, confronto, da krousi = colpo, percussione + pref. syn = con [vi]). Perfino nella lingua hindi troviamo टकरावtakrānā, la cui radice ci riconduce all’idea di urto, collisione [vii].

Il vocabolo cinese corrispondente (冲突 chōngtú) e quello giapponese 衝突shōtotsu) denotano la medesima idea. In ambito semitico, il termine ebraico utilizzato è סְתִירָהstiva’ indica una contraddizione o discrepanza [viii] ed anche il vocabolo arabo نزاع nizae fa riferimento ad una disputa, un giudizio, tra parti in disaccordo [ix].

Con-fliggere non vuol dire in-fliggere

Il vero problema, a questo punto, è se il conflitto – che come si è visto evoca comunque un confronto, uno scontro, un urto tra realtà, visioni ed interessi divergenti – debba avere necessariamente un vincitore ed un vinto, oppure possa concludersi differentemente, in maniera non distruttiva e senza prevaricazione o imposizione violenta di una delle parti in causa, e quindi mediando tra di esse e cercando vie d’uscita inesplorate.

Ovviamente la risposta di un “convinto della nonviolenza” è no, in quanto i conflitti – che pur non vanno mai negati, ignorati o peggio repressi – possono avere esiti molto diversi, creativi ed alternativi non solo alle guerre, ma anche alle comuni soluzioni in cui una parte deve comunque soccombere, secondo la teoria dei “giochi a somma zero” [x].  Ecco perché esplorare le tecniche per trasformare i conflitti – o meglio, secondo l’espressione di J. Galtung, trascenderli [xi] – resta un obiettivo fondamentale per chi intende contrastare l’ineluttabilità della violenza in genere e dei conflitti armati in primo luogo, educando i giovani alla pace e alla nonviolenza attiva [xii].

Mi sembra interessante, infine, citare quanto osservava in proposito il teologo mons. Nunzio Galantino, ribadendo che i conflitti possono, e devono, trovare soluzioni diverse da quelle cui purtroppo siamo abituati, rivalutando la loro carica positiva e generativa.

«Sempre e comunque il conflitto si colloca e ci colloca in un contesto relazionale. Relazione con l’altro da me e/o relazione con me stesso. […] Ha proprio ragione l’imperatore stoico Marco Aurelio: “È conflitto la vita, è viaggio di un pellegrino”; e, con lui K. Marx, quando scrive: “Non vi è progresso senza conflitto: questa è la legge che la civiltà ha seguito fino ai nostri giorni”. L’etimologia della parola conflitto dà ragione dell’approccio semantico positivo fin qui seguito […] Sia in Lucrezio [De Rerum Natura] sia nel De officiis di Cicerone questo verbo rimanda alla possibilità di fare incontrare, confrontare, riunire, avvicinare. Solo più tardi confligere acquisterà il significato di combattere, contendere, urtare ostilmente. L’etimologia ci consegna quindi originariamente la parola conflitto come incontro generativo tra realtà differenti».[xiii]


Note

[i]  Cfr. E. Ferraro, Etimostoria #2: GUERRA, https://ermetespeacebook.blog/2022/02/27/etimostorie-1-guerra/

[ii]  Cfr. voce ‘conflitto’ in Wiktionary, https://it.wiktionary.org/wiki/conflitto

[iii] Cfr. voce ‘conflitto’ in Etimo.it, https://www.etimo.it/?term=conflitto

[iv] Cfr. ‘fligere’ in Glosbe.com, https://it.glosbe.com/la/it/fligere

[v]  Cfr. ‘conflict’ in Etymonline.com, https://www.etymonline.com/word/conflict

[vi]  Cfr. https://el.wiktionary.org/wiki/%CE%BA%CF%81%CE%BF%CF%8D%CF%83%CE%B7  e https://el.wiktionary.org/wiki/%CE%BA%CF%81%CE%BF%CF%8D%CF%83%CE%B7

[vii]  Cfr. https://en.wiktionary.org/wiki/%E0%A4%9F%E0%A4%95%E0%A4%B0%E0%A4%BE%E0%A4%B5

[viii]  Cfr. https://context.reverso.net/traduzione/ebraico-italiano/%D7%A1%D6%B0%D7%AA%D6%B4%D7%99%D7%A8%D6%B8%D7%94

[ix]  Cfr. https://en.wiktionary.org/wiki/%D9%86%D8%B2%D8%A7%D8%B9

[x] Cfr. voce “teoria dei giochi” in Wikipedia.it – https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_giochi

[xi]  J. Galtung, Conflict Trasformation by Peaceful Means (The Transcend Method). https://gsdrc.org/document-library/conflict-transformation-by-peaceful-means-the-transcend-method/

[xii]  Per approfondire tale aspetto, cfr. E. Ferraro, “RiconciliaAzioni”, Ermetes’ Peacebook 12.05.2020 –  https://ermetespeacebook.blog/2020/05/12/riconcili-azioni/

[xiii]  Mons. N. Galantino, “Abitare le parole/ conflitto”, il Sole 24 Ore, 16.06.2019 – http://www.nunziogalantino.it/wp-content/uploads/2019/06/Conflitto_Abitare-le-parole.pdf