Etimostorie #6: “cedere” e suoi derivati

Lo studio della lingua latina chiarisce quanto il verbo CEDO fosse di per sé carico di una pluralità di significati, da quelli basici e neutri (andare, muoversi, camminare, avanzare), a quelli connotati in senso più marcato e solitamente di segno negativo (andar via, ritirarsi, cedere, sottomettersi, arrendersi, essere inferiore, passare di proprietà, etc.) [i]. Se poi ne cerchiamo le radici etimologiche, scopriamo che deriva “dal proto-italico *kezdō, discendente del proto-indoeuropeo *ḱyesdʰ-, “andare via”, scacciare”, stessa radice del sanscrito सेधति (sedhati), “scacciare, mandare via[ii]

Secondo un dizionario etimologico del latino: “Il passaggio dal primo al secondo senso di cedere si spiega col fatto che lasciare il passaggio libero a qualcuno è diventato simbolo di ogni concessione, allo stesso modo che sbarrare il passaggio (obstare, obsistere, opponere) è diventato simbolo di ogni opposizione. Cedere, nel senso di ‘andare’ si dice anche degli affari, riescano bene o male. Più frequentemente s’impiega, nello stesso senso, succedo. Dall’accezione di ‘ritirarsi’, cedere è passato a quella di ‘finire’. Quest’ultima sfumatura è quella del suo frequentativo cesso”. [iii]

Nel tempo e nello spazio, molte forme verbali sostantivi ed attributi sono stati ricavati da quel verbo originario e noi stessi continuiamo ad impiegarli nel linguaggio comune, privilegiandone di solito le connotazioni negative. Alcune volte, però, non ci accorgiamo di adoperare le forme verbali e nominali che ne sono derivate, secondo il meccanismo della composizione di un verbo-base coi più svariati prefissi latini. È così che, anche in questo caso, i monemi modificanti hanno originato un’articolata famiglia lessicale, i cui elementi derivati non sempre appaiono evidenti quando li utilizziamo. Nel nostro caso, è bastato anteporre all’originario CEDERE un certo prefisso per moltiplicarne la discendenza lessicale. In alcuni casi si stratta di verbi derivati di natura spaziale, come ACCEDERE, INCEDERE e PROCEDERE, nel senso di entrare (AD-), dirigersi verso la direzione scelta (IN-) o andare avanti (PRO-). Viceversa, abbiamo le voci RECEDERE e RETROCEDERE (cioè: tornare indietro, indietreggiare), ma anche SECEDERE, ossia allontanarsi da qualcosa o separarsi da qualcuno (SE-). Non mancano derivati di natura temporale, come ANTECEDERE e PRECEDERE (da ANTE-, e PRAE-), mentre, nel caso di DECEDERE, la preposizione DE- indica in modo traslato un allontanamento spazio-temporale… definitivo dalla stessa vita.

E che dire di altri derivati comuni nei nostri discorsi, come CONCEDERE, SUCCEDERE, INTERCEDERE ed ECCEDERE? Anche in questi casi la differenza semantica la fanno i rispettivi prefissi.  Nel primo, la preposizione latina CUM- (diventata in italiano CON-) indica un cammino consensuale, frutto di una mediazione in cui soggetti in conflitto tra loro decidono di cedere su qualcosa pur di giungere ad un accordo. ‘Succedere’, grazie al prefisso SUB-, si presenta in un’accezione prevalentemente temporale (seguire, venire dopo, toccare in eredità…), può esprimere in modo neutro un semplice dato fattuale (accadere, avvenire…) ma può anche aggiungere una sfumatura nettamente positiva (avere successo, riuscire in un’impresa…) [iv]. ‘Intercedere’ (INTER- vuol dire tra, in mezzo) indica invece un ruolo di mediazione terza, svolto inter-venendo in favore di qualcuno, inter-ponendosi per ottenere qualcosa. [v].  In questo come in altri casi, d’altra parte, bisogna fare attenzione a non ‘eccedere’, andando troppo oltre, esagerando, e quindi uscendo pericolosamente fuori (EX-) dai limiti imposti…

 Forse qualcuno si sta chiedendo perché ho deciso di occuparmi proprio di questo verbo, tenuto conto del contesto ecopacifista nel quale ho iniziato le mie ‘etimostorie’. Ebbene, basta sfogliare i giornali o ascoltare le notizie per radio o in televisione per accorgersi che molte cronache e commenti relativi alla guerra in Ucraina utilizzano – non sempre consapevolmente – espressioni che rinviano a quell’antica radice latina e, prima ancora, indoeuropea. Si racconta infatti di scenari bellici che, come sempre, vedono truppe di ambedue gli schieramenti ora procedere speditamente, ora retrocedere più o meno precipitosamente in seguito agli attacchi degli avversari. Non dimentichiamo poi che l’aggressione russa del 2022 – e prima ancora la precedente offensiva militare ucraina, iniziata nel 2014 – hanno avuto e hanno ancora come teatro principale la vasta area orientale e meridionale del Donbass, dove due regioni russofone (Donesc’k e Luhansk) avevano deciso di secedere, autoproclamandosi repubbliche indipendenti.

Da otto anni nessuna delle parti in conflitto ha mostrato di voler recedere dalle proprie posizioni e l’attuale allargamento d’uno scontro interno ad una feroce guerra di dimensioni che vanno ben oltre la stessa Europa, non lascia prevedere che cosa potrà succedere se non si riuscirà a fermarla. Finora i tentativi di mediazione esterna, tesi ad intercedere tra i belligeranti, non hanno sortito effetti apprezzabili. Al contrario, in varie occasioni è sembrato che si soffiasse sul fuoco del conflitto russo-ucraino, alimentandolo anche con l’invio di armi, contrabbandate come aiuti umanitari. Ecco allora che, spinte da orgoglio nazionalistico e da preoccupanti dinamiche imperialistiche a livello globale, le parti in causa si guardano bene dal retrocedere dalle rispettive posizioni. E quando sembrava di scorgere timidi spiragli di intesa – che ovviamente prevedono che su alcuni punti si debba necessariamente concedere qualcosa all’avversario – arroganti interventi esterni li hanno inesorabilmente fatti fallire…

Le ragioni della pace, di fronte alla catastrofica prospettiva d’una guerra mondiale, dovrebbero ovviamente precedere interessi e considerazioni di parte. Purtroppo non è affatto così e troppi soggetti continuano ad alimentare irresponsabilmente questo sanguinoso conflitto, senza preoccuparsi di eccedere, cioè di andare decisamente ben oltre i limiti che l’umanità si era data dopo il 1945, per evitare che la follia della guerra la spingesse al suicidio.

Insomma, cedere non ha – etimologicamente parlando – solo l’accezione negativa che di solito si dà a questo verbo. Non si tratta necessariamente di arrendersi all’arroganza altrui, assumendo il ruolo di ‘perdenti’, né di lasciar vincere la violenza. Certo, in inglese è traducibile con surrender o yield , entrambi connotati negativamente. Anche in francese si rende con abandon ed in tedesco con ausgeben, suggerendo entrambi il significato di ‘abbandonare’. Altrettando vale per le lingue russa (сдаваться> sdavat’sya) e ucraina (здатися > sdatisya), che evocano situazioni in cui ci si arrende, cessando di opporre resistenza, piegandosi e lasciandosi andare.

Non dimentichiamo però che – in ambito scientifico – la ‘cedevolezza’ non è un difetto bensì una proprietà, come c’insegna l’omonimo principio in fisica, contrapposto a quello di ‘rigidezza’. [vi] Non trascuriamo poi la millenaria saggezza orientale, che connota la cedevolezza proprio come la qualità positiva che ci aiuta a resistere alla violenza altrui, come da sempre insegnano i maestri del ju-do [vii]. Ma quando l’alternativa è tra cedere o decedere, la scelta di proseguire la guerra sembra ancor più incomprensibile…


[i]   Cfr. https://it.wiktionary.org/wiki/cedo ;

[ii]  Ibidem

[iii] Michel Bréal et Anatole Bailly, Dictionnaire étymologique latin, Hachette, Paris, 1885 (trad. mia)

[iv]  Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/succedere/

[v]   Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/intercedere/

[vi]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Rigidezza

[vii] V. citazioni di Jigoro Kano in: D. Postacchini, Ju-do la via della cedevolezza, https://danielepostacchini.it/2021/08/08/la-via-della-cedevolezza/

© 2022 Ermete Ferraro

Etimostorie #4: CONFLITTO

Le parole per dirlo

Parola tornata drammaticamente di attualità in occasione della brutale invasione armata dell’Ucraina da parte delle forze armate russe, ‘conflitto’ non è però sinonimo di ‘guerra’ [i], che rappresenta solo la sua manifestazione più violenta e distruttiva.  Basta consultare qualche dizionario etimologico per verificare che, analizzando l’origine latina di questo termine, siamo di fronte più che altro ad una situazione di ‘urto’, di ‘collisione’, fra due o più situazioni, idee o interessi.

«Discordia, contrasto tra individui o entità, che può essere gestito pacificamente, con accordi o appellandosi a regole condivise (come è tipico in una democrazia); oppure con il tentativo di una parte di imporsi con la violenza (sostantivo) […] dal latino conflictus ossia “urto, scontro”, derivazione di confligere, cioè “confliggere, cozzare”, “combattere”» [ii].

Il verbo di cui ‘conflitto’ è il participio passato, con valore sostantivale, è infatti con-fligere, il cui senso è: “urtare una cosa con un’altra…percuotere” [iii]. Altre possibili traduzioni del latino fligere sono anche: battere, bussare, colpire, etc. [iv], per cui l’idea di fondo resta quella di un urto, una collisione, o comunque un confronto, fra realtà diverse non coincidenti, se non opposte. Anche se consultiamo un dizionario etimologico inglese, infatti, troviamo:

«inizi del XV sec., “contendere”, combattere, dal latino conflictus, participio passato di confligere “colpire insieme, essere in conflitto” […] Significato “essere in opposizione, essere contrari o diversi…» [v].

Una rapida carrellata geo-linguistica ci conferma in gran parte quanto questa radice sia ampiamente comune (fra. conflicte, cast. conflicto, cat. conflicte, rum. conflict, por. conflito, ted. konflikt, ola. conflict…). Perfino nelle lingue slave questa base lessicale è presente (rus., ser. e bul. конфликт, pol. konflikt). Le cose cambiano poco se lo stesso concetto è espresso col differente vocabolo greco συγκρουσηsynkrousi (che appunto significa scontro, collisione, confronto, da krousi = colpo, percussione + pref. syn = con [vi]). Perfino nella lingua hindi troviamo टकरावtakrānā, la cui radice ci riconduce all’idea di urto, collisione [vii].

Il vocabolo cinese corrispondente (冲突 chōngtú) e quello giapponese 衝突shōtotsu) denotano la medesima idea. In ambito semitico, il termine ebraico utilizzato è סְתִירָהstiva’ indica una contraddizione o discrepanza [viii] ed anche il vocabolo arabo نزاع nizae fa riferimento ad una disputa, un giudizio, tra parti in disaccordo [ix].

Con-fliggere non vuol dire in-fliggere

Il vero problema, a questo punto, è se il conflitto – che come si è visto evoca comunque un confronto, uno scontro, un urto tra realtà, visioni ed interessi divergenti – debba avere necessariamente un vincitore ed un vinto, oppure possa concludersi differentemente, in maniera non distruttiva e senza prevaricazione o imposizione violenta di una delle parti in causa, e quindi mediando tra di esse e cercando vie d’uscita inesplorate.

Ovviamente la risposta di un “convinto della nonviolenza” è no, in quanto i conflitti – che pur non vanno mai negati, ignorati o peggio repressi – possono avere esiti molto diversi, creativi ed alternativi non solo alle guerre, ma anche alle comuni soluzioni in cui una parte deve comunque soccombere, secondo la teoria dei “giochi a somma zero” [x].  Ecco perché esplorare le tecniche per trasformare i conflitti – o meglio, secondo l’espressione di J. Galtung, trascenderli [xi] – resta un obiettivo fondamentale per chi intende contrastare l’ineluttabilità della violenza in genere e dei conflitti armati in primo luogo, educando i giovani alla pace e alla nonviolenza attiva [xii].

Mi sembra interessante, infine, citare quanto osservava in proposito il teologo mons. Nunzio Galantino, ribadendo che i conflitti possono, e devono, trovare soluzioni diverse da quelle cui purtroppo siamo abituati, rivalutando la loro carica positiva e generativa.

«Sempre e comunque il conflitto si colloca e ci colloca in un contesto relazionale. Relazione con l’altro da me e/o relazione con me stesso. […] Ha proprio ragione l’imperatore stoico Marco Aurelio: “È conflitto la vita, è viaggio di un pellegrino”; e, con lui K. Marx, quando scrive: “Non vi è progresso senza conflitto: questa è la legge che la civiltà ha seguito fino ai nostri giorni”. L’etimologia della parola conflitto dà ragione dell’approccio semantico positivo fin qui seguito […] Sia in Lucrezio [De Rerum Natura] sia nel De officiis di Cicerone questo verbo rimanda alla possibilità di fare incontrare, confrontare, riunire, avvicinare. Solo più tardi confligere acquisterà il significato di combattere, contendere, urtare ostilmente. L’etimologia ci consegna quindi originariamente la parola conflitto come incontro generativo tra realtà differenti».[xiii]


Note

[i]  Cfr. E. Ferraro, Etimostoria #2: GUERRA, https://ermetespeacebook.blog/2022/02/27/etimostorie-1-guerra/

[ii]  Cfr. voce ‘conflitto’ in Wiktionary, https://it.wiktionary.org/wiki/conflitto

[iii] Cfr. voce ‘conflitto’ in Etimo.it, https://www.etimo.it/?term=conflitto

[iv] Cfr. ‘fligere’ in Glosbe.com, https://it.glosbe.com/la/it/fligere

[v]  Cfr. ‘conflict’ in Etymonline.com, https://www.etymonline.com/word/conflict

[vi]  Cfr. https://el.wiktionary.org/wiki/%CE%BA%CF%81%CE%BF%CF%8D%CF%83%CE%B7  e https://el.wiktionary.org/wiki/%CE%BA%CF%81%CE%BF%CF%8D%CF%83%CE%B7

[vii]  Cfr. https://en.wiktionary.org/wiki/%E0%A4%9F%E0%A4%95%E0%A4%B0%E0%A4%BE%E0%A4%B5

[viii]  Cfr. https://context.reverso.net/traduzione/ebraico-italiano/%D7%A1%D6%B0%D7%AA%D6%B4%D7%99%D7%A8%D6%B8%D7%94

[ix]  Cfr. https://en.wiktionary.org/wiki/%D9%86%D8%B2%D8%A7%D8%B9

[x] Cfr. voce “teoria dei giochi” in Wikipedia.it – https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_giochi

[xi]  J. Galtung, Conflict Trasformation by Peaceful Means (The Transcend Method). https://gsdrc.org/document-library/conflict-transformation-by-peaceful-means-the-transcend-method/

[xii]  Per approfondire tale aspetto, cfr. E. Ferraro, “RiconciliaAzioni”, Ermetes’ Peacebook 12.05.2020 –  https://ermetespeacebook.blog/2020/05/12/riconcili-azioni/

[xiii]  Mons. N. Galantino, “Abitare le parole/ conflitto”, il Sole 24 Ore, 16.06.2019 – http://www.nunziogalantino.it/wp-content/uploads/2019/06/Conflitto_Abitare-le-parole.pdf

“Born to Kill”: NATO per uccidere

Noi napolitani, eredi di secoli di forzoso adattamento alle dominazioni straniere che ci hanno assuefatti al controllo militare, siamo arrivati a sentirci quasi ospiti a casa nostra.  Percorrendo in auto la Domiziana, soprattutto con una deviazione per raggiungere località balneari come Varcaturo, a tantissime persone sarà capitato di scorgere distrattamente un enorme complesso, moderno e grigio, proprio accanto al Lago Patria, a breve distanza dall’antica Liternum, dove si 2200 anni fa si ritirò dopo le guerre puniche Scipione l’Africano.  Ma forse anche per molti giuglianesi quella grigia fortezza, sinistra città nella città, è un elemento in più nella ex fertile Campania Felix, da decenni infelice sede delle ecomafie, intossicata da criminali scarichi di veleni e appestata da roghi tossici.

E allora benvenuti a Nàtoli, provincia di ‘Terra dei Fuochi’, una cittadella militare dove i sedicenti ‘alleati’ multinazionali – ma targati stelle e strisce – da un decennio si esercitano a controllare lo scacchiere strategico dell’Europa meridionale, del nord Africa e dell’est europeo. Una delle aree più calde, sulle quale il JFCN (Joint Forces Command Naples) ha esteso dal 2012 la sua giurisdizione – dopo il trasferimento dall’AFSOUTH di Bagnoli – come quartier-generale operativo della NATO, da cui dipendono due delle sei Force Integration Units in Romania ed il neonato Aegis Ashore Missile Defence Site Deveselu, parte del suo sistema di difesa missilistica.

Benvenuti in quella che per molti è solo un’area militare off limits, chiamata impropriamente ‘base’ ma dalla quale non partono cacciabombardieri né colonne di carri-armati. E in effetti – a parte un’enorme e minacciosa batteria d’installazioni per telecomunicazioni – nulla lascerebbe sospettare che in quell’ingombrante complesso color ferro a meno di 20 km da Napoli (edifici a 7 piani di cui 2 interrati, 330.000 mq di superficie, 280.000 metri cubi di edificazione ed una potenziale ricettività di 3.000 presenze) si sono già decise le sorti delle recenti, disastrose, guerre scatenate dall’imperialismo USA e, purtroppo, si continueranno a decidere e controllare strategicamente quelle che si stanno preparando sul fronte est e quello mediterraneo.

Benvenuti in quella che in teoria sarebbe casa nostra, la nostra terra, ma che dal dopoguerra è occupata militarmente dai cosiddetti ‘liberatori’, cui sovrintende un mega-ammiraglio statunitense ‘a due berretti’, capo sia delle forze navali USA (US Naval Force Europe-Africa di Capodichino) sia del JFC di Giugliano, giusto per far capire chi è che comanda…  Nella pagina di ‘accoglienza’ del sito www.jfc.nato.int è scritto che la “nuova struttura di comando della NATO è più snella, più flessibile, più efficiente e meglio in grado di condurre l’intera gamma delle missioni dell’Alleanza”. Si precisa poi che è parte della: “Forza di risposta della NATO (NRF) costituita da una forza flessibile e tecnologicamente avanzata che include elementi di terra, mare e aria pronti a spostarsi rapidamente ovunque sia necessario, come deciso dal Consiglio Nord Atlantico». Il linguaggio è volutamente neutro, come se non si trattasse di un comando militare strategico ma di una qualsiasi azienda. Un messaggio pubblicitario, che sorvola ovviamente sul fatto che efficienza tecnologica e flessibilità operativa servono a “preparare, pianificare e condurre” azioni di guerra (eufemisticamente: ‘missioni’), causa di migliaia di morti e feriti e di gravissime devastazioni ambientali. Quella guerra che a parole la nostra Costituzione “ripudia”, ma alla quale ci prepariamo disciplinatamente, sotto il comando d’un ammiraglio che, a sua volta, è al comando del Presidente degli Stati Uniti d’America.

Benvenuti in un territorio straniero sul quale non abbiamo giurisdizione né controllo, ma dove comunque risiedono dal 2013 migliaia di militari e civili di varia nazionalità, aggravando l’impatto antropico su un’area comunale densamente popolata (oltre 1.314 abitanti per hm2), assai inquinata e con vari problemi di vivibilità, un luogo per di più sottratto ad ogni verifica e monitoraggio ambientale e sanitario. Un grosso compound ipertecnologico, dove assurdamente gli scolari di Giugliano vengono portati in visita guidata, ma che ha reso problematica la sicurezza di quel territorio (di fatto un bersaglio strategico…). Un complesso di cemento…armato costato pure un bel po’ di denaro, tenuto conto che sommando ai 165 milioni di euro stanziati dalla NATO (pagati peraltro in quota parte anche dall’Italia) i 21 milioni di fondi FAS per le “infrastrutture” viarie e i 5 milioni erogati a suo tempo dall’Amministrazione Provinciale, si arriva alla stratosferica somma di oltre 190 milioni di euro investiti in una centrale della guerra.

Purtroppo Giugliano, pur ricevendo in cambio pochi veri benefici, sembra da tempo rassegnata a recitare il ruolo subalterno di military town, dove spadroneggiano anche i nostri soldati, col pretesto dell’intervento per l’operazione ‘Terra dei Fuochi’. Di recente, fra l’altro, essi stanno cercando di accreditarsi paradossalmente come protettori dell’ambiente ed educatori nelle scuole, come dimostra il recente ed incredibile protocollo d’intesa tra Comune e Comando Sud dell’Esercito per promuovere… la raccolta differenziata nelle scuole. Forse la popolazione locale non ha ancora percepito la gravità di una situazione d’una città con quasi 124.000 abitanti (e con un numero molto superiore di residenti in periodo estivo) che si trova forzosamente ad ospitare uno dei principali comandi strategici della NATO.

È quindi compito del movimento antimilitarista e pacifista, contro ogni guerra e contro la sudditanza all’Alleanza Atlantica, rafforzare le azioni di sensibilizzazione, controinformazione e mobilitazione civile e popolare nei confronti dei cittadini giuglianesi, soprattutto in un drammatico momento in cui – neanche usciti da un pandemia globale e sotto l’imminente minaccia di una catastrofe ecologica – i venti di guerra soffiano più impetuosi del solito ed il leone della NATO ruggisce minacciosamente.

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(*) Ermete Ferraro, vicepresidente del M.I.R. e membro dell’Esecutivo di V.A.S., è un ecopacifista nonviolento. L’articolo è stato pubblicato dal quotidiano online “CONTROPIANO” (https://contropiano.org/news/politica-news/2022/02/18/born-to-kill-n-a-t-o-per-uccidere-0146710 )

Una lapide al ‘militarismo noto’

“Ogn’anno, il 4 novembre, c’è l’usanza…”

Ancora una volta, ecco che si ripete il solito copione. Ogni 4 novembre, in occasione della giornata della ‘Unità nazionale’ – da decenni indissolubilmente legata alla celebrazione delle Forze armate – le teste d’uovo della Difesa si sforzano di trovare la chiave giusta per rispolverare la retorica patriottarda e guerrafondaia. Ed in questo 2021 hanno potuto contare su un’occasione propizia: il centenario del ‘Milite Ignoto’, commemorato nel monumento che fu l’apoteosi architettonica del Regno d’Italia, quel ‘Vittoriano’ costruito 10 anni prima, che proprio nel 1921 ospitò il sacello del ‘Milite Ignoto’, da allora conosciuto come ‘Altare della Patria’. L’utilizzo di un linguaggio vagamente religioso (sacello, altare…) sottolineava la ‘sacralità’ di quel trionfalistico tempio alla nazione, continuando la lunga e penosa tradizione della contaminazione della fede cristiana con la fiducia nell’indefettibile potenza degli eserciti e nella glorificazione della Patria. Un secolo dopo, la stessa retorica gronda dai messaggi coi quali la Difesa esalta la memoria della ‘grande guerra’, adattando però il ruolo delle forze armate alle attuali ‘emergenze’ e sottolineandone opportunamente la funzione ‘civica’ oltre che militare.

Ho più volte affermato la necessità di utilizzare gli strumenti dell’analisi linguistica per svelare i significati meno espliciti dei messaggi propagandistici da cui siamo quotidianamente bombardati, la cui tonalità sta virando sempre più verso il grigio-verde. Il ‘mimetismo’ dei militari, in effetti, non si esaurisce nell’utilizzo delle uniformi dei soldati, ma pervade sempre più la società civile, per rassicurarla sulla loro democraticità e per accreditarli come difensori della sicurezza e della salute degli italiani [i].  Ma è proprio in occasioni come la ‘festa’ del 4 novembre – tanto più nel centenario del ‘Milite Ignoto’ – che la vena enfatica non riesce più ad essere contenuta, per cui dal breve spot predisposto anche quest’anno dalla Difesa [ii] trasuda l’abituale retorica autocelebrativa. In un messaggio di appena mezzo minuto, infatti, affiorano tutti i soliti stereotipi, evidenti nell’utilizzo di ‘parole-chiave’ di natura apparentemente più ‘civile’ (‘servizio’, ‘impegno’, ‘dedizione’, ‘cura’, ‘umanità’ ‘passione’), coniugate con una terminologia ispirata a sempiterni ‘valori’ militari (‘sacrificio’, ‘difesa’, ‘unità’, ‘coraggio’, ‘sicurezza’, ‘grandezza’). Le stesse immagini – un mix di filmati bellici in bianco e nero e di scene tratte dal docufilm “La scelta di Maria” (prodotto per l’occasione e proposto da Rai Cinema, col patrocinio del Ministero della difesa [iii]) – suggeriscono che quella ‘storia’ sta rinnovandosi oggi, grazie all’eroica ‘dedizione’ ed all’efficienza tecnologica e organizzativa dei corpi militari, particolarmente in occasione dell’attuale pandemia.

In questo cortometraggio, a fangose trincee, vecchie imbarcazioni militari, aerei e postazioni di artiglieria rievocanti la ‘grande guerra’ sono state affiancate immagini di carabinieri che soccorrono alluvionati, di ‘missioni umanitarie’ svolte per l’ONU e d’inseguimenti delle motovedette della Guardia di finanza, suggerendo un’improbabile continuità logica tra tempo di guerra e tempo di pace. Non mancano scene più bellicose, con perlustrazioni aeree dei caccia, monitoraggio dei mari con portaerei e dei terreni più ‘caldi’ con blindati e carri armati, ma accostate ad altre più rassicuranti, dove sorridenti soldatesse dispensano palloncini ai bambini e rutilanti ‘frecce tricolori’ sorvolano il Vittoriano, riportandoci alla commemorazione del ‘Milite Ignoto’. Purtroppo, decenni di contestazione antimilitarista e di azione nonviolenta non sembrerebbero aver scalfito il mito patriottico che le Forze armate continuano impudentemente ad accreditare, mistificando il senso di quel deprecabile massacro – la ‘inutile strage’, così qualificata già nel 1917 da Papa Benedetto XV – che di grande aveva solo la follia sanguinaria dell’imperialismo delle potenze mondiali. Un severo monito riecheggiante anche oggi nelle parole di Papa Francesco che, oltre un secolo dopo, durante la celebrazione del 2 novembre al Cimitero Francese di Roma, ha ricordato che, invece di esaltare gli eroi, dovremmo piuttosto commemorare: “le vittime della guerra che mangia i figli della patria”. Il ‘grido di dolore’ del pontefice, è bene sottolinearlo, è stato giustamente attualizzato ed allargato alla decisa condanna di chi la guerra prepara e finanzia: “Queste tombe sono un messaggio di pace: fermatevi fratelli e sorelle, fermatevi fabbricatori di armi, fermatevi!” [iv].

Contestiamo quel ‘militarismo noto’ con l’ecopacifismo 

Da parte loro, i movimenti pacifisti e nonviolenti italiani non hanno mai smesso di deprecare la ‘celebrazione’ della guerra e la sua retorica patriottarda. Anche nel 2021 – anno in cui trae ulteriore alimento dal ricordo del centenario del ‘Milite ignoto’ – non sono mancati i messaggi antimilitaristi, fra cui quello del Movimento Nonviolento, nel quale si ribadisce che il 4 novembre per noi Italiani dovrebbe essere una giornata di ‘lutto’, non certo di ‘festa’.

«La data del 4 novembre viene esaltata con continuità dal fascismo fino ad oggi, per richiamare l’unità dell’Italia sotto il segno della guerra e dell’esercito: “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate” nell’anniversario della fine di un tragico conflitto che costò al nostro paese un milione e duecentomila morti (600.000 civili e 600.000 militari); per la prima volta nella storia a morire a causa della guerra non erano solo i militari al fronte, ma in pari numero i civili vittime di bombardamenti o di stenti, malattie, epidemie causate dalla guerra stessa. Nella prima guerra mondiale si usarono per la prima volta armi di sterminio di massa. Per la prima volta si bombardarono le città. Nelle guerre di oggi sono principalmente i civili a morire; le nuove armi sono sempre più micidiali. Quanto ci costano oggi le spese militari italiane? Quali armi costruiamo ed esportiamo? Quale il ruolo dell’Italia nelle guerre che incendiano il mondo? Se davvero vogliamo onorare i morti di ieri dobbiamo impegnarci oggi contro le guerre e la loro preparazione. Solo la nonviolenza salverà l’umanità».[v]

Il Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), associandosi a tale appello, vi ha opportunamente aggiunto una sottolineatura particolare, cogliendo in altri eventi di grande attualità – come il G 2o di Roma e la COP 26 di Glasgow – l’occasione per ribadire il ruolo del sistema militare-industriale nella devastazione ambientale e nell’alterazione del clima, generalmente sottovalutato o prudentemente sottaciuto.

«Il Movimento Internazionale della Riconciliazione, in nome della nonviolenza agli esseri umani e alla natura, raccomanda di aggiungere alle richieste ambientaliste la riduzione delle spese militari e l’abolizione degli armamenti di distruzione totale, nocivi per l’ambiente dalla produzione al loro utilizzo. Come si è detto nelle iniziative del 30 ottobre del MIR per la “Giornata globale d’azione per il clima” indetta dall’IFOR (International Fellowship of Reconciliation): “Il Sistema militare provoca disastri ambientali”. Questo fa parte del progetto ecopacifista contenuto nel libro del MIR “La colomba e il ramoscello”, Edizioni Gruppo Abele» [vi].

Il vero problema, però, è far giungere tali appelli a tante persone che, pur non nutrendo un particolare spirito patriottico o militarista, restano comunque indifferenti, come se si trattasse di questioni estranee ai problemi quotidiani ed al futuro dei loro figli.  Un altro rischio è che il pacifismo continui ad essere identificato con un’opzione esclusivamente morale o, peggio, con un’espressione sentimentale ed utopica. La verità è che il militarismo si sta subdolamente infiltrando in ogni ambito della stessa vita civile (dalla scuola alla sanità, dall’ordine pubblico alla pianificazione economica) e che, comunque, lo stesso ‘no alla guerra’ rischia di non avere senso se non ci si oppone anche all’imperialismo subdolo dei grandi della Terra, gli stessi che stanno irresponsabilmente mettendo a rischio la nostra sopravvivenza su un Pianeta sempre più depredato, inquinato e desertificato. In un giorno di lutto come il 4 novembre, dunque, la speranza da coltivare – simboleggiata dalla nota immagine della colomba che regge nel becco un ramoscello d’ulivo – è che una vera sinergia tra movimenti ecologisti e pacifisti accresca finalmente la consapevolezza dell’opinione pubblica sul nesso tra opposizione al complesso militar-industriale e lotte per la salvaguardia dell’ambiente naturale e dei suoi delicati equilibri ecologici.

Per fare pace tra noi, ma anche con la natura di cui abbiamo dimenticato di fare parte.


Note:

[i]  Su tale aspetto mi sono già ampiamente soffermato in alcuni precedenti articoli per il blog, fra cui: “De-formazioni paramilitari” (https://ermetespeacebook.blog/2021/07/26/de-formazioni-paramilitari/ ), “Vaxtruppen” (https://ermetespeacebook.blog/2021/06/20/vaxtruppen/  ); “Ripudiare la guerra: dalla parole ai fatti” (https://ermetespeacebook.blog/2021/06/03/ripudiare-la-guerra-dalle-parole-ai-fatti/ ); “Piano di Ripresa…militar-industriale” (https://ermetespeacebook.blog/2021/04/03/piano-di-ripresa-militar-industriale/ ) etc.

[ii] Vedi in https://www.difesa.it/Content/Manifestazioni/4novembre/2021/Pagine/default.aspx

[iii] Cfr. https://www.rainews.it/dl/rainews/media/Festa-del-Cinema-Sonia-Bergamasco-Francesco-Micciche-La-scelta-di-Maria-Milite-Ignoto-4da90f8e-06a3-47b4-a8d2-05d3cd2024b2.html

[iv] I. Sol., “Cimitero Militare. Il Papa: queste tombe gridano pace. Fermatevi fabbricatori di armi”, Avvenire, 02.11.2021 > https://www.avvenire.it/papa/pagine/commemorazione-dei-defunti-papa-francesco-cimitero-militare-francese

[v] Movimento Nonviolento, “4 novembre. Non festa ma lutto”, Nonviolenti.org (30.10.2021) > https://www.nonviolenti.org/cms/4-novembre-non-festa-ma-lutto/

[vi] Movimento Internazionale della Riconciliazione, “I Governi si impegnino nella COP26 a tagli significativi delle emissioni inquinanti militari”, Miritalia.org (01.11.2021) > https://www.miritalia.org/2021/11/01/i-governi-si-impegnino-nella-cop26-a-tagli-significativi-delle-emissioni-inquinanti-militari/

© 2021 Ermete Ferraro

E C O S O C I A L I S M I

Ecosocialismo o barbarie?

Ho partecipato nei giorni scorsi ad un istruttivo incontro online così intitolato, organizzato e promosso da Sinistra Anticapitalista di Milano (https://www.facebook.com/events/290381306058188/?ref=newsfeed ).  Il tema trattato potrà forse risultare non del tutto chiaro, in quanto il termine ‘ecosocialismo’, pur intuendone il senso, resta ai più poco noto. È ciò che accade anche quando mi capita di parlare e scrivere di ‘ecopacifismo’, altra categoria politica che a non a tutti è chiara, per cui è sempre alto il rischio di fraintendimenti, equivoci e semplificazioni, che tendono a ricondurre quanto non si conosce sui rassicuranti binari del politicamente noto.

Già alcuni anni avevo scritto per il mio blog un articolo intitolato: “Ecosocialismo? Sì, grazie!”, col quale provavo a chiarire i termini entro i quali è riconducibile questa categoria dal punto di vista di chi, come me, non affonda le radici nel terreno della cultura marxista, bensì in quello di un ambito nonviolento ed ecopacifista. Come scrivevo allora:

«I principi fondamentali di questo approccio sono così sintetizzabili: (a) interdipendenza ed unità nella diversità; (b) decentramento e democrazia diretta; (c) centralità dell’idea di cittadinanza attiva e responsabile: (d) visione liberatrice della tecnologia; (e) impostazione sociale del lavoro; (f) visione filosofica improntata ad un ‘naturalismo dialettico’ e fondata su un’etica ecologica…». [i]

Ma l’alternativa ecosocialista al pensiero unico neoliberista non è proponibile senza chiarire le espressioni utilizzate e la loro evoluzione, per cui bene ha fatto Umberto Oreste, uno dei due relatori dell’incontro citato, a ripercorrere le tappe del pensiero ecosocialista a partire dal 1972, anno in cui alla critica del sistema economico capitalista cominciarono a sommarsi le denunce e gli allarmi provenienti dal mondo scientifico, ma anche le prime mobilitazioni ecologiste popolari. Il perseguimento di un’autentica armonia dell’uomo con la natura, d’altronde, già negli anni ‘70 era declinato secondo modalità abbastanza diverse. Si andava infatti dalla ‘ecosofia’ proposta dal filosofo della scienza norvegese Arne Naess [ii] alla contrapposizione tra “cultura e società” di cui si faceva portatore il sociologo gallese Raymond Williams [iii], passando per la filosofia di Herbert Marcuse e la sua critica alla repressività insita in una società fondamentalmente totalitaria [iv].

In tale disamina storica non potevano mancare naturalmente i riferimenti al fondamentale contributo ad una svolta ecologista costituito dal ‘rapporto sui limiti dello sviluppo’ prodotto nel 1972 dal Club di Roma, coi suoi ’10 scenari’ per uscire dalla crisi con una rivoluzione sostenibile [v], e  quelli alla nascita d’un soggetto politico ‘verde’, che materializzava la spinta verso una ecologia politica attiva, sia pure con tutte le contraddizioni registrate nei decenni successivi. Risale agli stessi anni ’80 lo stimolo del pensatore statunitense Murray Bookchin, uno degli autori fondamentali riconducibili al pensiero ecosociale e libertario, assai critico nei confronti di un’urbanizzazione antiecologica e promotore di una ‘ecologia della libertà’. [vi]

«Gli ideali di libertà oggi non mancano…e possono essere descritti con ragionevole chiarezza e coerenza. Abbiamo di fronte non solo l’esigenza di migliorare la società, o modificarla; abbiamo di fronte la necessità di ricostruirla. Le crisi ecologiche e i conflitti che ci hanno divisi in lotte che fanno del nostro il secolo più sanguinoso della storia, possono essere risolti soltanto se riconosciamo che ciò che qui viene messo in discussione è la civiltà dominante, non semplicemente un assetto sociale male organizzato […] Le soluzioni di tipo ‘eco-tecnocratico’, per così dire, comportano un livello tale di coordinazione sociale da far impallidire i più centralizzati dispotismi della storia […] Il messaggio ecologico è un messaggio di diversità, ma anche di unità nella diversità. La diversità ecologica, inoltre, non poggia sul conflitto, poggia sulla differenziazione, cioè su di una globalità che viene esaltata dalla varietà dei suoi componenti…» [vii]

Ecologia sociale e nonviolenza attiva

Questa lunga citazione di Bookchin fornisce una prima chiave di lettura del progetto ecosocialista, che egli centrava sulla critica della città e la proposta di un ‘municipalismo libertario’ a misura d’uomo, ma anche sul ripudio della mentalità consumistica e dell’agribusiness. Sono infatti pratiche che semplificano ecosistemi complessi, utilizzando tecnologie sempre più innaturali, mirando esclusivamente al profitto e producendo ‘degradazione ecologica’. Questa tensione verso una società alternativa, conforme ai principi dell’ecologia e promotrice d’una democrazia partecipativa e comunitaria, non era solo un’opzione politica, ma soprattutto etica. Nella sua visione, infatti:

«…ogni persona della comunità è un cittadino, non un individuo egoista e nemmeno il membro di un ‘collettivo particolare’ […] Un tale tipo di persona, scevro da interessi particolari perché vive in un ambiente dove tutti contribuiscono al bene della comunità, dando il meglio di se stessi e prendendo dal fondo comune quanto necessitano, darebbe alla condizione di cittadino una solidità materiale senza precedenti, superiore a quella ottenibile con la proprietà privata». [viii]

Da queste parole sembra trasparire la visione originaria, comunitaria, del cristianesimo, così come risuonano a echi dell’etica politica gandhiana, soprattutto laddove si esalta la dimensione collettiva dei piccoli centri, sintonizzati con gli ecosistemi nei quali si trovano ed in cui la tecnologia riacquista la sua caratteristica di supporto al lavoro umano. Mi riferisco in particolare ad alcuni concetti basilari del pensiero del Mahatma – e del ‘programma costruttivo’ nonviolento –  come quello di swaraj (autogoverno, autogestione) e di swadeshi  (localismo, attaccamento al proprio paese, autonomia, autosufficienza), come sottolinea Roberto Mancini.

«Il primo soggetto della pratica dello swadeshi è la comunità del villaggio, che deve provvedere all’organizzazione materiale della vita collettiva attraverso un’economia locale orientata alla sussistenza nell’equità che permette di non escludere nessuno. È il primo soggetto, non l’unico. Infatti Gandhi non è contrario a un’apertura dell’attività economica oltre i confini del villaggio; egli vuole solo impedire che ci siano modelli organizzativi che giungano a cancellare la rilevanza di questa unità territoriale per polverizzare il tessuto comunitario della società». [ix]

A questo punto – come affiorava anche dalla relazione di Umberto Oreste – viene alla mente il collegamento con un movimento che gran parte di questi obiettivi ha fatto propri, quello sulla c.d. ‘decrescita felice’, il cui principale esponente è Serge Latouche, fautore di un’economia frugale, rispettosa dei limiti ecologici, che coniughi il localismo con un modello anticrescista e conviviale.

«A questo punto il sistema non è più riformabile, dobbiamo uscire da questo paradigma e qual è questo paradigma? È il paradigma di una società di crescita. La nostra società è stata a poco a poco fagocitata dall’economia fondata sulla crescita, non la crescita per soddisfare i bisogni che sarebbe una cosa bella, ma la crescita per la crescita e questo naturalmente porta alla distruzione del pianeta perché una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. […] Il nostro immaginario è stato colonizzato dall’economia, tutto è diventato economico». [x]

Le accuse più comuni rivolte ai sostenitori della ‘decrescita felice’ sono quella di anti-universalismo, di cedimento a posizioni anti-tecnologiche e perfino di romanticismo ‘primitivista’. Eppure, come confermato dallo stesso Oreste, gran parte della revisione dello stesso pensiero marxista aveva puntato a superare la sua visione ‘produttivista’ ed a contrapporre un ‘globalismo ecologico’ al tradizionale internazionalismo proletario.Come riferivo nel mio articolo precedente, inoltre, la stessa mozione sull’ecosocialismo approvata nel 2013 segnava una discontinuità con la visione tradizionale della sinistra marxista, coniugando l’anticapitalismo di fondo col pensiero ecologista e con una democrazia partecipativa.

«L’ecosocialismo, ossia la trasformazione sociale ed ecologica, si trova alla congiunzione dell’ecologia anti-capitalista con i movimenti di sinistra antiproduttivisti […] è una nuova sintesi per fronteggiare la doppia sfida delle crisi sociale ed ambientale- che hanno le stesse radici […] Esso implica il ricorso a radicalità concrete ed a misure che noi chiamiamo ‘pianificazione ecologica’, basata sulla redistribuzione delle ricchezze esistenti ed un sistema di produzione radicalmente differente, che tenga conto dei limiti ambientali, che si basi sul rigetto di ogni forma di dominazione ed oppressione, così come sulla sovranità popolare…». [xi]

Già negli anni ’40 del secolo scorso, il principale teorico del modello gandhiano, Joseph C. Kumarappa, aveva parlato di “economia della libertà” e di “economia della condivisione”, sottolineando fra l’altro il nesso fra un’economia predatoria e basata sul profitto e la conflittualità permanente, finalizzate al controllo oppressivo e violento delle risorse naturali.

«Le economie fondate sul petrolio e sul carbone portano a conflitti tra le nazioni perché questi combustibili sono limitati. […] La vera soluzione per i conflitti internazionali passa per l’autosufficienza economica, la riduzione degli standard di vita di alcune popolazioni e il riaggiustamento della vita di ogni nazione per permettere lo sviluppo delle altre…». [xii]

Ecosocialismo ed ecopacifismo per un’alternativa nonviolenta

Ovviamente l’incontro citato su “Ecosocialismo o barbarie” si è sviluppato seguendo la linea più ‘classica’ dell’ecosocialismo, e quindi in chiave prevalentemente collettivista ed internazionalista, pur aprendosi ad una globalità di stampo ecologista e ad una visione che superi il produttivismo classico. In tal senso, una recente lettura alternative è stata quella di Jason W. Moore, autore di “Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria”, per la cui prefazione all’edizione italiana egli scriveva:                                                   

«L’Antropocene pone correttamente la questione del dualismo Natura/Società senza tuttavia poterla risolvere a favore di una nuova sintesi. Quest’ultima, a mio avviso, dipende da un ripensamento del capitalismo all’interno della rete della vita. È bene che sia ormai diffusissimo lo slogan “cambiare il sistema, non il clima”, ma bisogna fare attenzione al modo in cui pensiamo il sistema. […] L’argomento-Capitalocene, quindi, segnala una prospettiva diversa da quella comunemente in uso negli studi sul cambiamento ambientale globale […] Tale approccio contesta il materialismo volgare implicito in molti studi sul cambiamento ambientale globale, per il quale le idee, le culture e anche le rivoluzioni scientifiche sarebbero fenomeni derivati, di secondaria importanza – un problema che affligge le analisi sia radicali che tradizionali…». [xiii]

Un altro recente ed importante contributo all’apertura di un confronto a più voci sull’ecosocialismo è sicuramente quello di Michael Löwy, il sociologo brasiliano operante in Francia che nel 2001 ha scritto con Joel Kovel il Manifesto Ecosocialista, proprio per invitare ad un ‘dialogo’ che conducesse ad un auspicabile ‘internazionale ecosocialista’.

«Respingiamo tutti gli eufemismi o l’ammorbidimento propagandistico della brutalità di questo regime: tutto il greenwashing dei suoi costi ecologici, ogni mistificazione dei costi umani sotto il nome di democrazia e diritti umani […] Agendo sulla natura e sul suo equilibrio ecologico, il regime, con il suo imperativo di espandere costantemente la redditività, espone gli ecosistemi a inquinanti destabilizzanti, frammenta gli habitat che si sono evoluti nel corso di eoni per consentire il fiorire di organismi, dilapida risorse e riduce la sensuale vitalità della natura a la fredda interscambiabilità richiesta per l’accumulazione del capitale […] Crediamo che l’attuale sistema capitalista non possa regolare, né tanto meno superare, le crisi che ha messo in atto. Non può risolvere la crisi ecologica perché per farlo è necessario porre dei limiti all’accumulazione, un’opzione inaccettabile per un sistema basato sulla regola: cresci o muori! […] In sintesi, il sistema mondiale capitalista è storicamente in bancarotta. È diventato un impero incapace di adattarsi, il cui stesso gigantismo ne rivela la debolezza sottostante. È, nel linguaggio dell’ecologia, profondamente insostenibile e deve essere radicalmente cambiato, anzi sostituito, se deve esserci un futuro degno di essere vissuto […] Si tratta…di sviluppare la logica di una trasformazione sufficiente e necessaria dell’ordine attuale, e di iniziare a sviluppare i passi intermedi verso questo traguardo. Lo facciamo per pensare più profondamente a queste possibilità e, allo stesso tempo, iniziare il lavoro di riunire tutti coloro che la pensano allo stesso modo […] L’ecosocialismo…insiste…sulla ridefinizione sia del percorso che dell’obiettivo della produzione socialista in un quadro ecologico. Lo fa proprio nel rispetto dei “limiti alla crescita” essenziali per la sostenibilità della società. Questi sono abbracciati, tuttavia, non nel senso di imporre la scarsità, il disagio e la repressione. L’obiettivo, piuttosto, è una trasformazione dei bisogni, e un profondo spostamento verso la dimensione qualitativa e lontano da quella quantitativa». [xiv]

Esattamente venti anni dopo, egli ha confermato questa sua proposta in un articolo nel quale, nel ribadire la critica all’ossessione per la ‘crescita’ economica tipica del sistema capitalista, sottolinea anche come questo non soltanto esaspera il consumismo compulsivo e provoca inquinamento e devastazione ambientale, ma si ripercuote anche sulla corsa agli armamenti. Si tratta di una riflessione che, pur non esplicitamente, collega l’opzione ecosocialista a quella ecopacifista, dal momento che quel modello predatorio, energivoro ed iniquo di sviluppo deve necessariamente essere sostenuto e difeso dal braccio armato del complesso militare industriale. Come avevo puntualizzato alcuni anni fa:

«L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neanche una semplice strategia d’zione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico-sociale. La sua caratterizzazione ecosocialista, autogestionaria ed antimilitarista è riconducibile sia alla tradizione etico-religiosa dell’Ahimsa gandhiana, sia alla nonviolenza laica di pensatori come Capitini, sia anche alle proposte di pacifisti di matrice anticapitalista e terzomondista». [xv]

Parlare di ‘ecosocialismi’, quindi, per me è un modo per ricercare – secondo l’auspicio di Löwy – l’unità di azione di coloro che ritengono indispensabile il superamento del modello capitalista e la transizione ad una società più giusta, pacifica ed ecologica. Il rifiuto del profitto ad ogni costo, del consumismo sfrenato, dello sviluppo senza limiti e dello sfruttamento dell’uomo e della natura sono, a mio avviso, fondamentali elementi etico-politici in comune su cui bisogna costruire un’alternativa ecosocialista. Prima che sia troppo tardi per invertire la rotta e riprendere in mano il nostro futuro.

L’ecosocialismo per un “futuro rosso-verde”

In tale direzione sembra andare la sollecitazione dello stesso Michael Löwy, il quale – nell’articolo del 2021 cui facevo cenno – parlava già dal titolo di questo “Red-Green Future”.

«L’ecosocialismo offre un’alternativa radicale che mette al primo posto il benessere sociale ed ecologico. Tenendo conto dei legami tra sfruttamento del lavoro e sfruttamento dell’ambiente, l’ecosocialismo si oppone sia alla ‘ecologia di mercato’ riformista sia al ‘socialismo produttivista’. Abbracciando un nuovo modello di pianificazione solidamente democratica, la società può assumere il controllo dei mezzi di produzione e del proprio destino. Orari di lavoro più brevi e un focus sui bisogni autentici rispetto al consumismo possono facilitare l’elevazione dell’ ‘essere’ rispetto all’ ‘avere’ ed il raggiungimento di un più profondo senso di libertà per tutti. Per realizzare questa visione, tuttavia, ambientalisti e socialisti dovranno riconoscere la loro lotta comune e il modo in cui si collega al più ampio “movimento di movimenti” che cercano una Grande Transizione».[xvi]

La storia del movimento internazionale dei Verdi è costellata di buoni propositi ma anche di cedimenti e compromessi, che paradossalmente lo hanno caratterizzato proprio quando il suo peso è cresciuto all’interno di alcuni stati, rendendo però il suo contributo politico sempre meno radicale ed incisivo. Sarebbe d’altra parte poco lungimirante rinchiudere il discorso ecopacifista all’interno della cerchia della new wave dei partiti comunque riconducibili alla sinistra marxista, trascurando l’apporto dei movimenti ambientalisti e dei partiti esplicitamente ecologisti proprio quando, viceversa, sarebbe necessaria una nuova sinergia di taglio ecosocialista. Come ricordavo nel mio precedente contributo, infatti, non sono state poche le organizzazioni politiche che in questi decenni si sono dichiarate esplicitamente ecosocialiste, soprattutto in Spagna (Izquierda Unida, Esquerra Unida i Alternativa), in Portogallo (Os Verdes), in Francia (Les Alternatifs), in Germania (Die Linke) ed in Grecia (Syriza). Molte di esse non sono più operative o sono confluite in organizzazioni e reti più ampie, ma è innegabile il contributo che anche il movimento dei Verdi ha dato allo sviluppo d’un pensiero ecosocialista. Basti pensare al Manifesto dei Global Greens, la rete che a livello mondiale collega oltre 100 partiti, rappresentati da più di 400 parlamentari. I sei principi fondanti (o ‘pilastri’ comuni) dei Verdi globali riguardano infatti solo per metà l’ambiente in senso stretto (Sostenibilità, Rispetto della diversità, Saggezza ecologica), mentre l’altra metà attiene finalità esplicitamente socialiste e pacifiste (Democrazia partecipativa, Giustizia Sociale e Nonviolenza). Anche nella sua ultima revisione (2017), lo Statuto dei Verdi Globali così si esprime a proposito del ‘pilastro’ della giustizia sociale:

«Affermiamo che la chiave della giustizia sociale è l’equa distribuzione del sociale e del naturale risorse, sia a livello locale che globale, per soddisfare incondizionatamente i bisogni umani fondamentali e per garantire che tutti i cittadini abbiano piene opportunità di sviluppo personale e sociale. Dichiariamo che non c’è giustizia sociale senza giustizia ambientale e non c’è giustizia ambientale senza giustizia sociale. Questo richiede: una giusta organizzazione del mondo e un’economia mondiale stabile che arresti il crescente divario tra ricchi e poveri, sia all’interno che tra i paesi; un bilanciamento del flusso di risorse da Sud a Nord; l’alleviamento dell’onere del debito sui paesi poveri che impedisce il loro sviluppo; l’eliminazione della povertà, come imperativo etico, sociale, economico ed ecologico…» [xvii]

Ovviamente è molto difficile conciliare questi ambiziosi obiettivi – come anche quello della democrazia partecipativa e della nonviolenza – con la presenza dei partiti verdi più rilevanti all’interno di coalizioni di governo che perseguono programmi ben diversi, se non opposti. D’altra parte bisogna riconoscere che quelli del tutto minoritari – come nel caso dei Verdi italiani – hanno ancor meno possibilità di affermare tali principi e, per timore di perdere i già pochi consensi, sono riluttanti ad alleanze con una sinistra alternativa che, purtroppo, risulta in molte realtà altrettanto ininfluente e, in molti casi, piuttosto autoreferenziale. Resta comunque innegabile l’osservazione di Löwy sulla inconciliabilità dell’alternativa ecosocialista con un ambientalismo annacquato, adattato al sistema capitalista.

«Una politica ecologica che funzioni all’interno delle istituzioni e delle regole prevalenti della ‘economia di mercato’ non riuscirà a far fronte alle profonde sfide ambientali che ci attendono. Gli ambientalisti che non riconoscono come il ‘produttivismo’ scaturisca dalla logica del profitto sono destinati a fallire o, peggio, ad essere assorbiti dal sistema. Gli esempi abbondano. La mancanza di un coerente atteggiamento anticapitalista ha portato la maggior parte dei partiti verdi europei, in particolare in Francia, Germania, Italia e Belgio, a diventare semplici partner “eco-riformisti” nella gestione social-liberale del capitalismo da parte dei governi di centrosinistra». [xviii]

Che fare allora? La risposta è semplice, anche se oggettivamente difficile da mettere in pratica. C’è bisogno di un’alleanza strategica di tutti i movimenti che contrastino la logica capitalista e le sue terribili conseguenze sul piano del disastro ambientale, ma anche del crescente rischio di escalation dei conflitti armati e della sempre maggiore marginalità di enormi masse di un’umanità segnata dall’ingiustizia e dallo sfruttamento. Ciò significa un’apertura delle realtà socialiste che più hanno riflettuto su quest’alternativa al contributo di altri ‘ecosocialismi’’, da quello di matrice etico-religiosa (che soprattutto con papa Francesco sta assumendo connotazioni più esplicite sul terreno dell’impegno congiunto su giustizia, pace e salvaguardia del Creato) a quello ispirato dalla nonviolenza attiva dei movimenti pacifisti, comprendendo ovviamente quello che continua a provenire da organizzazioni ‘verdi’ che – come nel caso del Green Party degli Stati Uniti – in molti casi sono già alleate a livello locale con alcune realtà ecosocialiste [xix].

Un secondo obiettivo da perseguire ritengo che sia la saldatura tra ecosocialismo ed ecopacifismo, perché ogni ipotesi di sviluppo alternativo finalizzato a contrastare esclusivamente la crisi climatica non terrebbe in sufficiente conto il peso del complesso militare-industriale sulla devastazione ambientale e sul controllo delle risorse e del potere esercitato a livello globale. La stessa pandemia che ha afflitto l’umanità in questi anni, del resto, è un drammatico esempio di come l’attenzione generale sia stata strumentalmente spostata dal necessario e radicale cambiamento del rapporto uomo-ambiente su questioni apparentemente solo scientifiche, come quelle relative ad una medicina sempre più di emergenza e sempre meno di prevenzione sociale. Tutto ciò ha alimentato non soltanto il fideismo scientista nelle soluzioni ‘tecniche’ e nell’autorità indiscutibile di chi governa la sanità, ma ha suscitato di fatto anche un intollerabile controllo sulla popolazione di stampo autoritario e militarista.  

La via verso un’alternativa ecosocialista, insomma, è costellata di ostacoli e deviazioni, ma è l’unica da percorrere per impedire che la catastrofe ecologica – sia pure a livello globale – continui a colpire in primo luogo ed in misura maggiore proprio chi è già stato vittima dell’ingiustizia, dello sfruttamento e dell’oppressione. È una questione etica, ma proprio per questo profondamente politica.                                    


Note:

[i] Ermete FERRARO, “Ecosocialismo? Sì, grazie!”, Ermete’s Peacebook, (08.06.2014) >https://ermetespeacebook.blog/2014/06/08/ecosocialismo-si-grazie/

[ii] Vedi, ad es.: Arne NAESS, Dall’ecologia all’ecosofia, dalla scienza alla saggezza, in M. Ceruti, E. Laszlo (a cura di), Physis: abitare la terra, Feltrinelli, Milano 1988

[iii] Vedi, ad es.: Raymond WILLIAMS, Cultura e rivoluzione industriale, Torino, Einaudi, 1968

[iv] Vedi, ad es.: Herbert MARCUSE, Critica della società repressiva, Milano, Feltrinelli, 1968.  

[v] Donella H. MEADOWS, Dennis L. MEADOWS; Jørgen RANDERS; William W. BEHRENS III, The Limits to Growth, 1972. (trad. ital.: Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows; Jørgen Randers; William W. Behrens III, Rapporto sui limiti dello sviluppo, 1972)

[vi] Vedi, ad es.: Murray BOOKCHIN (1982), L’ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia, (trad. ital.: Milano, Elèuthera, 1986)

[vii] Murray BOOKCHIN, Per una società ecologica, Milano. Elèuthera, 1989, pp 185-187

[viii] Ibidem, p. 210

[ix]  Roberto MANCINI, Trasformare l’economia – Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli, 2014, p. 160. Vedi anche: Mohandas K. GANDHI, Teoria e pratica della Non Violenza (a cura e con un saggio introduttivo di Giuliano Pontara), Torino, Einaudi, 1975 e ss.

[x]  Cfr. Serge Latouche, cit. in https://it.wikiquote.org/wiki/Serge_Latouche#cite_note-gri-1

[xi] http://ecosocialisme.com/2013/12/17/motion-proposee-par-le-parti-de-gauche-fr-alliance-rouge-verte-dk-syriza-gr-bloco-port-die-linke-all-sur-les-questions-ecologiques/

[xii] Joseph C. KUMARAPPA (1947), cit. da Marinella Correggia in: J.C. Kumarappa, Economia di condivisione – Come uscire dalla crisi mondiale, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2011 – Quad. Satyagraha n. 20, p. 183

[xiii] Jason W. MOORE, Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, Verona, Ombre Corte, 2017 (Prefazione all’ediz. italiana > https://www.dinamopress.it/news/lalternativa-antropocene-capitalocene-chiamare-sistema-suo-nome/

[xiv] Joel KOVEL – Michael LÖWY, An Ecosocialist Manifesto, Paris 2001 > http://environment-ecology.com/political-ecology/436-an-ecosocialist-manifesto.html  (trad. mia)

[xv] Ermete FERRARO, L’ulivo e il girasole – Manuale ecopacifista, Napoli, VAS-Verdi Ambiente Società, 2014 – citato in: Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello – Un progetto ecopacifista, Torino, Ed. Gruppo Abele, 2021, p. 81

[xvi] Michael LÖWY, Why Ecosocialism: For a Red-Green Future, dec. 2018 > https://greattransition.org/publication/why-ecosocialism-red-green-future#top (trad. mia)

[xvii] GLOBAL GREENS, Global Greens Charter (Liverpool 2017) > https://globalgreens.org/wp-content/uploads/2021/06/GlobalGreens_Charter_2017.pdf

[xviii]  Michael LÖWY, Why Ecosocialism: For a Red-Green Future, cit.

[xix]  Cfr. https://www.gp.org/ten_key_values  ed anche https://ecosocialists.dsausa.org/about-us/introduction/

© 2021  Ermete Ferraro

Ripudiare la guerra: dalle parole ai fatti

Pochi non sanno – anche se in troppi se ne dimenticano – che l’art. 11 della Costituzione su cui si fonda la nostra Repubblica comincia con le seguenti parole: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”. C’è da notare che nella Carta costituzionale non è facile trovare affermazioni così esplicite, chiare e categoriche. Ciò che colpisce di più – e su cui intendo soffermarmi sul piano linguistico – è la scelta che i costituenti fecero 72 anni fa, quando decisero di utilizzare in questo contesto il verbo ‘ripudiare’, davvero insolito sul piano giuridico-istituzionale.  

«Che la formula scelta per il divieto suoni particolarmente forte non è dubbio; è nota l’attenzione particolare posta nella scelta del verbo ripudia, preferito, infine, ad altri verbi (rinuncia, condanna) perché – come disse il presidente della Commissione, Meuccio Ruini – ha «un accento energico ed implica così la condanna come la rinunzia alla guerra». Riconoscendo che ogni tipo di contrasto può essere risolto col ragionamento, viene ribadito nelle diverse fasi dei lavori, anche in Assemblea plenaria, l’intento di eliminare la guerra per sempre, il rifiuto dell’atto di violenza…»  [1]

Le parole infatti hanno un peso. Sono molto più che emissioni articolate di voce, in quanto danno corpo ai nostri pensieri, concretezza alle nostre idee e – in quanto ‘atti linguistici’ [2] – servono non solo a dire, ma anche a ‘fare’. Ecco perché non solo esprimono sentimenti ed intenzioni, ma agiscono e conseguono effetti pratici. Nel caso specifico, la condanna decisa ed assoluta della guerra nella Costituzione è racchiusa nel verbo ‘ripudiare’ che di per sé indica un’azione concreta, di cui però non tutti sono consapevoli. Basta allora leggerne la definizione che ne dà un autorevole dizionario:

«Ripùdio s. m. [dal lat. repudium, prob. connesso con pes pedis «piede» (propr., l’atto di respingere con il piede)]. – 1. L’azione, l’atto e il fatto di ripudiare chi è legato a noi affettivamente o socialmente: r. della famiglia; r. di un amico, di un’amicizia. In partic., nel diritto matrimoniale di alcuni popoli (per es. nell’Antico Testamento, nel diritto romano, nella legge sacra musulmana), la dichiarazione che un coniuge (il marito) fa all’altro coniuge, con o senza formalità, di volere rompere il vincolo coniugale: è una forma di divorzio unilaterale. 2. Rifiuto di ammettere, riconoscere, conservare come proprio qualche cosa che ci appartiene: r. di un libro, di un romanzo, di un’opera, di cui si è autore; r. della propria fede, di una promessa; r. dell’eredità, rinuncia all’eredità; r. del debito pubblico, esplicita dichiarazione di uno stato di non volere riconoscere il debito complessivo o alcuni debiti contratti da precedenti governi. Per estens., rifiuto deciso, netta opposizione ad accettare qualche cosa: r. di ogni compromesso, di ogni forma d’imposizione». [3]

Non si tratta di un puro diniego né siamo di fronte ad un semplice rifiuto verbale. Quel verbo dal suono antico, infatti, rappresenta un vero e proprio atto fisico. Evoca concretamente l’atto di respingere qualcosa o qualcuno col piede, di allontanarla/o con un calcio, rescindendo bruscamente un legame o relazione precedente. Siamo quindi di fronte ad un verbo che, se vogliamo, è connotato da una certa violenza e che, comunque, indica una volontà determinata, una decisione netta e definitiva. Certo, se pensiamo alla pratica giuridico-religiosa del ‘ripudio’, tipica della tradizione ebraica ed islamica, l’idea che questa parola ci suggerisce risulta piuttosto sgradevole, indicando una rottura unilaterale del vincolo coniugale, un divorzio privo di consenso e di reciprocità, intriso di spirito patriarcale e maschilista. Nell’adottarlo – in base alla prescrizione di un passo del Deuteronomio [4] – gli uomini Ebrei, con questa pratica molto sbrigativa di rescissione del matrimonio che chiamavano כְּרִיתוּת (kerithùth), sancivano la condanna d’un comportamento ritenuto talmente illecito da annullare l’accordo precedentemente stipulato (il verbo karath significa proprio tagliare un legame, rompere un patto). Secondo il testo veterotestamentario, infatti, la donna scacciata avrebbe dovuto commettere qualcosa di ‘vergognoso’ o ‘impudico’ (il termine originale è עֶרְוָה (ervâ), che in ebraico significa ‘nudità’ esposte). [5]  Se quindi consideriamo la scelta del verbo ‘ripudiare’ nell’art. 11 della Costituzione italiana in senso metaforico, appare chiaro che la ‘vergogna’, l’oscenità cui si fa riferimento, è costituita dalla guerra in sé. Attualmente il termine ebraico per indicare il divorzio unilaterale è ‘gerushim’, dalla radice ‘gerush’ in cui appare ‘ger’, che significa ‘straniero’, per cui – prescindendo ancora da considerazioni etiche e giuridiche su tale istituto – il ‘ripudio’ indica anche in questo caso il disconoscimento di un rapporto precedente, che viene così reciso nettamente, annullato del tutto a causa di un comportamento ‘estraneo’.

Tornando alla radice greco-latina del sostantivo ‘ripudio’ e del verbo da esso derivato, il suo impatto quasi fisico dipende dal sostantivo πούς , ποδός (pous, podòs), evocante l’atto di respingere col piede, di allontanare da sé con un’energica pedata. In latino questo vocabolo si è un po’ trasformato, ma la radice permane nel vocabolo pes, pedis, dal quale sono derivate una notevole quantità di altre parole collegate al termine originario.  Già i greci, ad esempio, usavano il nome ἐμποδιος (ed il verbo εμποδίζω)per indicare ciò che blocca, ostruisce, impedisce, esattamente come, in latino, impedimentum ed impedio. L’impedimento, dunque, è ciò che ‘ci sta fra i piedi’, che non ci fa andare avanti, che ci ostacola nel nostro cammino. Anche qui viene subito da pensare, a proposito dell’art. 11, che ciò che l’umanità dovrebbe finalmente ‘togliersi dai piedi’ è proprio la guerra, sinonimo di morte e distruzione e negazione di una vita tranquilla, serena e produttiva. Per procedere spedito verso un autentico progresso (dal lat. expeditus, esatto contrario di impeditus, da cui deriva fra l’altro anche il sostantivo inglese speedy), l’essere umano deve smetterla di ripetere gli errori del passato in modo pedissequo, di osservare le vecchie regole in maniera pedestre. Tutti noi dovremmo smetterla di accogliere quasi con tripudio il dato che pone l’Italia (che dovrebbe invece ‘ripudiare’ la guerra) al decimo posto nel mondo per esportazione di armamenti bellici. Noi italiani, per un minimo di coerenza, dovremmo indignarci quando qualcuno, dall’alto del suo podio istituzionale, continua a raccontarci fandonie sulle cosiddette ‘missioni di pace’, attualmente ben 41 spedizioni armate all’estero che ci costano quasi 25 miliardi di euro (+8,1%). [6]

Ancora una volta, questo 2 giugno la Festa della Repubblica ci è stata presentata come un’altra trionfale celebrazione delle forze armate, tradendo in tal modo la lettera e lo spirito della Costituzione che dovrebbe ispirarne le scelte. Il ‘ripudio della guerra’ è diventata un’espressione vuota, priva del solenne ed inequivocabile significato impressole 73 anni fa. Troppi pappagalli della politica, dai loro treppiedi, continuano a ripetere frasi assurde quanto retoriche, avallando la mistificazione che, in nome della difesa atlantica ed ora europea – ha portato l’Italia ad essere incatenata ad un complesso militare-industriale e militarmente impegnata in vari continenti, senza che questo possa configurarsi come quella “difesa della Patria” che, secondo l’art. 52 della Carta costituzionale, dovrebbe essere “sacro dovere del cittadino”. [7] Se è vero, infatti, che il testo dell’art. 11 citato prosegue recitando che: (“l’Italia) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo, è però difficilmente dimostrabile che un apparato militare che ci costa quasi 25 miliardi (68,5 milioni al giorno…) serva davvero per “assicurare pace e giustizia” e non ad alzare ulteriormente il livello delle già diffuse tensioni internazionali.

Dobbiamo allora superare e correggere il sesquipedale errore (nel senso di esagerato e prolungato, ma anche di grossolano) che, oltre a farci identificare il concetto di ‘difesa’ con quella armata [8], sta introducendo surrettiziamente anche l’idea che le forze armate servano pure a difenderci da calamità e pandemie. Ecco perché, nei confronti di un complesso militare-industriale che costituisce un vero e proprio impedimento alla realizzazione di un modello di sviluppo equo, ecologico e pacifico, tocca a noi, con la nostra obiezione di coscienza, ripudiare la guerra in tutte le sue manifestazioni, anche meno evidenti. In primo luogo divorziando da un legame internazionale che dal 1949 ci priva della nostra indipendenza come stato, asservendoci alla difesa degli indifendibili interessi del 10% dell’umanità che divora le risorse del restante 90% , pretendendo di controllare tutto e tutti.

© 2021 Ermete Ferraro


NOTE

[1]  Lorenza Carlassare, “L’art. 11 Cost. nell’intento dei Costituenti”, Costituzionalismo.it, fasc. 1/2013, p. 3 > https://www.costituzionalismo.it/wp-content/uploads/Costituzionalismo_437.pdf

[2]  Per una sintetica definizione, cfr. Pier Cesare Rivoltella, “L’atto linguistico”, La comunicazione >  https://www.lacomunicazione.it/voce/atto-linguistico/  e Clara Ferranti, Teoria degli atti linguistici, Corso di Sociolinguistica, Università di Macerata, 2014 > http://docenti.unimc.it/clara1.ferranti/teaching/2014/13354/files/teoria-degli-atti-linguistici-slide

[3] Voce ‘ripudio’ in Vocabolario on line Treccani > https://www.treccani.it/vocabolario/ripudio/

[4]  “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa.” (Deuteronomio 24,1)

[5]  Cfr. il testo originale del brano citato ed i relativi commenti lessicali in https://www.blueletterbible.org/kjv/deu/24/1/t_conc_177001 .  Sul divorzio nell’Antico Testamento v. anche l’interessante articolo: Alessandro Conti Puorger, “Il primo matrimonio col Signore”, Bibbiaweb.net > https://www.bibbiaweb.net/lett159d.htm

[6]  Vedi i dati forniti dall’osservatorio Milex > https://www.milex.org/2021/04/23/anticipazione-milex-spesa-militare-italiana-2021-sfiora-25-miliardi/  e da Analisi Difesa > https://www.analisidifesa.it/2020/07/le-missioni-militari-italiane-tra-nuovi-impegni-e-ritiro-dallafghanistan/

[7] V. testo dell’art. 52 della Costituzione della R.I. > https://www.senato.it/1025?sezione=123&articolo_numero_articolo=52

[8]  Vedi la sentenza della Corte Costituzionale n. 64 del 24.5.1985: “La Corte infine afferma che il dovere di difesa della Patria è “ben suscettibile di adempimento attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato,” e che “a determinate condizioni il servizio militare armato può essere sostituito con altre prestazioni personali di portata equivalente , riconducibili anch’esse all’idea di difesa della Patria” in: Giorgio Giannini, La difesa della Patria e la difesa non armata civile e nonviolenta, p. 4 > http://www.serviziocivileunpli.net/wp-content/uploads/2010/09/Difesa-della-Patria-non-armata-e-non-violenta.pdf

Embargo militare a Israele: perché sì

                                                                    “Ognuno è ebreo di qualcuno… oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”

PRIMO LEVI

La nonviolenza non è acquiescenza né complicità

Il M.I.R.  (Movimento Internazionale della Riconciliazione) è la branca italiana dell’I.F.O.R. (Int’l Fellowship of Reconciliation), organizzazione nonviolenta internazionale di matrice spirituale, fondata nel 1919, di cui hanno fatto parte anche alcuni premi Nobel per la pace, come Albert Luthuli, Martin Luther King jr. e Adolfo Perez Esquivel.  La branca italiana del M.I.R. è attiva fin dagli anni ’50 e ne hanno fatto parte molti attivisti per la pace di matrice religiosa ecumenica, fra cui i primi obiettori di coscienza e, per quanto riguarda la sede di Napoli, ricercatori e docenti universitari nonviolenti come Antonino Drago e Giuliana Martirani. Oltre a promuovere da molti anni incontri che facilitino il dialogo islamico-cristiano, l’IFOR e lo stesso MIR Italia hanno aderito varie iniziative di solidarietà con popolo palestinese. Lo stesso concetto di ‘riconciliazione’ – centrale per questo movimento – è fondato su due pilastri, ‘verità’ e ‘ giustizia’, ed indica comunque il risultato di un lungo processo di recupero di relazioni infrante dalla violenza e dall’oppressione, che non esclude affatto la resistenza nonviolenta a chi ne è artefice.  La riconciliazione, quindi, non equivale ad una pura e semplice ‘rappacificazione’, ma ha senso solo se si ristabiliscono giustizia e verità, anche attraverso forme di lotta che utilizzino tecniche nonviolente come la disobbedienza civile, la non-collaborazione, la resistenza passiva ed attiva ed il boicottaggio.  Ecco perché il M.I.R. si schiera con il popolo palestinese, vittima di una colonizzazione violenta da parte di un regime violento, antidemocratico e profondamente militarista e guerrafondaio come quello israeliano.

L’embargo militare come lotta nonviolenta

L’embargo è una sanzione a politiche che vanno contro la pace, la giustizia e la verità – quali l’occupazione militare, l’apartheid, la militarizzazione della società civile e le politiche securitarie come veicolo di oppressione – e consiste nel blocco degli scambi commerciali, in primo luogo ovviamente quelli riguardanti gli armamenti. Si tratta appunto di embargar  (in spagnolo: ostacolare, impedire) la manifestazione più concreta dell’aggressività e dell’oppressione di un’entità statale su una minoranza interna o su un altro stato sovrano e, al tempo stesso, di bloccare i flussi di denaro che derivano dal commercio di sistemi d’arma sempre più micidiali e sofisticati. In effetti, col termine ‘embargo’ ci si riferisce anche ad altri tipi di relazioni, solo apparentemente più innocue, come gli scambi commerciali di altri generi, ma anche quelli accademici e scientifici. Mai come adesso, infatti, il militarismo ed il sistema più ampio del complesso militare-industriale, sono intimamente connessi con settori in teoria civili – come la ricerca scientifica, tecnologica e perfino farmaceutica – in quanto molte di queste ‘invenzioni’ hanno una duplice veste, di cui quella di tipo bellico e securitario sono quasi sempre il terminale.  Ovviamente l’embargo non è una tecnica di difesa e resistenza civile e popolare in senso stretto, in quanto può essere deciso solo da entità statuali o internazionali, come misura punitiva verso chi si rende colpevole di crimini, discriminazioni ed altre forme di repressione contro una popolazione assoggettata militarmente. Bisogna però sottolineare che si tratta di una misura che organismi nazionali o internazionali decideranno di adottare solo se dalla società civile del paese oppresso e di altri con questo solidali saranno realizzare azioni dirette, azioni di lobbying, campagne di controinformazione e di sensibilizzazione e pressioni da parte di autorevoli organismi anche non-governativi. Ecco perché l’embargo – in special modo quello militare – rientra appieno tra le iniziative che un movimento nonviolento per la pace come il M.I.R. può e deve sostenere a tutti i livelli.

Le relazioni dello Stato d’Israele con U.S.A., U.E. ed Italia.

Ogni discorso su Israele deve tener conto della sua importanza geopolitica e delle relazioni internazionali che hanno consentito da parte dei suoi governi la sistematica violazione del diritto internazionale, garantendone l’impunità e rafforzandone la posizione. Gli Stati Uniti hanno da sempre accordato ad Israele sostegno politico incondizionato, lauti finanziamenti diretti e indiretti ed un’imponente collaborazione tecnico-scientifica col settore militare ed il commercio di apparati bellici.  La U.E., a sua volta, ha agevolato e promosso scambi con Israele di tecnologie militari e sicuritarie, del tutto incurante delle gravi e ripetute violazioni dei diritti umani e della escalation provocata dal macroscopico riarmo di uno stato nazionalista di meno di 8,5 milioni di abitanti, che però detiene armamenti nucleari, è al 17° posto nel mondo per importazioni di armi ed al 7° posto tra gli esportatori di armi verso gli stati europei. Non è quindi fuori luogo parlare di gravi complicità dell’U.E. con il regime oppressivo e discriminatorio d’Israele, che consente di fatto l’impunità dei suoi crimini ed il mancato accoglimento delle legittime richieste del popolo palestinese, vittima di un’annessione territoriale e di un’ostilità preconcetta ad ogni riconoscimento dei propri diritti.  Anche l’Italia – oltre ad essere il 3° destinatario delle esportazioni di sistemi d’arma da parte del governo israeliano – è stata troppo a lungo silente, succube e complice. Non si tratta, come nel caso dell’Europa, solo di un sostegno indiretto per motivi di non ingerenza o dovuto alla propria collocazione geopolitica. Si registra infatti anche una collaborazione crescente col sistema militare-industriale israeliano, spesso mascherata da cooperazione commerciale, scientifica o a livello accademico.

Perché sostenere l’embargo militare verso Israele?

Intervento di Ermete Ferraro (MIR Napoli) al webinar del 12 maggio 2021 c/o BDS Campania
  1. Un movimento pacifista, antimilitarista e nonviolento come il M.I.R. non può in alcun modo chiudere gli occhi sullo scenario israelo-palestinese, perché niente può giustificare decenni di occupazione militare, di violenta apartheid e di controllo militare e poliziesco dei territori palestinesi annessi e/o controllati. Ancora più grave, per un movimento d’ispirazione spirituale ed inter-religiosa, è poi il ricorso assurdo e blasfemo alla religione – nella sua forma più integralista – per giustificare comportamenti ispirati al suprematismo, alla discriminazione ed alla segregazione del popolo palestinese. Nessuna riconciliazione sarà dunque possibile senza che si ristabilisca verità e giustizia, ma questo dipende dal fatto che ogni stato, prima ancora degli organismi sovranazionali, si schieri in modo inequivoco a fianco delle lotte dei Palestinesi per ottenere uguali diritti, ritornare nei territori occupati, ricongiungersi con i propri fratelli profughi e con i tanti prigionieri politici. Sono esattamente i quattro obiettivi che si propone la richiesta di embargo militare verso Israele, illustrata con ampia documentazione nel Dossier pubblicato e diffuso da B.D.S.
  2.  Il secondo motivo per appoggiare questo provvedimento – manifestando la solidarietà internazionale con concrete pressioni ed azioni dirette – è che Israele, oltre a doversi fare carico della propria responsabilità per crimini e violazioni perpetrati, è diventato simbolo di una pericolosa e pervasiva militarizzazione della società e di un controllo poliziesco della sua popolazione. Non è certo un caso che gran parte delle esportazioni israeliane verso l’Italia ed altri paesi dell’U.E. riguardino non soltanto tecnologie propriamente ed esclusivamente belliche (sistemi d’arma, droni killer ed altri strumenti di morte), ma anche strumenti di controllo delle frontiere, di profilazione della popolazione e di spionaggio civile e militare. L’U.E. ne ha fatto largo uso proprio per arginare i flussi migratori dal sud e dal vicino oriente (vedi operazioni FRONTEX ed EMSA) e questi apparati fanno parte anche delle strategie della NATO e della crescente politica europea di difesa militare comune.
  3. Il terzo motivo per appoggiare come organizzazione per la pace l’embargo militare verso Israele è che, insieme ad altre sanzioni commerciali, al boicottaggio dei suoi prodotti ed al disinvestimento di fondi bancari che la sostengono, è il solo mezzo per disinnescare una tensione geopolitica che ci riguarda abbastanza da vicino e che alimenta ulteriori odi, contrapposizioni ed ostilità in quello stesso scenario. Demistificare luoghi comuni, smascherare collaborazioni sotterranee fra apparati di difesa, centri di ricerca e potenti lobbies industriali, infatti, è il solo modo per recidere il nodo di un sistema che si alimenta di violenza bellica e che esporta ovunque questo perverso intreccio militare-civile.
  4. Le armi alimentano i conflitti bellici ma sono anche fonte di pesante aggressione al territorio, all’ambiente ed agli equilibri ecologici. Come oppositori alla guerra e come antimilitaristi, dunque, non possiamo chiudere gli occhi di fronte a situazioni che richiedono un’opposizione ferma e comune degli ecopacifisti di tutto il mondo. Non ci sono, fra l’altro, solo le armi convenzionali ed il crescente peso di quelle nucleari, ma anche le nuove minacce che provengono da tecnologie belliche che utilizzano strumenti di guerra chimica e batteriologica, telematica, cibernetica e spaziale.  Perfino la pandemia da Covid-19 ha incredibilmente accresciuto il peso delle ambigue collaborazioni fra settori industriali civili e militari, attirando anche in Italia ingenti finanziamenti per tecnologie ibride e produzioni solo in parte riservate al settore civile (ad es. la robotica, le reti informatiche, gli strumenti di riconoscimento facciale etc.).  

Bisogna che questo appello all’embargo militare nei confronti d’Israele giunga ai governi, ma prima ancora ai popoli in nome dei quali decidono, perché non è possibile far finta di niente e girarsi dall’altra parte. In questo intricato ed annoso conflitto sarebbe da vigliacchi tirarsi fuori con la scusa che non ci riguarda, in primo luogo perché ciò non è vero, ed anche perché i veri nonviolenti non possono non lottare per la verità e la giustizia, anche quando perseguono la riconciliazione e la pace. Però l’embargo ed altre forme di mobilitazione devono essere appoggiate non a parole, bensì con azioni concrete – istituzionali e dal basso – in difesa del popolo palestinese e per la vera sicurezza internazionale, che non deriva dalla corsa agli armamenti ma dalla smilitarizzazione della società e dalla riconversione civile delle industrie che producono solo morte e distruzione.


© 2021 Ermete Ferraro

Piano di Ripresa…militar-industriale

Immagine dall’articolo sul ‘Recovery Plan armato’ della Rete Italiana Pace e Disarmo

Dopo l’esaltante euforia interpartitica dei trionfali esordi, sembra che l’entusiasmo per il Governissimo presieduto da Mario Draghi cominci a smorzarsi. A mano a mano che i nodi arrivano al pettine, mettendo in discussione l’adesione acritica che aveva contagiato sindacati movimenti e associazioni, inizia ad appannarsi l’immagine, brillante quanto artificiosa, dell’esecutivo ‘di salvezza nazionale’ o, per riferirsi alla crisi pandemica, di ‘salute pubblica’. I suoi pilastri – unità, competenza, efficienza, determinazione – si sono dimostrati piuttosto fragili, non tanto per i pur prevedibili terremoti all’interno d’una maggioranza eterogenea, quanto per le sue intrinseche contraddizioni. Eppure avevamo assistito ad un vero e proprio plebiscito di consensi, con manifestazioni di fiducia espresse dai vertici di Legambiente ma anche da buona parte della Confindustria, dalla Lega salviniana fino a larga parte di ciò che rimane della sinistra.

Insomma, sembrava che la ‘discontinuità’ fosse un requisito essenziale perché il nuovo governo producesse i frutti attesi, ma le novità registrate finora, quando ci sono, sembrano andare in ben altra direzione. Il piatto forte – sul quale peraltro era stata costruita la crisi del precedente governo – resta naturalmente il ‘Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza’, dalla cui gestione delle risorse finanziarie dipenderebbe l’uscita dal tunnel deprimente della crisi socio-sanitaria ed economica che continua a stringerci nella sua morsa. C’era sul tavolo una programmazione che evidenziava già criticità e contraddizioni, ma l’esecutivo Draghi le ha messe ancor più in luce, ficcando un po’ di tutto in quell’appetitoso calderone da 200 miliardi. Eppure qualcuno ha sostenuto che la positività del Piano Draghi rispetto a quello di Conte consisterebbe nella sua capacità di unire le riforme agli investimenti.

Fare attenzione a che razza di ‘riforme’ stanno preparando è il vero problema visto che da tempo la ‘Neolingua’ della politica ci ha abituato alla deformazione del senso delle parole, e quindi alla mistificazione dei concetti. Già dalla nomina dei ministri, parecchi si erano chiesti ad esempio se la persona più adatta a guidare l’auspicata ‘transizione ecologica’ fosse un vertice della nostra principale azienda che produce ed esporta armamenti. O se la persona più indicata a ricoprire il ruolo di Ministro dello Sviluppo Economico fosse un leghista ultraliberale e filo-atlantista. Lo ‘sviluppo’ perseguito da questo governo, in effetti, non ha molto a che vedere non solo con la sbandierata svolta ambientalista, ma anche con una visione globalmente alternativa del rapporto tra attività produttive, integrità del territorio e riequilibrio socio-economico.

Ecco che, con la pubblicazione del PNRR, ora tutto quanto appare piùchiaro. Da quell’atteso ed accattivante uovo di Pasqua spuntano diverse sgradevoli sorprese, che colpiscono anche i più fiduciosi. Infatti, come già era stato preannunciato da altri soggetti meno inclini ad inchinarsi preventivamente al governissimo Draghi, l’istruttiva lettura del suo ‘Piano’ ha portato a galla preoccupanti elementi che, nel mentre hanno poco a che vedere con la ‘resilienza’, indicano piuttosto che la sedicente ‘ripresa’ perseguita si riferisce in larga misura al meno ecologico e civile dei settori produttivi: quello che fa capo al complesso militar-industriale. Lo scrive chiaramente la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), lamentando fra l’altro che le sue proposte alternative sono rimaste del tutto inascoltate. «…una parte dei fondi del Recovery Plan verrebbe destinata per rinnovare la capacità e i sistemi d‘arma a disposizione dello strumento militare. Un tentativo …di lavaggio verde dell’industria delle armi […] Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali” […] Per il Senato “occorre, inoltre, promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca”…». [i]

Sì, rinnovare, incrementare, promuovere, dialogare sarebbero bei verbi se si parlasse di sviluppare un’economia ecosostenibile, decentrata, alimentata da fonti energetiche rinnovabili, capace di mobilitare le risorse giovanili e di arrestare una globalizzazione selvaggia e senza scrupoli. Verbi ambigui ed ipocriti se invece si fa riferimento al turpe mercato delle armi, al progresso tecnologico applicata agli strumenti per uccidere e reprimere, a ‘filiere industriali’ che grondano sangue… Come osservano i commentatori della RIPD, l’ambito militare non viene coinvolto nel PRRR per alcuni aspetti collaterali del sistema di difesa nazionale previsti dal vecchio Piano, come il rafforzamento della sanità o l’efficienza energetica degli immobili. Il referente diretto ed esplicito di una fetta dei fondi europei è proprio l’industria finalizzata allo ‘strumento militare’, peraltro già ‘beneficiaria’ del 18% degli investimenti pluriennali 2017-2034. Ciò significa che il governo Draghi – dichiaratosi da subito europeista ma anche prode sostenitore della Nato – ritiene che la ‘ripresa’ dell’Italia si promuove anche favorendo il riarmo bellico.

A quanto pare – scrivono gli ‘Antimilitaristi Campani’ nel loro recente opuscolo – la pandemia: «…non ha fermato né i conflitti in corso, né la corsa agli armamenti. Anzi, lo stesso Covid-19 … viene utilizzato nella propaganda delle grandi potenze in concorrenza tra loro per il dominio dei mercati e delle aree d’influenza […] Anzi, la morsa di questa crisi sistemica sembra accelerare lo scontro e l’attivismo guerrafondaio…e l’unico settore economico che continua a crescere è quello delle armi […] Questa corsa agli armamenti rischia di portarci verso…un nuovo conflitto mondiale che, considerato l’enorme arsenale nucleare in dotazione a nove paesi (circa 14.465 testate), porterebbe l’umanità e il pianeta verso la catastrofe». [ii]  E proprio di questa visione intimamente guerrafondaia si alimenta la crescente militarizzazione del territorio e delle istituzioni civili, resa ancor più evidente anche dalla nomina a Commissario nazionale per l’emergenza sanitaria del generale Francesco Paolo Figliuolo, esperto di logistica militare ma ««anche ex-comandante delle forze Nato in Bosnia e nel Kosovo. Una presenza inquietante, unita a quella di un Capo della Protezione Civile Nazionale che non ha esitato a dichiarare: “Siamo in guerra, servono norme di guerra”. [iii]

Il Capo della Protezione Civile Nazionale, Curcio, ed il Commissario Emergenza Covid, gen. Figliuolo

Come si può tollerare che – dopo un anno – non solo si continua ad usare infelici metafore belliche per parlare di un virus, con espressioni da bollettini di guerra, ma addirittura la si evochi in modo così esplicito? Una spiegazione ce l’aveva già data Susan Sontag, quando scriveva: «La guerra è una delle poche attività umane a cui la gente non guarda in modo realistico; ovvero valutandone i costi o i risultati. In una guerra senza quartiere, le risorse vengono spese senza alcuna prudenza. La guerra è pura emergenza, in cui nessun sacrificio sarà considerato eccessivo […] Trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate. I malati diventano le inevitabili perdite civili di un conflitto e vengono disumanizzate…» [iv] L’impiego deliberato di ‘strategie sanitarie’ fondate sulla militarizzazione della sanità, quindi, serve a renderci tutti più acritici ed acquiescenti, enfatizzando il ruolo delle forze armate a danno di quella stessa protezione civile di cui Fabrizio Curcio è il massimo esponente nazionale. Come scrivevo in una precedente nota, infatti: «…alla ‘mobilitazione’ delle forze armate in ogni loro versione possibile (poliziotti, necrofori, infermieri, medici, costruttori di strutture emergenziali, ricercatori, etc.), è corrisposta la pressante richiesta rivolta alla popolazione civile di restare sempre più immobili, possibilmente a casa propria, evitando qualsiasi attività e/o manifestazione sociale e collettiva …» [v]

Il solo modo per non farsi abbindolare da tale mistificante visione ‘mimetica’ delle politiche sanitarie, allora, è da un lato informarsi (anzi, contro-informarsi) e dall’altro rivendicare le libertà fondamentali, costituzionalmente garantite ad ogni cittadino, che nessun commissario a quattro stelle può azzerare col pretesto dell’emergenza sanitaria. Il secondo passo da fare è aprire gli occhi sul ‘pacco’ pasquale che il governo Draghi ha preparato agli Italiani. Il PNRR nasconde fra le sue righe una quota assurda d’investimenti nel settore non solo militare, ma anche bellico. «Infatti, le linee d’intervento dirette alla digitalizzazione della P.A., alla transizione verso l’industria 4.0, all’innovazione e digitalizzazione delle P.M.I, alle politiche industriali di filiera, ecc. hanno l’obiettivo di finanziare lo sviluppo e l’espansione di tecnologie in campi strategici (Cloud computing, Cyber-security, Artificial Intelligence, robotica, microelettronica…) per loro stessa natura ‘dual use’ militare-civile…» [vi]

Vediamo quindi che una larga fetta del PNRR, apparentemente rivolta alla ‘modernizzazione’ tecnologica del nostro apparato produttivo e delle telecomunicazioni, ha lasciato ampio spazio di manovra alla ricerca, produzione ed esportazione di strumenti di guerra, che vanno da aerei ed elicotteri ad idrogeno agli strumenti di spionaggio e controspionaggio come quelli per il monitoraggio satellitare o anche agli sviluppi della robotica o la digitalizzazione dei sistemi logistici per la Marina. Per contro, degli oltre 200 miliardi destinati dalla U.E. a finanziare l’ex ‘Recovery Plan’, soltanto 19,72 sono stati effettivamente destinati al comparto sanità, di cui meno di 8 all’assistenza sanitaria territoriale, sempre più depauperata da dissennate politiche privatistiche ed ospedaliere, le cui carenze sono state evidenziate drammaticamente dalla pandemia da Covid-19.

Il solo settore dell’industria bellica, intanto, continua a macinare lauti profitti. Il Rapporto SIPRI pubblicato a dicembre 2020, infatti, riferisce che: «Le vendite di armi e servizi militari, da parte delle 25 società più grandi del settore, hanno totalizzato 361 miliardi di dollari nel 2019, l’8,5% in più rispetto al 2018 […] Tra queste, l’italiana ‘Leonardo’, in dodicesima posizione, che con 11,1 miliardi ha superato il colosso franco-tedesco Airbus […] L’Italia è il nono paese esportatore di armi e copre il 2,1% delle esportazioni globali. Durante i 30 anni di applicazione della legge 185/90, che regola l’export militare […] sono state autorizzate esportazioni di armi dall’Italia per un valore di circa 100 miliardi di euro […] Una riprova…che per l’industria militare italiana, che esporta il 70% della propria produzione, e per i governi che ne difendono gli interessi, ‘pecunia non olet’: se per fare profitti si devono fornire gli strumenti alla repressione interna, in barba ai sempre agitati diritti umani, oppure alimentare guerra, poco male!»[vii]

La voce dei movimenti pacifisti ed antimilitaristi italiani inizia a farsi sentire. Ancora sommessamente, ma cominciando a contrastare le bugie che hanno caratterizzato questa persistente fase di emergenza, caratterizzata da una visione centralista e decisionista del ruolo del governo, ma anche da una strisciante militarizzazione di quasi tutte le funzioni civili istituzionali. Anche la parte più attendista del movimento ambientalista italiano, di fronte alla realtà vera del PNRR, non ha potuto fare a meno di constatare che le scelte operate hanno ben poco a che fare con la sbandierata ‘transizione ecologica’. Infatti, non solo non si mette minimamente in discussione l’attuale modello di sviluppo, ma si insiste assurdamente sulla ripresa di quella ‘crescita’ che è alla base delle devastazioni ambientali e del saccheggio del territorio, con evidenti ripercussioni anche sanitarie oltre che sul clima. Ecco perché si rende necessario un raccordo ‘ecopacifista’ tra i due movimenti, ben sapendo che la principale fonte di consumo energetico, ma anche di disastroso impatto sull’ambiente, è legato al complesso militar-industriale. Quello che, secondo un tragico circolo vizioso, si nutre di risorse per fare le guerre che le potenze proclamano per accaparrarsene il controllo.

Ecco perché c’è bisogno di una mobilitazione ecopacifista per smascherare la visione buonista delle forze armate come garanti della sicurezza e perfino della salute dei cittadini. Bisogna proclamare con forza che il sistema militare è quanto di più estraneo ad una ‘transizione ecologica’, come ha giustamente fatto la Rete Italiana Pace e Disarmo nel suo recente comunicato: «La produzione e il commercio delle armi impattano enormemente sull’ambiente. Le guerre (oltre alle incalcolabili perdite umane) lasciano distruzioni ambientali che durano nel tempo. Ne consegue che la lotta al cambiamento climatico può avvenire solo rompendo la filiera bellica e che il lavoro per la pace è anche un contributo al futuro ecologico». [viii]   Il futuro dell’umanità e del nostro Pianeta, non può essere affidato nelle mani di chi è stato addestrato a fare la guerra, a considerare il territorio come qualcosa da controllare ‘manu militari’ e a degradare i beni naturali al livello di mere risorse di cui impadronirsi, anche a costo di morti e distruzione. No, non siamo in guerra e dobbiamo invece obiettare a chi vorrebbe imporci un modello militarizzato e centralistico di protezione civile e non ha mai accettato, benché ratificato anche a livello costituzionale, che la difesa può (e deve) essere soprattutto civile, popolare, non-armata e nonviolenta. [ix]

Note


[i]  Rete Italiana Pace e Disarmo, “Il Recovery Plan armato del governo Draghi: fondi UE all’industria militare” (01.04. 2021) >  https://retepacedisarmo.org/2021/il-recovery-plan-armato-del-governo-draghi-fondi-ue-allindustria-militare/

[ii]  Antimilitaristi Campani, Fermiamo la guerra, Napoli, 2021, pp. 6-7 (l’opuscolo, autoprodotto, è scaricabile online a questo indirizzo: https://mega.nz/file/iQwEQSBI#j8rOdXF7uJp76vgbrwfT6kXBNCVx2w9JwsF6dey2qLA  )

[iii] “Vaccini, Figliuolo e Curcio a Genova: “Siamo in guerra, servono norme di guerra” (29.03.2021), La Presse > https://www.lapresse.it/coronavirus/2021/03/29/figliuolo-e-curcio-a-genova-siamo-in-guerra-servono-norme-di-guerra/

[iv]  Susan Sontag, Malattia come metafora (1978), cit. in: Daniele Cassandro, “Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore”, Internazionale (22.03.2020) > https://www.internazionale.it/opinione/daniele-cassandro/2020/03/22/coronavirus-metafore-guerra

[v]  Ermete Ferraro, “Strategie sanitarie…” (02.03.2021), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2021/03/02/strategie-sanitarie/

[vi]  Antimilitaristi Campani, Fermiamo la guerra, cit., p. 33

[vii]  Ibidem, pp. 37…41

[viii]  RIPD, “Il Recovery Plan armato del governo Draghi…”, cit.

[ix]  “Infatti l’articolo 8 della legge 106/2016 ribadisce un concetto importante sull’identità del Servizio civile universale “finalizzato, ai sensi degli articoli 52, primo comma, e 11 della Costituzione, alla difesa non armata della patria e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica”. Ossia, nel solco delle precedenti normative (L.230/98 e L. 64/2001) e delle ripetute sentenze della Corte Costituzionale, anche questa riforma ribadisce che la difesa del Paese cammina (dovrebbe camminare) su due gambe: la difesa miliare e la difesa civile, non armata e nonviolenta” (Pasquale Pugliese, “Servizio civile come formazione alla difesa civile, non armata e nonviolenta. Per tutti”, in: Vita, 16.10.2016 > http://www.vita.it/it/blog/disarmato/2016/10/16/il-servizio-civile-come-formazione-alla-difesa-civile-non-armata-e-nonviolenta-per-tutti/3751/

© 2021 Ermete Ferraro


GOVERNISSIMO ME…

E così Draghi ce l’ha fatta. Tomo tomo, il Governatore per eccellenza è riuscito a mettere insieme tutto ed il contrario di tutto. Con la paterna benedizione del Presidente della Repubblica – e grazie alla genialata dell’ineffabile leader di Italia Viva e Vegeta – Draghi sta dando vita, appunto, al suo personale governissimo, con quasi tutti dentro. C’è chi lo ha chiamato di ‘salvezza nazionale’, anche se non è chiaro da chi o cosa dovrebbero salvare la nostra amata nazione tutti i partiti presenti in parlamento, che ora si affollano in maggioranza, eccezion fatta, paradossalmente, per i nazionalisti di Fratelli d’Italia. Erano mesi che ci sentivamo raccomandare che per sconfiggere il maledetto virus bisogna in primo luogo evitare gli assembramenti. Eppure a non mantenere auspicabili distanze di sicurezza e ad assembrarsi indecorosamente come ‘minions’ plaudenti, sono stati proprio quei politici che dovevano darci l’esempio…

La seconda regola anti-Covid era quella d’indossare la mascherina. In questo caso, però, non possiamo rimproverare nulla alla nostra classe politica. Bisogna ammettere che tutti quelli che hanno partecipato alle consultazioni hanno accuratamente celato il loro vero volto dietro la maschera sterile della ‘responsabilità’, facendo a gara ad esaltare la statura da statista del premier del governissimo ‘di salute pubblica’. Tutti allineati e coperti, da Salvini ai residui di quella che una volta si chiamava sinistra, rigorosamente in abito scuro e mascherina patriottica, con sovrano sprezzo del pericolo di smentirsi clamorosamente, confidando forse nella smemoratezza di quel ‘popolo’ di cui pur si riempiono la bocca.

Le norme anti-pandemia prescrivono di lavarsi le mani frequentemente. Ma, anche in questo caso, non possiamo imputare nulla ai nostri rappresentanti in parlamento, dal momento che quasi tutti se ne sono ampiamente lavate le mani. Tanto, a risolvere i nostri problemi, vecchi e nuovi, penserà comunque il prodigioso ‘Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza’. Anche se qualsiasi coperta, si sa, non può essere tirata da tutte le parti, senza finire per scoprire qualcuno. E poi non dimentichiamo che c’è pure il MES, sulla cui prossima e indispensabile venuta ogni giorno profetizzano i MESsia di turno, gridando nel deserto di qualsiasi opposizione, o quanto meno dubbio, sulla sua effettiva provvidenzialità.

E intanto Draghi, sornione eppure accattivantissimo verso gli interlocutori, si prepara a varare il suo esecutivo, lasciando intendere che decide solo lui nomi e ruoli al suo interno, mescolando tecnocrati e teste d’uovo con esponenti politici. Ovviamente qualche contentino, il professor Governissimo me, doveva pur concederlo alla folla di partiti acclamanti alle sue porte, che agitava ramoscelli d’ulivo o, nel caso di Renzi, di palma made in Arabia. Uno dei più clamorosi premi di consolazione graziosamente concessi dal premier è stata l’istituzione del ‘Ministero della Transizione Ecologica’, che ha magicamente sbloccato le resistenze del grillo straparlante e dei suoi seguaci, che hanno gridato al miracolo. Beh, se si tiene conto che a concedere questo preteso ‘presidio ambientalista’ è stato uno dei più potenti esponenti di quella economia capitalista che ha massacrato e sta ancora massacrando l’ambiente, se non di un miracolo si tratta quanto meno di qualcosa di sorprendente…

Peccato che quella stessa operazione, nella Francia macroniana abbia fatto clamorosamente fiasco, mostrandosi per quello che era: una foglia (verde, ok) posta pudicamente sopra le vergogne di uno sviluppo predatorio e di una crescita irresponsabilmente illimitata. Più che altro una penosa ‘transazione ecologica’, che può accontentare gli ambientalisti da salotto e gli im-prenditori del greenwashing, ma che non ha proprio nulla della ‘transizione’ verso un modello di sviluppo alternativo. Cosa ancora più evidente se si considera che non esiste conversione ecologica che non comprenda anche una riconversione delle spese militari in investimenti civili per risanare l’ambiente, anche per difenderlo dai suoi veri nemici: lo sfruttamento delle risorse e delle persone e la devastazione provocata dalle guerre e dalla loro folle preparazione.

Ma Supermario sa bene che cosa può concedere e cosa no. Tracciando il perimetro della sua ingombrante maggioranza e qualificandola come ‘europeista’ ed ‘atlantista’ non ha certamente parlato a caso. L’Europa carolingia che non si smentisce mai (si tratti di migranti o di esportazione di armi), sta infatti perseguendo da molti anni la visione di una ‘difesa comune’, che però non sarebbe affatto sostitutiva dei lacci onerosi che ci vincolano alla NATO, ma addirittura aggiuntiva ed integrativa dell’indiscutibile patto atlantico. In piena pandemia, ad esempio, la Germania della nostra cara Angela nel 2021 spenderà nel settore della difesa ben 53 miliardi, ossia il 3% in più dell’anno precedente. Come se il Covid si contrastasse con missili e carrarmati.

A dire il vero, anche in Italia una bella fetta del PNRR (un piano che, più che la ripresa dopo una crisi insita nell’anglicismo ‘Recovery’, sembra evocare i ‘ricoveri’ di bellica memoria…) sarà destinata – ma evitando discretamente di nominarla – proprio ad investimenti nel settore della difesa. Si tratta di 236 milioni che si aggiungono al già previsto stanziamento per il periodo 2021-2017 di oltre un miliardo e mezzo. E questo in un Paese che già spende per le forze armate più di 26 miliardi del proprio bilancio ed impegna 5.560 nostri ‘missionari armati’ in ben 34 operazioni internazionali. Peccato che di questo i media nostrani preferiscono non parlare, impegnati come sono ad elogiare Mario Draghi e il suo ‘governissimo me’.

(C) 2021, Ermete Ferraro

IL MILITARISMO ETERNO

Alla ricerca dell’Ur-Fascismo…

Non vorrei che si equivocasse su ciò che sto per scrivere. Nonostante la mia lunga esperienza di pacifista ed antimilitarista, non voglio sostenere la tesi che la natura della struttura militare sia intrinsecamente fascista, ma soffermarmi su alcune considerazioni suggeritemi dalla lettura dell’opuscolo di Umberto Eco su “Il fascismo eterno”. [i]  All’inizio egli racconta che, da ragazzo, aveva “imparato che la libertà di parola significa libertà dalla retorica[ii] , per cui eviterò di cadere in questo vizio, limitandomi a confrontare le tesi di questo libello con quanto storia ed esperienza ci hanno insegnato sul militarismo.

Quando il giovane Umberto apprese dalla folla festante che la guerra era finita, la sua prima reazione fu quasi di sconcerto:

La pace mi diede una sensazione curiosa. Mi era stato detto che la guerra permanente era la condizione normale per un giovane italiano…” [iii].

Ecco un primo elemento di riflessione. La guerra come ‘normalità’, come elemento imprescindibile della storia umana, è uno dei miti che hanno alimentato per secoli la retorica nazionalista della ‘nazione in armi’, disposta a sacrificare la ‘meglio gioventù’ sull’altare del culto della bellicosità come virtù. L’analisi di Eco si sofferma sui confini tra il fascismo italiano ed altre forme di totalitarismo, per evitare semplificazioni e generalizzazioni che non aiutano a capirne la specificità, ad esempio, rispetto al nazismo, col quale pur ha sempre condiviso proprio la “liturgia militare”.

 “Il fascismo non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni […] L’immagine incoerente che ho descritto […] era un esempio di sgangheratezza politica ed ideologica. Ma era una ‘sgangheratezza ordinata’, una confusione strutturata. Il fascismo era filosoficamente scardinato, ma dal punto di vista emotivo era fermamente incernierato ad alcuni archetipi…”  [iv] 

Lo studioso è quindi andato alla ricerca di tali elementi fondanti, per enucleare e poi fissare le caratteristiche tipiche e strutturali di ciò che ha chiamato alla tedesca Ur-Fascismo, o ‘fascismo eterno’, mappandone una sorta di DNA. Ebbene, ritengo che alcuni di questi suoi ‘archetipi’ riguardino anche il militarismo ed i suoi ‘valori’, sebbene di recente purgati dagli aspetti più retorici e stridenti con l’assetto democratico. L’Italia non è un paese dichiaratamente militarista, ma bisogna prendere coscienza che alcuni di questi elementi autoritari, in forme certamente più subdole, non sono mai scomparsi del tutto. Dobbiamo farlo prima che sia troppo tardi per riconoscerli e per contrastarli.

Tradizione vs modernismo

I primi due aspetti messi in luce da Umberto Eco, come tipici del ‘fascismo eterno’, sono il culto della tradizione” – che rinvia a ‘rivelazioni’ senza tempo e ad autorità assolute – ed il conseguenziale rifiuto del modernismo”, da non confondere però col progresso tecnologico.

…Non ci può essere avanzamento del sapere. La verità è stata annunciata una volta per tutte […] Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo. Sia i fascisti sia i nazisti adoravano la tecnologia […] Tuttavia, sebbene il nazismo fosse fiero dei suoi successi industriali, la sua lode della modernità era solo l’aspetto superficiale di una ideologia basata sul ‘sangue’ e la ‘terra’ (Blut und Boden) …” [v]

È facile riscontrare questi due elementi caratteristici dell’U-F anche nella visione militarista. I cosiddetti “valori etico-militari”, pur adattati ai tempi nuovi, restano infatti ancorati ad un patriottismo più nostalgico dei fasti passati che proiettato verso il futuro. La persistente caratterizzazione delle forze armate come unico strumento di ‘difesa della Patria’, inoltre, si nutre proprio di quella ideologia un po’ pagana che lega tragicamente la terra al sangue.

“La Patria, la disciplina militare e l’onore militare rappresentano i pilastri dell’etica militare. Oltre questi valori fondamentali per la realtà motivazionale del militare possiamo elencarne tanti altri che non sempre sono semplice corollario ai primi […] patriottismo, spirito di sacrificio, […] aspirazione alla gloria, coraggio […] abnegazione, amor proprio, tradizioni […]  Tornando alla Patria, essa può essere ben definita come il bene supremo di tutta la collettività e può chiedere il sacrificio del singolo per il bene di tutti (‘dulce et decorum est pro patria mori’, così Orazio). [vi]

Un inveterato luogo comune del militarismo era (e nonostante tutto rimane) la convinzione che sacrificare la propria vita per la Patria sia più importante e nobile che spenderla, da vivi, contribuendo giorno per giorno al benessere di chi la abita. Essa peraltro viene considerata come una sorta di patrimonio acquisito da proteggere più che una realtà dinamica ed aperta da promuovere. Difendere la ‘tradizione’, pertanto, diventa un impegno prioritario, per conservare integro lo spirito nazionale, preservandolo da contaminazioni straniere e da insidiose tendenze moderniste.  Scriveva a tal proposito il gen. Tortora, già Consigliere del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare:

A rendere diverse le Forze Armate rispetto al pubblico impiego in genere, elevandole al di sopra delle altre Istituzioni, è soprattutto la Tradizione […] I miti dell’eroe, del martire […] i riti delle cerimonie e delle celebrazioni militari, in cui la memoria è rispettata ed il passato costantemente riattualizzato; i simboli della bandiera, dell’uniforme, dei distintivi di grado […] gli usi, legati ad un codice di comportamento non scritto, ma non per questo meno sentito e vincolante. Quelli appena descritti sono elementi di un culto laico, compendiati in un insieme di consuetudini interiorizzate […] Seguire la tradizione, persuasi del suo valore, preserva i principi etici correlati alla vita militare, al punto che la tradizione assurge ad autonomo principio etico”. [vii]

Sono parole troppo chiare per richiedere spiegazioni o commenti, anche se forse un alto ufficiale si esprimerebbe oggi con minore enfasi retorica, pur senza rinnegare quegli alati principi… Del resto, come scriveva Eco, una cosa è la ricerca della modernità sul piano tecnologico – che per le forze armate è ovviamente un obiettivo irrinunciabile affinché il c.d. ‘strumento militare’ non risulti inefficace ed obsoleto – ; ben altro è invece l’accettazione del modernismo, percepito come Weltanshauung radicalmente opposta al tradizionalismo, ossia come un atteggiamento mentale progressista ed anticonformista, sempre alla ricerca del nuovo e del diverso.

“La scommessa delle forze armate è quella di mantenere una forte stabilità morale derivante dalla tradizione, senza farne un alibi per una pigra e retriva conservazione dell’esistente, bensì per mantenersi salde e unite, in un panorama mondiale sottoposto a continui rivolgimenti politici, economici e sociali “. [viii]

Il ‘mimetismo’, che nelle forze armate italiane non attiene solo alla modalità di abbigliamento dei soldati ma anche al tentativo, talvolta maldestro, di non tagliarsi fuori del tutto dalla realtà contemporanea, ha più recentemente indotto i loro vertici a correggere un po’ il tiro, come si percepisce leggendo un testo scritto nel 2010 dal generale Camporini, allora Capo di S.M. della Difesa:

“Parlare di Patria, parlare di sacrificio, e ancor più di sacrificio della vita appare oggi di un’attualità forte e, contemporaneamente, di una lontananza culturale e sociale quasi inconcepibile […] Le Forze Armate…sono state e sono tuttora ‘portatrici sane’ di quei valori etici che una parte della nostra società non dico abbia smarrito ma, forse, ha più o meno consapevolmente messo al margine dei propri comportamenti […] Ecco perché appare indispensabile coltivare e promuovere l’etica come principale fattore di coesione ed efficacia, a garanzia dell’assolvimento dei compiti propri delle Forze Armate”. [ix]

Il linguaggio si aggiorna, ma i principi fondamentali restano, confermati dal riferimento nel primo caso alla necessità di “una forte stabilità morale” e nel secondo alla ‘etica militare’ come “principale fattore di coesione” nazionale.

 Attivismo vs intellettualismo

La seconda antitesi che per U. Eco caratterizza il ‘fascismo eterno’ è quella tra l’azione, esaltata quasi come valore in sé, e l’intellettualismo. “L’arte della guerra”- per mutuare l’espressione del suo più famoso ed antico teorico, il cinese Sun-Tsu – è basata sì sulla strategia, ma l’ingrediente fondamentale resta sempre e comunque l’azione. Il fascismo, in particolare, ha insistito sulla celebrazione dell’azione bellica in contrapposizione all’atteggiamento statico dell’intellettuale, inetto e perso nelle sue astratte teorizzazioni.

“Per questo occorre molta fede e pochissime teorie […] più che dei programmi esistono dei compiti, più che delle formule esistono dei cambiamenti, più che dei filosofi si vogliono dei soldati…[x]

Il fatto è che la cultura è (o almeno dovrebbe essere) riflessione, spirito critico, ricerca di verità non stabilite una volta per tutte, confronto con ciò che è diverso e nuovo. Viceversa, nella sua esaltazione dell’omologazione (non a caso i soldati indossano l’uniforme…), il ‘militarismo eterno’ è invece proteso verso l’azione, guarda con sospetto alle differenze e considera il disaccordo un’intollerabile infrazione al codice della disciplina fondata sul quella obbedienza che, secondo il l’art. 5 del Regolamento di disciplina militare:

“consiste nella esecuzione pronta, rispettosa e leale degli ordini attinenti al servizio e alla disciplina, in conformità al giuramento prestato”. [xi]

Discutere è un verbo che mal si addice a chi milita in un’organizzazione verticistica, gerarchica e dove si giura obbedienza ai superiori. Mettere qualcosa in discussione, di conseguenza, è più che un’infrazione alla disciplina. È una forma di rottura dell’ordine costituito, una pericolosa insubordinazione e, sostanzialmente, la causa di una discordia che indebolisce l’insieme del ‘corpo’, rappresentando quindi un vero e proprio tradimento.

“la cultura è sospetta nella misura in cui viene identificata con atteggiamenti critici […] il sospetto verso il mondo intellettuale è sempre stato un sintomo di Ur-Fascismo” […] Lo spirito critico opera distinzioni, e distinguere è segno di modernità. Nella cultura moderna, la comunità scientifica intende il disaccordo come strumento di avanzamento delle conoscenze. Per l’Ur-Fascismo il disaccordo è tradimento”. [xii]

Ecco perché il militarismo non richiederà mai ai suoi uomini di ‘pensare’ (compito riservato a chi comanda), bensì di limitarsi ad eseguire gli ordini ricevuti in modo pronto ed efficiente, senza se e senza ma.

“La specificità dell’ordinamento militare deriva dalle peculiari esigenze operative e strutturali delle forze armate. A differenza infatti delle altre branche dell’amministrazione dello Stato che producono soprattutto atti formali, l’organizzazione militare produce, particolarmente in caso di impiego, un’attività di carattere operativo, che come tale non è sottoponibile a veri e propri controlli giuridici di legittimità o di convenienza. […] Esistono inoltre esigenze specifiche fondamentali che l’ordinamento militare deve soddisfare, quali l’immediata esecuzione degli ordini in operazioni e il mantenimento di un’elevata coesione nell’organismo, per evitare sbandamenti nelle condizioni di tensione estrema in cui può trovarsi in combattimento. Per poter essere efficiente l’organismo militare fa ricorso a particolari valori anche simbolici – l’onore, il dovere, lo spirito di sacrificio, lo spirito di corpo e così via – e a un sistema gerarchico…” [xiii]

Nazionalismo xenofobo vs internazionalismo

Il terzo ‘archetipo’ costituente l’identità dell’Ur-Fascismo delineato da Umberto Eco è ovviamente il nazionalismo, sul quale ogni regime del genere affonda le basi ideologiche, eche legittima l’assetto militarista come legittima difesa dell’identità di un popolo da presunti attacchi alla propria autodeterminazione. È la stessa motivazione che, affondando le radici nella viscerale paura degli ‘altri’ – percepiti come ostili soprattutto se ‘diversi’ ideologicamente e culturalmente – ha consentito al militarismo di essere parte integrante delle dottrine social-nazionali e nazional-popolari.

Il ‘fascismo eterno’ – spiegava Eco – tende in genere a “far appello alle classi medie frustrate”, a disagio per le crisi economiche ma ancor più terrorizzate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni e, aggiungerei per attualizzare, dalle presunte ‘invasioni’ dei popoli del terzo mondo. Per spingere questa frustrata e provata classe media a reagire, però, c’è sempre bisogno di creare ed esaltare un’identità collettiva, da contrapporre ai ‘nemici’ della patria.

“A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese. È questa l’origine del ‘nazionalismo’. Inoltre, gli unici che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici. Così, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi è l’ossessione per il complotto, possibilmente internazionale […] Il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia”. [xiv]

Benché il complesso militare-industriale, soprattutto negli ultimi decenni, risulti sempre più legato ad interessi economici multinazionali, e nonostante il fatto che – al di là dei conflitti tra gli imperialismi delle superpotenze – il sistema militare abbia assunto forme organizzative sempre più inter-nazionali, come nel caso della NATO o della perseguita ‘difesa comune’ europea, il militarismo eterno resta connesso alle tradizionali ideologie nazionaliste.

“Il nazionalismo è l’ideologia dello stato nazionale, afferma che le nazioni esistono e presentano caratteristiche esplicite e peculiari, che i valori e gli interessi nazionali hanno la priorità su tutti gli altri, e che le nazioni devono essere politicamente indipendenti e sovrane. […] Nella sua versione più radicale, il nazionalismo subordina ogni valore politico a quello nazionale, pretende di essere l’unico interprete e difensore legittimo dell’interesse nazionale e considera ogni tipo di conflitto sociale o di competizione politica una minaccia per la solidarietà nazionale […] Il nazional-populismo […] sta crescendo anche in molti paesi dell’Europa centrale e occidentale come reazione ai fenomeni di spaesamento e de-territorializzazione causati dai processi di globalizzazione e di integrazione sopranazionale”. [xv]

Dai ‘fascismi’ del secolo scorso ai ‘sovranismi’ attuali, infatti, permane una costante l’impulso a far ricorso allo ‘strumento militare’ come autodifesa dalla denunciata preponderanza e/o invadenza da parte di avversari esterni. Perfino le dottrine militari più recenti, con minore enfasi retorica, non rinunciano mai ad identificare le forze armate con l’unica vera garanzia dell’indipendenza ed unità nazionale, il solo baluardo nei confronti di avversari sempre nuovi e sempre potenzialmente aggressivi. Certo, una volta si dichiarava che i soldati difendevano con la propria stessa vita i ‘sacri confini della Patria’. Oggi tali confini sono ormai diventati labili e non più legati ad un determinato territorio, per cui la nuova concezione della ‘difesa’ non è più rivolta ad un’astratta ‘terra patria’ e, più realisticamente, mira a salvaguardare, ovunque e comunque, ‘interessi nazionali’. Il sistema militare ha pertanto adattato la mission ai nuovi scenari globalizzati, come si nota anche in recenti affermazioni del nostro Ministero della difesa.

“Il fine ultimo della politica nazionale di sicurezza internazionale e difesa è la protezione degli interessi vitali e strategici dell’Italia. Tale obiettivo richiede che sia assicurata la difesa dello Stato e della sua sovranità, che sia perseguita la costruzione di una stabile cornice di sicurezza regionale e che si operi per facilitare la creazione di un ambiente internazionale favorevole. Sebbene multiformi strumenti d’azione intergovernativa potranno essere impiegati dal Governo per il raggiungimento di tali obiettivi, la capacità delle Forze armate di difendere l’Italia e i suoi interessi rimangono centrali”.[xvi]

C’è un’evidente tendenza, inoltre, a confondere il mondialismo auspicato dai pacifisti con una concezione globalizzata del mondo. Ma mondialismo non è affatto sinonimo di globalizzazione, tanto è vero che la macchina da guerra del complesso militare-industriale diventa sempre più plurinazionale e gli ‘interessi’ che si propone di difendere sono in effetti asserviti all’imperialismo economico delle finanziarie e delle multinazionali.

‘Vita per la lotta’ vs ‘lotta per la vita’

“Per l’Ur-Fascismo non c’è lotta per la vita, ma piuttosto ‘vita per la lotta’. Il pacifismo è allora collusione col nemico, il pacifismo è cattivo perché la vita è una guerra permanente […] …dal momento che i nemici debbono e possono essere sconfitti, ci dovrà essere una battaglia finale, a seguito della quale il movimento avrà il controllo del mondo. Una simile soluzione finale implica una successiva era di pace, un’età dell’oro che contraddice il principio della guerra permanente. Nessun leader fascista è mai riuscito a risolvere questa contraddizione”.

[Umberto Eco, op. cit., p.34]

Viene spontaneo, a questo punto, pensare alla Neolingua orwelliana ed al Bispensiero di cui si faceva portatrice, mediante il quale risolveva tale evidente contraddizione ricorrendo al noto quanto paradossale slogan: “La Guerra è Pace”.Del resto, quante volte abbiamo effettivamente sentito politici e militari ripeterci frasi di questo tenore, battezzando annose e costose spedizioni armate all’estero come ‘missioni di pace’ o classificando gli stessi soldati addirittura come ‘peace-keepers’? Come ponevo in evidenza in un mio precedente scritto, il pudore nel chiamare la guerra col suo nome ed il mistificante tentativo di mimetizzare le finalità delle forze armate hanno indotto gli attuali strateghi a ricorrere a contorti espedienti logici e verbali.

Se non sapessimo che si parla di come far guerra in modo più efficace, potremmo pensare che si sta trattando del core business di un’azienda e dei modi per fronteggiarne i competitors. Ma poiché il tabù costituzionale impedisce di pronunciare e scrivere quest’antica e terribile parola, ecco che si parla ipocritamente solo di ‘conflitti’, come se essi fossero tutti armati e avessero intenti distruttivi come le azioni belliche. Il secondo trucco neolinguistico è ricorrere spesso agli eufemismi, grazie ai quali si discute di ‘missioni’ per non usare il termine ‘spedizioni di guerra’; di ‘cooperazione’ anziché di alleanze militari; di ‘strumento militare’ invece che di ‘forze armate’; di ‘scenari’ piuttosto che di ambiti d’intervento armato. Il documento si sofferma ad illustrare le ‘aree di crisi’, indicando i ‘teatri operativi’ nei quali si progetta di svolgere operazioni militari, i cui targets/bersagli da tempo non sono più gli eserciti avversari, ma la popolazione civile e le infrastrutture fondamentali. È proprio questo il senso dell’enigmatica espressione fighting among the people, una delle chiavi che ci aiutano a capire come la guerra sia ormai profondamente cambiata e la sua natura diventi sempre più dirompente e pervasiva”. [xvii]

In un mondo dove gli equilibri ecologici sono in grave crisi e dove le disuguaglianze socio-economiche e socio-culturali risultano sempre più stridenti, quella che allora Eco chiamava ‘lotta per la vita’ dovrebbe essere una priorità assoluta di gran parte dell’umanità. Come si legge in un articolo, che non è stato pubblicato su un pericoloso bollettino rivoluzionario ma dal quotidiano della Confindustria, che citava il Rapporto Oxfam 2019:

A dieci anni dall’inizio della crisi finanziaria i miliardari sono più ricchi che mai e la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. L’anno scorso soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale. […] Il trend è netto e sembra inarrestabile. Una situazione che tocca soltanto i paesi in via di sviluppo? No, perché anche in Italia la tendenza all’aumento della concentrazione delle ricchezze è chiara”[xviii]

Ebbene, in una realtà dove le risorse di metà della popolazione mondiale sono state accaparrate da meno di trenta individui, la lotta per la sopravvivenza è non solo una possibilità, ma perfino una necessità. In un pianeta i cui abitanti continuano irresponsabilmente a mettere a rischio la sopravvivenza stessa del genere umano   – e già da ora stanno subendo le tremende conseguenze del riscaldamento globale – anche lottare per difendere la propria esistenza, prima che sia troppo tardi, è diventato un diritto. Ma proprio il timore di una reazione di massa ad un modello di sviluppo intrinsecamente iniquo ed antiecologico induce chi invece ne beneficia spudoratamente a mobilitare le forze armate a presidio dei propri interessi minacciati. In tal modo si alimenta ancora una volta il vecchio luogo comune militarista che esalta retoricamente la ‘vita per la lotta’, ipotizzando nei fatti una non dichiarata ‘guerra permanente’ contro i nemici di turno.  In tale prospettiva, pur non potendo più credibilmente ricorrere a due degli archetipi tipici dell’Ur-Fascismo – la pagana mitologia dell’eroe ed il necrofilo culto della morte –  il militarismo non ha mai rinunciato completamente a coltivarne il senso, in alcuni contesti ammantandosi anche d’integralismo religioso, col tragico risultato che, come commentava Eco, se tali nuovi eroi si dichiarano “impazienti di morire […] gli riesce più di frequente far morire gli altri”.

Culto della tradizione, attivismo anti-intellettualista, nazionalismo xenofobo e mito eroico della ‘vita per la lotta’: ecco il triste poker di elementi che caratterizzano intimamente quell’Ur-Militarismus contro il quale è indispensabile opporre non solo una motivata obiezione di coscienza, ma anche la comune ricerca di alternative nonviolente ed ecosocialiste.

Concludo citando un classico, alcuni brani tratti da “Militarismus und Antimilitarismus”, un saggio pubblicato da Karl Liebnecht nel lontano 1907  ma che, a distanza di oltre un secolo, si rivela comunque profondamente attuale.

“Militarismo! Pochi slogan sono usati così spesso nel nostro tempo, e quasi nessuno descrive qualcosa di così intricato, sfaccettato, un fenomeno così interessante e significativo nella sua origine ed essenza, nei suoi mezzi ed effetti, un fenomeno che è così profondo nell’essenza dell’ordine sociale di classe ma può tuttavia assumere forme così straordinariamente diverse anche all’interno dello stesso ordine sociale, a seconda delle particolari condizioni naturali, politiche, sociali ed economiche dei singoli stati e aree […] La storia del militarismo è allo stesso tempo la storia delle tensioni politiche, sociali, economiche e culturali generali tra stati e nazioni, nonché la storia delle lotte di classe all’interno dei singoli stati e delle unità nazionali[…] Da tutto ciò deriva la necessità non solo di combattere, ma anche di combattere specificamente il militarismo. Una struttura così ramificata e pericolosa può essere afferrata solo da un’azione altrettanto ramificata, energica, grande, audace che insegue senza sosta il militarismo in tutti i suoi nascondigli […] La storia, la conoscenza sociale e quelle esperienze parlano un linguaggio veramente chiaro quando si tratta di antimilitarismo. E il momento è giusto”. [xix]


[i] Umberto Eco, Il fascismo eterno, Roma, GEDI, 2020 (testo scritto nel 1995 e già pubblicato nel 2017 da ‘La nave di Teseo’, Milano)

[ii] Ivi, p. 10

[iii] Ivi, p. 11

[iv] Ivi, pp. 18…21

[v] Iivi, pp. 26…27

[vi] ”I valori etico-militari e la Patria” in: Etica militare, Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Etica_militare

[vii]  Gen. Raffaele Tortora, “Eticità e tipicità dell’ordinamento militare”, Informazioni della Difesa, n.3/2008, p. 19 > https://www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/IlPeriodico_AnniPrecedenti/Documents/Etica_e_tipicit%C3%A0_dellordinament_18militare.pdf 

[viii] Ivi, p. 23

[ix] Gen. Vincenzo Camporini, “Riflessioni per un’etica militare”, Informazioni della difesa, n. 3/2010, p. 9 > https://www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/IlPeriodico_AnniPrecedenti/Documents/Riflessioni_per_unetica_militare.pdf

[x] Gamberini G., “Sistematizzare la fede”, Il Popolo d’Italia, 04.04.1928, cit. in E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 151

[xi] V. art 5 del Regolamento di Disciplina Militare – D.P.R del 11/07/1986 n. 545

[xii] U. Eco, op. cit., pp. 28-29

[xiii]  Voce “Militare, organizzazione”, di Carlo Jean, in Enciclopedia delle scienze sociali (1996), Treccani > https://www.treccani.it/enciclopedia/organizzazione-militare_%28Enciclopedia-delle-scienze-sociali%29/

[xiv] U. Eco, op. cit. p. 32

[xv] Alberto Martinelli, Torna davvero lo spettro del nazionalismo? (30.08.2019), Ispinonline.it , Milano, I.S.P.I.> https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/torna-davvero-lo-spettro-del-nazionalismo-23823

[xvi] Ministero della difesa, Libro bianco della difesa, 2015, § 54, p. 33 > https://www.difesa.it/Primo_Piano/Documents/2015/04_Aprile/LB_2015.pdf

[xvii] Ermete Ferraro, “Fenomenologia dello strumento militare” (26.05.2020), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2020/05/26/fenomenologia-dello-strumento-militare/

[xviii] Angelo Mincuzzi, “Disuguaglianze, in 26 posseggono la ricchezza di 3,8 miliardi di persone” (21.01.2019), Il Sole-24 ore > https://www.ilsole24ore.com/art/disuguaglianze-26-posseggono-ricchezze-38-miliardi-persone-AEldC7IH

[xix] Karl Liebnecht, Militarismus und Antimilitarismus , Leipzig, 1906 >  https://www.marxists.org/deutsch/archiv/liebknechtk/1907/mil-antimil/b-05.htm