Le radici d’uno sprezzante antipacifismo

La sindrome dell’inerme”, cui il prof. Ermesto Galli della Loggia in un suo articolo si sente autorizzato a far risalire “le radici del pacifismo italiano” ( Corriere della Sera del 3 maggio 2026 ), a suo avviso consisterebbe ne “l’effetto terribile e duraturo che la sconfitta del 1940-’45 ha prodotto nella coscienza nazionale italiana. Non tanto il brutale abbassamento di rango del Paese sancito dalla resa incondizionata, bensì una segreta perdita di fiducia in noi stessi, di autostima […] Non ci sentiamo pronti alla minima audacia, più disposti a osare. E così accade che l’impotenza, le parole, i dibattiti, le chiacchiere ci stiano soffocando […] La «sindrome dell’inerme» implica un solo comandamento: durare e non fare, galleggiare, sopravvivere. E infatti ormai da oltre vent’anni l’Italia non fa altro che sopravvivere. Ma in un immobilismo che sempre di più assomiglia all’asfissia di una lenta morte”.

Questa semplicistica e sprezzante lettura psico-sociale del pacifismo italiano – di cui evidentemente egli conosce molto poco – gli consente di degradare a soggetto vile ed opportunista non solo il movimento che intende colpire, ma un po’ tutti gli italiani.  “Inerme”, però, significa letteralmente “senza armi”, non certo debole, vigliacco, immobile e tendente alla mera sopravvivenza. Il fatto che la Costituzione della Repubblica Italiana preveda all’art. 11 il “ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo per risolvere le controversie internazionali”, inoltre, non contrasta affatto, come Galli della Loggia lascia intendere – col successivo art. 52, in cui si definisce la difesa della Patria “sacro dovere del cittadino”. Ben due sentenze della Corte Costituzionale, infatti, hanno da tempo sancito che tale “difesa” non s’identifica con quella armata, ma abbraccia modalità alternative ad essa, come la difesa civile, non armata e nonviolenta, recentemente riproposta con una Legge d’iniziativa popolare proprio dall’ inerme movimento pacifista.

Ma mentre rifiutare il bellicismo ha certamente un senso, ed un senso positivo – pontifica il docente – invece, essere «contro la guerra» un senso non ce l’ha. Non vuol dire concretamente nulla. Per la semplice ragione che non ha alcun senso logico essere contro qualcosa che non dipende da te”.   Anche il questo caso qualcuno dovrebbe spiegare a Galli della Loggia che “essere contro la guerra” è in primo luogo quel principio costituzionale che egli stesso ha definito “più che comprensibile” e che, inoltre, le guerre esistono perché qualcuno le fa, e quindi dipendono dalle persone. Opporsi alla guerra, obiettando in prima persona alla inevitabilità di esserne strumento, viceversa, è dunque l’atto più concreto e coraggioso che un soggetto possa compiere.

Ebbene sì, esimio professore: la nostra Carta costituzionale – checché ne pensi lei – “proibisce la guerra”, e addirittura giunge a scacciarla a pedate (che è poi il senso etimologico di quel ‘ripudia’). Ma forse lei confonde l’aggettivo ‘inerme’ (che non ricorre alle armi) con ‘inerte’ (che il dizionario Sabini Coletti definisce con “inattivo, inoperoso, abulico, indolente”), ignorando (o fingendo di’ignorare…) che la nonviolenza attiva è l’esatto contrario della vigliaccheria e soprattutto che studi scientifici statunitensi hanno dimostrato che il 60% dei conflitti sono stati risolti senza ricorso alle armi, bensì alle forme di resistenza nonviolenta (non collaborazione, boicottaggio, obiezione ed altre forme di disobbedienza civile). Altro che “immobilismo”. “sfiducia” e “impotenza”!  

Evidentemente altri preferiscono essere condizionati piuttosto dalla ‘sindrome del subalterno’, cioè di chi entra in guerra solo perché lo ha ordinato il capo, che decide per tutti, stabilendo chi sono i buoni e chisono i cattivi da combattere. Ma l’obbedienza, come diceva don Milani, ormai da tempo “non è più una virtù”. Galli della Loggia se ne faccia una ragione, evitando comunque di tacciare di viltà ed inerzia chi coerentemente s’impegna a far prevalere le ragioni costruttive del dialogo (e se questo fallisce, della resistenza nonviolenta) a quelle distruttive del conflitto armato e della legge del più forte.

(C) 2026 Ermete Ferraro