Due ammiragli e un generale

Foto: JFC Naples Public Affairs Office

E poi dicono che sui giornali non si trovano buone notizie… Si trovano eccome! Ad esempio, quella riportata il 19 luglio scorso dall’edizione Napoli-Campania del quotidiano ‘la Repubblica’, dal titolo: “Nato, il cambio di comando, Burke: ”Un vero privilegio guidare la base di Napoli”. L’articolo, a firma di Giovanni Marino, si occupa del ‘cambio della guardia’ ai vertici del Joint Forces Command – Naples di Giugliano-Lago Patria che, a dire il vero, non è affatto una semplice ‘base’, ma uno dei tre principali Comandi della NATO in Europa, con quello di Brunssum (Paesi Bassi) e di Lisbona (Portogallo). Il Comando Alleato di Napoli ha competenze soprattutto sulle forze d’intervento aero-navale dell’Alleanza sul fronte orientale e mediterraneo ed è la struttura NATO corrispondente al Comando della Marina Statunitense in Europa ed in Africa con sede a Napoli-Capodichino, al punto tale che il suo vertice addirittura s’identifica con quello del JFCN.

«È iniziata ufficialmente l’era Burke alla Nato di Napoli e nell’avveniristica sede di Lago Patria il nuovo comandante ha parlato durante la cerimonia. “Assumere il comando delle forze navali Usa in Europa e Africa […] e del Comando interforze alleato di Napoli è per me un vero privilegio. Sono onorato di accettare il bastone del comando dall’ammiraglio Foggo e sono impaziente di continuare, con gli alleati Nato ed i partners, il comune sforzo di dissuasione e di intraprendere, se necessario, la difesa della nostra alleanza in un ambiente di sicurezza sempre più complesso”, ha detto l’ammiraglio della marina americana durante la cerimonia presieduta dal comandante supremo delle Forze alleate in Europa, generale Tod D. Wolters». [i]

Foto: la Repubblica

Una cerimonia importante, che ha segnato il ‘pensionamento’ del precedente Comandante, l’Amm. James G. Foggo III, nel cui doppio incarico è subentrato un altro Ammiraglio della U.S. Navy, Robert P. Burke, che come il predecessore ha impegnato a lungo la sua carriera alla guida dei reparti di sommergibili.  Sul podio allestito per la solenne cerimonia – presieduta dal massimo vertice della NATO in Europa, il generale Tod D. Wolters – si è celebrato il tradizionale rituale militare, a base di campane, squilli di tromba, inni, saluti, passaggi di vessilli etc., sancendo l’insediamento del nuovo ‘governatore’ del vicereame USA a Napoli, nel segno di quella salda continuità che non riguarda solo il ruolo che la NATO si è data in Italia, ma anche il preoccupante consenso di quasi tutte le forze politiche nostrane a questa consolidata e rafforzata subalternità.

«Ti sei distinto nella funzione di comando che hai esercitato negli ultimi tre anni, così come hai fatto nel resto della tua carriera – ha detto Wolters rivolgendosi a Foggo – Il tuo impegno nei Balcani, nel condurre la missione Nato in Irak e nel portare l’hub di direzione strategica della Nato alla piena operatività, ha rafforzato la nostra linea strategica a 360 gradi. Questo lo dobbiamo alla tua azione di leadership e ai tuoi saggi consigli». [ii]

Ed in effetti l’ammiraglio Foggo, si puntualizza nell’articolo, aveva condotto anche l’esercitazione Trident Juncture 2018 – la più imponente mai effettuata dalla NATO, alla quale due anni fa presero parte in Norvegia addirittura 50.000 militari, provenienti da 31 paesi. Si citano anche altre ‘missioni’ dell’Alleanza guidata da Foggo, come quelle nei Balcani ed in Iraq, e questi tre soli riferimenti potrebbero essere già sufficienti per comprendere il peso strategico del quartier-generale alleato che abbiamo l’onore (e l’onere) di ospitare a poco più di 25 chilometri da Napoli.

Foto: la Repubblica

I due ammiragli – a loro volta onerati dal peso delle numerose medaglie e riconoscimenti appuntati alle rispettive uniformi bianche – si sono quindi dati il cambio (senza che nulla sia cambiato davvero), festeggiati con una trionfale torta loro dedicata, che ne riportava i nomi e raffigurava al centro un sottomarino, sovrastato dai simboli del Comando NATO e di quello US Navy.  Davvero commovente, non c’è che dire. Il guaio è quella specie di gateau mariage che i due hanno congiuntamente tagliato rappresenta la nostra Italia, sulla cui sagoma tricolore, non a caso, troneggiava il grigio e minaccioso sommergibile americano…

«Sono onorato di accettare il bastone del comando dall’ammiraglio Foggo e sono impaziente di continuare, con gli alleati Nato ed i partners, il comune sforzo di dissuasione e di intraprendere, se necessario, la difesa della nostra alleanza in un ambiente di sicurezza sempre più complesso» [iii]

ha dichiarato con fierezza il subentrante Burke, ribadendo ovviamente il concetto che l’enorme (e costosissimo) apparato militare dell’Alleanza Atlantica serva solo come ‘dissuasione’, per assicurare la nostra ‘difesa’. Peccato che la realtà sia molto diversa, in quanto concentra sul nostro Paese funzioni e responsabilità strategiche che da decenni lo rendono il ‘guardiano’ armato del nord-Africa, dell’area balcanica e di quella mediorientale, tradendo il ruolo di pace e di sviluppo che, viceversa, esso potrebbe avere proprio nello scenario euro-mediterraneo.

Il ‘bastone del comando’ che simbolicamente si sono scambiati i due ammiragli – celebrante nell’occasione il comandante supremo in Europa – continua quindi a colpire pesantemente la nostra indipendenza ed autonomia, azzerando ogni controllo democratico su una delle regioni più militarizzate d’Italia e mettendo a rischio la sicurezza del nostro territorio (ed in particolare della Città Metropolitana di Napoli, che dal dopoguerra continua ad essere trattato come una ‘provincia’ della Roma imperiale. 

Non sarà un caso che, a pochi chilometri dalla ‘avveniristica’ sede del J.F.C. di Lago Patria resista ancora la lapide dedicata all’antico stratega Publio Cornelio Scipione detto l’Africano, ritiratosi nell’allora Liternum per protesta contro la sua “ingrata patria” e lì morto nel 183 a.C., nello stesso periodo in cui la tradizione riferisce la morte del suo ‘arcinemico’, il generale cartaginese Annibale Barca.  Ed è latina anche la famosa locuzione “Nomen omen”, secondo la quale nei nomi sarebbe già racchiuso in qualche modo il destino di una persona, per cui la denominazione equivarebbe quasi ad una sorta di presagio. Ebbene, prendendo in esame i cognomi dei nostri illustri e pluridecorati ammiragli, è difficile non notare alcuni interessanti elementi.  Foggo è un nome di origine scozzese, legato ad un antico villaggio scozzese, denominato così dall’antico inglese ‘fogga’, [iv] che nell’inglese moderno ha riportato la radice ‘fog’, cioé ‘nebbia’. Ma un’inquietante analogia si riscontra col cognome dell’attuale comandante. Burke, oltre a richiamare anch’esso la denominazione anglo-normanna dell’antico villaggio irlandese de Burg (cittadella fortificata) [v], rinvia infatti anche ad un verbo inglese traducibile con: “sopprimere, soffocare, insabbiare”…[vi].  

Il passaggio dalla ‘nebbia’ sul vero ruolo della NATO ad un ‘insabbiamento’ della sua funzione, d’altronde, sarebbe del tutto in linea con la sua tradizione, ma noi naturalmente non crediamo al magico significato dei nomi. Oppure no?…

N o t e


[i] Giovanni Marino, “Nato, il cambio di comando, Burke: ”Un vero privilegio guidare la base di Napoli”, la Repubblica – Napoli, 19.07.2020 > https://napoli.repubblica.it/cronaca/2020/07/19/news/nato-262264783/

[ii]  Ibidem

[iii] Ibidem

[iv] Vedi: https://www.surnamedb.com/Surname/Foggo

[v]  Vedi: https://www.ancestry.com/name-origin?surname=burke

[vi] Vedi: https://www.wordreference.com/enit/burke

© 2020 Ermete Ferraro

Tintinnar di sciabole e medaglie…

photo by Master Sergeant Florian Fergen, German Air Force)

Città Metropolitana di Natoli?

Pochi lo hanno saputo, ma la Città Metropolitana di Napoli ha avuto un grande onore. Nientedimeno il Comandante Supremo della NATO in Europa è stato infatti ospite, giovedì 11 giugno, del Comando Alleato del Sud Europa, che ha la sua avveniristica sede a Giugliano, nei pressi del Lago Patria, caro già al celeberrimo stratega romano Scipione l’Africano. [i]

Qualcuno potrebbe chiedersi come mai di un simile evento non si trovi traccia sui quotidiani né nei media radiotelevisivi, ma non dobbiamo dimenticare la lodevole discrezione dei vertici militari dell’Alleanza, dettata – oltre che da ovvi motivi di sicurezza – dalla ben nota modestia di quegli alti ufficiali statunitensi e dal fatto che, quando essi visitano una base NATO, più che in visita ufficiale all’estero, si sentono praticamente…a casa propria.

L’unico organo d’informazione che riporta la notizia è il sito del Joint Forces Command Naples, con una laconica news intitolata: “SACEUR visita il JFC Naples”. [ii] Per i non addetti ai lavori, SACEUR è l’acronimo di Supreme Allied Commander Europe (Comandante Supremo Alleato per l’Europa) e designa il vertice dello SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe), il Quartier-generale Supremo delle Forze Alleate in Europa, con sede in Belgio. [iii]

A questo punto sorge spontanea una domanda: come tale pezzo grosso della NATO ha voluto gratificarci della sua presenza? Dal comunicato pubblicato dal citato sito Natoletano in effetti riceviamo una risposta parziale. Infatti, oltre ad informarci che:

Il Gen. Todd. D. Wolters…ha visitato la JFCNP” e che “durante la sua visita, Wolters ha ricevuto un aggiornamento sull’importante lavoro della Hub del Sud della Direzione Strategica della NATO…un forum che collega alleati, partners ed esperti in materia, per comprendere e superare le sfide alla sicurezza nel continente africano ed in Medio Oriente

l’’articolo non fornisce molti altri chiarimenti. [iv] Naturale discrezione e prudente riservatezza, direte. Fatto sta che la presenza a Napoli del pluridecorato generalissimo Wolters [v] non trova una esplicita spiegazione oltre la precisazione che la visita – la prima del Comandante Supremo della NATO in Europa al Comando Alleato delle Operazioni (ACO) – avrebbe dovuto svolgersi a metà marzo, ma è stata rinviata a causa della pandemia di Coronavirus. Si cita l’incontro col Comandante del JFC, l’Amm. James G. Foggo III (i due alti ufficiali figurano nelle due immagini fotografiche a corredo della nota), ma probabilmente al vertice militare era presente anche un importante esponente della difesa italiana.

A.C.O.  & C.O.I. nel dopo COVID.

Il Gen. C.A. Luciano Portolano [vi] (già Capo di Stato Maggiore del JFC di Giugliano-Lago Patria, comandante della Brigata Sassari dell’E.I. e della missione ONU in Libano UNIFIL), da settembre 2019 è il Comandante del C.O.I. (Comando operativo di vertice interforze), organismo alle dirette dipendenze del Capo di stato maggiore della difesa, “che esercita la pianificazione, il coordinamento e la direzione delle operazioni militari delle forze armate italiane, e sulle esercitazioni interforze e multinazionali e tutte le attività ad esse collegate”. [vii]  Voci di corridoio ipotizzavano la sua presenza, per ricevere l’ennesima alta onorificenza dalle mani del SACEUR, ma purtroppo il comunicato stampa non ne fa menzione… 

Non ci vuole però molta fantasia per immaginare di cosa abbiano discusso il Comandante Europeo della NATO e quello del fronte sud-europeo ed africano dell’Alleanza. E non è difficile ipotizzare quale sarebbe stato il contributo alla discussione del Comandante del vertice interforze italiano, se fosse stato inserito in tale ‘Gotha’ strategico. I già precari equilibri geopolitici dell’area mediterraneo-africana e del vicino Oriente, infatti, non sono stati certamente migliorati dagli sconvolgimenti socio-economici dovuti alla grave pandemia.

Oltre alla NATO a trazione USA – sempre più impaziente ed esigente nei confronti dei propri ‘associati’ – si deve tener conto dell’effervescenza militarista della Francia, dei passi verso una difesa comune europea ‘parallela’ all’Alleanza atlantica, ma anche dell’interventismo turco, delle forzature imposte da Israele e della permanente polemica statunitense con la Cina. Tutti scenari di crisi che – al di là della visita di cortesia – devono aver indotto il generale Wolters a verificare di persona quanto la NATO sia effettivamente ‘pronta’ a rispondere ad un’escalation della tensione, soprattutto sul versante meridionale e mediorientale.

Infatti il COVID – che assomiglia sinistramente alla sigla di un comando interforze – anziché indebolirla, ha addirittura rafforzato l’epidemia militarista e guerrafondaia che serpeggia in Europa, contagiando anche la nostra beneamata Italia. Abbiamo infatti appreso che tra i primi provvedimenti del governo italiano per la ‘ripresa’ c’è proprio… l’aumento delle spese militari.

L’Italia rinforza le sue missioni nella lotta al terrorismo islamico. Aumenta in maniera significativa lo schieramento nel cuore dell’Africa, mettendolo tutto nelle mani dei francesi. Potenzia il contingente anti-Isis in Iraq, mandando anche una batteria di missili per contrastare “l’assertività iraniana”. Un cambiamento rilevante per la nostra politica estera, che ci vede diventare protagonisti nei due fronti più caldi del pianeta, mimetizzato tra le righe e i tecnicismi in lingua inglese delle 649 pagine del Decreto Missioni appena approvato dal governo […] La lunga introduzione al Decreto presenta un caposaldo: “Il destino dell’Europa è il destino del Mediterraneo”. [viii]

Ripresa (delle ostilità) e ripartenza (delle missioni militari)

Il Ministro della difesa Guerini visita il C.O.I. (a dx. il gen. Portolano) Fonte: MinDif.

Il resoconto di Gianluca di Feo su la Repubblica è illuminante ed evita i soli equilibrismi verbali di quando si trattano questioni militari. Dalla stessa fonte, poi, apprendiamo che, se il primo fronte è quello arabo anti-terrorismo, il secondo obiettivo dell’attivismo NATO è quello nord-africano, grazie allo ‘stimolo’ francese e turco, che punta ad intervenire anche nella guerra fra le fazioni libiche in cerca di supremazia.

“Per questo ci muoviamo potenziando due poli di alleanza. Quello con la Francia, con il coinvolgimento in Sahel. E quello con gli Stati Uniti, facendoci carico di un maggior impegno in Iraq anche in funzione anti-iraniana. Il disegno, non esplicitato, è quello di ottenere in cambio il sostegno di questi due Paesi nell’affrontare il cuore del nostro interesse nazionale: la Libia…”. [ix]

Del resto, a mobilitarsi in questi giorni era stato già il Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltemberg, che l’8 giugno aveva lanciato un bellicoso appello nel vertice del Consiglio Atlantico, una sorta di piano decennale delle future guerre.

La NATO deve continuare ad essere forte militarmente, essere più unita politicamente ed assumere un più ampio approccio globale. Per questo si deve continuare a investire nelle forze armate e in moderni sistemi militari. Rafforzare politicamente la NATO significa utilizzare l’Alleanza quale forum di discussione e, quando necessario, agire e affrontare le questioni che minano la sicurezza, operando più strettamente con i partner per difendere i nostri valori in un mondo dove cresce la competizione globale”. [x]

Come osserva Antonio Mazzeo, si sta profilando una NATO pluri-interventista e sovra-ordinata rispetto alla difesa europea, che ricomincia ad utilizzare la micidiale parola ‘deterrenza’ e inquadra i fenomeni migratori in atto come una minaccia alla ‘stabilità’ dei confini. Ecco perché anche il vecchio ‘leone’ di san Marco, che campeggia sul vessillo del comando sud-europeo di Napoli, ricomincia a ruggire minacciosamente. Ma se i ‘domatori’ che dovrebbero controllarne l’aggressività sono il generale Wolters e l’ammiraglio Foggo…beh, ci sono buoni motivi per preoccuparsi.

Note


[i] Sul Comando NATO di Lago Patria, cfr. altri precedenti articoli sul mio blog, fra cui: https://ermetespeacebook.blog/2012/04/30/lago-patria-un-preoccupante-neo-nato/ del 2012; https://ermetespeacebook.blog/2015/07/28/nato-per-combattere/ del 2015 e, specificamente su Scipione l’Africano: https://ermetespeacebook.blog/2011/12/26/ingrata-patria/ , del 2011.

[ii] Vedi: https://jfcnaples.nato.int/newsroom/news/2020/saceur-visits-jfc-naples

[iii] Vedi: https://shape.nato.int/saceur

[iv] Vedi art. cit. sul sito JFC Naples (trad. mia)

[v] Visita: https://shape.nato.int/saceur/biographies

[vi] Visita: https://www.difesa.it/SMD_/COI/Pagine/IlComandante.aspx

[vii] Cfr.: https://it.wikipedia.org/wiki/Comando_operativo_di_vertice_interforze  e https://www.difesa.it/SMD_/COI/Pagine/default.aspx

[viii] https://www.repubblica.it/esteri/2020/06/08/news/lotta_al_terrorismo_italia_missioni_all_estero-258667012/?ref=search&fbclid=IwAR1pauJkNCrFcoZ3B0tRHRuU9sJ-WjZApe_gYQaWh2pbqKkIZUix_9GN63U

[ix] Ibidem

[x] https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2020/06/daqui-al-2030-faremo-la-nato-ancora-piu.html?fbclid=IwAR1GjEImwL_-pJ2Wu1Mc6GRUgib53fDfNrt27NcGi91AGnkYhXzNI1yyV8M

© 2020 Ermete Ferraro

Generali e ammiragli come modelli? No, grazie!

Il Sindaco de Magistris col Gen. Vittiglio

DICONO CHE L’EPIDEMIA di Coronavirus avrebbe offuscato altre questioni importanti per il nostro Paese e per la nostra Città, monopolizzando l’attenzione dei media.  Del resto, non si può negare che gli organi d’informazione siano spesso reticenti circa vicende assai poco simpatiche, come i tragici avvenimenti ai confini tra Turchia e Grecia o l’arrivo in Italia di altre 50 testate nucleari, trasferite alla base USAF di Aviano (PN) proprio dalla base turca di Incirlik.  Ma non bisogna generalizzare, visto che alcuni giornali riportano notizie poco significanti, come quelle riguardanti le ottime relazioni che intercorrono tra i vertici della NATO e le nostre massime cariche istituzionali, a livello sia nazionale sia locale.  Il primo caso è quello della ‘breve’ pubblicata in Cronaca di Napoli del quotidiano Il Mattino di giovedì 5 marzo 2020, dalla quale apprendiamo che:

«Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha incontrato a Palazzo San Giacomo il generale Antonio Vittiglio nuovo Capo di Stato Maggiore del Comando della Nato di stanza a Lago Patria al quale ha rivolto i migliori auguri di buon lavoro nel prestigioso incarico. Il primo cittadino ha poi donato al Generale il crest ufficiale della città che l’alto ufficiale ha molto gradito».  [i]

Qualora vi dica poco o nulla il nome del generale chiamato a guidare lo stato maggiore del Comando NATO competente per l’Europa sud-orientale e per l’Africa, un altro organo d’informazione online, Quasimezzogiorno, specifica che:

«…il Generale di Corpo d’Armata Antonio Vittiglio ha assunto la carica di Capo di Stato Maggiore e la qualifica di Capo del Command Element dell’Unione Europea. Inoltre, dal settembre del 2018 al 02 settembre del 2019, ha ricoperto l’incarico di Vice Comandante presso il Comando NATO ad Istanbul in Turchia (Nato Rapid Deployable Corps – Turkey) dove ha preso parte alla preparazione e validazione futura sia del Comando di Corpo d’Armata Turco e sia della sua Brigata VJTF (L), prendendo parte alla pianificazione e alla preparazione per la certificazione per l’NRF-L (Nato Response Force Land) 2020 e al processo per il raggiungimento nel 2021 della FOC (Full Operational Capability) per la nuova struttura del Comando Turco della NATO….» [ii].

Insomma, mentre la frontiera dalla Turchia alla Grecia risulta tutt’altro che accogliente nei confronti d’una grande quantità di sventurati profughi siriani, dalla Turchia all’Italia invece arriva senza ostacoli un po’ di tutto, dai generali alle bombe atomiche… E poiché noi Napolitani siamo tradizionalmente molto accoglienti, il nostro Sindaco – mettendo da parte bandane arancioni ed arcobaleno – ha ritenuto suo dovere accogliere con tutti gli onori il generale Vittiglio, augurandogli buon lavoro (proprio così…) ed omaggiandolo con lo stemma della “Città di Pace” di cui è primo cittadino. Magari gli sarà sfuggito che quello scudo giallo-rosso è l’antico stemma di uno dei Sedili di Napoli, quello del Popolo, e soprattutto che non è affatto vero che tutto il popolo napolitano sia felice e soddisfatto dell’occupazione militare di cui i ‘Liberatori’ alleati ci gratificano da quasi 70 anni. O, peggio, questo è stato ritenuto un particolare insignificante e comunque ininfluente.

L’Amm. James G. Foggo III insignito del titolo di ‘Commendatore della Repubblica Italiana

LA SECONDA NOTIZIA, ancora una volta riguardante i vertici della NATO, oltre che sul sito web del Comando J.F.C. Naples [iii] è apparsa anche sul Daily World Italia, un giornale telematico pubblicato a Civitavecchia, dal quale apprendiamo che:

«L’Ammiraglio James Foggo, Comandante del Comando Interforze Alleato di Napoli e delle Forze Navali USA in Europa e Africa è stato insignito del titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. L’alta onorificenza è stata consegnata dal Generale di Squadra Aerea Roberto Corsini, Consigliere del Presidente della Repubblica Italiana per gli Affari Militari, nel corso di una cerimonia tenutasi al Comando JFC Naples il 17 febbraio 2020. L’Ordine al Merito (OMRI) è un prestigioso riconoscimento della Repubblica italiana.  L’Ammiraglio Foggo ne è stato insignito per decisione del Presidente della Repubblica Italiana e Capo dell’Ordine, Sua Eccellenza Sergio Mattarella». [iv]

L’articolo riferisce le espressioni di gratitudine e le dichiarazioni dell’Ammiraglio responsabile della NATO per l’Europa e l’Africa, il quale, citando legami parentali risalenti alla seconda guerra mondiale, non ha mancato di sottolineare che «…questo ci ricorda da quanto tempo e con quanto impegno i nostri due paesi, uniti, si ergano a difensori della libertà[v]  Ecco, appunto. Quella “difesa della libertà” che – per citare la celebre frase pronunciata dal don Vito Corleone de Il Padrino – per noi Italiani continua ad essere “un’offerta che non si può rifiutare”. [vi]  I due organi d’informazione (ma il secondo è solo la traduzione italiana del primo) ci rendono edotti che l’onorificenza è conferita a personaggi

ritenuti meritevoli della gratitudine della Repubblica per il loro straordinario contributo all’integrazione e al coinvolgimento o per l’impegno profuso dai loro enti di appartenenza nell’ambito civile, culturale e professionale della Repubblica.”

A questo punto, forse immaginando che qualche lettore possa chiedersi cosa mai il vertice alleato abbia fatto di tanto importante per ricevere la commenda, si precisa che:

L’Ammiraglio Foggo è stato ritenuto meritevole della onorificenza per avere dato prova di eccezionale sensibilità, generosità ed impegno a favore della Repubblica Italiana e dei suoi cittadini.” [vii]  

Sinceramente continuo a non capire a quali manifestazioni di generosità ed impegno civico si riferisse l’articolo a proposito dell’ammiraglio della U.S. Navy, di cui è anche il Comandante nell’area euro-africana, controllata dalla 6^ Flotta. [viii]  Ma forse insistere su questo punto potrebbe sembrare inopportuno, visto che l’amm. James G. Foggo III è già stato insignito, oltre che di numerose decorazioni e di medaglie ad onor militare, anche di riconoscimenti civili come la prestigiosa Legion d’Honneur francese, che ora potrà sfoggiare insieme con le insegne di Commendatore al merito della Repubblica Italiana.

A questo punto, di fronte a tale indecoroso atteggiamento di subalternità verso i più alti vertici dell’Alleanza Atlantica in Italia – ringraziati ed omaggiati come se davvero ci stessero rendendo un insostituibile ed indispensabile servizio – non ci resta…”che piangere” – verrebbe da dire, citando il noto film con Benigni e Troisi. E invece no. Per me e tanti altri, non resta che demistificare, denunciare ed opporsi all’incalzante militarizzazione della società e della cultura, che passa anche per la retorica esaltazione di alti ufficiali delle forze armate. Da una Repubblica che costituzionalmente “ripudia la guerra” e da un Comune che si dichiara statutariamente “Città di Pace” non dovremmo aspettarci una  profluvie di omaggi rivolti a chi, al di là della retorica sulla NATO come ‘scudo’ della nostra libertà e sicurezza, si occupa di pianificare ed attuare operazioni belliche. Infatti, come peraltro è esplicitamente dichiarato nella pagina iniziale dello stesso sito web del JFC Naples, la sua attivazione:

«…era parte della trasformazione della NATO volta ad adattare la struttura militare alleata alle sfide operative di una guerra di coalizione, così da fronteggiare le minacce emergenti del nuovo millennio…» [ix]

Ebbene, se nel XIV secolo il titolo di “commendatore” indicava chi proteggesse o sostenesse gli altri, oggi di questi “commendatori” con greca e stellette e di quel genere di ‘protezioni’  faremmo invece volentieri a meno…


Note

[i] https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_luigi_de_magistris_nato_lago_patria-5093093.html

[ii] https://www.quasimezzogiorno.org/news/il-generale-vittiglio-nuovo-capo-di-stato-maggiore-del-joint-force-command-naples/

[iii] https://jfcnaples.nato.int/newsroom/news/2020/admiral-james-foggo-awarded-the-title-of–commendatore–of-the-order-of-merit-of-the-italian-republic-

[iv] http://www.dailyworditalia.com/comando-jfc-naples-lammiraglio-james-foggo-commendatore-dellordine-al-merito-della-repubblica-italiana/

[v] Ibidem

[vi] Cfr. https://aforismi.meglio.it/frase-film.htm?id=9c9a

[vii] www.dailyworlditalia.com , cit.

[viii] https://www.c6f.navy.mil/about-us/our-leaders/adm-foggo/

[ix] https://jfcnaples.nato.int/page5714813.aspx (traduzione mia)

Etica militare? Siamo… a cavallo

La ‘annunziatella’ del Mattino

Il Sindaco de Magistris tra i col. Cristofaro e Barbaricini (Ref. la Repubblica e IL MATTINO)

Il quotidiano ‘Il Mattino’ – come anche la Repubblica – ha recentemente pubblicato questa notizia: “Napoli, protocollo d’intesa tra Comune e Nunziatella per etica, sport e inclusione”. [i]  Se dal titolo non riesce facile cogliere il nesso tra l’accordo sottoscritto e quelle tre nobili parole, neanche la lettura dell’articolo sembra fornire lumi per capire che cosa c’entri un addestramento alle mansioni di scuderia e di mascalcia, che consentiranno un graduale avvicinamento al cavallo e all’equitazione” con le proclamate finalità educative e sociali del progetto. Il principale quotidiano del Sud ci ha resi edotti che il sindaco della terza città d’Italia ha firmato un protocollo d’intesa col comandante della storica scuola militare partenopea, grazie al quale otto studenti di un istituto superiore statale di Napoli saranno inseriti nella “attività formativa” che si terrà dal 2 al 13 marzo presso il Centro Ippico della ‘Nunziatella’.  Lo storico accordo è stato ratificato nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, alla presenza – oltre i sottoscrittori Luigi de Magistris e col. Amedeo Gerardo Cristofaro – dell’Assessore Clemente, del col. Barbaricini (capo progetto per la valorizzazione del comparto equestre dell’esercito) e della Dirigente Scolastica Palmira Masillo, accompagnata da una delegazione di studenti dell’I.S.I.S. ‘Alfonso Casanova’.

A questo punto il lettore, incuriosito dal convenire di amministratori ed alti ufficiali, si sarà chiesto quale finalità abbia questa nuova intesa tra vertici di enti locali, amministrazioni militari e presidi d’istituti scolastici pubblici. Le risposte fornite dal giornale sono le seguenti: “un approccio all’attività sportiva equestre militare ed ai valori ad essa legati […] La tradizione equestre militare è, oggi più che mai, veicolo di valori quali l’inclusione sociale e l’etica dello sport” […] Il Centro Ippico Militare offre l’opportunità di vivere un ambiente educativo e formativo che, pur preservando i propri scopi istituzionali principali, si rivela essere una risorsa polifunzionale per il territorio”. [ii]  Ma il motivo per coinvolgere degli studenti “in attività di scuderia e di mascalcia” è enunciato nelle affermazioni seguenti: “Il progetto si prefigge lo scopo di offrire l’opportunità di compiere un percorso formativo improntato alla legalità che si sviluppa in seno all’etica militare e che consentirà agli studenti coinvolti di conoscere meglio se stessi, mediante l’interazione naturale con il cavallo, rapportarsi e relazionarsi con altri che hanno scelto di vivere al servizio del proprio Paese in uniforme e acquisire il valore delle regole attraverso il riscontro giornaliero dei risultati conseguiti grazie all’applicazione disciplinata degli insegnamenti ricevuti”. [iii]

Il “percorso formativo” oggetto dell’intesa, insomma, sarebbe imperniato su queste quattro parole-chiave: (a) educazione alla “legalità” come naturale sviluppo della (b) “etica militare”, a sua volta fondata sulla scelta di svolgere un (c) “servizio al proprio Paese” e (d) dare valore alle “regole”, applicando con “disciplina” gli insegnamenti ricevuti.

Ippica etica e legalità

Attività di equitazione militare

Non sappiamo se tali dichiarazioni rientrino nel testo del protocollo firmato dal Primo Cittadino di Napoli (dichiaratasi per Statuto “Città di Pace”) o se riferiscono solo i commenti dei vertici militari. In ogni caso, saltano agli occhi tre sconcertanti elementi: (1) il divario fra reboanti affermazioni ed il ben più esile oggetto di quello che è solo un altro dei tanti accordi stipulati tra forze armate ed istituti d’istruzione, a conferma della strisciante ma incalzante militarizzazione della scuola; (2) l’insistenza sulla retorica di ‘valori militari’ come servizio e disciplina, accostati a concetti di bel altro spessore democratico, quali: etica e legalità; (3) l’incongruenza tra un progetto formativo che offrirà ad otto studenti la ‘opportunità’ di trascorrere dieci giorni di formazione nelle scuderie d’un centro ippico militare e le dichiarate finalità educative per i giovani, che vanno dalla ‘conoscenza di sé’ alla ‘relazione’ coi loro disciplinati coetanei in uniforme, fino alla citata ‘educazione alla legalità’. Il tutto grazie alla full immersion dei fortunati prescelti…nel mondo dei cavalli.

L’I.S.I.S. ‘Casanova[iv] è uno dei più antichi istituti superiori napolitani, che offre ai suoi studenti percorsi sia professionali (servizi socio-sanitari, manutenzione ed assistenza tecnica, produzioni industriali ed artigianali), sia tecnici (grafica e comunicazione, meccanica, meccatronica ed energia), nonché una sezione di liceo artistico ad indirizzo audiovisivo-multimediale. La sua offerta formativa raggiunge mediamente 1.200 studenti, seguiti da poco meno di 200 docenti. Nella pagina di presentazione del suo sito web, si precisa che: “La vision dell’Istituto Casanova fa riferimento ad un modello di istituzione scolastica aperta alla realtà culturale ed economica in cui opera […] un’istituzione sensibile verso le problematiche sociali, promotrice di una cultura di pace e di solidarietà contro ogni fenomeno di violenza e di prevaricazione sociale e culturale, attenta alla formazione culturale, così come a quella professionalizzante”. [v]  A proposito della mission di questa istituzione scolastica si citano tanti obiettivi, tra cui: “successo formativo […] lotta alla dispersione scolastica […] equità, coesione sociale, cittadinanza attiva e dialogo interculturale […] competenze professionali e inserimento nel mondo del lavoro, eccellenza, creatività innovazione, imprenditorialità […] cultura della sicurezza…” [vi] e via discorrendo. Ma è difficile trovare tra i motivi ispiratori ed i traguardi formativi qualcosa che giustifichi l’adesione di quell’istituto scolastico ad un progetto così poco conforme ad essi, in particolare quando si parla di “cultura della pace e della solidarietà” e di “cittadinanza attiva”. A meno che non si confonda l’equità con… l’equitazione.

Eppure si direbbe che né l’amministrazione comunale di Napoli né la dirigenza scolastica abbiano trovato nulla da eccepire sul progetto proposto dai vertici della ‘Nunziatella’ che, in attesa di veder coronato il loro sogno di dar vita alla prima scuola di guerra europea, fanno parlare di sé in occasione dei solenni e plateali giuramenti dei nuovi cadetti, tramite compiacenti servizi giornalistici e televisivi su questa sedicente ‘eccellenza’ partenopea o, appunto, grazie al bislacco percorso formativo alla legalità svolto nelle scuderie del loro centro ippico di Agnano. Sarebbe davvero interessante sapere che cosa pensano gli altri assessori e consiglieri della Città di Napoli, ma anche docenti genitori e studenti del ‘Casanova’, di questo accordo stipulato al vertice, che sembra confermare quanto poco abbiano a che fare etica e legalità con istituzioni militari il cui fine, come spiega il motto della ‘Nunziatella’, è piuttosto: “preparo alla vita e alle armi”.

Cavalli civici vs cavalli militari

Stemma araldico del Sedile di Nilo

La Città di Napoli, fin dalle sue origini, ha avuto un cavallo come simbolo. È dal XIII secolo – ricordava Angelo Forgione nel 2014 – che il destriero rampante rappresenta “l’indomito popolo napoletano”. Già nel 1253, infatti, i Napolitani avevano opposto una strenua resistenza alla conquista della città da parte dell’imperatore svevo Corrado IV, il quale però: “entrò, vinse e volle dimostrare di aver domato il popolo partenopeo facendo mettere un morso in bocca alla colossale statua del “Corsiero del Sole”, un cavallo imbizzarrito di bronzo posto su un alto piedistallo marmoreo”.[vii]  Dal periodo aragonese, il cavallo ha continuato a rappresentare il simbolo dei ‘Sedili’ di Capuana e Nilo, due delle sei storiche istituzioni amministrative della città di Napoli, ed è tuttora – dopo esserlo stato a lungo della soppressa  Amministrazione Provinciale –  il ‘logo’ della Città Metropolitana di Napoli. Lo stesso cavallo imbizzarrito e scalciante (in araldica: ‘inalberato’) lo troviamo anche nello stemma della scuola militare partenopea, dove è stranamente definito “puledro allegro di nero”. [viii]  Il riferimento, però, è più al cavallo come animale da battaglia che alle virtù civiche del popolo napolitano ed alla sua fiera resistenza alle invasioni straniere, l’ultima delle quali è rappresentata dalla gloriosa pagina delle Quattro Giornate del 1943.

Premesso che, secondo il protocollo, gli studenti del ‘Casanova’ saranno destinati a “mansioni di scuderia e di mascalcia, che consentiranno un graduale avvicinamento al cavallo e all’equitazione”, è legittimo chiedersi: perché mai attività proprie di quelli che una volta si chiamavano “mozzi di stalla” e “maniscalchi” dovrebbero rappresentare un percorso formativo adeguato ai bisogni di giovani che studiano da odontotecnico, meccatronico o web-designer?Quali “competenze professionali e inserimento nel mondo del lavoro” dovrebbe fornir loro questo “graduale avvicinamento al cavallo e all’equitazione”? Perché mai dieci giorni trascorsi tra equini e cadetti in divisa dovrebbero migliorare il loro senso della legalità e promuoverne il “successo formativo”?  E poi: in che modo un’istituzione che forma alla ferrea disciplina militare dovrebbe sviluppare nei giovani la “cultura della pace e della solidarietà” auspicata dalla loro scuola? Ovviamente a tali interrogativi non c’è risposta se non l’arrogante e autoreferenziale visione di una casta militare che cerca di nobilitare la sua funzione che è appunto “preparare alle armi”.

Si direbbe che il vero scopo di quest’imbarazzante farsa travestita da proposta formativa sia quello di continuare a tener viva l’attesa per l’attuazione del progetto di annessione della caserma ‘Bixio’ della Polizia di Stato alla scuola militare contigua, quel piano pomposamente chiamato “Grande Nunziatella”, cui lo stesso Mattino ha dedicato parecchi articoli ed al quale il Sindaco ed il suo Richelieu stanno puntando da diversi anni, anche a costo di spericolate operazioni amministrative, ripetutamente denunciate dal comitato Napoli Città di Pace ad un’opinione pubblica ignara e ad un Consiglio colpevolmente inerte. [ix]

Stemma araldico
della ‘Nunziatella’

Per la città di Napoli è prevista anche la realizzazione della Grande Nunziatella, che vedrà l’antica accademia militare, con sede a Palazzo Parisi a Monte di Dio, diventare una scuola europea, grazie all’acquisizione della vicina Caserma Bixio. Una riqualificazione dell’intero promontorio di Pizzofalcone, che unirebbe le due strutture, a oggi separate l’una dall’altra, con un intervento architettonico, ma anche paesaggistico”.[x]

Ma noi alla “riqualificazione” dell’area popolare che si fa istituendovi la scuola di guerra europea non crediamo per niente, proprio come al fatto che mandare degli studenti in un centro ippico militare ne forgi lo spirito di legalità. In entrambi i casi, in questa sconcertante partita a scacchi, all’impetuosità bellicosa del ‘cavallo’ continueremo opporre la ‘torre’ della resistenza civile e della nonviolenza.

© 2020 Ermete Ferraro


Note

[i] “Napoli, protocollo d’intesa tra Comune e Nunziatella per etica, sport e inclusione”, IL MATTINO, Napoli, 26.02.2020 > https://www.ilmattino.it/napoli/politica/nunziatella_napoli_etica_sport_inculsione-5076298.html. Vedi anche: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2020/02/26/news/firmato_protocollo_d_intesa_tra_comune_e_nunziatella_per_il_progetto_etica_sport_ed_inclusione_-249633835/

[ii] Ibidem

[iii] Ibidem (sottolineatura mia)

[iv] Fonte: http://www.istitutocasanova.edu.it/

[v] http://www.istitutocasanova.edu.it/presentazione/ (sottolineatura mia)

[vi] Ibidem

[vii]  Cfr.  https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/arte_e_cultura/2014/4-dicembre-2014/cercasi-logo-la-citta-metropolitanasi-scelga-cavallo-imbizzarrito-simbolo-xiii-secolo-230670461662.shtml?refresh_ce-cp

[viii] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Stemma_della_scuola_militare_Nunziatella

[ix] Sulla campagna di controinformazione lanciata da ‘Napoli Città di Pace’ (v. pagina facebook) cfr., fra gli altri: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/01/23/news/napoli_scuola_militare_nella_caserma_bixio_i_pacifisti_attaccano_de_magistris-217228391/?refresh_ce ; https://www.ildenaro.it/monte-echia-via-la-polizia-la-caserma-bixio-sara-accorpata-allo-storico-edificio-della-nunziatella/ ; https://www.cantolibre.it/scuola-di-guerra-a-napoli-un-enigma-da-chiarire/ ; https://www.popoffquotidiano.it/2019/05/11/napoli-no-alla-scuola-di-guerra-di-de-magistris/

[x] Cfr. https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/esercito_piano_caserme_verdi-4865242.html

“Napule è mille paure…”

C’è qualcosa di sconcertante, e al tempo stesso profondamente irritante, in ciò che sta succedendo a Napoli. Ė senza dubbio una città sempre più culturalmente vivace, straordinariamente attrattiva per tanti turisti italiani e stranieri, sorprendente in tutte le sue manifestazioni e piena anche d’iniziative originali. Eppure, allo stesso tempo, Napoli risulta assai fragile, perennemente afflitta da emergenze che durano da decenni, amministrata più con la fantasia che con la concretezza di scelte meditate e coerenti.  Ė una storica capitale che però stenta ancora a leggere la propria lunga storia ma anche a disegnare il profilo del proprio futuro, si tratti di pianificazione urbanistica oppure di attività produttive, di progettazione della mobilità urbana o di contrasto alla criminalità. Intrappolata com’è nella morsa di una crisi finanziaria che ne paralizza in larga parte risorse ordinarie ed investimenti, Napoli continua ad inseguire una modalità che la rende unica rispetto alle altre amministrazioni civiche: uno strano mix di populismo e dirigismo, di apertura comunitaria alla partecipazione e di chiusura burocratica nei palazzi dove, talvolta, si ha l’impressione che gli stessi componenti della giunta, più che dialogare tra loro, si parlino attraverso una sorta di ‘centralino’ unico.

Essere portatori di contraddizioni, diversità e particolarità, d’altronde, non è sempre un male. In tempi di pensiero unico e di omologazione socio-culturale, anzi, un po’ di originalità ed autonomia risulta un pregio. Eppure c’è qualcosa che a Napoli continua a mancare ed è la normalità, intesa sia come condotta amministrativa che segua una linea condivisa ed ordinaria, sia come stabilità e certezza di ciò che fa la vita meno precaria, sia anche nel senso di rispetto delle regole, scritte e non scritte, che rendono una comunità civile degna di questo nome. 

Manifestazione “DisarmiAmo Napoli” – Piazza Nazionale – Domenica 5 maggio 2019

L’episodio più grave che ha sconvolto i Napolitani, purtroppo già abituati a questi atti si follia urbana, è stata l’ennesima sparatoria in mezzo alla folla di una popolare piazza, nella quale è rimasta tragicamente coinvolta un’innocente bambina che passeggiava con sua nonna ed ora versa in gravi condizioni in ospedale pediatrico. La reazione della gente è stata più immediata ed energica del solito, segno che il peso di una camorra senza limiti e scrupoli è diventato ormai intollerabile. Ma, oltre alla ripresa dei regolamenti di conti fra criminali ed alle ‘stese’ delle bande di giovani delinquenti, ci sono stati anche altri episodi che hanno lasciato sconcertato chi vive a Napoli e deve già fare i conti con l’ordinaria follia del traffico, con trasporti pubblici carenti, coll’inquinamento dell’aria e col caos dell’abusivismo, a vari livelli e in vari ambiti.

Ad esempio, è partito in pompa magna il Maggio dei Monumenti, con file chilometriche di visitatori davanti a musei ed altri beni culturali ma, allo stesso tempo, si continuano a registrare disastri che coinvolgono monumenti unici come il complesso dell’Ospedale e Chiesa degli Incurabili, gravi danni a facciate di chiese e palazzi, chiusure perenni di gioielli architettonici, episodi di assurdo vandalismo nei confronti di opere d’arte.  E poi: si sbandierano slogan ecologisti come ‘Ossigeno Bene Comune’ eppure il tasso d’inquinamento da polveri sottili in città è sempre più grave, costringendo da anni l’amministrazione a ricorrere provvedimenti ‘urgenti’ e non si sa quanto ‘temporanei’. Ci si riempie la bocca di proclami che dichiarano Napoli ‘Città di Pace’ ma, al tempo stesso, non si sono mai visti tanti militari nelle piazze, per strada e perfino nelle scuole, per non parlare della brillante idea di ospitare addirittura una scuola militare europea in una storica struttura che avrebbe invece dovuto essere riconvertita a scopi civili e sociali.

Si esalta giustamente la natura accogliente e multiculturale della nostra città, ma poi si continua a dare risposte del tutto insufficienti alle pressanti esigenze di migliaia di persone – locali, apolidi o straniere – che non hanno il necessario per vivere e campano alla giornata, mendicando, rovistando tra i rifiuti o lavando vetri ai semafori. Si delegano sempre più i servizi socio-assistenziali al c.d. ‘privato sociale’, eppure manca un vero piano che coordini le pur necessarie azioni del ‘terzo settore’, garantendo finanziamenti certi e regolari ma anche controlli effettivi sull’ efficienza ed efficacia di tali interventi.

Napoli è una città eccezionale, è vero. Questo non significa però che debba costituire un’eccezione a tutte le regole, come ad esempio quella che vede tutte le metropoli delegare gran parte delle competenze amministrative ad un livello decentrato. Da noi il decentramento alle municipalità cittadine è sempre più simbolico ed asfittico e la gente dei quartieri continua a guardare a Palazzo S. Giacomo come una volta i popolani guardavano verso il balcone centrale della storica residenza dei Borbone.  Insomma, è necessaria una salutare spinta dal basso da parte di chi non accetta di vivere in una condizione di continua emergenza, ma al tempo stesso non intenda restare alla finestra a criticare chi decide a nome di tutti. Ci vuole una riscossa civile, una svolta autenticamente ecologica, un’alternativa nonviolenta non solo nei confronti chi semina morte e terrore con metodi criminali, ma anche di chi continua a fare affari sull’assenza di quella ‘normalità’ che consente ed alimenta abusi, imbrogli e corruzione.

I Napolitani dovrebbero quindi sentirsi sempre più cittadini attivi e responsabili e sempre meno  spettatori passivi di questa sconcertante alternanza di affermazioni positive e degrado quotidiano. Ciò significa che bisogna ricostituire la rete dell’associazionismo, della militanza politica, del volontariato promozionale e non di supplenza alle carenze istituzionali. Ciò significa difendere con i denti tutte le sedi e le occasioni di partecipazione diretta (dagli organi collegiali della scuola ai consigli municipali, dagli organismi di controllo alle realtà a difesa dei consumatori), smettendo di considerarli meri adempimenti formali e burocratici e restituendogli  il loro valore di esercizio della cittadinanza attiva e del capitiniano ‘potere dal basso’.

Soprattutto, bisogna smetterla di apprendere che cosa ci succede intorno di seconda mano, dalle chiacchiere da bar dagli onnipresenti smartphone e schermi televisivi, ricavandone generalmente sconcerto e crescita del senso d’impotenza. Proviamo piuttosto a vivere intensamente e direttamente le relazioni umane, comunitarie e civiche. C’è un mondo intorno a noi a cui troppo spesso non prestiamo più attenzione e verso il quale, invece, potremmo intervenire in prima persona, aiutando, denunciando, ribellandoci, facendoci promotori d’iniziative che aggreghino altri.

Ecco, proviamo ad essere più protagonisti e meno spettatori. Sono le dittature che hanno bisogno di un pubblico da arringare e convincere. La democrazia, quella vera, non è ‘star sopra un albero e neppure avere un’opinione’ per parafrasare la nota canzone del grande Giorgio Gaber – perché la libertà si manifesta davvero solo con la partecipazione. Non quella formale e parolaia che qualcuno ci ha benevolmente concesso finora, ma quella autentica – sicuramente più impegnativa – che nasce dalla riflessione, dall’impegno e dalla responsabilità.


© 2019 Ermete Ferraro

Ossigeno Bene Comune ?

Un ambientalismo…creativo

Non si può negare che l’Amministrazione del Comune di Napoli dimostri una notevole fantasia. Una volta si parlava della ‘finanza creativa’ inaugurata da certi governi, ma a quanto pare c’è anche un ‘ambientalismo creativo’. E’ così che accattivanti etichette – come quella dell’Ossigeno Bene Comune  – riescono ad occultare, con la loro evocativa fascinazione, l’oggettiva scarsità di decisioni concrete e di misure effettive adottate in materia di contrasto dei cambiamenti climatici. Basta leggere con attenzione la deliberazione n. 110 della Giunta Comunale di Napoli del 21 marzo 2019, per comprendere come premesse così promettenti ed ecologicamente ineccepibili, vadano progressivamente scemando in un dispositivo deliberativo piuttosto generico e fiacco.

La Giunta di Napoli approva la delibera O.B.C.

Come non essere d’accordo? Nessuna Amministrazione può occuparsi da sola delle complesse problematiche ambientali, senza poter contare sulla “partecipazione e sul coinvolgimento dei cittadini nelle scelte strategiche”, dei quali – come si afferma poco dopo – va “stimolato il senso di responsabilità [con] azioni per l’educazione e la sensibilizzazione, con attenzione all’integrazione tra settori e soggetti diversi”. Peccato, però, che a questo fondamentale aspetto l’Amministrazione de Magistris abbia dedicato uno spazio assai ridotto, se si tiene conto: del ruolo assolutamente ininfluente svolto dal decentramento municipale; dell’incapacità di relazionarsi in modo non solo episodio e simbolico con le associazioni ambientaliste; delle Consulte in materia ridotte ad inutili fantasmi o a pletorici ‘tavoli’ di consultazione; ma soprattutto della scarsa trasparenza dimostrata proprio su alcuni fondamentali punti della pianificazione strategica del Comune in materia ambientale ed energetica.

Priorità enunciate alla prova dei fatti

Efficienza e sostenibilità urbana.

Sono tutte scelte sottoscrivibili, chi lo nega. Il vero problema è che:

  1. dell’attuazione del P.A.E.S.(Piano di Azione dell’Energia Sostenibile) – adottato dal Comune nel 2012 – sia il Consiglio Comunale (cui l’A.C. avrebbe dovuto relazionare ogni anno), sia i cittadini di Napoli continuano ad essere molto poco informati. Sul sito istituzionale (http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/18558 ) compare infatti solo il documento originale, senza alcun aggiornamento sullo ‘stato dell’arte’, per conoscere il quale bisogna andarsi a cercare l’unico monitoraggio svolto (nel 2016) sul sito web in inglese del Covenant of Mayors (https://www.eumayors.eu/about/covenant-community/signatories/progress.html?scity_id=2410 ). Si scopre così che, pur avendo speso oltre la metà del budget previsto,  un terzo delle azioni programmate in materia di produzione elettrica e d’interventi sulle abitazioni non è stato neanche iniziato; è stata realizzata solo la metà di quelle relative all’illuminazione pubblica; si è attuata solo la terza parte delle azioni concernenti i trasporti, mentre le attività riguardanti edifici residenziali ed impianti del settore terziario sono genericamente classificate come ongoing (in corso).
  2. L’auspicato Osservatorio sui cambiamenti climatici nelle città del Mediterraneo è soltanto una suggestiva idea, ma non ha nessuna concretezza pratica, considerato che – non si registra alcun atto politico né amministrativo  in tal senso dell’A.C. napoletana e che l’unico organismo di tale natura (C.M.C.C. – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) è un ente nazionale di ricerca non-profit con cui essa non interagisce.
  3. Anche quella di sostenere gli ecosistemi che compongono la città e la loro messa in rete si rivela solo una lodevole intenzione, visto che – pur consultando l’area tematica del sito comunale dedicata all’ambiente (http://www.comune.napoli.it/ambiente-mare-tutela-animali )   –  non risultano iniziative effettive in tal senso,  sebbene da parte di alcune associazioni ambientaliste (fra cui WWF, VAS e RCCSB) non siano mancate sollecitazioni alla istituzione di osservatori sulla biodiversità urbana e ad una vera pianificazione del verde.
  4. “Monitorare e controllare la qualità dell’aria” è un altro dei buoni propositi della Giunta de Magistris, ma è stato attuato molto parzialmente se si considera che gli unici sette impianti di monitoraggio (gestiti dall’ARPAC Campania: http://www.arpacampania.it/aria )  registrano i tassi d’inquinamento atmosferico solo per alcuni parametri ed in cinque aree urbane (Ponticelli, Ferrovia, Centro, Arenella, Capodimonte e Posillipo) sull’insieme delle dieci municipalità;
  5. “Mitigare i cambiamenti climatici” è ovviamente un altro obiettivo da perseguire, ma lo stato di attuazione del PAES di Napoli non sembra lasciare spazio a grandi speranze, anche se (in base ad una recente classifica sulla vivibilità urbana stilata da Il Sole 24 Ore), su 107 capoluoghi italiani Napoli si piazzerebbe al 43° posto rispetto ai dati meteorologici, in special modo la temperatura media.
  6. Il programma ‘Itinerambiente’: Napoli città dell’hiking urbano” evoca un impegnativo progetto, eppure non si trova alcuna traccia nei provvedimenti comunali  di tale suggestivo quanto misterioso programma di educazione ambientale.
  7. Implementare il ciclo urbano dei rifiuti mediante buone pratiche è l’ultima lodevole priorità cui si fa cenno; peccato però che la percentuale di raccolta differenziata dei R.S.U. negli ultimi 12 mesi tocchi mediamente solo il 37% (fonte: ASIA Napoli https://www.asianapoli.it/raccolta-differenziata/risultati-raccolta-differenziata.html ),  ragion per cui quasi due terzi dei rifiuti di Napoli finiscono negli inceneritori (in Campania ed in altre regioni), oppure prendono strade più traverse e vengono smaltiti illegalmente altrove (il 19 marzo nel Vicentino la GdF ha sequestrato 900 tonnellate di rifiuti misti provenienti dal Napoletano e dal Casertano – fonte: Il Mattino > https://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/choc_in_veneto_900_tonnellate_di_rifiuti_da_napoli_e_caserta-4371773.html  ).

Misure strategiche adottate. O no?

“Our future…in your hands”

Certo, nella sua delibera la Giunta di Napoli elenca anche altre ‘misure’ che sarebbero state da essa adottate per conseguire gli obiettivi strategici che ne costituiscono l’oggetto, ad es.: limitazione del traffico veicolare e del riscaldamento degli edifici; contenimento delle emissioni inquinanti delle navi ormeggiate nel Porto; riqualificazione di scale e percorsi della ‘città verticale’. Purtroppo ai cittadini di Napoli è stata offerta un’informazione del tutto carente su queste dichiarate ‘buone pratiche’ e, ancora una volta, poco si è fatto per monitorne l’applicazione e per valutarne concretamente gli effetti positivi.

L’Amministrazione Comunale vanta inoltre la propria partecipazione a programmi europei di contrasto ai cambiamenti climatici, come Horizon 2020 e Clarity, ma sarebbe interessante verificare quanto di tali ‘azioni strategiche’ sappiano gli stessi consiglieri comunali, per non parlare ovviamente dei semplici cittadini di un sì ‘virtuoso’ Comune…

Il primo, in effetti,  è solo un programma di ricerca ed innovazione, ma se si consulta la pagina ‘casi di successo’ del sito web relativo (http://www.horizon2020news.it/argomenti/casi-di-successo ) non si trova nessuna notizia riguardante la nostra città. Viceversa:

Molto bene ma, a parte il solito vizio di utilizzare coloriti titoli in lingua inglese per illustrare progetti di cui non si spiega molto – anche una ricerca sul sito dedicato (  https://cordis.europa.eu/search/ ) non consente di avere un’idea più chiara di quanto il Comune di Napoli si sia impegnato a fare. Ciò che sembra di capire è che si tratterebbe di sviluppare una “piattaforma informatica” allo scopo di raccogliere dati sui cambiamenti climatici e ricavarne i possibili “scenari di rischio”.

Più avanti si parla anche del P.U.M.S. – misterioso acronimo che rinvia al Piano comunale per la Mobilità Sostenibile, approvato dal Consiglio Comunale di Napoli, il quale prevede l’adozione di misure finalizzate a ridurre i tassi d’inquinamento atmosferico ed acustico e migliorare la mobilità collettiva dei cittadini. La strada seguita per raggiungere tali obiettivi sarebbe:

Le ‘smart cities’

Anche in questo caso si tratta di ottime intenzioni, cui però non sembrano purtroppo corrispondere azioni altrettanto brillanti ed efficaci.  Basti pensare alle problematiche relative al rinviato ripristino della linea tramviaria lungo l’area marittimo-portuale;  alla travagliata e controversa vicenda del completamento di parte della linea 6 della metropolitana; alla disastrosa crisi amministrativa e gestionale dell’A.N.M. ed alla sua ripercussione sui trasporti pubblici di superficie e sotterranei (funicolari e metro), per non parlare poi del defunto e non ancora rinato servizio (ancora definito ‘sperimentale’) di bike sharing e del non attuato piano di rinnovo del parco veicoli comunale, utilizzando quelli ‘a basso impatto ambientale’ e, in alcuni casi, ‘elettrici’.

Una città verde…o al verde?

Parco della Rimembranza o …rimembranza del Parco?

Un’ulteriore criticità riguarda il verde pubblico e la gestione di parchi e giardini, per i quali l’A.C. afferma che si starebbe impegnando particolarmente, anche se la realtà sotto gli occhi di tutti i Napoletani appare decisamente meno esaltante. Il secondo ‘polmone verde’ cittadino – il Parco Urbano dei Camaldoli (1 milione di metri quadrati di macchia mediterranea – resta parzialmente chiuso da oltre un anno, ma non è migliore la sorte di altri sei parchi cittadini. Solo due di essi – la Villa Comunale ed i S. Gaetano Errico a Secondigliano – sono stati finalmente riaperti, seppur in condizioni non certo ottimali. Solo nella seconda metà di gennaio era stato reso fruibile il Parco della Rimembranza, devastato da cadute e danni meteorologici, nei cui pressi il Viale Virgiliano e strade limitrofe sono però praticamente ridotti ad uno squallido deserto, dopo la strage di oltre un centinaio di alberi abbattuti, ufficialmente in quanto malati o deteriorati.  E’ stato più volte rilevato che al Comune mancano dipendenti, attrezzature idonee e che gran parte delle operazioni di potatura (peraltro con esiti spesso disastrosi…) siano state da tempo ‘esternalizzate’.

Eppure sulla delibera O.B.C. si trovano le seguenti, ambiziose, affermazioni:

Abbattimenti di alberi nei giardini.

Non abbiamo motivo di non credere all’Amministrazione Comunale di Napoli, ma – considerato che finora essa non disponeva neppure di un apparecchio ‘deceppatore’ e che alcuni degli alberi abbattuti (ad esempio i pini del Virgiliano) presentano enormi apparati radicali che si sono infiltrati fin sotto la carreggiata, è legittimo nutrire qualche dubbio sull’agevole attuazione di tale programma di ripiantumazione. La quasi assoluta mancanza di manutenzione, fitoterapia e regolare gestione del verde cittadino – che ha decimato in questi anni alberate stradali ed essenze arboree presenti nei parchi e giardini – non può essere supplita sic et simpliciter dalla pur auspicata installazione di nuove piante, solitamente ancora giovani e fragili.  La diffusa pratica della capitozzatura, inoltre,  indebolisce gli alberi ancora in buona salute, sfregiandone l’aspetto ed esponendoli a nuovi rischi. Stando ai dati forniti, infine, la metà esatta dei 5.600 nuovi arrivati sono destinati a sostituire quelli “crollati e/o abbattuti”, per cui il saldo resta solo parzialmente soddisfacente, soprattutto se non si provvede ad aumentare l’organico degli addetti ai giardini ed a fornire la terza città d’Italia di strumenti essenziali per la loro manutenzione ordinaria.

Efficienza energetica e inefficienza amministrativa

L’ultimo capitolo della delibera O.B.C. sul quale penso sia il caso di soffermarsi è quello dedicato al risparmio ed efficientamento energetico e sviluppo delle fonti rinnovabili. Il Comune di Napoli, infatti, ha programmato un piano di diagnosi energetiche del proprio patrimonio edilizio, misure per il risparmio dei consumi e di miglioramento dell’efficienza degli stabili in questione.

Tutto bene allora? Non proprio, dal momento che l’unico aspetto del P.A.E.S. comunale sul quale finora ci siamo soffermati come Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità ha già fatto emergere gravissime carenze amministrative, inefficienza gestionale e spreco di risorse pubbliche, senza peraltro conseguire gli obiettivi ambientali che ci si era prefissati con quelle spese. Sulla sconcertante vicenda delle c.d. “scuole solarizzate”, infatti, la R.C.C.S.B. – di fronte all’assenza di risposte ed alle opacità gestionali emerse – ha denunciato pubblicamente (nonché alla magistratura contabile) che:

Un articolo sulla denuncia della R.C.C.S.B.

“A distanza di quasi dieci anni, gli impianti fotovoltaici ex-ARIN realizzati sulle scuole napoletane sono soltanto 12 (laddove il progetto comunale del 2008 ne prevedeva 42) e solo 6 risultano allacciati alla rete elettrica. A questi si aggiungono gli impianti realizzati in altre 13 istituti scolastici ammessi a finanziamento nell’ambito della procedura PON “Ambienti per l’Apprendimento” – Qualità ambienti scolastici Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – Programmazione 2007-2013, di cui solo 3 funzionanti . Ciò significa che, a Napoli, ben due terzi dell’energia finora prodotta dalle ‘scuole solarizzate’ sono andati irrimediabilmente ed irresponsabilmente sprecati, se ci si basa sui dati raccolti dalla Direzione Centrale Ambiente del Comune e nel corso delle riunioni della Consulta per le Politiche Energetiche”

Le osservazioni che si potrebbero ancora fare sono molte, ma non è il caso d’infierire ulteriormente. Mi sembra di aver già dimostrato con sufficiente chiarezza che le dichiarazioni di circostanza e le promesse altisonanti ci convincono fino ad un certo punto.

TGR Campania su scuole solarizzate

I disastrosi cambiamenti climatici – che hanno mobilitato centinaia di migliaia di giovani e risvegliato le forze ambientaliste – non possono essere contrastati dalle Amministrazioni pubbliche solo con corpose ed ambiziose delibere d’intenti, bensì con azioni chiare, trasparenti ed efficaci.

Ossigeno Bene Comune resta più che altro un accattivante slogan. Adesso tocca al Comune di Napoli dimostrare che non si tratta solo di…aria fritta.

© 2019 Ermete Ferraro

LA LINGUA ‘GENIALE’

Il napolitano di una comunità marginale 

Uno dei principali meriti della trasposizione televisiva della prima parte della saga narrativa di Elena Ferrante è aver fatto scoprire a noi italiani – oltre che ai telespettatori statunitensi – la potenza eccezionale della lingua napolitana. Una lingua geniale nel vero senso della parola, nelle accezioni riportate dal vocabolario Treccani: “Che è conforme al proprio genio, cioè all’indole […] che ha finezza e vivacità”. [i] In effetti sono stati i produttori americani che hanno voluto che sugli schermi, dietro i sottotitoli inglesi o italiani, la sonorità dei dialoghi fosse quella, d’un Napolitano verace, ben diverso dal miscuglio linguistico indistinto e bastardo che ancora risuona per le vie della nostra Città. Ritengo che sia stata una scelta opportuna, non dettata solo dal prevedibile intento di ‘colorire’ la narrazione in senso deteriormente folklorico, ma probabilmente anche dall’esigenza di superare una sorta di tabù comunicativo.

Ci voleva il salutare scossone d’una sceneggiatura televisiva largamente scritta in napolitano – che tradisce la scelta fatta da colei che quei romanzi aveva scritto, evocandolo ma non esibendolo – per metterci di fronte al vero tradimento, quello cioè che di quest’antica e geniale lingua ha fatto chi ha voluto o dovuto scartarla, come uno strumento vecchio inadeguato e volgare. Certo, il discorso è più complesso e richiederebbe un’analisi sociolinguistica più approfondita di quella che si limita ad assegnare colpe e responsabilità allo stesso popolo di Napoli o a chi ne ha scientemente voluto annientare l’identità culturale e  linguistica con un violento processo di sapore coloniale. Il problema, in effetti, è fino a un certo punto ‘di chi è la colpa? , ma piuttosto come si possa – qui ed ora – partire dall’attuale situazione per recuperare i valori autentici del Napolitano, impedendone il progressivo decadimento e valorizzandone le eccezionali potenzialità.

L’idea di affrontare questo particolare aspetto dei libri della Ferrante (e dello sceneggiato da essi ricavato) mi è stata ispirata, oltre che da un ventennale impegno di napolitanofilo e napolitanologo, dall’inaspettato contatto da parte di una docente di letteratura in un istituto superiore di New York, che intende farne oggetto di ricerca e mi ha chiesto la disponibilità ad un confronto. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dal fatto che in un prestigioso liceo della grande mela si rifletta sul rapporto tra la nostra lingua ed il contesto sociale della Napoli post-bellica che la Ferrante ha mirabilmente saputo evocare. Ad un simile interesse per tale questione fa invece riscontro l’insensibilità e la sordità di gran parte del mondo accademico e scolastico italiano per un problema che va ben oltre le sorti di quelli che ci si ostina a chiamare ‘dialetti’. Molti media anglo-americani – oltre agli studiosi – hanno approfondito la dimensione linguistica del fenomeno letterario Ferrante, con una sensibilità che sembra difettare dalle nostre parti. Non si tratta di cavalcare battaglie identitarie di retroguardia o di rinnegare l’importanza di uno strumento linguistico unitario. La questione è in che modo e per quali motivi si è giunti all’attuale situazione e che cosa si può realisticamente fare per evitare che la forzata italianizzazione prima, e la massificazione mediatica poi, cancellino il mondo d’idee, percezioni ed emozioni di cui il napolitano è geniale espressione.

Il nocciolo del problema suscitato dalla ricercatrice newyorkese è il rapporto tra lingua e potere, pssia il ruolo dell’Italiano come elemento indispensabile ai ceti marginali per integrarsi nella società e scalarne faticosamente i gradini, rinunciando però alla loro espressione linguistica naturale, stigmatizzata come inadeguata e volgare. Questo mi ha portato con la mente e col cuore alla lontana esperienza del mio impegno – prima in servizio civile e poi come lavoro sociale volontario e professionale –  presso il Centro Comunitario Materdei della ‘Casa dello Scugnizzo’. Mi sono ricordato soprattutto delle acute analisi sociologiche ed antropologiche che già negli anni Sessanta il suo fondatore, il mitico Mario Borrelli, aveva fatto del contesto sottoproletario napolitano e del suo immaginario collettivo, che in quel linguaggio unico al mondo trovava un eccezionale veicolo espressivo ma, al tempo stesso, la cristallizzazione di secoli di subalternità culturale. [ii]

Lingua: specchio e/o generatrice della realtà

Jean Noel Schifano, Dizionario appassionato di Napoli, Napoli, Il mondo di Suk, 2018

«Dobbiamo essere grati a Elena Ferrante – ha scritto Ciro Pellegrino – per una cosa che non ha fatto e a Saverio Costanzo, il regista della trasposizione televisiva de L’Amica Geniale per una cosa che non ha preso dal primo libro della tetralogia che racconta la vita di Elena Greco e Lila Cerullo. […] Anche per la serie tv Gomorra è avvenuto lo stesso, ma non si tratta dello stesso napoletano. La lingua partenopea dei dialoghi dell’Amica è ricercata, sintatticamente corretta, è figlia del periodo storico in cui è ambientato il racconto (gli anni Cinquanta) ed è straordinariamente ricca di vocaboli e riferimenti, senza bisogno di metafore ardite o del cupo valore impresso dai camorristi della serie ispirata al libro di Roberto Saviano…» [iii]

Il precedente esperimento di sceneggiatura in napolitano – quello del citato serial ‘Gomorra’ – ha diffuso infatti un’immagine stereotipata di questa lingua, privandola della sua duttilità espressiva ed incupendone i toni. La lingua dello sceneggiato tratto dai romanzi della Ferrante, pur restando aderente al contesto socioculturale misero e marginale della Napoli del dopoguerra, ne coglie comunque più sfumature e tonalità, mettendoci però di fronte ad un codice espressivo prevalentemente violento, talvolta spietato nella sua crudezza. Niente a che vedere col napolitano melodioso e dolce delle celebri canzoni o con quello arguto e piccante delle farse e delle ‘macchiette’. Dai dialoghi dello sceneggiato, che la Ferrante aveva filtrato con un Italiano che ne attenuava il ruvido realismo popolare, risulta chiaro come una lingua duttile e geniale come il napolitano – al tempo stesso rassicurante cordone ombelicale e vincolante catena – fosse vissuto dai membri di una comunità periferica come una gabbia espressiva, un condizionamento da cui cercare di fuggire. Il dosaggio di italiano col ‘dialetto’ nelle conversazioni delle due ragazze appare quindi l’indice del loro progressivo distacco da un ambiente senza futuro né speranza, dal quale devono sradicarsi, a costo di sacrificare una parte di se stesse.                                                              

«…Il regista Saverio Costanzo […] ha sviluppato la serie in napoletano ed è forse riuscito a far sprigionare, nella veemenza dei dialoghi quell’energia spaventosa e straripante che l’autrice, nei suoi libri, ha cercato di esorcizzare con l’italiano. […] Una lingua scarna, dura, spaventosa, resa ancor più terribile dagli occhi di una bambina, vissuta in un mondo difficile, dove non c’è spazio per la dolcezza, per l’attenzione verso l’infanzia; un mondo dove ai bambini non viene risparmiata la vista di un male che non possono comprendere, se non metabolizzandolo nella fantasia. L’emozione senza mediazione, l’energia primigenia e distruttrice di una lingua calda e viscerale, intensa e violenta. […] Un groviglio di significati, che un napoletano ha il privilegio di poter comprendere appieno, e che, anche per i più giovani, può rievocare il ricordo sopito delle epoche difficili, della vita cruda, vissuta dalla gente semplice di Napoli e del nostro Sud, tra i contraccolpi di eventi storici incomprensibili che non li hanno mai visti protagonisti, ma sempre vittime inermi, ad arrangiarsi da soli e, senza aiuti, ricostruire le proprie vite e la propria immaginazione». [iv] 

Queste acute osservazioni di Teresa Apicella, e l’analisi socio-antropologica che ne traspare, ci riportano al quesito iniziale: una lingua è soltanto lo specchio di una comunità oppure è capace di forgiarne le sensibilità, le capacità espressive, le caratteristiche culturali e, perché no, i destini?  E’ in fondo la vecchia questione del rapporto tra contenuto e forma, significante e significato, tra la realtà e il codice che la rappresenta. Una relazione che mi è sempre sembrata biunivoca, nel senso che una certa visione del mondo e la fattualità degli eventi contribuiscono a generare il mezzo espressivo più adeguato, ma è altrettanto vero che il medium utilizzato è pragmaticamente capace di plasmare pensieri e azioni di un gruppo sociale, imprimendogli un particolare carattere.

Nel romanzo della Ferrante lo stretto rapporto tra linguaggio e specificità socioculturale mi sembrava già fondamentale, ma la trasposizione cinematografica del testo ha conferito maggiore evidenza a questa relazione. L’aspetto più evidente è la caratterizzazione della lingua come segnale di promozione sociale, strumento per acquisire importanza e gratificazione all’interno di una comunità chiusa ed impermeabile alla evoluzione esterna. Il passaggio dal napolitano all’italiano, conseguentemente, ha finito col costituire un termometro della mobilità sociale. Il teatro, più ancora che la narrativa, ha spesso rimarcato questa brusca e forzata trasformazione, in cui i sottoproletari cercano in ogni modo di omologarsi ai ceti borghesi, che a loro volta si sforzavano di assomigliare a quelli aristocratici, con accenti ora farseschi e caricaturali (alla Totò, per intenderci), ora decisamente più drammatici (come nelle commedie di Eduardo De Filippo).  Ma su tali aspetti dell’Amica Geniale su cui direi che pochi in Italia hanno approfondito mentre, paradossalmente, interessanti analisi ci giungono dal mondo anglosassone ed americano, come quella di Amy Glynn.

«Bene, il linguaggio è tutto in questo libro, e intendo sia la straordinaria prosa di Ferrante sia il fatto che all’interno della storia, le lingue sono dispositivi di trama, designatori di caratteri e stenografia per argomenti molto importanti di classe, educazione e mobilità, senza i quali c’è relativamente poca storia […] Sia che i personaggi del libro parlino in ‘corretto’ italiano oppure in napoletano, c’è un indicatore di appartenenza, una dichiarazione politica, una storia implicita sulla posizione del personaggio in una gerarchia spesso brutale e violenta. […] (‘L’amica geniale’) è anche una storia di formazione sulla lingua in sé, sul linguaggio vernacolare e sulle ’lingue comuni’ e sul notevole potere di trasformazione delle parole imbrigliate, su come le nostre lingue ci definiscono come persone, come comunità, come tribù». [v]

Rifiuto del dialetto e resistenza del dialetto

Lenù in una na scena da ‘L’amica geniale’

Il difficile viaggio di Lenù verso una realtà diversa da quella ‘tribale’ in cui aveva vissuto la sua infanzia s’identifica allora con la sua volontà di uscire dagli schemi comunicativi del gruppo sociale da cui intendeva distaccarsi, lasciandosi alle spalle un doloroso destino di insuccessi e frustrazioni, quotidiane meschinerie e violenze. Tutta presa dal suo innamoramento per “la lingua dei fumetti e dei libri”  [vi] – vissuta come veicolo di riscatto sociale – è lei stessa a confessare amaramente:

«Non ho nostalgia della nostra infanzia […] La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi» [vii]

Un altro bell’articolo che affronta l’importanza della lingua nel romanzo della Ferrante e nella sceneggiatura televisiva da esso ricavata è stato scritto da Justin Davidson – critico musicale e vincitore di un Pulitzer – che già dal titolo richiama la nostra attenzione sul “significato nascosto dietro il dialetto de L’Amica Geniale”. Dopo aver opportunamente premesso che «L’Italia è un’invenzione del XIX secolo unificata da una lingua ufficiale che, fino al XX secolo, la maggior parte degli italiani non parlava» [viii], Davidson torna sul rapporto tra romanzo e sceneggiato, sottolineando sia la valenza personale e comunicativa del non utilizzo del ‘dialetto’ da parte della Ferrante, sia l’intento neorealista del regista dello sceneggiato, che ha voluto renderci in modo brutalmente diretto lo scarto socio-culturale fra la chiusa e cupa comunità del periferico rione popolare e l’altra Napoli, quella elegante e borghese del centro.

«La traiettoria di Elena è la storia di una donna che cambia il suo modo di parlare, e con essa il tranello della classe, della famiglia, della brutalità e della lealtà. […] Costanzo, però, va oltre qualcosa di molto più strutturato e profondo dell’autenticità o del colore locale: usa le gradazioni del dialetto per delineare la classe, rivelare la psicologia dei personaggi e portare avanti la trama. […] le uniche presenze di quartiere che parlano il vero italiano sono insegnanti e bibliotecari. Ma pure tra i proletari anche le forme più dure di dialetto si piegano alle circostanze. […] Il grado del dialetto denota ben più della classe sociale; allude anche alla lealtà del relatore. Un capo del crimine locale giura per la famiglia e parla il gergo locale. Un aspirante studioso parla italiano, ha pensieri sulla politica nazionale e non vede l’ora di sfuggire ad un tenace Sud provinciale. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia ha dovuto riformarsi da sola, ricucendo culture disparate in una traballante idea di nazione. Il servizio militare obbligatorio è stato utile. Così hanno fatto la televisione e le scuole. Ma è stata l’economia fiorente che ha fatto di più per legare insieme le fortune di cittadini che altrimenti non avrebbero avuto nulla a che fare l’uno con l’altro. Stefano Carracci capisce che ci sono soldi da fare e clienti da corteggiare oltre i pochi isolati che chiama a casa, ed è pronto a parlare la loro lingua…» [ix]

L’alternativa che si presentava alle due amiche era restare vincolate ad un destino di miseria e degrado – economico ma anche culturale ed affettivo – oppure rompere definitivamente con la propria comunità di appartenenza, con la sua violenza inevitabile e quasi fatale e col suo gergo amaro, adoperato come un’arma per rendersi reciprocamente la vita difficile. Paradossalmente, come acutamente nota il critico statunitense, dello stesso dialetto, nella sua forma più aspra, si serve il fratello di Lenù proprio per rivendicarne il diritto ad evadere da quel contesto deprivato:

«Nel mondo di Ferrante, tale insieme di tensioni – tra il rione e la nazione, la famiglia e l’istruzione, la pistola e la mente – si manifestano nelle sottigliezze del discorso. Quando i genitori di Lila decidono di strappare la ragazza dalla scuola e metterla al lavoro, suo fratello maggiore Rino (già evasore scolastico) difende il suo diritto all’istruzione – in un dialetto virulento e inimitabile. L’ironia è intenzionale: egli usa il napolitano per cercare di spingerla fuori dall’orbita della famiglia che parla napolitano» [x]

E’ lo storico paradosso della cultura subalterna dei ‘vinti’ che si sforza di uscire da tale subalternità rinnegando se stessa ed omologandosi al modo di vivere ed esprimersi che considera ‘vincente’. Il pesante prezzo da pagare è il doloroso abbandono di una parte di se stessi (come nel caso di Elena), ma anche lo schizofrenico sovrapporsi in Raffaella di un’impalcatura culturale costruita con la lingua ‘dei fumetti e dei libri’ alla sua istintiva  vitalistica aggressività plebea. Con la differenza che, mentre la prima si sente un po’ inadeguata in entrambi i contesti, la sua geniale amica sembra sempre a suo agio, sicura di sé. Lenù vive costantemente, e con intima sofferenza, il suo rapporto di dipendenza da Lila, ma si convince che questo dislivello non è frutto d’una maligna ricerca della superiorità. L’amica sembra piuttosto seguire tenacemente il proprio filo logico, inseguire il suo progetto, come quando Elena le parla della sua fantastica avventura col padre nella Napoli ‘bene’, ma sente la sua foga gelarsi di fronte alla apparente indifferenza di lei, restandone ‘dispiaciuta’.

«Lei…mi ascoltò senza curiosità e lì per lì pensai che facesse così per cattiveria, per togliere forza al mio entusiasmo. Ma dovetti convincermi che non era così, aveva semplicemente un filo di pensiero suo che si nutriva di cose concrete, di un libro come di una fontanella […] Il mio racconto, per lei, era in quel momento solo un insieme di segnali inutili da spasi inutili. Se ne sarebbe occupata, di quegli spazi, solo se le fosse capitata l’opportunità di andarci». [xi]

Riscatto sociale: fuga o impegno?

Un’altra scena da ‘L’amica Geniale’

Il conflitto tra ‘bellezza’ e ‘violenza’ segna profondamente il romanzo, contrapponendo un mondo ‘civile’ di sapere, gentilezza e relazioni paritarie all’ambiente tribale del rione periferico, caratterizzato da ignoranza, sopraffazione e disparità perfino tra soggetti marginali. La stessa lingua napolitana si direbbe il veicolo espressivo obbligato di quest’ultima realtà, eppure – come era già stato notato – all’interno del ‘dialetto’ della sceneggiatura affiorano significative varianti. Un idioma frutto di quasi tremila anni di stratificazioni culturali, del resto, non può essere confinato al linguaggio ‘basso’, capace di esprimere solo impulsi primari e ruvida aggressività. La ricchezza semantica del napolitano, la sua inimitabile arguzia e la sua dolcezza musicale non devono essere ridotti a lingua di quella plebe da cui la maestra Oliviero esortava Elena a fuggir via, perché ‘era una cosa molto brutta’.  Del resto sono molti i passi del romanzo in cui l’autrice  sottolinea che lo stesso ‘dialetto’ veniva parlato con modalità espressive diverse, che vanno da quelle più intime delle confidenze tra adolescenti a quelle aspre e volgari dei furiosi litigi. Il loro rione è sì un microcosmo, ma rispecchia personalità diverse e spesso contrapposte, a partire proprio dalle due amiche. Mentre Elena persegue il suo riscatto sociale disancorandosi sempre più dal proprio contesto, Raffaella, grazie alla sua intelligenza ed ostinazione, cerca invece di portare il ‘progresso’ dentro la comunità, senza rinnegare se stessa ed il proprio linguaggio, che invece impara a modulare secondo registri e tonalità differenti a seconda delle circostanze.

«Il suo spirito è mosso dalla ricerca del miglioramento: per sé, per il rione, per quelle persone che lei riconosce come suoi pari, per quanto meno brillanti o più sfortunate. Se Lenù è motivata da un forte spirito di rivalsa, che la porta a cercare altrove le sue radici e la sua essenza, Lila è ancorata fortemente al rione, da cui si distacca con difficoltà. È legata a quegli affetti che fanno parte della sua esistenza, nonostante la miseria e la crudeltà. Per questo Lila cerca soluzioni ai problemi, cerca di migliorare il suo rione. […] Don Achille e i Solara sono i rappresentanti di un sistema brutale, una civiltà di vergogna e violenza, che Lila si propone di abbattere con il suo esempio, arricchendo la sua famiglia, smuovendo l’economia con una produzione locale di artigianato di qualità. I suoi sono progetti ambiziosi, che devono purtroppo scontrarsi con l’avidità e la noncuranza di chi le sta a fianco». [xii]

Inutile dire che la mia simpatia propende verso la caparbia determinazione di Raffaela Cerullo. Sono stato per dieci anni operatore educativo e socio-culturale nell’unico centro comunitario operante in un rione sottoproletario del centro storico di Napoli e per altri vent’anni docente d’Italiano in una scuola media prima dell’area periferica della città e poi di uno dei suoi  contesti più ‘plebei’ come quello della Vicaria. Ho conosciuto tante ragazzine come Lenù e Lila, così come ho vissuto in prima persona sia l’ostilità sorda di famiglie che non riuscivano a scorgere un destino diverso per i propri figli, sia l’ambizione di chi pensava che la scuola fosse uno strumento per riscattarsi dalla miseria più che dall’ignoranza. Per i bambine e le bambine che ho incontrato in quei trent’anni d’insegnamento il percorso verso l’evoluzione espressiva è stato spesso faticoso e talvolta frustrante. Io però ho sempre cercato di non usare l’insegnamento dell’Italiano come un arnese per spiantarne le radici culturali e linguistiche ed operare una trasformazione che prevedesse il ripudio della loro identità ed autenticità espressiva. Ispirandomi a don Milani, ho provato piuttosto ad aiutare i miei alunni a padroneggiare la lingua per non esserne dominati. A conquistare l’uso della parola come “chiave fatata che apre ogni porta” , per capire ed essere capiti appieno e riuscire così ad esplorare liberamente le meraviglie del sapere.

«Le parole racchiudono percorsi formativi, sono strumenti per interagire con la realtà. La padronanza delle parole libera l’allievo consentendogli di avere un rapporto immediato con la vita, dominare le parole, estremizzare i significati consente a ciascuno di diventare cittadino attivo e non subalterno. Ecco perché, a Barbiana, si puntava non sulla quantità del tesoro chiuso nella mente e nel cuore dei ragazzi, ma su ciò che si colloca sulla soglia, fra il dentro e il fuori, sulla parola». [xiii]

E’ così che dieci anni fa ho iniziato pionieristicamente ad affiancare all’insegnamento istituzionale della lingua italiana quello extracurricolare del Napolitano, come strumento di consapevolezza della ricchezza e nobiltà di un’espressione considerata povera e volgare, oltre che come rivendicazione della dignità di una cultura millenaria quanto ‘geniale’. Ed è per questo stesso motivo che ho apprezzato la sceneggiatura ‘vernacolare’ de ‘L’Amica geniale’, assaporando accenti ormai banditi dalla scuola ma anche dai media che, dopo aver omologato il modo di parlare e scrivere degli Italiani, ci stanno assuefacendo ad un’anglicizzazione forzata, spesso immotivata e inopportuna, della comunicazione formale e perfino informale. Viceversa non ho apprezzato che nella prosa italiana della Ferrante il dialetto, evocato ma esorcizzato al tempo stesso, riaffiorasse solo in occasione dello scambio d’invettive feroci, come osserva Andrea Villarini, docente all’Università per Stranieri di Siena. Dalla sua analisi emerge anche che nel romanzo si fa ricorso all’italiano per ‘escludere’ qualcuno dalla conversazione e che l’italianizzazione di Elena, laureata alla Normale di Pisa, le comporta una dolorosa autoesclusione dal dialogo con la stessa madre.

«Solo in pochissime situazioni il dialetto irrompe in superficie tra le righe dell’opera. Avviene quando si tratta di trascrivere i momenti nei quali i protagonisti si lanciano insulti tra di loro […] La cosa interessante è vedere come anche in questi frangenti la Ferrante non trascriva l’intera frase in dialetto, ma esibisca solo le singole parole insultanti. […] L’alternanza degli usi linguistici tra italiano e dialetto non è caotica, ma è governata da regole sociolinguistiche ben precise. […] Una di queste regole è quella che potremmo definire dell’inclusione e dell’esclusione, ed è una tipica risorsa che noi parlanti utilizziamo per coinvolgere o escludere qualcuno da una conversazione […] Per la prima volta [sua madre] messa di fronte a una figlia che ce l’ha fatta (diciamo così), si rende conto che la lingua con la quale si è espressa da sempre non aiuta. È la scoperta di un’alterità linguistica che pone il dialetto in condizione succube. Troviamo qui una delle funzioni cardine che gli italofoni hanno compiuto tra le masse dialettofone. Far loro percepire che il dialetto, sino a quel momento lingua onnipotente, non è più buono per tutte le occasioni. Fino ad allora questa stessa funzione era stata svolta dalla burocrazia, la lingua dello Stato, laddove il cittadino si trovava nelle condizioni di non poter comprendere norme e leggi, ma qui siamo in presenza di un rapporto tra familiari e quindi di una spinta verso l’italiano che, essendo esercitata dal dover comunicare con un proprio caro, è molto più forte».[xiv]

Sviluppo o semplice metamorfosi?

L’effetto collaterale di tale trasformazione – come quella di Lenù in Elena – è spesso lo straniamento di chi sente di aver perso la propria identità ma non ha ancora acquisito dimestichezza col suo nuovo sé. Per il radicale cambiamento del suo codice linguistico, infatti, ella ammette il disagio di chi sente la sua stessa voce quasi estranea e le parole pronunciate dissonanti dai propri pensieri. Elena insomma – come tantissimi giovani spiantati dal loro contesto socioculturale – avverte l’imbarazzo e la frustrazione di quello sradicamento.

«Arrivai al collegio piena di timidezze e di goffaggini. Mi resi subito conto che parlavo un italiano libresco che a volte sfiorava il ridicolo, specialmente quando, nel bel mezzo di un periodo fin troppo curato, mi mancava una parola e riempivo il vuoto italianizzando un vocabolo dialettale» [xv]

Si ripropone qui il divario tra un cambiamento come sviluppo, che dovrebbe servire a liberare potenzialità ed espressività di un individuo dai condizionamenti ambientali, ed una metamorfosi che, pur nella sua radicalità, gli sovrapponga nuovi condizionamenti e ne alimenti ulteriori frustrazioni. Ovviamente solo il primo cambia davvero gli individui, consentendo loro di assumere coscienza della propria situazione e di prendere il futuro nelle proprie mani. Andrebbe invece evitato un cambiamento forzato dagli eventi, la brusca ‘metamorfosi’ di chi deve acquisire una personalità ed un linguaggio imposti dall’esterno. L’unico modo per salvarsi dalla condanna ad una nuova subalternità sarebbe far parte di quel processo collettivo e liberatorio di ‘comunicazione e coscientizzazione’, su cui si era soffermato Mario Borrelli nel suo già citato saggio del 1975.

Non è certo un caso che uno dei suoi ex scugnizzi – brillantemente affermatosi nei decenni successivi sul piano culturale e professionale – abbia recentemente voluto raccontare la sua personale metamorfosi in un libro scritto in terza persona. La lettura della sua coraggiosa autobiografia si  è intrecciata con le mie riflessioni sull’Amica geniale. Di quella storia inventata, in effetti, Tore avevacondiviso con impressionante somiglianza il lungo e faticoso processo di cambiamento, partendo dalla precarietà esistenziale del sottoproletario napoletano degli anni ’50 per giungere al travagliato ma soddisfacente raggiungimento dei propri obiettivi.

«I suoi primi cinquant’anni lo costrinsero a continue trasformazioni, nel tentativo di somigliare alle  figure che, di volta in volta, divennero il suo riferimento. Fu, dunque, più persone mentre cresceva, portandosi dietro sempre ‘o figlio d’’o Mullunaro, facendo grandi sforzi per mantenere sopito il sottoproletario che aveva dentro. Il nuovo secolo lo costringerà a misurarsi con altri cambiamenti, con successi e fallimenti e quando, all’improvviso, cambierà tutto, avrà la sensazione di aver corso senza essere riuscito ad imparare a camminare…» [xvi]

La vicenda di Salvatore – sospeso fra la voglia di fuggire di Lenù e l’ambizione ostinata di chi, come Lila, vuole anche contribuire al cambiamento della sua comunità – mi sembra un buon esempio di chi ha intravisto che il suo futuro avrebbe dovuto essere ‘fuori’ del suo rione ed ha seguito testardamente il suo sogno. Lo ha fatto senza rinnegare le proprie radici, ma cercando nella scuola prima e poi nella politica gli strumenti per costruire il proprio futuro non da solo ma insieme con gli altri. E non è poco.

© 2019 Ermete Ferraro


[i]   Cfr. Vocabolario online Treccani > http://www.treccani.it/vocabolario/geniale/

[ii]  Tra le sue tante opere rivestono particolare importanza su questo versante: Mario Borrelli, Unearthing the Roots of the Sub-Culture of the South Italian Sub-Proletariat, Londra, 1969 (paper) – in italiano: A caccia della sottocultura del sottoproletariato del Sud Italia; Idem, “Scuola e sviluppo capitalistico in Italia”, in Social Deprivation and Change in education, Atti del convegno internazionale di York, Nuffield Teacher Enquiry, York University, 1972 ;  Idem, Socio-Political Analysis of the Sub-Proletarian Reality of Naples of Intervention for the Workers of the Centre, Londra, 1973 (paper). In italiano: Analisi socio-politica della realtà di Napoli e linee d’intervento per gli Operatori del Centro

[iii] Ciro Pellegrino, “Diciamo grazie all’Amica Geniale che ci ha fatto riscoprire la lingua napoletana” (19.12.2018) Fanpage > https://napoli.fanpage.it/amica-geniale-dialetto-napoletano/

[iv]  Teresa Apicella, “Il napoletano crudo dell’Amica Geniale ci ha convinti…” (27.11.2018), Identità Insorgenti > https://www.identitainsorgenti.com/lingua-geniale-il-napoletano-crudo-de-lamica-geniale-ci-ha-convinti-ma-la-voce-narrante-no/

[v]  Amy Glynn, “Elena Ferrante, HBO’s My Brilliant Friend, and the ‘Unadaptable”’ Novel” (16.12.2018), Paste magazine > https://www.pastemagazine.com/articles/2018/11/elena-ferrante-hbos-my-brilliant-friend-and-the-un.html (trad. mia)

[vi]  Elena Ferrante, L’Amica geniale (A.G.), Edizioni e/o, 2011, p. 99

[vii]  Ferrante, A.G. ,  p. 33

[viii]  Justin Davidson, “The Hidden Meaning Behind My Brilliant Friend’s Neapolitan Dialect” (03.12.2018), Vulture > https://www.vulture.com/2018/12/my-brilliant-friend-hbo-neapolitan-dialect.html

[ix]  Ibidem

[x]    Ibidem

[xi]  Ferrante, A.G. , p. 135

[xii]  Oriana Mortale, “L’A.G. di Elena Ferrante: una storia napoletana” (09.09.2018), la COOLtura > https://www.lacooltura.com/2018/10/lamica-geniale-di-elena-ferrante/

[xiii] Domenica Bruni, “Lingua e ‘rivoluzione’ in don Milani”, Quaderni di Intercultura  dell’Univ. di Messina,  Anno IV/2012, p. 2 > http://cab.unime.it/journals/index.php/qdi/article/viewFile/810/619

[xiv]  Andrea Villarini, “Riflessioni sociolinguistiche a margine de L’amica geniale di Elena Ferrante” (21.02.2017), Arcade Literature, the Humanities & the World  (Stanford University > https://arcade.stanford.edu/content/riflessioni-sociolinguistiche-margine-de-l%E2%80%99amica-geniale-di-elena-ferrante-0

[xv] Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome (S.N.C.), Ediz. e/o,  pp. 331-332

[xvi]  Salvatore Di Maio, Nato il 4 luglio a Napoli. Le metamorfosi di uno scugnizzo, Napoli, La Citttà del Sole, 2018, p. 180

La ‘cattiva scuola’ di guerra (2)

Mobilitare la Napoli che ‘ripudia la guerra’

PAXCHRISTINAPOLI

Logo pacifista ideato da Pax Christi Napoli

Lo scorso luglio ho pubblicato un articolo riguardante l’ipotizzata istituzione a Napoli di una “scuola di alta formazione per gli ufficiali delle forze armate della U.E.” , per utilizzare la pomposa quanto eufemistica dizione utilizzata dall’allora Ministra delle Difesa Pinotti.[i]  A distanza di quattro mesi, devo segnalare che  qualcosa si sta finalmente muovendo dopo la denuncia di questa incredibile vicenda, che riguardava non solo le politiche del Governo Gentiloni e di quello attuale in materia di difesa, ma in primo luogo la decisione assunta dalla Amministrazione comunale di Napoli, guidata da Luigi de Magistris, passivamente avallata dal Consiglio Comunale.

Dal mese di ottobre, infatti, è stata attivata su facebook una pagina – dal promettente titolo NAPOLI CITTÀ DI PACE [ii] – nella quale è trattata regolarmente proprio tale questione, a partire dall’appello NO ALLA SCUOLA DI GUERRA A NAPOLI!, divenuto oggetto di una petizione, che in pochi giorni ha raccolto più di 500 firme. [iii] Il documento sottoscritto riepiloga i punti essenziali della sconcertante vicenda, puntualizzando la discutibile operazione amministrativa che ha portato all’accordo tra Comune di Napoli, Ministero della Difesa e Ministero degli Interni, ma soprattutto la clamorosa contraddizione politica fra i proclami pacifisti di Luigi de Magistris ed una scelta che i fatto prelude all’istituzione di una ‘scuola di guerra’ in un Comune dichiaratosi Città di Pace.

«Le cittadine e i cittadini della Napoli simbolo della resistenza al nazi-fascismo e che ripudia la guerra chiedono, in via tanto più urgente, al sindaco De Magistris e ai consiglieri comunali delle due ultime due consiliature di fare chiarezza, documenti alla mano, sul cambio di destinazione d’uso della Caserma ‘Nino Bixio’. Nel 2014 viene firmato il progetto Unesco, affinché la ‘Nino Bixio’ (di proprietà comunale ed inizialmente destinata ad attività sociali, sanitarie, educative, turistiche e di pace) diventi la prima scuola di guerra europea per la formazione di ufficiali. Si nasconde dietro il nome della ‘Nunziatella’, l’istituzione scolastica dove si “educano” all’arte militare i ragazzi italiani, ma in realtà è un’altra cosa: nella ‘Nino Bixio’ verranno “specializzati” militari adulti di tutta Europa, già formati al conflitto armato. Il Comune di Napoli ha permutato lo storico edificio di via Monte di Dio (la Nino Bixio) con una palazzina della zona, rinunciando di fatto a un canone di fitto di quasi mezzo milione di euro. L’operazione si è chiusa nel febbraio del 2017 e un mese dopo il sindaco ha portato in Consiglio Comunale la proposta di delibera “Napoli città di pace”, affermando principi contraddetti dai tre anni di lavoro intenso speso su finalità belliche.»

Questa pagina monotematica – promossa da attivisti di varie organizzazioni ma rivolta a tutti i cittadini/e napoletani che ‘ripudiano la guerra’ – è divenuta in breve tempo non solo una risorsa informativa su questioni difficilmente affrontate dai c.d. mainstream media, come quelle inerenti l’incessante militarizzazione della società o il prospero commercio delle armi, ma anche un polo di aggregazione del dissenso nei confronti di decisioni scellerate e pericolose per la pace e la sicurezza degli abitanti. Non a caso, i contributi postati su questa pagina riguardano soprattutto il “pasticciaccio brutto” dell’accordo trilaterale per allargare la ‘Nunziatella’ nella storica area di Pizzofalcone e per dar vita ad una scuola militare della U.E., ma cercano anche di far luce su ciò che sta accadendo intorno a noi – troppo spesso a nostra insaputa – per attuare politiche difensive comuni a livello comunitario. Tutto senza intaccare la cappa militarista derivante dalla nostra supina adesione alla N.A.T.O., ma piuttosto affiancandole ulteriori strutture ‘difensive’ europee.  Una nuova fase sembrerebbe essersi aperta dal 6 novembre 2018,  con l’entrata in carica del gen. Claudio Graziano come nuovo presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea (C.M.U.E. – E.U.M.C.) [iv] Quella che sembrava solo un’ipotesi remota, quindi, potrebbe diventare per Napoli una preoccupante realtà.

Vertici tricolori della Difesa Europea, Mogherini consule

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Il Gen. Claudio Graziano

L’Amministrazione comunale della nostra Città non è in buona salute e lo si riscontra ogni giorno. Le carenze finanziarie e le scelte amministrative sbagliate sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, ma ancora più grave è l’assenza di punti fermi che rinviino a decisioni strategiche sul futuro di Napoli. Si riceve, invece, l’impressione di una continua, schizofrenica, oscillazione tra la sensazione d’onnipotenza dei vertici politico-amministrativi comunali e la loro tangibile impotenza nel risolvere problematiche ordinarie ma d’importanza fondamentale per i cittadini, come trasporti, gestione del verde pubblico e del ciclo dei rifiuti, manutenzione di strade e impianti pubblici etc.

In tale desolante contesto, potrebbe sembrare poco urgente – o comunque poco ‘popolare’ – affrontare questioni come quella dell’accordo Comune-Difesa-Interni per assicurare alla nostra Città una ‘prestigiosa’ scuola militare europea. A qualcuno, infatti, potrebbe apparire una concessione all’antimilitarismo di principio, un inutile andare a cercare il pelo in un uovo già deteriorato o, peggio, solo una paranoia pacifista.  Eppure chi ha seguito la nostra pagina sa bene che non è così. Il ricordato insediamento dell’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, gen. Claudio Graziano, al vertice del Comitato Militare della U.E. rappresenta infatti un segnale molto chiaro in direzione della creazione  d’un apparato difensivo comunitario che, senza mettere minimamente in discussione l’Alleanza Atlantica, rafforzerà e potenzierà l’interventismo armato dell’Italia nei vari scenari conflittuali, garantendo ottimi affari alle industrie belliche. Per citare un articolo pubblicato dal sito web del Ministero della difesa:

«I militari italiani garantiscono infatti un contributo fondamentale per l’Unione Europea, non solo in termini di partecipazione numerica, ma anche per la qualità professionale dimostrata in decenni di partecipazione alle operazioni della UE. Parimenti, la nomina del Generale Graziano è anche un riconoscimento del ruolo politico-strategico giocato dal nostro Paese, che crede profondamente nella necessità della creazione di un sistema di Difesa europea».[v]

Si direbbe allora che la ‘scuola di guerra’ evocata dal nostro appello-petizione non sia più solo una vaga ipotesi, se si tiene conto anche di un’altra mossa effettuata di recente sulla scacchiera della difesa europea: la nomina del Vice Comandante generale dell’arma dei Carabinieri al vertice europeo del C.G.C.C., ossia il Comando Civile della Gestione delle Crisi. Il generale Coppola – napoletano ed ex allievo della ‘Nunziatella’ – a Bruxelles è andato infatti a dirigere un organismo che coordina le dieci ‘missioni’ dell’U.E. nelle aree di crisi sullo scenario euro-mediorientale.

«Il Generale di C.A. dei Carabinieri Vincenzo Coppola, già vice Comandante generale dell’Arma, gestirà il Civilian Planning Conduct Capability (Cpcc) all’interno del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (Seae) alle dirette dipendenze dell’Alto Rappresentante della Politica Estera Ue – Federica Mogherini. Sarà il Comandante Operativo di tutte le Missioni civili dell’Unione Europea di Polizia, di assistenza giudiziaria, protezione civile e di monitoraggio elettorale».[vi]

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Il Gen. Vincenzo Coppola

Non lasciamoci ingannare dal fatto che si faccia riferimento ad ‘operazioni di polizia internazionale’, oppure che l’aggettivo ‘civile’ caratterizzi tali ‘missioni’.  Il gen. Coppola vanta in effetti una notevole carriera militare anche come capo del team della N.A.T.O. nello scenario della guerra che ha lacerato l’ex Jugoslavia – e adesso è stato incaricato di affrontare nuovi aspri conflitti, fra cui quello che sta attualmente dilaniando la Libia, coinvolgendo molto da vicino l’Italia ed i flussi migratori che si dirigono verso le nostre coste.

«Le attenzioni di Coppola saranno concentrate soprattutto, in questa fase iniziale del suo mandato, sulla questione libica dove sarà necessario fare arrivare stabilmente una missione che ora fa base a Tunisi, spostandosi nel territorio dell’ex Tripolitania due volta a settimana. Ancora troppo poco per fare la differenza. Ma la partita degli equilibri internazionali si gioca anche a Rafah, Striscia di Gaza dove si registrano tensioni». [vii]

La coincidenza di due alti ufficiali italiani ai vertici militari europei, insomma, gioca a favore della candidatura del nostro Paese ad ospitare la scuola di alta formazione per gli ufficiali delle forze armate della U.E., tanto auspicata dall’allora Ministra Pinotti e probabilmente non sgradita a chi attualmente guida dopo di lei il dicastero italiano della Difesa.

La Capitana Elisabetta Trenta. specializzata professionalmente nel settore della sicurezza militare internazionale, ha infatti operato in Iraq, Libano e Libia, in particolare come consigliere politico della Difesa a Nassiriya nell’ambito della ‘missione’ Antica Babilonia 9, ed è stata Vicedirettore del Master in Intelligence e Sicurezza della Link Campus University, nonché ricercatrice e dirigente di consorzi che si occupano di questi settori. [viii]  Insomma, è una che se ne intende e che, prima di assumere l’incarico, aveva dichiarato che, da ministra, avrebbe puntato a «…investire nel personale e nella tecnologia per assicurare al paese forze armate più moderne e più capaci di fronteggiare le nuove minacce». [ix]  E’ poi la stessa che, pochi giorni fa, ha dichiarato di voler inviare in Campania altri 200 militari a presidiare i siti di stoccaggio dei rifiuti [x] e che si dice abbia  “fortemente voluto” il bellicoso spot ministeriale ‘Combat’, in occasione delle celebrazioni per il 4 Novembre. [xi]

Un assurdo gioco delle tre carte

In attesa di segnali più chiari, cerchiamo intanto di capire che cosa si è mosso da agosto 2015 in direzione dell’attuazione del Protocollo siglato nel 2014 da Pinotti Alfano e de Magistris [xii] e delle successive delibere – di giunta e poi consiliare – con la quali si “approvava ed autorizzava” la c.d. ‘permuta’ della Caserma della P.S. ‘Nino Bixio’ a Monte di Dio, di proprietà comunale, con un immobile di proprietà statale non lontano, l’ex convento di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone.  Qual è stato il seguito di quella molto discutibile decisione dell’Amministrazione Comunale, assunta quattro anni fa e che il Sindaco ebbe retoricamente a definire “Una giornata storica per la città di Napoli” ? [xiii]  Ebbene, a parte la formalizzazione e pubblicizzazione del dettagliato progetto La grande Nunziatella Europea”, col quale l’associazione nazionale Ex Allievi della Nunziatella ha promosso l’istituzione napoletana come «prima Scuola Militare europea» [xiv], non è successo praticamente nulla. Anzi, a prima vista si direbbe che ciò che si è verificato negli ultimi anni vada in tutt’altra direzione.

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Il ‘Gran Quartiere di Pizzofalcone’

  • Il ‘Gran Quartiere di Pizzofalcone’ [xv] dove è ubicata la Caserma ‘Nino Bixio’ – ossia il rinascimentale palazzo Carafa di Santa Severina, già sede dell’Ufficio Topografico del Regno borbonico e tuttora dell’Archivio Militare di Stato – continua tranquillamente ad ospitare il IV Reparto mobile della Polizia di Stato di Napoli. Nelle previsioni, questa struttura della P.S. avrebbe invece dovuto trasferirsi nella Caserma ‘Boscariello’ di Miano, uno degli immobili oggetto dello scambio trilaterale tra Comune, Difesa ed Interni.
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    Demolizione di parte della Caserma ‘Boscariello’ di Miano

    Il problema è che tale immobile, nel frattempo, è stato destinato alla demolizione, in modo da poter ospitare la nuova ‘Cittadella dello Sport’, nell’ambito del c.d. ‘Progetto Scampia’ ed in vista delle Universiadi. Lo testimonia un articolo de Il Mattino di poco più di un anno fa, nel quale si riferisce della cerimonia inaugurale dei lavori cui partecipò, oltre all’allora Ministro dello Sport Luca Lotti, anche il Sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, che era stato presente alla firma dell’accordo che destinava la ‘Boscariello’ alla Polizia di Stato. [xvi] Va ricordato, poi, che solo un mese prima di tale cerimonia il sindaco de Magistris aveva deciso di trasferire ‘temporaneamente’ in quella struttura i Rom di Scampia, dopo l’incendio del campo di Cupa Perillo.[xvii]

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    Ex Convento di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone

    L’ex convento delle suore agostiniane di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone – il terzo immobile dell’accordo, di proprietà statale e scambiato ‘alla pari’ col suddetto Palazzo Carafa – un edificio cinquecentesco annesso all’omonima chiesa, ormai piuttosto degradato – frazionato in ben 80 unità immobiliari, è stato da lungo tempo adibito ad uso residenziale.

Ne deriva che l’indebitato Comune di Napoli, avendo incoscientemente rinunciato agli oltre 450 milioni annui che prima introitava per il fitto alla Difesa della ‘Nino Bixio’, si trova ora proprietario di un palazzo dal quale può ricavare molto di meno. Sembrerebbe allora che l’unico soggetto che tragga profitto da questo gaddiano ‘pasticciaccio brutto’  sia il Ministero degli Interni, che non deve più pagare al Comune il canone di locazione per la Caserma della P.S.. Viceversa, anche il dicastero della Difesa appare in difficoltà, non potendo – almeno per ora – attuare il progetto della scuola militare europea, al tempo stesso ampliando la ‘Nunziatella’ ed accrescendone il prestigio internazionale.

A questo punto nasce spontanea una domanda: è mai possibile che fino a qualche mese fa non si sia levata nessuna voce di dissenso, o quanto meno di dubbio, su questo incredibile pasticciaccio politico-amministrativo? A giudicare dai documenti ufficiali, non solo non c’è stata opposizione alcuna alla ‘bastardata di Pizzofalcone‘, ma addirittura si direbbe che su questo strano affaire si sia registrato un inspiegabile consenso trasversale. Basti pensare che la delibera di giunta n. 29 dell’8 luglio 2015 – presentata a firma del Sindaco de Magistris e dell’Assessore al Patrimonio Fucito  – fu approvata a voti unanimi dagli otto amministratori presenti e, soprattutto, che la conseguenziale deliberazione del Consiglio Comunale (n° 46 del 6 agosto 2015) fu adottata altrettanto all’unanimità dai 27 consiglieri presenti, compresi diversi rappresentanti dell’opposizione.

Per sentirsi levare una voce di dissenso nel merito, dunque, bisogna giungere all’agosto 2017, quando la professoressa Francesca Menna (appartenente al Gruppo Consiliare del Movimento Cinque Stelle) ha finalmente denunciato la sconcertante vicenda di ciò che ha esplicitamente chiamato ‘scuola di guerra’, con un intervento molto duro, testimoniato da un video. [xviii]  Peccato che la stessa rappresentante dei Cinque Stelle nel giugno 2018 abbia dato le dimissioni, in dissenso con le scelte politiche del Movimento e, si suppone, della sua bellicosa Ministra…

Che fare? Controinformazione, opposizione e resistenza.

città di paceDi fronte al muro di gomma che ha finora smorzato ogni critica o distinguo, l’unica soluzione praticabile ci è sembrata quella di fare appello direttamente ai cittadini di quel Comune che, con la modifica al proprio Statuto nel marzo 2017, si è autoproclamato “Città di Pace e di Giustizia”. [xix]

Il documento alla base della petizione lanciata dalla pagina facebook “Napoli Città di Pace” ha già raccolto un migliaio di firme ed ancor di più solo coloro che la seguono ed interagiscono con i contributi in essa pubblicati. La petizione – la cui sottoscrizione prosegue su vari canali di raccolta delle firme – si chiude con una richiesta: «…al sindaco de Magistris e ai consiglieri delle due ultime consiliature comunali di fare chiarezza su tale questione (ovviamente documenti alla mano) in occasione di un’assemblea pubblica che si terrà a Napoli a dicembre».  Il primo passo, infatti, è fare luce sul senso di tale scelta e sulle prospettive alle quali essa era stata finalizzata.  E’ comunque evidente che l’unica soluzione per uscire da quest’assurda situazione sarebbe la revoca dell’accordo sottoscritto dal Comune di Napoli coi due ministeri della Difesa e degli Interni, dal quale l’amministrazione cittadina risulta chiaramente penalizzata in termini economici, oltre a far emergere stridenti (seppur soffocate) contraddizioni politiche all’interno della stessa maggioranza.

Tutto questo, fra l’altro, non può non tener conto dei preoccupanti scenari internazionali, che vedono l’Italia stretta tra la morsa dell’arroganza con cui il Presidente degli Stati Uniti esige un aumento del contributo finanziario da parte dei Paesi europei aderenti alla N.A.T.O. e l’incalzante  tendenza a consolidare sempre più i legami di cooperazione e coordinamento della difesa fra gli stessi membri della U.E., ivi compresa la formazione dei quadri militari. E’  istruttivo, a tal proposito, leggere i documenti ufficiali dell’European Security and Defence College (E.S.D.C.), la cui ‘mission’ è così esplicitata:

« Il Collegio Europeo per la Sicurezza e la Difesa (ESDC) è stato istituito nel 2005, con la finalità di provvedere un’educazione di livello strategico nella Politica Europea di Sicurezza e Difesa, ora chiamata Politica Comune di Sicurezza e Difesa (CSDP).[…] I destinatari della formazione comprendono pubblici ufficiali, diplomatici, appartenenti alle forze dell’ordine e personale militare proveniente dagli Stati membri della U.E. e da istituzioni coinvolte nel CSDP…» [xx].

Scorrendo le pagine del sito web ci s’imbatte in una pluralità di tematiche ‘civili’ che sarebbero oggetto di formazione a livello europeo, fra cui la protezione dei rifugiati e dei migranti, la risposta alle emergenze umanitarie, lo sviluppo della cooperazione, i diritti umani, le relazioni multilaterali e perfino le questioni concernenti il clima, l’ambiente e l’energia, la cultura e l’innovazione e le relazioni economiche. Ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze: l’allargamento del concetto di ‘difesa’ e di ‘sicurezza’ serve solo a nascondere le vere finalità delle forze armate, che hanno assai poco a che vedere con l’assistenza umanitaria o le sedicenti ‘missioni di pace’. Un segnale evidente, per quanto ci riguarda come cittadini italiani, è stata la brusca ‘svolta’ del Ministero della difesa che, dopo le proteste dei generali per gli spot che presentavano i militari come volenterosi e paciocconi boy scout, in occasione delle celebrazioni per il 4 novembre 2018 ha infine deciso di mostrare il “volto guerriero dei soldati italiani, sempre nascosto dietro la retorica delle ‘missioni di pace’ “, per riprendere le parole del citato commento di Di Feo su la Repubblica. [xxi]

maxresdefaultDel resto, che le nostre forze armate non si occupino solo di presidiare strade e discariche o di soccorrere terremotati ed alluvionati è dimostrato dal fatto che i nostri militari sono impegnati attualmente in 50 ‘missioni’ attive in 21 paesi esteri, con l’impiego di 6.000 soldati ed una spesa di 900 milioni di euro (gen – set. 2018), come sintetizza un recente articolo su lenius.it [xxii]

E che gli scenari di guerra che ci si preparano siano sempre più inquietanti è testimoniato anche dalle imponenti manovre militari congiunte della NATO denominate ‘Trident Juncture 2018’, svolte lo scorso Ottobre in Norvegia sotto il comando dell’Amm. James Foggo, il numero uno del J.F.C. di Napoli-Lago Patria. [xxiii]    Per non parlare, poi, delle esercitazioni pan-europee per fronteggiare spaventosi (e palesemente illegali) attacchi bellici del tipo C.B.R.N. (chimici, batteriologici, radiologici e nucleari) che, sempre nel mese di Ottobre, sono state ospitate dalla ‘Scuola Interforze per la difesa N.B.C.’, che – come pochi sanno – opera invece stabilmente presso la Caserma ‘Verdirosi’ di Rieti. [xxiv]

Insomma, i nostri pseudo-boy scout sembrerebbero aver finalmente gettato la maschera buonista e ci mostrano con chiarezza quale futuro ci aspetta in un mondo dominato dalle logiche militari e dagli interessi delle industrie belliche.  Vogliamo fornire loro, a casa nostra e a spese nostre, anche una ‘prestigiosa’ accademia dove possano giocare alla guerra ed esercitarsi nelle loro ‘arti oscure’ ?

Le cittadine e i cittadini  della Napoli che ripudia la guerra esprimono con forza il loro NO e faranno tutto quanto è possibile per bloccare questo ennesimo, subdolo, tentativo di asservire Napoli, Città di Pace, agli interessi del complesso militare-industriale.

© 2018 Ermete Ferraro

N O T E —————————————————————————————————


[i]  Ermete Ferraro, La ‘Cattiva Scuola ‘ di guerra (10.07.2018) > https://ermetespeacebook.com/2018/07/10/la-cattiva-scuola-di-guerra/

[ii] Visita la pagina facebook  del Gruppo > https://www.facebook.com/napolicittadipace/

[iii]  Visita il sito di ‘Change.org’ che ha diffuso la petizione e raccolto le adesioni ad essa >  https://www.change.org/p/amministrazione-comunale-di-napoli-no-alla-scuola-di-guerra-dell-ue-a-napoli?recruiter=31022423&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition&fbclid=IwAR19HAvNnMvI9a5OvHFPMoj20vsuC_460IOs-j4yO7oQu0Q9I3vpqQqemfw

[iv] “UE: il Generale Graziano nominato Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea”  07.11.2018) > https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Generale-Graziano-nominato-Presidente-del-Comitato-Militare-Unione-Europea.aspx

[v] Ibidem

[vi] Giuseppe Fiore, “Le novità al vertice europeo del Comando civile della Gestione delle Crisi” , Start Magazine > https://www.startmag.it/mondo/le-novita-al-vertice-europeo-del-comando-civile-della-gestione-delle-crisi-cpcc/?fbclid=IwAR3Y6PshN0px21Xuibp_kNJf4PHO6fheuGvq9fZhbuRS2N2vy1nPR0If7hI

[vii] “Il gen. Vincenzo Coppola vola a Bruxelles: guiderà le missioni civili europee” (19.09.2018), TGCom24 > https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/ll-generale-vincenzo-coppola-vola-a-bruxelles-guidera-le-missioni-civili-europee_3164054-201802a.shtml

[viii]  Vedi:  “Elisabetta Trenta: chi è, curriculum del ministro della difesa M5S” (01.07.2018) , Termometro Politico > https://www.termometropolitico.it/1305595_elisabetta-trenta-chi-e-curriculum-ministro-difesa-m5s.html

[ix] Piera Matteucci, “Elisabetta Trenta ministro della difesa: un’esperta di sicurezza con l’ombra del reclutamento dei mercenari in Libia” (31.05.2018) la Repubblica > https://www.repubblica.it/politica/2018/05/31/news/elisabetta_trenta_difesa_governo_conte-197374627/

[x] Valentino Di Giacomo, “Il ministro Trenta: ’Duecento soldati in Campania per presidiare gli impianti dei rifiuti” (nov. 2018  ) Il Mattino > https://ilmattino.it/primopiano/cronaca/rifiuti_isis_intervista_ministro_difesa_elisabetta_trenta-4090325.html

[xi] Cfr. Gianluca Di Feo, “Difesa: arrivano gli spot ’guerrieri’ voluti dalla ministra Trenta per il 4 novembre” (22.10.2018), la Repubblica > https://www.repubblica.it/politica/2018/10/22/news/difesa_arrivano_gli_spot_combat_per_il_4_novembre-209687116/

[xii] Cfr. articolo del 15.11.2014 sul sito web del Ministero della Difesa > https://www.difesa.it/Il_Ministro/sottosegretari/Gioacchino_Alfano/Eventi/Pagine/ProtocolloIntesaDifesaInternoComuneNapolieDemanio.aspx?fbclid=IwAR2MCBesKgQgbnvF7bbNCs8alDh9rpAQqeozkcyvhwD-1WHAADnCwbrM__w

[xiii]  Guardare l’istruttivo video di Pupia.tv che mostra la cerimonia della Nunziatella e la firma dello ‘storico’ protocollo d’intesa > https://www.youtube.com/watch?v=W-eT7ZgPAz0&feature=youtu.be&fbclid=IwAR1pMO3ypYlvypfFztW9M-j2OiG_uMvt-764pyh75LFbcyyopY_9j1b01rA

[xiv] https://nunziatella1787.eu/wp/wp-content/uploads/2016/04/www.nunziatella.it_public_Rosso%20Maniero_Progetto_Europa.pdf?fbclid=IwAR2wTpcwp170RzTrguYBUCyC5WF5MyHigYx8oZe8vhTJXT3cidnbT9zMB_4

[xv]https://it.wikipedia.org/wiki/Gran_Quartiere_di_Pizzofalcone?fbclid=IwAR1ZsiyuDLwPAzmzITWgFdzAJTI6WKSd8fpmvWmJDNzKjgKwB6QUe4DEi28

[xvi] Dario del Porto, “Va giù la caserma Boscariello, qui nascerà la cittadella dello sport” (26.10.2017), Il Mattino > [xvi] https://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/10/26/news/va_giu_la_caserma_boscariello_qui_nascera_la_cittadella_dello_sport-179393856/

[xvii] Davide Schiavon, “Rom in caserma, Moschetti: ‘Si aggiunge degrado a degrado. Daremo battaglia’ “ (02.09.2017), Napoli Today > http://www.napolitoday.it/cronaca/rom-scampia-cupa-perillo-caserma-boscariello-miano.html

[xviii] Vedi intervento della Cons. Francesca Menna (M5S) nel corso della seduta consiliare del 1° agosto 2017) > https://www.youtube.com/watch?v=EcSNVbXgpP0&feature=youtu.be&fbclid=IwAR1Q8LTURCuBDBJlofsIcBEUoIAa00S6yFWkIhY8iR5vYVJ7e-4EAtk75F4

[xix] “Consiglio, nello Statuto c’è ‘Napoli Città di Pace e Giustizia” (20.03.2017) Ex Partibus , con video della Web Tv del Comune di Napoli > https://www.expartibus.it/consiglio-nello-statuto-ce-napoli-citta-pace-giustizia/

[xx] “E.S.D.C. Mission” > https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage_it/4369/European%20Security%20and%20Defence%20College%20(ESDC)  (traduzione mia)

[xxi]  V.  https://www.repubblica.it/politica/2018/10/22/news/difesa_arrivano_gli_spot_combat_per_il_4_novembre-209687116/

[xxii] Fabrizio Ciocca, “ Missioni militari italiane nel mondo:dove sono, cosa fanno, quanto costano “ (17.09.2018) > https://www.lenius.it/missioni-militari-italiane-nel-mondo/

[xxiii] Manlio Dinucci, “Tridente NATO da Napoli al Nord Atlantico” (23.201018), Il Manifesto > video su: https://youtu.be/2Qhqw0_Lwgc

[xxiv] Visita: https://www.difesa.it/SMD_/EntiMI/ScuolaNBC/Pagine/default.aspx

Nonviolenza alla pizzaiola

gandhi napoliGandhi si è fermato a Napoli?

Quando ho letto il titolo del libro di cui su Facebook si annunciava la presentazione, mi sono sentito incuriosito e provocato. Non capita spesso d’imbattersi in un romanzo intitolato in modo così intrigante da suscitare una sensazione al tempo stesso di piacere e di perplessità. Sono sicuro peraltro che “Gandhi si è fermato a Napoli” [i] –  il romanzo di Anna Maria Montesano di cui si discute lunedì 8 ottobre alla libreria ‘Iocisto’ [ii] – abbia ricevuto deliberatamente un titolo così provocatorio. Nel mio caso, poi, sentivo interpellata la mia storia personale in primo luogo come ecopacifista, che all’insegnamento di Gandhi sulla nonviolenza attiva si è abbeverato 46 anni fa, cominciando a frequentare, da obiettore di coscienza, il  gruppo storico dei ‘discepoli’ del professor Antonino Drago, che allora si riunivano nello storico palazzo Marigliano a S. Biagio dei Librai. [iii]Un secondo richiamo sollecitava anche la mia trentennale esperienza di napolitanologo, facendo riaffiorare nella mia mente – oltre ai dieci anni di esperienza come animatore sociale alla Casa dello Scugnizzo di Materdei, il ricordo d’un ancor precedente tentativo di traduzione napolitana d’un volantino sull’obiezione di coscienza, nonché l’indimenticabile filastrocca da me provocatoriamente composta in stile vivianesco nell’anniversario della presenza NATO a Napoli, recitata magistralmente durante quel corteo dal compianto Felice Pignataro.  Il terzo aspetto evocato dal libro, poi,  era la mia passione  per la letteratura umoristica, che mi ha consentito di guardare alle vicende più serie e gravi della vita con spirito un po’ distaccato, riuscendo a cogliere gli aspetti paradossali e ridicoli della realtà.

Ecco perché, appena mi sono imbattuto in un libro nel cui titolo s’intrecciava il ricordo del Mahatma Gandhi col riferimento geografico a Napoli ed ai suoi abitanti, evocando tra le righe anche il capolavoro di Carlo Levi, l’ho immediatamente acquistato e vi ho dedicato una lettura intensiva,  per soddisfare una naturale curiosità, ma anche per dissolvere l’iniziale diffidenza verso una lettura caricaturale o ‘macchiettistica’ di un tale personaggio. E a questo punto posso affermare che il non facile esperimento della Montesano è riuscito perfettamente. Mi sembra infatti che lo spericolato incontro ravvicinato del terzo tipo [iv] tra la gente della Napoli degli anni ‘30 e la complessa personalità del profeta della nonviolenza, col suo bagaglio di spiritualità indù e la sua spiazzante carica alternativa  – pur con qualche comprensibile semplificazione e cedimento alla leggerezza del divertissement – abbia messo chi legge in grado di comprendere che perfino una visione eticamente rigorosa e politicamente rivoluzionaria come quella gandhiana possa toccare nel profondo le corde emotive e la razionalità d’un popolo terragno beffardo ed anarchico come quello napolitano. E non mi riferisco solo al palese contrasto tra il suo “temperamento sanguigno” ed epicureo e la profonda spiritualità e stoica disponibilità al sacrificio che stanno a fondamento dell’Ahimsa di cui si la ’grande anima’ era espressione. Nel romanzo, tale ipotetico ‘corto circuito’ contrappone con esiti paradossali e perfino comici due visioni del mondo profondamente diverse che Inopinatamente, riescono comunque a comunicare e perfino ad empatizzare. Il mio riferimento al film di Spielberg, peraltro, non è casuale. Anche il saggio ‘santone’ indiano seminudo e sdentato, capitato fortunosamente a Napoli in compagnia d’un interprete e di una capretta, è  di fatto un ‘alieno’ per la povera gente della Sanità, che pur non manca di accoglierlo con rispetto e perfino con affetto.  Colpisce che ciò accade anche se quei popolani, pur sforzandosi, in quell’ometto strano non riescono a riconoscere nulla del politico arrogante sprezzante ed autoritario di cui stava facendo esperienza nell’era mussoliniana, ed ancor meno del classico ‘santo’, che la loro religiosità tradizionale legava inscindibilmente allo stupore magico per il potere di operare miracoli, certificandone le qualità taumaturgiche e garantendone anche la soprannaturale ‘protezione’. 

Santi, santoni e santarelle

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Una rara foto del viaggio di Gandhi a Roma (1931)

Non era casuale, del resto, neppure l’allusione dell’autrice al famoso romanzo autobiografico di Levi. Infatti anche il noto medico e pittore torinese – in quegli stessi anni ’30 confinato dal regime fascista in uno sperduto villaggio lucano per le sue idee comuniste – appariva un ‘alieno’ alla gente che vi abitava, imprigionata da una cultura magica e pagana senza tempo e la cui atavica e fatalistica rassegnazione è sempre stata sfruttata dai dominatori per assicurarsene il controllo.  Pur con le ovvie e profonde differenze, si può allora stabilire un raffronto tra il mondo chiuso e immobile del paesino della Basilicata in cui fu esiliato Levi, coi suoi irrisolti ed antichi problemi, e la realtà di un mortificata ex capitale come Napoli, in cui per qualche tempo si sarebbe trovato a soggiornare la figura simbolo dell’indipendenza dell’India. Plurisecolari dominazioni hanno per troppo tempo bloccato anche le potenzialità della sua gente, suscitandone però lo spirito ribelle, diffidente e beffardo con cui ogni Napoletano sa affrontare il potere.  Allo sforzo del colto medico ed artista piemontese per cercare di comprendere, con discrezione e rispetto, una realtà e mentalità profondamente differenti come quelle del profondo Sud, mi sembra che possa corrispondere la profonda curiosità ed apertura mentale del Mahatma per un mondo assai diverso da quello indiano, in cui si trova immerso perbreve tempo ma del quale riesce a cogliere lo spirito ospitale e l’innatagenerosità.

Certo, come confessa la stessa autrice nelle note finali del libro, Gandhi si è fermato a Napoli è nato un po’ per scommessa, come un’esercitazione letteraria, un divertissement. Mi sembra però che il risultato sia andato oltre queste premesse, sviluppando una storia che riesce a divertirci ma anche a farci riflettere sul potere creativo di ciò che la Montesano chiama ‘concordia’. Lei la chiama anche ‘umanità’, evocando la radice comune che dovrebbe spingerci a superare le ‘diversità’, soprattutto ora che una stagione politica perversa cerca di enfatizzarle sempre più, alimentando diffidenze, odi e rivalità. Direi che il senso del romanzo va oltre questo lodevole e condivisibile invito all’apertura del cuore e della mente, da non confondere con un generico appello al ‘volemose bene’.   La storia narrata dalla scrittrice, infatti, lascia intravedere la difficoltà della comunicazione non soltanto rispetto all’ovvia contrapposizione tra potenti e poveracci, dominatori e sudditi. Il distacco e l’imbarazzo provato dal Gandhi accolto trionfalmente a Roma da non meno imbarazzati esponenti del regime mussoliniano nel 1931 è facilmente immaginabile. I documenti fotografici e cinematografici che hanno registrato quella storica visita [v] rendono con evidenza lo sconcertante contrasto visivo tra le schiere degli impettiti gerarchi nerovestiti e l’esile figura del profeta della nonviolenza, avvolto nel suo dhoti bianco.   Il fatto è che il distacco emerge anche fra il ‘popolo’ che Gandhi conosceva ed a cui rivolgeva la sua autorità morale e quello che, pur incuriosito e disponibile, lo accoglie nei vicoli di Napoli. Il senso di disagio e di spaesamento sembra impadronirsi infatti sia del ‘santone’ che alla Sanità decide di fermarsi per stare fra gli ultimi, “povero i poveri”, sia degli abitanti di quel vivace rione, nei quali il reverente rispetto e l’innato senso dell’ospitalità si mescolano ad altrettanto disagio e spaesamento di fronte alla rigorosa visione etica e religiosa di quel ‘santo’ uomo…

L’umorismo sgorga proprio dalla contrapposizione tra la vitalistica e paganeggiante filosofia esistenziale della gente di Napoli e la rigoristica nonviolenza di quel vecchietto con gli occhiali che sfida i potenti, non mangia carne, non beve vino e per di più si porta a spasso un capretta….. I casigliani di via S. Teresa – ci spiega l’autrice – sono brave persone, gente semplice, sospesa tra religiosità tradizionale e cauta apertura alle dottrine comuniste. Fatto sta che essi non hanno perso  i loro naturali ‘sani appetiti’ e perciò ascoltano con istintiva diffidenza i precetti spirituali e morali della Grande anima, pur tentando rispettosamente – quanto maldestramente – di assecondarli.

Così parlò il Mahatma Gandhi…

71j4gONrCWL._SY445_La reazione spontanea dei novelli seguaci di Bapu, al di là dell’ammirazione per la rivoluzione che quel vecchietto testardo quanto sorridente è riuscito a scatenare in India, credo sia efficacemente riassumibile nell’ingenua quanto irriverente domanda che il più colto fra loro gli pone:

«Maestro, ma com’è che, solo con i vostri metodi pacifici, state per ottenere l’indipendenza dalla potente Inghilterra? Cosa gliene importa agli Inglesi del vostro digiuno e della rinuncia al sesso? Fossi al posto loro vi direi: – Non volete mangiare? Non vi piacciono le femmine? Embè, a noi invece piacciono assai e mangiamo alla faccia vostra! – Anche se, caro Bapu, Gustavo ci ha detto che la cucina inglese fa talmente schifo che, se fossi un soldato del re, farei pure io il digiunatore insieme con gli Indiani!». [vi]

La spassosa commedia degli equivoci – grazie all’abile conduzione narrativa della Montesano – continua in tante altre pagine, in cui alle nobili affermazioni di Gandhi, ad esempio sulla protesta nonviolenta attraverso l’astensione dal lavoro, fanno seguito le scombinate ed azzardate azioni di sciopero, inscenate in modo improvvisato da alcuni lavoratori del condominio. E qualche donna, inviperita di fronte alle ‘fesserie’ che mettono a serio rischio la certezza della ‘mesata’, per richiamare il coniuge alla ragione ricorrerà a sua volta alla ‘disobbedienza civile’, in una inconsapevole versione partenopea dell’aristofanesco ‘sciopero delle mogli’. [vii]   Lo stesso Mahatma, che aveva deciso di scoprire la zona di Capodimonte passeggiando da solo nel suo stravagante abbigliamento, finirà con l’essere ricoverato in una clinica psichiatrica. Sarà perfino rapito da un gruppo di salumieri e macellai, seriamente preoccupati per la diffusione nel rione delle sue esotiche idee vegetariane. La sparizione misteriosa di quello che i gerarchi fascisti ritengono un bizzarro rompiscatole con qualche rotella in meno, a sua volta, darà lo spunto per altri divertenti equivoci, sullo sfondo di una Napoli natalizia. Il suo clima festaiolo e gaudente viene infatti funestato dalle brusche indagini tra i condomini delle ‘camicie nere’ e degli sgherri dell’OVRA, ma anche dall’insostenibile clima di ‘quaresima’ che la presenza del santone ha involontariamente suscitato fra quella povera gente.

I divertenti dialoghi e la sequenza rocambolesca degli eventi riportano alla mente l’umorismo del romanzo ‘filosofico’ di Luciano De Crescenzo, ma anche la vivace scrittura di Pino Imperatore, seguendo la scia d’un umorismo sanguigno che ben si adatta al temperamento dei Napolitani, con la loro innata tendenza a sacralizzare ciò che è profano ed a profanare ciò che è sacro. Ecco allora che, ad esempio, per gli improvvisati discepoli di Gandhi l’emulazione della storica ed eroica ‘marcia del sale’ [viii] si ridurrà a una scalcagnata marcia su Mergellina, con immancabile ‘partitella’ a pallone.  Il bello è che lo sforzo dei popolani del quartiere Stella per assimilare in qualche modo l’antica saggezza e la moderna lezione rivoluzionaria dell’insegnamento di Gandhi è parallelamente ricambiato dallo sforzo del Mahatma per comprendere la sanguigna ed epicurea natura dei suoi ospiti.

De nobis fabula narratur

«Il popolo partenopeo ha una natura felice, è generoso, pacifico, ospitale; dunque, perché volerlo snaturare assimilandolo a una cultura che non è la sua? […] La loro è una natura invincibile che, per quanto possa deviare per un tratto, ritorna sempre a se stessa. E i coinquilini se ne sono accorti, tant’è che il loro rapporto con il grande uomo è più affettuoso che mai, scevro da soggezione e incomprensioni, com’è stato nei primi giorni della loro conoscenza». [ix]

E’ forse questa la ‘morale della favola’ che l’autrice ci propone, intrecciando con la sua fantasia la biografia di Gandhi con la quotidianità di bidelli e muratori, pescatori e casalinghe. Una morale che è tale nel più profondo significato del termine, come insegnamento etico del ‘piccolo grande uomo’ indiano a tutti noi.

«Perciò – scriveva effettivamente il Mahatma più di 70 anni fa – dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola d’oro della nostra condotta è la tolleranza reciproca. La coscienza non è la stessa per tutti. Quindi, mentre essa rappresenta una buona guida per la condotta individuale, l’imposizione di questa condotta a tutti sarebbe un’insopportabile interferenza nella libertà di coscienza di ciascuno». [x] 

20180428_190417Ebbene, di fronte al suo saggio invito alla tolleranza, che pur partiva da premesse rigorose e testimoniate con coerenza eroica fino alla morte, credo che non ci resti che comportarci di conseguenza. Quelli che Gandhi chiamava ‘esperimenti con la verità’  possono e devono contagiarci qui e ora, spingendoci a cercare insieme la strada più idonea per sconfiggere la distruttività della lotta armata e delle guerre con la forza costruttiva di una resistenza che sa fare a meno della violenza, senza essere mai viltà o rassegnazione passiva all’ingiustizia.

La nonviolenza non dovrebbe mai diventare l’altarino teorico sul quale bruciare l’incenso della nostra ammirata emulazione per un modello lontano, ma piuttosto il banco di prova della nostra coerenza, quotidiana e concreta, di servitori e testimoni della verità.  Da molti anni a Napoli – come nel resto d’Italia – ci sono tanti uomini e donne di buona volontà che non hanno mai smesso di mettere in pratica questa lezione, mantenendo vivo, pur tra mille difficoltà, l’insegnamento gandhiano e, più in generale, la proposta di una risoluzione nonviolenta e creativa dei conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali.  Basti pensare ai movimenti pacifisti storici, agli educatori alla pace, a chi lotta contro la militarizzazione del territorio e a chi continua a studiare ed a proporre la teoria e la pratica della difesa civile nonviolenta, come alternativa concreta – e vincente – alla guerra.   Ma se a ricordarci questo profondo insegnamento è valsa anche la leggerezza di un romanzo come quello della Montesano, credo che bisogna rendergliene merito,  ringraziandola per averci ricordato, sia pur in modo scherzoso, una lezione di vita  “antica come le montagne”.

N O T E ————————————————————————————————–

[i] Anna Maria Montesano, Gandhi si è fermato a Napoli, Napoli, ed. Homo Scrivens, 2018 > https://www.ibs.it/gandhi-si-fermato-a-napoli-libro-anna-maria-montesano/e/9788832780543

[ii] V. la pagina facebook della libreria ‘Iocisto’ dedicata all’evento > https://www.facebook.com/events/270965787092344/

[iii] Cfr. un mio post di sei anni fa: Ermete Ferraro, “Oggi e sempre obiezione!” (2012), Ermete’s Peacebook >https://ermetespeacebook.com/2012/12/16/oggi-e-sempre-obiezione/

[iv] Il riferimento è ovviamente al celeberrimo film di Steven Spielberg, del 1977: Close Encounters of the Third Kind > https://it.wikipedia.org/wiki/Incontri_ravvicinati_del_terzo_tipo

[v]  Vedi, in particolare, il documento filmato dell’Istituto Luce > https://www.youtube.com/watch?v=GdzxTJojLz0

[vi] A. M. Montesano, op. cit., p. 27

[vii]  Il riferimento è alla commedia di Aristofane Lisistrata, che racconta di una singolare quanto efficace protesta delle donne greche contro la guerra, ricorrendo allo sciopero del sesso > https://it.wikipedia.org/wiki/Lisistrata

[viii] Uno dei classici episodi di disobbedienza civile degli Indiani, guidati da Gandhi in questa protesta nonviolenta contro il colonialismo inglese > https://it.wikipedia.org/wiki/Marcia_del_sale

[ix]  Montesano, op. cit., pp. 157-158

[x]  M. K. Gandhi, Antiche come le montagne (1958), Milano, Mondadori, 1987, p. 193 (ripubblicato  nel 2009 negli Oscar Mondadori)  > https://www.ibs.it/antiche-come-montagne-libro-mohandas-karamchand-gandhi/e/9788804586517

Che si dice in Dacia?

Diario minimo di un viaggio in Romania

Una settimana affacciati ai Balcani…

40487972_269986853826162_137723499350327296_nQuesto scritto è il seguito ideale del precedente post, in quanto sintesi della settimana che ho trascorso in Romania con mia moglie Anna e la minore delle tre figlie, Chiara. Infatti la mia scherzosa esplorazione delle affinità elettive – quanto meno sul piano linguistico – tra Napolitani e Romeni si chiudeva così: “Comunque, quando tornerò dal mio viaggetto in Romania, vi farò sapere se questa somiglianza ha funzionato anche per me e per la mia famiglia.” [i] Non intendo venir meno a tale impegno e cerco quindi di tratteggiare la nostra scoperta della Dacia degli antichi Romani, sottolineando gli aspetti che più mi hanno colpito di questo paese, caratterizzato dall’originale compresenza di elementi culturali ed espressivi che rinviano alla tradizione latina, ma anche greco-bizantina, ottomana e germanica. [ii] A proposito di lingua romena, devo ammettere che la mia ricerca, oltre che per la brevità del soggiorno, è stata in gran parte vanificata dalla generale tendenza degli abitanti di questo paese a rivolgersi ai turisti direttamente in inglese, in spagnolo e talvolta anche in italiano. La mia più significativa fonte di conoscenza del Romeno, pertanto, è stato l’ascolto in albergo d’interminabili notiziari televisivi, intervallati da lunghi dibattiti e da estenuanti pause pubblicitarie, in massima parte dedicate a propagandare articoli farmaceutici di ogni tipo. Ne ho ricavato la conferma che la comprensione di questa originale lingua neolatina è abbastanza agevole, anche se la sua sonorità ha più a che fare con il ligure o il veneto che col mio Napolitano. [iii]  E’ innegabile, inoltre, che il Romeno ricordi molto l’Esperanto. La commistione di elementi linguistici eterogenei tipica della limba română [iv], infatti, richiama alla mente la voluta mescolanza di matrici glottologiche che caratterizza la lingua artificiale e transnazionale ideata, come auspicio di unità dei popoli, dal polacco Zamenhof alla fine del XIX secolo, da tempo accantonata e surclassata dall’onnipresente Inglese, ma ora rilanciata con varie iniziative. [v]

Lasciando da parte le considerazioni di natura linguistica, vorrei sottolineare alcune somiglianze e differenze che ho riscontrato nel corso di questa săptămâna română di metà agosto, che ci ha visti atterrare all’enorme aeroporto di Otopeni e percorrere per la prima volta la periferia e l’intera città  su un taxi guidato da un esuberante e chiassoso autista ispano-parlante. A parte la sensazione d’incredibile vastità e dilatazione urbanistica che la pianeggiante București lascia nel visitatore – ben diversa dalla forzosa concentrazione territoriale di Napoli – la prima sensazione è stata quella di muoverci in una vera capitale europea con ambizioni metropolitane, caratterizzata da lunghi e larghi boulevard alberati in stile parigino, enormi piazze, numerosi monumenti ed imponenti palazzi dallo stile ibrido ma sempre magniloquente. Come scriveva recentemente in un commento una giornalista de la Repubblica:

«Tra chiese mozzafiato simbolo di resilienza ed edifici maestosi di triste memoria, tra scorci eleganti e terme spettacolari, la capitale romena è uno scrigno zeppo di sorprese […] Di storia e di storie, passeggiando per Bucarest, ne incontrerete tante, e verrete letteralmente conquistati dalla sua atmosfera elegante – non a caso la città è stata ribattezzata “la piccola Parigi” – e dal suo fascino decadente, un po’ dark e un po’ tamarro, un po’ est e un po’ ovest, un po’ fuga dal passato e un po’ nostalgia del futuro.» [vi]

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Bucarest – Piazza della Rivoluzione

Questa ambiziosa megalopoli, che fa distretto a sé ed è divisa in affollati ‘sestieri’, ospita quotidianamente fino a 3 milioni di persone, con un numero di effettivi abitanti comunque pari al 10% dell’intera Romania. Eppure – complice probabilmente la festività ferragostana della Madonna Assunta, molto onorata anche dagli Ortodossi – noi abbiamo trascorso tre giorni e mezzo girando a piedi ed in metropolitana per Bucarest in un silenzio innaturale, circondati da ben pochi residenti e da non molti turisti, che erano prevalentemente intruppati su bus bipiani tipo city sightseeing.

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Camminare per i lunghissimi viali e per le strade interne – stanchezza e sudate a parte… – è un ottimo modo per conoscere più intimamente una città come Bucarest. Il toponimo risalirebbe al suo leggendario fondatore, il pastore Bucur, ma in ogni caso l’etimologia rinvia alla radice lessicale romena bucurie, traducibile con ‘gioia’, ‘felicità’.[vii] Eppure il clima che abbiamo respirato in quei giorni non ci è sembrato particolarmente gioioso, sicuramente a causa dello spopolamento ferragostano, ma anche per i fermenti di rivolta che covavano sotto la cenere a tre giorni dai gravi scontri scoppiati nella centrale e grandiosa piaţa Victoriei, che hanno visto contrapposte decine di migliaia di manifestanti contro la corruzione e le complicità governative che la proteggono e nugoli di spicciative e violente forze dell’ordine, in seguito ai quali si sono registrati moltissimi arresti, centinaia di feriti ed interminabili polemiche politiche. [viii] La devastante piaga della corruzione, infatti, sembra particolarmente avvertita dai Romeni ma, nonostante gli attacchi dell’opposizione e la riprovazione espressa dallo stesso presidente della repubblica, il governo si direbbe intenzionato a continuare sulla sua discutibile strada, incurante delle mobilitazioni dal basso, ma anche delle critiche che gli stanno piovendo addosso perfino dall’amministrazione statunitense. [ix]

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Bucarest – L’Ateneo romeno

Tafferugli e rivolte a parte, comunque, a Bucarest si avvertiva una netta separazione tra i non moltissimi giovani che abbiamo incontrato – concentrati prevalentemente nel quartiere universitario e nella limitata area dello shopping e degli esercizi pubblici più attrattivi – ed una popolazione composta da persone mediamente anziane e d’impronta economicamente più modesta, frammista ad una diffusa ma discreta comunità di Rom romeni (ma guai a chiamarli con questo ambiguo nome anziché col termine di țigan, cioè ‘zigani’…!).

Qui si comincia ad intravedere alcune affinità con una città assai diversa come Napoli, dove fino a non molti anni fa i palazzoni umbertini del ‘risanamento’ post-unitario e gli edifici moderni e le alte ‘torri’ direzionali convivevano con i ruderi prodotti dai disastrosi bombardamenti della guerra e dove sopravvivevano miserabili rioni popolari con i loro ‘bassi’. Anche Bucarest, coi suoi modernissimi grattacieli ed i tronfi palazzoni edificati dal dispotico regime di Ceauşescu, non è riuscita a nascondere del tutto le rovine causate dal disastroso terremoto di 40 anni fa, il terribile Cutremurul din 1977, a causa del quale vennero giù più di trenta vecchi edifici. Questi ruderi convivono tuttora con la pomposa nuova Bucarest pianificata dalla megalomania del dittatore ed al loro interno sono state realizzate spesso abitazioni di fortuna, dove vivono i ceti più marginali come, appunto, gli zigani. L’aspetto generale della capitale romena resta comunque molto dignitoso, pulito, ordinato e caratterizzato da molti parchi urbani, ben curati ed attrezzati, dove però si vedono giocare ben pochi bambini, forse anche loro in vacanza…Non vi starò certo a raccontare nei dettagli il nostro vorticoso tour bucarestiano, agevolato provvidenzialmente dalla moderna ed efficiente rete metropolitana. I tre giorni trascorsi ci hanno consentito di visitare gran parte delle attrazioni turistiche offerte da questa metropoli, dall’affascinante ‘Museo di storia naturale G. Antipa’ al ricco ‘Museo nazionale di arte romena’, sito nel vecchio Palazzo Reale; dal neoclassico ‘Ateneo’, simbolo dell’attuale Università, alle originali architetture delle cattedrali ortodosse; dal tronfio Palazzo del Parlamento fortemente voluto da Ceauşescu  (il più vasto dopo il Pentagono) al mussoliniano Palazzo dei governo, avvolto in un enorme bandiera tricolore romena proprio di fronte al quale si sono svolti gli scontri tra dimostranti e polizia; dallo splendido Parco Tineretului (ben 200 ettari con laghetti e spazi attrezzati per i più piccoli) al chilometrico percorso verde, con laghetti e fontane danzanti, del boulevardul Uniri, che collega Piazza Alba Julia con quella della Costituzione.

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Bucarest – Piazza della Vittoria

Sono stati tre giorni in cui abbiamo scoperto le bellezze di questa capitale ma anche le sue stridenti contraddizioni, la sua vocazione internazionale ma anche la sua evidente impreparazione a far fronte ad un  turismo di massa, a cominciare dalla scarsità di ristoranti degni di questo nome, di bar e di altri locali e perfino di esercizi commerciali, che non fossero concentrati in alcune specifiche aree, sotto forma di enormi shopping centres multipiano o delle solite catene di fast food di massa alla Mc Donald, KFC, Pizza Hut e compagnia bella.

La strana coppia: istituti bancari e strutture di sanità privata

Ciò che ci ha lasciati sorpresi, però, è stata la scarsità di normalissimi e quotidiani negozi, come tabaccai, giornalai, salumieri etc., soprattutto in contrasto con la pervasiva presenza nel centro di Bucarest di centinaia di filiali bancarie di ogni provenienza (tedesche, greche, italiane, spagnole, oltre che, naturalmente, romene) e di altrettante mega-strutture appartenenti allo spropositato settore della sanità privata, come megafarmacie, cliniche per tutte le specializzazioni e sofisticati ambulatori dentistici. Si direbbe che gran parte del flusso di stranieri in Romania sia richiamato da questo strano ‘turismo sanitario low cost’ , mentre l’anomalo proliferare d’istituti di credito lascerebbe pensare piuttosto ad un’intensa attività finanziaria, alimentata dal boom delle agevolate delocalizzazioni industriali e da un giro di affari più o meno legittimi. Il primo fenomeno era peraltro confermato dall’innaturale tasso di spot pubblicitari dedicati – in radio e televisione – ai più svariati prodotti farmaceutici. Il secondo aspetto è ribadito invece dal fatto che, per mutuare il commento di un articolo apparso su osservatoriodiritti.it, in Romania:povertà2-2

«…l’economia cresce tra baracche e bambini di strada […] Nel 2016 il Pil è cresciuto del 4,8% superando le aspettative della Commissione europea, che per il 2017 stima una crescita del 4,4% e del 3,7% nel 2018 (il governo romeno ha stimato un incremento pari al 5,2%).» [x]

L’analisi di questo preoccupante paradosso socio-economico è confermata da un articolo del quotidiano cattolico Avvenire, in cui leggiamo che:

«Di certo la Romania ha ancora da fare molta strada[…] : sviluppare le infrastrutture, modernizzare scuole e ospedali, dotare la sanità di strumenti e farmaci adeguati, sviluppare le zone rurali in cui mancano persino le fognature. Bucarest dovrebbe inoltre investire di più sull’infanzia, in un Paese dove – secondo i dati Eurostat – quasi la metà dei minori sono a rischio povertà. Dati confermati di recente dal Collegio nazionale degli Assistenti sociali, secondo i quali ogni sera in Romania 200mila bambini vanno a dormire senza aver mangiato. In base statistiche europee aggiornate a ottobre 2017, il 38,8% dalla popolazione è a rischio povertà ed esclusione sociale, con particolare disagio tra i pensionati. È così che si presenta la Romania: assieme al primato di crescita economica, in Europa ha paradossalmente anche quello, negativo, di diseguaglianze sociali.» [xi]

Ovviamente queste acute disparità colpiscono soprattutto le fasce deboli della società romena (comunità rom, anziani, minori, piccola borghesia urbana, contadini…), proprio mentre si assiste ad un vistoso quanto artificioso ‘miracolo economico’, sostenuto da transazioni commerciali, nuovi insediamenti industriali, rilancio dell’edilizia ed intensa attività finanziaria, il cui biglietto da visita più evidente sono appunto le tante banche che costellano il centro della capitale.

Quando si lascia Bucarest per raggiungere la sassone Transilvania in treno – come abbiamo fatto noi tre ‘turisti per caso’ – il contrasto risulta ancor più stridente. Agli enormi insediamenti industriali ed agli impianti petroliferi della periferia della capitale si avvicendano ampie aree pianeggianti agricole (in prevalenza coltivazioni cerealicole), larghi spazi incolti e, infine, territori affascinanti sul piano paesaggistico, ricchi di fiumi e boschi, ma apparentemente improduttivi e scarsamente abitati, fatta eccezione per le grandi città come Sibiu, Cluj e Brașov, dove abbiamo trascorso due intense giornate. In realtà la situazione sarebbe migliore, in quanto:

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Veduta della Transilvania.

«La Transilvania è ricca di risorse minerarie come ferro, piombo, lignite, manganese, oro, rame, sale, gas naturale e zolfo. Esistono poi grandi stabilimenti industriali chimici, acciaierie e industrie tessili. Altre risorse economiche sono nell’ambito dell’agricoltura, con frutteti e vigne, e nella trasformazione del legname[xii]

Prìncipi sassoni, feroci impalatori e tenebrosi castelli

Eppure lo spettacolo che si è presentato ai nostri occhi, attraverso i finestrini del treno che ci ha condotti in due ore alla bellissima Brașov, sembrava piuttosto testimoniare una certa povertà e marginalità, caratterizzata dalla presenza sporadica fra i boschi di mini-villaggi di catapecchie – abitate probabilmente da zigani – a ridosso della ferrovia o di scoscesi terreni in prossimità dei corsi d’acqua. Tutt’altra storia, invece, quando siamo giunti in quell’antica e nobile città di origine sassone, estremamente bella, perfettamente curata e letteralmente invasa da turisti, locali e stranieri. Uno splendido borgo mercantile rinascimentale, con la sua originale piazza circondata da edifici civili, basiliche ortodosse, chiese gotiche e palazzi nobiliari di stile teutonico. Oltre alla sua originale architettura austro-ungarica, la cosa che più ci ha colpito di Brașov – la latina Corona e la germanica Kronstadt – sono stati i meravigliosi giardini che l’attraversano tutta, con molte aiuole fiorite ed ampi spazi per i giochi dei bambini.  La sua visita ci ha condotto dall’antica cittadella fortificata di Brassovia, che le ha dato nome, al suo incantevole ed animato centro antico, dove abbiamo potuto ammirare la luterana cattedrale denominata Biserica Neagră (con l’originale contrasto tra le severe e svettanti linee gotiche e le centinaia di colorati tappeti ottomani esposti) ed il Palazzo del Consiglio civico, che ospita un interessante e moderno museo storico-etnografico. Diversamente dalla capitale, questa città è dotata di ogni negozio e piena di ristoranti, birrerie ed ogni tipo di locale pubblico ed anche la gente che si incontra per strada ha un aspetto decisamente benestante.

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Brașov – Piazza del Consiglio

Stazioni termali, sciovie ed altri impianti di turismo invernale esercitano infatti un indubbio richiamo sia per i locali sia per i forestieri, attirati specialmente dallo scontato e farlocco mito del vicino castello di Dracula.[xiii]  In effetti la fortezza medievale di Bran, di origine angioina, non ha mai ospitato né l’immaginario ‘principe delle tenebre’ (frutto della fervida fantasia dello scrittore irlandese Bram Stoker), né l’autentico Vlad III, principe di Valacchia ed eroe nazionale rumeno, soprannominato Dracul (il diavolo) in quanto figlio di un appartenente al germanico ordine del drago. Costui è però passato alla storia col poco lusinghiero titolo di Țepeș (cioè ‘l’impalatore’) per la sua poco simpatica tendenza a trattare i nemici nel corso della sua feroce lotta contro gli Ottomani, dai quali però aveva preso in prestito tale feroce modalità di tortura dei prigionieri. Non dimentichiamo poi, a proposito di affinità, che la fervida fantasia dei Napolitani ha localizzato il sepolcro del principe Vlad III addirittura nel chiostro della celebre chiesa rinascimentale di S. Maria la  Nova. [xiv]

Ma se il fantastico conte Dracula serve a vendere la paccotiglia di ricordini per i turisti che visitano la Transilvania, nel nostro caso ha rappresentato solo un insignificante particolare nella scoperta di un paese affascinante e pieno di contraddizioni, che abbiamo cercato di scoprire senza pregiudizi e con apertura mentale verso questo unicum storico-culturale dell’area balcanica. Basti pensare che solo a Brașov nello stesso parco si affacciano cattedrali gotiche, basiliche ortodosse, fortezze angioine e perfino un monumento alla lupa capitolina…

Insomma, forse non abbiamo trovato le attese somiglianze tra la lingua romena e quella napolitana, ma certamente questo viaggio ci ha fatto avvertire una profonda affinità tra le vicende romene e l’intricata storia di Napoli, con le sue molteplici dominazioni straniere, sulle quali però ha sempre prevalso lo spirito beffardo e sfottente della nostra gente, capace di saggia resilienza ma anche di autentica e determinata resistenza.

© 2018 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.org )

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[i] Ermete Ferraro, “Ci stava un romeno, un napoletano e un italiano”, ermetespeacebook.com (13.08.2018) > https://ermetespeacebook.com/2018/08/13/ci-stavano-un-romeno-un-napoletano-e-un-italiano/

[ii] Vedi: “Romanìa” in Sapere.it > http://www.sapere.it/enciclopedia/Roman%C3%ACa.html

[iii] Se ne avete voglia e siete un po’ curiosi, potete collegarvi in live streaming con una delle principali televisioni romene, Romania.tv, seguendo questo link > http://www.romaniatv.net/live

[iv] Vedi la voce sulla lingua romena in wikipedia.it >: https://ro.wikipedia.org/wiki/Limba_rom%C3%A2n%C4%83

[v] Vedi la voce “Lingua esperanto” in wikipedia.it > https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_esperanto . Interessante anche l’articolo di Viviana Pellegatta, “L’esperanto, lingua dell’umanità”, blastingews.com > https://it.blastingnews.com/cronaca/2017/11/lesperanto-la-lingua-dellumanita-002182271.html

[vi] Sara Ficocelli, “Bucarest: la ‘piccola Parigi’ tutta da scoprire”, la Repubblica (26.02.2018) > http://www.repubblica.it/viaggi/2018/02/21/news/bucarest_la_piccola_parigi_tutta_da_scoprire-189410529/?refresh_ce

[vii] Nel nostro viaggio ci è stata molto utile l’accurata ‘guida verde’ della Romania, curata dal Touring editore > https://www.amazon.it/Romania-0/dp/8836553451/ref=sr_1_5?ie=UTF8&qid=1535793209&sr=8-5&keywords=guida+touring+romania . Vedi anche la voce “Bucarest” in wikipedia.it > https://it.wikipedia.org/wiki/Bucarest

[viii] Cfr.: “Bucarest, romeni all’estero in piazza contro corruzione: oltre 440 feriti”, Affari italiani (11.08.2018) > http://www.affaritaliani.it/esteri/bucarest-migliaia-di-romeni-estero-in-piazza-contro-corruzione-555354.html?refresh_ce  e: Marco Ansaldo,  “A migliaia in piazza a Bucarest, la diaspora romena contro la corruzione”, la Repubblica (10.08.2018) > http://www.repubblica.it/esteri/2018/08/10/news/a_migliaia_in_piazza_a_bucarest_la_diaspora_romena_contro_la_corruzione-203850273/

[ix] s.a., “Stati Uniti-Romania: Casa Bianca prende le distanze da lettera di Giuliani a governo romeno”, Agenzia Nova (28.08.2018) > https://www.agenzianova.com/a/5b85c77929c615.73320608/2046131/2018-08-28/stati-uniti-romania-casa-bianca-prende-le-distanze-da-lettera-di-giuliani-a-governo-romeno

[x] Felicia Buonomo, “Romania, dove l’economia cresce tra baracche e bambini di strada”, Osservatorio Diritti.it (01.03.2018) > https://www.osservatoriodiritti.it/2018/03/01/romania-economia-cresce-baracche-bambini-di-strada/

[xi] Mihaela Iordache, “Povertà e corruzione. I due volti della Romania che richiama i suoi emigrati”, Avvenire.it (04.01.2018) > https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/romania-pil-disparita-economiche

[xii] Vedi la voce “Transilvania” in Wikipedia.it > https://it.wikipedia.org/wiki/Transilvania#Economia

[xiii] Vedi: https://www.romaniaturismo.it/transilvania/il-castello-di-dracula/

[xiv]  Cfr.: “Vlad Tsepes di Valacchia: l’impalatore, il demonio, il vampiro Dracula”, Latelanera.com > http://www.latelanera.com/vite-estreme/personaggio.asp?id=261  ed anche:  “Da Vlad Tepes a Conte Dracula”, Ciaoromania.com > http://www.ciaoromania.com/vladtepes_ital.html