Oftalmologia politica

Quanto più passa il tempo tanto più avverto la sensazione non solo di un’evidente degenerazione del confronto politico, ma anche della perdita del senso stesso del concetto di ‘politica’. Non credo di essere affetto dalla pur frequente sindrome del vecchio brontolone, ma che si tratti di una semplice constatazione.

Pur volendo tralasciare la classica distinzione anglosassone fra policy e politics (che sottolinea la differenza fra l‘agire concreto – spesso spregiudicato – dei politici ed il pensiero politico nell’accezione più alta, cioè come ideologia, visione globale della società), mi sembra evidente che il XXI secolo ci ha messi di fronte ad una concezione profondamente diversa dell’azione politica.

D’altronde, in più di quarant’anni d’impegno diretto – di movimento, istituzionale e di tipo associativo – ho sperimentato in prima persona che neanche l’agire per motivazioni ‘civili’ e al di fuori delle istituzioni è risultato del tutto indenne dai difetti e dalle problematiche registrabili nelle dinamiche politiche istituzionali, o comunque partitiche. Il guaio è che spesso anche la ‘militanza’ politica di base riproduce, in scala minore, i vizi attribuiti di solito ai ‘palazzi’ da cui chi la pratica ha voluto prendere le distanze. 

Ma si tratta di un mero contagio, dovuto alla necessità di rapportarsi comunque ai ‘politici’ allo scopo di perseguire i rispettivi obiettivi associativi, oppure di un fenomeno più profondo e complesso, che investe il comportamento sociale ed gli stessi fondamenti morali dell’essere umano?  

Io propenderei per questa seconda possibilità, in quanto la ‘scala’ più o meno ridotta in cui si agisce e lo stesso contesto dell’azione mi sembrano importanti, ma non determinanti.

Basta guardarsi intorno per accorgersi di quanto, a tutti i livelli della convivenza civile,  risulti sempre più difficile valutare una situazione, discernere i suoi elementi positivi e negativi e, conseguentemente, prendere poi una decisione nel merito. 

Infatti, se solo riflettiamo sulle nostre quotidiane esperienze (familiari, di lavoro, da condomini o da semplici cittadini…) ci rendiamo conto di quanto il nostro agire sia condizionato da tanti elementi esterni alle questioni che dovremmo affrontare e risolvere.

Sono elementi che attengono alla sfera emotiva ed utilitaristica più che a quella razionale e che di tali questioni ci fanno vedere, sentire e capire ciò che ci piace o ci fa comodo, anziché i dati di fatto. Ma se i filosofi antichi auspicavano razionalisticamente una ‘adequatio rei ed intellectus’, pur volendosi accontentare di molto meno della perfetta corrispondenza tra realtà e pensiero, ho l’impressione che il mondo della politica sempre più ci stia mettendo di fronte ad una scissione radicale tra questi due termini.

Non mi sembra il caso di allargare troppo l’ambito di questa mia riflessione, per cui mi limito a constatare quanto l’agire politico sia viziato da alcuni, diciamo così, difetti di percezione, nella misura in cui i suoi più comuni difetti somigliano molto a quelli della vista.

Le mie esperienze personali, infatti, mi hanno confermato nell’idea che il confronto su dati che dovrebbero essere oggettivi è spesso compromesso da fenomeni legati appunto alla percezione che ciascuno ne ha. Proverò quindi a proporre una sintetica rassegna delle patologie relative al contesto che nel titolo ho chiamato ‘oftalmologia politica’.

MIOPIA POLITICA

 «Difetto della vista che consiste in una rifrazione dell’occhio, per cui gli oggetti distanti appaiono sfocati, mentre si vedono meglio le cose molto vicine».[i] 

Da altra fonte apprendiamo che: «La miopia è un’ametropia o un’anomalia refrattiva, ossia una patologia oculistica a causa della quale i raggi luminosi provenienti da un oggetto posto all’infinito non si focalizzano correttamente sulla retina, ma davanti a essa. La conseguenza è che gli oggetti osservati tendono ad apparire sfocati e la visione migliora con la riduzione della distanza a cui si guarda».[ii]

Ebbene, anche in politica ho spesso la sensazione che giudizi, valutazioni e decisioni siano assunti da persone affette da tale patologia oculistica. Secondo la Treccani, la ‘miopia politica’ sarebbe caratterizzata, in senso figurato, dalla: «mancanza di perspicacia, cortezza di vedute, grettezza intellettuale…» [iii].

Effettivamente, una visione politica viziata dall’assenza di profondità si rivela riduttiva, limitata e parziale. Chi “non riesce a guardare oltre il proprio naso” è di fatto condannato ad assumere decisioni ancorate al qui e ora, senza una vera prospettiva. Chi è politicamente miope agisce di solito in modo personalistico se non meschino, senza tener conto delle esigenze collettive, del bene comune e, soprattutto, delle conseguenze nel tempo e nello spazio delle proprie decisioni.

Anche il comportamento dell’attuale classe politica si direbbe soggetto ad una visione dei problemi (si tratti del fenomeno migratorio, dei conflitti armati o delle risposte da dare alla disoccupazione) che denota la mancanza di una visione a medio-lungo termine. Il risultato è l’assunzione di provvedimenti emergenziali, di corto respiro, viziati dalle contingenze elettorali e che non tengono conto né delle esperienze passate né delle prospettive future.

Ma anche i comportamenti estranei alla politica istituzionale risentono spesso di questa spiacevole incapacità di guardare lontano. Qualunque problema una realtà associativa o di movimento si trovi ad affrontare, infatti, andrebbe inquadrato in un contesto più ampio e visto in una proiezione temporale maggiore. Eppure, proprio a causa della miopia politica, la ricerca del risultato a breve prevale sul perseguimento di risultati più stabili e sulla condivisione delle battaglie con altri soggetti. Il guicciardiniano ‘particulare’, insomma, fa perdere di vista la visione d’insieme e talora insterilisce le lotte, finalizzandole al mero perseguimento di un qualche risultato, di cui attribuirsi orgogliosamente la paternità.

IPERMETROPIA POLITICA

«In oculistica, anomalia dell’occhio, generalmente dovuta alla brevità dell’asse anteroposteriore del globo oculare, per cui le immagini si formano dietro la retina e pertanto sono sfocate. …». [iv].

In ambito politico anche questo difetto della visione risulta piuttosto frequente, sia pur molto meno che in passato. Una volta la caratteristica di guardare lontano, di mirare ad obiettivi remoti, si attribuiva ai sognatori, ai ‘profeti’ della politica, a quelli nei quali la prospettiva ideologica prevaleva sulla concretezza fattuale. Ma questo, per certi aspetti, era un pregio e non un limite.

Oggi, più banalmente, si ha piuttosto l’impressione che molti politici – a livello istituzionale ma anche di movimento – si rifiutino di guardare in faccia la realtà e i suoi problemi concreti, cui non sanno – o non possono – offrire risposte reali ed efficaci. Succede allora che ci si rifugi nelle visioni di lunga portata, nelle questioni strategiche e a livello globale o nella pur innegabile complessità delle questioni. Il risultato che ne segue è frequentemente la retorica parolaia, che serve solo a coprire la rinuncia ad agire nell’immediato, non assumendo decisioni concrete, con le relative responsabilità.

In altri termini, se gran parte delle azioni politiche cui assistiamo sono evidentemente condizionate dalla miopia di chi guarda il dito e non la luna, ci sono molte altre situazioni che lasciano pensare che chi fa politica si stia limitando a guardare la luna, ignorando il dito di chi segnala quel problema, che vive concretamente, qui e ora, sulle proprie spalle.

E’ la ben nota sindrome del ‘benaltrismo’, per la quale un intervento pratico, immediato e strettamente attinente la questione in oggetto viene sovente bollato come ‘di corto respiro’, in quanto i veri problemi sarebbero ben più ampi, strutturali e complessivi. Affermazione questa banalmente vera, ma che non implica affatto che le azioni dirette e dal basso siano inutili.

Per esempio, ai comitati di base, creati proprio per affrontare e dare soluzione a vicende o vertenze specifiche e concrete – in termini amministrativi, politici o anche giudiziari – spesso si imputa con aria di sufficienza il fatto di occuparsi di ‘quisquilie’ e di non affrontare i veri problemi di fondo che, ovviamente, sono sempre… ‘ben altri’.

ASTIGMATISMO POLITICO

«A causare l’astigmatismo può essere un’alterazione della curvatura della cornea che, anziché avere una forma normalmente sferica ha un profilo ellissoidale. In questo caso i raggi di luce provenienti dagli oggetti vengono proiettati in maniera disuguale nei vari punti della retina. L’occhio astigmatico vede male sia da lontano sia da vicino, gli oggetti possono apparire sfocati ma anche sdoppiati». [v]

Questa “aberrazione dei sistema ottico[vi] – dovuta ad una visione deformata più che viziata dall’errata ‘messa a fuoco’ degli oggetti – mi sembra ugualmente applicabile all’ambito dell’azione politica. Nel caso dei politici astigmatici, dunque, la criticità non risiede nella difficoltà d’inquadrare i problemi immediati in un contesto più ampio e lungimirante, o viceversa nella tendenza a perdere di vista la concretezza delle questioni in nome di astratte visioni ideologiche e fumose prospettive future.

Il difetto, in questo caso, è riscontrabile nella loro visione confusa e talora ‘sdoppiata’ delle questioni che sono chiamati ad affrontare. A Napoli, con efficace sintesi, si usa dire di questo genere di persone che: “addò vedono e addò cecano”, sottolineando con ironia che agiscono in modo diverso, se non opposto, a seconda dei casi e degli interlocutori.

Di solito i diretti interessati attribuiscono tale comportamento a “sano realismo”, ma di rado riescono a dissipare la sgradevole sensazione che le loro contraddizioni siano piuttosto frutto di opportunismo, doppia morale o meschino calcolo personale.

Il guaio è che ci stiamo sempre più assuefacendo a ciò che il profeta Orwell chiamava ‘Bispensiero’ (nell’originale: Doublethink) [vii], per il quale lo ‘sdoppiamento’ delle immagini concettuali può giungere a negare ogni nesso logico tra i concetti, affermando al tempo stesso tutto ed il contrario di tutto. “E’ il ‘populismo, bellezza!” avrebbe affermato qualcuno.

«Questa è la forma della politica contemporanea: la coesistenza degli opposti, la capacità di affermare formalmente l’esistenza di un Bene che, tuttavia, coincide materialmente con il suo opposto: lo sfruttamento, l’oppressione fino alla contraddizione che consiste nella cancellazione della stessa idea di contraddizione […] L’equivalenza tra gli opposti è la formula magica del populismo. In questa ideologia non si tratta di scegliere se essere di destra o di sinistra, ma di affermare entrambe – contemporaneamente, in maniera coordinata, uno dopo l’altro, in una logica ricorsiva. L’obiettivo è coprire tutto l’arco della rappresentanza politica, fingere di rappresentare tutti alla luce del buon senso e del senso comune».[viii]

PRESBIOPIA POLITICA

«Il potere di accomodazione, massimo nell’infanzia […] si riduce progressivamente con l’età […] e si esaurisce del tutto tra i sessanta e sessantacinque anni. Questa progressiva perdita del potere di accomodazione è nota come presbiopia , essa è dunque dovuta al fatto che il cristallino non è più in grado di modificare la sua curvatura a causa del suo progressivo indurimento e ingrossamento».[ix]

Ammettiamolo: nelle nostre critiche alla maniera corrente di fare politica c’è talvolta una buona dose di presbiopia politica. Quelli che hanno vissuto esperienze ben diverse ed in periodi abbastanza lontani nel tempo, infatti, sono naturalmente portati a rimarcare solo gli elementi che considerano una ‘degenerazione’ della vera Politica.

Io stesso, considerandomi ormai tra questi, ammetto che faccio non poca fatica a seguire le acrobazie verbali e comportamentali degli attuali politicians. Ritengo che molte delle riserve espresse da noi ‘vecchietti’ sono effettivamente motivate e solidamente fondate nella realtà dei fatti. E’ pur vero, d’altronde, che anche in questo campo il ‘potere di accomodazione’ del nostro intelletto a situazioni e contesti, insospettabili fino ad un decennio fa, condiziona inevitabilmente il giudizio che ne diamo. La ‘sclerosi’ dell’agire politico, con la conseguente incapacità di comprendere fenomeni nuovi e stili diversi, va considerata un rischio oggettivo, cui occorre contrapporre rimedi adeguati, proprio come negli altri casi affrontati in precedenza.

STRABISMO POLITICO

«Questo difetto visivo è spesso causato da uno squilibrio dei muscoli responsabili dei movimenti del bulbo oculare. Il parallelismo degli assi dello sguardo risulta così disturbato, in maniera saltuaria o permanente. Lo strabismo può essere convergente, divergente o verticale e interessare un occhio o entrambi gli occhi». [x] 

Come nel caso dell’astigmatismo, una visione strabica delle vicende politiche può condurre ad arbitrari giudizi, valutazioni contrastanti e stridenti contraddizioni.

Se in politica difetta la percezione binoculare, la stereopsi , i risultati sono quasi sempre negativi, per cui l’azione che ne deriva risulta fatalmente viziata falsata e reprensibile. D’altro canto, mi sembra che sia abbastanza diffusa anche una certa tendenza a giustificare la parzialità dei politici, o quanto meno a considerarla, in qualche modo, un’inevitabile componente di quella specie di gioco delle parti.

Del resto, un pensiero sdoppiato, nutrito dalle contraddizioni azzerate con un codice verbale che assomiglia molto alla Neolingua orwelliana, porta inevitabilmente a una visione strabica della realtà, che confonde le cause con gli effetti, oppure considera normale ciò che fino a poco tempo prima aveva vivacemente riprovato nel comportamento altrui.

Indubbiamente i politici ‘di lotta e di governo’ non sono una novità; però, avrebbe commentato Totò, “qui si esagera, perbacco!” e si direbbe che quelli attuali  sottovalutino che, per citare ancora il Principe, “ogni limite ha una pazienza”…

Insomma, mutuando un efficace aforisma di Oscar Wilde, potremmo concludere che:

«L’amore (ma anche l’apprezzamento politico…) non è cieco ma presbite: prova ne sia che comincia a scorgere i difetti a mano a mano che s’allontana». [xi]

Sarebbe bene che chi fa politica tenesse nel debito conto questo saggio avvertimento…


Note

[i] Voce “Miopìa” in: Sabatini Coletti, Dizionario della lingua italiana > http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/M/miopia.shtml

[ii] Voce “Miopia” in: Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Miopia

[iii] Voce “Miopia’ in: Vocabolario Treccani > http://www.treccani.it/vocabolario/miopia/

[iv]  Voce “Ipermetropia” in: Vocabolario Treccanihttp://www.treccani.it/vocabolario/ipermetropia/

[v]   “Astigmatismo” > https://www.humanitas.it/malattie/astigmatismo

[vi]  Voce “Astigmatismo” in:  Sabatini Coletti, Dizionario della lingua italiana > https://www.humanitas.it/malattie/astigmatismo

[vii] Cfr  Ermete Ferraro, “Neolinguistica applicata” (12.05.2016) , Ermete’s Peacebook blog  >   https://ermetespeacebook.blog/2016/05/12/neolinguistica-applicata/ ; vedi anche  la voce “Doublethink” in Urban Dictionary > https://www.urbandictionary.com/define.php?term=doublethink

[viii] Roberto Ciccarelli, “Il populismo è un bispensiero”, Ribalta.infohttp://www.ribalta.info/il-populismo-e-un-bispensiero/

[x] “Lo strabismo”, Essilor Italia. com > https://www.essiloritalia.it/La-tua-vista/I-difetti-visivi/Strabismo

[ix] “I difetti ottici dell’occhio”, Benessere.com > http://www.benessere.com/salute/disturbi/presbiopia_ipermetropia_miopia_astigmatismo.htm

[xi] Vedi in: https://aforismi.meglio.it/frasi-difetti.htm

© 2019 Ermete Ferraro

LA LINGUA ‘GENIALE’

Il napolitano di una comunità marginale 

Uno dei principali meriti della trasposizione televisiva della prima parte della saga narrativa di Elena Ferrante è aver fatto scoprire a noi italiani – oltre che ai telespettatori statunitensi – la potenza eccezionale della lingua napolitana. Una lingua geniale nel vero senso della parola, nelle accezioni riportate dal vocabolario Treccani: “Che è conforme al proprio genio, cioè all’indole […] che ha finezza e vivacità”. [i] In effetti sono stati i produttori americani che hanno voluto che sugli schermi, dietro i sottotitoli inglesi o italiani, la sonorità dei dialoghi fosse quella, d’un Napolitano verace, ben diverso dal miscuglio linguistico indistinto e bastardo che ancora risuona per le vie della nostra Città. Ritengo che sia stata una scelta opportuna, non dettata solo dal prevedibile intento di ‘colorire’ la narrazione in senso deteriormente folklorico, ma probabilmente anche dall’esigenza di superare una sorta di tabù comunicativo.

Ci voleva il salutare scossone d’una sceneggiatura televisiva largamente scritta in napolitano – che tradisce la scelta fatta da colei che quei romanzi aveva scritto, evocandolo ma non esibendolo – per metterci di fronte al vero tradimento, quello cioè che di quest’antica e geniale lingua ha fatto chi ha voluto o dovuto scartarla, come uno strumento vecchio inadeguato e volgare. Certo, il discorso è più complesso e richiederebbe un’analisi sociolinguistica più approfondita di quella che si limita ad assegnare colpe e responsabilità allo stesso popolo di Napoli o a chi ne ha scientemente voluto annientare l’identità culturale e  linguistica con un violento processo di sapore coloniale. Il problema, in effetti, è fino a un certo punto ‘di chi è la colpa? , ma piuttosto come si possa – qui ed ora – partire dall’attuale situazione per recuperare i valori autentici del Napolitano, impedendone il progressivo decadimento e valorizzandone le eccezionali potenzialità.

L’idea di affrontare questo particolare aspetto dei libri della Ferrante (e dello sceneggiato da essi ricavato) mi è stata ispirata, oltre che da un ventennale impegno di napolitanofilo e napolitanologo, dall’inaspettato contatto da parte di una docente di letteratura in un istituto superiore di New York, che intende farne oggetto di ricerca e mi ha chiesto la disponibilità ad un confronto. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dal fatto che in un prestigioso liceo della grande mela si rifletta sul rapporto tra la nostra lingua ed il contesto sociale della Napoli post-bellica che la Ferrante ha mirabilmente saputo evocare. Ad un simile interesse per tale questione fa invece riscontro l’insensibilità e la sordità di gran parte del mondo accademico e scolastico italiano per un problema che va ben oltre le sorti di quelli che ci si ostina a chiamare ‘dialetti’. Molti media anglo-americani – oltre agli studiosi – hanno approfondito la dimensione linguistica del fenomeno letterario Ferrante, con una sensibilità che sembra difettare dalle nostre parti. Non si tratta di cavalcare battaglie identitarie di retroguardia o di rinnegare l’importanza di uno strumento linguistico unitario. La questione è in che modo e per quali motivi si è giunti all’attuale situazione e che cosa si può realisticamente fare per evitare che la forzata italianizzazione prima, e la massificazione mediatica poi, cancellino il mondo d’idee, percezioni ed emozioni di cui il napolitano è geniale espressione.

Il nocciolo del problema suscitato dalla ricercatrice newyorkese è il rapporto tra lingua e potere, pssia il ruolo dell’Italiano come elemento indispensabile ai ceti marginali per integrarsi nella società e scalarne faticosamente i gradini, rinunciando però alla loro espressione linguistica naturale, stigmatizzata come inadeguata e volgare. Questo mi ha portato con la mente e col cuore alla lontana esperienza del mio impegno – prima in servizio civile e poi come lavoro sociale volontario e professionale –  presso il Centro Comunitario Materdei della ‘Casa dello Scugnizzo’. Mi sono ricordato soprattutto delle acute analisi sociologiche ed antropologiche che già negli anni Sessanta il suo fondatore, il mitico Mario Borrelli, aveva fatto del contesto sottoproletario napolitano e del suo immaginario collettivo, che in quel linguaggio unico al mondo trovava un eccezionale veicolo espressivo ma, al tempo stesso, la cristallizzazione di secoli di subalternità culturale. [ii]

Lingua: specchio e/o generatrice della realtà

Jean Noel Schifano, Dizionario appassionato di Napoli, Napoli, Il mondo di Suk, 2018

«Dobbiamo essere grati a Elena Ferrante – ha scritto Ciro Pellegrino – per una cosa che non ha fatto e a Saverio Costanzo, il regista della trasposizione televisiva de L’Amica Geniale per una cosa che non ha preso dal primo libro della tetralogia che racconta la vita di Elena Greco e Lila Cerullo. […] Anche per la serie tv Gomorra è avvenuto lo stesso, ma non si tratta dello stesso napoletano. La lingua partenopea dei dialoghi dell’Amica è ricercata, sintatticamente corretta, è figlia del periodo storico in cui è ambientato il racconto (gli anni Cinquanta) ed è straordinariamente ricca di vocaboli e riferimenti, senza bisogno di metafore ardite o del cupo valore impresso dai camorristi della serie ispirata al libro di Roberto Saviano…» [iii]

Il precedente esperimento di sceneggiatura in napolitano – quello del citato serial ‘Gomorra’ – ha diffuso infatti un’immagine stereotipata di questa lingua, privandola della sua duttilità espressiva ed incupendone i toni. La lingua dello sceneggiato tratto dai romanzi della Ferrante, pur restando aderente al contesto socioculturale misero e marginale della Napoli del dopoguerra, ne coglie comunque più sfumature e tonalità, mettendoci però di fronte ad un codice espressivo prevalentemente violento, talvolta spietato nella sua crudezza. Niente a che vedere col napolitano melodioso e dolce delle celebri canzoni o con quello arguto e piccante delle farse e delle ‘macchiette’. Dai dialoghi dello sceneggiato, che la Ferrante aveva filtrato con un Italiano che ne attenuava il ruvido realismo popolare, risulta chiaro come una lingua duttile e geniale come il napolitano – al tempo stesso rassicurante cordone ombelicale e vincolante catena – fosse vissuto dai membri di una comunità periferica come una gabbia espressiva, un condizionamento da cui cercare di fuggire. Il dosaggio di italiano col ‘dialetto’ nelle conversazioni delle due ragazze appare quindi l’indice del loro progressivo distacco da un ambiente senza futuro né speranza, dal quale devono sradicarsi, a costo di sacrificare una parte di se stesse.                                                              

«…Il regista Saverio Costanzo […] ha sviluppato la serie in napoletano ed è forse riuscito a far sprigionare, nella veemenza dei dialoghi quell’energia spaventosa e straripante che l’autrice, nei suoi libri, ha cercato di esorcizzare con l’italiano. […] Una lingua scarna, dura, spaventosa, resa ancor più terribile dagli occhi di una bambina, vissuta in un mondo difficile, dove non c’è spazio per la dolcezza, per l’attenzione verso l’infanzia; un mondo dove ai bambini non viene risparmiata la vista di un male che non possono comprendere, se non metabolizzandolo nella fantasia. L’emozione senza mediazione, l’energia primigenia e distruttrice di una lingua calda e viscerale, intensa e violenta. […] Un groviglio di significati, che un napoletano ha il privilegio di poter comprendere appieno, e che, anche per i più giovani, può rievocare il ricordo sopito delle epoche difficili, della vita cruda, vissuta dalla gente semplice di Napoli e del nostro Sud, tra i contraccolpi di eventi storici incomprensibili che non li hanno mai visti protagonisti, ma sempre vittime inermi, ad arrangiarsi da soli e, senza aiuti, ricostruire le proprie vite e la propria immaginazione». [iv] 

Queste acute osservazioni di Teresa Apicella, e l’analisi socio-antropologica che ne traspare, ci riportano al quesito iniziale: una lingua è soltanto lo specchio di una comunità oppure è capace di forgiarne le sensibilità, le capacità espressive, le caratteristiche culturali e, perché no, i destini?  E’ in fondo la vecchia questione del rapporto tra contenuto e forma, significante e significato, tra la realtà e il codice che la rappresenta. Una relazione che mi è sempre sembrata biunivoca, nel senso che una certa visione del mondo e la fattualità degli eventi contribuiscono a generare il mezzo espressivo più adeguato, ma è altrettanto vero che il medium utilizzato è pragmaticamente capace di plasmare pensieri e azioni di un gruppo sociale, imprimendogli un particolare carattere.

Nel romanzo della Ferrante lo stretto rapporto tra linguaggio e specificità socioculturale mi sembrava già fondamentale, ma la trasposizione cinematografica del testo ha conferito maggiore evidenza a questa relazione. L’aspetto più evidente è la caratterizzazione della lingua come segnale di promozione sociale, strumento per acquisire importanza e gratificazione all’interno di una comunità chiusa ed impermeabile alla evoluzione esterna. Il passaggio dal napolitano all’italiano, conseguentemente, ha finito col costituire un termometro della mobilità sociale. Il teatro, più ancora che la narrativa, ha spesso rimarcato questa brusca e forzata trasformazione, in cui i sottoproletari cercano in ogni modo di omologarsi ai ceti borghesi, che a loro volta si sforzavano di assomigliare a quelli aristocratici, con accenti ora farseschi e caricaturali (alla Totò, per intenderci), ora decisamente più drammatici (come nelle commedie di Eduardo De Filippo).  Ma su tali aspetti dell’Amica Geniale su cui direi che pochi in Italia hanno approfondito mentre, paradossalmente, interessanti analisi ci giungono dal mondo anglosassone ed americano, come quella di Amy Glynn.

«Bene, il linguaggio è tutto in questo libro, e intendo sia la straordinaria prosa di Ferrante sia il fatto che all’interno della storia, le lingue sono dispositivi di trama, designatori di caratteri e stenografia per argomenti molto importanti di classe, educazione e mobilità, senza i quali c’è relativamente poca storia […] Sia che i personaggi del libro parlino in ‘corretto’ italiano oppure in napoletano, c’è un indicatore di appartenenza, una dichiarazione politica, una storia implicita sulla posizione del personaggio in una gerarchia spesso brutale e violenta. […] (‘L’amica geniale’) è anche una storia di formazione sulla lingua in sé, sul linguaggio vernacolare e sulle ’lingue comuni’ e sul notevole potere di trasformazione delle parole imbrigliate, su come le nostre lingue ci definiscono come persone, come comunità, come tribù». [v]

Rifiuto del dialetto e resistenza del dialetto

Lenù in una na scena da ‘L’amica geniale’

Il difficile viaggio di Lenù verso una realtà diversa da quella ‘tribale’ in cui aveva vissuto la sua infanzia s’identifica allora con la sua volontà di uscire dagli schemi comunicativi del gruppo sociale da cui intendeva distaccarsi, lasciandosi alle spalle un doloroso destino di insuccessi e frustrazioni, quotidiane meschinerie e violenze. Tutta presa dal suo innamoramento per “la lingua dei fumetti e dei libri”  [vi] – vissuta come veicolo di riscatto sociale – è lei stessa a confessare amaramente:

«Non ho nostalgia della nostra infanzia […] La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi» [vii]

Un altro bell’articolo che affronta l’importanza della lingua nel romanzo della Ferrante e nella sceneggiatura televisiva da esso ricavata è stato scritto da Justin Davidson – critico musicale e vincitore di un Pulitzer – che già dal titolo richiama la nostra attenzione sul “significato nascosto dietro il dialetto de L’Amica Geniale”. Dopo aver opportunamente premesso che «L’Italia è un’invenzione del XIX secolo unificata da una lingua ufficiale che, fino al XX secolo, la maggior parte degli italiani non parlava» [viii], Davidson torna sul rapporto tra romanzo e sceneggiato, sottolineando sia la valenza personale e comunicativa del non utilizzo del ‘dialetto’ da parte della Ferrante, sia l’intento neorealista del regista dello sceneggiato, che ha voluto renderci in modo brutalmente diretto lo scarto socio-culturale fra la chiusa e cupa comunità del periferico rione popolare e l’altra Napoli, quella elegante e borghese del centro.

«La traiettoria di Elena è la storia di una donna che cambia il suo modo di parlare, e con essa il tranello della classe, della famiglia, della brutalità e della lealtà. […] Costanzo, però, va oltre qualcosa di molto più strutturato e profondo dell’autenticità o del colore locale: usa le gradazioni del dialetto per delineare la classe, rivelare la psicologia dei personaggi e portare avanti la trama. […] le uniche presenze di quartiere che parlano il vero italiano sono insegnanti e bibliotecari. Ma pure tra i proletari anche le forme più dure di dialetto si piegano alle circostanze. […] Il grado del dialetto denota ben più della classe sociale; allude anche alla lealtà del relatore. Un capo del crimine locale giura per la famiglia e parla il gergo locale. Un aspirante studioso parla italiano, ha pensieri sulla politica nazionale e non vede l’ora di sfuggire ad un tenace Sud provinciale. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia ha dovuto riformarsi da sola, ricucendo culture disparate in una traballante idea di nazione. Il servizio militare obbligatorio è stato utile. Così hanno fatto la televisione e le scuole. Ma è stata l’economia fiorente che ha fatto di più per legare insieme le fortune di cittadini che altrimenti non avrebbero avuto nulla a che fare l’uno con l’altro. Stefano Carracci capisce che ci sono soldi da fare e clienti da corteggiare oltre i pochi isolati che chiama a casa, ed è pronto a parlare la loro lingua…» [ix]

L’alternativa che si presentava alle due amiche era restare vincolate ad un destino di miseria e degrado – economico ma anche culturale ed affettivo – oppure rompere definitivamente con la propria comunità di appartenenza, con la sua violenza inevitabile e quasi fatale e col suo gergo amaro, adoperato come un’arma per rendersi reciprocamente la vita difficile. Paradossalmente, come acutamente nota il critico statunitense, dello stesso dialetto, nella sua forma più aspra, si serve il fratello di Lenù proprio per rivendicarne il diritto ad evadere da quel contesto deprivato:

«Nel mondo di Ferrante, tale insieme di tensioni – tra il rione e la nazione, la famiglia e l’istruzione, la pistola e la mente – si manifestano nelle sottigliezze del discorso. Quando i genitori di Lila decidono di strappare la ragazza dalla scuola e metterla al lavoro, suo fratello maggiore Rino (già evasore scolastico) difende il suo diritto all’istruzione – in un dialetto virulento e inimitabile. L’ironia è intenzionale: egli usa il napolitano per cercare di spingerla fuori dall’orbita della famiglia che parla napolitano» [x]

E’ lo storico paradosso della cultura subalterna dei ‘vinti’ che si sforza di uscire da tale subalternità rinnegando se stessa ed omologandosi al modo di vivere ed esprimersi che considera ‘vincente’. Il pesante prezzo da pagare è il doloroso abbandono di una parte di se stessi (come nel caso di Elena), ma anche lo schizofrenico sovrapporsi in Raffaella di un’impalcatura culturale costruita con la lingua ‘dei fumetti e dei libri’ alla sua istintiva  vitalistica aggressività plebea. Con la differenza che, mentre la prima si sente un po’ inadeguata in entrambi i contesti, la sua geniale amica sembra sempre a suo agio, sicura di sé. Lenù vive costantemente, e con intima sofferenza, il suo rapporto di dipendenza da Lila, ma si convince che questo dislivello non è frutto d’una maligna ricerca della superiorità. L’amica sembra piuttosto seguire tenacemente il proprio filo logico, inseguire il suo progetto, come quando Elena le parla della sua fantastica avventura col padre nella Napoli ‘bene’, ma sente la sua foga gelarsi di fronte alla apparente indifferenza di lei, restandone ‘dispiaciuta’.

«Lei…mi ascoltò senza curiosità e lì per lì pensai che facesse così per cattiveria, per togliere forza al mio entusiasmo. Ma dovetti convincermi che non era così, aveva semplicemente un filo di pensiero suo che si nutriva di cose concrete, di un libro come di una fontanella […] Il mio racconto, per lei, era in quel momento solo un insieme di segnali inutili da spasi inutili. Se ne sarebbe occupata, di quegli spazi, solo se le fosse capitata l’opportunità di andarci». [xi]

Riscatto sociale: fuga o impegno?

Un’altra scena da ‘L’amica Geniale’

Il conflitto tra ‘bellezza’ e ‘violenza’ segna profondamente il romanzo, contrapponendo un mondo ‘civile’ di sapere, gentilezza e relazioni paritarie all’ambiente tribale del rione periferico, caratterizzato da ignoranza, sopraffazione e disparità perfino tra soggetti marginali. La stessa lingua napolitana si direbbe il veicolo espressivo obbligato di quest’ultima realtà, eppure – come era già stato notato – all’interno del ‘dialetto’ della sceneggiatura affiorano significative varianti. Un idioma frutto di quasi tremila anni di stratificazioni culturali, del resto, non può essere confinato al linguaggio ‘basso’, capace di esprimere solo impulsi primari e ruvida aggressività. La ricchezza semantica del napolitano, la sua inimitabile arguzia e la sua dolcezza musicale non devono essere ridotti a lingua di quella plebe da cui la maestra Oliviero esortava Elena a fuggir via, perché ‘era una cosa molto brutta’.  Del resto sono molti i passi del romanzo in cui l’autrice  sottolinea che lo stesso ‘dialetto’ veniva parlato con modalità espressive diverse, che vanno da quelle più intime delle confidenze tra adolescenti a quelle aspre e volgari dei furiosi litigi. Il loro rione è sì un microcosmo, ma rispecchia personalità diverse e spesso contrapposte, a partire proprio dalle due amiche. Mentre Elena persegue il suo riscatto sociale disancorandosi sempre più dal proprio contesto, Raffaella, grazie alla sua intelligenza ed ostinazione, cerca invece di portare il ‘progresso’ dentro la comunità, senza rinnegare se stessa ed il proprio linguaggio, che invece impara a modulare secondo registri e tonalità differenti a seconda delle circostanze.

«Il suo spirito è mosso dalla ricerca del miglioramento: per sé, per il rione, per quelle persone che lei riconosce come suoi pari, per quanto meno brillanti o più sfortunate. Se Lenù è motivata da un forte spirito di rivalsa, che la porta a cercare altrove le sue radici e la sua essenza, Lila è ancorata fortemente al rione, da cui si distacca con difficoltà. È legata a quegli affetti che fanno parte della sua esistenza, nonostante la miseria e la crudeltà. Per questo Lila cerca soluzioni ai problemi, cerca di migliorare il suo rione. […] Don Achille e i Solara sono i rappresentanti di un sistema brutale, una civiltà di vergogna e violenza, che Lila si propone di abbattere con il suo esempio, arricchendo la sua famiglia, smuovendo l’economia con una produzione locale di artigianato di qualità. I suoi sono progetti ambiziosi, che devono purtroppo scontrarsi con l’avidità e la noncuranza di chi le sta a fianco». [xii]

Inutile dire che la mia simpatia propende verso la caparbia determinazione di Raffaela Cerullo. Sono stato per dieci anni operatore educativo e socio-culturale nell’unico centro comunitario operante in un rione sottoproletario del centro storico di Napoli e per altri vent’anni docente d’Italiano in una scuola media prima dell’area periferica della città e poi di uno dei suoi  contesti più ‘plebei’ come quello della Vicaria. Ho conosciuto tante ragazzine come Lenù e Lila, così come ho vissuto in prima persona sia l’ostilità sorda di famiglie che non riuscivano a scorgere un destino diverso per i propri figli, sia l’ambizione di chi pensava che la scuola fosse uno strumento per riscattarsi dalla miseria più che dall’ignoranza. Per i bambine e le bambine che ho incontrato in quei trent’anni d’insegnamento il percorso verso l’evoluzione espressiva è stato spesso faticoso e talvolta frustrante. Io però ho sempre cercato di non usare l’insegnamento dell’Italiano come un arnese per spiantarne le radici culturali e linguistiche ed operare una trasformazione che prevedesse il ripudio della loro identità ed autenticità espressiva. Ispirandomi a don Milani, ho provato piuttosto ad aiutare i miei alunni a padroneggiare la lingua per non esserne dominati. A conquistare l’uso della parola come “chiave fatata che apre ogni porta” , per capire ed essere capiti appieno e riuscire così ad esplorare liberamente le meraviglie del sapere.

«Le parole racchiudono percorsi formativi, sono strumenti per interagire con la realtà. La padronanza delle parole libera l’allievo consentendogli di avere un rapporto immediato con la vita, dominare le parole, estremizzare i significati consente a ciascuno di diventare cittadino attivo e non subalterno. Ecco perché, a Barbiana, si puntava non sulla quantità del tesoro chiuso nella mente e nel cuore dei ragazzi, ma su ciò che si colloca sulla soglia, fra il dentro e il fuori, sulla parola». [xiii]

E’ così che dieci anni fa ho iniziato pionieristicamente ad affiancare all’insegnamento istituzionale della lingua italiana quello extracurricolare del Napolitano, come strumento di consapevolezza della ricchezza e nobiltà di un’espressione considerata povera e volgare, oltre che come rivendicazione della dignità di una cultura millenaria quanto ‘geniale’. Ed è per questo stesso motivo che ho apprezzato la sceneggiatura ‘vernacolare’ de ‘L’Amica geniale’, assaporando accenti ormai banditi dalla scuola ma anche dai media che, dopo aver omologato il modo di parlare e scrivere degli Italiani, ci stanno assuefacendo ad un’anglicizzazione forzata, spesso immotivata e inopportuna, della comunicazione formale e perfino informale. Viceversa non ho apprezzato che nella prosa italiana della Ferrante il dialetto, evocato ma esorcizzato al tempo stesso, riaffiorasse solo in occasione dello scambio d’invettive feroci, come osserva Andrea Villarini, docente all’Università per Stranieri di Siena. Dalla sua analisi emerge anche che nel romanzo si fa ricorso all’italiano per ‘escludere’ qualcuno dalla conversazione e che l’italianizzazione di Elena, laureata alla Normale di Pisa, le comporta una dolorosa autoesclusione dal dialogo con la stessa madre.

«Solo in pochissime situazioni il dialetto irrompe in superficie tra le righe dell’opera. Avviene quando si tratta di trascrivere i momenti nei quali i protagonisti si lanciano insulti tra di loro […] La cosa interessante è vedere come anche in questi frangenti la Ferrante non trascriva l’intera frase in dialetto, ma esibisca solo le singole parole insultanti. […] L’alternanza degli usi linguistici tra italiano e dialetto non è caotica, ma è governata da regole sociolinguistiche ben precise. […] Una di queste regole è quella che potremmo definire dell’inclusione e dell’esclusione, ed è una tipica risorsa che noi parlanti utilizziamo per coinvolgere o escludere qualcuno da una conversazione […] Per la prima volta [sua madre] messa di fronte a una figlia che ce l’ha fatta (diciamo così), si rende conto che la lingua con la quale si è espressa da sempre non aiuta. È la scoperta di un’alterità linguistica che pone il dialetto in condizione succube. Troviamo qui una delle funzioni cardine che gli italofoni hanno compiuto tra le masse dialettofone. Far loro percepire che il dialetto, sino a quel momento lingua onnipotente, non è più buono per tutte le occasioni. Fino ad allora questa stessa funzione era stata svolta dalla burocrazia, la lingua dello Stato, laddove il cittadino si trovava nelle condizioni di non poter comprendere norme e leggi, ma qui siamo in presenza di un rapporto tra familiari e quindi di una spinta verso l’italiano che, essendo esercitata dal dover comunicare con un proprio caro, è molto più forte».[xiv]

Sviluppo o semplice metamorfosi?

L’effetto collaterale di tale trasformazione – come quella di Lenù in Elena – è spesso lo straniamento di chi sente di aver perso la propria identità ma non ha ancora acquisito dimestichezza col suo nuovo sé. Per il radicale cambiamento del suo codice linguistico, infatti, ella ammette il disagio di chi sente la sua stessa voce quasi estranea e le parole pronunciate dissonanti dai propri pensieri. Elena insomma – come tantissimi giovani spiantati dal loro contesto socioculturale – avverte l’imbarazzo e la frustrazione di quello sradicamento.

«Arrivai al collegio piena di timidezze e di goffaggini. Mi resi subito conto che parlavo un italiano libresco che a volte sfiorava il ridicolo, specialmente quando, nel bel mezzo di un periodo fin troppo curato, mi mancava una parola e riempivo il vuoto italianizzando un vocabolo dialettale» [xv]

Si ripropone qui il divario tra un cambiamento come sviluppo, che dovrebbe servire a liberare potenzialità ed espressività di un individuo dai condizionamenti ambientali, ed una metamorfosi che, pur nella sua radicalità, gli sovrapponga nuovi condizionamenti e ne alimenti ulteriori frustrazioni. Ovviamente solo il primo cambia davvero gli individui, consentendo loro di assumere coscienza della propria situazione e di prendere il futuro nelle proprie mani. Andrebbe invece evitato un cambiamento forzato dagli eventi, la brusca ‘metamorfosi’ di chi deve acquisire una personalità ed un linguaggio imposti dall’esterno. L’unico modo per salvarsi dalla condanna ad una nuova subalternità sarebbe far parte di quel processo collettivo e liberatorio di ‘comunicazione e coscientizzazione’, su cui si era soffermato Mario Borrelli nel suo già citato saggio del 1975.

Non è certo un caso che uno dei suoi ex scugnizzi – brillantemente affermatosi nei decenni successivi sul piano culturale e professionale – abbia recentemente voluto raccontare la sua personale metamorfosi in un libro scritto in terza persona. La lettura della sua coraggiosa autobiografia si  è intrecciata con le mie riflessioni sull’Amica geniale. Di quella storia inventata, in effetti, Tore avevacondiviso con impressionante somiglianza il lungo e faticoso processo di cambiamento, partendo dalla precarietà esistenziale del sottoproletario napoletano degli anni ’50 per giungere al travagliato ma soddisfacente raggiungimento dei propri obiettivi.

«I suoi primi cinquant’anni lo costrinsero a continue trasformazioni, nel tentativo di somigliare alle  figure che, di volta in volta, divennero il suo riferimento. Fu, dunque, più persone mentre cresceva, portandosi dietro sempre ‘o figlio d’’o Mullunaro, facendo grandi sforzi per mantenere sopito il sottoproletario che aveva dentro. Il nuovo secolo lo costringerà a misurarsi con altri cambiamenti, con successi e fallimenti e quando, all’improvviso, cambierà tutto, avrà la sensazione di aver corso senza essere riuscito ad imparare a camminare…» [xvi]

La vicenda di Salvatore – sospeso fra la voglia di fuggire di Lenù e l’ambizione ostinata di chi, come Lila, vuole anche contribuire al cambiamento della sua comunità – mi sembra un buon esempio di chi ha intravisto che il suo futuro avrebbe dovuto essere ‘fuori’ del suo rione ed ha seguito testardamente il suo sogno. Lo ha fatto senza rinnegare le proprie radici, ma cercando nella scuola prima e poi nella politica gli strumenti per costruire il proprio futuro non da solo ma insieme con gli altri. E non è poco.

© 2019 Ermete Ferraro


[i]   Cfr. Vocabolario online Treccani > http://www.treccani.it/vocabolario/geniale/

[ii]  Tra le sue tante opere rivestono particolare importanza su questo versante: Mario Borrelli, Unearthing the Roots of the Sub-Culture of the South Italian Sub-Proletariat, Londra, 1969 (paper) – in italiano: A caccia della sottocultura del sottoproletariato del Sud Italia; Idem, “Scuola e sviluppo capitalistico in Italia”, in Social Deprivation and Change in education, Atti del convegno internazionale di York, Nuffield Teacher Enquiry, York University, 1972 ;  Idem, Socio-Political Analysis of the Sub-Proletarian Reality of Naples of Intervention for the Workers of the Centre, Londra, 1973 (paper). In italiano: Analisi socio-politica della realtà di Napoli e linee d’intervento per gli Operatori del Centro

[iii] Ciro Pellegrino, “Diciamo grazie all’Amica Geniale che ci ha fatto riscoprire la lingua napoletana” (19.12.2018) Fanpage > https://napoli.fanpage.it/amica-geniale-dialetto-napoletano/

[iv]  Teresa Apicella, “Il napoletano crudo dell’Amica Geniale ci ha convinti…” (27.11.2018), Identità Insorgenti > https://www.identitainsorgenti.com/lingua-geniale-il-napoletano-crudo-de-lamica-geniale-ci-ha-convinti-ma-la-voce-narrante-no/

[v]  Amy Glynn, “Elena Ferrante, HBO’s My Brilliant Friend, and the ‘Unadaptable”’ Novel” (16.12.2018), Paste magazine > https://www.pastemagazine.com/articles/2018/11/elena-ferrante-hbos-my-brilliant-friend-and-the-un.html (trad. mia)

[vi]  Elena Ferrante, L’Amica geniale (A.G.), Edizioni e/o, 2011, p. 99

[vii]  Ferrante, A.G. ,  p. 33

[viii]  Justin Davidson, “The Hidden Meaning Behind My Brilliant Friend’s Neapolitan Dialect” (03.12.2018), Vulture > https://www.vulture.com/2018/12/my-brilliant-friend-hbo-neapolitan-dialect.html

[ix]  Ibidem

[x]    Ibidem

[xi]  Ferrante, A.G. , p. 135

[xii]  Oriana Mortale, “L’A.G. di Elena Ferrante: una storia napoletana” (09.09.2018), la COOLtura > https://www.lacooltura.com/2018/10/lamica-geniale-di-elena-ferrante/

[xiii] Domenica Bruni, “Lingua e ‘rivoluzione’ in don Milani”, Quaderni di Intercultura  dell’Univ. di Messina,  Anno IV/2012, p. 2 > http://cab.unime.it/journals/index.php/qdi/article/viewFile/810/619

[xiv]  Andrea Villarini, “Riflessioni sociolinguistiche a margine de L’amica geniale di Elena Ferrante” (21.02.2017), Arcade Literature, the Humanities & the World  (Stanford University > https://arcade.stanford.edu/content/riflessioni-sociolinguistiche-margine-de-l%E2%80%99amica-geniale-di-elena-ferrante-0

[xv] Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome (S.N.C.), Ediz. e/o,  pp. 331-332

[xvi]  Salvatore Di Maio, Nato il 4 luglio a Napoli. Le metamorfosi di uno scugnizzo, Napoli, La Citttà del Sole, 2018, p. 180

Un anno vola via col vento dell’Ovest…

Basta un poco di zucchero?

Scusatemi ma per qualche strano motivo, pur se circondato da mille problematiche impegnative e spinose – ora non mi viene spontaneo scrivere di questioni ambientali, di conflitti bellici in corso e in prospettiva o di altri argomenti maledettamente seri, di cui comunque mi occupo ordinariamente. In conclusione di questo travagliato 2018, infatti, stentavo a trovare un tema cui dedicare il mio post conclusivo. Ma poi – sarà stata l’influenza della mia riflessione dicembrina sui significati meno evidenti del ‘Mago di Oz’  [i] o più semplicemente la rituale riproposizione serale dell’arcifamoso film disneyano – mi sono deciso a scrivere un post su ‘Mary Poppins’.  Ebbene sì: confesso di essermelo rivisto con piacere e di aver perfino fischiettato le accattivanti ariette che punteggiano la storia della nunny più famosa del mondo e del suo bizzarro e creativo amico Bert. In questo però non c’entra tanto la recente uscita nei cinema del suo sequel diretto da Rob Marshall [ii], quanto la mia curiosità di scorgere, anche dietro quest’altra fiaba moderna, significati meno evidenti ed imprevedibili allegorie.

Ovviamente è bastata una rapida ricerca su Internet per scoprire che la mia intuizione era tutt’altro che originale, visto che ad una lettura meno banale di ‘Mary Poppins’ si erano già dedicati filosofi, psicologi e cultori di scienze occulte. Perfino sul simbolismo di alcuni oggetti che la caratterizzano, dalla valigia fatta con un tappeto all’ombrello col manico di pappagallo, ci sono già  state acute osservazioni, che dottamente rinviano ad alcuni archetipi. Mi ha colpito, ad esempio, un articolo  della dottoressa Valeria Bianchi Mian, che a sua volta richiama un precedente studio di un docente di letteratura all’università svedese di Upsala, il cui intrigante titolo è: “Mary Poppins tra mito e realtà”. [iii]  In particolare, la psicoterapeuta sottolineava la natura ‘aerea’ e provvisoria della magica governante, la cui ‘missione’ viene simbolicamente delimitata da due venti opposti, che ne segnano sia l’improvvisa comparsa sia l’altrettanto repentina scomparsa di scena.

« Bergsten apparenta Mary alle divinità aeree, agli elementi celesti, al mondo dell’intuizione. Il movimento di ascensione, il volo verso l’alto al termine di ogni opera […] e il movimento di discesa sulla terra sono percorsi che si snodano tra inconscio e coscienza. Lo storico associa alla nostra eroina l’Ariele de “La Tempesta”, lo spirito amorale e mercuriale, l’elemento vento. L’autore ricorda che in tutte le mitologie il vento dell’Est “significa nascita, mattina e risurrezione, mentre l’Ovest significa morte e partenza.”  Entrambe le direzioni sono coinvolte nel movimento di Mary Poppins – nell’arrivo e nella partenza – come metafora della vita che è transizione dall’infanzia all’età adulta e oltre […] L’eterno errare rende Mary un po’ Peter Pan corredando i suoi sogni di elementi affettivi e nostalgici, rendendola capace di essere simile ai bambini dei quali si prende cura, eppure contemporaneamente direttiva, portatrice di Logos adulto che insegna a non attaccarsi troppo alla prospettiva materiale, alle persone, agli oggetti. Sapersi distaccare, accettare il distacco pur mantenendo vivo l’affetto nella relazione è la grande lezione di Mary Poppins. ».[iv]

La prima riflessione che mi viene di fare, in questo periodo che precede la fine dell’anno in corso, è che qualsiasi provvidenziale intervento dall’alto ha comunque un inizio ed una conclusione. Alcuni mesi fa molti di noi avevano pensato che il ‘cambiamento’ tanto invocato potesse radicalmente modificare la situazione del nostro Paese, imprimendo alla società – oltre che alla politica – una svolta epocale. Forse qualcuno si era addirittura illuso che bastasse schioccare le dita e, magicamente, le cose sarebbero tornate al loro posto, come quando Mary riordina la cameretta dei due disordinati pargoletti con pochi ‘snaps’ ,  cantando una delle canzoni più celebri del film: “Spoonful of Sugar”. [v]  Purtroppo temo che  l’esperienza vissuta in quest’ultimo periodo ci abbia dimostrato, al contrario, che non è vero che ‘basta un poco di zucchero e la pillola va giù’ . Certamente un po’ di sano ottimismo non guasta affatto ed è bello credere che le cose possano cambiare dall’oggi al domani, ma d’altra parte bisogna rendersi conto che le situazioni sono molto meno semplici (o semplificabili) di quanto ci farebbe comodo pensare.

“Supercalifragilisticespiralidoso…”

Probabilmente un salutare choc ci era davvero necessario, per spazzar via con una ventata di novità la fuliginosa e farraginosa gestione del Paese ed è peraltro innegabile che ogni tanto ci vuole un’energica spazzolata ai camini troppo polverosi ed inquinanti, in modo da scorgere finalmente la luce, come nel fantastico viaggio in giro per i tetti di Londra compiuto da Mary, Bert e i due affascinati bambini. Epperò, come ribadisce saggiamente lo stesso spazzacamino: “…there’s hardly no day nor hardly no night, / There’s things half in shadow and halfway in light ”, vale a dire: “…non c’è quasi né giorno né quasi notte /Ci sono cose metà nell’ombra e metà nella luce” [vi]. Se infatti la novità che tanti di noi  aspettavano era quella di veder finalmente prevalere le cose positive ancora in ombra, a venire alla luce, viceversa, sembra che sia stata invece proprio la parte più oscura… Certo, ogni cura richiede la spiacevole assunzione di opportune medicine, ma è anche evidente che non bastano alcuni cucchiaini di zucchero erogati qua e là per renderle meno amare e indigeribili. E poi, quando si chiede conto di ciò che è stato fatto finora, e soprattutto, del progetto che dovrebbe stare alla base di questi cambiamenti, ci si aspetta di ricevere delle risposte, mentre al contrario qualcuno cerca di cavarsela ricorrendo ad una pur suggestiva formula magica…..

Si dice che l’originale inglese di quell’improbabile quanto fantastica parola (Supercalifragilisticexpialidocious) sia un collage di vari vocaboli, il cui senso sarebbe all’incirca: “fare ammenda per la possibilità di insegnare attraverso la delicata bellezza”.[vii] Francamente, non m’intriga tanto l’etimologia della magica formula poppensiana quanto il fatto che essa serve ad annunciare l’intrusione del nonsense nella quotidiana normalità della nostra vita, che dall’assurdo e dal paradosso viene di fatto sconvolta, facendoci scoprire magicamente ciò che ancora non riuscivamo a vedere. Credo che sia questo uno degli aspetti più interessanti del libro e del film, che ci porta a considerazioni filosofiche sul capovolgimento della realtà attraverso un vero e proprio processo di presa di coscienza di ciò che conta davvero. Su questo argomento, ad esempio, ci sono interessanti osservazioni di Carla Poncina, docente presso l’Università di Padova, dalle quali risulta con chiarezza come i due protagonisti del libro/film fanno volentieri ricorso all’ironia ed all’auto-ironia per smascherare contraddizioni, stereotipi e rigidità di una realtà che qualcuno vorrebbe perpetuare all’infinito.

«Mary Poppins e Bert, che ne costituisce la spalla maschile, usano consapevolmente l’ironia nei confronti propri ed altrui, con valenza maieutica. Ne fa le spese in particolare il padre dei bambini, ottusamente sicuro di tutta una serie di valori che verranno buttati all’aria dal primo all’ultimo. Solo dopo aver perso tutto quanto aveva ritenuto importante ma non lo era, ritroverà tutto quello che conta davvero: l’amore dei figli e la solidarietà nei confronti degli altri. Si tratta di un percorso che attraverso varie e dolorose vicissitudini conduce dalla inconsapevolezza all’autocoscienza: una vera fenomenologia dello spirito in senso quasi hegeliano, con le sue figure, tra cui campeggia la scena del licenziamento dalla banca del signor Banks, rappresentata come una specie di rituale di investitura alla rovescia…».[viii]

Si è spesso criticato il mondo smielato e iperfantastico di Walt Disney & Co., però bisogna ammettere che il messaggio che emerge da un film come ‘Mary Poppins’ non è per niente un inno alla convenzionalità, pur senza prefigurare alcuna effettiva rivoluzione. I simboli stessi del perbenismo borghese (la casa ordinata, la madre di famiglia casalinga, i bambini ubbidienti, la solida e rassicurante forza del sistema bancario etc.) sono infatti sottoposti ad un vero terremoto dalla sconvolgente presenza di quella stramba baby sitter piovuta dal cielo. Forse non sarà il caso di leggerci significati nascosti e recondite allegorie, ma è innegabile che il passaggio di Mary e Bert nella vita della famiglia Banks compromette irreversibilmente certezze e luoghi comuni su cui essa è da sempre fondata, in perfetta coerenza con la società britannica più tradizionale. Per citare l’espressione di Mr. Banks:

«Una banca britannica è gestita con precisione / Una casa britannica non richiede niente di meno!Tradizione, disciplina e regole devono essere gli strumenti / Senza di loro – disordine! Catastrofe! Anarchia!  / In breve, abbiamo un pasticcio orribile!» [ix]

Eppure è proprio da questo brusco sconvolgimento dell’ordine costituito che, osserva la studiosa, emerge catarticamente una realtà esistenziale diversa, dove ci sarà finalmente spazio sia per gli affetti familiari sia per la solidarietà con chi ha bisogno di aiuto. Devo rilevare, d’altra parte, che quanto abbiamo sotto gli occhi noi Italiani dimostra che non basta scombussolare lo status quo per dar vita ad una realtà veramente diversa, se manca un progetto alternativo su cui il cambiamento affondi le proprie basi.

‘Un uomo sogna di camminare coi giganti…’

Bert e Mr. Banks

Con queste significative parole si apre la canzone ‘A Man has Dreams’ che Bert canta ad uno sconvolto Mr. Banks per confortarlo, facendogli però rilevare che nel suo ottuso mondo di ordine e dovere non c’è spazio per i sentimenti e gli affetti, di cui poi piangerà la mancanza.

«Sei un uomo di “alta posizione” / Stimato dai tuoi colleghi / E quando i tuoi ragazzini stanno piangendo / Non hai tempo per asciugare le loro lacrime / E vedere le loro faccine riconoscenti che ti sorridono. […] E troppo presto si sono alzati e sono cresciuti / E poi son volati via / E per te ormai  è troppo tardi per dare / Solo quel cucchiaio di zucchero  / Per aiutarli a mandar giù la medicina» [x]

 A questo punto potremmo considerare la fiaba moderna di Mary Poppins come un apologo che c’invita a smetterla di restare sempre coi piedi piantati per terra, ancorati alla meschine certezze di una vita tranquilla quanto inconsapevole dei bisogni altrui, aprendoci in tal modo ai nostri sogni ed affrontando un liberatorio e rivelatore viaggio verso un mondo dove non tutto è scontato e prefissato.  E’ l’ipotesi che azzarda l’autore di un articolo su un blog francese, dal suggestivo titolo: “Mary Poppins di Disney è l’apologia dell’anarchismo?”, sottolineando quanto la “piccola vita tranquilla ed agiata’ che il Sig. Banks loda nella sua canzone venga letteralmente sconvolta dalla comparsa di quella strana donna, a metà fra bambinaia e strega buona. Uno sconvolgimento al limite dello ‘sballo’…

«L’uscita in un parco grigio e noioso…si trasforma in passeggiata psichedelica all’interno di un disegno col gessetto …del tutto inadatto al ruolo di una nurse inglese tradizionale […] Durante questa sequenza – nel momento in cui la bambinaia riprende la sua libertà ed ha d’altronde lasciato i bambini totalmente liberi a se stessi, in un mondo di creature allucinate e imprevedibili – s’impara a conoscere un altro dei personaggi principali, Bert. La coppia che egli forma con Mary offre un sorprendente contrasto coi genitori di Jane e Michael […] La loro vicinanza emotiva e fisica, la loro tenera complicità scuriscono ulteriormente l’immagine grigiastra della coppia Banks, sposata e sistemata ma bloccata nelle sue convenzioni di routine…» [xi]

Anche in questo caso, le convenzioni borghesi sono sconvolte da un rapporto libero e creativo fra Mary e Bert, capace di trasportare anche i due fratellini in un mondo sognante e fantastico, dove tutto è possibile. Potrebbe apparire una semplice fuga dalla realtà, inseguendo una realtà ‘altra’, sicuramente più piacevole ma destinata a scomparire, come tutte le illusioni. Volteggiare sui tetti, cavalcare i cavalli della giostra, parlare con gli animali e sorbire una tazza di tè galleggiando in aria sono infatti l’esatto contrario della rassicurante ma monotona routine che tanto piaceva a Mr. Banks, proprio ciò da cui egli rifuggiva, intravedendovi “disordine, catastrofe, anarchia”.   Eppure sarà  proprio un’inappuntabile bambinaia – “praticamente perfetta sotto ogni aspetto” – che porterà nella famiglia Banks la sconvolgente ventata anticonvenzionale che farà loro comprendere che i sogni sono necessari e che un po’ di follia è il sale della vita.

D’altra parte, personaggi quanto meno stravaganti li circondavano già da prima, cominciando dallo stesso multiforme ed accattivante giovanotto e continuando col folle vicino ammiraglio che aveva trasformato l’abitazione in cannoniera o con l’ilare zio Albert, che ‘si tirava su’ con continue barzellette, sghignazzando e lievitando allegramente per il salotto. Fatto sta che il tradizionale individualismo britannico dei coniugi Banks li teneva talmente chiusi nella loro bolla perbenista da non accorgersene nemmeno, proprio come papà George non si accorgeva della povera vecchietta dei piccioni, pur incontrandola tutti i giorni.  Anche qui, a ben guardare, ci sarebbe una lezione da cogliere per chi, come noi, sta vivendo l’esperienza d’un incredibile ritorno ad atteggiamenti discriminatori e di repulsione verso tutti i ‘diversi’. Il bel sogno del cambiamento, in questo caso, si sta trasformando sempre più in un incubo xenofobo ed egocentrico, che confonde volutamente la difesa dell’identità col nazional-populismo e col disprezzo di chi è fuori della ‘norma’.

A questo punto, però, mi accorgo che le mie divagazioni su Mary Poppins sono state irrimediabilmente contagiate dalle inevitabili riflessioni sul ‘qui e ora’, soprattutto in un tradizionale momento di bilanci come la fine dell’anno. La smetto quindi di cogliere significati reconditi di questo fantastico film e concludo con una nota di leggerezza e di speranza, augurando a tutti voi splendide vacanze, proprio come quelle che Bert aveva trascorso con la sua fantastica compagna:

«È una lieta vacanza con Mary /  Mary ti rende il cuor così così leggero! / Anche quando il giorno è grigio e ordinario / Mary il sole fa spuntar…».[xii]

© 2018 Ermete Ferraro


[i]   https://ermetespeacebook.com/2018/12/04/ma-oz-e-il-padre-dei-wiz-%EF%BB%BF/

[ii]  https://www.comingsoon.it/film/il-ritorno-di-mary-poppins/53782/scheda/

[iii] Staffan Bergsten, Mary Poppins tra mito e realtà, Emme Edizioni,  1980 > https://books.google.it/books/about/Mary_Poppins_tra_mito_e_realt%C3%A0.html?id=IHONMgAACAAJ&redir_esc=y

[iv] Valeria Bianchi Mian, Mary Poppins vien dal cielo: archetipi, tipi e miti femminili (20.07.2015) > https://barlumidicoscienza.blogspot.com/2015/07/mary-poppins-vien-dal-cielo-archetipi.html

[v]  Richard & Robert Sherman, Spoonful of Sugar > https://www.youtube.com/watch?v=k6o0WuaZOLo

[vi] Idem, Cheem Cheem Cheree > http://lnx.ginevra2000.it/Disney/MaryPoppins2.htm

[vii]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Supercalifragilisticexpialidocious  e https://en.wikipedia.org/wiki/Supercalifragilisticexpialidocious

[viii] Carla Poncina (a cura di), “Dove abita la felicità?”  Materiali utilizzabili a supporto della visione del film Mary Poppins,  Comunicazione Filosofica n. 13 (apr. 2004) > https://www.sfi.it/archiviosfi/cf/cf13/articoli/poncina.htm

[ix]   Brano tratto dalla canzone The Life I Lead  (trad. mia) > https://www.allthelyrics.com/it/lyrics/mary_poppins_soundtrack/the_life_i_lead-lyrics-77809.html 

[x]   Brano tratto dalla canzone  A Man has Dreams (trad. mia) > https://www.allthelyrics.com/it/lyrics/mary_poppins_soundtrack/a_man_has_dreams-lyrics-77795.html

[xi] Loupstyle, “Le Mary Poppins de Disney est—il une apologie de l’anarchisme?” (18.07.2018), FierPanda > https://www.fier-panda.fr/articles/mary-poppins/  (trad. mia)

[xii]  Brano tratto dalla canzone  Jolly Holiday (trad. mia) > https://www.disneyclips.com/lyrics/lyricsmary4.html

Credere, rinverdire e combattere?

Il neo-ambientalismo dei Grigioverdi

a1332f42-7f51-4824-bb30-910d15832a0906MediumLa notizia risale a pochi giorni fa. Si è svolta il 13 e 14 novembre a Roma, presso la Scuola Ufficiali, la Terza Conferenza Internazionale sull’Ambiente, organizzata dall’Arma dei Carabinieri, cui hanno preso parte il Ministro dell’Ambiente Costa e il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Nistri.  Il convegno era suddiviso in tre sezioni dal titolo ecologicamente accattivante: il valore della biodiversità; la conservazione della biodiversità; l’attività di polizia a tutela della biodiversità. [i] Non è certo strano, a questo punto, che un ecopacifista come me si sia sentito stimolato ad approfondire il senso di questo incontro e, soprattutto, la logica più ampia che da qualche anno ha portato incredibilmente a collegare le problematiche ambientali con le finalità e competenze del Ministero della difesa. Nel suo intervento, dopo aver candidamente ammesso che la salute e la sicurezza della popolazione dovrebbero essere ‘preservati’ dalle attività militari, la Ministra Trenta ha elogiato gli sforzi che sono stati compiuti per “abbattere l’impatto energetico” delle attività di sua competenza e per migliorare il loro livello di “sostenibilità”.

«Vogliamo fare in modo che tutto sia perfettamente nella norma e che la salute e la sicurezza dei cittadini, nonché le esigenze ambientali del territorio, siano perfettamente preservati da quella che è un’attività necessaria per le Forze Armate e per il Paese […] Ad oggi, sono numerosi i programmi di riqualificazione energetica che abbiamo realizzato […] per abbattere l’impatto energetico delle nostre attività peculiari. Il bilancio di queste collaborazioni è stato finora senza dubbio positivo, perché oltre a garantire importanti risultati in termini di ottimizzazione delle risorse energetiche, hanno consentito un prezioso affinamento dei livelli tecnologici del sistema difesa e di sostenibilità dello strumento militare stesso». [ii]

Pur sorvolando sul modo ambiguo con cui, anche in questo caso, si fa ricorso al termine ‘sostenibilità’ (per sua natura viziato dal limite di essere fluido, elusivo ed opaco, come ho già avuto modo di sottolineare [iii] ) le argomentazioni della Ministra sembrerebbero, più che un riconoscimento di merito, un’excusatio non petita per l’innegabile impatto, non solo energetico, che le attività militari da sempre hanno esercitato sull’ambiente e su coloro che abitano in territori da esse interessati, o meglio occupati.

Sul sito dei Carabinieri – organizzatori della Conferenza – la questione era già stata affrontata, sostituendo il concetto di sostenibilità con quello ancor più vago e sfuggente di armonizzazione.

«Quando siamo in presenza di due interessi dotati di pari rango costituzionale come quello alla difesa militare e quello alla tutela dell’ambiente l’uno non può avere preminenza sull’altro. Proprio per questo il rapporto tra attività militari e protezione ambientale è argomento particolarmente rilevante e complesso. L’approccio della Difesa in materia si fonda sul perfezionamento di strumenti normativi finalizzati ad armonizzare le esigenze operative ed addestrative con quelle della salvaguardia ambientale e dei territori interessati dalla presenza di attività militari, come pure sulla realizzazione di concrete azioni preventive e correttive a tutela della salute e dell’ambiente».[iv]

E’ evidente che, in presenza di più interessi salvaguardati dalla nostra Costituzione, bisogna evitare che uno prevalga sull’altro. Mentre però è indiscutibile che, secondo l’art. 9, “ la Repubblica (…)  tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, l’art. 52 della nostra Carta costituzionale recita: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Esso prosegue parlando d’un  “servizio militare… obbligatorio, nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge” e specificando che “L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”. Resta comunque arbitrario identificare il valore costituzionale della ‘difesa’ con quella di tipo militare. Ad affermarlo non sono io – che dell’opposizione al militarismo ed alla guerra ho fatto oggetto di circa quaranta anni d’impegno – ma la stessa legislazione italiana e vari pronunciamenti nel merito della Corte Costituzionale, come si riconosceva già 12 anni fa in un documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri relativo alla Difesa civile non armata e nonviolenta.

«In particolare […] si è già segnalato che sia la legge 230 del 1998 sia la legge 64 del 2001 espressamente dichiarano che il servizio civile «risponde al dovere di difesa» e «concorre alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari». E’ appena il caso di precisare che queste formule legislative sono state in più occasioni considerate costituzionalmente legittime dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, che ha contribuito ad estendere il concetto di difesa oltre i contorni della sola difesa militare [..] Si può quindi oggi senza dubbio affermare che quando la Costituzione fa riferimento al «dovere di difesa» intende rapportarsi a più forme di adempimento: sia in senso militare ed armato, sia in senso disarmato e non militare (perciò “civile”» .[v] 

Ecologisti con elmetto e mimetica

mimeticaL’Italia è arrivata un po’ tardi all’affermazione d’un nesso tra attività militari e tutela dell’ambiente. Questa ambigua operazione mediatica (che ho sintetizzato con la metafora della ‘mimetica’ dei soldati, che serve a ben altro che a far sentire quelli che l’indossano in armonia col contesto naturale… ) ha origine fuori dal nostro Paese. Basta visitare i siti web di altri ministeri della difesa per imbattersi in varie perorazioni dell’importanza delle forze armate nella salvaguardia ambientale. Cominciamo dalla vicina Francia, sul cui sito del Ministère des Armées si legge:

«Il Ministero della Difesa ha una particolare responsabilità nel campo dell’ambiente. Esso infatti occupa importanti spazi naturali, possiede il primo parco immobiliare dello Stato, sfrutta le installazioni classificate per la protezione dell’ambiente, definisce, mette in opera e gestisce la fine vita dei sistemi d’arma […] (Il Piano d’Azione ambientale interforze) persegue vari obiettivi: – Integrare la dimensione ambientale all’interno degli equipaggiamenti di difesa; – smantellare i materiali materiale nel rispetto dell’ambiente; preservare la biodiversità dei terreni militari; – mettere in opera infrastruttura ed attività rispettose dell’ambiente». [vi]

Ciascuno di questi punti viene esemplificato con le azioni promosse per ridurre l’impatto ambientale degli armamenti, i notevoli consumi energetici ed i pericolosi ‘rifiuti’ prodotti dalla ‘rottamazione’ di armi, veicoli, natanti e velivoli in uso alla ‘difesa nazionale’. Altri obiettivi dichiarati sono il miglioramento della gestione dei consumi energetici degli immobili militari e le iniziative per conciliare le attività di addestramento nei poligoni di tiro con la tutela della flora e della fauna. La preoccupazione della Défense d’Oltralpe per la salvaguardia della biodiversità dei tanti siti occupati (di cui ben 41.000 ettari d’interesse naturalistico) è davvero toccante. Peccato però che nelle svariate convenzioni avviate per salvare quei territori dall’impatto delle attività militari (in Francia come anche in Italia) si badi più al risparmio delle risorse energetiche e ad una generica protezione ambientale che a garantire sicurezza e salute agli abitanti di quei territori…

Se ci spostiamo in Canada, si nota che quel governo federale afferma il suo impegno nel “rinverdire la Difesa” .

«La Difesa (DND) assegna un’alta priorità al suo programma ambientale ed è impegnata a condurre le sue operazioni in modi tali da proteggere la salute umana e l’ambiente. Il Ministero continua la sua evoluzione come organizzazione responsabile e sostenibile, affrontando i problemi ambientali passati e continuando a cercare opportunità per mantenere la salubrità dell’ambiente in futuro […] La DEES (Strategia Ambientale ed Energetica della Difesa) fornisce una Chiara visione ed identifica obiettivi concreti per ridurre gli impatti ambientali relative alle attività della Difesa. Il Ministero, insieme con le Forze Armate, si adopererà per adempiere quattro obiettivi-chiave: – meno spreco energetico; energia più pulita; una ridotta impronta ambientale della Difesa; prestazioni energetiche ed ambientali meglio gestite». [vii]

Anche in questo caso, dietro la ‘foglia d’acero’ dell’ambientalismo e della cura della salute dei Canadesi sembrerebbero celarsi interessi economici, relativi al risparmio di risorse finanziarie, e politici, allo scopo di minimizzare l’innegabile impatto ambientale delle attività militari.

Che cosa propongono nel merito i loro potenti vicini statunitensi ? Anche in questo caso le dichiarazioni di principio non mancano. Sul sito del Dipartimento della Difesa USA si leggono le seguenti affermazioni.

«Il DOD – pur non sostenendo una formale mission dedicata alla ricerca sul cambiamento globale, sta sviluppando politiche e piani per gestire e rispondere agli effetti del cambiamento climatico sulle missioni della Difesa, sulle risorse e sull’ambiente operativo […]  Il DOD è responsabile della gestione ambientale di centinaia di installazioni in tutti gli Stati Uniti e deve continuare a incorporare considerazioni geostrategiche ed energetiche nella pianificazione della forza, nello sviluppo dei requisiti e nei processi di acquisizione […] Il programma di ricerca CRREL risponde alle necessità dei militari, ma gran parte della ricerca avvantaggia anche il settore civile ed è finanziata da clienti non militari». [viii]

Rispetto al consueto pragmatismo statunitense, il tono dell’omologo Ministero dell’Australia a proposito della ‘gestione ambientale’ è solo apparentemente più ispirato e non autoreferenziale.

« La difesa riconosce che è un custode dell’ambiente ed è impegnata nella gestione ambientale sostenibile. L’ambiente è un fattore critico per le capacità dell’ADF e deve essere protetto per garantire che le attività di difesa possano essere sostenute nel futuro. La strategia ambientale per la difesa del 2016 […] si concentra su cinque obiettivi strategici per gestire le sfide e le opportunità ambientali attuali ed emergenti.[…] Obiettivo strategico 1: La difesa fornirà un territorio sostenibile relativamente alle aree, le attività e le attività marittime, terrestri e aerospaziali della Difesa; Obiettivo strategico 2: la difesa comprenderà e gestirà i suoi impatti ambientali; Obiettivo strategico 3: La difesa ridurrà al minimo i futuri rischi di inquinamento e gestirà i rischi di contaminazione esistenti; Obiettivo strategico 4: La difesa migliorerà l’efficienza del suo consumo di risorse e rafforzerà la sicurezza delle risorse; Obiettivo strategico 5: La difesa riconoscerà e gestirà i valori del patrimonio immobiliare della Difesa». [ix]

Un generale a 5 stelle a difesa dell’ambiente

costaTornando alla Terza Conferenza sull’Ambiente organizzata dall’Arma dei Carabinieri, ritengo comunque interessante cercare di capirne la strutturazione e l’obiettivo, non tanto sul piano culturale e scientifico, quanto per comprendere meglio la strategia ‘ambientalista’ delle forze armate italiane. Ci aiuta un articolo apparso sul sito de La Dea della Caccia, che si autodefinisce “il magazine delle passioni venatorie, natura ambiente e non solo”. Per fare onore all’impegnativo titolo dato al convegno: “Biodiversità: motore della vita sulla Terra” , esso ne prevedeva la trattazione su tre piani: il suo valore, la sua conservazione e l’attività di polizia a sua tutela.

Come si vede, i lavori avevano un taglio molto specifico e scientifico ed inoltre non era solo rituale l’intervento alla Conferenza del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa – ex Comandante in Campania del Corpo Forestale dello Stato, che il governo Renzi volle forzosamente militarizzare, traslocandolo all’interno della Benemerita e rinominandolo ‘Carabinieri per l’Ambiente’. A questo “generale a 5 Stelle” ho già dedicato una nota sul mio blog [x], ma non posso fare a meno di sottolineare che, quattro anni fa,  fu l’allora Comandante Regionale della Forestale Sergio Costa:

«…ad insorgere e ad invitare senza mezze parole dal suo profilo Facebook a farsi sentire. “Da oggi in poi, fintanto che il Governo non cambierà idea, io avrò sul mio profilo Fb lo stemma del Corpo Forestale dello Stato e non lo cambierò. Aiutate il CfS e scrivete sul profilo Facebook del Premier Matteo Renzi che non concordate sul progetto”». [xi]

Fatto sta che colui che aveva dichiarato: «Siamo l’unica forza di polizia specializzata nei settori di ambiente e natura e questo deriva dal fatto che veniamo preparati sin da giovani. Una peculiarità che perderemmo se finissimo nella polizia o nei carabinieri» [xii]  nel 2016 è poi diventato Generale di Brigata dei Carabinieri e nel 2018 è stato designato dal M5S a ricoprire il delicato ruolo di Ministro dell’Ambiente. Dello stemma della Forestale – col suo motto “Pro natura opus et vigilantia” – resta ormai solo il ricordo, che l’iniziativa ‘ambientalista’ intrapresa dai Carabinieri cerca però di rilanciare in qualche modo, anche con una certa enfasi retorica.

«La causa più rilevante di perdita di biodiversità è la distruzione o l’alterazione di habitat, nonché il prelievo illegale di specie animali e vegetali in natura. Quindi l’attività di controllo e di contrasto finalizzata a prevenire e reprimere i crimini ambientali contribuisce in modo significativo alla tutela della biodiversità. In materia ambientale l’attività preventiva è senza dubbio decisiva per evitare la perdita di biodiversità in quanto la repressione, seppur inevitabile, interviene successivamente all’azione criminale che ha cagionato il danno alle componenti ambientali che, quasi sempre, risultano irreparabilmente compromesse generando, a volte, anche rischi concreti per la salute pubblica. Altrettanto fondamentale, per la tutela dell’ambiente, è una capillare e mirata attività di educazione ambientale. In questo ambito l’Arma dei Carabinieri, da sempre attenta alle esigenze dei territori e prossima alle popolazioni rurali e montane, svolge un ruolo importante per aiutare a comprendere e rispettare consapevolmente l’ambiente e, nel contempo, agisce con prontezza e fermezza  per contrastare le illegalità sia di tipo organizzato che comune, anche quando i reati hanno una matrice internazionale…». [xiii]

E’ qui evidente il taglio conferito al Convegno, il cui aspetto più rilevante è quello inerente alle attività di polizia a tutela dell’ambiente, sul piano sia preventivo sia repressivo. Tutto bene, però va detto che questa specifica finalità dei Carabinieri non giustifica né la militarizzazione di un preesistente corpo civile di polizia giudiziaria, né autorizza le Forze Armate nel loro insieme a fregiarsi del titolo di difensori dell’ambiente, i cui equilibri ecologici sono viceversa pesantemente compromessi proprio dalle attività militari, per non parlare di quelle esplicitamente belliche.

Tutela ecologica VS devastazione ambientale

poligoniFa quindi amaramente sorridere che, in quel contesto, la ministra Trenta abbia disinvoltamente dichiarato:

«Potrebbe sembrare un paradosso, ma se le aree su cui insistono da 50/60 anni molti poligoni militari sono oggi considerate Siti di Interesse Comunitario e rappresentano molto spesso un polmone verde per le regioni che le ospitano, la ragione è da ravvisarsi anche nel fatto che esse sono state interdette a quella edilizia speculativa che ha invece devastato tante zone pregiate del nostro territorio, soprattutto in prossimità delle coste». [xiv]

Ebbene sì, onorevole professoressa e capitana della riserva, quello da lei enunciato è effettivamente un paradosso, che vorrebbe farci credere che le tante aree impiegate per devastanti ed inquinanti esercitazioni militari sarebbero considerate di interesse naturalistico proprio in quanto ‘protette’ dalla rassicurante presenza militare. Continuando in tale assurdo sillogismo, ne deriva che, per tutelare i valori ambientali di tanti territori del nostri Paese, la soluzione più efficace sarebbe quella di assoggettarli a sempre nuove servitù militari…!

La triste verità, invece – per citare un articolo apparso nel 2015 sul sito dell’UNRIC (un organismo dell’UNU) – è che “l’ambiente è una vittima della guerra troppo spesso dimenticata[xv]. La tragica realtà che abbiamo tuttora davanti agli occhi, ci dimostra che, mutuando il titolo d’un saggio francese di ecologia politica, “la natura è un campo di battaglia[xvi] sul quale si esercitano le forze oscure di un capitalismo selvaggio e cinico, che non esita a ricorrere al ‘razzismo ambientale’,  colpendo soprattutto i più marginali, ed a ‘finanzializzare’ cinicamente perfino la crisi ecologica.

«La ‘riservatezza’ sulle questioni militari […] ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei gravissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra. Pur essendo poco o per nulla finanziato, si sta gradualmente sviluppando un filone di ricerca grazie al quale si cerca di approfondire la relazione tra guerra e ambiente, tenendo conto non solo della guerra ‘guerreggiata’, ma dell’intero sistema che – coinvolgendo tutti i settori della società – contribuisce alla preparazione materiale, tecnica, umana della guerra, e scarica sugli ecosistemi le conseguenze di tale preparazione. La guerra, quindi, vista non solo come evento o serie di eventi, ma come un processo sistemico che cattura, trasforma e infine degrada (termodinamicamente) enormi quantità di materia e di energia (oltre che di denaro) sottraendole ad altri destini e producendo materiali inquinanti e tossici per tutte le forme di vita sulla Terra».[xvii]

Alla faccia della tutela della biodiversità! Le aree occupate dai militari per i loro ‘giochi di guerra’ e gli stessi mari dove si esercitano pericolosi natanti sono oggetto di molteplici forme d’inquinamento ambientale, da quello da residui tossici a quello chimico, dall’acustico all’elettromagnetico, fino a giungere al più insidioso e pervasivo: la contaminazione nucleare.

«Ironia della storia, il pianeta non è meglio difeso e protetto da coloro che si autoproclamano suoi difensori, ossia le forze armate, Il loro peso ed il loro impatto nel deterioramento del mondo non può che aggravare le crisi ambientali che conosciamo, crisi capaci di innescare nuovi conflitti. I militari fanno parte del problema prima di far parte, eventualmente, della soluzione […] Pensare in funzione della biodiversità vuol dire integrare il fatto che più dell’80% dei conflitti armati scoppiati tra il 1950 ed il 2000 si situano nelle zone più ricche e diversificate quanto a specie protette». [xviii]

La demistificazione che Ben Cramer – il polemologo francese docente all’Università di Parigi – fa dell’ossimoro che presenta i militari come difensori dell’ambiente, lo porta a formulare anche alcuni suggerimenti per fermare più credibilmente questa preoccupante corsa verso l’autodistruzione. Oltre a “climatizzare il Pianeta”, provvedendo ad arrestare con mezzi bio-ingegneristiche il riscaldamento globale, bisogna “ripulire l’atmosfera” ma soprattutto occorre “uscire dalla logica MAD”, la follia della ‘mutua distruzione assicurata’ che fatalmente accompagna l’escalation nucleare. Per Cramer, insomma, bisogna non solo riconvertire, riciclare e cambiare modello di sviluppo, ma soprattutto “disinquinare smilitarizzando” senza rinunciare ad “ecologizzare la difesa”.

«Il clima paranoico, col crescendo di odi e sovrapproduzione di nemici, rischia non soltanto di militarizzare le nostre società, ma parallelamente rischia di interferire con lo sviluppo, l’approfondimento e la connessione dei valori ecologisti e pacifisti». [xix]

Per un approccio ecopacifista

green-dove-1A questo punto mi sembra chiaro che bisogna demistificare lo pseudo-ambientalismo delle Forze armate, pur riconoscendo la funzione di un organo civile e qualificato di polizia ambientale, capace di prevenire e di reprimere i reati in materia. Non basta però smascherare i goffi tentativi di camuffamento dei militari, che usano la mimetica per farsi credere difensori della natura e farci dimenticare la loro pesante impronta ecologica sulla terra, i mari ed i cieli del nostro Paese.

Bisogna infatti rilanciare in Italia un forte ed unitario movimento ecologista tuttora latitante e spesso compromesso da posizioni ambigue e di comodo. Soprattutto, credo che sia assolutamente necessario collegare le battaglie ambientaliste con quelle pacifiste, come ho affermato in precedenti interventi e nel mio opuscolo dal titolo ‘L’Ulivo e il Girasole’, nel quale chiarivo anche i principi fondamentali di un approccio ecopacifista, in Italia ancora poco conosciuto e ancor meno praticato.

«L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alle lotte per la difesa degli equilibri ecologici e per l’opposizione al militarismo ed alla guerra. Con questo termine andrebbe invece caratterizzata un’impostazione etico-politica ed un programma costruttivo globale nei quali la nonviolenza attiva si manifesti sia nella salvaguardia dell’ambiente naturale e di tutte le forme di vita, sia nella ricerca di soluzioni costruttive e non armate ai conflitti […] Vi sono…alcune battaglie in cui la saldatura fra le due componenti del binomio ecopacifista risultano più evidenti. Sono quella contro la corsa agli armamenti e la moltiplicazione di scenari bellici, apportatori di morte ma anche di enormi disastri ambientali; quella contro il nucleare civile e militare; quella contro la globalizzazione che annienta le diversità biologiche ed umane, sottoponendo l’economia alla tirannia del profitto e militarizzando sempre più le società».[xx]

Ritengo infatti che solo un’impostazione ecopacifista possa farci uscire dall’equivoco che i vari Ministeri della Difesa si occupino di difendere l’ambiente e che a salvare il Pianeta ed i suoi equilibri ambientali possano essere quei soggetti la cui c.d. missione è invece tra le prime cause di sprechi energetici, di inquinamento del Pianeta e di devastazione e contaminazione dell’ambiente, oltre a sottrarre risorse sempre maggiori agli investimenti sociali, educativi e sanitari.

Se, infatti, è auspicabile che i militari si decidano finalmente a ridurre la loro ‘impronta ecologica’, bisogna però smascherare il pericoloso imbroglio di chi cerca di farli passare ora per amorevoli boy scout, ora per una versione aggiornate delle disneyane ‘giovani marmotte’.

L’ecopacifismo, per citare un docente catalano di ecologia politica:

«È una relazione sistemica essenziale che deve essere evidenziata e affrontata prima che sia troppo tardi. Significa anche che i precetti della cultura della pace devono diventare parte dell’ambientalismo e che i precetti ambientali devono diventare parte del pacifismo e dell’antimilitarismo. La questione va ben al di là di quella che potrebbe essere un’alleanza tattica tra i movimenti sociali per la giustizia globale». [xxi]

Non ci resta, allora, che demistificare l’ecologismo in salsa grigioverde, contrapponendogli un movimento ecologista e pacifista unito, più consapevole del proprio ruolo e, soprattutto, capace di mobilitare la coscienza di tanti giovani, che dovrebbero diventare protagonisti del loro futuro e, prima ancora, adoperarsi affinché il loro futuro non sia compromesso irrimediabilmente dal suicidio iperconsumista e dalla persistente follia della guerra.


N O T E 

[i] “Difesa e ambiente: al via la terza conferenza internazionale” (13.11.2018)  in: Ministero della Difesa> https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Difesa-e-ambiente-al-via-la-terza-conferenza-internazionale-.aspx

[ii] Ibidem   (sottolineature mie)

[iii] Ermete Ferraro, “L’insostenibile leggerezza della sostenibilità” (15.05.2015), AgoraVox Italia > https://www.agoravox.it/L-insostenibile-leggerezza-della,63977.html

[iv]  Ebe Pierini, “Difesa e ambiente” (26.11.2017), Carabinieri.it > http://www.carabinieri.it/editoria/natura/la-rivista/home/tematiche/ambiente/difesa-e-ambiente  (sottolineature mie)

[v] Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ufficio nazionale per il Servizio Civile, La Difesa civile non armata e nonviolenta (DCNAN), Roma, 30.01.2006 > http://www.serviziocivile.gov.it/media/561235/DCNAN-30-gen-06.pdf  (sottolineature mie)

[vi]  Environnement , Ministère de la Défense > https://www.defense.gouv.fr/sga/le-sga-en-action/developpement-durable/environnement  (traduzione e sottolineature  mie)

[vii] National Defence and Canadian Armed Forces, Greening Defence  > http://www.forces.gc.ca/en/business-environment/index.page  (traduzione e sottolineature mie)

[viii] Department of Defense, Global Change.gov > https://www.globalchange.gov/agency/department-defense (traduzione e sottolineature mie).  Che il Pentagono USA sia il principale inquinatore a livello mondiale è rivelato dall’articolo: “Environmentalists are Ignoring the Elephant in the Room: U.S. Military is the World’s Largest Polluter” (22.05.2017) by Washington’s Blog > https://www.globalresearch.ca/environmentalists-are-ignoring-the-elephant-in-the-room-u-s-military-is-the-worlds-largest-polluter/559159. Un altro interessante articolo americano sul rapporto fra militari ed ambiente è sintetizzato in: Gar Smith, “The Environmental Destruction Wrought by War” , An excerpt adapted from: GAR SMITH, The War and Environment Reader.September 20, 2017 > http://www.earthisland.org/journal/index.php/articles/entry/environmental_destruction_war/

[ix]  Dept. of Defence, Environmental Management, Australian Govt – DOD > http://www.defence.gov.au/Environment/ (traduzione mia)

[x]  Ermete Ferraro, “Generale, quelle 5 stelle…” (11.06.2018), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.com/2018/06/11/generale-quelle-5-stelle/

[xi]  Enrico Ferrigno, “Abolizione della Forestale, il Comandante regionale arringa su Fb: ‘Protestate con Renzi’ “ (24.07.2014), Il Mattino > https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/forestale_comandante_costa_terra_fuochi-512999.html

[xii] Carmelo Leo, “Sergio Costa ministro dell’Ambiente: è il generale che ha combattuto la Terra dei fuochi” (31.05.2018), la Repubblica > https://www.repubblica.it/ambiente/2018/05/31/news/sergio_costa_ministro_ambiente_governo_conte-197374509/

[xiii] “3^ Conferenza internazionale sull’ambiente ‘Biodiversità: motore della vita sulla terra’ (09.11.2018), La Dea della Caccia > https://www.ladeadellacaccia.it/index.php/3-conferenza-internazionale-sullambiente-biodiversita-motore-della-vita-sulla-terra-55212/  (sottolineature mie)

[xiv] “Difesa e ambiente” in: Ministero della Difesa, cit.

[xv]  Cfr. https://www.unric.org/fr/action2015-cop21/3636-lenvironnement-une-victime-de-la-guerre-trop-souvent-oublieeUn interessante ed accurato studio comparativo sul rapporto tra militarizzazione dei siti e protezione ambientale in tre Paesi (Francia, Regno Unito e U.S.A.) è: Peter Coates, “Defending Nation, Defending Nature? Militarized Landscapes and Military Environmentalism in Britain, France, and the United States”, Environmental History, Volume 16, Issue 3, 1 July 2011, Pages 456–491 > https://academic.oup.com/envhis/article/16/3/456/457490

[xvi] Razmigh Keucheyan, La nature est un champ de bataille, Essai d’écologie politique, La Découverte > https://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index-La_nature_est_un_champ_de_bataille-9782355220586.html (traduzione mia)

[xvii]  Elena Camino, “Guerra, ambiente, nonviolenza” (23.05.2016),  Torino, Centro Studi Sereno Regis > http://serenoregis.org/2016/05/23/guerra-ambiente-nonviolenza-elena-camino/

[xviii]  Ben Cramer, Guerre et Paix…et Ecologie – Les risques de la militarisation durable, éd. Yves Michel, 2014, pp. 20 …. 26 (trad. mia); vedi anche il suo articolo del 2016 “Pour un état d’urgence démocratique”: > http://www.yvesmichel.org/pour-un-etat-durgence-democratique-par-ben-cramer/

[xix] Cramer, op. cit., p. 234

[xx]  Ermete Ferraro,  L’Ulivo e il Girasole – Manuale per un progetto di coordinamento delle azioni ecopacifiste di VAS Onlus-APS. Napoli, 2014, ISSUU.COM  pubblicato come e-book e scaricabile all’indirizzo: https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d p. 4.   Vedi anche: Idem, “Ecopacifismo: visione e missione” (12.11.2011),  postato sulla pagina di E.F in: GandhiTopia (India) > http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione

[xxi] David Llistar i Bosch, “Convergence of environmentalism and antimilitarism. Metabolism, geopolitics and anti-cooperation” ,  Generalitat de Catalunya, Per la Pau – Peace in Progress , N° 5 (Nov. 2010) > http://www.icip-perlapau.cat/e-review/issue-5-november-2010/convergence-environmentalism-and-antimilitarism-metabolism-geopolitics-and-anti-cooperation.htm

© 2018, Ermete Ferraro

La ‘cattiva scuola’ di guerra (2)

Mobilitare la Napoli che ‘ripudia la guerra’

PAXCHRISTINAPOLI

Logo pacifista ideato da Pax Christi Napoli

Lo scorso luglio ho pubblicato un articolo riguardante l’ipotizzata istituzione a Napoli di una “scuola di alta formazione per gli ufficiali delle forze armate della U.E.” , per utilizzare la pomposa quanto eufemistica dizione utilizzata dall’allora Ministra delle Difesa Pinotti.[i]  A distanza di quattro mesi, devo segnalare che  qualcosa si sta finalmente muovendo dopo la denuncia di questa incredibile vicenda, che riguardava non solo le politiche del Governo Gentiloni e di quello attuale in materia di difesa, ma in primo luogo la decisione assunta dalla Amministrazione comunale di Napoli, guidata da Luigi de Magistris, passivamente avallata dal Consiglio Comunale.

Dal mese di ottobre, infatti, è stata attivata su facebook una pagina – dal promettente titolo NAPOLI CITTÀ DI PACE [ii] – nella quale è trattata regolarmente proprio tale questione, a partire dall’appello NO ALLA SCUOLA DI GUERRA A NAPOLI!, divenuto oggetto di una petizione, che in pochi giorni ha raccolto più di 500 firme. [iii] Il documento sottoscritto riepiloga i punti essenziali della sconcertante vicenda, puntualizzando la discutibile operazione amministrativa che ha portato all’accordo tra Comune di Napoli, Ministero della Difesa e Ministero degli Interni, ma soprattutto la clamorosa contraddizione politica fra i proclami pacifisti di Luigi de Magistris ed una scelta che i fatto prelude all’istituzione di una ‘scuola di guerra’ in un Comune dichiaratosi Città di Pace.

«Le cittadine e i cittadini della Napoli simbolo della resistenza al nazi-fascismo e che ripudia la guerra chiedono, in via tanto più urgente, al sindaco De Magistris e ai consiglieri comunali delle due ultime due consiliature di fare chiarezza, documenti alla mano, sul cambio di destinazione d’uso della Caserma ‘Nino Bixio’. Nel 2014 viene firmato il progetto Unesco, affinché la ‘Nino Bixio’ (di proprietà comunale ed inizialmente destinata ad attività sociali, sanitarie, educative, turistiche e di pace) diventi la prima scuola di guerra europea per la formazione di ufficiali. Si nasconde dietro il nome della ‘Nunziatella’, l’istituzione scolastica dove si “educano” all’arte militare i ragazzi italiani, ma in realtà è un’altra cosa: nella ‘Nino Bixio’ verranno “specializzati” militari adulti di tutta Europa, già formati al conflitto armato. Il Comune di Napoli ha permutato lo storico edificio di via Monte di Dio (la Nino Bixio) con una palazzina della zona, rinunciando di fatto a un canone di fitto di quasi mezzo milione di euro. L’operazione si è chiusa nel febbraio del 2017 e un mese dopo il sindaco ha portato in Consiglio Comunale la proposta di delibera “Napoli città di pace”, affermando principi contraddetti dai tre anni di lavoro intenso speso su finalità belliche.»

Questa pagina monotematica – promossa da attivisti di varie organizzazioni ma rivolta a tutti i cittadini/e napoletani che ‘ripudiano la guerra’ – è divenuta in breve tempo non solo una risorsa informativa su questioni difficilmente affrontate dai c.d. mainstream media, come quelle inerenti l’incessante militarizzazione della società o il prospero commercio delle armi, ma anche un polo di aggregazione del dissenso nei confronti di decisioni scellerate e pericolose per la pace e la sicurezza degli abitanti. Non a caso, i contributi postati su questa pagina riguardano soprattutto il “pasticciaccio brutto” dell’accordo trilaterale per allargare la ‘Nunziatella’ nella storica area di Pizzofalcone e per dar vita ad una scuola militare della U.E., ma cercano anche di far luce su ciò che sta accadendo intorno a noi – troppo spesso a nostra insaputa – per attuare politiche difensive comuni a livello comunitario. Tutto senza intaccare la cappa militarista derivante dalla nostra supina adesione alla N.A.T.O., ma piuttosto affiancandole ulteriori strutture ‘difensive’ europee.  Una nuova fase sembrerebbe essersi aperta dal 6 novembre 2018,  con l’entrata in carica del gen. Claudio Graziano come nuovo presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea (C.M.U.E. – E.U.M.C.) [iv] Quella che sembrava solo un’ipotesi remota, quindi, potrebbe diventare per Napoli una preoccupante realtà.

Vertici tricolori della Difesa Europea, Mogherini consule

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Il Gen. Claudio Graziano

L’Amministrazione comunale della nostra Città non è in buona salute e lo si riscontra ogni giorno. Le carenze finanziarie e le scelte amministrative sbagliate sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, ma ancora più grave è l’assenza di punti fermi che rinviino a decisioni strategiche sul futuro di Napoli. Si riceve, invece, l’impressione di una continua, schizofrenica, oscillazione tra la sensazione d’onnipotenza dei vertici politico-amministrativi comunali e la loro tangibile impotenza nel risolvere problematiche ordinarie ma d’importanza fondamentale per i cittadini, come trasporti, gestione del verde pubblico e del ciclo dei rifiuti, manutenzione di strade e impianti pubblici etc.

In tale desolante contesto, potrebbe sembrare poco urgente – o comunque poco ‘popolare’ – affrontare questioni come quella dell’accordo Comune-Difesa-Interni per assicurare alla nostra Città una ‘prestigiosa’ scuola militare europea. A qualcuno, infatti, potrebbe apparire una concessione all’antimilitarismo di principio, un inutile andare a cercare il pelo in un uovo già deteriorato o, peggio, solo una paranoia pacifista.  Eppure chi ha seguito la nostra pagina sa bene che non è così. Il ricordato insediamento dell’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, gen. Claudio Graziano, al vertice del Comitato Militare della U.E. rappresenta infatti un segnale molto chiaro in direzione della creazione  d’un apparato difensivo comunitario che, senza mettere minimamente in discussione l’Alleanza Atlantica, rafforzerà e potenzierà l’interventismo armato dell’Italia nei vari scenari conflittuali, garantendo ottimi affari alle industrie belliche. Per citare un articolo pubblicato dal sito web del Ministero della difesa:

«I militari italiani garantiscono infatti un contributo fondamentale per l’Unione Europea, non solo in termini di partecipazione numerica, ma anche per la qualità professionale dimostrata in decenni di partecipazione alle operazioni della UE. Parimenti, la nomina del Generale Graziano è anche un riconoscimento del ruolo politico-strategico giocato dal nostro Paese, che crede profondamente nella necessità della creazione di un sistema di Difesa europea».[v]

Si direbbe allora che la ‘scuola di guerra’ evocata dal nostro appello-petizione non sia più solo una vaga ipotesi, se si tiene conto anche di un’altra mossa effettuata di recente sulla scacchiera della difesa europea: la nomina del Vice Comandante generale dell’arma dei Carabinieri al vertice europeo del C.G.C.C., ossia il Comando Civile della Gestione delle Crisi. Il generale Coppola – napoletano ed ex allievo della ‘Nunziatella’ – a Bruxelles è andato infatti a dirigere un organismo che coordina le dieci ‘missioni’ dell’U.E. nelle aree di crisi sullo scenario euro-mediorientale.

«Il Generale di C.A. dei Carabinieri Vincenzo Coppola, già vice Comandante generale dell’Arma, gestirà il Civilian Planning Conduct Capability (Cpcc) all’interno del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (Seae) alle dirette dipendenze dell’Alto Rappresentante della Politica Estera Ue – Federica Mogherini. Sarà il Comandante Operativo di tutte le Missioni civili dell’Unione Europea di Polizia, di assistenza giudiziaria, protezione civile e di monitoraggio elettorale».[vi]

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Il Gen. Vincenzo Coppola

Non lasciamoci ingannare dal fatto che si faccia riferimento ad ‘operazioni di polizia internazionale’, oppure che l’aggettivo ‘civile’ caratterizzi tali ‘missioni’.  Il gen. Coppola vanta in effetti una notevole carriera militare anche come capo del team della N.A.T.O. nello scenario della guerra che ha lacerato l’ex Jugoslavia – e adesso è stato incaricato di affrontare nuovi aspri conflitti, fra cui quello che sta attualmente dilaniando la Libia, coinvolgendo molto da vicino l’Italia ed i flussi migratori che si dirigono verso le nostre coste.

«Le attenzioni di Coppola saranno concentrate soprattutto, in questa fase iniziale del suo mandato, sulla questione libica dove sarà necessario fare arrivare stabilmente una missione che ora fa base a Tunisi, spostandosi nel territorio dell’ex Tripolitania due volta a settimana. Ancora troppo poco per fare la differenza. Ma la partita degli equilibri internazionali si gioca anche a Rafah, Striscia di Gaza dove si registrano tensioni». [vii]

La coincidenza di due alti ufficiali italiani ai vertici militari europei, insomma, gioca a favore della candidatura del nostro Paese ad ospitare la scuola di alta formazione per gli ufficiali delle forze armate della U.E., tanto auspicata dall’allora Ministra Pinotti e probabilmente non sgradita a chi attualmente guida dopo di lei il dicastero italiano della Difesa.

La Capitana Elisabetta Trenta. specializzata professionalmente nel settore della sicurezza militare internazionale, ha infatti operato in Iraq, Libano e Libia, in particolare come consigliere politico della Difesa a Nassiriya nell’ambito della ‘missione’ Antica Babilonia 9, ed è stata Vicedirettore del Master in Intelligence e Sicurezza della Link Campus University, nonché ricercatrice e dirigente di consorzi che si occupano di questi settori. [viii]  Insomma, è una che se ne intende e che, prima di assumere l’incarico, aveva dichiarato che, da ministra, avrebbe puntato a «…investire nel personale e nella tecnologia per assicurare al paese forze armate più moderne e più capaci di fronteggiare le nuove minacce». [ix]  E’ poi la stessa che, pochi giorni fa, ha dichiarato di voler inviare in Campania altri 200 militari a presidiare i siti di stoccaggio dei rifiuti [x] e che si dice abbia  “fortemente voluto” il bellicoso spot ministeriale ‘Combat’, in occasione delle celebrazioni per il 4 Novembre. [xi]

Un assurdo gioco delle tre carte

In attesa di segnali più chiari, cerchiamo intanto di capire che cosa si è mosso da agosto 2015 in direzione dell’attuazione del Protocollo siglato nel 2014 da Pinotti Alfano e de Magistris [xii] e delle successive delibere – di giunta e poi consiliare – con la quali si “approvava ed autorizzava” la c.d. ‘permuta’ della Caserma della P.S. ‘Nino Bixio’ a Monte di Dio, di proprietà comunale, con un immobile di proprietà statale non lontano, l’ex convento di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone.  Qual è stato il seguito di quella molto discutibile decisione dell’Amministrazione Comunale, assunta quattro anni fa e che il Sindaco ebbe retoricamente a definire “Una giornata storica per la città di Napoli” ? [xiii]  Ebbene, a parte la formalizzazione e pubblicizzazione del dettagliato progetto La grande Nunziatella Europea”, col quale l’associazione nazionale Ex Allievi della Nunziatella ha promosso l’istituzione napoletana come «prima Scuola Militare europea» [xiv], non è successo praticamente nulla. Anzi, a prima vista si direbbe che ciò che si è verificato negli ultimi anni vada in tutt’altra direzione.

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Il ‘Gran Quartiere di Pizzofalcone’

  • Il ‘Gran Quartiere di Pizzofalcone’ [xv] dove è ubicata la Caserma ‘Nino Bixio’ – ossia il rinascimentale palazzo Carafa di Santa Severina, già sede dell’Ufficio Topografico del Regno borbonico e tuttora dell’Archivio Militare di Stato – continua tranquillamente ad ospitare il IV Reparto mobile della Polizia di Stato di Napoli. Nelle previsioni, questa struttura della P.S. avrebbe invece dovuto trasferirsi nella Caserma ‘Boscariello’ di Miano, uno degli immobili oggetto dello scambio trilaterale tra Comune, Difesa ed Interni.
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    Demolizione di parte della Caserma ‘Boscariello’ di Miano

    Il problema è che tale immobile, nel frattempo, è stato destinato alla demolizione, in modo da poter ospitare la nuova ‘Cittadella dello Sport’, nell’ambito del c.d. ‘Progetto Scampia’ ed in vista delle Universiadi. Lo testimonia un articolo de Il Mattino di poco più di un anno fa, nel quale si riferisce della cerimonia inaugurale dei lavori cui partecipò, oltre all’allora Ministro dello Sport Luca Lotti, anche il Sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, che era stato presente alla firma dell’accordo che destinava la ‘Boscariello’ alla Polizia di Stato. [xvi] Va ricordato, poi, che solo un mese prima di tale cerimonia il sindaco de Magistris aveva deciso di trasferire ‘temporaneamente’ in quella struttura i Rom di Scampia, dopo l’incendio del campo di Cupa Perillo.[xvii]

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    Ex Convento di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone

    L’ex convento delle suore agostiniane di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone – il terzo immobile dell’accordo, di proprietà statale e scambiato ‘alla pari’ col suddetto Palazzo Carafa – un edificio cinquecentesco annesso all’omonima chiesa, ormai piuttosto degradato – frazionato in ben 80 unità immobiliari, è stato da lungo tempo adibito ad uso residenziale.

Ne deriva che l’indebitato Comune di Napoli, avendo incoscientemente rinunciato agli oltre 450 milioni annui che prima introitava per il fitto alla Difesa della ‘Nino Bixio’, si trova ora proprietario di un palazzo dal quale può ricavare molto di meno. Sembrerebbe allora che l’unico soggetto che tragga profitto da questo gaddiano ‘pasticciaccio brutto’  sia il Ministero degli Interni, che non deve più pagare al Comune il canone di locazione per la Caserma della P.S.. Viceversa, anche il dicastero della Difesa appare in difficoltà, non potendo – almeno per ora – attuare il progetto della scuola militare europea, al tempo stesso ampliando la ‘Nunziatella’ ed accrescendone il prestigio internazionale.

A questo punto nasce spontanea una domanda: è mai possibile che fino a qualche mese fa non si sia levata nessuna voce di dissenso, o quanto meno di dubbio, su questo incredibile pasticciaccio politico-amministrativo? A giudicare dai documenti ufficiali, non solo non c’è stata opposizione alcuna alla ‘bastardata di Pizzofalcone‘, ma addirittura si direbbe che su questo strano affaire si sia registrato un inspiegabile consenso trasversale. Basti pensare che la delibera di giunta n. 29 dell’8 luglio 2015 – presentata a firma del Sindaco de Magistris e dell’Assessore al Patrimonio Fucito  – fu approvata a voti unanimi dagli otto amministratori presenti e, soprattutto, che la conseguenziale deliberazione del Consiglio Comunale (n° 46 del 6 agosto 2015) fu adottata altrettanto all’unanimità dai 27 consiglieri presenti, compresi diversi rappresentanti dell’opposizione.

Per sentirsi levare una voce di dissenso nel merito, dunque, bisogna giungere all’agosto 2017, quando la professoressa Francesca Menna (appartenente al Gruppo Consiliare del Movimento Cinque Stelle) ha finalmente denunciato la sconcertante vicenda di ciò che ha esplicitamente chiamato ‘scuola di guerra’, con un intervento molto duro, testimoniato da un video. [xviii]  Peccato che la stessa rappresentante dei Cinque Stelle nel giugno 2018 abbia dato le dimissioni, in dissenso con le scelte politiche del Movimento e, si suppone, della sua bellicosa Ministra…

Che fare? Controinformazione, opposizione e resistenza.

città di paceDi fronte al muro di gomma che ha finora smorzato ogni critica o distinguo, l’unica soluzione praticabile ci è sembrata quella di fare appello direttamente ai cittadini di quel Comune che, con la modifica al proprio Statuto nel marzo 2017, si è autoproclamato “Città di Pace e di Giustizia”. [xix]

Il documento alla base della petizione lanciata dalla pagina facebook “Napoli Città di Pace” ha già raccolto un migliaio di firme ed ancor di più solo coloro che la seguono ed interagiscono con i contributi in essa pubblicati. La petizione – la cui sottoscrizione prosegue su vari canali di raccolta delle firme – si chiude con una richiesta: «…al sindaco de Magistris e ai consiglieri delle due ultime consiliature comunali di fare chiarezza su tale questione (ovviamente documenti alla mano) in occasione di un’assemblea pubblica che si terrà a Napoli a dicembre».  Il primo passo, infatti, è fare luce sul senso di tale scelta e sulle prospettive alle quali essa era stata finalizzata.  E’ comunque evidente che l’unica soluzione per uscire da quest’assurda situazione sarebbe la revoca dell’accordo sottoscritto dal Comune di Napoli coi due ministeri della Difesa e degli Interni, dal quale l’amministrazione cittadina risulta chiaramente penalizzata in termini economici, oltre a far emergere stridenti (seppur soffocate) contraddizioni politiche all’interno della stessa maggioranza.

Tutto questo, fra l’altro, non può non tener conto dei preoccupanti scenari internazionali, che vedono l’Italia stretta tra la morsa dell’arroganza con cui il Presidente degli Stati Uniti esige un aumento del contributo finanziario da parte dei Paesi europei aderenti alla N.A.T.O. e l’incalzante  tendenza a consolidare sempre più i legami di cooperazione e coordinamento della difesa fra gli stessi membri della U.E., ivi compresa la formazione dei quadri militari. E’  istruttivo, a tal proposito, leggere i documenti ufficiali dell’European Security and Defence College (E.S.D.C.), la cui ‘mission’ è così esplicitata:

« Il Collegio Europeo per la Sicurezza e la Difesa (ESDC) è stato istituito nel 2005, con la finalità di provvedere un’educazione di livello strategico nella Politica Europea di Sicurezza e Difesa, ora chiamata Politica Comune di Sicurezza e Difesa (CSDP).[…] I destinatari della formazione comprendono pubblici ufficiali, diplomatici, appartenenti alle forze dell’ordine e personale militare proveniente dagli Stati membri della U.E. e da istituzioni coinvolte nel CSDP…» [xx].

Scorrendo le pagine del sito web ci s’imbatte in una pluralità di tematiche ‘civili’ che sarebbero oggetto di formazione a livello europeo, fra cui la protezione dei rifugiati e dei migranti, la risposta alle emergenze umanitarie, lo sviluppo della cooperazione, i diritti umani, le relazioni multilaterali e perfino le questioni concernenti il clima, l’ambiente e l’energia, la cultura e l’innovazione e le relazioni economiche. Ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze: l’allargamento del concetto di ‘difesa’ e di ‘sicurezza’ serve solo a nascondere le vere finalità delle forze armate, che hanno assai poco a che vedere con l’assistenza umanitaria o le sedicenti ‘missioni di pace’. Un segnale evidente, per quanto ci riguarda come cittadini italiani, è stata la brusca ‘svolta’ del Ministero della difesa che, dopo le proteste dei generali per gli spot che presentavano i militari come volenterosi e paciocconi boy scout, in occasione delle celebrazioni per il 4 novembre 2018 ha infine deciso di mostrare il “volto guerriero dei soldati italiani, sempre nascosto dietro la retorica delle ‘missioni di pace’ “, per riprendere le parole del citato commento di Di Feo su la Repubblica. [xxi]

maxresdefaultDel resto, che le nostre forze armate non si occupino solo di presidiare strade e discariche o di soccorrere terremotati ed alluvionati è dimostrato dal fatto che i nostri militari sono impegnati attualmente in 50 ‘missioni’ attive in 21 paesi esteri, con l’impiego di 6.000 soldati ed una spesa di 900 milioni di euro (gen – set. 2018), come sintetizza un recente articolo su lenius.it [xxii]

E che gli scenari di guerra che ci si preparano siano sempre più inquietanti è testimoniato anche dalle imponenti manovre militari congiunte della NATO denominate ‘Trident Juncture 2018’, svolte lo scorso Ottobre in Norvegia sotto il comando dell’Amm. James Foggo, il numero uno del J.F.C. di Napoli-Lago Patria. [xxiii]    Per non parlare, poi, delle esercitazioni pan-europee per fronteggiare spaventosi (e palesemente illegali) attacchi bellici del tipo C.B.R.N. (chimici, batteriologici, radiologici e nucleari) che, sempre nel mese di Ottobre, sono state ospitate dalla ‘Scuola Interforze per la difesa N.B.C.’, che – come pochi sanno – opera invece stabilmente presso la Caserma ‘Verdirosi’ di Rieti. [xxiv]

Insomma, i nostri pseudo-boy scout sembrerebbero aver finalmente gettato la maschera buonista e ci mostrano con chiarezza quale futuro ci aspetta in un mondo dominato dalle logiche militari e dagli interessi delle industrie belliche.  Vogliamo fornire loro, a casa nostra e a spese nostre, anche una ‘prestigiosa’ accademia dove possano giocare alla guerra ed esercitarsi nelle loro ‘arti oscure’ ?

Le cittadine e i cittadini  della Napoli che ripudia la guerra esprimono con forza il loro NO e faranno tutto quanto è possibile per bloccare questo ennesimo, subdolo, tentativo di asservire Napoli, Città di Pace, agli interessi del complesso militare-industriale.

© 2018 Ermete Ferraro

N O T E —————————————————————————————————


[i]  Ermete Ferraro, La ‘Cattiva Scuola ‘ di guerra (10.07.2018) > https://ermetespeacebook.com/2018/07/10/la-cattiva-scuola-di-guerra/

[ii] Visita la pagina facebook  del Gruppo > https://www.facebook.com/napolicittadipace/

[iii]  Visita il sito di ‘Change.org’ che ha diffuso la petizione e raccolto le adesioni ad essa >  https://www.change.org/p/amministrazione-comunale-di-napoli-no-alla-scuola-di-guerra-dell-ue-a-napoli?recruiter=31022423&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition&fbclid=IwAR19HAvNnMvI9a5OvHFPMoj20vsuC_460IOs-j4yO7oQu0Q9I3vpqQqemfw

[iv] “UE: il Generale Graziano nominato Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea”  07.11.2018) > https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Generale-Graziano-nominato-Presidente-del-Comitato-Militare-Unione-Europea.aspx

[v] Ibidem

[vi] Giuseppe Fiore, “Le novità al vertice europeo del Comando civile della Gestione delle Crisi” , Start Magazine > https://www.startmag.it/mondo/le-novita-al-vertice-europeo-del-comando-civile-della-gestione-delle-crisi-cpcc/?fbclid=IwAR3Y6PshN0px21Xuibp_kNJf4PHO6fheuGvq9fZhbuRS2N2vy1nPR0If7hI

[vii] “Il gen. Vincenzo Coppola vola a Bruxelles: guiderà le missioni civili europee” (19.09.2018), TGCom24 > https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/ll-generale-vincenzo-coppola-vola-a-bruxelles-guidera-le-missioni-civili-europee_3164054-201802a.shtml

[viii]  Vedi:  “Elisabetta Trenta: chi è, curriculum del ministro della difesa M5S” (01.07.2018) , Termometro Politico > https://www.termometropolitico.it/1305595_elisabetta-trenta-chi-e-curriculum-ministro-difesa-m5s.html

[ix] Piera Matteucci, “Elisabetta Trenta ministro della difesa: un’esperta di sicurezza con l’ombra del reclutamento dei mercenari in Libia” (31.05.2018) la Repubblica > https://www.repubblica.it/politica/2018/05/31/news/elisabetta_trenta_difesa_governo_conte-197374627/

[x] Valentino Di Giacomo, “Il ministro Trenta: ’Duecento soldati in Campania per presidiare gli impianti dei rifiuti” (nov. 2018  ) Il Mattino > https://ilmattino.it/primopiano/cronaca/rifiuti_isis_intervista_ministro_difesa_elisabetta_trenta-4090325.html

[xi] Cfr. Gianluca Di Feo, “Difesa: arrivano gli spot ’guerrieri’ voluti dalla ministra Trenta per il 4 novembre” (22.10.2018), la Repubblica > https://www.repubblica.it/politica/2018/10/22/news/difesa_arrivano_gli_spot_combat_per_il_4_novembre-209687116/

[xii] Cfr. articolo del 15.11.2014 sul sito web del Ministero della Difesa > https://www.difesa.it/Il_Ministro/sottosegretari/Gioacchino_Alfano/Eventi/Pagine/ProtocolloIntesaDifesaInternoComuneNapolieDemanio.aspx?fbclid=IwAR2MCBesKgQgbnvF7bbNCs8alDh9rpAQqeozkcyvhwD-1WHAADnCwbrM__w

[xiii]  Guardare l’istruttivo video di Pupia.tv che mostra la cerimonia della Nunziatella e la firma dello ‘storico’ protocollo d’intesa > https://www.youtube.com/watch?v=W-eT7ZgPAz0&feature=youtu.be&fbclid=IwAR1pMO3ypYlvypfFztW9M-j2OiG_uMvt-764pyh75LFbcyyopY_9j1b01rA

[xiv] https://nunziatella1787.eu/wp/wp-content/uploads/2016/04/www.nunziatella.it_public_Rosso%20Maniero_Progetto_Europa.pdf?fbclid=IwAR2wTpcwp170RzTrguYBUCyC5WF5MyHigYx8oZe8vhTJXT3cidnbT9zMB_4

[xv]https://it.wikipedia.org/wiki/Gran_Quartiere_di_Pizzofalcone?fbclid=IwAR1ZsiyuDLwPAzmzITWgFdzAJTI6WKSd8fpmvWmJDNzKjgKwB6QUe4DEi28

[xvi] Dario del Porto, “Va giù la caserma Boscariello, qui nascerà la cittadella dello sport” (26.10.2017), Il Mattino > [xvi] https://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/10/26/news/va_giu_la_caserma_boscariello_qui_nascera_la_cittadella_dello_sport-179393856/

[xvii] Davide Schiavon, “Rom in caserma, Moschetti: ‘Si aggiunge degrado a degrado. Daremo battaglia’ “ (02.09.2017), Napoli Today > http://www.napolitoday.it/cronaca/rom-scampia-cupa-perillo-caserma-boscariello-miano.html

[xviii] Vedi intervento della Cons. Francesca Menna (M5S) nel corso della seduta consiliare del 1° agosto 2017) > https://www.youtube.com/watch?v=EcSNVbXgpP0&feature=youtu.be&fbclid=IwAR1Q8LTURCuBDBJlofsIcBEUoIAa00S6yFWkIhY8iR5vYVJ7e-4EAtk75F4

[xix] “Consiglio, nello Statuto c’è ‘Napoli Città di Pace e Giustizia” (20.03.2017) Ex Partibus , con video della Web Tv del Comune di Napoli > https://www.expartibus.it/consiglio-nello-statuto-ce-napoli-citta-pace-giustizia/

[xx] “E.S.D.C. Mission” > https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage_it/4369/European%20Security%20and%20Defence%20College%20(ESDC)  (traduzione mia)

[xxi]  V.  https://www.repubblica.it/politica/2018/10/22/news/difesa_arrivano_gli_spot_combat_per_il_4_novembre-209687116/

[xxii] Fabrizio Ciocca, “ Missioni militari italiane nel mondo:dove sono, cosa fanno, quanto costano “ (17.09.2018) > https://www.lenius.it/missioni-militari-italiane-nel-mondo/

[xxiii] Manlio Dinucci, “Tridente NATO da Napoli al Nord Atlantico” (23.201018), Il Manifesto > video su: https://youtu.be/2Qhqw0_Lwgc

[xxiv] Visita: https://www.difesa.it/SMD_/EntiMI/ScuolaNBC/Pagine/default.aspx

Oh Capitini, mio Capitini…

Il messaggio di un insolito rivoluzionario

imagesGiusto cinquant’anni fa moriva Aldo Capitini, il maggior esponente italiano del pensiero nonviolento. Correva il 1968, un anno indimenticabile che ha lasciato una traccia indelebile nella storia di tanti di noi che il mezzo secolo lo hanno superato già da un po’.  Icastico simbolo di quella ‘rivoluzione culturale’ che sembrava preludere ad una vera e propria rivoluzione economica e politica, il Sessantotto ha rappresentato la cifra d’un cambiamento epocale, non generazionale, nel quale la figura di Capitini si era collocata in modo eccentrico, ma autenticamente rivoluzionario.

Certo, le foto in bianco e nero che lo ritraggono immerso tra i libri non ci trasmettono la sconvolgente diversità del profeta indiano della Nonviolenza oppure del carismatico leader dell’insurrezione senza violenza dei neri statunitensi. Diciamo la verità: era ed è oggettivamente difficile scorgere dietro quel distinto docente in grisaglia e cravatta, dal mite sguardo incorniciato da spessi occhiali  da miope, un pericoloso rivoluzionario. Eppure egli è stato il miglior interprete in Italia di quella dirompente azione nonviolenta che Gandhi chiamava satyagraha. Il solo che sia riuscito a coniugare lo spirito radicale del vero democratico con la profonda spiritualità d’una religiosità laica ma al tempo stesso onnicomprensiva.

« Capitini aveva formato intere generazioni di giovani all’antifascismo durante gli anni ’30 e ’40, e poi altre generazioni all’esercizio della democrazia, con i Centri di orientamento sociale, nell’immediato dopoguerra dal ’45 in poi. Era ora pronto alla formazione nonviolenta dei nuovi giovani del ’68, ma la morte prematura ha fermato il suo progetto. Capitini è stato un maestro, la sua missione principale è stata forse proprio quella educativa per le nuove generazioni. Il suo era un insegnamento critico, voleva educare alla libertà, alla consapevolezza, alla ricerca, alla lotta per un futuro migliore, voleva creare le condizioni di conoscenza perché poi ognuno potesse crearsi una coscienza liberata: la maieutica della nonviolenza. Il potere lo considerava un “cattivo maestro” perché la sua scuola sfornava discepoli critici  e non cittadini obbedienti, la scuola dell’obiezione di coscienza. Dunque era un buonissimo maestro». [i] 

Uno come me che si è avvicinato alla nonviolenza quattro anni dopo la sua morte,  proprio grazie alla scelta dell’obiezione di coscienza, ha subito percepito l’importanza dell’insegnamento di Capitini. La mia matrice cristiana e la precoce attenzione per un modello ‘aperto’ e comunitario di società, infatti, mi hanno fatto sentire fin da allora in sintonia con una visione che aveva i suoi pilastri portanti nel rifiuto della violenza, ma anche nella riconciliazione ‘religiosa’ tra politica e morale. Non è certo un caso che uno dei miei maestri sull’impervia strada dell’azione nonviolenta sia stato Antonino Drago, che di Capitini ha evidenziato la dimensione etica dell’agire politico, a partire dall’imperativo categorico del rifiuto della violenza omicida.

«La politica, non ricorrendo più all’uccidere, torna ad essere morale, e la morale torna ad essere il centro sia della vita interiore che della vita sociale di ogni persona, e così infine in ogni persona tornano a riunirsi il privato e il pubblico. In altri termini, con la nonviolenza, la fede e la politica si ricongiungono, l’operazione esattamente opposta a quella del machiavellismo politico». [ii]

E non è neanche un caso che i 45 anni in cui ho portato faticosamente avanti i miei ‘esperimenti con la nonviolenza’ mi abbiano ripetutamente messo di fronte alla difficoltà di coniugare questi due termini, perfino all’interno dei movimenti contro la guerra, in nome di una nonviolenza totalmente laica o di un pacifismo esclusivamente ideologico.  Eppure la dimensione religiosa – come giustamente ha osservato Rocco Altieri, uno dei suoi più attenti studiosi – è esattamente ciò che accomuna i profeti della nonviolenza, da Tolstoj a Gandhi, da Capitini stesso a Luther King.

«..volerla elidere porterebbe ad uno snaturamento e ad una riduzione della nonviolenza ad antimilitarismo , o a una tecnica strumentale della politica per conseguire certi risultati. L’aggiunta religiosa è nella centralità dell’atto di educare, nella consapevolezza che non ci può essere vera rivoluzione senza una conversione personale, senza un lavoro su se stessi, senza un cambiamento nei propri stili di vita, senza acquisire una capacità di gestire i conflitti in modo nonviolento». [iii]

 

La ‘persuasione’ come percorso attivo verso la verità

images (3)Il concetto stesso di ‘persuasione’ – una delle parole-chiave utilizzate da Capitini fin dagli anni Trenta – mi sembra particolarmente significativo se vogliamo comprendere la sua particolare visione ‘religiosa’. E’ infatti un termine che evidenzia un processo di lento avvicinamento alla verità più che una fede acritica ed assoluta. In tempi di totale smarrimento di ogni riferimento ideologico o, viceversa, di insidiose tendenze all’integralismo religioso, dunque, direi che l’insegnamento di Capitini riesce ancora ad indicarci una via diversa verso una visione ‘aperta’ e costruttiva dell’impegno politico. La ‘persuasione’ capitiniana, infatti, non è frutto di un indottrinamento ideologico, ma piuttosto un non facile percorso verso la ricerca attiva – non contemplativa – della verità, che fa appello alla coscienza individuale per poi portarla a diventare coscienza collettiva, la sola che può operare la trasformazione dal basso della società.

«Il profeta, in quanto volto alla realtà da liberare, è proteso verso il futuro. Anche l’utopista guarda al futuro. Ma il profeta non è l’utopista. La differenza sta in ciò: mentre l’utopista disegna una stupenda struttura di società ideale ma ne rinvia l’attuazione a tempi migliori, il profeta comincia subito, qui e ora. […] L’utopia comincia domani, e può anche non cominciare mai; la tramutazione comincia oggi e non ha mai fine».[iv]

La prassi, d’altra parte, non dovrebbe mai diventare azione fine a se stessa, pratica politica priva di un orizzonte etico, al punto da degenerale nel cinico pragmatismo della Realpolitik. La bussola – c’insegnavano sia Gandhi sia Capitini – dovrebbe essere sempre la ricerca di un’intrinseca coerenza tra fini e mezzi, elemento indispensabile perché l’azione politica possa dirsi nonviolenta e vada oltre un generico – o peggio strumentale – pacifismo.  La via della persuasione prevede  quella “educazione permanente” di cui Capitini è stato il precursore anche sul piano pedagogico, poiché gli risultava evidente che tale ‘itinerario’ necessita di formazione, d’incontri, di scambi, di apertura alla diversità, di confronti assembleari.

«In questo programma dell’educazione permanente […] l’apertura alla compresenza ed all’omnicrazia porta, direi, la spina dorsale, coordinando le occasioni e gli stimoli […] Inoltre l’apertura all’omnicrazia, che è l’esercizio continuamente costruttivo delle assemblee, spinge pressantemente all’educazione permanente, perché le assemblee affrontano problemi, e i problemi bisogna conoscerli, approfondirli, vederne i precedenti, i riferimenti, le soluzioni proposte…». [v]

La costruzione di una strategia alternativa di liberazione dalle strutture di oppressione e di violenza, quindi, passa per una formazione continua, che ci aiuta a comprendere la complessità dei problemi ma, soprattutto, a confrontarci quotidianamente e costruttivamente con gli altri. Non però nella chiave di quel sempre più  diffuso relativismo culturale ed etico che induce a ritenere che tutti abbiano ragione e che una verità effettiva non esista. La ricerca della verità – in Gandhi come in Capitini – è sì un processo graduale, che si fonda sull’esperienza di ogni giorno, ma è caratterizzata dallo sguardo profetico di chi persegue un traguardo che superi la banalità del quotidiano, purtroppo spesso degenerata nella arendtiana ‘banalità del male’ .[vi]

L’aggettivo permanente si applica peraltro anche alla ‘rivoluzione’ teorizzata da Capitini, che può essere tale proprio perché nonviolenta ed aperta al confronto. Una rivoluzione che rimette il potere al centro dell’azione politica, conferendogli una connotazione etica ed una dimensione collettiva.

«Che cosa fare? La risposta è questa: non isolarsi, non cercare di affrontare e risolvere i problemi importanti da ‘isolati’ […] Per il problema sommo che è ‘il potere’, cioè la capacità di trasformare la società e di realizzare il permanente controllo di tutti, bisogna che l’individuo non resti solo, ma cerchi instancabilmente gli altri, e con gli altri crei modi di informazione, di controllo, di intervento. Ciò non può avvenire che con il metodo nonviolento, che è dell’apertura e del dialogo, senza la distruzione degli avversari, e influendo sulla società circostante per la progressiva sostituzione di strumenti di educazione a strumenti di coercizione. La sintesi di nonviolenza e di potere di tutti dal basso diventa così un orientamento costante per le decisioni nel campo politico-sociale. Si realizza in questo modo quella ‘rivoluzione permanente’ che se fosse armata e violenta, non potrebbe essere ‘permanente’, e sboccherebbe in un duro potere autoritario, cioè nella violenza concentrata dell’oppressione». [vii]

Il ‘potere di tutti’ come antidoto a elitismi di casta e populismi

images (1)Viviamo in tempi difficili. Ancor più ostici se ci si pone una prospettiva che metta al centro la pace, la giustizia ed il dialogo. Tecnocrazia, finanziarizzarione dell’economia, cinismo politico, divaricazione crescente delle differenze socio-economiche e crescita incontrollata della violenza a tutti i livelli – dall’interpersonale all’internazionale – non lasciano davvero molto spazio alla speranza in un mondo diverso e sembrano mortificare gli sforzi di chi si ostina a cercare di cambiarlo dal basso.  Una ‘maleducazione permanente’, inoltre, sembrerebbe essersi impossessata della nostra sempre più veloce e virtuale comunicazione, ridotta a freddo scambio mediatico, aspro scontro polemico e divulgazione di menzogne spacciate per dati di fatto.   Il movimento per la pace, a sua volta, già da molto tempo si dibatte tra divisioni interne ed appare bloccato dall’oggettiva difficoltà di trasmettere – e soprattutto di testimoniare – un messaggio profondamente alternativo in un contesto caratterizzato dal pensiero unico e dalla normalizzazione della violenza, da quella personale a quella degli eserciti.  Che fare, allora? La risposta ce l’ha data lo stesso Capitini, esortandoci a non isolarci, a cercare la collaborazione degli altri, a ragionare in una prospettiva comunitaria.

«La comunità vale come intensificazione di quell’esercizio degli affetti e dei sacrifici altruistici che è la famiglia: ma non deve assolutamente perdere il vantaggio del rapporto con tutti, e quindi con i diversi. Essa è una delle forme di realizzazione tra ciò che proprio e ciò che è altrui, tra il vicino e l’altrui, tra l’affine e il diverso, tra l’omogeneo e l’eterogeneo». [viii]

Sembrerebbero parole lontane dalla nostra sensibilità, ottusa dal pervasivo ed egocentrico individualismo della cultura dominante, che ha da tempo messo da parte il ‘noi’ e che anche nella scuola tende ad esaltare l’affermazione personale, il successo formativo, perfino lo ‘spirito imprenditoriale’. Eppure non dobbiamo cedere allo sconforto ma, al contrario, dobbiamo cercare intorno a noi i segni di una realtà alternativa diffusa ma spesso slegata, dispersa e sconosciuta. Il primo passo, allora, è ricostruire la rete virtuosa delle esperienze di pratica nonviolenta a livello educativo, sanitario, culturale, economico e politico. E questo non certo per rinchiudersi in una ‘comunità’ di persone che la pensano allo stesso modo, bensì per ‘contagiare’ una realtà molto diversa e lontana da tali principi.

«La nonviolenza è generativa: può portare alla luce un’umanità più aperta, più felice, più in pace […] La nonviolenza è aperta: l’aggettivo che più qualifica Aldo Capitini […] Per lui l’educazione è lotta, è inquietudine per l’educatore che si fa profeta scomodo, dilaniato dalla consapevolezza delle storture del mondo, della sua iniquità, della violenza che affligge l’umano e si scaglia anche contro l’incolpevole non-umano. Chi educa dice no, è questa la sua parola d’elezione […] Certo, il no capitiniano alla realtà-come’essa-è è il volto inquieto del sì alla liberazione: a cosa servirebbe obiettare se non ci fosse quella tensione, quella apertura a un domani sperabile?» [ix]

Il ‘potere di tutti’, insomma, non è un’utopia teorica da vagheggiare, soprattutto in un momento storico che vede messa in crisi la democrazia rappresentativa tradizionale, senza però che si sia riusciti a creare alternative che non siano pericolosi cedimenti al populismo demagogico o alla tecnocrazia delle lobbies. Il  capitiniano potere di tutti deve tornare ad essere il fine dello sforzo collettivo per rendere le persone protagoniste della politica, in quanto individui associati da un fine comune e capaci di controllare il potere dal basso.

La democrazia diretta da lui predicata e praticata, però, non può essere confusa con un generico assemblearismo né banalizzata in un movimentismo che affida le scelte collettive solo al discutibile e parziale consenso di una ‘rete’ mediatica.  Il vero capovolgimento dell’attuale paradigma consiste nel far sentire ciascuno in grado di controllare ciò che deve essere e deve fare, recuperando i metodi caratteristici dell’alternativa libertaria e della democrazia partecipativa, riproposti in Francia negli anni ’70 dal socialismo autogestionario [x] , ma poi frettolosamente accantonati. La stessa cosa è accaduta negli anni ‘90 all’alternativa ecopacifista dei Verdi, i cui ‘pilastri’ fondanti contemplavano infatti, oltre alla prospettiva ecologista, anche la giustizia sociale, la nonviolenza e la democrazia dal basso. [xi]

Questo cinquantesimo anniversario, allora, dovrebbe farci riflettere seriamente sulle occasioni perdute, sugli errori commessi, ma soprattutto sulle prospettive di un’alternativa nonviolenta al cui centro ci siano la coerenza fra fini e mezzi, il potere di tutti ed una visione aperta e comunitaria della società. [xii]  La rivoluzione nasce anche da noi, qui e ora, diventando sempre più coscienti delle scelte che facciamo ogni giorno e riappropriandoci di quel pezzo di potere che abbiamo, ma troppo spesso rinunciamo ad esercitare.

«Bisogna prepararci tutti al potere per il bene di tutti, cioè per la loro libertà, per il loro benessere, per il loro sviluppo». [xiii]


N O T E

[i] Mao Valpiana, Editoriale in Azione Nonviolenta, 4 (2018) > https://www.azionenonviolenta.it/azione-nonviolenta-4-2018-editoriale-di-mao-valpiana/

[ii] Antonino Drago, “Le tecniche della nonviolenza nel pensiero di Aldo Capitini”, in Sindacato e società, rivista della CGIL regionale dell’Umbria, anno VI n. 5-6, Perugia, 1986, p. 21

[iii] Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta – Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Pisa, Serantini, 1998, p.9

[iv] Norberto Bobbio, introduzione a: Aldo Capitini, Il potere di tutti, Firenze, la Nuova Italia, 1969, pp. 31-32

[v]  Aldo Capitini, op. cit., pp.109-110

[vi]  Il riferimento è al celebre saggio di Hannah Arendt sulla ferocia nazista, intitolata: “Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil” (1963) > https://it.wikipedia.org/wiki/La_banalit%C3%A0_del_male

[vii]  Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza (1967),  Roma, Edizioni dell’asino, 2009 , pp.39-40

[viii] A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 108

[ix]  Gabriella Falcicchio, Profeti scomodi, cattivi maestri – Imparare a educare con e per la nonviolenza, Bari, la Meridiana, 2018, p. 11

[x]  Cfr. articolo di Wikipedia ‘Autogestion’ (https://fr.wikipedia.org/wiki/Autogestion) e, in particolare, il libro di Pierre Ronsavallon, L’Age de l’autogestion, ou la Politique au poste de commandement, collection Politique, 1976.

[xi]  Vedi: I quattro pilastri del Partito Verde (https://it.wikipedia.org/wiki/Quattro_Pilastri_del_Partito_Verde  e http://greenpolitics.wikia.com/wiki/Four_Pillars_of_the_Green_Party ).

[xii] Una sintesi del pensiero capitiniano, con utili indicazioni bibliografiche, è stata pubblicata sul numero monografico della rivista Azione Nonviolenta > https://www.azionenonviolenta.it/nel-50-anniversario-della-morte-19-ottobre-1968-2018-compresenza-di-aldo-capitini/

[xiii]  A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p 153


© 2018 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.org )

Nonviolenza alla pizzaiola

gandhi napoliGandhi si è fermato a Napoli?

Quando ho letto il titolo del libro di cui su Facebook si annunciava la presentazione, mi sono sentito incuriosito e provocato. Non capita spesso d’imbattersi in un romanzo intitolato in modo così intrigante da suscitare una sensazione al tempo stesso di piacere e di perplessità. Sono sicuro peraltro che “Gandhi si è fermato a Napoli” [i] –  il romanzo di Anna Maria Montesano di cui si discute lunedì 8 ottobre alla libreria ‘Iocisto’ [ii] – abbia ricevuto deliberatamente un titolo così provocatorio. Nel mio caso, poi, sentivo interpellata la mia storia personale in primo luogo come ecopacifista, che all’insegnamento di Gandhi sulla nonviolenza attiva si è abbeverato 46 anni fa, cominciando a frequentare, da obiettore di coscienza, il  gruppo storico dei ‘discepoli’ del professor Antonino Drago, che allora si riunivano nello storico palazzo Marigliano a S. Biagio dei Librai. [iii]Un secondo richiamo sollecitava anche la mia trentennale esperienza di napolitanologo, facendo riaffiorare nella mia mente – oltre ai dieci anni di esperienza come animatore sociale alla Casa dello Scugnizzo di Materdei, il ricordo d’un ancor precedente tentativo di traduzione napolitana d’un volantino sull’obiezione di coscienza, nonché l’indimenticabile filastrocca da me provocatoriamente composta in stile vivianesco nell’anniversario della presenza NATO a Napoli, recitata magistralmente durante quel corteo dal compianto Felice Pignataro.  Il terzo aspetto evocato dal libro, poi,  era la mia passione  per la letteratura umoristica, che mi ha consentito di guardare alle vicende più serie e gravi della vita con spirito un po’ distaccato, riuscendo a cogliere gli aspetti paradossali e ridicoli della realtà.

Ecco perché, appena mi sono imbattuto in un libro nel cui titolo s’intrecciava il ricordo del Mahatma Gandhi col riferimento geografico a Napoli ed ai suoi abitanti, evocando tra le righe anche il capolavoro di Carlo Levi, l’ho immediatamente acquistato e vi ho dedicato una lettura intensiva,  per soddisfare una naturale curiosità, ma anche per dissolvere l’iniziale diffidenza verso una lettura caricaturale o ‘macchiettistica’ di un tale personaggio. E a questo punto posso affermare che il non facile esperimento della Montesano è riuscito perfettamente. Mi sembra infatti che lo spericolato incontro ravvicinato del terzo tipo [iv] tra la gente della Napoli degli anni ‘30 e la complessa personalità del profeta della nonviolenza, col suo bagaglio di spiritualità indù e la sua spiazzante carica alternativa  – pur con qualche comprensibile semplificazione e cedimento alla leggerezza del divertissement – abbia messo chi legge in grado di comprendere che perfino una visione eticamente rigorosa e politicamente rivoluzionaria come quella gandhiana possa toccare nel profondo le corde emotive e la razionalità d’un popolo terragno beffardo ed anarchico come quello napolitano. E non mi riferisco solo al palese contrasto tra il suo “temperamento sanguigno” ed epicureo e la profonda spiritualità e stoica disponibilità al sacrificio che stanno a fondamento dell’Ahimsa di cui si la ’grande anima’ era espressione. Nel romanzo, tale ipotetico ‘corto circuito’ contrappone con esiti paradossali e perfino comici due visioni del mondo profondamente diverse che Inopinatamente, riescono comunque a comunicare e perfino ad empatizzare. Il mio riferimento al film di Spielberg, peraltro, non è casuale. Anche il saggio ‘santone’ indiano seminudo e sdentato, capitato fortunosamente a Napoli in compagnia d’un interprete e di una capretta, è  di fatto un ‘alieno’ per la povera gente della Sanità, che pur non manca di accoglierlo con rispetto e perfino con affetto.  Colpisce che ciò accade anche se quei popolani, pur sforzandosi, in quell’ometto strano non riescono a riconoscere nulla del politico arrogante sprezzante ed autoritario di cui stava facendo esperienza nell’era mussoliniana, ed ancor meno del classico ‘santo’, che la loro religiosità tradizionale legava inscindibilmente allo stupore magico per il potere di operare miracoli, certificandone le qualità taumaturgiche e garantendone anche la soprannaturale ‘protezione’. 

Santi, santoni e santarelle

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Una rara foto del viaggio di Gandhi a Roma (1931)

Non era casuale, del resto, neppure l’allusione dell’autrice al famoso romanzo autobiografico di Levi. Infatti anche il noto medico e pittore torinese – in quegli stessi anni ’30 confinato dal regime fascista in uno sperduto villaggio lucano per le sue idee comuniste – appariva un ‘alieno’ alla gente che vi abitava, imprigionata da una cultura magica e pagana senza tempo e la cui atavica e fatalistica rassegnazione è sempre stata sfruttata dai dominatori per assicurarsene il controllo.  Pur con le ovvie e profonde differenze, si può allora stabilire un raffronto tra il mondo chiuso e immobile del paesino della Basilicata in cui fu esiliato Levi, coi suoi irrisolti ed antichi problemi, e la realtà di un mortificata ex capitale come Napoli, in cui per qualche tempo si sarebbe trovato a soggiornare la figura simbolo dell’indipendenza dell’India. Plurisecolari dominazioni hanno per troppo tempo bloccato anche le potenzialità della sua gente, suscitandone però lo spirito ribelle, diffidente e beffardo con cui ogni Napoletano sa affrontare il potere.  Allo sforzo del colto medico ed artista piemontese per cercare di comprendere, con discrezione e rispetto, una realtà e mentalità profondamente differenti come quelle del profondo Sud, mi sembra che possa corrispondere la profonda curiosità ed apertura mentale del Mahatma per un mondo assai diverso da quello indiano, in cui si trova immerso perbreve tempo ma del quale riesce a cogliere lo spirito ospitale e l’innatagenerosità.

Certo, come confessa la stessa autrice nelle note finali del libro, Gandhi si è fermato a Napoli è nato un po’ per scommessa, come un’esercitazione letteraria, un divertissement. Mi sembra però che il risultato sia andato oltre queste premesse, sviluppando una storia che riesce a divertirci ma anche a farci riflettere sul potere creativo di ciò che la Montesano chiama ‘concordia’. Lei la chiama anche ‘umanità’, evocando la radice comune che dovrebbe spingerci a superare le ‘diversità’, soprattutto ora che una stagione politica perversa cerca di enfatizzarle sempre più, alimentando diffidenze, odi e rivalità. Direi che il senso del romanzo va oltre questo lodevole e condivisibile invito all’apertura del cuore e della mente, da non confondere con un generico appello al ‘volemose bene’.   La storia narrata dalla scrittrice, infatti, lascia intravedere la difficoltà della comunicazione non soltanto rispetto all’ovvia contrapposizione tra potenti e poveracci, dominatori e sudditi. Il distacco e l’imbarazzo provato dal Gandhi accolto trionfalmente a Roma da non meno imbarazzati esponenti del regime mussoliniano nel 1931 è facilmente immaginabile. I documenti fotografici e cinematografici che hanno registrato quella storica visita [v] rendono con evidenza lo sconcertante contrasto visivo tra le schiere degli impettiti gerarchi nerovestiti e l’esile figura del profeta della nonviolenza, avvolto nel suo dhoti bianco.   Il fatto è che il distacco emerge anche fra il ‘popolo’ che Gandhi conosceva ed a cui rivolgeva la sua autorità morale e quello che, pur incuriosito e disponibile, lo accoglie nei vicoli di Napoli. Il senso di disagio e di spaesamento sembra impadronirsi infatti sia del ‘santone’ che alla Sanità decide di fermarsi per stare fra gli ultimi, “povero i poveri”, sia degli abitanti di quel vivace rione, nei quali il reverente rispetto e l’innato senso dell’ospitalità si mescolano ad altrettanto disagio e spaesamento di fronte alla rigorosa visione etica e religiosa di quel ‘santo’ uomo…

L’umorismo sgorga proprio dalla contrapposizione tra la vitalistica e paganeggiante filosofia esistenziale della gente di Napoli e la rigoristica nonviolenza di quel vecchietto con gli occhiali che sfida i potenti, non mangia carne, non beve vino e per di più si porta a spasso un capretta….. I casigliani di via S. Teresa – ci spiega l’autrice – sono brave persone, gente semplice, sospesa tra religiosità tradizionale e cauta apertura alle dottrine comuniste. Fatto sta che essi non hanno perso  i loro naturali ‘sani appetiti’ e perciò ascoltano con istintiva diffidenza i precetti spirituali e morali della Grande anima, pur tentando rispettosamente – quanto maldestramente – di assecondarli.

Così parlò il Mahatma Gandhi…

71j4gONrCWL._SY445_La reazione spontanea dei novelli seguaci di Bapu, al di là dell’ammirazione per la rivoluzione che quel vecchietto testardo quanto sorridente è riuscito a scatenare in India, credo sia efficacemente riassumibile nell’ingenua quanto irriverente domanda che il più colto fra loro gli pone:

«Maestro, ma com’è che, solo con i vostri metodi pacifici, state per ottenere l’indipendenza dalla potente Inghilterra? Cosa gliene importa agli Inglesi del vostro digiuno e della rinuncia al sesso? Fossi al posto loro vi direi: – Non volete mangiare? Non vi piacciono le femmine? Embè, a noi invece piacciono assai e mangiamo alla faccia vostra! – Anche se, caro Bapu, Gustavo ci ha detto che la cucina inglese fa talmente schifo che, se fossi un soldato del re, farei pure io il digiunatore insieme con gli Indiani!». [vi]

La spassosa commedia degli equivoci – grazie all’abile conduzione narrativa della Montesano – continua in tante altre pagine, in cui alle nobili affermazioni di Gandhi, ad esempio sulla protesta nonviolenta attraverso l’astensione dal lavoro, fanno seguito le scombinate ed azzardate azioni di sciopero, inscenate in modo improvvisato da alcuni lavoratori del condominio. E qualche donna, inviperita di fronte alle ‘fesserie’ che mettono a serio rischio la certezza della ‘mesata’, per richiamare il coniuge alla ragione ricorrerà a sua volta alla ‘disobbedienza civile’, in una inconsapevole versione partenopea dell’aristofanesco ‘sciopero delle mogli’. [vii]   Lo stesso Mahatma, che aveva deciso di scoprire la zona di Capodimonte passeggiando da solo nel suo stravagante abbigliamento, finirà con l’essere ricoverato in una clinica psichiatrica. Sarà perfino rapito da un gruppo di salumieri e macellai, seriamente preoccupati per la diffusione nel rione delle sue esotiche idee vegetariane. La sparizione misteriosa di quello che i gerarchi fascisti ritengono un bizzarro rompiscatole con qualche rotella in meno, a sua volta, darà lo spunto per altri divertenti equivoci, sullo sfondo di una Napoli natalizia. Il suo clima festaiolo e gaudente viene infatti funestato dalle brusche indagini tra i condomini delle ‘camicie nere’ e degli sgherri dell’OVRA, ma anche dall’insostenibile clima di ‘quaresima’ che la presenza del santone ha involontariamente suscitato fra quella povera gente.

I divertenti dialoghi e la sequenza rocambolesca degli eventi riportano alla mente l’umorismo del romanzo ‘filosofico’ di Luciano De Crescenzo, ma anche la vivace scrittura di Pino Imperatore, seguendo la scia d’un umorismo sanguigno che ben si adatta al temperamento dei Napolitani, con la loro innata tendenza a sacralizzare ciò che è profano ed a profanare ciò che è sacro. Ecco allora che, ad esempio, per gli improvvisati discepoli di Gandhi l’emulazione della storica ed eroica ‘marcia del sale’ [viii] si ridurrà a una scalcagnata marcia su Mergellina, con immancabile ‘partitella’ a pallone.  Il bello è che lo sforzo dei popolani del quartiere Stella per assimilare in qualche modo l’antica saggezza e la moderna lezione rivoluzionaria dell’insegnamento di Gandhi è parallelamente ricambiato dallo sforzo del Mahatma per comprendere la sanguigna ed epicurea natura dei suoi ospiti.

De nobis fabula narratur

«Il popolo partenopeo ha una natura felice, è generoso, pacifico, ospitale; dunque, perché volerlo snaturare assimilandolo a una cultura che non è la sua? […] La loro è una natura invincibile che, per quanto possa deviare per un tratto, ritorna sempre a se stessa. E i coinquilini se ne sono accorti, tant’è che il loro rapporto con il grande uomo è più affettuoso che mai, scevro da soggezione e incomprensioni, com’è stato nei primi giorni della loro conoscenza». [ix]

E’ forse questa la ‘morale della favola’ che l’autrice ci propone, intrecciando con la sua fantasia la biografia di Gandhi con la quotidianità di bidelli e muratori, pescatori e casalinghe. Una morale che è tale nel più profondo significato del termine, come insegnamento etico del ‘piccolo grande uomo’ indiano a tutti noi.

«Perciò – scriveva effettivamente il Mahatma più di 70 anni fa – dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola d’oro della nostra condotta è la tolleranza reciproca. La coscienza non è la stessa per tutti. Quindi, mentre essa rappresenta una buona guida per la condotta individuale, l’imposizione di questa condotta a tutti sarebbe un’insopportabile interferenza nella libertà di coscienza di ciascuno». [x] 

20180428_190417Ebbene, di fronte al suo saggio invito alla tolleranza, che pur partiva da premesse rigorose e testimoniate con coerenza eroica fino alla morte, credo che non ci resti che comportarci di conseguenza. Quelli che Gandhi chiamava ‘esperimenti con la verità’  possono e devono contagiarci qui e ora, spingendoci a cercare insieme la strada più idonea per sconfiggere la distruttività della lotta armata e delle guerre con la forza costruttiva di una resistenza che sa fare a meno della violenza, senza essere mai viltà o rassegnazione passiva all’ingiustizia.

La nonviolenza non dovrebbe mai diventare l’altarino teorico sul quale bruciare l’incenso della nostra ammirata emulazione per un modello lontano, ma piuttosto il banco di prova della nostra coerenza, quotidiana e concreta, di servitori e testimoni della verità.  Da molti anni a Napoli – come nel resto d’Italia – ci sono tanti uomini e donne di buona volontà che non hanno mai smesso di mettere in pratica questa lezione, mantenendo vivo, pur tra mille difficoltà, l’insegnamento gandhiano e, più in generale, la proposta di una risoluzione nonviolenta e creativa dei conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali.  Basti pensare ai movimenti pacifisti storici, agli educatori alla pace, a chi lotta contro la militarizzazione del territorio e a chi continua a studiare ed a proporre la teoria e la pratica della difesa civile nonviolenta, come alternativa concreta – e vincente – alla guerra.   Ma se a ricordarci questo profondo insegnamento è valsa anche la leggerezza di un romanzo come quello della Montesano, credo che bisogna rendergliene merito,  ringraziandola per averci ricordato, sia pur in modo scherzoso, una lezione di vita  “antica come le montagne”.

N O T E ————————————————————————————————–

[i] Anna Maria Montesano, Gandhi si è fermato a Napoli, Napoli, ed. Homo Scrivens, 2018 > https://www.ibs.it/gandhi-si-fermato-a-napoli-libro-anna-maria-montesano/e/9788832780543

[ii] V. la pagina facebook della libreria ‘Iocisto’ dedicata all’evento > https://www.facebook.com/events/270965787092344/

[iii] Cfr. un mio post di sei anni fa: Ermete Ferraro, “Oggi e sempre obiezione!” (2012), Ermete’s Peacebook >https://ermetespeacebook.com/2012/12/16/oggi-e-sempre-obiezione/

[iv] Il riferimento è ovviamente al celeberrimo film di Steven Spielberg, del 1977: Close Encounters of the Third Kind > https://it.wikipedia.org/wiki/Incontri_ravvicinati_del_terzo_tipo

[v]  Vedi, in particolare, il documento filmato dell’Istituto Luce > https://www.youtube.com/watch?v=GdzxTJojLz0

[vi] A. M. Montesano, op. cit., p. 27

[vii]  Il riferimento è alla commedia di Aristofane Lisistrata, che racconta di una singolare quanto efficace protesta delle donne greche contro la guerra, ricorrendo allo sciopero del sesso > https://it.wikipedia.org/wiki/Lisistrata

[viii] Uno dei classici episodi di disobbedienza civile degli Indiani, guidati da Gandhi in questa protesta nonviolenta contro il colonialismo inglese > https://it.wikipedia.org/wiki/Marcia_del_sale

[ix]  Montesano, op. cit., pp. 157-158

[x]  M. K. Gandhi, Antiche come le montagne (1958), Milano, Mondadori, 1987, p. 193 (ripubblicato  nel 2009 negli Oscar Mondadori)  > https://www.ibs.it/antiche-come-montagne-libro-mohandas-karamchand-gandhi/e/9788804586517

Il buio oltre la siepe…

buio oltre sietepL’estate sta finendo – ci ripeteva una vecchia canzone – e la maggioranza degli italiani è già tornata alle proprie attività ordinarie, siano esse di studio, di lavoro, domestiche o di altro genere. L’estate sta finendo, certo, ma per molte persone da settembre non è cambiato nulla, visto che la loro esistenza continua (e continuerà…) a trascinarsi nella miseria, nella precarietà e nella continua, talvolta disperata, ricerca di come andare avanti. Si tratta ovviamente dei tanti poveri che vivono nelle nostre città – quegli ‘invisibili’ [i] che in troppi si ostinano a non vedere o ad evitare –  ma anche delle sempre più numerose schiere di migranti che incontriamo per strada, sulle quali si è esercitata per mesi la retorica becera di un populismo intollerante e sempre più esplicitamente razzista.

Ma non è di questa preoccupante deriva culturale e politica che voglio parlare, bensì di un più  preciso e specifico fenomeno, cui con un po’ di buona volontà si potrebbe offrire una risposta concreta e positiva. Mi riferisco ad un aspetto della difficile vita quotidiana dei migranti, in particolare di colore, che li ha visti spesso vittime di gravi incidenti stradali, talvolta mortali. Quelli cui capita di passare in auto per la Domiziana, d’estate e non solo, infatti, hanno sicuramente già notato quanto sia maledettamente pericoloso per i tanti neri che si trovano a vivere in zona percorrere quotidianamente, in bicicletta oppure a piedi, questa superstrada a scorrimento veloce, soprattutto dopo il tramonto. Si tratta di giovani braccianti, venditori di varia mercanzia sulle spiagge, ragazzini e perfino intere famigliole che si spostano da e verso i maggiori centri abitati che ospitano comunità straniere, principalmente africane, come Castel Volturno.

bici 3Basti pensare che qui vivono migliaia d’immigrati in prevalenza irregolari, le cui condizioni di vita sono ai limiti del sopportabile e la cui presenza è vissuta con crescente diffidenza dai cittadini. Le statistiche parlano ottimisticamente di circa 4.000 persone straniere (il 15% dei residenti), con una stragrande prevalenza di immigrati provenienti dai Paesi dall’Africa sub-sahariana, in primo luogo Nigeria e Ghana, ma anche Liberia, Costa d’Avorio, Togo, Sierra Leone, Sudan e Niger. Si tratta di circa il 60% degli ‘ospiti’ di questa città, che vi abitano in modo spesso precario e che da essa quotidianamente si spostano nei dintorni, per continuare a sopravvivere in qualche modo. Un quadro di tale preoccupante situazione – cui il precedente governo aveva deciso di guardare con più attenzione, attivando un piano d’interventi coordinati da un commissario straordinario, ce l’offriva un articolo di alcuni mesi fa:

«Edifici abusivi terreno di spaccio e prostituzione, indebitamente occupati dalla potente mafia nigeriana: gli extracomunitari arrivano dall’Africa in alcuni casi con l’intento di delinquere, in altri, invece, sono vittime degli accadimenti. Problemi noti a chi da anni opera sul territorio, col proposito di migliorarne la vivibilità: “Povertà estrema, mancanza di reddito, un degrado ambientale frutto dell’abusivismo dilagante e di anni di abbandono da parte delle istituzioni – spiega Mimma D’Amico del Centro Sociale di Caserta – Per rilanciare il territorio, occorre mettere in pratica un piano sistemico, che punti sulla formazione delle persone; il degrado c’è e va combattuto, a partire da un rifacimento delle fogne, dalla regolarizzazione delle persone e dal potenziamento dei servizi socio-sanitari.» [ii]

Ovviamente Castel Volturno è solo la punta di un iceberg molto più ampio e profondo. Sono centinaia, in Campania come in altre regioni italiane, le città che ospitano comunità di immigrati africani, i quali ogni giorno sono costretti a spostarsi, a piedi, in bus o in bici, dai luoghi della loro provvisoria residenza a quelli dove si svolge la loro attività di sussistenza. Basta sfogliare i quotidiani o leggere le notizie su Internet per rendersi conto che questo andirivieni è talvolta costato addirittura la vita a chi lo pratica. Parecchi ciclisti di colore, in particolare, sono stati vittime di gravi incidenti stradali, travolti da auto, moto o mezzi pesanti che talora non li hanno nemmeno visti, complice il buio ed il mancato impiego di fanalini, gilet catarifrangenti ed altri semplici presìdi di sicurezza stradale.

bici 6E’ questo il “buio oltre la siepe” cui metaforicamente mi riferisco nel titolo, citando il capolavoro della scrittrice statunitense Nelle Harper Lee.[iii]  Si tratta senza dubbio del buio della paura del diverso e del pregiudizio razziale che ottenebra la mente di troppi sovranisti xenofobi e pian piano rischia di oscurare anche le nostre coscienze. Ma, fuor di metafora, sto parlando più realisticamente del buio assoluto che avvolge di notte le superstrade, lungo le quali soprattutto bambini e lavoratori africani rischiano continuamente di essere investiti, con esiti generalmente gravi o letali. Uno degli episodi più recenti, conclusisi purtroppo tragicamente, si è verificato ad aprile in Puglia, a Melendugno, dove un 46enne locale in moto ha travolto un giovane immigrato della Guinea.

«Considerando una prima ipotesi, sembrerebbe che il salentino sia andato a finire sul ciclista, che – secondo una prima ricostruzione – pedalava senza alcun elemento che potesse fornirgli un minimo di visibilità nel buio di quella strada. L’impatto è stato così devastante che i due corpi sono finiti sulla corsia opposta, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro. Non si esclude il coinvolgimento di un terzo mezzo nell’incidente, probabilmente l’auto. I soccorsi sono scattati quando un automobilista di passaggio ha notato lungo la carreggiata la presenza di quei due corpi, con accanto le lamiere dei due mezzi coinvolti. Sul posto sono intervenute due ambulanze, ma purtroppo i sanitari del 118 non hanno potuto far altro che constatare il decesso dei due uomini: ogni tentativo di salvarli è risultato vano.». [iv]

Lo scorso maggio, poi, un giovane immigrato africano è stato travolto da un’auto in una zona centrale di Catania e successivamente non solo lasciato a terra pesto e sanguinante da chi l’aveva investito, ma perfino derubato della bicicletta da alcuni pseudo-soccorritori. [v]  Era già successo tante altre volte, come nel caso dei due immigrati investiti a Villa Literno nel 2016 [vi], oppure del marocchino 47enne in bici, travolto giusto un anno fa a Marcianise da un giovane motociclista drogato.[vii] 

Sono purtroppo tanti gli episodi del genere – di cui non si ha sempre notizia sui media – che si sono succeduti nel corso degli anni nelle regioni meridionali, in particolare in Sicilia e Campania. [viii]

Che cosa fare allora? E’ ammissibile che alle dure condizioni di vita degli immigrati debba anche aggiungersi il continuo rischio di perdere la vita sol perché, di notte, essi diventano ancora più invisibili?bici con gilet 1

A questa domanda qualcuno ha cercato di dare una risposta, spontanea ed efficace. Sono i coniugi Antonio e Antonietta Tartaglia, come di ha riferito un recente articolo da Foggia di Tatiana Bellizzi per la Repubblica:

«Un dono salva vita – Pettorine catarifrangenti gratis per tutti i migranti che la sera percorrono le strade buie di campagna in sella alle biciclette rischiando la vita. Il regalo arriva dai titolari di un negozio di articoli sportivi ad Orta Nova, nel Foggiano, un paese di poco più di 17mila abitanti, a forte vocazione agricola. Un piccolo centro che in questo periodo raddoppia la propria popolazione per la raccolta dei pomodori.[…] Un’iniziativa quella di Antonio, Antonietta e del figlio Gianpaolo, che pone nuovamente al centro dell’attenzione il tema della sicurezza stradale nel Foggiano. «Sappiamo che nel corso degli anni sono stati tantissimi i casi di investimenti mortali di africani avvenuti in particolar modo proprio lungo le strade che attraversano quelle campagne» raccontano Antonio ed il figlio Gianpaolo. ”Per questo abbiamo messo a loro disposizione le pettorine salva vita”.». [ix]

Questa esemplare ed originale iniziativa, ripresa dall’articolo, ha ispirato un nota esponente dell’associazionismo animalista, Mirella De Simone, che ha deciso di mettere a disposizione una discreta somma per darle seguito anche in Campania, appoggiandosi sul piano organizzativo all’associazione “Verdi Ambiente e Società” [x] di cui è sostenitrice da anni. Ovviamente noi del Coordinamento regionale per la Campania di V.A.S.- coordinato da Nicola Lamonica – ed del Circolo V.A.S. Napoli [xi] , di cui sono responsabile, abbiamo volentieri accettato questa offerta, continuando in tal modo ad operare nella tradizione di un’associazione che non limita mai il proprio intervento alla sola protezione dell’ambiente, ma è da sempre attenta alle problematiche sociali, ai diritti umani ed alla legalità.

L’iniziativa concordata, dunque, consiste nell’acquisto e donazione di almeno un centinaio di giubbetti catarifrangenti ‘salvavita’ ad un’associazione che si occupa della tutela dei migranti nell’area di Castel Volturno, proprio per cominciare a fronteggiare il triste fenomeno sul quale mi sono soffermato. Questi gilet ad alta bici gilet 2visibilità saranno del tipo omologato alla normativa in vigore (UNI EN 471) e saranno distribuiti quanto prima ad altrettanti immigrati probabilmente attraverso una storica realtà locale impegnata nel sostegno materiale e morale agli immigrati, il Centro Fernandes di Castel Volturno [xii], col cui direttore, il dott. Antonio Casale, abbiamo già preso contatto.

Che dire? Si sa che il bene è contagioso e, anche in questo caso, una ‘buona pratica’ di accoglienza ed attenzione ai più deboli può dar vita ad altre simili, nello spirito di solidarietà sociale ed umana che dovrebbe ricordare a tutti di “restare umani” e non cedere alla tentazione di parlare sempre di ‘noi’ in strumentale contrapposizione a ‘loro’. Di recente il Papa ha espresso sostengo per un’iniziativa della Caritas internazionale a sostegno dei rifugiati e dei migranti dal titolo “Condividiamo il cammino”.[xiii]  Ebbene, in tal modo anche noi di V.A.S., nel nostro piccolo, intendiamo dare il nostro contributo affinché il ‘cammino’ di questi nostri fratelli possa diventare più sicuro ed essi smettano finalmente di restare ‘invisibili’ o, peggio, di essere usati come semplici numeri, su cui agitare la propaganda politica.

© 2018 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.org )


N O T E

[i] Era questo l’efficace titolo di un programma televisivo sui c.d. ‘senza fissa dimora’,  curato da Marco Berry e trasmesso da Italia1 in sette puntate, dal 2003 al 2004 > https://it.wikipedia.org/wiki/Invisibili . V. anche > http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9ac9cfd7-1ebf-46f6-9406-184a0f83bb5f.html

[ii] Roberto Alpino, “Viaggio a Castel Volturno dove vivono 15000 immigrati irregolari”  (20.02.2018) , Euronews > http://it.euronews.com/2018/02/20/castel-volturno-citta-dei-migranti

[iii] Vedi la voce “Il buio oltre la siepe” in Wikipedia.it > https://it.wikipedia.org/wiki/Il_buio_oltre_la_siepe_(romanzo)  e “To Kill a Mockingbird” in en.wikipedia > https://en.wikipedia.org/wiki/To_Kill_a_Mockingbird

[iv] Federica Sabato, “Tragedia nella serata: travolti in moto e in bici, due morti” (04.04.2018), Il quotidiano di Puglia > https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/sulla_melendugno_lecce-3648139.html

[v] Redazione, “Sono nero, non ho diritto anch’io di essere aiutato?” (27.5.2018), Newsicilia.it > https://newsicilia.it/cronaca/sono-nero-non-ho-diritto-anche-io-di-essere-aiutato-giovane-investito-e-lasciato-a-terra-sanguinante-a-catania/326293

[vi] Fabio Mencocco, Investe e uccide due immigrati  in bici, poi scappa…” (30.05.2016),  ilmattino.it > https://ilmattino.it/caserta/travolge_due_immigrati_in_bici_e_scappa_villa_literno-1764113.html

[vii] “Caserta, positivo a 4 droghe, investe e uccide immigrato in bici”, sky-tg 24 > https://tg24.sky.it/cronaca/2017/09/11/caserta-incidente-moto-droga-immigrato-morto.html

[viii] Vedi, ad es., gli articoli seguenti: https://napoli.repubblica.it/dettaglio/immigrato-muore-travolto-in-bici-il-pirata-identificato-grazie-a-un-video/1698681 , http://trapani.gds.it/2017/02/16/migrante-in-bici-travolto-da-auto-a-marsala-il-sindaco-accusa-i-centri-daccoglienza_629612/ , https://castelvetranonews.it/notizie/attualita/selinunte/il-buio-sulla-strada-verso-selinunte-e-immigrati-in-bici-quanto-vale-una-vita-durante-la-notte/ , https://www.tp24.it/2018/02/02/cronaca/marsala-giovane-bicicletta-investito-trapani-unauto/117441

[ix] Tatiana Bellizzi, “I coniugi che danno le casacche salvavita in dono ai braccianti” (05.09.2018) , la Repubblica > http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/09/05/i-coniugi-che-danno-le-casacche-salva-vita-in-dono-ai-braccianti16.html

[x] “Verdi Ambiente e Società” Onlus-APS (acronimo: V.A.S.) è un’associazione nazionale di protezione ambientale operante dal 1991 e riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente. Il suo ambito di azione va ben oltre l’ambientalismo puro e semplice, in quanto i suoi circoli si occupano di tante altre tematiche di ordine sociale e culturale, dall’ecopacifismo alla protezione civile, dall’ecoturismo all’alimentazione naturale e libera da veleni, dall’impegno antimafia alla prevenzione degli incendi boschivi. Per approfondimenti visita il sito nazionale di V.A.S. >  http://www.vasonlus.it/

[xi] Su VAS-Campania e sul Circolo Metropolitano di Napoli visita il sito territoriale > http://www.vascampania.net/

[xii] Visita il sito web del Centro Fernandes > http://www.centrofernandes.it/storia.htm

[xiii] Cfr.: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/caritas-papa-sui-migranti-non-sono-minaccia-1542733.html  – http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-07-06/l-appello-papa-migranti-dio-vuole-nostre-mani-soccorrerli-113558.shtml?uuid=AE5Ux4HF  – http://www.ilgiornale.it/news/politica/migranti-papa-i-poveri-che-si-muovono-fanno-paura-chi-vive-1572761.html

La Civiltà del Sole come Ecotopia

di Ermete Ferraro (*)

 

I – L’UTOPIA CONCRETA DI UN ‘PRAGMATICO IDEALISTA’

antonio 4Sono trascorsi tre anni e mezzo da quando si è spenta la luminosa stella di Antonio D’Acunto, l’ingegnere napoletano settantaquattrenne che ha lasciato un segno notevole nella recente storia del movimento ecologista italiano, sia da consigliere regionale della Campania, sia come instancabile animatore di esperienze ambientaliste di base. L’Amministrazione Comunale di Napoli ha voluto giustamente onorarne la memoria con targa e medaglia, intitolandogli il nuovo Parco Ecologico di Piscinola. Il Sindaco de Magistris, nel corso della sua commemorazione ufficiale, lo dipinse sinteticamente come: «…un uomo mite, generoso, umile, un passionario, un gran combattente. Un uomo perbene. Un amico[i]  Anche un giornalista come Antonio Piedimonte lo ricordò con toni commossi nel suo articolo intitolato “Quel guerriero sorridente  che regalò alla Campania l’energia solare”, accostandolo fra l’altro ad un altro ecologista scomparso:

«…[con] Antonio Iannello, un altro grande protagonista della storia dell’ambientalismo che insieme con D’Acunto – amico e sodale – formò una straordinaria coppia di guerrieri, pacifici quanto inarrestabili. Due pragmatici idealisti, due giganti dalle cui spalle in molti hanno potuto scrutare un futuro diverso, magari non sempre realizzabile (a volte quasi mai) ma di sicuro migliore e perciò in grado di dare nuova forza alla speranza.» [ii]

Diversamente da quanto ho fatto in altre occasioni, volendone onorare la memoria da amico prima ancora che da collaboratore [iii] , ora però vorrei approfondire soprattutto la sua straordinaria ‘idea-chiave’, quella Civiltà del Sole sulla quale s’imperniava il testo della legge regionale d’iniziativa popolare della Campania n. 1/2013 di cui D’Acunto è stato primo firmatario[iv]] e presentatore ed alla quale è improntato il progetto che, in suo nome, continua a portare avanti la Rete associativa che egli ha fondato e presieduto. [v] Il rischio è che a questa pur suggestiva espressione nella mente degli interlocutori non corrispondano concetti chiari e precisi. Antonio D’Acunto, della cui profetica visione faceva parte questo concetto, non amava le frasi ad effetto ma vuote. Con questa efficace formula, infatti, egli aveva saputo sintetizzare un complesso percorso ideologico, frutto di decenni di militanza ambientalista e di riflessioni teoriche. Ecco perché cercherò di chiarirne il significato, esplicitando il profondo messaggio eco-sociale che D’Acunto ha voluto lasciarci in eredità.

CamPhRe2145cE’ evidente che quella espressione evocava “La città del Sole” , titolo dell’opera che il filosofo calabrese Tommaso Campanella scrisse nel 1602 [vi], ma – al di là dei facili riferimenti ai classici della letteratura ‘utopica’, da Platone a Thomas More, dallo stesso Campanella a Francis Bacon, da Fénelon a Swift, passando per Thoreau e giungendo ai giorni nostri – l’intento di D’Acunto era ben altro. Nei suoi scritti è rintracciabile una solida cultura filosofica e non mancano riferimenti al pensiero degli antichi, in particolare ai Presocratici, ma la sua teorizzazione della Civiltà del Sole aveva una finalità politica, nel senso più nobile del termine. Il suo intento era infatti eminentemente civile, cioè orientato alla concreta realizzazione di una società alternativa a quella attuale, resa invivibile da un modello di sviluppo energivoro ed anti-ecologico.

«E’ in questa profondissima innaturalità la causa della totale insostenibilità dell’attuale sviluppo e della società ad esso connessa. La Civiltà del Sole, con il pensiero la cultura e la scienza che la formano, è il necessario nuovo cammino dell’umanità per il suo progredire e il suo ritrovarsi con la natura.» [vii]

Le considerazioni filosofiche, scientifiche e tecnologiche di D’Acunto, dunque, perseguono sempre una finalità estremamente concreta e pragmatica: indicare un percorso di transizione ad una società rispettosa degli equilibri naturali, ma al tempo stesso rivolta al vero progresso dell’umanità. In questa sua “ricerca di un nuovo umanesimo” la Civiltà del Sole si pone come la stella polare da seguire.

II – DALLE DISTOPIE ALL’ALTERNATIVA ECOTOPICA 

Alcuni studiosi si sono soffermati sul fiorire, nella seconda metà del secolo scorso, di testi riguardanti le utopie ecologiche ma anche il loro contrario, le distopie di cui si è occupata la letteratura fantascientifica e fantapolitica, da Bradbury ad Huxley, da Orwell a Burgess. [viii]

«La constatazione delle disfunzioni e delle rotture ecologiche del mondo è un elemento centrale dell’orizzonte del pensiero e dell’ideologia dominante della società contemporanea […]  La critica pessimista e radicale all’impulso tecnologico appare in numerosi scritti distopici, ispirando più tardi nuove forme di progetto sociale che potremmo qualificare come ecotopici. […] L’utopia non può dunque essere definita come la costruzione immaginaria in contrapposizione alla società reale, ma è espressione della coscienza che una società ha d’istituire la sua stessa ragion d’essere.» [ix]

copertina-civilitas-solis2.jpgAnche la Civiltà del Sole proposta da Antonio D’Acunto non era affatto una mera ipotesi teorica né una fantasticheria idealista bensì un meditato progetto, che nasceva dalla dolente consapevolezza dell’insostenibilità d’un modello di socialità e di rapporto con la natura che, alimentato dal fideismo scientista e dal capitalismo imperante, ci è stato finora imposto come l’unico paradigma possibile. Ciò che egli si è sforzato di dimostrare nei suoi scritti, quindi, non era solo la necessità di abbandonare quanto prima un modello energetico vetusto, inquinante e giunto ormai alle soglie dell’esaurimento delle risorse fossili cui attinge. Ciò che in essi risalta, piuttosto, è l’esigenza  di una conversione ecologica più generale, che ci porti fuori dalla logica dello sfruttamento e del consumo, a loro volta dominati dall’accentramento/controllo delle risorse energetiche.

«La sostenibilità sta solo nel sole, e nel sole sta l’unica cura per la disintossicazione termica, chimica e fisica del Pianeta.  Prima si comincia, prima si attiva questo percorso verso la sostenibilità, e poi verso la rigenerazione del Pianeta. […] E’ banalmente vero tutto ciò, ma detto così esso resta completamente dentro la filosofia limitata e superata che ci portiamo dietro quando affrontiamo la questione dell’energia solare: il pensare ad essa come fonte sostitutiva dell’energia fossile. La rivoluzione dell’energia solare, allo stesso tempo ad essa connaturale e da perseguire, sta invece nella radicale modificazione dell’attuale sistema produttivo, economico, sociale, culturale e politico. Data l’entità della popolazione umana….è sicuramente importante la quantità di energia, ma l’organizzazione della sua produzione e distribuzione e le conseguenze che ne derivano possono costituire il nuovo vero progresso dell’umanità.» [x]

Nell’auspicato avvenire del Sole, insomma, per D’Acunto c’era non solo l’affermazione di una prospettiva ambientalista, ma anche il recupero del messaggio comunista ed eco-socialista che guarda al Sol dell’avvenire, cioè ad una rivoluzione globale, che sappia cambiare radicalmente le modalità di produzione, di distribuzione e di consumo.

«Il sole richiama…una fondamentale rottura, un’inversione radicale rispetto al percorso energetico  passato dell’umanità…; passare dalla concentrazione di potenza alla diffusione capillare dei centri di produzione. La rivoluzione necessaria sta nella filosofia che lo spazio, la superficie del Pianeta, è la fonte fondamentale  dell’energia per l’umanità. […] Poiché in un sistema di tipo solare non sono concepibili isole di potenza, il sistema delle grandi linee di trasmissione non avrebbe più ragione di esistere: con l’equivalente della superficie compromessa dalle sole grandi linee di trasmissione si produrrebbe, con un sistema solare, tutta l’energia necessaria all’Italia di oggi !» [xi]

Bisogna tener conto, d’altra parte, che ci sono tuttora non poche resistenze culturali e sociali alla diffusione di modalità alternative di produzione, distribuzione e consumo dell’energia. Non manca soltanto una “cultura del solare”; spesso si avverte una scarsa consapevolezza del rapporto esistente fra la questione energetica e le quelle di natura sociale ed economica, ad essa intimamente correlate. Si rischia di perpetuare l’equivoco dell’antitesi fra ecologia ed economia, confermando l’idea che di modello economico ce n’è uno solo. Ogni sforzo per salvaguardare gli equilibri ecologici e difendere l’ambiente diventa pertanto un attentato oscurantista allo sviluppo, alla scienza, al progresso tecnologico e, in ultima analisi, alla stessa civiltà. Ecco perché ha fatto bene D’Acunto ha sottolineare l’importanza di quest’ultima parola, ancorandola però ad un paradigma – teorico e pratico – profondamente diverso, quello “solare”.

III – UNA TRANSIZIONE CONSAPEVOLE, GLOBALE E  DAL BASSO  

downloadCercare la modalità giusta di transizione ad una società ecologica richiede una grande capacità di guardare avanti, di essere ‘visionari’, ma anche di mantenersi sul piano della concretezza e di proporre un percorso comprensibile e praticabile. E’ sicuramente vero – e D’Acunto lo sapeva molto bene – che di tempo a disposizione ormai non ce ne resta molto. E‘ però altrettanto vero che nessun vero cambiamento è possibile se non si riesce a disseminarne pazientemente i principi basilari e a dimostrare che non si tratta di decisioni delegabili ad un vertice politico più o meno illuminato, ma di scelte che ci riguardano tutti e tutti i giorni, come persone e come comunità.

«Come conciliare un’impronta ecologica radicalmente ridotta con l’attuale pluralità delle nostre società e del loro tessuto economico? Cercare una via d’uscita è cambiare sguardo: partendo da dove siamo, senza negare i nostri disaccordi sulle soluzioni da apportare, prendendo in considerazione una pluralità di vie di sperimentazione, dalle micro-esperienze cittadine di permacultura fino alla produzione industriale ultratecnologica, passando per i sentieri dell’economia sociale e solidale.» [xii]

E’ proprio ciò che ha proposto D’Acunto, quando affermava:

«Appare del tutto chiaro che l’ inerzia del sistema materiale ma anche materiale del pensare comune oggi esistente richiama comunque anche la ricerca di soluzioni capaci di rispondere quali alternative credibili al sistema energivoro ed accentratore di oggi […] La coscienza della preziosità dell’energia e la conseguente razionalizzazione e ottimizzazione della sua produzione e del suo uso costituiscono perciò un percorso fondamentale dell’umanità e permeano l’identità di una nuova civiltà: la Civiltà del Sole.» [xiii]

Nella sua visione ecotopica questo nuovo mondo assume certamente i connotati ideali di una società finalmente riconciliata con la natura e i suoi valori, ma anche la complessità d’un ‘sistema’ globale che, a partire dalla rivoluzione ‘solare’, rivoluzioni tutti i parametri del vivere civile, dal lavoro all’edilizia, dalle scelte economiche a quelle riguardanti una democrazia partecipata e dal basso, pacifica e solidale. E’ impossibile allora non citare D’Acunto quando il suo messaggio assume il tono profetico – direi perfino poetico – del Vate che ha sguardo lungo e riesce ad intravedere una realtà futura.

« Nella civiltà del Sole la città respira come da natura e cresce nella bellezza della sua immagine[…] La campagna e l’agricoltura ritrovano l’identità perduta, generatrice e non distruttrice di risorse. Cambiano urbanistica e architettura del nuovo. Case fabbriche e luoghi sociali sono progettati e costruiti per essere energeticamente autosufficienti. Contro gli sprechi cambiano i materiali e le tecnologie impiegate. Cambiano la mobilità e il trasporto, privato e pubblico, riformulati sul solare e sulle sue derivazioni. Crescono, con la specifica tecnologia, la capacità rigenerativa della materia, il ricircolo, la sinergia e la simbiosi anche funzionali con la depurazione delle acque. Un’identità nuova del lavoro e della sua funzione sociale e collettiva trova nel rivoluzione del solare una grande centralità […] L’intera economia si libera dai vincoli del ricatto e della dipendenza dal mercato del combustibile e delle fonti energetiche, e lo scambio internazionale si attiva non sui vincoli della bilancia commerciale e sulla speculazione monetaria, ma sull’interesse reciproco e solidale. Le comunità locali…diventano i fattori delle scelte, con la capacità di acquisire la giusta energia sufficiente per le proprie necessità, di scambiarsela a bassa tensione… non hanno più ragion d’essere né le lobbies nucleari né le grandi guerre, militari politiche ed economiche per l’oro nero e per il gas naturale… » [xiv]

E’ a questa palingenesi eco-socialista che D’Acunto ha sempre e coerentemente teso, teorizzando ed illustrando la sua Civitas Solis, ma anche impegnandosi in prima persona, secondo la regola aurea dell’ambientalismo: “Thinking Globally, Acting Locally”. [xv]

IV – BIODIVERSITA’, SOLIDARIETA’, EQUITA’, AUTOSUFFICIENZA

D’Acunto ha sempre affiancato alle sue considerazioni sulle caratteristiche dell’auspicata Civiltà del Sole una particolare attenzione al concetto di tutela e promozione della Biodiversità, al punto da intitolare ad entrambi la Rete associativa che ha fondato e presieduto. A questo basilare pilastro del suo progetto ecologista, non a caso, è stata dedicata la prima sezione del suo volume, intitolata appunto “Amare e ritrovare la perduta biodiversità”.

« La sfida ambientalista è sicuramente a tutto campo: dalla ridefinizione del lavoro come costruzione dell’arricchimento dei valori dell’umanità, alla teoria e alla prassi di una nuova economia fondata sull’ecologia. Ma la sfida ambientalista deve essere soprattutto la sfida della biodiversità; non l’uomo al centro del Pianeta, ma la sua illimitata ricchezza di esseri viventi, animali e vegetali, all’interno dei suoi scenari incommensurabili di paesaggi, di luci e di colori. L’ambientalismo, come filosofia e cultura della biodiversità, assume perciò questa valenza: costruire il futuro di un’umanità non necessariamente infelice e sola in un inerte ed informe Pianeta, ma espressione di vita tra l’infinita moltitudine delle altre[xvi]

biodiversita'Non è difficile avvertire, nel tono lirico che D’Acunto assumeva quando parlava della Natura, tutto l’amore e, direi, la venerazione che provava nei confronti dell’indicibile bellezza e perfezione di ciò che gli uomini di fede chiamano Creato. Egli, pur da laico, ne ha sempre avvertito il profondo richiamo e, al di là di riflessioni scientifiche e di ogni credo religioso, con la sua insistenza sul valore centrale della biodiversità, ritengo che egli sia stato uno splendido interprete dello spirito francescano racchiuso nel ‘Cantico delle creature’.

« Tale filosofia rafforza la coscienza di come un territorio sia limitato e prezioso, nell’identità della sua  biodiversità, della sua cultura e delle sue potenzialità: è la filosofia dell’ottimizzazione, anche scientifica e tecnologica, dell’uso del territorio…» [xvii]

Questa stessa filosofia, oltre a manifestare una solidarietà biocentrica con tutti gli esseri viventi, manifesta una solidale apertura anche verso le generazioni successive, preservando le risorse finora dissipate dallo sfruttamento capitalista e dalla civiltà predatoria, violenta e consumistica che ne è derivata.

«La Civiltà del Sole parla…in misura sempre più elevata alle generazioni successive. Ad esse non sottrae risorse: il sole infatti conserva e vice la sua identità e la sua infinita bontà e potenza per un tempo illimitato, indipendentemente da ciò che l’uomo fa.[…] La Civiltà del Sole crea un percorso illimitato e crescente di solidarietà con quelle ad essa successive […] I raggi del sole trasformano ogni spazio di verde che salviamo o che rigeneriamo in naturale farmaco  per la cura dell’avvelenamento da anidride carbonica…La Terra ritrova la sua salute se le restituiamo la sua bellezza: più si afferma la Civiltà del Sole, più si allontana il rischio del collasso mortale del Pianeta, e più esso diventa meravigliosamente bello. » [xviii]

Non si può fare a meno di notare che la filosofia ecologista di D’Acunto assume in questi casi  accenti profondamente morali, ma anche estetici. Il valore etico della solidarietà con chi verrà dopo di noi, infatti, si fonde con la considerazione dello stretto legame tra lo stato di ‘salute’ della nostra Terra e la sua ‘bellezza’. Questo inscindibile. connubio tra bontà e bellezza era già presente nel pensiero classico attraverso il concetto greco di kalokagathìa [xix], ma lo ritroviamo anche nella visione biblica, in particolare quando Dio guarda ciò che ha creato e lo definisce con טוֹב (TOV ) aggettivo ebraico traducibile appunto sia come bello sia come buono, in quanto evoca l’idea di armonia e di perfezione.[xx]

download (1)Ma il Sole è da considerare ‘buono’ anche perché è giusto, poiché offre luce e calore – e quindi energia – a tutti gli esseri viventi, senza differenze e senza nessun vantaggio per se stesso. Per citare ancora D’Acunto:

«Il sole dona i suoi raggi a tutto il Pianeta e lo fa in rapporto alla vita esistente nelle sue singole parti: ovvero ogni parte del Pianeta ha creato la vita in rapporto a ciò che il sole le ha donato. Nella Civiltà del Sole non può che essere questo il primo principio di ogni modello di società, estirpando ogni radicamento di espropriazione, fortissimamente presente…» [xxi]

L’ultimo punto sul quale bisogna soffermarsi, se si vuole comprendere il pensiero di Antonio D’Acunto – è il concetto di autosufficienza energetica. Se è vero, come c’insegna la storia, che conflitti e guerre sono sempre stati originati dalla volontà di accaparrarsi ed accentrare nelle propre mani le risorse naturali e di dominare anche così gli altri popoli, è evidente che la Civiltà del Sole dovrà invertire radicalmente questa tendenza. In quello che potremmo chiamare  il ‘programma costruttivo’ di D’Acunto, infatti, affiora spesso la prospettiva di una ‘autosufficienza’ delle comunità locali, che non significa affatto chiusura identitaria bensì capacità di soddisfare i propri bisogni con le risorse del proprio territorio. E’ un concetto, per l’appunto, simile a quello del Swadeshi [xxii] predicato e praticato da Gandhi nella sua rivoluzione nonviolenta dell’India.

«Nella Civiltà del Sole…nessuna comunitàpuò pretendere il soddisfacimento del proprio fabbisogno energetico con energia proveniente da altre comunità: ogni comunità deve attivarsi per la propria autosufficienza energetica, ciò naturalmente sia in un contesto di corretta, organica e funzionale armonia tra le comunità adiacenti, sia in un concretamente fattibile percorso di transizione. […] La filosofia della cultura e della diffusione dell’energia solare ha la sua genesi ed attuazione nelle scelte globali che si sono fatte e che si fanno per il territorio, in un’ineludibile coniugazione, armonia e tutela della sua identità naturalistica, storica, culturale, economica e produttiva.» [xxiii]

V – UN DECALOGO PER LA CIVILTA’ DEL SOLE

Dai passi citati emergono con evidenza alcuni concetti fondamentali, che sono un po’ le colonne portantI della Civiltà del Sole, che vanno però intesi strategicamente, secondo una logica progressività. Proverò quindi a sintetizzare queste idee fondanti in una sorta di ‘decalogo’.

  1. Prendere coscienza della totale insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e della società ad esso connessa e da esso condizionata, recuperando la valenza positiva del concetto di limite (del territorio, delle risorse…), dal quale scaturisce la preziosità dei beni ambientali e la conseguente necessità di prestare molta attenzione all’esauribilità delle risorse naturali ed alla fragilità degli equilibri naturali.
  2. Orientarsi verso un cambiamento radicale, inteso però come percorso/cammino/progresso verso un modello alternativo, che porti l’umanità a ritrovarsi con la natura.
  3. Adottare preliminarmente una seria strategia di disintossicazione termica, chimica e fisica del Pianeta, condizione indispensabile per una sua rigenerazione ecologica, voltando decisamente pagina rispetto alla ‘civiltà del petrolio’.
  4. Scegliere le fonti energetiche rinnovabili come rivoluzione del nostro modello di produzione distribuzione e consumo, vetusto iniquo ed energivoro, anziché come banale ed opportunistica sostituzione delle fonti fossili in esaurimento o in crisi.
  5. Rompere radicalmente con modalità centralizzate e verticistiche, in campo energetico ma anche in ambito sociale, economico e politico.
  6. Razionalizzare / ottimizzare la produzione e l’uso dell’energia e di territorio, facendo ricorso alla saggezza delle soluzioni forniteci dalla stessa Natura: riciclo della materia, sinergia, simbiosi.
  7. Introdurre una profonda rivoluzione anche dei rapporti economici e sociali all’interno della società, con un’identità nuova del lavoro e della sua funzione sociale e collettiva, passando dal circolo vizioso del consumo individuale, iniquo e senza limiti alla logica virtuosa dell’interesse reciproco e solidale.
  8. Salvaguardare e promuovere il fondamentale valore ecologico della biodiversità, tenendo conto che la stessa limitatezza del territorio e delle sue risorse lo rende prezioso, per cui dovremmo adottare un’ottica non più egoisticamente antropocentrica, ma rispettosa della natura ed aperta a tutte le forme di vita.
  9. Adottare un ambientalismo ecosociale, che valorizzi la solidarietà (tra pari e con le generazioni future) e persegua l’equità, restituendo salute e bellezza alla nostra Terra, che il Sole illumina e nutre in modo indistinto, e quindi fruibile da tutti.
  10. Orientare le scelte economiche verso uno sviluppo ecosostenibile ed autocentrato, opposto a quello della centralizzazione e controllo delle risorse, per valorizzare le risorse del territorio e tutelare l’identità e l’autosufficienza economica delle comunità.  

E’ interessante osservare che questo articolato paradigma ambientalista è riscontrabile anche in altri contesti, come progetto ecosostenibile che coniughi un’alternativa energetica con una prospettiva pacifica. E’ il caso, ad esempio, del ‘dodecalogo’ elaborato nel 2017 dalla Tamera Holistic Peace Research Centre, un’organizzazione portoghese impegnata nella promozione di una modalità energetica autonoma, rigenerativa e decentrata, L’ecovillaggio di Tamera è già dotato di un impianto solare da 20 kW, ma soprattutto sta sperimentando un suo sviluppo alternativo, fondato su fonti energetiche locali, integrate ed autosufficienti, e sulla eliminazione di ogni forma di spreco. [xxiv]

Un utile riferimento, per approfondire la tematica del rapporto tra ‘rivoluzione energetica’ e cambiamento del paradigma socio-economico nel senso di una democrazia partecipata e giusta, è un articolo di Burke e Stephens, in conclusione del quale leggiamo:

« Come trasformazioni sociali, le transizioni energetiche giuste, democratiche ed ecologiche richiedono un impegno a costruire la capacità della comunità per una governance energetica democratica, evitando nel contempo il perpetuarsi delle molte ingiustizie sociali ed ecologiche dei sistemi energetici dominanti esistenti. […] La democrazia energetica apre la possibilità di forme rinnovate e rinnovabili di democrazia, create attraverso impegni più approfonditi e più inclusivi con lo sviluppo di un futuro energetico rinnovabile. Se la politica energetica diffusa esprime ragionevolmente le potenzialità di un’energia rinnovabile e di un rinnovato potere politico in un momento di emergenza climatica, allora la democrazia energetica fornisce una risposta piena di speranza e tempestiva.» [xxv]

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E’ proprio dalla sperimentazione di tante ‘buone pratiche’ come questa – in Europa come nel resto del Pianeta – che il luminoso progetto ecosociale di Antonio D’Acunto trae nutrimento e conferma. La Civiltà del Sole non è l’utopia di un visionario ma la sola prospettiva per uscire dal disastro ambientale e socio-politico nel quale siamo immersi, la cui gravità spesso paralizza ogni sforzo per uscirne. Ci vuole tutto l’ottimismo della volontà che alimentava l’instancabile azione di D’Acunto per reagire allo sconforto in modo proattivo e creativo. All luce della sua grande lezione – di vita oltre che di pensiero – noi della Rete per la Civiltà del Sole e della Biodiversità continueremo perciò sulla strada da lui tracciata, nella speranza che siano sempre di più quelli che vorranno dare menti braccia e gambe al suo e nostro progetto.

Concludo citando un’efficace e sintetica frase di Giorgio Nebbia, altro maestro dell’ambientalismo e grande amico di Antonio:

«La diffusione della cultura e della consapevolezza della insostenibilità dell’attuale società può essere un’occasione per metterne in discussione le fondamenta stesse, violente ed egoistiche. E per cercare nuovi modelli di rapporti produttivi e di rapporti internazionali, governati dalla soggezione alle uniche leggi che non si possono violare, quelle della natura. La realizzazione di una società meno insostenibile può essere una straordinaria occasione per cercare nuovi valori di solidarietà e di giustizia.» [xxvi]

—– N O T E —————————————————————————–

[i] Luigi de Magistris, discorso commemorativo  in Sala Giunta del Municipio di Napoli (27.02.2015) > cfr. servizio televisivo di Marina Galiano sulla commemorazione ufficiale di A. D’Acunto per la webt tv del Comune di Napoli >> https://www.youtube.com/watch?v=ZHf0IFUp4C8

[ii] Antonio E. Piedimonte, “Quel guerriero sorridente che regalò alla Campania l’energia solare”, Corriere del Mezzogiorno, 29.12.2014 > https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/14_dicembre_29/quel-guerriero-sorridente-che-regalo-campania-l-energia-solare-7a875576-8f5d-11e4-958d-cb5be19f6659.shtml

[iii] Ermete Ferraro, Ciao, Antonio… (31.12.2014) > https://ermetespeacebook.com/2014/12/31/ciao-antonio/ . Vedi anche il mio contributo biografico su A.D.A., posto a prefazione del libro postumo che ne raccoglie i tanti articoli pubblicati sul suo blog: Ermete Ferraro, Lo cunto di d’Acunto – Le stagioni nel sole di un profeta laico, in: Antonio D’Acunto, Alla ricerca di un nuovo umanesimo . Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, a cura di Francesco D’Acunto, Napoli, La Città del Sole, 2015 > http://www.lacittadelsole.net/d-acunto.html

[iv] Leggi in: http://www.sito.regione.campania.it/leggi_regionali2013/lr01_2013vigente.pdf

[v] Visita il sito web della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità (RCCSB) > http://www.laciviltadelsole.org/

[vi] Tommaso Campanella, La città del Sole (1602), Milano, Feltrinelli, 2014

[vii] A. D’Acunto,  “La Civiltà del Sole”, introduzione agli articoli su questo tema in:  Alla ricerca di un nuovo umanesimo, cit., p.193

[viii]  V. ad es. : R. Bradbury, Fahrenheit451 (1955); A. Huxley, Brave New World (1932); G. Orwell, Nineteen Eighty-Four (1949); A. Burgess, Clockwork Orange (1962)

[ix]  Jean-Paul Déleage, “Utopies et dystopies écologiques”,  Ecologie & politique, 2008/3 n° 37 , pp.33-43 > https://www.cairn.info/revue-ecologie-et-politique1-2008-3-page-33.htm (trad. mia).

[x] A. D’Acunto,  “La Civiltà del Sole” (maggio 2010), in op. cit. , p. 200

[xi] Ibidem, pp. 201-202

[xii] “Description” del libro: Christian Arnsperger et Dominique Bourg, Ecologie intégrale : pour une société permacirculaire, Paris, P.U.F., 2017 > https://www.franceculture.fr/oeuvre/ecologie-integrale-pour-une-societe-permacirculaire  (trad. mia)

[xiii] A. D’Acunto, op. cit, p. 203

[xiv] Ibidem , pp. 203-204

[xv]  Non è ancora chiara l’origine di questa nota espressione, attribuita a persone diverse, dall’urbanista scozzese Patrick Geddes  (1915) al fondatore degli Amici della Terra  David Brower (1969);  dal biologo francese René Dubos (1972) fino al ‘futurista’ Frank Feather (1979)

[xvi] A. D’Acunto, “La sfida della biodiversità per una nuova egemonia culturale dell’ambientalismo” (feb. 2010), in op. cit, p. 63

[xvii]  Idem, “Il territorio, limitato e prezioso, e la Civiltà del sole” (dic. 2010) , ibidem, p. 209

[xviii] Idem,  “La Civiltà del Sole la Civiltà del Petrolio” (mag, 2012), in op.cit. , pp. 216-217

[xix]  Cfr.la voce su Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Kalokagathia , ma anche: “La bellezza come dono divino  Kalokagathia”, in Treccani > http://www.treccani.it/export/sites/default/scuola/lezioni/scienze_umane_e_sociali/BELLEZZA_ARTE_1_lezione_c.pdf

[xx] Carmine Di Sante, “Bellezza e bontà: quale relazione secondo la Bibbia?”, N.P.G. (Note di Pastorale Giovanile), 22.08.1999 > http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4023:bellezza-e-bonta-quale-relazione-secondo-la-bibbia&catid=310:npg-annata-1999&Itemid=207

[xxi] A. D’Acunto, “La Civiltà del Sole e la Civiltà del Petrolio”, cit., p.218

[xxii] Cfr. “Movimento Swadeshi” in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_Swadeshi ; vedi anche: Siby K. Joseph,  “Understanding Gandhi’s Vision of Swadeshi”, mkgandhi.org  > https://www.mkgandhi.org/articles/understanding-gandhis-vision-of-swadeshi.html

[xxiii] A. D’Acunto, “Da Nimby a Ymby for us” (feb. 2014), op. cit. , p. 223

[xxiv] “Producing energy in a culture of peace – Tamera, Portugal leads the way” (ago. 2017),  Ecolise.eu > http://www.ecolise.eu/producing-energy-in-a-culture-of-peace-tamera-portugal-leads-the-way/

 [xxv] Matthew J. Burke, Jennie C. Stephens, “Political power and renewable energy futures: A critical review”, Energy Research & Social Science, 35 (2018) 78-93 > https://reader.elsevier.com/reader/sd/77FE4C355DC8BE7A68F391D622B06F57F3CC9790A354041B4D8162094CF43690568699CBE4B09332D121E75D51EB2687

[xxvi]  Giorgio Nebbia, ” Pensieri su Gaia”, (mag.. 2014)  > http://giorgio-nebbia.blogspot.com/2014/05/sm-3260-pensieri-su-gaia.html#more

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© 2018 by Ermete Ferraro (Presidente della ‘Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità)

Hanno fatto Trenta, non facciano 31

2-giugno-2017Oggi, 2 giugno 2018, uno dei primi atti ufficiali e pubblici degli esponenti del nuovo governo giallo-nero all’indomani del suo insediamento è certamente la partecipazione alla tradizionale parata militare per la Festa della Repubblica. E’ vero: sono decenni che i pacifisti protestano contro questa retorica e costosa esibizione militarista, ricordando che oggi si festeggia, appunto, la nascita della nostra Repubblica (democratica, fondata sul lavoro e che ripudia la guerra) e non di certo le Forze Armate che ne rappresenterebbero semmai solo l’aspetto ‘difensivo’ e che, fra l’altro, la loro ‘festa’ già l’hanno celebrata sette mesi fa.  Niente. Nessuno ha mai ascoltato questo accorato appello del movimento per la Pace, un po’ perché la retorica da parata evidentemente un po’ ci aggrada (il ventennio fascista qualche traccia, anche simbolica, l’ha lasciata…), un po’ perché la voce della frammentata realtà antimilitarista e nonviolenta del nostro Paese è talmente flebile che, forse, noi stessi ci meraviglieremmo se qualcuno ci stesse davvero a sentire…

Quest’anno, poi, la solita ‘parata’ romana del 2 giugno sembra assumere un significato particolare, sia in considerazione del fatto che la figura del Presidente della Repubblica, dopo il travagliato parto governativo, è emersa con maggiore rilievo e peso, sia perché l’immagine del nuovo Esecutivo a trazione pentastellato-leghista appare oggettivamente caratterizzata dal ritorno del nazionalismo e delle sue parole d‘ordine. Non dimentichiamo, poi, che tra le Autorità nella tribuna d’onore della Parata ci sarà anche la nuova ministra della Difesa, la prof.ssa Elisabetta Trenta, esperta di sicurezza e di ‘intelligence’. Come si fa a non notare che il c.d. ‘governo del cambiamento’ – che alla componente femminile ha finora riservato solo cinque posti – ha  sostituito l’ex ministra Pinotti (laureata in lettere ed ex educatrice dell’AGESCI) sì con un’altra donna, però molto più ‘qualificata’ in campo militare?

« Nel suo cv si segnala l’incarico di vicedirettore del master in Intelligence e sicurezza dell’Università Link Campus di Roma. L’esponente 5 Stelle è stata “ricercatrice in materia di sicurezza e difesa presso il Centro Militare di Studi Strategici”. E per nove mesi, su incarico del Ministero degli Affari Esteri, “è stata Political Advisor dei Comandanti della Itjtf in Iraq. Ha rivestito anche il ruolo di esperta in governance nell’Unità di assistenza alla Ricostruzione di Thi Qar”. Dal 1998 – si legge sempre nella sua scheda – Trenta “è stata responsabile di molti progetti di sviluppo e assistenza alla governance sia in Italia che all’estero, dove ha coordinato interventi come quello per l’assistenza ai City Council della provincia di Thi Qar (Iraq) o quello per il rafforzamento delle competenze del Ministero dell’Interno in Libano”. E’ stata inoltre “Country Advisor per la Missione Leonte in ambito Unifil in Libano nel 2009 e ha partecipato ad attività militari e civili, in Italia e all’estero, su incarico del Ministero della Difesa”. [i]

trentaNon c’è che dire: un eccellente curriculum. Peccato che abbia a che fare più con le competenze militari che con quelle di natura sociale, civile ed ambientale che dovrebbero caratterizzare un’organizzazione politica di base, fondata nel 2009 sulle cinque priorità: “acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia[ii].  Ebbene, confesso che la metamorfosi da Movimento 5 Stelle a Movimento 5 Stellette mi preoccupa non poco. Piazzare alla Difesa una docente specializzata in “intelligence and security” non mi sembra una svolta nel ministero chiave per una riconversione civile della spesa militare. Mandare al Palazzo Baracchini di via XX Settembre una ricercatrice del Centro Militare di Studi Strategici, impegnata peraltro in varie  ‘missioni’ in Libano ed in Iraq, non appare per niente un segnale di discontinuità con la nostra tradizionale politica di subalternità ai ‘comandi supremi’ USA e NATO, bensì la conferma dei finanziamenti alle nostre spedizioni militari in giro per mondo, fra le quali alcune risalgono addirittura al 1948 (Palestina), al 1978 (Libano), 1979 (Egitto-Sinai), al 1999 (Kosovo) ed al 2005 (Cipro). Queste sono solo le ‘neverending missions’ per conto dell’ONU, ma non bisogna dimenticare quelle tuttora in corso di natura diversa, , come: Libano (dal 2006) ed Afghanistan (dal 2015). [iii]  Ebbene sì: siamo un paese di santi, poeti e navigatori ma sicuramente anche di ‘missionari’, non più con l’abito bianco e la croce ma con la mimetica e l’elmetto. Basta leggere un esauriente articolo di qualche mese fa – con relative infografiche – per comprendere che il nostro impegno militare all’estero era (e a quanto pare è) destinato a crescere, con gli annessi oneri finanziari e con conseguenze politiche facilmente immaginabili.

«Come confermato dal ministro della Difesa Roberta Pinotti in un’intervista a Repubblica l’obiettivo per il 2018 è di rafforzare l’impegno nel continente. Il 15 gennaio il ministro, parlando alle commissioni riunite Difesa ed Esteri di Senato e Camera ha presentato il progetto del governo spiegando che si è deciso di “rimodulare l’impegno nelle aree di crisi geograficamente più vicine e che hanno impatti più immediati rispetto ai nostri interessi strategici” e in questo senso il Sahel, ha aggiunto, rappresenta “una regione di preminente valore strategico per l’Italia”. E infatti a ben vedere nel futuro dell’Italia non c’è solo il Niger. Ma ben altri sette Paesi, alcuni dei quali sono partner di lunga data come Libia, Egitto, Gibuti e Somalia, mentre altri sono vere e proprie new entry:  Sahara occidentale, Tunisia, Repubblica centrafricana e Niger appunto.» [iv]  

Solo per le prossime spedizioni è prevista una spesa aggiuntiva di quasi 83 milioni di euro, ma non c’è da dubitare che la nuova ministra – forse per onorare il suo cognome – ritenga anche lei che si debba proseguire su tale strada, visto che “Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno”, come si suol dire, citando senza saperlo un’arguta espressione di Pio X, riferita alla sua nomina di nuovi cardinali. [v] Eppure è proprio questo il nodo: se ormai i cinquestelle hanno “fatto Trenta” non sembra proprio il caso di insistere in questa direzione, soprattutto se, sull’altra faccia della medaglia della militarizzazione della società e del territorio, ci ritroviamo la faccia barbuta di Matteo Salvini, leader della Lega Nord, come Ministro degli Interni.

Niente da eccepire, per carità. Che un leader politico che si è sempre riempito la bocca di parole come ‘sicurezza’, strizzando l’occhio alle ‘forze dell’ordine’ ed auspicando che abbiano finalmente mano libera, approdasse al Viminale era ovvio, perfino scontato. Ciò che preoccupa chi non segue gli stessi parametri securitari, militaristi ed autoritari della destra, modello ‘law and order’ , è però che le priorità del nuovo responsabile degli Interni sono fin troppo chiare: chiusura dei campi rom, espulsione degli immigrati irregolari e blocco dei flussi, rimpatrio degli occupanti di case abusivi e, naturalmente, aumento per le forze di Polizia. [vi]  Non dimentichiamo poi che nel Contratto di Governo, sottoscritto dalla strana coppia giallo-nera e che adesso il premier Conte dovrà attuare – oltre alle previsioni di nuove dotazioni per le forze dell’ordine, (fra cui quelle pistole ‘taser’ denunciate da Amnesty come a rischio di violazione dei diritti umani [vii]) –  c’è anche un paragrafo nel quale si conferma il principio della legittimità comunque dell’autodifesa del proprio domicilio, da sempre invocata dalle destre, sullo spicciativo modello ‘fai-da-te’ dei soliti pistoleri americani:

«In considerazione del principio dell’inviolabilità della proprietà privata, si prevede la riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare, eliminando gli elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa) che pregiudicano la piena tutela della persona che ha subito un’intrusione nella propria abitazione e nel proprio luogo di lavoro.» [viii]

salvini-ministro-dellInternoCon poche parole, a quanto pare, si stanno per cancellare secoli di garanzie di rispetto dei diritti umani civili e sociali, avviando rapidamente la nostra Italia verso un’ulteriore militarizzazione della società ed una visione poliziesca della sicurezza. Ma tutto questo, ci ha assicurato il capo politico M5S, “non è né di destra né di sinistra”, e noi non possiamo fare a meno di credergli, mutuando la celebre espressione dell’Antonio scespiriano: “…perché Di Maio è uomo d’onore”.  [ix]  Abbiamo, del resto, un Parlamento pieno di questi nuovi “onorevoli” – pentastellati e leghisti – e non possiamo non credere a priori alla loro voglia di ‘cambiamento’, anche se ci deve concedere di nutrire qualche dubbio sul senso in cui esso sta dirigendosi…

Certo, qualcuno potrebbe chiedersi anche come mai un governo definito “giallo-verde” ed il cui co-leader Di Maio è capo d’un movimento che ispirava a materie ‘ecologiche’ ben 4 delle sue 5 stelle, abbia invece speso poco più di tre paginette sulle cinquantotto del famoso ‘Contratto per il governo del cambiamento’. Il suo capitolo 4, infatti, ha un titolo molto promettente (“Ambiente, green economy e rifluti zero”), ma – a parte le premesse iniziali di sapore ecologista e qualche precisazione un po’ didascalica sul concetto di ‘risorsa rinnovabile’ e di ‘economia circolare’ – gli impegni veri e propri sono abbastanza circoscritti. Riguardano in particolare; a) la riduzione e raccolta differenziata dei rifiuti, con una loro gestione ‘a filiera corta’; b) un programma di mappatura e bonifica dei siti a rischio amianto; c) la manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo, come prevenzione dei disastri idro-geologici e riduzione dei rischi sismici; d) la lotta allo spreco di suolo e l’impegno per la ‘rigenerazione urbana’; e) il contrasto al cambiamento climatico mediante interventi che spingano sul risparmio energetico e le fonti rinnovabili; f) provvedimenti specifici, infine, sono individuati per zone a rischio ambientale come la pianura Padana (?!), le aree metropolitane e l’ILVA di Taranto, in quest’ultimo caso senza indicare quali provvedimenti s’intenda effettivamente adottare né sciogliere il dilemma che contrappone la salvaguardia ambientale e della salute alla salvaguardia dell’occupazione ed al ventilato “sviluppo industriale del Sud”. [x]

costaBeh, non ci resta allora che stare a vedere cosa ci aspetta nei prossimi mesi o anni, sperando che almeno in questo settore l’inserimento nella squadra di governo di Sergio Costa – stimabile ed esperto comandante napoletano della Forestale poi promosso a generale dei Carabinieri per l’Ambiente della Campania  – costituisca almeno una garanzia di serietà nella lotta alle ecomafie ed agli sporchi affari di chi gioca con la salute della collettività e l’integrità del territorio. Espresso questo apprezzamento da ambientalista,  come ecopacifista consentitemi però di sottolineare la scellerata follia di chi nel 2016 decretò l’assorbimento d’un Corpo – autonomo e civile – di polizia ambientale all’interno dell’Arma dei Carabinieri, di fatto militarizzandone e burocratizzandone in modo irresponsabile le insostituibili funzioni operative di presidio del territorio. Basterà un integerrimo ufficiale come Costa promosso a Ministro per dare credibilità al piuttosto vago programma ambientale del governo Conte? Dobbiamo augurarcelo, ma non dimentichiamo che da oggi – festa della Repubblica nata dalla Resistenza – comincia un periodo in cui siamo tutti/e chiamati a vigilare sugli esiti democratici e sociali di questo ambiguo ‘ cambiamento’. Se non altro per evitare che, fatto Trenta, cerchino di fare anche trentuno…

© 2018 Ermete Ferraro

——– N O T E —————————————————————————-

[i] “Chi è Trenta, il nuovo Ministro della Difesa”  > http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2018/06/01/chi-elisabetta-trenta-nuovo-ministro-della-difesa_MdtADDTcG0y7yRv5E7KBIK.html?refresh_ce

[ii] “Movimento 5 Stelle”, Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_5_Stelle#cite_note-21

[iii] “Missioni militari italiane all’estero”, Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Missioni_militari_italiane_all%27estero

[iv] Alberto Bellotto, “Missioni militari italiane all’estero: le novità del 2018”, 11.01.2018,  Gli occhi della guerra >http://www.occhidellaguerra.it/missioni-militari-italiane-allestero-le-novita-del-2018/

[v] “Perché si dice abbiamo fatto 30, facciamo 31” > http://www.lettera43.it/it/comefare/curiosita/2017/01/27/perche-si-dice-abbiamo-fatto-30-facciamo-31/6779/  In effetti la frase originaria del Papa era: “Tanto è trenta che trentuno”

[vi] Cfr.: https://www.tpi.it/2018/06/01/salvini-ministro-interno/

 

[vii] “Sperimentazione delle pistole taser: la posizione di Amnesty International Italia” (23.03.2018) > https://www.amnesty.it/sperimentazione-delle-pistole-taser-la-posizione-amnesty-international-italia/

[viii] “La legittima difesa nel contratto di governo», Armi e tiro  (18.05.2018) > http://www.armietiro.it/la-legittima-difesa-nel-contratto-di-governo-9728

[ix] W. Shakespeare, Julius Caesar, atto III scena III – Cfr.: http://shakespeare.mit.edu/julius_caesar/julius_caesar.3.2.html

[x] Movimento 5 Stelle – Lega, Contratto per il governo del Cambiamento – Cap. 4 “Ambiente, green economy e rifiuti zero” (pp. 10-13) > https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/18/governo-m5s-lega-il-contratto-di-governo-versione-definitiva-del-testo/4364587/