LA LINGUA ‘GENIALE’

Il napolitano di una comunità marginale 

Uno dei principali meriti della trasposizione televisiva della prima parte della saga narrativa di Elena Ferrante è aver fatto scoprire a noi italiani – oltre che ai telespettatori statunitensi – la potenza eccezionale della lingua napolitana. Una lingua geniale nel vero senso della parola, nelle accezioni riportate dal vocabolario Treccani: “Che è conforme al proprio genio, cioè all’indole […] che ha finezza e vivacità”. [i] In effetti sono stati i produttori americani che hanno voluto che sugli schermi, dietro i sottotitoli inglesi o italiani, la sonorità dei dialoghi fosse quella, d’un Napolitano verace, ben diverso dal miscuglio linguistico indistinto e bastardo che ancora risuona per le vie della nostra Città. Ritengo che sia stata una scelta opportuna, non dettata solo dal prevedibile intento di ‘colorire’ la narrazione in senso deteriormente folklorico, ma probabilmente anche dall’esigenza di superare una sorta di tabù comunicativo.

Ci voleva il salutare scossone d’una sceneggiatura televisiva largamente scritta in napolitano – che tradisce la scelta fatta da colei che quei romanzi aveva scritto, evocandolo ma non esibendolo – per metterci di fronte al vero tradimento, quello cioè che di quest’antica e geniale lingua ha fatto chi ha voluto o dovuto scartarla, come uno strumento vecchio inadeguato e volgare. Certo, il discorso è più complesso e richiederebbe un’analisi sociolinguistica più approfondita di quella che si limita ad assegnare colpe e responsabilità allo stesso popolo di Napoli o a chi ne ha scientemente voluto annientare l’identità culturale e  linguistica con un violento processo di sapore coloniale. Il problema, in effetti, è fino a un certo punto ‘di chi è la colpa? , ma piuttosto come si possa – qui ed ora – partire dall’attuale situazione per recuperare i valori autentici del Napolitano, impedendone il progressivo decadimento e valorizzandone le eccezionali potenzialità.

L’idea di affrontare questo particolare aspetto dei libri della Ferrante (e dello sceneggiato da essi ricavato) mi è stata ispirata, oltre che da un ventennale impegno di napolitanofilo e napolitanologo, dall’inaspettato contatto da parte di una docente di letteratura in un istituto superiore di New York, che intende farne oggetto di ricerca e mi ha chiesto la disponibilità ad un confronto. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dal fatto che in un prestigioso liceo della grande mela si rifletta sul rapporto tra la nostra lingua ed il contesto sociale della Napoli post-bellica che la Ferrante ha mirabilmente saputo evocare. Ad un simile interesse per tale questione fa invece riscontro l’insensibilità e la sordità di gran parte del mondo accademico e scolastico italiano per un problema che va ben oltre le sorti di quelli che ci si ostina a chiamare ‘dialetti’. Molti media anglo-americani – oltre agli studiosi – hanno approfondito la dimensione linguistica del fenomeno letterario Ferrante, con una sensibilità che sembra difettare dalle nostre parti. Non si tratta di cavalcare battaglie identitarie di retroguardia o di rinnegare l’importanza di uno strumento linguistico unitario. La questione è in che modo e per quali motivi si è giunti all’attuale situazione e che cosa si può realisticamente fare per evitare che la forzata italianizzazione prima, e la massificazione mediatica poi, cancellino il mondo d’idee, percezioni ed emozioni di cui il napolitano è geniale espressione.

Il nocciolo del problema suscitato dalla ricercatrice newyorkese è il rapporto tra lingua e potere, pssia il ruolo dell’Italiano come elemento indispensabile ai ceti marginali per integrarsi nella società e scalarne faticosamente i gradini, rinunciando però alla loro espressione linguistica naturale, stigmatizzata come inadeguata e volgare. Questo mi ha portato con la mente e col cuore alla lontana esperienza del mio impegno – prima in servizio civile e poi come lavoro sociale volontario e professionale –  presso il Centro Comunitario Materdei della ‘Casa dello Scugnizzo’. Mi sono ricordato soprattutto delle acute analisi sociologiche ed antropologiche che già negli anni Sessanta il suo fondatore, il mitico Mario Borrelli, aveva fatto del contesto sottoproletario napolitano e del suo immaginario collettivo, che in quel linguaggio unico al mondo trovava un eccezionale veicolo espressivo ma, al tempo stesso, la cristallizzazione di secoli di subalternità culturale. [ii]

Lingua: specchio e/o generatrice della realtà

Jean Noel Schifano, Dizionario appassionato di Napoli, Napoli, Il mondo di Suk, 2018

«Dobbiamo essere grati a Elena Ferrante – ha scritto Ciro Pellegrino – per una cosa che non ha fatto e a Saverio Costanzo, il regista della trasposizione televisiva de L’Amica Geniale per una cosa che non ha preso dal primo libro della tetralogia che racconta la vita di Elena Greco e Lila Cerullo. […] Anche per la serie tv Gomorra è avvenuto lo stesso, ma non si tratta dello stesso napoletano. La lingua partenopea dei dialoghi dell’Amica è ricercata, sintatticamente corretta, è figlia del periodo storico in cui è ambientato il racconto (gli anni Cinquanta) ed è straordinariamente ricca di vocaboli e riferimenti, senza bisogno di metafore ardite o del cupo valore impresso dai camorristi della serie ispirata al libro di Roberto Saviano…» [iii]

Il precedente esperimento di sceneggiatura in napolitano – quello del citato serial ‘Gomorra’ – ha diffuso infatti un’immagine stereotipata di questa lingua, privandola della sua duttilità espressiva ed incupendone i toni. La lingua dello sceneggiato tratto dai romanzi della Ferrante, pur restando aderente al contesto socioculturale misero e marginale della Napoli del dopoguerra, ne coglie comunque più sfumature e tonalità, mettendoci però di fronte ad un codice espressivo prevalentemente violento, talvolta spietato nella sua crudezza. Niente a che vedere col napolitano melodioso e dolce delle celebri canzoni o con quello arguto e piccante delle farse e delle ‘macchiette’. Dai dialoghi dello sceneggiato, che la Ferrante aveva filtrato con un Italiano che ne attenuava il ruvido realismo popolare, risulta chiaro come una lingua duttile e geniale come il napolitano – al tempo stesso rassicurante cordone ombelicale e vincolante catena – fosse vissuto dai membri di una comunità periferica come una gabbia espressiva, un condizionamento da cui cercare di fuggire. Il dosaggio di italiano col ‘dialetto’ nelle conversazioni delle due ragazze appare quindi l’indice del loro progressivo distacco da un ambiente senza futuro né speranza, dal quale devono sradicarsi, a costo di sacrificare una parte di se stesse.                                                              

«…Il regista Saverio Costanzo […] ha sviluppato la serie in napoletano ed è forse riuscito a far sprigionare, nella veemenza dei dialoghi quell’energia spaventosa e straripante che l’autrice, nei suoi libri, ha cercato di esorcizzare con l’italiano. […] Una lingua scarna, dura, spaventosa, resa ancor più terribile dagli occhi di una bambina, vissuta in un mondo difficile, dove non c’è spazio per la dolcezza, per l’attenzione verso l’infanzia; un mondo dove ai bambini non viene risparmiata la vista di un male che non possono comprendere, se non metabolizzandolo nella fantasia. L’emozione senza mediazione, l’energia primigenia e distruttrice di una lingua calda e viscerale, intensa e violenta. […] Un groviglio di significati, che un napoletano ha il privilegio di poter comprendere appieno, e che, anche per i più giovani, può rievocare il ricordo sopito delle epoche difficili, della vita cruda, vissuta dalla gente semplice di Napoli e del nostro Sud, tra i contraccolpi di eventi storici incomprensibili che non li hanno mai visti protagonisti, ma sempre vittime inermi, ad arrangiarsi da soli e, senza aiuti, ricostruire le proprie vite e la propria immaginazione». [iv] 

Queste acute osservazioni di Teresa Apicella, e l’analisi socio-antropologica che ne traspare, ci riportano al quesito iniziale: una lingua è soltanto lo specchio di una comunità oppure è capace di forgiarne le sensibilità, le capacità espressive, le caratteristiche culturali e, perché no, i destini?  E’ in fondo la vecchia questione del rapporto tra contenuto e forma, significante e significato, tra la realtà e il codice che la rappresenta. Una relazione che mi è sempre sembrata biunivoca, nel senso che una certa visione del mondo e la fattualità degli eventi contribuiscono a generare il mezzo espressivo più adeguato, ma è altrettanto vero che il medium utilizzato è pragmaticamente capace di plasmare pensieri e azioni di un gruppo sociale, imprimendogli un particolare carattere.

Nel romanzo della Ferrante lo stretto rapporto tra linguaggio e specificità socioculturale mi sembrava già fondamentale, ma la trasposizione cinematografica del testo ha conferito maggiore evidenza a questa relazione. L’aspetto più evidente è la caratterizzazione della lingua come segnale di promozione sociale, strumento per acquisire importanza e gratificazione all’interno di una comunità chiusa ed impermeabile alla evoluzione esterna. Il passaggio dal napolitano all’italiano, conseguentemente, ha finito col costituire un termometro della mobilità sociale. Il teatro, più ancora che la narrativa, ha spesso rimarcato questa brusca e forzata trasformazione, in cui i sottoproletari cercano in ogni modo di omologarsi ai ceti borghesi, che a loro volta si sforzavano di assomigliare a quelli aristocratici, con accenti ora farseschi e caricaturali (alla Totò, per intenderci), ora decisamente più drammatici (come nelle commedie di Eduardo De Filippo).  Ma su tali aspetti dell’Amica Geniale su cui direi che pochi in Italia hanno approfondito mentre, paradossalmente, interessanti analisi ci giungono dal mondo anglosassone ed americano, come quella di Amy Glynn.

«Bene, il linguaggio è tutto in questo libro, e intendo sia la straordinaria prosa di Ferrante sia il fatto che all’interno della storia, le lingue sono dispositivi di trama, designatori di caratteri e stenografia per argomenti molto importanti di classe, educazione e mobilità, senza i quali c’è relativamente poca storia […] Sia che i personaggi del libro parlino in ‘corretto’ italiano oppure in napoletano, c’è un indicatore di appartenenza, una dichiarazione politica, una storia implicita sulla posizione del personaggio in una gerarchia spesso brutale e violenta. […] (‘L’amica geniale’) è anche una storia di formazione sulla lingua in sé, sul linguaggio vernacolare e sulle ’lingue comuni’ e sul notevole potere di trasformazione delle parole imbrigliate, su come le nostre lingue ci definiscono come persone, come comunità, come tribù». [v]

Rifiuto del dialetto e resistenza del dialetto

Lenù in una na scena da ‘L’amica geniale’

Il difficile viaggio di Lenù verso una realtà diversa da quella ‘tribale’ in cui aveva vissuto la sua infanzia s’identifica allora con la sua volontà di uscire dagli schemi comunicativi del gruppo sociale da cui intendeva distaccarsi, lasciandosi alle spalle un doloroso destino di insuccessi e frustrazioni, quotidiane meschinerie e violenze. Tutta presa dal suo innamoramento per “la lingua dei fumetti e dei libri”  [vi] – vissuta come veicolo di riscatto sociale – è lei stessa a confessare amaramente:

«Non ho nostalgia della nostra infanzia […] La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi» [vii]

Un altro bell’articolo che affronta l’importanza della lingua nel romanzo della Ferrante e nella sceneggiatura televisiva da esso ricavata è stato scritto da Justin Davidson – critico musicale e vincitore di un Pulitzer – che già dal titolo richiama la nostra attenzione sul “significato nascosto dietro il dialetto de L’Amica Geniale”. Dopo aver opportunamente premesso che «L’Italia è un’invenzione del XIX secolo unificata da una lingua ufficiale che, fino al XX secolo, la maggior parte degli italiani non parlava» [viii], Davidson torna sul rapporto tra romanzo e sceneggiato, sottolineando sia la valenza personale e comunicativa del non utilizzo del ‘dialetto’ da parte della Ferrante, sia l’intento neorealista del regista dello sceneggiato, che ha voluto renderci in modo brutalmente diretto lo scarto socio-culturale fra la chiusa e cupa comunità del periferico rione popolare e l’altra Napoli, quella elegante e borghese del centro.

«La traiettoria di Elena è la storia di una donna che cambia il suo modo di parlare, e con essa il tranello della classe, della famiglia, della brutalità e della lealtà. […] Costanzo, però, va oltre qualcosa di molto più strutturato e profondo dell’autenticità o del colore locale: usa le gradazioni del dialetto per delineare la classe, rivelare la psicologia dei personaggi e portare avanti la trama. […] le uniche presenze di quartiere che parlano il vero italiano sono insegnanti e bibliotecari. Ma pure tra i proletari anche le forme più dure di dialetto si piegano alle circostanze. […] Il grado del dialetto denota ben più della classe sociale; allude anche alla lealtà del relatore. Un capo del crimine locale giura per la famiglia e parla il gergo locale. Un aspirante studioso parla italiano, ha pensieri sulla politica nazionale e non vede l’ora di sfuggire ad un tenace Sud provinciale. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia ha dovuto riformarsi da sola, ricucendo culture disparate in una traballante idea di nazione. Il servizio militare obbligatorio è stato utile. Così hanno fatto la televisione e le scuole. Ma è stata l’economia fiorente che ha fatto di più per legare insieme le fortune di cittadini che altrimenti non avrebbero avuto nulla a che fare l’uno con l’altro. Stefano Carracci capisce che ci sono soldi da fare e clienti da corteggiare oltre i pochi isolati che chiama a casa, ed è pronto a parlare la loro lingua…» [ix]

L’alternativa che si presentava alle due amiche era restare vincolate ad un destino di miseria e degrado – economico ma anche culturale ed affettivo – oppure rompere definitivamente con la propria comunità di appartenenza, con la sua violenza inevitabile e quasi fatale e col suo gergo amaro, adoperato come un’arma per rendersi reciprocamente la vita difficile. Paradossalmente, come acutamente nota il critico statunitense, dello stesso dialetto, nella sua forma più aspra, si serve il fratello di Lenù proprio per rivendicarne il diritto ad evadere da quel contesto deprivato:

«Nel mondo di Ferrante, tale insieme di tensioni – tra il rione e la nazione, la famiglia e l’istruzione, la pistola e la mente – si manifestano nelle sottigliezze del discorso. Quando i genitori di Lila decidono di strappare la ragazza dalla scuola e metterla al lavoro, suo fratello maggiore Rino (già evasore scolastico) difende il suo diritto all’istruzione – in un dialetto virulento e inimitabile. L’ironia è intenzionale: egli usa il napolitano per cercare di spingerla fuori dall’orbita della famiglia che parla napolitano» [x]

E’ lo storico paradosso della cultura subalterna dei ‘vinti’ che si sforza di uscire da tale subalternità rinnegando se stessa ed omologandosi al modo di vivere ed esprimersi che considera ‘vincente’. Il pesante prezzo da pagare è il doloroso abbandono di una parte di se stessi (come nel caso di Elena), ma anche lo schizofrenico sovrapporsi in Raffaella di un’impalcatura culturale costruita con la lingua ‘dei fumetti e dei libri’ alla sua istintiva  vitalistica aggressività plebea. Con la differenza che, mentre la prima si sente un po’ inadeguata in entrambi i contesti, la sua geniale amica sembra sempre a suo agio, sicura di sé. Lenù vive costantemente, e con intima sofferenza, il suo rapporto di dipendenza da Lila, ma si convince che questo dislivello non è frutto d’una maligna ricerca della superiorità. L’amica sembra piuttosto seguire tenacemente il proprio filo logico, inseguire il suo progetto, come quando Elena le parla della sua fantastica avventura col padre nella Napoli ‘bene’, ma sente la sua foga gelarsi di fronte alla apparente indifferenza di lei, restandone ‘dispiaciuta’.

«Lei…mi ascoltò senza curiosità e lì per lì pensai che facesse così per cattiveria, per togliere forza al mio entusiasmo. Ma dovetti convincermi che non era così, aveva semplicemente un filo di pensiero suo che si nutriva di cose concrete, di un libro come di una fontanella […] Il mio racconto, per lei, era in quel momento solo un insieme di segnali inutili da spasi inutili. Se ne sarebbe occupata, di quegli spazi, solo se le fosse capitata l’opportunità di andarci». [xi]

Riscatto sociale: fuga o impegno?

Un’altra scena da ‘L’amica Geniale’

Il conflitto tra ‘bellezza’ e ‘violenza’ segna profondamente il romanzo, contrapponendo un mondo ‘civile’ di sapere, gentilezza e relazioni paritarie all’ambiente tribale del rione periferico, caratterizzato da ignoranza, sopraffazione e disparità perfino tra soggetti marginali. La stessa lingua napolitana si direbbe il veicolo espressivo obbligato di quest’ultima realtà, eppure – come era già stato notato – all’interno del ‘dialetto’ della sceneggiatura affiorano significative varianti. Un idioma frutto di quasi tremila anni di stratificazioni culturali, del resto, non può essere confinato al linguaggio ‘basso’, capace di esprimere solo impulsi primari e ruvida aggressività. La ricchezza semantica del napolitano, la sua inimitabile arguzia e la sua dolcezza musicale non devono essere ridotti a lingua di quella plebe da cui la maestra Oliviero esortava Elena a fuggir via, perché ‘era una cosa molto brutta’.  Del resto sono molti i passi del romanzo in cui l’autrice  sottolinea che lo stesso ‘dialetto’ veniva parlato con modalità espressive diverse, che vanno da quelle più intime delle confidenze tra adolescenti a quelle aspre e volgari dei furiosi litigi. Il loro rione è sì un microcosmo, ma rispecchia personalità diverse e spesso contrapposte, a partire proprio dalle due amiche. Mentre Elena persegue il suo riscatto sociale disancorandosi sempre più dal proprio contesto, Raffaella, grazie alla sua intelligenza ed ostinazione, cerca invece di portare il ‘progresso’ dentro la comunità, senza rinnegare se stessa ed il proprio linguaggio, che invece impara a modulare secondo registri e tonalità differenti a seconda delle circostanze.

«Il suo spirito è mosso dalla ricerca del miglioramento: per sé, per il rione, per quelle persone che lei riconosce come suoi pari, per quanto meno brillanti o più sfortunate. Se Lenù è motivata da un forte spirito di rivalsa, che la porta a cercare altrove le sue radici e la sua essenza, Lila è ancorata fortemente al rione, da cui si distacca con difficoltà. È legata a quegli affetti che fanno parte della sua esistenza, nonostante la miseria e la crudeltà. Per questo Lila cerca soluzioni ai problemi, cerca di migliorare il suo rione. […] Don Achille e i Solara sono i rappresentanti di un sistema brutale, una civiltà di vergogna e violenza, che Lila si propone di abbattere con il suo esempio, arricchendo la sua famiglia, smuovendo l’economia con una produzione locale di artigianato di qualità. I suoi sono progetti ambiziosi, che devono purtroppo scontrarsi con l’avidità e la noncuranza di chi le sta a fianco». [xii]

Inutile dire che la mia simpatia propende verso la caparbia determinazione di Raffaela Cerullo. Sono stato per dieci anni operatore educativo e socio-culturale nell’unico centro comunitario operante in un rione sottoproletario del centro storico di Napoli e per altri vent’anni docente d’Italiano in una scuola media prima dell’area periferica della città e poi di uno dei suoi  contesti più ‘plebei’ come quello della Vicaria. Ho conosciuto tante ragazzine come Lenù e Lila, così come ho vissuto in prima persona sia l’ostilità sorda di famiglie che non riuscivano a scorgere un destino diverso per i propri figli, sia l’ambizione di chi pensava che la scuola fosse uno strumento per riscattarsi dalla miseria più che dall’ignoranza. Per i bambine e le bambine che ho incontrato in quei trent’anni d’insegnamento il percorso verso l’evoluzione espressiva è stato spesso faticoso e talvolta frustrante. Io però ho sempre cercato di non usare l’insegnamento dell’Italiano come un arnese per spiantarne le radici culturali e linguistiche ed operare una trasformazione che prevedesse il ripudio della loro identità ed autenticità espressiva. Ispirandomi a don Milani, ho provato piuttosto ad aiutare i miei alunni a padroneggiare la lingua per non esserne dominati. A conquistare l’uso della parola come “chiave fatata che apre ogni porta” , per capire ed essere capiti appieno e riuscire così ad esplorare liberamente le meraviglie del sapere.

«Le parole racchiudono percorsi formativi, sono strumenti per interagire con la realtà. La padronanza delle parole libera l’allievo consentendogli di avere un rapporto immediato con la vita, dominare le parole, estremizzare i significati consente a ciascuno di diventare cittadino attivo e non subalterno. Ecco perché, a Barbiana, si puntava non sulla quantità del tesoro chiuso nella mente e nel cuore dei ragazzi, ma su ciò che si colloca sulla soglia, fra il dentro e il fuori, sulla parola». [xiii]

E’ così che dieci anni fa ho iniziato pionieristicamente ad affiancare all’insegnamento istituzionale della lingua italiana quello extracurricolare del Napolitano, come strumento di consapevolezza della ricchezza e nobiltà di un’espressione considerata povera e volgare, oltre che come rivendicazione della dignità di una cultura millenaria quanto ‘geniale’. Ed è per questo stesso motivo che ho apprezzato la sceneggiatura ‘vernacolare’ de ‘L’Amica geniale’, assaporando accenti ormai banditi dalla scuola ma anche dai media che, dopo aver omologato il modo di parlare e scrivere degli Italiani, ci stanno assuefacendo ad un’anglicizzazione forzata, spesso immotivata e inopportuna, della comunicazione formale e perfino informale. Viceversa non ho apprezzato che nella prosa italiana della Ferrante il dialetto, evocato ma esorcizzato al tempo stesso, riaffiorasse solo in occasione dello scambio d’invettive feroci, come osserva Andrea Villarini, docente all’Università per Stranieri di Siena. Dalla sua analisi emerge anche che nel romanzo si fa ricorso all’italiano per ‘escludere’ qualcuno dalla conversazione e che l’italianizzazione di Elena, laureata alla Normale di Pisa, le comporta una dolorosa autoesclusione dal dialogo con la stessa madre.

«Solo in pochissime situazioni il dialetto irrompe in superficie tra le righe dell’opera. Avviene quando si tratta di trascrivere i momenti nei quali i protagonisti si lanciano insulti tra di loro […] La cosa interessante è vedere come anche in questi frangenti la Ferrante non trascriva l’intera frase in dialetto, ma esibisca solo le singole parole insultanti. […] L’alternanza degli usi linguistici tra italiano e dialetto non è caotica, ma è governata da regole sociolinguistiche ben precise. […] Una di queste regole è quella che potremmo definire dell’inclusione e dell’esclusione, ed è una tipica risorsa che noi parlanti utilizziamo per coinvolgere o escludere qualcuno da una conversazione […] Per la prima volta [sua madre] messa di fronte a una figlia che ce l’ha fatta (diciamo così), si rende conto che la lingua con la quale si è espressa da sempre non aiuta. È la scoperta di un’alterità linguistica che pone il dialetto in condizione succube. Troviamo qui una delle funzioni cardine che gli italofoni hanno compiuto tra le masse dialettofone. Far loro percepire che il dialetto, sino a quel momento lingua onnipotente, non è più buono per tutte le occasioni. Fino ad allora questa stessa funzione era stata svolta dalla burocrazia, la lingua dello Stato, laddove il cittadino si trovava nelle condizioni di non poter comprendere norme e leggi, ma qui siamo in presenza di un rapporto tra familiari e quindi di una spinta verso l’italiano che, essendo esercitata dal dover comunicare con un proprio caro, è molto più forte».[xiv]

Sviluppo o semplice metamorfosi?

L’effetto collaterale di tale trasformazione – come quella di Lenù in Elena – è spesso lo straniamento di chi sente di aver perso la propria identità ma non ha ancora acquisito dimestichezza col suo nuovo sé. Per il radicale cambiamento del suo codice linguistico, infatti, ella ammette il disagio di chi sente la sua stessa voce quasi estranea e le parole pronunciate dissonanti dai propri pensieri. Elena insomma – come tantissimi giovani spiantati dal loro contesto socioculturale – avverte l’imbarazzo e la frustrazione di quello sradicamento.

«Arrivai al collegio piena di timidezze e di goffaggini. Mi resi subito conto che parlavo un italiano libresco che a volte sfiorava il ridicolo, specialmente quando, nel bel mezzo di un periodo fin troppo curato, mi mancava una parola e riempivo il vuoto italianizzando un vocabolo dialettale» [xv]

Si ripropone qui il divario tra un cambiamento come sviluppo, che dovrebbe servire a liberare potenzialità ed espressività di un individuo dai condizionamenti ambientali, ed una metamorfosi che, pur nella sua radicalità, gli sovrapponga nuovi condizionamenti e ne alimenti ulteriori frustrazioni. Ovviamente solo il primo cambia davvero gli individui, consentendo loro di assumere coscienza della propria situazione e di prendere il futuro nelle proprie mani. Andrebbe invece evitato un cambiamento forzato dagli eventi, la brusca ‘metamorfosi’ di chi deve acquisire una personalità ed un linguaggio imposti dall’esterno. L’unico modo per salvarsi dalla condanna ad una nuova subalternità sarebbe far parte di quel processo collettivo e liberatorio di ‘comunicazione e coscientizzazione’, su cui si era soffermato Mario Borrelli nel suo già citato saggio del 1975.

Non è certo un caso che uno dei suoi ex scugnizzi – brillantemente affermatosi nei decenni successivi sul piano culturale e professionale – abbia recentemente voluto raccontare la sua personale metamorfosi in un libro scritto in terza persona. La lettura della sua coraggiosa autobiografia si  è intrecciata con le mie riflessioni sull’Amica geniale. Di quella storia inventata, in effetti, Tore avevacondiviso con impressionante somiglianza il lungo e faticoso processo di cambiamento, partendo dalla precarietà esistenziale del sottoproletario napoletano degli anni ’50 per giungere al travagliato ma soddisfacente raggiungimento dei propri obiettivi.

«I suoi primi cinquant’anni lo costrinsero a continue trasformazioni, nel tentativo di somigliare alle  figure che, di volta in volta, divennero il suo riferimento. Fu, dunque, più persone mentre cresceva, portandosi dietro sempre ‘o figlio d’’o Mullunaro, facendo grandi sforzi per mantenere sopito il sottoproletario che aveva dentro. Il nuovo secolo lo costringerà a misurarsi con altri cambiamenti, con successi e fallimenti e quando, all’improvviso, cambierà tutto, avrà la sensazione di aver corso senza essere riuscito ad imparare a camminare…» [xvi]

La vicenda di Salvatore – sospeso fra la voglia di fuggire di Lenù e l’ambizione ostinata di chi, come Lila, vuole anche contribuire al cambiamento della sua comunità – mi sembra un buon esempio di chi ha intravisto che il suo futuro avrebbe dovuto essere ‘fuori’ del suo rione ed ha seguito testardamente il suo sogno. Lo ha fatto senza rinnegare le proprie radici, ma cercando nella scuola prima e poi nella politica gli strumenti per costruire il proprio futuro non da solo ma insieme con gli altri. E non è poco.

© 2019 Ermete Ferraro


[i]   Cfr. Vocabolario online Treccani > http://www.treccani.it/vocabolario/geniale/

[ii]  Tra le sue tante opere rivestono particolare importanza su questo versante: Mario Borrelli, Unearthing the Roots of the Sub-Culture of the South Italian Sub-Proletariat, Londra, 1969 (paper) – in italiano: A caccia della sottocultura del sottoproletariato del Sud Italia; Idem, “Scuola e sviluppo capitalistico in Italia”, in Social Deprivation and Change in education, Atti del convegno internazionale di York, Nuffield Teacher Enquiry, York University, 1972 ;  Idem, Socio-Political Analysis of the Sub-Proletarian Reality of Naples of Intervention for the Workers of the Centre, Londra, 1973 (paper). In italiano: Analisi socio-politica della realtà di Napoli e linee d’intervento per gli Operatori del Centro

[iii] Ciro Pellegrino, “Diciamo grazie all’Amica Geniale che ci ha fatto riscoprire la lingua napoletana” (19.12.2018) Fanpage > https://napoli.fanpage.it/amica-geniale-dialetto-napoletano/

[iv]  Teresa Apicella, “Il napoletano crudo dell’Amica Geniale ci ha convinti…” (27.11.2018), Identità Insorgenti > https://www.identitainsorgenti.com/lingua-geniale-il-napoletano-crudo-de-lamica-geniale-ci-ha-convinti-ma-la-voce-narrante-no/

[v]  Amy Glynn, “Elena Ferrante, HBO’s My Brilliant Friend, and the ‘Unadaptable”’ Novel” (16.12.2018), Paste magazine > https://www.pastemagazine.com/articles/2018/11/elena-ferrante-hbos-my-brilliant-friend-and-the-un.html (trad. mia)

[vi]  Elena Ferrante, L’Amica geniale (A.G.), Edizioni e/o, 2011, p. 99

[vii]  Ferrante, A.G. ,  p. 33

[viii]  Justin Davidson, “The Hidden Meaning Behind My Brilliant Friend’s Neapolitan Dialect” (03.12.2018), Vulture > https://www.vulture.com/2018/12/my-brilliant-friend-hbo-neapolitan-dialect.html

[ix]  Ibidem

[x]    Ibidem

[xi]  Ferrante, A.G. , p. 135

[xii]  Oriana Mortale, “L’A.G. di Elena Ferrante: una storia napoletana” (09.09.2018), la COOLtura > https://www.lacooltura.com/2018/10/lamica-geniale-di-elena-ferrante/

[xiii] Domenica Bruni, “Lingua e ‘rivoluzione’ in don Milani”, Quaderni di Intercultura  dell’Univ. di Messina,  Anno IV/2012, p. 2 > http://cab.unime.it/journals/index.php/qdi/article/viewFile/810/619

[xiv]  Andrea Villarini, “Riflessioni sociolinguistiche a margine de L’amica geniale di Elena Ferrante” (21.02.2017), Arcade Literature, the Humanities & the World  (Stanford University > https://arcade.stanford.edu/content/riflessioni-sociolinguistiche-margine-de-l%E2%80%99amica-geniale-di-elena-ferrante-0

[xv] Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome (S.N.C.), Ediz. e/o,  pp. 331-332

[xvi]  Salvatore Di Maio, Nato il 4 luglio a Napoli. Le metamorfosi di uno scugnizzo, Napoli, La Citttà del Sole, 2018, p. 180

Ci sta un romeno, un napoletano e un italiano…

images (1)Anche questa estate, per interrompere la solita villeggiatura estiva al mare, abbiamo deciso di fare un piccolo viaggio. Il criterio dell’alternanza Italia-estero ci ha fatto optare questa volta per una settimana in Romania. Perché proprio là? Beh, oltre ad essere uno stato per noi ancora inesplorato, non nego che l’antica Dacia eserciti tuttora un certo fascino sia per la sua storia sia per il suo territorio, ricco di affascinanti paesaggi e di interessanti testimonianze artistiche. Non posso negare neppure che uno dei motivi della curiosità che la Romania esercita su di me risiede anche nella sua lingua: un curioso impasto di latinità miracolosamente conservata nei secoli e di influssi molto eterogenei, che vanno dal tedesco al turco, dagli idiomi slavi al francese. [i] Chi, come me, ama la diversità ambientale e culturale è naturalmente attratto da questa terra così varia e dai suoi abitanti. Molti altri italiani, del resto, sono stati attirati dalla Romania, ma per motivi un po’ meno nobili, visto che spesso si tratta di puro opportunismo economico, al punto tale che su un territorio rumeno in particolare sono state delocalizzate talmente tante fabbriche italiane che qualcuno chiama quell’area l’ottava provincia del Veneto. Ma questa è un’altra storia.

Volevo invece soffermarmi proprio sulla lingua romena alla quale – come ogni volta che viaggio – ho cercato di avvicinarmi con interesse e rispetto, utilizzando – oltre ad un frasario-vocabolario – anche un manuale forse un po’ vecchiotto, ma abbastanza efficace, dal titolo beneaugurante ‘ Il romeno senza sforzo ’. [ii]  Forse le lezioni seguite non mi sarà basteranno  per conversare amenamente con gli abitanti di Bucarest e delle altre città che ho in mente di visitare, ma quel testo mi ha dato un’idea più chiara e precisa di come si articola questa lingua-cugina, rimasta curiosamente ancorata dopo molti secoli al latino dei suoi conquistatori. L’aspetto che mi ha colpito maggiormente, sfogliando manuale e frasario, è che alcune espressioni romene mi suonavano stranamente familiari dal punto di vista sia fonetico sia lessicale. E non solo in quanto italiano, ma soprattutto come amante – e da anni docente e promotore – della lingua napolitana, con la quale ho scoperto a poco a poco diverse curiose consonanze. Non mi pare proprio il caso di mettermi in questa sede a fare una disquisizione glottologica sugli elementi di somiglianza tra romeno e napolitano. Ho pensato allora che, per darne almeno un’idea, sarebbe stato più utile ed efficace ricorrere ad un immaginario dialogo tra due interlocutori, che ho chiamato Vicienzo e Tudor.

download (1)Molti di voi sicuramente ricordano certe barzellette di una volta, che incominciavano proprio come il titolo che ho dato a questo mio post vacanziero. Si tratta anche in questo caso di una breve storiella, ma lo scopo non è quello di fare ridere con battute un po’ stereotipate sui vizi di questo o quel popolo, ma piuttosto di un modo per mostrare concretamente che un napoletano ed un romeno sono comunque destinati a capirsi, e non solo per l’abitudine di gesticolare o per lo spirito salace che ne accomuna il modo di esprimersi.  Va bene, direte voi, ma in questo dialogo che cosa c’entra l’italiano?  Ecco, appunto, non c’entra per niente, visto che la lingua napolitana non è affatto un dialetto dell’italiano ma un idioma neolatino del tutto autonomo e, se permettete, con una storia ancora più lunga di quello che ci hanno abituato a considerare ‘nazionale’ e praticamente unico, sol perché da un secolo e mezzo il meridione della nostra penisola è diventata colonia di chi allora lo ha conquistato. Ma, anche in questo caso, bando alle disquisizioni di natura storico-politica per lasciar spazio alla conversazione tra il medico romeno Tudor Popescu e l’infermiere napolitano Vicienzo Russo, con l’avvertenza che la grafia usata per il romeno, come vedrete, comprende qualche lettera un po’ diversa, ma facilmente assimilabile. [iii]

Tudor: Scużati-mă …

Vicienzo: Dicìte: comme ve pozzo ajutà?

Tud.: Eu nu sînt Italian, sînt român.

Vic.: Vabbuò, nun fa niente. Tanto ce capimmo ‘o stesso.

Tud.: Scużati-mă, nu m-am prezentat. Eu mă cheamă Tudor Popescu.

Vic.: Piacere assaje! Io me chiammo Vicienzo Russo.

Tud.: Cred ca sintem vecini..

Vic.: Overamente! Però è ‘a primma vota ca ve veco accà.

Tud.: La ce ora vine autobuzul?

Vic.: Beh, vene quanno capita…Accà nun ce stanno orarie…

Tud.: Nu pot să cred!

Vic.: Eh, vuje nun ce putite credere però accussì vanno ‘e ccose a Napule.

Tud.: Ce faceţi?

Vic.: Io che faccio? Faccio ‘o ‘nfermiere ô spitale.

Tud.: Bine! Eu sint medic la spitala, la Bucureşti.

Vic.: Vide nu poco ‘a cumbinazzione! Aggio ‘ncuntrato justo a nu miedeco. E mo’ che ce facite accà?

Tud.: Vint la Napoli pentru Congresu medicilor.

Vic.: Mica canuscite ‘o miedico mio, ‘o duttore Pinto?

Tud.: N-o cunoşti. N-am avut tiemp…

Vic.: ‘A quanto tiempo state a Napule?

Tud.: De cinci zile…’giorni’.

Vic.: Nuje parlammo, però fa nu cavero ‘e pazze e ‘stu pulmanne manco arriva…

Tud.: E cald foarte! Mi-e sete şi me doare capul…

Vic.: Pur’io tengo sete e me fa male ‘a capa.

Tud.: Nu ve sintiz bine?

Vic.: E’ normale, cu ‘o sole ca coce ‘e ‘sta manera…

Tud.: Şi eu nu pot suporta…

Vic.: E’ nu ddiece ‘e guaio a aspettà sotto ‘o sole cucente ‘Austo. 

Tud.: Bine! O sa vedem ce putem face.

Vic.: Pecché, che vvulisseve fa’ ?

Tud.: Avem pierzi timpul…. Ehi, taxi!  Sînteţi liber?

Vic.: Vabbuò. Pe vvuje è ‘a meglia cosa. Arrivederci duttò.  Stateve bbuono!

Tud.: Voi cum faceţi ? De ce nu veniţi cu mi?

Vic.: Grazzie assaje, duttò, si nun ve dispiace…

Tud.: Bine! Totul se aranjeaza!

Vic.: Beh, anche pe ogge avimmo arrangiato…

1200px-Flag_of_the_Parthenopaean_Republic.svgQui la storiella finisce, ma spero che vi abbia dato sufficiente dimostrazione di come un napolitano potrebbe tranquillamente chiacchierare con un romeno. Sarà un caso se la bandiera della Repubblica Napolitana del 1799 è proprio uguale a quella romena?… Comunque, quando tornerò dal mio viaggetto in Romania, vi farò sapere se questa somiglianza ha funzionato anche per me e per la mia famiglia.

P.S.: Nel caso in cui vi sia capitato di comprendere le frasi in romeno meglio di quelle in napolitano, vi consiglierei caldamente di decidervi ad imparare a parlare e scrivere la nostra nobile ed antica lingua. Magari iscrivendovi al corso che terrò anche il prossimo anno all’Unitre di Napoli…Arrivederci a settembre. O meglio: ce verimmo! La revedere!

© 2018 Ermete Ferraro

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[i] “Lingua romena”, Wikipedia.it > https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_romena

[ii] Vincent Ilutiu, Il romeno senza sforzo, Assimil > https://www.lafeltrinelli.it/libri/vincent-ilutiu/romeno-senza-sforzo/9788886968270

[iii]  Cfr. Testo cit. ed anche: https://it.wikibooks.org/wiki/Rumeno/Pronuncia_e_alfabeto

Maje cchiù lengua attaccata: comme dicifrà ‘o dialetto

Chesta è ‘a traduzzione napulitana – fatta ‘a Ermete Ferraro –  ‘e ll’articulo “Tongue Tied No More: Deciphering Neapolitan Dialect”, scritto ‘a Kristin Melia  e pubbrecato ô 13 ‘e giugno 2017 ‘ncopp’ ‘a revista ‘mericana ITALY MAGAZINE (http://www.italymagazine.com/featured-story/tongue-tied-no-more-deciphering-neapolitan-dialect).

 

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‘O Nnapulitano è na lengua o nu dialetto? Chi ‘o pparla e addò? E ancora, quanno s’avess’ ’a parlà Taliano e quanno ’o dialetto? L’Italia, comme stato, è na ’mmenzione bastantemente nova e quase miraculosa.  Contr’a tutte ‘e prubbabbeletà puliteche, (’o statista Conte Mettenich dicette na vota ca ll’Italia nun era nient’ ’e cchiù ‘e nu termene geografeco), ’o Stato Taliano nascette ô 1871, doppo ca paricchie state nazziunale se mettettero ‘nzieme pe furmà chello ca mo’ chiammamo Italia.

Ce vulettero quase 100 anne pecché ’o Taliano accummenciasse a addeventà ’a lengua parlata dint’ ’e ccase e p’ ’a via, ’ncopp’ ’a tutto grazzie â ‘mmenzione d’ ’a televisione e â rezza nazziunale d’ ’a RAI.  Ddio c’ajute tuttequante ’ntiempo ’e Internét – po’ essere can nun ce vo’ assaje tiempo ca parlarrammo tuttequante cu ll’ashtagghe e ll’emmoje.

Nun ce sta periculo ca ’stu fatto succede a Napule. ’O fatto è ca ê ffamiglie e ê putecare, pe Napule e ‘e pizze vicine, lle piace ’e cchiù ’e parlà Nnapulitano, ’a lengua antica d’’o Rregno d’’e Ddoje Secilie. Museciste e judece, chianchiere e barriste sciuliéano assaje spisso int’’o ddialetto lucale. Pe tutte ll’anne ca io songo stata a Napule, aggio cercato ’e tutt’ ’e mmanere, ma quase sempe a vvacante, comm’avevo ’a fa’ pe trasì int’a suggità secreta d’’a ggente che parlano ’o Nnapulitano.

E’ na lengua che nun se po’ ‘mparà. Pparlà bbuono talianamente pare quase nu ‘ntuppo pe chi vo’ parlà napulitanamente. ’Mmacenàteve nu paro ’e frobbece pigliate pe na currente cuntinua ’e vvucale, po’ tagliate e mise n’ata vota ’nzembra pe furmà na specie ’e verme sulitario lenguisteco. Ê Taliane d’’o Nnorde ’o Nnapulitano pare quaccosa che nun s’arriva a capì, però paricchie ’e lloro songo ‘ncantate d’’e ccuriose saglie-e-scinne ’e stu dialetto misteriuso.

‘A semmana passata, me songo assettata cu ’o professore Ermete Ferraro, nu canuscitore d’’o Nnapulitano, pe vedé ‘e sestimà ’e ccose. Tanto p’accummencià, io l’aggio spiato comme se po’ ’mparà ’o Nnapulitano e si ’o Nnapulitano po’ esse pure qualeficato comme lengua.

’O duttore Ferraro m’ha subbeto fatto sapé che stessa ’a quistione  si ’o Nnapulitano è na lengua opuro nu dialetto sta soda sempe ô stesso pizzo. ’O Ffrangese, ’o Spagnuolo, ’o Ppurtuese (‘nzomma, tuttequante ’e llengue rumanze) songo sulo dialette reggiunale che fanno capo ô Llatino vulgare. ’O fatto è che ’a Storia ’a scriveno chille ca venceno:  a ccà veneno ’e differenze che int’’a ‘stu munno fanno addiventà ’e llengue cchiù o mmeno ’mpurtante.

E cumunque ’o Nnapulitano – che tene certamente na grammateca unneca e na bella tradezzione letteraria – ha dda essere qualefecato comme lengua.

Mo’ comm’a mmo’, a Napule ’a differenza che passa ‘mmiezo a llengua e dialetto sta ‘nnanz’a ll’uocchie ‘e tuttequante.   Nu sacco ’e ggente arbasciuse d’esse Suddiste – paricchie ‘mmiezo a lloro cu ’a nustalgìa d’’e tiempe d’’o Rregno d’’e Ddoje Secilie… – facettero trasì ’stu fatto int’ô trascurzo puliteco, cundicenno ca ’o Nnapulitano è na lengua e pe cchèsto ha dda essere rispettata. Se po’ certamente capì a chille c’ ’a penzano accussì.

Chiammatelo comme v’aggarba, ’o Nnapulitano è na lengua allera e friccicarella, bbona pe ll’ironia e ’a cummedia. Siconno ô dr. Ferraro, ’sta lengua sarria ll’arede d’ ’a tradezzione d’ ’a cummedia grieca antica. Nun se po’ propeto nun fa’ caso ê mmosse, â museca e ô pazzià che fanno parte d’ ’o Nnapulitano. Si sulo io c’ ’a facesse a me ‘mparà ’a pparlà ‘sta lengua commilfò…

Sbenturatamente –  dice ’o dr. Ferraro – ’a ggente che scriveno bbuono ’o Nnapulitano spisso nun ’o pparlano bbuono e ’o stesso succede pure tutt’ô ccuntrario. Pe cchesto, ’a meglia cosa pe se ‘mparà ’o Nnapulitano è sulo campà ‘mmiez’â ggente che ’o pparlano e trasì cu a capa e cu ’o penziero int’ ’o scuro d’ ’o core d’ ’a lengua addò stammo ’e casa. L’abbenture c’aggio passate pe me ’mparà ’o Nnapulitano se pônno cuntà comme na specie ’e battìsemo d’ ’o ffuoco…

Appriesso veneno ’e cunziglie meje pe ffa’ a vveré ca faje o saje ’o Nnapulitano accussì bbuono p’esse nu periculo p’ ’e viche e p’ ’e vvie che vanno giranno pe ‘mmiezo Napule.

1) ’E vvucale smurzate: ’E pparole napulitane spisso smorzano ’e vvucale finale che stanno dint’ ’e soccie taliane. Chesto succede pure ’e cchiù cu ’e vierbe. Parlà Napulitano è comme si tenisse ’a dicere nu sacco ’e cose int’ ’a nu limmete ’e tiempo. ’E pparole veneno a cadé int’ ’a nu brusco ‘staccato’  p’ ’a pressa. Purzì ’a frase taliana pe traducere: “I need tu buy a house”  tene na certa languetezza (“Devo comprare una casa”), però napulitamente ’a soccia frase addeventa: “Aggi’ ‘a accattà na casa”. Capita spisso, ’nfatte, ca ’a sillaba     ‘-re’  ô ffinale d’ ’e vierbe int’ ’o Nnapulitano vene ammuzzata senza cumplimente. Accussì, quanno tenite nu dubbio, parlate ’o Ttaliano comme si jate ’e pressa e ve state mazzecanno chiù gomma ancora ’e chella ca tene ‘mmocca Sean Spicer a na Cunferenza Stampa d’ ’a Casa Janca. Na ‘mmaggena assaje puèteca, tanto pe ce capì.

2) ’O Schwa:’E vvucale ‘O’ e ‘E’ int’ ’o ffinale d’ ’e pparole napulitane sonano quase tale e quale. ‘Nfatte tutt’ ’e ddoje sonano come na ‘uh’ ‘ngresa opuro, comme ’o cchiammano ’e patute d’ ’a lenguisteca, teneno ’o suono ‘schva’.  Abbasta sulo ca penzammo pe assempio a na canzona c’ ’a sape tutt’ ’o munno, comme ‘O sole mio.  ’A vucale ‘e’ che sta â fine ’e sole e chella ‘o’ â fine ‘e mio napulitanamente teneno ’o soccio suono smurzato. Accussì se po’ quase subbeto appurà si chillo che canta ’sta canzona è o nun è nu Napulitano verace.

Pruvate a ssentere Il Volo o Luciano Pavarotti quanno cantano ’O sole mio. Isse, senz’ ’0 vvulé, prununciano sane ’e vvucale ‘o’ e ‘e’, che napulitanamente avesser’ ‘a sunà assaje smerzate.  Tuttequante sanno ca Enrico Caruso, Napulitano verace, facette granne ’sta canzona. Pirciò, ausate ’o suono schwa e po’ essere pure ca ce ’a ffacite a ffa’ credere â ggente ca tenite ammeno na socra napulitana.

3) Cantate, cantate, cantate: pare na specie ’e stereotepo e pe ‘stu fatto ’e Nnapulitane se putessero pure piglià collera. Fatt’è ca nisciuno ’e nuje (e stess’io) po’ nnià ca ’e Napulitane cantano, e pure nu sacco! Se tratta ’e pecundria, priezza o ’e leticarìa, ce sta sempe na canzona c’ha dda essere murmuriata, tammurriata o alluccata. Chella che ppiace ’e cchiù è ’O surdato ’nnammurat0, che arriva a ll’abbrucato crescendo:Oje vita, oje vita mia”. Io aggio ‘mparato ’a chella pazzarella d’ ’a socra mia ca tuttequante pônno cantà e hanno ‘a cantà cuntinuamente ’sta strufetta, pe ffa sentere a ll’ate ogne pussibbele quistione ‘e sentimente. Chi tene besuogno ’e l’emmoje quanno si’ na vecchia meza-sorda ’e 93 anne opuro, comm’a mme, na scema ’e Mmericana che nun ’a teneno fiducia manco d’ ’a fa’ vollere na caurara ’e maccarune? Nun sapite che dicere? Embé, respunnite cu ’na canzona bbona p’attaccà.

bigstock-naples-italy-january-181140646 - bis4) Pruverbie: ’Nce sta nu ditto napulitano pe tuttequante ll’accasione. ‘Mparateve quacche pruverbio e si tenite ‘a lengua ancora attaccata, abbasta ca dicite nu pruverbio cu bbastante presumenzia, ca smaniate comm’a nu puliteco spasteco e ca dimannate retoricamente: “E’ vero o no?”. ’O ditto napulitano che mme piace ’e cchiù è “Chi chiagne fotte a chi ride”. Si ’o traducimmo tale e quale int’a ll’ingrèse nun se capisce bbuono chello che vo’ dicere, cioè: ’e ccriature ca chiagneno songo geluse figlie ‘e ‘ntrocchia e vuje femmene nun l’avite propeto ’a penzà.  ‘Mparateve nu bellu ditto, facite pratteca annant’ô specchio e po’ parlate cu nu carisema assuluto e a ssecurdune. Na lista d’’e pruverbie cchiù annummenate ’a putite truvà ccà: (http://napoli.fanpage.it/i-dieci-proverbi-napoletani-piu-belli/).

5) Tenite fiducia! ’E Napulitane parlano cu assaje cunvinzione ’e nu cuofano ’e argumiente, che vanno d’ ’o tiempo che ffa nzì ô fatto si int’ ’o rraù verace s’ha dda mettere o no ’a cepolla (No!), opuro si fosse caso o no ’e fa’ cremmà nu pariente d’ ’o vuosto ch’è muorto (pure chesta risposta sarrìa nu bellu NO!). ‘O famuso commeco Totò, int’ ’e filme che facette, nun parlava napulitanamente spisso comme se tende a penzà. Comme ’o dr. Ferraro me facette capì, chello che faceva essere Totò accussì napulitano era sperciarmente ’o carisema che isso teneva. A Napule simmo canusciute pe nu sacco ’e cose, però lloco ‘mmiezo l’indifferenzia nun ce sta. Forze è cchesta ’a raggiona pecché quanno io vaco spianno ê Napulitane quanno e pecché parlano ‘ndialetto ‘mmece d’ ’o Taliano, isse nun me sanno risponnere ’e na manera pricisa. Io me fiuro c’ ’a risposta è assaje semprice. ’O Nnapulitano è na lengua pe cummencere e nuje l’ausammo pe ffa’ capì  ’e sentimiente ’e tutte ’e mmanere.

’O felosefo spagnuolo Miguel de Unamuno jeva dicenno: “Cada filologia es una filosofia”, che putimmo traducere: “Ogne filologia è na felosofia”. Cu ’stu penziero ‘ncapa, aggio spiato ô dr. Ferraro che penzava ca fosse ’o ’ssenziale d’ ’a felosofia d’ ’o Nnapulitano.      “Chesta è na dumanna defficele ’a risponnere – m’ha ditto – Napule è na cetà ’e culunizzature e pputenzie furastiere. Paricchie hanno lassato ’a marca lloro ‘ncopp’a Napule. Io penzo però ca nun ce sta dubbio ca pure nuje âmmo lassato na bbona marca ’ncopp’a lloro.“ Me songo sfurzata ’e capì comme ’stu fatto putesse risponnere a chella che io me penzavo na dimanna assaje ’struita. Mo’ però credo che ll’aggio capito.

’A meglia felosofia pe pittà  ’o Nnapulitano è stessa ’a vitalità  soja.

E’ na lengua parlata e scritta ausata ‘mmiezo a tuttequante ’e classe e tuttequante ’e riune. Ò tiempo    d’ ’a televisione e d’Internét – cu tutto ’o scamazzo e l’apparamiento lenguisteco ca se portano appriesso – ’a lengua napulitana nun tene nisciuna ‘ntenzione ’e se fa’ trascurà.  Faciteve na passiata pe nu vico sperduto ’e Chiaja opuro pe na via ’e Scampia e sentite ’o Nnapulitano che saglie ’ncoppa,’mmiezz’a l’addore d’ ’a Ggenuvese che pepetea e ’o casino che fanno ’e mezze. E’ na cosa ca nun tene classe e nemmanco tiempo. ’O Nnapulitano sta ccà pe ‘nce rummané, e che ppiacere è cchistu ccà. Mo’ nun me resta ca fa’ quaccosa pe cummencere ’e vvicine ’e casa ca saccio comme se parla.


Kristina era na ‘mpiegata pubbreca che però mo’ passa ’o tiempo sujo muvennose ’ntra Napule e ’a custiera ’malfitana. Pe ttramente, essa cucina, cumbina ‘tour’ d’ ’o vino e d’ ’e ccose ’a magnà e, ogne tanto, se mette pure a strillà ’nNapulitano. Essa porta annanze na cumpagnia che s’occupa  ’e viagge e d’ ’o magnà – chiammata “Sauced & Found”, che  â ggente che veneno a visità ’o Sudd ’e ll’Italia lle dà accasione ’e vevere ’o vino c’ ’a scusa che hann’ ’a canoscere ll’uve ’e na vota (pur’essa ausa pe sé a soccia scusa). Quanno nun se sta occupanno ’e ‘tour’ nummenate primma, se strafoca na Pizza Margarita.

 

 

Atalanta e Partenopeo

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Statua di Atalanta al Barockschloss Neschwitz

Scommetto che questo titolo vi ha lasciati un po’ perplessi. Eppure, vi assicuro, non sto evocando uno strano connubio calcistico  (anche se per un paio d’anni l’atalantino Manolo Gabbiadini ha effettivamente giocato con la SSC Napoli…), ma solo un riferimento mitologico. Racconta infatti la leggenda – ripresa da poeti come Teocrito ed Ovidio – che la piccola Atalanta era stata abbandonata dal padre su un monte. Allattata da un’orsa, non solo sopravvisse ma diventò una provetta cacciatrice, facendo fuori due centauri un po’ sporcaccioni e partecipando alla cattura del cinghiale Calidonio. Il padre alla fine la riconobbe, ma le impose di sposarsi e di smetterla di fare il maschiaccio. Atalanta, che era un tipetto tosto, sfidò allora i suoi pretendenti ad una gara di corsa, precisando che avrebbe sì sposato l’eventuale vincitore, però avrebbe anche fatto fuori i perdenti. Eppure trovò un giovanotto più furbo di lei (Melanione per alcuni, Ippomene per altri) che, protetto da Afrodite, le fece perdere la gara distraendola col trucco delle tre mele d’oro del giardino delle Esperidi, lasciate cadere opportunamente lungo il percorso. Atalanta, conquistata dal giovanotto, scoprì così che non si vive di sola caccia e che anche l’amore ha una sua attrattiva, tanto che non esitò ad appartarsi con l’ex rivale nel tempio di Cibele. Secondo una versione della storia, Afrodite, sdegnata per l’ingratitudine del ragazzo e per la profanazione del luogo sacro, avrebbe trasformato entrambi in leoni, impedendo loro di accoppiarsi, in base ad una credenza di quei tempi. Secondo un’altra versione, essi invece si sarebbero sposati e sarebbero vissuti felici e contenti. Non solo, ma Atalanta avrebbe dato alla luce un bel bambino che – in ricordo della prolungata verginità della madre – fu chiamato…Partenopeo. Questi sarebbe poi diventato il più giovane partecipante alla famosa spedizione dei Sette contro Tebe, difeso dalle frecce infallibili donategli da Artemide, ma osteggiato dalla solita Afrodite, protettrice dei Tebani.

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Statua della sirena Partenope – Napoli

Questo paraustiello mi è servito ad introdurre un’esperienza molto particolare, che ho vissuto in questi giorni e mi piace condividere. Forse qualcuno dei miei 25 lettori ricorda un articolo (Napolitudine: due segnali positivi), che avevo postato sul mio blog a febbraio dello scorso anno. Nel secondo esempio che portavo di ‘segnali positivi’ per una ripresa d’un sano ‘orgoglio partenopeo’, infatti, c’era quello di una signora napoletana residente a Bergamo che si mi aveva contattato, augurandosi di tornare nella propria città ma, soprattutto, di riportarvici i figli, il più grande dei quali – affetto da napolitudine  – avrebbe avuto piacere di frequentare la scuola statale del Vomero dove insegno lettere e svolgo anche un corso di lingua e cultura napoletana. Ebbene, lo scorso settembre questo loro ‘sogno’ si è finalmente avverato ed ora il ragazzo (che simbolicamente chiamerò Partenopeo…) è uno degli alunni della seconda  media a indirizzo musicale di cui sono il docente coordinatore. Ovviamente gli ci è voluto un po’ per ambientarsi in un contesto piuttosto diverso (aveva frequentato fin da piccolo un esclusivo collegio bergamasco…), ma è contentissimo di questo ‘ritorno’ ed ha ben socializzato con i suoi nuovi compagni/e. Il bello è che Partenopeo ha comunque mantenuto un buon rapporto con la sua vecchia classe (che chiamerò Atalanta…), tanto che sua madre mi ha informato che l’intera ‘squadra’ bergamasca sarebbe presto venuta in trasferta a Napoli in visita d’istruzione,  per ammirare le bellezze della nostra città ma anche per incontrarlo e fare festa con lui.  Beh, sarò un sentimentale, ma la cosa mi ha colpito e commosso. Soprattutto vi ho colto l’aspetto simbolico d’un momento d’incontro e, perché no, di riconciliazione tra due realtà molto diverse da tanti punti di vista, ma affratellate da altri aspetti, a partire dalla comune età e condizione di studenti.

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Ermete con M. de Giovanni

Il momento magico dell’incontro-gemellaggio fra le due classi si è concretizzato pochi giorni fa, suscitando nella famiglia di Partenopeo un contagioso entusiasmo e al tempo stesso un po’ di ansia, pur di assicurare agli ospiti bergamaschi una permanenza piacevole ed un memorabile ma anche divertente momento di scambio. Illustre testimonial di questo simpatico e simbolico ricongiungimento tra Atalanta a Partenopeo  (insieme con i suoi nuovi compagni) è stato nientemeno che il famoso scrittore Maurizio de Giovanni, napoletano verace ma conosciuto ovunque per i suoi affascinanti romanzi polizieschi, recentemente riproposti anche dal serial ‘Bastardi di Pizzofalcone’. Grazie alla mediazione di un libraio vomerese, infatti, de Giovanni ha cortesemente accettato di venire ad incontrare le due classi, intrattenendosi per quasi due ore con loro, coi rispettivi docenti (napoletani e bergamaschi) e con gli altri partecipanti, sul valore fondamentale della lettura per suscitare quella immaginazione che la società dei consumi sta sempre più mortificando e disincentivando. Il libro, da sempre veicolo di scoperta autonoma e personale della realtà, ha spiegato ad un pubblico attentissimo ed affascinato dalle sue parole, può e deve essere per i ragazzi il vero antidoto alla pigrizia mentale ed all’atrofizzazione del ‘muscolo’ immaginativo, indotta dall’eccesso di messaggi standardizzati, che fanno leva esclusivamente sulle immagini dei film e dei videogiochi, lasciando ben poco alla fantasia ed agli altri sensi.  E’ stato un momento davvero magico, che ha catturato l’attenzione dei presenti ed ha suscitato un interessante e vivace scambio successivo tra il pubblico e lo scrittore che, fra l’altro, si era soffermato anche sugli aspetti meno noti di Napoli.

Il giorno successivo – stanchi per una intensa giornata di visita al centro antico ed a Pompei –  i ragazzi/e dell’Atalanta hanno nuovamente incontrato i nostri Partenopei, ma in modo più informale ed intorno ai tavoli di uno dei tanti locali dove ognuno sceglie il suo panino e si diverte a scambiare quattro chiacchiere con gli amici, compatibilmente col livello dei decibel che si raggiunge di solito in queste circostanze conviviali.  E’ stato un altro momento di grande cordialità, che ha consentito anche a noi altri insegnanti di conoscerci un po’ e di confrontarci sui comuni problemi come genitori e come docenti. Ma di cose un comune fra Bergamo e Napoli – come avevo accennato il giorno prima nel mio intervento, prima di dare la parola a Maurizio de Giovanni – ce ne sono parecchie, anche se non si direbbe. Alla faccia degli stereotipi e degli atteggiamenti sprezzanti ed ostili di chi ama seminare zizzania, pur trattandosi di due realtà geograficamente ed urbanisticamente assai differenti, non sono poche le similitudini.  Certo, Bérghem ha circa un decimo degli abitanti della seconda, vanta radici gallico-traspadane e non certo

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De Giovanni all’incontro in libreria tra le classi di Bergamo e Napoli

greche ed è attraversata da corsi d’acqua piuttosto che affacciarsi sul mare ma, a ben guardare, si possono riscontrare anche alcuni parallelismi. Ad esempio, entrambi le città sono divise in una parte alta ed in una bassa; si fregiano di uno stemma civico con gli stessi colori (oro e rosso); ospitano musei ed un orto botanico e, particolare simpatico, le due zone urbane sono collegate da funicolari. E poi, basta fare una piccola ricerca per accorgersi che personaggi nati a Bergamo sono di casa a Napoli, dove sono state loro intitolate alcune strade. E’ il caso di grandi artisti che abbiamo in comune, come il pittore Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571-1610), l’architetto Cosimo Fanzago (1591-16178) ed il musicista Gaetano Donizetti (1797-1848).

Ciò significa che i nostri ragazzi, dopo questo incontro, quando si troveranno davanti a famosissime tele del Museo di Capodimonte come la Flagellazione di Cristo del Caravaggio, o alla marmorea Guglia di S. Gennaro alle spalle del Duomo di Napoli, oppure  assisteranno nel San Carlo ad opere come la Lucia di Lammermoor e l’Elisir d’amore , ricorderanno che gli autori di questi capolavori non appartengono né a Napoli né a Bergamo, ma all’umanità intera. Ciò non significa che non debbano andare fieri della propria città e non abbiano il diritto di rivendicare il rispetto della loro identità culturale. Al contrario, un po’ controcorrente, io continuo a pensare che amare e rispettare le proprie radici non abbia niente a che fare con atteggiamenti discriminatori ed ostili nei confronti degli ‘altri’. A proposito di identità e di radici, ho scoperto con piacere che anche a Bergamo si coltiva questo sano interesse per le lingue e le tradizioni locali. Nessuno più di me, che da un decennio cerco di salvaguardare la lingua napolitana insegnandola anche ai ragazzi delle scuole medie, può apprezzare il fatto che sia stata promossa una ‘Scuola di dialetto bergamasco’ e che ci sia chi si preoccupa di conservare detti e proverbi di quella tradizione popolare. Al termine dell’incontro conviviale tra le due classi, ho perfino suggerito ad uno dei miei alunni di recitare un tipico modo di dire bergamasco, come simbolica offerta di amicizia verso i giovani ospiti. Il guaio è che la frase che avevo scelta (“A ülis bé se spent negot” cioè: “A volersi bene non si spende nulla”) è caduta nel vuoto, poiché anche i ragazzi cui era stata rivolta – non praticando più il dialetto – non avevano la minima idea di cosa significasse…

In ogni caso, sono soddisfatto che questa visita-gemellaggio abbia, nel suo piccolo, contribuito a creare ponti di amicizia ed a demolire muri di diffidenza reciproca. E tutto questo grazie al loro – ed ora nostro – Partenopeo, intorno al quale si è ricucito un rapporto e si è dato un bel segno di amicizia. Di questi tempi, scusate se è poco…

© 2017 Ermete Ferraro ( https://ermetespeacebook.com )

Metalinguaggio e Totolinguaggio

  download  1.  Parli come badi !

Ho sempre provato un’irresistibile attrazione per il linguaggio di Totò. A prescindere dall’evidente caratterizzazione umoristica del suo incredibile ed originalissimo idioma, ciò che mi ha sempre colpito era la sua capacità di trasformare funambolicamente la realtà, capovolgendola ed esaltandone gli aspetti più paradossali. Certo, sarebbe più semplice farsi quattro risate con le sue battute – le uniche che potrei ascoltare per innumerevoli volte senza che il loro effetto comico si esaurisca – ma mi sembrerebbe troppo poco e gli renderebbe un merito assai limitato.

C’è stato un tempo in cui avevo pensato di dedicarmi ad un approfondimento della lingua di Totò, ma poi ho rinviato a lungo la realizzazione di questo progetto, fino ad accorgermi che un ottimo linguista, Fabio Rossi, aveva già prodotto uno studio sistematico sull’argomento. Il libro s’intitola “La lingua in gioco – Da Totò a lezione di retorica”, è stato pubblicato nel 2002 dall’editore Bulzoni ed è aperto da un’illustre prefazione, firmata da Tullio De Mauro. E da tale Maestro – recentemente scomparso – a Rossi viene il riconoscimento della serietà ed accuratezza di questo studio sul linguaggio rivoluzionario ed anti-stereotipico di Totò.

L’intero materiale verbale di Totò è stato da Rossi esplorato in ogni piega. Gli strumenti d’analisi e i reattivi della linguistica, dalla vecchia e solida dialettologia, alla linguistica up-to date…. pragmalinguistica, neoretorica, semantica,lextlinguistik, rules changing creativity, palinsesti celati nel significante e fatti esplodere, tutti sono stati adoperati sistematicamente, di capitolo in capitolo, per scomporre e ricostruire criticamente il significato d’insieme del lavoro linguistico svolto da Totò….” [i]

Di fronte a questa esauriente e documentatissima ricerca, sarebbe ‘interurbano’ da parte mia tentare di scrivere qualcosa di nuovo o di originale. Semmai, potrei provare a riprendere alcune osservazioni di Fabio Rossi per riflettere sulla necessità di riscoprire, ancora oggi, l’incredibile serbatoio di giochi di parole e di artifici retorici che hanno rivoluzionato il concetto stesso di comicità. Una comicità per troppo tempo giudicata ‘leggera’, mentre era tutto meno che superficiale, in quanto metteva impietosamente a nudo l’ipocrisia ed il ridicolo di certe situazioni e di certi modi di esprimersi. Una delle sue possibili chiavi interpretative, infatti,  potrebbe essere l’irresistibile monito di Totò: “Parli come badi!”, classico esempio di sconfitta clamorosa delle frasi fatte, ricorrendo ad un nonsense che ne capovolge la logica prevedibile e stereotipata.

“ I linguaggi burocratico, politico e commerciale, in particolare, sembrano fatti essenzialmente di usi irriflessi. Il linguaggio comico, e nella fattispecie quello di Totò, molto spesso infrange tale automatismo, ora invertendo l’ordine delle espressioni cristallizzate (desto o son sogno), ora deformandone i termini (volare è potare), ora sostituendo una delle parole che compongono la collocazione (sedia a gas). Ancora una volta, dunque, ridendo e divertendo, Totò ci induce (malgré lui) a riflettere sullo statuto stesso della comunicazione e a porci, nei limiti del possibile, al di fuori della lingua che parliamo, per osservarla meglio e per capirne gli usi irriflessi e le condizioni del suo funzionamento e della sua comprensibilità. “ [ii]

Si sa che l’umorismo si fonda anche e soprattutto su meccanismi capaci di sorprenderci, di demistificare le convenzioni e di smascherare quello che Pirandello chiamava l’‘autoinganno’ della vita, ma bisogna riconoscere a Totò una capacità eccezionale di farlo non solo a livello di capovolgimento delle situazioni e di mimica grottesca, ma principalmente a livello linguistico, sia sul piano semantico sia su quello morfo-sintattico.

Badare a come parlava Totò, quindi, mi sembra quindi il modo migliore per comprenderne lo spirito profondamente innovativo, che i critici hanno scoperto solo molto tardi e che ha portato ad una ‘riabilitazione’ dei suoi film. Sarebbe impossibile concentrare in poche pagine le caratteristiche accuratamente analizzate e catalogate nello studio di Rossi, per cui mi limiterò a metterne in evidenza solo alcune, a partire da una mia particolare sensibilità a determinati aspetti dell’universo totoiano.

2 . Modestamende, qualche lingua la parlo…   

Il primo elemento di questa carrellata sulle straordinarie facoltà espressive di Antonio de Curtis è, naturalmente,  il suo giocare sulle caratterizzazioni linguistica, e quindi sulla percezione deformata che di un certo idioma ha chi non lo conosce. E’ proprio grazie allo stravolgimento dello strumento linguistico ‘medio’ che egli otteneva effetti unici, da quello irriflesso del riso fino ad una più consapevole comprensione di ciò che rende ridicoli determinati modi di esprimersi. Uno di questi moventi comici è, non a caso, un dato caratteristico della nostra cultura contemporanea, cioè la crescente tendenza a far ricorso, a proposito e a sproposito, a quelli che una volta si chiamavano ‘forestierismi’,  usati spesso solo per apparire ciò che non si è. [iii]

totolinguaingioco_200x277 Ai tempi di Totò andavano molto di moda i francesismi, elementi posticci che avrebbero dovuto sembrare eleganti e che egli sconvolgeva e dissacrava, facendone spassose caricature, come nel caso di: “veramòn” (vraiment); “sciarcutièr“ (charcutier); “mo esce Antonio” (Moet-Chandon); “pedicuoio” (pedicure); “che jolì famme” (quelle jolie femme) ; “adiè mon petì sciù” (adieu mon peti choux); “le scioffèr son le scioffèr “(les  affaires sont les affaires): “colpo di fodero” (coup de foudre)  e così via.

Allo stesso procedimento erano sottoposti da Totò anche gli allora già molto diffusi anglicismi – frutto del dopoguerra e della presenza americana – con lo stesso effetto comico ed al tempo stesso straniante. Pensiamo ad espressioni come: “La colazione degli inglesi si scrive britofist ma si pronuncia bracfesso”; “Mister, prec, quo vadis?”; “nàighete clebbe” (night club); “scecchi” (cheques); “cambingo” (camping); “striptiamoci” (nel senso: di spogliamoci); “boi scùter” (boy scout); “fischi” (whisky); “ciriola” (cheer you).

In una società che si sforzava di apparire moderna e cosmopolita  (oggi diremmo ‘globalizzata’) il coltello sarcastico del Principe metteva a nudo il ridicolo di una competenza linguistica raccogliticcia e superficiale, che spesso diventava fonte di equivoci e doppi sensi. Ciò vale per le lingue straniere (come i pasticci linguistici ispirati dal tedesco e dallo spagnolo), ma anche per quelle ‘dotte’, che dovrebbero attestare la cultura ‘alta’ del parlante mentre, viceversa, ne rivelano l’ignoranza.  Nel primo caso siamo di fronte a divertenti battute, di cui cito qualche esemplare: “Bitter” (bitte) ; “tankscen” (dankeschoen) ; “aoffidersen” (auf wiederseeen); “Telefunken” (nel senso di ‘telefono’); “Sogno spagnolas, per la maiellas!”; “Corazòn: in spagnolo significa che ore sono”; “In spagnolo si dice ‘te quiero’, come bicchiero e carabiniero”; “Un uomo grasso, in spagnolo: ‘un ombre chiatto’ “, e via dicendo.

Nel secondo caso vengono a galla, invece, le pretese di chi ostenta un traballante latinorum per sembrare più autorevole. Si tratta di una vera e propria girandola di citazioni maccheroniche e deformazioni popolari, ormai celebri espressioni come: “Audax fortuna juventus”; “ezia e andìo”; “Castigat ridendo mores: ridendo castigo i mori”; “Gattibus frettolosibus fecit gattini guerces”; “De gustibus non ad libitum sputazzellam”; “Non esageramus!”; “Vigliacchibus, , mascalzonibus, farabuttibus!”; “Morsa tua vita mea” ; “abbondandis adbondandum” oppure “Lupus in fabula? C’è un lupo nella fabbrica…”.

“Come si vede già dai pochi esempi citati, l’uso delle lingue straniere risponde ad almeno tre importanti requisiti: innesca il meccanismo comico (sia per la semplice deformazione fonetica, sia perché talvolta nascono curiose omonimie […];  ritrae l’incertezza e l’emarginazione del parlante di scarsa cultura, che tenta, come meglio può, di capire e di farsi capire; deride l’abuso dei forestierismi in coloro che vogliono darsi un tono…” [iv]

Alcune di queste espressioni  di Totò ci fanno tuttora sorridere, pur avendo perso un po’ della loro forza a causa del progressivo abbandono del latino come ingrediente della conversazione tra intellettuali. La presa in giro dei forestierismi, invece, resta molto attuale in un’età in cui il  linguaggio quotidiano è sempre più infarcito di termini stranieri, in particolare inglesi, molto frequentemente più orecchiati che davvero conosciuti e compresi.

Un discorso  a parte va fatto per il Napoletano e per i vari dialetti italiani, verso i quali il Principe ha sempre mostrato un atteggiamento piuttosto ambivalente, facendo il verso a questi ultimi – spesso ridicolizzati – ed utilizzando un miscuglio linguistico…parte nopeo e parte italiano. Il Napoletano, come osserva Rossi, non assume mai il carattere di una contrapposizione all’italiano ufficiale, semmai è l’antidoto popolare ad una lingua pomposa e pretenziosa, bersaglio della satira di Antonio de Curtis. Talvolta egli appare addirittura dialettofobo [v] , soprattutto quando sfotte i siciliani, i pugliesi oppure i ‘polentoni’ nordisti. In realtà le cadenze dialettali gli servono solo per far ridere, sottolineandone le ‘stranezze’ fonetiche e caratterizzando buffamente i personaggi.[vi]

     3 . Parlate, parlate, òrsu..!

download-1La carica comica del linguaggio totoiano, come giustamente è stato osservato, risiedeva in modo particolare nella sua inarrestabile ed inesauribile capacità di giocare con le parole, sezionandole, stravolgendole e facendo loro dire cose molto diverse da quelle prevedibili. Nelle sue battute, la logica combinatoria tipica del linguaggio verbale diventava un meccanismo scombinatorio, che non si limitava a dissacrare l’ovvietà, l’ipocrisia e la convenzionalità che troppo spesso le parole trasmettono, ma generava un codice linguistico del tutto originale. Ci troviamo dentro echi del dadaismo e della rivolta futurista, ma soprattutto la vena irridente irriverente e sfottente  che era caratteristica di un napoletano verace come lui.

Totò è un dadaista della comunicazione, un giocoliere del linguaggio. Uno che le parole le sgretola, le tritura, le reimpasta. Le deforma espressionisticamente. Le reinventa. Sorprendente e impertinente: da vero buffone che smaschera il re, e lo mette a nudo….” [vii]

Da eccezionale ‘comico di parola’, egli tendeva a scavalcare il copione assegnato e ad improvvisare nel modo più istintivo ed anarchico, dando così un chiaro segno che non si trattava della recitazione di una parte, ma piuttosto di un’interazione verbale personale e spontanea, che gli nasceva da dentro irrefrenabile. Come osserva Roberto Escobar:

Totò è esplosione iperbolica di desiderio, rivincita di quel che sta sotto su quel che sta sopra, trionfo della fame e del corpo e dell’amore su qualsiasi pretesa di ordine e stabilità. Gerarchie, onori, senso comune: mentre i suoi antagonisti sprofondano nel panico, Totò tutto travolge in un fiume di parole e di gesti impazziti, mascherando la ragione da follia e la follia da ragione” [viii].

Ebbene, nell’analisi condotta con scrupolo filologico da Fabio Rossi questo fiume di parole viene esplorato nelle sue componenti retoriche, facendo affiorare sì la consumata esperienza dell’attore da commedia dell’arte, ma anche un’insospettabile competenza lessicale e sintattica, che va ben oltre i tradizionali calembour del barzellettiere, del macchiettista o, oggi, del cabarettista. Certo, l’arguzia verbale di chi scherza con le parole resta la componente principale, ma non è l’unica. Il Witz, il motto di spirito – come ci ha spiegato S. Freud [ix] – va ben oltre i semplici giochetti con le parole finalizzati a provocare il riso. La tecnica della battuta di spirito, infatti, genera una vera e propria liberazione, scaricando tendenze inconsce e sprigionando una forza che altrimenti sarebbe rimasta repressa.  Nel linguaggio di Totò,  la liberazione espressiva veicolata dalle sue parole travolge gerarchie e convenzioni, luoghi comuni e distinzioni. Per quanto spontanea, essa fa comunque uso dei tradizionali espedienti  retorici classici, di cui Rossi ci fornisce un vero e proprio catalogo. Si va dall’accumulazione dei pleonasmi alle paronomàsie; dalle rime ed assonanze alle allitterazioni martellanti; dalle metàtesi che invertono l’ordine naturale alla immaginifica creazione di parole inesistenti, eppure allusive.

Elencare tali strumenti retorici non riesce però a rendere l’idea della girandola della sua espressività verbale, portata naturalmente più all’iperbole (cioè all’amplificazione) che alla litote (attenuazione); più all’imprecazione ed all’apostrofe che alla reticenza ed alla preterizione. Uno dei mezzi espressivi più efficacemente utilizzati, in ogni caso, resta sempre il nonsense, la cui forza sconvolge l’ordine razionale, rendendo reale l’assurdo.  Pensate a frasi come queste, dedicate ad un tema certo non facile come il mistero buffo della vita e della morte:

“Chi lascia la moglie morta per la viva, sa quello che lascia ma non quello che triva”; “Abbiamo vegliato la salma per tutta la notte: è stato un veglione”; “Voglio morire, mi voglio ammazzare; suicidatemi!”; “ Voi dite che sono morto? Perbacco, se lo avessi saputo sarei venuto vestito a lutto”; “Camposanto è un santo come un altro: Santo Campo”; “Un ex garibaldino morto mentre suonava la tromba: fu trombosi acuta, o acuto da trombetta?”.

Oppure assaporate battute come queste, che avevano spesso ad oggetto il rapporto con le donne:

“Alle donne piacciono gli uomini forti. Dal mio aspetto non si direbbe, la mia forza è truccata: sono un falso debole”; “Cara, ti vergogni di me perché sei vestita? Io sono in maniche di mutande”; “L’opulenza femminile è un dono, ma non tutte le opulenze riescono col buco”, “Mia moglie è un tipo apprensivo: sta sempre ad Anzio per me”; “Lei è vedovo di moglie? Colgo l’occasione per farle le mie congratulazioni”.

Il mondo di Totò, stralunato ed imprevedibile, è anche quello dove “I soldi si fabbricano al Policlinico dello Stato”, ma dove c’è qualcuno così povero che “nel caffelatte non ci mette né il caffè né il latte”, ragion per cui si ribadisce che non è vero che “..l’appetito vien mangiando. In realtà viene a stare digiuni”.  Perfino le malattie vengono stravolte dall’arguzia di Totò, che ci spiega, ad esempio, che “L’acme giovanile si cura con la vecchiaia”, oppure che c’è chi “ha preso una botta al malleolo del cervello e per poco non gli veniva la meningite”.  Le emergenze presenti  nell’immaginario nosocomio totoiano vanno dalle “punture di zanzara nòfale” alle “coliche apatiche”; dalle patologie più gravi (“Le manca un polmone? Un altro se ne sta andando? E lasciamolo andare, mo’ ci mettiamo a correre dietro un polmone…” ) a quelle più frequenti e banali (“Ho un ottimo rimedio contro i mali di capo, i dolori capuani”). Ovviamente la sua ironia colpisce anche molte approssimative diagnosi scientifiche (“Sia ben chiaro che i nervi partono dai piedi e arrivano alla culotta cranica”), non risparmiando neanche i farmacisti (“…vendono il cotone idrofobo”) e perfino le indagini basate sui test medici (“Ma mi faccino il piacere! Esaminando la saliva si può risalire a chi ha sputato? Che schifo!”).

4. Ogni limite ha la sua pazienza!

 Si potrebbe continuare all’infinito, citando le sue battute esilaranti che coinvolgono un po’ tutti quelli che si prendono talmente sul serio da non riuscire a cogliere il ridicolo e l’assurdo della vita. Credo però, a questo punto, che sia importante sottolineare che – prescindendo dalle considerazioni che si potrebbero trarre dalla ‘filosofia’ di Totò sottesa all’esplosione espressiva dei suoi testi – gli debba essere in primo luogo riconosciuta una straordinaria capacità di usare la lingua come uno strumento rivoluzionario rispetto alla convenzionale rispettabilità borghese, ma al tempo stesso come una forma espressiva eccezionalmente creativa e ricreativa.

“Vedere le parole ridotte a mero oggetto di piacere o a cavie per strani esperimenti, provare il senso di straniamento […] che Totò infonde nel rispondere fischi per fiaschi, nel disattendere le più elementari aspettative semantiche dell’interlocutore, nell’intendere letteralmente quanto ha valore metaforico e metaforicamente quanto è letterale, insomma assistere all’apparente sbriciolarsi del verbo e al suo prodigioso ricomporsi e rinascere come fenice non fa che introdurre, dall’ingresso principale (quello che passa cioè attraverso la sfumata frontiera tra possibilità di comunicare, e quindi di interagire col mondo, e impossibilità di comunicare tutto) ai più profondi meccanismi di funzionamento delle lingue umane.” [x]

Ed è così che  – a 50 anni dalla morte – ho cercato di ricordare colui che non solo ci ha fatto ridere per generazioni, ma è anche riuscito a farci scoprire la magia di una lingua con cui si può giocare e divertirsi, scomponendo e ricomponendone con creatività gli elementi.  In un mondo dove ancora troppi mostrano di non avere il senso del ridicolo e si ritengono al di sopra degli altri, è il caso di ricordare loro, con un’altra battuta di Totò, che: “Il trombone, checché se ne dica, eziandio, è sempre un trombone”.  Per fortuna c’è stato chi ha saputo usare la comicità per metterlo a posto;  un autentico direttore d’orchestra, uno cui “piace la moseca, quella con la ‘o’ maiuscola”.

N O T E ————————————————————

[i]  Tullio De Mauro, Prefazione, in: Fabio Rossi (2002), La lingua in gioco – Da Totò a lezione di retorica, Roma, Bulzoni,  pp. 14-15
[ii]  F. Rossi, op. cit., pp. 201-202
[iii]  Le citazioni seguenti sono tratte, oltre che dal testo cit., anche da altre ‘antologie’ del frasario di Totò, fra cui: Parli come badi (1994), a cura di Matilde Amorosi, con la collab. Di Liliana de Curtis, Milano, Rizzoli; Enrico Giacovelli (1994), Poi dice che uno si butta a sinistra!,  Roma, Gremese; Quisquiglie e pinzillacchere – Il teatro di Totò 1931-1946 (1980), a cura di Goffredo Fofi, Milano, Savelli
[iv]  F. Rossi, op. cit., pp. 42-43
[v]  Cfr. o.c. , pp. 64 ss.
[vi]  Sull’argomento cfr. anche l’interessante articolo: Silverio Novelli, Il principe delle quisqulie, http://www.treccani.it/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_19.html
[vii]  Gianni Canova et Al., “Totò: l’uomo e la maschera”, in: Brigantino. Il portale del Sud, http://www.ilportaledelsud.org/tot%C3%B2.htm
[viii]  Roberto Escobar (1998),  Totò: avventure di una marionetta, Bologna, il Mulino (cit. in Canova et Al, o.c.)
[ix]   Sigmund Freud (1905), Der Witz und seine Beziehung zum Unbewußten (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio) > http://www.newtoncompton.com/libro/il-motto-di-spirito-e-la-sua-relazione-con-linconscio-2/edizione/ebook/978-88-541-2467-7
[x]   Fabio Rossi, La lingua di Totò: tra gioco, retorica, didattica e metalinguaggio, http://host.uniroma3.it/eventi/silfi/proposte/Rossi.pdf
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© 2017 Ermete Ferraro (http://ermetespeacebook.com )

Speramm ca pur o Napulitan c’a fa…

Su Il Mattino è apparso un divertente e volutamente sgrammaticato editoriale di Francesco Durante dal titolo “Il congiuntivo speriamo che se la cava”. Bersaglio della scherzosa querelle era l’illustre prof. Francesco Sabatini che, sebbene presieda l’ancor più illustre Accademia della Crusca, in un’intervista al Corriere della Sera si era mostrato molto indulgente nei confronti di chi fa disinvoltamente scempio della lingua italiana.

«Al professor Francesco Sabatini gli piace pensare che la lingua italiana non è una cosa immutabile, e che per difenderla non c’è bisogno di fare gli schizzinosi o di farsi pigliare da «psicodrammi» come la solita difesa del congiuntivo, oppure la lotta contro gli anacoluti, i pleonasmi, le frasi segmentate, contro i pronomi «lui» e «lei» usati anche come soggetti e contro lo «gli» polivalente, usato cioè anche per il plurale e il femminile. Ora io speriamo che lo psicodramma non c’è, anche se l’anacoluto ne parlano tutti male, e se è per questo anche il pleonasmo. Lui, però, gli sembra che non è un vero problema, questo. Dopotutto, è il parlato, la lingua viva degli italiani. Che, fin da quando è nata, la innovano di continuo, gli italiani, e giustamente gli pare che va bene così: l’importante è capirsi e comunicare.» [i]

09b73a01350d10bcb43360047446727fQuesta spassosa perorazione della correttezza formale della nostra lingua nazionale nei riguardi dell’insinuazione che difendere le regole grammaticali equivalga a tutelare  “un’invenzione aristocratica che appartiene al passato e fa a cazzotti col presente” [ii], mi ha stimolato un’analoga riflessione sulla triste deriva del Napoletano. Ovviamente per alcuni si tratta solo della normale evoluzione di qualunque espressione linguistica; dell’inevitabile corruzione di una lingua prevalentemente parlata; di ovvie e scontate semplificazioni apportate ad un dialetto che nasce popolare e che del popolo napoletano condivide la spontaneità e lo spirito anarchico. Per carità, tutte osservazioni ispirate dal buon senso e parzialmente fondate. A me sembra, però, che una cosa è il fisiologico processo di trasformazione e semplificazione lessicale e morfo-sintattica che qualunque lingua (nazionale, regionale o locale) subisce col passar del tempo; ben altra cosa, invece, il truce imbastardimento del linguaggio, frutto di meticciamenti non necessari, di spregiudicate volgarizzazioni e di sana e robusta ignoranza.

Nessuno pretende che alla lingua napoletana (o per meglio dire: napolitana) si debba applicare un rigore lessicale e grammaticale di cui perfino l’Italiano sembra ormai fare a meno, con la solita scusa della modernizzazione e della semplificazione. Ci mancherebbe che laddove vien meno anche la paludata tutela da parte dell’Accademia della Crusca noi napoletani dovessimo inventarci un organismo ancor più esigente e severo per proteggere la lingua di Basile e di Di Giacomo, di Russo e di De Filippo. Io e tanti altri napoletanofili come me, del resto, non ci pensiamo proprio a mummificare un’espressione così diretta vivace e spontanea, mettendola “sotto la campana”, come si dice dalle parti nostre, col rischio di soffocarne la naturale vitalità pur di ‘conservarla’. Quel che chiediamo è solo un po’ di semplice – ma indispensabile –  rispetto per una lingua che se lo merita tutto. Parlo di rispetto, non di un’ipocrita deferenza né di conservatorismo parruccone. Solamente di rispetto, parola la cui etimologia latina (re-spicere) rinvia ad un atteggiamento che tiene conto di ciò che ha davanti, che guarda e ri-guarda con attenzione l’oggetto del suo interesse. Il contrario, insomma, d’una modalità trasandata, becera, sciatta ed incapace di pesare le parole, nella convinzione che – come sottolineava anche Durante – in fondo “l’importante è capirsi e comunicare”.

E’ fin troppo ovvio che il primo obiettivo è quello di trasmettere il proprio pensiero agli altri. Se però l’umanità si fosse limitata a perseguire quest’unico fine si sarebbe potuta tranquillamente fermare ad uno stadio evolutivo assai poco sviluppato e, tutto sommato, non è neanche detto che sarebbe risultata indispensabile una comunicazione di tipo verbale. E invece no: il patrimonio di qualsiasi lingua va naturalmente arricchendosi, articolandosi, specializzandosi e perfezionandosi, dal punto di vista della varietà lessicale ma anche della messa a punto delle regole.

Lo so: la stessa parola ‘regola’ suscita in tanti di noi spiacevoli sensazioni. Evoca subito le raccomandazioni dei genitori, il mondo della scuola, le norme da imparare e far proprie e, per ovvio collegamento, la paura di sbagliare, di far brutta figura, di essere ripresi e corretti da chi ne sa più di noi. E’ più facile, allora, ribellarsi sdegnosamente alle regole formali, in nome del vecchio proverbio “Val più la pratica che la grammatica” e di un atteggiamento che rivendica ‘apertura’ ad ogni diversità e novità e guarda sospettosamente ogni norma, intesa come un’inutile costrizione.

Certo: seguire questa diffusa tendenza offre il non piccolo vantaggio di sentirsi in grado di fare a meno di ogni studio e, al tempo stesso, di provare la sensazione di fare qualcosa di trasgressivo, se non di rivoluzionario. E’ così che una pura e semplice manifestazione d’ignoranza – ad esempio per quanto riguarda le basi fondamentali dell’ortografia e della grammatica d’una lingua – può improvvisamente assurgere a scelta contestativa, a rivendicazione sociale e perfino a ribellione identitaria.

Tale impostazione sta cercando sempre più una legittimazione ufficiale, ad esempio contrabbandando lo stile sgangherato con cui molti giovani cercano di esprimersi per iscritto in Napoletano come se fosse una modalità linguistica alternativa. C’è infatti chi pensa di cavalcare la tigre dell’approssimativa espressione napoletana propria dei graffitari e dei rapper per riproporre un modello giovanilistico ed underground. C’è chi ha dichiarato di volerne ‘sdoganare’ il linguaggio crudo, diretto, ritmico ed ortograficamente ‘ribelle’ per farlo simbolo d’una nuova Napoli, più viva e trasgressiva. Peccato che questa ‘rivoluzionaria’ operazione sia spesso mirata a finalità d’altro genere, che poco c’entrano  sia con la riscossa giovanile sia con la ribellione identitaria.

asino-impazzitoFermo restando che nulla autorizza a cercare comode scorciatoie per aggirare la propria ignoranza dello spessore lessicale e grammaticale del Napoletano, esprimendosi per iscritto con un’ortografia brutta e ridicola, ritengo che il vero problema non sia solo di natura estetica e tanto meno che si tratti di ‘lesa maestà’ nei confronti delle ‘sacre regole’. Per quanto mi riguarda, infatti, non mi sento per niente un conservatore (tranne in materia ambientale…) e le posizioni che ho assunto nei miei quasi 65 anni di vita dimostrano che, quando è necessario, ho saputo essere anche molto trasgressivo.

Il vero problema – come ho avuto modo di spiegare pubblicamente anche ai novatori di “Song ‘e Napl” [iii]non risiede dunque nel fatto che un qualsiasi Napoletano voglia ‘scrivere come parla’, falciando senza pietà le vocali che crede mute (mentre sono solo indistinte) e confezionando messaggi che assomigliano vagamente a codici fiscali. Il risultato di questa pretesa semplificazione può piacere o meno, ma credo che ognuno sia libero di esprimersi come meglio crede e/o sa fare. Ritengo però altrettanto legittima la reazione di disappunto – e in alcuni casi d’indignazione – di chi da decenni sta buttando il sangue – per di più volontariamente – per migliorare la consapevolezza linguistica dei Napoletani e per ridare dignità ad un’espressione linguistica degradata a idioma di serie B o C.  Indignazione, si badi bene, non tanto nei confronti di chi sta involontariamente infierendo su un già malconcio ed imbastardito Napoletano, credendo di attualizzarlo e di renderlo più vivace. Il bersaglio di questa naturale reazione sono piuttosto coloro che, sventolando la bandiera della spontaneità e dell’orgoglio popolare, puntano in effetti ad obiettivi più prosaici e concreti. Temo infatti che si tratti ancora una volta dell’ennesima operazione commerciale per promuovere una falsa immagine di Napoli, un ‘marchio’ certamente diverso da quello stereotipato della pizza e del mandolino, ma non per questo meno negativamente folkloristico.

Il nostro grande antropologo Lombardi Satriani, in ‘Folklore e profitto’  [iv], già alla metà degli anni ’70 aveva denunciato l’insidiosa operazione di mistificazione della cultura popolare, trasformandone la naturale e genuina alterità in una pseudo-alternatività da utilizzare a scopi speculativi.

«La dialettica rilevante, nell’osservazione critica di Lombardi Satriani, tra familiarizzazione e de-familiarizzazione del folklore a uso e consumo di una sua migliore commercializzazione e di una ottimizzazione dei profitti suggerisce un meccanismo fondamentale del marketing dei territori che ancora oggi è al cuore delle riflessioni e degli interventi di progettazione economica istituzionale e privata nei diversi contesti locali. Non è un caso che proprio in quel testo Lombardi Satriani si rifacesse a quella nozione di “folkmarket” che già allora egli estrapolava da studi classici di sociologia dei consumi [Veblen 1899; Le Play 1855] e si chiedeva “se la cultura dei consumi e la cultura folklorica fossero solo zone antitetiche e se il loro rapporto non fosse, oltre che di negazione, di reciproca implicazione” [Lombardi Satriani 1973: 84], ad esempio, per quegli aspetti di uso consapevole da parte dei meccanismi pubblicitari di categorie come genuino, naturale, “pittoresco”, con esplicito riferimento al Gramsci di Letteratura e vita nazionale.»[v]

 Penso però che i Napoletani – dopo secoli di dominazioni e parecchie spregiudicate strumentalizzazioni – siano già naturalmente vaccinati contro tali tentativi e quindi attenti e non farsi infinocchiare da chi lusinga l’orgoglio napoletano solo per piazzare prodotti commerciali o per appiccicare a Napoli un ‘marchio’ qualsiasi, pur di venderla meglio sul mercato turistico. I giovani che provano ad esprimersi napoletanamente anche per iscritto – come nel caso di chi compone testi per canzoni o rappresentazioni teatrali – hanno forse solo bisogno di leggere di più e meglio la letteratura napoletana e d’imparare alcune semplici regolette ortografiche. Chi li incoraggia a sbagliare, coccolandoli e fornendo loro pretestuosi argomenti per continuare a volgarizzare e rendere brutto, illeggibile e talvolta ridicolo il Napoletano, non li sta certo aiutando né tanto meno liberando da inesistenti persecuzioni puristiche. Chi addirittura pretende di accendere in loro l’orgoglio del linguaggio sgrammaticato e scorretto – per citare una nota locuzione popolare – temo che stia solo cercando di trasformare degli incolpevoli ‘ciucci’ in ‘ciucci presuntuosi’.[vi]

NapulenguaNon credo proprio che l’articolato e vivace universo giovanile della nostra città –   quello sottoproletario come quello movimentista ed underground –  sia davvero intenzionato a mettere il proprio spontaneismo espressivo al servizio d’una simile speculazione. In caso contrario, dovrei solo concludere, usando paradossalmente anch’io il pittoresco idioma napolese, che: “ A lavà a cap o ciucc s perd l’acqua e o sapon “ .

N O T E —————————————————-

[i] Francesco Durante, “Il congiuntivo speriamo che se la cava”, Il Mattino (13.12.2016) > http://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/il_congiuntivo_speriamo_che_se_la_cava-2136925.html

[ii] Ibidem

[iii] Visita la pagina FB: https://www.facebook.com/songenaploriginal/?ref=ts&fref=ts ed il sito web: http://sito.omninapoli.com/

[iv] Luigi  M. Lombardi Satriani,  Folklore e profitto. Tecniche di distruzione di una cultura, Firenze, Guaraldi, 1973

[v] Letizia Bindi, “Rileggendo Folklore e profitto. Patrimoni immateriali, mercati e turismo”,  EtnoAntropologia, Vol. 2 (2014) > http://rivisteclueb.it/riviste/index.php/etnoantropologia/article/view/97/142

[vi] Raffaele Bracale, “Ciuccio e presuntuoso” (2012) > http://lellobrak.blogspot.it/2012/06/ciuccio-e-prosuntuosolo-si-dice.html

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© 2016  Ermete Ferraro (http://ermetespeacebook.com )

Libertà di non dover più scegliere?

IMG01664-20160213-1223Navigando in Internet ho verificato di non essere il solo che è rimasto colpito dalla chiusa dello spot della TV on demand della TIM , affidato al breve monologo di un estasiato Pif. Il conduttore e filmaker siciliano esalta infatti le straordinarie novità della ‘sconfinata galassia’ di contenuti offerti da quel nuovo tipo di televisione, concludendo con questa significativa frase: “Le nuove tecnologie ci stanno dando la libertà di non dover più scegliere. Non è fantastico?”

Naturalmente si tratta di uno slogan pubblicitario, ma credo che saremmo ingenui a non cogliere il messaggio che esso veicola, che è culturale sociale e politico. E’ vero, si tratta di una frase buttata lì senza apparenti finalità ideologiche, però bisogna essere superficiali o distratti per non afferrarne il senso meno esplicito, che va ben oltre la pubblicità di una rete televisiva. La campagna è stata ideata e realizzata dalla sezione italiana della prestigiosa agenzia Leagas Delaney , il cui motto è: “Il pensiero che trasforma. Il cambiamento che ispira“.

Ma su quale genere di ‘pensiero’ ispiri espressioni come quella pronunciata da Pif credo che valga la pena di riflettere almeno un po’, a partire proprio dal contesto dello spot. Il cuore del messaggio, infatti, è che la TIM offre un servizio capace di accontentare milioni di passioni” degli Italiani. “Grazie alle connessioni  -ci si spiega –  possiamo entrare in un universo televisivo senza limiti. Oggi c’è una tv che unisce tutte le tv”. La grossa novità è che questa ‘galassia sconfinata’ di contenuti può essere fruita “ovunque e quando vuoi”Le parole evidenziate sottolineano fondamentalmente due concetti: il primo è la dimensione smisurata delle richieste degli utenti di quel servizio (che è ‘sconfinata’ proprio perché ‘senza limiti’); il secondo è che la soluzione a ciò è l’offerta di una rete di ‘connessioni’, grazie all’utilizzo di una tecnologia che supera le differenze e le distanze, ‘unendo’ in sé  non solo tutte le modalità televisive, ma in fondo tutte le persone.

E’ da notare sia l’utilizzo della metafora astronomica (universo, galassia…), rafforzata da immagini coerenti con tale contesto, sia l’affermazione che tale provvidenziale invenzione sta adesso concretizzando una prospettiva finora solo futuribile (“oggi….oggi…”). Le altre parole-chiave dello spot pongono in risalto anche la ‘velocità’ della connessione e la sua utilizzazione ‘ovunque’ ci faccia comodo.

Non mi sembra casuale che la somma di queste tre caratteristiche (rapidità, totalità, fruibilità) combaci perfettamente col concetto standardizzato di ‘progresso’, inteso come obiettivo di sviluppo ottenuto soprattutto mediante una continua evoluzione tecnologica. Non è casuale neppure che dallo spot emerga una prospettiva universalistica, ispirata, più alla perfezione del cosmo, alla sintesi forzata del pensiero unico, al modello di economia globalizzata ed alla eliminazione delle diversità come sbrigativa soluzione ad ogni conflitto.

Del resto i grandi maestri della fantapolitica – dall’Huxley del Brave New World all’Orwell di 1984 –  ci avevano profetizzato con incredibile intuizione quello che sarebbe diventato il nostro “nuovo mondo”, governato dalla dittatura della tecnologia e da un ‘Bispensiero’ che mistifica la realtà, presentandoci la schiavitù come libertà e la guerra come pace. Basta poi usare un motore di ricerca su Internet per scoprire che, quanto meno nel mondo anglosassone, espressioni come “Freedom not to Choose” non sono affatto nuove.  Per non parlare dei grandi pensatori che hanno spesso sottolineato che la libertà è un rischio che oggi molti preferirebbero non correre. Un esempio classico è quello di Erich Fromm, il quale oltre settant’anni fa osservava che: L’uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni, e le decisioni comportano rischi […]  L’uomo moderno, liberato dalle costrizioni della società  pre-individualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere: cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali emotive e sensuali. Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà lo ha reso isolato e, pertanto, ansioso e impotente”  (Erich Fromm, Fuga dalla Libertà, 1942).

Eppure ci hanno insegnato che scegliere è l’unico verbo in grado di coniugarsi all’idea stessa di libertà. Pur senza scomodare il principio religioso del ‘libero arbitrio’, sembra  evidente che avere un’opzione, disporre di un’alternativa, sia il solo modo per affermare il nostro diritto alla scelta, nel quale è incluso il diritto di sbagliare. Il guaio è che scegliere è anche un peso, una responsabilità che discende dall’originaria condanna biblica, che identificava la conoscenza con la necessità di comportarsi secondo coscienza  (Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male…”   – Gen. 3,22). Scegliere vuol dire riflettere, analizzare le varie possibilità, esercitare il discernimento ed infine decidere, assumendosi la responsabilità delle proprie responsabilità. Decisamente troppo per l’homo tecnologicus del nostro ‘Brave New World’ , dove non c’è mai abbastanza tempo perché tutto procede a velocità sempre più elevata. Un  mondo dove resta anche poco spazio per la spontaneità e per il confronto razionale con chi la pensa diversamente.

I meccanismi individuati da Fromm come caratteristici di questa “Escape from Freedom” sono sostanzialmente tre: l’autoritarismo, la distruttività ed il conformismo. Il primo ci fa rinunciare alla nostra autonomia ed individualità per rifugiarci sotto l’ala protettiva di qualcosa di più grande, importante e generale: un’autorità esterna appunto. Il secondo meccanismo, fondato sulla paura, ci porta ad eliminare preventivamente ciò che potrebbe minacciarci, sfuggendo alla sensazione d’impotenza e di fragilità per mezzo della aggressività.  Il conformismo, infine, ci rende praticamente degli automi, per cui l’individuo smette di essere se stesso ed assume acriticamente il modello culturale che gli viene proposto, mimetizzandosi fra gli altri, in una società sempre più grigiamente uniforme.

Insomma, forse partire da una frase pubblicitaria per giungere a conclusioni di ordine filosofico e politico è un po’ troppo e, in fondo, attribuisce fin troppa importanza ad uno slogan del genere. Però dovremmo smetterla anche di cercare grandi messaggi solo nei discorsi ufficiali o nei testi universitari. La verità è che determinati contenuti ‘passano’ ogni giorno attraverso i media in modo assai meno ufficiale, ma più subdolo, soprattutto quando si rivolgono ad un pubblico estremamente permeabile come quello giovanile.

Trasmettere ad un ragazzo l’idea che le tecnologie attuali ci stanno regalando la libertà “di non dover più scegliere”, infatti, mi sembra un’operazione estremamente pericolosa. Lasciargli intendere che ci si possa liberare dal peso della scelta padroneggiando tutti i possibili contenuti attraverso un unico strumento, se da un lato ne solletica il già ipertrofico senso di onnipotenza e di realizzazione senza alcun limite, dall’altro lo inchioda ad un destino di uniformità controllata dall’alto, e quindi di autoritarismo.

imagesCiò che si propone ai giovani, e non solo a loro, è una società globalizzata dove tutto è connesso in rete, tutto è monitorabile da lontano, tutto si può fare ovunque e in qualunque momento, magari contemporaneamente… “Non è fantastico?”, ci chiede un ammiccante Pif dallo spot della TIM, lasciando intendere che è solo una domanda retorica. Ebbene no. Io, ad esempio, non trovo affatto ‘fantastico’ che il massimo della libertà che ci viene concessa sia quella di non scegliere, e quindi di fare a meno di decidere con la nostra testa e la nostra coscienza.  Non mi sembra per niente una prospettiva esaltante quella di raggiungere la pace dei sensi – e dell’intelletto – alla luce degli onnipresenti schermi di un qualsiasi Big Brother. Non riesco proprio ad appassionarmi né all’idea che lasciar scegliere agli altri per noi sia la soluzione migliore né a quella, altrettanto delirante, che non dobbiamo più prenderci il disturbo di scegliere, dal momento che ormai possiamo avere ogni cosa. Avere tutto – ci avrebbe ammonito Fromm – equivale ad accettare di non essere più nulla. E questo non è per niente ‘fantastico’, anche se sta diventando terribilmente reale…..

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

CTR+ALT+CANC (Esercitare il controllo + Creare alternative +Cancellare la guerra)

CTR ALT CANCLo scorso 26 aprile si è svolta a Bruxelles una “giornata di preparazione ed azione” contro  la vendita di armi ed ‘lobbismo’ dei fabbricanti di armamenti sugli organi dell’Unione Europea. La campagna – denominata “CTR+ALT+EU” – è stata organizzata dall’organizzazione pacifista belga Agir pour la Paix per denunciare ad un’opinione pubblica, da sempre poco informata su questi temi, che : “ I fabbricanti di armi ed i loro lobbisti sono molto vicini alle istituzioni europee, in quanto le aiutano a definire le loro leggi, a vendere le loro armi ed a beneficiare delle sovvenzioni europee, sotto il ‘coperchio’ dell’aiuto allo sviluppo delle nuove tecnologie’…”.[1]

Lasciando stare l’iniziativa belga e tornando a noi, il silenzio dei media su questi temi risulta invece davvero assordante. Siamo appena usciti dalla tornata elettorale per l’elezione del nuovo Parlamento Europeo ma, per caso, ricordate che qualcuno dei candidati italiani – di qualsiasi partito – si sia soffermato almeno un po’ su una questione così importante per la sicurezza e la pace dei cittadini della vecchia Europa? In questa campagna si è parlato poco, in generale, delle politiche dell’Unione, dal momento che l’unica preoccupazione sembrava essere quella di coltivare il proprio orticello e le proprie alleanze a livello interno, ma soprattutto si è evitato accuratamente di affrontare questioni scottanti come quella della difesa e degli equilibri internazionali.

Solo qualche forza politica, come la Lista Tsipras, ha accennato – nell’ultimo punto del suo programma – alla “abolizione degli accordi economici e militari”[2] . Il Partito Democratico si è premurato d’inserire nel suo programma elettorale l’affermazione che:  “L’Europa deve unire le proprie risorse in tema di difesa, sviluppo, commercio e diplomazia, per massimizzare gli effetti positivi della sua politica estera…”[3], mentre nel programma del Partito Socialista Europeo (cui il PD aderisce), non si trova neppure questo vago riferimento.[4]

Altrettanto ambigua – ma più prevedibilmente – è la posizione del Partito Popolare Europeo, nel cui Manifesto è stata inserita quest’affermazione: “L’unione Europea deve…potenziare ed accrescere l’efficienza della sua politica estera. Guadagniamo forza attraverso un’azione coordinata. à Il PPE intende potenziare le prerogative dell’Europa in materia di affari esteri, sicurezza e difesa, rafforzando la sua capacità di agire nel mondo.” [5]

Nessun riferimento alle questioni della pace e del disarmo è possibile reperire nei sintetici 7  punti del programma per l’Europa del Movimento 5 Stelle , mentre qualcosa di più dettagliato lo troviamo nel programma elettorale dei Verdi Europei: “ Grazie ai Verdi , una parte più importante del bilancio dell’UE sta per essere consacrata alla prevenzione dei conflitti attraverso lo Strumento di stabilità e di pace. Noi abbiamo sostenuto anche l’idea di un Corpo della pace dell’UE e di un Istituto europeo per la pace. Noi siamo contrari al finanziamento della ricerca militare da parte del bilancio europeo [… ]Il commercio europeo delle armi, comprese le tecnologie di sorveglianza, esporta insicurezza nelle regioni come il Medio ed Estremo Oriente. I Verdi vogliono ridurre questo commercio ed impedire l’esportazione di armi, che può essere utilizzata contro i movimenti di liberazione e di protesta civica”. [6]

La triste e scomoda verità – come ha messo in luce la Campagna Europea di Banche Armate – è che: “L’Unione Europea (UE) assicura un quarto delle esportazioni mondiali di armi. Alcuni Stati sono particolarmente coinvolti: la Francia e la Gran Bretagna si disputano da anni la terza posizione a livello mondiale dietro la Russia e gli Stati Uniti; altri paesi, tra cui la Germania, la Spagna e l’Italia occupano a loro volta una collocazione rilevante in questo commercio.” [7]

A tal proposito, Giorgio Beretta, scrivendo per il portale Unimondo, sottolineava che, dopo il calo del 2010, gli ordinativi ai paesi dell’Unione Europea per esportazioni di sistemi militari nel 2011sono addirittura aumentati del 18,3% , superando i 37,5 miliardi di euro. Alcuni Stati europei non hanno reso noti i dati richiesti, mentre l’allora governo ‘tecnico’ di Monti: “…forse per adeguarsi allo standard tedesco […] ha pensato di manipolare un po’ le cifre. A fronte degli oltre 2,6 miliardi di consegne riportate nella Relazione governativa nazionale, i funzionari governativi hanno riferito all’UE solo poco più di 1 miliardo…” [8]

Insomma, sembrerebbe proprio che il ruolo dei mercanti d’armi (e quindi di morte) all’interno dell’Europa sia l’ultimo dei problemi. Si direbbe che ben pochi si preoccupino che la nostra Unione – presentata trionfalisticamente negli spot televisivi come la realtà che ha garantito la pace negli ultimi 60 anni –  appaia sì priva di una politica comune di difesa, ma comunque molto solidale nel difendere gli interessi di chi produce ed esporta strumenti per fare le guerre. Del resto, non è certo un caso che Papa Francesco abbia recentemente affermato, con la consueta chiarezza evangelica: Tutti parlano di pace, tutti dichiarano di volerla, ma purtroppo il proliferare di armamenti di ogni genere conduce in senso contrario. Il commercio delle armi ha l’effetto di complicare e allontanare la soluzione dei conflitti, tanto più perché esso si sviluppa e si attua in larga parte al di fuori della legalità…” [9]  Lo stesso Pontefice, il 15 maggio, è tornato sull’argomento, auspicando: ‘…che la comunita’ internazionale dia luogo ad una nuova stagione di impegno concertato e coraggioso contro la crescita degli armamenti e per la loro riduzione”.[10]

Control-Arms-80-governi-partecipano-alla-consultazione-sostegno-di-Ban-Ki-Moon1_mediumIn Italia, comunque, le campagne contro lo strapotere degli armivendoli ci sono da anni, anche se ben pochi ne parlano, come è facile immaginare. Oltre quella denominata Banche Armate – promossa da Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia [11] – c’è infatti ControllArmi , promossa dalla Rete Italiana per il Disarmo[12]  e ci sono anche le puntuali ricerche condotte da Archivio Disarmo, che il 14 maggio scorso ha organizzato un importante convegno a Roma, sul tema: “Italia/Europa: politica di difesa e prospettive di pace”[13].

Questo però non significa che gli Italiani siano consapevoli dello scandalo dei miliardi che il nostro Paese spende per le armi e di quelli che guadagna vendendole, all’interno di un quadro istituzionale europeo dove, in teoria, esisterebbero già trattati e convenzioni.

“Resta il fatto che a 14 anni dall’entrata in vigore del Codice di Condotta (aggiornato nel 2008 dalla Posizione Comune sulle esportazioni di sistemi militari) non si è ancora in grado di conoscere con certezza dalla Relazione UE né i paesi destinatari né la precisa tipologia dei sistemi d’arma esportati dai singoli stati membri. E’ una questione non irrilevante per la sicurezza comune e che andrebbe sollevata sia nei parlamenti nazionali che al parlamento europeo: soprattutto ora che è entrata in vigore la direttiva comunitaria che “semplifica l’interscambio di materiali d’armamento all’interno dell’UE” che rischia di ridurre ulteriormente le informazioni e la trasparenza in materia di esportazioni di armi.” [14]

Date queste premesse, risulta un’enorme contraddizione non solo che il premio Nobel per la pace sia stato recentemente attribuito all’U.E. ma, soprattutto, che si sia continuato anche di recente a sbandierare l’immagine dell’Europa come garanzia di pace e di sicurezza.

Da un altro interessante articolo [15] apprendiamo, ad esempio, che il 90% dei ‘consulenti’esterni al Parlamento Europeo proviene dal mondo delle industrie, molte delle quali sono, guarda caso, legate alla produzione di armamenti. Li chiamano advisory groups ma il loro ruolo, più che  ‘consigliare’ gli europarlamentari, pare proprio sia quello di fare lobbying, influenzando pesantemente le decisioni comunitarie.

Certo, l’Europa si è già data strumenti legislativi di controllo, come la Decisione 2010/336 del Consiglio, nella quale si prevede che debbano: “…incoraggiare gli Stati membri dell’ONU a sviluppare e migliorare competenze nazionali e regionali per attuare controlli efficaci sul trasferimento di armi, al fine di assicurare che il futuro ATT, quando entrerà in vigore, sia quanto più possibile efficace.”[16].  Per conseguire tale risultato, questo atto normativo prevede che il progetto di ‘seminari regionali’ sia finanziato con un milione e mezzo di euro, anche se – a dire il vero –  nessuno sembra essersi finora accorto della loro effettiva funzione…

E’ il caso di sottolineare poi che l’Unione Europea, sebbene sia allineata alle normative internazionali e si avvalga della normativa internazionale e degli esperti dell’ONU (UNIDIR), paradossalmente non è stata a lungo in grado di ratificare direttamente il Trattato sul Commercio delle Armi (Arms Trade Treaty – ATT) [17], in quanto non è ufficialmente membro delle Nazioni Unite, ragion per cui ha dovuto seguire un percorso piuttosto contorto per adeguarvisi, come nota Gianluca Farsetti in un suo articolo dello scorso febbraio.[18]

Anche nella mia Napoli sono state svolte alcune iniziative pubbliche, per diffondere la campagna contro l’intreccio perverso tra politica e commercio di armi, promossa dal tenace missionario comboniano padre Alex Zanotelli. Egli infatti ha lo sempre denunciato con forza, rilanciando recentemente una petizione per chiedere trasparenza su una questione così grave, che sembra aver registrato non solo ‘pressioni’ lobbistiche, ma vere e proprie tangenti ai partiti (cfr. il mio precedente articolo: https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/12/08/noli-me-tangere/).

“Dobbiamo sostenere la Procura di Napoli ,di Busto Arsizio e di Roma perché possano continuare la loro indagine per permetterci di capire gli intrecci tra il commercio delle armi e la politica. Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere la verità su questo misterioso intreccio. E’ in gioco la nostra stessa democrazia. Soprattutto ora che l’Italia sta investendo somme astronomiche in armi. […] Noi cittadini italiani abbiamo il diritto di sapere se quella pratica è continuata in questi ultimi 20 anni. In questi anni l’industria bellica italiana è cresciuta enormemente. Abbiamo venduto armi, violando tutte le leggi, a paesi in guerra come Iraq e Iran e a feroci dittature da Mobutu a Gheddafi, che hanno usato le nostre armi per reprimere la loro gente….”[19]

Per concludere, su questa sconcertante vicenda occorre davvero che Italia ed Europa “cambino verso” – per prendere in prestito lo slogan del PD alle ultime elezioni – in modo da assicurare trasparenza e coerenza nelle scelte.  Continuando a citare alcune frasi ricorse in quest’ultima, brutta, campagna per il Parlamento Europeo, potremmo dire allora che: “Ce lo chiedono i nostri figli”, proprio perché – come recita uno slogan della Sinistra tedesca –  “L’Europa può essere diversa: sociale, pacifica, democratica”.

E’ inutile nasconderselo: il quadro politico emerso da queste elezioni europee non è certo incoraggiante, presentando un primato dei partiti popolari moderati ed una forte crescita delle forze politiche di destra e populiste. Ecco perché, come ho sintetizzato nel titolo, credo che sia arrivato il momento di azionare i tre fatidici tasti del computer della politica: CTR (esercitare il controllo); ALT (promuovere alternative) e, soprattutto, CANC (cancellare la guerra). E’ ora d’iniziare anche noi, fin da subito, la nostra lobbying dal basso – in nome del disarmo e della pace – nei confronti di coloro che abbiamo contribuito ad eleggere europarlamentari.

Ce lo chiedono i nostri figli.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOTE :

[1]  http://agirpourlapaix.be/26-04-journee-de-preparation-daction-crtlalteu/

[2] http://www.oltremedianews.com/rubriche/lista-tsipras-ecco-il-programma

[3]https://s3.amazonaws.com/PDS3/allegati/programma%20pd%20europa_DEF_Layout%201_1.pdf

[4] http://www.europaquotidiano.it/wp-content/uploads/2014/05/europee_programmaPse1.pdf

[5] http://dublin2014.epp.eu/wp-content/uploads/2014/03/Manifesto-with-cover-IT.pdf

[6] http://europeangreens.eu/sites/europeangreens.eu/files/Manifeste%20Commun%202014_0.pdf

[7] http://www.banchearmate.it/CampagnaEuropea.rtf

[8] https://www.facebook.com/notes/stop-the-war/sempre-pi%C3%B9-armi-europee-nel-mondo-litalia-cosa-fa/10151372841614404

[9]http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/30461_Papa_Francesco__Commercio_armi_e_migrazioni_forzate_mettono_a_rischio_la_pace.php#.U4nMXXLV9cQ

[10]http://www.asca.it/news-Papa__condanno_proliferazione_e_commercio_armi__Pace_bene_globale-1388034.html

[11] http://www.banchearmate.it/home.htm

[12] http://www.disarmo.org/rete/index.html

[13]http://www.archiviodisarmo.it/images/Programma%20seminario%2014%20maggio%202014.pdf

[14] https://www.facebook.com/notes/stop-the-war/sempre-pi%C3%B9-armi-europee-nel-mondo-litalia-cosa-fa/10151372841614404 (cit.)

[15] http://www.lettera43.it/politica/lobby-nell-unione-europea-gli-advisory-group-danno-la-linea_43675124988.htm

[16] http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/;jsessionid=YPQsTKFWG7v492g0RDrpvDQy4QR2pyxGWdKXc89s97BNVYhQ9RBk!-1548291755?uri=CELEX:32010D0336   Altra documentazione sulla regolamentazione europea del controllo delle armi è reperibile all’indirizzo internet: http://europa.eu/legislation_summaries/foreign_and_security_policy/cfsp_and_esdp_implementation/ps0012_it.htm

[17] Cfr. http://www.un.org/disarmament/ATT/

[18]http://www.rivistaeuropae.eu/esteri/esterni/lunione-europea-e-larms-trade-treaty-att/

[19] http://www.ildialogo.org/appelli/MaleOscuro_1369771177.htm

BIODIVER…CITTA’: un approccio ecosociale

biodiversita'Molto spesso la lingua inglese , con la sua natura sintetica e la tendenza ad usare acronimi, riesce ad essere particolarmente efficace sul piano comunicativo. E’ il caso della sigla LAB che, oltre a richiamare il vocabolo che indica in modo abbreviato le attività di ‘laboratorio’, è anche l’acronimo di “Local Action for Biodiversity”, ossia “Azione Locale per la Biodiversità”.

Si tratta di un’espressione che nella nostra lingua suona decisamente nuova, dal momento che – oltre a sentir parlare molto poco di biodiversità – noi italiani siamo purtroppo abituati a considerare simili  questioni ambientali come un oggetto riservato agli studiosi, ai ricercatori, non certamente alla gente comune.  Ecco perché unire il concetto di “biodiversità” col sostantivo “azione” e con l’attributo “locale” potrebbe ancora apparire strano a chi – nonostante in Italia ci sia da quasi 30 anni un movimento ‘verde’ ed un diffuso associazionismo ambientalista – non riesce ancora a coniugare il pensiero ecologista con un reale ed effettivo coinvolgimento delle persone che non siano ‘addette ai lavori’ o politici di professione.

La citata sigla LAB, è il caso di precisare, è una di quelle usate da una realtà organizzativa che in Italia non ha un preciso corrispettivo, ossia un’autorevole rete associativa internazionale di città ed governi locali che persegue uno sviluppo ecologicamente sostenibile, denominata ICLEI. (www.iclei.org ). Il fatto che i suoi aderenti siano degli amministratori locali ed i suoi animatori degli scienziati, d’altra parte, non significa affatto che essi dialoghino tra loro in politichese o in gergo accademico – come potrebbe facilmente succedere dalle parti nostre… – ma, al contrario, comporta un notevole sforzo comunicativo per coinvolgere la gente, i cittadini, a comprendere l’importanza della biodiversità non come astratto concetto ecologico, bensì come valore fondamentale per la vita umana e per la salvaguardia del Pianeta.

Aggiungo che all’ICLEI non si tratta della biodiversità nella consueta chiave protezionista e conservazionista di chi continua e contrapporre romanticamente la “natura” alla “civiltà” urbana e tecnologica, ma si sfida concretamente quest’ultima a cambiare rotta ed a farsi carico della tutela dei valori ambientali e della diversità biologica. Ritengo quindi che valga la pena approfondirne la strategia, proprio perché sono convinto che a noi italiani farebbe bene un approccio più pratico ed immediato a tale questione, per evitare che essa – nella persistente contrapposizione fra ‘apocalittici’ e ‘integrati’ di cui parlava Umberto Eco mezzo secolo fa – continui a figurare agli ultimi posti delle agende non solo dei politici, ma anche degli educatori e di chi ‘fa opinione’.

Basta visitare il sito web dell’ICLEI per rendersi conto di quanto siamo rimasti indietro e di quanto terreno dovremmo recuperare sul piano del coinvolgimento diretto dei cittadini nelle battaglie per la difesa della biodiversità dall’attacco di uno sviluppo distorto e predatorio, oltre che iniquo e causa di crescenti conflitti. Mentre da noi si continua a discuterne sulle riviste specializzate ed a discettarne in pomposi convegni autoreferenziali, in altre realtà europee e di altri continenti, a partire dall’Africa, la biodiversità minacciata ed i suoi valori sono diventati tema di progetti che investono direttamente le comunità locali. Alcuni di quelli compresi nell’azione dell’ICLEI, infatti, parlano di città “sostenibili” e “resilienti”, mentre l’unica espressione (peraltro un po’ equivoca) che ha trovato spazio tra i nostri amministratori locali è quella di “Smart Cities”.  Il fatto è che non ci bastano città più “intelligenti” (nel senso di governate con un po’ più di razionalità, con meno sprechi e dotate di infrastrutture più efficienti), ma piuttosto ci vogliono città che, pur preoccupandosi anche di una mobilità eco-sostenibile e di una riduzione dei consumi energetici e dei rifiuti urbani,  sappiano invertire l’assurda tendenza a considerarsi estranee alle leggi della biologia ed ai suoi delicati equilibri.

Bisogna smetterla con una visione antropocentrica dell’ambientalismo,  che continua ad alimentare l’equivoco – insito peraltro nel termine stesso – secondo il quale l’ambiente è ciò che ci circonda (‘amfì’ è una preposizione greca che significa ‘intorno’, ‘da una parte e dall’altra’, proprio come il francese ‘environ’ ). Esso, infatti, non è una realtà estranea che ci sta attorno, ma qualcosa di cui noi stessi facciamo parte e da cui dipendiamo strettamente.  Parlare di biodiversità prima di aver superato questo equivoco – purtroppo alimentato per secoli da una visione filosofico-religiosa antropocentrista – rischia di restare un appello moralistico ed astratto, proprio in una fase storica dominata da un pensiero edonistico ed individualistico, nel  quale il concetto di ‘responsabilità’ sta pericolosamente uscendo fuori corso.

Al contrario, impostare la salvaguardia della biodiversità come una azione locale per la sostenibilità ambientale è un approccio sicuramente più coinvolgente, che investe anche chi vive in città in una battaglia comune contro in concetto errato di ‘civiltà’, che comporta non solo la perdita della diversità biologica, ma anche di quella culturale.

Certo, anche da noi si è parlato di “Agenda 21” e di altri progetti finalizzati a rendere i cittadini più attenti e responsabili rispetto alle scelte dei loro amministratori ed a farli diventare protagonisti di una pianificazione più democratica ed ecologicamente coerente.  Sta di fatto, però, che molte di questa azioni formative sono state episodiche, scarsamente coinvolgenti e – lasciatemelo dire – spesso solo di facciata, come un fiore all’occhiello di una giacca sporca e sdrucita.

Ecco perché mi sembra opportuno ripartire, sul modello dell’ICLEI, mettendo in rete gli enti locali, le organizzazioni non governative internazionali, le associazioni ambientaliste e singoli comitati locali di cittadini.  Per fare questo, però, occorrono strategie comunicative più efficaci ed azioni formative più diffuse e coordinate, facendo scendere la discussione sulla biodiversità dall’empireo dei convegni scientifici. Essa infatti dovrebbe animare anche i dibattiti quotidiani della gente comune, che forse non sa quante specie di farfalle sono sparite, ma si accorge che sono scomparsi alcune varietà locali di frutta o che i pomidoro sembrano ormai fabbricati in serie…

Uno dei progetti più originali e stimolanti dell’ICLEI, a mio avviso, si chiama “BiodiverCity” (provo a tradurlo con BiodiverCittà”), che potrebbe essere un modello d’azione anche per realtà come la mia Associazione, denominata  “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” , che ha tra le sue finalità proprio la crescita della consapevolezza dei cittadini nei confronti di un modello alternativo di sviluppo e di città, in cui le risorse naturali ed il territorio stesso siano al centro di una pianificazione energetica e produttiva attenta ai bisogni umani ma anche agli equilibri ecologici. 

E’ per questo motivo che, da più di due anni, oltre ad aver proposto e fatto approvare alla Regione Campania una legge popolare che mettesse al centro il solare e le rinnovabili nella prospettiva di una vera “Civiltà del Sole”, stiamo tuttora operando affinché questa non sia una crociata da ambientalisti per gli ambientalisti, ma investa la comunità locale e la sensibilizzi a questa problematica.  La conoscenza e valorizzazione della biodiversità come valore non negoziabile, infatti, non può che andare di pari passo con una diffusione di un modello energetico che sappia usare il sole e le altre fonti energetiche rinnovabili come il motore di uno sviluppo democratico, equo ed autocentrato , opposto a quello centralizzato dei potentati economici e dei monopoli commerciali che hanno finora controllato la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e delle altre forme collaterali.

Basta curiosare nel sito dell’ICLEI per imbattersi in alcuni strumenti operativi molto importanti ed efficaci, come quell’ “indice di biodiversità urbana”  che potrebbe essere da subito sperimentato in una grande e problematica città come Napoli, nella quale noi operiamo  e con la cui amministrazione comunale è in atto un dialogo che sembra dare i primi frutti. (http://archive.iclei.org/fileadmin/template/project_templates/localactionbiodiversity/user_upload/LAB_Files/Resources_webpage/CBI_webinar.pdf

Si tratta di tener conto di una ventina d’indicatori socio-ambientali, per monitorare lo stato di biodiversità urbana di una città e per impostare un progetto che possa invertire la tendenza alla sua scomparsa, promuovendo azioni di recupero e valorizzazione delle preziose risorse ambientali di cui, quasi sempre, i cittadini non sono neppure consapevoli.  Ci sono ovviamente alcuni parametri strettamente scientifici da considerare, come il rapporto tra le residue aree naturali ed il totale della superficie urbana, oppure il censimento delle specie di uccelli ancora presenti, o anche della presenza di specie arboree aliene di tipo invasivo. Sono però presenti però anche altri importanti parametri di valutazione di tipo socio-culturale, fra cui la presenza in città di servizi ricreativi ed educativi, il finanziamento di progetti formativi specifici e, non ultima, la capacità dell’amministrazione di promuovere un’effettiva partecipazione e cooperazione da parte dei propri cittadini.

Anche per noi della “Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità” questi strumenti operativi potrebbero essere fondamentali per un’azione congiunta con le amministrazioni locali della nostra regione, in primis del comune di Napoli. Ma l’indispensabile dialogo con le istituzioni territoriali e centrali, con le realtà accademiche e della ricerca e con le altre organizzazioni nazionali ed internazionali non può far passare in secondo piano quella che, secondo me, è l’azione fondamentale per un’associazione come la nostra.  All’ICLEI, forti della loro esperienza operativa e della sintesi della lingua inglese, l’hanno chiamata con la sigla CEPA, che contraddistingue una delle sue Commissioni. Si tratta dell’acronimo delle parole “Communication, Education and Public Awareness “, traducibili con “Comunicazione, Formazione e Sensibilizzazione Pubblica”.  Come spiega la sezione del sito web dell’ICLEI dedicata a questo aspetto dell’azione locale per la biodiversità: http://www.iclei.org/en/search/details.html?tx_ttnews[tt_news]=3161 =

“Il progetto CEPA si concentra sul rafforzamento dei legami tra biodiversità e comunicazione, formazione e sensibilizzazione pubblica a livello locale. Il CEPA gioca un ruolo importante nel perseguire la cooperazione e la collaborazione sia degli individui sia delle organizzazioni, per operare nel senso della riduzione della perdita di biodiversità. Non basta parlare alla gente della biodiversità e delle minacce che essa deve affrontare per portarsi verso un cambiamento positivo. I cambiamenti richiesti non riguardano una scelta individuale razionale, ma richiedono anche quelli nel campo della biodiversità, a cominciare da un modo differente di pensare nell’ambito della comunicazione, della formazione e della sensibilizzazione pubblica.”

Anche in questo caso è stato previsto un apposito “evaluation toolkit”, ossia uno strumento pratico di valutazione della consapevolezza della gente in tale ambito. Purtroppo nel nuovo sito dell’ICLEI non si trova più tale riferimento, ma sono certo che anche noi potremmo facilmente elaborarne uno, per verificare nelle nostre città – a partire dalle scuole – quanto la biodiversità sia un concetto realmente assimilato oppure resti un’idea un po’ astratta, che coinvolge poco le nostre scelte quotidiane come persone che lavorano, consumano e si spostano sul territorio.

Noi della RCCSB siamo quindi intenzionati a farne uno dei punti centrali della nostra azione, convinti come siamo che non esistono veri cambiamenti, se essi restano imposti solo per legge e non attraversano anche la coscienza della collettività, interpellando il senso di responsabilità ecologica dei singoli e delle comunità.

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

SMATERIALIZZIAMO I PROF ?

registro digitale5Quando si sentiva parlare di “smaterializzazione”, almeno fino a poco tempo fa, l’associazione mentale immediata era con quei film di fantascienza nei quali alieni ripugnanti usavano la pistola spaziale per disintegrare i malcapitati terrestri che gli venivano a tiro. Di “materializzazione” e “smaterializzazione” si parla anche nei romanzi e film su Harry Potter ed il suo Wizarding World , ma fin qui, tutto sommato, ci poteva ancora andare bene.

Il guaio è che ne ha cominciato a parlare anche quei signori che ci governano e, soprattutto, lo hanno fatto con la supponenza che nasce dal pericoloso mix di arroganza – tipica di chi decide dall’alto – e d’ignoranza della materia su cui si pretende di decidere per tutti. La smaterializzazione di cui da qualche tempo si stanno occupando (loro preferiscono chiamarla “dematerializzazione”) rientra nel discorso generale della c.d. “semplificazione” delle procedure burocratiche. In realtà è solo un altro mantra del politichese, che dovrebbe suonare come sinonimo di efficienza e facilità di accesso ai dati, ma che spesso si è rivelato una fregatura per gli utenti dei servizi pubblici, spiazzati da procedure sconosciute e da tecnologie informatiche ancora poco generalizzabili, soprattutto in una società sempre più anziana.

Sono reduce da un incontro pomeridiano presso la mia scuola, dove un’ottantina d’insegnanti sono stati stivati in un’aula (suddividendoli in due turni, proprio a causa di problemi di connessione alla Rete nell’aula magna…) per seguire un corso accelerato di conoscenza e gestione del c.d. “registro elettronico”. Trattasi dell’ultima trovata del MIUR che, rifacendosi ad una poco chiara normativa di ordine finanziario relativa alla spending review, ha deciso di eliminare i registri cartacei entro il prossimo anno scolastico, sostituendoli con una procedura informatizzata. Certo, a prima vista potrebbe sembrare una saggia decisione, una soluzione pratica e funzionale, finalizzata ad una  maggiore trasparenza e funzionalità delle istituzioni scolastiche.  Del resto -fossero convinti o no – a tale diktat (supportato, a quanto pare, solo dalla circolare ministeriale n° 1682 del 3 ottobre 2012) la maggioranza dei collegi dei docenti sembra essersi uniformata senza “se” e senza “ma”, con supina ed impotente rassegnazione.

Eppure è bastata una sola sessione di “formazione” al nuovo miracoloso strumento elettronico per offuscare non solo l’entusiasmo di chi pensava di essere finalmente entrato nell’universo della scuola moderna, ma anche l’incredibile capacità di adattamento del vecchio docente, assuefatto ad incredibili cambiamenti di rotta e, come i carabinieri, “uso a obbedir tacendo e tacendo morir”..

Personalmente, pur impiegando da molto tempo le tecnologie più moderne nel mio lavoro d’insegnante (dalla lavagna interattiva multimediale ad un mio sito web scolastico interattivo), io non mi ritrovo né nella categoria degli entusiasti delle novità “a prescindere” (direbbe Totò), né tanto meno in quella di chi si lascia trascinare passivamente dalla corrente, senza osservazioni e senza resistenza, quando è il caso.  Non sono quindi né favorevole né contrario per principio al processo d’informatizzazione dell’insegnamento – che presenta spesso innegabili vantaggi – ma non sono neanche disposto a considerare ogni innovazione come un ovvio miglioramento, soprattutto se, anziché semplificare la didattica, la banalizza e la standardizza.

Ho letto su “la Repubblica” un ottimo contributo su questo delicato tema, a firma di Mariapia Veladiano . La scrittrice e giornalista – insegnante per vent’anni ed attualmente preside – nel suo articolo “Perché il registro elettronico è un’illusione educativa, affronta con acume e con la giusta ironia un’innovazione che non può essere ridotta ad una falsa scelta fra efficienza e burocrazia nel mondo della scuola, ma richiede maggior spirito critico sulle conseguenze più profonde sul modo di fare scuola e di far interagire docenti, alunni e genitori.

“La domanda non è se funziona o non funziona. Alla fine certo che sì. Dopo aver trovato le risorse per acquistare o affittare i notebook per tutte le aule di tutte le scuole del regno e per pagare i contratti alle aziende incaricate di risolvere i pluriquotidiani problemi tecnici e di garantire assistenza continua, dopo aver formato tutti gli insegnanti, governato le rivolte per lo stress iniziale da voti scomparsi e da password smarrita, blindato il sistema contro allievi-piccoli-hackerinformatici, alla fine funziona…” . osserva, pungente, la scrittrice-preside.

Lei, infatti, conosce troppo bene la realtà della nostra scuola per non prefigurarsi le mille disfunzioni di un sistema dove si pretenderebbe di sostituire i vecchi registri “cartacei”con moderni notebook e tablet, ma dove le poche cose finora dematerializzate sono gli statini paga degli insegnanti e la carta igienica nei bagni… Ma l’aspetto più importante che la Veladiano coglie di quest’ennesima novità piovuta sulla scuola italiana è la sua capacità di disintegrare i rapporti umani al suo interno, sostituendo la relazione diretta docenti-alunni e genitori-docenti con istantanei ed anodini report sulla posta elettronica o sulla messaggeria telefonica.

“Dove il registro elettronico c’è da un po’, capita che i genitori non si facciano più vedere ai colloqui con i docenti o alle riunioni della Consulta, basta il voto letto sul video, la media la sanno fare da sé. Come se la valutazione fosse cosa di numeri: niente storia di una conquista da raccontare e condividere, niente alleanza educativa da concordare. La scuola in numeri: quattro-cinque-sei. Oppure i genitori a scuola ci vanno, ma vanno a fine quadrimestre e a fine anno, a contestare il voto in pagella, perché non rispetta la media dei voti monitorata per mesi online. Come se il processo di apprendimento e crescita potesse diventare un numero appunto.”

In realtà, più che una scuola aperta e disponibile“online”, si direbbe che chi ci governa voglia una scuola “allineata”, dove le procedure didattiche – e non solo quelle burocratiche – diventino sempre più standardizzate e verificabili. E questo non per una migliore trasparenza dell’istituzione in sé, quanto per attivare meccanismi selettivi, di tipo competitivo-produttivistico.

Però trasformare il dialogo educativo in un’informazione che aggiorni solo su voti ed assenze, a mio giudizio, è un peccato ancor più grave perfino di quello di mandare perfidamente allo sbaraglio insegnanti ultrasessantenni, costringendoli a gestire in diretta le loro classi da una tastiera, di fronte a centinaia di smaliziati  “nativi informatici” che hanno quasi mezzo secolo meno di loro.

Giustamente, l’articolo della Veladiano sottolinea che queste procedure rischiano di avvalorare un “vuoto tremendo”, un vuoto soprattutto di fiducia, che nasce dal non doversi più guardare in faccia nel dirsi le cose, tanto ormai c’è il computer che fa la spia ai genitori e toglie loro anche il disturbo e l’imbarazzo di sentirsi raccontare dagli insegnanti come vanno i loro beneamati figlioli.

Credo che abbia profondamente ragione quando scrive che “…Più avanza il possibile della tecnologia, più bisogna custodire la materialità delle relazioni. La relazione educativa è incontro. Incontrarsi è un argine all’idea che tutto possa esaurirsi nella virtualità di un rapporto online”.  Il vero pericolo, anche secondo me, non è che larga parte dei docenti saranno prevedibilmente colti da crisi di panico o attacchi isterici di fronte a password che non fanno passare o registrazioni di dati che si rivelino poi non ben salvati o hackerati da frotte di ragazzini smanettoni. Il rischio, più grave e concreto, è che si assesti un’altra mazzata alla relazione educativa, già messa alla prova dall’invalsizzazione degli apprendimenti e dalla tendenza a trasformare i docenti in anonimi operatori scolastici etero-diretti, la cui autonomia si è ridotta quasi soltanto alla scelta dei giorni di recupero delle festività soppresse.

Il rapporto insegnanti-alunni è qualcosa di molto più spirituale e al tempo stesso più materiale di una valutazione numerica degli apprendimenti e delle competenze. E’ fatto di sguardi, silenzi, talvolta di urli e sfuriate, ma molto spesso di sorrisi e liberatorie risate collettive. Qualcosa, insomma, che non si poteva racchiudere e sintetizzare con dei numerini scritti sulle pagine quadrettate dei registri cartacei, ma che tanto meno può essere trasmesso online, digitando voti, assenze ed assegni su un computerino, magari in diretta, alla fine di una vivace lezione.

Le programmazioni didattico-educative – già da tempo orientate verso una standardizzazione dei contenuti e dei tempi di svolgimento – rischiano di diventare sempre più quel comodo “copia e incolla” che il formatore suggeriva blandamente al suo uditorio di terrorizzati docenti da formare. Sostituire la libertà d’insegnamento, la fantasia progettuale del singolo docente ed il rispetto dei tempi della classe e dei suoi componenti con procedure “copia-e-incolla” mi sembra un rischio abbastanza evidente. Sopprimere il confronto e la discussione collettiva dei consigli di classe con procedure banalmente aritmetiche e statistiche, come spesso già succede in sede di scrutini intermedi e finali, è un altro rischio di banalizzazione ed uniformità pseudo-scientifica della scuola delle crocette sui quiz e delle lezioni precotte proiettate sulle lavagne “interattive”. Tutto ciò, naturalmente, sperando che i computer di classe siano nel frattempo stati forniti, che la connessione ci sia e che la presentazione audiovisiva non disturbi troppo gli alunni, impegnati magari a fare disegnini sui diari oppure a smanettare, veloci e furtivi, sui loro smartphone

La verità è che non abbiamo bisogno di una scuola più “virtuale”  bensì più “virtuosa”. Una scuola capace di educare i ragazzi/e ai valori, al senso del limite, alla libertà “di” piuttosto che alla libertà “da”.  Non sarà certamente quello che la Veladiano chiama il “computer che denuncia” che semplificherà e renderà più trasparenti le relazioni all’interno della scuola. Se perderemo anche la capacità di guardarci negli occhi e di affrontare direttamente i problemi che essa inevitabilmente produce, non illudiamoci che spariranno anche i conflitti e che le cose andranno meglio. Saranno solo riusciti a smaterializzare gli insegnanti, sostituendoli con la scuola robotizzata di alcuni racconti di fantascienza.

Non dimentichiamo, però, che in quei racconti perfino i robot, qualche volta, si ribellano. Forse è meglio che noi lo facciamo adesso, prima che sia troppo tardi.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )