Disarmiamo la nostra scuola.

L’avanzata della ‘cultura militare’

Molti speravano che il nuovo anno scolastico – iniziato poco dopo l’esordio del governo Conte II – avrebbe mostrato segnali di discontinuità rispetto alla crescente invadenza dei militari nei confronti della pubblica istruzione. Si trattava solo d’un auspicio, poiché il nuovo alleato del M5S è il PD, che quel processo aveva contribuito a promuovere, spalleggiando le pretese autonomistiche dell’ultra-regionalismo lombardoveneto-romagnolo, che ha nel controllo dell’educazione uno dei punti di forza. È bastato l’approssimarsi della fatidica ricorrenza del 4 novembre – giornata dell’unità nazionale e delle forze armate – perché quella speranza si rivelasse poco fondata. È stata sufficiente la mancata partecipazione di alcune classi di un liceo veneziano alle iniziative patriottico-militaresche, prima imposte ma poi solo proposte dal suo dirigente, perché si sollevasse un’ondata di polemiche, proteste sdegnate e perfino interrogazioni parlamentari. Particolare virulenza ha avuto la reazione indispettita e minacciosa dell’assessore regionale veneta all’Istruzione Elena Donazzan, che nella sua biografia cita Tolkien ed Almirante e ama farsi ritrarre affiancata da alpini ed ufficiali vari [i] e che è giunta a dichiarare:

«…questi docenti non meritano d’insegnare in una scuola italiana! Il loro atteggiamento è sovversivo: contestare la presenza delle Forze Armate ad un’iniziativa sul 4 novembre significa disobbedire alle leggi e mancare di rispetto a chi indossa la divisa. Chiederò un’ispezione a questo istituto, perché la scuola non può essere utilizzata per dar voce a propagande ideologiche». [ii]

A fare propaganda ideologica nella scuola, evidentemente, basta e avanza la sempre più folta truppa di esponenti delle forze armate che in ogni occasione si propongono a bambini ragazzi ed adolescenti sia dentro le aule, sia mediante ‘visite’ a caserme, navi, accademie militari, poligoni e stand opportunamente allestiti nelle piazze.  Tre anni fa osservavo che un insidioso aspetto della c.d. buona scuola renziana era l’introduzione nel percorso educativo del modello militare – che peraltro già governi precedenti avevano cercato d’inserire – promovendo la ‘cultura’ militare all’interno della programmazione didattica.

«…nel 2014 questo processo è culminato nel Protocollo d’Intesa sottoscritto da MIUR e Min. Difesa, nel quale si sancisce il discutibile principio secondo il quale nella scuola c’è bisogno di attivare: “…un focus sulla funzione centrale che la ‘Cultura della Difesa’ ha svolto, e continua a svolgere, a favore della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese”, per cui si propone la: “…ricerca [di] soluzioni comunicative interattive espressamente rivolte alle nuove generazioni, per affermare la conoscenza e il ruolo della Difesa al servizio della collettività e divulgare le opportunità professionali e di studio riservate alle fasce giovanili di riferimento”. La rinnovata intesa tra “libro e moschetto” – paradossalmente presentata come attuazione dei principi costituzionali e di quelli ispiratori dell’ONU – ha ufficializzato una collaborazione ‘formativa’ interministeriale, sulle cui motivazioni mi sembra giusto ed opportuno interrogarsi». [iii]

A distanza di cinque anni dalla sua sottoscrizione, il protocollo firmato dalle bellicose ministre Giannini e Pinotti si direbbe tutt’altro che sorpassato. Negli istituti scolastici della Repubblica che “ripudia la guerra” continuano infatti ad aggirarsi sempre più personaggi in divisa, per illustrare il “ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita, sociale, economica e democratica del Paese”, come recitava la circolare applicativa, esaltando così la funzione di quegli eccezionali promotori dei valori costituzionali…

E le scuole stanno a guardare…le stellette

A forza di indossare le ‘mimetiche’, i militari tentano di mimetizzarsi nei vari ambienti nei quali vengono proposti in funzione di formatori. Ecco allora che spuntano un po’ dovunque, ora per insegnare la sicurezza stradale, ora per promuovere la protezione dell’ambiente, ma anche per parlare esplicitamente di difesa nazionale e perfino di nuovi ritrovati tecnologici in funzione di quelli che vengono presentati come wargames piùche come strumenti di guerra. Centinaia di migliaia di studenti, di ogni ordine e grado, sono stati coinvolti in dibattiti, visite guidate ad installazioni militari, simulazioni di volo e perfino esercitazioni di tiro. Purtroppo le voci di dissenso sono state finora sporadiche, spesso tacitate dalla retorica patriottica di gran parte dei media, tanto che la recente ‘obiezione’ di docenti e discenti del liceo veneziano ha suscitato un vespaio, mentre da parte del Governo non si è registrata una presa di distanza verso la grottesca accusa di ‘sovversione’, scagliata nei loro confronti da esponenti della destra veneta e nazionale.

La pesante coperta grigioverde che sta calando sulla scuola dovrebbe indurci a reagire a questa strisciante pubblicizzazione del mondo militare, di cui ovviamente si esaltano gli aspetti ‘eroici’ di tipo civile, sorvolando invece sul ruolo che 6000 soldati italiani svolgono in giro per il mondo, nelle sedicenti “missioni di pace”. Come osserva Matteo Saudino:

«Sempre più, negli ultimi anni, infatti, la scuola ha aperto le sue porte a uomini e donne delle forze armate, i quali via via hanno iniziato a propagandare una immagine del soldato e della carriera militare in cui sono del tutto scomparse la guerra, la morte, la violenza, le spese per le armi e le alleanze politiche con stati che si macchiano di crimini e violazione dei diritti umani. Tale mistificazione della realtà ha raggiunto l’apice con le celebrazioni della vittoria di Vittorio Veneto e della fine della prima guerra mondiale».[iv]

Dalle ‘visite didattiche’ a porti aeroporti e poligoni alle conferenze sulle nuove tecnologie per il controllo delle informazioni, il repertorio proposto a scuole ed università è molto ampio. In più, si presenta ai giovani – che sempre più vedono profilarsi davanti a sé lo spettro della disoccupazione – con allettanti richiami di tipo professionale, veicolati da alcuni progetti di “alternanza scuola-lavoro”.  Ma ormai molti docenti e studenti non ci stanno e, a Venezia come in tante altre città d’Italia, rifiutano di accettare passivamente questo subdolo indottrinamento, contrabbandato paradossalmente come formazione didattica alla “cittadinanza e costituzione”.

«Intanto, proprio a Venezia ha preso avvio la campagna “Per una scuola libera da guerre e militarismi” voluta da un gruppo di associazioni che, partendo dal capoluogo veneto, intendono portare il messaggio a livello nazionale. Il gruppo ha steso una sorta di manifesto con le sei regole da applicare per quei docenti che non vogliono militari a contatto con dei ragazzi. Nel documento, che anticipa le regole con cui “escludere dall’offerta formativa ogni attività” in cui sia previsto l’incontro con i militari, si parla di scuole sempre più “militarizzate a causa dell’aumento di eventi che coinvolgono membri delle forze armate e realtà promotrici della carriera militare in Italia e all’estero”.[v]

Del resto risale al 2013 la campagna “Scuole smilitarizzate”, lanciata da Pax Christi Italia con l’efficace slogan “La scuola ripudia la guerra”, per opporsi a tale invasione e per promuovere l’alternativa dell’educazione alla pace e alla nonviolenza. A distanza di sei anni sembra giunto il momento di rilanciarla, coordinando gli sforzi in tale direzione, a partire da sempre più efficaci ed incisivi interventi di controinformazione.

Una campagna per smilitarizzare le scuole

Nel testo della presentazione della campagna troviamo queste parole:

«I giovani di Pax Christi ritengono sia urgente riaffermare che la scuola deve educare alla nonviolenza e alla pace come espressione di quella cittadinanza attiva sempre presente nelle indicazioni ministeriali, per formare costruttori di pace, tessitori di dialogo e di relazioni tra i popoli, nella ricerca di risoluzioni autenticamente pacifiche dei conflitti. Al contrario, quando nella realtà formativa dei ragazzi entrano le attività promozionali dell’Esercito italiano, della Marina militare e dell’Aeronautica militare, si promuove un militarismo che educa all’arte della guerra piuttosto che alla costruzione della pace con mezzi pacifici e attraverso il rispetto per l’altro. […] Per questo i giovani di Pax Christi Italia propongono la Campagna Scuole Smilitarizzate ai docenti e agli studenti delle scuole superiori, affinché, senza aggiungere un altro progetto didattico, siano provocati ad evidenziare la dimensione dell’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti». [vi]

Non si può che condividere questi propositi, soprattutto alla luce di quanto è successo a Venezia e dei palesi segnali di continuità fra l’attuale governo e quelli che l’hanno preceduto, soprattutto tenendo conto della preoccupante ondata di nazionalismo e neo-fascismo che si sta diffondendo in Italia, come anche in Europa ed a livello ancor più ampio. È chiaro che una campagna nonviolenta non punta a rifiutare i militari in quanto persone, ma piuttosto ad obiettare alla cultura militarista e bellicista che in ogni modo cercano di propagandare nelle nostre scuole. Alle comunità scolastiche, pertanto, si chiede in primo luogo di adottare risoluzioni collegiali che esprimano adesione allo specifico ‘manifesto’ [vii], non solo escludendo iniziative – dentro e fuori gli istituti – che siano promosse dalle forze armate, ma impegnandosi anche a promuovere una cultura di pace e la conoscenza delle tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti. Non va sottovalutato inoltre l’impatto dei progetti scolastici che prevedano un partenariato con strutture militari e/o aziende che si occupino di produzione di armamenti ed altri strumenti di tipo bellico, in quanto, soprattutto nelle regioni meridionali, fatalmente attraggono il consenso dei tanti giovani che sono preoccupati per il loro futuro lavorativo.

«Dobbiamo difendere il sistema scolastico italiano dall’ingerenza di un sistema militare-industriale che è lo stesso che alimenta la “guerra mondiale a pezzi” denunciata dal Papa e che minaccia la stessa convivenza civile e democratica. Ci siamo purtroppo già abituanti ai soldati in mimetica e mitra fuori ai tribunali ed alle autoblindo nelle piazze […]. Il rischio è che ora ci abituiamo passivamente anche alla presenza di militari in uniforme nelle scuole ed a bambini in grembiule nelle caserme…» arrivato il momento di reagire e di contrapporre valori alternativi…». [viii]

Al di là delle petizioni lanciate recentemente per esprimere solidarietà ai docenti e studenti veneziani, bisogna puntare alla creazione d’una rete nazionale d’insegnanti ‘obiettori’, per rilanciare la campagna già esistente e per diffonderla in tutte le regioni. Il MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione) [ix] sta infatti realizzando un’intesa in tal senso con Pax Christi Italia, ma è auspicabile che il progetto di smilitarizzazione della scuola sia sostenuto anche da altri soggetti da coinvolgere, come organizzazioni studentesche, sindacati della scuola e movimenti giovanili.  Altrimenti ci toccherà rassegnarci al fatto che ad insegnare cittadinanza e costituzione siano sempre più spesso – e paradossalmente – soggetti in uniforme e tanto di ‘stellette’…

Strategie comuni dei militari in Europa

Nel Regno Unito, il governo ha speso “… oltre 45 milioni di sterline in progetti che si occupano di ‘ethos militare’ nelle scuole inglesi […] Essi sono rivolti spesso a giovani ‘disimpegnati’ nelle scuole delle aree più povere…” [x]

La stessa strategia è messa in atto anche dal gigantesco apparato militare degli USA, che molto più esplicitamente punta al reclutamento di giovani nelle forze armate:

«Secondo i dati del Comando per il Reclutamento dell’Esercito degli S.U., ottenuti grazie alla richiesta degli autori sulla base della Legge sulla Libertà d’Informazione, mentre le scuole superiori nei distretti scolastici suburbani benestanti limitano generalmente le visite dei reclutatori solo a due o tre visite all’anno, in alcune comunità urbane a basso reddito i militari sono presenti nel campus due o tre volte alla settimana…» [xi]

Nel precedente articolo avevo rilevato come in alcune scuole medie della Federazione Russa si sia giunti all’addestramento paramilitare [xii], ma è innegabile che l’ondata grigioverde abbia raggiunto anche le scuole francesi, dove già aleggiava uno stile formativo nazionalistico, come ci conferma un impegnato blogger ecopacifista di quel Paese.

«E così, ugualmente, ci sono dei protocolli Esercito-Istruzione che hanno come obiettivo promuovere ‘l’educazione alla difesa’ all’interno della scuola […] “Per il suo promotore, Charles Hernu, non solo i giovani dovevano arrivare all’esercito ‘preparati dalla scuola’, ma la scuola doveva essere il luogo di uno ‘spirito di difesa’ largamente condiviso, mirante a promuovere le rappresentazioni militari sul mondo e sulla società. È proprio questa concezione globalizzante e totalitaria che è esposta dall’ultimo protocollo, in data 20 maggio 2016, che include esplicitamente nell’educazione alla difesa (e dunque nei programmi scolastici e negli esami ufficiali) “l’insieme del campo della difesa militare e della sicurezza nazionale…» [xiii]

Insomma, per mutuare un vecchio proverbio, potremmo dire: paese d’Europa che vai, militarizzazione della scuola che trovi… Basta infatti una ricerca in Internet per vedere come pure gli studenti belgi si preparino ad addestrarsi alla difesa armata già dal 5° e 6° anno della scuola secondaria [xiv], o come nella RFT la mai sopita tradizione militarista stia contagiando le scuole tedesche, scambiate per piazze di reclutamento.

«Ciò si riflette anche nell’approccio della Bundeswehr tedesca. Come scrive Michael Schulze von Glaßer in Broken Rifle n. 88: “Se i giovani non potessero essere persuasi a prendere l’arma con le proprie mani, dovrebbero almeno essere convinti del significato degli interventi militari: la leadership militare e il governo vogliono che il Bundeswehr diventi un attore globale e cerchi una base politica stabile a lungo termine nella popolazione. […] E il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg (CSU) sa dove trovare i giovani: “La scuola è il posto giusto dove raggiungere i giovani“…» [xv]

Ecco perché dobbiamo quanto prima unificare le forze disponibili, per contrastare questo sconcertante fenomeno. A livello internazionale esistono già molte organizzazioni operanti in tal senso, dalle statunitensi Veterans for Peace [xvi]e National Network Opposing the Militarization of Youth [xvii] alla britannica Peace Pledge Union [xviii]edalla spagnola Alternativa Antimilitarista-MOC  [xix], giungendo poi alle reti internazionali come la War Resister’s Int’l [xx].

Educazione e militarizzazione sono concetti antitetici, per cui un’educazione civica svolta dai militari è un autentico ossimoro. È il momento di fare obiezione e di voltare decisamente pagina.


Note

[i] V. il sito web dell’Assessore Donazzan: http://www.donazzan.it/

[ii]  Cfr. gli articoli: https://www.nextquotidiano.it/elena-donazzan-contro-i-docenti-sovversivi-che-non-vogliono-i-militari-a-scuola/?fbclid=IwAR2mgPKoDrdUnQQOarNfpWNF2qB738wUOUCptstm9unjx8rq8kQPfOgDyRk  e https://corrieredelveneto.corriere.it/venezia-mestre/cronaca/19_ottobre_29/quattro-novembre-venezia-professori-studenti-non-incontrano-militari-4336329e-fa61-11e9-b1d3-8ef4db66594d.shtml?refresh_ce-cp 

[iii] Ermete Ferraro, “Ma che bellica scuola!” (12.03.2016), Ermetespeacebook > https://ermetespeacebook.blog/2016/12/03/ma-che-bellica-scuola/

[iv] Matteo Saudino,” Il quattro novembre a scuola” (03.11.2019), Comune.info > https://comune-info.net/il-4-novembre-a-scuola/ -vedi anche l’articolo di Antonio Mazzeo “Che nelle scuole si torni a disobbedire ad ogni guerra” > https://www.scomunicando.it/notizie/antonio-mazzeo-che-nelle-scuole-si-torni-a-disobbedire-ad-ogni-guerra/

[v] Alex Corlazzoli, “Venezia, prof e studenti boicottano incontro con Forze Armate al liceo…” (31.10.2019), Il Fatto Quotidiano > https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/30/venezia-prof-e-studenti-boicottano-incontro-con-forze-armate-al-liceo-assessore-regionale-docenti-sovversivi-come-allepoca-delle-br/5541115/

[vi] Pax Christi Italia, Presentazione del progetto ‘Campagna Scuole Smilitarizzate’ (26.04.2013) >http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/1_Presentazione-Campagna-Scuole-Smilitarizzate1.pdf

[vii]  Vedi: http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/3_Manifesto-di-una-Scuola-Smilitarizzata1.pdf

[viii]  Ferraro, “Ma che bellica scuola!”, cit.

[ix]  Vedi: https://www.miritalia.org/

[x]  Peace Pledge Union, Militarism in schools > https://www.ppu.org.uk/militarism/militarism-schools  (trad. mia) ) – Vedi anche: https://www.independent.co.uk/news/education/education-news/underage-soldiers-in-britain-the-militarisation-of-schools-in-the-uk-a7529881.html

[xi]  S. Kershner & S. Harding, “Militarism goes to school “(25.07.2019), Critical Military Studies – Vol. 5, 2019, issue 3 > https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/23337486.2019.1634321?scroll=top&needAccess=truetrad   (trad. mia). Molto interessante è anche il saggio: Galavitz B., Palafox J., Meiners E., Quinn Th., “The Militarization and Privatization of Public Schools”, Berkeley Review of Education, 2 (1), 2011

[xii]  Cfr. Simon Shuster, “Inside Russia’s Military Training Schools for Teens”, TIME (Oct.19,2016) > http://time.com/4516808/inside-russias-military-training-schools-for-teens/

[xiii] Alain Refalo, “La militarization de l’école est en marche” (28.11.2018), Blog d’Alain Refalo > https://alainrefalo.blog/2018/11/28/la-militarisation-du-systeme-educatif-est-en-marche/  Vedi anche il suo libro “Hierarchie et désobeissence à l’ecole” (2018): https://alainrefalo.files.wordpress.com/2019/08/hic3a9rachie-et-dc3a9sobc3a9issance-c3a0-lc3a9cole.pdf

[xiv]  Claire Sadzot et Catherine Vanzeveren, “Bientôt une option ‘préparation militaire’en 5e et 6e secondaire”,  (29.07.2019), RTL Info >  https://www.rtl.be/info/belgique/societe/armee-ecole-option-5e-6e-secondaire-1144830.aspx (trad. mia)

[xv]  Andreas Speck, “Gegen die Militarisierung der Jugend” (30.05.2012), War Resister’s International > https://wri-irg.org/en/story/2012/countering-militarisation-youth-0?language=de (trad. mia)

[xvi] https://educationnotmilitarization.org/

[xvii] https://nnomy.org/en/content_page/item/653-the-militarization-of-american-public-schools.html

[xviii] https://www.ppu.org.uk/everyday-militarism

[xix] https://www.antimilitaristas.org/Insumissia-somos-asi-que-le-vamos-a-hacer.html

[xx]  https://wri-irg.org/en

© 2019 Ermete Ferraro

Un clima di guerra

L’onda verde e gli scogli del militarismo

Una manifestazione di FRIDAY FOR FUTURE

Tante persone sono rimaste davvero scosse dalle immagini di milioni di giovani scesi nelle piazze per manifestare il loro diritto al futuro e per dare la sveglia a scienziati conniventi, media reticenti e governi complici di chi quel futuro sta mettendo drammaticamente a rischio. Finalmente le istanze ambientali non sembrano più percepite come la preoccupazione un po’ esagerata di profeti di sciagure o di ecologisti catastrofisti e fanatici. Giustamente, le mobilitazioni di questa “onda verde” stanno mandando all’aria le priorità economiche e politiche di chi finora ha fatto finta di non rendersi conto che l’attuale modello di sviluppo – racchiuso nella parolina magica ‘crescita’ è non solo colpevole di stragi socio-ambientali, ma di fatto anche suicida.

Al netto sia dei persistenti ed assurdi negazionismi, sia della comoda tendenza a ridurre queste manifestazioni ad ingenue proteste oppure a considerarle solo manovre diversive rispetto ad un ecologismo più ‘serio’ e radicale, mi sembra quindi innegabile la presa che questo movimento sta esercitando su un’opinione pubblica spesso distratta o narcotizzata da altre finte emergenze. Ecco perché – pur con alcune doverose riserve su contenuti e parole d’ordine di quest’inedita mobilitazione globale per il clima – credo che essa stia comunque imprimendo una salutare scossa socio-culturale, prima ancora che politica, ad un’umanità sempre più massificata, omologata e drogata dal miraggio di uno sviluppo senza limiti e senza remore.

Eppure – come mi è già capitato di dire e di scrivere – è opportuno ribadire che un autentico ecologismo ha bisogno di una visione più ampia e complessiva, che sia capace d’inquadrare i fenomeni contro cui ci si batte (a partire dall’inquinamento atmosferico con le sue relative drammatiche conseguenze) all’interno di un preciso sistema di riferimento e di una chiara scelta di valori. Allo stesso modo mi lascia perplesso un ambientalismo sostanzialmente ancora antropocentrico e motivato quasi esclusivamente dalla paura del disastro ecologico prossimo venturo. Ma soprattutto mi preoccupa la quasi totale assenza nell’informazione mediatica di riferimenti alle minacce per gli equilibri ambientali – a partire da quelli climatici – derivanti dalla pesantissima impronta ecologica sul nostro Pianeta da parte del complesso militare-industriale.

Mi rendo perfettamente conto che è più semplice fare crociate contro l’inquinamento derivante dall’uso smodato delle plastiche oppure da un’agricoltura intensiva e chimicizzata e dalle emissioni gassose di allevamenti animali sempre più affollati ed innaturali. Capisco anche che non si possa fare a meno di partire dal puntare il dito anche sulla notevole impronta ecologica dovuta ai consumi individuali, agli stili di vita ed al tipo di alimentazione, sì da responsabilizzare un po’ tutti, evitando di scaricare le responsabilità solo sui grandi inquinatori. Non comprendo né giustifico, invece, la colpevole reticenza di chi intenzionalmente tace su una componente così rilevante dell’inquinamento atmosferico marino e del suolo, causato da attività delle forze armate sulle quali scienziati e governi hanno costantemente steso un complice velo di omertà.

«Le attività militari esercitano un’elevata pressione sul territorio nel quale vengono svolte, in particolar modo per quanto attiene all’utilizzo delle risorse naturali. Il loro consumo ed i danni operati all’ambiente emergono evidenti in occasione dei conflitti che, accanto alla perdita di vite umane, mostrano un deciso impatto sulle risorse naturali. […] …le attività militari, nelle loro molteplici forme, provocano decise ripercussioni sull’ambiente anche in momenti di non conflittualità. L’inquinamento dell’atmosfera e l’inquinamento acustico costituiscono le più evidenti manifestazioni delle conseguenze ambientali ma i principali effetti, in particolar modo a lungo termine, risiedono nella presenza di rifiuti tossici, contaminazioni chimiche e derivanti dall’utilizzo di oli e combustibili». [i]

Licenza di uccidere persone e territorio?

Devastazione ambientale in Ucraina (National Geographic)

I nostri sprechi quotidiani, lo sperpero di risorse energetiche, preziose perché esauribili, ed un modello di sviluppo incompatibile con gli equilibri ecologici richiedono una generale e comune presa di coscienza del baratro verso cui l’umanità si è irresponsabilmente avviata. Non mi sembra però ammissibile che si sottaccia o sminuisca l’incontestabile gravità della pressione esercitata dal complesso militare-industriale e dai tremendi esiti bellici che esso produce su ciò che chiamiamo ‘natura’, mettendo a rischio le stesse condizioni per la sopravvivenza del genere umano. Da sempre la guerra è di per sé morte, distruzione e devastazione ambientale. Si è giunti ora ad un punto di non ritorno, laddove si affaccia sempre più la minaccia di una tragedia nucleare e le tecnologie belliche sono diventate sempre più insidiose incontrollabili e micidiali, sebbene dichiaratamente volte a rendere l’intervento militare più mirato, ‘chirurgico’ e… ‘intelligente’.

«Lo scopo delle nuove teorie militari e di alcune tecnologie che si vanno sviluppando è di rendere “trasparenti” il nemico e il campo di battaglia. Nella futura “cultura militare” (non è un ossimoro, è quello che si insegna nei war college) non si tratta di avere i cannoni più grandi ma le telecomunicazioni più intelligenti. Le informazioni alimentano le armi, le quali, grazie a quelle, uccidono con precisione. la radiotrasmittente che il microvelivolo dello scenario del Pentagono lascia sul camion condurrà, a tempo debito, un missile micidiale sul bersaglio…» [ii]

La moltiplicazione degli scenari bellici, con sovrapposizione di guerre ipertecnologiche, guerre convenzionali e svariate forme di guerriglia, non può e non deve più restare fuori dalla portata dei riflettori accesi da tanti giovani che, giustamente, s’interrogano sul loro futuro e sulle possibilità d’invertire la trionfale marcia di un finto progresso che conduce invece alla devastazione del comune patrimonio ambientale. Non si tratta solo di contestare le pesanti conseguenze delle operazioni di ‘guerra guerreggiata’, in quanto il sistema militare rappresenta in sé una minaccia alla tutela dell’ambiente anche quando non è ‘operativo’. È infatti sempre più manifesto il suo enorme impatto sulle risorse energetiche, sulle condizioni dell’aria dell’acqua e del suolo e sulla sicurezza e salute delle comunità locali che, di fatto, va ad occupare, sottraendosi ad ogni controllo ed al rispetto dei vincoli normativi vigenti. Non manca chi ha sostenuto che i militari, controllando il territorio, lo avrebbero sottratto a speculazioni private e ai danni dello sfruttamento economico. Si tratta di quel paradossale ambientalismo ‘grigioverde’ sulla cui mistificazione mi ero già soffermato criticamente.

«La triste verità, invece – per citare un articolo apparso nel 2015 sul sito dell’UNRIC (un organismo dell’UNU) – è che “l’ambiente è una vittima della guerra troppo spesso dimenticata”. La tragica realtà che abbiamo tuttora davanti agli occhi, ci dimostra che, mutuando il titolo d’un saggio francese di ecologia politica, “la natura è un campo di battaglia” [xvi] sul quale si esercitano le forze oscure di un capitalismo selvaggio e cinico, che non esita a ricorrere al ‘razzismo ambientale’, colpendo soprattutto i più marginali, ed a ‘finanzializzare’ cinicamente perfino la crisi ecologica».[iii]

Basi militari, poligoni ed altre installazioni del genere, anche in situazioni di non conflittualità, sono una costante bomba ecologica, in seguito alla presenza ed all’utilizzo incontrollato di sostanze di natura chimica, batteriologica e nucleare anche nelle esercitazioni. É il caso del Poligono interforze di Quirra, in Sardegna, dove dal 1956 non si è mai smesso di sperimentare sistemi d’arma e nuove tecnologie connesse alle attività belliche. Le conseguenze sull’ambiente e sulla salute di chi ci abita sono state gravissime. A parte il peso dell’occupazione manu militari di 240.000 ettari di territorio, la Sardegna lamenta infatti una significativa crescita di malattie tumorali ed emolinfatiche connesse alle attività che si svolgono dagli anni ’50 nelle sue basi, poligoni ed aeroporti.

L’orco militarista: energivoro e tossico

Videogioco (God of War)

Nella tradizione popolare gli ‘orchi’ sono “mostri antropomorfi, giganteschi, crudeli e divoratori di uomini” [iv] . Pure il sistema militare – solo apparentemente assimilabile alle comunità umane- per le sue gigantesche dimensioni è fonte di terrore e di pesanti conseguenze ambientali, connesse alla incredibile voracità di risorse e di beni comuni. E siccome tutti i consumi producono a loro volta rifiuti e modificazioni ambientali, l’orco con le stellette è una rilevante fonte d’inquinamento. Ad esempio, ci sono i dati dell’impatto sul contesto urbanistico dell’allargamento della ex-caserma vicentina ‘Dal Molin’, dai quali si deduce che perfino i consumi ordinari (acqua, luce, gas) assumono sproporzioni ‘gigantesche’ quando si tratta di una base militare per circa 6.000 militari.

«Il progetto Dal Molin, come consumi, è pari a 30 mila vicentini per l’acqua, 5.500 per il gas naturale e 26 mila per l’energia elettrica. Cifre che da sole parlano chiarissime. Per Vicenza, la nuova base militare americana che il governo Prodi ha liquidato come un «problema urbanistico» rappresenterebbe un colpo assai pesante in termini di impatto ambientale e utilizzo delle risorse […] La città – dice l’ingegner Vivian – consuma 11,5 milioni di metri cubi l’anno. Pertanto, in relazione ai consumi idrici ipotizzati, è come se ci fosse un incremento di oltre 30 mila abitanti, e relative attività economiche, posti nel quadrante nord della stessa».[v]

Ma la più grave impronta ambientale del sistema militare è ovviamente imputabile al devastante impatto delle operazioni belliche sul deterioramento climatico globale. Basti pensare che nel periodo delle operazioni belliche in Iraq (2003-2007) quella sola guerra ha provocato l’emissione di 140 tonnellate di gas serra (CO2 equivalente) [vi] e che in generale le guerre – alla cui origine c’è sempre più il controllo egemonico sulle risorse petrolifere – sono causa di colossali sprechi e di disastri ambientali connessi ad esempio a bombardamenti d’impianti, petroliere, oleodotti e gasdotti.

«Un cappio al collo del pianeta e un vero circolo vizioso, come sintetizzava l’appello «Stop the Wars, stop the warming» lanciato dal movimento World Beyond War alla Conferenza sul clima di Parigi: «L’uso esorbitante di petrolio da parte del settore militare statunitense serve a condurre guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse, guerre che rilasciano gas climalteranti e provocano il riscaldamento globale. È tempo di spezzare questo circolo: farla finita con le guerre per i combustibili fossili, e con l’uso dei combustibili fossili per fare le guerre».[vii] 

La lettura del rapporto “Smilitarizzazione per una profonda decarbonificazione”, pubblicato dall’International Peace Bureau nel 2014, ci fa comprendere quanto sia assolutamente indispensabile per la salvezza del clima terrestre un ridimensionamento del complesso militare-industriale e degli eventi bellici di cui è portatore. [viii]  Il Pentagono statunitense, ad esempio, nel solo 2017 avrebbe immesso nell’atmosfera 59 milioni di tonnellate di CO2 (e di 1,2 miliardi di tonnellate tra il 2001 e il 2017), diventando di fatto il 55° paese più inquinante al mondo a causa delle sue emissioni ed essendo responsabile di circa l’80% di tutto il consumo energetico statunitense nello stesso lasso di tempo. [ix] Ovviamente questi dati possono sembrare allarmistici ed esagerati e molti si chiederanno come mai non se ne è mai avuta notizia. Ma basta pensare al mantello di segretezza che ricopre pesantemente qualsiasi manifestazione del sistema militare per comprendere quanto i cittadini sappiano poco o niente di ciò che avviene sul loro territorio, essendo espropriati di una parte di esso da una sua militarizzazione sempre più invadente. “Off limits” – il classico divieto di accesso che interdice ai civili le aree militari – significa dunque non solo che la comunità residente deve restare all’esterno di quella delimitazione, ma anche che le attività militari non sono soggette ad alcuna limitazione, monitoraggio o regolazione normativa valida per tutti gli altri soggetti. Ne deriva che: «La ‘riservatezza’ sulle questioni militari […] ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei gravissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra». [x]

Guerra al clima in un clima di guerra

Fonte: il manifesto (29.11.2018)

Elena Camino nel suo saggio ci spiega che bisogna cambiare prospettiva, per cui non dovremmo guardare alla guerra come una serie di eventi, bensì come un complesso e micidiale meccanismo, che non solo è distruttivo in sé, ma causa profonde modificazioni ambientali e sottrae risorse al benessere umano e ad ogni progetto di cambiamento del modello di sviluppo.

«… un processo sistemico che cattura, trasforma e infine degrada (termodinamicamente) enormi quantità di materia e di energia (oltre che di denaro) sottraendole ad altri destini e producendo materiali inquinanti e tossici per tutte le forme di vita sulla Terra».[xi]

Come scrivevo in un precedente articolo:

«La demistificazione che Ben Cramer – il polemologo francese docente all’Università di Parigi – fa dell’ossimoro che presenta i militari come difensori dell’ambiente, lo porta a formulare anche alcuni suggerimenti per fermare più credibilmente questa preoccupante corsa verso l’autodistruzione. Oltre a “climatizzare il Pianeta”, provvedendo ad arrestare con mezzi bio-ingegneristici il riscaldamento globale, […] bisogna non solo riconvertire, riciclare e cambiare modello di sviluppo, ma soprattutto “disinquinare smilitarizzando”». [xii]

Non si tratta di fare i conti in tasca solo ai giganti del sistema militare mondiale, come Stati Uniti, Cina, Russia, Arabia Saudita e Francia (per citare la top five degli stati più armati del mondo, secondo la classifica 2014 del SIPRI), perché faremmo bene a guardare con più attenzione anche a casa nostra. L’Italia, infatti, nello stesso anno era all’11° posto per spese militari, ma anche al terzo posto per esportazione di armamenti ed inoltre, nel 2012, ha prodotto 6,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica per persona, vale a dire il doppio della Turchia e quasi il quadruplo dell’India, che è fra l’altro il primo paese importatore di armi italiane (10% del totale). [xiii]

La scomoda verità è che – per citare il titolo di una recente testi di dottorato dell’Università di Lussemburgo – “gli impatti del militarismo sul cambiamento climatico (sono) una relazione gravemente trascurata”. Ed è per questo che questo corposo saggio denuncia che il militarismo – nel senso più lato è probabilmente il maggiore produttore di emissioni e di degrado ecologico.

«Prescindendo se in tempo di guerra o di pace, le forze armate mondiali consumano un’enorme mole di combustibili fossili, producono immense quantità di rifiuti tossici e presentano domande esageratamente alte d’ogni genere di risorse per sostenere le loro infrastrutture, il tutto esentato da restrizioni ambientali e da misurazioni delle emissioni. In base alla routine della teoria della distruzione, la guerra è condotta al giorno d’oggi principalmente per assicurare le risorse naturali che vengono a loro volta massicciamente consumate nel processo, stabilendo così un auto-perpetuante ciclo di distruzione. Inoltre, le spese militari sottraggono ingenti finanziamenti alle iniziative di mitigazione e adattamento del clima. Sembra ovvio che il militarismo è strettamente correlato al cambiamento climatico, ma sfortunatamente questo collegamento è stato enormemente trascurato, se non intenzionalmente ignorato». [xiv]

Che fare? La prima cosa è denunciare, demistificare e controinformare. L’opinione pubblica, finalmente scossa dalla salutare protesta dei giovani che rivendicano un futuro, non deve ignorare che larga fetta dei guasti che conducono sempre più velocemente al cambiamento climatico sono provocati dal pesante impatto ambientale del complesso militare-industriale. Ecco perché:

«…a mio avviso, ogni resistenza dal basso alle gerarchie imposte da chi comanda deve necessariamente tener conto che gli equilibri (o meglio, gli squilibri…) economici e sociali a livello globale sono assicurati proprio da un complesso militare-industriale che li difende. Allo stesso modo, non si dovrebbero sottovalutare i danni ambientali e sociali della militarizzazione del territorio e, soprattutto, deve essere chiaro che le guerre – in particolare quelle condotte tecnologicamente – sono di per sé una minaccia continua alla sicurezza, alla salute ed alla stessa sopravvivenza d’intere popolazioni».

Utopie pacifiste? Non direi proprio, visto che da 71 anni un piccolo stato del Centro-America, il Costa Rica, ha deciso radicalmente di “ripudiare la guerra”, eliminando del tutto le forze armate. Allo stesso tempo, ha intrapreso un virtuoso percorso di tutela del proprio patrimonio naturalistico e della preziosa sua biodiversità. Non è quindi un caso che l’opzione antimilitarista e pacifista si sia sposata con quella ecologista e perciò faremmo bene ad ispirarci a questa importante esperienza, per rilanciare una visione ecopacifista globale. Perché il continuo clima di guerra è il terreno su cui si è sviluppata la quotidiana guerra al clima, col serio rischio di negare un futuro ai giovani e di compromettere irrimediabilmente la stessa sopravvivenza dell’homo insipiens.


Note

[i] Daniele Paragano, Le basi militari negli Stati Uniti e in Europa: posizionamento strategico, percorso localizzativo ed impatto territoriale, Tesi di Dottorato di Ricerca in Geopolitica, Geostrategia e Geoeconomia, Università degli Studi di Trieste, A.A. 2007-08, p.142

[ii] Gordon Poole, Nazione guerriera – Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Napoli, Colonnese, 2002, p. 154

[iii] Ermete Ferraro, “Credere, Rinverdire e Combattere” – Il neo-ambientalismo dei Grigioverdi” (2018), Academia.edu >  https://www.academia.edu/37811619/Credere_rinverdire_e_combattere

[iv]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Orco_(folclore)

[v] Orsola Casagrande, “I conti in tasca alla nuova base USA di Vicenza”, il manifesto, 20.01.2007 > http://www.dimensionidiverse.it/dblog/articolo.asp?articolo=776

[vi] Fonte: https://climateandcapitalism.com/2008/03/19/global-warming-and-the-iraq-war/

[vii]  Marinella Correggia, “Militari di tutto il mondo in guerra col clima”, il manifesto (29.11.2018) https://ilmanifesto.it/militari-di-tutto-il-mondo-in-guerra-col-clima/ ; cfr. anche la fonte citata: https://worldbeyondwar.org/stop-wars-stop-warming/

[viii] Vedi: https://www.ipb.org/wp-content/uploads/2017/03/Green_Booklet_working_paper_17.09.2014.pdf

[ix] Vedi: Lorenzo Brenna, “Il Pentagono emette più CO2 di Svezia e Danimarca”, Lifegate, 14.06.2019, https://www.lifegate.it/persone/news/impatto-ambientale-co2-pentagono-ricerca

[x] Elena Camino, Guerra, ambiente, nonviolenza, (23.05.2016), Torino, Centro Studi “Sereno Regis” http://serenoregis.org/2016/05/23/guerra-ambiente-nonviolenza-elena-camino/

[xi] Ibidem

[xii] Ermete Ferraro, “Credere, rinverdire e combattere”, cit. – Il riferimento è al libro: Ben Cramer, Guerre et Paix…et EcologieLes risques de la militarisation durable, éd. Yves Michel, 2014

[xiii] Fonti: Stockholm International Peace Research Institute (2014) Trends in World Military Expenditure,

2013. SIPRI Fact Sheet > http://books.sipri.org/product_info?c_product_id=476  e World Bank Carbon Emissions per capita 2010 > http://data.worldbank.org/indicator/EN.ATM.CO2E.PC/countries

[xiv] Florian Polsterer, The Impacts of Militarism on Climate Change: A sorely neglected relationship, Master’s Degree in Human Rights and Democratization, University of Luxembourg (A.Y. 2014-15), p. 90

[xv] Ermete Ferraro, “Biocidio e guerre” Ermete’s Peacebook, (03.03.2019), Ermete’s Peacebook https://ermetespeacebook.blog/2019/03/03/biocidio-e-guerre/ . Vedi anche, dello stesso autore: https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/  – https://ermetespeacebook.blog/2016/06/15/cittadini-sotto-assedio/ –  https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/

Ermete Ferraro, L’Ulivo e il Girasole (Manuale V.A.S. di ecopacifismo), V.A.S. 2014 > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

© 2019 Ermete Ferraro

Liberazione, lotta e riconciliazione

Questo 25 aprile, sebbene il clima politico italiano sia sempre più avvelenato da seminatori di odio e da antistorici rigurgiti fascisti, in fondo non è diverso da tutti gli altri. Sfilate, deposizioni di corone d’alloro, discorsi in piazza: insomma, celebrazioni.  Una parola di etimo incerto, che richiama un momento corale, in cui molte persone si ritrovano insieme per rendere onore a qualcosa o qualcuno.

«Il latino ‘celebrare’ ha come primo significato quello di ‘frequentare, affollare’. La celebrazione scaturisce quindi dall’assembramento di persone – le quali, per evoluzione lineare del termine, finiscono per onorare ciò che le aggrega, per rendere solenne l’evento. Già questa è un’immagine meravigliosa, che ci racconta dei primi modi in cui si sono strutturate le umane liturgie».[i]

Il guaio è che, come tutte le liturgie, la ritualità ufficiale rischia di spegnere il senso vero di ciò che dovrebbe essere anche una festa, irrigidendolo nella commemorazione che, come suggerisce la parola stessa, rischia di esaurirsi nel ricordo d’un evento passato. Un secondo aspetto che mi piace poco di questo tipo di celebrazione è che momenti corali e di popolo finiscono spesso per essere istituzionalizzati, concentrando l’attenzione su atti simbolici e formali, solitamente delegati a rappresentanti ufficiali e troppo spesso ricondotti alla retorica militarista tipica delle parate.

Da ormai 73 anni in questo giorno ricordiamo l’anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ma tale celebrazione ha stentato a diventare una vera Festa nazionale. Non si tratta di voler attribuire a questa dizione ufficiale [ii] il senso di una ricorrenza che coinvolga tutti allo stesso modo, in una specie di simbolico e consolatorio ‘volemose bene’. La questione vera è se celebrare la resistenza alla dittatura fascista ed al nazismo debba rimanere un momento di separazione ideologica, o se invece l’affermazione della coscienza democratica e dei valori costituzionali debba piuttosto diventare un patrimonio comune intorno a cui ritrovarsi.

Insomma, è la vecchia storia della sterile contrapposizione fra conflitto e pace, secondo cui la pacificazione sarebbe l’eliminazione del conflitto, come se si trattasse di qualcosa da esorcizzare. Ma è vero l’esatto contrario: il conflitto non solo è ineliminabile – in quanto frutto di una diversità che va tutelata e non repressa – ma, tutto sommato, è perfino positivo, nella misura in cui diventa elemento propulsore del cambiamento.  Ciò che bisogna perseguire, allora, non è tanto l’eliminazione del conflitto quanto il superamento delle soluzioni violente e distruttive ad esso, cercando metodi diversi per superare i conflitti in modo creativo, costruttivo e nonviolento.

Manifestazione neofascista

Lo so: mai come in questo periodo vediamo messi in discussione i pilastri stessi dell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza, sintetizzati in quella Carta costituzionale che ripetutamente sta subendo attacchi e tentativi di snaturamento. Mi rendo conto inoltre che l’avanzata di una destra becera, populista e nazionalista costituisce una seria minaccia ai valori che la Costituzione considera una sorta di ‘bene comune’. Il mio, infatti, non vuol essere un appello moralistico a mettere da parte divisioni che pur ci sono, in nome d’un generico pacifismo. Ciò che sostengo è un modo d’inquadrare l’affermazione di quei valori che faccia di quel drammatico conflitto non solo l’occasione per rileggere la storia passata, ma anche per offrire prospettive davvero diverse al nostro futuro.

Quando spiego ai miei interlocutori che aderisco ad un movimento pacifista come il M.I.R. [iii], che fa della riconciliazione il suo elemento identificativo, noto che questa parola suscita curiosità, ma anche un vago sospetto. Certo, la matrice ‘spirituale’ del M.I.R. spiega il ricorso a tale termine, ma resta ancora molto da chiarire sul senso vero della riconciliazione, concetto facilmente banalizzabile come ricerca della pacificazione a tutti i costi, per un anelito etico-religioso alla concordia ed alla benevolenza.

La verità è che con tale parola si intende evocare non solo la caritas cristiana (col suo assai impegnativo richiamo all’amore per i nemici), ma anche altri concetti più politici, come quello della Ahimsa gandhiana e le proposte di ricercatori per la pace come Johan Galtung [iv], relative alla mediazione, al peace-building ed altre tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti. Fin dall’immediato dopoguerra, nel mondo della scuola italiana, a partire dalla proposta alternativa di Maria Montessori [v], si sono sempre più diffuse esperienze di educazione alla pace e per la pace.[vi] Ai nostri ragazzi – anche se in modo un po’ generico e talvolta equivoco – da decenni proponiamo comunque soluzioni non distruttive ai conflitti, che partano dall’analisi della loro natura e facciano ricorso a concetti come quello di empatia. Eppure a questi positivi insegnamenti rivolti ai più piccoli non è paradossalmente mai corrisposto un effettivo progresso nelle nostre pratiche quotidiane di mediazione, di riconciliazione e di pacificazione.

Continuiamo testardamente a guardare alla pace come assenza di guerra ed alla riconciliazione come eliminazione del conflitto. Ma si tratta solo di una diffusa ignoranza delle tecniche nonviolente o di una voluta banalizzazione dell’impegno per la pace, come se fosse una sentimentale missione da ‘anime belle’? Il concetto fondamentale da chiarire, secondo me, è quello di lotta. Se si continua a considerare la nonviolenza come un sistema per sfuggire alla lotta, invece che un modo alternativo – e spesso vincente – di praticarla, non faremo passi avanti. Allo stesso modo, se scambiamo ancora la riconciliazione per un infantile ‘facciamo la pace’, a prescindere dai conflitti vissuti e dalle ferite provocate, non andremo da nessuna parte.  La lotta nonviolenta va qualificata principalmente come resistenza al male, all’ingiustizia, alla violenza, al sopruso. Una resistenza per niente ‘passiva’, che ha utilizzato le armi della non-collaborazione, del boicottaggio, dell’opposizione e della disobbedienza civile. Eppure la celebrazione della Resistenza al nazifascismo raramente ha fatto riferimento a metodi alternativi a quelli della lotta armata, sebbene già praticati – in modo più o meno consapevole – da tanti Italiani nel loro processo di liberazione dal giogo della dittatura e dalle atrocità della guerra.[vii]

Speriamo allora che questo 25 aprile 2019 possa aprire un modo nuovo, diverso, per fare memoria degli orrori della dittatura e per celebrare la libertà riconquistata a caro prezzo 74 anni fa. Certo, la lotta contro tutte le manifestazioni di fascismo, di razzismo e di militarismo guerrafondaio deve restare viva ed attiva e dovrà vederci sempre più uniti e determinati. Va invece cambiato, a mio avviso, l’approccio tradizionale ad essa e la scelta delle metodologie di resistenza civile da praticare. L’Italia ha bisogno di una riconciliazione vera, che non è certo quella di chi ripete l’ipocrita ritornello “scurdammoce ‘o ppassato”, ma la ricerca di un dialogo che trasformi il conflitto senza negarlo, superandone progressivamente i traumi ed intersecando l’impegno per lo sviluppo e la difesa dei diritti umani con quello per il disarmo, contro la guerra ed il militarismo.

«Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame».[viii]

Queste parole, pronunciate 36 anni fa dal nostro presidente Sandro Pertini, ci ricordano che la strada della Liberazione era e resta ancora molto lunga.

Rifacendoci a quel nobile appello, smettiamola quindi di dar credito a chi contrappone un generico ‘popolo’ ad altrettanto vaghe ‘élites’, per schivare le contraddizioni d’un capitalismo aggressivo, che rischia però di ridurre in povertà un crescente numero di suoi potenziali ‘consumatori’. Riprendiamo con forza la lotta per la liberazione dalla violenza quotidiana, dalle disuguaglianze stridenti, dalla riduzione della sovranità dei cittadini, dalle crescenti minacce alla loro salute ed alla sicurezza, frutto di un modello di sviluppo predatorio, anti-ecologico ed iniquo.  Liberiamoci anche da ogni forma di discriminazione, di pernicioso nazionalismo mascherato da sovranismo e dalla pretesa normalizzazione degli equilibri geo-strategici voluti dal complesso militare-industriale, che moltiplicano i conflitti armati convenzionali ma al tempo stesso rievocano l’incubo di una guerra nucleare. Liberiamoci, infine, dal luogo comune che pretende di risolvere i conflitti utilizzando le stesse armi di chi aggredisce e prevarica sugli altri. Non è un compito facile, ma dobbiamo riuscire a far capire che, come già dal 1984 ammoniva Galtung: “Ci sono alternative!” [ix]  

© 2019 Ermete Ferraro


N O T E

[i] “Celebrare” in: https://unaparolaalgiorno.it/significato/C/celebrare

[ii]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Anniversario_della_liberazione_d%27Italia

[iii] Vedi i principi del M.I.R.  Movimento Internazionale della Riconciliazione – branca italiana dell’I.F.O.R. , che ha pubblicato anche un libro con le edizioni Qualevita, dal titolo “Teoria e pratica della Riconciliazione” – in: https://www.miritalia.org/

[iv] Sul metodo ‘Transcend’ proposto da Galtung vedi: http://serenoregis.org/2018/11/30/transcend-galtung-mediazione-soluzione-di-conflitti-1958-2018-johan-galtung/

[v]  Maria Montessori, Educazione e Pace, 1949 > http://www.operanazionalemontessori.it/editoria/catalogo-e-acquisti/libri-e-riviste/educazione-e-pace-detail

[vi]  Vedi sul tema il mio recente saggio: Ermete Ferraro, Una pace da costruire (2018) > https://ermetespeacebook.blog/2018/09/22/una-pace-da-costruire/

[vii] Ci sono tante esperienze di resistenza nonviolenta citate da numerosi testi, fra cui: Enrico Peyretti, La Resistenza nonviolenta al nazifascismo in Italia, (2006), in Peacelink > https://www.peacelink.it/storia/a/14371.html . Cfr. anche il mio saggio sulle Quattro Giornate di Napoli: Ermete Ferraro, “La resistenza napoletana e le ‘quattro giornate’: un caso storico di difesa civile e popolare”, in: Una strategia di pace:la difesa popolare nonviolenta, a cura di A. Drago e G. Stefani, FuoriTHEMA, 1993. Vedi anche: Idem, Le Quattro Giornate come difesa civile e popolare, Agoravox Italia, 2013 > https://www.agoravox.it/Le-quattro-giornate-di-Napoli-come.html

[viii] Citazione da un discorso tenuto nel 1983 dal presidente Sandro Pertini > https://le-citazioni.it/frasi/197604-sandro-pertini-battetevi-sempre-per-la-liberta-per-la-pace-per/

[ix]  Johan Galtung, There are alternatives!: Four Roads to Peace and Security (1984) > https://www.amazon.com/There-are-alternatives-roads-security/dp/0851243932

4 Aprilante…anni 70 !


Perché 70 anni di Alleanza Atlantica sono 70 di troppo.

Sette decenni di ‘protezione’ non richiesta

Il 4 aprile 2019 la NATO (Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico [i]) compie 70 anni. Nel 1949, proprio in quella data, fu infatti costituita a Washington dai suoi 12 Paesi fondatori come alleanza militare, che avrebbe dovuto difenderci da un ipotetico attacco armato contro gli stati europei e nord-americani, fronteggiando un’ipotetica minaccia militare da parte dell’Unione Sovietica. Eppure già da allora essa non si opponeva ad un’analoga coalizione militare, dal momento che il Patto di Varsavia [ii] fu sottoscritto dall’U.R.S.S. e da altri sette paesi comunisti solo sei anni dopo, nel 1955, proprio per contrapporsi alla preesistente Alleanza Nord-Atlantica.

Oggi, settant’anni dopo, quel Trattato non ha comunque alcun senso, essendo sparito dal 1991 l’antagonista da cui avrebbe dovuto proteggerci. Questo però non ha impedito alla NATO – comprendente nel frattempo 29 membri – di diventare ancor più aggressiva e di allargare i propri interventi molto al di fuori del territorio di sua competenza. La finalità stessa di quell’Alleanza – non più strettamente difensiva né con un ambito d’intervento delimitato – era in effetti già stata modificata nel 1999, grazie all’ambiguo “nuovo concetto strategico”.

« Esso mette in grado una NATO trasformata di contribuire al contesto di sicurezza in evoluzione, sostenendo la sicurezza e la stabilità con la forza del suo impegno collettivo per la democrazia e per la risoluzione pacifica delle dispute. Il Concetto strategico guiderà la politica di sicurezza e di difesa dell’Alleanza, i suoi criteri operativi, l’assetto delle sue forze convenzionali e nucleari e l’organizzazione della difesa collettiva, e sarà via via sottoposto a revisione alla luce della evoluzione del contesto di sicurezza…» [iii]

La prevalenza dei concetti strategici di ‘stabilità’ e ‘sicurezza’ su quello di  ‘difesa’ e di ‘risoluzione pacifica’ delle controversie internazionali, infatti, serviva a legittimare anche ciò che non era stato previsto nel trattato istitutivo, rendendo così l’Alleanza più flessibile ed estendendone i confini.

A 70 anni dalla sua costituzione la NATO conferma la sua natura di patto militare – al di là delle belle parole sulla cooperazione e la pace – presentandosi come l’unica ‘protezione’ sia contro l’integralismo islamico sia contro le mire ‘aggressive’ della Russia.

«Priorità odierna – dichiara il generale Scaparrotti  [finora Comandante Supremo Alleato in Europa] – è quella che le infrastrutture europee siano potenziate e integrate per permettere alle forze Usa/Nato di essere rapidamente posizionate contro «l’aggressione russa». La Nato sotto comando Usa prosegue così da settant’anni di guerra in guerra. Dalla guerra fredda, quando gli Stati Uniti mantenevano gli alleati sotto il loro dominio, usando l’Europa come prima linea nel confronto nucleare con l’Unione Sovietica, all’attuale confronto con la Russia provocato dagli Stati Uniti fondamentalmente per gli stessi scopi». [iv]

A Washington, dunque, il prossimo 4 aprile si riuniscono i 29 ministri degli Esteri dei Paesi aderenti alla NATO per festeggiarne i sette decenni di esistenza e per rinsaldarne i vincoli, compreso ovviamente quello che li impegna a compensare adeguatamente la ‘protezione’ che i rispettivi popoli subiscono da altrettanti anni, sotto forma di occupazione militare del loro territorio, espropriazione della loro stessa autonomia e sudditanza totale agli USA.

I ‘70 candelotti esplosivi’ di cui parlava Dinucci nel brano citato sembrano rimarcare la quasi ineluttabilità quell’ingombrante ‘protezione’ di stampo quasi mafioso, il cui prezzo nel frattempo è diventato sempre più alto, incidendo sulla crescita dei bilanci della difesa dei singoli stati. Bisogna fare chiarezza sul ruolo strategico della NATO e sulle conseguenze della sua invadenza militare, che limita la sovranità nazionale, occupa militarmente i territori e ne minaccia la sicurezza. Ecco perché 70 anni di occupazione alleata sono 70 di troppo !

Napoli nel controllo USA del Mediterraneo

Lo stemma del Comando Alleato del Sud Europa (JFC Naples)

Napoli – all’interno di una delle regioni più militarizzate d’Italia – dal 1951 è stata sede del Comando sud-europeo della NATO (AFSOUTH, poi JFC), al cui vertice c’è sempre stato lo ammiraglio statunitense che comanda la VI Flotta della US Navy, competente per Mediterraneo, Atlantico ed Africa.

Ebbene, da noi è diffusa un’antica locuzione che richiama la fatidica data di nascita dell’Alleanza Nord- Atlantica: “Quattro aprilante, giorni quaranta”. Nella cultura popolare, infatti, le condizioni meteorologiche rilevate il 4 di aprile condizionerebbero i seguenti quaranta giorni, circostanza peraltro parzialmente avallata anche da alcuni studi scientifici. [v] In questo caso – direbbe Totò – si è voluto proprio esagerare, in quanto circa 70 anni di subalternità ai ‘liberatori alleati’ sono troppi anche per un territorio assuefatto da secoli ad occupazioni straniere di ogni tipo.

Il mio impegno antimilitarista risale agli anni ’70, ma è soprattutto dal 1999 che cerco di approfondire la natura e le conseguenze dell’occupazione militare della Campania e dell’area metropolitana di Napoli, che non solo non ha prodotto alcun risultato positivo, ma ha esercitato (e continua ad avere) un pesante impatto sociale, politico ed ambientale sul nostro territorio. In un articolo del 2013, ad esempio, avevo già evidenziato come quella che era chiamata Campania Felix sia purtroppo diventata da molto tempo una Campania Bellatrix.

«Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale. Eppure il fatto che otto installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini. Sarà perché questo genere d’informazioni circolano poco e si fatica molto a farle conoscere. Sarà perché da anni le persone si sono abituate a vedere soldati col mitra che presidiano strade, tribunali e perfino discariche…» [vi]

La NATO non solo da 70 anni è di casa a casa nostra, ma ha progressivamente trasformato il nostro territorio nel centro operativo della sua strategia di controllo dell’area mediterranea, balcanica e nord-africana Tutto ciò avviene nel silenzio complice – se non compiaciuto – di chi ci governa dal secondo dopoguerra, calpestando l’art. 11 della Costituzione in nome di quella protezione che gli USA ci hanno fatto pagare a caro prezzo, ma ora ci costa anche di più. 

In un successivo approfondimento del 2015 ho coniato quattro parole per sintetizzare i vari aspetti di questa sudditanza politico-militare: CondanNATO, ContamiNATO, AlleNATO e MariNATO. Se il primo falso-participio evocava la ‘condanna’ che dal 1945 ci obbligherebbe a rimanere colonia di chi ci aveva ‘liberato’; il secondo alludeva invece al sottovalutato impatto ambientale della militarizzazione-nuclearizzazione di terra, mare ed aria. Gli altri due termini si riferivano alle continue esercitazioni militari congiunte, di cui Napoli e la Campania sono il comando operativo più che lo scenario, ed alla crescente caratterizzazione mediterranea della strategia della NATO, che coinvolge  soprattutto Campania e Sicilia.

«Questo redivivo Regno delle Due NATO mantiene infatti la sua indiscussa capitale nella Città Metropolitana di Napoli (in cui ricadono lo stesso capoluogo ma anche l’intera area domiziano-giulianese), ma si allarga fino a comprendere le basi alleate e statunitensi sparse nella Trinacria, da quella aerea principale di Sigonella al MUOS di Niscemi, passando per Augusta, Trapani, Pantelleria e Lampedusa […] E’ impossibile ignorare l’ingombrante presenza di quell’esercito di occupazione che, dalla fine della seconda guerra mondiale, continua a ‘proteggerci’ , da Aviano  fino a Trapani. Così come dovrebbe essere difficile non notare che l’Italia stessa, anche a prescindere dalle truppe USA e NATO che vi si sono stanziate, è già uno di per sé uno dei paesi più militarizzati al mondo…» [vii].

Dalle favole alla realtà dei fatti

La propaganda ‘atlantista’ ci ha ammannito una serie di storie prive di fondamento e che cozzano con la vera Storia. La celebrazione del settantennio della NATO offre adesso un’ulteriore occasione per tali celebrazioni retoriche, ma proprio per questo dobbiamo assolutamente demistificare quelle distorte narrazioni, alla luce dei fatti piuttosto che degli spot mediatici. In un volantino preparato per la manifestazione antimilitarista napoletana in occasione di tale ‘ricorrenza’, abbiamo cercato di sintetizzare così tale messaggio alternativo:

«VI HANNO RACCONTATO CHE:

•      La NATO in questi anni avrebbe garantito la convivenza pacifica in Europa e nell’area medio-orientale, ‘difendendoci’ da potenziali invasioni e dalle guerre. Ma  in questi decenni la NATO è intervenuta militarmente in vari scenari di guerra (Bosnia, Serbia, Kosovo, Afghanistan, Libia…), coinvolgendo anche l’Italia.

•      La NATO – con la sua stessa presenza – avrebbe difeso  l’indipendenza e la sicurezza dell’Italia e degli altri Stati suoi alleati. Ma la militarizzazione del territorio e dei mari italiani riduce  di fatto la nostra sovranità, mette a rischio pace e sicurezza e tradisce l’art. 11 della Costituzione.

•      Comandi, basi, aeroporti e porti controllati o gestiti dalla NATO non avrebbero alcun impatto sulla salute degli abitanti e sull’ambiente in cui si trovano, ragion per cui non di sarebbe nulla di cui preoccuparsi. Ma la presenza militare NATO – comprendente impianti radar, bunker atomici, natanti a propulsione nucleare – mette in pericolo la sicurezza e la salute dei residenti ed è fonte d’inquinamento ambientale.

•      L’Italia contribuirebbe troppo poco al finanziamento dell’Alleanza Atlantica, per cui è stata richiamata a prevedere una spesa maggiore per la Difesa e per gli armamenti, di cui è tra i primi esportatori. Ma nel 2018 l’Italia ha speso per la Difesa ben 25 miliardi di euro (1,4 del PIL), aumentando il relativo bilancio del 4% rispetto al 2017.

•      L’ipotesi dell’uscita dell’Italia dalla NATO sarebbe  improponibile e anticostituzionale, per cui non ci resta che rimanere vincolati all’Alleanza Atlantica. Ma la nostra permanenza nella NATO – da quasi 30 anni alleanza non più difensiva – contrasta con l’art. 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come…risoluzione delle controversie internazionali». [viii] 

Eppure perfino importanti pubblicazioni non certo di parte, come il TIME, avevano già rilevato la ‘obsolescenza’ dell’Alleanza Atlantica, costretta a rincorrere i propri partner per farsi pagare il ‘pizzo’ per la sua protezione ed a reinventarsi nemici e scenari aggressivi pur di giustificare la propria permanenza. In un suo breve saggio del 2012, il politologo Ishaan Tharoor scriveva:

«Ma  il XXI secolo avrà ancora bisogno della NATO? […] La NATO è più rilevante che mai. E’ l’alleanza militare più forte e più di successo del mondo. Ed ora, di fronte alle nuove sfide per la sicurezza, noi l’abbiamo adattata. [Eppure è]…un’organizzazione che cerca una ragione per esistere. Ben lungi dal rappresentare la forza coordinata dell’Occidente, la NATO è diventata il simbolo della sua fragilità […] Una retorica audace ed e una nuova fantastica residenza non cambieranno il fatto che, in definitiva, la sfida che la NATO sta fronteggiando non è quella di una chiara minaccia esterna, ma la sua stessa mancanza…» [ix]

La crisi che sta attraversando, però, non le impedisce affatto di alzare il tiro e di allargare ulteriormente la sua sfera d’influenza, puntando soprattutto su nuovi ‘alleati’ est-europei, rafforzando la sua strategia anti-islamista ed inseguendo nuove ‘guerre umanitarie’.

«Queste attività hanno trasformato la fine della Guerra Fredda da un’opportunità unica per la nuova diplomazia e lo sviluppo pacifico in una nuova era di tensione globale, circondando la Russia e la Cina, creando così le condizioni per una nuova Guerra Fredda, facendo a pezzi le norme legali internazionali, in particolare circa la sovranità nazionale, ed introducendo le false nozioni di “guerra umanitaria” […] Le contraddizioni tra gli Stati della NATO non possono nascondere questo obiettivo comune e l’espansione territoriale permanente della NATO serve a questi scopi. […] Attraverso la modernizzazione completa ed il previsto dispiegamento di nuove armi nucleari da parte degli Stati Uniti, in seguito allo scioglimento del trattato INF, la corsa agli armamenti nucleari sarà alimentata ad un livello mai visto da decenni. Inoltre, la prima strategia di attacco della NATO è una minaccia per il pianeta nel suo insieme». [x]

In tutto il mondo, dagli USA al Regno Unito, dal Belgio alla Germania, dalla Danimarca al Canada [xi], questo ‘quattro aprilante’ 2019 vedrà centinaia di manifestazioni contro l’arroganza di chi da 70 anni ha imposto la sua ‘protezione’, cercando ancora di farci credere orwellianamente che “War is Peace” . Ma protestare non basta. Come nel caso della crisi ecologica, testimoniare in prima persona i valori della nonviolenza attiva, praticarne le già sperimentate strategie di resistenza, contro-informare ed educare alla pace è assolutamente indispensabile. Bisogna però anche mobilitarsi – sempre più collettivamente e non episodicamente – per riaffermare con decisione il diritto di ogni persona e comunità a battersi per l’indipendenza, i diritti umani, la sicurezza e la pace. Cioè proprio per quei valori che 70 anni di Alleanza Atlantica hanno finora calpestato fingendo di difenderli.  

La guerra e la follia nucleare si debbono e si possono fermare, ma bisogna farlo insieme, demistificando in primo luogo il mito della NATO che ci protegge.

© 2019 Ermete Ferraro


Note

[i] Cfr. voce ‘N.A.T.O’ in: en.wikipedia > https://en.wikipedia.org/wiki/NATO  con: ‘Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord’ in it.wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_del_Trattato_dell%27Atlantico_del_Nord#Paesi_fondatori

[ii] Vedi voce ‘Patto di Varsavia’ in: it.wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Patto_di_Varsavia

[iii] L’evoluzione della N.A.TO. – Nuovo concetto strategico (normativa), Centro Studi per la Pace > http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=natoconcept99

[iv] Manlio Dinucci, “Le 70 candeline (esplosive) della NATO”, il manifesto, 02.04.2019 > https://ilmanifesto.it/le-70-candeline-esplosive-della-nato/

[v] Adriano Mazzarella (UniNa), “Quattro aprilante giorni quaranta?…Quasi sì”, Campania Live (04.04.2014) >  http://www.campanialive.it/articoli-meteo.asp?titolo=Quattro_aprilante_giorni_quaranta?._..Quasi_s%C3%AC__

[vi] Ermete Ferraro (2013), Campania Bellatrix”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2013/03/20/campania-bellatrix/

[vii] Ermete Ferraro (2015), “Nato per combattere”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2015/07/28/nato-per-combattere/

[viii] ‘Rete contro la guerra e il militarismo-Campania’  e ‘Napoli Città di Pace’ (a cura di), 70 anni di NATO. 70 anni di troppo! , Aprile 2019.

[ix] Ishaan Tharoor, “Il declino dell’Occidente”, TIME (20.05.2012) > http://www.time.com/time/subscriber/article/0,33009,2115075,00.html  (trad. mia; citato e commentato in: Ermete Ferraro (2012), “L’obsolescenza della NATO, un relitto del passato”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2012/06/14/lobsolescenza-della-nato-un-relitto-del-passato/ )

[x] Kate Hudson, “NATO: 70 Years Too Many” (29.03.2019), Stop the War Coalition > http://www.stopwar.org.uk/index.php/news-comment/3325-nato-70-years-too-many (trad. Mia)

[xi] Un quadro delle iniziative anti-Nato è reperibile sul sito della rete internazionale  No To Nato > https://www.no-to-nato.org/ . A Napoli sono previste due iniziative: la prima si svolgerà  sabato 6 aprile davanti al Comando NATO di Lago Patria (Giugliano-NA) ed è organizzata dal ‘Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del territorio-Campania’ (https://www.facebook.com/events/2240389926212478/ ); la seconda, nel pomeriggio dello stesso giorno, si terrà a via Toledo- Largo Berlinguer a cura della ‘Rete contro la guerra e il militarismo- Campania’ e da ‘Napoli Città di Pace’ (https://www.facebook.com/events/1215556915295188/ ).

Biocidio e guerre

L’eredità di Caino

A. Melari – CAINO E ABELE

Uno dei passi fondamentali della Bibbia – quello da cui sembra derivare indirettamente la tremenda catena di violenza e sopraffazione che ha caratterizzato l’Umanità dai tempi più antichi – è il racconto dell’uccisione di Abele da parte di suo fratello Caino. Nell’Antico Testamento, infatti, si fa risalire il primo omicidio alla furiosa vendetta del primogenito di Adamo ed Eva, “lavoratore della terra”, geloso nei confronti del secondogenito, “pastore di greggi”, i cui doni sarebbero stati graditi da Dio, contrariamente a quelli dell’agricoltore Qàyin.

Il fratricidio – di cui questi nel brano mostrava di non essersi affatto pentito – porterà sì alla maledizione divina nei confronti di Caino, condannato a vagare “ramingo e fuggiasco”, ma anche all’affermazione solenne che nessuno avrebbe però avuto il diritto di ucciderlo, allungando la catena della vendetta e delle morti violente.

Ovviamente questo testo biblico [i] va letto ed interpretato come metafora di qualcos’altro rispetto ad una semplice, sebbene drammatica, rivalità tra i primi fratelli della storia, così come anche l’apparentemente immotivata predilezione del Signore per l’allevatore nomade Hèvel nonandrebbe certo presa alla lettera, ma esegeticamente compresa [ii].

Ebbene, vorrei utilizzare questo nodale episodio della narrazione veterotestamentaria per risalire alle radici antropologicamente più remote del nesso inscindibile fra uccisione dell’altro ed inquinamento-distruzione della terra, ossia fra omicidio e biocidio.

« [9] Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». [10] Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! [11] Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. [12] Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». [13] Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? [14] Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere. [15] Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato». [iii]

A prescindere dalle ovvie interpretazioni storico-antropologiche sul conflitto fra le originarie civiltà nomadi e pastorali e quelle, più evolute, agricolo-stanziali, ciò che più colpisce di questo racconto biblico è il rapporto di causa-effetto tra l’avvenuta soppressione della vita d’un fratello e la ‘maledizione’ del suolo sul quale ne è stato sparso il sangue innocente.

«Si osservi come nel racconto il rapporto con il fratello sia considerato perno del rapporto con

Dio e con il suolo…Tutta la civiltà porta il peso della colpa di Caino: la città (4,17), la vita pastorale (20), la musica (21) e la metallurgia (22). Non significa che tutto sia opera di violenza. Ma l’ombra della violenza si stende su tutta l’opera della civilizzazione umana. L’idea di civilizzazione e di progresso portano con sé una ambiguità di fondo che le connota talvolta come attività guidate dal pretto desiderio (del mangiare, o del sopraffare)». [iv]

Il seme velenoso della violenza, insomma, avrebbe da allora inquinato e compromesso non solo le relazioni interpersonali ma anche il rapporto tra la discendenza di Adàm e la Terra da cui è stato generato (in ebr.: ‘adamàh).

Ecco perché bisogna ribadire che tra la guerra, madre di tutte le violenze, e lo sfruttamento predatorio ed iniquo delle risorse del nostro Pianeta sussiste un legame antico e profondo, che richiede una visione più ampia e complessiva di ciò che dovremmo fare per uscire dalla quell’atavica ‘maledizione’ (ebr.: ‘arar) e per ristabilire la compromessa pace tra uomo e natura.

«Uno dei punti qualificanti, più volte ribadito da Papa Francesco nella sua enciclica “ Laudato sì’ ”, è proprio il concetto di interconnessione fra le varie sfere riguardanti i comportamenti umani, e quindi tra la violenza sulla natura e quella sull’uomo. “La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi.” [5]. Egli ci parla quindi dell’“intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta”, esprimendo “la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso [6]…» [v]

Combattere la guerra. Fermare il biocidio.

Mai come in questi giorni avvertiamo quanto il richiamo al più elementare buon senso possa venire dai più piccoli. Negli anni ’80 fu la decenne Samantha Smith a denunciare la minaccia della guerra atomica; poi c’è stato il grande discorso all’ONU della tredicenne Malala Yousafzai in difesa dei diritti umani ed ora a far discutere ed a smuovere gli animi è l’accorato appello della quindicenne svedese Greta Thumberg, che ci esorta a mobilitarci contro i cambiamenti climatici.

Di fronte ad un’umanità sempre più irresponsabile e figlia di Caino –  e che, sul suo esempio, si ostina irresponsabilmente ed arrogantemente a ribattere: “Non sono mica il custode di mio fratello!”  (Gen 4:9) – le voci di queste ragazze si sono alzate con una forza e un’incidenza impressionante, richiamandoci al dovere di ‘custodire’ la terra che ci è stata affidata e di proteggere i fratelli dalla violenza di chi pensa di esserne il padrone incontrastato, non esitando sia a mettere in pericolo la vita stessa, sia a calpestare senza scrupoli i diritti di quelli che ha la pretesa di dominare.

Mai come in questi giorni, d’altra parte, si avverte anche quanto sia stato – e sia ancora – del tutto insufficiente limitarsi ad una generica protesta o a un impegno parziale (solo pacifista o solo ecologista), non riuscendo a cogliere l’intima connessione tra la violenza bellica, perpetuata dal complesso militare-industriale, e quella che coinvolge gli equilibri ambientali, mietendo sempre più vittime e compromettendo il futuro stesso del genere umano.

Ecco perché è indispensabile che finalmente si realizzi la saldatura tra ecologismo e pacifismo, chiamando a raccolta tutte le forze che si oppongono non solo alla devastazione del Pianeta ma anche alla persistente logica di sfruttamento delle sue risorse ambientali ed umane. Eppure c’è ancora chi pensa che si possa perseguire la liberazione delle persone dal bisogno e dall’ingiustizia dal sistema capitalista senza invertire radicalmente il paradigma economico ed ecologico che giustifica ed esalta quel tipo di ‘sviluppo’.  Allo stesso modo, c’è anche chi s’illude di contrastare (o, peggio ancora, di ‘mitigare’) le drammatiche conseguenze ambientali di una visione predatoria e accentratrice delle risorse della Terra senza mettere in discussione il ‘sistema’ che garantisce politicamente –  e difende militarmente – quel modello economico, a costo di farci ripiombare nell’incubo di una guerra da cui nessuno potrebbe uscire vincitore.

La semplicità sconcertante con cui ragazze come Samantha, Malala ed ora Greta hanno affrontato a muso duro i grandi della terra e condannato la loro follia omicida ci stimola dunque a prendere coscienza di quanto poco noi adulti abbiamo fatto finora per salvaguardare il diritto dei nostri figli ad avere un futuro meno oscuro e minaccioso. Non tutto è compromesso, anche se siamo decisamente arrivati sull’orlo del baratro, ma è giunto il momento di riprendere in mano quel pezzo di potere che ci consente, insieme, di essere ‘custodi’ dei nostri fratelli e della nostra madre Terra.

Il termine ‘biocidio’ – dal nostro osservatorio di meridionali – ci riporta alla mente le lotte della gente comune (madri, contadini, pastori, imprenditori responsabili…) contro l’inquinamento del suolò, dell’acqua e dell’aria causato dal micidiale connubio tra speculazione, sfruttamento e criminalità organizzata, non a caso realizzato proprio nei territori socialmente fragili, oggetto da secoli di occupazione manu militari e di espropriazione della sovranità della gente locale.

Nei vocabolari della lingua italiana il termine ‘biocidio’ è banalmente spiegato come “strage di animali” [vi], ma ovviamente si tratta di molto più e di ben altro rispetto ad un semplice inquinamento ambientale da sostanze chimiche e biologiche ‘sterilizzanti’, che dovrebbero svolgere un’azione tossica solo nei confronti di microrganismi dannosi. [vii] 

Ad essere stati minacciati, infatti, non sono stati funghi o batteri nocivi, bensì la sicurezza e la salute degli esseri umani, compromesse da un inquinamento massiccio di terre una volta fertili a causa dello smaltimento criminale di enormi quantità di veleni generati dal nostro assurdo modello di sviluppo. In questo senso, proprio come “distruzione della vita”  il lemma ‘biocide’ lo troviamo ad esempio tra i significati riportati dall’Oxford Living Dictionary [viii]. Ancor più esplicita è la spiegazione offerta da un altro sito inglese, nel quale si trova scritto che:

«Biocidio può anche riferirsi alla distruzione della vita, una specie di ‘omnicidio’ che colpisce ogni realtà vivente, non solo gli esseri umani; chi si augura che ogni cosa nel mondo intero o universo rischi l’estinzione è definito ‘biocida’, o persona portatrice di ideologie ‘biocide’». [ix]

Ma quale biocidio è più disastroso di una guerra, soprattutto se è condotta utilizzando armi chimiche, batteriologiche o nucleari? Che senso ha, allora, condannare severamente come criminali irresponsabili coloro che inquinano e devastano i nostri territori ma non fare lo stesso con chi – uccidendo per mestiere e progettando strumenti bellici sempre più letali – incarna lo spirito di Caino e ne riversa la ‘maledizione’ su tutta la Terra?

Mobilitarsi contro il cambiamento climatico, ma per cambiare modello di sviluppo

«La lotta per la giustizia ambientale e climatica sta diventando uno strumento di ricomposizione per molte delle vertenze che caratterizzano il nostro paese: dalle grandi opere alla devastazione dei territori; dai presidi in difesa della sanità pubblica alle lotte per un welfare universale che non crei più la falsa dicotomia tra diritto alla salute e diritto al lavoro; fino ai movimenti contro la guerra, intesa come regolamento di conti all’interno delle élites dominanti e strumento di predazione di risorse…». [x]

Questo corposo e significativo periodo apre il manifesto lanciato dalle organizzazioni che hanno convocato un’assemblea nazionale a Napoli, in preparazione del corteo che si terrà a Roma il prossimo 23 marzo. Non posso fare a meno di condividere questa impostazione, sperando che si riesca finalmente a collegare in una rete virtuosa ed attiva tutti i soggetti che si oppongono agli scempi ambientali ma anche ai ricatti occupazionali ed alla minaccia di chi usa la guerra per assicurare il proprio controllo su risorse viste come mero oggetto di sfruttamento.

E’ pur vero, d’altra parte, che sussiste il rischio di portare avanti un’opposizione fondata sui doverosi NO a devastazione speculazione e violenza, senza però offrire una chiara alternativa a quel sistema di cui un po’ tutti ormai facciamo parte e che, anche inconsapevolmente, contribuiamo quotidianamente a mantenere in piedi. 

«…al controllo sulla vita imposto ai lavoratori e alle lavoratrici, schiacciati dal nostro sistema produttivo, si affianca la messa a morte delle comunità confinate ai margini della produzione. L’altra faccia del controllo biopolitico sul lavoro è la necropolitica del capitalismo armato a Sud. Diciamolo meglio: il capitalismo è il virus che oggi infetta le nostre comunità; il biocidio è la malattia che si contrae a contatto con quel virus; è lo sviluppo patologico del capitalismo laddove esso sia in diretta contraddizione con la vita; il cambiamento climatico è il più trasversale dei sintomi di questa malattia».[xi]

Sono affermazioni altrettanto sottoscrivibili, in quanto individuano la causa prima delle politiche biocide nel modello capitalista di produzione e di consumo. Anche in questo caso, però, bisogna stare attenti a non oggettivare troppo la radice di tutti i mali, equiparandola ad un ‘virus’ che produce di per sé conseguenze patologiche, così come la Bibbia faceva con il fratricidio di Caino, considerato sorgente di ogni futura violenza e sopraffazione.

Il cambiamento climatico – si diceva – è solo il ‘sintomo’ più evidente, preoccupante e trasversale di una ‘malattia’ che ha ridotto l’uomo e la natura a merce e che ha sottoposto ogni relazione – da quelle interpersonali a quelle internazionali – alla logica del profitto e del dominio. Contrastare questo fenomeno, allora, è sicuramente prioritario – così come lo è lottare contro la preoccupante escalation degli armamenti nucleari – ma non sufficiente. Bisogna proporre una vera alternativa, che contrapponga lo sviluppo umano alla crescita, invertendo il paradigma antropocentrico e predatorio e mettendo in primo piano il rispetto degli equilibri ecologici. Ed è proprio alle leggi della natura – come la biodiversità e la simbiosi – che l’umanità dovrebbe ispirarsi, per stabilire un modello di società attento alla reciprocità, alla solidarietà ed alla valorizzazione delle diversità.

«Non può esserci progresso e crescita culturale e sociale, economica e produttiva che non abbia al centro l’ecologia […] e contestualmente non è pensabile una tutela della natura, della biodiversità , della storia, della cultura e dei suoi valori che non sia strettamente legata alla realizzazione di un mondo di equa distribuzione delle risorse, di pace, di solidarietà…». [xii]   

Rifondare la società su principi e valori alternativi è sicuramente molto più impegnativo che cercare di arginare o contrastare i cambiamenti climatici. Ma senza affrontare alla radice il modello di produzione e consumo e quello di approvvigionamento e distribuzione dell’energia non andremo molto lontano.

Ecopacifismo ed antimilitarismo per opporsi alla violenza istituzionalizzata

Nella nostra cultura politica questi due termini hanno una diffusione molto limitata e troppo spesso vengono interpretati in maniera poco corretta. Oltre un secolo di mobilitazioni contro la tragedia della guerra, a quanto pare, non è bastato a far superare, da un lato, il concetto del tutto insufficiente di ‘pace negativa’ (nel senso di mera assenza di conflitti armati) e, dall’altro, l’interpretazione del rifiuto del sistema militare come rivendicazione di un diritto civile o affermazione di un’obiezione esclusivamente etica.

Non parliamo poi del termine ‘ecopacifismo’ che, nel migliore dei casi, è considerato semplice sommatoria d’un impegno in campo ambientale col perseguimento di obiettivi di pace e disarmo. Nel citato documento troviamo scritto che:

«Sono i governi… a decidere le priorità d’investimento nel paese, ma possiamo essere noi a cambiare la scala gerarchica dettata dalle grandi lobby, facendo rete, lottando e resistendo dal basso» [xiii]

E’ un’affermazione condivisibile ma, a mio avviso, ogni resistenza dal basso alle gerarchie imposte da chi comanda deve necessariamente tener conto che gli equilibri (o meglio, gli squilibri…) economici e sociali a livello globale sono assicurati proprio da un complesso militare-industriale che li difende. Allo stesso modo, non si dovrebbero sottovalutare i danni ambientali e sociali della militarizzazione del territorio e, soprattutto, deve essere chiaro che le guerre – in particolare quelle condotte tecnologicamente – sono di per sé una minaccia continua alla sicurezza, alla salute ed alla stessa sopravvivenza d’intere popolazioni.

Già otto anni fa, a proposito dell’esigenza di saldare le lotte ambientaliste con quelle pacifiste, avevo scritto:

«Non ha quindi senso…perseguire un’astratta eco-sostenibilità dell’economia, se essa continua ad essere assoggettata alla logica d’un capitalismo globalizzato e pervasivo, che ricorre sempre più spesso alla strategia bellica quando l’aggressione ‘pacifica’ e neocolonialista del mercato non basta più. Allo stesso modo, mi sembra evidente che non basta manifestare contro guerre ed invasioni armate se non ci si sa opporre anche ad un modello di sviluppo predatorio, nemico della natura e dei suoi equilibri almeno quanto lo è della giustizia e della pace. Sarebbe una vera follia pensare che – come sottolinea uno studioso catalano – ci si possa opporre ad un’aggressione militare o a dittature pensando che ciò non abbia a che fare con la battaglia per modelli più sostenibili di energia oppure con un’agricoltura non più dominata dalle monoculture e dall’accentramento delle risorse alimentari del nostro pianeta».[xiv]

La “triade” ambiente/sviluppo/attività militari – di cui aveva parlato il peace researcher Johan Galtung già negli anni ’80  [xv]– avrebbe richiesto una strategia unitaria, sì da contrapporre al modello violento di economia e società uno sviluppo equo, ecocompatibile e nonviolento. In quel mio saggio, poi, ricordavo interessanti impostazioni ed esperienze del movimento verde ed alcune proposte di “ecologia sociale”, diffuse nei decenni scorsi in ambito europeo ed anche italiano.

«Ecologismo sociale e pacifismo hanno (o dovrebbero avere) molti elementi in comune: la difesa della coerenza fra mezzi e fini; la pace come via per la sostenibilità; l’antibellicismo e l’antimilitarismo; il ricorso all’azione diretta nonviolenta e alla disobbedienza civile; il perseguimento della giustizia sociale, la difesa della democrazia partecipativa..[xvi]   

Un approfondimento sul concetto di ‘ecopacifismo’, oltre che nel saggio citato, ho cercato di farlo in un successivo ‘Manuale’, pubblicato nel 2014 come referente nazionale di V.A.S. , cui rinvio. [xvii]  Ciò che vorrei sottolineare, però, è che occorre accrescere e diffondere la consapevolezza dello stretto legame fra la devastazione ambientale, dovuta ad un sistema economico ingiusto e non sostenibile, e la minaccia costituita non solo dai conflitti bellici in atto e dalla criminale corsa agli armamenti atomici, chimici e batteriologici, ma anche dalla crescente militarizzazione del territorio, che impone un modello autoritario e violento, espropria la sovranità delle comunità locali e ne mette a repentaglio la salute e la sicurezza.

Ecco perché ritengo che il pacifismo ecologico non possa fare a meno della componente antimilitarista, che si oppone fermamente alla struttura militare in quanto gerarchica, nemica della democrazia ed asservita agli interessi dominanti, come ribadisce il filosofo Fernando Savater.

«L’antimilitarismo è una forma di intervento politico che pretende di farla finita con l’attuale predominio del militare sul civile, come primo passo di una mutazione essenziale dello Stato contemporaneo e di una radicalizzazione efficace della democrazia. I suoi obiettivi immediati comprendono movimenti nonviolenti di pressione sociale – anche se non sempre legali – contro la corsa agli armamenti, la politica dei blocchi militari, la proliferazione delle armi atomiche, le intenzioni di espansione bellica e, in generale, qualsiasi crescita del potere e della influenza delle istituzioni militari della vita pubblica […] In ultima analisi, considerato che il sistema militare appoggia e si appoggia, sostiene ed è sostenuto dalla disuguaglianza economica, dallo sfruttamento del lavoro dei più da parte dei meno, etc. … l’antimilitarismo si confronta anche con l’incistamento cronico dell’ingiustizia sociale». [xviii]

L’assemblea nazionale di Napoli del 3 marzo e la grande manifestazione a Roma del successivo 23 possono essere un primo passo per cominciare ad operare questa indispensabile sintesi politica tra le tante lotte contro speculazioni e saccheggio dei singoli territori ed una complessiva proposta di alternativa ecologica, economica e sociale all’attuale modello di sviluppo.

Può essere anche, ce lo auguriamo, un’occasione per cominciare ad operare una saldatura tra movimenti contro le devastazioni ambientali ed il biocidio e quelli che si battono contro la guerra e la militarizzazione del territorio, in un’ottica ecopacifista ed antimilitarista.


[i]  Vedi: Genesi, 4: 1-16

[ii] Sull’episodio cfr. Appunti di esegesi , P.F.T.I.M.  pp. 24-28 >http://www.pftim.it/ppd_pftim/7/materiale/Esegesi.pdf

[iii] Gen 4: 9-15

[iv] Appunti di esegesi , cit., p. 28

[v]  Ermete Ferraro, “Difendere sorella terra, nostra casa comune” (29.07.2015), Agoravox Italia > https://www.agoravox.it/Difendere-sorella-terra-nostra.html

[vi] Cfr., ad es. quello Hoepli > https://dizionari.repubblica.it/Italiano/B/biocidio.html

[vii]  Vedi definizione di ‘biocida’ in Treccani > http://www.treccani.it/vocabolario/biocida/

[viii]  Cfr. “biocide” in Oxford Living Dictionaries > https://en.oxforddictionaries.com/definition/biocide

[ix]  “Biocide” in Definitions > https://www.definitions.net/definition/BIOCIDE

[x]  Manifesto per l’Assemblea nazionale “Per la giustizia climatica e ambientale – il Sud chiama alla mobilitazione” (Napoli – 3 marzo 2019) >  https://www.facebook.com/events/2255482508045020/

[xi] Ibidem

[xii]  Antonio D’Acunto, “Rifondare l’Utopia” (2014), in Alla ricerca di un nuovo umanesimo – Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli, la Città del Sole, 2016, pp. 269

[xiii]Per la giustizia climatica e ambientale”,  cit.

[xiv]  Ermete Ferraro,  “Ecopacifismo: visione e missione” (2011), GandhiTopia.org > http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione

[xv]  Johan Galtung, Ambiente sviluppo e attività militari, Torino, E.G.A., 1986

[xvi]  Xosé Maria Garcia Villaverde : “Ecopacifismo: unha proposta”, Cos pes na terra (rivista galiziana) > http://www.cospesnaterra.info/index.php?option=com_content&task=view&id=168  (trad. mia)

[xvii]  Ermete Ferraro,  L’Ulivo e il Girasole – Manuale ecopacifista di V.A.S. , scaricabile all’indirizzo > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d  – Vedi anche: Ermete Ferraro, “Credere, Rinverdire e Combattere” (2018), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2018/11/18/credere-rinverdire-e-combattere/

[xviii] Fernando Savater, Las razones del antimilitarismo y otras razones, Barcelona, Editorial Anagrama, 1998, p. 87 (trad. mia)

© 2019 Ermete Ferraro

Credere, rinverdire e combattere?

Il neo-ambientalismo dei Grigioverdi

a1332f42-7f51-4824-bb30-910d15832a0906MediumLa notizia risale a pochi giorni fa. Si è svolta il 13 e 14 novembre a Roma, presso la Scuola Ufficiali, la Terza Conferenza Internazionale sull’Ambiente, organizzata dall’Arma dei Carabinieri, cui hanno preso parte il Ministro dell’Ambiente Costa e il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Nistri.  Il convegno era suddiviso in tre sezioni dal titolo ecologicamente accattivante: il valore della biodiversità; la conservazione della biodiversità; l’attività di polizia a tutela della biodiversità. [i] Non è certo strano, a questo punto, che un ecopacifista come me si sia sentito stimolato ad approfondire il senso di questo incontro e, soprattutto, la logica più ampia che da qualche anno ha portato incredibilmente a collegare le problematiche ambientali con le finalità e competenze del Ministero della difesa. Nel suo intervento, dopo aver candidamente ammesso che la salute e la sicurezza della popolazione dovrebbero essere ‘preservati’ dalle attività militari, la Ministra Trenta ha elogiato gli sforzi che sono stati compiuti per “abbattere l’impatto energetico” delle attività di sua competenza e per migliorare il loro livello di “sostenibilità”.

«Vogliamo fare in modo che tutto sia perfettamente nella norma e che la salute e la sicurezza dei cittadini, nonché le esigenze ambientali del territorio, siano perfettamente preservati da quella che è un’attività necessaria per le Forze Armate e per il Paese […] Ad oggi, sono numerosi i programmi di riqualificazione energetica che abbiamo realizzato […] per abbattere l’impatto energetico delle nostre attività peculiari. Il bilancio di queste collaborazioni è stato finora senza dubbio positivo, perché oltre a garantire importanti risultati in termini di ottimizzazione delle risorse energetiche, hanno consentito un prezioso affinamento dei livelli tecnologici del sistema difesa e di sostenibilità dello strumento militare stesso». [ii]

Pur sorvolando sul modo ambiguo con cui, anche in questo caso, si fa ricorso al termine ‘sostenibilità’ (per sua natura viziato dal limite di essere fluido, elusivo ed opaco, come ho già avuto modo di sottolineare [iii] ) le argomentazioni della Ministra sembrerebbero, più che un riconoscimento di merito, un’excusatio non petita per l’innegabile impatto, non solo energetico, che le attività militari da sempre hanno esercitato sull’ambiente e su coloro che abitano in territori da esse interessati, o meglio occupati.

Sul sito dei Carabinieri – organizzatori della Conferenza – la questione era già stata affrontata, sostituendo il concetto di sostenibilità con quello ancor più vago e sfuggente di armonizzazione.

«Quando siamo in presenza di due interessi dotati di pari rango costituzionale come quello alla difesa militare e quello alla tutela dell’ambiente l’uno non può avere preminenza sull’altro. Proprio per questo il rapporto tra attività militari e protezione ambientale è argomento particolarmente rilevante e complesso. L’approccio della Difesa in materia si fonda sul perfezionamento di strumenti normativi finalizzati ad armonizzare le esigenze operative ed addestrative con quelle della salvaguardia ambientale e dei territori interessati dalla presenza di attività militari, come pure sulla realizzazione di concrete azioni preventive e correttive a tutela della salute e dell’ambiente».[iv]

E’ evidente che, in presenza di più interessi salvaguardati dalla nostra Costituzione, bisogna evitare che uno prevalga sull’altro. Mentre però è indiscutibile che, secondo l’art. 9, “ la Repubblica (…)  tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, l’art. 52 della nostra Carta costituzionale recita: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Esso prosegue parlando d’un  “servizio militare… obbligatorio, nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge” e specificando che “L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”. Resta comunque arbitrario identificare il valore costituzionale della ‘difesa’ con quella di tipo militare. Ad affermarlo non sono io – che dell’opposizione al militarismo ed alla guerra ho fatto oggetto di circa quaranta anni d’impegno – ma la stessa legislazione italiana e vari pronunciamenti nel merito della Corte Costituzionale, come si riconosceva già 12 anni fa in un documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri relativo alla Difesa civile non armata e nonviolenta.

«In particolare […] si è già segnalato che sia la legge 230 del 1998 sia la legge 64 del 2001 espressamente dichiarano che il servizio civile «risponde al dovere di difesa» e «concorre alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari». E’ appena il caso di precisare che queste formule legislative sono state in più occasioni considerate costituzionalmente legittime dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, che ha contribuito ad estendere il concetto di difesa oltre i contorni della sola difesa militare [..] Si può quindi oggi senza dubbio affermare che quando la Costituzione fa riferimento al «dovere di difesa» intende rapportarsi a più forme di adempimento: sia in senso militare ed armato, sia in senso disarmato e non militare (perciò “civile”» .[v] 

Ecologisti con elmetto e mimetica

mimeticaL’Italia è arrivata un po’ tardi all’affermazione d’un nesso tra attività militari e tutela dell’ambiente. Questa ambigua operazione mediatica (che ho sintetizzato con la metafora della ‘mimetica’ dei soldati, che serve a ben altro che a far sentire quelli che l’indossano in armonia col contesto naturale… ) ha origine fuori dal nostro Paese. Basta visitare i siti web di altri ministeri della difesa per imbattersi in varie perorazioni dell’importanza delle forze armate nella salvaguardia ambientale. Cominciamo dalla vicina Francia, sul cui sito del Ministère des Armées si legge:

«Il Ministero della Difesa ha una particolare responsabilità nel campo dell’ambiente. Esso infatti occupa importanti spazi naturali, possiede il primo parco immobiliare dello Stato, sfrutta le installazioni classificate per la protezione dell’ambiente, definisce, mette in opera e gestisce la fine vita dei sistemi d’arma […] (Il Piano d’Azione ambientale interforze) persegue vari obiettivi: – Integrare la dimensione ambientale all’interno degli equipaggiamenti di difesa; – smantellare i materiali materiale nel rispetto dell’ambiente; preservare la biodiversità dei terreni militari; – mettere in opera infrastruttura ed attività rispettose dell’ambiente». [vi]

Ciascuno di questi punti viene esemplificato con le azioni promosse per ridurre l’impatto ambientale degli armamenti, i notevoli consumi energetici ed i pericolosi ‘rifiuti’ prodotti dalla ‘rottamazione’ di armi, veicoli, natanti e velivoli in uso alla ‘difesa nazionale’. Altri obiettivi dichiarati sono il miglioramento della gestione dei consumi energetici degli immobili militari e le iniziative per conciliare le attività di addestramento nei poligoni di tiro con la tutela della flora e della fauna. La preoccupazione della Défense d’Oltralpe per la salvaguardia della biodiversità dei tanti siti occupati (di cui ben 41.000 ettari d’interesse naturalistico) è davvero toccante. Peccato però che nelle svariate convenzioni avviate per salvare quei territori dall’impatto delle attività militari (in Francia come anche in Italia) si badi più al risparmio delle risorse energetiche e ad una generica protezione ambientale che a garantire sicurezza e salute agli abitanti di quei territori…

Se ci spostiamo in Canada, si nota che quel governo federale afferma il suo impegno nel “rinverdire la Difesa” .

«La Difesa (DND) assegna un’alta priorità al suo programma ambientale ed è impegnata a condurre le sue operazioni in modi tali da proteggere la salute umana e l’ambiente. Il Ministero continua la sua evoluzione come organizzazione responsabile e sostenibile, affrontando i problemi ambientali passati e continuando a cercare opportunità per mantenere la salubrità dell’ambiente in futuro […] La DEES (Strategia Ambientale ed Energetica della Difesa) fornisce una Chiara visione ed identifica obiettivi concreti per ridurre gli impatti ambientali relative alle attività della Difesa. Il Ministero, insieme con le Forze Armate, si adopererà per adempiere quattro obiettivi-chiave: – meno spreco energetico; energia più pulita; una ridotta impronta ambientale della Difesa; prestazioni energetiche ed ambientali meglio gestite». [vii]

Anche in questo caso, dietro la ‘foglia d’acero’ dell’ambientalismo e della cura della salute dei Canadesi sembrerebbero celarsi interessi economici, relativi al risparmio di risorse finanziarie, e politici, allo scopo di minimizzare l’innegabile impatto ambientale delle attività militari.

Che cosa propongono nel merito i loro potenti vicini statunitensi ? Anche in questo caso le dichiarazioni di principio non mancano. Sul sito del Dipartimento della Difesa USA si leggono le seguenti affermazioni.

«Il DOD – pur non sostenendo una formale mission dedicata alla ricerca sul cambiamento globale, sta sviluppando politiche e piani per gestire e rispondere agli effetti del cambiamento climatico sulle missioni della Difesa, sulle risorse e sull’ambiente operativo […]  Il DOD è responsabile della gestione ambientale di centinaia di installazioni in tutti gli Stati Uniti e deve continuare a incorporare considerazioni geostrategiche ed energetiche nella pianificazione della forza, nello sviluppo dei requisiti e nei processi di acquisizione […] Il programma di ricerca CRREL risponde alle necessità dei militari, ma gran parte della ricerca avvantaggia anche il settore civile ed è finanziata da clienti non militari». [viii]

Rispetto al consueto pragmatismo statunitense, il tono dell’omologo Ministero dell’Australia a proposito della ‘gestione ambientale’ è solo apparentemente più ispirato e non autoreferenziale.

« La difesa riconosce che è un custode dell’ambiente ed è impegnata nella gestione ambientale sostenibile. L’ambiente è un fattore critico per le capacità dell’ADF e deve essere protetto per garantire che le attività di difesa possano essere sostenute nel futuro. La strategia ambientale per la difesa del 2016 […] si concentra su cinque obiettivi strategici per gestire le sfide e le opportunità ambientali attuali ed emergenti.[…] Obiettivo strategico 1: La difesa fornirà un territorio sostenibile relativamente alle aree, le attività e le attività marittime, terrestri e aerospaziali della Difesa; Obiettivo strategico 2: la difesa comprenderà e gestirà i suoi impatti ambientali; Obiettivo strategico 3: La difesa ridurrà al minimo i futuri rischi di inquinamento e gestirà i rischi di contaminazione esistenti; Obiettivo strategico 4: La difesa migliorerà l’efficienza del suo consumo di risorse e rafforzerà la sicurezza delle risorse; Obiettivo strategico 5: La difesa riconoscerà e gestirà i valori del patrimonio immobiliare della Difesa». [ix]

Un generale a 5 stelle a difesa dell’ambiente

costaTornando alla Terza Conferenza sull’Ambiente organizzata dall’Arma dei Carabinieri, ritengo comunque interessante cercare di capirne la strutturazione e l’obiettivo, non tanto sul piano culturale e scientifico, quanto per comprendere meglio la strategia ‘ambientalista’ delle forze armate italiane. Ci aiuta un articolo apparso sul sito de La Dea della Caccia, che si autodefinisce “il magazine delle passioni venatorie, natura ambiente e non solo”. Per fare onore all’impegnativo titolo dato al convegno: “Biodiversità: motore della vita sulla Terra” , esso ne prevedeva la trattazione su tre piani: il suo valore, la sua conservazione e l’attività di polizia a sua tutela.

Come si vede, i lavori avevano un taglio molto specifico e scientifico ed inoltre non era solo rituale l’intervento alla Conferenza del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa – ex Comandante in Campania del Corpo Forestale dello Stato, che il governo Renzi volle forzosamente militarizzare, traslocandolo all’interno della Benemerita e rinominandolo ‘Carabinieri per l’Ambiente’. A questo “generale a 5 Stelle” ho già dedicato una nota sul mio blog [x], ma non posso fare a meno di sottolineare che, quattro anni fa,  fu l’allora Comandante Regionale della Forestale Sergio Costa:

«…ad insorgere e ad invitare senza mezze parole dal suo profilo Facebook a farsi sentire. “Da oggi in poi, fintanto che il Governo non cambierà idea, io avrò sul mio profilo Fb lo stemma del Corpo Forestale dello Stato e non lo cambierò. Aiutate il CfS e scrivete sul profilo Facebook del Premier Matteo Renzi che non concordate sul progetto”». [xi]

Fatto sta che colui che aveva dichiarato: «Siamo l’unica forza di polizia specializzata nei settori di ambiente e natura e questo deriva dal fatto che veniamo preparati sin da giovani. Una peculiarità che perderemmo se finissimo nella polizia o nei carabinieri» [xii]  nel 2016 è poi diventato Generale di Brigata dei Carabinieri e nel 2018 è stato designato dal M5S a ricoprire il delicato ruolo di Ministro dell’Ambiente. Dello stemma della Forestale – col suo motto “Pro natura opus et vigilantia” – resta ormai solo il ricordo, che l’iniziativa ‘ambientalista’ intrapresa dai Carabinieri cerca però di rilanciare in qualche modo, anche con una certa enfasi retorica.

«La causa più rilevante di perdita di biodiversità è la distruzione o l’alterazione di habitat, nonché il prelievo illegale di specie animali e vegetali in natura. Quindi l’attività di controllo e di contrasto finalizzata a prevenire e reprimere i crimini ambientali contribuisce in modo significativo alla tutela della biodiversità. In materia ambientale l’attività preventiva è senza dubbio decisiva per evitare la perdita di biodiversità in quanto la repressione, seppur inevitabile, interviene successivamente all’azione criminale che ha cagionato il danno alle componenti ambientali che, quasi sempre, risultano irreparabilmente compromesse generando, a volte, anche rischi concreti per la salute pubblica. Altrettanto fondamentale, per la tutela dell’ambiente, è una capillare e mirata attività di educazione ambientale. In questo ambito l’Arma dei Carabinieri, da sempre attenta alle esigenze dei territori e prossima alle popolazioni rurali e montane, svolge un ruolo importante per aiutare a comprendere e rispettare consapevolmente l’ambiente e, nel contempo, agisce con prontezza e fermezza  per contrastare le illegalità sia di tipo organizzato che comune, anche quando i reati hanno una matrice internazionale…». [xiii]

E’ qui evidente il taglio conferito al Convegno, il cui aspetto più rilevante è quello inerente alle attività di polizia a tutela dell’ambiente, sul piano sia preventivo sia repressivo. Tutto bene, però va detto che questa specifica finalità dei Carabinieri non giustifica né la militarizzazione di un preesistente corpo civile di polizia giudiziaria, né autorizza le Forze Armate nel loro insieme a fregiarsi del titolo di difensori dell’ambiente, i cui equilibri ecologici sono viceversa pesantemente compromessi proprio dalle attività militari, per non parlare di quelle esplicitamente belliche.

Tutela ecologica VS devastazione ambientale

poligoniFa quindi amaramente sorridere che, in quel contesto, la ministra Trenta abbia disinvoltamente dichiarato:

«Potrebbe sembrare un paradosso, ma se le aree su cui insistono da 50/60 anni molti poligoni militari sono oggi considerate Siti di Interesse Comunitario e rappresentano molto spesso un polmone verde per le regioni che le ospitano, la ragione è da ravvisarsi anche nel fatto che esse sono state interdette a quella edilizia speculativa che ha invece devastato tante zone pregiate del nostro territorio, soprattutto in prossimità delle coste». [xiv]

Ebbene sì, onorevole professoressa e capitana della riserva, quello da lei enunciato è effettivamente un paradosso, che vorrebbe farci credere che le tante aree impiegate per devastanti ed inquinanti esercitazioni militari sarebbero considerate di interesse naturalistico proprio in quanto ‘protette’ dalla rassicurante presenza militare. Continuando in tale assurdo sillogismo, ne deriva che, per tutelare i valori ambientali di tanti territori del nostri Paese, la soluzione più efficace sarebbe quella di assoggettarli a sempre nuove servitù militari…!

La triste verità, invece – per citare un articolo apparso nel 2015 sul sito dell’UNRIC (un organismo dell’UNU) – è che “l’ambiente è una vittima della guerra troppo spesso dimenticata[xv]. La tragica realtà che abbiamo tuttora davanti agli occhi, ci dimostra che, mutuando il titolo d’un saggio francese di ecologia politica, “la natura è un campo di battaglia[xvi] sul quale si esercitano le forze oscure di un capitalismo selvaggio e cinico, che non esita a ricorrere al ‘razzismo ambientale’,  colpendo soprattutto i più marginali, ed a ‘finanzializzare’ cinicamente perfino la crisi ecologica.

«La ‘riservatezza’ sulle questioni militari […] ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei gravissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra. Pur essendo poco o per nulla finanziato, si sta gradualmente sviluppando un filone di ricerca grazie al quale si cerca di approfondire la relazione tra guerra e ambiente, tenendo conto non solo della guerra ‘guerreggiata’, ma dell’intero sistema che – coinvolgendo tutti i settori della società – contribuisce alla preparazione materiale, tecnica, umana della guerra, e scarica sugli ecosistemi le conseguenze di tale preparazione. La guerra, quindi, vista non solo come evento o serie di eventi, ma come un processo sistemico che cattura, trasforma e infine degrada (termodinamicamente) enormi quantità di materia e di energia (oltre che di denaro) sottraendole ad altri destini e producendo materiali inquinanti e tossici per tutte le forme di vita sulla Terra».[xvii]

Alla faccia della tutela della biodiversità! Le aree occupate dai militari per i loro ‘giochi di guerra’ e gli stessi mari dove si esercitano pericolosi natanti sono oggetto di molteplici forme d’inquinamento ambientale, da quello da residui tossici a quello chimico, dall’acustico all’elettromagnetico, fino a giungere al più insidioso e pervasivo: la contaminazione nucleare.

«Ironia della storia, il pianeta non è meglio difeso e protetto da coloro che si autoproclamano suoi difensori, ossia le forze armate, Il loro peso ed il loro impatto nel deterioramento del mondo non può che aggravare le crisi ambientali che conosciamo, crisi capaci di innescare nuovi conflitti. I militari fanno parte del problema prima di far parte, eventualmente, della soluzione […] Pensare in funzione della biodiversità vuol dire integrare il fatto che più dell’80% dei conflitti armati scoppiati tra il 1950 ed il 2000 si situano nelle zone più ricche e diversificate quanto a specie protette». [xviii]

La demistificazione che Ben Cramer – il polemologo francese docente all’Università di Parigi – fa dell’ossimoro che presenta i militari come difensori dell’ambiente, lo porta a formulare anche alcuni suggerimenti per fermare più credibilmente questa preoccupante corsa verso l’autodistruzione. Oltre a “climatizzare il Pianeta”, provvedendo ad arrestare con mezzi bio-ingegneristiche il riscaldamento globale, bisogna “ripulire l’atmosfera” ma soprattutto occorre “uscire dalla logica MAD”, la follia della ‘mutua distruzione assicurata’ che fatalmente accompagna l’escalation nucleare. Per Cramer, insomma, bisogna non solo riconvertire, riciclare e cambiare modello di sviluppo, ma soprattutto “disinquinare smilitarizzando” senza rinunciare ad “ecologizzare la difesa”.

«Il clima paranoico, col crescendo di odi e sovrapproduzione di nemici, rischia non soltanto di militarizzare le nostre società, ma parallelamente rischia di interferire con lo sviluppo, l’approfondimento e la connessione dei valori ecologisti e pacifisti». [xix]

Per un approccio ecopacifista

green-dove-1A questo punto mi sembra chiaro che bisogna demistificare lo pseudo-ambientalismo delle Forze armate, pur riconoscendo la funzione di un organo civile e qualificato di polizia ambientale, capace di prevenire e di reprimere i reati in materia. Non basta però smascherare i goffi tentativi di camuffamento dei militari, che usano la mimetica per farsi credere difensori della natura e farci dimenticare la loro pesante impronta ecologica sulla terra, i mari ed i cieli del nostro Paese.

Bisogna infatti rilanciare in Italia un forte ed unitario movimento ecologista tuttora latitante e spesso compromesso da posizioni ambigue e di comodo. Soprattutto, credo che sia assolutamente necessario collegare le battaglie ambientaliste con quelle pacifiste, come ho affermato in precedenti interventi e nel mio opuscolo dal titolo ‘L’Ulivo e il Girasole’, nel quale chiarivo anche i principi fondamentali di un approccio ecopacifista, in Italia ancora poco conosciuto e ancor meno praticato.

«L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alle lotte per la difesa degli equilibri ecologici e per l’opposizione al militarismo ed alla guerra. Con questo termine andrebbe invece caratterizzata un’impostazione etico-politica ed un programma costruttivo globale nei quali la nonviolenza attiva si manifesti sia nella salvaguardia dell’ambiente naturale e di tutte le forme di vita, sia nella ricerca di soluzioni costruttive e non armate ai conflitti […] Vi sono…alcune battaglie in cui la saldatura fra le due componenti del binomio ecopacifista risultano più evidenti. Sono quella contro la corsa agli armamenti e la moltiplicazione di scenari bellici, apportatori di morte ma anche di enormi disastri ambientali; quella contro il nucleare civile e militare; quella contro la globalizzazione che annienta le diversità biologiche ed umane, sottoponendo l’economia alla tirannia del profitto e militarizzando sempre più le società».[xx]

Ritengo infatti che solo un’impostazione ecopacifista possa farci uscire dall’equivoco che i vari Ministeri della Difesa si occupino di difendere l’ambiente e che a salvare il Pianeta ed i suoi equilibri ambientali possano essere quei soggetti la cui c.d. missione è invece tra le prime cause di sprechi energetici, di inquinamento del Pianeta e di devastazione e contaminazione dell’ambiente, oltre a sottrarre risorse sempre maggiori agli investimenti sociali, educativi e sanitari.

Se, infatti, è auspicabile che i militari si decidano finalmente a ridurre la loro ‘impronta ecologica’, bisogna però smascherare il pericoloso imbroglio di chi cerca di farli passare ora per amorevoli boy scout, ora per una versione aggiornate delle disneyane ‘giovani marmotte’.

L’ecopacifismo, per citare un docente catalano di ecologia politica:

«È una relazione sistemica essenziale che deve essere evidenziata e affrontata prima che sia troppo tardi. Significa anche che i precetti della cultura della pace devono diventare parte dell’ambientalismo e che i precetti ambientali devono diventare parte del pacifismo e dell’antimilitarismo. La questione va ben al di là di quella che potrebbe essere un’alleanza tattica tra i movimenti sociali per la giustizia globale». [xxi]

Non ci resta, allora, che demistificare l’ecologismo in salsa grigioverde, contrapponendogli un movimento ecologista e pacifista unito, più consapevole del proprio ruolo e, soprattutto, capace di mobilitare la coscienza di tanti giovani, che dovrebbero diventare protagonisti del loro futuro e, prima ancora, adoperarsi affinché il loro futuro non sia compromesso irrimediabilmente dal suicidio iperconsumista e dalla persistente follia della guerra.


N O T E 

[i] “Difesa e ambiente: al via la terza conferenza internazionale” (13.11.2018)  in: Ministero della Difesa> https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Difesa-e-ambiente-al-via-la-terza-conferenza-internazionale-.aspx

[ii] Ibidem   (sottolineature mie)

[iii] Ermete Ferraro, “L’insostenibile leggerezza della sostenibilità” (15.05.2015), AgoraVox Italia > https://www.agoravox.it/L-insostenibile-leggerezza-della,63977.html

[iv]  Ebe Pierini, “Difesa e ambiente” (26.11.2017), Carabinieri.it > http://www.carabinieri.it/editoria/natura/la-rivista/home/tematiche/ambiente/difesa-e-ambiente  (sottolineature mie)

[v] Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ufficio nazionale per il Servizio Civile, La Difesa civile non armata e nonviolenta (DCNAN), Roma, 30.01.2006 > http://www.serviziocivile.gov.it/media/561235/DCNAN-30-gen-06.pdf  (sottolineature mie)

[vi]  Environnement , Ministère de la Défense > https://www.defense.gouv.fr/sga/le-sga-en-action/developpement-durable/environnement  (traduzione e sottolineature  mie)

[vii] National Defence and Canadian Armed Forces, Greening Defence  > http://www.forces.gc.ca/en/business-environment/index.page  (traduzione e sottolineature mie)

[viii] Department of Defense, Global Change.gov > https://www.globalchange.gov/agency/department-defense (traduzione e sottolineature mie).  Che il Pentagono USA sia il principale inquinatore a livello mondiale è rivelato dall’articolo: “Environmentalists are Ignoring the Elephant in the Room: U.S. Military is the World’s Largest Polluter” (22.05.2017) by Washington’s Blog > https://www.globalresearch.ca/environmentalists-are-ignoring-the-elephant-in-the-room-u-s-military-is-the-worlds-largest-polluter/559159. Un altro interessante articolo americano sul rapporto fra militari ed ambiente è sintetizzato in: Gar Smith, “The Environmental Destruction Wrought by War” , An excerpt adapted from: GAR SMITH, The War and Environment Reader.September 20, 2017 > http://www.earthisland.org/journal/index.php/articles/entry/environmental_destruction_war/

[ix]  Dept. of Defence, Environmental Management, Australian Govt – DOD > http://www.defence.gov.au/Environment/ (traduzione mia)

[x]  Ermete Ferraro, “Generale, quelle 5 stelle…” (11.06.2018), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.com/2018/06/11/generale-quelle-5-stelle/

[xi]  Enrico Ferrigno, “Abolizione della Forestale, il Comandante regionale arringa su Fb: ‘Protestate con Renzi’ “ (24.07.2014), Il Mattino > https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/forestale_comandante_costa_terra_fuochi-512999.html

[xii] Carmelo Leo, “Sergio Costa ministro dell’Ambiente: è il generale che ha combattuto la Terra dei fuochi” (31.05.2018), la Repubblica > https://www.repubblica.it/ambiente/2018/05/31/news/sergio_costa_ministro_ambiente_governo_conte-197374509/

[xiii] “3^ Conferenza internazionale sull’ambiente ‘Biodiversità: motore della vita sulla terra’ (09.11.2018), La Dea della Caccia > https://www.ladeadellacaccia.it/index.php/3-conferenza-internazionale-sullambiente-biodiversita-motore-della-vita-sulla-terra-55212/  (sottolineature mie)

[xiv] “Difesa e ambiente” in: Ministero della Difesa, cit.

[xv]  Cfr. https://www.unric.org/fr/action2015-cop21/3636-lenvironnement-une-victime-de-la-guerre-trop-souvent-oublieeUn interessante ed accurato studio comparativo sul rapporto tra militarizzazione dei siti e protezione ambientale in tre Paesi (Francia, Regno Unito e U.S.A.) è: Peter Coates, “Defending Nation, Defending Nature? Militarized Landscapes and Military Environmentalism in Britain, France, and the United States”, Environmental History, Volume 16, Issue 3, 1 July 2011, Pages 456–491 > https://academic.oup.com/envhis/article/16/3/456/457490

[xvi] Razmigh Keucheyan, La nature est un champ de bataille, Essai d’écologie politique, La Découverte > https://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index-La_nature_est_un_champ_de_bataille-9782355220586.html (traduzione mia)

[xvii]  Elena Camino, “Guerra, ambiente, nonviolenza” (23.05.2016),  Torino, Centro Studi Sereno Regis > http://serenoregis.org/2016/05/23/guerra-ambiente-nonviolenza-elena-camino/

[xviii]  Ben Cramer, Guerre et Paix…et Ecologie – Les risques de la militarisation durable, éd. Yves Michel, 2014, pp. 20 …. 26 (trad. mia); vedi anche il suo articolo del 2016 “Pour un état d’urgence démocratique”: > http://www.yvesmichel.org/pour-un-etat-durgence-democratique-par-ben-cramer/

[xix] Cramer, op. cit., p. 234

[xx]  Ermete Ferraro,  L’Ulivo e il Girasole – Manuale per un progetto di coordinamento delle azioni ecopacifiste di VAS Onlus-APS. Napoli, 2014, ISSUU.COM  pubblicato come e-book e scaricabile all’indirizzo: https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d p. 4.   Vedi anche: Idem, “Ecopacifismo: visione e missione” (12.11.2011),  postato sulla pagina di E.F in: GandhiTopia (India) > http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione

[xxi] David Llistar i Bosch, “Convergence of environmentalism and antimilitarism. Metabolism, geopolitics and anti-cooperation” ,  Generalitat de Catalunya, Per la Pau – Peace in Progress , N° 5 (Nov. 2010) > http://www.icip-perlapau.cat/e-review/issue-5-november-2010/convergence-environmentalism-and-antimilitarism-metabolism-geopolitics-and-anti-cooperation.htm

© 2018, Ermete Ferraro

La ‘cattiva scuola’ di guerra (2)

Mobilitare la Napoli che ‘ripudia la guerra’

PAXCHRISTINAPOLI

Logo pacifista ideato da Pax Christi Napoli

Lo scorso luglio ho pubblicato un articolo riguardante l’ipotizzata istituzione a Napoli di una “scuola di alta formazione per gli ufficiali delle forze armate della U.E.” , per utilizzare la pomposa quanto eufemistica dizione utilizzata dall’allora Ministra delle Difesa Pinotti.[i]  A distanza di quattro mesi, devo segnalare che  qualcosa si sta finalmente muovendo dopo la denuncia di questa incredibile vicenda, che riguardava non solo le politiche del Governo Gentiloni e di quello attuale in materia di difesa, ma in primo luogo la decisione assunta dalla Amministrazione comunale di Napoli, guidata da Luigi de Magistris, passivamente avallata dal Consiglio Comunale.

Dal mese di ottobre, infatti, è stata attivata su facebook una pagina – dal promettente titolo NAPOLI CITTÀ DI PACE [ii] – nella quale è trattata regolarmente proprio tale questione, a partire dall’appello NO ALLA SCUOLA DI GUERRA A NAPOLI!, divenuto oggetto di una petizione, che in pochi giorni ha raccolto più di 500 firme. [iii] Il documento sottoscritto riepiloga i punti essenziali della sconcertante vicenda, puntualizzando la discutibile operazione amministrativa che ha portato all’accordo tra Comune di Napoli, Ministero della Difesa e Ministero degli Interni, ma soprattutto la clamorosa contraddizione politica fra i proclami pacifisti di Luigi de Magistris ed una scelta che i fatto prelude all’istituzione di una ‘scuola di guerra’ in un Comune dichiaratosi Città di Pace.

«Le cittadine e i cittadini della Napoli simbolo della resistenza al nazi-fascismo e che ripudia la guerra chiedono, in via tanto più urgente, al sindaco De Magistris e ai consiglieri comunali delle due ultime due consiliature di fare chiarezza, documenti alla mano, sul cambio di destinazione d’uso della Caserma ‘Nino Bixio’. Nel 2014 viene firmato il progetto Unesco, affinché la ‘Nino Bixio’ (di proprietà comunale ed inizialmente destinata ad attività sociali, sanitarie, educative, turistiche e di pace) diventi la prima scuola di guerra europea per la formazione di ufficiali. Si nasconde dietro il nome della ‘Nunziatella’, l’istituzione scolastica dove si “educano” all’arte militare i ragazzi italiani, ma in realtà è un’altra cosa: nella ‘Nino Bixio’ verranno “specializzati” militari adulti di tutta Europa, già formati al conflitto armato. Il Comune di Napoli ha permutato lo storico edificio di via Monte di Dio (la Nino Bixio) con una palazzina della zona, rinunciando di fatto a un canone di fitto di quasi mezzo milione di euro. L’operazione si è chiusa nel febbraio del 2017 e un mese dopo il sindaco ha portato in Consiglio Comunale la proposta di delibera “Napoli città di pace”, affermando principi contraddetti dai tre anni di lavoro intenso speso su finalità belliche.»

Questa pagina monotematica – promossa da attivisti di varie organizzazioni ma rivolta a tutti i cittadini/e napoletani che ‘ripudiano la guerra’ – è divenuta in breve tempo non solo una risorsa informativa su questioni difficilmente affrontate dai c.d. mainstream media, come quelle inerenti l’incessante militarizzazione della società o il prospero commercio delle armi, ma anche un polo di aggregazione del dissenso nei confronti di decisioni scellerate e pericolose per la pace e la sicurezza degli abitanti. Non a caso, i contributi postati su questa pagina riguardano soprattutto il “pasticciaccio brutto” dell’accordo trilaterale per allargare la ‘Nunziatella’ nella storica area di Pizzofalcone e per dar vita ad una scuola militare della U.E., ma cercano anche di far luce su ciò che sta accadendo intorno a noi – troppo spesso a nostra insaputa – per attuare politiche difensive comuni a livello comunitario. Tutto senza intaccare la cappa militarista derivante dalla nostra supina adesione alla N.A.T.O., ma piuttosto affiancandole ulteriori strutture ‘difensive’ europee.  Una nuova fase sembrerebbe essersi aperta dal 6 novembre 2018,  con l’entrata in carica del gen. Claudio Graziano come nuovo presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea (C.M.U.E. – E.U.M.C.) [iv] Quella che sembrava solo un’ipotesi remota, quindi, potrebbe diventare per Napoli una preoccupante realtà.

Vertici tricolori della Difesa Europea, Mogherini consule

generale-graziano

Il Gen. Claudio Graziano

L’Amministrazione comunale della nostra Città non è in buona salute e lo si riscontra ogni giorno. Le carenze finanziarie e le scelte amministrative sbagliate sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, ma ancora più grave è l’assenza di punti fermi che rinviino a decisioni strategiche sul futuro di Napoli. Si riceve, invece, l’impressione di una continua, schizofrenica, oscillazione tra la sensazione d’onnipotenza dei vertici politico-amministrativi comunali e la loro tangibile impotenza nel risolvere problematiche ordinarie ma d’importanza fondamentale per i cittadini, come trasporti, gestione del verde pubblico e del ciclo dei rifiuti, manutenzione di strade e impianti pubblici etc.

In tale desolante contesto, potrebbe sembrare poco urgente – o comunque poco ‘popolare’ – affrontare questioni come quella dell’accordo Comune-Difesa-Interni per assicurare alla nostra Città una ‘prestigiosa’ scuola militare europea. A qualcuno, infatti, potrebbe apparire una concessione all’antimilitarismo di principio, un inutile andare a cercare il pelo in un uovo già deteriorato o, peggio, solo una paranoia pacifista.  Eppure chi ha seguito la nostra pagina sa bene che non è così. Il ricordato insediamento dell’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, gen. Claudio Graziano, al vertice del Comitato Militare della U.E. rappresenta infatti un segnale molto chiaro in direzione della creazione  d’un apparato difensivo comunitario che, senza mettere minimamente in discussione l’Alleanza Atlantica, rafforzerà e potenzierà l’interventismo armato dell’Italia nei vari scenari conflittuali, garantendo ottimi affari alle industrie belliche. Per citare un articolo pubblicato dal sito web del Ministero della difesa:

«I militari italiani garantiscono infatti un contributo fondamentale per l’Unione Europea, non solo in termini di partecipazione numerica, ma anche per la qualità professionale dimostrata in decenni di partecipazione alle operazioni della UE. Parimenti, la nomina del Generale Graziano è anche un riconoscimento del ruolo politico-strategico giocato dal nostro Paese, che crede profondamente nella necessità della creazione di un sistema di Difesa europea».[v]

Si direbbe allora che la ‘scuola di guerra’ evocata dal nostro appello-petizione non sia più solo una vaga ipotesi, se si tiene conto anche di un’altra mossa effettuata di recente sulla scacchiera della difesa europea: la nomina del Vice Comandante generale dell’arma dei Carabinieri al vertice europeo del C.G.C.C., ossia il Comando Civile della Gestione delle Crisi. Il generale Coppola – napoletano ed ex allievo della ‘Nunziatella’ – a Bruxelles è andato infatti a dirigere un organismo che coordina le dieci ‘missioni’ dell’U.E. nelle aree di crisi sullo scenario euro-mediorientale.

«Il Generale di C.A. dei Carabinieri Vincenzo Coppola, già vice Comandante generale dell’Arma, gestirà il Civilian Planning Conduct Capability (Cpcc) all’interno del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (Seae) alle dirette dipendenze dell’Alto Rappresentante della Politica Estera Ue – Federica Mogherini. Sarà il Comandante Operativo di tutte le Missioni civili dell’Unione Europea di Polizia, di assistenza giudiziaria, protezione civile e di monitoraggio elettorale».[vi]

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Il Gen. Vincenzo Coppola

Non lasciamoci ingannare dal fatto che si faccia riferimento ad ‘operazioni di polizia internazionale’, oppure che l’aggettivo ‘civile’ caratterizzi tali ‘missioni’.  Il gen. Coppola vanta in effetti una notevole carriera militare anche come capo del team della N.A.T.O. nello scenario della guerra che ha lacerato l’ex Jugoslavia – e adesso è stato incaricato di affrontare nuovi aspri conflitti, fra cui quello che sta attualmente dilaniando la Libia, coinvolgendo molto da vicino l’Italia ed i flussi migratori che si dirigono verso le nostre coste.

«Le attenzioni di Coppola saranno concentrate soprattutto, in questa fase iniziale del suo mandato, sulla questione libica dove sarà necessario fare arrivare stabilmente una missione che ora fa base a Tunisi, spostandosi nel territorio dell’ex Tripolitania due volta a settimana. Ancora troppo poco per fare la differenza. Ma la partita degli equilibri internazionali si gioca anche a Rafah, Striscia di Gaza dove si registrano tensioni». [vii]

La coincidenza di due alti ufficiali italiani ai vertici militari europei, insomma, gioca a favore della candidatura del nostro Paese ad ospitare la scuola di alta formazione per gli ufficiali delle forze armate della U.E., tanto auspicata dall’allora Ministra Pinotti e probabilmente non sgradita a chi attualmente guida dopo di lei il dicastero italiano della Difesa.

La Capitana Elisabetta Trenta. specializzata professionalmente nel settore della sicurezza militare internazionale, ha infatti operato in Iraq, Libano e Libia, in particolare come consigliere politico della Difesa a Nassiriya nell’ambito della ‘missione’ Antica Babilonia 9, ed è stata Vicedirettore del Master in Intelligence e Sicurezza della Link Campus University, nonché ricercatrice e dirigente di consorzi che si occupano di questi settori. [viii]  Insomma, è una che se ne intende e che, prima di assumere l’incarico, aveva dichiarato che, da ministra, avrebbe puntato a «…investire nel personale e nella tecnologia per assicurare al paese forze armate più moderne e più capaci di fronteggiare le nuove minacce». [ix]  E’ poi la stessa che, pochi giorni fa, ha dichiarato di voler inviare in Campania altri 200 militari a presidiare i siti di stoccaggio dei rifiuti [x] e che si dice abbia  “fortemente voluto” il bellicoso spot ministeriale ‘Combat’, in occasione delle celebrazioni per il 4 Novembre. [xi]

Un assurdo gioco delle tre carte

In attesa di segnali più chiari, cerchiamo intanto di capire che cosa si è mosso da agosto 2015 in direzione dell’attuazione del Protocollo siglato nel 2014 da Pinotti Alfano e de Magistris [xii] e delle successive delibere – di giunta e poi consiliare – con la quali si “approvava ed autorizzava” la c.d. ‘permuta’ della Caserma della P.S. ‘Nino Bixio’ a Monte di Dio, di proprietà comunale, con un immobile di proprietà statale non lontano, l’ex convento di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone.  Qual è stato il seguito di quella molto discutibile decisione dell’Amministrazione Comunale, assunta quattro anni fa e che il Sindaco ebbe retoricamente a definire “Una giornata storica per la città di Napoli” ? [xiii]  Ebbene, a parte la formalizzazione e pubblicizzazione del dettagliato progetto La grande Nunziatella Europea”, col quale l’associazione nazionale Ex Allievi della Nunziatella ha promosso l’istituzione napoletana come «prima Scuola Militare europea» [xiv], non è successo praticamente nulla. Anzi, a prima vista si direbbe che ciò che si è verificato negli ultimi anni vada in tutt’altra direzione.

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Il ‘Gran Quartiere di Pizzofalcone’

  • Il ‘Gran Quartiere di Pizzofalcone’ [xv] dove è ubicata la Caserma ‘Nino Bixio’ – ossia il rinascimentale palazzo Carafa di Santa Severina, già sede dell’Ufficio Topografico del Regno borbonico e tuttora dell’Archivio Militare di Stato – continua tranquillamente ad ospitare il IV Reparto mobile della Polizia di Stato di Napoli. Nelle previsioni, questa struttura della P.S. avrebbe invece dovuto trasferirsi nella Caserma ‘Boscariello’ di Miano, uno degli immobili oggetto dello scambio trilaterale tra Comune, Difesa ed Interni.
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    Demolizione di parte della Caserma ‘Boscariello’ di Miano

    Il problema è che tale immobile, nel frattempo, è stato destinato alla demolizione, in modo da poter ospitare la nuova ‘Cittadella dello Sport’, nell’ambito del c.d. ‘Progetto Scampia’ ed in vista delle Universiadi. Lo testimonia un articolo de Il Mattino di poco più di un anno fa, nel quale si riferisce della cerimonia inaugurale dei lavori cui partecipò, oltre all’allora Ministro dello Sport Luca Lotti, anche il Sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, che era stato presente alla firma dell’accordo che destinava la ‘Boscariello’ alla Polizia di Stato. [xvi] Va ricordato, poi, che solo un mese prima di tale cerimonia il sindaco de Magistris aveva deciso di trasferire ‘temporaneamente’ in quella struttura i Rom di Scampia, dopo l’incendio del campo di Cupa Perillo.[xvii]

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    Ex Convento di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone

    L’ex convento delle suore agostiniane di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone – il terzo immobile dell’accordo, di proprietà statale e scambiato ‘alla pari’ col suddetto Palazzo Carafa – un edificio cinquecentesco annesso all’omonima chiesa, ormai piuttosto degradato – frazionato in ben 80 unità immobiliari, è stato da lungo tempo adibito ad uso residenziale.

Ne deriva che l’indebitato Comune di Napoli, avendo incoscientemente rinunciato agli oltre 450 milioni annui che prima introitava per il fitto alla Difesa della ‘Nino Bixio’, si trova ora proprietario di un palazzo dal quale può ricavare molto di meno. Sembrerebbe allora che l’unico soggetto che tragga profitto da questo gaddiano ‘pasticciaccio brutto’  sia il Ministero degli Interni, che non deve più pagare al Comune il canone di locazione per la Caserma della P.S.. Viceversa, anche il dicastero della Difesa appare in difficoltà, non potendo – almeno per ora – attuare il progetto della scuola militare europea, al tempo stesso ampliando la ‘Nunziatella’ ed accrescendone il prestigio internazionale.

A questo punto nasce spontanea una domanda: è mai possibile che fino a qualche mese fa non si sia levata nessuna voce di dissenso, o quanto meno di dubbio, su questo incredibile pasticciaccio politico-amministrativo? A giudicare dai documenti ufficiali, non solo non c’è stata opposizione alcuna alla ‘bastardata di Pizzofalcone‘, ma addirittura si direbbe che su questo strano affaire si sia registrato un inspiegabile consenso trasversale. Basti pensare che la delibera di giunta n. 29 dell’8 luglio 2015 – presentata a firma del Sindaco de Magistris e dell’Assessore al Patrimonio Fucito  – fu approvata a voti unanimi dagli otto amministratori presenti e, soprattutto, che la conseguenziale deliberazione del Consiglio Comunale (n° 46 del 6 agosto 2015) fu adottata altrettanto all’unanimità dai 27 consiglieri presenti, compresi diversi rappresentanti dell’opposizione.

Per sentirsi levare una voce di dissenso nel merito, dunque, bisogna giungere all’agosto 2017, quando la professoressa Francesca Menna (appartenente al Gruppo Consiliare del Movimento Cinque Stelle) ha finalmente denunciato la sconcertante vicenda di ciò che ha esplicitamente chiamato ‘scuola di guerra’, con un intervento molto duro, testimoniato da un video. [xviii]  Peccato che la stessa rappresentante dei Cinque Stelle nel giugno 2018 abbia dato le dimissioni, in dissenso con le scelte politiche del Movimento e, si suppone, della sua bellicosa Ministra…

Che fare? Controinformazione, opposizione e resistenza.

città di paceDi fronte al muro di gomma che ha finora smorzato ogni critica o distinguo, l’unica soluzione praticabile ci è sembrata quella di fare appello direttamente ai cittadini di quel Comune che, con la modifica al proprio Statuto nel marzo 2017, si è autoproclamato “Città di Pace e di Giustizia”. [xix]

Il documento alla base della petizione lanciata dalla pagina facebook “Napoli Città di Pace” ha già raccolto un migliaio di firme ed ancor di più solo coloro che la seguono ed interagiscono con i contributi in essa pubblicati. La petizione – la cui sottoscrizione prosegue su vari canali di raccolta delle firme – si chiude con una richiesta: «…al sindaco de Magistris e ai consiglieri delle due ultime consiliature comunali di fare chiarezza su tale questione (ovviamente documenti alla mano) in occasione di un’assemblea pubblica che si terrà a Napoli a dicembre».  Il primo passo, infatti, è fare luce sul senso di tale scelta e sulle prospettive alle quali essa era stata finalizzata.  E’ comunque evidente che l’unica soluzione per uscire da quest’assurda situazione sarebbe la revoca dell’accordo sottoscritto dal Comune di Napoli coi due ministeri della Difesa e degli Interni, dal quale l’amministrazione cittadina risulta chiaramente penalizzata in termini economici, oltre a far emergere stridenti (seppur soffocate) contraddizioni politiche all’interno della stessa maggioranza.

Tutto questo, fra l’altro, non può non tener conto dei preoccupanti scenari internazionali, che vedono l’Italia stretta tra la morsa dell’arroganza con cui il Presidente degli Stati Uniti esige un aumento del contributo finanziario da parte dei Paesi europei aderenti alla N.A.T.O. e l’incalzante  tendenza a consolidare sempre più i legami di cooperazione e coordinamento della difesa fra gli stessi membri della U.E., ivi compresa la formazione dei quadri militari. E’  istruttivo, a tal proposito, leggere i documenti ufficiali dell’European Security and Defence College (E.S.D.C.), la cui ‘mission’ è così esplicitata:

« Il Collegio Europeo per la Sicurezza e la Difesa (ESDC) è stato istituito nel 2005, con la finalità di provvedere un’educazione di livello strategico nella Politica Europea di Sicurezza e Difesa, ora chiamata Politica Comune di Sicurezza e Difesa (CSDP).[…] I destinatari della formazione comprendono pubblici ufficiali, diplomatici, appartenenti alle forze dell’ordine e personale militare proveniente dagli Stati membri della U.E. e da istituzioni coinvolte nel CSDP…» [xx].

Scorrendo le pagine del sito web ci s’imbatte in una pluralità di tematiche ‘civili’ che sarebbero oggetto di formazione a livello europeo, fra cui la protezione dei rifugiati e dei migranti, la risposta alle emergenze umanitarie, lo sviluppo della cooperazione, i diritti umani, le relazioni multilaterali e perfino le questioni concernenti il clima, l’ambiente e l’energia, la cultura e l’innovazione e le relazioni economiche. Ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze: l’allargamento del concetto di ‘difesa’ e di ‘sicurezza’ serve solo a nascondere le vere finalità delle forze armate, che hanno assai poco a che vedere con l’assistenza umanitaria o le sedicenti ‘missioni di pace’. Un segnale evidente, per quanto ci riguarda come cittadini italiani, è stata la brusca ‘svolta’ del Ministero della difesa che, dopo le proteste dei generali per gli spot che presentavano i militari come volenterosi e paciocconi boy scout, in occasione delle celebrazioni per il 4 novembre 2018 ha infine deciso di mostrare il “volto guerriero dei soldati italiani, sempre nascosto dietro la retorica delle ‘missioni di pace’ “, per riprendere le parole del citato commento di Di Feo su la Repubblica. [xxi]

maxresdefaultDel resto, che le nostre forze armate non si occupino solo di presidiare strade e discariche o di soccorrere terremotati ed alluvionati è dimostrato dal fatto che i nostri militari sono impegnati attualmente in 50 ‘missioni’ attive in 21 paesi esteri, con l’impiego di 6.000 soldati ed una spesa di 900 milioni di euro (gen – set. 2018), come sintetizza un recente articolo su lenius.it [xxii]

E che gli scenari di guerra che ci si preparano siano sempre più inquietanti è testimoniato anche dalle imponenti manovre militari congiunte della NATO denominate ‘Trident Juncture 2018’, svolte lo scorso Ottobre in Norvegia sotto il comando dell’Amm. James Foggo, il numero uno del J.F.C. di Napoli-Lago Patria. [xxiii]    Per non parlare, poi, delle esercitazioni pan-europee per fronteggiare spaventosi (e palesemente illegali) attacchi bellici del tipo C.B.R.N. (chimici, batteriologici, radiologici e nucleari) che, sempre nel mese di Ottobre, sono state ospitate dalla ‘Scuola Interforze per la difesa N.B.C.’, che – come pochi sanno – opera invece stabilmente presso la Caserma ‘Verdirosi’ di Rieti. [xxiv]

Insomma, i nostri pseudo-boy scout sembrerebbero aver finalmente gettato la maschera buonista e ci mostrano con chiarezza quale futuro ci aspetta in un mondo dominato dalle logiche militari e dagli interessi delle industrie belliche.  Vogliamo fornire loro, a casa nostra e a spese nostre, anche una ‘prestigiosa’ accademia dove possano giocare alla guerra ed esercitarsi nelle loro ‘arti oscure’ ?

Le cittadine e i cittadini  della Napoli che ripudia la guerra esprimono con forza il loro NO e faranno tutto quanto è possibile per bloccare questo ennesimo, subdolo, tentativo di asservire Napoli, Città di Pace, agli interessi del complesso militare-industriale.

© 2018 Ermete Ferraro

N O T E —————————————————————————————————


[i]  Ermete Ferraro, La ‘Cattiva Scuola ‘ di guerra (10.07.2018) > https://ermetespeacebook.com/2018/07/10/la-cattiva-scuola-di-guerra/

[ii] Visita la pagina facebook  del Gruppo > https://www.facebook.com/napolicittadipace/

[iii]  Visita il sito di ‘Change.org’ che ha diffuso la petizione e raccolto le adesioni ad essa >  https://www.change.org/p/amministrazione-comunale-di-napoli-no-alla-scuola-di-guerra-dell-ue-a-napoli?recruiter=31022423&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition&fbclid=IwAR19HAvNnMvI9a5OvHFPMoj20vsuC_460IOs-j4yO7oQu0Q9I3vpqQqemfw

[iv] “UE: il Generale Graziano nominato Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea”  07.11.2018) > https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Generale-Graziano-nominato-Presidente-del-Comitato-Militare-Unione-Europea.aspx

[v] Ibidem

[vi] Giuseppe Fiore, “Le novità al vertice europeo del Comando civile della Gestione delle Crisi” , Start Magazine > https://www.startmag.it/mondo/le-novita-al-vertice-europeo-del-comando-civile-della-gestione-delle-crisi-cpcc/?fbclid=IwAR3Y6PshN0px21Xuibp_kNJf4PHO6fheuGvq9fZhbuRS2N2vy1nPR0If7hI

[vii] “Il gen. Vincenzo Coppola vola a Bruxelles: guiderà le missioni civili europee” (19.09.2018), TGCom24 > https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/ll-generale-vincenzo-coppola-vola-a-bruxelles-guidera-le-missioni-civili-europee_3164054-201802a.shtml

[viii]  Vedi:  “Elisabetta Trenta: chi è, curriculum del ministro della difesa M5S” (01.07.2018) , Termometro Politico > https://www.termometropolitico.it/1305595_elisabetta-trenta-chi-e-curriculum-ministro-difesa-m5s.html

[ix] Piera Matteucci, “Elisabetta Trenta ministro della difesa: un’esperta di sicurezza con l’ombra del reclutamento dei mercenari in Libia” (31.05.2018) la Repubblica > https://www.repubblica.it/politica/2018/05/31/news/elisabetta_trenta_difesa_governo_conte-197374627/

[x] Valentino Di Giacomo, “Il ministro Trenta: ’Duecento soldati in Campania per presidiare gli impianti dei rifiuti” (nov. 2018  ) Il Mattino > https://ilmattino.it/primopiano/cronaca/rifiuti_isis_intervista_ministro_difesa_elisabetta_trenta-4090325.html

[xi] Cfr. Gianluca Di Feo, “Difesa: arrivano gli spot ’guerrieri’ voluti dalla ministra Trenta per il 4 novembre” (22.10.2018), la Repubblica > https://www.repubblica.it/politica/2018/10/22/news/difesa_arrivano_gli_spot_combat_per_il_4_novembre-209687116/

[xii] Cfr. articolo del 15.11.2014 sul sito web del Ministero della Difesa > https://www.difesa.it/Il_Ministro/sottosegretari/Gioacchino_Alfano/Eventi/Pagine/ProtocolloIntesaDifesaInternoComuneNapolieDemanio.aspx?fbclid=IwAR2MCBesKgQgbnvF7bbNCs8alDh9rpAQqeozkcyvhwD-1WHAADnCwbrM__w

[xiii]  Guardare l’istruttivo video di Pupia.tv che mostra la cerimonia della Nunziatella e la firma dello ‘storico’ protocollo d’intesa > https://www.youtube.com/watch?v=W-eT7ZgPAz0&feature=youtu.be&fbclid=IwAR1pMO3ypYlvypfFztW9M-j2OiG_uMvt-764pyh75LFbcyyopY_9j1b01rA

[xiv] https://nunziatella1787.eu/wp/wp-content/uploads/2016/04/www.nunziatella.it_public_Rosso%20Maniero_Progetto_Europa.pdf?fbclid=IwAR2wTpcwp170RzTrguYBUCyC5WF5MyHigYx8oZe8vhTJXT3cidnbT9zMB_4

[xv]https://it.wikipedia.org/wiki/Gran_Quartiere_di_Pizzofalcone?fbclid=IwAR1ZsiyuDLwPAzmzITWgFdzAJTI6WKSd8fpmvWmJDNzKjgKwB6QUe4DEi28

[xvi] Dario del Porto, “Va giù la caserma Boscariello, qui nascerà la cittadella dello sport” (26.10.2017), Il Mattino > [xvi] https://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/10/26/news/va_giu_la_caserma_boscariello_qui_nascera_la_cittadella_dello_sport-179393856/

[xvii] Davide Schiavon, “Rom in caserma, Moschetti: ‘Si aggiunge degrado a degrado. Daremo battaglia’ “ (02.09.2017), Napoli Today > http://www.napolitoday.it/cronaca/rom-scampia-cupa-perillo-caserma-boscariello-miano.html

[xviii] Vedi intervento della Cons. Francesca Menna (M5S) nel corso della seduta consiliare del 1° agosto 2017) > https://www.youtube.com/watch?v=EcSNVbXgpP0&feature=youtu.be&fbclid=IwAR1Q8LTURCuBDBJlofsIcBEUoIAa00S6yFWkIhY8iR5vYVJ7e-4EAtk75F4

[xix] “Consiglio, nello Statuto c’è ‘Napoli Città di Pace e Giustizia” (20.03.2017) Ex Partibus , con video della Web Tv del Comune di Napoli > https://www.expartibus.it/consiglio-nello-statuto-ce-napoli-citta-pace-giustizia/

[xx] “E.S.D.C. Mission” > https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage_it/4369/European%20Security%20and%20Defence%20College%20(ESDC)  (traduzione mia)

[xxi]  V.  https://www.repubblica.it/politica/2018/10/22/news/difesa_arrivano_gli_spot_combat_per_il_4_novembre-209687116/

[xxii] Fabrizio Ciocca, “ Missioni militari italiane nel mondo:dove sono, cosa fanno, quanto costano “ (17.09.2018) > https://www.lenius.it/missioni-militari-italiane-nel-mondo/

[xxiii] Manlio Dinucci, “Tridente NATO da Napoli al Nord Atlantico” (23.201018), Il Manifesto > video su: https://youtu.be/2Qhqw0_Lwgc

[xxiv] Visita: https://www.difesa.it/SMD_/EntiMI/ScuolaNBC/Pagine/default.aspx

Oh Capitini, mio Capitini…

Il messaggio di un insolito rivoluzionario

imagesGiusto cinquant’anni fa moriva Aldo Capitini, il maggior esponente italiano del pensiero nonviolento. Correva il 1968, un anno indimenticabile che ha lasciato una traccia indelebile nella storia di tanti di noi che il mezzo secolo lo hanno superato già da un po’.  Icastico simbolo di quella ‘rivoluzione culturale’ che sembrava preludere ad una vera e propria rivoluzione economica e politica, il Sessantotto ha rappresentato la cifra d’un cambiamento epocale, non generazionale, nel quale la figura di Capitini si era collocata in modo eccentrico, ma autenticamente rivoluzionario.

Certo, le foto in bianco e nero che lo ritraggono immerso tra i libri non ci trasmettono la sconvolgente diversità del profeta indiano della Nonviolenza oppure del carismatico leader dell’insurrezione senza violenza dei neri statunitensi. Diciamo la verità: era ed è oggettivamente difficile scorgere dietro quel distinto docente in grisaglia e cravatta, dal mite sguardo incorniciato da spessi occhiali  da miope, un pericoloso rivoluzionario. Eppure egli è stato il miglior interprete in Italia di quella dirompente azione nonviolenta che Gandhi chiamava satyagraha. Il solo che sia riuscito a coniugare lo spirito radicale del vero democratico con la profonda spiritualità d’una religiosità laica ma al tempo stesso onnicomprensiva.

« Capitini aveva formato intere generazioni di giovani all’antifascismo durante gli anni ’30 e ’40, e poi altre generazioni all’esercizio della democrazia, con i Centri di orientamento sociale, nell’immediato dopoguerra dal ’45 in poi. Era ora pronto alla formazione nonviolenta dei nuovi giovani del ’68, ma la morte prematura ha fermato il suo progetto. Capitini è stato un maestro, la sua missione principale è stata forse proprio quella educativa per le nuove generazioni. Il suo era un insegnamento critico, voleva educare alla libertà, alla consapevolezza, alla ricerca, alla lotta per un futuro migliore, voleva creare le condizioni di conoscenza perché poi ognuno potesse crearsi una coscienza liberata: la maieutica della nonviolenza. Il potere lo considerava un “cattivo maestro” perché la sua scuola sfornava discepoli critici  e non cittadini obbedienti, la scuola dell’obiezione di coscienza. Dunque era un buonissimo maestro». [i] 

Uno come me che si è avvicinato alla nonviolenza quattro anni dopo la sua morte,  proprio grazie alla scelta dell’obiezione di coscienza, ha subito percepito l’importanza dell’insegnamento di Capitini. La mia matrice cristiana e la precoce attenzione per un modello ‘aperto’ e comunitario di società, infatti, mi hanno fatto sentire fin da allora in sintonia con una visione che aveva i suoi pilastri portanti nel rifiuto della violenza, ma anche nella riconciliazione ‘religiosa’ tra politica e morale. Non è certo un caso che uno dei miei maestri sull’impervia strada dell’azione nonviolenta sia stato Antonino Drago, che di Capitini ha evidenziato la dimensione etica dell’agire politico, a partire dall’imperativo categorico del rifiuto della violenza omicida.

«La politica, non ricorrendo più all’uccidere, torna ad essere morale, e la morale torna ad essere il centro sia della vita interiore che della vita sociale di ogni persona, e così infine in ogni persona tornano a riunirsi il privato e il pubblico. In altri termini, con la nonviolenza, la fede e la politica si ricongiungono, l’operazione esattamente opposta a quella del machiavellismo politico». [ii]

E non è neanche un caso che i 45 anni in cui ho portato faticosamente avanti i miei ‘esperimenti con la nonviolenza’ mi abbiano ripetutamente messo di fronte alla difficoltà di coniugare questi due termini, perfino all’interno dei movimenti contro la guerra, in nome di una nonviolenza totalmente laica o di un pacifismo esclusivamente ideologico.  Eppure la dimensione religiosa – come giustamente ha osservato Rocco Altieri, uno dei suoi più attenti studiosi – è esattamente ciò che accomuna i profeti della nonviolenza, da Tolstoj a Gandhi, da Capitini stesso a Luther King.

«..volerla elidere porterebbe ad uno snaturamento e ad una riduzione della nonviolenza ad antimilitarismo , o a una tecnica strumentale della politica per conseguire certi risultati. L’aggiunta religiosa è nella centralità dell’atto di educare, nella consapevolezza che non ci può essere vera rivoluzione senza una conversione personale, senza un lavoro su se stessi, senza un cambiamento nei propri stili di vita, senza acquisire una capacità di gestire i conflitti in modo nonviolento». [iii]

 

La ‘persuasione’ come percorso attivo verso la verità

images (3)Il concetto stesso di ‘persuasione’ – una delle parole-chiave utilizzate da Capitini fin dagli anni Trenta – mi sembra particolarmente significativo se vogliamo comprendere la sua particolare visione ‘religiosa’. E’ infatti un termine che evidenzia un processo di lento avvicinamento alla verità più che una fede acritica ed assoluta. In tempi di totale smarrimento di ogni riferimento ideologico o, viceversa, di insidiose tendenze all’integralismo religioso, dunque, direi che l’insegnamento di Capitini riesce ancora ad indicarci una via diversa verso una visione ‘aperta’ e costruttiva dell’impegno politico. La ‘persuasione’ capitiniana, infatti, non è frutto di un indottrinamento ideologico, ma piuttosto un non facile percorso verso la ricerca attiva – non contemplativa – della verità, che fa appello alla coscienza individuale per poi portarla a diventare coscienza collettiva, la sola che può operare la trasformazione dal basso della società.

«Il profeta, in quanto volto alla realtà da liberare, è proteso verso il futuro. Anche l’utopista guarda al futuro. Ma il profeta non è l’utopista. La differenza sta in ciò: mentre l’utopista disegna una stupenda struttura di società ideale ma ne rinvia l’attuazione a tempi migliori, il profeta comincia subito, qui e ora. […] L’utopia comincia domani, e può anche non cominciare mai; la tramutazione comincia oggi e non ha mai fine».[iv]

La prassi, d’altra parte, non dovrebbe mai diventare azione fine a se stessa, pratica politica priva di un orizzonte etico, al punto da degenerale nel cinico pragmatismo della Realpolitik. La bussola – c’insegnavano sia Gandhi sia Capitini – dovrebbe essere sempre la ricerca di un’intrinseca coerenza tra fini e mezzi, elemento indispensabile perché l’azione politica possa dirsi nonviolenta e vada oltre un generico – o peggio strumentale – pacifismo.  La via della persuasione prevede  quella “educazione permanente” di cui Capitini è stato il precursore anche sul piano pedagogico, poiché gli risultava evidente che tale ‘itinerario’ necessita di formazione, d’incontri, di scambi, di apertura alla diversità, di confronti assembleari.

«In questo programma dell’educazione permanente […] l’apertura alla compresenza ed all’omnicrazia porta, direi, la spina dorsale, coordinando le occasioni e gli stimoli […] Inoltre l’apertura all’omnicrazia, che è l’esercizio continuamente costruttivo delle assemblee, spinge pressantemente all’educazione permanente, perché le assemblee affrontano problemi, e i problemi bisogna conoscerli, approfondirli, vederne i precedenti, i riferimenti, le soluzioni proposte…». [v]

La costruzione di una strategia alternativa di liberazione dalle strutture di oppressione e di violenza, quindi, passa per una formazione continua, che ci aiuta a comprendere la complessità dei problemi ma, soprattutto, a confrontarci quotidianamente e costruttivamente con gli altri. Non però nella chiave di quel sempre più  diffuso relativismo culturale ed etico che induce a ritenere che tutti abbiano ragione e che una verità effettiva non esista. La ricerca della verità – in Gandhi come in Capitini – è sì un processo graduale, che si fonda sull’esperienza di ogni giorno, ma è caratterizzata dallo sguardo profetico di chi persegue un traguardo che superi la banalità del quotidiano, purtroppo spesso degenerata nella arendtiana ‘banalità del male’ .[vi]

L’aggettivo permanente si applica peraltro anche alla ‘rivoluzione’ teorizzata da Capitini, che può essere tale proprio perché nonviolenta ed aperta al confronto. Una rivoluzione che rimette il potere al centro dell’azione politica, conferendogli una connotazione etica ed una dimensione collettiva.

«Che cosa fare? La risposta è questa: non isolarsi, non cercare di affrontare e risolvere i problemi importanti da ‘isolati’ […] Per il problema sommo che è ‘il potere’, cioè la capacità di trasformare la società e di realizzare il permanente controllo di tutti, bisogna che l’individuo non resti solo, ma cerchi instancabilmente gli altri, e con gli altri crei modi di informazione, di controllo, di intervento. Ciò non può avvenire che con il metodo nonviolento, che è dell’apertura e del dialogo, senza la distruzione degli avversari, e influendo sulla società circostante per la progressiva sostituzione di strumenti di educazione a strumenti di coercizione. La sintesi di nonviolenza e di potere di tutti dal basso diventa così un orientamento costante per le decisioni nel campo politico-sociale. Si realizza in questo modo quella ‘rivoluzione permanente’ che se fosse armata e violenta, non potrebbe essere ‘permanente’, e sboccherebbe in un duro potere autoritario, cioè nella violenza concentrata dell’oppressione». [vii]

Il ‘potere di tutti’ come antidoto a elitismi di casta e populismi

images (1)Viviamo in tempi difficili. Ancor più ostici se ci si pone una prospettiva che metta al centro la pace, la giustizia ed il dialogo. Tecnocrazia, finanziarizzarione dell’economia, cinismo politico, divaricazione crescente delle differenze socio-economiche e crescita incontrollata della violenza a tutti i livelli – dall’interpersonale all’internazionale – non lasciano davvero molto spazio alla speranza in un mondo diverso e sembrano mortificare gli sforzi di chi si ostina a cercare di cambiarlo dal basso.  Una ‘maleducazione permanente’, inoltre, sembrerebbe essersi impossessata della nostra sempre più veloce e virtuale comunicazione, ridotta a freddo scambio mediatico, aspro scontro polemico e divulgazione di menzogne spacciate per dati di fatto.   Il movimento per la pace, a sua volta, già da molto tempo si dibatte tra divisioni interne ed appare bloccato dall’oggettiva difficoltà di trasmettere – e soprattutto di testimoniare – un messaggio profondamente alternativo in un contesto caratterizzato dal pensiero unico e dalla normalizzazione della violenza, da quella personale a quella degli eserciti.  Che fare, allora? La risposta ce l’ha data lo stesso Capitini, esortandoci a non isolarci, a cercare la collaborazione degli altri, a ragionare in una prospettiva comunitaria.

«La comunità vale come intensificazione di quell’esercizio degli affetti e dei sacrifici altruistici che è la famiglia: ma non deve assolutamente perdere il vantaggio del rapporto con tutti, e quindi con i diversi. Essa è una delle forme di realizzazione tra ciò che proprio e ciò che è altrui, tra il vicino e l’altrui, tra l’affine e il diverso, tra l’omogeneo e l’eterogeneo». [viii]

Sembrerebbero parole lontane dalla nostra sensibilità, ottusa dal pervasivo ed egocentrico individualismo della cultura dominante, che ha da tempo messo da parte il ‘noi’ e che anche nella scuola tende ad esaltare l’affermazione personale, il successo formativo, perfino lo ‘spirito imprenditoriale’. Eppure non dobbiamo cedere allo sconforto ma, al contrario, dobbiamo cercare intorno a noi i segni di una realtà alternativa diffusa ma spesso slegata, dispersa e sconosciuta. Il primo passo, allora, è ricostruire la rete virtuosa delle esperienze di pratica nonviolenta a livello educativo, sanitario, culturale, economico e politico. E questo non certo per rinchiudersi in una ‘comunità’ di persone che la pensano allo stesso modo, bensì per ‘contagiare’ una realtà molto diversa e lontana da tali principi.

«La nonviolenza è generativa: può portare alla luce un’umanità più aperta, più felice, più in pace […] La nonviolenza è aperta: l’aggettivo che più qualifica Aldo Capitini […] Per lui l’educazione è lotta, è inquietudine per l’educatore che si fa profeta scomodo, dilaniato dalla consapevolezza delle storture del mondo, della sua iniquità, della violenza che affligge l’umano e si scaglia anche contro l’incolpevole non-umano. Chi educa dice no, è questa la sua parola d’elezione […] Certo, il no capitiniano alla realtà-come’essa-è è il volto inquieto del sì alla liberazione: a cosa servirebbe obiettare se non ci fosse quella tensione, quella apertura a un domani sperabile?» [ix]

Il ‘potere di tutti’, insomma, non è un’utopia teorica da vagheggiare, soprattutto in un momento storico che vede messa in crisi la democrazia rappresentativa tradizionale, senza però che si sia riusciti a creare alternative che non siano pericolosi cedimenti al populismo demagogico o alla tecnocrazia delle lobbies. Il  capitiniano potere di tutti deve tornare ad essere il fine dello sforzo collettivo per rendere le persone protagoniste della politica, in quanto individui associati da un fine comune e capaci di controllare il potere dal basso.

La democrazia diretta da lui predicata e praticata, però, non può essere confusa con un generico assemblearismo né banalizzata in un movimentismo che affida le scelte collettive solo al discutibile e parziale consenso di una ‘rete’ mediatica.  Il vero capovolgimento dell’attuale paradigma consiste nel far sentire ciascuno in grado di controllare ciò che deve essere e deve fare, recuperando i metodi caratteristici dell’alternativa libertaria e della democrazia partecipativa, riproposti in Francia negli anni ’70 dal socialismo autogestionario [x] , ma poi frettolosamente accantonati. La stessa cosa è accaduta negli anni ‘90 all’alternativa ecopacifista dei Verdi, i cui ‘pilastri’ fondanti contemplavano infatti, oltre alla prospettiva ecologista, anche la giustizia sociale, la nonviolenza e la democrazia dal basso. [xi]

Questo cinquantesimo anniversario, allora, dovrebbe farci riflettere seriamente sulle occasioni perdute, sugli errori commessi, ma soprattutto sulle prospettive di un’alternativa nonviolenta al cui centro ci siano la coerenza fra fini e mezzi, il potere di tutti ed una visione aperta e comunitaria della società. [xii]  La rivoluzione nasce anche da noi, qui e ora, diventando sempre più coscienti delle scelte che facciamo ogni giorno e riappropriandoci di quel pezzo di potere che abbiamo, ma troppo spesso rinunciamo ad esercitare.

«Bisogna prepararci tutti al potere per il bene di tutti, cioè per la loro libertà, per il loro benessere, per il loro sviluppo». [xiii]


N O T E

[i] Mao Valpiana, Editoriale in Azione Nonviolenta, 4 (2018) > https://www.azionenonviolenta.it/azione-nonviolenta-4-2018-editoriale-di-mao-valpiana/

[ii] Antonino Drago, “Le tecniche della nonviolenza nel pensiero di Aldo Capitini”, in Sindacato e società, rivista della CGIL regionale dell’Umbria, anno VI n. 5-6, Perugia, 1986, p. 21

[iii] Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta – Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Pisa, Serantini, 1998, p.9

[iv] Norberto Bobbio, introduzione a: Aldo Capitini, Il potere di tutti, Firenze, la Nuova Italia, 1969, pp. 31-32

[v]  Aldo Capitini, op. cit., pp.109-110

[vi]  Il riferimento è al celebre saggio di Hannah Arendt sulla ferocia nazista, intitolata: “Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil” (1963) > https://it.wikipedia.org/wiki/La_banalit%C3%A0_del_male

[vii]  Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza (1967),  Roma, Edizioni dell’asino, 2009 , pp.39-40

[viii] A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 108

[ix]  Gabriella Falcicchio, Profeti scomodi, cattivi maestri – Imparare a educare con e per la nonviolenza, Bari, la Meridiana, 2018, p. 11

[x]  Cfr. articolo di Wikipedia ‘Autogestion’ (https://fr.wikipedia.org/wiki/Autogestion) e, in particolare, il libro di Pierre Ronsavallon, L’Age de l’autogestion, ou la Politique au poste de commandement, collection Politique, 1976.

[xi]  Vedi: I quattro pilastri del Partito Verde (https://it.wikipedia.org/wiki/Quattro_Pilastri_del_Partito_Verde  e http://greenpolitics.wikia.com/wiki/Four_Pillars_of_the_Green_Party ).

[xii] Una sintesi del pensiero capitiniano, con utili indicazioni bibliografiche, è stata pubblicata sul numero monografico della rivista Azione Nonviolenta > https://www.azionenonviolenta.it/nel-50-anniversario-della-morte-19-ottobre-1968-2018-compresenza-di-aldo-capitini/

[xiii]  A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p 153


© 2018 Ermete Ferraro (www.ermeteferraro.org )

Nonviolenza alla pizzaiola

gandhi napoliGandhi si è fermato a Napoli?

Quando ho letto il titolo del libro di cui su Facebook si annunciava la presentazione, mi sono sentito incuriosito e provocato. Non capita spesso d’imbattersi in un romanzo intitolato in modo così intrigante da suscitare una sensazione al tempo stesso di piacere e di perplessità. Sono sicuro peraltro che “Gandhi si è fermato a Napoli” [i] –  il romanzo di Anna Maria Montesano di cui si discute lunedì 8 ottobre alla libreria ‘Iocisto’ [ii] – abbia ricevuto deliberatamente un titolo così provocatorio. Nel mio caso, poi, sentivo interpellata la mia storia personale in primo luogo come ecopacifista, che all’insegnamento di Gandhi sulla nonviolenza attiva si è abbeverato 46 anni fa, cominciando a frequentare, da obiettore di coscienza, il  gruppo storico dei ‘discepoli’ del professor Antonino Drago, che allora si riunivano nello storico palazzo Marigliano a S. Biagio dei Librai. [iii]Un secondo richiamo sollecitava anche la mia trentennale esperienza di napolitanologo, facendo riaffiorare nella mia mente – oltre ai dieci anni di esperienza come animatore sociale alla Casa dello Scugnizzo di Materdei, il ricordo d’un ancor precedente tentativo di traduzione napolitana d’un volantino sull’obiezione di coscienza, nonché l’indimenticabile filastrocca da me provocatoriamente composta in stile vivianesco nell’anniversario della presenza NATO a Napoli, recitata magistralmente durante quel corteo dal compianto Felice Pignataro.  Il terzo aspetto evocato dal libro, poi,  era la mia passione  per la letteratura umoristica, che mi ha consentito di guardare alle vicende più serie e gravi della vita con spirito un po’ distaccato, riuscendo a cogliere gli aspetti paradossali e ridicoli della realtà.

Ecco perché, appena mi sono imbattuto in un libro nel cui titolo s’intrecciava il ricordo del Mahatma Gandhi col riferimento geografico a Napoli ed ai suoi abitanti, evocando tra le righe anche il capolavoro di Carlo Levi, l’ho immediatamente acquistato e vi ho dedicato una lettura intensiva,  per soddisfare una naturale curiosità, ma anche per dissolvere l’iniziale diffidenza verso una lettura caricaturale o ‘macchiettistica’ di un tale personaggio. E a questo punto posso affermare che il non facile esperimento della Montesano è riuscito perfettamente. Mi sembra infatti che lo spericolato incontro ravvicinato del terzo tipo [iv] tra la gente della Napoli degli anni ‘30 e la complessa personalità del profeta della nonviolenza, col suo bagaglio di spiritualità indù e la sua spiazzante carica alternativa  – pur con qualche comprensibile semplificazione e cedimento alla leggerezza del divertissement – abbia messo chi legge in grado di comprendere che perfino una visione eticamente rigorosa e politicamente rivoluzionaria come quella gandhiana possa toccare nel profondo le corde emotive e la razionalità d’un popolo terragno beffardo ed anarchico come quello napolitano. E non mi riferisco solo al palese contrasto tra il suo “temperamento sanguigno” ed epicureo e la profonda spiritualità e stoica disponibilità al sacrificio che stanno a fondamento dell’Ahimsa di cui si la ’grande anima’ era espressione. Nel romanzo, tale ipotetico ‘corto circuito’ contrappone con esiti paradossali e perfino comici due visioni del mondo profondamente diverse che Inopinatamente, riescono comunque a comunicare e perfino ad empatizzare. Il mio riferimento al film di Spielberg, peraltro, non è casuale. Anche il saggio ‘santone’ indiano seminudo e sdentato, capitato fortunosamente a Napoli in compagnia d’un interprete e di una capretta, è  di fatto un ‘alieno’ per la povera gente della Sanità, che pur non manca di accoglierlo con rispetto e perfino con affetto.  Colpisce che ciò accade anche se quei popolani, pur sforzandosi, in quell’ometto strano non riescono a riconoscere nulla del politico arrogante sprezzante ed autoritario di cui stava facendo esperienza nell’era mussoliniana, ed ancor meno del classico ‘santo’, che la loro religiosità tradizionale legava inscindibilmente allo stupore magico per il potere di operare miracoli, certificandone le qualità taumaturgiche e garantendone anche la soprannaturale ‘protezione’. 

Santi, santoni e santarelle

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Una rara foto del viaggio di Gandhi a Roma (1931)

Non era casuale, del resto, neppure l’allusione dell’autrice al famoso romanzo autobiografico di Levi. Infatti anche il noto medico e pittore torinese – in quegli stessi anni ’30 confinato dal regime fascista in uno sperduto villaggio lucano per le sue idee comuniste – appariva un ‘alieno’ alla gente che vi abitava, imprigionata da una cultura magica e pagana senza tempo e la cui atavica e fatalistica rassegnazione è sempre stata sfruttata dai dominatori per assicurarsene il controllo.  Pur con le ovvie e profonde differenze, si può allora stabilire un raffronto tra il mondo chiuso e immobile del paesino della Basilicata in cui fu esiliato Levi, coi suoi irrisolti ed antichi problemi, e la realtà di un mortificata ex capitale come Napoli, in cui per qualche tempo si sarebbe trovato a soggiornare la figura simbolo dell’indipendenza dell’India. Plurisecolari dominazioni hanno per troppo tempo bloccato anche le potenzialità della sua gente, suscitandone però lo spirito ribelle, diffidente e beffardo con cui ogni Napoletano sa affrontare il potere.  Allo sforzo del colto medico ed artista piemontese per cercare di comprendere, con discrezione e rispetto, una realtà e mentalità profondamente differenti come quelle del profondo Sud, mi sembra che possa corrispondere la profonda curiosità ed apertura mentale del Mahatma per un mondo assai diverso da quello indiano, in cui si trova immerso perbreve tempo ma del quale riesce a cogliere lo spirito ospitale e l’innatagenerosità.

Certo, come confessa la stessa autrice nelle note finali del libro, Gandhi si è fermato a Napoli è nato un po’ per scommessa, come un’esercitazione letteraria, un divertissement. Mi sembra però che il risultato sia andato oltre queste premesse, sviluppando una storia che riesce a divertirci ma anche a farci riflettere sul potere creativo di ciò che la Montesano chiama ‘concordia’. Lei la chiama anche ‘umanità’, evocando la radice comune che dovrebbe spingerci a superare le ‘diversità’, soprattutto ora che una stagione politica perversa cerca di enfatizzarle sempre più, alimentando diffidenze, odi e rivalità. Direi che il senso del romanzo va oltre questo lodevole e condivisibile invito all’apertura del cuore e della mente, da non confondere con un generico appello al ‘volemose bene’.   La storia narrata dalla scrittrice, infatti, lascia intravedere la difficoltà della comunicazione non soltanto rispetto all’ovvia contrapposizione tra potenti e poveracci, dominatori e sudditi. Il distacco e l’imbarazzo provato dal Gandhi accolto trionfalmente a Roma da non meno imbarazzati esponenti del regime mussoliniano nel 1931 è facilmente immaginabile. I documenti fotografici e cinematografici che hanno registrato quella storica visita [v] rendono con evidenza lo sconcertante contrasto visivo tra le schiere degli impettiti gerarchi nerovestiti e l’esile figura del profeta della nonviolenza, avvolto nel suo dhoti bianco.   Il fatto è che il distacco emerge anche fra il ‘popolo’ che Gandhi conosceva ed a cui rivolgeva la sua autorità morale e quello che, pur incuriosito e disponibile, lo accoglie nei vicoli di Napoli. Il senso di disagio e di spaesamento sembra impadronirsi infatti sia del ‘santone’ che alla Sanità decide di fermarsi per stare fra gli ultimi, “povero i poveri”, sia degli abitanti di quel vivace rione, nei quali il reverente rispetto e l’innato senso dell’ospitalità si mescolano ad altrettanto disagio e spaesamento di fronte alla rigorosa visione etica e religiosa di quel ‘santo’ uomo…

L’umorismo sgorga proprio dalla contrapposizione tra la vitalistica e paganeggiante filosofia esistenziale della gente di Napoli e la rigoristica nonviolenza di quel vecchietto con gli occhiali che sfida i potenti, non mangia carne, non beve vino e per di più si porta a spasso un capretta….. I casigliani di via S. Teresa – ci spiega l’autrice – sono brave persone, gente semplice, sospesa tra religiosità tradizionale e cauta apertura alle dottrine comuniste. Fatto sta che essi non hanno perso  i loro naturali ‘sani appetiti’ e perciò ascoltano con istintiva diffidenza i precetti spirituali e morali della Grande anima, pur tentando rispettosamente – quanto maldestramente – di assecondarli.

Così parlò il Mahatma Gandhi…

71j4gONrCWL._SY445_La reazione spontanea dei novelli seguaci di Bapu, al di là dell’ammirazione per la rivoluzione che quel vecchietto testardo quanto sorridente è riuscito a scatenare in India, credo sia efficacemente riassumibile nell’ingenua quanto irriverente domanda che il più colto fra loro gli pone:

«Maestro, ma com’è che, solo con i vostri metodi pacifici, state per ottenere l’indipendenza dalla potente Inghilterra? Cosa gliene importa agli Inglesi del vostro digiuno e della rinuncia al sesso? Fossi al posto loro vi direi: – Non volete mangiare? Non vi piacciono le femmine? Embè, a noi invece piacciono assai e mangiamo alla faccia vostra! – Anche se, caro Bapu, Gustavo ci ha detto che la cucina inglese fa talmente schifo che, se fossi un soldato del re, farei pure io il digiunatore insieme con gli Indiani!». [vi]

La spassosa commedia degli equivoci – grazie all’abile conduzione narrativa della Montesano – continua in tante altre pagine, in cui alle nobili affermazioni di Gandhi, ad esempio sulla protesta nonviolenta attraverso l’astensione dal lavoro, fanno seguito le scombinate ed azzardate azioni di sciopero, inscenate in modo improvvisato da alcuni lavoratori del condominio. E qualche donna, inviperita di fronte alle ‘fesserie’ che mettono a serio rischio la certezza della ‘mesata’, per richiamare il coniuge alla ragione ricorrerà a sua volta alla ‘disobbedienza civile’, in una inconsapevole versione partenopea dell’aristofanesco ‘sciopero delle mogli’. [vii]   Lo stesso Mahatma, che aveva deciso di scoprire la zona di Capodimonte passeggiando da solo nel suo stravagante abbigliamento, finirà con l’essere ricoverato in una clinica psichiatrica. Sarà perfino rapito da un gruppo di salumieri e macellai, seriamente preoccupati per la diffusione nel rione delle sue esotiche idee vegetariane. La sparizione misteriosa di quello che i gerarchi fascisti ritengono un bizzarro rompiscatole con qualche rotella in meno, a sua volta, darà lo spunto per altri divertenti equivoci, sullo sfondo di una Napoli natalizia. Il suo clima festaiolo e gaudente viene infatti funestato dalle brusche indagini tra i condomini delle ‘camicie nere’ e degli sgherri dell’OVRA, ma anche dall’insostenibile clima di ‘quaresima’ che la presenza del santone ha involontariamente suscitato fra quella povera gente.

I divertenti dialoghi e la sequenza rocambolesca degli eventi riportano alla mente l’umorismo del romanzo ‘filosofico’ di Luciano De Crescenzo, ma anche la vivace scrittura di Pino Imperatore, seguendo la scia d’un umorismo sanguigno che ben si adatta al temperamento dei Napolitani, con la loro innata tendenza a sacralizzare ciò che è profano ed a profanare ciò che è sacro. Ecco allora che, ad esempio, per gli improvvisati discepoli di Gandhi l’emulazione della storica ed eroica ‘marcia del sale’ [viii] si ridurrà a una scalcagnata marcia su Mergellina, con immancabile ‘partitella’ a pallone.  Il bello è che lo sforzo dei popolani del quartiere Stella per assimilare in qualche modo l’antica saggezza e la moderna lezione rivoluzionaria dell’insegnamento di Gandhi è parallelamente ricambiato dallo sforzo del Mahatma per comprendere la sanguigna ed epicurea natura dei suoi ospiti.

De nobis fabula narratur

«Il popolo partenopeo ha una natura felice, è generoso, pacifico, ospitale; dunque, perché volerlo snaturare assimilandolo a una cultura che non è la sua? […] La loro è una natura invincibile che, per quanto possa deviare per un tratto, ritorna sempre a se stessa. E i coinquilini se ne sono accorti, tant’è che il loro rapporto con il grande uomo è più affettuoso che mai, scevro da soggezione e incomprensioni, com’è stato nei primi giorni della loro conoscenza». [ix]

E’ forse questa la ‘morale della favola’ che l’autrice ci propone, intrecciando con la sua fantasia la biografia di Gandhi con la quotidianità di bidelli e muratori, pescatori e casalinghe. Una morale che è tale nel più profondo significato del termine, come insegnamento etico del ‘piccolo grande uomo’ indiano a tutti noi.

«Perciò – scriveva effettivamente il Mahatma più di 70 anni fa – dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola d’oro della nostra condotta è la tolleranza reciproca. La coscienza non è la stessa per tutti. Quindi, mentre essa rappresenta una buona guida per la condotta individuale, l’imposizione di questa condotta a tutti sarebbe un’insopportabile interferenza nella libertà di coscienza di ciascuno». [x] 

20180428_190417Ebbene, di fronte al suo saggio invito alla tolleranza, che pur partiva da premesse rigorose e testimoniate con coerenza eroica fino alla morte, credo che non ci resti che comportarci di conseguenza. Quelli che Gandhi chiamava ‘esperimenti con la verità’  possono e devono contagiarci qui e ora, spingendoci a cercare insieme la strada più idonea per sconfiggere la distruttività della lotta armata e delle guerre con la forza costruttiva di una resistenza che sa fare a meno della violenza, senza essere mai viltà o rassegnazione passiva all’ingiustizia.

La nonviolenza non dovrebbe mai diventare l’altarino teorico sul quale bruciare l’incenso della nostra ammirata emulazione per un modello lontano, ma piuttosto il banco di prova della nostra coerenza, quotidiana e concreta, di servitori e testimoni della verità.  Da molti anni a Napoli – come nel resto d’Italia – ci sono tanti uomini e donne di buona volontà che non hanno mai smesso di mettere in pratica questa lezione, mantenendo vivo, pur tra mille difficoltà, l’insegnamento gandhiano e, più in generale, la proposta di una risoluzione nonviolenta e creativa dei conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali.  Basti pensare ai movimenti pacifisti storici, agli educatori alla pace, a chi lotta contro la militarizzazione del territorio e a chi continua a studiare ed a proporre la teoria e la pratica della difesa civile nonviolenta, come alternativa concreta – e vincente – alla guerra.   Ma se a ricordarci questo profondo insegnamento è valsa anche la leggerezza di un romanzo come quello della Montesano, credo che bisogna rendergliene merito,  ringraziandola per averci ricordato, sia pur in modo scherzoso, una lezione di vita  “antica come le montagne”.

N O T E ————————————————————————————————–

[i] Anna Maria Montesano, Gandhi si è fermato a Napoli, Napoli, ed. Homo Scrivens, 2018 > https://www.ibs.it/gandhi-si-fermato-a-napoli-libro-anna-maria-montesano/e/9788832780543

[ii] V. la pagina facebook della libreria ‘Iocisto’ dedicata all’evento > https://www.facebook.com/events/270965787092344/

[iii] Cfr. un mio post di sei anni fa: Ermete Ferraro, “Oggi e sempre obiezione!” (2012), Ermete’s Peacebook >https://ermetespeacebook.com/2012/12/16/oggi-e-sempre-obiezione/

[iv] Il riferimento è ovviamente al celeberrimo film di Steven Spielberg, del 1977: Close Encounters of the Third Kind > https://it.wikipedia.org/wiki/Incontri_ravvicinati_del_terzo_tipo

[v]  Vedi, in particolare, il documento filmato dell’Istituto Luce > https://www.youtube.com/watch?v=GdzxTJojLz0

[vi] A. M. Montesano, op. cit., p. 27

[vii]  Il riferimento è alla commedia di Aristofane Lisistrata, che racconta di una singolare quanto efficace protesta delle donne greche contro la guerra, ricorrendo allo sciopero del sesso > https://it.wikipedia.org/wiki/Lisistrata

[viii] Uno dei classici episodi di disobbedienza civile degli Indiani, guidati da Gandhi in questa protesta nonviolenta contro il colonialismo inglese > https://it.wikipedia.org/wiki/Marcia_del_sale

[ix]  Montesano, op. cit., pp. 157-158

[x]  M. K. Gandhi, Antiche come le montagne (1958), Milano, Mondadori, 1987, p. 193 (ripubblicato  nel 2009 negli Oscar Mondadori)  > https://www.ibs.it/antiche-come-montagne-libro-mohandas-karamchand-gandhi/e/9788804586517

UNA PACE DA COSTRUIRE (*)

international_day_of_peace-900x450 Ci siamo scordati la pace?

Il 21 settembre è la data in cui dal 1981, per iniziativa dell’O.N.U., si celebra la Giornata Internazionale della Pace [i]. E’ però evidente che in Italia tale iniziativa ha avuto ancora una volta scarso rilievo, sia mediatico sia in termini di eventi. Basta infatti consultare un qualsiasi motore di ricerca su Internet per accorgersi che, fatta eccezione per l’emittente televisiva di San Marino, Radio Monte Carlo, il tg di Sky24 e qualche rivista specializzata, ben pochi quotidiani, radio e televisioni hanno recepito e ricordato tale data. Oltre alla mostra ‘Colors of Peace’ all’esterno del Colosseo, una mostra di libri sulla pace a Cervia, una biciclettata ambiental-pacifista a Foggia, una sessione di Yoga a Padova ed un incontro pacifista a Palermo, si sono conseguentemente registrate ben poche iniziative riconducibili a questa ricorrenza.

Sarà forse l’infausta (ma significativa…) coincidenza di data dell’International Peace Day  con la Giornata Mondiale dell’Alzheimer, ma la sensazione che se ne ricava è che l’interesse e l’impegno per l’educazione alla pace – come avviene del resto anche con la ricerca sulla pace e con la stessa azione per la pace – stia progressivamente calando.  E’ senz’altro cosa buona e giusta che si ponga in primo piano il fenomeno della preoccupante diffusione a livello mondiale del morbo di Alzheimer  (un tipo di demenza che provoca gravi problemi con la memoria, il pensiero ed il comportamento), aggiornando le nostre conoscenze sui possibili interventi preventivi e terapeutici per fronteggiarlo. Mi sembra invece assai meno positivo che ragionare sulla pace coinvolga sempre meno persone, anche in ambito formativo, alimentando la strana sensazione che riguardo ad una questione così centrale per l’intera umanità si registri una preoccupante tendenza alla perdita della memoria sulla tragedia dei conflitti bellici, alla carenza di riflessioni sulla pace e ad una ridotta attenzione alla promozione di comportamenti di pace.

Il rispetto di ricorrenze, celebrazioni ed anniversari, si sa, non è necessariamente indice di un crescente investimento della società, della cultura e delle istituzioni educative sui quegli specifici temi. Paradossalmente, anzi, potremmo trovarci di fronte all’ipocrita esaltazione una tantum di valori che nei fatti, nella vita quotidiana, non trovano invece un reale apprezzamento né un’effettiva valorizzazione. Ciò premesso, penso che non dobbiamo sottovalutare il peso di questo innegabile calo di tensione nella formazione delle nuove generazioni a pensieri, sentimenti e comportamenti che mettano al centro la pace ed il superamento dei conflitti in chiave nonviolenta. Dopo la stagione della superficialità e del qualunquismo ideologico – che ha fatto registrare nei decenni scorsi la diffusione nelle scuole di progetti di educazione alla pace spesso raffazzonati e contradittorii –  ci troviamo oggi nella fase in cui le problematiche della pace stanno quasi scomparendo dall’orizzonte educativo, dominato da ben altri obiettivi e dallo sviluppo diversi ‘skills. E’ infatti dal 2006 che l’U.E. ha indicato a tutti i paesi membri quali dovrebbero essere le otto “competenze chiave per l’apprendimento permanente” [ii] :   1) comunicazione nella madrelingua;  2) comunicazione nelle lingue straniere;  3) competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia;  4) competenza digitale;  5) imparare a imparare;  6) competenze sociali e civiche; 7) spirito di iniziativa e imprenditorialità;  8) consapevolezza ed espressione culturale.  Ma che fine hanno fatto le conoscenze e le competenze riguardanti la pace?

Competenze nei conflitti o conflitti di competenze ?

 imagesE’ abbastanza evidente che – fatta eccezione per le ‘competenze sociali e civiche’ , quelle che chiamiamo ‘di cittadinanza’ –  nell’elenco delle priorità formative manca un riferimento esplicito a quelle che abbiano a che fare con la crescita della consapevolezza della natura dei conflitti e con la promozione della pace come alternativa concreta alla violenza personale e strutturale che affligge la nostra realtà. Leggendo con attenzione i documenti del Ministero dell’Istruzione italiano (MIUR), ed in particolare le famose ‘Indicazioni’ del 2012, apprendiamo certamente  che la formazione scolastica dovrebbe sviluppare negli studenti adeguate competenze civico-sociali, ma non si va oltre la genericità di tali affermazioni.

«L’educazione alla cittadinanza viene promossa attraverso esperienze significative che consentano di apprendere il concreto prendersi cura di se stessi, degli altri e dell’ambiente e che favoriscano forme di cooperazione e di solidarietà. Questa fase del processo formativo è il terreno favorevole per lo sviluppo di un’adesione consapevole a valori condivisi e di atteggiamenti cooperativi e collaborativi che costituiscono la condizione per praticare la convivenza civile. Obiettivi irrinunciabili dell’educazione alla cittadinanza sono la costruzione del senso di legalità e lo sviluppo di un’etica della responsabilità, che si realizzano nel dovere di scegliere e agire in modo consapevole e che implicano l’impegno a elaborare idee e a promuovere azioni finalizzate al miglioramento continuo del proprio contesto di vita, a partire dalla vita quotidiana a scuola […] È attraverso la parola e il dialogo tra interlocutori che si rispettano reciprocamente, infatti, che si costruiscono significati condivisi e si opera per sanare le divergenze, per acquisire punti di vista nuovi, per negoziare e dare un senso positivo alle differenze così come per prevenire e regolare i conflitti». [iii]

Si tratta senz’altro di obiettivi importanti e sicuramente positivi per la crescita umana e civica dei nostri ragazzi. Magari non particolarmente congruenti con le altre sette competenze chiave – che invece ribadiscono il primato di una società che esalta la comunicazione in senso mediatico, le tecnologie informatiche e perfino l’imprenditorialità, ma sono pur sempre validi riferimenti per l’educazione della persona e del cittadino. Valori come l’attenzione all’ambiente, la solidarietà, la legalità ed il senso di responsabilità, in effetti, rimangono molto importanti nello sviluppo di quella che viene chiamata educazione alla ‘convivenza civile’. Fatto sta che alla conflict resolution si accenna solo nell’ultima parte del testo citato ed il discorso sembra ristretto ai pur fondamentali aspetti del ‘dialogo’ interpersonale e del ‘rispetto’ reciproco, facendo solo un fugace riferimento alla questione che è invece centrale: come “prevenire e regolare i conflitti”. [iv]

Educazione vs maleducazione alla pace?

Già nel 2008 mi era capitato di approfondire l’approccio nostrano a tali problematiche e le mie riflessioni erano confluite in un saggio, il cui significativo titolo è lo stesso di questo paragrafo. [v] Purtroppo, dopo dieci anni la situazione non mi sembra migliorata, per cui la quasi totalità delle osservazioni che facevo allora possono essere riproposte ancor oggi. Con l’aggravante che se allora bisognava stare attenti alle mistificazioni di quella che definivo ‘maleducazione alla pace’, adesso l’interesse nei confronti di tali problematiche da parte delle istituzioni scolastiche – e ahimè degli stessi docenti… – appare ulteriormente scemato.

imagesNella ‘scuola Pon-Pon’ , tutta presa dalla digitalizzazione dell’insegnamento [vi], dalla diffusione del c.d. ‘pensiero computazionale’ e dal martellante consolidamento a suon di test della priorità di alcune discipline-chiave sulle altre, restano evidentemente sempre meno spazio tempo e risorse da dedicare a percorsi formativi riguardanti la risoluzione dei conflitti in chiave nonviolenta. Viceversa, non ci sono certo mancati in questi anni gli inviti all’esaltazione retorica degli anniversari della ‘Grande Guerra’ e si è manifestata la sempre più invadente presenza dentro le istituzioni scolastiche di realtà che fanno capo al sistema militare e ad una concezione esclusivamente bellica della ‘difesa’.[vii]  E’ chiaro allora che su questo terreno accidentato – anche a causa della progressiva scomparsa di solidi fondamenti ideologici che contrastino col pensiero unico liberista ed ora anche nazionalista –  i progetti che puntano sull’educazione alla pace stentano ad attecchire, seppur non mancano iniziative significative come quella sulle “scuole smilitarizzate” lanciata nel 2013 da Pax Christi [viii], con l’appoggio di altre realtà cattoliche come i Missionari Saveriani [ix] dei movimenti nonviolenti e di altre voci libere.

Il problema di fondo è che in Italia manca una cultura diffusa su queste problematiche; diventano sempre di meno le realtà formative ed accademiche che si occupano di peace research;  troppo spesso la stessa educazione alla pace è stata spesso confusa con una moralistica educazione alla convivenza civile o, peggio, con la formazione dei giovani ad evitare i conflitti, piuttosto che ad affrontarli in modo alternativo e creativo. Nel saggio del 2008, dunque, mi era parso necessario puntualizzare che:

« L’educazione per la pace è orientata soprattutto agli esiti del processo formativo, cioè alla realizzazione di comportamenti individuali e di gruppo che consentano relazioni nonviolente e, in generale, un progressivo superamento della violenza nei rapporti, dal micro al macro livello.

L’educazione alla pace si occupa maggiormente della formazione ad una cultura pacifica alternativa, intesa sia come insieme di conoscenze e tecniche specifiche, sia come repertorio di tematiche e spunti per un lavoro educativo che si proponga il superamento della distruttività dei conflitti.

La pace nella educazione ­ secondo il noto studioso norvegese Magnus Hassvelsrud ­ è un processo di miglioramento delle inter­relazioni in ambito specificamente educativo, all’interno di un profondo cambiamento delle strutture socio­educative, così da poter parlare di “educazione alla pace” senza cadere in contraddizione». [x]

Fermo restando che tutti i tre approcci andrebbero perseguiti, mi rendo conto che nella scuola italiana di oggi sarebbe forse opportuno puntare soprattutto al primo. Educare per la pace, infatti, non richiede un investimento di tempo e risorse particolarmente gravoso né implica la presenza di formatori altamente qualificati. L’attenzione prevalente agli esiti della formazione (relazioni prive di violenza, consapevolezza della violenza indiretta e strutturale oltre che di quella diretta ed immediatamente percepibile) potrebbe infatti coinvolgere docenti di varie materie in progetti collettivi ed interdisciplinari, assecondando anche l’impulso al coordinamento dell’azione educativa e finalizzandola a comportamenti pacifici.

Competenze di pace vs spinta alla competizione

 E’ evidente che una società sempre più competitiva, iniqua e violenta non asseconderà mai davvero un’educazione alla pace che formi le nuove generazioni alla cooperazione, alla solidarietà ed al superamento della violenza. La scuola – dobbiamo esserne consapevoli – è lo specchio dei modelli di sviluppo e di convivenza presenti nella società, ma ciò non ci deve impedire d’inserirci nelle contraddizioni insite in tale rapporto. Ecco perché, per evitare di scadere in un moralismo generico quanto improduttivo, credo sia utile rifarsi anche in questo ambito alle sei ‘competenze per l’E.P.’ proposte nel 1999 dall’UNICEF, citate nel mio saggio e riproposte nel 2012 dalla stessa organizzazione. [xi]:  

  • Identificare ed implementare soluzioni per risolvere i conflitti;

  • identificare ed evitare situazioni a rischio;

  • dare una valutazione critica delle soluzioni violente proposte ordinariamente dai media;

  • opporre resistenza ai condizionamenti da parte di coetanei e adulti a fare ricorso a comportamenti violenti;

  • diventare mediatori nelle situazioni di conflitto;

  • contrastare ogni forma di pregiudizio ed accrescere l’accettazione e l’apprezzamento della diversità». [xii]

Ebbene, se nelle nostre aule riuscissimo a seguire, anche parzialmente, questo percorso educativo credo che si farebbero molti passi avanti nella costruzione di una scuola diversa, capace di mettere in crisi dal basso l’ipocrisia di chi promuove nei fatti una mentalità competitiva e selettiva e, di conseguenza, comportamenti miranti all’individualismo, al successo, all’affermazione dell’io sul noi, alla scissione dell’educazione formale dalle scelte etiche.

Mi sembra quindi che sia arrivato il momento di rimboccarci le maniche, perché nessuna riforma della scuola (si autodefinisca o meno ‘buona’…) potrà impedirci di svolgere il nostro autentico ruolo di educatori, troppo spesso sopravanzato dalle preoccupazioni derivanti da un insegnamento che, alla faccia della sbandierata ‘autonomia’, diventa sempre più standardizzato, tecnologizzato ed eterodiretto. Basta documentarsi opportunamente, collegarsi ad altri docenti che lavorano in tal senso e promuovere nuove occasioni formativi e di confronto delle esperienze, come quella realizzata due anni fa nel piccolo e virtuoso comune di Monteleone di Puglia, [xiii] , in occasione della quale ho dato il mio piccolo contributo, con una presentazione sulla comunicazione nonviolenta [xiv] e successivamente sull’approccio ecopacifista.

nonviolenza Concludo riportando quanto scrivevo dieci anni fa, tuttora valido, a proposito della metodologia più idonea al perseguimento di un’educazione alla pace che non resti sconnessa dal contesto formativo, ma caratterizzi il nostro lavoro di docenti e lasci una traccia effettiva nei nostri studenti.

« 1) L’E.P. dovrebbe sempre essere presentata come educazione alla gestione positiva dei conflitti, proprio per non cadere nell’equivoco che la violenza è il prodotto naturale del conflitto e che per vivere pacificamente dobbiamo far finta che i conflitti non esistano, col rischio di alimentare l’idea un po’ manichea che la colpa sia sempre dei “cattivi” di turno.

2) La prima cosa da fare, per dimostrarsi davvero nonviolenti, credo che sia dichiarare apertamente (i latini usavano il verbo “con­fiteri”) le proprie convinzioni, ideologiche o religiose che siano, da cui scaturisce la nostra proposta educativa. In caso contrario, si cade nell’illuministica concezione che la verità sia auto­evidente, alla luce della ragione, e che basti quindi “spiegare” i diritti dell’uomo, oppure la negatività delle guerre o anche i meccanismi di sfruttamento dell’uomo e della natura, perché ne derivino conseguenze positive. Su un pensiero “debole” o un relativismo etico, ne sono convinto, non si costruisce una credibile educazione per la pace, che ha bisogno di solide convinzioni. Tutt’al più, si promuove una generica ed un po’ superficiale cultura pacifista.

3) Si dovrebbe evitare di presentare l’E.P. solamente come una questione di relazioni pacifiche, poiché un rapporto più rispettoso, armonico ed equilibrato tra individui è sicuramente il fondamento di una modalità pacifica di convivenza civile, ma non esaurisce certo le potenzialità di un’alternativa nonviolenta, che investe anche il livello intermedio (gruppi, comunità, relazioni fra individui e istituzioni) ed il macro­livello (relazioni internazionali,modelli di sviluppo, sistemi di difesa.  4) Un altro errore da non compiere è quello di scindere le questioni riguardanti la pace da quelle concernenti l’ambiente, dimenticandosi che i disastri ambientali sotto gli occhi di tutti sono frutto della stessa logica predatoria e di dominio che scatena i conflitti bellici, e che questi ultimi trovano spesso un movente nella pretesa di accaparrarsi fondamentali risorse naturali, dal petrolio alla stessa acqua…».

Le risorse per documentarsi non mancano, a partire dall’esaustiva biblio-sitografia (sia pur in inglese) cui rinvia la rubrica ‘Get involved’ del sito ufficiale della Giornata Internazionale della Pace.[xv]  Possiamo poi utilizzare manuali come il testo di Gabriella Falcicchio sui ‘profeti scomodi’ della Nonviolenza [xvi],  raccolte di esperienze come il libro ‘Percorsi di Pace…dal Sud’ [xvii],  la sezione bibliografica specifica curata dal Centro Sereno Regis di Torino [xviii] oppure testi come quelli di Daniele Novara sulla trasformazione nonviolenta dei conflitti. [xix]

Beh, se per il 21 settembre non siete riusciti ad organizzare qualcosa anche nella vostra classe, non preoccupatevene. Vuol dire che la Giornata Internazionale della Pace è comunque servita a ricordarci che abbiamo altri 364 giorni all’anno per fare qualcosa che serva ad educare i nostri ragazzi/e a costruire, insieme, alternative pacifiche, dal micro al macro livello.[xx]


N O T E

[i] Info su: https://internationaldayofpeace.org/

[ii] Vedi: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=LEGISSUM%3Ac11090

[iii] Cfr. https://dida.orizzontescuola.it/news/competenze-chiave-l%E2%80%99apprendimento-permanente-e-di-cittadinanza

[iv]  Cfr. Ermete Ferraro, Quali competenze di chiede l’Europa? (2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/03/15/quali-competenze-ci-chiede-leuropa/

[v]  Ermete Ferraro, “Educazione vs maleducazione alla pace?” (2008), Peacelink >https://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf

[vi]  Ermete Ferraro, Un’impronta digitale sulla scuola (2016) > https://ermetespeacebook.com/2016/11/13/unimpronta-digitale-sulla-scuola/

[vii] Sulla questione della ‘militarizzazione della scuola’ vedi, tra gli altri, i seguenti articoli:  https://www.articolo21.org/2018/04/loccupazione-militare-delle-scuole/https://www.agoravox.it/Scuole-e-militarizzazione-La-lunga.html  – https://ilmanifesto.it/diciamo-no-alla-militarizzazione-della-scuola-pubblica/

[viii] Vedi il progetto “Scuole militarizzate” > http://www.paxchristi.it/?p=6983

[ix]  Franco Ferrario, “Smilitarizziamo le scuole!” (2014), Missione Oggi > https://saveriani.it/missioneoggi/archivio-m-o/item/smilitarizziamo-le-scuole

[x]  E. Ferraro, Educazione vs maleducazione… cit., p. 2

[xi] UNICEF, Violence prevention and peace building (2012) > https://www.unicef.org/lifeskills/index_violence_peace.html

[xii]  Ferraro, op. cit. p. 3

[xiii]  Vedi il volume: Raffaelo Saffioti, Piccoli Comuni fanno grandi cose! Il Centro internazionale per la la Nonviolenza ‘Mahatma Gandhi’ di Monteleone di Puglia, Pisa, Gandhi Edizioni, 2018 > https://www.peacelink.it/pace/a/45595.html

[xiv] Ermete Ferraro e Anna De Pasquale, Una grammatica della pace per comunicare senza violenza (2018) > https://ermetespeacebook.com/2018/02/17/una-grammatica-della-pace-per-comunicare-senza-violenza/

[xv] Vai alla pagina > https://internationaldayofpeace.org/get-involved/

[xvi]  Gabriella Falcicchio, Profeti scomodi, cattivi maestri – Imparare a educare con e per la nonviolenza, Bari, La meridiana, 2018

[xvii]  Rosaria Ammaturo, Gianpaolo Petrucci, Eugenio Scardaccione, Percorsi di Pace… dal Sud, Bari, Edizioni dal Sud, 2014

[xviii] http://serenoregis.org/archivio/educazione-alla-pace/

[xix] Daniela Novara, La grammatica dei conflitti. L’arte maieutica di trasformare la contrarietà in risorse, Sonda, 2011

[xx] A tal proposito, vedi anche il Manuale: La pace – S’insegna e s’impara – Linee guida per l’educazione alla pace ed alla cittadinanza glocale,  a cura di: Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, MIUR, Coordinamento Enti Locali per la Pace, Scuole per la Pace, Tavola per la Pace > https://www.usr.sicilia.it/attachments/article/955/Linee%20Guida%20Pace%20Cittadinanza.pdf


 (*) ERMETE FERRARO (Napoli 1952) è stato operatore sociale di gruppo e di comunità e dal 1984 insegna lettere nelle scuole medie, dove è stato anche referente per la legalità, l’educazione alla pace ed il disagio.  Primo obiettore di coscienza nonviolento a Napoli, ha svolto (1975-77) il servizio civile alternativo presso la ‘Casa dello Scugnizzo’, di cui è stato successivamente anche amministratore. Da allora è impegnato nella ricerca per la pace, l’educazione alla pace e l’azione per la pace, come attivista di varie organizzazioni nonviolente (L.O.C. , M.N., ),  membro e ricercatore dell’I.P.R.I. e referente nazionale per l’ecopacifismo di V.A.S. Onlus-APS.  Attualmente è referente per Napoli e consigliere nazionale del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione).  E’ autore di un libro sull’educazione linguistica per la pace , di vari saggi sulla difesa popolare nonviolenta e di molti altri articoli su: disarmo, smilitarizzazione e nonviolenza attiva. > www.ermeteferraro.org