Un clima di guerra

L’onda verde e gli scogli del militarismo

Una manifestazione di FRIDAY FOR FUTURE

Tante persone sono rimaste davvero scosse dalle immagini di milioni di giovani scesi nelle piazze per manifestare il loro diritto al futuro e per dare la sveglia a scienziati conniventi, media reticenti e governi complici di chi quel futuro sta mettendo drammaticamente a rischio. Finalmente le istanze ambientali non sembrano più percepite come la preoccupazione un po’ esagerata di profeti di sciagure o di ecologisti catastrofisti e fanatici. Giustamente, le mobilitazioni di questa “onda verde” stanno mandando all’aria le priorità economiche e politiche di chi finora ha fatto finta di non rendersi conto che l’attuale modello di sviluppo – racchiuso nella parolina magica ‘crescita’ è non solo colpevole di stragi socio-ambientali, ma di fatto anche suicida.

Al netto sia dei persistenti ed assurdi negazionismi, sia della comoda tendenza a ridurre queste manifestazioni ad ingenue proteste oppure a considerarle solo manovre diversive rispetto ad un ecologismo più ‘serio’ e radicale, mi sembra quindi innegabile la presa che questo movimento sta esercitando su un’opinione pubblica spesso distratta o narcotizzata da altre finte emergenze. Ecco perché – pur con alcune doverose riserve su contenuti e parole d’ordine di quest’inedita mobilitazione globale per il clima – credo che essa stia comunque imprimendo una salutare scossa socio-culturale, prima ancora che politica, ad un’umanità sempre più massificata, omologata e drogata dal miraggio di uno sviluppo senza limiti e senza remore.

Eppure – come mi è già capitato di dire e di scrivere – è opportuno ribadire che un autentico ecologismo ha bisogno di una visione più ampia e complessiva, che sia capace d’inquadrare i fenomeni contro cui ci si batte (a partire dall’inquinamento atmosferico con le sue relative drammatiche conseguenze) all’interno di un preciso sistema di riferimento e di una chiara scelta di valori. Allo stesso modo mi lascia perplesso un ambientalismo sostanzialmente ancora antropocentrico e motivato quasi esclusivamente dalla paura del disastro ecologico prossimo venturo. Ma soprattutto mi preoccupa la quasi totale assenza nell’informazione mediatica di riferimenti alle minacce per gli equilibri ambientali – a partire da quelli climatici – derivanti dalla pesantissima impronta ecologica sul nostro Pianeta da parte del complesso militare-industriale.

Mi rendo perfettamente conto che è più semplice fare crociate contro l’inquinamento derivante dall’uso smodato delle plastiche oppure da un’agricoltura intensiva e chimicizzata e dalle emissioni gassose di allevamenti animali sempre più affollati ed innaturali. Capisco anche che non si possa fare a meno di partire dal puntare il dito anche sulla notevole impronta ecologica dovuta ai consumi individuali, agli stili di vita ed al tipo di alimentazione, sì da responsabilizzare un po’ tutti, evitando di scaricare le responsabilità solo sui grandi inquinatori. Non comprendo né giustifico, invece, la colpevole reticenza di chi intenzionalmente tace su una componente così rilevante dell’inquinamento atmosferico marino e del suolo, causato da attività delle forze armate sulle quali scienziati e governi hanno costantemente steso un complice velo di omertà.

«Le attività militari esercitano un’elevata pressione sul territorio nel quale vengono svolte, in particolar modo per quanto attiene all’utilizzo delle risorse naturali. Il loro consumo ed i danni operati all’ambiente emergono evidenti in occasione dei conflitti che, accanto alla perdita di vite umane, mostrano un deciso impatto sulle risorse naturali. […] …le attività militari, nelle loro molteplici forme, provocano decise ripercussioni sull’ambiente anche in momenti di non conflittualità. L’inquinamento dell’atmosfera e l’inquinamento acustico costituiscono le più evidenti manifestazioni delle conseguenze ambientali ma i principali effetti, in particolar modo a lungo termine, risiedono nella presenza di rifiuti tossici, contaminazioni chimiche e derivanti dall’utilizzo di oli e combustibili». [i]

Licenza di uccidere persone e territorio?

Devastazione ambientale in Ucraina (National Geographic)

I nostri sprechi quotidiani, lo sperpero di risorse energetiche, preziose perché esauribili, ed un modello di sviluppo incompatibile con gli equilibri ecologici richiedono una generale e comune presa di coscienza del baratro verso cui l’umanità si è irresponsabilmente avviata. Non mi sembra però ammissibile che si sottaccia o sminuisca l’incontestabile gravità della pressione esercitata dal complesso militare-industriale e dai tremendi esiti bellici che esso produce su ciò che chiamiamo ‘natura’, mettendo a rischio le stesse condizioni per la sopravvivenza del genere umano. Da sempre la guerra è di per sé morte, distruzione e devastazione ambientale. Si è giunti ora ad un punto di non ritorno, laddove si affaccia sempre più la minaccia di una tragedia nucleare e le tecnologie belliche sono diventate sempre più insidiose incontrollabili e micidiali, sebbene dichiaratamente volte a rendere l’intervento militare più mirato, ‘chirurgico’ e… ‘intelligente’.

«Lo scopo delle nuove teorie militari e di alcune tecnologie che si vanno sviluppando è di rendere “trasparenti” il nemico e il campo di battaglia. Nella futura “cultura militare” (non è un ossimoro, è quello che si insegna nei war college) non si tratta di avere i cannoni più grandi ma le telecomunicazioni più intelligenti. Le informazioni alimentano le armi, le quali, grazie a quelle, uccidono con precisione. la radiotrasmittente che il microvelivolo dello scenario del Pentagono lascia sul camion condurrà, a tempo debito, un missile micidiale sul bersaglio…» [ii]

La moltiplicazione degli scenari bellici, con sovrapposizione di guerre ipertecnologiche, guerre convenzionali e svariate forme di guerriglia, non può e non deve più restare fuori dalla portata dei riflettori accesi da tanti giovani che, giustamente, s’interrogano sul loro futuro e sulle possibilità d’invertire la trionfale marcia di un finto progresso che conduce invece alla devastazione del comune patrimonio ambientale. Non si tratta solo di contestare le pesanti conseguenze delle operazioni di ‘guerra guerreggiata’, in quanto il sistema militare rappresenta in sé una minaccia alla tutela dell’ambiente anche quando non è ‘operativo’. È infatti sempre più manifesto il suo enorme impatto sulle risorse energetiche, sulle condizioni dell’aria dell’acqua e del suolo e sulla sicurezza e salute delle comunità locali che, di fatto, va ad occupare, sottraendosi ad ogni controllo ed al rispetto dei vincoli normativi vigenti. Non manca chi ha sostenuto che i militari, controllando il territorio, lo avrebbero sottratto a speculazioni private e ai danni dello sfruttamento economico. Si tratta di quel paradossale ambientalismo ‘grigioverde’ sulla cui mistificazione mi ero già soffermato criticamente.

«La triste verità, invece – per citare un articolo apparso nel 2015 sul sito dell’UNRIC (un organismo dell’UNU) – è che “l’ambiente è una vittima della guerra troppo spesso dimenticata”. La tragica realtà che abbiamo tuttora davanti agli occhi, ci dimostra che, mutuando il titolo d’un saggio francese di ecologia politica, “la natura è un campo di battaglia” [xvi] sul quale si esercitano le forze oscure di un capitalismo selvaggio e cinico, che non esita a ricorrere al ‘razzismo ambientale’, colpendo soprattutto i più marginali, ed a ‘finanzializzare’ cinicamente perfino la crisi ecologica».[iii]

Basi militari, poligoni ed altre installazioni del genere, anche in situazioni di non conflittualità, sono una costante bomba ecologica, in seguito alla presenza ed all’utilizzo incontrollato di sostanze di natura chimica, batteriologica e nucleare anche nelle esercitazioni. É il caso del Poligono interforze di Quirra, in Sardegna, dove dal 1956 non si è mai smesso di sperimentare sistemi d’arma e nuove tecnologie connesse alle attività belliche. Le conseguenze sull’ambiente e sulla salute di chi ci abita sono state gravissime. A parte il peso dell’occupazione manu militari di 240.000 ettari di territorio, la Sardegna lamenta infatti una significativa crescita di malattie tumorali ed emolinfatiche connesse alle attività che si svolgono dagli anni ’50 nelle sue basi, poligoni ed aeroporti.

L’orco militarista: energivoro e tossico

Videogioco (God of War)

Nella tradizione popolare gli ‘orchi’ sono “mostri antropomorfi, giganteschi, crudeli e divoratori di uomini” [iv] . Pure il sistema militare – solo apparentemente assimilabile alle comunità umane- per le sue gigantesche dimensioni è fonte di terrore e di pesanti conseguenze ambientali, connesse alla incredibile voracità di risorse e di beni comuni. E siccome tutti i consumi producono a loro volta rifiuti e modificazioni ambientali, l’orco con le stellette è una rilevante fonte d’inquinamento. Ad esempio, ci sono i dati dell’impatto sul contesto urbanistico dell’allargamento della ex-caserma vicentina ‘Dal Molin’, dai quali si deduce che perfino i consumi ordinari (acqua, luce, gas) assumono sproporzioni ‘gigantesche’ quando si tratta di una base militare per circa 6.000 militari.

«Il progetto Dal Molin, come consumi, è pari a 30 mila vicentini per l’acqua, 5.500 per il gas naturale e 26 mila per l’energia elettrica. Cifre che da sole parlano chiarissime. Per Vicenza, la nuova base militare americana che il governo Prodi ha liquidato come un «problema urbanistico» rappresenterebbe un colpo assai pesante in termini di impatto ambientale e utilizzo delle risorse […] La città – dice l’ingegner Vivian – consuma 11,5 milioni di metri cubi l’anno. Pertanto, in relazione ai consumi idrici ipotizzati, è come se ci fosse un incremento di oltre 30 mila abitanti, e relative attività economiche, posti nel quadrante nord della stessa».[v]

Ma la più grave impronta ambientale del sistema militare è ovviamente imputabile al devastante impatto delle operazioni belliche sul deterioramento climatico globale. Basti pensare che nel periodo delle operazioni belliche in Iraq (2003-2007) quella sola guerra ha provocato l’emissione di 140 tonnellate di gas serra (CO2 equivalente) [vi] e che in generale le guerre – alla cui origine c’è sempre più il controllo egemonico sulle risorse petrolifere – sono causa di colossali sprechi e di disastri ambientali connessi ad esempio a bombardamenti d’impianti, petroliere, oleodotti e gasdotti.

«Un cappio al collo del pianeta e un vero circolo vizioso, come sintetizzava l’appello «Stop the Wars, stop the warming» lanciato dal movimento World Beyond War alla Conferenza sul clima di Parigi: «L’uso esorbitante di petrolio da parte del settore militare statunitense serve a condurre guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse, guerre che rilasciano gas climalteranti e provocano il riscaldamento globale. È tempo di spezzare questo circolo: farla finita con le guerre per i combustibili fossili, e con l’uso dei combustibili fossili per fare le guerre».[vii] 

La lettura del rapporto “Smilitarizzazione per una profonda decarbonificazione”, pubblicato dall’International Peace Bureau nel 2014, ci fa comprendere quanto sia assolutamente indispensabile per la salvezza del clima terrestre un ridimensionamento del complesso militare-industriale e degli eventi bellici di cui è portatore. [viii]  Il Pentagono statunitense, ad esempio, nel solo 2017 avrebbe immesso nell’atmosfera 59 milioni di tonnellate di CO2 (e di 1,2 miliardi di tonnellate tra il 2001 e il 2017), diventando di fatto il 55° paese più inquinante al mondo a causa delle sue emissioni ed essendo responsabile di circa l’80% di tutto il consumo energetico statunitense nello stesso lasso di tempo. [ix] Ovviamente questi dati possono sembrare allarmistici ed esagerati e molti si chiederanno come mai non se ne è mai avuta notizia. Ma basta pensare al mantello di segretezza che ricopre pesantemente qualsiasi manifestazione del sistema militare per comprendere quanto i cittadini sappiano poco o niente di ciò che avviene sul loro territorio, essendo espropriati di una parte di esso da una sua militarizzazione sempre più invadente. “Off limits” – il classico divieto di accesso che interdice ai civili le aree militari – significa dunque non solo che la comunità residente deve restare all’esterno di quella delimitazione, ma anche che le attività militari non sono soggette ad alcuna limitazione, monitoraggio o regolazione normativa valida per tutti gli altri soggetti. Ne deriva che: «La ‘riservatezza’ sulle questioni militari […] ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei gravissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra». [x]

Guerra al clima in un clima di guerra

Fonte: il manifesto (29.11.2018)

Elena Camino nel suo saggio ci spiega che bisogna cambiare prospettiva, per cui non dovremmo guardare alla guerra come una serie di eventi, bensì come un complesso e micidiale meccanismo, che non solo è distruttivo in sé, ma causa profonde modificazioni ambientali e sottrae risorse al benessere umano e ad ogni progetto di cambiamento del modello di sviluppo.

«… un processo sistemico che cattura, trasforma e infine degrada (termodinamicamente) enormi quantità di materia e di energia (oltre che di denaro) sottraendole ad altri destini e producendo materiali inquinanti e tossici per tutte le forme di vita sulla Terra».[xi]

Come scrivevo in un precedente articolo:

«La demistificazione che Ben Cramer – il polemologo francese docente all’Università di Parigi – fa dell’ossimoro che presenta i militari come difensori dell’ambiente, lo porta a formulare anche alcuni suggerimenti per fermare più credibilmente questa preoccupante corsa verso l’autodistruzione. Oltre a “climatizzare il Pianeta”, provvedendo ad arrestare con mezzi bio-ingegneristici il riscaldamento globale, […] bisogna non solo riconvertire, riciclare e cambiare modello di sviluppo, ma soprattutto “disinquinare smilitarizzando”». [xii]

Non si tratta di fare i conti in tasca solo ai giganti del sistema militare mondiale, come Stati Uniti, Cina, Russia, Arabia Saudita e Francia (per citare la top five degli stati più armati del mondo, secondo la classifica 2014 del SIPRI), perché faremmo bene a guardare con più attenzione anche a casa nostra. L’Italia, infatti, nello stesso anno era all’11° posto per spese militari, ma anche al terzo posto per esportazione di armamenti ed inoltre, nel 2012, ha prodotto 6,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica per persona, vale a dire il doppio della Turchia e quasi il quadruplo dell’India, che è fra l’altro il primo paese importatore di armi italiane (10% del totale). [xiii]

La scomoda verità è che – per citare il titolo di una recente testi di dottorato dell’Università di Lussemburgo – “gli impatti del militarismo sul cambiamento climatico (sono) una relazione gravemente trascurata”. Ed è per questo che questo corposo saggio denuncia che il militarismo – nel senso più lato è probabilmente il maggiore produttore di emissioni e di degrado ecologico.

«Prescindendo se in tempo di guerra o di pace, le forze armate mondiali consumano un’enorme mole di combustibili fossili, producono immense quantità di rifiuti tossici e presentano domande esageratamente alte d’ogni genere di risorse per sostenere le loro infrastrutture, il tutto esentato da restrizioni ambientali e da misurazioni delle emissioni. In base alla routine della teoria della distruzione, la guerra è condotta al giorno d’oggi principalmente per assicurare le risorse naturali che vengono a loro volta massicciamente consumate nel processo, stabilendo così un auto-perpetuante ciclo di distruzione. Inoltre, le spese militari sottraggono ingenti finanziamenti alle iniziative di mitigazione e adattamento del clima. Sembra ovvio che il militarismo è strettamente correlato al cambiamento climatico, ma sfortunatamente questo collegamento è stato enormemente trascurato, se non intenzionalmente ignorato». [xiv]

Che fare? La prima cosa è denunciare, demistificare e controinformare. L’opinione pubblica, finalmente scossa dalla salutare protesta dei giovani che rivendicano un futuro, non deve ignorare che larga fetta dei guasti che conducono sempre più velocemente al cambiamento climatico sono provocati dal pesante impatto ambientale del complesso militare-industriale. Ecco perché:

«…a mio avviso, ogni resistenza dal basso alle gerarchie imposte da chi comanda deve necessariamente tener conto che gli equilibri (o meglio, gli squilibri…) economici e sociali a livello globale sono assicurati proprio da un complesso militare-industriale che li difende. Allo stesso modo, non si dovrebbero sottovalutare i danni ambientali e sociali della militarizzazione del territorio e, soprattutto, deve essere chiaro che le guerre – in particolare quelle condotte tecnologicamente – sono di per sé una minaccia continua alla sicurezza, alla salute ed alla stessa sopravvivenza d’intere popolazioni».

Utopie pacifiste? Non direi proprio, visto che da 71 anni un piccolo stato del Centro-America, il Costa Rica, ha deciso radicalmente di “ripudiare la guerra”, eliminando del tutto le forze armate. Allo stesso tempo, ha intrapreso un virtuoso percorso di tutela del proprio patrimonio naturalistico e della preziosa sua biodiversità. Non è quindi un caso che l’opzione antimilitarista e pacifista si sia sposata con quella ecologista e perciò faremmo bene ad ispirarci a questa importante esperienza, per rilanciare una visione ecopacifista globale. Perché il continuo clima di guerra è il terreno su cui si è sviluppata la quotidiana guerra al clima, col serio rischio di negare un futuro ai giovani e di compromettere irrimediabilmente la stessa sopravvivenza dell’homo insipiens.


Note

[i] Daniele Paragano, Le basi militari negli Stati Uniti e in Europa: posizionamento strategico, percorso localizzativo ed impatto territoriale, Tesi di Dottorato di Ricerca in Geopolitica, Geostrategia e Geoeconomia, Università degli Studi di Trieste, A.A. 2007-08, p.142

[ii] Gordon Poole, Nazione guerriera – Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Napoli, Colonnese, 2002, p. 154

[iii] Ermete Ferraro, “Credere, Rinverdire e Combattere” – Il neo-ambientalismo dei Grigioverdi” (2018), Academia.edu >  https://www.academia.edu/37811619/Credere_rinverdire_e_combattere

[iv]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Orco_(folclore)

[v] Orsola Casagrande, “I conti in tasca alla nuova base USA di Vicenza”, il manifesto, 20.01.2007 > http://www.dimensionidiverse.it/dblog/articolo.asp?articolo=776

[vi] Fonte: https://climateandcapitalism.com/2008/03/19/global-warming-and-the-iraq-war/

[vii]  Marinella Correggia, “Militari di tutto il mondo in guerra col clima”, il manifesto (29.11.2018) https://ilmanifesto.it/militari-di-tutto-il-mondo-in-guerra-col-clima/ ; cfr. anche la fonte citata: https://worldbeyondwar.org/stop-wars-stop-warming/

[viii] Vedi: https://www.ipb.org/wp-content/uploads/2017/03/Green_Booklet_working_paper_17.09.2014.pdf

[ix] Vedi: Lorenzo Brenna, “Il Pentagono emette più CO2 di Svezia e Danimarca”, Lifegate, 14.06.2019, https://www.lifegate.it/persone/news/impatto-ambientale-co2-pentagono-ricerca

[x] Elena Camino, Guerra, ambiente, nonviolenza, (23.05.2016), Torino, Centro Studi “Sereno Regis” http://serenoregis.org/2016/05/23/guerra-ambiente-nonviolenza-elena-camino/

[xi] Ibidem

[xii] Ermete Ferraro, “Credere, rinverdire e combattere”, cit. – Il riferimento è al libro: Ben Cramer, Guerre et Paix…et EcologieLes risques de la militarisation durable, éd. Yves Michel, 2014

[xiii] Fonti: Stockholm International Peace Research Institute (2014) Trends in World Military Expenditure,

2013. SIPRI Fact Sheet > http://books.sipri.org/product_info?c_product_id=476  e World Bank Carbon Emissions per capita 2010 > http://data.worldbank.org/indicator/EN.ATM.CO2E.PC/countries

[xiv] Florian Polsterer, The Impacts of Militarism on Climate Change: A sorely neglected relationship, Master’s Degree in Human Rights and Democratization, University of Luxembourg (A.Y. 2014-15), p. 90

[xv] Ermete Ferraro, “Biocidio e guerre” Ermete’s Peacebook, (03.03.2019), Ermete’s Peacebook https://ermetespeacebook.blog/2019/03/03/biocidio-e-guerre/ . Vedi anche, dello stesso autore: https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/  – https://ermetespeacebook.blog/2016/06/15/cittadini-sotto-assedio/ –  https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/

Ermete Ferraro, L’Ulivo e il Girasole (Manuale V.A.S. di ecopacifismo), V.A.S. 2014 > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

© 2019 Ermete Ferraro

ConVerdiamoci !

Un’Europa sempre più verde

Dopo il clamoroso successo dei Verdi a livello europeo – che porta il loro schieramento (Group of Greens/ European Free Alliance) a svolgere un ruolo di rilievo nel Parlamento dell’U.E. – in molti si sono comprensibilmente chiesti perché mai il partito verde italiano, con la sua magra percentuale del 2.32%, sia rimasto invece il fanalino di coda. Se infatti si escludono risultati ancora più magri – come quello dell’Ungheria (2.18%) oppure quelli dei Paesi che si attestano attorno o addirittura al di sotto dell’1% (come: Slovenia, Malta, Grecia ed Estonia) – è purtroppo evidente che le ultime prestazioni elettorali dei Verdi italiani, pur registrando una certa crescita dei voti, sono però deludenti ed ininfluenti.

Qualche politologo o commentatore ha provato a dare una spiegazione di questo preoccupante fenomeno, che dopo le elezioni europee ci presenta un’Italia in maggioranza di colore sì ‘verde’, ma nell’accezione introdotta dalla Lega di Salvini, quanto di più lontano può esserci da un movimento ecologista. Se si osserva una cartina, quindi, è impossibile non notare che i Verdi si sono affermati ancor di più in alcune realtà mitteleuropee – come Germania e Francia – e sono significativamente in crescita in altre aree centrali e nordiche, come Austria, Belgio. Lussemburgo, Finlandia, Irlanda e Danimarca. Viceversa, ad eccezione di Spagna e Portogallo, l’affermazione del progetto ecologista dei Verdi stenta ancora ad affermarsi nell’Europa mediterranea.

Una lettura dei risultati elettorali l’ha tentata Mao Valpiana, storico esponente del Movimento Nonviolento italiano, candidato in Europa Verde nella circoscrizione nord-est.

«Nella penisola, anche a causa dello sbarramento al 4%, i Verdi non hanno avuto eletti, hanno raccolto oltre 600 mila voti, fermandosi al 2,3% dei consensi. In Italia hanno prevalso il timore, la paura, la chiusura, il voto maggioritario è andato al partito negazionista della crisi climatica. Questo è un fatto politicamente molto grave e preoccupante. […] Il tema cruciale della campagna elettorale, in Europa, era la politica climatica e ambientale, e i verdi hanno riscosso la fiducia degli elettori. Non a caso anche tra gli italiani all’estero i Verdi sono la quarta formazione politica scelta». [i]

Tale analisi delle ragioni del non-voto verde in Italia mi sembra in larga parte condivisibile. È evidente infatti che inseguire il cosiddetto ‘voto utile’ ha portato i nostri concittadini a premiare ancora una volta i partiti maggiori e le coalizioni di quelli minori. Certo, il timore di sprecare il proprio voto, ma anche la chiusura verso un messaggio di profondo cambiamento della mentalità potrebbero essere stati dei motivi per cui i Verdi italiani non sono riusciti a raccogliere i consensi necessari ad esprimere almeno un proprio esponente al Parlamento europeo. Ma si tratta solo di scarsa motivazione degli elettori, oppure il problema vero è altrove, cioè nella capacità effettiva che gli eredi del ‘sole che ride’ hanno di rappresentare un riferimento chiaro ed affidabile?

Greta si è fermata ad Eboli?

L’amico Valpiana – cui mi legano decenni di comuni battaglie antimilitariste e nonviolente – si sbilancia in un accenno di analisi sociologica, affermando:

«… nel nostro paese prevale ancora il voto per un interesse personale, mentre oltralpe il voto è legato ad un interesse collettivo…» [ii].  

Mi sembra onestamente uno stereotipo piuttosto scontato e banale, che attribuisce ai popoli d’oltralpe un idealismo politico ed una coscienza civica assai superiore a quella del comune homo italicus (soprattutto se meridionale, da sempre bollato col marchio del ‘familismo amorale’ e simili luoghi comuni…). Dall’insistenza sull’affermazione del candidato verde sud-tirolese e dall’accenno al dato che in alcune zone del nord-est italiano si è sfiorato il 10% di consensi, in effetti, mi sembra di avvertire una scarsa fiducia nella possibilità che il movimento ecologista possa affermarsi al di sotto dell’area cispadana. Ma è davvero il caso di tirare in ballo la mai sopita contrapposizione tra la cultura ‘collettiva’ mitteleuropea ed una visione individualista ed anarcoide che sarebbe tipica dei ‘sudisti’? I risultati elettorali conseguiti in Italia da formazioni politiche minori come La Sinistra, +Europa e Verdi – schiacciati nella morsa di un centro-nord a maggioranza leghista e di un meridione prevalentemente pentastellato – mostrano più in generale quanto purtroppo sia poco radicata una visione politica alternativa a quella rappresentata dall’attuale maggioranza populista-identitaria. Mi sa quindi che c’entra poco l’interesse collettivo cui si riferiva Valpiana, dal momento che, pur con alcune interessanti eccezioni – l’onda verde suscitata in particolare tra i giovani dalla protesta ecologista senza se e senza ma, incarnata dalla figura di Greta Thunberg, si è fermata molto prima di giungere alla fatidica Eboli…

Le ragioni sono diverse ed alcuni anni fa qualcuno aveva provato ad analizzarle in modo più scientifico, impostando un’accurata ricerca su alcune ipotesi di lavoro. Si tratta di uno studio comparativo svolto alla fine del 2017 da Zack P. Grant e James Tilley – dal significativo titolo “Terreno fertile: come spiegare le variazioni nel successo dei Verdi europei” – nel quale si utilizzano una grande quantità di dati elettorali, relativi a 32 Paesi nel corso di 45 anni, per verificare le cause dell’affermazione dei Verdi, a partire da alcune differenti teorie.

«I partiti verdi vanno bene nelle società con conflitti post-materialisti causati da alti livelli di ricchezza o dalla presenza di una tangibile controversia ambientale […] Mentre i partiti tradizionali possono scalzare i giovani partiti verdi adottando la questione ambientale, questo effetto è invertito una volta che i Verdi sono sopravvissuti a un certo numero di elezioni». [iii]

La ricerca parte dalla distinzione tra le tre possibili fonti di tale successo: domanda da parte degli elettori, vincoli istituzionali ed opportunità politica fornita dagli stessi partiti tradizionali. Nel primo caso, la crescita dei voti verdi sarebbe attribuibile allo sviluppo economico e/o allo sviluppo dell’energia nucleare, mentre l’aumento della disoccupazione agirebbe in senso contrario. Nel secondo caso, invece, il decentramento politico-amministrativo e l’impiego di un sistema elettorale proporzionale giocherebbe a favore dei Verdi. Infine, prendendo in esame le opportunità politiche, la sesta ipotesi vedrebbe la crescita elettorale dei partiti della sinistra radicale inversamente proporzionale a quella dei quelli verdi, laddove la settima ed ultima sottolinea che una strategia ‘accomodante’ da parte dei partiti più importanti svantaggerebbe quelli verdi, mentre strategie di netta contrapposizione li rafforzerebbero.

Dove il gira-sole non ride

Osservo che, pur trattandosi di una seria ricerca, i suoi risultati corrispondono solo in parte alla travagliata vicenda dei Verdi italiani. Essi sono effettivamente nati nella seconda parte degli anni ’80 sull’onda della protesta antinucleare ed è pur vero che in una realtà sociale contrassegnata dalla crisi economica e dalla disoccupazione l’affermazione di un progetto politico caratterizzato da priorità ambientaliste risulta difficile. Ė peraltro innegabile che una realtà amministrativa accentrata come quella italiana, caratterizzata per molti anni anche da un sistema elettorale maggioritario e che premiava le coalizioni, non ha sicuramente agevolato formazioni minoritarie come i Verdi.  Qui però i punti di contatto con lo studio in questione si esauriscono, anche se non è da escludersi che strumentali aperture ‘ambientaliste’ da parte dei tradizionali partiti italiani abbiano sottratto ulteriormente consensi ad una formazione spiccatamente ambientalista. La vera questione, il suo nodo critico, riguarda invece l’identità dei Verdi del ‘sole che ride’ o, per meglio dire, l’immagine che essi hanno saputo trasmettere (e lasciare di sé) agli Italiani.

Nel suo articolo, Mao Valpiana attribuisce la colpa della loro mancata affermazione di Europa Verde – pur in presenza di un’indiscutibile green wave – a tre fattori principali. Il primo è quello riconducibile al sistema elettorale, col suo sbarramento al 4%. Il secondo è l’oscuramento mediatico da cui sarebbero stati penalizzati. Il terzo, e più importante, è che:

«…l’esito generale, in Italia, invece, ha rispecchiato le previsioni di una campagna elettorale molto nazionale, compressa nella politica interna, dove i temi europei non erano presenti, e ciò contribuirà ad isolare ancor più il nostro paese nell’Unione». [iv]

Pur dando per scontato che un ‘vaso di coccio’ come quello degli ecologisti è comunque penalizzato in una competizione con ‘vasi di ferro’ e che i media tendono da sempre ad ignorare o a banalizzare le battaglie dei Verdi, non si può negare d’altronde che se la sensibilità dell’elettorato italiano nei confronti delle tematiche ambientaliste resta piuttosto limitata, la responsabilità è anche di chi, in questi anni, ha fatto ben poco per accrescerla. L’aver distinto nettamente le battaglie di natura ecologista da quelle socio-economiche è stato, a mio giudizio, un grave errore dei Verdi italiani, che ha implicitamente rafforzato il luogo comune secondo il quale l’ambientalismo è fatto per chi ha la pancia piena e non ha bisogni primari da soddisfare.

Che occuparsi di salvaguardia dell’ambiente sia un vezzo radical-chic, infatti, era e resta un’opinione che avrebbe dovuto essere smentita coi fatti più che a parole, evidenziando il nesso profondo tra devastazione del patrimonio naturale ed avidità di chi persegue solo il profitto e respinge ogni interesse collettivo. È vero che la recente campagna elettorale italiana per le Europee ha avuto un taglio troppo ‘interno’, escludendo temi-chiave di natura transnazionale ed internazionale e richiudendosi in una visione identitario-protezionista. Ma una realtà prevalentemente ecologista come i Verdi avrebbe comunque dovuto cogliere (e denunciare) il legame fra politiche securitarie ed identitarie e conseguente chiusura ad ogni vincolo/accordo internazionale a tutela dell’ambiente naturale, sottoposto alla stessa logica di mercificazione e sfruttamento selvaggio cui sono condannati gli esseri umani.

Daltonismo o miopia politica?

Scrive Valpiana che: «…il tema cruciale della campagna elettorale, in Europa, era la politica climatica e ambientale, e i verdi hanno riscosso la fiducia degli elettori».[v]  

Sarebbe però ingenuo – o addirittura fuorviante – far credere che una proposta politica incentrata sul contrasto al cambiamento climatico e sull’urgenza di uscire dalle fonti energetiche fossili non abbia alcun rapporto con una trasformazione economico-sociale radicale e molto più ampia, in Europa e a livello globale. Ė proprio quello che alcuni partiti verdi europei di grande successo hanno viceversa sottolineato nei loro commenti, come nel caso di Terry Reintke, parlamentare europea eletta tra i Grünen tedeschi:

«Ovviamente la crisi climatica darà una priorità, soprattutto perché lo spazio per intervenire è molto breve. Ma è un’analisi troppo ristretta dire che il sostegno fosse solo per questo. Le persone hanno votato per noi in gran numero anche perché siamo un partito molto credibile in tema di democrazia, di stato di diritto e di diritti umani. Consideriamo l’Unione europea non solo un’unione economica ma un’unione di valori. Essa deve essere più equa e socialmente giusta. Questa sarà una priorità per noi nelle trattative». [vi]

Nel commento di Mao Valpiana, poi, si parla del rischio di ‘daltonismo’ politico, che confonderebbe l’opzione verde con quella ‘rossa’ della sinistra, lasciando intendere che questo equivoco ne avrebbe condizionato negativamente i risultati elettorali.

«Sostenere che la Sinistra e i Verdi sono la stessa cosa, è come non saper distinguere il rosso dell’alt e il verde del via libera al semaforo: un errore clamoroso. I Verdi sono riuniti nella famiglia Grunen/Ale (Alleanza Libera Europea), mentre la Sinistra confluisce nel Gruppo Gue/Ngl (Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica); sono due formazioni distinte, con programmi, storie e prospettive politiche differenti, anche se vi possono essere molte convergenze programmatiche». [vii]

È evidente che verdi e sinistra sono due soggetti distinti, ma è altrettanto evidente che non esiste nessuna autentica green revolution che non passi per il superamento dell’attuale modello di sviluppo, fondato su un capitalismo selvaggio e senza regole, fonte di sempre crescenti disuguaglianze, di pesanti violazioni dei diritti umani e d’insidiose minacce alla pace.  Non ha senso difendere l’ambiente senza impedire anche che si perpetui la logica predatoria che ne minaccia le risorse e gli equilibri naturali. Si tratta in questo caso non di ‘daltonismo’ ma – come ho sottolineato in un precedente articolo [viii] – di una diffusa forma di miopia politica, che impedisce di vedere le cose in una prospettiva più ampia, costringendo a limitarsi ad una visione ristretta e parziale della realtà.

I Verdi italiani hanno sprecato troppo tempo a prendere le distanze dalla sinistra o – anticipando i Cinquestelle – a dichiararsi né di destra né di sinistra, pur di non compromettere la possibilità di entrare in amministrazioni locali, regionali ed al governo. Ma questa politica ondivaga ed opportunista non ha pagato se, comunque, non ha impedito a questa formazione politica di scomparire progressivamente dalla scena, a partire dalla seconda metà degli anni ’90. E non perché, nel frattempo, gli altri partiti avessero effettivamente assorbito e fatto proprio il messaggio dei verdi, rendendone pleonastica o inutile la presenza. Neppure perché l’associazionismo ambientalista era diventato, di fatto, l’interlocutore delle istituzioni, accrescendo il peso di questa nuova lobby a discapito del partito verde.  La crisi dei Verdi italiani ha avuto ben altre cause ed è dal riconoscimento di questi punti di fragilità che bisogna partire, se si vuole rilanciare un soggetto verde credibile e capace di un vero radicamento nella nostra società.

Un movimento eco-socio-pacifista

Condivido in pieno l’intervento di Mao Valpiana quando rivendica ai Verdi – una delle poche organizzazioni politiche transnazionali e collegate da un progetto in larga parte comune – l’identità non solo ambientalista, ma anche ecopacifista e nonviolenta. Rilanciare in Italia il soggetto politico verde, infatti, significa riallacciarlo alla sua storia, alle sue radici di movimento federativo e dal basso, che si batteva non solo per una politica ecologica, ma anche per l’ecologia della politica. Ma in che modo e con quali mezzi è possibile riprendere questo percorso?

«Sappiamo che i mezzi, il metodo di lavoro, gli strumenti che utilizziamo, sono tanto importanti quanto il fine. Dunque dobbiamo adottare il metodo della nonviolenza anche nei rapporti e nell’organizzazione interna (cosa che non abbiamo visto in campagna elettorale) […] Oggi il nostro unico leader è il bel simbolo elettorale che ci ha uniti. Le leadership non sono quelle costruite a tavolino, o per diritto di presenza, o con una mozione. La vera leadership emerge naturalmente, ha una sua forza propria, non si inventa. O c’è o non c’è. Quando c’è è espressione del potere di tutti, ed è sempre una leadership collettiva. […] Pace con la natura e pace tra le persone e i popoli, può essere la sintesi del nostro programma. Non c’è ecologia senza pace, e non c’è pace senza ecologia. La giustizia ambientale e la giustizia sociale trovano una risposta comune nella politica di disarmo: reperire risorse dalla drastica riduzione delle spese militari, per finanziare le politiche ambientali, sociali e gli strumenti necessari alle soluzioni nonviolente dei conflitti. Ecologia e Nonviolenza sono le due gambe sulle quali deve camminare il nostro progetto politico». [ix]

Bisogna sottolineare che il malinconico tramonto del nostro ‘Sole che ride’ va ricondotto soprattutto alla rincorsa ad un successo elettorale fragile, guidato da una leadership personalistica, accentratrice e che non ha saputo far maturare una guida condivisa e collettiva. Ciò non ha agevolato l’effettivo radicamento sul territorio dei gruppi locali iniziali e di quelli creati successivamente, spesso secondo logiche puramente strumentali ed elettoralistiche. La presenza verde non era stata costante e visibile neppure negli anni in cui il “non-partito” verde riscuoteva un discreto successo. Ovviamente, in seguito, è stata quasi del tutto oscurata dal tramonto della sua ‘stella-guida’ e si è quasi polverizzata negli anni successivi, delegando di fatto l’istanza ecologista alle associazioni ambientaliste (che sono altro) ed al trasformismo camaleontico dei partiti tradizionali.

Ammettiamolo: recuperare anni d’inerzia, di rassegnazione e di silenzio non è per nulla facile, ma è comunque possibile. La condizione indispensabile, però, è l’abbandono delle strategie minimaliste di chi persegue in modo miope solo i risultati elettorali, riprendendo invece lo slancio ideale e civile caratteristico d’un progetto globale, pur radicalmente alternativo al comune sentire. C’è bisogno di guardare al futuro senza rinnegare il passato, di energie nuove che si mettano in gioco, d’impegno continuativo sul territorio e di rinnovato entusiasmo. Il recente Manifesto dei Verdi Europei è un documento prezioso in tal senso, in quanto ci presenta un progetto politico estremamente compiuto e non settoriale, nel quale la difesa del Pianeta in pericolo si coniuga con quella delle persone e dei loro diritti umani, civili e sociali.

«Preservare l’ambiente è anche un problema sociale. Il danno ambientale colpisce in modo spesso sproporzionatamente pesante coloro che stanno già lottando, come le comunità a basso reddito ed i paesi poveri, per non parlare delle generazioni future. I progetti per le grandi opere devono essere implementati solo dopo adeguate consultazioni con le popolazioni locali. Noi siamo per la giustizia ambientale. La transizione ad un’economia verde non si verificherà dal giorno alla notte e non sarà sempre facile. I lavoratori e le regioni hanno bisogno di una giusta transizione verso mezzi di sussistenza sostenibili. Dovrebbe essere istituito uno speciale schema europeo per finanziare la riqualificazione e la creazione di nuovi posti di lavoro, fornendo assistenza sociale ed alleviando i timori». [x]

Progetto eco-solidale e nonviolento

Rilanciare il progetto verde anche in Italia, a mio avviso, non va inteso come un modo per cogliere una situazione internazionalmente favorevole ed un’accresciuta sensibilità ai problemi del cambiamento climatico. Sarebbe un’operazione politicamente miope ed eticamente poco sostenibile. Riproporre nella sua globalità la proposta alternativa dei Verdi, viceversa, richiede uno sforzo culturale per uscire dal provincialismo della politica nostrana, molta determinazione e strategie comunicative ben precise. Questo soprattutto in una fase storica in cui prevalgono le semplificazioni strumentali e la banalità degli slogan, mentre le ideologie sono scalzate da un pensiero ‘debole’ dietro cui, in effetti, si cela l’omologazione del pensiero unico, agevolata soprattutto tra i giovani dal subdolo dominio del ‘grande fratello’ mediatico.

«C’è un largo potenziale in un’economia equa, sociale, collaborativa e che si faccia carico delle persone. Nuove forme di economia possono conciliare la ricerca del profitto con l’inclusione sociale e la democrazia politica. Le normative europee dovrebbero consentire strumenti alternativi, come le cooperative, la raccolta diffusa di fondi e l’imprenditorialità sociale. Tutti dovrebbero avere accesso alle risorse condivise – note come ‘beni comuni’ […] Le comunità in tutta l’Europa dovrebbero essere incoraggiate a sviluppare alternative sostenibili ed accessibili ai correnti ruoli dominanti dell’economia di mercato e delle sue lobbies. Il prodotto interno lordo è una misura inadeguata del progresso sociale. Noi vogliamo integrarlo con parametri alternativi, che riflettano le preoccupazioni sociali ed ambientali». [xi]

I Verdi non possono ripresentarsi agli Italiani solo come i portatori del verbo ambientalista, trascurando di dire la loro su problematiche sociali fondamentali come il contrasto alla disoccupazione, la sicurezza delle comunità o la questione migratoria. Un’economia ‘verde’ non dovrebbe essere soltanto ecologicamente più ‘sostenibile’ (termine ormai diventato ambiguo…) ma soprattutto alternativa alla logica del profitto, dell’accumulazione di capitali e dello sfruttamento parallelo delle risorse, umane ed ambientali. Il rischio, in caso contrario, è quello di restare afoni e poco incisivi, politicamente ibridi ed elettoralmente del tutto ininfluenti.

La partecipazione sociale, il decentramento amministrativo, il rispetto delle differenze, il rifiuto delle discriminazioni e di ogni forma di razzismo vanno di pari passo con la realizzazione di una società non più viziata da una visione antropocentrica, rispettosa della biodiversità, aperta al mondo ma non globalizzata, solidale e comunitaria ma senza rigurgiti nazionalisti.  Una società nonviolenta, dove i conflitti non si esorcizzano ma si risolvono in modo creativo e non distruttivo. Una comunità capace di costruire relazioni pacifiche e, allo stesso tempo, di opporsi fermamente al perverso intreccio fra produzione ed esportazione di armamenti e proliferazione di conflitti armati.

«L’Europa ha bisogno di essere più attiva nella ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti, sia prossimi sia esterni. Vogliamo investire pesantemente nella prevenzione civile dei conflitti, nella mediazione, nella riconciliazione e nel mantenimento della pace.  Affrontare le cause alla radice del conflitto è più facile e più umano che occuparsi delle conseguenze. Ci opponiamo allo spostamento dei fondi europei per finalità militari. Una sicurezza ed una stabilità durevoli non possono essere costruite con le armi». [xii]

Come allargare la base dei Verdi

Uno degli errori che, a mio giudizio, sono stati compiuti da chi ha guidato per un decennio i Verdi italiani è stato quello di chiudersi in una struttura di partito centralizzato ed autoreferenziale, dopo aver affermato (con un’ironia che oggi scopriamo quasi profetica…): “i partiti sono partiti”.  Quello strumentale cambio di rotta, infatti, comportò da un lato il rifiuto dell’ideologia verde (e quindi di quella visione globale che fa parte del pensiero ecologista), in nome di un pragmatismo anti-intellettualistico. Dall’altro, ha indotto a costruire un partito sulla misura del suo leader, contraddicendo clamorosamente ciò che si era predicato a lungo a proposito della ‘ecologia della politica’ e, quindi, del rifiuto dei discutibili e sbrigativi metodi di controllo del potere in una tradizionale forza politica.

Un altro errore che vorrei sottolineare, affinché non si ripeta, è stato quello di sottovalutare il contributo che potrebbe venire ad una forza politica verde dal rapporto con interlocutori esterni, ma credibili ed attivi sul territorio. Mi riferisco ovviamente alle spesso travagliate relazioni col mondo dell’associazionismo ambientalista e protezionista (a sua volta sospettoso nei confronti di un ‘partito’ che avrebbe potuto fagocitarlo), ma anche all’assenza totale di rapporti di collaborazione con le organizzazioni pacifiste, nonviolente ed anti-globalizzazione, con le associazioni del mondo del consumerismo, della cooperazione e della solidarietà sociale, nonché con le realtà ecclesiali di base.  

Il terzo errore che riscontro è stato quello di oscillare – una volta costituiti i Verdi come partito – tra una gestione accentrata ed una federativa. Un elementare principio di rispetto delle diversità e tipicità di ogni realtà regionale e locale, infatti, richiedeva una struttura decentrata e federale. Questo giusto principio, però, è stato frainteso, come se si trattasse d’una sorta di strutturazione ‘feudale’, laddove ogni organismo regionale veniva reso praticamente autonomo, ma sottoposto alla guida attenta di un ‘vassallo’ del principe. Il risultato è stato l’azzeramento del confronto democratico, ma parallelamente l’assenza di un effettivo coordinamento politico del partito nazionale, che ha selezionato la sua dirigenza non su criteri qualitativi, ma solo in base alla fedeltà a chi lo guidava a livello nazionale.

Quest’analisi che si riferisce al passato dei Verdi non ha alcuna finalità polemica, ma solo l’intento di contribuire ad evitare che l’auspicabile rilancio in Italia di un soggetto politico verde possa ricorrere nuovamente a formule sbagliate, come il leaderismo, l’opacità organizzativa e l’opportunismo un po’ cinico di chi cerca scorciatoie per affermarsi.

La centralità della crisi climatica e l’urgenza di una svolta energetica sono e restano questioni basilari per i Verdi. Bisogna però ripartire da un’agenda politica più ampia ed articolata, evitando di alimentare la strumentale contrapposizione tra le istanze ambientaliste e quelle socio-economiche. Il Manifesto dei Verdi Europei mi sembra già un buon documento da cui partire, senza dimenticare quelli che sono i quattro ‘pilastri’ dei Verdi a livello internazionale: Saggezza ecologica, Giustizia Sociale, Democrazia dal basso e Nonviolenza.[xiii]  Non bisogna assolutamente trascurare, infine, il grande ed autorevole contributo che le Chiese Cristiane (cattolica, ortodossa e riformate) stanno dando da decenni all’approfondimento del pensiero ecologista ed al collegamento tra la ‘salvaguardia del Creato’ e le altre due fondamentali dimensioni evangeliche della Pace e della Giustizia.

Anche il rapporto dei Verdi con la Sinistra, pur tenendo conto delle ovvie differenze ideologiche, dovrebbe diventare meno superficiale più attento e produttivo, non di certo per mettere insieme frettolosamente traballanti e poco convincenti coalizioni elettorali (come già successo in passato), bensì per contrastare sia l’ondata nazional-populista e neo-fascista che sta pesantemente inquinando la politica italiana, sia il neo-liberismo che ha contagiato a lungo sia la destra sia la sinistra moderata del nostro Paese.

Allargare la base potenziale dei Verdi a soggetti diversi ma coerenti, dunque, dovrebbe essere un obiettivo strategico da perseguire con costanza, senza dimenticare però che l’attuale struttura organizzativa della Federazione è ridotta da tempo ad una scatola vuota e scarsamente significativa. Il primo impegno da perseguire, quindi, resta la costruzione di una struttura nazionale decentrata e federale, ma non per questo meno efficiente, in cui finalmente ci si possa confrontare democraticamente, decidendo insieme il percorso da compiere ed i mezzi da utilizzare più coerenti con le finalità perseguite.

Chiudo con parole che sintetizzano la profetica proposta di Alex Langer, figura esemplare dell’ecopacifismo italiano, che dopo tanti anni può ancora illuminarci nella ricerca della strada giusta:

«Per prevenire il suicidio dell’umanità e per assicurare l’ulteriore abitabilità del nostro pianeta e la convivenza tra i suoi esseri viventi”, è necessaria una “svolta” che deve puntare a “opportunità reali di auto-sviluppo” per cui diventano imprescindibili “processi di disarmo e smilitarizzazione ed un enorme sforzo teso alla riduzione della violenza, dell’eccessiva competizione, della miseria, della distruzione».[xiv]


N O T E


[i] Mao Valpiana, Dopo le elezioni europee, dove vanno i verdi italiani? Un contributo al dibattito, 12.06.2019  > https://www.pressenza.com/it/2019/06/dopo-le-elezioni-europee-dove-vanno-i-verdi-italiani-un-contributo-al-dibattito/

[ii]  ibidem

[iii] Zack Grant & James Tilley, “Fertile soil: explaining variation in the success of Green parties”, West European Politics,

Volume 42, 2019 – Issue 3 (pp. 495-516) > https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/01402382.2018.1521673 (trad. mia).

[iv] Valpiana, op. cit.

[v]  Ibidem

[vi] Emma Graham Harrison, “A quiet revolution sweeps Europe as Greens become a political force”, The Guardian, 2 June 2019 > https://www.theguardian.com/politics/2019/jun/02/european-parliament-election-green-parties-success (trad. mia).

[vii]  Valpiana, op. cit

[viii]  Ermete Ferraro, “Oftalmologia politica” (03.02.2019) > https://ermetespeacebook.blog/2019/02/03/oftalmologia-politica/

[ix]  Valpiana, op. cit.

[x]  European Green Party, 2019 Manifesto as adopted by EGP Council, Berlin, 23 – 25 November 2018, p. 5 > https://europeangreens.eu/sites/europeangreens.eu/files/Adopted%20%20EGP%20Manifesto%202019.pdf

[xi]  Ibidem, p. 8

[xii] Ibidem, pp. 13-14

[xiii] Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/Green_politics  e https://www.globalgreens.org/who-we-are

[xiv] Davide Musso, “Una vita più semplice – Alla ri-scoperta di Alex”, Altreconomia, n. 62, Giugno 2005 > https://altreconomia.it/una-vita-piu-semplice-alla-ri-scoperta-di-alex-ae-62-2/


© 2019 Ermete Ferraro

4 Aprilante…anni 70 !


Perché 70 anni di Alleanza Atlantica sono 70 di troppo.

Sette decenni di ‘protezione’ non richiesta

Il 4 aprile 2019 la NATO (Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico [i]) compie 70 anni. Nel 1949, proprio in quella data, fu infatti costituita a Washington dai suoi 12 Paesi fondatori come alleanza militare, che avrebbe dovuto difenderci da un ipotetico attacco armato contro gli stati europei e nord-americani, fronteggiando un’ipotetica minaccia militare da parte dell’Unione Sovietica. Eppure già da allora essa non si opponeva ad un’analoga coalizione militare, dal momento che il Patto di Varsavia [ii] fu sottoscritto dall’U.R.S.S. e da altri sette paesi comunisti solo sei anni dopo, nel 1955, proprio per contrapporsi alla preesistente Alleanza Nord-Atlantica.

Oggi, settant’anni dopo, quel Trattato non ha comunque alcun senso, essendo sparito dal 1991 l’antagonista da cui avrebbe dovuto proteggerci. Questo però non ha impedito alla NATO – comprendente nel frattempo 29 membri – di diventare ancor più aggressiva e di allargare i propri interventi molto al di fuori del territorio di sua competenza. La finalità stessa di quell’Alleanza – non più strettamente difensiva né con un ambito d’intervento delimitato – era in effetti già stata modificata nel 1999, grazie all’ambiguo “nuovo concetto strategico”.

« Esso mette in grado una NATO trasformata di contribuire al contesto di sicurezza in evoluzione, sostenendo la sicurezza e la stabilità con la forza del suo impegno collettivo per la democrazia e per la risoluzione pacifica delle dispute. Il Concetto strategico guiderà la politica di sicurezza e di difesa dell’Alleanza, i suoi criteri operativi, l’assetto delle sue forze convenzionali e nucleari e l’organizzazione della difesa collettiva, e sarà via via sottoposto a revisione alla luce della evoluzione del contesto di sicurezza…» [iii]

La prevalenza dei concetti strategici di ‘stabilità’ e ‘sicurezza’ su quello di  ‘difesa’ e di ‘risoluzione pacifica’ delle controversie internazionali, infatti, serviva a legittimare anche ciò che non era stato previsto nel trattato istitutivo, rendendo così l’Alleanza più flessibile ed estendendone i confini.

A 70 anni dalla sua costituzione la NATO conferma la sua natura di patto militare – al di là delle belle parole sulla cooperazione e la pace – presentandosi come l’unica ‘protezione’ sia contro l’integralismo islamico sia contro le mire ‘aggressive’ della Russia.

«Priorità odierna – dichiara il generale Scaparrotti  [finora Comandante Supremo Alleato in Europa] – è quella che le infrastrutture europee siano potenziate e integrate per permettere alle forze Usa/Nato di essere rapidamente posizionate contro «l’aggressione russa». La Nato sotto comando Usa prosegue così da settant’anni di guerra in guerra. Dalla guerra fredda, quando gli Stati Uniti mantenevano gli alleati sotto il loro dominio, usando l’Europa come prima linea nel confronto nucleare con l’Unione Sovietica, all’attuale confronto con la Russia provocato dagli Stati Uniti fondamentalmente per gli stessi scopi». [iv]

A Washington, dunque, il prossimo 4 aprile si riuniscono i 29 ministri degli Esteri dei Paesi aderenti alla NATO per festeggiarne i sette decenni di esistenza e per rinsaldarne i vincoli, compreso ovviamente quello che li impegna a compensare adeguatamente la ‘protezione’ che i rispettivi popoli subiscono da altrettanti anni, sotto forma di occupazione militare del loro territorio, espropriazione della loro stessa autonomia e sudditanza totale agli USA.

I ‘70 candelotti esplosivi’ di cui parlava Dinucci nel brano citato sembrano rimarcare la quasi ineluttabilità quell’ingombrante ‘protezione’ di stampo quasi mafioso, il cui prezzo nel frattempo è diventato sempre più alto, incidendo sulla crescita dei bilanci della difesa dei singoli stati. Bisogna fare chiarezza sul ruolo strategico della NATO e sulle conseguenze della sua invadenza militare, che limita la sovranità nazionale, occupa militarmente i territori e ne minaccia la sicurezza. Ecco perché 70 anni di occupazione alleata sono 70 di troppo !

Napoli nel controllo USA del Mediterraneo

Lo stemma del Comando Alleato del Sud Europa (JFC Naples)

Napoli – all’interno di una delle regioni più militarizzate d’Italia – dal 1951 è stata sede del Comando sud-europeo della NATO (AFSOUTH, poi JFC), al cui vertice c’è sempre stato lo ammiraglio statunitense che comanda la VI Flotta della US Navy, competente per Mediterraneo, Atlantico ed Africa.

Ebbene, da noi è diffusa un’antica locuzione che richiama la fatidica data di nascita dell’Alleanza Nord- Atlantica: “Quattro aprilante, giorni quaranta”. Nella cultura popolare, infatti, le condizioni meteorologiche rilevate il 4 di aprile condizionerebbero i seguenti quaranta giorni, circostanza peraltro parzialmente avallata anche da alcuni studi scientifici. [v] In questo caso – direbbe Totò – si è voluto proprio esagerare, in quanto circa 70 anni di subalternità ai ‘liberatori alleati’ sono troppi anche per un territorio assuefatto da secoli ad occupazioni straniere di ogni tipo.

Il mio impegno antimilitarista risale agli anni ’70, ma è soprattutto dal 1999 che cerco di approfondire la natura e le conseguenze dell’occupazione militare della Campania e dell’area metropolitana di Napoli, che non solo non ha prodotto alcun risultato positivo, ma ha esercitato (e continua ad avere) un pesante impatto sociale, politico ed ambientale sul nostro territorio. In un articolo del 2013, ad esempio, avevo già evidenziato come quella che era chiamata Campania Felix sia purtroppo diventata da molto tempo una Campania Bellatrix.

«Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale. Eppure il fatto che otto installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini. Sarà perché questo genere d’informazioni circolano poco e si fatica molto a farle conoscere. Sarà perché da anni le persone si sono abituate a vedere soldati col mitra che presidiano strade, tribunali e perfino discariche…» [vi]

La NATO non solo da 70 anni è di casa a casa nostra, ma ha progressivamente trasformato il nostro territorio nel centro operativo della sua strategia di controllo dell’area mediterranea, balcanica e nord-africana Tutto ciò avviene nel silenzio complice – se non compiaciuto – di chi ci governa dal secondo dopoguerra, calpestando l’art. 11 della Costituzione in nome di quella protezione che gli USA ci hanno fatto pagare a caro prezzo, ma ora ci costa anche di più. 

In un successivo approfondimento del 2015 ho coniato quattro parole per sintetizzare i vari aspetti di questa sudditanza politico-militare: CondanNATO, ContamiNATO, AlleNATO e MariNATO. Se il primo falso-participio evocava la ‘condanna’ che dal 1945 ci obbligherebbe a rimanere colonia di chi ci aveva ‘liberato’; il secondo alludeva invece al sottovalutato impatto ambientale della militarizzazione-nuclearizzazione di terra, mare ed aria. Gli altri due termini si riferivano alle continue esercitazioni militari congiunte, di cui Napoli e la Campania sono il comando operativo più che lo scenario, ed alla crescente caratterizzazione mediterranea della strategia della NATO, che coinvolge  soprattutto Campania e Sicilia.

«Questo redivivo Regno delle Due NATO mantiene infatti la sua indiscussa capitale nella Città Metropolitana di Napoli (in cui ricadono lo stesso capoluogo ma anche l’intera area domiziano-giulianese), ma si allarga fino a comprendere le basi alleate e statunitensi sparse nella Trinacria, da quella aerea principale di Sigonella al MUOS di Niscemi, passando per Augusta, Trapani, Pantelleria e Lampedusa […] E’ impossibile ignorare l’ingombrante presenza di quell’esercito di occupazione che, dalla fine della seconda guerra mondiale, continua a ‘proteggerci’ , da Aviano  fino a Trapani. Così come dovrebbe essere difficile non notare che l’Italia stessa, anche a prescindere dalle truppe USA e NATO che vi si sono stanziate, è già uno di per sé uno dei paesi più militarizzati al mondo…» [vii].

Dalle favole alla realtà dei fatti

La propaganda ‘atlantista’ ci ha ammannito una serie di storie prive di fondamento e che cozzano con la vera Storia. La celebrazione del settantennio della NATO offre adesso un’ulteriore occasione per tali celebrazioni retoriche, ma proprio per questo dobbiamo assolutamente demistificare quelle distorte narrazioni, alla luce dei fatti piuttosto che degli spot mediatici. In un volantino preparato per la manifestazione antimilitarista napoletana in occasione di tale ‘ricorrenza’, abbiamo cercato di sintetizzare così tale messaggio alternativo:

«VI HANNO RACCONTATO CHE:

•      La NATO in questi anni avrebbe garantito la convivenza pacifica in Europa e nell’area medio-orientale, ‘difendendoci’ da potenziali invasioni e dalle guerre. Ma  in questi decenni la NATO è intervenuta militarmente in vari scenari di guerra (Bosnia, Serbia, Kosovo, Afghanistan, Libia…), coinvolgendo anche l’Italia.

•      La NATO – con la sua stessa presenza – avrebbe difeso  l’indipendenza e la sicurezza dell’Italia e degli altri Stati suoi alleati. Ma la militarizzazione del territorio e dei mari italiani riduce  di fatto la nostra sovranità, mette a rischio pace e sicurezza e tradisce l’art. 11 della Costituzione.

•      Comandi, basi, aeroporti e porti controllati o gestiti dalla NATO non avrebbero alcun impatto sulla salute degli abitanti e sull’ambiente in cui si trovano, ragion per cui non di sarebbe nulla di cui preoccuparsi. Ma la presenza militare NATO – comprendente impianti radar, bunker atomici, natanti a propulsione nucleare – mette in pericolo la sicurezza e la salute dei residenti ed è fonte d’inquinamento ambientale.

•      L’Italia contribuirebbe troppo poco al finanziamento dell’Alleanza Atlantica, per cui è stata richiamata a prevedere una spesa maggiore per la Difesa e per gli armamenti, di cui è tra i primi esportatori. Ma nel 2018 l’Italia ha speso per la Difesa ben 25 miliardi di euro (1,4 del PIL), aumentando il relativo bilancio del 4% rispetto al 2017.

•      L’ipotesi dell’uscita dell’Italia dalla NATO sarebbe  improponibile e anticostituzionale, per cui non ci resta che rimanere vincolati all’Alleanza Atlantica. Ma la nostra permanenza nella NATO – da quasi 30 anni alleanza non più difensiva – contrasta con l’art. 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come…risoluzione delle controversie internazionali». [viii] 

Eppure perfino importanti pubblicazioni non certo di parte, come il TIME, avevano già rilevato la ‘obsolescenza’ dell’Alleanza Atlantica, costretta a rincorrere i propri partner per farsi pagare il ‘pizzo’ per la sua protezione ed a reinventarsi nemici e scenari aggressivi pur di giustificare la propria permanenza. In un suo breve saggio del 2012, il politologo Ishaan Tharoor scriveva:

«Ma  il XXI secolo avrà ancora bisogno della NATO? […] La NATO è più rilevante che mai. E’ l’alleanza militare più forte e più di successo del mondo. Ed ora, di fronte alle nuove sfide per la sicurezza, noi l’abbiamo adattata. [Eppure è]…un’organizzazione che cerca una ragione per esistere. Ben lungi dal rappresentare la forza coordinata dell’Occidente, la NATO è diventata il simbolo della sua fragilità […] Una retorica audace ed e una nuova fantastica residenza non cambieranno il fatto che, in definitiva, la sfida che la NATO sta fronteggiando non è quella di una chiara minaccia esterna, ma la sua stessa mancanza…» [ix]

La crisi che sta attraversando, però, non le impedisce affatto di alzare il tiro e di allargare ulteriormente la sua sfera d’influenza, puntando soprattutto su nuovi ‘alleati’ est-europei, rafforzando la sua strategia anti-islamista ed inseguendo nuove ‘guerre umanitarie’.

«Queste attività hanno trasformato la fine della Guerra Fredda da un’opportunità unica per la nuova diplomazia e lo sviluppo pacifico in una nuova era di tensione globale, circondando la Russia e la Cina, creando così le condizioni per una nuova Guerra Fredda, facendo a pezzi le norme legali internazionali, in particolare circa la sovranità nazionale, ed introducendo le false nozioni di “guerra umanitaria” […] Le contraddizioni tra gli Stati della NATO non possono nascondere questo obiettivo comune e l’espansione territoriale permanente della NATO serve a questi scopi. […] Attraverso la modernizzazione completa ed il previsto dispiegamento di nuove armi nucleari da parte degli Stati Uniti, in seguito allo scioglimento del trattato INF, la corsa agli armamenti nucleari sarà alimentata ad un livello mai visto da decenni. Inoltre, la prima strategia di attacco della NATO è una minaccia per il pianeta nel suo insieme». [x]

In tutto il mondo, dagli USA al Regno Unito, dal Belgio alla Germania, dalla Danimarca al Canada [xi], questo ‘quattro aprilante’ 2019 vedrà centinaia di manifestazioni contro l’arroganza di chi da 70 anni ha imposto la sua ‘protezione’, cercando ancora di farci credere orwellianamente che “War is Peace” . Ma protestare non basta. Come nel caso della crisi ecologica, testimoniare in prima persona i valori della nonviolenza attiva, praticarne le già sperimentate strategie di resistenza, contro-informare ed educare alla pace è assolutamente indispensabile. Bisogna però anche mobilitarsi – sempre più collettivamente e non episodicamente – per riaffermare con decisione il diritto di ogni persona e comunità a battersi per l’indipendenza, i diritti umani, la sicurezza e la pace. Cioè proprio per quei valori che 70 anni di Alleanza Atlantica hanno finora calpestato fingendo di difenderli.  

La guerra e la follia nucleare si debbono e si possono fermare, ma bisogna farlo insieme, demistificando in primo luogo il mito della NATO che ci protegge.

© 2019 Ermete Ferraro


Note

[i] Cfr. voce ‘N.A.T.O’ in: en.wikipedia > https://en.wikipedia.org/wiki/NATO  con: ‘Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord’ in it.wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_del_Trattato_dell%27Atlantico_del_Nord#Paesi_fondatori

[ii] Vedi voce ‘Patto di Varsavia’ in: it.wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Patto_di_Varsavia

[iii] L’evoluzione della N.A.TO. – Nuovo concetto strategico (normativa), Centro Studi per la Pace > http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=natoconcept99

[iv] Manlio Dinucci, “Le 70 candeline (esplosive) della NATO”, il manifesto, 02.04.2019 > https://ilmanifesto.it/le-70-candeline-esplosive-della-nato/

[v] Adriano Mazzarella (UniNa), “Quattro aprilante giorni quaranta?…Quasi sì”, Campania Live (04.04.2014) >  http://www.campanialive.it/articoli-meteo.asp?titolo=Quattro_aprilante_giorni_quaranta?._..Quasi_s%C3%AC__

[vi] Ermete Ferraro (2013), Campania Bellatrix”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2013/03/20/campania-bellatrix/

[vii] Ermete Ferraro (2015), “Nato per combattere”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2015/07/28/nato-per-combattere/

[viii] ‘Rete contro la guerra e il militarismo-Campania’  e ‘Napoli Città di Pace’ (a cura di), 70 anni di NATO. 70 anni di troppo! , Aprile 2019.

[ix] Ishaan Tharoor, “Il declino dell’Occidente”, TIME (20.05.2012) > http://www.time.com/time/subscriber/article/0,33009,2115075,00.html  (trad. mia; citato e commentato in: Ermete Ferraro (2012), “L’obsolescenza della NATO, un relitto del passato”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2012/06/14/lobsolescenza-della-nato-un-relitto-del-passato/ )

[x] Kate Hudson, “NATO: 70 Years Too Many” (29.03.2019), Stop the War Coalition > http://www.stopwar.org.uk/index.php/news-comment/3325-nato-70-years-too-many (trad. Mia)

[xi] Un quadro delle iniziative anti-Nato è reperibile sul sito della rete internazionale  No To Nato > https://www.no-to-nato.org/ . A Napoli sono previste due iniziative: la prima si svolgerà  sabato 6 aprile davanti al Comando NATO di Lago Patria (Giugliano-NA) ed è organizzata dal ‘Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del territorio-Campania’ (https://www.facebook.com/events/2240389926212478/ ); la seconda, nel pomeriggio dello stesso giorno, si terrà a via Toledo- Largo Berlinguer a cura della ‘Rete contro la guerra e il militarismo- Campania’ e da ‘Napoli Città di Pace’ (https://www.facebook.com/events/1215556915295188/ ).

Ossigeno Bene Comune ?

Un ambientalismo…creativo

Non si può negare che l’Amministrazione del Comune di Napoli dimostri una notevole fantasia. Una volta si parlava della ‘finanza creativa’ inaugurata da certi governi, ma a quanto pare c’è anche un ‘ambientalismo creativo’. E’ così che accattivanti etichette – come quella dell’Ossigeno Bene Comune  – riescono ad occultare, con la loro evocativa fascinazione, l’oggettiva scarsità di decisioni concrete e di misure effettive adottate in materia di contrasto dei cambiamenti climatici. Basta leggere con attenzione la deliberazione n. 110 della Giunta Comunale di Napoli del 21 marzo 2019, per comprendere come premesse così promettenti ed ecologicamente ineccepibili, vadano progressivamente scemando in un dispositivo deliberativo piuttosto generico e fiacco.

La Giunta di Napoli approva la delibera O.B.C.

Come non essere d’accordo? Nessuna Amministrazione può occuparsi da sola delle complesse problematiche ambientali, senza poter contare sulla “partecipazione e sul coinvolgimento dei cittadini nelle scelte strategiche”, dei quali – come si afferma poco dopo – va “stimolato il senso di responsabilità [con] azioni per l’educazione e la sensibilizzazione, con attenzione all’integrazione tra settori e soggetti diversi”. Peccato, però, che a questo fondamentale aspetto l’Amministrazione de Magistris abbia dedicato uno spazio assai ridotto, se si tiene conto: del ruolo assolutamente ininfluente svolto dal decentramento municipale; dell’incapacità di relazionarsi in modo non solo episodio e simbolico con le associazioni ambientaliste; delle Consulte in materia ridotte ad inutili fantasmi o a pletorici ‘tavoli’ di consultazione; ma soprattutto della scarsa trasparenza dimostrata proprio su alcuni fondamentali punti della pianificazione strategica del Comune in materia ambientale ed energetica.

Priorità enunciate alla prova dei fatti

Efficienza e sostenibilità urbana.

Sono tutte scelte sottoscrivibili, chi lo nega. Il vero problema è che:

  1. dell’attuazione del P.A.E.S.(Piano di Azione dell’Energia Sostenibile) – adottato dal Comune nel 2012 – sia il Consiglio Comunale (cui l’A.C. avrebbe dovuto relazionare ogni anno), sia i cittadini di Napoli continuano ad essere molto poco informati. Sul sito istituzionale (http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/18558 ) compare infatti solo il documento originale, senza alcun aggiornamento sullo ‘stato dell’arte’, per conoscere il quale bisogna andarsi a cercare l’unico monitoraggio svolto (nel 2016) sul sito web in inglese del Covenant of Mayors (https://www.eumayors.eu/about/covenant-community/signatories/progress.html?scity_id=2410 ). Si scopre così che, pur avendo speso oltre la metà del budget previsto,  un terzo delle azioni programmate in materia di produzione elettrica e d’interventi sulle abitazioni non è stato neanche iniziato; è stata realizzata solo la metà di quelle relative all’illuminazione pubblica; si è attuata solo la terza parte delle azioni concernenti i trasporti, mentre le attività riguardanti edifici residenziali ed impianti del settore terziario sono genericamente classificate come ongoing (in corso).
  2. L’auspicato Osservatorio sui cambiamenti climatici nelle città del Mediterraneo è soltanto una suggestiva idea, ma non ha nessuna concretezza pratica, considerato che – non si registra alcun atto politico né amministrativo  in tal senso dell’A.C. napoletana e che l’unico organismo di tale natura (C.M.C.C. – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) è un ente nazionale di ricerca non-profit con cui essa non interagisce.
  3. Anche quella di sostenere gli ecosistemi che compongono la città e la loro messa in rete si rivela solo una lodevole intenzione, visto che – pur consultando l’area tematica del sito comunale dedicata all’ambiente (http://www.comune.napoli.it/ambiente-mare-tutela-animali )   –  non risultano iniziative effettive in tal senso,  sebbene da parte di alcune associazioni ambientaliste (fra cui WWF, VAS e RCCSB) non siano mancate sollecitazioni alla istituzione di osservatori sulla biodiversità urbana e ad una vera pianificazione del verde.
  4. “Monitorare e controllare la qualità dell’aria” è un altro dei buoni propositi della Giunta de Magistris, ma è stato attuato molto parzialmente se si considera che gli unici sette impianti di monitoraggio (gestiti dall’ARPAC Campania: http://www.arpacampania.it/aria )  registrano i tassi d’inquinamento atmosferico solo per alcuni parametri ed in cinque aree urbane (Ponticelli, Ferrovia, Centro, Arenella, Capodimonte e Posillipo) sull’insieme delle dieci municipalità;
  5. “Mitigare i cambiamenti climatici” è ovviamente un altro obiettivo da perseguire, ma lo stato di attuazione del PAES di Napoli non sembra lasciare spazio a grandi speranze, anche se (in base ad una recente classifica sulla vivibilità urbana stilata da Il Sole 24 Ore), su 107 capoluoghi italiani Napoli si piazzerebbe al 43° posto rispetto ai dati meteorologici, in special modo la temperatura media.
  6. Il programma ‘Itinerambiente’: Napoli città dell’hiking urbano” evoca un impegnativo progetto, eppure non si trova alcuna traccia nei provvedimenti comunali  di tale suggestivo quanto misterioso programma di educazione ambientale.
  7. Implementare il ciclo urbano dei rifiuti mediante buone pratiche è l’ultima lodevole priorità cui si fa cenno; peccato però che la percentuale di raccolta differenziata dei R.S.U. negli ultimi 12 mesi tocchi mediamente solo il 37% (fonte: ASIA Napoli https://www.asianapoli.it/raccolta-differenziata/risultati-raccolta-differenziata.html ),  ragion per cui quasi due terzi dei rifiuti di Napoli finiscono negli inceneritori (in Campania ed in altre regioni), oppure prendono strade più traverse e vengono smaltiti illegalmente altrove (il 19 marzo nel Vicentino la GdF ha sequestrato 900 tonnellate di rifiuti misti provenienti dal Napoletano e dal Casertano – fonte: Il Mattino > https://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/choc_in_veneto_900_tonnellate_di_rifiuti_da_napoli_e_caserta-4371773.html  ).

Misure strategiche adottate. O no?

“Our future…in your hands”

Certo, nella sua delibera la Giunta di Napoli elenca anche altre ‘misure’ che sarebbero state da essa adottate per conseguire gli obiettivi strategici che ne costituiscono l’oggetto, ad es.: limitazione del traffico veicolare e del riscaldamento degli edifici; contenimento delle emissioni inquinanti delle navi ormeggiate nel Porto; riqualificazione di scale e percorsi della ‘città verticale’. Purtroppo ai cittadini di Napoli è stata offerta un’informazione del tutto carente su queste dichiarate ‘buone pratiche’ e, ancora una volta, poco si è fatto per monitorne l’applicazione e per valutarne concretamente gli effetti positivi.

L’Amministrazione Comunale vanta inoltre la propria partecipazione a programmi europei di contrasto ai cambiamenti climatici, come Horizon 2020 e Clarity, ma sarebbe interessante verificare quanto di tali ‘azioni strategiche’ sappiano gli stessi consiglieri comunali, per non parlare ovviamente dei semplici cittadini di un sì ‘virtuoso’ Comune…

Il primo, in effetti,  è solo un programma di ricerca ed innovazione, ma se si consulta la pagina ‘casi di successo’ del sito web relativo (http://www.horizon2020news.it/argomenti/casi-di-successo ) non si trova nessuna notizia riguardante la nostra città. Viceversa:

Molto bene ma, a parte il solito vizio di utilizzare coloriti titoli in lingua inglese per illustrare progetti di cui non si spiega molto – anche una ricerca sul sito dedicato (  https://cordis.europa.eu/search/ ) non consente di avere un’idea più chiara di quanto il Comune di Napoli si sia impegnato a fare. Ciò che sembra di capire è che si tratterebbe di sviluppare una “piattaforma informatica” allo scopo di raccogliere dati sui cambiamenti climatici e ricavarne i possibili “scenari di rischio”.

Più avanti si parla anche del P.U.M.S. – misterioso acronimo che rinvia al Piano comunale per la Mobilità Sostenibile, approvato dal Consiglio Comunale di Napoli, il quale prevede l’adozione di misure finalizzate a ridurre i tassi d’inquinamento atmosferico ed acustico e migliorare la mobilità collettiva dei cittadini. La strada seguita per raggiungere tali obiettivi sarebbe:

Le ‘smart cities’

Anche in questo caso si tratta di ottime intenzioni, cui però non sembrano purtroppo corrispondere azioni altrettanto brillanti ed efficaci.  Basti pensare alle problematiche relative al rinviato ripristino della linea tramviaria lungo l’area marittimo-portuale;  alla travagliata e controversa vicenda del completamento di parte della linea 6 della metropolitana; alla disastrosa crisi amministrativa e gestionale dell’A.N.M. ed alla sua ripercussione sui trasporti pubblici di superficie e sotterranei (funicolari e metro), per non parlare poi del defunto e non ancora rinato servizio (ancora definito ‘sperimentale’) di bike sharing e del non attuato piano di rinnovo del parco veicoli comunale, utilizzando quelli ‘a basso impatto ambientale’ e, in alcuni casi, ‘elettrici’.

Una città verde…o al verde?

Parco della Rimembranza o …rimembranza del Parco?

Un’ulteriore criticità riguarda il verde pubblico e la gestione di parchi e giardini, per i quali l’A.C. afferma che si starebbe impegnando particolarmente, anche se la realtà sotto gli occhi di tutti i Napoletani appare decisamente meno esaltante. Il secondo ‘polmone verde’ cittadino – il Parco Urbano dei Camaldoli (1 milione di metri quadrati di macchia mediterranea – resta parzialmente chiuso da oltre un anno, ma non è migliore la sorte di altri sei parchi cittadini. Solo due di essi – la Villa Comunale ed i S. Gaetano Errico a Secondigliano – sono stati finalmente riaperti, seppur in condizioni non certo ottimali. Solo nella seconda metà di gennaio era stato reso fruibile il Parco della Rimembranza, devastato da cadute e danni meteorologici, nei cui pressi il Viale Virgiliano e strade limitrofe sono però praticamente ridotti ad uno squallido deserto, dopo la strage di oltre un centinaio di alberi abbattuti, ufficialmente in quanto malati o deteriorati.  E’ stato più volte rilevato che al Comune mancano dipendenti, attrezzature idonee e che gran parte delle operazioni di potatura (peraltro con esiti spesso disastrosi…) siano state da tempo ‘esternalizzate’.

Eppure sulla delibera O.B.C. si trovano le seguenti, ambiziose, affermazioni:

Abbattimenti di alberi nei giardini.

Non abbiamo motivo di non credere all’Amministrazione Comunale di Napoli, ma – considerato che finora essa non disponeva neppure di un apparecchio ‘deceppatore’ e che alcuni degli alberi abbattuti (ad esempio i pini del Virgiliano) presentano enormi apparati radicali che si sono infiltrati fin sotto la carreggiata, è legittimo nutrire qualche dubbio sull’agevole attuazione di tale programma di ripiantumazione. La quasi assoluta mancanza di manutenzione, fitoterapia e regolare gestione del verde cittadino – che ha decimato in questi anni alberate stradali ed essenze arboree presenti nei parchi e giardini – non può essere supplita sic et simpliciter dalla pur auspicata installazione di nuove piante, solitamente ancora giovani e fragili.  La diffusa pratica della capitozzatura, inoltre,  indebolisce gli alberi ancora in buona salute, sfregiandone l’aspetto ed esponendoli a nuovi rischi. Stando ai dati forniti, infine, la metà esatta dei 5.600 nuovi arrivati sono destinati a sostituire quelli “crollati e/o abbattuti”, per cui il saldo resta solo parzialmente soddisfacente, soprattutto se non si provvede ad aumentare l’organico degli addetti ai giardini ed a fornire la terza città d’Italia di strumenti essenziali per la loro manutenzione ordinaria.

Efficienza energetica e inefficienza amministrativa

L’ultimo capitolo della delibera O.B.C. sul quale penso sia il caso di soffermarsi è quello dedicato al risparmio ed efficientamento energetico e sviluppo delle fonti rinnovabili. Il Comune di Napoli, infatti, ha programmato un piano di diagnosi energetiche del proprio patrimonio edilizio, misure per il risparmio dei consumi e di miglioramento dell’efficienza degli stabili in questione.

Tutto bene allora? Non proprio, dal momento che l’unico aspetto del P.A.E.S. comunale sul quale finora ci siamo soffermati come Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità ha già fatto emergere gravissime carenze amministrative, inefficienza gestionale e spreco di risorse pubbliche, senza peraltro conseguire gli obiettivi ambientali che ci si era prefissati con quelle spese. Sulla sconcertante vicenda delle c.d. “scuole solarizzate”, infatti, la R.C.C.S.B. – di fronte all’assenza di risposte ed alle opacità gestionali emerse – ha denunciato pubblicamente (nonché alla magistratura contabile) che:

Un articolo sulla denuncia della R.C.C.S.B.

“A distanza di quasi dieci anni, gli impianti fotovoltaici ex-ARIN realizzati sulle scuole napoletane sono soltanto 12 (laddove il progetto comunale del 2008 ne prevedeva 42) e solo 6 risultano allacciati alla rete elettrica. A questi si aggiungono gli impianti realizzati in altre 13 istituti scolastici ammessi a finanziamento nell’ambito della procedura PON “Ambienti per l’Apprendimento” – Qualità ambienti scolastici Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – Programmazione 2007-2013, di cui solo 3 funzionanti . Ciò significa che, a Napoli, ben due terzi dell’energia finora prodotta dalle ‘scuole solarizzate’ sono andati irrimediabilmente ed irresponsabilmente sprecati, se ci si basa sui dati raccolti dalla Direzione Centrale Ambiente del Comune e nel corso delle riunioni della Consulta per le Politiche Energetiche”

Le osservazioni che si potrebbero ancora fare sono molte, ma non è il caso d’infierire ulteriormente. Mi sembra di aver già dimostrato con sufficiente chiarezza che le dichiarazioni di circostanza e le promesse altisonanti ci convincono fino ad un certo punto.

TGR Campania su scuole solarizzate

I disastrosi cambiamenti climatici – che hanno mobilitato centinaia di migliaia di giovani e risvegliato le forze ambientaliste – non possono essere contrastati dalle Amministrazioni pubbliche solo con corpose ed ambiziose delibere d’intenti, bensì con azioni chiare, trasparenti ed efficaci.

Ossigeno Bene Comune resta più che altro un accattivante slogan. Adesso tocca al Comune di Napoli dimostrare che non si tratta solo di…aria fritta.

© 2019 Ermete Ferraro

Ansie…e Gretel

E’ dagli anni ’70 che mi occupo di antimilitarismo e disarmo nucleare e dalla metà degli anni ’80 di ambientalismo ed alternative ecologiche. Ormai giunto all’età della pensione, ritengo legittimo fare un bilancio di decenni d’impegno ecopacifista, passando in rassegna le tante battaglie che mi hanno visto coinvolto direttamente o che io stesso ho contribuito a promuovere. Ebbene, pur tenendo conto che credo di aver fatto quanto era nelle mie possibilità e di aver lealmente collaborato anche con soggetti che non rispecchiavano del tutto la mia formazione di base, cristiana e nonviolenta, devo ahimé constatare che – ad oltre quarant’anni dalla mia prima scelta radicale come obiettore di coscienza – il panorama socio-culturale, economico e politico ( per non parlare di quello ambientale) appare forse ancor più fosco e preoccupante di allora.

Non si tratta della solita lamentazione delle persone anziane né dello scontento di chi prova delusione per ciò che non è riuscito a realizzare. Il mio non è tanto un senso di frustrazione o d’insoddisfazione personale quanto la semplice, eppur dolorosa, constatazione che, dopo questi anni d’impegno, gran parte degli obiettivi perseguiti purtroppo non sono stati raggiunti. Ciò mi sembra vero sia per quelli che hanno ispirato il lavoro socioculturale, iniziato come obiettore in servizio civile presso il centro comunitario della ‘Casa dello Scugnizzo’ e proseguito nei seguenti otto anni di lavoro sociale di comunità e negli altrettanti come amministratore sociale dell’omonima Fondazione, sia per quanto ho cercato di realizzare in dieci anni d’impegno politico istituzionale nei Verdi e nei successivi venti, vissuti da attivista ambientalista ed ecopacifista.

La ‘società liquida’ così ben disegnata da Zigmund Bauman – con la sua tendenza all’individualismo, al consumismo, al pensiero debole ed alla omogeneizzazione delle idee –  da parecchio tempo ha avuto la meglio sullo sforzo di coniugare l’etica con la politica, battendosi per finalità di sviluppo umano e civile e non di progresso esclusivamente tecnologico e di vorace ‘crescita’ economica.  Alla pur accresciuta consapevolezza teorica dei limiti (ecologici prima ancora che etici) che si frappongono alla corsa sfrenata dell’umanità verso quest’ultimo obiettivo, infatti, non mi sembra che abbia fatto seguito una presa di coscienza tale da arrestare questo impeto suicida, fratricida e biocida. Tale drammatica situazione, come ben sappiamo, mette in forse il futuro stesso dell’umanità, sia per la folle ripresa della corsa agli armamenti nucleari, sia per la palese incapacità dei governi di contrastare davvero i cambiamenti climatici, dovuti all’irresponsabile impatto antropico sugli ecosistemi. L’impegno dei movimenti pacifisti e di quelli ambientalisti, purtroppo, non sembra aver sortito grandi risultati né modificato in modo profondo e significativo i modelli comportamentali ed i valori morali della gente comune, spingendola a cambiare rotta in prima persona ed a negare il proprio consenso a chi non ne rappresenta da tempo gli interessi. L’auspicata ‘rivoluzione dal basso’ non ha fatto seguito al penoso disfacimento delle organizzazioni politiche tradizionali. Ne consegue che, pur registrandosi una crescita di soggetti e realtà associative impegnate ad opporsi ad un modello autoritario, iniquo ed insostenibile di società e di economia, non si è sviluppata in modo significativo l’alternativa che in tanti auspicavamo potesse contrapporle scelte improntate  ai valori della nonviolenza, della giustizia sociale e del rispetto degli equilibri ecologici.

La protesta contagiosa di Greta Thunberg

Il primo e più evidente segno di ribellione ad un paradigma socio-economico in apparenza ineluttabile – frutto del pensiero unico e della rassegnazione di soggetti passivizzati e spersonalizzati dalla massificazione mediatica – è incredibilmente venuto invece dalla risoluta battaglia ‘senza se e senza ma’ di una ragazza svedese dalle idee molto chiare e dalla testa dura. Greta Thunberg è diventata in brevissimo tempo un’icona, un simbolo, una bandiera per milioni di persone che sembravano finora rassegnate o sconfitte. Il fenomeno Greta, con la sua profonda valenza emotiva, sembrerebbe aver coinvolto paradossalmente grandi e piccoli, studenti e intellettuali, ambientalisti e sostenitori della crescita, in un liberatorio grido comune contro chi minaccia il futuro dei nostri ragazzi. Certo, gran parte di quest’ondata neo-ecologista è frutto d’un imprevedibile quanto fragile impeto mediatico ed è quindi soggetta a ritrarsi non appena dagli appelli accorati all’impegno globale si dovrà passare alle molto meno gratificanti e popolari scelte alternative hic et nunc. Non mi sembra però una ragione per minimizzare o banalizzare l’effetto dirompente del ‘grido di dolore’ partito da quella sedicenne che non crede più alle promesse dei ‘grandi’ (per età e per carica) ed invita tutti a mobilitarsi per difendere il Pianeta e chi vuole continuare ad abitarlo.

Confesso che mi ha fatto pena vedere come radicate realtà associative e partitiche di matrice ambientalista stiano ora cercando di cavalcare l’imprevedibile nouvelle vague ecologista scaturita dalla base, implicitamente confessando la propria sconfitta ma tentando di ridarsi quel ruolo trainante che, almeno in Italia, hanno perso da molto tempo. Ovviamente non c’è nulla di male nel rivendicare e rilanciare le battaglie pregresse, collegandole a mobilitazioni spontanee e finora sfuggite ad ogni organizzazione. Rivedere ovunque milioni di persone scese in piazza – molti dei quali giovani da molti di noi dati per ‘persi’ alla causa ambientalista – non può che ridarci speranza ed aprire nuove prospettive. Sappiamo bene, d’altra parte, quanto gli entusiasmi dei nostri figli spesso durino poco e quando invece dipendano da stimoli mediatici di corto respiro ed assai poco prevedibili. Le manifestazioni di massa e gli appelli, in ogni caso, non possono cadere nel vuoto e devono trovarci pronti a ripartire, possibilmente insieme e in modo coordinato, con un percorso di opposizione all’attuale modello di sviluppo, per costruire alternative concrete e credibili.

Non si tratta di sventolare le soluzioni di una spesso equivoca green economy né di accontentarsi di una ‘nicchia ecologica’ dentro la quale far confluire esperienze di coltivazione ed allevamento ‘biologici’ o di energia ‘pulita’, quasi si trattasse di lodevoli eccezioni che confermano la regola. Bisogna piuttosto creare una coscienza ambientale diffusa, alimentare ‘buone pratiche’ e stimolare i giovani a lottare per il loro futuro, ma senza fingere ipocritamente di non sapere che questo modello di produzione e consumo è frutto d’una logica ben precisa ed è controllato da equilibri politici e geo-strategici cui in tanti non sembrano disposti a rinunciare. Il vecchio slogan ‘agire localmente e pensare globalmente’ è allora quanto mai appropriato ed attuale.  Un impegno personale e collettivo dal basso appare indispensabile e nessuna mobilitazione di massa, da sola, può rimpiazzarlo. E’ altresì vero che rilanciare le battaglie ambientaliste non basta a farci uscire dall’imbuto nel quale ci siamo cacciatati, scegliendo in troppi di sostenere le ragioni di quella ristretta minoranza che ha risorse e potere per imporre violentemente il proprio dominio alla stragrande maggioranza degli esseri umani. Il fatto che le piazze si riempiano di giovani che rivendicano il loro diritto al futuro deve farci piacere, perché prelude ad una nuova stagione dell’ambientalismo ma soprattutto perché è un chiaro segnale della rivendicazione di un protagonismo per troppo tempo soffocato dallo stile di vita individualista e consumista nel quale gran parte di loro sono stati educati. La lezione di Greta è importante anche perché ricorda ai giovani come lei che si ha diritto a pretendere che gli adulti mettano finalmente in pratica decenni di promesse a vuoto, ma a patto che in prima persona si sappiano fare scelte nette e radicali, attuando il saggio monito a gandhiano ad essere noi per primi il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo.

Copertina di ‘Apocalittici e integrati di Umberto Eco

A mio avviso, però, ci sono tre aspetti meno positivi che emergono da queste imponenti mobilitazioni globali per garantire un futuro all’umanità. Il primo (senza ovviamente prendersela con la ragazza svedese…) mi sembra l’insistenza eccessiva su una prospettiva antropocentrica da cui si inquadrano le allarmanti problematiche ambientali, confermando un’ottica che – incurante degli appelli di tanti ecologisti e dello stesso Papa Francesco – non riesce a prescindere da una morale puramente utilitaristica e strettamente umana.  Il secondo limite di questo pur entusiasmante boom d’interesse in campo ambientalista mi sembra scaturire dai ragionamenti antitetici tipici della cultura occidentale, mirabilmente evidenziato già negli anni ’60 da Umberto Eco.  La fastidiosa, quanto rituale, contrapposizione degli ‘apocalittici’ agli ‘integrati’, infatti, ci ripropone una società dove non avviene mai una sintesi ed in cui si alternano irrazionalmente spinte contrapposte. L’insistenza talvolta un po’ truce e catastrofica sulle minacce al ‘futuro’ dell’umanità ritrova infatti spazio e slancio, ma ciò avviene in una società ancora in larga parte anestetizzata dai media, inebetita dalla corsa ai consumi e mentalmente prona ad un pensiero unico che rende sempre più omologate le culture, cancellando le diversità e tacitando le coscienze. L’antitesi pura e semplice fra la rassegnazione degli integrati ed il terrore degli apocalittici, anche in questo caso, potrebbe portarci pericolosamente fuori pista. E questo non perché l sviluppo alternativo ipotizzato rivesta un carattere ‘profetico’ – aspetto invece positivo – bensì perché l’utopia deve comunque incarnarsi sempre in un contesto di realtà, offrendo strumenti concreti ed indicando vie praticabili per andare in quella direzione ‘ostinata e contraria’.

Questa insistenza sull’ansia, sul terrore per una catastrofe prossima ventura, infine, costituisce il terzo limite che credo vada superato. La paura, da sempre, non produce frutti buoni. Al contrario, alimenta talvolta spesso meccanismi di egoistica autodifesa che possono trasformarsi in reazioni irrazionali, violente ed incontrollabili.  Superare la paura del cambiamento, si sa, è un passo fondamentale per trasformare il mondo, a partire dal nostro orticello quotidiano. Cambiare solo perché si ha paura, viceversa, è un movente molto parziale, che si rivela spesso controproducente. Come osservano molti psicologi, infatti, la paura – oltre a paralizzarci – può impedirci di vedere con chiarezza ciò di cui abbiamo davvero bisogno oppure potrebbe nutrire paranoie, che sfociano nella ricerca di ‘nemici’ da combattere più che di strutture e modalità cui opporci. Nessuna rivoluzione – compresa quella ‘verde’ – sarà mai un ‘pranzo di gala’, per citare una celebre frase di Mao Zedong, in quanto richiede impegno continuo, sforzi personali, inevitabili conflittualità e pesanti sacrifici. Pensare che essa possa essere alimentata solo dal terrore della fine imminente, però,  ritengo che sia una pericolosa illusione ed un’irrazionale tentazione.

Quando cercavo un titolo da dare a questo mio scritto mi è sorta spontanea l’associazione d’idee tra il nome della ormai celeberrima sedicenne svedese che è diventata la leader del nuovo movimento contro i cambiamenti climatici e quello di una bambina che, insieme col fratello, era protagonista di una non meno celebre fiaba dei fratelli Grimm.  Chi, infatti, non conosce la cupa vicenda di Hansel e Gretel, abbandonati dai genitori in un fitto bosco e poi finiti nelle grinfie di una orribile strega, che li allevava per poi potersene cibare? Ebbene, mi è venuto spontaneo il parallelo con la Greta di oggi, che si sente altrettanto drammaticamente abbandonata dagli adulti – colpevoli ed irresponsabili – nel folto di una oscura foresta fatta d’inquinamento e piaghe ambientali, in preda alla voracità maligna di un falso sviluppo che porta alla distruzione ed alla morte. Volendo continuare nella metafora, è il caso di notare che la ‘casa’ che ospita quell’essere malefico e mortifero risulta però esteriormente attraente, fatta com’è di tanti dolciumi invitanti, proprio come invitanti sono nella realtà le seduzioni del consumismo sfrenato e della crescita senza limiti né remore.  A tutto ciò bisognerebbe allora contrapporre un vero progetto, non reazioni istintive né paure paralizzanti. La strega di un falso sviluppo – energivoro iniquo e incompatibile con gli equilibri ecologici – va combattuta ritorcendole contro le sue stesse armi. Al ‘riscaldamento globale’ del forno nel quale stanno per essere gettati, Hansel e Gretel alla fine condanneranno proprio la megera che li teneva prigionieri, annullandone così per sempre la malefica seduzione.  Si tratta di un riferimento puramente allegorico, certo, ma penso che possa comunque farci riflettere sulla necessità di lavorare insieme per uscire finalmente dalla maledizione di un finto ed allettante benessere, fondato però sulla depredazione delle risorse e sullo sfruttamento di tanti esseri umani.

© 2019 Ermete Ferraro   

Biocidio e guerre

L’eredità di Caino

A. Melari – CAINO E ABELE

Uno dei passi fondamentali della Bibbia – quello da cui sembra derivare indirettamente la tremenda catena di violenza e sopraffazione che ha caratterizzato l’Umanità dai tempi più antichi – è il racconto dell’uccisione di Abele da parte di suo fratello Caino. Nell’Antico Testamento, infatti, si fa risalire il primo omicidio alla furiosa vendetta del primogenito di Adamo ed Eva, “lavoratore della terra”, geloso nei confronti del secondogenito, “pastore di greggi”, i cui doni sarebbero stati graditi da Dio, contrariamente a quelli dell’agricoltore Qàyin.

Il fratricidio – di cui questi nel brano mostrava di non essersi affatto pentito – porterà sì alla maledizione divina nei confronti di Caino, condannato a vagare “ramingo e fuggiasco”, ma anche all’affermazione solenne che nessuno avrebbe però avuto il diritto di ucciderlo, allungando la catena della vendetta e delle morti violente.

Ovviamente questo testo biblico [i] va letto ed interpretato come metafora di qualcos’altro rispetto ad una semplice, sebbene drammatica, rivalità tra i primi fratelli della storia, così come anche l’apparentemente immotivata predilezione del Signore per l’allevatore nomade Hèvel nonandrebbe certo presa alla lettera, ma esegeticamente compresa [ii].

Ebbene, vorrei utilizzare questo nodale episodio della narrazione veterotestamentaria per risalire alle radici antropologicamente più remote del nesso inscindibile fra uccisione dell’altro ed inquinamento-distruzione della terra, ossia fra omicidio e biocidio.

« [9] Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». [10] Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! [11] Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. [12] Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». [13] Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? [14] Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere. [15] Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato». [iii]

A prescindere dalle ovvie interpretazioni storico-antropologiche sul conflitto fra le originarie civiltà nomadi e pastorali e quelle, più evolute, agricolo-stanziali, ciò che più colpisce di questo racconto biblico è il rapporto di causa-effetto tra l’avvenuta soppressione della vita d’un fratello e la ‘maledizione’ del suolo sul quale ne è stato sparso il sangue innocente.

«Si osservi come nel racconto il rapporto con il fratello sia considerato perno del rapporto con

Dio e con il suolo…Tutta la civiltà porta il peso della colpa di Caino: la città (4,17), la vita pastorale (20), la musica (21) e la metallurgia (22). Non significa che tutto sia opera di violenza. Ma l’ombra della violenza si stende su tutta l’opera della civilizzazione umana. L’idea di civilizzazione e di progresso portano con sé una ambiguità di fondo che le connota talvolta come attività guidate dal pretto desiderio (del mangiare, o del sopraffare)». [iv]

Il seme velenoso della violenza, insomma, avrebbe da allora inquinato e compromesso non solo le relazioni interpersonali ma anche il rapporto tra la discendenza di Adàm e la Terra da cui è stato generato (in ebr.: ‘adamàh).

Ecco perché bisogna ribadire che tra la guerra, madre di tutte le violenze, e lo sfruttamento predatorio ed iniquo delle risorse del nostro Pianeta sussiste un legame antico e profondo, che richiede una visione più ampia e complessiva di ciò che dovremmo fare per uscire dalla quell’atavica ‘maledizione’ (ebr.: ‘arar) e per ristabilire la compromessa pace tra uomo e natura.

«Uno dei punti qualificanti, più volte ribadito da Papa Francesco nella sua enciclica “ Laudato sì’ ”, è proprio il concetto di interconnessione fra le varie sfere riguardanti i comportamenti umani, e quindi tra la violenza sulla natura e quella sull’uomo. “La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi.” [5]. Egli ci parla quindi dell’“intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta”, esprimendo “la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso [6]…» [v]

Combattere la guerra. Fermare il biocidio.

Mai come in questi giorni avvertiamo quanto il richiamo al più elementare buon senso possa venire dai più piccoli. Negli anni ’80 fu la decenne Samantha Smith a denunciare la minaccia della guerra atomica; poi c’è stato il grande discorso all’ONU della tredicenne Malala Yousafzai in difesa dei diritti umani ed ora a far discutere ed a smuovere gli animi è l’accorato appello della quindicenne svedese Greta Thumberg, che ci esorta a mobilitarci contro i cambiamenti climatici.

Di fronte ad un’umanità sempre più irresponsabile e figlia di Caino –  e che, sul suo esempio, si ostina irresponsabilmente ed arrogantemente a ribattere: “Non sono mica il custode di mio fratello!”  (Gen 4:9) – le voci di queste ragazze si sono alzate con una forza e un’incidenza impressionante, richiamandoci al dovere di ‘custodire’ la terra che ci è stata affidata e di proteggere i fratelli dalla violenza di chi pensa di esserne il padrone incontrastato, non esitando sia a mettere in pericolo la vita stessa, sia a calpestare senza scrupoli i diritti di quelli che ha la pretesa di dominare.

Mai come in questi giorni, d’altra parte, si avverte anche quanto sia stato – e sia ancora – del tutto insufficiente limitarsi ad una generica protesta o a un impegno parziale (solo pacifista o solo ecologista), non riuscendo a cogliere l’intima connessione tra la violenza bellica, perpetuata dal complesso militare-industriale, e quella che coinvolge gli equilibri ambientali, mietendo sempre più vittime e compromettendo il futuro stesso del genere umano.

Ecco perché è indispensabile che finalmente si realizzi la saldatura tra ecologismo e pacifismo, chiamando a raccolta tutte le forze che si oppongono non solo alla devastazione del Pianeta ma anche alla persistente logica di sfruttamento delle sue risorse ambientali ed umane. Eppure c’è ancora chi pensa che si possa perseguire la liberazione delle persone dal bisogno e dall’ingiustizia dal sistema capitalista senza invertire radicalmente il paradigma economico ed ecologico che giustifica ed esalta quel tipo di ‘sviluppo’.  Allo stesso modo, c’è anche chi s’illude di contrastare (o, peggio ancora, di ‘mitigare’) le drammatiche conseguenze ambientali di una visione predatoria e accentratrice delle risorse della Terra senza mettere in discussione il ‘sistema’ che garantisce politicamente –  e difende militarmente – quel modello economico, a costo di farci ripiombare nell’incubo di una guerra da cui nessuno potrebbe uscire vincitore.

La semplicità sconcertante con cui ragazze come Samantha, Malala ed ora Greta hanno affrontato a muso duro i grandi della terra e condannato la loro follia omicida ci stimola dunque a prendere coscienza di quanto poco noi adulti abbiamo fatto finora per salvaguardare il diritto dei nostri figli ad avere un futuro meno oscuro e minaccioso. Non tutto è compromesso, anche se siamo decisamente arrivati sull’orlo del baratro, ma è giunto il momento di riprendere in mano quel pezzo di potere che ci consente, insieme, di essere ‘custodi’ dei nostri fratelli e della nostra madre Terra.

Il termine ‘biocidio’ – dal nostro osservatorio di meridionali – ci riporta alla mente le lotte della gente comune (madri, contadini, pastori, imprenditori responsabili…) contro l’inquinamento del suolò, dell’acqua e dell’aria causato dal micidiale connubio tra speculazione, sfruttamento e criminalità organizzata, non a caso realizzato proprio nei territori socialmente fragili, oggetto da secoli di occupazione manu militari e di espropriazione della sovranità della gente locale.

Nei vocabolari della lingua italiana il termine ‘biocidio’ è banalmente spiegato come “strage di animali” [vi], ma ovviamente si tratta di molto più e di ben altro rispetto ad un semplice inquinamento ambientale da sostanze chimiche e biologiche ‘sterilizzanti’, che dovrebbero svolgere un’azione tossica solo nei confronti di microrganismi dannosi. [vii] 

Ad essere stati minacciati, infatti, non sono stati funghi o batteri nocivi, bensì la sicurezza e la salute degli esseri umani, compromesse da un inquinamento massiccio di terre una volta fertili a causa dello smaltimento criminale di enormi quantità di veleni generati dal nostro assurdo modello di sviluppo. In questo senso, proprio come “distruzione della vita”  il lemma ‘biocide’ lo troviamo ad esempio tra i significati riportati dall’Oxford Living Dictionary [viii]. Ancor più esplicita è la spiegazione offerta da un altro sito inglese, nel quale si trova scritto che:

«Biocidio può anche riferirsi alla distruzione della vita, una specie di ‘omnicidio’ che colpisce ogni realtà vivente, non solo gli esseri umani; chi si augura che ogni cosa nel mondo intero o universo rischi l’estinzione è definito ‘biocida’, o persona portatrice di ideologie ‘biocide’». [ix]

Ma quale biocidio è più disastroso di una guerra, soprattutto se è condotta utilizzando armi chimiche, batteriologiche o nucleari? Che senso ha, allora, condannare severamente come criminali irresponsabili coloro che inquinano e devastano i nostri territori ma non fare lo stesso con chi – uccidendo per mestiere e progettando strumenti bellici sempre più letali – incarna lo spirito di Caino e ne riversa la ‘maledizione’ su tutta la Terra?

Mobilitarsi contro il cambiamento climatico, ma per cambiare modello di sviluppo

«La lotta per la giustizia ambientale e climatica sta diventando uno strumento di ricomposizione per molte delle vertenze che caratterizzano il nostro paese: dalle grandi opere alla devastazione dei territori; dai presidi in difesa della sanità pubblica alle lotte per un welfare universale che non crei più la falsa dicotomia tra diritto alla salute e diritto al lavoro; fino ai movimenti contro la guerra, intesa come regolamento di conti all’interno delle élites dominanti e strumento di predazione di risorse…». [x]

Questo corposo e significativo periodo apre il manifesto lanciato dalle organizzazioni che hanno convocato un’assemblea nazionale a Napoli, in preparazione del corteo che si terrà a Roma il prossimo 23 marzo. Non posso fare a meno di condividere questa impostazione, sperando che si riesca finalmente a collegare in una rete virtuosa ed attiva tutti i soggetti che si oppongono agli scempi ambientali ma anche ai ricatti occupazionali ed alla minaccia di chi usa la guerra per assicurare il proprio controllo su risorse viste come mero oggetto di sfruttamento.

E’ pur vero, d’altra parte, che sussiste il rischio di portare avanti un’opposizione fondata sui doverosi NO a devastazione speculazione e violenza, senza però offrire una chiara alternativa a quel sistema di cui un po’ tutti ormai facciamo parte e che, anche inconsapevolmente, contribuiamo quotidianamente a mantenere in piedi. 

«…al controllo sulla vita imposto ai lavoratori e alle lavoratrici, schiacciati dal nostro sistema produttivo, si affianca la messa a morte delle comunità confinate ai margini della produzione. L’altra faccia del controllo biopolitico sul lavoro è la necropolitica del capitalismo armato a Sud. Diciamolo meglio: il capitalismo è il virus che oggi infetta le nostre comunità; il biocidio è la malattia che si contrae a contatto con quel virus; è lo sviluppo patologico del capitalismo laddove esso sia in diretta contraddizione con la vita; il cambiamento climatico è il più trasversale dei sintomi di questa malattia».[xi]

Sono affermazioni altrettanto sottoscrivibili, in quanto individuano la causa prima delle politiche biocide nel modello capitalista di produzione e di consumo. Anche in questo caso, però, bisogna stare attenti a non oggettivare troppo la radice di tutti i mali, equiparandola ad un ‘virus’ che produce di per sé conseguenze patologiche, così come la Bibbia faceva con il fratricidio di Caino, considerato sorgente di ogni futura violenza e sopraffazione.

Il cambiamento climatico – si diceva – è solo il ‘sintomo’ più evidente, preoccupante e trasversale di una ‘malattia’ che ha ridotto l’uomo e la natura a merce e che ha sottoposto ogni relazione – da quelle interpersonali a quelle internazionali – alla logica del profitto e del dominio. Contrastare questo fenomeno, allora, è sicuramente prioritario – così come lo è lottare contro la preoccupante escalation degli armamenti nucleari – ma non sufficiente. Bisogna proporre una vera alternativa, che contrapponga lo sviluppo umano alla crescita, invertendo il paradigma antropocentrico e predatorio e mettendo in primo piano il rispetto degli equilibri ecologici. Ed è proprio alle leggi della natura – come la biodiversità e la simbiosi – che l’umanità dovrebbe ispirarsi, per stabilire un modello di società attento alla reciprocità, alla solidarietà ed alla valorizzazione delle diversità.

«Non può esserci progresso e crescita culturale e sociale, economica e produttiva che non abbia al centro l’ecologia […] e contestualmente non è pensabile una tutela della natura, della biodiversità , della storia, della cultura e dei suoi valori che non sia strettamente legata alla realizzazione di un mondo di equa distribuzione delle risorse, di pace, di solidarietà…». [xii]   

Rifondare la società su principi e valori alternativi è sicuramente molto più impegnativo che cercare di arginare o contrastare i cambiamenti climatici. Ma senza affrontare alla radice il modello di produzione e consumo e quello di approvvigionamento e distribuzione dell’energia non andremo molto lontano.

Ecopacifismo ed antimilitarismo per opporsi alla violenza istituzionalizzata

Nella nostra cultura politica questi due termini hanno una diffusione molto limitata e troppo spesso vengono interpretati in maniera poco corretta. Oltre un secolo di mobilitazioni contro la tragedia della guerra, a quanto pare, non è bastato a far superare, da un lato, il concetto del tutto insufficiente di ‘pace negativa’ (nel senso di mera assenza di conflitti armati) e, dall’altro, l’interpretazione del rifiuto del sistema militare come rivendicazione di un diritto civile o affermazione di un’obiezione esclusivamente etica.

Non parliamo poi del termine ‘ecopacifismo’ che, nel migliore dei casi, è considerato semplice sommatoria d’un impegno in campo ambientale col perseguimento di obiettivi di pace e disarmo. Nel citato documento troviamo scritto che:

«Sono i governi… a decidere le priorità d’investimento nel paese, ma possiamo essere noi a cambiare la scala gerarchica dettata dalle grandi lobby, facendo rete, lottando e resistendo dal basso» [xiii]

E’ un’affermazione condivisibile ma, a mio avviso, ogni resistenza dal basso alle gerarchie imposte da chi comanda deve necessariamente tener conto che gli equilibri (o meglio, gli squilibri…) economici e sociali a livello globale sono assicurati proprio da un complesso militare-industriale che li difende. Allo stesso modo, non si dovrebbero sottovalutare i danni ambientali e sociali della militarizzazione del territorio e, soprattutto, deve essere chiaro che le guerre – in particolare quelle condotte tecnologicamente – sono di per sé una minaccia continua alla sicurezza, alla salute ed alla stessa sopravvivenza d’intere popolazioni.

Già otto anni fa, a proposito dell’esigenza di saldare le lotte ambientaliste con quelle pacifiste, avevo scritto:

«Non ha quindi senso…perseguire un’astratta eco-sostenibilità dell’economia, se essa continua ad essere assoggettata alla logica d’un capitalismo globalizzato e pervasivo, che ricorre sempre più spesso alla strategia bellica quando l’aggressione ‘pacifica’ e neocolonialista del mercato non basta più. Allo stesso modo, mi sembra evidente che non basta manifestare contro guerre ed invasioni armate se non ci si sa opporre anche ad un modello di sviluppo predatorio, nemico della natura e dei suoi equilibri almeno quanto lo è della giustizia e della pace. Sarebbe una vera follia pensare che – come sottolinea uno studioso catalano – ci si possa opporre ad un’aggressione militare o a dittature pensando che ciò non abbia a che fare con la battaglia per modelli più sostenibili di energia oppure con un’agricoltura non più dominata dalle monoculture e dall’accentramento delle risorse alimentari del nostro pianeta».[xiv]

La “triade” ambiente/sviluppo/attività militari – di cui aveva parlato il peace researcher Johan Galtung già negli anni ’80  [xv]– avrebbe richiesto una strategia unitaria, sì da contrapporre al modello violento di economia e società uno sviluppo equo, ecocompatibile e nonviolento. In quel mio saggio, poi, ricordavo interessanti impostazioni ed esperienze del movimento verde ed alcune proposte di “ecologia sociale”, diffuse nei decenni scorsi in ambito europeo ed anche italiano.

«Ecologismo sociale e pacifismo hanno (o dovrebbero avere) molti elementi in comune: la difesa della coerenza fra mezzi e fini; la pace come via per la sostenibilità; l’antibellicismo e l’antimilitarismo; il ricorso all’azione diretta nonviolenta e alla disobbedienza civile; il perseguimento della giustizia sociale, la difesa della democrazia partecipativa..[xvi]   

Un approfondimento sul concetto di ‘ecopacifismo’, oltre che nel saggio citato, ho cercato di farlo in un successivo ‘Manuale’, pubblicato nel 2014 come referente nazionale di V.A.S. , cui rinvio. [xvii]  Ciò che vorrei sottolineare, però, è che occorre accrescere e diffondere la consapevolezza dello stretto legame fra la devastazione ambientale, dovuta ad un sistema economico ingiusto e non sostenibile, e la minaccia costituita non solo dai conflitti bellici in atto e dalla criminale corsa agli armamenti atomici, chimici e batteriologici, ma anche dalla crescente militarizzazione del territorio, che impone un modello autoritario e violento, espropria la sovranità delle comunità locali e ne mette a repentaglio la salute e la sicurezza.

Ecco perché ritengo che il pacifismo ecologico non possa fare a meno della componente antimilitarista, che si oppone fermamente alla struttura militare in quanto gerarchica, nemica della democrazia ed asservita agli interessi dominanti, come ribadisce il filosofo Fernando Savater.

«L’antimilitarismo è una forma di intervento politico che pretende di farla finita con l’attuale predominio del militare sul civile, come primo passo di una mutazione essenziale dello Stato contemporaneo e di una radicalizzazione efficace della democrazia. I suoi obiettivi immediati comprendono movimenti nonviolenti di pressione sociale – anche se non sempre legali – contro la corsa agli armamenti, la politica dei blocchi militari, la proliferazione delle armi atomiche, le intenzioni di espansione bellica e, in generale, qualsiasi crescita del potere e della influenza delle istituzioni militari della vita pubblica […] In ultima analisi, considerato che il sistema militare appoggia e si appoggia, sostiene ed è sostenuto dalla disuguaglianza economica, dallo sfruttamento del lavoro dei più da parte dei meno, etc. … l’antimilitarismo si confronta anche con l’incistamento cronico dell’ingiustizia sociale». [xviii]

L’assemblea nazionale di Napoli del 3 marzo e la grande manifestazione a Roma del successivo 23 possono essere un primo passo per cominciare ad operare questa indispensabile sintesi politica tra le tante lotte contro speculazioni e saccheggio dei singoli territori ed una complessiva proposta di alternativa ecologica, economica e sociale all’attuale modello di sviluppo.

Può essere anche, ce lo auguriamo, un’occasione per cominciare ad operare una saldatura tra movimenti contro le devastazioni ambientali ed il biocidio e quelli che si battono contro la guerra e la militarizzazione del territorio, in un’ottica ecopacifista ed antimilitarista.


[i]  Vedi: Genesi, 4: 1-16

[ii] Sull’episodio cfr. Appunti di esegesi , P.F.T.I.M.  pp. 24-28 >http://www.pftim.it/ppd_pftim/7/materiale/Esegesi.pdf

[iii] Gen 4: 9-15

[iv] Appunti di esegesi , cit., p. 28

[v]  Ermete Ferraro, “Difendere sorella terra, nostra casa comune” (29.07.2015), Agoravox Italia > https://www.agoravox.it/Difendere-sorella-terra-nostra.html

[vi] Cfr., ad es. quello Hoepli > https://dizionari.repubblica.it/Italiano/B/biocidio.html

[vii]  Vedi definizione di ‘biocida’ in Treccani > http://www.treccani.it/vocabolario/biocida/

[viii]  Cfr. “biocide” in Oxford Living Dictionaries > https://en.oxforddictionaries.com/definition/biocide

[ix]  “Biocide” in Definitions > https://www.definitions.net/definition/BIOCIDE

[x]  Manifesto per l’Assemblea nazionale “Per la giustizia climatica e ambientale – il Sud chiama alla mobilitazione” (Napoli – 3 marzo 2019) >  https://www.facebook.com/events/2255482508045020/

[xi] Ibidem

[xii]  Antonio D’Acunto, “Rifondare l’Utopia” (2014), in Alla ricerca di un nuovo umanesimo – Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli, la Città del Sole, 2016, pp. 269

[xiii]Per la giustizia climatica e ambientale”,  cit.

[xiv]  Ermete Ferraro,  “Ecopacifismo: visione e missione” (2011), GandhiTopia.org > http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione

[xv]  Johan Galtung, Ambiente sviluppo e attività militari, Torino, E.G.A., 1986

[xvi]  Xosé Maria Garcia Villaverde : “Ecopacifismo: unha proposta”, Cos pes na terra (rivista galiziana) > http://www.cospesnaterra.info/index.php?option=com_content&task=view&id=168  (trad. mia)

[xvii]  Ermete Ferraro,  L’Ulivo e il Girasole – Manuale ecopacifista di V.A.S. , scaricabile all’indirizzo > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d  – Vedi anche: Ermete Ferraro, “Credere, Rinverdire e Combattere” (2018), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2018/11/18/credere-rinverdire-e-combattere/

[xviii] Fernando Savater, Las razones del antimilitarismo y otras razones, Barcelona, Editorial Anagrama, 1998, p. 87 (trad. mia)

© 2019 Ermete Ferraro

Credere, rinverdire e combattere?

Il neo-ambientalismo dei Grigioverdi

a1332f42-7f51-4824-bb30-910d15832a0906MediumLa notizia risale a pochi giorni fa. Si è svolta il 13 e 14 novembre a Roma, presso la Scuola Ufficiali, la Terza Conferenza Internazionale sull’Ambiente, organizzata dall’Arma dei Carabinieri, cui hanno preso parte il Ministro dell’Ambiente Costa e il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Nistri.  Il convegno era suddiviso in tre sezioni dal titolo ecologicamente accattivante: il valore della biodiversità; la conservazione della biodiversità; l’attività di polizia a tutela della biodiversità. [i] Non è certo strano, a questo punto, che un ecopacifista come me si sia sentito stimolato ad approfondire il senso di questo incontro e, soprattutto, la logica più ampia che da qualche anno ha portato incredibilmente a collegare le problematiche ambientali con le finalità e competenze del Ministero della difesa. Nel suo intervento, dopo aver candidamente ammesso che la salute e la sicurezza della popolazione dovrebbero essere ‘preservati’ dalle attività militari, la Ministra Trenta ha elogiato gli sforzi che sono stati compiuti per “abbattere l’impatto energetico” delle attività di sua competenza e per migliorare il loro livello di “sostenibilità”.

«Vogliamo fare in modo che tutto sia perfettamente nella norma e che la salute e la sicurezza dei cittadini, nonché le esigenze ambientali del territorio, siano perfettamente preservati da quella che è un’attività necessaria per le Forze Armate e per il Paese […] Ad oggi, sono numerosi i programmi di riqualificazione energetica che abbiamo realizzato […] per abbattere l’impatto energetico delle nostre attività peculiari. Il bilancio di queste collaborazioni è stato finora senza dubbio positivo, perché oltre a garantire importanti risultati in termini di ottimizzazione delle risorse energetiche, hanno consentito un prezioso affinamento dei livelli tecnologici del sistema difesa e di sostenibilità dello strumento militare stesso». [ii]

Pur sorvolando sul modo ambiguo con cui, anche in questo caso, si fa ricorso al termine ‘sostenibilità’ (per sua natura viziato dal limite di essere fluido, elusivo ed opaco, come ho già avuto modo di sottolineare [iii] ) le argomentazioni della Ministra sembrerebbero, più che un riconoscimento di merito, un’excusatio non petita per l’innegabile impatto, non solo energetico, che le attività militari da sempre hanno esercitato sull’ambiente e su coloro che abitano in territori da esse interessati, o meglio occupati.

Sul sito dei Carabinieri – organizzatori della Conferenza – la questione era già stata affrontata, sostituendo il concetto di sostenibilità con quello ancor più vago e sfuggente di armonizzazione.

«Quando siamo in presenza di due interessi dotati di pari rango costituzionale come quello alla difesa militare e quello alla tutela dell’ambiente l’uno non può avere preminenza sull’altro. Proprio per questo il rapporto tra attività militari e protezione ambientale è argomento particolarmente rilevante e complesso. L’approccio della Difesa in materia si fonda sul perfezionamento di strumenti normativi finalizzati ad armonizzare le esigenze operative ed addestrative con quelle della salvaguardia ambientale e dei territori interessati dalla presenza di attività militari, come pure sulla realizzazione di concrete azioni preventive e correttive a tutela della salute e dell’ambiente».[iv]

E’ evidente che, in presenza di più interessi salvaguardati dalla nostra Costituzione, bisogna evitare che uno prevalga sull’altro. Mentre però è indiscutibile che, secondo l’art. 9, “ la Repubblica (…)  tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, l’art. 52 della nostra Carta costituzionale recita: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Esso prosegue parlando d’un  “servizio militare… obbligatorio, nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge” e specificando che “L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”. Resta comunque arbitrario identificare il valore costituzionale della ‘difesa’ con quella di tipo militare. Ad affermarlo non sono io – che dell’opposizione al militarismo ed alla guerra ho fatto oggetto di circa quaranta anni d’impegno – ma la stessa legislazione italiana e vari pronunciamenti nel merito della Corte Costituzionale, come si riconosceva già 12 anni fa in un documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri relativo alla Difesa civile non armata e nonviolenta.

«In particolare […] si è già segnalato che sia la legge 230 del 1998 sia la legge 64 del 2001 espressamente dichiarano che il servizio civile «risponde al dovere di difesa» e «concorre alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari». E’ appena il caso di precisare che queste formule legislative sono state in più occasioni considerate costituzionalmente legittime dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, che ha contribuito ad estendere il concetto di difesa oltre i contorni della sola difesa militare [..] Si può quindi oggi senza dubbio affermare che quando la Costituzione fa riferimento al «dovere di difesa» intende rapportarsi a più forme di adempimento: sia in senso militare ed armato, sia in senso disarmato e non militare (perciò “civile”» .[v] 

Ecologisti con elmetto e mimetica

mimeticaL’Italia è arrivata un po’ tardi all’affermazione d’un nesso tra attività militari e tutela dell’ambiente. Questa ambigua operazione mediatica (che ho sintetizzato con la metafora della ‘mimetica’ dei soldati, che serve a ben altro che a far sentire quelli che l’indossano in armonia col contesto naturale… ) ha origine fuori dal nostro Paese. Basta visitare i siti web di altri ministeri della difesa per imbattersi in varie perorazioni dell’importanza delle forze armate nella salvaguardia ambientale. Cominciamo dalla vicina Francia, sul cui sito del Ministère des Armées si legge:

«Il Ministero della Difesa ha una particolare responsabilità nel campo dell’ambiente. Esso infatti occupa importanti spazi naturali, possiede il primo parco immobiliare dello Stato, sfrutta le installazioni classificate per la protezione dell’ambiente, definisce, mette in opera e gestisce la fine vita dei sistemi d’arma […] (Il Piano d’Azione ambientale interforze) persegue vari obiettivi: – Integrare la dimensione ambientale all’interno degli equipaggiamenti di difesa; – smantellare i materiali materiale nel rispetto dell’ambiente; preservare la biodiversità dei terreni militari; – mettere in opera infrastruttura ed attività rispettose dell’ambiente». [vi]

Ciascuno di questi punti viene esemplificato con le azioni promosse per ridurre l’impatto ambientale degli armamenti, i notevoli consumi energetici ed i pericolosi ‘rifiuti’ prodotti dalla ‘rottamazione’ di armi, veicoli, natanti e velivoli in uso alla ‘difesa nazionale’. Altri obiettivi dichiarati sono il miglioramento della gestione dei consumi energetici degli immobili militari e le iniziative per conciliare le attività di addestramento nei poligoni di tiro con la tutela della flora e della fauna. La preoccupazione della Défense d’Oltralpe per la salvaguardia della biodiversità dei tanti siti occupati (di cui ben 41.000 ettari d’interesse naturalistico) è davvero toccante. Peccato però che nelle svariate convenzioni avviate per salvare quei territori dall’impatto delle attività militari (in Francia come anche in Italia) si badi più al risparmio delle risorse energetiche e ad una generica protezione ambientale che a garantire sicurezza e salute agli abitanti di quei territori…

Se ci spostiamo in Canada, si nota che quel governo federale afferma il suo impegno nel “rinverdire la Difesa” .

«La Difesa (DND) assegna un’alta priorità al suo programma ambientale ed è impegnata a condurre le sue operazioni in modi tali da proteggere la salute umana e l’ambiente. Il Ministero continua la sua evoluzione come organizzazione responsabile e sostenibile, affrontando i problemi ambientali passati e continuando a cercare opportunità per mantenere la salubrità dell’ambiente in futuro […] La DEES (Strategia Ambientale ed Energetica della Difesa) fornisce una Chiara visione ed identifica obiettivi concreti per ridurre gli impatti ambientali relative alle attività della Difesa. Il Ministero, insieme con le Forze Armate, si adopererà per adempiere quattro obiettivi-chiave: – meno spreco energetico; energia più pulita; una ridotta impronta ambientale della Difesa; prestazioni energetiche ed ambientali meglio gestite». [vii]

Anche in questo caso, dietro la ‘foglia d’acero’ dell’ambientalismo e della cura della salute dei Canadesi sembrerebbero celarsi interessi economici, relativi al risparmio di risorse finanziarie, e politici, allo scopo di minimizzare l’innegabile impatto ambientale delle attività militari.

Che cosa propongono nel merito i loro potenti vicini statunitensi ? Anche in questo caso le dichiarazioni di principio non mancano. Sul sito del Dipartimento della Difesa USA si leggono le seguenti affermazioni.

«Il DOD – pur non sostenendo una formale mission dedicata alla ricerca sul cambiamento globale, sta sviluppando politiche e piani per gestire e rispondere agli effetti del cambiamento climatico sulle missioni della Difesa, sulle risorse e sull’ambiente operativo […]  Il DOD è responsabile della gestione ambientale di centinaia di installazioni in tutti gli Stati Uniti e deve continuare a incorporare considerazioni geostrategiche ed energetiche nella pianificazione della forza, nello sviluppo dei requisiti e nei processi di acquisizione […] Il programma di ricerca CRREL risponde alle necessità dei militari, ma gran parte della ricerca avvantaggia anche il settore civile ed è finanziata da clienti non militari». [viii]

Rispetto al consueto pragmatismo statunitense, il tono dell’omologo Ministero dell’Australia a proposito della ‘gestione ambientale’ è solo apparentemente più ispirato e non autoreferenziale.

« La difesa riconosce che è un custode dell’ambiente ed è impegnata nella gestione ambientale sostenibile. L’ambiente è un fattore critico per le capacità dell’ADF e deve essere protetto per garantire che le attività di difesa possano essere sostenute nel futuro. La strategia ambientale per la difesa del 2016 […] si concentra su cinque obiettivi strategici per gestire le sfide e le opportunità ambientali attuali ed emergenti.[…] Obiettivo strategico 1: La difesa fornirà un territorio sostenibile relativamente alle aree, le attività e le attività marittime, terrestri e aerospaziali della Difesa; Obiettivo strategico 2: la difesa comprenderà e gestirà i suoi impatti ambientali; Obiettivo strategico 3: La difesa ridurrà al minimo i futuri rischi di inquinamento e gestirà i rischi di contaminazione esistenti; Obiettivo strategico 4: La difesa migliorerà l’efficienza del suo consumo di risorse e rafforzerà la sicurezza delle risorse; Obiettivo strategico 5: La difesa riconoscerà e gestirà i valori del patrimonio immobiliare della Difesa». [ix]

Un generale a 5 stelle a difesa dell’ambiente

costaTornando alla Terza Conferenza sull’Ambiente organizzata dall’Arma dei Carabinieri, ritengo comunque interessante cercare di capirne la strutturazione e l’obiettivo, non tanto sul piano culturale e scientifico, quanto per comprendere meglio la strategia ‘ambientalista’ delle forze armate italiane. Ci aiuta un articolo apparso sul sito de La Dea della Caccia, che si autodefinisce “il magazine delle passioni venatorie, natura ambiente e non solo”. Per fare onore all’impegnativo titolo dato al convegno: “Biodiversità: motore della vita sulla Terra” , esso ne prevedeva la trattazione su tre piani: il suo valore, la sua conservazione e l’attività di polizia a sua tutela.

Come si vede, i lavori avevano un taglio molto specifico e scientifico ed inoltre non era solo rituale l’intervento alla Conferenza del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa – ex Comandante in Campania del Corpo Forestale dello Stato, che il governo Renzi volle forzosamente militarizzare, traslocandolo all’interno della Benemerita e rinominandolo ‘Carabinieri per l’Ambiente’. A questo “generale a 5 Stelle” ho già dedicato una nota sul mio blog [x], ma non posso fare a meno di sottolineare che, quattro anni fa,  fu l’allora Comandante Regionale della Forestale Sergio Costa:

«…ad insorgere e ad invitare senza mezze parole dal suo profilo Facebook a farsi sentire. “Da oggi in poi, fintanto che il Governo non cambierà idea, io avrò sul mio profilo Fb lo stemma del Corpo Forestale dello Stato e non lo cambierò. Aiutate il CfS e scrivete sul profilo Facebook del Premier Matteo Renzi che non concordate sul progetto”». [xi]

Fatto sta che colui che aveva dichiarato: «Siamo l’unica forza di polizia specializzata nei settori di ambiente e natura e questo deriva dal fatto che veniamo preparati sin da giovani. Una peculiarità che perderemmo se finissimo nella polizia o nei carabinieri» [xii]  nel 2016 è poi diventato Generale di Brigata dei Carabinieri e nel 2018 è stato designato dal M5S a ricoprire il delicato ruolo di Ministro dell’Ambiente. Dello stemma della Forestale – col suo motto “Pro natura opus et vigilantia” – resta ormai solo il ricordo, che l’iniziativa ‘ambientalista’ intrapresa dai Carabinieri cerca però di rilanciare in qualche modo, anche con una certa enfasi retorica.

«La causa più rilevante di perdita di biodiversità è la distruzione o l’alterazione di habitat, nonché il prelievo illegale di specie animali e vegetali in natura. Quindi l’attività di controllo e di contrasto finalizzata a prevenire e reprimere i crimini ambientali contribuisce in modo significativo alla tutela della biodiversità. In materia ambientale l’attività preventiva è senza dubbio decisiva per evitare la perdita di biodiversità in quanto la repressione, seppur inevitabile, interviene successivamente all’azione criminale che ha cagionato il danno alle componenti ambientali che, quasi sempre, risultano irreparabilmente compromesse generando, a volte, anche rischi concreti per la salute pubblica. Altrettanto fondamentale, per la tutela dell’ambiente, è una capillare e mirata attività di educazione ambientale. In questo ambito l’Arma dei Carabinieri, da sempre attenta alle esigenze dei territori e prossima alle popolazioni rurali e montane, svolge un ruolo importante per aiutare a comprendere e rispettare consapevolmente l’ambiente e, nel contempo, agisce con prontezza e fermezza  per contrastare le illegalità sia di tipo organizzato che comune, anche quando i reati hanno una matrice internazionale…». [xiii]

E’ qui evidente il taglio conferito al Convegno, il cui aspetto più rilevante è quello inerente alle attività di polizia a tutela dell’ambiente, sul piano sia preventivo sia repressivo. Tutto bene, però va detto che questa specifica finalità dei Carabinieri non giustifica né la militarizzazione di un preesistente corpo civile di polizia giudiziaria, né autorizza le Forze Armate nel loro insieme a fregiarsi del titolo di difensori dell’ambiente, i cui equilibri ecologici sono viceversa pesantemente compromessi proprio dalle attività militari, per non parlare di quelle esplicitamente belliche.

Tutela ecologica VS devastazione ambientale

poligoniFa quindi amaramente sorridere che, in quel contesto, la ministra Trenta abbia disinvoltamente dichiarato:

«Potrebbe sembrare un paradosso, ma se le aree su cui insistono da 50/60 anni molti poligoni militari sono oggi considerate Siti di Interesse Comunitario e rappresentano molto spesso un polmone verde per le regioni che le ospitano, la ragione è da ravvisarsi anche nel fatto che esse sono state interdette a quella edilizia speculativa che ha invece devastato tante zone pregiate del nostro territorio, soprattutto in prossimità delle coste». [xiv]

Ebbene sì, onorevole professoressa e capitana della riserva, quello da lei enunciato è effettivamente un paradosso, che vorrebbe farci credere che le tante aree impiegate per devastanti ed inquinanti esercitazioni militari sarebbero considerate di interesse naturalistico proprio in quanto ‘protette’ dalla rassicurante presenza militare. Continuando in tale assurdo sillogismo, ne deriva che, per tutelare i valori ambientali di tanti territori del nostri Paese, la soluzione più efficace sarebbe quella di assoggettarli a sempre nuove servitù militari…!

La triste verità, invece – per citare un articolo apparso nel 2015 sul sito dell’UNRIC (un organismo dell’UNU) – è che “l’ambiente è una vittima della guerra troppo spesso dimenticata[xv]. La tragica realtà che abbiamo tuttora davanti agli occhi, ci dimostra che, mutuando il titolo d’un saggio francese di ecologia politica, “la natura è un campo di battaglia[xvi] sul quale si esercitano le forze oscure di un capitalismo selvaggio e cinico, che non esita a ricorrere al ‘razzismo ambientale’,  colpendo soprattutto i più marginali, ed a ‘finanzializzare’ cinicamente perfino la crisi ecologica.

«La ‘riservatezza’ sulle questioni militari […] ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei gravissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra. Pur essendo poco o per nulla finanziato, si sta gradualmente sviluppando un filone di ricerca grazie al quale si cerca di approfondire la relazione tra guerra e ambiente, tenendo conto non solo della guerra ‘guerreggiata’, ma dell’intero sistema che – coinvolgendo tutti i settori della società – contribuisce alla preparazione materiale, tecnica, umana della guerra, e scarica sugli ecosistemi le conseguenze di tale preparazione. La guerra, quindi, vista non solo come evento o serie di eventi, ma come un processo sistemico che cattura, trasforma e infine degrada (termodinamicamente) enormi quantità di materia e di energia (oltre che di denaro) sottraendole ad altri destini e producendo materiali inquinanti e tossici per tutte le forme di vita sulla Terra».[xvii]

Alla faccia della tutela della biodiversità! Le aree occupate dai militari per i loro ‘giochi di guerra’ e gli stessi mari dove si esercitano pericolosi natanti sono oggetto di molteplici forme d’inquinamento ambientale, da quello da residui tossici a quello chimico, dall’acustico all’elettromagnetico, fino a giungere al più insidioso e pervasivo: la contaminazione nucleare.

«Ironia della storia, il pianeta non è meglio difeso e protetto da coloro che si autoproclamano suoi difensori, ossia le forze armate, Il loro peso ed il loro impatto nel deterioramento del mondo non può che aggravare le crisi ambientali che conosciamo, crisi capaci di innescare nuovi conflitti. I militari fanno parte del problema prima di far parte, eventualmente, della soluzione […] Pensare in funzione della biodiversità vuol dire integrare il fatto che più dell’80% dei conflitti armati scoppiati tra il 1950 ed il 2000 si situano nelle zone più ricche e diversificate quanto a specie protette». [xviii]

La demistificazione che Ben Cramer – il polemologo francese docente all’Università di Parigi – fa dell’ossimoro che presenta i militari come difensori dell’ambiente, lo porta a formulare anche alcuni suggerimenti per fermare più credibilmente questa preoccupante corsa verso l’autodistruzione. Oltre a “climatizzare il Pianeta”, provvedendo ad arrestare con mezzi bio-ingegneristiche il riscaldamento globale, bisogna “ripulire l’atmosfera” ma soprattutto occorre “uscire dalla logica MAD”, la follia della ‘mutua distruzione assicurata’ che fatalmente accompagna l’escalation nucleare. Per Cramer, insomma, bisogna non solo riconvertire, riciclare e cambiare modello di sviluppo, ma soprattutto “disinquinare smilitarizzando” senza rinunciare ad “ecologizzare la difesa”.

«Il clima paranoico, col crescendo di odi e sovrapproduzione di nemici, rischia non soltanto di militarizzare le nostre società, ma parallelamente rischia di interferire con lo sviluppo, l’approfondimento e la connessione dei valori ecologisti e pacifisti». [xix]

Per un approccio ecopacifista

green-dove-1A questo punto mi sembra chiaro che bisogna demistificare lo pseudo-ambientalismo delle Forze armate, pur riconoscendo la funzione di un organo civile e qualificato di polizia ambientale, capace di prevenire e di reprimere i reati in materia. Non basta però smascherare i goffi tentativi di camuffamento dei militari, che usano la mimetica per farsi credere difensori della natura e farci dimenticare la loro pesante impronta ecologica sulla terra, i mari ed i cieli del nostro Paese.

Bisogna infatti rilanciare in Italia un forte ed unitario movimento ecologista tuttora latitante e spesso compromesso da posizioni ambigue e di comodo. Soprattutto, credo che sia assolutamente necessario collegare le battaglie ambientaliste con quelle pacifiste, come ho affermato in precedenti interventi e nel mio opuscolo dal titolo ‘L’Ulivo e il Girasole’, nel quale chiarivo anche i principi fondamentali di un approccio ecopacifista, in Italia ancora poco conosciuto e ancor meno praticato.

«L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alle lotte per la difesa degli equilibri ecologici e per l’opposizione al militarismo ed alla guerra. Con questo termine andrebbe invece caratterizzata un’impostazione etico-politica ed un programma costruttivo globale nei quali la nonviolenza attiva si manifesti sia nella salvaguardia dell’ambiente naturale e di tutte le forme di vita, sia nella ricerca di soluzioni costruttive e non armate ai conflitti […] Vi sono…alcune battaglie in cui la saldatura fra le due componenti del binomio ecopacifista risultano più evidenti. Sono quella contro la corsa agli armamenti e la moltiplicazione di scenari bellici, apportatori di morte ma anche di enormi disastri ambientali; quella contro il nucleare civile e militare; quella contro la globalizzazione che annienta le diversità biologiche ed umane, sottoponendo l’economia alla tirannia del profitto e militarizzando sempre più le società».[xx]

Ritengo infatti che solo un’impostazione ecopacifista possa farci uscire dall’equivoco che i vari Ministeri della Difesa si occupino di difendere l’ambiente e che a salvare il Pianeta ed i suoi equilibri ambientali possano essere quei soggetti la cui c.d. missione è invece tra le prime cause di sprechi energetici, di inquinamento del Pianeta e di devastazione e contaminazione dell’ambiente, oltre a sottrarre risorse sempre maggiori agli investimenti sociali, educativi e sanitari.

Se, infatti, è auspicabile che i militari si decidano finalmente a ridurre la loro ‘impronta ecologica’, bisogna però smascherare il pericoloso imbroglio di chi cerca di farli passare ora per amorevoli boy scout, ora per una versione aggiornate delle disneyane ‘giovani marmotte’.

L’ecopacifismo, per citare un docente catalano di ecologia politica:

«È una relazione sistemica essenziale che deve essere evidenziata e affrontata prima che sia troppo tardi. Significa anche che i precetti della cultura della pace devono diventare parte dell’ambientalismo e che i precetti ambientali devono diventare parte del pacifismo e dell’antimilitarismo. La questione va ben al di là di quella che potrebbe essere un’alleanza tattica tra i movimenti sociali per la giustizia globale». [xxi]

Non ci resta, allora, che demistificare l’ecologismo in salsa grigioverde, contrapponendogli un movimento ecologista e pacifista unito, più consapevole del proprio ruolo e, soprattutto, capace di mobilitare la coscienza di tanti giovani, che dovrebbero diventare protagonisti del loro futuro e, prima ancora, adoperarsi affinché il loro futuro non sia compromesso irrimediabilmente dal suicidio iperconsumista e dalla persistente follia della guerra.


N O T E 

[i] “Difesa e ambiente: al via la terza conferenza internazionale” (13.11.2018)  in: Ministero della Difesa> https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Difesa-e-ambiente-al-via-la-terza-conferenza-internazionale-.aspx

[ii] Ibidem   (sottolineature mie)

[iii] Ermete Ferraro, “L’insostenibile leggerezza della sostenibilità” (15.05.2015), AgoraVox Italia > https://www.agoravox.it/L-insostenibile-leggerezza-della,63977.html

[iv]  Ebe Pierini, “Difesa e ambiente” (26.11.2017), Carabinieri.it > http://www.carabinieri.it/editoria/natura/la-rivista/home/tematiche/ambiente/difesa-e-ambiente  (sottolineature mie)

[v] Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ufficio nazionale per il Servizio Civile, La Difesa civile non armata e nonviolenta (DCNAN), Roma, 30.01.2006 > http://www.serviziocivile.gov.it/media/561235/DCNAN-30-gen-06.pdf  (sottolineature mie)

[vi]  Environnement , Ministère de la Défense > https://www.defense.gouv.fr/sga/le-sga-en-action/developpement-durable/environnement  (traduzione e sottolineature  mie)

[vii] National Defence and Canadian Armed Forces, Greening Defence  > http://www.forces.gc.ca/en/business-environment/index.page  (traduzione e sottolineature mie)

[viii] Department of Defense, Global Change.gov > https://www.globalchange.gov/agency/department-defense (traduzione e sottolineature mie).  Che il Pentagono USA sia il principale inquinatore a livello mondiale è rivelato dall’articolo: “Environmentalists are Ignoring the Elephant in the Room: U.S. Military is the World’s Largest Polluter” (22.05.2017) by Washington’s Blog > https://www.globalresearch.ca/environmentalists-are-ignoring-the-elephant-in-the-room-u-s-military-is-the-worlds-largest-polluter/559159. Un altro interessante articolo americano sul rapporto fra militari ed ambiente è sintetizzato in: Gar Smith, “The Environmental Destruction Wrought by War” , An excerpt adapted from: GAR SMITH, The War and Environment Reader.September 20, 2017 > http://www.earthisland.org/journal/index.php/articles/entry/environmental_destruction_war/

[ix]  Dept. of Defence, Environmental Management, Australian Govt – DOD > http://www.defence.gov.au/Environment/ (traduzione mia)

[x]  Ermete Ferraro, “Generale, quelle 5 stelle…” (11.06.2018), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.com/2018/06/11/generale-quelle-5-stelle/

[xi]  Enrico Ferrigno, “Abolizione della Forestale, il Comandante regionale arringa su Fb: ‘Protestate con Renzi’ “ (24.07.2014), Il Mattino > https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/forestale_comandante_costa_terra_fuochi-512999.html

[xii] Carmelo Leo, “Sergio Costa ministro dell’Ambiente: è il generale che ha combattuto la Terra dei fuochi” (31.05.2018), la Repubblica > https://www.repubblica.it/ambiente/2018/05/31/news/sergio_costa_ministro_ambiente_governo_conte-197374509/

[xiii] “3^ Conferenza internazionale sull’ambiente ‘Biodiversità: motore della vita sulla terra’ (09.11.2018), La Dea della Caccia > https://www.ladeadellacaccia.it/index.php/3-conferenza-internazionale-sullambiente-biodiversita-motore-della-vita-sulla-terra-55212/  (sottolineature mie)

[xiv] “Difesa e ambiente” in: Ministero della Difesa, cit.

[xv]  Cfr. https://www.unric.org/fr/action2015-cop21/3636-lenvironnement-une-victime-de-la-guerre-trop-souvent-oublieeUn interessante ed accurato studio comparativo sul rapporto tra militarizzazione dei siti e protezione ambientale in tre Paesi (Francia, Regno Unito e U.S.A.) è: Peter Coates, “Defending Nation, Defending Nature? Militarized Landscapes and Military Environmentalism in Britain, France, and the United States”, Environmental History, Volume 16, Issue 3, 1 July 2011, Pages 456–491 > https://academic.oup.com/envhis/article/16/3/456/457490

[xvi] Razmigh Keucheyan, La nature est un champ de bataille, Essai d’écologie politique, La Découverte > https://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index-La_nature_est_un_champ_de_bataille-9782355220586.html (traduzione mia)

[xvii]  Elena Camino, “Guerra, ambiente, nonviolenza” (23.05.2016),  Torino, Centro Studi Sereno Regis > http://serenoregis.org/2016/05/23/guerra-ambiente-nonviolenza-elena-camino/

[xviii]  Ben Cramer, Guerre et Paix…et Ecologie – Les risques de la militarisation durable, éd. Yves Michel, 2014, pp. 20 …. 26 (trad. mia); vedi anche il suo articolo del 2016 “Pour un état d’urgence démocratique”: > http://www.yvesmichel.org/pour-un-etat-durgence-democratique-par-ben-cramer/

[xix] Cramer, op. cit., p. 234

[xx]  Ermete Ferraro,  L’Ulivo e il Girasole – Manuale per un progetto di coordinamento delle azioni ecopacifiste di VAS Onlus-APS. Napoli, 2014, ISSUU.COM  pubblicato come e-book e scaricabile all’indirizzo: https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d p. 4.   Vedi anche: Idem, “Ecopacifismo: visione e missione” (12.11.2011),  postato sulla pagina di E.F in: GandhiTopia (India) > http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione

[xxi] David Llistar i Bosch, “Convergence of environmentalism and antimilitarism. Metabolism, geopolitics and anti-cooperation” ,  Generalitat de Catalunya, Per la Pau – Peace in Progress , N° 5 (Nov. 2010) > http://www.icip-perlapau.cat/e-review/issue-5-november-2010/convergence-environmentalism-and-antimilitarism-metabolism-geopolitics-and-anti-cooperation.htm

© 2018, Ermete Ferraro

La Civiltà del Sole come Ecotopia

di Ermete Ferraro (*)

 

I – L’UTOPIA CONCRETA DI UN ‘PRAGMATICO IDEALISTA’

antonio 4Sono trascorsi tre anni e mezzo da quando si è spenta la luminosa stella di Antonio D’Acunto, l’ingegnere napoletano settantaquattrenne che ha lasciato un segno notevole nella recente storia del movimento ecologista italiano, sia da consigliere regionale della Campania, sia come instancabile animatore di esperienze ambientaliste di base. L’Amministrazione Comunale di Napoli ha voluto giustamente onorarne la memoria con targa e medaglia, intitolandogli il nuovo Parco Ecologico di Piscinola. Il Sindaco de Magistris, nel corso della sua commemorazione ufficiale, lo dipinse sinteticamente come: «…un uomo mite, generoso, umile, un passionario, un gran combattente. Un uomo perbene. Un amico[i]  Anche un giornalista come Antonio Piedimonte lo ricordò con toni commossi nel suo articolo intitolato “Quel guerriero sorridente  che regalò alla Campania l’energia solare”, accostandolo fra l’altro ad un altro ecologista scomparso:

«…[con] Antonio Iannello, un altro grande protagonista della storia dell’ambientalismo che insieme con D’Acunto – amico e sodale – formò una straordinaria coppia di guerrieri, pacifici quanto inarrestabili. Due pragmatici idealisti, due giganti dalle cui spalle in molti hanno potuto scrutare un futuro diverso, magari non sempre realizzabile (a volte quasi mai) ma di sicuro migliore e perciò in grado di dare nuova forza alla speranza.» [ii]

Diversamente da quanto ho fatto in altre occasioni, volendone onorare la memoria da amico prima ancora che da collaboratore [iii] , ora però vorrei approfondire soprattutto la sua straordinaria ‘idea-chiave’, quella Civiltà del Sole sulla quale s’imperniava il testo della legge regionale d’iniziativa popolare della Campania n. 1/2013 di cui D’Acunto è stato primo firmatario[iv]] e presentatore ed alla quale è improntato il progetto che, in suo nome, continua a portare avanti la Rete associativa che egli ha fondato e presieduto. [v] Il rischio è che a questa pur suggestiva espressione nella mente degli interlocutori non corrispondano concetti chiari e precisi. Antonio D’Acunto, della cui profetica visione faceva parte questo concetto, non amava le frasi ad effetto ma vuote. Con questa efficace formula, infatti, egli aveva saputo sintetizzare un complesso percorso ideologico, frutto di decenni di militanza ambientalista e di riflessioni teoriche. Ecco perché cercherò di chiarirne il significato, esplicitando il profondo messaggio eco-sociale che D’Acunto ha voluto lasciarci in eredità.

CamPhRe2145cE’ evidente che quella espressione evocava “La città del Sole” , titolo dell’opera che il filosofo calabrese Tommaso Campanella scrisse nel 1602 [vi], ma – al di là dei facili riferimenti ai classici della letteratura ‘utopica’, da Platone a Thomas More, dallo stesso Campanella a Francis Bacon, da Fénelon a Swift, passando per Thoreau e giungendo ai giorni nostri – l’intento di D’Acunto era ben altro. Nei suoi scritti è rintracciabile una solida cultura filosofica e non mancano riferimenti al pensiero degli antichi, in particolare ai Presocratici, ma la sua teorizzazione della Civiltà del Sole aveva una finalità politica, nel senso più nobile del termine. Il suo intento era infatti eminentemente civile, cioè orientato alla concreta realizzazione di una società alternativa a quella attuale, resa invivibile da un modello di sviluppo energivoro ed anti-ecologico.

«E’ in questa profondissima innaturalità la causa della totale insostenibilità dell’attuale sviluppo e della società ad esso connessa. La Civiltà del Sole, con il pensiero la cultura e la scienza che la formano, è il necessario nuovo cammino dell’umanità per il suo progredire e il suo ritrovarsi con la natura.» [vii]

Le considerazioni filosofiche, scientifiche e tecnologiche di D’Acunto, dunque, perseguono sempre una finalità estremamente concreta e pragmatica: indicare un percorso di transizione ad una società rispettosa degli equilibri naturali, ma al tempo stesso rivolta al vero progresso dell’umanità. In questa sua “ricerca di un nuovo umanesimo” la Civiltà del Sole si pone come la stella polare da seguire.

II – DALLE DISTOPIE ALL’ALTERNATIVA ECOTOPICA 

Alcuni studiosi si sono soffermati sul fiorire, nella seconda metà del secolo scorso, di testi riguardanti le utopie ecologiche ma anche il loro contrario, le distopie di cui si è occupata la letteratura fantascientifica e fantapolitica, da Bradbury ad Huxley, da Orwell a Burgess. [viii]

«La constatazione delle disfunzioni e delle rotture ecologiche del mondo è un elemento centrale dell’orizzonte del pensiero e dell’ideologia dominante della società contemporanea […]  La critica pessimista e radicale all’impulso tecnologico appare in numerosi scritti distopici, ispirando più tardi nuove forme di progetto sociale che potremmo qualificare come ecotopici. […] L’utopia non può dunque essere definita come la costruzione immaginaria in contrapposizione alla società reale, ma è espressione della coscienza che una società ha d’istituire la sua stessa ragion d’essere.» [ix]

copertina-civilitas-solis2.jpgAnche la Civiltà del Sole proposta da Antonio D’Acunto non era affatto una mera ipotesi teorica né una fantasticheria idealista bensì un meditato progetto, che nasceva dalla dolente consapevolezza dell’insostenibilità d’un modello di socialità e di rapporto con la natura che, alimentato dal fideismo scientista e dal capitalismo imperante, ci è stato finora imposto come l’unico paradigma possibile. Ciò che egli si è sforzato di dimostrare nei suoi scritti, quindi, non era solo la necessità di abbandonare quanto prima un modello energetico vetusto, inquinante e giunto ormai alle soglie dell’esaurimento delle risorse fossili cui attinge. Ciò che in essi risalta, piuttosto, è l’esigenza  di una conversione ecologica più generale, che ci porti fuori dalla logica dello sfruttamento e del consumo, a loro volta dominati dall’accentramento/controllo delle risorse energetiche.

«La sostenibilità sta solo nel sole, e nel sole sta l’unica cura per la disintossicazione termica, chimica e fisica del Pianeta.  Prima si comincia, prima si attiva questo percorso verso la sostenibilità, e poi verso la rigenerazione del Pianeta. […] E’ banalmente vero tutto ciò, ma detto così esso resta completamente dentro la filosofia limitata e superata che ci portiamo dietro quando affrontiamo la questione dell’energia solare: il pensare ad essa come fonte sostitutiva dell’energia fossile. La rivoluzione dell’energia solare, allo stesso tempo ad essa connaturale e da perseguire, sta invece nella radicale modificazione dell’attuale sistema produttivo, economico, sociale, culturale e politico. Data l’entità della popolazione umana….è sicuramente importante la quantità di energia, ma l’organizzazione della sua produzione e distribuzione e le conseguenze che ne derivano possono costituire il nuovo vero progresso dell’umanità.» [x]

Nell’auspicato avvenire del Sole, insomma, per D’Acunto c’era non solo l’affermazione di una prospettiva ambientalista, ma anche il recupero del messaggio comunista ed eco-socialista che guarda al Sol dell’avvenire, cioè ad una rivoluzione globale, che sappia cambiare radicalmente le modalità di produzione, di distribuzione e di consumo.

«Il sole richiama…una fondamentale rottura, un’inversione radicale rispetto al percorso energetico  passato dell’umanità…; passare dalla concentrazione di potenza alla diffusione capillare dei centri di produzione. La rivoluzione necessaria sta nella filosofia che lo spazio, la superficie del Pianeta, è la fonte fondamentale  dell’energia per l’umanità. […] Poiché in un sistema di tipo solare non sono concepibili isole di potenza, il sistema delle grandi linee di trasmissione non avrebbe più ragione di esistere: con l’equivalente della superficie compromessa dalle sole grandi linee di trasmissione si produrrebbe, con un sistema solare, tutta l’energia necessaria all’Italia di oggi !» [xi]

Bisogna tener conto, d’altra parte, che ci sono tuttora non poche resistenze culturali e sociali alla diffusione di modalità alternative di produzione, distribuzione e consumo dell’energia. Non manca soltanto una “cultura del solare”; spesso si avverte una scarsa consapevolezza del rapporto esistente fra la questione energetica e le quelle di natura sociale ed economica, ad essa intimamente correlate. Si rischia di perpetuare l’equivoco dell’antitesi fra ecologia ed economia, confermando l’idea che di modello economico ce n’è uno solo. Ogni sforzo per salvaguardare gli equilibri ecologici e difendere l’ambiente diventa pertanto un attentato oscurantista allo sviluppo, alla scienza, al progresso tecnologico e, in ultima analisi, alla stessa civiltà. Ecco perché ha fatto bene D’Acunto ha sottolineare l’importanza di quest’ultima parola, ancorandola però ad un paradigma – teorico e pratico – profondamente diverso, quello “solare”.

III – UNA TRANSIZIONE CONSAPEVOLE, GLOBALE E  DAL BASSO  

downloadCercare la modalità giusta di transizione ad una società ecologica richiede una grande capacità di guardare avanti, di essere ‘visionari’, ma anche di mantenersi sul piano della concretezza e di proporre un percorso comprensibile e praticabile. E’ sicuramente vero – e D’Acunto lo sapeva molto bene – che di tempo a disposizione ormai non ce ne resta molto. E‘ però altrettanto vero che nessun vero cambiamento è possibile se non si riesce a disseminarne pazientemente i principi basilari e a dimostrare che non si tratta di decisioni delegabili ad un vertice politico più o meno illuminato, ma di scelte che ci riguardano tutti e tutti i giorni, come persone e come comunità.

«Come conciliare un’impronta ecologica radicalmente ridotta con l’attuale pluralità delle nostre società e del loro tessuto economico? Cercare una via d’uscita è cambiare sguardo: partendo da dove siamo, senza negare i nostri disaccordi sulle soluzioni da apportare, prendendo in considerazione una pluralità di vie di sperimentazione, dalle micro-esperienze cittadine di permacultura fino alla produzione industriale ultratecnologica, passando per i sentieri dell’economia sociale e solidale.» [xii]

E’ proprio ciò che ha proposto D’Acunto, quando affermava:

«Appare del tutto chiaro che l’ inerzia del sistema materiale ma anche materiale del pensare comune oggi esistente richiama comunque anche la ricerca di soluzioni capaci di rispondere quali alternative credibili al sistema energivoro ed accentratore di oggi […] La coscienza della preziosità dell’energia e la conseguente razionalizzazione e ottimizzazione della sua produzione e del suo uso costituiscono perciò un percorso fondamentale dell’umanità e permeano l’identità di una nuova civiltà: la Civiltà del Sole.» [xiii]

Nella sua visione ecotopica questo nuovo mondo assume certamente i connotati ideali di una società finalmente riconciliata con la natura e i suoi valori, ma anche la complessità d’un ‘sistema’ globale che, a partire dalla rivoluzione ‘solare’, rivoluzioni tutti i parametri del vivere civile, dal lavoro all’edilizia, dalle scelte economiche a quelle riguardanti una democrazia partecipata e dal basso, pacifica e solidale. E’ impossibile allora non citare D’Acunto quando il suo messaggio assume il tono profetico – direi perfino poetico – del Vate che ha sguardo lungo e riesce ad intravedere una realtà futura.

« Nella civiltà del Sole la città respira come da natura e cresce nella bellezza della sua immagine[…] La campagna e l’agricoltura ritrovano l’identità perduta, generatrice e non distruttrice di risorse. Cambiano urbanistica e architettura del nuovo. Case fabbriche e luoghi sociali sono progettati e costruiti per essere energeticamente autosufficienti. Contro gli sprechi cambiano i materiali e le tecnologie impiegate. Cambiano la mobilità e il trasporto, privato e pubblico, riformulati sul solare e sulle sue derivazioni. Crescono, con la specifica tecnologia, la capacità rigenerativa della materia, il ricircolo, la sinergia e la simbiosi anche funzionali con la depurazione delle acque. Un’identità nuova del lavoro e della sua funzione sociale e collettiva trova nel rivoluzione del solare una grande centralità […] L’intera economia si libera dai vincoli del ricatto e della dipendenza dal mercato del combustibile e delle fonti energetiche, e lo scambio internazionale si attiva non sui vincoli della bilancia commerciale e sulla speculazione monetaria, ma sull’interesse reciproco e solidale. Le comunità locali…diventano i fattori delle scelte, con la capacità di acquisire la giusta energia sufficiente per le proprie necessità, di scambiarsela a bassa tensione… non hanno più ragion d’essere né le lobbies nucleari né le grandi guerre, militari politiche ed economiche per l’oro nero e per il gas naturale… » [xiv]

E’ a questa palingenesi eco-socialista che D’Acunto ha sempre e coerentemente teso, teorizzando ed illustrando la sua Civitas Solis, ma anche impegnandosi in prima persona, secondo la regola aurea dell’ambientalismo: “Thinking Globally, Acting Locally”. [xv]

IV – BIODIVERSITA’, SOLIDARIETA’, EQUITA’, AUTOSUFFICIENZA

D’Acunto ha sempre affiancato alle sue considerazioni sulle caratteristiche dell’auspicata Civiltà del Sole una particolare attenzione al concetto di tutela e promozione della Biodiversità, al punto da intitolare ad entrambi la Rete associativa che ha fondato e presieduto. A questo basilare pilastro del suo progetto ecologista, non a caso, è stata dedicata la prima sezione del suo volume, intitolata appunto “Amare e ritrovare la perduta biodiversità”.

« La sfida ambientalista è sicuramente a tutto campo: dalla ridefinizione del lavoro come costruzione dell’arricchimento dei valori dell’umanità, alla teoria e alla prassi di una nuova economia fondata sull’ecologia. Ma la sfida ambientalista deve essere soprattutto la sfida della biodiversità; non l’uomo al centro del Pianeta, ma la sua illimitata ricchezza di esseri viventi, animali e vegetali, all’interno dei suoi scenari incommensurabili di paesaggi, di luci e di colori. L’ambientalismo, come filosofia e cultura della biodiversità, assume perciò questa valenza: costruire il futuro di un’umanità non necessariamente infelice e sola in un inerte ed informe Pianeta, ma espressione di vita tra l’infinita moltitudine delle altre[xvi]

biodiversita'Non è difficile avvertire, nel tono lirico che D’Acunto assumeva quando parlava della Natura, tutto l’amore e, direi, la venerazione che provava nei confronti dell’indicibile bellezza e perfezione di ciò che gli uomini di fede chiamano Creato. Egli, pur da laico, ne ha sempre avvertito il profondo richiamo e, al di là di riflessioni scientifiche e di ogni credo religioso, con la sua insistenza sul valore centrale della biodiversità, ritengo che egli sia stato uno splendido interprete dello spirito francescano racchiuso nel ‘Cantico delle creature’.

« Tale filosofia rafforza la coscienza di come un territorio sia limitato e prezioso, nell’identità della sua  biodiversità, della sua cultura e delle sue potenzialità: è la filosofia dell’ottimizzazione, anche scientifica e tecnologica, dell’uso del territorio…» [xvii]

Questa stessa filosofia, oltre a manifestare una solidarietà biocentrica con tutti gli esseri viventi, manifesta una solidale apertura anche verso le generazioni successive, preservando le risorse finora dissipate dallo sfruttamento capitalista e dalla civiltà predatoria, violenta e consumistica che ne è derivata.

«La Civiltà del Sole parla…in misura sempre più elevata alle generazioni successive. Ad esse non sottrae risorse: il sole infatti conserva e vice la sua identità e la sua infinita bontà e potenza per un tempo illimitato, indipendentemente da ciò che l’uomo fa.[…] La Civiltà del Sole crea un percorso illimitato e crescente di solidarietà con quelle ad essa successive […] I raggi del sole trasformano ogni spazio di verde che salviamo o che rigeneriamo in naturale farmaco  per la cura dell’avvelenamento da anidride carbonica…La Terra ritrova la sua salute se le restituiamo la sua bellezza: più si afferma la Civiltà del Sole, più si allontana il rischio del collasso mortale del Pianeta, e più esso diventa meravigliosamente bello. » [xviii]

Non si può fare a meno di notare che la filosofia ecologista di D’Acunto assume in questi casi  accenti profondamente morali, ma anche estetici. Il valore etico della solidarietà con chi verrà dopo di noi, infatti, si fonde con la considerazione dello stretto legame tra lo stato di ‘salute’ della nostra Terra e la sua ‘bellezza’. Questo inscindibile. connubio tra bontà e bellezza era già presente nel pensiero classico attraverso il concetto greco di kalokagathìa [xix], ma lo ritroviamo anche nella visione biblica, in particolare quando Dio guarda ciò che ha creato e lo definisce con טוֹב (TOV ) aggettivo ebraico traducibile appunto sia come bello sia come buono, in quanto evoca l’idea di armonia e di perfezione.[xx]

download (1)Ma il Sole è da considerare ‘buono’ anche perché è giusto, poiché offre luce e calore – e quindi energia – a tutti gli esseri viventi, senza differenze e senza nessun vantaggio per se stesso. Per citare ancora D’Acunto:

«Il sole dona i suoi raggi a tutto il Pianeta e lo fa in rapporto alla vita esistente nelle sue singole parti: ovvero ogni parte del Pianeta ha creato la vita in rapporto a ciò che il sole le ha donato. Nella Civiltà del Sole non può che essere questo il primo principio di ogni modello di società, estirpando ogni radicamento di espropriazione, fortissimamente presente…» [xxi]

L’ultimo punto sul quale bisogna soffermarsi, se si vuole comprendere il pensiero di Antonio D’Acunto – è il concetto di autosufficienza energetica. Se è vero, come c’insegna la storia, che conflitti e guerre sono sempre stati originati dalla volontà di accaparrarsi ed accentrare nelle propre mani le risorse naturali e di dominare anche così gli altri popoli, è evidente che la Civiltà del Sole dovrà invertire radicalmente questa tendenza. In quello che potremmo chiamare  il ‘programma costruttivo’ di D’Acunto, infatti, affiora spesso la prospettiva di una ‘autosufficienza’ delle comunità locali, che non significa affatto chiusura identitaria bensì capacità di soddisfare i propri bisogni con le risorse del proprio territorio. E’ un concetto, per l’appunto, simile a quello del Swadeshi [xxii] predicato e praticato da Gandhi nella sua rivoluzione nonviolenta dell’India.

«Nella Civiltà del Sole…nessuna comunitàpuò pretendere il soddisfacimento del proprio fabbisogno energetico con energia proveniente da altre comunità: ogni comunità deve attivarsi per la propria autosufficienza energetica, ciò naturalmente sia in un contesto di corretta, organica e funzionale armonia tra le comunità adiacenti, sia in un concretamente fattibile percorso di transizione. […] La filosofia della cultura e della diffusione dell’energia solare ha la sua genesi ed attuazione nelle scelte globali che si sono fatte e che si fanno per il territorio, in un’ineludibile coniugazione, armonia e tutela della sua identità naturalistica, storica, culturale, economica e produttiva.» [xxiii]

V – UN DECALOGO PER LA CIVILTA’ DEL SOLE

Dai passi citati emergono con evidenza alcuni concetti fondamentali, che sono un po’ le colonne portantI della Civiltà del Sole, che vanno però intesi strategicamente, secondo una logica progressività. Proverò quindi a sintetizzare queste idee fondanti in una sorta di ‘decalogo’.

  1. Prendere coscienza della totale insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e della società ad esso connessa e da esso condizionata, recuperando la valenza positiva del concetto di limite (del territorio, delle risorse…), dal quale scaturisce la preziosità dei beni ambientali e la conseguente necessità di prestare molta attenzione all’esauribilità delle risorse naturali ed alla fragilità degli equilibri naturali.
  2. Orientarsi verso un cambiamento radicale, inteso però come percorso/cammino/progresso verso un modello alternativo, che porti l’umanità a ritrovarsi con la natura.
  3. Adottare preliminarmente una seria strategia di disintossicazione termica, chimica e fisica del Pianeta, condizione indispensabile per una sua rigenerazione ecologica, voltando decisamente pagina rispetto alla ‘civiltà del petrolio’.
  4. Scegliere le fonti energetiche rinnovabili come rivoluzione del nostro modello di produzione distribuzione e consumo, vetusto iniquo ed energivoro, anziché come banale ed opportunistica sostituzione delle fonti fossili in esaurimento o in crisi.
  5. Rompere radicalmente con modalità centralizzate e verticistiche, in campo energetico ma anche in ambito sociale, economico e politico.
  6. Razionalizzare / ottimizzare la produzione e l’uso dell’energia e di territorio, facendo ricorso alla saggezza delle soluzioni forniteci dalla stessa Natura: riciclo della materia, sinergia, simbiosi.
  7. Introdurre una profonda rivoluzione anche dei rapporti economici e sociali all’interno della società, con un’identità nuova del lavoro e della sua funzione sociale e collettiva, passando dal circolo vizioso del consumo individuale, iniquo e senza limiti alla logica virtuosa dell’interesse reciproco e solidale.
  8. Salvaguardare e promuovere il fondamentale valore ecologico della biodiversità, tenendo conto che la stessa limitatezza del territorio e delle sue risorse lo rende prezioso, per cui dovremmo adottare un’ottica non più egoisticamente antropocentrica, ma rispettosa della natura ed aperta a tutte le forme di vita.
  9. Adottare un ambientalismo ecosociale, che valorizzi la solidarietà (tra pari e con le generazioni future) e persegua l’equità, restituendo salute e bellezza alla nostra Terra, che il Sole illumina e nutre in modo indistinto, e quindi fruibile da tutti.
  10. Orientare le scelte economiche verso uno sviluppo ecosostenibile ed autocentrato, opposto a quello della centralizzazione e controllo delle risorse, per valorizzare le risorse del territorio e tutelare l’identità e l’autosufficienza economica delle comunità.  

E’ interessante osservare che questo articolato paradigma ambientalista è riscontrabile anche in altri contesti, come progetto ecosostenibile che coniughi un’alternativa energetica con una prospettiva pacifica. E’ il caso, ad esempio, del ‘dodecalogo’ elaborato nel 2017 dalla Tamera Holistic Peace Research Centre, un’organizzazione portoghese impegnata nella promozione di una modalità energetica autonoma, rigenerativa e decentrata, L’ecovillaggio di Tamera è già dotato di un impianto solare da 20 kW, ma soprattutto sta sperimentando un suo sviluppo alternativo, fondato su fonti energetiche locali, integrate ed autosufficienti, e sulla eliminazione di ogni forma di spreco. [xxiv]

Un utile riferimento, per approfondire la tematica del rapporto tra ‘rivoluzione energetica’ e cambiamento del paradigma socio-economico nel senso di una democrazia partecipata e giusta, è un articolo di Burke e Stephens, in conclusione del quale leggiamo:

« Come trasformazioni sociali, le transizioni energetiche giuste, democratiche ed ecologiche richiedono un impegno a costruire la capacità della comunità per una governance energetica democratica, evitando nel contempo il perpetuarsi delle molte ingiustizie sociali ed ecologiche dei sistemi energetici dominanti esistenti. […] La democrazia energetica apre la possibilità di forme rinnovate e rinnovabili di democrazia, create attraverso impegni più approfonditi e più inclusivi con lo sviluppo di un futuro energetico rinnovabile. Se la politica energetica diffusa esprime ragionevolmente le potenzialità di un’energia rinnovabile e di un rinnovato potere politico in un momento di emergenza climatica, allora la democrazia energetica fornisce una risposta piena di speranza e tempestiva.» [xxv]

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E’ proprio dalla sperimentazione di tante ‘buone pratiche’ come questa – in Europa come nel resto del Pianeta – che il luminoso progetto ecosociale di Antonio D’Acunto trae nutrimento e conferma. La Civiltà del Sole non è l’utopia di un visionario ma la sola prospettiva per uscire dal disastro ambientale e socio-politico nel quale siamo immersi, la cui gravità spesso paralizza ogni sforzo per uscirne. Ci vuole tutto l’ottimismo della volontà che alimentava l’instancabile azione di D’Acunto per reagire allo sconforto in modo proattivo e creativo. All luce della sua grande lezione – di vita oltre che di pensiero – noi della Rete per la Civiltà del Sole e della Biodiversità continueremo perciò sulla strada da lui tracciata, nella speranza che siano sempre di più quelli che vorranno dare menti braccia e gambe al suo e nostro progetto.

Concludo citando un’efficace e sintetica frase di Giorgio Nebbia, altro maestro dell’ambientalismo e grande amico di Antonio:

«La diffusione della cultura e della consapevolezza della insostenibilità dell’attuale società può essere un’occasione per metterne in discussione le fondamenta stesse, violente ed egoistiche. E per cercare nuovi modelli di rapporti produttivi e di rapporti internazionali, governati dalla soggezione alle uniche leggi che non si possono violare, quelle della natura. La realizzazione di una società meno insostenibile può essere una straordinaria occasione per cercare nuovi valori di solidarietà e di giustizia.» [xxvi]

—– N O T E —————————————————————————–

[i] Luigi de Magistris, discorso commemorativo  in Sala Giunta del Municipio di Napoli (27.02.2015) > cfr. servizio televisivo di Marina Galiano sulla commemorazione ufficiale di A. D’Acunto per la webt tv del Comune di Napoli >> https://www.youtube.com/watch?v=ZHf0IFUp4C8

[ii] Antonio E. Piedimonte, “Quel guerriero sorridente che regalò alla Campania l’energia solare”, Corriere del Mezzogiorno, 29.12.2014 > https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/14_dicembre_29/quel-guerriero-sorridente-che-regalo-campania-l-energia-solare-7a875576-8f5d-11e4-958d-cb5be19f6659.shtml

[iii] Ermete Ferraro, Ciao, Antonio… (31.12.2014) > https://ermetespeacebook.com/2014/12/31/ciao-antonio/ . Vedi anche il mio contributo biografico su A.D.A., posto a prefazione del libro postumo che ne raccoglie i tanti articoli pubblicati sul suo blog: Ermete Ferraro, Lo cunto di d’Acunto – Le stagioni nel sole di un profeta laico, in: Antonio D’Acunto, Alla ricerca di un nuovo umanesimo . Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, a cura di Francesco D’Acunto, Napoli, La Città del Sole, 2015 > http://www.lacittadelsole.net/d-acunto.html

[iv] Leggi in: http://www.sito.regione.campania.it/leggi_regionali2013/lr01_2013vigente.pdf

[v] Visita il sito web della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità (RCCSB) > http://www.laciviltadelsole.org/

[vi] Tommaso Campanella, La città del Sole (1602), Milano, Feltrinelli, 2014

[vii] A. D’Acunto,  “La Civiltà del Sole”, introduzione agli articoli su questo tema in:  Alla ricerca di un nuovo umanesimo, cit., p.193

[viii]  V. ad es. : R. Bradbury, Fahrenheit451 (1955); A. Huxley, Brave New World (1932); G. Orwell, Nineteen Eighty-Four (1949); A. Burgess, Clockwork Orange (1962)

[ix]  Jean-Paul Déleage, “Utopies et dystopies écologiques”,  Ecologie & politique, 2008/3 n° 37 , pp.33-43 > https://www.cairn.info/revue-ecologie-et-politique1-2008-3-page-33.htm (trad. mia).

[x] A. D’Acunto,  “La Civiltà del Sole” (maggio 2010), in op. cit. , p. 200

[xi] Ibidem, pp. 201-202

[xii] “Description” del libro: Christian Arnsperger et Dominique Bourg, Ecologie intégrale : pour une société permacirculaire, Paris, P.U.F., 2017 > https://www.franceculture.fr/oeuvre/ecologie-integrale-pour-une-societe-permacirculaire  (trad. mia)

[xiii] A. D’Acunto, op. cit, p. 203

[xiv] Ibidem , pp. 203-204

[xv]  Non è ancora chiara l’origine di questa nota espressione, attribuita a persone diverse, dall’urbanista scozzese Patrick Geddes  (1915) al fondatore degli Amici della Terra  David Brower (1969);  dal biologo francese René Dubos (1972) fino al ‘futurista’ Frank Feather (1979)

[xvi] A. D’Acunto, “La sfida della biodiversità per una nuova egemonia culturale dell’ambientalismo” (feb. 2010), in op. cit, p. 63

[xvii]  Idem, “Il territorio, limitato e prezioso, e la Civiltà del sole” (dic. 2010) , ibidem, p. 209

[xviii] Idem,  “La Civiltà del Sole la Civiltà del Petrolio” (mag, 2012), in op.cit. , pp. 216-217

[xix]  Cfr.la voce su Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Kalokagathia , ma anche: “La bellezza come dono divino  Kalokagathia”, in Treccani > http://www.treccani.it/export/sites/default/scuola/lezioni/scienze_umane_e_sociali/BELLEZZA_ARTE_1_lezione_c.pdf

[xx] Carmine Di Sante, “Bellezza e bontà: quale relazione secondo la Bibbia?”, N.P.G. (Note di Pastorale Giovanile), 22.08.1999 > http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4023:bellezza-e-bonta-quale-relazione-secondo-la-bibbia&catid=310:npg-annata-1999&Itemid=207

[xxi] A. D’Acunto, “La Civiltà del Sole e la Civiltà del Petrolio”, cit., p.218

[xxii] Cfr. “Movimento Swadeshi” in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_Swadeshi ; vedi anche: Siby K. Joseph,  “Understanding Gandhi’s Vision of Swadeshi”, mkgandhi.org  > https://www.mkgandhi.org/articles/understanding-gandhis-vision-of-swadeshi.html

[xxiii] A. D’Acunto, “Da Nimby a Ymby for us” (feb. 2014), op. cit. , p. 223

[xxiv] “Producing energy in a culture of peace – Tamera, Portugal leads the way” (ago. 2017),  Ecolise.eu > http://www.ecolise.eu/producing-energy-in-a-culture-of-peace-tamera-portugal-leads-the-way/

 [xxv] Matthew J. Burke, Jennie C. Stephens, “Political power and renewable energy futures: A critical review”, Energy Research & Social Science, 35 (2018) 78-93 > https://reader.elsevier.com/reader/sd/77FE4C355DC8BE7A68F391D622B06F57F3CC9790A354041B4D8162094CF43690568699CBE4B09332D121E75D51EB2687

[xxvi]  Giorgio Nebbia, ” Pensieri su Gaia”, (mag.. 2014)  > http://giorgio-nebbia.blogspot.com/2014/05/sm-3260-pensieri-su-gaia.html#more

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© 2018 by Ermete Ferraro (Presidente della ‘Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità)

“Generale, quelle 5 stelle…”

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Il Gen. Sergio Costa

La Repubblica italiana è l’unico stato con un ‘generale a cinque stelle’. Normalmente, infatti, i gradi degli ufficiali superiori delle forze armate si fermano alle quattro stellette, che accompagnano la classica ‘greca’. Però il generale dei carabinieri Sergio Costa – già comandante per la Campania del Corpo Forestale dello Stato – sembra fare eccezione, visto che le ‘cinque stelle’ egli non le porta più cucite sulle mostrine o le controspalline, ma direttamente sul cuore. Non è un caso, infatti, che il nome di Costa come membro del Governo sia stato subito anticipato dal ‘capo politico’ del M5S, pronostico regolarmente confermato dalla sua nomina a Ministro dell’Ambiente del neo-esecutivo pentastellato-leghista, presieduto dal premier Giuseppe Conte. Ebbene, come scrivevo già nel precedente articolo sul mio blog [i], questa è la sola scelta che mi lascia soddisfatto nel contesto della compagine governativa cosiddetta giallo-verde, probabilmente perché si tratta dell’unico segnale di svolta ambientalista all’interno di un assai poco confortante quadro politico di stampo reazionario. Non ripeto qui le mie perplessità – per adoperare un eufemismo – su un esecutivo che sta innegabilmente virando a destra, in senso populista ma soprattutto seguendo una deleteria visione securitaria, nazionalista e xenofoba, strizzando un occhio alla Russia putiniana e l’altro alla ‘America First’ trumpiana.

Per quanto molti, anche fra amici e compagni, intessano lodi o manifestino speranzose aperture nei confronti di tale ‘governo del cambiamento’, io non posso farci niente: lo strano ‘presepio’, messo insieme in modo raffazzonato dal duo Salvidimaio, proprio “nun me piace”.  Lo so, qualcuno obietterà, proprio come faceva Luca Cupiello: «Come si può dire: ‘Non mi piace’, se quello non è finito ancora? ». [ii] Prendendo in prestito le battute di Nennillo, rispondo: «Ma pure quando è finito non mi piace […] Ma guarda un poco, quello non mi piace, mi deve piacere per forza?» [iii] Ciò premesso, devo ammettere che, pur in questo spiacevole scenario, la ‘statuina’ di Sergio Costa mi convince, dal momento che egli porta al Ministero dell’Ambiente sia la sua qualificazione di laureato in Agraria, con un master in Diritto dell’Ambiente, sia la sua profonda competenza in materia d’investigazioni ambientali, che lo hanno portato a svolgere un ruolo centrale nella tragica vicenda della ‘terra dei fuochi’, facendolo giungere meritoriamente ai vertici della Forestale e poi dei Carabinieri per l’Ambiente [iv]. Personalmente, ho avuto il piacere di conoscerlo e di apprezzarne la professionalità, la dirittura morale e la disponibilità ad approfondire segnalazioni e denunce. Credo quindi che si possa accogliere con soddisfazione la sua scelta come responsabile di un Dicastero dove dovrebbe imprimere una netta svolta, dopo anni d’incuria che hanno fatto degenerare vecchi problemi ambientali e spuntare nuove aggressioni all’integrità del nostro territorio. Eppure…

generale a 5 stelle

Five Stars General ?

Eppure questo stimabile ‘generale a 5 stelle’ non potrà prevedibilmente capovolgere – almeno da solo – la logica deleteria che ha subordinato finora i diritti dell’ambiente agli interessi economici, leciti ed illeciti, che lo hanno di fatto devastato. Sfruttare le sue indubbie capacità di contrasto degli abusi e degli ecoreati è cosa buona e giusta, ma non basta. Scoprire e denunciare con decisione comportamenti fuori legge in tali ambiti è solo il primo passo, ma rischia di farci dimenticare che l’intero modello di sviluppo da noi caparbiamente perseguito è di fatto incompatibile con il rispetto degli equilibri ecologici, con la salvaguardia della biodiversità e con la pur auspicata inversione di tendenza in ambito energetico. Non ho alcun dubbio che questo esperto investigatore ambientale nel suo nuovo incarico saprà dare – come ha dichiarato – la priorità al controllo delle discariche, all’inquinamento atmosferico, alla tante ‘emergenze’ ed agli abusi di ogni genere che stanno distruggendo le meraviglie del nostro Paese. Dove forse si sbaglia è quando dichiara: « L’ambiente è una cosa seria, centrale, e appartiene a tutti. Non c’è maggioranza o opposizione nella salvaguardia delle nostre terre». [v]E non certamente perché io non condivido la prima parte del ragionamento, ma perché non sono affatto convinto che sulla salvaguardia dell’ambiente siano tutti, naturalmente, concordi. La verità è che chi continua a perseguire dichiaratamente la ‘crescita’ e l’assurdo miraggio di uno sviluppo illimitato non sa che farsene della ‘salvaguardia delle nostre terre’. Chi sta irresponsabilmente formando intere generazioni a comportamenti consumistici ed energivori è di fatto un nemico dell’ambiente. Chi antepone la legge del profitto e della speculazione a quella del bene comune non è, e non sarà mai, un alleato di chi al contrario vuole impedire che le nostre terre (e la Terra più in generale) si trasformino in una discarica, che non riuscirà mai a smaltire ciò che la società dello spreco e del rifiuto produce ogni santo giorno.

5 STELLEOvviamente faccio i migliori auguri di buon lavoro a Sergio Costa, un illustre Napoletano ed un grintoso ambientalista piazzato in prima linea dal governo penta-leghista, dal quale sono certo che riceveremo presto segnali positivi. Però, lo ripeto, questo non può bastare. Delle ‘cinque stelle’ da cui prende nome il Movimento che lo ha fortemente voluto all’Ambiente – come ho già osservato nel mio precedente commento – temo che alcune possano già essere definite ‘cadenti’.  Se si  pensa che esse si riferivano originariamente ad: acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia [vi], è impossibile non notare quanto quella formazione politica si sia già discostata da quella ‘carta degli intenti’ di soli nove anni fa [vii] . Le priorità del Movimento attuale, di lotta e di governo, si direbbero ben altre, visto che alle questioni ambientali il ‘Contratto’  sottoscritto dal duo Di Maio-Salvini è dedicato solo un capitoletto, peraltro di tono astrattamente dichiarativo più che concretamente programmatico. Certo, si parla ancora di: ‘buone pratiche’, ‘economia circolare’, ‘azioni contro lo spreco’, ‘rischio idrogeologico’, ‘processi di sviluppo economico sostenibili’, ‘produzione da fonti rinnovabili’ e via lodevolmente enunciando. [viii] Da quelle tre paginette e mezza, però, non emergono impegni precisi, obiettivi chiari anche se limitati, scelte prioritarie, quelle cioè che ci si aspettava da un documento che si autodefiniva, appunto, come un ‘contratto’.

« Potrebbe sembrare un bel libro dei sogni, se dietro quest’elenco non si giocasse il futuro del Paese in tema di progresso sostenibile, tutela della salute dei cittadini e sopravvivenza delle future generazioni. E comunque, al di là del contratto, l’azione politica non potrà prescindere dalla “Strategia Nazionale sullo Sviluppo Sostenibile”, il documento di riferimento degli impegni italiani sottoscritto nei consessi internazionali, dal quale partire per implementare le politiche ambientali. Politiche che saranno improntate, certamente, ad un sano pragmatismo che al neo Ministro gli viene dall’esperienza maturata in questi anni sul campo…» [ix]

Ecco, appunto: un “bel libro dei sogni”. Eppure nelle rimanenti 54 pagine del ‘Contratto’ si prospettano in genere soluzioni, azioni e risposte più nette, anche se spesso appartenenti all’armamentario ideologico della destra reazionaria più che ad una forza progressista. E poi:  quale “sano pragmatismo” ci aspettiamo dal nuovo ministro? Quello di chi è consapevole che il mondo non si cambia in un giorno, oppure quello che ha connotato la parola sostenibilità nel senso ambiguo dell’ambientalismo ‘che ci possiamo permettere’, senza turbare troppo gli equilibri economici e le compatibilità finanziarie nazionali ed internazionali?

download (1)Sono certo che, nel caso di Costa, il pragmatismo del politico non tradirà i convincimenti ambientalisti della persona. Sta di fatto, comunque, che egli si trova a far parte di un esecutivo che esprime ben altre scelte e priorità, a cominciare da quella – martellante – delle politiche di respingimento dei migranti e di tutela degli ‘interessi nazionali’. Beh, se una cosa avrebbe dovuto insegnarci l’esperienza ultratrentennale dei Verdi – intesi come soggetto politico nato per superare l’ambientalismo settoriale e per configurare un progetto globale ed alternativo di società e di sviluppo – era proprio che un vero ecologismo non può mai essere ridotto a scelte auspicabili, ma comunque settoriali. Essere ‘verdi’ – secondo i ‘quattro pilastri’ del movimento a livello internazionale – dovrebbe risultare dall’integrazione di dimensioni strettamente correlate fra loro: “Saggezza ecologica, Giustizia sociale, Democrazia dal basso e Nonviolenza” [x]. Ebbene, questo governo, assai impropriamente definito dai media “giallo-verde”, non può farci credere che una svolta ambientalista si possa reggere solo su uno di questi pilastri, buttando giù gli altri tre. Siamo di fronte infatti ad uno dei governi più destrorsi di sempre, che continua a cavalcare il populismo più becero, fiutando l’aria di una più generale svolta autoritaria, nazionalista e militarista sia a livello europeo, sia sul piano globale. E’ vero che, per citare l’amara canzone di Gaber, ormai non distinguiamo più “cos’è la destra e cos’è la sinistra” [xi], però non ci si può chiedere di ingoiare i bocconi amari di politiche poliziesche e muscolari in nome della lotta alle ecomafie. Non si può pensare di  farci chiudere gli occhi sulla cancellazione di ogni principio di progressività fiscale, di rifiuto dell’invasività ambientale delle grandi opere o di tutela dei diritti fondamentali sol perché ci si promette, un po’ vagamente, di sostenere le energie alternative.

«Generale, queste cinque stelle, / queste cinque lacrime sulla mia pelle / che senso hanno dentro al rumore di questo treno, / che è mezzo vuoto e mezzo pieno /e va veloce verso il ritorno…» [xii] Così cantava Francesco  de Gregori giusto 40 anni fa. Ebbene, faccio i miei auguri e saluto cordialmente il ‘generale a 5 stelle’ Sergio Costa (anche se, da antimilitarista, eviterò di mettermi sugli attenti…), ma non posso fare a meno di chiedermi anch’io “che senso hanno [quelle cinque stelle] dentro al rumore di questo treno” sul quale è salito. Un treno che sembra andare “veloce verso il ritorno” ad un’Italia nazionalista, poliziesca e militarista, piena di paure e diffidenze, che speravamo di esserci lasciati alle spalle.

© 2018 Ermete Ferraro

—-N O T E  ————————————————————————

[i] E. Ferraro, Hanno fatto Trenta. Non facciano 31 ( 02.06.2018)  > https://ermetespeacebook.com/2018/06/02/hanno-fatto-trenta-non-facciano-31/

[ii]  E. De Filippo, Natale in casa Cupiello  (1931) – Atto I > http://www.duepuntotre.it/2015/11/natale-in-casa-cupiello.html

[iii] Ibidem

[iv]  Cfr. “Sergio Costa” su Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Costa

[v] Nino Femiani, “Il ministro Sergio Costa: ‘Io, peone della Terra dei fuochi. All’Ambiente ci vuole grinta” (02.06.2018), Il quotidiano.net > https://www.quotidiano.net/politica/sergio-costa-1.3952659

[vii] Cfr. la “Carta di Firenze” del M5S del 2009 > https://www.movimento5stelle.it/listeciviche/documenti/carta_di_firenze.pdf

[viii] Cfr. Il contratto di governo (18.05.2018) > https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/18/governo-m5s-lega-il-contratto-di-governo-versione-definitiva-del-testo/4364587/

[ix] S. Illomei, “Le priorità del neo-ministro dell’Ambiente Sergio Costa”, Formiche (giugno 2018) > http://formiche.net/2018/06/ministro-ambiente-costa/

[x] Cfr. Four Pillars of the Green Party >  http://greenpolitics.wikia.com/wiki/Four_Pillars_of_the_Green_Party  – Vedi anche: Charter of the European Greens > https://europeangreens.eu/node/5745

[xi]  G. Gaber “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra” > http://testicanzoni.mtv.it/testi-Giorgio-Gaber_28896/testo-Destra-sinistra-2304830

[xii] F. De Gregori,  Generale (1978) > http://www.angolotesti.it/F/testi_canzoni_francesco_de_gregori_125/testo_canzone_generale_7177.html

Hanno fatto Trenta, non facciano 31

2-giugno-2017Oggi, 2 giugno 2018, uno dei primi atti ufficiali e pubblici degli esponenti del nuovo governo giallo-nero all’indomani del suo insediamento è certamente la partecipazione alla tradizionale parata militare per la Festa della Repubblica. E’ vero: sono decenni che i pacifisti protestano contro questa retorica e costosa esibizione militarista, ricordando che oggi si festeggia, appunto, la nascita della nostra Repubblica (democratica, fondata sul lavoro e che ripudia la guerra) e non di certo le Forze Armate che ne rappresenterebbero semmai solo l’aspetto ‘difensivo’ e che, fra l’altro, la loro ‘festa’ già l’hanno celebrata sette mesi fa.  Niente. Nessuno ha mai ascoltato questo accorato appello del movimento per la Pace, un po’ perché la retorica da parata evidentemente un po’ ci aggrada (il ventennio fascista qualche traccia, anche simbolica, l’ha lasciata…), un po’ perché la voce della frammentata realtà antimilitarista e nonviolenta del nostro Paese è talmente flebile che, forse, noi stessi ci meraviglieremmo se qualcuno ci stesse davvero a sentire…

Quest’anno, poi, la solita ‘parata’ romana del 2 giugno sembra assumere un significato particolare, sia in considerazione del fatto che la figura del Presidente della Repubblica, dopo il travagliato parto governativo, è emersa con maggiore rilievo e peso, sia perché l’immagine del nuovo Esecutivo a trazione pentastellato-leghista appare oggettivamente caratterizzata dal ritorno del nazionalismo e delle sue parole d‘ordine. Non dimentichiamo, poi, che tra le Autorità nella tribuna d’onore della Parata ci sarà anche la nuova ministra della Difesa, la prof.ssa Elisabetta Trenta, esperta di sicurezza e di ‘intelligence’. Come si fa a non notare che il c.d. ‘governo del cambiamento’ – che alla componente femminile ha finora riservato solo cinque posti – ha  sostituito l’ex ministra Pinotti (laureata in lettere ed ex educatrice dell’AGESCI) sì con un’altra donna, però molto più ‘qualificata’ in campo militare?

« Nel suo cv si segnala l’incarico di vicedirettore del master in Intelligence e sicurezza dell’Università Link Campus di Roma. L’esponente 5 Stelle è stata “ricercatrice in materia di sicurezza e difesa presso il Centro Militare di Studi Strategici”. E per nove mesi, su incarico del Ministero degli Affari Esteri, “è stata Political Advisor dei Comandanti della Itjtf in Iraq. Ha rivestito anche il ruolo di esperta in governance nell’Unità di assistenza alla Ricostruzione di Thi Qar”. Dal 1998 – si legge sempre nella sua scheda – Trenta “è stata responsabile di molti progetti di sviluppo e assistenza alla governance sia in Italia che all’estero, dove ha coordinato interventi come quello per l’assistenza ai City Council della provincia di Thi Qar (Iraq) o quello per il rafforzamento delle competenze del Ministero dell’Interno in Libano”. E’ stata inoltre “Country Advisor per la Missione Leonte in ambito Unifil in Libano nel 2009 e ha partecipato ad attività militari e civili, in Italia e all’estero, su incarico del Ministero della Difesa”. [i]

trentaNon c’è che dire: un eccellente curriculum. Peccato che abbia a che fare più con le competenze militari che con quelle di natura sociale, civile ed ambientale che dovrebbero caratterizzare un’organizzazione politica di base, fondata nel 2009 sulle cinque priorità: “acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia[ii].  Ebbene, confesso che la metamorfosi da Movimento 5 Stelle a Movimento 5 Stellette mi preoccupa non poco. Piazzare alla Difesa una docente specializzata in “intelligence and security” non mi sembra una svolta nel ministero chiave per una riconversione civile della spesa militare. Mandare al Palazzo Baracchini di via XX Settembre una ricercatrice del Centro Militare di Studi Strategici, impegnata peraltro in varie  ‘missioni’ in Libano ed in Iraq, non appare per niente un segnale di discontinuità con la nostra tradizionale politica di subalternità ai ‘comandi supremi’ USA e NATO, bensì la conferma dei finanziamenti alle nostre spedizioni militari in giro per mondo, fra le quali alcune risalgono addirittura al 1948 (Palestina), al 1978 (Libano), 1979 (Egitto-Sinai), al 1999 (Kosovo) ed al 2005 (Cipro). Queste sono solo le ‘neverending missions’ per conto dell’ONU, ma non bisogna dimenticare quelle tuttora in corso di natura diversa, , come: Libano (dal 2006) ed Afghanistan (dal 2015). [iii]  Ebbene sì: siamo un paese di santi, poeti e navigatori ma sicuramente anche di ‘missionari’, non più con l’abito bianco e la croce ma con la mimetica e l’elmetto. Basta leggere un esauriente articolo di qualche mese fa – con relative infografiche – per comprendere che il nostro impegno militare all’estero era (e a quanto pare è) destinato a crescere, con gli annessi oneri finanziari e con conseguenze politiche facilmente immaginabili.

«Come confermato dal ministro della Difesa Roberta Pinotti in un’intervista a Repubblica l’obiettivo per il 2018 è di rafforzare l’impegno nel continente. Il 15 gennaio il ministro, parlando alle commissioni riunite Difesa ed Esteri di Senato e Camera ha presentato il progetto del governo spiegando che si è deciso di “rimodulare l’impegno nelle aree di crisi geograficamente più vicine e che hanno impatti più immediati rispetto ai nostri interessi strategici” e in questo senso il Sahel, ha aggiunto, rappresenta “una regione di preminente valore strategico per l’Italia”. E infatti a ben vedere nel futuro dell’Italia non c’è solo il Niger. Ma ben altri sette Paesi, alcuni dei quali sono partner di lunga data come Libia, Egitto, Gibuti e Somalia, mentre altri sono vere e proprie new entry:  Sahara occidentale, Tunisia, Repubblica centrafricana e Niger appunto.» [iv]  

Solo per le prossime spedizioni è prevista una spesa aggiuntiva di quasi 83 milioni di euro, ma non c’è da dubitare che la nuova ministra – forse per onorare il suo cognome – ritenga anche lei che si debba proseguire su tale strada, visto che “Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno”, come si suol dire, citando senza saperlo un’arguta espressione di Pio X, riferita alla sua nomina di nuovi cardinali. [v] Eppure è proprio questo il nodo: se ormai i cinquestelle hanno “fatto Trenta” non sembra proprio il caso di insistere in questa direzione, soprattutto se, sull’altra faccia della medaglia della militarizzazione della società e del territorio, ci ritroviamo la faccia barbuta di Matteo Salvini, leader della Lega Nord, come Ministro degli Interni.

Niente da eccepire, per carità. Che un leader politico che si è sempre riempito la bocca di parole come ‘sicurezza’, strizzando l’occhio alle ‘forze dell’ordine’ ed auspicando che abbiano finalmente mano libera, approdasse al Viminale era ovvio, perfino scontato. Ciò che preoccupa chi non segue gli stessi parametri securitari, militaristi ed autoritari della destra, modello ‘law and order’ , è però che le priorità del nuovo responsabile degli Interni sono fin troppo chiare: chiusura dei campi rom, espulsione degli immigrati irregolari e blocco dei flussi, rimpatrio degli occupanti di case abusivi e, naturalmente, aumento per le forze di Polizia. [vi]  Non dimentichiamo poi che nel Contratto di Governo, sottoscritto dalla strana coppia giallo-nera e che adesso il premier Conte dovrà attuare – oltre alle previsioni di nuove dotazioni per le forze dell’ordine, (fra cui quelle pistole ‘taser’ denunciate da Amnesty come a rischio di violazione dei diritti umani [vii]) –  c’è anche un paragrafo nel quale si conferma il principio della legittimità comunque dell’autodifesa del proprio domicilio, da sempre invocata dalle destre, sullo spicciativo modello ‘fai-da-te’ dei soliti pistoleri americani:

«In considerazione del principio dell’inviolabilità della proprietà privata, si prevede la riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare, eliminando gli elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa) che pregiudicano la piena tutela della persona che ha subito un’intrusione nella propria abitazione e nel proprio luogo di lavoro.» [viii]

salvini-ministro-dellInternoCon poche parole, a quanto pare, si stanno per cancellare secoli di garanzie di rispetto dei diritti umani civili e sociali, avviando rapidamente la nostra Italia verso un’ulteriore militarizzazione della società ed una visione poliziesca della sicurezza. Ma tutto questo, ci ha assicurato il capo politico M5S, “non è né di destra né di sinistra”, e noi non possiamo fare a meno di credergli, mutuando la celebre espressione dell’Antonio scespiriano: “…perché Di Maio è uomo d’onore”.  [ix]  Abbiamo, del resto, un Parlamento pieno di questi nuovi “onorevoli” – pentastellati e leghisti – e non possiamo non credere a priori alla loro voglia di ‘cambiamento’, anche se ci deve concedere di nutrire qualche dubbio sul senso in cui esso sta dirigendosi…

Certo, qualcuno potrebbe chiedersi anche come mai un governo definito “giallo-verde” ed il cui co-leader Di Maio è capo d’un movimento che ispirava a materie ‘ecologiche’ ben 4 delle sue 5 stelle, abbia invece speso poco più di tre paginette sulle cinquantotto del famoso ‘Contratto per il governo del cambiamento’. Il suo capitolo 4, infatti, ha un titolo molto promettente (“Ambiente, green economy e rifluti zero”), ma – a parte le premesse iniziali di sapore ecologista e qualche precisazione un po’ didascalica sul concetto di ‘risorsa rinnovabile’ e di ‘economia circolare’ – gli impegni veri e propri sono abbastanza circoscritti. Riguardano in particolare; a) la riduzione e raccolta differenziata dei rifiuti, con una loro gestione ‘a filiera corta’; b) un programma di mappatura e bonifica dei siti a rischio amianto; c) la manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo, come prevenzione dei disastri idro-geologici e riduzione dei rischi sismici; d) la lotta allo spreco di suolo e l’impegno per la ‘rigenerazione urbana’; e) il contrasto al cambiamento climatico mediante interventi che spingano sul risparmio energetico e le fonti rinnovabili; f) provvedimenti specifici, infine, sono individuati per zone a rischio ambientale come la pianura Padana (?!), le aree metropolitane e l’ILVA di Taranto, in quest’ultimo caso senza indicare quali provvedimenti s’intenda effettivamente adottare né sciogliere il dilemma che contrappone la salvaguardia ambientale e della salute alla salvaguardia dell’occupazione ed al ventilato “sviluppo industriale del Sud”. [x]

costaBeh, non ci resta allora che stare a vedere cosa ci aspetta nei prossimi mesi o anni, sperando che almeno in questo settore l’inserimento nella squadra di governo di Sergio Costa – stimabile ed esperto comandante napoletano della Forestale poi promosso a generale dei Carabinieri per l’Ambiente della Campania  – costituisca almeno una garanzia di serietà nella lotta alle ecomafie ed agli sporchi affari di chi gioca con la salute della collettività e l’integrità del territorio. Espresso questo apprezzamento da ambientalista,  come ecopacifista consentitemi però di sottolineare la scellerata follia di chi nel 2016 decretò l’assorbimento d’un Corpo – autonomo e civile – di polizia ambientale all’interno dell’Arma dei Carabinieri, di fatto militarizzandone e burocratizzandone in modo irresponsabile le insostituibili funzioni operative di presidio del territorio. Basterà un integerrimo ufficiale come Costa promosso a Ministro per dare credibilità al piuttosto vago programma ambientale del governo Conte? Dobbiamo augurarcelo, ma non dimentichiamo che da oggi – festa della Repubblica nata dalla Resistenza – comincia un periodo in cui siamo tutti/e chiamati a vigilare sugli esiti democratici e sociali di questo ambiguo ‘ cambiamento’. Se non altro per evitare che, fatto Trenta, cerchino di fare anche trentuno…

© 2018 Ermete Ferraro

——– N O T E —————————————————————————-

[i] “Chi è Trenta, il nuovo Ministro della Difesa”  > http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2018/06/01/chi-elisabetta-trenta-nuovo-ministro-della-difesa_MdtADDTcG0y7yRv5E7KBIK.html?refresh_ce

[ii] “Movimento 5 Stelle”, Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_5_Stelle#cite_note-21

[iii] “Missioni militari italiane all’estero”, Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Missioni_militari_italiane_all%27estero

[iv] Alberto Bellotto, “Missioni militari italiane all’estero: le novità del 2018”, 11.01.2018,  Gli occhi della guerra >http://www.occhidellaguerra.it/missioni-militari-italiane-allestero-le-novita-del-2018/

[v] “Perché si dice abbiamo fatto 30, facciamo 31” > http://www.lettera43.it/it/comefare/curiosita/2017/01/27/perche-si-dice-abbiamo-fatto-30-facciamo-31/6779/  In effetti la frase originaria del Papa era: “Tanto è trenta che trentuno”

[vi] Cfr.: https://www.tpi.it/2018/06/01/salvini-ministro-interno/

 

[vii] “Sperimentazione delle pistole taser: la posizione di Amnesty International Italia” (23.03.2018) > https://www.amnesty.it/sperimentazione-delle-pistole-taser-la-posizione-amnesty-international-italia/

[viii] “La legittima difesa nel contratto di governo», Armi e tiro  (18.05.2018) > http://www.armietiro.it/la-legittima-difesa-nel-contratto-di-governo-9728

[ix] W. Shakespeare, Julius Caesar, atto III scena III – Cfr.: http://shakespeare.mit.edu/julius_caesar/julius_caesar.3.2.html

[x] Movimento 5 Stelle – Lega, Contratto per il governo del Cambiamento – Cap. 4 “Ambiente, green economy e rifiuti zero” (pp. 10-13) > https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/18/governo-m5s-lega-il-contratto-di-governo-versione-definitiva-del-testo/4364587/