Ecolinguistica: un campo inesplorato da coltivare

Un ambito interdisciplinare da esplorare

In Italia la sensibilità verso gli studi di ecologia sembra meno sviluppata che in altri paesi, anche perché resta ancora non del tutto sanata la tradizionale frattura fra discipline scientifiche ed umanistiche. Questo “anacronistico equivoco intellettuale”, per citare Odifreddi, ha creato e continua a determinare un’artificiosa barriera all’interno della universitas studiorum, spezzando l’unità della cultura e finendo col contrapporre due diverse letture del mondo. Ecco perché il connubio concettuale racchiuso nell’espressione ecolinguistica appare poco significativo alla maggioranza di coloro che pur si occupano di ecologia o di linguistica. È come se lo si considerasse uno studio d’importazione, riservato a pochi eletti, un terreno di ricerca troppo specifico ed accademico e per di più con scarse ricadute pratiche. Ebbene, credo che vada sfatato anche questo più specifico ‘equivoco intellettuale’, accordando finalmente alla ecologia linguistica più attenzione e maggiori occasioni di studio e di ricerca. L’ecologia scientifica, infatti, ha sicuramente bisogno del contributo dell’analisi ecolinguistica e sociolinguistica per comprendere i meccanismi mentali e sociali che – oltre quelli strutturali – continuano a frenare il processo di cambiamento, pur nell’accresciuta consapevolezza del disastro ambientale e delle sue cause.

Troviamo una definizione di cosa s’intende col termine ecolinguistica nella pagina d’accoglienza del sito web della I.E.A (International Ecolinguistics Association), rete universitaria che collega ben 800 ricercatori a livello mondiale.

L’ecolinguistica esplora il ruolo del linguaggio nelle interazioni che sostengono la vita degli esseri umani, delle altre specie e dell’ambiente fisico. Il primo scopo è sviluppare teorie linguistiche che vedano gli esseri umani non solo come parte della società, ma come parte di ecosistemi più vasta, da cui dipende la vita. Il secondo scopo è mostrare come la linguistica possa essere usata per affrontare questioni-chiave ecologiche, dal cambiamento climatico ed alla perdita di biodiversità fino alla giustizia ambientale. (I.E.A. Home).

Nell’introduzione ad un corso promosso dalla I.E.A. – che sintetizza il contenuto dei nove capitoli del manuale di Arran Stibbe (2015)sispiega che è compito dell’analisi ecolinguistica rivelarci le ‘storie’ che viviamo, analizzandole dal punto di vista ecologico con un fine che non è puramente teorico, in quanto vuol metterci in grado di resistere alle narrazioni che danneggiano il nostro mondo e d’inventarne di nuove, alternative.  L’ecologia linguistica ci aiuta ad inquadrare tali ‘storie’ in una determinata filosofia ecologica, un insieme di valori riguardanti le relazioni tra l’uomo, le altre specie animali e l’ambiente fisico di cui fanno parte. Si tratta di analizzare in che modo una certa cultura c’induce a pensare tali relazioni e, conseguentemente, ad agire. Verbo, è bene precisarlo, che non si riferisce all’azione in senso stretto, ma anche all’interazione linguistica, secondo una visione pragmatica della lingua, che non si limita a ‘dire’ ma è anche capace di ‘fare’. Le narrazioni della nostra realtà, infatti, sono vere e proprie ‘riserve di valori’, intessute non solo di ‘fatti’ ma intimamente caratterizzate da ideologie di fondo, metafore, valutazioni e perfino da significative omissioni.

Il manuale citato, a tal proposito, fa l’esempio di alcune narrazioni del mondo che hanno segnato il nostro rapporto con l’ambiente, relative ad alcuni concetti basilari. È il caso di parole-chiave come ‘prosperità’ – che ha promosso l’arricchimento come acquisizione di bene e di denaro – ‘sicurezza’ – che ha contribuito a sviluppare relazioni di dominio e strutture violente al loro servizio, come pure altri termini che ci presentano un mondo ridotto a materia e meccanismi, caratterizzato dalla centralità dell’uomo e dal suo assoluto dominio sulle altre specie, indiscutibile e senza limiti. Utilizzare l’analisi linguistica per rivelare le stratificazioni ideologiche dietro le nostre storie può aiutarci a capire come e quanto esse influenzino la nostra visione della realtà, alimentando un modello di sviluppo insostenibile ed iniquo. Comprendere quanto simili narrazioni possano rivelarsi distruttive da un punto di vista ecologico, inoltre, ci rende più consapevoli e capaci di cambiare rotta in senso costruttivo, anche attraverso l’impiego d’una ben diversa modalità linguistica.  Parafrasando uno dei primi studiosi di ecolinguistica, l’inglese M.A.K. Halliday (Halliday, 2003), c’è una ‘sindrome di caratteristiche grammaticali’ che contribuisce a costruire la realtà in modi che non fanno bene alla nostra salute né al nostro futuro come specie.

Nell’attuale cultura dominante, però, scarsa l’attenzione è stata riservata a questo ambito della ricerca, come se si trattasse di elucubrazioni mentaliste, mentre l’insostenibilità del nostro mondo richiederebbe interventi correttivi di stampo scientifico, tecnologico o, al massimo, economico. Il problema è che non siamo ancora del tutto consapevoli che il linguaggio non è solo rappresentazione di una realtà, ma contribuisce a costruirla e determinarne le caratteristiche.  Ecco perché studiare quella ‘sindrome di caratteristiche grammaticali’ sarebbe molto importante per liberarci dai meccanismi culturali inconsci che influenzano le nostre scelte, anche in campo ambientale.

Un campo di studi linguistici da coltivare

Nel suo libro sull’approccio ecolinguistico alla ‘analisi critica del discorso’ riguardante uomo e ambiente, Arran Stibbe stabilisce alcuni punti fondamentali cui attenersi:

a) L’attenzione si concentra sui discorsi che hanno (o potenzialmente hanno) un impatto significativo non solo sul modo in cui le persone trattano le altre persone, ma anche su come trattano i sistemi ecologici più ampi da cui dipende la vita.

b) I discorsi vengono analizzati mostrando come gruppi di caratteristiche linguistiche si uniscono per formare particolari visioni del mondo o “codici culturali” […]

c)  I criteri in base ai quali le visioni del mondo vengono giudicate derivano da una filosofia ecologica (o ecosofia) esplicita o implicita. Un’ecosofia è informata sia da una comprensione scientifica di come gli organismi (compresi gli esseri umani) dipendono dalle interazioni con altri organismi e da un ambiente fisico per sopravvivere e prosperare, sia da un quadro etico per decidere perché la sopravvivenza e la prosperità sono importanti […]

d) Lo studio mira a esporre ed a suscitare attenzione su discorsi che sembrano essere ecologicamente distruttivi […] o in alternativa a cercare di promuovere discorsi che potenzialmente possano aiutare a proteggere e preservare le condizioni che supportano la vita […]

e) Lo studio è finalizzato all’applicazione pratica attraverso la sensibilizzazione al ruolo del linguaggio nella distruzione o protezione ecologica, informando le politiche, caratterizzando lo sviluppo educativo o fornendo idee che possono essere utilizzate per ridisegnare testi esistenti o per produrre nuovi testi in futuro. (Stibbe, 2014).

Con l’espressione ’analisi critica del discorso’ (in inglese: CDA – Critical Discourse Analysis) si fa riferimento ad un approccio sociolinguistico che si è diffuso negli anni ’90, la cui matrice filosofica si ispirava a precedenti riflessioni di Michel Foucault sul potere delle parole. L’ACD si occupa di mettere in luce le relazioni che intercorrono tra il potere ed i testi finalizzati all’informazione e alla formazione delle persone e delle comunità. Si tratta di discorsi pubblici veicolati dai media, di cui la linguistica ci aiuta ad analizzare le caratteristiche testuali, come la gerarchia degli argomenti trattati, gli espedienti retorici utilizzati, il tipo di argomentazione e le caratteristiche espressive.

Il primo luogo comune da sfatare è che il linguaggio rispecchi la realtà, mentre in larga parte contribuisce a crearla, o quanto meno a determinarla. Ecco perché anche i ‘discorsi’ sulle questioni ambientali non vanno sottratti all’analisi critica, in modo da svelare valori e visioni della vita che influenzano pesantemente tali narrazioni e contribuiscono a formare la c.d. ‘opinione pubblica’.  L’approccio ecolinguistico, dunque, è fondamentale per diventare consapevoli dell’interazione tra lingua, parlanti ed ambiente (fisico e sociale) che ne costituisce il contesto e, in generale, dei rapporti tra uomini, società e natura.  

Ma se il termine ‘ecolinguistica’ è usato in senso lato, bisogna distinguere al suo interno impostazioni e finalità abbastanza diverse, in base al rapporto tra i due elementi che lo compongono. Quando le conoscenze linguistiche servono ad analizzare e demistificare le ‘storie’ relative alle problematiche ambientali, siamo più nell’ambito di una linguistica ecologista. Quando invece i principi ecologici sono applicati all’analisi dei fenomeni sociolinguistici, rientriamo maggiormente nell’ambito dell’ecologia del linguaggio.

Quest’ultima, infatti, si occupa della salvaguardia della diversità linguistica e dei rischi cui va incontro una società caratterizzata dall’omologazione linguistica, che consolida il potere delle culture dominanti, cancellando antichi patrimoni di sapere e specificità espressive.

L’ecolinguistica è quella branca della linguistica che tiene conto degli aspetti dell’interazione, tra lingue, tra parlanti, tra comunità linguistiche o tra lingue e mondo, e che, al fine di promuovere la diversità dei fenomeni e le loro relazioni, si adopera in favore del piccolo (Fill, 1993: 4)

Questo approccio risulta naturalmente più vicino alla sensibilità ecologista, in quanto applica alle lingue la stessa attenzione protettiva che le organizzazioni ambientaliste prestano alle minacce alla diversità biologica. La diversità linguistica, in tale contesto, è percepita non soltanto come valore fondamentale sul piano culturale e sociale, ma anche come fattore di equilibrio in un mondo dominato dal pensiero unico, dall’omologazione e dalla globalizzazione economica, caratteristiche che Vandana Shiva aveva efficacemente sintetizzato nell’espressione  “monoculture della mente” (Shiva, 1995).

Nel saggio “Lingue soffocate” – pubblicato nel 2004 dall’Associazione VAS Verdi Ambiente e Società –   già sedici anni fa mi ero occupato di questo problema, soffermandomi sulla crisi ecolinguistica di cui pochi – ambientalisti e linguisti – sembravano prestare attenzione. Proseguendo il discorso iniziato due anni prima sull’educazione alla tutela della diversità culturale come estensione della salvaguardia della biodiversità (Ferraro, 2002), la mia attenzione si era focalizzata sulla grave perdita di diversità linguistica provocata da un modello di sviluppo accentratore e omologatore.

Dopo un lungo periodo di militanza ambientalista ed ecopacifista, la consapevolezza dei rischi derivanti dalla crescente perdita di biodiversità m’induce a riproporre l’esigenza di una ‘ecologia della lingua’ che esca dalle aule universitarie e dalle stesse ricerche sul campo degli studiosi, per diventare acquisizione comune di un movimento ecologista finora poco sensibile a tali tematiche. Come nel caso dell’ecopacifismo, però, non basta sommare sbrigativamente battaglie ambientaliste sociali e culturali, ma bisogna saldare queste dimensioni, a partire dalla constatazione che […] il mantenimento della lingua fa parte dell’ecologia umana, e che la difesa della biodiversità non è una battaglia settoriale, ma l’affermazione di una filosofia di vita complessivamente alternativa. (Ferraro, 2004: 8).

L’ecolinguistica come veicolo di cambiamento

Gli studi ecolinguistici, però, non devono restare confinati in ambito accademico, come ricerche finalizzate solo alla comprensione delle dinamiche socio-ambientali esistenti e non all’impegno per cambiare l’interazione cogli ecosistemi, di cui stiamo minacciando i delicati equilibri e, con essi, la nostra stessa sopravvivenza come specie.

Sul piano della linguistica ecologista, Arran Stibbe si è soffermato sul peso che un certo modo di ‘inquadrare’ linguisticamente la realtà influisca fatalmente sulla lettura che ne diamo, perpetuando stereotipi e certezze aprioristiche che impediscono proprio quel cambiamento. L’uso del framing, appunto, ‘inquadra’ le questioni ambientali all’interno di una struttura mentale predefinita. In tal senso, sono utilizzati spesso ‘pacchetti di conoscenza generale’ per inquadrare un problema ecologico, come il riscaldamento globale, ora come questione ambientale da risolvere, ora come minaccia alla sicurezza da fronteggiare, ora come situazione spiacevole oggettiva cui dovremmo adattarci.

”La natura è una risorsa” è stata fornito come esempio di inquadramento ‘distruttivo’ poiché le risorse sono preziose solo se vengono o saranno consumate; non hanno valore se lasciate a se stesse per sempre. Ciò contraddice l’ecosofia di questo libro, che attribuisce considerazione etica alla vita e al benessere di altre specie […] l’inquadramento ‘sviluppo’, che in origine era un tentativo altruistico di alleviare la povertà nei paesi poveri, è invece finito come ‘crescita sostenuta’, cioè un tentativo di massimizzare la crescita economica nei paesi ricchi a danno dei poveri. (Stibbe, 2015)

Il parametro usato da Stibbe per classificare e valutare queste narrazioni antropocentriche ed utilitaristiche è il danno che esse provocano agli ecosistemi, per cui la loro ‘distruttività’ risulta direttamente proporzionale alla loro minaccia alle specie ed all’ambiente in genere. Sarebbe invece positivo un inquadramento linguistico alternativo di tali problematiche, che incoraggiasse atteggiamenti e comportamenti di  protezione ambientale, riportando l’attenzione sulla natura in sé, non come ‘risorsa’ da sfruttare.

L’utilizzo di un determinato codice linguistico, d’altra parte, ha fatto sempre parte dell’armamentario utilizzato dalle classi e nazioni dominanti per controllare quelle subalterne e mantenerle asservite. Valeva per le civiltà antiche – come quella greca e romana – ma è innegabile che l’utilizzo delle lingue resti tuttora uno strumento per sancire una gerarchia socio-politica che subordini alcuni soggetti sociali ad altri. Un grande scrittore distopico come George Orwell, infatti, nel suo celeberrimo ‘1984’ ha inquadrato perfettamente la decostruzione e ricostruzione del codice linguistico di una comunità come uno degli elementi cardine per realizzare e mantenere una dittatura globale e totale.

Il fatto è che l’inquietante modello unico di economia di società e di cultura profetizzato da Orwell ci si sta materializzando sempre più davanti. Non a caso quella “età del livellamento, della solitudine, del Grande Fratello e del Bispensiero” era caratterizzata dalla repressione della diversità linguistica e dalla diffusione forzata di una lingua standardizzata, ridotta all’essenziale, volutamente inespressiva. (Ferraro, 2004: 3)

Dominare il linguaggio di un soggetto collettivo significa dominarne il pensiero e le scelte, ma tale regola vale sempre e comunque anche per ciò che concerne le questioni ambientali. È dunque indispensabile occuparsi di più e meglio di come il livellamento linguistico e l’utilizzo di determinati ‘inquadramenti’ ci stiano condizionando, confermando quindi l’attuale modello di sviluppo come l’unico possibile ed auspicabile. La stessa contrapposizione tra ‘sviluppo’ e ‘protezione ambientale’ è prova di questa mistificazione logico-linguistica, che insiste ossessivamente sul concetto di ‘crescita’ come fattore di benessere cui non possiamo rinunciare. La stessa crisi ecologica, paradossalmente, è spesso affrontata come se la soluzione consistesse nel reperire maggiori e più potenti strumenti economici scientifici e tecnologici, consolidando il modello antropocentrico, scientista e tecnocratico che sta alla radice del problema.

Una seconda antitesi è tra ‘crescita’ e ‘povertà’, come se non fosse stato proprio il sistema economico capitalista ed il modello crescista di sviluppo ad allargare la frattura fra un piccolo mondo ricco e potente ed una larga parte di umanità sempre più povera, fragile e subalterna. Non è un caso che occuparsi di giustizia sociale e di uguaglianza di diritti spesso sia stato strumentalmente contrapposto alla preoccupazione dei movimenti ambientalisti per la preservazione della natura e la tutela degli ecosistemi. Ma, come ha giustamente sottolineato un ecologista sociale come Antonio D’Acunto:

Si pone ora sempre più urgente la necessità superiore non solo di rallentare la catastrofe, ma di invertire il futuro dell’umanità, con il suo modello culturale, economico, produttivo e sociale, verso il Pianeta della vita e della biodiversità, liberandolo dal cancro dello sfruttamento tra gli uomini e verso la natura. (D’Acunto 2019: 45)

In tale direzione eco-socio-linguistica va la riflessione di uno studioso argentino, Diego L. Forte, che considera l’ecolinguistica terreno per una ‘nuova lotta di classe’. Integrando strumenti squisitamente linguistici, come l’analisi critica del discorso, con quelli della sociolinguistica, egli ritiene possibile andare oltre i tradizionali parametri della lotta di classe, aprendosi a tutte le disparità sociali che nascono dall’egemonia di alcuni soggetti su altri, fra cui quelle etniche e quelle di genere.

La decostruzione e la proposta alternativa, quindi, devono nascere dal ripensamento del concetto di classe: non si può più pensare alle classi sociali come le intendeva Marx, gli oppressi non possono continuare ad agire da soli. Molti movimenti stanno prendendo coscienza della necessità di unire gli sforzi per combattere lo stesso oppressore. L’idea di un’integrazione delle lotte basata su una rielaborazione dovrebbe essere il nuovo passo per gli studi critici. […] nuovi discorsi e storie devono guidarci, ma, senza mettere in discussione i sistemi egemonici, questi cambiamenti non possono aver luogo. […] Il cambiamento delle storie è certamente la via d’uscita, ma le nuove storie non sostituiscono automaticamente quelle vecchie. I cambiamenti arbitrari derivano dalla lotta di classe e il passaggio da una narrazione all’altra implica necessariamente questa lotta, che noi sosteniamo debba essere ridefinita. Questa è la lotta cui deve partecipare l’ecolinguistica.  (Forte 2020: 13-14)

Ecologia delle lingue: una questione spinosa

Nei citati saggi del 2002 e 2004 mi ero occupato di come l’ecologia delle lingue  contrasti la perdita delle diversità linguistiche e culturali causate dalla globalizzazione, mostrandone il parallelismo con l’impegno ambientalista per difendere e promuovere la diversità biologica, minacciata da un modello di sviluppo predatorio ed iniquo.

Ecco perché, così come si parla di biodiversità a tre diversi livelli (genetica, di specie ed ecosistemica) sembra importante allargare il discorso alla salvaguardia…della diversità culturale degli esseri umani, visti come individui, come etnie e come comunità socio-politiche, adoperandosi per la salvaguardia delle varie specificità etnico-culturali, non solo come strumento contro la predominanza delle classi egemoni, ma come tutela dell’identità culturale d’intere popolazioni e come difesa dell’antropodiversità dall’azione omologante e riduttiva della globalizzazione. (Ferraro, 2002: 38-39).

Il mio impegno ecolinguistico – che scaturiva dalla necessità di realizzare quanto sancito dall’UNESCO sul diritto alla diversità linguistica, che va non solo tutelata ma ‘incoraggiata’ (UNESCO, 2000, art. 5) – si è poi consolidato, in seguito ad approfondimenti teorici ed alla militanza in un’associazione ambientalista che ha fatto propria questa impostazione. Infatti, a livello regionale furono promosse in Campania cinque edizioni della Festa VAS della Biodiversità’, con sessioni dedicate proprio alla tutela della diversità culturale, intesa come risorsa e non come problema. 

Il mio saggio “Voci soffocate” – presentato in occasione dell’edizione 2004 di quell’evento – riecheggiava nel titolo un testo fondamentale per comprendere il peso che l’ecologia delle lingue dovrebbe avere in una transizione ecologica che sappia integrare i saperi scientifici con quelli umanistici, per realizzare una società più giusta e rispettosa degli equilibri vitali.  ‘Vanishing Voices. The Extintion of World’s Languages’, saggio scritto da un antropologo e da una linguista (Nettle – Romaine, 2002), ha ispirato la mia riflessione sulle lingue che spariscono o sono comunque minacciate dall’omologazione e stanno perdendo la loro caratteristica di specchio e di veicolo di specifiche identità socioculturali.

Di fronte all’accelerazione del processo di scomparsa delle espressioni linguistiche locali – e dei saperi che esse trasmettono – linguisti, antropologi ed ecolinguisti stanno adoperandosi per preservare in ogni modo questo patrimonio, documentandolo per mezzo dei più moderni e tecnologici strumenti disponibili, studiandone le specificità glottologiche, stampandone vocabolari e testi che ne documentino le caratteristiche culturali originali. (Ferraro, 2004: 5)

Tutelare il diritto delle minoranze etnolinguistiche, nel tempo, si è rivelato più agevole che salvaguardare e garantire un futuro a lingue considerate comunque ‘minoritarie’ o ‘regionali’, che non rischiano l’estinzione bensì l’accantonamento, lo snaturamento e la corruzione sul piano lessicale, grammaticale ed ortografico. Basti pensare che in una realtà nazionale come quella italiana le disposizioni legislative a tutela di minoranze etniche hanno preceduto di mezzo secolo quelle emanate a protezione di espressioni linguistiche considerate secondarie e localistiche rispetto alla lingua nazionale. 

 Il divario fra le cosiddette minoranze ‘riconosciute’ e quelle ‘non riconosciute’ era diventato sempre più ampio, poiché le prime avevano potuto godere …di provvedimenti che andavano ad incidere positivamente sui diritti linguistici dei parlanti, le altre invece, o non avevano ricevuto nessun tipo di sostegno da parte delle istituzioni, oppure avevano potuto disporre solamente di interventi regionali di carattere culturale che, oltre a non evitare i fenomeni di assimilazione linguistica, privilegiavano spesso gli aspetti più strettamente folkloristici delle identità minoritarie. (Cisilino, 2004: 176)

Fa riflettere il fatto che il riconoscimento ufficiale dell’Italiano come lingua nazionale – non sancito nella Costituzione repubblicana – sia stato paradossalmente introdotto proprio dall’art. 1 della legge n. 482 del 1999, che dettava “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”. Da allora, grazie alla pur tardiva sottoscrizione da parte dell’Italia della Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 2003, ma soprattutto all’attivismo di studiosi e appassionati, sono stati fatti passi avanti, anche se in modo scoordinato e spesso con accenti che, più che ai principi d’un federalismo ecologista e verde, apparivano ispirati ad un autonomismo identitario.

Nella regione Campania, ad esempio, il Consiglio Regionale aveva registrato negli ultimi decenni la presentazione di varie proposte di legge sulla tutela della lingua napolitana. Mentre alcune di esse insistevano solo sull’aspetto identitario, con toni nazionalistici e lo sguardo nostalgicamente rivolto alla conservazione d’un illustre passato da rivalutare, altre si aprivano ad un pluralismo che non escludeva la protezione di altre espressioni linguistiche locali, per non riprodurre regionalmente il modello accentratore dell’idioma standardizzato. Per questo motivo, come accade nella dinamica dei contesti politico-istituzionali, la proposta di legge presentata in Campania dai Verdi (alla cui stesura avevo dato il mio contributo personale), ha dovuto fare i conti con un’analoga proposta della destra. Il testo approvato lo scorso anno dal Consiglio Regionale (L.R. Campania n. 19/2019) è stato pertanto frutto di un compromesso tra due visioni differenti del problema, finendo col restringere la tutela al solo patrimonio linguistico del Napolitano ed accentuando il peso del mondo accademico in questo processo, anziché aprire ad una pluralità di soggetti pur esperti in materia.

In una interessante tesi di laurea magistrale in Filologia e Letteratura Italiana, discussa nell’a.a. 2012-13 all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è affrontato approfonditamente il concetto di “sostenibilità linguistica”, con particolare attenzione al pluralismo linguistico ed in riferimento a differenti scuole di pensiero in ambito ecolinguistico internazionale. Dal raffronto tra vari modelli presi in esame – quello ecosociale del catalano Alberto Bastardas Boada (Bastardas Boada, 2013), quello francofilo del tunisino Claude Hagège (Hagège, 1999)  e quello anglosassone dei citati Daniel Nettle e Susanne Romaine (Nettle e Romaine, 2001) – il candidato metteva criticamente in luce alcuni aspetti contraddittori, in modo particolare nel primo caso, riferendoli poi anche al dibattito nel contesto glottologico italiano.

Quando Bastardas Boada elenca i cinque punti che dovrebbero servire da guida per la sostenibilità…sembra quasi che egli abbia in mente un mondo composto da migliaia di gruppi umani autonomi, tendenzialmente omogenei ed impermeabili verso l’esterno, che possano arbitrariamente decidere di usare la loro lingua per tutti gli ambiti […] A ciò va aggiunto l’auspicio del linguista catalano di veder riconosciuto a tutti gli idiomi minoritari lo status di lingue ufficiali. Tale proposta, se da un lato dovrebbe prevedere un minimo di standardizzazione degli idiomi in questione, dall’altro, e proprio per questo, avrebbe un effetto negativo, ad esempio, sui dialetti di quegli stessi idiomi, poiché, come afferma Hagège, standardizzare una lingua significa automaticamente screditare le sue varietà. (Perin, 2013: 113-114)

Questa osservazione, peraltro legittima, è stata ripresa in riferimento ai tentativi di diffondere in Italia un modello plurilinguistico che, si obbietta, contraddirebbe se stesso quando pretende d’istituzionalizzare solo determinati idiomi, servendosi di strumenti artificiali, come quelli legislativi. Ma è davvero così?

Ecolinguistica, ecopacifismo ed irenolinguistica

La contraddizione tra la visione multiforme e policentrica di chi sostiene il diritto ad una libera espressione linguistica e il perseguimento della ‘normalizzazione’ istituzionale di tale diritto, col rischio di proteggere e valorizzare solo alcuni idiomi a discapito di altri, è un problema che l’ecologia delle lingue deve affrontare. D’altra parte, non è accettabile che si contrappongano strumentalmente diverse ipotesi ecolinguistiche, quando esistono soluzioni intermedie cui ricorrere per garantire una effettiva ‘sostenibilità linguistica’.

Ad esempio, in uno studio citato dalla stessa tesi (Dell’Aquila e Iannàccaro, 2004), si spiega come tale ‘pianificazione linguistica’ istituzionale possa essere declinata in più modi e con diverse sfumature. Esse vanno dal Language revival (che tenta di riportare in uso lingue poco parlate), alla Language revitalization (che incrementa le funzioni di una lingua minacciata, migliorandone lo status), passando per il Reversing language shift (che dà un sostegno a livello comunitario a lingue poco praticate dalle nuove generazioni) ed arrivando al Language renewal (per garantire che almeno alcuni componenti di una comunità continuino ad apprenderle ed utilizzarle).

Tali modalità di pianificazione resterebbero comunque operazioni artificiose d’ingegneria sociolinguistica se non fossero sostenute ed accompagnate da un effettivo impegno sociopolitico e culturale per rivitalizzare il rapporto di una comunità col suo territorio e per preservarne l’integrità ambientale. Il vero conflitto, infatti, non è tanto quello tra lingue egemoni e idiomi locali relegati ad espressioni inferiori, condannate al deperimento o alla scomparsa. È lo stesso modello di sviluppo attuale che non consente il mantenimento del pluralismo culturale e linguistico, confliggendo anche con una prospettiva di economia decentrata, di sviluppo comunitario e policentrico, di equità di diritti e di protagonismo sociale. Ecco perché l’ecolinguistica non dovrebbe svilupparsi come terreno di studio a sé stante, ma andrebbe integrata in una complessiva alternativa ecologista, globale nei principi e locale nelle azioni.

In quale direzione oggi va il nostro mondo? Verso i valori della Età dell’oro – umanità, socialità, comunione dei beni naturali, pace e nonviolenza, amore per la Madre Terra […] o verso il distacco sempre più profondo da tali valori? […] Dominano l’idea e la pratica che il Pianeta è dell’uomo che vive oggi e non delle future generazioni, e – nella stessa filosofia di forza e di potere tra le specie – di quell’uomo che è più forte e potente, capace di sfruttare fino in fondo ogni risorsa. (D’Acunto, 2019: 94)

La necessaria diffusione dei principi e delle varie tecniche operative di studi di per sé interdisciplinari come quelli ecolinguistici, pertanto, andrebbe inserita in un progetto più ampio, di cui faccia parte anche l’ecopacifismo, altro aspetto piuttosto trascurato dal movimento ambientalista o banalizzato a mera alleanza tattica con quello pacifista.

In uno scritto del 2014 avevo ipotizzato una saldatura meno strumentale, partendo dalla considerazione che la logica di accumulazione e dominazione, tipica del modello di sviluppo capitalista, genera sia lo sfruttamento dei beni naturali e la devastazione ambientale, sia il sistema di militarizzazione e guerra del complesso militare-industriale.  

I. L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alla lotta per la difesa degli equilibri ecologici ed alla opposizione al militarismo ed alla guerra. Con questo termine andrebbe invece caratterizzata un’impostazione etico-politica ed un programma costruttivo globale, nei quali la nonviolenza si manifesti sia nella salvaguardia dell’ambiente naturale e di tutte le forme di vita, sia nella ricerca di alternative costruttive ai conflitti.  II. L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neanche una semplice strategia d’azione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico-sociale. La sua caratterizzazione ecosocialista, autogestionaria ed antimilitarista è riconducibile alla tradizione etico-religiosa dell’Ahimsa gandhiana, alla nonviolenza laica di pensatori come Capitini ed anche alle proposte di pacifisti di matrice anticapitalista e terzomondista.  (Ferraro, 2014: 4)

I fenomeni di marginalizzazione sociale e di controllo centralistico della società, tipici di un modello economico che ha compromesso gli equilibri ecologici per sete di conquista e di dominio, sono alla base anche della progressiva eliminazione delle diversità culturali e linguistiche. Ma il pervasivo imperialismo militarista e guerrafondaio, che si affianca a quello economico tutelandone gli interessi globali, è ugualmente un frutto di quel sistema.

Secondo un’ottica nonviolenta, i conflitti non devono essere esorcizzati né occultati, ma rivelati, analizzati e possibilmente trasformati, o meglio ‘trascesi’, mutuando l’espressione usata da Johan Galtung (Galtung 2000) per caratterizzare e diffondere il suo metodo.  Per affrontare la triade alla base di tutti i conflitti (atteggiamenti e comportamenti ostili ed interessi contrapposti), infatti, egli ipotizzava che si debba far riferimento al triangolo costruttivo empatia-nonviolenza-creatività.

Ma se l’educazione alla pace e l’azione per la pace sono finalizzate al superamento costruttivo di conflitti altrimenti distruttivi, anche in ambito sociolinguistico ed ecolinguistico si potrebbe andare nella medesima direzione. Una comunicazione nonviolenta ha bisogno di strumenti ecolinguistici – come l’analisi critica del discorso – che rendano consapevoli dei pregiudizi e degli inquadramenti ideologici che alimentano i conflitti. Deve ipotizzare anche una modalità comunicativa alternativa, che usi il potere delle parole non per distruggere, ma per costruire relazioni positive fra individui e comunità.

Anche su questo terreno, già dai primi anni ’80 avevo provato a portare un contributo, ipotizzando una ‘educazione linguistica nonviolenta’ (Ferraro, 1984) che, se da un lato svelasse e denunciasse l’uso negativo della comunicazione linguistica, per fini di contrapposizione e di dominio, dall’altro proponesse una modalità di comunicazione positiva, costruttiva e creativa. Le metafore da me utilizzate erano le finestre contrapposte alle persiane, i ponti contrapposti ai muri e le colombe contrapposte alle civette.

Le mie Otto tesi per l’Educazione linguistica nonviolenta (ELN) cercavano di far luce su funzioni e disfunzioni del linguaggio umano, utilizzabile sia in positivo sia in negativo. Il percorso proposto si basava sulle tre principali funzioni del linguaggio: cognitiva, sociale ed espressiva. […] L’ELN propone di riaprire questa finestra sul mondo, eliminando al massimo deformazioni, equivoci ed ostacoli alla comunicazione interpersonale e riaprendo il flusso di una comunicazione che, già etimologicamente, vuol dire mettere in comune idee ed emozioni […] L’ELN propone di educare i ragazzi ad usare la lingua come strumento di pace e come mezzo di scambio empatico. Il primo passo è renderli consapevoli della negatività d’una comunicazione che sottolinei le diversità, presentandole come ostacoli e non come occasione di reciproco arricchimento […] L’ELN propone di restituire alle parole la loro natura di specchio del pensiero, di espressione chiara e onesta dei sentimenti. La ‘colomba’ del linguaggio sincero e rispettoso deve sostituire la ‘civetta’ d’una comunicazione falsa, ipocrita ed opportunista. (Ferraro 2018: 191-192)

Grande successo e diffusione hanno incontrato a livello internazionale, dalla metà degli anni ’90, gli autorevoli contributi di Marshall B. Rosemberg relativi alla Nonviolent Communication – NVC ® (Rosemberg, 2015). La Comunicazione Nonviolenta, in sintesi, è una metodologia che: (a) scoraggia generalizzazioni, giudizi e tentativi d’incasellare la realtà dentro categorie rigide e prefissate, promuovendo un’analisi oggettiva delle proprie sensazioni; (b) incoraggia la libera manifestazione dei sentimenti, superando timori, blocchi e sensi di colpa attraverso l’espressione autentica di quanto proviamo; (c) propone di mettere da parte critiche, rimproveri ed aspettative verso gli altri, riscoprendo ed esprimendo i veri bisogni; (d) auspica una comunicazione empatica con gli altri, evitando le pretese ed imparando ad esprimere richieste chiare e positive.

Un approccio ancor più vicino a quello ecolinguistico, infine, è stato formulato dallo psicoterapeuta biosistemico Jerome Liss (Liss, 2016)

La Comunicazione Ecologica (C.E.) […] è l’applicazione dei principi ecologici alle relazioni umane: coltivare le risorse di ogni persona, rispettare la diversità pur mantenendo una coesione globale, agendo per un obiettivo comune […] ristabilire un equilibrio ecologico tra i bisogni individuali e la crescita della totalità. Va quindi facilitata nei gruppi una comunicazione democratica, cercando soluzioni alternative ai conflitti e superando le valutazioni negative con una “critica costruttiva“. (Ferraro,2018: 194)

L’irenolinguistica – un mio neologismo per designare la formazione ad una comunicazione nonviolenta ed ecologica – potrebbe integrare studi specificamente ecolinguistici con l’intento educativo di cui dovrebbero farsi carico non solo le famiglie e gli insegnanti, ma anche quelli che gestiscono potenti mezzi di comunicazione di massa. A partire dalla decostruzione e demistificazione di strutture mentali ed espedienti retorici che falsano strumentalmente la realtà – nello specifico quella relativa al rapporto uomo-ambiente – un’educazione linguistica che rispetti i principi ecologici e sia veicolo di pace dovrebbe dunque articolare una proposta alternativa interdisciplinare.

A tal fine, operando una sintesi tra i tre metodi di educazione linguistica prima accennati, ritengo che un linguaggio ispirato ai principi della nonviolenza debba aiutarci: (a) a riconoscere reali bisogni e sentimenti autentici; (b) ad esprimerli sinceramente, formulando richieste chiare; (c) a dialogare con gli altri in modo positivo, empatico e costruttivo; (d) a proporre soluzioni quanto più possibile concrete e condivise.

Infine, tornando al dibattito sul futuro dell’ecolinguistica, è evidente che approcci differenti e con obiettivi diversi debbano però trovare una sintesi complessiva, che evidenzi il fine comune d’un reale cambiamento del rapporto fra patrimoni naturale e saperi umani.

 Da un lato, l’ecolinguistica…aspira a cogliere le complessità della-cosa-che-chiamiamo-linguaggio e, dall’altro, cerca di andare oltre la comunità scientifica sensibilizzando sull’interdipendenza tra pratiche discorsive e devastazione ecologica. […] Finora, i linguisti più attenti all’ecologia hanno concepito le dimensioni discorsive e linguistiche della crisi ecologica in termini di una dicotomia natura-cultura. Una lezione appresa da questo stato dell’arte è che in effetti abbiamo bisogno di una riconcettualizzazione delle questioni ambientali in generale e della dicotomia natura-cultura in particolare […] L’ecolinguistica può quindi collegare la ” hard science ” e lo studio del comportamento coordinativo nelle specie che chiamiamo Homo sapiens sapiens all’analisi delle conseguenze etiche e socioculturali della ”soft science” e ai dibattiti della ”scienza critica” sulle pratiche sociali anti-ambientali e distruttive. […] Finora, il problema principale dell’ecolinguistica non è stato il disaccordo interno o le lotte per il potere, ma piuttosto la mancanza di una vera interazione tra le sue varie parti. A che serve far sbocciare mille fiori, se non riusciamo mai ad apprezzare l’intero campo? Qual è il valore di esplorare la nostra piccola isola, se trascuriamo il resto dell’arcipelago?  (Steffensen e Fill, 2013: 25)

Questa ultima considerazione m’induce a sperare che si realizzi l’auspicata interazione tra i vari approcci all’ecolinguistica e che anche in Italia si allarghi la cerchia delle persone interessate ad approfondirla, non solo a livello accademico, ma anche all’interno di movimenti ambientalisti più attenti ad un’ecologia umana e sociale. Mi auguro che il presente contributo possa risultare utile in tal senso e che, tra i vari ‘fiori’ di questo campo tutto da esplorare e coltivare, si sappiano apprezzare anche quelli di un approccio nonviolento, oltre che ecologico, alla comunicazione linguistica.


Riferimenti

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D’ACUNTO, Antonio (2019) Alla ricerca di un nuovo umanesimo, a cura di Francesco D’Acunto, Amazon. [Ristampa di: D’Acunto, Antonio (2016) Alla ricerca di un nuovo umanesimo. Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli,La Città del Sole]

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FERRARO, Ermete (1984), Grammatica di Pace, Otto Tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta (E.L.N.), Torino, Satyagraha (Quaderno n.11 degli Insegnanti Nonviolenti)

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FERRARO, Ermete (2004) Voci soffocate… L’ecologia linguistica per opporsi alla perdita delle diversità linguistiche e culturali, Napoli, autoprodotto da VAS -Verdi Ambiente e Società di Napoli e pubblicato nel 2007 dalla rivista online Filosofia Ambientale

FERRARO, Ermete (2014) L’Ulivo & il Girasole – Manuale di Ecopacifismo V.A.S., Napoli, Verdi Ambiente e Società – Campania (scaricabile come e-book da ISSUU (https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d )

FERRARO, Ermete e DE PASQUALE, Anna (2018), “Una grammatica della pace, per comunicare autenticamente e senza violenza”, in: Saffioti R. (a cura di), Piccoli Comuni fanno grandi cose!  Pisa, Centro Gandhi Edizioni (Quaderno Satyagraha – pp.187-198)

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NETTLE, Daniel e ROMAINE, Suzanne (2001), Voci del silenzio (Vanishing Voices) Sulle tracce delle lingue in via d’estinzione, Roma, Carocci

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SHIVA, Vandana (1995) Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura ‘scientifica’, Torino, Bollati Boringhieri

STEFFENSEN, Sune Vork e FILL, Alwin (2013) “Ecolinguistics: the state of the art and future horizons”, Language Science, 41 A (pp. 6-25)

STIBBE, Arran (2014) “An Ecolinguistic Approach to Critical Discourse Studies”, Critical Discourse Studies, 11 (1), London, Routledge

STIBBE, Arran (2015) Ecolinguistics Language, Ecology and the Stories We Live By, London, Routledge

© 2020 Ermete Ferraro

‘Napolitudine’: due segnali positivi

totò megafonoNon sempre capita di poter raccontare episodi che lasciano ben sperare. Ad esempio, per uno come me che da decenni s’impegna su alcune questioni fondamentali come quelle riguardanti la pace e l’ambiente, pur con tutto l’ottimismo della volontà è davvero dura continuare a spendersi per certe battaglie quando tutto sembra andare in direzione opposta. L’impressione è che non basta sforzarsi di mantenere la coerenza ed essere capatosta: i fatti sembrano continuamente smentire le nostre convinzioni, confinandoci nel mondo dei sognatori utopisti, che s’illudono di poter cambiare le cose senza farsene modificare geneticamente, accettandole col solito rassegnato ‘realismo’.

Anche il mio impegno in campo educativo e culturale per la difesa e la valorizzazione della lingua e cultura napoletana, pur con qualche riscontro positivo, deve fare i conti con la sostanziale sordità delle istituzioni e con l’apparentemente insormontabile tendenza alla frammentazione del fronte ‘napoletanista’, appena appena si parla di stabilire regole linguistiche certe, superando l’abituale scoglio dell’individualismo e della carenza di spirito cooperativo.

Sono però convinto che – anche su questo piano – indugiare sui punti di debolezza e sulle criticità presenti non ci porti da nessuna parte. Bisogna invece scorgere i segnali positivi che non mancano, ponendoli in risalto e condividendo tale scoperta con chi sta percorrendo la nostra stessa via. Mi riferisco alle tante iniziative di rivalutazione della ‘napoletanità’ fiorenti un po’ dovunque e con varie matrici, da quella riconducibile al rilancio della vocazione turistica della nostra città e regione a quella più marcatamente ‘identitaria’, legata ad un crescente movimento per il riscatto economico e sociale della nostra gente in chiave meridionalista. Vanno poi sottolineate e lodate le numerose iniziative di confronto e coordinamento fra linguisti ed operatori culturali amanti della lingua napoletana, allo scopo di stabilire per essa basi fonetiche e grammaticali precise e condivise, rilanciando il Napoletano anche con nuove ricerche, pubblicazioni e traduzioni.

Mi riferisco poi anche ai segnali che colgo in prima persona, a partire dalla mia personale esperienza. Già nel 2015 infatti avevo registrato positivi riscontri al mio progetto sull’insegnamento della nostra madrelingua nella scuola pubblica, peraltro inaugurata un decennio prima e poi interrotta. Il mio Corso pomeridiano di lingua e cultura napoletana alla scuola media statale ‘Viale delle Acacie’ aveva già riscontrato interesse e lusinghieri consensi sia da parte degli ‘esperti’ e cultori della materia, sia dagli organi d’informazione locali e nazionali e perfino dalla televisione francese. Quest’anno il progetto ‘Napulitanamente’ è appena ripartito nella stessa scuola vomerese e ciò m’induce a sperare nella diffusione di questa fondamentale pratica didattica, coinvolgendo altri docenti anche delle scuole superiori ed avviando un più sereno confronto col mondo universitario, finora scettico ed arroccato sulle proprie prerogative accademiche.

Però i ‘segnali positivi’ preannunciati dal titolo si riferiscono ad altro: si tratta di due episodi che aprono il cuore alla speranza che qualcosa stia finalmente cambiando. Il primo è quello che mi ha spinto a collaborare – ovviamente a titolo volontario – con un’azienda casearia cilentana che stava preparando una campagna pubblicitaria che voleva utilizzare frasi proverbiali in Napoletano. La gentile signora che mi aveva interpellato telefonicamente (ed alla quale un po’ sbrigativamente avevo risposto di non aver bisogno di acquistare di latticini per quella via …) mi ha infatti proposto di svolgere una consulenza linguistica sugli slogan selezionati dall’azienda. E’ nata così una densa corrispondenza via mail tra di noi, grazie alla quale alcune dizioni e grafie discutibili sono state da me emendate e riformulate, contribuendo così ad evitare una nuova campagna pubblicitaria impostata su un uso improprio, sciatto e scorretto della nostra lingua. L’idea che tra poco appariranno su dei maxi-cartelloni gli slogan in napoletano scelti insieme per pubblicizzare le loro mozzarelle mi fa senz’altro piacere, ma è prima di tutto un bell’esempio di cambiamento, nel rispetto di un’identità culturale autentica e non usata strumentalmente.

Il secondo ‘segnale positivo’ mi è giunto, inopinatamente, attraverso una telefonata proveniente da Bergamo. Ero a scuola, in un’ora di spacco, quando mi ha chiamato una signora di origini napoletane ma residente da molto tempo in quella città della Lombardia. Si è complimentata con me per il progetto ‘Napulitanamente’ – di cui aveva appreso via internet – e mi ha raccontato di quanto la nostra Città e la sua lingua mancassero non solo a lei, ma anche al più piccolo dei suoi ragazzi. Se per la madre la nostalgia era facilmente comprensibile, mi ha sorpreso quella del figlio minore, letteralmente innamorato di Napoli e desideroso di farvi ritorno. La scoperta casuale del progetto che svolgo nella mia scuola media (la famiglia è originaria del Vomero) aveva infatti suscitato l’entusiasmo del ragazzo. La signora mi ha quindi spiegato di pensare seriamente a tornare a Napoli, dove tuttora vive suo padre, e d’iscriverlo in quell’istituto, dandogli la possibilità di rituffarsi in quella ‘napolitudine’ che lo rende inquieto nella non troppo accogliente Bergamo. Beh, confesso che questa vicenda mi ha notevolmente colpito, lasciandomi al tempo stesso soddisfatto per questo imprevedibile sviluppo della mia proposta progettuale. Con tutto il rispetto per Bergamo, il ritorno a Napoli di una famiglia che se ne era allontanata da decenni, e con queste motivazioni, suscita in me un po’ di sano orgoglio e mi spinge ad impegnarmi ancor di più in difesa d’un patrimonio culturale che, con o senza UNESCO,  merita di essere salvaguardato e valorizzato.

© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com )

#NapuLengua: insegnare il Napoletano a scuola per valorizzarlo

NapulenguaDopo la positiva esperienza dello scorso anno, anche per il 2015-16 ho deciso di riproporre nella scuola dove insegno Lettere un’attività extracurricolare consistente in un Corso di lingua e cultura napoletana. Una volta approvato dal Collegio dei docenti, il progetto “Napulitanamente” si avvia quindi a ripartire, con la previsione di 18 ore di laboratorio teorico-pratico, con certificazione finale delle competenze raggiunte da ciascuno dei partecipanti a questa innovativa esperienza. Il fatto che ne abbiano diffusamente parlato sia media radio-televisivi (fra cui addirittura il secondo canale della televisione francese France2 e la rete cattolica nazionale TV 2000), sia quotidiani e periodici a stampa ed online (ad es. Il Mattino, La Repubblica, Roma, Italia Oggi, Orizzonte Scuola etc.), ovviamente mi fa molto piacere. Mi avrebbe però fatto ancora più piacere se il mio esempio fosse stato seguito da altri docenti (di Lettere come me ma anche di altre discipline), così da allargare la cerchia degli studenti coinvolti in tale azione di salvaguardia e valorizzazione del Napoletano. Purtroppo a battersi per una sua regolamentazione grammaticale ed ortografica e per il riconoscimento della sua piena dignità di lingua si direbbe che siano rimasti solo gli appassionati della cultura napoletana, a partire da coloro che non hanno mai smesso di scrivere in Napoletano le loro poesie, i loro testi teatrali o quelli legati alle composizioni musicali.

Il mio progetto, però, non vuol essere un’eccezione lodevole che conferma la regola del colpevole disinteresse delle istituzioni per la tutela e la valorizzazione del patrimonio linguistico e letterario del Napoletano e dell’identità culturale di Napoli. Al contrario,  fin dall’inizio negli anni ’90, io mi sono proposto di stimolare altri insegnanti appassionati di questa lingua affinché utilizzassero tutti gli spazi possibili – fra cui le attività aggiuntive d’insegnamento – per portare avanti sempre nuove esperienze didattiche in tal senso. Sta di fatto che l’interesse crescente di tante persone per l’apprendimento di un modo corretto per esprimersi in Napoletano non riesce ancora a trovare una risposta adeguata. Dobbiamo naturalmente essere grati a chi – come il poeta Nazario Bruno o lo scrittore Gianni Polverino – stanno facendo tanto per divulgare i principi di un’ortografia napoletana accettabile e di un lessico partenopeo adeguato ai nostri tempi ma rispettoso della tradizione. Altrettanto riconoscenti dobbiamo essere nei confronti di tutti coloro – fra cui linguisti e cultori della materia – che non si sono mai rassegnati a lasciar andare in malora un patrimonio culturale plurisecolare e che giustamente, invece, difendono l’identità collettiva che da esso deriva. Ma questo, dobbiamo riconoscerlo, non basta ad invertire la tendenza a trasformare progressivamente il Napoletano in un ‘volgare’ di serie B ed a cancellare – in nome dell’omologazione forzata al pensiero unico ed alla ‘Neolingua’ corrente – quelle preziose diversità linguistiche che rendono unica l’Italia.

Certo, nel 2015 si è registrata una reviviscenza di questa proposta, culturale prima che politica. Ci sono state in città ,infatti, varie iniziative tese a valorizzare il Napoletano, dagli incontri periodici presso il circolo “50 e più” a Via Toledo a convegni su alcuni suoi aspetti particolari, fra cui ricordo quelli sugli ‘arabismi’, sulla ‘geografia delle lingue’ presso l’Università l’Orientale e su vari aspetti connessi alla ‘Festa d’’a Lengua Nosta’, organizzata dall’associazione ‘G.B. Basile’. Ma a fronte di questi positivi contributi non si può fare a meno di registrare anche un generale scadimento nell’uso del parlato napoletano fra i giovani e la loro diffusa tendenza a ricorrere ad un’improponibile grafia sia nei testi delle canzoni, sia nei messaggi diffusi via cellulare, sui social media e, ahimè!, spesso anche sui muri della nostra città.  Un’altra novità apparentemente positiva è il fiorire di slogan pubblicitari in Napoletano, utilizzati da piccole e grandi aziende, fra cui perfino alcune multinazionali. Pur a prescindere dall’uso palesemente opportunistico di una lingua così popolare per veicolare messaggi consumistici, il problema è che gran parte di essi risultano comunque sgrammaticati, disortografici e talora lessicalmente poco corretti.

Che fare allora? C’è chi continua a sperare in improbabili provvedimenti normativi regionali, incurante del fatto che finora tutte le proposte di legge – provenienti sia dal consiglio provinciale di Napoli sia da quello regionale della Campania – si sono da tempo arenate sulle secche del disinteresse di chi ci amministra per questa battaglia di civiltà. C’è poi chi si ostina a perseguire una dubbia via ‘identitaria’ per ridare dignità alla lingua napoletana, finendo col far coincidere la legittima rivendicazione di rispetto e tutela di questo regional language con una più complessiva battaglia ‘meridionalista’ o, peggio ancora, con un antistorico revanscismo venato di nostalgie neoborboniche. Una terza ‘corrente’, infine, è quella di chi pensa che sia sufficiente chiudersi nella turris eburnea degli studi accademici, approfondendo scientificamente  la storia ed il patrimonio linguistico del Napoletano, al punto tale da dare l’impressione di volerne quasi dissezionare il cadavere o di volerlo mummificare sul solo piano ‘dotto’.

La verità è che, per fortuna, la lingua napoletana è ancora viva e vegeta e non si lascia rinchiudere nelle aule universitarie né volgarizzare come ‘lengua vascia’ da utilizzare solo per battute spinte o per la seriale produzione nazional-popolare di canzoni neomelodiche. E’ vero anche, però, che il napoletano italianizzato –  così come l’italiano dialettale – non possono garantire a lungo la sopravvivenza e la vitalità lessicale di questa lingua. Lasciamo quindi da parte l’ipercorrettismo fuori luogo di alcuni rigidi ‘puristi’ del Napoletano letterario, ma evitiamo soprattutto la trascuratezza e la sciatteria che traspare da un uso scorretto ed anomalo di questa lingua. Nessuno pretende che si continui a parlare o a scrivere come Basile o come Di Giacomo. Una lingua viva è quella che si sa adattare a nuovi contesti e che suona attuale e corrente ai parlanti di oggi. Questo però non autorizza a sottoporla ad artificiali mutazioni genetiche o a meticciamenti non necessari. Qualcuno ha detto argutamente che quelli che parlano il Napoletano non lo sanno scrivere e che quelli che lo scrivono si vergognano di parlarlo. Ebbene, credo proprio che sia giunto il momento di smetterla con quest’ ambiguità socio-linguistica e di riprenderci integralmente la nostra ‘madrelingua’.

‘A PARTITA D”O NNAPULITANO…

‘A partita d’’o Nnapulitano… è ttuttaquanta ‘a jucà.images

Vurria vedé p’’o Nnapulitano ‘o stesso tifo ca ‘a ggente nosta addemostra p’’a S.S.C. Napule

Me garbarrìa assaje ‘e vedé ca ‘e Napulitane s’apprennetissero p’’o fatto c’‘a lengua nosta sta šcrianno ‘mpilo ‘mpilo, accuppata primma d’’o Taliano-lengua unneca e doppo ‘a ll’Ingrése d’’a globbalizzazzione furzata.

Però ‘e ccose vanno ‘e n’ata manéra e simmo furtunate ca nce stanno ancora ggente c’addesìano ‘e fa’ quaccosa pe’ sarvà ‘sta lengua bella e antica d’’a šcaienza, accummencianno a parlà e a šcrivere commilfò.

Int’’a ‘stu periodo aggio avuto ‘nu sacco ‘e addemustrazzione ca, p’asempio, ‘nu pruggetto pe ‘mparà ‘a lengua e ‘a cultura napulitana dint’’a šcola po’ avè pure assaje succiesso. I’ stesso me songo maravegliato pe ll’articule ca songo asciute ‘ncopp’ê ggiurnale e ê pizze web, pe nun parlà d’’o servizio d’’a televisione frangese ‘ncopp’ô pruggetto mio.

‘O prubblema, però, è ca quanno ‘e media parlano ‘e ‘sti fatte pare sempe ca se tratta ‘e folklore cchiù ca ‘e ‘na pruposta culturale e suciale p’ascì d’’a subbordinazzione e d’’a margenaletà.

Fore ‘a ll’Italia, ‘a questione ca fanno chille ca vônno addefennere ‘e llengue reggionale tene cchiù ‘mpurtanza e speciarmente â Franza e â Špagna nce sta ‘nu gruosso muvimento pe da’ ‘a justa degnità ô Ppruvenzale, ô‘ Ccatalano e ô Bbalenziano.

Addò nuje, ‘mméce, pare ca chi vô sarvà ‘a lengua napulitana ha dda esse pe’ fforza ‘nu burboneco, ‘na perzona ca guarda arreto quanno tuttecose vanno annanze. Špisso ‘stu fatto succede pure a chille ca vônno proteggere ‘a natura d’’a pazzarìa ‘e ‘nu favezo prugresso senza lémmete, e capita pure ca ll’ambientaliste songo chiammate ‘conzervature’.  Si astipà p’’e figlie nuoste ‘o patremmonio naturale e chillo de’’e llengue vô dicere ca simmo ‘conservature’, ‘mbè chiammatece accussì.

‘A verità è ca tutto chello ca va ô ccuntrario d’’o ‘ppenziero ùnneco’ ‘e ‘sta suggità mette paura a chi se crede c’ave già deciso comme âmm’a campà e pure comme âmm’a parlà.

E’ overo però ca quaccosa sta cagnanno. Se senteno cchiù ggente ca parlano napulitano e ‘nce stanno ‘nu sacco ‘e cose nove ca fanno penzà a ‘nu revival d’’a lengua nosta: gruppe musecale e rappers ca cantano napulitanamente; giuvene ca šcriveno nNapulitano ‘ncoppe ê blogghe e ê pizze web lloro; cummégne ‘ncopp’’a lengua napulitana; appresentazzione ‘e libbre e cummertazzione ’ncopp’ô lessico, â šcrittura e â grammateca napulitana.

E allora va tutto bbuono? Nun me pare, pecché ‘a via ca s’ha dda fa’ è ancora longa e nun è ffàcele.

‘Nce stanno pure ggente ca int’’o Nnapulitano vedeno sulo ‘nu bisinìs, n’occasione pe vennere cusarelle ‘nu poco pacchiane, pe šcrivere canzone tamarre o pe fa’ ridere cu battute ca nun teneno niente ‘a che vvedé c’‘a tradezzione comica verace ‘e Napule.

‘Nce sta troppa ggente ca vurriano campà ‘e ‘stu folklore fatto ‘e pizza e ccanzone, però nun s’addonano ca, accussì facenno, se sta perdenno l’anema ‘e ‘sta città e ca l’unneca cosa ca ce rummane è l’immaggene, ‘na fiùra, ca assaje špisso addeventa ‘na fiurella…

‘A verità è ca si ce muvimmo sulo ‘ncopp’ô chiano d’’a cultura, senza creà ‘nu muvimento suciale e ‘nu mudello ‘e šveluppo diverzo, nun cagnarrà propeto niente. ‘O sistema ce vô tutte quante c’’a stessa capa, ‘a soccia lengua e ‘a soccia manera ‘e campà.

‘A deverzetà pare quase ‘na cosa ‘a šcanzà e pecchesto ‘a napulitanetà – senza ‘a cuscienzia ‘e chello ca Napule è stata e pô esse ancora – putarria pure addeventà ‘na pazziella ‘mmano ê ccriature.

E allora jammo annanze cu ‘e puisìe, ‘e ccanzone, ‘e cummertazione ‘ncopp’â l’ortografia d’’o Nnapulitano, ‘e ffeste pe’ sarvà ‘e ttradezzione, pecché songo cose bbone e juste.

Però verimmo pure ‘e nun ce fa’ scippà – aroppo ‘e bbanche e ‘e ffraveche ca se ne so’ gghiute – pure ‘nu capolavoro d’’o nuosto comme ‘Lo cunto de li cunti’  ‘e Gian Battista Basile, sulo p’’o fa’ addeventà ‘nu film fantasy ‘ngrèse p’’o pubbreco ‘mmericano.

Ce simmo arresentute – e cu raggione – pecché vulevano rimpiazzà ‘a pizza nosta cu ‘e pagnuttielle ca venne Mac Donald. Mo’, però, c’avimm’’a arresentì pure pecché primma c’hanno scippato ‘o Cunto ‘e Basile – ‘o primmo libbro ‘e “fiabe” ‘e tutta ll’Europa –  e po’ c’’o vônno vennere, ‘mbastardùto, c”o titulo: “Tale of tales “…

Pe ffà quaccosa pe Napule nun abbasta accattà cartuline o maggliette cu šcritte napulitane, né se ‘mparà ‘e ccanzone ‘e Gigi D’Alessio o chelle d’’o gruppo rap Co’sang (sta šcritto propeto accussì…).

Pure ‘e ffeste cu tammorre e tarallucce e vvino serveno, ma nun abbastano. Chello ca ‘nce vô è quaccosa c’ha dda ffa’ capì ê Napulitane ca ‘o luttà p’’a degnità d’’a lengua nosta vô dicere pure luttà p’’a degnità d’’a ggente nosta e pe nun fa’ murì ‘o patremmonio ‘e cultura d’’o popolo nuosto, ca ‘mmece ‘o ‘penziero unneco’ sta šcancellanno.

Allicurdammoce, pirciò, ca Napule nun è sulo ‘na šquatra ‘e pallone, ‘nu titulo ‘e canzone e nemmanco ‘n’accasione pe ffà merchandising, ma ‘na ceviletà carreca ‘e secule e pure ‘e cultura.

Nun ‘a sciupammo e nun ce facimmo scippà pure l’anema ‘e sta terra.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com  )

“VIVA NAPOLI E PARI’! GUI’ GUI’ GUI’ !”

Ô 1902 , Guarino e Gambardella šcrivettero ‘na canzona assaje špassosa, c’aggio vuluto mettere comme titulo ‘e ‘stu piezzo.  L’occasione pe’ cantà pur’io “Viva Napoli e Parì” è stata ‘na telefonata ca me passaje figliema ‘nu ppoco ‘e juorne fa: “Papà, ‘nce sta ’na signora d’ ‘a televisione frangese!”.  E chi s’’o ppenzava ca ‘o labboratorio ‘e Napulitano ca stongo purtanno annanze â šcola mia puteva arrivà nientemeno dint’’ô teleggiurnale ‘e France 2 ?…Nun saccio ancora comme, ma chello ch’è certo è ca ‘sta  curtese ggiurnalista vulette venì  ‘a Roma ‘nzì  ‘ncopp’ô Vòmmero pe’ ffà ‘nu servizio p’’o siconno canale d’’a televisione frangese.

IMG01008-20150418-1421L’avimmo saputo sulo doje juorne primma, però ‘e guagliune/one ca ‘o pràttecano – e ca se songo sentute assaje ‘mpurtante pe’ ‘sta nuvità – se so’ compurtate bbuono assaje ‘nnanze â telecammera ‘e l’operatore e ô microfono ‘e l’intervistatrice, ca vuleva capì chello ca stammo facenno e comme.

Certamente nun è stato semprice a ffa’ finta ‘e niente, facenno lezzione comme si nun ce stesse nisciuno annanze, però ‘e guagliune/one so’ state overo brave e nun haveno fatto ‘nu poco ‘e casino. Passanno ‘mmiezo ‘e bbancarielle  – c’’o microfono appuntato â giacchetta –  aggio cercato ‘e fa’ tutto comme sempe: spiecà, fa’ ‘e ddumanne,  fa’ leggere e šcrivere, perzì cantà ‘nzieme ê guagliune (e senza ‘a museca…) ‘a canzona d’’o gruppo: “Vraccialiette nuoste”

il_piccolo_principe_163Avimmo liggiuto pure ‘nu miezo capitulo d’’a traduzzione napulitana d’’o “Petit Prince” ‘e Saint Exupery, ca m’ha dato pure ‘o canzo ‘e spiecà chello c’aunisce ‘a lengua napulitana ô ffrangèse e pecché aggio scegliuto propeto ‘stu libbro.


‘A ggiurnalista ogne tanto faceva quacche dumanna a me e pure ê guagliune/one, comunque tuttuquanto è ghiuto annanze ‘e na manera naturale. Accussì me pare ca ‘e ffrangìse ca vedarranno ‘stu servizio pe’ televisione se farranno n’idea bastantemente chiara ‘e chello ca facimmo e d’’o ppecché ‘o stammo facenno.

‘A cosa cchiù bella è stata ca se senteva ca ‘sta šperienza nova sta piacenno overamente  ê guagliune/one d’’o gruppo, ca se stanno  ‘mparanno ‘nu sacco ‘e cose.  Nun créro ca se tratta sulo ’e rišposte pe’ cunvenienza o pe’ curtesia. Me pare ca ‘stu gruppo sta accummincianno a capì ca facimmo quaccosa ‘e bbuono e ca ‘nu sacco ‘e ggente ce stanno ‘a guardà, pure ‘a fore d’’a šcola.

Sarrà ‘na ‘mpressione d’’a mia, però me pare pure ca, attuorno a ‘stu labboratorio ‘e Napulitano, chianu chiano, sta criscenno ‘nu muvimento assaje cchiù gruosso, can nun tocca sulo ‘sta lengua nosta, ma pure tutt’’e llengue ca veneno chiammate ‘reggionale’.
‘Nfatte, pe’ ttramente ca nuje âmmo riggistrato ‘stu servizzio p’’a televisione frangese, a Maussane-les-Alpilles (‘na cetà d’’a Pruvenza) stanno appriparanno ‘na grossa Assembrèia ‘e tutte l’associazzione ca vônno addefennere ‘e llengue lloro e lle vônno dà ‘a degnità d’esse parlate, šcritte e pure ‘mparate rint’’e šcole.

alleanza lingue regionaliE’ chesta l’Europa ca ce piace. Chella ca vô mettere ‘nzieme ‘a ggente pecché tenimme assaje cose cummune, però senza šcancellà l’identità ‘e ogne pupulazzione, comme si fosse ‘na cosa malamente. ‘A globbalizzazzione ce vô fa’ addeventà tuttuquante eguale, però sulo pecché ce vede comme ggente c’hann’a accattà sempre cchiù robba, no comme perzone ca teneno ‘o deritto ‘e rummané lloro stesse.  ‘A diverzetà culturale è ‘nu deritto, no ‘nu guajo ‘a šcanzà. E’ pe’ cchesto ca s’ha dda jì annanze pe’ ‘sta via, mettennoce ‘nzieme e facenno tutto chello ca putimmo p’addefennere ‘nu patremmonio ca, pure si nun ce sta rint’’o calculo d’’o P.I.L.,  è ‘a vera recchezza nosta.

E pirciò cantammo pure “Viva Napoli e Parì”, però nun ce šcurdammo maje ca simmo napulitane.

P.S. – Si vulite veré ‘o servizzio d”a televisione frangese – ca è stato trasmisso ‘o 15 ‘e abbrile – špremmìte ‘ncopp”o cullegamento >> http://www.france2.fr/emissions/telematin/videos/replay_-_telematin_15-04-2015_766785?onglet=tous&page=1 d”o min. 49,10 ‘nzì a 53,30

Chi tene lengua…

imagesQuanno aggio accummenciato a faticà ô pruggetto “Napulitanamente” facevo ‘o prufessore ‘e lettere int’’a šcola media “Sogliano” a Porta Capuana  e tenevo durece anne mancante.[1]

‘A situazzione ‘e tanno però era assaie deverza. ‘E guagliune/one d’’a Sogliano parlavano ‘o Nnapulitano comm’’a primma lengua lloro e pirciò ‘o pruggetto d’’o mio ê vvuleva ‘mparà a leggere e šcrivere ‘na lengua ca  špisso canuscevano cchiù assaie d’’o Taliano stesso.

Chello ca me ‘mpurtava cchiù ‘e tutto era ca isse/esse avevan’’a capì ca ‘o Nnapulitano nunn’è ‘o dialetto d’’e poveraggente ‘gnurante ca “nun sânno parlà”, ma ‘na lengua c’’a soccia degnità d’’o Taliano, cu’ ‘na storia e ‘na tradezzione ‘e cultura ancora cchiù antiche e nobbele.

E’ pe’ chesto nun me so’ vuluto limmetà ‘a pazzià c’’o Nnapulitano – p’essempio parlanno sulo ‘e ccanzone o d’’e ppruverbie, ca pure so’ ‘mpurtante pe’ capì ‘a cultura d’’o popolo nuosto – ma ll’aggio vuluto ‘mparà ca pure ‘sta lengua tene ‘e rrèole soie, ca ‘nce servono pe’ leggere e šcrivere, ma, primma’e tutto, pe’ capì overamente chello ca dicimmo napulitanamente.

Penzo ca ‘stu pruggetto è gghiuto bbono e ca, pe’ quatt’anne, ‘o labboratorio mio è stato ‘n’essempio ‘e comme se po’ passa’ d’ê chiacchiere ‘ncopp’’a “rivalutazzione” d’’o Nnapulitano a ‘na šperienzia pratteca e segnificativa dint’’a ‘na šcola pubbleca.

Durece anne aroppo aggio vuluto accummencià n’ata vota ‘o labboratorio “Napulitanamente”,[2] però so’ cagnate ‘nu sacco ‘e cose e nun è sèmprece a repiglià ‘mmano ‘o filo ‘e chillo pruggetto.  Mo’ fanno cinc’anne ca fatico int’’a šcola media “Viale delle Acacie”, ‘ncopp’ô Vommero, ‘o quartiere addò songo nato e crisciuto. Acca’ nun se vedeno ‘e guagliune ca pazzeano ô pallone ‘mmiéz’’a via, Ca’ nun se senteno ‘e ccanzone napulitane ascì d’’e pporte d’’e vasce e, ‘ncopp’a tutto, ca’ ‘o Nnapulitano nun se parla quase cchiù. E’ overo: si appizzammo ‘e rrecchie sentimmo ancora parlà napulitanamente, però songo sulo ‘e pperzone anziane, chelle ca faticano int’’e bbar, ‘e pizzerie, ‘e puoste d’’e mmercate,  oppure ‘a ggente ca lle piace ‘e parlà accussì pe’ ‘na špecie ‘e snobbismo culturale.

Tutt’o ccuntrario, int’’a ‘sti durece anne è cagnato assaie poco si vulimmo parlà d’’o pruciesso suciale, culturale e puliteco p’addefennnere e dà valore â lengua napulitana. ‘E prufessure ‘e l’unneversetà cuntinueno a guardà ‘o Nnapulitano ‘e ‘na manera sulo filologgeca o letteraria, comme si stessemo parlanno d’’o llatino o ‘e ‘n’ata lengua morta. Chille ca fanno puliteca, ‘mmèce, ausano špisso ‘o Nnapulitano comm’a ‘na bannera ideologgeca, comme ‘o simbolo ‘e ‘nu ritorno ê tiempe belle ‘e ‘na vota, a ‘na cultura šcamazzata primma d’’a colonizzazione nordista d’’e Piemuntise e po’ d’’a globalizzazione made in USA.

‘A verità è ca ‘sta lengua – cu tutto ca è parlata ‘a quase otto meliune ‘e crestiane e ca l’UNESCO ‘a decretaje siconna ‘e ll’Italia e patremmonio ‘e ll’Ummanetà – disgrazziatamente rummàne pe’ quaccheruno ‘na lengua “vascia”, ca s’adda šcurdà si se vô ‘mparà a parlà bbuono ‘o Taliano. Pe’ ttramente, pe ll’ata ggente pare sulo ‘nu šfizzio pe’ pazzià , pe’ cantà e pe’ dicere ‘e male parole. ‘Na specie ‘e street slang ca putimmo truvà int’’e ccumitive d’’e giuvene, ô stadio, ê cuncierte o rint’’e ssale addò se juoca a biliardo.

‘A sustanza è ca ‘o Nnapulitano sta perdenno ‘a degnità ca teneva nun sulamente quanno era ‘a lengua d’’o Rregno cchiù ‘mpurtante ‘e ll’Italia (pensammo a Boccaccio, Basile, Cortese, Sgruttendio…), ma pure quanno è stato capace ‘e producere ‘na letteratura ca va d’’a puisìa (penzammo sulo a Di Giacomo, Russo, Bovio, Viviani) ‘nzì ô triato ‘e Scarpetta e d’’e De Filippo. [3]

Int’’a ‘sti diece anne ‘o Nnapulitano s’è arredutto a ‘na parlata vastarda, šgrammatecata. ca quase nisciuno sape šcrivere e ca pare ca serve sulo pe’ parlà o d’ammore o ‘e morte e viulenza (comme p’‘a serie televisiva “Gomorra”). Perzì ‘a pubblecetà s’’e mmisa a sfruttà ‘o Nnapulitano, dànno accussì ‘n’ato bello cuntribbuto â banalizzazione ‘e ‘nu ‘dialetto’ ca fa tanto ‘culòre’

Embè, i’ penzo ca è venuto ‘o tiempo e ascì fora d’’e chiacchiere p’accummencià a faticà overamente e pusitivamente,
pe’ ddà ‘na degnità ô Nnapulitano. Me pare ca ‘ncopp’a ‘na cosa tutte quante so’ d’accordo. Serveno rrèole ciérte e ‘sta lengua s’adda ‘mparà arint’’a šcola. ‘E rrèole nce servono p’’o pparlà e šcrivere bbuono e ‘a šcola serve a ffà capì ê guagliune ca aret’a ‘na lengua ‘nce stà sempe ‘a cultura ‘e ‘nu popolo.[4]

Vivimmo ‘nu tiempo ‘e globalizzazzione e ce stammo abbetuanno a šcancellà ogne identità e diverzetà, c’’a šcusa ca esse eguale vo’ dicere penzà e parlà tutte â stessa manera. Però chesto è sulo chello ca ce vônno fa credere, pecché ‘a primma rèola ‘e ‘nu penziero ecologgico , ‘mméce, è propeto ‘o rispètto d’’a deverzetà, chella naturale comme chella culturale, ca è sempe ‘na recchézza.[5]

‘A quanno s’è špasa ‘a nutizzia ‘e stu labboratorio ‘e Napulitano arint’’a šcola media Viale delle Acacie me pare ca quaccosa sta cagnanno e ca ‘nce sta n’interesse novo pe’ sta lengua.

Pô essere ‘a vota bbona pe’ cercà ‘e arresolvere ‘o prubblema d’’a “normalizzazione” d’’o Nnapulitano, mettenno ‘nzieme tutte chille ca nun se songo maje rassignate a fa murì ‘na lengua canusciuta pe’ tutt’’o munno, ma ca propeto a Napule nun trova ‘o rispetto ca s’ammereta.

Nun se tratta ‘e nustalgie ‘burboneche’ e nemmanco ‘e strateggie separatiste. ‘A verità è ca ‘nce stanno già ‘nu sacco ‘e Paìse addò ‘e llengue d’’e Rreggione songo prutette e avvalurate. Penzammo sulo ô Ccatalano, ô Pruvenzale o ‘Scuzzese, addò ‘nce stanno ‘e legge pe’ stabbelì comme s’ânno ‘mparà dint’’e šcole, pe’ cunzervà ‘nu patrimonio culturale ca  sinò jésse ‘mmalora.

‘Nc’’a facimmo pure nuje a ce šcurdà ‘e differenze, ‘e puntiglie e ‘e sušpiette pe’ fa ascì ‘o Nnapulitano d’’e pparule d’’o folklore,  p’’o fa turnà ‘a lengua verace e cchiena ‘e cultura ca sempe è stata?

I’ ‘o špero overamente e, pe’ chello ca pozzo fà, purtarraggio annanze ‘o pruggetto d’’o mio, arapenno però ‘na paggena nova pe’ fatica’ ‘nzieme a tutte ll’amice e cumpagne ca vônno cammenà ‘ncoppa a ‘sta via.

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[1] Cfr. http://www.webalice.it/ermeteferraro/NAPULITANA_MENTE.html ; vìre pure: http://www.ermeteferraro.it/nap.html

[2] Songo asciute paricchie articule ‘ncopp’a ‘stu proggetto > vire ‘ncoppa a: http://ermeteferraro.weebly.com/napulitanamente.html

[3] Cfr. Francesco D’Ascoli, Letteratura Dialettale Napoletana, storia e testi, Napoli, Adriano Gallina Ed, 1996

[4] Vire pure ‘nu cuntribbuto ca vene ‘a fora ‘e ll’Italia > Stephen Whiteley, Naples and Neapolitan , http://www.quicksilvertranslate.com/2668/naples-and-neapolitan

[5] Ermete Ferraro, VOCI SOFFOCATE – La perdita della diversità culturale e  linguistica, pubblecato (ott. 2007) ‘ncopp’’na revista  online: http://wds.bologna.enea.it/articoli/07-10-12-voci_soffocate-ferraro.pdf

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