Ripudiare la guerra: dalle parole ai fatti

Pochi non sanno – anche se in troppi se ne dimenticano – che l’art. 11 della Costituzione su cui si fonda la nostra Repubblica comincia con le seguenti parole: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”. C’è da notare che nella Carta costituzionale non è facile trovare affermazioni così esplicite, chiare e categoriche. Ciò che colpisce di più – e su cui intendo soffermarmi sul piano linguistico – è la scelta che i costituenti fecero 72 anni fa, quando decisero di utilizzare in questo contesto il verbo ‘ripudiare’, davvero insolito sul piano giuridico-istituzionale.  

«Che la formula scelta per il divieto suoni particolarmente forte non è dubbio; è nota l’attenzione particolare posta nella scelta del verbo ripudia, preferito, infine, ad altri verbi (rinuncia, condanna) perché – come disse il presidente della Commissione, Meuccio Ruini – ha «un accento energico ed implica così la condanna come la rinunzia alla guerra». Riconoscendo che ogni tipo di contrasto può essere risolto col ragionamento, viene ribadito nelle diverse fasi dei lavori, anche in Assemblea plenaria, l’intento di eliminare la guerra per sempre, il rifiuto dell’atto di violenza…»  [1]

Le parole infatti hanno un peso. Sono molto più che emissioni articolate di voce, in quanto danno corpo ai nostri pensieri, concretezza alle nostre idee e – in quanto ‘atti linguistici’ [2] – servono non solo a dire, ma anche a ‘fare’. Ecco perché non solo esprimono sentimenti ed intenzioni, ma agiscono e conseguono effetti pratici. Nel caso specifico, la condanna decisa ed assoluta della guerra nella Costituzione è racchiusa nel verbo ‘ripudiare’ che di per sé indica un’azione concreta, di cui però non tutti sono consapevoli. Basta allora leggerne la definizione che ne dà un autorevole dizionario:

«Ripùdio s. m. [dal lat. repudium, prob. connesso con pes pedis «piede» (propr., l’atto di respingere con il piede)]. – 1. L’azione, l’atto e il fatto di ripudiare chi è legato a noi affettivamente o socialmente: r. della famiglia; r. di un amico, di un’amicizia. In partic., nel diritto matrimoniale di alcuni popoli (per es. nell’Antico Testamento, nel diritto romano, nella legge sacra musulmana), la dichiarazione che un coniuge (il marito) fa all’altro coniuge, con o senza formalità, di volere rompere il vincolo coniugale: è una forma di divorzio unilaterale. 2. Rifiuto di ammettere, riconoscere, conservare come proprio qualche cosa che ci appartiene: r. di un libro, di un romanzo, di un’opera, di cui si è autore; r. della propria fede, di una promessa; r. dell’eredità, rinuncia all’eredità; r. del debito pubblico, esplicita dichiarazione di uno stato di non volere riconoscere il debito complessivo o alcuni debiti contratti da precedenti governi. Per estens., rifiuto deciso, netta opposizione ad accettare qualche cosa: r. di ogni compromesso, di ogni forma d’imposizione». [3]

Non si tratta di un puro diniego né siamo di fronte ad un semplice rifiuto verbale. Quel verbo dal suono antico, infatti, rappresenta un vero e proprio atto fisico. Evoca concretamente l’atto di respingere qualcosa o qualcuno col piede, di allontanarla/o con un calcio, rescindendo bruscamente un legame o relazione precedente. Siamo quindi di fronte ad un verbo che, se vogliamo, è connotato da una certa violenza e che, comunque, indica una volontà determinata, una decisione netta e definitiva. Certo, se pensiamo alla pratica giuridico-religiosa del ‘ripudio’, tipica della tradizione ebraica ed islamica, l’idea che questa parola ci suggerisce risulta piuttosto sgradevole, indicando una rottura unilaterale del vincolo coniugale, un divorzio privo di consenso e di reciprocità, intriso di spirito patriarcale e maschilista. Nell’adottarlo – in base alla prescrizione di un passo del Deuteronomio [4] – gli uomini Ebrei, con questa pratica molto sbrigativa di rescissione del matrimonio che chiamavano כְּרִיתוּת (kerithùth), sancivano la condanna d’un comportamento ritenuto talmente illecito da annullare l’accordo precedentemente stipulato (il verbo karath significa proprio tagliare un legame, rompere un patto). Secondo il testo veterotestamentario, infatti, la donna scacciata avrebbe dovuto commettere qualcosa di ‘vergognoso’ o ‘impudico’ (il termine originale è עֶרְוָה (ervâ), che in ebraico significa ‘nudità’ esposte). [5]  Se quindi consideriamo la scelta del verbo ‘ripudiare’ nell’art. 11 della Costituzione italiana in senso metaforico, appare chiaro che la ‘vergogna’, l’oscenità cui si fa riferimento, è costituita dalla guerra in sé. Attualmente il termine ebraico per indicare il divorzio unilaterale è ‘gerushim’, dalla radice ‘gerush’ in cui appare ‘ger’, che significa ‘straniero’, per cui – prescindendo ancora da considerazioni etiche e giuridiche su tale istituto – il ‘ripudio’ indica anche in questo caso il disconoscimento di un rapporto precedente, che viene così reciso nettamente, annullato del tutto a causa di un comportamento ‘estraneo’.

Tornando alla radice greco-latina del sostantivo ‘ripudio’ e del verbo da esso derivato, il suo impatto quasi fisico dipende dal sostantivo πούς , ποδός (pous, podòs), evocante l’atto di respingere col piede, di allontanare da sé con un’energica pedata. In latino questo vocabolo si è un po’ trasformato, ma la radice permane nel vocabolo pes, pedis, dal quale sono derivate una notevole quantità di altre parole collegate al termine originario.  Già i greci, ad esempio, usavano il nome ἐμποδιος (ed il verbo εμποδίζω)per indicare ciò che blocca, ostruisce, impedisce, esattamente come, in latino, impedimentum ed impedio. L’impedimento, dunque, è ciò che ‘ci sta fra i piedi’, che non ci fa andare avanti, che ci ostacola nel nostro cammino. Anche qui viene subito da pensare, a proposito dell’art. 11, che ciò che l’umanità dovrebbe finalmente ‘togliersi dai piedi’ è proprio la guerra, sinonimo di morte e distruzione e negazione di una vita tranquilla, serena e produttiva. Per procedere spedito verso un autentico progresso (dal lat. expeditus, esatto contrario di impeditus, da cui deriva fra l’altro anche il sostantivo inglese speedy), l’essere umano deve smetterla di ripetere gli errori del passato in modo pedissequo, di osservare le vecchie regole in maniera pedestre. Tutti noi dovremmo smetterla di accogliere quasi con tripudio il dato che pone l’Italia (che dovrebbe invece ‘ripudiare’ la guerra) al decimo posto nel mondo per esportazione di armamenti bellici. Noi italiani, per un minimo di coerenza, dovremmo indignarci quando qualcuno, dall’alto del suo podio istituzionale, continua a raccontarci fandonie sulle cosiddette ‘missioni di pace’, attualmente ben 41 spedizioni armate all’estero che ci costano quasi 25 miliardi di euro (+8,1%). [6]

Ancora una volta, questo 2 giugno la Festa della Repubblica ci è stata presentata come un’altra trionfale celebrazione delle forze armate, tradendo in tal modo la lettera e lo spirito della Costituzione che dovrebbe ispirarne le scelte. Il ‘ripudio della guerra’ è diventata un’espressione vuota, priva del solenne ed inequivocabile significato impressole 73 anni fa. Troppi pappagalli della politica, dai loro treppiedi, continuano a ripetere frasi assurde quanto retoriche, avallando la mistificazione che, in nome della difesa atlantica ed ora europea – ha portato l’Italia ad essere incatenata ad un complesso militare-industriale e militarmente impegnata in vari continenti, senza che questo possa configurarsi come quella “difesa della Patria” che, secondo l’art. 52 della Carta costituzionale, dovrebbe essere “sacro dovere del cittadino”. [7] Se è vero, infatti, che il testo dell’art. 11 citato prosegue recitando che: (“l’Italia) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo, è però difficilmente dimostrabile che un apparato militare che ci costa quasi 25 miliardi (68,5 milioni al giorno…) serva davvero per “assicurare pace e giustizia” e non ad alzare ulteriormente il livello delle già diffuse tensioni internazionali.

Dobbiamo allora superare e correggere il sesquipedale errore (nel senso di esagerato e prolungato, ma anche di grossolano) che, oltre a farci identificare il concetto di ‘difesa’ con quella armata [8], sta introducendo surrettiziamente anche l’idea che le forze armate servano pure a difenderci da calamità e pandemie. Ecco perché, nei confronti di un complesso militare-industriale che costituisce un vero e proprio impedimento alla realizzazione di un modello di sviluppo equo, ecologico e pacifico, tocca a noi, con la nostra obiezione di coscienza, ripudiare la guerra in tutte le sue manifestazioni, anche meno evidenti. In primo luogo divorziando da un legame internazionale che dal 1949 ci priva della nostra indipendenza come stato, asservendoci alla difesa degli indifendibili interessi del 10% dell’umanità che divora le risorse del restante 90% , pretendendo di controllare tutto e tutti.

© 2021 Ermete Ferraro


NOTE

[1]  Lorenza Carlassare, “L’art. 11 Cost. nell’intento dei Costituenti”, Costituzionalismo.it, fasc. 1/2013, p. 3 > https://www.costituzionalismo.it/wp-content/uploads/Costituzionalismo_437.pdf

[2]  Per una sintetica definizione, cfr. Pier Cesare Rivoltella, “L’atto linguistico”, La comunicazione >  https://www.lacomunicazione.it/voce/atto-linguistico/  e Clara Ferranti, Teoria degli atti linguistici, Corso di Sociolinguistica, Università di Macerata, 2014 > http://docenti.unimc.it/clara1.ferranti/teaching/2014/13354/files/teoria-degli-atti-linguistici-slide

[3] Voce ‘ripudio’ in Vocabolario on line Treccani > https://www.treccani.it/vocabolario/ripudio/

[4]  “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa.” (Deuteronomio 24,1)

[5]  Cfr. il testo originale del brano citato ed i relativi commenti lessicali in https://www.blueletterbible.org/kjv/deu/24/1/t_conc_177001 .  Sul divorzio nell’Antico Testamento v. anche l’interessante articolo: Alessandro Conti Puorger, “Il primo matrimonio col Signore”, Bibbiaweb.net > https://www.bibbiaweb.net/lett159d.htm

[6]  Vedi i dati forniti dall’osservatorio Milex > https://www.milex.org/2021/04/23/anticipazione-milex-spesa-militare-italiana-2021-sfiora-25-miliardi/  e da Analisi Difesa > https://www.analisidifesa.it/2020/07/le-missioni-militari-italiane-tra-nuovi-impegni-e-ritiro-dallafghanistan/

[7] V. testo dell’art. 52 della Costituzione della R.I. > https://www.senato.it/1025?sezione=123&articolo_numero_articolo=52

[8]  Vedi la sentenza della Corte Costituzionale n. 64 del 24.5.1985: “La Corte infine afferma che il dovere di difesa della Patria è “ben suscettibile di adempimento attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato,” e che “a determinate condizioni il servizio militare armato può essere sostituito con altre prestazioni personali di portata equivalente , riconducibili anch’esse all’idea di difesa della Patria” in: Giorgio Giannini, La difesa della Patria e la difesa non armata civile e nonviolenta, p. 4 > http://www.serviziocivileunpli.net/wp-content/uploads/2010/09/Difesa-della-Patria-non-armata-e-non-violenta.pdf

Embargo militare a Israele: perché sì

                                                                    “Ognuno è ebreo di qualcuno… oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”

PRIMO LEVI

La nonviolenza non è acquiescenza né complicità

Il M.I.R.  (Movimento Internazionale della Riconciliazione) è la branca italiana dell’I.F.O.R. (Int’l Fellowship of Reconciliation), organizzazione nonviolenta internazionale di matrice spirituale, fondata nel 1919, di cui hanno fatto parte anche alcuni premi Nobel per la pace, come Albert Luthuli, Martin Luther King jr. e Adolfo Perez Esquivel.  La branca italiana del M.I.R. è attiva fin dagli anni ’50 e ne hanno fatto parte molti attivisti per la pace di matrice religiosa ecumenica, fra cui i primi obiettori di coscienza e, per quanto riguarda la sede di Napoli, ricercatori e docenti universitari nonviolenti come Antonino Drago e Giuliana Martirani. Oltre a promuovere da molti anni incontri che facilitino il dialogo islamico-cristiano, l’IFOR e lo stesso MIR Italia hanno aderito varie iniziative di solidarietà con popolo palestinese. Lo stesso concetto di ‘riconciliazione’ – centrale per questo movimento – è fondato su due pilastri, ‘verità’ e ‘ giustizia’, ed indica comunque il risultato di un lungo processo di recupero di relazioni infrante dalla violenza e dall’oppressione, che non esclude affatto la resistenza nonviolenta a chi ne è artefice.  La riconciliazione, quindi, non equivale ad una pura e semplice ‘rappacificazione’, ma ha senso solo se si ristabiliscono giustizia e verità, anche attraverso forme di lotta che utilizzino tecniche nonviolente come la disobbedienza civile, la non-collaborazione, la resistenza passiva ed attiva ed il boicottaggio.  Ecco perché il M.I.R. si schiera con il popolo palestinese, vittima di una colonizzazione violenta da parte di un regime violento, antidemocratico e profondamente militarista e guerrafondaio come quello israeliano.

L’embargo militare come lotta nonviolenta

L’embargo è una sanzione a politiche che vanno contro la pace, la giustizia e la verità – quali l’occupazione militare, l’apartheid, la militarizzazione della società civile e le politiche securitarie come veicolo di oppressione – e consiste nel blocco degli scambi commerciali, in primo luogo ovviamente quelli riguardanti gli armamenti. Si tratta appunto di embargar  (in spagnolo: ostacolare, impedire) la manifestazione più concreta dell’aggressività e dell’oppressione di un’entità statale su una minoranza interna o su un altro stato sovrano e, al tempo stesso, di bloccare i flussi di denaro che derivano dal commercio di sistemi d’arma sempre più micidiali e sofisticati. In effetti, col termine ‘embargo’ ci si riferisce anche ad altri tipi di relazioni, solo apparentemente più innocue, come gli scambi commerciali di altri generi, ma anche quelli accademici e scientifici. Mai come adesso, infatti, il militarismo ed il sistema più ampio del complesso militare-industriale, sono intimamente connessi con settori in teoria civili – come la ricerca scientifica, tecnologica e perfino farmaceutica – in quanto molte di queste ‘invenzioni’ hanno una duplice veste, di cui quella di tipo bellico e securitario sono quasi sempre il terminale.  Ovviamente l’embargo non è una tecnica di difesa e resistenza civile e popolare in senso stretto, in quanto può essere deciso solo da entità statuali o internazionali, come misura punitiva verso chi si rende colpevole di crimini, discriminazioni ed altre forme di repressione contro una popolazione assoggettata militarmente. Bisogna però sottolineare che si tratta di una misura che organismi nazionali o internazionali decideranno di adottare solo se dalla società civile del paese oppresso e di altri con questo solidali saranno realizzare azioni dirette, azioni di lobbying, campagne di controinformazione e di sensibilizzazione e pressioni da parte di autorevoli organismi anche non-governativi. Ecco perché l’embargo – in special modo quello militare – rientra appieno tra le iniziative che un movimento nonviolento per la pace come il M.I.R. può e deve sostenere a tutti i livelli.

Le relazioni dello Stato d’Israele con U.S.A., U.E. ed Italia.

Ogni discorso su Israele deve tener conto della sua importanza geopolitica e delle relazioni internazionali che hanno consentito da parte dei suoi governi la sistematica violazione del diritto internazionale, garantendone l’impunità e rafforzandone la posizione. Gli Stati Uniti hanno da sempre accordato ad Israele sostegno politico incondizionato, lauti finanziamenti diretti e indiretti ed un’imponente collaborazione tecnico-scientifica col settore militare ed il commercio di apparati bellici.  La U.E., a sua volta, ha agevolato e promosso scambi con Israele di tecnologie militari e sicuritarie, del tutto incurante delle gravi e ripetute violazioni dei diritti umani e della escalation provocata dal macroscopico riarmo di uno stato nazionalista di meno di 8,5 milioni di abitanti, che però detiene armamenti nucleari, è al 17° posto nel mondo per importazioni di armi ed al 7° posto tra gli esportatori di armi verso gli stati europei. Non è quindi fuori luogo parlare di gravi complicità dell’U.E. con il regime oppressivo e discriminatorio d’Israele, che consente di fatto l’impunità dei suoi crimini ed il mancato accoglimento delle legittime richieste del popolo palestinese, vittima di un’annessione territoriale e di un’ostilità preconcetta ad ogni riconoscimento dei propri diritti.  Anche l’Italia – oltre ad essere il 3° destinatario delle esportazioni di sistemi d’arma da parte del governo israeliano – è stata troppo a lungo silente, succube e complice. Non si tratta, come nel caso dell’Europa, solo di un sostegno indiretto per motivi di non ingerenza o dovuto alla propria collocazione geopolitica. Si registra infatti anche una collaborazione crescente col sistema militare-industriale israeliano, spesso mascherata da cooperazione commerciale, scientifica o a livello accademico.

Perché sostenere l’embargo militare verso Israele?

Intervento di Ermete Ferraro (MIR Napoli) al webinar del 12 maggio 2021 c/o BDS Campania
  1. Un movimento pacifista, antimilitarista e nonviolento come il M.I.R. non può in alcun modo chiudere gli occhi sullo scenario israelo-palestinese, perché niente può giustificare decenni di occupazione militare, di violenta apartheid e di controllo militare e poliziesco dei territori palestinesi annessi e/o controllati. Ancora più grave, per un movimento d’ispirazione spirituale ed inter-religiosa, è poi il ricorso assurdo e blasfemo alla religione – nella sua forma più integralista – per giustificare comportamenti ispirati al suprematismo, alla discriminazione ed alla segregazione del popolo palestinese. Nessuna riconciliazione sarà dunque possibile senza che si ristabilisca verità e giustizia, ma questo dipende dal fatto che ogni stato, prima ancora degli organismi sovranazionali, si schieri in modo inequivoco a fianco delle lotte dei Palestinesi per ottenere uguali diritti, ritornare nei territori occupati, ricongiungersi con i propri fratelli profughi e con i tanti prigionieri politici. Sono esattamente i quattro obiettivi che si propone la richiesta di embargo militare verso Israele, illustrata con ampia documentazione nel Dossier pubblicato e diffuso da B.D.S.
  2.  Il secondo motivo per appoggiare questo provvedimento – manifestando la solidarietà internazionale con concrete pressioni ed azioni dirette – è che Israele, oltre a doversi fare carico della propria responsabilità per crimini e violazioni perpetrati, è diventato simbolo di una pericolosa e pervasiva militarizzazione della società e di un controllo poliziesco della sua popolazione. Non è certo un caso che gran parte delle esportazioni israeliane verso l’Italia ed altri paesi dell’U.E. riguardino non soltanto tecnologie propriamente ed esclusivamente belliche (sistemi d’arma, droni killer ed altri strumenti di morte), ma anche strumenti di controllo delle frontiere, di profilazione della popolazione e di spionaggio civile e militare. L’U.E. ne ha fatto largo uso proprio per arginare i flussi migratori dal sud e dal vicino oriente (vedi operazioni FRONTEX ed EMSA) e questi apparati fanno parte anche delle strategie della NATO e della crescente politica europea di difesa militare comune.
  3. Il terzo motivo per appoggiare come organizzazione per la pace l’embargo militare verso Israele è che, insieme ad altre sanzioni commerciali, al boicottaggio dei suoi prodotti ed al disinvestimento di fondi bancari che la sostengono, è il solo mezzo per disinnescare una tensione geopolitica che ci riguarda abbastanza da vicino e che alimenta ulteriori odi, contrapposizioni ed ostilità in quello stesso scenario. Demistificare luoghi comuni, smascherare collaborazioni sotterranee fra apparati di difesa, centri di ricerca e potenti lobbies industriali, infatti, è il solo modo per recidere il nodo di un sistema che si alimenta di violenza bellica e che esporta ovunque questo perverso intreccio militare-civile.
  4. Le armi alimentano i conflitti bellici ma sono anche fonte di pesante aggressione al territorio, all’ambiente ed agli equilibri ecologici. Come oppositori alla guerra e come antimilitaristi, dunque, non possiamo chiudere gli occhi di fronte a situazioni che richiedono un’opposizione ferma e comune degli ecopacifisti di tutto il mondo. Non ci sono, fra l’altro, solo le armi convenzionali ed il crescente peso di quelle nucleari, ma anche le nuove minacce che provengono da tecnologie belliche che utilizzano strumenti di guerra chimica e batteriologica, telematica, cibernetica e spaziale.  Perfino la pandemia da Covid-19 ha incredibilmente accresciuto il peso delle ambigue collaborazioni fra settori industriali civili e militari, attirando anche in Italia ingenti finanziamenti per tecnologie ibride e produzioni solo in parte riservate al settore civile (ad es. la robotica, le reti informatiche, gli strumenti di riconoscimento facciale etc.).  

Bisogna che questo appello all’embargo militare nei confronti d’Israele giunga ai governi, ma prima ancora ai popoli in nome dei quali decidono, perché non è possibile far finta di niente e girarsi dall’altra parte. In questo intricato ed annoso conflitto sarebbe da vigliacchi tirarsi fuori con la scusa che non ci riguarda, in primo luogo perché ciò non è vero, ed anche perché i veri nonviolenti non possono non lottare per la verità e la giustizia, anche quando perseguono la riconciliazione e la pace. Però l’embargo ed altre forme di mobilitazione devono essere appoggiate non a parole, bensì con azioni concrete – istituzionali e dal basso – in difesa del popolo palestinese e per la vera sicurezza internazionale, che non deriva dalla corsa agli armamenti ma dalla smilitarizzazione della società e dalla riconversione civile delle industrie che producono solo morte e distruzione.


© 2021 Ermete Ferraro

Piano di Ripresa…militar-industriale

Immagine dall’articolo sul ‘Recovery Plan armato’ della Rete Italiana Pace e Disarmo

Dopo l’esaltante euforia interpartitica dei trionfali esordi, sembra che l’entusiasmo per il Governissimo presieduto da Mario Draghi cominci a smorzarsi. A mano a mano che i nodi arrivano al pettine, mettendo in discussione l’adesione acritica che aveva contagiato sindacati movimenti e associazioni, inizia ad appannarsi l’immagine, brillante quanto artificiosa, dell’esecutivo ‘di salvezza nazionale’ o, per riferirsi alla crisi pandemica, di ‘salute pubblica’. I suoi pilastri – unità, competenza, efficienza, determinazione – si sono dimostrati piuttosto fragili, non tanto per i pur prevedibili terremoti all’interno d’una maggioranza eterogenea, quanto per le sue intrinseche contraddizioni. Eppure avevamo assistito ad un vero e proprio plebiscito di consensi, con manifestazioni di fiducia espresse dai vertici di Legambiente ma anche da buona parte della Confindustria, dalla Lega salviniana fino a larga parte di ciò che rimane della sinistra.

Insomma, sembrava che la ‘discontinuità’ fosse un requisito essenziale perché il nuovo governo producesse i frutti attesi, ma le novità registrate finora, quando ci sono, sembrano andare in ben altra direzione. Il piatto forte – sul quale peraltro era stata costruita la crisi del precedente governo – resta naturalmente il ‘Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza’, dalla cui gestione delle risorse finanziarie dipenderebbe l’uscita dal tunnel deprimente della crisi socio-sanitaria ed economica che continua a stringerci nella sua morsa. C’era sul tavolo una programmazione che evidenziava già criticità e contraddizioni, ma l’esecutivo Draghi le ha messe ancor più in luce, ficcando un po’ di tutto in quell’appetitoso calderone da 200 miliardi. Eppure qualcuno ha sostenuto che la positività del Piano Draghi rispetto a quello di Conte consisterebbe nella sua capacità di unire le riforme agli investimenti.

Fare attenzione a che razza di ‘riforme’ stanno preparando è il vero problema visto che da tempo la ‘Neolingua’ della politica ci ha abituato alla deformazione del senso delle parole, e quindi alla mistificazione dei concetti. Già dalla nomina dei ministri, parecchi si erano chiesti ad esempio se la persona più adatta a guidare l’auspicata ‘transizione ecologica’ fosse un vertice della nostra principale azienda che produce ed esporta armamenti. O se la persona più indicata a ricoprire il ruolo di Ministro dello Sviluppo Economico fosse un leghista ultraliberale e filo-atlantista. Lo ‘sviluppo’ perseguito da questo governo, in effetti, non ha molto a che vedere non solo con la sbandierata svolta ambientalista, ma anche con una visione globalmente alternativa del rapporto tra attività produttive, integrità del territorio e riequilibrio socio-economico.

Ecco che, con la pubblicazione del PNRR, ora tutto quanto appare piùchiaro. Da quell’atteso ed accattivante uovo di Pasqua spuntano diverse sgradevoli sorprese, che colpiscono anche i più fiduciosi. Infatti, come già era stato preannunciato da altri soggetti meno inclini ad inchinarsi preventivamente al governissimo Draghi, l’istruttiva lettura del suo ‘Piano’ ha portato a galla preoccupanti elementi che, nel mentre hanno poco a che vedere con la ‘resilienza’, indicano piuttosto che la sedicente ‘ripresa’ perseguita si riferisce in larga misura al meno ecologico e civile dei settori produttivi: quello che fa capo al complesso militar-industriale. Lo scrive chiaramente la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), lamentando fra l’altro che le sue proposte alternative sono rimaste del tutto inascoltate. «…una parte dei fondi del Recovery Plan verrebbe destinata per rinnovare la capacità e i sistemi d‘arma a disposizione dello strumento militare. Un tentativo …di lavaggio verde dell’industria delle armi […] Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali” […] Per il Senato “occorre, inoltre, promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca”…». [i]

Sì, rinnovare, incrementare, promuovere, dialogare sarebbero bei verbi se si parlasse di sviluppare un’economia ecosostenibile, decentrata, alimentata da fonti energetiche rinnovabili, capace di mobilitare le risorse giovanili e di arrestare una globalizzazione selvaggia e senza scrupoli. Verbi ambigui ed ipocriti se invece si fa riferimento al turpe mercato delle armi, al progresso tecnologico applicata agli strumenti per uccidere e reprimere, a ‘filiere industriali’ che grondano sangue… Come osservano i commentatori della RIPD, l’ambito militare non viene coinvolto nel PRRR per alcuni aspetti collaterali del sistema di difesa nazionale previsti dal vecchio Piano, come il rafforzamento della sanità o l’efficienza energetica degli immobili. Il referente diretto ed esplicito di una fetta dei fondi europei è proprio l’industria finalizzata allo ‘strumento militare’, peraltro già ‘beneficiaria’ del 18% degli investimenti pluriennali 2017-2034. Ciò significa che il governo Draghi – dichiaratosi da subito europeista ma anche prode sostenitore della Nato – ritiene che la ‘ripresa’ dell’Italia si promuove anche favorendo il riarmo bellico.

A quanto pare – scrivono gli ‘Antimilitaristi Campani’ nel loro recente opuscolo – la pandemia: «…non ha fermato né i conflitti in corso, né la corsa agli armamenti. Anzi, lo stesso Covid-19 … viene utilizzato nella propaganda delle grandi potenze in concorrenza tra loro per il dominio dei mercati e delle aree d’influenza […] Anzi, la morsa di questa crisi sistemica sembra accelerare lo scontro e l’attivismo guerrafondaio…e l’unico settore economico che continua a crescere è quello delle armi […] Questa corsa agli armamenti rischia di portarci verso…un nuovo conflitto mondiale che, considerato l’enorme arsenale nucleare in dotazione a nove paesi (circa 14.465 testate), porterebbe l’umanità e il pianeta verso la catastrofe». [ii]  E proprio di questa visione intimamente guerrafondaia si alimenta la crescente militarizzazione del territorio e delle istituzioni civili, resa ancor più evidente anche dalla nomina a Commissario nazionale per l’emergenza sanitaria del generale Francesco Paolo Figliuolo, esperto di logistica militare ma ««anche ex-comandante delle forze Nato in Bosnia e nel Kosovo. Una presenza inquietante, unita a quella di un Capo della Protezione Civile Nazionale che non ha esitato a dichiarare: “Siamo in guerra, servono norme di guerra”. [iii]

Il Capo della Protezione Civile Nazionale, Curcio, ed il Commissario Emergenza Covid, gen. Figliuolo

Come si può tollerare che – dopo un anno – non solo si continua ad usare infelici metafore belliche per parlare di un virus, con espressioni da bollettini di guerra, ma addirittura la si evochi in modo così esplicito? Una spiegazione ce l’aveva già data Susan Sontag, quando scriveva: «La guerra è una delle poche attività umane a cui la gente non guarda in modo realistico; ovvero valutandone i costi o i risultati. In una guerra senza quartiere, le risorse vengono spese senza alcuna prudenza. La guerra è pura emergenza, in cui nessun sacrificio sarà considerato eccessivo […] Trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate. I malati diventano le inevitabili perdite civili di un conflitto e vengono disumanizzate…» [iv] L’impiego deliberato di ‘strategie sanitarie’ fondate sulla militarizzazione della sanità, quindi, serve a renderci tutti più acritici ed acquiescenti, enfatizzando il ruolo delle forze armate a danno di quella stessa protezione civile di cui Fabrizio Curcio è il massimo esponente nazionale. Come scrivevo in una precedente nota, infatti: «…alla ‘mobilitazione’ delle forze armate in ogni loro versione possibile (poliziotti, necrofori, infermieri, medici, costruttori di strutture emergenziali, ricercatori, etc.), è corrisposta la pressante richiesta rivolta alla popolazione civile di restare sempre più immobili, possibilmente a casa propria, evitando qualsiasi attività e/o manifestazione sociale e collettiva …» [v]

Il solo modo per non farsi abbindolare da tale mistificante visione ‘mimetica’ delle politiche sanitarie, allora, è da un lato informarsi (anzi, contro-informarsi) e dall’altro rivendicare le libertà fondamentali, costituzionalmente garantite ad ogni cittadino, che nessun commissario a quattro stelle può azzerare col pretesto dell’emergenza sanitaria. Il secondo passo da fare è aprire gli occhi sul ‘pacco’ pasquale che il governo Draghi ha preparato agli Italiani. Il PNRR nasconde fra le sue righe una quota assurda d’investimenti nel settore non solo militare, ma anche bellico. «Infatti, le linee d’intervento dirette alla digitalizzazione della P.A., alla transizione verso l’industria 4.0, all’innovazione e digitalizzazione delle P.M.I, alle politiche industriali di filiera, ecc. hanno l’obiettivo di finanziare lo sviluppo e l’espansione di tecnologie in campi strategici (Cloud computing, Cyber-security, Artificial Intelligence, robotica, microelettronica…) per loro stessa natura ‘dual use’ militare-civile…» [vi]

Vediamo quindi che una larga fetta del PNRR, apparentemente rivolta alla ‘modernizzazione’ tecnologica del nostro apparato produttivo e delle telecomunicazioni, ha lasciato ampio spazio di manovra alla ricerca, produzione ed esportazione di strumenti di guerra, che vanno da aerei ed elicotteri ad idrogeno agli strumenti di spionaggio e controspionaggio come quelli per il monitoraggio satellitare o anche agli sviluppi della robotica o la digitalizzazione dei sistemi logistici per la Marina. Per contro, degli oltre 200 miliardi destinati dalla U.E. a finanziare l’ex ‘Recovery Plan’, soltanto 19,72 sono stati effettivamente destinati al comparto sanità, di cui meno di 8 all’assistenza sanitaria territoriale, sempre più depauperata da dissennate politiche privatistiche ed ospedaliere, le cui carenze sono state evidenziate drammaticamente dalla pandemia da Covid-19.

Il solo settore dell’industria bellica, intanto, continua a macinare lauti profitti. Il Rapporto SIPRI pubblicato a dicembre 2020, infatti, riferisce che: «Le vendite di armi e servizi militari, da parte delle 25 società più grandi del settore, hanno totalizzato 361 miliardi di dollari nel 2019, l’8,5% in più rispetto al 2018 […] Tra queste, l’italiana ‘Leonardo’, in dodicesima posizione, che con 11,1 miliardi ha superato il colosso franco-tedesco Airbus […] L’Italia è il nono paese esportatore di armi e copre il 2,1% delle esportazioni globali. Durante i 30 anni di applicazione della legge 185/90, che regola l’export militare […] sono state autorizzate esportazioni di armi dall’Italia per un valore di circa 100 miliardi di euro […] Una riprova…che per l’industria militare italiana, che esporta il 70% della propria produzione, e per i governi che ne difendono gli interessi, ‘pecunia non olet’: se per fare profitti si devono fornire gli strumenti alla repressione interna, in barba ai sempre agitati diritti umani, oppure alimentare guerra, poco male!»[vii]

La voce dei movimenti pacifisti ed antimilitaristi italiani inizia a farsi sentire. Ancora sommessamente, ma cominciando a contrastare le bugie che hanno caratterizzato questa persistente fase di emergenza, caratterizzata da una visione centralista e decisionista del ruolo del governo, ma anche da una strisciante militarizzazione di quasi tutte le funzioni civili istituzionali. Anche la parte più attendista del movimento ambientalista italiano, di fronte alla realtà vera del PNRR, non ha potuto fare a meno di constatare che le scelte operate hanno ben poco a che fare con la sbandierata ‘transizione ecologica’. Infatti, non solo non si mette minimamente in discussione l’attuale modello di sviluppo, ma si insiste assurdamente sulla ripresa di quella ‘crescita’ che è alla base delle devastazioni ambientali e del saccheggio del territorio, con evidenti ripercussioni anche sanitarie oltre che sul clima. Ecco perché si rende necessario un raccordo ‘ecopacifista’ tra i due movimenti, ben sapendo che la principale fonte di consumo energetico, ma anche di disastroso impatto sull’ambiente, è legato al complesso militar-industriale. Quello che, secondo un tragico circolo vizioso, si nutre di risorse per fare le guerre che le potenze proclamano per accaparrarsene il controllo.

Ecco perché c’è bisogno di una mobilitazione ecopacifista per smascherare la visione buonista delle forze armate come garanti della sicurezza e perfino della salute dei cittadini. Bisogna proclamare con forza che il sistema militare è quanto di più estraneo ad una ‘transizione ecologica’, come ha giustamente fatto la Rete Italiana Pace e Disarmo nel suo recente comunicato: «La produzione e il commercio delle armi impattano enormemente sull’ambiente. Le guerre (oltre alle incalcolabili perdite umane) lasciano distruzioni ambientali che durano nel tempo. Ne consegue che la lotta al cambiamento climatico può avvenire solo rompendo la filiera bellica e che il lavoro per la pace è anche un contributo al futuro ecologico». [viii]   Il futuro dell’umanità e del nostro Pianeta, non può essere affidato nelle mani di chi è stato addestrato a fare la guerra, a considerare il territorio come qualcosa da controllare ‘manu militari’ e a degradare i beni naturali al livello di mere risorse di cui impadronirsi, anche a costo di morti e distruzione. No, non siamo in guerra e dobbiamo invece obiettare a chi vorrebbe imporci un modello militarizzato e centralistico di protezione civile e non ha mai accettato, benché ratificato anche a livello costituzionale, che la difesa può (e deve) essere soprattutto civile, popolare, non-armata e nonviolenta. [ix]

Note


[i]  Rete Italiana Pace e Disarmo, “Il Recovery Plan armato del governo Draghi: fondi UE all’industria militare” (01.04. 2021) >  https://retepacedisarmo.org/2021/il-recovery-plan-armato-del-governo-draghi-fondi-ue-allindustria-militare/

[ii]  Antimilitaristi Campani, Fermiamo la guerra, Napoli, 2021, pp. 6-7 (l’opuscolo, autoprodotto, è scaricabile online a questo indirizzo: https://mega.nz/file/iQwEQSBI#j8rOdXF7uJp76vgbrwfT6kXBNCVx2w9JwsF6dey2qLA  )

[iii] “Vaccini, Figliuolo e Curcio a Genova: “Siamo in guerra, servono norme di guerra” (29.03.2021), La Presse > https://www.lapresse.it/coronavirus/2021/03/29/figliuolo-e-curcio-a-genova-siamo-in-guerra-servono-norme-di-guerra/

[iv]  Susan Sontag, Malattia come metafora (1978), cit. in: Daniele Cassandro, “Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore”, Internazionale (22.03.2020) > https://www.internazionale.it/opinione/daniele-cassandro/2020/03/22/coronavirus-metafore-guerra

[v]  Ermete Ferraro, “Strategie sanitarie…” (02.03.2021), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2021/03/02/strategie-sanitarie/

[vi]  Antimilitaristi Campani, Fermiamo la guerra, cit., p. 33

[vii]  Ibidem, pp. 37…41

[viii]  RIPD, “Il Recovery Plan armato del governo Draghi…”, cit.

[ix]  “Infatti l’articolo 8 della legge 106/2016 ribadisce un concetto importante sull’identità del Servizio civile universale “finalizzato, ai sensi degli articoli 52, primo comma, e 11 della Costituzione, alla difesa non armata della patria e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica”. Ossia, nel solco delle precedenti normative (L.230/98 e L. 64/2001) e delle ripetute sentenze della Corte Costituzionale, anche questa riforma ribadisce che la difesa del Paese cammina (dovrebbe camminare) su due gambe: la difesa miliare e la difesa civile, non armata e nonviolenta” (Pasquale Pugliese, “Servizio civile come formazione alla difesa civile, non armata e nonviolenta. Per tutti”, in: Vita, 16.10.2016 > http://www.vita.it/it/blog/disarmato/2016/10/16/il-servizio-civile-come-formazione-alla-difesa-civile-non-armata-e-nonviolenta-per-tutti/3751/

© 2021 Ermete Ferraro


STRATEGIE SANITARIE…

A forza di parlare di “guerra al Covid” – ossessivamente definito “nemico invisibile” dai cui insidiosi attacchi bisogna ad ogni costo ‘difendersi’ – a guidare l’epica crociata contro il Coronavirus il Presidente del Consiglio, una volta liquidato Domenico Arcuri, ha chiamato uno che di guerre se ne intende ed ha una notevole esperienza sul campo. Se non altro quello di battaglia…

«Il premier Mario Draghi ha nominato il generale di Corpo d’armata Francesco Paolo Figliuolo nuovo Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19. […] Il nuovo commissario è un uomo con una grande esperienza sul campo: è stato comandante delle Forze armate in Kosovo, comandante del contingente nazionale in Afghanistan […] Il generale Francesco Paolo Figliuolo, originario di Potenza, ha maturato esperienze e ricoperto molteplici incarichi nella Forza Armata dell’Esercito, interforze e internazionale. Ha ricoperto l’incarico di Capo Ufficio Generale del Capo di Stato Maggiore della Difesa, dal 7 novembre 2018 è Comandante Logistico dell’Esercito. In ambito internazionale ha maturato esperienza come Comandante del Contingente nazionale in Afghanistan, nell’ambito dell’operazione Isaf e come Comandante delle Forze Nato in Kosovo (settembre 2014 – agosto 2015)» [i]

Del resto, Draghi aveva già dichiarato di voler di “mobilitare tutte le energie su cui possiamo contare ricorrendo alla protezione civile, alle forze armate, ai tanti volontari[ii], utilizzando quel verbo ‘mobilitare’ che, non a caso, è riferito ad azioni belliche o comunque a minacce alla sicurezza nazionale. E allora chi poteva ricoprire questo incarico meglio di un alto ufficiale degli Alpini, già Comandante della Brigata Taurinense, formatore alla Scuola di Applicazione di Torino nonché esperto di pianificazione operativa e dell’addestramento in ambito NATO presso il Joint Command South di Verona?  Chi ha comandato il contingente italiano in Afghanistan (2004-2005) ed è stato al vertice anche delle forze NATO in Kosovo (2014-2015), sembra aver ragionato il nostro premier, ha i titoli per guidare la controffensiva contro il “nemico invisibile” che tante vittime ha già fatto…  

«Ci è stato detto che eravamo in guerra e i medici e gli infermieri erano in prima linea o in trincea. Sono state usate espressioni tipiche delle chiamate alle armi e appelli alla mobilitazione, anzi all’immobilità, di massa. Ogni sera ci siamo ritrovati davanti alla tv per il quotidiano bollettino della Protezione Civile. In varie occasioni si è affermato che un pericolo di tale portata richiedeva l’adozione di misure restrittive e di sorveglianza tipiche di situazioni di emergenza, come la guerra o il terrorismo.»[iii]

Già. Perché alla ‘mobilitazione’ delle forze armate in ogni loro versione possibile (poliziotti, necrofori, infermieri, medici, costruttori di strutture emergenziali, ricercatori, etc.), è corrisposta la pressante richiesta rivolta alla popolazione civile di restare sempre più immobili, possibilmente a casa propria, evitando qualsiasi attività e/o manifestazione sociale e collettiva. Ed infatti, ad eccezione della produzione di armamenti, si è fermata praticamente qualunque attività produttiva e commerciale, amplificando però a dismisura i bisogni indotti da tale emergenza, come quello di connessioni a distanza e di vendite online, con la conseguente proliferazione della distribuzione e consegna a domicilio.

«Quella contro la Covid-19 è una guerra, il virus è un serial killer, un nemico invisibile e l’emergenza un’esplosione silenziosa. Infermieri e medici sono i nostri eroi, ma anche ancore o pirati e quello che stanno affrontando è un mare in tempesta. Le metafore che hanno animato la comunicazione della pandemia durante la fase 1 hanno certamente avuto effetti sull’immaginario collettivo […] Il giornalista di “Internazionale” Daniele Cassandro segnala che “l’emergenza Covid-19 è quasi ovunque trattata con un linguaggio bellico: si parla di trincea negli ospedali, di fronte del virus, di economia di guerra”. La metafora bellica è stata quella maggiormente utilizzata per raccontare la fase 1 della pandemia, anche se non sono mancate riflessioni, critiche e perplessità».[iv]

Ma questo cupo ed allarmante scenario di guerra sembra andare a genio a quasi tutte le forze politiche italiane, a giudicare dalle prime reazioni alla nomina del generale Figliuolo a Commissario anti-Covid.  Il capo leghista Salvini, infatti, ha salutato la scelta con un marziale: “Grazie, presidente Draghi. Missione compiuta[v] ed anche Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, si è associata con un grato augurio al nuovo Commissario: “Buon lavoro al generale Francesco Paolo Figliuolo per questo importante e delicato incarico[vi]. Il comprensibile giubilo della destra, peraltro, è stato ampiamente condiviso anche in altri settori del Parlamento. Oltre alle congratulazioni espresse dal forzista Tajani, infatti, manifestazioni di apprezzamento sono venute dalla senatrice PD (ed ex ministra della difesa) Pinotti, che ha dichiarato: “Buon lavoro al nuovo Commissario straordinario per l’emergenza Covid19, Generale Figliuolo, che abbiamo ascoltato in Commissione Difesa e di cui abbiamo apprezzato efficienza e capacità”. [vii]  Sullo stesso tono il commento del ministro della difesa Guerrini (anch’egli PD), il quale ha sottolineato che la nomina del Gen. Francesco Paolo Figliuolo è: «frutto di un lavoro costante portato avanti con grande e impeccabile professionalità da inizio emergenza […] Le Forze Armate sono a disposizione del Paese fin dall’inizio dell’emergenza e continueranno ad esserlo». [viii]

Del resto, di che cosa dovremmo meravigliarci? L’Italia è lo strano Paese dove, dalla destra alla sedicente sinistra, s’invoca l’unità nazionale, s’inneggia all’europeismo ed all’atlantismo e, soprattutto, dove da un lato è stato nominato ministro della Transizione Ecologica un esperto manager dell’industria bellica ‘Leonardo Aerospace’ e, dall’altro, un battagliero esponente PD come Minniti è stato chiamato a guidare una fondazione che si occuperà di sviluppare programmi internazionali nei settori dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza, per conto della stessa onnipotente azienda. L’Italia è lo Stato in cui – in nome della pandemia che insidierebbe anche la nostra sicurezza – un’ampia fetta delle risorse del Next Generation E.U (ben 236 milioni di quei fondi straordinari) sarà destinata al complesso militare industriale, naturalmente in nome della modernizzazione, della digitalizzazione e della transizione ecologica… Beh, sicuramente una transizione è già in corso. Quella dal civile al militare: un processo che da anni tocca, in modo strisciante ma evidente, tutti i settori della nostra vita quotidiana, dalla scuola alla sanità, dalla tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico alla stessa protezione civile.

Tra i pochi a scandalizzarsi per questa ulteriore svolta ‘mimetica’ c’è Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, che ha dichiarato:

«… non ce l’ho con i militari. Ce l’ho con il militarismo. Ed è questo che mi preoccupa nella scelta del generale Figliuolo come commissario straordinario all’emergenza Covid. Egli viene scelto come comandante nel campo della logistica militare e per aver riorganizzato la “sanità con le stellette” con task force mobili e ospedali da campo. In buona sostanza il governo militarizza il piano vaccinale, riconoscendo alle forze armate maggior efficacia rispetto alla protezione civile, cui istituzionalmente dovrebbero essere affidati compiti primari di tutela della comunità nazionale…» [ix]  

Ed effettivamente ci vuole un bel po’ di distrazione (anche di stanziamenti in bilancio…) per non accorgersi che al progressivo smantellamento della Protezione Civile (cui sono destinati solo 6 miliardi) è corrisposta la crescita di ruoli ed investimenti nella difesa militare, ai cui 26 miliardi previsti si aggiungono i fondi straordinari del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.  La scelta come Commissario anti-Covid d’un vertice delle forze armate italiane, per di più strettamente connesso con la catena di comando della NATO, è quindi un’ulteriore dimostrazione di quanto essa risponda a logiche politiche e per nulla ‘tecniche’. Il presidente Draghi, d’altronde, solo pochi giorni fa, al Vertice europeo aveva dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio la nostra convinta e tenace fede atlantica, tanto da guadagnarsi – da parte di Valerio Valentini del ‘Foglio’- il grazioso soprannome di “Mario, l’americano”. [x]

Eppure, invece di scandalizzarsi, sempre più commentatori politici ritengono che ciò sia non solo normale, ma addirittura auspicabile. Per lorsignori, infatti, sarebbe un segnale che finalmente si torna a sentire la presenza autorevole e rassicurante dello ‘Stato’. Quale sia la natura di questo stato, però, evitano prudentemente di specificarlo. Brecht ebbe ad affermare: “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi“.  A noi basterebbe non aver bisogno di professionisti della guerra per far funzionare strutture e servizi civili, soprattutto se l’ingombrante presenza delle forze armate nella società va di pari passo col progressivo smarrimento dell’ordinaria dinamica democratica, in un quadro internazionale allarmante dal punto di vista strategico.

Svegliarsi dal sonno che ottenebra la ragione, prima che sia troppo tardi, sarebbe dunque non solo augurabile ma indispensabile. Non lasciarsi imbonire da stupide serie televisive tipo ‘La Caserma’ o dalla retorica degli spot trionfalistici sui ‘servitori della patria’ che garantiscono la nostra sicurezza, la salute ed il futuro del Paese sarebbe allora davvero necessario. In un paese democratico, il fatto che un alto ufficiale sia chiamato a dirigere piani sanitari e di protezione civile non dovrebbe essere considerato così normale ed insignificante. A meno che non si sia già deciso di affidarsi ‘toto corde’ a chi sarà pure esperto di azioni belliche, ma ha da fronteggiare un ‘nemico’ ben più complesso ed imprevedibile, che non ha paura dei blindati né rispetto per stellette e decorazioni.


[i] Nicoletta Cottone, “Il generale Figliuolo è il nuovo commissario straordinario per l’emergenza Covid. Via Arcuri”, Il Sole24ore, 1 marzo 2021 > https://www.ilsole24ore.com/art/il-generale-figliuolo-e-nuovo-commissario-strordinario-l-emergenza-covid-via-arcuri-ADHq01MB

[ii] Ibidem

[iii] Francesca Modena, “Perché è meglio non parlare di “guerra” al coronavirus, spiegato da Susan Sontag”, Wired.it, 1  dicembre 2020 > https://www.wired.it/attualita/media/2020/12/01/retorica-guerra-coronavirus-susan-sontag/?refresh_ce=

[iv]  C. Gatteschi, F. Ierardi  (a cura di), “Le metafore della pandemia come veicolo di comunicazione: rischi e potenzialità sulle aspettative e sul comportamento individuale e collettivo”, Agenzia Regionale Sanità (ARS) Toscana, 11 maggio 2020 > https://www.ars.toscana.it/2-articoli/4328-metafore-fasi-pandemia-coronavirus-comunicazione-rischi-potenzialit%C3%A0-comportamento-individuale-collettivo.html

[v] Cfr. “Draghi sostituisce Arcuri, il generale Figliuolo è il nuovo Commissario all’emergenza Covid”, la Repubblica, 1 marzo 2021 > https://www.repubblica.it/cronaca/2021/03/01/news/figliuolo_nuovo_commissario_emergenza_covid-289765397/

[vi] Ibidem

[vii]  Ibidem

[viii] “Draghi sostituisce Arcuri: il generale Paolo Figliuolo nuovo commissario emergenza Covid”, TG COM 24, 1 Marzo 2021 > https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/covid-via-arcuri-draghi-nomina-generale-figliuolo-nuovo-commissario_29298415-202102k.shtml

[ix]  Mao Valpiana, “Le truppe del generale”, Azione Nonviolenta, 2 marzo 2021 > https://www.azionenonviolenta.it/le-truppe-del-generale/

[x] Valerio Valentini, “Draghi cuce tra Macron e la Nato. Il ruolo nuovo dell’Italia, in asse con Whashington”, il Foglio, 27 febbraio 2021, p. 1-3 > https://www.ilfoglio.it/politica/2021/02/27/news/draghi-ricuce-tra-macron-e-la-nato-il-nuovo-ruolo-dell-italia-in-asse-con-washington-1945251/

 © 2021 Ermete Ferraro

GOVERNISSIMO ME…

E così Draghi ce l’ha fatta. Tomo tomo, il Governatore per eccellenza è riuscito a mettere insieme tutto ed il contrario di tutto. Con la paterna benedizione del Presidente della Repubblica – e grazie alla genialata dell’ineffabile leader di Italia Viva e Vegeta – Draghi sta dando vita, appunto, al suo personale governissimo, con quasi tutti dentro. C’è chi lo ha chiamato di ‘salvezza nazionale’, anche se non è chiaro da chi o cosa dovrebbero salvare la nostra amata nazione tutti i partiti presenti in parlamento, che ora si affollano in maggioranza, eccezion fatta, paradossalmente, per i nazionalisti di Fratelli d’Italia. Erano mesi che ci sentivamo raccomandare che per sconfiggere il maledetto virus bisogna in primo luogo evitare gli assembramenti. Eppure a non mantenere auspicabili distanze di sicurezza e ad assembrarsi indecorosamente come ‘minions’ plaudenti, sono stati proprio quei politici che dovevano darci l’esempio…

La seconda regola anti-Covid era quella d’indossare la mascherina. In questo caso, però, non possiamo rimproverare nulla alla nostra classe politica. Bisogna ammettere che tutti quelli che hanno partecipato alle consultazioni hanno accuratamente celato il loro vero volto dietro la maschera sterile della ‘responsabilità’, facendo a gara ad esaltare la statura da statista del premier del governissimo ‘di salute pubblica’. Tutti allineati e coperti, da Salvini ai residui di quella che una volta si chiamava sinistra, rigorosamente in abito scuro e mascherina patriottica, con sovrano sprezzo del pericolo di smentirsi clamorosamente, confidando forse nella smemoratezza di quel ‘popolo’ di cui pur si riempiono la bocca.

Le norme anti-pandemia prescrivono di lavarsi le mani frequentemente. Ma, anche in questo caso, non possiamo imputare nulla ai nostri rappresentanti in parlamento, dal momento che quasi tutti se ne sono ampiamente lavate le mani. Tanto, a risolvere i nostri problemi, vecchi e nuovi, penserà comunque il prodigioso ‘Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza’. Anche se qualsiasi coperta, si sa, non può essere tirata da tutte le parti, senza finire per scoprire qualcuno. E poi non dimentichiamo che c’è pure il MES, sulla cui prossima e indispensabile venuta ogni giorno profetizzano i MESsia di turno, gridando nel deserto di qualsiasi opposizione, o quanto meno dubbio, sulla sua effettiva provvidenzialità.

E intanto Draghi, sornione eppure accattivantissimo verso gli interlocutori, si prepara a varare il suo esecutivo, lasciando intendere che decide solo lui nomi e ruoli al suo interno, mescolando tecnocrati e teste d’uovo con esponenti politici. Ovviamente qualche contentino, il professor Governissimo me, doveva pur concederlo alla folla di partiti acclamanti alle sue porte, che agitava ramoscelli d’ulivo o, nel caso di Renzi, di palma made in Arabia. Uno dei più clamorosi premi di consolazione graziosamente concessi dal premier è stata l’istituzione del ‘Ministero della Transizione Ecologica’, che ha magicamente sbloccato le resistenze del grillo straparlante e dei suoi seguaci, che hanno gridato al miracolo. Beh, se si tiene conto che a concedere questo preteso ‘presidio ambientalista’ è stato uno dei più potenti esponenti di quella economia capitalista che ha massacrato e sta ancora massacrando l’ambiente, se non di un miracolo si tratta quanto meno di qualcosa di sorprendente…

Peccato che quella stessa operazione, nella Francia macroniana abbia fatto clamorosamente fiasco, mostrandosi per quello che era: una foglia (verde, ok) posta pudicamente sopra le vergogne di uno sviluppo predatorio e di una crescita irresponsabilmente illimitata. Più che altro una penosa ‘transazione ecologica’, che può accontentare gli ambientalisti da salotto e gli im-prenditori del greenwashing, ma che non ha proprio nulla della ‘transizione’ verso un modello di sviluppo alternativo. Cosa ancora più evidente se si considera che non esiste conversione ecologica che non comprenda anche una riconversione delle spese militari in investimenti civili per risanare l’ambiente, anche per difenderlo dai suoi veri nemici: lo sfruttamento delle risorse e delle persone e la devastazione provocata dalle guerre e dalla loro folle preparazione.

Ma Supermario sa bene che cosa può concedere e cosa no. Tracciando il perimetro della sua ingombrante maggioranza e qualificandola come ‘europeista’ ed ‘atlantista’ non ha certamente parlato a caso. L’Europa carolingia che non si smentisce mai (si tratti di migranti o di esportazione di armi), sta infatti perseguendo da molti anni la visione di una ‘difesa comune’, che però non sarebbe affatto sostitutiva dei lacci onerosi che ci vincolano alla NATO, ma addirittura aggiuntiva ed integrativa dell’indiscutibile patto atlantico. In piena pandemia, ad esempio, la Germania della nostra cara Angela nel 2021 spenderà nel settore della difesa ben 53 miliardi, ossia il 3% in più dell’anno precedente. Come se il Covid si contrastasse con missili e carrarmati.

A dire il vero, anche in Italia una bella fetta del PNRR (un piano che, più che la ripresa dopo una crisi insita nell’anglicismo ‘Recovery’, sembra evocare i ‘ricoveri’ di bellica memoria…) sarà destinata – ma evitando discretamente di nominarla – proprio ad investimenti nel settore della difesa. Si tratta di 236 milioni che si aggiungono al già previsto stanziamento per il periodo 2021-2017 di oltre un miliardo e mezzo. E questo in un Paese che già spende per le forze armate più di 26 miliardi del proprio bilancio ed impegna 5.560 nostri ‘missionari armati’ in ben 34 operazioni internazionali. Peccato che di questo i media nostrani preferiscono non parlare, impegnati come sono ad elogiare Mario Draghi e il suo ‘governissimo me’.

(C) 2021, Ermete Ferraro

Bell’esempio ai ‘grandi di domani’!

Testimonial d’accusa

Veicolato dai social media, sta circolando su Internet un breve video, prodotto e diffuso dalla Web tv del nostro Ministero della difesa il cui significativo titolo è: “L’esempio di oggi, per i grandi di domani”. [i] La scelta di collocare tale aureo messaggio solo in coda, accompagnato dal patriottico hashtag #AbbraccioTricolore, intendeva forse sottolinearne l’alta valenza educativo-sociale o, più banalmente, è stato solo un elementare espediente propagandistico. Infatti colpisce la stucchevole propaganda militarista e la brevità dell’audiovisivo (meno di un minuto) non riesce ad eliminare la sgradevole sensazione di assistere alla strumentalizzazione del volto candido ed entusiasta di alcuni ragazzi, per inneggiare retoricamente alle forze armate italiane.

Un deprecabile caso di scarso rispetto nei confronti dell’infanzia, ma anche del buon senso degli italiani, presi in giro da una pubblicità promozionale dei nostri militari, un mix di Mulinobianco, Immobiliare.it e Capitanfindus. Soprattutto, un pessimo esempio per i ‘grandi di oggi’, nei quali si vorrebbe ribadire la sciocca convinzione che i bambini siano dei ‘piccoli adulti’ senza diritti né cervello, da plasmare a propria immagine e somiglianza.

Non è un caso che negli ultimi decenni si siano moltiplicate le agenzie di selezione per minori da impiegare nel mondo della pubblicità commerciale, per sfruttare sempre più questo comodo bacino di testimonial, i cui diritti – affidati alla tutela di chi esercita il potere genitoriale – sono invece spesso violati, in nome del profitto e della popolarità.

«Il messaggio di cui il bambino è testimonial nello spot pubblicitario difficilmente può essere contrastato o rifiutato, perché egli rappresenta la purezza, l’incapacità di mentire e, in quanto tale, veicola la bontà e la genuinità dei contenuti pubblicitari […] Qual è il rischio di questo processo di adultizzazione precoce? Il rischio è che si brucino le tappe, che i bambini vivano un qualcosa che non è idoneo per la loro età. […] Con una sorta di “precocizzazione” il piccolo è in un certo senso privato della libertà di esplorare e apprendere autonomamente […] La famiglia, la scuola, tutte le agenzie educative devono tutelare l’infanzia e contrastare questa precoce adultizzazione dei bambini…». [ii]

Oltre al menzionato fenomeno della ‘adultizzazione’ dei minori – problema sul quale si sono autorevolmente pronunciati diversi psicologi, fra cui la prof. Oliverio Ferraris [iii] – mi sembra che sia, anche in questo caso, una vera e propria ‘adulterazione’ dei minori, cui si attribuiscono pensieri e dichiarazioni preconfezionati, estranei al loro vissuto e sentire. Come ha sottolineato Brunella Gasperini [iv], si rischia così di determinare in loro un ‘inquinamento’ mentale e comportamentale, che cancella o falsa le modalità spontanee dell’infanzia e provoca pericolosi effetti sulla crescita emotiva dei bambini.

I dizionari citano parecchi sinonimi della parola ‘adulterazione’: alterazione, falsificazione, manipolazione, contraffazione, sofisticazione, ma quello che meglio si addice all’operazione mediatica promossa dal Ministero della difesa credo che sia ‘manipolazione’. Il termine è usato ovviamente in senso psicologico, ma conserva il riferimento alla fisicità del gesto del ‘plasmare’ a propri fini la malleabile personalità infantile. Una volta tale ruolo ‘formativo’ era affidato alla fiaba – si osservava acutamente in un libro sulla ‘spot generation’ – ma adesso è passato alla pubblicità, che lo esercita in modo ancor più insidioso.

«…la fiaba costituiva spesso la fonte di gran parte delle rappresentazioni sociali attraverso cui i bambini venivano educati a capire come funzionava il mondo  e quali erano le regole: oggi lo spot di una bibita diventa l’occasione per insegnare ai bambini come va il mondo e qual è il sistema di attese che dovrà caratterizzarli da adulti […] …la televisione mostra una certa immagine del mondo, provvedendo a una cornice per ciò che è accettabile e per ciò che non lo è nella società…» [v]

Che a formare le menti e le coscienze dei nostri ragazzi/e si propongano i rappresentanti del complesso militare-industriale è un aspetto particolarmente preoccupante della strisciante militarizzazione della società italiana, dove nelle scuole la presenza di soldati, carabinieri, marines ed altri esponenti delle forze armate sta diventando sempre più frequente ed ingombrante. Sulla doppiezza ideologica di certe operazioni, del resto, basti pensare che nel 2006 il Ministero della Pubblica Istruzione lanciò un ambizioso programa nazionale denominato “La pace si fa a scuola”, con la finalità di promuovere iniziative improntate alla pace, alla cooperazione e allo sviluppo. Peccato però che il primo partner del progetto fosse proprio…il Ministero della Difesa! [vi]

Diritti (e rovesci) dell’infanzia

Eppure non mancano fonti normative che dovrebbero scoraggiare coloro che intendono utilizzare l’immagini e discorsi di bambini a fini pubblicitari. I diritti dei minori dovrebbero essere tutelati in primo luogo dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del 1989, nella cui premessa è scritto:

«In considerazione del fatto che occorre preparare pienamente il fanciullo ad avere una sua vita individuale nella società, ed educarlo nello spirito degli ideali proclamati nella Carta delle Nazioni Unite, in particolare in uno spirito di pace, di dignità, di tolleranza, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà…». Tale concetto è ribadito al comma 1 dell’art. 29 della stessa Convenzione: «…d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona…» [vii] 

Il fatto è che, nel nostro paese, le norme di legge relative all’impiego di minori in attività propagandistiche inopportune o poco adatte alla loro età si riferiscono quasi esclusivamente all’ambito della pubblicità commerciale. Infatti, oltre codici di autodisciplina pubblicitaria, fu emanato anche il Decreto Ministeriale n. 425 del 1991, che però si concentrava sul divieto di far propagandare ai minori bevande alcoliche e prodotti del tabacco, sebbene all’art. 3 si riportavano anche più generali “norme a tutela dei minorenni”, fra cui:

«1. La pubblicità televisiva, allo scopo di impedire ogni pregiudizio morale o fisico ai minorenni, non deve: a) esortare direttamente i minorenni ad acquistare un prodotto o un servizio, sfruttandone l’inesperienza o la credulità; b) esortare direttamente i minorenni a persuadere genitori o altre persone ad acquistare tali prodotti o servizi; c) sfruttare la particolare fiducia che i minorenni ripongono nei genitori, negli insegnanti o in altre persone; d) mostrare, senza motivo, minorenni in situazioni pericolose».[viii]

L’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria [ix] dovrebbe vegliare sull’osservanza di questa regola ma, in primo luogo, ad intervenire in casi di palese “sfruttamento” dell’inesperienza, credulità e fiducia dei soggetti minorenni, dovrebbe essere il Garante dell’Infanzia, sul cui sito si trovano, oltre alle norme citate, troviamo alcuni utili riferimenti.

«In particolare, le comunicazioni commerciali, ai sensi del paragrafo 4.2. Codice Media e Minori: a) non debbono presentare minori come protagonisti impegnati in atteggiamenti pericolosi (situazioni di violenza, aggressività…ecc.) […] Sono anche previste delle precise regole di comportamento per cui le emittenti sono tenute: […] – a non utilizzare i minorenni in “grottesche imitazioni degli adulti». [x]

Quest’ultima frase è particolarmente significativa, a mio parere, perché travalica il solo ambito commerciale per stigmatizzare la tendenza a sfruttare l’immagine dei minori come adulti in miniatura, indotti ad imitarne atteggiamenti e comportamenti con esiti decisamente ‘grotteschi’, proprio come sta succedendo coi soldatini in erba proposti dal video e dalle foto recentemente diffusi dal Ministero della difesa.

Dall’Opera Balilla alle Psy-Ops

Di propaganda militarista e bellicista, del resto, noi italiani c’intendiamo parecchio. Durante il ventennio fascista, infatti, larga parte dei messaggi del genere furono affidati all’utilizzazione strumentale di bambini ed adolescenti, inquadrati e disciplinati come soldati in miniatura, per formarli allo spirito guerresco ed all’orgoglio nazionalista.

«L’Opera Nazionale Balilla (ONB), istituita nel 1926, inquadrava, attraverso una rigida educazione fascista, i giovani sino ai diciotto anni: dagli otto anni ai quattordici gli iscritti prendevano il nome di “balilla”, dai quindici ai diciotto quello di “avanguardista”. […] Dal 1933 anche i bambini dai sei agli otto anni furono inquadrati nei “figli della lupa” […] Nel reportage di Giuseppe Antoci, destinato a comunicazioni di propaganda, sono illustrate le attività di un gruppo di balilla ragusani: la lettura di “Gioventù in armi”, il quindicinale della GIL, le esercitazioni paramilitari con il moschetto, il gioco….Il giuramento dei balilla: “Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del duce e di servire con tutte le mie forze e, se necessario con il mio sangue, la causa della rivoluzione fascista”. [xi]

Del resto, tutti i passati regimi dittatoriali hanno ampiamente sfruttato i bambini ed i ragazzi per operazioni di propaganda bellica ed anche alcuni governi autoritari e militaristi attuali non hanno esitato a fare altrettanto, speculando non solo sulla loro immagine, ma addirittura utilizzandoli direttamente in ciniche operazioni che li vedevano operativi come ‘bambini-soldato’. Tale deprecabile fenomeno, in violazione di ogni norma etica e giuridica, ha visto minorenni coinvolti in operazioni militari o illegali in molte zone del mondo, direttamente oppure come supporto ai militari (vedette, messaggeri, spie, cuochi). [xii]

Ma anche la letteratura ed il cinema (dalla ‘Piccola vedetta lombarda’ deamicisiana all’icona dello ‘scugnizzo’ col fucile delle Quattro Giornate) hanno contribuito ad alimentare la retorica dei piccoli eroi, per non parlare di alcune assurde tradizioni di un tempo, secondo le quali i bambini erano ‘grottescamente’ travestiti da piccoli militari, in occasione di mascherate carnevalesche e perfino di prime comunioni e cresime…

Da molti anni, però, la rozza propaganda del passato è stata sorpassata da più aggiornate e raffinate tecniche di persuasione, utilizzate nelle cosiddette Psy-Ops, uno dei tanti acronimi della corrente Neolingua orwelliana, in riferimento alle ‘operazioni psicologiche’, al servizio di guerre combattute anche in maniera virtuale e ideologica. [xiii]  Nell’istruttivo articolo del 1998 intitolato “Propaganda Techniques”, basato su un manuale pubblicato dall’U.S. Department of the Army già nel 1979, ad esempio, si chiarisce che:

«La conoscenza delle tecniche di propaganda è necessaria per promuovere la propria propaganda e per scoprire gli stratagemmi nemici delle PSYOPS. […] L’approccio tipo “gente semplice” o “uomo comune” tenta di convincere il pubblico che le posizioni del propagandista riflettono il senso comune della gente. È progettato per conquistare la fiducia del pubblico comunicando nel modo comune e nello stile del pubblico. I propagandisti usano linguaggio e maniere ordinari […] nel tentativo di identificare il loro punto di vista con quello della persona media. […] “Leader umanizzanti”. Questa tecnica offre un ritratto più umano degli U.S. e più amichevole dei capi militari e civili. Li umanizza in modo che il pubblico li consideri come esseri umani simili o, meglio ancora, come figure gentili, sagge e paterne…» [xiv]

Pillole (indorate) di militarismo

Ma torniamo al video prodotto dal nostro Ministero della difesa, per analizzarne le sequenze e far emergere il linguaggio utilizzato ed i messaggi più o meno subliminali che veicola. Lo spot ovviamente si affida molto alle immagini militari di repertorio, che s’intrecciano alle frasi pronunciate da quattro mini-testimonial, dell’apparente età di 9-10 anni. In effetti il video è una specie di trasposizione filmica del tradizionale crest interforze, il cui emblema a scudo è diviso nei quattro campi corrispondenti alle altrettante forze armate: esercito, marina, aeronautica e carabinieri.

Nella prima sequenza, dopo un’immagine di elicotteri, su sfondo grigioverde con una stella gialla, una bambina bruna, inforcando binocolo, dichiara fieramente: “Da grande vorrei aiutare tutti i miei amici. Anche quando sono lontani”. Compaiono a questo punto dei bersaglieri in tuta mimetica, intenti a caricare grandi sacchi su un elicottero.

Segue un ragazzino bruno in camicia bianca, sullo sfondo di una parete azzurra con onde bianche, poggiato ad un tavolo sul quale spiccano berretto e divisa da capitano di fregata. Collegandosi alla frase precedente, egli esclama con orgoglio: “Come il mio papà, che sa sempre qual è la direzione giusta!”, mentre sono di nuovo inquadrati il berretto da ufficiale, strumenti di navigazione ed un cannocchiale. Segue una scena con onde e spruzzi d’acqua, un argenteo cacciatorpediniere ed una pista dove alcuni marinai in tuta bianca sembrano caricare su un elicottero una barella con un soggetto da soccorrere.

Il più ‘grottesco’ è il terzo mini-testimonial: un bambino biondo abbigliato con un buffo caschetto stile ‘barone rosso’, che dapprima fa decollare dal suo tavolo un modellino di ‘caccia’ tricolore con la mano sinistra, mentre subito dopo impugna con la destra un aeroplanino di carta, scandendo con voce sognante: “Vorrei volare alto… Sempre più in alto!”. Compaiono a questo punto tecnologici piloti, uno dei quali si prepara a decollare col suo cacciabombardiere supersonico. Si materializzano quindi le immancabili ‘frecce tricolori’, che sorvolano la capitale, lasciando sopra il Vittoriale la loro scia colorata.

La quarta sequenza presenta una bambina dai capelli castani, con un abitino nero, su uno sfondo azzurro scuro sul quale si profila lo skyline di una città.  La piccola, che poggia la mano su un tavolo dove spiccano un berretto femminile da graduato dei carabinieri ed un lampeggiante blu, dichiara solennemente: “Sarò sempre pronta a difendere le persone in difficoltà”, mentre sullo schermo vediamo un’autovettura della Benemerita, con dentro due agenti di pattuglia, con la mascherina chirurgica sul volto.

L’ultima sequenza è una sintesi delle scene precedenti, con la prima brunetta che proclama: “Da grande vorrei essere come loro” ed il piccolo aspirante marinaio che aggiunge: “…che lottano contro ogni pericolo”. Il biondino col caschetto da aviatore prosegue: “…difendono i più deboli…”  ed infine la fiera carabinierina esclama entusiasta: “…e fanno diventare l’Italia più sicura e più bella!”

Decodificare i messaggi

Per prima cosa, osserverei che non mi sembra che siamo di fronte ad uno spot qualitativamente eccezionale. L’insieme, oltre che ampiamente retorico, risulta infatti piuttosto banale. È però opportuno cogliere qualche aspetto meno evidente del video, leggendo metaforicamente tra le righe del testo e delle immagini.

  • La prima osservazione è che – pur nell’evidente scorrettezza dell’utilizzo di minori per propagandare le nostre forze armate – gli autori hanno cercato di salvare un po’ ipocritamente il principio della parità di genere, impiegando due bambine e due bambini.
  • La seconda annotazione riguarda la sceneggiatura, che alterna l’esaltazione della potenza di strumenti di guerra tecnologicamente avanzati (elicotteri, cacciatorpediniere, cacciabombardieri) col volto ingenuo, entusiasta e rassicurante di piccoli/e, che ovviamente sottolineano il lato buono delle forze armate, utilizzando verbi positivi come ‘aiutare’, ‘andare nella direzione giusta’, ‘lottare contro ogni pericolo’, ‘difendere i deboli’, ‘far diventare più sicura l’Italia’.
  • Anche la parte visiva asseconda questa vena buonista, mostrandoci militari che caricano sugli elicotteri non certo armamenti, ma solo sacchi di aiuti alimentari e feriti da soccorrere. Per i bombardieri l’operazione sarebbe stata più improbabile, per cui si è fatto ricorso alla retorica patriottarda delle frecce tricolori, mentre per i carabinieri l’accento è andato sulla loro missione di tutori dell’ordine (lampeggiante) e della sicurezza collettiva (mascherina).
  • La colonna sonora, pomposamente orchestrata ma ridondante nel suo ritmo incalzante, completa questo cortometraggio smaccatamente propagandistico, che si chiude con lo slogan a lettere cubitali: “L’esempio di oggi, per i grandi di domani”.

Di fronte a questa operazione mediatica sarebbe opportuno che ogni cittadino/a che non si lascia abbindolare dalla retorica nazional-militarista si chieda cosa può fare per contrastarla. Il primo passo è quello di prendere (e far prendere) coscienza di quanto sia subdola tale iniziativa ma, soprattutto, di quanto sia del tutto inappropriato – se non illegittimo – sfruttare l’immagine di minori per vendere all’opinione pubblica ciò che il Ministero della difesa chiama eufemisticamente “strumento militare”. Infatti, come ho posto in evidenza in un recente contributo [xv], quando il suo interlocutore è il governo o gli ‘alleati’ della NATO, se ne mettono in mostra lo spirito bellicoso, l’expertise tecnologica e la brillante leadership dei suoi quadri. In questo caso, ancora una volta, s’insiste invece sulla valenza ‘civile’ e ‘popolare’ dei nostri militari, sul volto buono e fraterno di adulti (madri e padri) che sono di esempio ai loro pargoletti, che a loro volta sembrano ansiosi d’imitarli.

Spieghiamo allora ai nostri bambini e ragazzi che si tratta anche in questo caso di una ‘pubblicità ingannevole’, che presenta le forze armate – strumento sì, ma di guerra – come una sintesi fra boy scouts, volontari della protezione civile ed operatori socio-sanitari ed assistenziali delle ONG. Spieghiamo ai nostri figli che i 26 miliardi spesi dal governo per la ‘difesa’ (71 milioni ogni giorno…) non servono per fare assistenza o prestare soccorso nelle emergenze, ma per equipaggiare ed armare 20.000 militari per il solo Esercito, di cui quasi 3.500 impegnati in cosiddette ‘missioni’ all’estero, che da sole costano 1,6 miliardi.

Facciamo loro capire che coi soldi per acquistare gli F35 si sarebbero potute attrezzare 150.000 terapie intensive; [xvi] che un solo sommergibile ci costa quasi un miliardo e mezzo di euro e che né i cacciabombardieri né i mezzi sottomarini possono essere considerati strumenti di pace e di sicurezza. Informiamoli che la nostra Repubblica “che ripudia la guerra” esporta armi per 2,5 miliardi di euro, anche a paesi devastati da guerre decennali e che, mentre tutti gli italiani erano bloccati dalla pandemia, le fabbriche di armi e i cantieri militari non si sono mai fermati.

Se questo è l’esempio che stiamo dando ai nostri ragazzi, beh non c’è sicuramente da andarne fieri!


Note

[i] Ministero della difesa – Web Tv, L’esempio di oggi, per i grandi di domani > https://www.youtube.com/watch?v=UmEia8eXFoI&fbclid=IwAR0bF28BV90hAADxukc2uRn_rQYeHWiMjsH_k–ZZHII3zftFjGq2fnBTcQ – La campagna consta, oltre che del video, anche di alcune immagini fotografiche pubblicitarie (vedi figura n.1)

[ii] “I bambini nelle pubblicità” (Ago. 2017), La Gallina Cubista > https://www.lagallinacubista.it/i-bambini-nelle-pubblicita/

[iii] Anna Oliverio Ferraris, La sindrome Lolita, Milano, Rizzoli, 2014

[iv] Brunella Gasperini, “Bambini: adulti precoci” (Ago. 2017), ‘Domenica’ di la Repubblica > https://d.repubblica.it/famiglia/2014/08/17/news/bambini_precoci_piccolo_adulto_psicologia_educazione-2248407/

[v] Francesca Romana Puggelli, Spot Generation – I bambini e la pubblicità, Milano Franco Angeli, 2002, p. 96.

[vi] Sul programma nazionale MIUR-MinDif. “La Pace si fa a Scuola” vedi: https://archivio.pubblica.istruzione.it/normativa/2007/allegati/all_prot4751.pdf

[vii] UNICEF Italia, Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (1989) > https://www.unicef.it/Allegati/Convenzione_diritti_infanzia_1.pdf

[viii] D.M. n. 425 del 30 novembre 1991 > https://www.mise.gov.it/images/stories/recuperi/Comunicazioni/dm425-991.pdf 

[ix] Visita: www.iap.it

[x]  https://www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/la_tutela_dei_minorenni_nel_mondo_della_comunicazione.pdf

[xi]  Cfr. http://www.archiviodegliiblei.it/index.php?it/199/balilla-e-giovent-fascista

[xii]Si stima che 250.000 bambini siano coinvolti in conflitti in tutto il mondo. Sono usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi, e le ragazze, in particolare, sono costrette a prestare servizi sessuali, privandole dei loro diritti e dell’infanzia.” > https://www.unicef.it/doc/224/bambini-soldato.htm – Un documentato saggio sui ‘bambini soldato’ è: Cristina Gervasoni, Lo sfruttamento militare dell’infanzia. Il problema dei bambini soldato nella saggistica in lingua italiana, Univ. di Venezia (D.E.P. N. 9, 2008) > https://www.unive.it/media/allegato/dep/n9correzioni/Ricerche/Gervasoni-saggio-a.pdf

[xiii] All’approfondimento operazioni di guerra psicologica ho dedicato un paio di articoli pubblicati nel 2012 sul mio blog, cui rinvio: (a) https://ermetespeacebook.blog/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/  (b) https://ermetespeacebook.blog/2012/02/11/peacedu-vs-psyops-quando-la-pace-si-fa-con-le-parole/

[xiv] Constitution Society, Propaganda Techniques, San Antonio (Texas), 1998 > https://www.constitution.org/col/propaganda_army.htm (trad. mia)

[xv]  Ermete Ferraro, “Fenomenologia dello strumento militare”   (26.05.2020), Ermete’s peacebook   > https://ermetespeacebook.blog/2020/05/26/fenomenologia-dello-strumento-militare/

[xvi] Fonte: https://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2020/05/04/news/continuiamo-a-fare-armi-ma-siamo-senza-respiratori-per-il-2020-oltre-26-miliardi-in-spese-militari-1.347903?fbclid=IwAR3t0uodB8-nxvscUeNt0rXKP8npxpWxQL35xCDOfS4j3iMcQUeofB4q2nA

© 2020 Ermete Ferraro

PREGARE PER L’UNITA’… DEI CAPPELLANI MILITARI?

‘Croce e moschetto’ in salsa ecumenica

Incontro ecumenico dei religiosi-militari – Fonte: http://www.wwwitalia.eu/web/incontro-ecumenico-allaeroporto-di-capodichino-intervista-al-soprano-paola-francesca-natale/

È davvero sorprendente. Alcune fonti giornalistiche riportano che la nostra Napoli – proclamata per statuto ‘Città di Pace’ – avrebbe recentemente sperimentato una nuova forma di ‘ecumenismo’: quella dei cappellani militari.

«Giovedì 23 gennaio il Comando Aeroporto Militare di Napoli-Capodichino, insieme all’Ordinariato Militare, ha organizzato presso il proprio Salone degli Aviatori un incontro ecumenico alla presenza di tutti i cappellani militari italiani della XII zona pastorale (Campania e Basilicata) e dei cappellani stranieri presenti presso la base della Marina Militare degli Stati Uniti di Capodichino (US NSA) e presso il Comando NATO di Lago Patria (JFC Naples). L’incontro, presieduto da S.E.R. Mons. Santo Marcianò, Ordinario Militare per l’Italia, [i] ha visto la partecipazione dei vertici regionali delle quattro Forze Armate, della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato e di una nutrita rappresentanza di personale militare italiano e americano. “Ci trattarono con gentilezza” (Atti 28, 2) è stato il tema dell’incontro riprendendo quello scelto per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, in corso dal 18 al 25 gennaio». [ii]

In occasione della ‘Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani’, infatti, qualcuno ha pensato bene d’introdurre questa originale modalità ecumenica, riunendo all’Aeroporto militare di Napoli i comandanti delle forze armate italiane e dei corpi di polizia, insieme con i cappellani militari italiani ed ‘alleati’, col patrocinio ed egida pastorale di mons. Marcianò, arcivescovo/generale a tre stelle in quanto Ordinario Militare italiano.  “Un evento unico, organizzato per la prima volta in assoluto in ambito militare” – ha dichiarato con fierezza il Comandante di Capodichino, auspicando che sia l’inizio di un processo. Ma l’aspetto più grottesco di questa specie di summit clerico-militare interforze – evidentemente non colto dai partecipanti – è che il tema dell’incontro e della loro comune preghiera si riferisse ad un passo degli Atti degli Apostoli sintetizzato dalla frase: “Ci trattarono con gentilezza”.

«Siamo qui, cappellani e militari di tante confessioni cristiane che lavorano assieme per il sostegno alla pace, annunciando l’unico Signore Gesù Cristo. La Parola di Dio, che esprime il tema di questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, richiama la nostra attenzione su una parola non più tanto di moda: la «gentilezza». Viviamo nel tempo della fretta e dell’aggressività e la gentilezza, anche nel quotidiano, finisce per essere qualcosa di dimenticato o addirittura frainteso, soprattutto quando l’altro sembra un ostacolo all’autorealizzazione personale […] Gentilezza è un tratto esteriore nato, tuttavia, da un atteggiamento del cuore”. [iii]

È dagli anni ’70 che continua a sfuggirmi il nesso tra svolgere servizio nelle forze armate e ‘lavorare insieme per il sostegno della pace’, che considero invece una sorta di anacoluto logico. Questo stridente accostamento mi risulta quasi blasfemo se è pronunciato da chi predica la fratellanza e l’amore per i nemici e proclama un vangelo in base al quale sono beati i miti e gli operatori di pace. Un’omelia sulla ‘gentilezza’ e contro la ‘aggressività’ dei nostri tempi ad un uditorio di ufficiali – italiani o stranieri, cattolici o di altra confessione che siano – mi risulta perfino disturbante, poiché non capisco come tale ‘atteggiamento del cuore’ possa conciliarsi con un’attività incentrata sull’utilizzo di armi, convenzionali e non, che puntano all’annientamento del nemico di turno.

È come dire: sì, spendiamo 70 milioni di euro al giorno per ‘difenderci’ da minacce inesistenti; siamo i noni esportatori di armi al mondo, alimentando senza tanti scrupoli anche guerre in atto; accettiamo supinamente l’occupazione militare di larga parte del nostro territorio, rinunciando ad esercitare la nostra sovranità; custodiamo 70 bombe atomiche altrui, in barba ai trattati internazionali; utilizziamo soldati in uniforme di combattimento anche per presidiare strade e discariche…però siamo tanto ‘gentili’ e ci adoperiamo per un mondo di pace…

Chi desideri leggere il testo integrale della meditazione dell’arcivescovo-generale Marcianò su questo inedito “ecumenismo in divisa” può trovarlo su Famiglia Cristiana dove, fra l’altro, potrà trovare queste profonde riflessioni:

«Lo specifico dell’impegno dei militari si pone proprio qui, nel dovere di porsi al servizio della giustizia e della libertà di un popolo, nella difesa della sicurezza e della dignità della vita. L’annuncio del Vangelo richiede per noi cappellani il sapere richiamare a questa vocazione specifica i nostri militari. […] E mi rendo conto di quanto sia necessario offrire a Dio noi stessi proprio come militari, offrire insieme lo sforzo dell’ecumenismo e della comunione, perché Egli usi tutto come arma per affermare la giustizia nel mondo […] I militari insegnano a noi questa fraternità con il loro vivere quotidiano; a nostra volta abbiamo la responsabilità di saperla annunciare in nome di Cristo nostro Unico Signore e Salvatore».[iv]

La ‘gentilezza’ (col mitra in mano) non è una virtù

Confesso che mi era capitato raramente d’imbattermi in affermazioni come queste, secondo le quali il compito dei militari sarebbe servire la giustizia, la libertà, la sicurezza e la dignità di un popolo, dandogli così un luminoso esempio di fraternità. Peccato che l’Eminenza Reverendissima si sia dimenticato di citare la principale ‘virtù’ per un cappellano militare, quella obbedienza nei confronti della quale 55 anni fa don Lorenzo Milani espresse la sua dura contestazione, schierandosi al fianco degli obiettori di coscienza che proprio i religiosi con le stellette avevano insultato e deriso, assai poco gentilmente.

«Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni […] una guerra di evidente aggressione, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari? Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte? Se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. […] Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità…». [v]

Certo, da allora è passato oltre mezzo secolo, ma quelle parole conservano tutto il loro significato e valore anche oggi. Direi anzi soprattutto oggi, visto che in Italia dal 2005 il servizio militare obbligatorio è stato sospeso (non abolito, come comunemente si crede…), [vi]  eliminando così la stessa obiezione di coscienza, archiviata dopo 33 anni di esperienze di servizio civile ‘alternativo’.  Molti percepirono quel provvedimento come una liberazione, ma è abbastanza evidente che si è trattato del primo passo verso un esercito professionale, che ha però conservato i suoi ‘angeli custodi’ con croce e stellette.

Mons. Marcianò ha esaltato fraternità comunione e gentilezza come se si trattasse di valori intrinseci alla vita militare, pregando poi non solo coi nostri cappellani militari di Campania e Basilicata, ma anche con quelli – cattolici, protestanti e ortodossi – operanti presso il Comando della U.S. Navy di Napoli-Capodichino e quello N.A.T.O di Giugliano-Lago Patria. Ma non è affatto chiaro come questo inneggiare all’unità’, all’ecumenismo ed alla gentilezza possa conciliarsi col fatto che da quelle basi e comandi strategici non solo partono gli ordini per operazioni di controllo e ricognizione, ma si dà anche il via a veri e propri attacchi armati, aerei e navali, verso paesi considerati ‘nemici’. Per non parlare poi delle ‘missioni’ di stampo terroristico, destinate ad ammazzare leader ostili insieme con i civili coinvolti negli attentati, come è recentemente successo a Baghdad nell’eliminazione del generale iraniano Soleimani, col rischio d’innescare una nuova, gravissima, guerra.

Certo, ci fa piacere che – citando le parole del colonnello Ferramondo, comandante dell’Aeroporto Militare di Capodichino – “…l’incontro del 23 gennaio, tappa finale di un percorso iniziato più di un anno fa attraverso una serie di incontri periodici tra i cappellani, abbia contribuito alla conoscenza reciproca allo scopo di rendere più efficace tutto quello che si fa assieme, perché animati dagli stessi sentimenti nei confronti di un unico Dio. [vii]  Però ci sembra che sia legittimo chiedergli perché quegli stessi lodevoli sentimenti non siano rivolti anche verso altri soldati (e sempre più spesso contro popolazioni inermi), percepite solo come obiettivi da centrare e colpire con bombe e lanci di missili.

Catene di unità di fede o catene di comando?

 Nell’articolo citato si riferisce che: “al termine della riflessione, tutti i cappellani hanno portato in processione una catena quale segno di unità; elemento che debba unire tutti in un cammino di misericordia, pace e giustizia…” [viii]  Le immagini a corredo ci mostrano infatti pastori protestanti, sacerdoti cattolici e imbarazzati ufficiali italiani e stranieri avvinti da una catena che li unisce. Davvero commovente… Peccato che ci sono popoli che quelle catene – vere, non simboliche – le sopportano tutti i giorni, a causa di feroci dittature militari, intolleranti regimi teocratici ed arroganti governi la cui religiosità sembrerebbe ispirata da un vendicativo e geloso “Dio degli eserciti”.

Per rendere ‘pia’ quella strana celebrazione in uniformi e clergyman, del resto, non potevano bastare né le letture sacre né che una brava soprano abbia intonato “Avinu malkeinu”, che non è la versione ebraica del “Padre nostro” cristiano, bensì una preghiera simile, che gli Ebrei recitano in occasione del Rosh ha Shanah (Capodanno) e dello Yom Kippur). Pregare non significa ripetere ritualmente formule vuote, ma rinnovare la fedeltà al messaggio che il Signore ha voluto inviarci e, per i Cristiani, anche incarnare.  Se confrontiamo i testi delle due preghiere [ix], effettivamente quello “Avinu” iniziale potremmo tradurlo con “Padre nostro”, ma dobbiamo anche tenere presente che nel primo caso la prima persona plurale dell’aggettivo possessivo si riferiva al “popolo eletto”, mentre l’invocazione insegnataci da Gesù abbraccia l’intera umanità. Piuttosto, quello che dotti e pii cappellani militari dovrebbero sapere, ma di cui mostrano di non rendersi conto, è quanto ambedue le preghiere risultino stonate in quel contesto militare. Nella loro bella orazione, infatti, gli Ebrei invocano Dio dicendo: “…aiutaci a porre fine a pestilenza, guerra e carestia, perché tutto l’odio e l’oppressione spariranno dalla terra”, ma tale auspicio si concilia molto male col sostegno ad un complesso militare-industriale che quelle guerre pestilenze e carestie le causa e le perpetua. Quando i Cristiani recitano la loro preghiera, chiedono a Dio Padre di rimettere i loro debiti/colpe specificando però: “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” (“κα φες μν τ φειλήματα μν ς κα μες φίεμεν τος φειλέταις μν” – Mt. 6:12). Ma anche in questo caso non si capisce che cosa c’entrino la misericordia divina e la compassione umana col mestiere di coloro i quali (al netto di tutte le diatribe teologiche sulla c.d. ‘guerra giusta’) addestrano ad uccidere distruggere ed annientare i ‘nemici’, magari nel modo più efficiente e scientifico.

Una nota a parte riguarda il fatto che a quella strana celebrazione ecumenica abbiano partecipato non solo i vertici regionali delle quattro forze armate italiane (Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri), ma anche quelli della Guardia di Finanza (corpo parzialmente militarizzato) e della Polizia di Stato (che invece è del tutto a ordinamento civile). Al di là dell’ecumenismo interforze, infatti, mi sembra di scorgere anche in questo coinvolgimento delle forze di polizia giudiziaria l’ennesimo tentativo di militarizzare il concetto stesso di ‘sicurezza’, confondendo la ‘stella’ degli sceriffi con le ‘stellette’ di chi per mestiere fa la guerra.

Certo, per uno come me che ha fatto obiezione di coscienza nel 1972 è triste dover assistere, quasi mezzo secolo dopo, a nuove esibizioni di religiosità viziate da uno stridente spirito militarista. Ecco perché non dobbiamo stancarci di ripetere ai giovani con don Milani della ‘lettera i giudici’, che: “…l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.

Come giustamente affermava alcuni anni fa Antonino Drago in un’intervista:

«Con la loro propaganda per la “pace armata”, i militari soffocano ogni pensiero alternativo sul tipo di difesa della pace; e i cappellani militari (che sono incardinati nelle FF.AA. come ufficiali) formano una loro diocesi indipendente e hanno un loro seminario. Così la guerra è tornata a essere giustificata, in Italia come anche a livello mondiale».[x] Ma Cristo, Principe della Pace (Is. 9:5), non può essere ridotto al ruolo di luogotenente del veterotestamentario “Adonai Shebaoth” e dunque è necessario che chi sceglie la nonviolenza – cristiana prima ancora che gandhiana – si dissoci pubblicamente da ogni forma di riabilitazione della guerra e di chi la prepara ed attua, tanto più se viene spacciata come…incontro ecumenico.


Note

[i] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Ordinariato_militare_per_l%27Italia#Composizione_e_uso_delle_uniformi_ordinaria_e_di_servizio_per_i_cappellani_militari    

[ii]   Eleonora Davide, “Incontro ecumenico all’Aeroporto di Capodichino. Intervista al soprano Paola Francesca Natale” (27.01.2020), wwwitalia > http://www.wwwitalia.eu/web/incontro-ecumenico-allaeroporto-di-capodichino-intervista-al-soprano-paola-francesca-natale/   

[iii]   Ibidem

[iv]   “Ecumenismo in divisa: ‘Dalla gentilezza nascono la giustizia e l’amore’ “ (23.01.2020), Famiglia Cristiana > https://www.famigliacristiana.it/articolo/settimana-di-preghiera-per-l-unita-dei-cristiani-dalla-gentilezza-nascono-la-giustizia-e-lamore.aspx

[v]   Don Lorenzo Milani, Lettera ai cappellani militari che hanno sottoscritto il comunicato dell’11 febbraio 1965 > https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_d.htm   

[vi]   Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Servizio_militare_di_leva_in_Italia#La_riduzione_della_ferma,_l’arruolamento_femminile_volontario_e_la_sospensione_del_2005

[vii] E. Davide, “Incontro ecumenico…” cit.

[viii] Ibidem

[ix] Orazio Leotta, “Avinu Malkeinu”, (16.09.2012),  Girodivite > http://www.girodivite.it/Avinu-Malkeinu.html

[x]  Vedi: http://serenoregis.org/2012/07/19/nonviolenza-come-politica-di-fede-antonino-drago/ (2012)

Babbo Natale…a 12 stellette

Santa Claus a cavallo di un missile?

A Natale, si sa, sono tutti più buoni e si scambiano auguri di pace. Il 6 dicembre, poi, si festeggia san Nicola, nato a Patara di Licia (Turchia) 270 anni dopo Cristo e morto nel 343 a Myra (Turchia), di cui era stato proclamato vescovo. Chi è che non conosce questo grande santo di cui tantissimi portano il nome, venerato in particolare a Bari ma caro a milioni di cattolici ed ortodossi? In effetti, quello che si ricorda senz’altro di più è la sua mutazione genetica mercantile, che ha trasformato il barbuto episcopo bizantino, protettore dei bambini, nel nordico, panciuto, rossovestito e ridanciano Santa Claus, il Babbo Natale dispensatore di doni. Eppure nel clima pacioso ed i cori natalizi si è inserita una nota stonata. Proprio il 6 dicembre, infatti, il Parlamento Europeo ha riservato ai Napolitani un dono molto meno piacevole, avendo organizzato presso il simbolo stesso della città, l’angioino Castel Nuovo, una pomposa manifestazione dal titolo: “Stati generali dello Spazio, della Difesa e della Sicurezza: le prossime sfide per l’industria europea”. [i]  Il titolo dell’evento era già un programma. Si trattava infatti di un segnale rivolto non solo al poco pacifico complesso militare-industriale – che distribuisce ovunque morte e devastazioni – ma anche ai titubanti partners europei, spingendo per un’alleanza militare sempre più stretta, ma per nulla alternativa alla NATO, i cui 70 anni d’altronde erano stati retoricamente festeggiati a Londra solo tre giorni prima.

«Politica, industria e forze armate riunite a Napoli […] Un appuntamento che ha permesso di fare il punto sulla strada da percorrere per rafforzare le capacità e il ruolo dell’Italia in questi settori. All’evento […] hanno preso parte, tra gli altri, il Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, i Ministri dell’Istruzione, Università e Ricerca, Lorenzo Fioramonti, e delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli. Presenti, inoltre, il Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento UE, Antonio Tajani, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, il Sottosegretario di Stato alla Difesa, Giulio Calvisi, il Vice Sindaco di Napoli, Enrico Panini e il Presidente dell’AIAD, Guido Crosetto». [ii]

Altro che Santa Claus col pesante sacco dei regali sulle spalle! Al Maschio Angioino sono arrivati nientemeno che i vertici del Parlamento Europeo, insieme con tre ministri e due sottosegretari del Governo nazionale, che l’Amministrazione di quella Napoli, dichiarata statutariamente ‘Città di Pace’ (eppure in trepidante attesa di ospitare la Scuola Militare Europea a Pizzofalcone) ha accolto con grande soddisfazione. L’autorevole delegazione politica era in compagnia degli industriali consorziati nell’AIAD (Federazione delle Aziende italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) [iii]  il cui presidente è Guido Crosetto (già sottosegretario alla difesa nel governo Berlusconi IV e cofondatore di Fratelli d’Italia) e godeva della sponsorizzazione dell’Agenzia Spaziale europea e dell’Agenzia Spaziale italiana. Dulcis in fundo, era presente anche il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’U.E., che non ha svolto un intervento ma non ha mancato di rilasciare dichiarazioni ai media, ribadendo che:

«Una difesa unica…è assolutamente vitale per gli interessi della Unione Europea, per gli interessi dell’Europa, anche per gli interessi della NATO […] (esiste una) cooperazione vitale tra la NATO e l’Unione Europea, che su dimensioni diverse garantiscono la sicurezza. E se l’U.E. vuole una strategia autonoma è anche per sostenere la NATO…». [iv]

Un’autonomia (strategica) differenziata?

Enrico Panini, l’emiliano Vicesindaco di Napoli, non si è voluto limitare ad un rituale indirizzo di benvenuto, a nome del Sindaco di una “città felice e orgogliosa di ospitarli”, per cui ha dichiarato:

«…si è trattato di un evento straordinario [perché] l’Europa deve unire le forze per far fronte alle sfide che ha davanti, anche in termini di autonomia strategica. L’Europa deve rafforzare una propria indipendenza in tecnologie strategiche per la difesa e la sicurezza e una capacità autonoma nel settore dello spazio, collocandosi nel più ampio contesto transatlantico e nel futuro partenariato con il Regno Unito». [v]

Nel suo equilibrismo politichese è risultato un po’ ambiguo l’intervento del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini (già portavoce e vicesegretario del PD ed ex presidente del COPASIR, l’organo di controllo sui servizi segreti) per il quale:

«…un “Paese importante …che intende giocare un ruolo…protagonista” non può fare a meno di perseguire “…un continuo adeguamento e ammodernamento dello strumento militare […] Va detto al Paese che non siamo chiamati a immaginare una crescita nel settore della difesa perché costretti da accordi internazionali ma perché muove una esigenza di carattere nazionale. […] Dobbiamo dirlo chiaramente, abbiamo fissato come obiettivo il raggiungimento della media dei paesi europei alleati. Un paese serio si mette in cammino per far sì che ci sia una gradualità di crescita di risorse in questo settore». [vi]

A questo punto un dubbio nasce spontaneo: vogliamo diventare ‘protagonisti’ della difesa, per decidere autonomamente, o dobbiamo adeguarci, anche se gradualmente, all’imposizione di chi pretende un aumento delle spese militari almeno al 2% del PIL? Guerini sposa la linea secondo la quale una difesa unita europea servirebbe a sostenere l’Alleanza Atlantica. Una specie di autonomia differenziata giallo-rosa in salsa grigioverde?

Del resto, il proverbio “Franza o Spagna, purché se magna” – attribuito al fiorentino Francesco Guicciardini – sembrerebbe andare a genio ai nostri top managers del settore cyber-aero-spaziale, preoccupati unicamente di aumentare le commesse grazie a pretese minacce alla ‘sicurezza’ ed al generale clima di guerra che sempre più si respira. Il vero scopo della sceneggiata napolitana promossa dalla U.E., del resto, era proprio quello di rassicurarli che tutto sta andando proprio come essi auspicano, e che quindi il loro micidiale core business è garantito.

«Le industrie hanno mostrato di essere già pronte ad una comune politica europea nella difesa e nella sicurezza – ha proclamato Franco Benigni, a.d. di Elettronica[…] da realizzarsi nel pieno rispetto del sistema di alleanze multilaterali transatlantiche e mirato al raggiungimento di una leadership europea nel complesso delle tecnologie digitali. Perché questo avvenga la collaborazione industriale dovrà agganciare l’evoluzione politica della Difesa europea». [vii]   Sulla stessa lunghezza d’onda anche Alessandro Profumo, già banchiere ed ora a.d. di Leonardo Aerospace, Defence and Security:

«I fondi della Difesa saranno dedicati alla ricerca e allo sviluppo di capacità. Laddove dovesse esserci un taglio, si taglierà la capacità del nostro Paese a stare al passo col mondo. Non si intacca il profilo nazionale ma la capacità nel nostro insieme di mantenere il passo dei grandi competitori nel mondo […] La domanda che come Europa dobbiamo porci è se vogliamo o no avere un’indipendenza strategica. L’ Europa deve essere inserita nel quadro del sistema Nato. Non siamo competitivi ma cooperativi rispetto alla Nato, ma avere capacità’ autonome rimane estremamente importante». [viii]

‘Star Wars’…a dodici stelle?

Al coro dell’ambiguo doppiogiochismo militare-industriale si è aggiunto Giulio Saccoccia, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, il quale ha sottolineato che va potenziato il ruolo “fondamentale di indipendenza strategica” assunto dell’Europa:

«Oggi parliamo di UE, di quello che in maniera complementare e sinergica può fare nel settore spazio e sono decisioni che prendiamo come un continente forte, un insieme di nazioni che vogliono avere una strategia indipendente da altri, ma anche di supporto alla strategia globale spaziale […] Nell’ambito dello spazio l’Italia ha un ruolo importantissimo in Europa, è uno dei pochi Paesi al mondo che opera in tutta la filiera, dall’accesso allo spazio al trasporto spaziale, con tutte le sue applicazioni, come l’osservazione della Terra, le telecomunicazioni, la navigazione e l’esplorazione». [ix]

Ancora una volta si parla di una strategia che mirerebbe al raggiungimento della indipendenza, senza però svincolarsi dal ruolo di ‘supporto’ a quella ‘globale’ ed inoltre prefigurando implicitamente scenari che – vista la sede in cui sono fatte certe affermazioni – non riguardano solo innocue esplorazioni dello spazio, bensì evocano inquietanti scenari da guerre stellari reaganiane.

In questo quadro generale così poco rassicurante c’è da chiedersi anche quale fosse il senso della presenza agli Stati Generali di Difesa Sicurezza e Spazio di due ministri apparentemente fuori contesto, come il titolare del MIUR, Lorenzo Fioramonti, e quella delle Infrastrutture e Trasporti, la democrat Paola De Micheli.  Quest’ultima, nel suo intervento, ha elegantemente glissato sulla parola-chiave ‘difesa’, soffermandosi sull’importanza della ricerca spaziale per motivi ambientali, la cyber-sicurezza e perfino al…turismo spaziale.

«Su questo tema il Mit trasmette un forte impulso, anche in termini di designazione delle priorità, così come per l’accesso allo spazio, da perseguire in forma più autonoma ancorché nel contesto della collaborazione europea e quindi in modo da realizzare i piani governativi relativamente agli spazioporti e ai voli suborbitali”. Non servirà solo al turismo spaziale (settore comunque di interesse), ma anche per rilevantissime attività di ricerca e di formazione. «L’accesso autonomo allo Spazio da parte dell’Italia […] sarà una delle priorità del dicastero, in collaborazione con la Difesa e l’ASI”.[x]

Del ministro Lorenzo Fioramonti non sono rintracciabili dichiarazioni ufficiali, ma la sua presenza – ufficialmente ascrivibile alla ‘R’ di ‘ricerca ‘ nell’acronimo del suo dicastero – sembra alludere al sempre più invadente ruolo che la ‘difesa’ sta giocando in Italia nell’ambito della pubblica istruzione. La crescente ed ingombrante presenza dei militari nelle scuole e di intere classi scolastiche in visita a basi, poligoni ed altre amene strutture del genere, infatti, è un preoccupante segnale della diffusione della propaganda e della retorica guerrafondaia fra i giovani italiani, ma anche di un’insinuante quanto opportunistica promozione, specie al Sud, di attività occupazionali legate alla c.d. ‘difesa’ e alla ricerca per scopi militari.

Insomma, la nostra Napoli – Città di Pace – avrebbe fatto volentieri a meno di questa trionfalistica kermesse, che ha testimoniato il sempre maggiore legame fra politica, industria e forze armate. E la sua Amministrazione, bifronte come Giano, avrebbe fatto bene a non dare un’altra prova di ambiguità politica, strizzando l’occhio ora al movimento pacifista, ora alla ‘bastardata’ della Scuola Militare Europea a Pizzofalcone.[xi]


[i] V. articolo su Napoli Today >https://www.napolitoday.it/eventi/stati-generali-spazio-sicurezza-difesa-napoli-6-dicembre-2019.html

[ii] V. réportage su Analisi Difesa > https://www.analisidifesa.it/2019/12/riuniti-a-napoli-gli-stati-generali-di-difesa-sicurezza-e-spazio/?fbclid=IwAR1meAycr54n18qGUw4AW02vr0CnRIY-Qt5QOx1BtAmH8eyi00igl43V7Go

[iii] Cfr. sito web AIAD > http://www.aiad.it/it/aiad_vertice.wp

[iv] Intervista a cura di Vista > https://youtu.be/SuPfyX51JsY

[v] https://www.facebook.com/search/top/?q=enrico%20panini%20vicesindaco&epa=SEARCH_BOX

[vi] V. art. cit. su Analisi Difesa

[vii] Ibidem

[viii] Ibidem

[ix]  Ibidem

[x] L. Romano, “Così l’Italia punta in alto…”, (6.12.19) Formiche > https://formiche.net/2019/12/infrastrutture-spazio-italia-paola-de-micheli/

[xi] Cfr. A. Di Costanzo, “Napoli, scuola militare nella caserma Bixio: i pacifisti attaccano de Magistris” (23.1.19), la Repubblica –Napoli > https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/01/23/news/napoli_scuola_militare_nella_caserma_bixio_i_pacifisti_attaccano_de_magistris-217228391/

Disarmiamo la nostra scuola.

L’avanzata della ‘cultura militare’

Molti speravano che il nuovo anno scolastico – iniziato poco dopo l’esordio del governo Conte II – avrebbe mostrato segnali di discontinuità rispetto alla crescente invadenza dei militari nei confronti della pubblica istruzione. Si trattava solo d’un auspicio, poiché il nuovo alleato del M5S è il PD, che quel processo aveva contribuito a promuovere, spalleggiando le pretese autonomistiche dell’ultra-regionalismo lombardoveneto-romagnolo, che ha nel controllo dell’educazione uno dei punti di forza. È bastato l’approssimarsi della fatidica ricorrenza del 4 novembre – giornata dell’unità nazionale e delle forze armate – perché quella speranza si rivelasse poco fondata. È stata sufficiente la mancata partecipazione di alcune classi di un liceo veneziano alle iniziative patriottico-militaresche, prima imposte ma poi solo proposte dal suo dirigente, perché si sollevasse un’ondata di polemiche, proteste sdegnate e perfino interrogazioni parlamentari. Particolare virulenza ha avuto la reazione indispettita e minacciosa dell’assessore regionale veneta all’Istruzione Elena Donazzan, che nella sua biografia cita Tolkien ed Almirante e ama farsi ritrarre affiancata da alpini ed ufficiali vari [i] e che è giunta a dichiarare:

«…questi docenti non meritano d’insegnare in una scuola italiana! Il loro atteggiamento è sovversivo: contestare la presenza delle Forze Armate ad un’iniziativa sul 4 novembre significa disobbedire alle leggi e mancare di rispetto a chi indossa la divisa. Chiederò un’ispezione a questo istituto, perché la scuola non può essere utilizzata per dar voce a propagande ideologiche». [ii]

A fare propaganda ideologica nella scuola, evidentemente, basta e avanza la sempre più folta truppa di esponenti delle forze armate che in ogni occasione si propongono a bambini ragazzi ed adolescenti sia dentro le aule, sia mediante ‘visite’ a caserme, navi, accademie militari, poligoni e stand opportunamente allestiti nelle piazze.  Tre anni fa osservavo che un insidioso aspetto della c.d. buona scuola renziana era l’introduzione nel percorso educativo del modello militare – che peraltro già governi precedenti avevano cercato d’inserire – promovendo la ‘cultura’ militare all’interno della programmazione didattica.

«…nel 2014 questo processo è culminato nel Protocollo d’Intesa sottoscritto da MIUR e Min. Difesa, nel quale si sancisce il discutibile principio secondo il quale nella scuola c’è bisogno di attivare: “…un focus sulla funzione centrale che la ‘Cultura della Difesa’ ha svolto, e continua a svolgere, a favore della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese”, per cui si propone la: “…ricerca [di] soluzioni comunicative interattive espressamente rivolte alle nuove generazioni, per affermare la conoscenza e il ruolo della Difesa al servizio della collettività e divulgare le opportunità professionali e di studio riservate alle fasce giovanili di riferimento”. La rinnovata intesa tra “libro e moschetto” – paradossalmente presentata come attuazione dei principi costituzionali e di quelli ispiratori dell’ONU – ha ufficializzato una collaborazione ‘formativa’ interministeriale, sulle cui motivazioni mi sembra giusto ed opportuno interrogarsi». [iii]

A distanza di cinque anni dalla sua sottoscrizione, il protocollo firmato dalle bellicose ministre Giannini e Pinotti si direbbe tutt’altro che sorpassato. Negli istituti scolastici della Repubblica che “ripudia la guerra” continuano infatti ad aggirarsi sempre più personaggi in divisa, per illustrare il “ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita, sociale, economica e democratica del Paese”, come recitava la circolare applicativa, esaltando così la funzione di quegli eccezionali promotori dei valori costituzionali…

E le scuole stanno a guardare…le stellette

A forza di indossare le ‘mimetiche’, i militari tentano di mimetizzarsi nei vari ambienti nei quali vengono proposti in funzione di formatori. Ecco allora che spuntano un po’ dovunque, ora per insegnare la sicurezza stradale, ora per promuovere la protezione dell’ambiente, ma anche per parlare esplicitamente di difesa nazionale e perfino di nuovi ritrovati tecnologici in funzione di quelli che vengono presentati come wargames piùche come strumenti di guerra. Centinaia di migliaia di studenti, di ogni ordine e grado, sono stati coinvolti in dibattiti, visite guidate ad installazioni militari, simulazioni di volo e perfino esercitazioni di tiro. Purtroppo le voci di dissenso sono state finora sporadiche, spesso tacitate dalla retorica patriottica di gran parte dei media, tanto che la recente ‘obiezione’ di docenti e discenti del liceo veneziano ha suscitato un vespaio, mentre da parte del Governo non si è registrata una presa di distanza verso la grottesca accusa di ‘sovversione’, scagliata nei loro confronti da esponenti della destra veneta e nazionale.

La pesante coperta grigioverde che sta calando sulla scuola dovrebbe indurci a reagire a questa strisciante pubblicizzazione del mondo militare, di cui ovviamente si esaltano gli aspetti ‘eroici’ di tipo civile, sorvolando invece sul ruolo che 6000 soldati italiani svolgono in giro per il mondo, nelle sedicenti “missioni di pace”. Come osserva Matteo Saudino:

«Sempre più, negli ultimi anni, infatti, la scuola ha aperto le sue porte a uomini e donne delle forze armate, i quali via via hanno iniziato a propagandare una immagine del soldato e della carriera militare in cui sono del tutto scomparse la guerra, la morte, la violenza, le spese per le armi e le alleanze politiche con stati che si macchiano di crimini e violazione dei diritti umani. Tale mistificazione della realtà ha raggiunto l’apice con le celebrazioni della vittoria di Vittorio Veneto e della fine della prima guerra mondiale».[iv]

Dalle ‘visite didattiche’ a porti aeroporti e poligoni alle conferenze sulle nuove tecnologie per il controllo delle informazioni, il repertorio proposto a scuole ed università è molto ampio. In più, si presenta ai giovani – che sempre più vedono profilarsi davanti a sé lo spettro della disoccupazione – con allettanti richiami di tipo professionale, veicolati da alcuni progetti di “alternanza scuola-lavoro”.  Ma ormai molti docenti e studenti non ci stanno e, a Venezia come in tante altre città d’Italia, rifiutano di accettare passivamente questo subdolo indottrinamento, contrabbandato paradossalmente come formazione didattica alla “cittadinanza e costituzione”.

«Intanto, proprio a Venezia ha preso avvio la campagna “Per una scuola libera da guerre e militarismi” voluta da un gruppo di associazioni che, partendo dal capoluogo veneto, intendono portare il messaggio a livello nazionale. Il gruppo ha steso una sorta di manifesto con le sei regole da applicare per quei docenti che non vogliono militari a contatto con dei ragazzi. Nel documento, che anticipa le regole con cui “escludere dall’offerta formativa ogni attività” in cui sia previsto l’incontro con i militari, si parla di scuole sempre più “militarizzate a causa dell’aumento di eventi che coinvolgono membri delle forze armate e realtà promotrici della carriera militare in Italia e all’estero”.[v]

Del resto risale al 2013 la campagna “Scuole smilitarizzate”, lanciata da Pax Christi Italia con l’efficace slogan “La scuola ripudia la guerra”, per opporsi a tale invasione e per promuovere l’alternativa dell’educazione alla pace e alla nonviolenza. A distanza di sei anni sembra giunto il momento di rilanciarla, coordinando gli sforzi in tale direzione, a partire da sempre più efficaci ed incisivi interventi di controinformazione.

Una campagna per smilitarizzare le scuole

Nel testo della presentazione della campagna troviamo queste parole:

«I giovani di Pax Christi ritengono sia urgente riaffermare che la scuola deve educare alla nonviolenza e alla pace come espressione di quella cittadinanza attiva sempre presente nelle indicazioni ministeriali, per formare costruttori di pace, tessitori di dialogo e di relazioni tra i popoli, nella ricerca di risoluzioni autenticamente pacifiche dei conflitti. Al contrario, quando nella realtà formativa dei ragazzi entrano le attività promozionali dell’Esercito italiano, della Marina militare e dell’Aeronautica militare, si promuove un militarismo che educa all’arte della guerra piuttosto che alla costruzione della pace con mezzi pacifici e attraverso il rispetto per l’altro. […] Per questo i giovani di Pax Christi Italia propongono la Campagna Scuole Smilitarizzate ai docenti e agli studenti delle scuole superiori, affinché, senza aggiungere un altro progetto didattico, siano provocati ad evidenziare la dimensione dell’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti». [vi]

Non si può che condividere questi propositi, soprattutto alla luce di quanto è successo a Venezia e dei palesi segnali di continuità fra l’attuale governo e quelli che l’hanno preceduto, soprattutto tenendo conto della preoccupante ondata di nazionalismo e neo-fascismo che si sta diffondendo in Italia, come anche in Europa ed a livello ancor più ampio. È chiaro che una campagna nonviolenta non punta a rifiutare i militari in quanto persone, ma piuttosto ad obiettare alla cultura militarista e bellicista che in ogni modo cercano di propagandare nelle nostre scuole. Alle comunità scolastiche, pertanto, si chiede in primo luogo di adottare risoluzioni collegiali che esprimano adesione allo specifico ‘manifesto’ [vii], non solo escludendo iniziative – dentro e fuori gli istituti – che siano promosse dalle forze armate, ma impegnandosi anche a promuovere una cultura di pace e la conoscenza delle tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti. Non va sottovalutato inoltre l’impatto dei progetti scolastici che prevedano un partenariato con strutture militari e/o aziende che si occupino di produzione di armamenti ed altri strumenti di tipo bellico, in quanto, soprattutto nelle regioni meridionali, fatalmente attraggono il consenso dei tanti giovani che sono preoccupati per il loro futuro lavorativo.

«Dobbiamo difendere il sistema scolastico italiano dall’ingerenza di un sistema militare-industriale che è lo stesso che alimenta la “guerra mondiale a pezzi” denunciata dal Papa e che minaccia la stessa convivenza civile e democratica. Ci siamo purtroppo già abituanti ai soldati in mimetica e mitra fuori ai tribunali ed alle autoblindo nelle piazze […]. Il rischio è che ora ci abituiamo passivamente anche alla presenza di militari in uniforme nelle scuole ed a bambini in grembiule nelle caserme…» arrivato il momento di reagire e di contrapporre valori alternativi…». [viii]

Al di là delle petizioni lanciate recentemente per esprimere solidarietà ai docenti e studenti veneziani, bisogna puntare alla creazione d’una rete nazionale d’insegnanti ‘obiettori’, per rilanciare la campagna già esistente e per diffonderla in tutte le regioni. Il MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione) [ix] sta infatti realizzando un’intesa in tal senso con Pax Christi Italia, ma è auspicabile che il progetto di smilitarizzazione della scuola sia sostenuto anche da altri soggetti da coinvolgere, come organizzazioni studentesche, sindacati della scuola e movimenti giovanili.  Altrimenti ci toccherà rassegnarci al fatto che ad insegnare cittadinanza e costituzione siano sempre più spesso – e paradossalmente – soggetti in uniforme e tanto di ‘stellette’…

Strategie comuni dei militari in Europa

Nel Regno Unito, il governo ha speso “… oltre 45 milioni di sterline in progetti che si occupano di ‘ethos militare’ nelle scuole inglesi […] Essi sono rivolti spesso a giovani ‘disimpegnati’ nelle scuole delle aree più povere…” [x]

La stessa strategia è messa in atto anche dal gigantesco apparato militare degli USA, che molto più esplicitamente punta al reclutamento di giovani nelle forze armate:

«Secondo i dati del Comando per il Reclutamento dell’Esercito degli S.U., ottenuti grazie alla richiesta degli autori sulla base della Legge sulla Libertà d’Informazione, mentre le scuole superiori nei distretti scolastici suburbani benestanti limitano generalmente le visite dei reclutatori solo a due o tre visite all’anno, in alcune comunità urbane a basso reddito i militari sono presenti nel campus due o tre volte alla settimana…» [xi]

Nel precedente articolo avevo rilevato come in alcune scuole medie della Federazione Russa si sia giunti all’addestramento paramilitare [xii], ma è innegabile che l’ondata grigioverde abbia raggiunto anche le scuole francesi, dove già aleggiava uno stile formativo nazionalistico, come ci conferma un impegnato blogger ecopacifista di quel Paese.

«E così, ugualmente, ci sono dei protocolli Esercito-Istruzione che hanno come obiettivo promuovere ‘l’educazione alla difesa’ all’interno della scuola […] “Per il suo promotore, Charles Hernu, non solo i giovani dovevano arrivare all’esercito ‘preparati dalla scuola’, ma la scuola doveva essere il luogo di uno ‘spirito di difesa’ largamente condiviso, mirante a promuovere le rappresentazioni militari sul mondo e sulla società. È proprio questa concezione globalizzante e totalitaria che è esposta dall’ultimo protocollo, in data 20 maggio 2016, che include esplicitamente nell’educazione alla difesa (e dunque nei programmi scolastici e negli esami ufficiali) “l’insieme del campo della difesa militare e della sicurezza nazionale…» [xiii]

Insomma, per mutuare un vecchio proverbio, potremmo dire: paese d’Europa che vai, militarizzazione della scuola che trovi… Basta infatti una ricerca in Internet per vedere come pure gli studenti belgi si preparino ad addestrarsi alla difesa armata già dal 5° e 6° anno della scuola secondaria [xiv], o come nella RFT la mai sopita tradizione militarista stia contagiando le scuole tedesche, scambiate per piazze di reclutamento.

«Ciò si riflette anche nell’approccio della Bundeswehr tedesca. Come scrive Michael Schulze von Glaßer in Broken Rifle n. 88: “Se i giovani non potessero essere persuasi a prendere l’arma con le proprie mani, dovrebbero almeno essere convinti del significato degli interventi militari: la leadership militare e il governo vogliono che il Bundeswehr diventi un attore globale e cerchi una base politica stabile a lungo termine nella popolazione. […] E il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg (CSU) sa dove trovare i giovani: “La scuola è il posto giusto dove raggiungere i giovani“…» [xv]

Ecco perché dobbiamo quanto prima unificare le forze disponibili, per contrastare questo sconcertante fenomeno. A livello internazionale esistono già molte organizzazioni operanti in tal senso, dalle statunitensi Veterans for Peace [xvi]e National Network Opposing the Militarization of Youth [xvii] alla britannica Peace Pledge Union [xviii]edalla spagnola Alternativa Antimilitarista-MOC  [xix], giungendo poi alle reti internazionali come la War Resister’s Int’l [xx].

Educazione e militarizzazione sono concetti antitetici, per cui un’educazione civica svolta dai militari è un autentico ossimoro. È il momento di fare obiezione e di voltare decisamente pagina.


Note

[i] V. il sito web dell’Assessore Donazzan: http://www.donazzan.it/

[ii]  Cfr. gli articoli: https://www.nextquotidiano.it/elena-donazzan-contro-i-docenti-sovversivi-che-non-vogliono-i-militari-a-scuola/?fbclid=IwAR2mgPKoDrdUnQQOarNfpWNF2qB738wUOUCptstm9unjx8rq8kQPfOgDyRk  e https://corrieredelveneto.corriere.it/venezia-mestre/cronaca/19_ottobre_29/quattro-novembre-venezia-professori-studenti-non-incontrano-militari-4336329e-fa61-11e9-b1d3-8ef4db66594d.shtml?refresh_ce-cp 

[iii] Ermete Ferraro, “Ma che bellica scuola!” (12.03.2016), Ermetespeacebook > https://ermetespeacebook.blog/2016/12/03/ma-che-bellica-scuola/

[iv] Matteo Saudino,” Il quattro novembre a scuola” (03.11.2019), Comune.info > https://comune-info.net/il-4-novembre-a-scuola/ -vedi anche l’articolo di Antonio Mazzeo “Che nelle scuole si torni a disobbedire ad ogni guerra” > https://www.scomunicando.it/notizie/antonio-mazzeo-che-nelle-scuole-si-torni-a-disobbedire-ad-ogni-guerra/

[v] Alex Corlazzoli, “Venezia, prof e studenti boicottano incontro con Forze Armate al liceo…” (31.10.2019), Il Fatto Quotidiano > https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/30/venezia-prof-e-studenti-boicottano-incontro-con-forze-armate-al-liceo-assessore-regionale-docenti-sovversivi-come-allepoca-delle-br/5541115/

[vi] Pax Christi Italia, Presentazione del progetto ‘Campagna Scuole Smilitarizzate’ (26.04.2013) >http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/1_Presentazione-Campagna-Scuole-Smilitarizzate1.pdf

[vii]  Vedi: http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/3_Manifesto-di-una-Scuola-Smilitarizzata1.pdf

[viii]  Ferraro, “Ma che bellica scuola!”, cit.

[ix]  Vedi: https://www.miritalia.org/

[x]  Peace Pledge Union, Militarism in schools > https://www.ppu.org.uk/militarism/militarism-schools  (trad. mia) ) – Vedi anche: https://www.independent.co.uk/news/education/education-news/underage-soldiers-in-britain-the-militarisation-of-schools-in-the-uk-a7529881.html

[xi]  S. Kershner & S. Harding, “Militarism goes to school “(25.07.2019), Critical Military Studies – Vol. 5, 2019, issue 3 > https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/23337486.2019.1634321?scroll=top&needAccess=truetrad   (trad. mia). Molto interessante è anche il saggio: Galavitz B., Palafox J., Meiners E., Quinn Th., “The Militarization and Privatization of Public Schools”, Berkeley Review of Education, 2 (1), 2011

[xii]  Cfr. Simon Shuster, “Inside Russia’s Military Training Schools for Teens”, TIME (Oct.19,2016) > http://time.com/4516808/inside-russias-military-training-schools-for-teens/

[xiii] Alain Refalo, “La militarization de l’école est en marche” (28.11.2018), Blog d’Alain Refalo > https://alainrefalo.blog/2018/11/28/la-militarisation-du-systeme-educatif-est-en-marche/  Vedi anche il suo libro “Hierarchie et désobeissence à l’ecole” (2018): https://alainrefalo.files.wordpress.com/2019/08/hic3a9rachie-et-dc3a9sobc3a9issance-c3a0-lc3a9cole.pdf

[xiv]  Claire Sadzot et Catherine Vanzeveren, “Bientôt une option ‘préparation militaire’en 5e et 6e secondaire”,  (29.07.2019), RTL Info >  https://www.rtl.be/info/belgique/societe/armee-ecole-option-5e-6e-secondaire-1144830.aspx (trad. mia)

[xv]  Andreas Speck, “Gegen die Militarisierung der Jugend” (30.05.2012), War Resister’s International > https://wri-irg.org/en/story/2012/countering-militarisation-youth-0?language=de (trad. mia)

[xvi] https://educationnotmilitarization.org/

[xvii] https://nnomy.org/en/content_page/item/653-the-militarization-of-american-public-schools.html

[xviii] https://www.ppu.org.uk/everyday-militarism

[xix] https://www.antimilitaristas.org/Insumissia-somos-asi-que-le-vamos-a-hacer.html

[xx]  https://wri-irg.org/en

© 2019 Ermete Ferraro

Un clima di guerra

L’onda verde e gli scogli del militarismo

Una manifestazione di FRIDAY FOR FUTURE

Tante persone sono rimaste davvero scosse dalle immagini di milioni di giovani scesi nelle piazze per manifestare il loro diritto al futuro e per dare la sveglia a scienziati conniventi, media reticenti e governi complici di chi quel futuro sta mettendo drammaticamente a rischio. Finalmente le istanze ambientali non sembrano più percepite come la preoccupazione un po’ esagerata di profeti di sciagure o di ecologisti catastrofisti e fanatici. Giustamente, le mobilitazioni di questa “onda verde” stanno mandando all’aria le priorità economiche e politiche di chi finora ha fatto finta di non rendersi conto che l’attuale modello di sviluppo – racchiuso nella parolina magica ‘crescita’ è non solo colpevole di stragi socio-ambientali, ma di fatto anche suicida.

Al netto sia dei persistenti ed assurdi negazionismi, sia della comoda tendenza a ridurre queste manifestazioni ad ingenue proteste oppure a considerarle solo manovre diversive rispetto ad un ecologismo più ‘serio’ e radicale, mi sembra quindi innegabile la presa che questo movimento sta esercitando su un’opinione pubblica spesso distratta o narcotizzata da altre finte emergenze. Ecco perché – pur con alcune doverose riserve su contenuti e parole d’ordine di quest’inedita mobilitazione globale per il clima – credo che essa stia comunque imprimendo una salutare scossa socio-culturale, prima ancora che politica, ad un’umanità sempre più massificata, omologata e drogata dal miraggio di uno sviluppo senza limiti e senza remore.

Eppure – come mi è già capitato di dire e di scrivere – è opportuno ribadire che un autentico ecologismo ha bisogno di una visione più ampia e complessiva, che sia capace d’inquadrare i fenomeni contro cui ci si batte (a partire dall’inquinamento atmosferico con le sue relative drammatiche conseguenze) all’interno di un preciso sistema di riferimento e di una chiara scelta di valori. Allo stesso modo mi lascia perplesso un ambientalismo sostanzialmente ancora antropocentrico e motivato quasi esclusivamente dalla paura del disastro ecologico prossimo venturo. Ma soprattutto mi preoccupa la quasi totale assenza nell’informazione mediatica di riferimenti alle minacce per gli equilibri ambientali – a partire da quelli climatici – derivanti dalla pesantissima impronta ecologica sul nostro Pianeta da parte del complesso militare-industriale.

Mi rendo perfettamente conto che è più semplice fare crociate contro l’inquinamento derivante dall’uso smodato delle plastiche oppure da un’agricoltura intensiva e chimicizzata e dalle emissioni gassose di allevamenti animali sempre più affollati ed innaturali. Capisco anche che non si possa fare a meno di partire dal puntare il dito anche sulla notevole impronta ecologica dovuta ai consumi individuali, agli stili di vita ed al tipo di alimentazione, sì da responsabilizzare un po’ tutti, evitando di scaricare le responsabilità solo sui grandi inquinatori. Non comprendo né giustifico, invece, la colpevole reticenza di chi intenzionalmente tace su una componente così rilevante dell’inquinamento atmosferico marino e del suolo, causato da attività delle forze armate sulle quali scienziati e governi hanno costantemente steso un complice velo di omertà.

«Le attività militari esercitano un’elevata pressione sul territorio nel quale vengono svolte, in particolar modo per quanto attiene all’utilizzo delle risorse naturali. Il loro consumo ed i danni operati all’ambiente emergono evidenti in occasione dei conflitti che, accanto alla perdita di vite umane, mostrano un deciso impatto sulle risorse naturali. […] …le attività militari, nelle loro molteplici forme, provocano decise ripercussioni sull’ambiente anche in momenti di non conflittualità. L’inquinamento dell’atmosfera e l’inquinamento acustico costituiscono le più evidenti manifestazioni delle conseguenze ambientali ma i principali effetti, in particolar modo a lungo termine, risiedono nella presenza di rifiuti tossici, contaminazioni chimiche e derivanti dall’utilizzo di oli e combustibili». [i]

Licenza di uccidere persone e territorio?

Devastazione ambientale in Ucraina (National Geographic)

I nostri sprechi quotidiani, lo sperpero di risorse energetiche, preziose perché esauribili, ed un modello di sviluppo incompatibile con gli equilibri ecologici richiedono una generale e comune presa di coscienza del baratro verso cui l’umanità si è irresponsabilmente avviata. Non mi sembra però ammissibile che si sottaccia o sminuisca l’incontestabile gravità della pressione esercitata dal complesso militare-industriale e dai tremendi esiti bellici che esso produce su ciò che chiamiamo ‘natura’, mettendo a rischio le stesse condizioni per la sopravvivenza del genere umano. Da sempre la guerra è di per sé morte, distruzione e devastazione ambientale. Si è giunti ora ad un punto di non ritorno, laddove si affaccia sempre più la minaccia di una tragedia nucleare e le tecnologie belliche sono diventate sempre più insidiose incontrollabili e micidiali, sebbene dichiaratamente volte a rendere l’intervento militare più mirato, ‘chirurgico’ e… ‘intelligente’.

«Lo scopo delle nuove teorie militari e di alcune tecnologie che si vanno sviluppando è di rendere “trasparenti” il nemico e il campo di battaglia. Nella futura “cultura militare” (non è un ossimoro, è quello che si insegna nei war college) non si tratta di avere i cannoni più grandi ma le telecomunicazioni più intelligenti. Le informazioni alimentano le armi, le quali, grazie a quelle, uccidono con precisione. la radiotrasmittente che il microvelivolo dello scenario del Pentagono lascia sul camion condurrà, a tempo debito, un missile micidiale sul bersaglio…» [ii]

La moltiplicazione degli scenari bellici, con sovrapposizione di guerre ipertecnologiche, guerre convenzionali e svariate forme di guerriglia, non può e non deve più restare fuori dalla portata dei riflettori accesi da tanti giovani che, giustamente, s’interrogano sul loro futuro e sulle possibilità d’invertire la trionfale marcia di un finto progresso che conduce invece alla devastazione del comune patrimonio ambientale. Non si tratta solo di contestare le pesanti conseguenze delle operazioni di ‘guerra guerreggiata’, in quanto il sistema militare rappresenta in sé una minaccia alla tutela dell’ambiente anche quando non è ‘operativo’. È infatti sempre più manifesto il suo enorme impatto sulle risorse energetiche, sulle condizioni dell’aria dell’acqua e del suolo e sulla sicurezza e salute delle comunità locali che, di fatto, va ad occupare, sottraendosi ad ogni controllo ed al rispetto dei vincoli normativi vigenti. Non manca chi ha sostenuto che i militari, controllando il territorio, lo avrebbero sottratto a speculazioni private e ai danni dello sfruttamento economico. Si tratta di quel paradossale ambientalismo ‘grigioverde’ sulla cui mistificazione mi ero già soffermato criticamente.

«La triste verità, invece – per citare un articolo apparso nel 2015 sul sito dell’UNRIC (un organismo dell’UNU) – è che “l’ambiente è una vittima della guerra troppo spesso dimenticata”. La tragica realtà che abbiamo tuttora davanti agli occhi, ci dimostra che, mutuando il titolo d’un saggio francese di ecologia politica, “la natura è un campo di battaglia” [xvi] sul quale si esercitano le forze oscure di un capitalismo selvaggio e cinico, che non esita a ricorrere al ‘razzismo ambientale’, colpendo soprattutto i più marginali, ed a ‘finanzializzare’ cinicamente perfino la crisi ecologica».[iii]

Basi militari, poligoni ed altre installazioni del genere, anche in situazioni di non conflittualità, sono una costante bomba ecologica, in seguito alla presenza ed all’utilizzo incontrollato di sostanze di natura chimica, batteriologica e nucleare anche nelle esercitazioni. É il caso del Poligono interforze di Quirra, in Sardegna, dove dal 1956 non si è mai smesso di sperimentare sistemi d’arma e nuove tecnologie connesse alle attività belliche. Le conseguenze sull’ambiente e sulla salute di chi ci abita sono state gravissime. A parte il peso dell’occupazione manu militari di 240.000 ettari di territorio, la Sardegna lamenta infatti una significativa crescita di malattie tumorali ed emolinfatiche connesse alle attività che si svolgono dagli anni ’50 nelle sue basi, poligoni ed aeroporti.

L’orco militarista: energivoro e tossico

Videogioco (God of War)

Nella tradizione popolare gli ‘orchi’ sono “mostri antropomorfi, giganteschi, crudeli e divoratori di uomini” [iv] . Pure il sistema militare – solo apparentemente assimilabile alle comunità umane- per le sue gigantesche dimensioni è fonte di terrore e di pesanti conseguenze ambientali, connesse alla incredibile voracità di risorse e di beni comuni. E siccome tutti i consumi producono a loro volta rifiuti e modificazioni ambientali, l’orco con le stellette è una rilevante fonte d’inquinamento. Ad esempio, ci sono i dati dell’impatto sul contesto urbanistico dell’allargamento della ex-caserma vicentina ‘Dal Molin’, dai quali si deduce che perfino i consumi ordinari (acqua, luce, gas) assumono sproporzioni ‘gigantesche’ quando si tratta di una base militare per circa 6.000 militari.

«Il progetto Dal Molin, come consumi, è pari a 30 mila vicentini per l’acqua, 5.500 per il gas naturale e 26 mila per l’energia elettrica. Cifre che da sole parlano chiarissime. Per Vicenza, la nuova base militare americana che il governo Prodi ha liquidato come un «problema urbanistico» rappresenterebbe un colpo assai pesante in termini di impatto ambientale e utilizzo delle risorse […] La città – dice l’ingegner Vivian – consuma 11,5 milioni di metri cubi l’anno. Pertanto, in relazione ai consumi idrici ipotizzati, è come se ci fosse un incremento di oltre 30 mila abitanti, e relative attività economiche, posti nel quadrante nord della stessa».[v]

Ma la più grave impronta ambientale del sistema militare è ovviamente imputabile al devastante impatto delle operazioni belliche sul deterioramento climatico globale. Basti pensare che nel periodo delle operazioni belliche in Iraq (2003-2007) quella sola guerra ha provocato l’emissione di 140 tonnellate di gas serra (CO2 equivalente) [vi] e che in generale le guerre – alla cui origine c’è sempre più il controllo egemonico sulle risorse petrolifere – sono causa di colossali sprechi e di disastri ambientali connessi ad esempio a bombardamenti d’impianti, petroliere, oleodotti e gasdotti.

«Un cappio al collo del pianeta e un vero circolo vizioso, come sintetizzava l’appello «Stop the Wars, stop the warming» lanciato dal movimento World Beyond War alla Conferenza sul clima di Parigi: «L’uso esorbitante di petrolio da parte del settore militare statunitense serve a condurre guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse, guerre che rilasciano gas climalteranti e provocano il riscaldamento globale. È tempo di spezzare questo circolo: farla finita con le guerre per i combustibili fossili, e con l’uso dei combustibili fossili per fare le guerre».[vii] 

La lettura del rapporto “Smilitarizzazione per una profonda decarbonificazione”, pubblicato dall’International Peace Bureau nel 2014, ci fa comprendere quanto sia assolutamente indispensabile per la salvezza del clima terrestre un ridimensionamento del complesso militare-industriale e degli eventi bellici di cui è portatore. [viii]  Il Pentagono statunitense, ad esempio, nel solo 2017 avrebbe immesso nell’atmosfera 59 milioni di tonnellate di CO2 (e di 1,2 miliardi di tonnellate tra il 2001 e il 2017), diventando di fatto il 55° paese più inquinante al mondo a causa delle sue emissioni ed essendo responsabile di circa l’80% di tutto il consumo energetico statunitense nello stesso lasso di tempo. [ix] Ovviamente questi dati possono sembrare allarmistici ed esagerati e molti si chiederanno come mai non se ne è mai avuta notizia. Ma basta pensare al mantello di segretezza che ricopre pesantemente qualsiasi manifestazione del sistema militare per comprendere quanto i cittadini sappiano poco o niente di ciò che avviene sul loro territorio, essendo espropriati di una parte di esso da una sua militarizzazione sempre più invadente. “Off limits” – il classico divieto di accesso che interdice ai civili le aree militari – significa dunque non solo che la comunità residente deve restare all’esterno di quella delimitazione, ma anche che le attività militari non sono soggette ad alcuna limitazione, monitoraggio o regolazione normativa valida per tutti gli altri soggetti. Ne deriva che: «La ‘riservatezza’ sulle questioni militari […] ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei gravissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra». [x]

Guerra al clima in un clima di guerra

Fonte: il manifesto (29.11.2018)

Elena Camino nel suo saggio ci spiega che bisogna cambiare prospettiva, per cui non dovremmo guardare alla guerra come una serie di eventi, bensì come un complesso e micidiale meccanismo, che non solo è distruttivo in sé, ma causa profonde modificazioni ambientali e sottrae risorse al benessere umano e ad ogni progetto di cambiamento del modello di sviluppo.

«… un processo sistemico che cattura, trasforma e infine degrada (termodinamicamente) enormi quantità di materia e di energia (oltre che di denaro) sottraendole ad altri destini e producendo materiali inquinanti e tossici per tutte le forme di vita sulla Terra».[xi]

Come scrivevo in un precedente articolo:

«La demistificazione che Ben Cramer – il polemologo francese docente all’Università di Parigi – fa dell’ossimoro che presenta i militari come difensori dell’ambiente, lo porta a formulare anche alcuni suggerimenti per fermare più credibilmente questa preoccupante corsa verso l’autodistruzione. Oltre a “climatizzare il Pianeta”, provvedendo ad arrestare con mezzi bio-ingegneristici il riscaldamento globale, […] bisogna non solo riconvertire, riciclare e cambiare modello di sviluppo, ma soprattutto “disinquinare smilitarizzando”». [xii]

Non si tratta di fare i conti in tasca solo ai giganti del sistema militare mondiale, come Stati Uniti, Cina, Russia, Arabia Saudita e Francia (per citare la top five degli stati più armati del mondo, secondo la classifica 2014 del SIPRI), perché faremmo bene a guardare con più attenzione anche a casa nostra. L’Italia, infatti, nello stesso anno era all’11° posto per spese militari, ma anche al terzo posto per esportazione di armamenti ed inoltre, nel 2012, ha prodotto 6,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica per persona, vale a dire il doppio della Turchia e quasi il quadruplo dell’India, che è fra l’altro il primo paese importatore di armi italiane (10% del totale). [xiii]

La scomoda verità è che – per citare il titolo di una recente testi di dottorato dell’Università di Lussemburgo – “gli impatti del militarismo sul cambiamento climatico (sono) una relazione gravemente trascurata”. Ed è per questo che questo corposo saggio denuncia che il militarismo – nel senso più lato è probabilmente il maggiore produttore di emissioni e di degrado ecologico.

«Prescindendo se in tempo di guerra o di pace, le forze armate mondiali consumano un’enorme mole di combustibili fossili, producono immense quantità di rifiuti tossici e presentano domande esageratamente alte d’ogni genere di risorse per sostenere le loro infrastrutture, il tutto esentato da restrizioni ambientali e da misurazioni delle emissioni. In base alla routine della teoria della distruzione, la guerra è condotta al giorno d’oggi principalmente per assicurare le risorse naturali che vengono a loro volta massicciamente consumate nel processo, stabilendo così un auto-perpetuante ciclo di distruzione. Inoltre, le spese militari sottraggono ingenti finanziamenti alle iniziative di mitigazione e adattamento del clima. Sembra ovvio che il militarismo è strettamente correlato al cambiamento climatico, ma sfortunatamente questo collegamento è stato enormemente trascurato, se non intenzionalmente ignorato». [xiv]

Che fare? La prima cosa è denunciare, demistificare e controinformare. L’opinione pubblica, finalmente scossa dalla salutare protesta dei giovani che rivendicano un futuro, non deve ignorare che larga fetta dei guasti che conducono sempre più velocemente al cambiamento climatico sono provocati dal pesante impatto ambientale del complesso militare-industriale. Ecco perché:

«…a mio avviso, ogni resistenza dal basso alle gerarchie imposte da chi comanda deve necessariamente tener conto che gli equilibri (o meglio, gli squilibri…) economici e sociali a livello globale sono assicurati proprio da un complesso militare-industriale che li difende. Allo stesso modo, non si dovrebbero sottovalutare i danni ambientali e sociali della militarizzazione del territorio e, soprattutto, deve essere chiaro che le guerre – in particolare quelle condotte tecnologicamente – sono di per sé una minaccia continua alla sicurezza, alla salute ed alla stessa sopravvivenza d’intere popolazioni».

Utopie pacifiste? Non direi proprio, visto che da 71 anni un piccolo stato del Centro-America, il Costa Rica, ha deciso radicalmente di “ripudiare la guerra”, eliminando del tutto le forze armate. Allo stesso tempo, ha intrapreso un virtuoso percorso di tutela del proprio patrimonio naturalistico e della preziosa sua biodiversità. Non è quindi un caso che l’opzione antimilitarista e pacifista si sia sposata con quella ecologista e perciò faremmo bene ad ispirarci a questa importante esperienza, per rilanciare una visione ecopacifista globale. Perché il continuo clima di guerra è il terreno su cui si è sviluppata la quotidiana guerra al clima, col serio rischio di negare un futuro ai giovani e di compromettere irrimediabilmente la stessa sopravvivenza dell’homo insipiens.


Note

[i] Daniele Paragano, Le basi militari negli Stati Uniti e in Europa: posizionamento strategico, percorso localizzativo ed impatto territoriale, Tesi di Dottorato di Ricerca in Geopolitica, Geostrategia e Geoeconomia, Università degli Studi di Trieste, A.A. 2007-08, p.142

[ii] Gordon Poole, Nazione guerriera – Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Napoli, Colonnese, 2002, p. 154

[iii] Ermete Ferraro, “Credere, Rinverdire e Combattere” – Il neo-ambientalismo dei Grigioverdi” (2018), Academia.edu >  https://www.academia.edu/37811619/Credere_rinverdire_e_combattere

[iv]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Orco_(folclore)

[v] Orsola Casagrande, “I conti in tasca alla nuova base USA di Vicenza”, il manifesto, 20.01.2007 > http://www.dimensionidiverse.it/dblog/articolo.asp?articolo=776

[vi] Fonte: https://climateandcapitalism.com/2008/03/19/global-warming-and-the-iraq-war/

[vii]  Marinella Correggia, “Militari di tutto il mondo in guerra col clima”, il manifesto (29.11.2018) https://ilmanifesto.it/militari-di-tutto-il-mondo-in-guerra-col-clima/ ; cfr. anche la fonte citata: https://worldbeyondwar.org/stop-wars-stop-warming/

[viii] Vedi: https://www.ipb.org/wp-content/uploads/2017/03/Green_Booklet_working_paper_17.09.2014.pdf

[ix] Vedi: Lorenzo Brenna, “Il Pentagono emette più CO2 di Svezia e Danimarca”, Lifegate, 14.06.2019, https://www.lifegate.it/persone/news/impatto-ambientale-co2-pentagono-ricerca

[x] Elena Camino, Guerra, ambiente, nonviolenza, (23.05.2016), Torino, Centro Studi “Sereno Regis” http://serenoregis.org/2016/05/23/guerra-ambiente-nonviolenza-elena-camino/

[xi] Ibidem

[xii] Ermete Ferraro, “Credere, rinverdire e combattere”, cit. – Il riferimento è al libro: Ben Cramer, Guerre et Paix…et EcologieLes risques de la militarisation durable, éd. Yves Michel, 2014

[xiii] Fonti: Stockholm International Peace Research Institute (2014) Trends in World Military Expenditure,

2013. SIPRI Fact Sheet > http://books.sipri.org/product_info?c_product_id=476  e World Bank Carbon Emissions per capita 2010 > http://data.worldbank.org/indicator/EN.ATM.CO2E.PC/countries

[xiv] Florian Polsterer, The Impacts of Militarism on Climate Change: A sorely neglected relationship, Master’s Degree in Human Rights and Democratization, University of Luxembourg (A.Y. 2014-15), p. 90

[xv] Ermete Ferraro, “Biocidio e guerre” Ermete’s Peacebook, (03.03.2019), Ermete’s Peacebook https://ermetespeacebook.blog/2019/03/03/biocidio-e-guerre/ . Vedi anche, dello stesso autore: https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/  – https://ermetespeacebook.blog/2016/06/15/cittadini-sotto-assedio/ –  https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/

Ermete Ferraro, L’Ulivo e il Girasole (Manuale V.A.S. di ecopacifismo), V.A.S. 2014 > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

© 2019 Ermete Ferraro