Embargo militare a Israele: perché sì

                                                                    “Ognuno è ebreo di qualcuno… oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”

PRIMO LEVI

La nonviolenza non è acquiescenza né complicità

Il M.I.R.  (Movimento Internazionale della Riconciliazione) è la branca italiana dell’I.F.O.R. (Int’l Fellowship of Reconciliation), organizzazione nonviolenta internazionale di matrice spirituale, fondata nel 1919, di cui hanno fatto parte anche alcuni premi Nobel per la pace, come Albert Luthuli, Martin Luther King jr. e Adolfo Perez Esquivel.  La branca italiana del M.I.R. è attiva fin dagli anni ’50 e ne hanno fatto parte molti attivisti per la pace di matrice religiosa ecumenica, fra cui i primi obiettori di coscienza e, per quanto riguarda la sede di Napoli, ricercatori e docenti universitari nonviolenti come Antonino Drago e Giuliana Martirani. Oltre a promuovere da molti anni incontri che facilitino il dialogo islamico-cristiano, l’IFOR e lo stesso MIR Italia hanno aderito varie iniziative di solidarietà con popolo palestinese. Lo stesso concetto di ‘riconciliazione’ – centrale per questo movimento – è fondato su due pilastri, ‘verità’ e ‘ giustizia’, ed indica comunque il risultato di un lungo processo di recupero di relazioni infrante dalla violenza e dall’oppressione, che non esclude affatto la resistenza nonviolenta a chi ne è artefice.  La riconciliazione, quindi, non equivale ad una pura e semplice ‘rappacificazione’, ma ha senso solo se si ristabiliscono giustizia e verità, anche attraverso forme di lotta che utilizzino tecniche nonviolente come la disobbedienza civile, la non-collaborazione, la resistenza passiva ed attiva ed il boicottaggio.  Ecco perché il M.I.R. si schiera con il popolo palestinese, vittima di una colonizzazione violenta da parte di un regime violento, antidemocratico e profondamente militarista e guerrafondaio come quello israeliano.

L’embargo militare come lotta nonviolenta

L’embargo è una sanzione a politiche che vanno contro la pace, la giustizia e la verità – quali l’occupazione militare, l’apartheid, la militarizzazione della società civile e le politiche securitarie come veicolo di oppressione – e consiste nel blocco degli scambi commerciali, in primo luogo ovviamente quelli riguardanti gli armamenti. Si tratta appunto di embargar  (in spagnolo: ostacolare, impedire) la manifestazione più concreta dell’aggressività e dell’oppressione di un’entità statale su una minoranza interna o su un altro stato sovrano e, al tempo stesso, di bloccare i flussi di denaro che derivano dal commercio di sistemi d’arma sempre più micidiali e sofisticati. In effetti, col termine ‘embargo’ ci si riferisce anche ad altri tipi di relazioni, solo apparentemente più innocue, come gli scambi commerciali di altri generi, ma anche quelli accademici e scientifici. Mai come adesso, infatti, il militarismo ed il sistema più ampio del complesso militare-industriale, sono intimamente connessi con settori in teoria civili – come la ricerca scientifica, tecnologica e perfino farmaceutica – in quanto molte di queste ‘invenzioni’ hanno una duplice veste, di cui quella di tipo bellico e securitario sono quasi sempre il terminale.  Ovviamente l’embargo non è una tecnica di difesa e resistenza civile e popolare in senso stretto, in quanto può essere deciso solo da entità statuali o internazionali, come misura punitiva verso chi si rende colpevole di crimini, discriminazioni ed altre forme di repressione contro una popolazione assoggettata militarmente. Bisogna però sottolineare che si tratta di una misura che organismi nazionali o internazionali decideranno di adottare solo se dalla società civile del paese oppresso e di altri con questo solidali saranno realizzare azioni dirette, azioni di lobbying, campagne di controinformazione e di sensibilizzazione e pressioni da parte di autorevoli organismi anche non-governativi. Ecco perché l’embargo – in special modo quello militare – rientra appieno tra le iniziative che un movimento nonviolento per la pace come il M.I.R. può e deve sostenere a tutti i livelli.

Le relazioni dello Stato d’Israele con U.S.A., U.E. ed Italia.

Ogni discorso su Israele deve tener conto della sua importanza geopolitica e delle relazioni internazionali che hanno consentito da parte dei suoi governi la sistematica violazione del diritto internazionale, garantendone l’impunità e rafforzandone la posizione. Gli Stati Uniti hanno da sempre accordato ad Israele sostegno politico incondizionato, lauti finanziamenti diretti e indiretti ed un’imponente collaborazione tecnico-scientifica col settore militare ed il commercio di apparati bellici.  La U.E., a sua volta, ha agevolato e promosso scambi con Israele di tecnologie militari e sicuritarie, del tutto incurante delle gravi e ripetute violazioni dei diritti umani e della escalation provocata dal macroscopico riarmo di uno stato nazionalista di meno di 8,5 milioni di abitanti, che però detiene armamenti nucleari, è al 17° posto nel mondo per importazioni di armi ed al 7° posto tra gli esportatori di armi verso gli stati europei. Non è quindi fuori luogo parlare di gravi complicità dell’U.E. con il regime oppressivo e discriminatorio d’Israele, che consente di fatto l’impunità dei suoi crimini ed il mancato accoglimento delle legittime richieste del popolo palestinese, vittima di un’annessione territoriale e di un’ostilità preconcetta ad ogni riconoscimento dei propri diritti.  Anche l’Italia – oltre ad essere il 3° destinatario delle esportazioni di sistemi d’arma da parte del governo israeliano – è stata troppo a lungo silente, succube e complice. Non si tratta, come nel caso dell’Europa, solo di un sostegno indiretto per motivi di non ingerenza o dovuto alla propria collocazione geopolitica. Si registra infatti anche una collaborazione crescente col sistema militare-industriale israeliano, spesso mascherata da cooperazione commerciale, scientifica o a livello accademico.

Perché sostenere l’embargo militare verso Israele?

Intervento di Ermete Ferraro (MIR Napoli) al webinar del 12 maggio 2021 c/o BDS Campania
  1. Un movimento pacifista, antimilitarista e nonviolento come il M.I.R. non può in alcun modo chiudere gli occhi sullo scenario israelo-palestinese, perché niente può giustificare decenni di occupazione militare, di violenta apartheid e di controllo militare e poliziesco dei territori palestinesi annessi e/o controllati. Ancora più grave, per un movimento d’ispirazione spirituale ed inter-religiosa, è poi il ricorso assurdo e blasfemo alla religione – nella sua forma più integralista – per giustificare comportamenti ispirati al suprematismo, alla discriminazione ed alla segregazione del popolo palestinese. Nessuna riconciliazione sarà dunque possibile senza che si ristabilisca verità e giustizia, ma questo dipende dal fatto che ogni stato, prima ancora degli organismi sovranazionali, si schieri in modo inequivoco a fianco delle lotte dei Palestinesi per ottenere uguali diritti, ritornare nei territori occupati, ricongiungersi con i propri fratelli profughi e con i tanti prigionieri politici. Sono esattamente i quattro obiettivi che si propone la richiesta di embargo militare verso Israele, illustrata con ampia documentazione nel Dossier pubblicato e diffuso da B.D.S.
  2.  Il secondo motivo per appoggiare questo provvedimento – manifestando la solidarietà internazionale con concrete pressioni ed azioni dirette – è che Israele, oltre a doversi fare carico della propria responsabilità per crimini e violazioni perpetrati, è diventato simbolo di una pericolosa e pervasiva militarizzazione della società e di un controllo poliziesco della sua popolazione. Non è certo un caso che gran parte delle esportazioni israeliane verso l’Italia ed altri paesi dell’U.E. riguardino non soltanto tecnologie propriamente ed esclusivamente belliche (sistemi d’arma, droni killer ed altri strumenti di morte), ma anche strumenti di controllo delle frontiere, di profilazione della popolazione e di spionaggio civile e militare. L’U.E. ne ha fatto largo uso proprio per arginare i flussi migratori dal sud e dal vicino oriente (vedi operazioni FRONTEX ed EMSA) e questi apparati fanno parte anche delle strategie della NATO e della crescente politica europea di difesa militare comune.
  3. Il terzo motivo per appoggiare come organizzazione per la pace l’embargo militare verso Israele è che, insieme ad altre sanzioni commerciali, al boicottaggio dei suoi prodotti ed al disinvestimento di fondi bancari che la sostengono, è il solo mezzo per disinnescare una tensione geopolitica che ci riguarda abbastanza da vicino e che alimenta ulteriori odi, contrapposizioni ed ostilità in quello stesso scenario. Demistificare luoghi comuni, smascherare collaborazioni sotterranee fra apparati di difesa, centri di ricerca e potenti lobbies industriali, infatti, è il solo modo per recidere il nodo di un sistema che si alimenta di violenza bellica e che esporta ovunque questo perverso intreccio militare-civile.
  4. Le armi alimentano i conflitti bellici ma sono anche fonte di pesante aggressione al territorio, all’ambiente ed agli equilibri ecologici. Come oppositori alla guerra e come antimilitaristi, dunque, non possiamo chiudere gli occhi di fronte a situazioni che richiedono un’opposizione ferma e comune degli ecopacifisti di tutto il mondo. Non ci sono, fra l’altro, solo le armi convenzionali ed il crescente peso di quelle nucleari, ma anche le nuove minacce che provengono da tecnologie belliche che utilizzano strumenti di guerra chimica e batteriologica, telematica, cibernetica e spaziale.  Perfino la pandemia da Covid-19 ha incredibilmente accresciuto il peso delle ambigue collaborazioni fra settori industriali civili e militari, attirando anche in Italia ingenti finanziamenti per tecnologie ibride e produzioni solo in parte riservate al settore civile (ad es. la robotica, le reti informatiche, gli strumenti di riconoscimento facciale etc.).  

Bisogna che questo appello all’embargo militare nei confronti d’Israele giunga ai governi, ma prima ancora ai popoli in nome dei quali decidono, perché non è possibile far finta di niente e girarsi dall’altra parte. In questo intricato ed annoso conflitto sarebbe da vigliacchi tirarsi fuori con la scusa che non ci riguarda, in primo luogo perché ciò non è vero, ed anche perché i veri nonviolenti non possono non lottare per la verità e la giustizia, anche quando perseguono la riconciliazione e la pace. Però l’embargo ed altre forme di mobilitazione devono essere appoggiate non a parole, bensì con azioni concrete – istituzionali e dal basso – in difesa del popolo palestinese e per la vera sicurezza internazionale, che non deriva dalla corsa agli armamenti ma dalla smilitarizzazione della società e dalla riconversione civile delle industrie che producono solo morte e distruzione.


© 2021 Ermete Ferraro

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