Che c’entrano le Regioni con le istanze ecologiste e pacifiste?
In occasione delle prossime elezioni dei consigli regionali, ho notato una certa timidezza da parte degli esponenti dei movimenti ambientalisti e pacifisti nel presentare ai candidati dei vari partiti istanze più specifiche, come se amministrare le Regioni o comunque far parte degli organismi consiliari – cui da decenni è riconosciuta una funzione non solo deliberativa ma pienamente legislativa in alcune materie – non avesse molto a che vedere con le loro specifiche vertenze.
Da attivista ecopacifista ed esponente locale e nazionale di un’associazione ambientalista che si muove da tempo su questa linea, vorrei controbattere la tesi secondo la quale gli Enti Regionali non avrebbero particolari competenze in tali materie, e quindi per coloro i quali si candidano alle prossime elezioni non avrebbe senso esprimersi su simili questioni, peraltro abbastanza scottanti e non particolarmente ‘popolari’.
Eppure in una regione come la Campania sappiamo tutti che lo scempio del territorio è largamente frutto di pratiche di cementificazione, di abusivismo edilizio e d’inquinamento delle varie matrici ambientali (aria, acqua, suolo). Eppure ai meno disattenti non dovrebbe sfuggire che non solo l’abusivismo edilizio ma anche la mancata pianificazione urbanistica del territorio campano ha finora dato vita a veri e propri ecomostri, Perfino la nuova legge urbanistica approvata dal Consiglio Regionale– paradossalmente proprio in nome della ‘rigenerazione’ e della tutela ambientale – sta di fatto aprendo nuovi spazi al saccheggio del territorio e alla sua ulteriore cementificazione, a danno delle risorse agricole e della tutela degli ecosistemi.
Lo hanno denunciato le associazioni ambientaliste ma anche autorevoli architetti, urbanisti, sindacalisti ed esponenti della società civile, elaborando e proponendo un’articolata proposta alternativa, chiamata non a caso ‘l’Altra Legge’, che mira ad un reale ‘governo del territorio’, per salvaguardare i delicati equilibri ecologici oltre che la legalità e la vivibilità.
La gestione del territorio va sottoposta a ‘servitù militari’?
Eppure, come denunciano le organizzazioni pacifiste, in Campania registriamo da decenni il territorio ed il mare tra i più militarizzati, gravati come sono da una quantità di servitù militari. Io stesso me ne sono ripetutamente occupato in vari contributi relativi a tale Campania Bellatrix e sempre meno Felix, mettendo in evidenza la presenza ingombrante ed assurdamente insindacabile di strutture ed impianti appartenenti non solo alle forze armate italiane, ma anche alla NATO e alla US Navy, di cui la Città Metropolitana di Napoli ‘ospita’ i relativi Comandi strategici, con evidenti ricadute negative, oltre che sull’ambiente e la salute, anche sulla stessa sicurezza delle comunità residenti.
Qualcuno obietterà ancora che le Regioni non hanno specifiche competenze in proposito, ma sbaglierebbe, poiché – ai sensi dell’art. 320 del Dlgs 66/2010 o ‘Codice dell’Ordinamento Militare’, nell’ambito del Titolo VI (“Limitazioni a beni e attività altrui nell’interesse della difesa”), presso ogni Regione opera già un Comitato misto paritetico, relativo alla normativa nazionale che impone limiti diretti al diritto di proprietà insistente su aree limitrofe ad opere permanenti o semi-permanenti di difesa. Il successivo art. 322 dello stesso testo legislativo, infatti, affidava a tale organismo l’esame dei programmi delle installazioni militari. Nella nostra Regione, ad esempio, si tratta dell’Ufficio speciale 304 00 00 – Legalità e Sicurezza integrata, Sistemi territoriali, Immigrazione (dirigente: Ciro Russo), che, tra l’altro, “cura gli adempimenti amministrativi connessi all’assolvimento degli obblighi derivanti dall’ordinamento militare e servitù militari”.
La normativa che disciplina le servitù militari è già molto restrittiva e tende ad oltrepassare le normative regionali in materia di ambiente, in nome delle esigenze prioritarie della ‘difesa’. Purtroppo – come è stato denunciato dall’Assessore competente della Regione Sarda (v. articolo) ma colpevolmente ignorato dai nostri politici – la proposta di legge n. 1887, a firma della deputata P. M. Chiesa (F.d.I.), all’esame della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, intende introdurre ulteriori e rilevanti modifiche al Codice dell’Ordinamento Militare.
Le esigenze della ‘difesa’ prevalgono su quelle dei cittadini?
In effetti, si sottolinea nell’articolo citato, tale modifica “rischia di subordinare, in modo indeterminato, l’efficacia delle normative regionali a una valutazione discrezionale e unilaterale da parte dello Stato. Particolarmente allarmante è la previsione secondo cui i siti militari e le aree addestrative permanenti verrebbero assimilati ai siti industriali dismessi. Una simile equiparazione comporterebbe, nei fatti, l’adozione di soglie di contaminazione del suolo più elevate – ad esempio metalli pesanti, idrocarburi o esplosivi residui – rispetto a quelle previste per uso residenziale o agricolo, riducendo le garanzie di tutela ambientale e sanitaria per la popolazione e per gli ecosistemi […] Un ulteriore motivo di preoccupazione è rappresentato dalla disposizione che subordina alla previa autorizzazione dello Stato Maggiore della Difesa l’apposizione di vincoli ambientali e paesaggistici da parte delle Regioni”.
Eppure nessuno ne parla, ma non può sfuggire che, proprio in un momento in cui l’attuale governo intende estendere le competenze regionali in nome dell’autonomia gestionale, approvando quei due brevi emendamenti alla normativa vigente, lo Stato esproprierebbe totalmente gli Enti regionali della loro facoltà di salvaguardare gli equilibri ecologici del proprio territorio, apponendo vincoli alla realizzazione di strutture potenzialmente incompatibili con essi. L’ultima parola su tali eventuali conflitti tra esigenze ambientali e militari, infatti, spetterebbe dunque direttamente “allo Stato maggiore della Difesa”, bypassando ogni potere di controllo amministrativo e politico degli organi democraticamente eletti.
Mare risorsa comune oppure privatizzata e militarizzata?
Da ecopacifista – fin dagli anni ’70 impegnato come ricercatore, educatore e attivista nelle organizzazioni nonviolente ed antimilitariste ed attualmente Presidente dello storico Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR Italia) – ritengo davvero preoccupante una simile ed ulteriore militarizzazione del nostro territorio, sempre più sottratto a controlli ambientali ed a legittimi vincoli socio-economici.
Bisogna inoltre denunciare la persistente ed allarmante presenza in Campania di ben due porti nuclearizzati (Napoli e Castellamare di Stabia), per la cui sicurezza si è fatto finora poco o nulla, nella totale opacità dei piani di protezione civile pur vigenti da decenni. Sull’esigenza di trasparenza ed informazione dei cittadini, infatti, si è battuto il Comitato Pace e Disarmo Campania (cui da lungo tempo aderiscono, in chiave ecopacifista, sia il Circolo di Napoli di V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), sia la sede di Napoli del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione), pubblicizzando il già secretato Piano di Emergenza Esterna del Porto di Napoli e premendo sulle istituzioni, a partire dal Comune, per una sua effettiva attuazione.
Come tacere, infine, del fatto che perfino i nostri splendidi litorali sono stati da tempo sottratti per il 60% alla fruizione pubblica, riservandone addirittura alcuni all’esclusivo utilizzo del personale delle forze armate, con ben 7 spiagge militari? (vedi in proposito il mio articolo sulla rivista Nuova Verde Ambiente n.2/2023, p.32 ed il comunicato stampa VAS Napoli di ottobre 2025). Anche della meritoria mobilitazione di comitati civici ed associazioni ambientaliste per rivendicare il diritto di tutti i cittadini a godere della risorsa-mare ed a vederla protetta da ogni forma d’inquinamento e degrado ecologico, in questa campagna elettorale si è parlato troppo poco, come se la Regione dovesse occuparsi d’altro. Ecco perché, da ecopacifisti, facciamo appello alle forze politiche affinché invece tengano opportunamente conto del ruolo che essa può e deve avere per scongiurare un’ulteriore sottomissione del governo del territorio alle discutibili esigenze della ‘ragion bellica’.
Un’amica pacifista mi ha segnalato questo manifesto, che pubblicizza una tecnica ginnica esplicitamente ispirata all’addestramento militare, qualificandola come “una proposta diversa”. E diversa lo è davvero, visto che – leggendo le informazioni fornite dal sito di riferimento – si nota che chi la promuove ci tiene a prendere le distanze dalla tradizionale ginnastica delle palestre, che cercherebbe di compensare la sedentarietà ed il ritmo troppo statico della vita moderna solo in nome del fitness, cioè di una forma fisica di natura prevalentemente estetica.
“Tali corsi il più delle volte risultano una coperta troppa corta, in quanto il cliente del centro fitness cerca solitamente di evitare un eccessivo sforzo fisico. Il cliente, dopo un’ora di corso, vuole sentirsi ancora riposato. […] qui nasce lo scarso risultato fisico di molti utenti dei centri fitness, in conseguenza la scarsa affiliazione dei centri stessi. Da qui, per esperienza personale, è nata la Ginnastica Dinamica Militare Italiana, una tipologia di allenamento consolidata nel tempo”. [i]
Gli attributi dinamica, militare e italiana, che qualificano tale proposta ginnica sono già abbastanza espliciti rispetto al loro modello di riferimento, come l’uso del sostantivo sfida e l’insistenza sulla diversità della G.D.M.I., pur chiarendo che si tratta di una disciplina sportiva riconosciuta fin dal 1978 dal CONI, attraverso il C.S.I. Questa proposta, peraltro, fa esplicito riferimento ad alcuni ‘principi’ di fondo:
“Chiunque può far parte di Ginnastica Dinamica Militare Italiana, ma deve indossarne i colori, abbracciarne pedagogicamente i precetti, credere che siamo in vita per un percorso di adattamento conoscitivo alle avversità e che tanto più si conosce adattandosi, insieme e non individualmente, quanto più si avanza in un cammino che non finisce su un binario morto”. [ii]
Qui il linguaggio adoperato deborda dal tono pubblicitario al propagandistico, evocando i tipici ‘valori’ militari, come l’etica dello sforzo, il superamento del limite fisico e l’impegno a adattarsi collettivamente alle ‘avversità’. Si avvertono in sottofondo gli echi della tradizionale retorica ‘maschia’ delle forze armate, che da sempre fa appello a motivazioni quali: “coraggio, disciplina, austerità, obbedienza …. spirito di sacrificio, cameratismo, spirito di corpo… altruismo…. senso del dovere… fermezza, tenacia, ordine… abnegazione”. [iii]
Ma veniamo ai tre ‘principi’ ispiratori di questo allenamento ginnico, la cui carta d’identità è così sintetizzata: “adatto a tutti – senza attrezzi – solo il tuo corpo – forza esplosiva” [iv]. Il primo di essi recita:
“Le esercitazioni sono sempre condotte in assetto antigravitario con totale assenza di marchingegni carichi in contro resistenza”, motivando il rifiuto di ogni attrezzatura meccanica come un allenamento artificiale, in quanto sarebbe un “adattamento muscolo attivo del corpo che viene protocollato dal cervello come necessario e che porterà all’ipertonia ma non all’armonia e funzionalità fisiologica”.[v]
Il secondo assioma della G.D.M.I. è così enunciato:
“Totale mancanza di comfort e, quindi, attività svolta a creare un processo adattivo importante permanente e progressivo di carattere educativo culturale fisico motorio”. Ecco perché si utilizzano “spirito e corpo delle dinamiche di appartenenza militare in quanto le esercitazioni proposte vengono date in forma di comando, un metodo atto aforzare con la dovuta aggressività le barriere resistenti psico-culturali che sono alla base dei processi di adattamento alla sedentarietà e alla disapplicazione fisico sportiva” [vi].
Il terzo e ultimo ‘principio’ , dopo aver sottolineato la “totale assenza di competizione”, riconduce questa scelta alla solidarietà-collettività tipica dell’addestramento militare, in quanto
“l’impegno del gruppo a ripetere tutti insieme l’esercizio non fatto dal singolo, come nelle caserme, serve a creare coesione” [vii].
Al di là della retorica militare che trasuda anche dalle immagini che accompagnano queste enunciazioni sul sito web (raffiguranti schiere di atletici e atletiche giovani che si esercitano… uniformemente e a corpo libero rigorosamente all’aperto, tra bandiere e scudetti tricolori, seguendo i ‘comandi’ del loro allenatore), è importante soffermarsi sul lessico utilizzato, tipico di un codice ben preciso. Infatti, da espressioni come sfida, adattamento, totale mancanza di comfort, spirito di appartenenza militare, comando, dovuta aggressività, esercizio alla coesione affiora una ben precisa visione cameratesca e ‘formativa’, caratteristica dell’allenamento tosto e maschio da caserma.
Dopo la militarizzazione delle istituzioni scolastiche ed universitarie, quindi, si afferma sempre più il connubio sport-militari, che in questo caso va oltre la tradizionale intromissione delle forze armate in ambito atletico-olimpionico (attraverso i gruppi sportivi di esercito, carabinieri, polizia, guardia di finanza ed altri corpi), ma pervade anche l’ambito ginnico, proponendosi perfino ai più giovani come un modello ‘alternativo’.
“Preparati a cambiare te stesso” è lo slogan di questa disciplina. Bisogna capire però in quale direzione viene orientata questa proposta di cambiamento, marcatamente ispirata ai cosiddetti ‘valori’ militari. Alla disciplina e allo spirito di corpo la nonviolenza contrappone invece un ben diverso modello di valorizzazione della fisicità, più profondo, non aggressivo, incentrato sulla persona ma al tempo stesso cooperativo.
In questa giornata mondiale della nonviolenza, quindi, colgo l’occasione per ricordare che addestrarsi ad essa, secondo Gandhi, richiede una disciplina interiore, la forza della verità e la trasformazione personale, con una integrazione armoniosa delle dimensioni intellettuale, corporea e spirituale dell’individuo. Il resto lasciamolo alla retorica da caserma.
Di recente, una delle parole ricorrenti nelle cronache politiche – si tratti di articoli giornalistici, servizi radio-televisivi o note pubblicate sui social media – è sicuramente ‘terrore’, coi suoi ancor più frequenti derivati ‘terrorismo’ e ‘terrorista’. Quest’ultimo attributo, peraltro, è stato sempre più spesso applicato arbitrariamente a soggetti che forse non rientrano nell’ordine sociale costituito, però non esercitano particolari minacce né alcuna concreta azione ascrivibile a tale modalità violenta, con l’evidente scopo di stigmatizzare e perfino criminalizzare impostazioni alternative, tacciandole come illegali o comunque pericolose per l’ordine pubblico.
Se interpelliamo un motore di ricerca che utilizza l’I.A., ad esempio digitando “termine ‘terrorista’ nei giornali”, il risultato è il seguente:
«Nei giornali, il termine ‘terrorista’ si riferisce a un individuo o a un gruppo che commette atti violenti per incutere terrore o costringere i governi e le popolazioni a cambiare le loro politiche, utilizzando tattiche come attacchi improvvisi, imprevedibili e sleali per indebolire o eliminare il nemico. L’uso del termine è spesso controverso, poiché può essere utilizzato per descrivere anche le azioni di gruppi di liberazione nazionale, creando difficoltà nella definizione del fenomeno. Definizione di terrorista: Un individuo o un gruppo che utilizza la violenza per raggiungere obiettivi politici o ideologici»[i].
Le caratteristiche di un’azione terroristica, quindi, sarebbero sostanzialmente tre: modalità violente di azione; finalità ideologiche rivolte ad indebolire, spaventare o intimidire gruppi sociali o mettere in crisi le autorità; aggressioni sleali, perché improvvise, imprevedibili e difficilmente fronteggiabili. Laddove tale terminologia venga invece adottata in situazioni in cui siano assenti questi tre essenziali elementi, dovremmo di conseguenza considerarla non solo impropria ma deliberatamente falsa, provocatoria e lesiva nei confronti dei soggetti destinatari di tali accuse.
Se ci riferiamo specificamente alla legislazione in vigore in Italia dal 2005, la fattispecie del ‘terrorismo’ è definita dall’art. 270-sexies del nostro Codice Penale, che definisce tali:
“le condotte capaci di arrecare grave danno a un Paese o a un’organizzazione internazionale allo scopo di intimidire la popolazione, costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale ad agire o astenersi dall’agire, oppure di destabilizzare le strutture fondamentali di un Paese o organizzazione” [ii].
In questo caso il legislatore, piuttosto ambiguamente, non ha attribuito a tali condotte le esplicite caratteristiche della violenza e della slealtà, concentrandosi piuttosto sulle finalità ‘sovversive’ ‘intimidatorie’ e ‘destabilizzanti’ delle azioni considerate. Con questo sottile espediente semantico, però, anche le attività che utilizzino solo la forza persuasiva morale della nonviolenza – come la disobbedienza civile, il boicottaggio, l’obiezione di coscienza etc. per indurre le pubbliche autorità “ad agire o astenersi dall’agire” in un determinato modo, rischiano di essere giudicate sovversive se non terroristiche…
Prima di andare avanti, mi sembra il caso di chiedersi se sappiamo davvero che cosa significa esattamente ‘terrore’. Siamo pienamente consapevoli dell’etimologia di questa parola? Ebbene, il classico Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani, nella sua versione online, spiega che ‘terrore’ deriva da una base lessicale latina.
«TERREO per *TERSEO *TRES-EO, propriamente faccio tremare, dalla radice TRAS – TRAS […] che è nel sanscrito TRAS-ATI TRAS-YATI tremare […] spavento grande segnato dal color pallido e tale da produrre tremito delle membra, da far piegar le ginocchia a chi ne è colpito»[iii].
Anche un’altra più recente risorsa lessicale conferma questa spiegazione, precisando che:
«L’etimologia del termine terrore è da ricondursi al verbo latino terreo o terseo, che significa letteralmente fare tremare, impaurire, da cui deriva anche il verbo atterrire. In questo verbo troviamo, quindi, la radice tras- o tars- che significa letteralmente muovere, agitare e che ritroviamo in molti termini che hanno a che fare con lo spostamento di cose o persone (trasloco, trasporto etc.) o come nel nostro caso con una turbolenza interiore provocata dalla paura»[iv].
Sul piano strettamente etimologico, pertanto, la fondamentale caratteristica del ‘terrore’ è la sua capacità di smuovere, agitare, impaurire – come ben sanno tutti quelli che siano stati almeno una volta spettatori di un film di tale genere o lettori di una storia terrificante – ma senza che ciò comporti una specifica finalità eversiva, violenta o costrittiva o un danno concreto, rappresentando piuttosto l’abile esercizio d’un efficace stimolo psicologico, al fine di provocare una reazione di tipo emotivo.
Non c’è dubbio che spaventare il prossimo non sia un atto accettato volentieri, ma è pur vero che spesso indurre tale reazione non implica finalità negative o aggressive, puntando invece a suscitare un turbamento, una presa di coscienza o un auspicabile cambiamento, come accade quando a ‘terrorizzare’ la sonnolenta ed inerte opinione pubblica sono gli attivisti per la pace o per la difesa degli equilibri ambientali a rischio.
Anche i soggetti politici che decidono di utilizzare modalità alternative di contestazione – come l’azione diretta, l’organizzazione di proteste, presidi ed altre eclatanti manifestazioni di denuncia – non intendono affatto intimidire – o peggio ‘danneggiare’ le persone cui si rivolgono e neppure minacciare o destabilizzare le autorità pubbliche, piuttosto esercitare un legittimo diritto democratico di critica e di proposta alternativa.
Ecco perché suonano assurde le accuse di ‘terrorismo’ rivolte nei confronti della spedizione Global Sumud Flotilla – pacifica missione internazionale umanitaria di solidarietà col popolo palestinese – proprio da un ministro del governo israeliano, che da anni si accanisce a privarlo dei suoi diritti, a sterminarlo senza pietà e a deportarlo dalla sua terra, incredibilmente in nome della tutela della propria ‘sicurezza’[v].
Le parole ebraiche indicanti il terrore sono טרור (teror) o אימה (ijùm) o anche מחבל (m’chabel). Quest’ultimo termine, ad es., deriva dalla radice triconsonantica חבל (ch-b-l), che ha il significato di “danneggiare”, “distruggere”, o “rovinare”, azioni queste difficilmente attribuibili alla popolazione civile di Gaza e della Cisgiordania, vittima inerme di una violenta invasione armata.
Ecco perché il termine terrorismo non è applicabile agli attivisti che rischiano la vita in quella missione nonviolenta, bensì a coloro i quali non hanno scrupoli ad utilizzare la fame, le distruzioni, le stragi e l’aggressione quotidiana per costringere un’intera popolazione alla deportazione ‘volontaria’ dal proprio paese, rendendo così ancor più palese il nesso semantico tra un violento atto terroristico e l’obiettivo di costringere persone a spostarsi, a tras-locare loro malgrado.
Sono queste le azioni davvero ‘tremende’, che infatti producono ‘tremito’ e mirano a far ‘piegare’ le ginocchia’ a chi ne è vittima da decenni, proprio come l’agnello della favola esopica, accusato da un feroce lupo d’inquinargli – stando a valle – l’acqua del fiume, giusto per avere un pretesto per sbranarlo. Comunque…
Mentre stenta a diffondersi ed affermarsi un modello di comunicazione nonviolenta – sebbene anche in Italia la ricerca e l’educazione in tal senso stiano diventando a poco alla volta argomento di studio e di approfondimento [i], non possiamo fare a meno di notare che l’attenzione a modalità comunicative più efficaci e convincenti sembra essere diventata una delle priorità del Ministero della difesa. Questo insolito impegno dei nostri vertici militari sul piano della comunicazione può senz’altro essere ricondotto alle abituali strategie propagandistiche delle forze armate, ma non credo che si debba sottovalutare che alla comunicazione da adottare da parte loro sia stato dedicato anche un apposito manuale [ii].
La contaminazione del settore militare da parte del lessico aziendalista non è certamente una novità, così come in ambito aziendale da tempo si parla di ‘strategie aziendali’, usando spesso un linguaggio piuttosto bellico. Gli obiettivi della comunicazione efficace, finalizzata alla promozione del marketing, sono stati già mutuati da organizzazioni con caratteristiche molto differenti, come è successo con la scuola e come ora accade con la difesa. Anche in tali ambiti, infatti, chiarezza, coerenza e capacità di cogliere il bersaglio sono comunque fondamentali, insieme all’impiego d’un linguaggio credibile, carismatico e soprattutto persuasivo.
La tendenza ad impiegare particolari modalità comunicative in ambito militare ha caratterizzato soprattutto le forze armate statunitensi, dove l’attenzione ad un linguaggio ‘effective’ è sempre stata più marcata. In un recente articolo [iii], ad esempio, s’individuavano a tal proposito 16 ‘principi-chiave’, di cui i principali sono: chiarezza, brevità, empatia, adattabilità, linguaggio positivo, intelligenza emotiva. Un’altra fonte per capire come le forze armate degli USA hanno affrontato la questione è un capitolo di un libro dedicato specificamente alla ‘comunicazione militare’ [iv]. Una buona comunicazione – vi si afferma – è la pietra angolare di una leadership efficace e un’importante componente in ambito militare, in quanto accresce la consapevolezza delle questioni e fornisce possibili soluzioni, facendo anche da ponte verso le altre sensibilità culturali e quindi facilitando il consenso.
Nel manuale predisposto dal Ministero della difesa italiano, più che ad una generica efficacia comunicativa del linguaggio militare, sembra però che si punti a un obiettivo più specifico: omogeneizzare e rendere accattivante e persuasiva l’immagine delle nostre forze armate, allo stato non particolarmente brillante. Non è un caso che le finalità perseguite da quel dicastero [v] siano stati individuate principalmente nella identità, sinergia, rapidità, credibilità, efficacia ed integrazione del c.d. ‘strumento militare’, lasciando intendere che finora esso sia stato caratterizzato in modo abbastanza differente.
Fondare la comunicazione della Difesa su quei sei pilastri è dunque considerata dai vertici politici e militari la bussola per orientare le sue attuali e future strategie propagandistiche verso la società civile, le agenzie formative ed il mondo della produzione, penetrandole e contaminandole con i propri ‘valori’. Ecco perché vale la pena di approfondire questo aspetto, proprio alla luce della crescente pervasività della ‘cultura militare’ nella nostra società.
Metalinguistica della comunicazione militare
Scandagliare le modalità comunicative di testi riguardanti la Difesa, utilizzando le tecniche dell’ecolinguistica ed in particolare l‘analisi critica del discorso’, è un esercizio che ho già illustrato nel mio ultimo libro [vi] e praticato in alcuni articoli sul mio blog ecopacifista [vii].
In questo caso, però, la mia indagine assume dei tratti metalinguistici, perché non si tratta tanto di analizzare le caratteristiche linguistiche di un testo, ricavandone informazioni sulle sue reali finalità comunicative, quanto di cogliere tali aspetti in uno scritto che indica ai militari proprio le modalità da adottare nella loro comunicazione pubblica.
L’opuscolo ministeriale, a partire dal dichiarato perseguimento dei sei obiettivi già anticipati, si pone infatti come un concreto manuale di comunicazione efficace per i vari gradi e funzioni delle forze armate italiane, il cui ‘scopo’ sarebbe “garantire che i cittadini siano adeguatamente informati e coinvolti, favorendo la loro consapevolezza e partecipazione nelle scelte e attività pubbliche” (p. 3). Poche righe più avanti, questa finalità ‘sociale’ viene di fatto smentita dall’affermazione che tale “policy comunicativa”. deve comunque essere in linea con le linee programmatiche del Ministero della difesa emanate nel 2023 e che “rappresentano il principale riferimento normativo e strategico per l’individuazione degli obiettivi che dovranno essere perseguiti dalla Funzione Comunicazione della Difesa”.
Il lodevole scopo informativo e partecipativo dichiarato in premessa, però, mal si concilia col prioritario rispetto gerarchico di rigide norme e finalità strategiche calate dall’alto, fra cui spiccano: (a) la centralità geopolitica del Mediterraneo e dell’Africa (“fronte sud dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea”); (b) il posizionamento dell’Italia come “hub energetico per l’Europa”; (c) la collaborazione con organizzazioni globali come ONU, NATO e UE per “la rinnovata promozione di un ordine internazionale” (p. 4); (d) “La gestione delle risorse idriche e alimentari, cruciale per la sicurezza nazionale e l’economia”; (e) la Cybersecurity e il dominio italiano “in materia spaziale ed aereospaziale”.
Tutti questi obiettivi politico-militari non sembrano affatto una semplice proposta da sottoporre al confronto democratico, semmai decisioni già assunte, che comunque occorre far…digerire alla comunità civile in modo indolore.
“L’evoluzione della società richiede che la Difesa non solo si adatti ai cambiamenti, ma che diventi un agente di trasformazione, migliorando continuamente le proprie strutture, la formazione e le capacità decisionali. Questo implica una valorizzazionedelle diversità, una promozionedella meritocrazia e un adattamento a tempi in cui la rapidità di azione e la capacità di visione globale sono essenziali” (p. 5).
Emerge con chiarezza l’esigenza di un cambiamento nella postura della struttura difensiva italiana, improntandola ad un modello d’azione decisamente più aperto, efficiente e veloce, come conferma il tris di aggettivi usati poco dopo per prefigurare appunto “una Difesa italiana rinnovata, più agile ed efficace”, in cui le forze armate siano “pronte a gestire sfide di complessità crescente”, con una “visione interforze” (pp.5-6). Ma il cuore del discorso, nello specifico, mi sembra la seguente affermazione:
“La Comunicazione ha come obiettivo principalequello di presentare la Difesa e le Forze Armate come elementi essenziali del sistema nazionale e internazionale di sicurezza, al servizio della protezione delle nostre libertà. Sarà fondamentale comunicare l’immagine di un Comparto Difesa coeso, preparato, integrato ed efficiente, capace di esprimere tecnologie all’avanguardia, senza ignorare i costi e gli impegni che tale capacità comporta” (p.6).
Insomma, ciò che i vertici politico-militari ci vogliono far sapere è che: (i) grazie alle ff.aa. siamo e saremo più sicuri e protetti; (ii) ciò prevede la promozione di una loro immagine più coesa, efficiente e moderna. Questo messaggio, d’altronde, lascia intendere che tutto ciò non è proprio di attualità, ragion per cui l’urgente riforma strutturale dell’organizzazione militare va integrata da una valida campagna comunicativa, che fin da subito ne rafforzi e migliori l’immagine pubblica.
“Per tutti vale il tassativo indirizzo che … sempre, si dovrà far riferimento a un’unica realtà identitaria che si sintetizza con il termine “DIFESA” (p. 8), anche qui evocando per contrasto i fantasmi di cinque armi diverse e specifiche, in competizione tra loro.
I canali individuati dal manuale della Difesa per promuovere questa rinnovata ed unitaria immagine delle nostre ff.aa. sono molteplici. Si va dagli eventi pubblici (mostre, convegni, seminari…) ad iniziative culturali (editoriali, cinematografiche, televisive, accademiche…) ed a promozioni esterne (patrocini, campagne comunicative specifiche ed interministeriali…), partendo ovviamente da celebrazioni ufficiali più o meno popolari (7 gennaio, 17 marzo 25 aprile, 2 giugno, 4 novembre, 12 novembre).
I destinatari del documento vanno, gerarchicamente, dai decisori politici agli interlocutori interni alle ff.aa., passando per una generica ‘opinione pubblica’ e per gli ‘attori culturali ed economici’, cui recentemente il M.D. ha dedicato palesemente una particolare attenzione, infiltrando il sistema formativo e produttivo italiano. Ad un certo punto del documento, peraltro, si parla ancor più apertamente di “progetti pubblicitari e di brand marketing’” (p. 9), presentando il comparto della difesa come una sorta di ‘corporation’, che deve fare i conti con una ‘compatibilità finanziaria’ non adeguata a questa epocale trasformazione.
Quali sono gli obiettivi della comunicazione sulla difesa?
Nel documento ministeriale, le sei finalità generali della comunicazione militare (identità, sinergia, rapidità, credibilità, efficacia ed integrazione) vengono declinate con maggiore precisione, enunciando sei obiettivi da perseguire attraverso tale modalità comunicativa.
Identità verbale(#NOISIAMOLADIFESA), esplicitata come ricerca della ‘unità nella diversità’, in una logica ‘interforze’ che consenta una ‘integrazione’ sul piano fisico, cognitivo e virtuale. Per conseguire questo obiettivo, si precisa, va acquisita una ‘semantica condivisa’, in modo da ‘evitare le diversità’ ed ‘enfatizzare l’unità’.
“Va poi posto ogni sforzo per far conoscere l’entusiasmo, la passione, e la dedizione – in sintesi i valori – che caratterizzano l’agire del personale e l’appartenenza alla Difesa.Le Forze Armate dovranno effettivamente diventare nel più breve tempo possibile un unicum realmente integrato, interoperabile, complementare e armonizzato” (p. 10).
Sul piano semantico, è evidente l’insistenza sul concetto di unità, che richiede uno sforzo di integrazione, complementarietà ed armonia, per superare le ovvie diversità puntando invece sui ‘valori’ comuni delle ff. aa. Ma il fatto stesso che per descrivere la loro auspicata ‘unità’ siano utilizzare espressioni come ‘identità verbale’ e ‘semantica condivisa’ lascia trasparire che si tratta di una strategia comunicativa più che d’un effettivo cambiamento.
Sinergia delle componenti: essa sembrerebbe invece indicare una trasformazione più pratica e concreta dello ‘strumento militare moderno’, per conferirgli la “capacità di essere perfettamente interoperabile, complementare e armonizzato è necessaria per prevalere contro future minacce, non solo in ambito Alleanza, ma anche a livello nazionale” (p. 11). Le condizioni per raggiungere l’obiettivo sono, da un lato, l’integrazione dei processi formativi del personale e, dall’altro, una “profonda evoluzione in chiave interforze dello strumento militare sul piano ordinativo, logistico, tecnologico e normativo”, rivedendo le strutture di vertice ed unificando settori e servizi comuni delle ff. aa.
In questo secondo caso le parole-chiave sono sinergia ed integrazione, concetti che insistono su un’identità da costruire e richiedono quindi una fase intermedia di formazione degli addetti e di revisione delle strutture. In tale direzione, la realizzazione di una strategia comunicativa comune – sul piano linguistico ed informatico – viene appunto considerata essenziale.
Rapidità dei processi decisionali: in questo paragrafo noto una contraddizione tra la lusinghiera affermazione che “l’organizzazione delle forze armate è un’eccellenza nel panorama istituzionale nazionale” e quella immediatamente successiva, secondo la quale “si necessita, quindi, di una rapidità decisionale ben superiore a quella generata dall’attuale architettura della Difesa […] Un Sistema Difesa efficiente è un obiettivo che va raggiunto per il futuro della nostra Nazione e per il futuro delle Organizzazioni internazionali di cui facciamo parte” (p. 13). Insomma, premesso enfaticamente che in Italia il modello organizzativo della difesa è già ‘eccellente’, nel documento il suo vero limite allo stato è invece individuato nella sua non ancora adeguata ‘capacità decisionale’. Anche nell’enunciazione delle due condizioni per raggiungere tale obiettivo mi sembra che affiori una contraddizione. Se da un lato si auspica uno snellimento procedurale attraverso una logica bottom-up – che darebbe più peso alla base dell’0rganizzazione – dall’altro si sottolinea che “bisognerebbe spostare più in alto possibile il punto dove risiedono le conoscenze e competenze necessarie” (p. 13), richiamando invece una logica verticistica, di natura meritocratica e gerarchica. Resta poi oscuro e un po’ ‘inquietante il successivo riferimento alla ‘specificità d’azione del militare’ ed alla necessità di “guadagnare e mantenere un vantaggio cognitivo,attraverso una supremazia informativa predittiva”.
Credibilità dello Strumento di Difesa: “La credibilità delle organizzazioni, e prima ancora delle Istituzioni, passa anche attraverso un positivo ed efficiente rapporto di gestione delle risorse e output da esse prodotto – in particolar modo un efficiente rapporto tra personale impiegato e risultato ottenuto da tale impiego […] Occorre pertanto elaborare degli strumenti di misurazione e analisi quantitativi e qualitativi che ci permettano di valutare l’efficacia operativa in assenza di un impiego effettivo dello Strumento Militare.” (p. 15). In tale premessa, di sapore più aziendale che militare, spiccano due concetti-base tipici del processo produttivo, efficienza ed efficacia dell’azione intrapresa, misurabili in base ai risultati conseguiti. Le condizioni per raggiungere questo quarto obiettivo sono infatti il “miglioramento, monitoraggio e misurazione della performance addestrativa del personale” ed una “riflessione sull’adeguata ripartizione delle dotazioni organiche del personale militare rispetto alle esigenze funzionali”. Uscendo dal consueto burocratese, ciò significa che si bisogna procurarsi più idonei strumenti valutativi dei risultati, ma anche adeguare l’organico militare alle sue nuove ed accresciute necessità operative. Mi sembra importante sottolineare anche l’affermazione seguente: “L’attuale modello, basato essenzialmente sul meccanismo del transito in servizio permanente, preclude un regolare avvicendamento fra più anziani e giovani. Di contro, l’obiettivo dovrebbe essere quello di offrire ai giovani un’esperienza a tempo determinato, con un qualificato programma di reinserimento nel mondo del lavoro” (p. 16). Se sul piano quantitativo sembra che s’ipotizzi il ripristino di meccanismi certi e dinamici di reclutamento, su quello qualitativo si apre ad una ‘riserva selezionata’, composta da ‘esperti’ e personale “privo di pregresse esperienze militari”.
Sviluppo capacitivo ed efficacia d’impiego: il raggiungimento di questo obiettivo richiede “la certezza e la stabilità dei finanziamenti”, ma soprattutto “l’autonomia strategica nella ricerca scientifica e tecnologica: una sfida che vede il Sistema Difesa quale catalizzatore delle migliori energie creative, innovative e produttive del Paese” (p. 19). Emerge qui un elemento importante per l’efficacia del sistema militare, cioè la sua rivendicata autonomia in ambito scientifico e tecnologico. Una sorta di patente per agire in quel campo senza troppi controlli e limiti, in nome della difesa nazionale, come viene esplicitato in un successivo paragrafo, sul quale conviene quindi soffermarsi.
“…è bene spendere alcune parole per inquadrare anche sul piano etico e morale la questione della ricerca scientifica a fini militari. Per alleviare il senso di disagio che molti cittadini provano al pensiero che parte delle loro tasse sia utilizzata per finanziare lo sviluppo di moderni sistemi d’arma. Segnaliamo tre ragioni:la prima: è un dovere verso i nostri militari, che inviamo nel mondo, con questi sistemi d’arma, per difendere, ancor prima che i nostri interessi strategici, il supremo interesse di pace e sicurezza […] La seconda: noi siamo, quando ci muoviamo, dalla parte del giusto. Non perché siamo più bravi, ma perché la Costituzione è chiara. Il Parlamento si esprime e vigila. L’impiego delle nostre capacità militari è sempre stato e sempre sarà legittimo e rispettoso dei principi sanciti nel Diritto Internazionale Umanitario e dei conflitti armati […] La terza: larga parte del progresso della nostra società è una traslazione civile di innovazioni militari. Internet, il sistema GPS, il Radar, i Gruppi di Lavoro multi- disciplinari, i velivoli commerciali e i loro sistemi di sicurezza, i droni… sono solo alcuni esempi delle ricadute civili della ricerca a scopi militari” (pp. 19-20).
In questa parte del testo risulta evidente un atteggiamento autodifensivo dell’organizzazione militare che, non ignorando il ‘disagio’ morale della gente comune al pensiero che le tasse servano a finanziare progettazione e realizzazione di più moderni armamenti, intende rispondere con fermezza a tali obiezioni. La replica del Ministero si basa su tre princìpi che ritiene inconfutabili: 1) le ff. aa. difendono “il supremo interesse di pace e sicurezza” prima ancora che “i nostri interessi strategici”; 2) i militari sono, sempre e comunque, “dalla parte del giusto”, operando nella legittimità costituzionale e nel diritto internazionale; 3) la ricerca militare ha comunque “ricadute civili” che contribuiscono al progresso. Si tratta però di postulati tutti da dimostrare, affermazioni apodittiche che contrastano con la realtà.
La retorica dichiarazione di anteporre pace e sicurezza agli interessi nazionali, infatti, è già un’ammissione indiretta che questi due ‘interessi’ non coincidono. Anche la dichiarazione che le nostre ff. aa. sono costituzionalmente al servizio della democrazia repubblicana, oltre ad essere smentita da episodi più o meno recenti di trame e complotti, è contraddetta proprio dalla pretesa di ‘autonomia’ – e quindi di non sindacabilità e segretezza – della ricerca militare. Anche la terza affermazione è discutibile, poiché il possibile, ma non scontato, utilizzo civile delle c.d. ‘innovazioni militari’ non giustifica affatto la realizzazione di sistemi d’arma sempre più potenti e distruttivi.
Integrazione nei meccanismi dell’Alleanza e nei rapporti bilaterali. Ai nostri militari, a quanto pare, non basta un ruolo da comprimari o, peggio, da comparse nei sempre più frequenti film di guerra. “Quale che sia la natura o la fattispecie della nostra partecipazione, il ruolo della Difesa italiana non può limitarsi meramente a quello di nazione contributrice di truppe. Deve aumentare la nostra rilevanza e la capacità autonoma di influenzare processi e operazioni in ambito internazionale […] (bisogna) incrementare ulteriormente la nostra capacità di influenzare i processi decisionali politico-militari nei consessi internazionali cui partecipiamo.n tale ambito vi sono segnali assai incoraggianti, primo tra tutti l’essere riusciti a far riconoscere dalla NATO la priorità del Fianco Sud nel nuovo Concetto Strategico. Di pari importanza è il nostro contributo nella stesura della Bussola Strategica in ambito UE.” (p. 21). Le parole-chiave di questo obiettivo mi sembrano rilevanza e influenza. Da essi si percepisce una certa insoddisfazione per il non ancora adeguato riconoscimento del nostro ruolo militare, da cui la richiesta di maggiore spazio e rilevanza all’interno sia dell’Alleanza Atlantica, sia dell’Unione. Non a caso si rivendica la priorità di un ‘tavolo Esteri-Difesa’ ed una ‘postura più matura’ nei riguardi delle missioni militari all’estero, per le quali si rivendicano procedure semplificate ed il riconoscimento di una leadership.
Che cosa ci vuole comunicare la comunicazione militare?
Nella parte finale del documento troviamo una “Declinazione degli Obiettivi del Sistema Difesa in obiettivi di comunicazione”, a partire da alcuni ‘messaggi’ che la comunicazione militare dovrebbe opportunamente veicolare:
“cambiare la percezione dello Strumento Militare nazionale: da “efficiente e apprezzato in tutto il mondo, ma costoso” a “efficace e apprezzato in tutto il mondo, utile alla tutela degli interessi nazionali quale strumento di politica estera nonché formidabile volano di crescita per il Paese”;
far capire che “i finanziamenti della Difesa non sono un “costo” da sostenere sottratto a settori percepiti come socialmente più “utili”, bensì un “investimento” in sicurezza, libertà e prosperità economica”;
avviare un “processo di divulgazione e promozione della “cultura della Difesa” attraverso iniziative idonee a far conoscere le attività condotte dalle Forze Armate, sia quelle svolte nell’assolvimento dei propri compiti istituzionali sia quelle svolte a supporto della sicurezza e della stabilità globali nell’ambito delle Alleanze e delle Coalizioni di riferimento;
promuovere il “processo di ammodernamento dello Strumento militare in termini di avanguardia tecnologica, interoperabilità e digitalizzazione […] le attività della Difesa con diretta ricaduta sullo sviluppo del Sistema Paese (industria, politiche energetiche, politiche immobiliari) […] l’acquisizione di valide risorse umane, in termini di reclutamento, addestramento e formazione” (p. 23).
Ancora una volta sono richiamati aspetti che dovrebbero valorizzare il ruolo delle ff. aa. agli occhi della società civile, usando gli strumenti della comunicazione per scopi di propaganda militare. Ritornano infatti concetti-chiave già enunciati (efficacia, crescita, sicurezza, stabilità, modernità), ma con una maggiore insistenza sulle ricadute socio-economiche della riforma delle ff. aa. (apprezzamento, investimento, prosperità, sviluppo).
I “temi di comunicazione” esposti in conclusione sono una utile sintesi di quanto il M.D. (e quindi il Governo) intende affermare, ricorrendo ad alcune parole d’ordine, slogan/hashtag da utilizzare in chiave mediatico-pubblicitaria:
“Unità nella diversità”;
Difesa come “moltiplicatore di opportunità del brand Italia e non solo del made in Italy”;
“Difesa strumento indispensabile di deterrenza”;
“Difesa a presidio degli interessi nazionali e dello sviluppo sostenibile”(p. 24);
“Difesa come collettore/convogliatore/acceleratore tecnologico del Paese”;
“Difesa al servizio del Paese non solo per la sicurezza”;
“Difesa come modello di ricerca, innovazione e cambiamento”;
“Difesa per il proprio personale”;
“Difesa come promotore delle iniziative del Sistema Paese e della cooperazione internazionale”;
“Difesa solidale” (p. 25);
“Difesa patrimonio di valori e tradizioni”;
“Difesa interprete dell’esigenza di una sicurezza collettiva condivisa”.
Anche questo ‘dodecalogo’ del buon comunicatore militare ricicla alcune parole-chiave evidenziate nella prima parte del documento (unità, sicurezza, innovazione), ma introduce altri concetti che rendano più positiva l’immagine delle nostre ff. aa. (opportunità, deterrenza, interesse nazionale, sostenibilità, accelerazione tecnologica, cooperazione, solidarietà, difesa delle tradizioni, condivisione).
A questo punto, provo anch’io a rendere in modo sintetico quale immagine di ‘difesa’ il Ministero cerca di trasmettere attraverso la ‘comunicazione militare’.
A. CONCETTI BASILARI
B. FINALITÀ DICHIARATE
C. IMMAGINE PROPOSTA
D. MESSAGGI DA COMUNICARE“la Difesa è…”
1.Identità
1. Informazione
1. Agilità
1. Volano di crescita
2. Sinergia
2. Coinvolgimento
2. Efficacia
2. Non costo ma investimento
3. Rapidità
3. Consapevolezza
3. Meritocrazia
3. Fonte di sicurezza e stabilità
4. Credibilità
4. Partecipazione
4. Coesione
4. Stimolo allo sviluppo nazion.
5. Efficacia
5. Trasformazione
5. Preparazione
“la Difesa serve a…”
6. Integrazione
6. Valorizzazione
6. Integrazione
5. Deterrenza
7. Efficienza
6. Sostenibilità
8. Modernità
7. Accelerazione tecnologica
8. Cooperazione
9. Solidarietà
10. Difesa delle tradizioni
11. Condivisione
Da questo schema riassuntivo risalta l’intento del M.D. di utilizzare la comunicazione militare per trasmetterciun’immagine della difesa sempre più:
Insomma, teniamo conto di questa ’strategia comunicativa’ del Ministero della difesa quando siamo raggiunti – sempre più spesso – da messaggi mediatici che esaltano le forze armate e promuovono la ‘cultura militare’. Si tratta di narrazioni smaccatamente propagandistiche, che mirano solo ad accrescere subdolamente il consenso alla militarizzazione della società civile, alla quale dobbiamo invece fermamente opporci [viii].
NOTE
[i] Cfr., ad es.: Marshall B. Rosenberg, Insieme possiamo farcela. Come risolvere i nostri conflitti in modo efficace e senza violenza, Torino, Esserci, 2017; Idem, Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta, Torino, Esserci, 2003; Jean-Philippe Faure – Celine Girardet, Empatia. Al cuore della comunicazione non violenta, Firenze, Terra Nuova ed., 2017; Ermete Ferraro, Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi ed., 2022
Dopo l’elezione di Papa Leone XIV, i media hanno ripetutamente evidenziato come le sue prime parole da successore di Pietro siano state auguri di pace ed esortazioni alla ‘costruzione di ponti’. Il fatto che tali richiami del nuovo pontefice déstino ancora quasi meraviglia mi sembra che dia la misura di quanto poco la fede in Cristo e l’accettazione del messaggio evangelico siano profondamente ed effettivamente radicate nel sentire comune, perfino in un contesto culturale che ama definirsi ‘cristiano’.
Dalla reazione un po’ stupita di alcuni commentatori, inoltre, traspare l’idea che la Parola di Gesù Cristo avrebbe forse potuto essere diversamente interpretata da un nuovo Papa, come se si trattasse d’una ideologia qualunque, da attualizzare o da limitarsi a tramandare, a seconda della persona posta a capo della Chiesa universale. Un’idea peraltro assai antica, come constatiamo già leggendo la prima lettera di san Paolo ai Corinzi, nella quale l’apostolo ammoniva le prime comunità cristiane a non seguire questa strada divisiva ed incoerente.
«10 Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. […] 12 Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “Io invece di Cefa”, “E io di Cristo” 13 È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? […] 17 Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo» [i].
Il Vangelo del ‘Principe della Pace’ [ii] – almeno tra i credenti – non dovrebbe essere ridotto a ‘sapienza di parola’, perché la pace, la carità fraterna e la riconciliazione non sono delle variabili da porre più o meno in evidenza, ma costituiscono il cuore stesso della buona notizia che il Salvatore ci ha lasciato come nuovo testamento. Ma purtroppo millenni di cristianesimo non testimoniano una reale fedeltà a quel messaggio di pace che, come sottolineava già nel XVI secolo Erasmo da Rotterdam, dovrebbe comunque caratterizzare l’umanità.
«Solo a questo essere animato è stato concesso il dono del linguaggio che è lo strumento principe nella conciliazione dei rapporti di amicizia […] Va bene, si conceda che la natura, pur così potente tra le belve, non abbia avuto alcuna efficacia tra gli uomini. […] Del resto, considerato che l’insegnamento di Cristo è ben superiore a questo, perché non convince chi lo professa relativamente, soprattutto a quell’elemento verso cui più d’ogni altro spinge, vale a dire la pace e la reciproca benevolenza? O, se non ce la si fa proprio, perché non fa disimparare questa tanto empia e bestiale pazzia che è il muoversi guerra?» [iii].
Trovo molto significativo, in particolare, il riferimento di Erasmo al linguaggio umano come strumento al servizio della pace e della conciliazione e, non a caso, da parecchi anni alcuni miei contributi [iv] hanno riguardato proprio il nodo della comunicazione come veicolo di una relazione non ostile, quindi priva di violenza, ma soprattutto costruttiva e pacificatrice. Un aspetto che non mi sembra sia stato finora adeguatamente approfondito e valorizzato perfino all’interno dei peace studies, dove l’attenzione spesso si focalizza sui contenuti dell’educazione alla pace più che sulle modalità comunicative che dovrebbero caratterizzare un approccio nonviolento. Ecco perché l discorso che Papa Leone XIV ha indirizzato agli operatori della comunicazione pochi giorni dopo la sua elezione [v] mi sembra di fondamentale importanza e quindi intendo analizzarlo attentamente.
Per un dialogo non aggressivo, veritiero, umile e amorevole
Troppo spesso i resoconti giornalistici, radiotelevisivi e dei social media ci offrono solo una parte dei discorsi pubblici, solitamente quella che più colpisce la sensibilità dei lettori o che risulti particolarmente interessante a loro giudizio. Nel caso dell’elocuzione che il nuovo Papa ha rivolto ad un pubblico di addetti all’informazione, però, il tema non riguardava questo o quel tema, bensì l’essenza stessa del loro compito di comunicazione. Eppure, pur riferendone le parole, non mi sembra che siano stati in molti quelli che hanno posto l’accento su un aspetto così importante. Cominciamo allora a prendere in esame quanto ha detto in questa circostanza l’ex mons. Prevost, che aveva esordito presentandosi dalla loggia vaticana come “un figlio di Sant’Agostino”.
«Beati gli operatori di pace» […] una Beatitudine che ci sfida tutti e che vi riguarda da vicino, chiamando ciascuno all’impegno di portare avanti una comunicazione diversa, che non ricerca il consenso a tutti i costi, non si riveste di parole aggressive, non sposa il modello della competizione, non separa mai la ricerca della verità dall’amore con cui umilmente dobbiamo cercarla» [vi].
I primi elementi di una comunicazione in stile evangelico che il Papa ha messo in rilievo sono racchiusi in due attributi (diversa e non aggressiva) ed in un nome-concetto da cui si prende le distanze (competizione), affermando che la ricerca della verità non dovrebbe mai essere disgiunta dal comandamento dell’amore e da uno spirito di umiltà.
«Il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra [...] Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla “torre di Babele” in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi» [vii].
La ‘guerra delle parole’ evocata da Leone XIV è in gran parte dovuta a quegli “stereotipi e luoghi comuni” che avvelenano la comunicazione, impedendo la dinamica costruttiva del dialogo o comunque irrigidendola. Anche nell’informazione bisogna dunque liberarsi dalla ‘Babele’ dell’incomunicabilità, in cui un linguaggio fazioso diventa strumento di confusione e produce solo incomprensione e inimicizia.
«Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante. La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto» [viii].
Già, perché uno stile aggressivo – come verifichiamo ogni giorno a livello mediatico – non produce niente di buono né tanto meno facilita il ‘confronto’ che, anche etimologicamente, richiama appunto il concetto di ‘dialogo’, cioè il discorso tra due o più persone che si fronteggiano con le loro diversità, ma che dovrebbero comunque perseguire un obiettivo comune attraverso lo scambio verbale. Ma allora, per citare ancora le parole di Erasmo, come mai dopo millenni dalla Parola di Cristo, dai discorsi emerge spesso tutt’altro che “amicizia e reciproca benevolenza?”. Perché allora, come si chiedeva Erasmo:
«Ogni pagina delle Scritture dei cristianiproclama solo pace e concordia, e tutta la vita dei cristiani è soltanto un’interminabile guerra»? [ix]
Per una comunicazione senza pregiudizi, fanatismi e odî
A questo punto del suo discorso agli operatori della comunicazione, il Santo Padre è andato diritto al punto fondamentale della questione. Dal momento che gli stessi cristiani, contrariamente al precetto evangelico di una concordia che porti alla pace, sono stati troppo spesso coinvolti in quella ‘interminabile guerra’, bisogna sicuramente disarmare gli stati, ma prima ancora le coscienze ed il linguaggio. Su questo tema Leone XIV, in modo significativo, rilancia qundi il potente ed insistente messaggio che era stato di Papa Francesco.
«Disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività. Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce. Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana […] Per questo vi chiedo di scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace» [x].
Ricapitolando ciò che ci ha trasmesso il Papa col suo discorso – rivolto in primo luogo, ma non soltanto, a chi lavora in questo specifico ambito – provo a riepilogare quelle che appaiono le sue coordinate per giungere ad una comunicazione di pace e per la pace.
Quella che Gandhi avrebbe chiamata ‘parte oppositiva’, ossia l’esclusione di ciò che va in direzione esattamente contraria a tale obiettivo, si riferisce ai seguenti atteggiamenti e comportamenti citati da Leone XIV: aggressività, competizione, faziosità, pregiudizio, rancore, fanatismo e odio.
La pars construens’ (il gandhiamo ‘programma costruttivo) è invece racchiusa nelle espressioni da lui usate in positivo: ricerca della verità, amore, umiltà, dialogo, confronto, comunicazione disarmante, condivisione, coerenza con la dignità umana, consapevolezza e coraggio.
Ritornando al non casuale richiamo del nuovo pontefice alla sua caratterizzazione come ‘figlio di sant’Agostino’, c’è forse da fare una considerazione. Il grande Padre della Chiesa considerava la parola come qualcosa che va oltre ciò che intende designare, rappresentando anche un ponte tra Dio e l’umanità ed anche uno strumento per comunicare la Verità. Non a caso le Sacre Scritture parlano del Logos, evocando sia il potere creativo della Parola del Dio Padre, sia la sua incarnazione nella persona umana del Figlio redentore. Come Papa Francesco affermò in una sua omelia del 2023, intitolata appunto “Dei verbum”:
«Agostino riconobbe il compito del predicatore in questo rapporto tra parola e voce, sia per la sua grandezza sia per i suoi limiti. Da un lato, il bel compito del predicatore consiste nell’essere una voce percepibile e viva al servizio della Parola di Dio. Dall’altro, il suono sensoriale, cioè la voce che porta la parola da una persona all’altra, è destinato a scomparire, mentre la parola rimane. La voce umana non ha altro scopo che trasmettere la parola; dopodiché può e deve fare un passo indietro e tacere di nuovo in modo che la parola rimanga al centro dell’attenzione» [xi].
Il problema nasce quando le voci umane smettono di trasmettere la Parola oppure ne tradiscono il senso, creando la “confusione di linguaggi senza amore” cui si riferiva Papa Leone XIV, falsando la verità ed impedendo il dialogo e la concordia su cui si fonda una comunicazione che sia al tempo stesso “disamata e disarmante”.
Una grammatica di pace per disarmare la comunicazione
Trovo di fondamentale importanza che uno dei primi discorsi del nuovo Pontefice sia stato dedicato a questo aspetto che, oltre ad essere un tema pastorale, è un terreno d’impegno per coloro che perseguono l’obiettivo dell’educazione alla pace. Formare non solo alle questioni riguardanti la pace, ma anche alle modalità nonviolente per costruirla, è compito della peace education,che sta conquistando spazio ed attuazione anche nel nostro sistema formativo, insidiato però da un’invadente e diffusa militarizzazione della scuola, dell’università e della cultura in generale.
Accennavo all’inizio che già dagli anni ’80 mi sono dedicato all’individuazione delle caratteristiche di una educazione linguistica per la pace, partendo dalla constatazione che il linguaggio – strumento principe per conoscere, comunicare, socializzare ed esprimersi – è troppo spesso utilizzato per conseguire finalità opposte, ossia per nascondere, creare divisioni e reprimere. I moventi negativi che rendono violento il linguaggio, non a caso, li ritroviamo in quelli cui faceva riferimento Papa Prevost, quando parlava di aggressività, competizione, faziosità, pregiudizio, rancore, fanatismo e odio. Se si vuole ‘disarmare’ la comunicazione verbale, perciò, bisogna n primo luogo accrescere la consapevolezza che essa può essere messa al servizio sia di relazioni positive sia d’intenzioni violente, in modo da iniziare a educare quanto prima possibile ad un linguaggio non ostile e costruttivo.
«La questione non è tanto annullare l’aggressività verbale – scrivevo più di 40 anni fa – quanto esplicitare i meccanismi attraverso cui si manifesta. Abituando i ragazzi a rendersi conto del peso di ciò che fanno e dicono e, nel contempo, abituandoli ad essere meno vulnerabili perché più consapevoli» [xii].
Una ‘grammatica della pace’ dovrebbe partire dal fornire strumenti per riconoscere quando una modalità linguistica serve a scoprire la realtà, a sentirci uniti e ad esprimerci o, viceversa, a nascondere la verità, provocare separazioni e bloccare la libera espressione di pensieri e sentimenti. Ma anche la ‘comunicazione non violenta’ ideata negli stessi anni da Marshall Rosemberg ci aiuta ad usare il linguaggio per distinguere le osservazioni dalle valutazioni, per comprendere ed esprimere i sentimenti, per cogliere ed esprimere i bisogni e per imparare a formulare richieste che non siano pretese.
La prima forma di disarmo della comunicazione è allora la presa di coscienza dei moventi negativi che talora la rendono aggressiva e distruttiva (pregiudizi, rancori, affermazione di sé a danno degli altri, intenzioni mistificatorie…). Il secondo passo è quello di affidarsi invece ad un linguaggio sincero, compassionevole ed aperto alla collaborazione, al fine di: «esprimere noi stessi con onestà e chiarezza, allo stesso tempo prestando agli altri un’attenzione rispettosa ed empatica» [xiii] .
Nel mio ultimo contributo in tale direzione [xiv] ho avanzato anche l’ipotesi d’una grammatica ecopacifista, capace di avvalersi, oltre che delle suddette proposte di comunicazione nonviolenta per la pace, anche dell’apporto dell’ecolinguistica, un approccio innovativo che ci aiuta a comprendere le ‘storie’ che viviamo, analizzandole da un punto di vista ecologico, rendendoci capaci di resistere alle ‘narrazioni’ mistificanti che danneggiano il nostro mondo [xv]. Se infatti è di fondamentale importanza trovare il modo giusto per rendere il nostro linguaggio disarmato, in quanto rispettoso e non ostile, credo che sia non meno importante farlo diventare anche disarmante, cioè aperto e capace di suscitare empatia, fiducia e reciproca accettazione, agevolando in tal modo il dialogo e la collaborazione.
[iii] Erasmo, Sulla pace, Milano, Rusconi, 2007, pp.10-13
[iv] Fra gli altri, v. in particolare: Ermete Ferraro, Grammatica di Pace. Otto tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Ed. Satyagraha, 1984 e Idem, Grammatica ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2022
[xv] Sul concetto di ‘ecolinguistica’ v. in particolare: Arran Stibbe, Ecolinguistics language Ecology and the Stories We Live By, London, Routledge, 2015
Abbiamo da non molto appreso dai comunicati stampa del Comitato Nazionale Neapolis 2500 il programma degli eventi che ben due organismi organizzatori (uno nazionale e l’altro cittadino) hanno partorito per celebrare la capitale del Meridione d’Italia. La nostra città è stata definita sui manifesti ora Napoli Millenaria (con un originalissimo gioco di parole), ora Napoli Musa (simboleggiandola graficamente con una enne ondeggiante, il logo-concept della kermesse in onore della città neogreca, in realtà molto più antica di due millenni e mezzo). La notizia più sorprendente – e per alcuni sconvolgente – è però che ad aprire in pompa magna questa programmazione celebrativa sarà un evento molto particolare: il vertice della NATO sulla sicurezza nel Mediterraneo.
«Ad inaugurare il programma, su iniziativa del vicepremier e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, la riunione a Napoli del 26 e 27 maggio di alti funzionari dell’Alleanza atlantica e dei paesi partner della sponda sud del Mediterraneo e del Golfo. “Napoli, sede di un importante Comando Nato e della VI Flotta USA, si conferma nuovamente al centro del dialogo sulle dinamiche di sicurezza, che interessano la stabilità e la prosperità del Mediterraneo allargato. Oltre 130 ospiti internazionali provenienti da 48 Paesi e organizzazioni internazionali, animeranno la due giorni, contribuendo alla riflessione per affrontare congiuntamente le sfide e le minacce comuni nel fianco sud dell’Alleanza». [i]
Ebbene sì. La prima brillante iniziativa il governo ha pensato per fare la festa a Napoli – definita nello Statuto ‘Città di Pace’ [ii] e medaglia d’oro per essersi liberata autonomamente dalla feroce occupazione nazista – è un summit di ministri e generali, per ricordarci che da 74 anni abbiamo il grande onore di ospitare a Giugliano il Comando Integrato euro-mediterraneo dell’Alleanza Atlantica (JFC Naples) e, a due passi dall’Aeroporto Civile di Capodichino, anche quello euro-africano della Marina degli Stati Uniti (U.S. Naval Forces Europe and Africa / U.S. Sixth Fleet ), i cui rispettivi comandanti, casualmente, coincidono nella stessa persona.
Più che con le candeline, dunque, il compleanno di Napoli sembrerebbe iniziare col botto di esplosivi candelotti atlantisti, spacciati per festosi tricche-tracche. Questo inopportuno esordio della rutilante celebrazione di Napoli Millenaria sembra infatti riportarci al cupo clima della eduardiana Napoli Milionaria. Una città minacciata di distruzione dalla ferocia nazista, devastata dai bombardamenti anglo-americani e colonizzata dai nuovi ed arroganti conquistadores, che vi hanno esportato la spietata logica del profitto, cominciando allora a cancellare la sua tradizionale solidarietà. Basta ripensare alle amare battute del protagonista di quel dramma civile, Gennaro Jovine, per comprendere quanto il previsto vertice napolitano dell’ultima alleanza militare stoni con la celebrazione d’una città da millenni simbolo di accoglienza, tolleranza e apertura alle altre culture.
«Che sacrileggio, Ama’…Paise distrutte, creature sperze, fucilazione…E quanta muorte… E lloro e ’e nuoste […] Chesta nun è guerra, è n’ata cosa… ’A ’sta guerra ccà se torna buone…Ca nun se vo’ fa’ male a nisciuno… Nun facimmo male, Ama’…Nun facimmo male…». [iii]
Si direbbe però che promotori e propagandisti di questo sconcertante evento inaugurale di Napoli Musa non abbiano affatto raccolto l’accorato appello eduardiano a smetterla per sempre con le carneficine, oggi sempre più tecnologiche ma per niente meno sanguinose. Nei comunicati ripresi dai media sembrano piuttosto inneggiare impudentemente alla NATO, una bellicosa alleanza militare presentata come presidio di ‘sicurezza, stabilità e prosperità’. Si preferisce apparire incredibilmente ignoranti (nel senso etimologico del termine) del disastroso cumulo di stragi umanitarie e devastazioni ambientali che sono il frutto dell’albero della guerra, come purtroppo constatiamo ogni giorno dai giornali o in diretta televisiva. Si mostra poi d’ignorare l’etimologia di quelle tre parole, usate a sproposito, perché è idealmente blasfemo e lessicalmente ossimorico attribuire ad una micidiale e pervasiva organizzazione militar-nucleare la capacità di produrre sicurezza (assenza di preoccupazioni), stabilità (una condizione di equilibrio) e prosperità (uno stato di sviluppo e benessere).
Ma Croce e Totò che ci azzeccano con la Nato?
Nel quadro delle celebrazioni di Napoli Millenaria, ancor meno comprensibile appare l’accostamento d’un vertice euro-mediterraneo dell’Alleanza Atlantica a due importanti eventi culturali, proposti come ‘omaggi’ rispettivamente a Benedetto Croce (settembre) e a Totò (ottobre). Nel primo caso si tratta d’un progetto ispirato «agli studi e alle riflessioni di Benedetto Croce e si propone di ricostruire la storia della toponomastica napoletana tra il XIX e il XX secolo, analizzando i cambiamenti avvenuti attraverso un atlante interattivo della città. Ne deriverà una ricostruzione di una vera e propria topografia morale della città, da condurre all’insegna del motto crociano secondo cui “ogni storia è sempre storia contemporanea» [iv]. Di Croce, quindi, si parlerà con un taglio piuttosto particolare, ma resta comunque sorprendente che gli organizzatori mostrino d’ignorare le posizioni del filosofo sulla guerra e l’inevitabile propaganda nazionalista che da sempre la sostiene e giustifica. Infatti, come sottolineava Giovanni Perazzoli in un suo articolo:
«Le ‘Pagine sulla guerra di Benedetto Croce sono percorse da una costernata presa d’atto dell’improvviso crollo della ragione davanti alla ‘propaganda patriottica’. Le tesi più assurde vengono credute, se soddisfano il nazionalismo. Croce era contrario all’intervento in guerra dell’Italia […] è sorpreso nel dover constatare la facilità con la quale gli uomini di scienza e di cultura sono corsi a mischiarsi alle frottole dei nazionalisti, come se si fosse aspettato che l’adesione alla causa della patria potesse essere distinta, negli uomini di scienza, dalla guerra guerreggiata […] Croce vede chiaramente che dal conflitto verranno sciagure enormi. Il 24 maggio 1918 scrive: “tutti coloro che dapprima si ostinavano ad impicciolire la realtà che avevano innanzi, sanno ora di che cosa si tratti. Né più né meno che delle sorti del mondo intero, che da questa guerra saranno determinate per secoli”…».[v]
Ad ottobre toccherà al grande Totò rappresentare l’irriverente vena della cultura napolitana, grazie ad un progetto che anche in questo caso “porta la firma di Pupi Avati e che coinvolgerà 20 delle 250 compagnie teatrali di Napoli, che per 24 ore ininterrottamente rappresenteranno il principe della risata”. [vi] Sta di fatto che inserire Totò in un calderone celebrativo da cui come primo piatto si è deciso di scodellare un vertice militarista si presta a commenti non proprio benevoli. Pochi comici, infatti, hanno ridicolizzato la retorica guerrafondaia più di lui, con effetti esilaranti e dissacranti ma anche con sintetici e geniali motti di spirito, come quello che ci ricordava che:
«il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il dopoguerra fa la borsa nera, la borsa nera rifà il denaro, il denaro rifà la guerra. In guerra sono tutti in pericolo, tranne quelli che hanno voluto la guerra.” [vii]
Tutti ricordiamo, inoltre, i tanti film in cui Antonio de Curtis ha sbeffeggiato la tronfia prosopopea dei vertici militari ed i truci atteggiamenti bellicosi dei gerarchi fascisti, dalla versione cinematografica della citata “Napoli Milionaria!” a “I due colonnelli”; da “Letto e tre piazze” all’ormai proverbiale “Siamo uomini o caporali?”. E allora come potrebbe accogliere, la buonanima del Principe, la notizia di essere stato inserito in un programma che celebra Napoli proprio partendo da un vertice militarista? Probabilmente dedicando agli organizzatori un dissacrante e liberatorio pernacchio, oppure liquidandoli con la sua celeberrima: “Ma mi facciano il piacere!”.
Narrazioni militariste e risposte pacifiste
Fatto sta che l’idea di celebrare gli oltre due millenni e mezzo di Napoli Città di Pace iniziando con un assurdo summit atlantista ed amerikano poteva essere partorita solo dalla supinità di una classe politica invero piuttosto trasversale, che da decenni fa una bandiera del suo vassallaggio nei confronti della superpotenza statunitense. Quegli stessi sedicenti ‘liberatori’ che, col penoso pretesto di voler garantire la nostra sicurezza, dal dopoguerra continuano indisturbati nella loro ingombrante ‘protezione’, ma nei fatti occupano l’Italia con 120 basi e due comandi supremi della NATO, militarizzandone e nuclearizzandone territorio, mari ed i cieli. La millenaria storia della nostra metropoli, dolorosamente contrassegnata da numerose dominazioni straniere, evidentemente non ha insegnato nulla ai nostri governanti ed amministratori, che invece sembrano a loro agio nel ruolo di proconsoli degli ennesimi colonizzatori, venuti d’oltreoceano.
Nel prossimo mese di giugno si svolgerà a L’Aja (Paesi Bassi) un vertice ufficiale della NATO [viii], ma almeno il governo olandese non è ricorso a pretesti culturali per ospitarlo e, in quel caso, è subito scattata la macchina organizzativa d’un vivace contro-vertice antimilitarista, coordinata dalla “Rete Internazionale per Delegittimare la NATO” , al cui recente incontro internazionale online ho portato anche il mio contributo come MIR Italia. Nel suo condivisibile documento-appello si elencano quattro buoni motivi per respingere l’invadenza atlantica e la logica militarista: 1) rigettare l’agenda della dominanza e coercizione occidentale, che porta alla spirale della guerra e del riarmo, chiedendo invece il disarmo ed il bando degli armamenti nucleari; 2) affermare che l’ordine mondiale e la sicurezza comune possono essere fondati solo su pace, giustizia, equità, uguaglianza e sicurezza comune; 3) ribadire la necessità della cooperazione internazionale per affrontare i veri problemi globali, come la catastrofe climatica, la povertà, la crisi sanitaria e l’urgente bisogno di cibo sostenibile, acqua e risorse energetiche e 4) porre l’accento sulla necessità di un’architettura internazionale inclusiva per assicurare pace e sicurezza, basata su diplomazia, disarmo, giustizia sociale e sostenibilità ambientale. [ix]
Anche a Napoli, comunque, si cominciano a pianificare iniziative per denunciare l’assurdità del vertice NATO come evento simbolico per inaugurale gli eventi di Napoli Millenaria. Si parla d’un appello da sottoscrivere e di un’assemblea in piazza. Credo però che sia giunto il momento di superare i rituali delle solite manifestazioni ‘antagoniste’, provando finalmente a formulare proposte alternative comuni, in chiave antimilitarista e nonviolenta. Come MIR lanceremo già dal 15 maggio una campagna per l’obiezione di coscienza ad un servizio militare sempre più probabile, ma anche iniziative nazionali sulla difesa non armata, civile e nonviolenta e su un più complessivo progetto ecopacifista.
Ciò che va assolutamente contrastato, insomma, è il principio in base al quale dovremmo riarmarci sol perché ce lo chiede la NATO, l’Amministrazione USA oppure l’Europa. Per troppo tempo abbiamo permesso che i loro plenipotenziari ci ammonissero che dobbiamo ubbidire, poichè hanno avuto dai loro capi carta bianca. Un vero omaggio al nostro grande Totò sarebbe rispondergli proprio come faceva lui nel film “I due colonnelli”, sbottando in un sonoro ed irriverente: “E pulitevici il c**o!”.
[ii] Con l’articolo 3 dello Statuto, il Comune riconosce alla Città di Napoli il ruolo di “Città di Pace e. Giustizia” a vocazione mediterranea e solidaristica.
[iii] Eduardo De Filippo, Napoli Milionaria – Torino, Einaudi, 1973, p. 210
Quando intere classi di scuole elementari, medie e superiori della città metropolitana di Napoli sono state disinvoltamente accompagnate dai loro docenti e spesso dai rispettivi dirigenti, in discutibili ‘visite didattiche’ al Comando NATO di Giugliano-Lago Patria (JFC Naples), la realtà che gli si mostrata era ovviamente quella tecnologica, con avveniristiche attrezzature di controllo militare interforze, in un contesto trionfalisticamente presentato come un presidio difensivo alleato sempre più “snello, flessibile ed efficiente”.
Ma il Comando della NATO per l’Europa sud-orientale e mediterranea non è l’accattivante location di un sofisticato videogioco, la materializzazione di un wargame virtuale, ma piuttosto il luogo dove si decidono e coordinano operazioni ed esercitazioni che hanno a che fare col warfare, cioè con l’organizzazione di vere e proprie azioni di guerra. La presentazione sul suo sito web afferma che: “La missione del Comando Alleato Congiunto di Napoli è prepararsi, pianificare e condurre operazioni militari, al fine di preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli stati membri dell’Alleanza, attraverso l’area di responsabilità (AOR) del Comando Supremo per l’Europa ed oltre”. [ii]
Nello stesso testo si parla inoltre del compito di garantire ”stabilità, cooperazione e dialogo”. Si tirano in ballo addirittura la “Partnership per la Pace” ed il “Dialogo Mediterraneo”, ma la verità è che dietro queste belle parole si cela la distopica retorica orwelliana per cui “War is Peace”. Lo dimostra il fatto che la dichiarata missione difensiva si concretizza sempre più frequentemente in pesanti azioni militari ‘preventive’. È il caso anche di quella in corso tra gennaio e marzo 2025, denominata Steadfast Dart 2025 (“Freccia Ferma” sic!) che, si precisa: “fa parte di una serie di importanti esercitazioni NATO […] volte a mettere alla prova la capacità dell’Alleanza di rispondere alle crisi e rafforzare la sua posizione di deterrenza […] Attualmente sotto il comando del NATO Rapid Deployable Corps – Italy (NRDC-ITA), l’ARF è una forza multi-dominio ad alta prontezza progettata per un rapido dispiegamento nelle aree di crisi”. [iii]
Ma – a parte l’ossimoro di una ‘risposta preventiva’ – è davvero poco credibile anche da ragazzini delle scuole medie che pace, sicurezza e stabilità ci siano garantiti dalla NATO dispiegando in Bulgaria – e in una fase internazionale particolarmente delicata – una poderosa forza armata anglo-spagnola, comprendente 10.000 uomini, 1.500 veicoli militari, oltre 20 apparecchi aerei e 17 navi. Peccato però che nessuno glielo abbia spiegato nel corso di quelle assurde ‘gite scolastiche negli impianti militari. Così come ai giovani di Napoli e alle loro famiglie nessuno – a parte una sparuta pattuglia d’incalliti pacifisti – ha raccontato cosa diavolo ci faceva a fine gennaio un altro sottomarino USA a propulsione nucleare nel nostro porto (in teoria ‘denuclearizzato’). Tutto ciò nella reticenza istituzionale ed in barba a sicurezza e pace di un milione di napolitani cui nessuno ancora ha avuto il coraggio di spiegare che, come se non bastasse il rischio sismico e vulcanico, sulla loro testa pende anche quello derivante da un potenziale incidente con gravissime conseguenze, che la cittadinanza non è stata affatto preparata a fronteggiare, sebbene da 20 anni sia in vigore un Piano di Emergenza che nessuno ha pubblicizzato né messo davvero in pratica, con la solita scusa del segreto militare.
Solo ai primi di febbraio qualche giornale ha riferito quella sconcertante notizia ed ha ripreso l’allarme lanciato dal Comitato Pace e Disarmo Campania [iv], mentre non è trapelato – l’ancor più sconcertante motivo di quella strana ed improvvisa ‘visita’ sottomarina. Incrociando la fonte NATO con quella del Comando della U.S. Navy per l’Europa e l’Africa (l‘U.S. Naval Forces Europe and Africa / U.S. Sixth Fleet, che ha il suo quartier-generale proprio a Napoli), non è stato difficile scoprire che dietro la misteriosa incursione del sottomarino nucleare c’era probabilmente la cerimonia di passaggio di consegne tra il vecchio ed il nuovo Comandante della 6^ Flotta statunitense, che si è svolto proprio il 31 gennaio scorso.[v] La nostra Capitaneria di Porto, emanando giorni prima due ordinanze [vi], si sarebbe limitata a fungere da controllore dell’ingombrante e delicato traffico navale di natanti e ‘piattaforme’ militari tra la Portaerei ammiraglia USS Mount Withney, ancorata nel porto di Gaeta, ed il Comando di Capodichino della U.S. Navy, bloccando per 24 ore (dalle 16 del 30 alle 16 del 31 gennaio) navigazione e sosta entro 100 metri dalla Motonave Seaway Albatross a tutti i natanti civili. Nella seconda ordinanza, dalle ore 7 alle 17 del 31/1 si vietava anche il transito a qualsiasi nave nel raggio di 2000 metri dalla “citata unità navale”, sempre senza alcuna plausibile spiegazione.
Dai burocratici e criptici messaggi della nostra Autorità portuale si avverte insomma solo un’allerta imposto, ma di tale situazione non sembra che le stesse autorità civili siano state messe al corrente, come prevedrebbe invece il richiamato Piano di Emergenza Esterna del Porto di Napoli. [vii] I responsabili politici e militari si sono da sempre sbracciati a dichiarare che nessun vero pericolo deriva dalla occasionale presenza nelle nostre acque di natanti a propulsione nucleare e che quindi il rischio d’incidenti è pressocché nullo. Curiosando sul sito web ufficiale della Sesta Flotta, però, sono invece venuto a conoscenza di un grave episodio, di cui solo pochi media, fra cui il Fatto Quotidiano, hanno fatto cenno. Da uno stringato comunicato della Marina Militare USA, infatti, apprendiamo che: “La portaerei classe Nimitz USS Harry Truman (CVN 75) è stata coinvolta in una collisione col mercantile Besiktas-M alle 23,46 ca. del 12 febbraio, mentre operava nelle vicinanze di Port Said, Egitto, nel Mar Mediterraneo. La collisione non ha provocato danni alla H. Truman e non si riferisce di allagamenti o infortuni.Gli impianti di propulsione non sono interessati e sono in condizioni stabili e sicure. L’incidente è sotto inchiesta.” [viii]
Si tratta di una sonora smentita alla sbandierata impossibilità che natanti militari a propulsione nucleare possano andare incontro ad incidenti anche gravi. Il fatto che la gigantesca portaerei Truman sia entrata in collisione in un porto egiziano con una nave mercantile – nonostante tutte le prevedibili attrezzature di avvistamento e prevenzione – non ci rassicura affatto, ma anzi riapre drammaticamente la questione della minaccia di questi mostruosi natanti militari per la tranquillità e la salute di coloro che dichiarano di voler difendere. Ma chi ci difenderà da loro?
Il Comitato Scientifico per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio linguistico napoletano ha ripreso i suoi ‘Incontri sul dialetto’ presso il MUSAP (Museo Artistico Politecnico), nello storico Palazzo Zapata in piazza Trieste e Trento (per i napolitani doc, Piazza San Ferdinando). Il programma stilato dal COM.VAL.NAP (orribile acronimo del predetto Comitato) ha compreso nel proprio calendario – che va dal 20 gennaio al 19 maggio – una dozzina di tali ‘incontri’, che affrontano gli aspetti più disparati. Si va dall’uso del dialetto “tra serie e cinema” (che ha inaugurato questa seconda stagione) al dialetto ‘nelle mani degli scrittori’; dalla ‘rimediazione musicale’ (sic) alle ‘lingue del teatro’, ma anche della pubblicità e del fumetto. Ovviamente senza tralasciare la nostra tradizione musicale, per passare di nuovo alla produzione registica ed a quella strettamente letteraria (poesia, narrativa).
Non so chi sia stato l’estensore materiale del programma, ma non posso fare a meno di notarvi due espressioni ricorrenti che mi hanno lasciato quanto meno perplesso: “uso del dialetto” e “il dialetto nelle mani di…”. Entrambe mi suonano piuttosto sgradevoli, per la loro evidente connotazione utilitaristica, tipica di chi il c.d. ‘dialetto’ l’osserva dall’esterno, più come una materia da studiare scientificamente, che come un proprio patrimonio, di cui farsi continuatore e difensore. Ancora una volta, insomma, sembra affiorare la preoccupante dicotomia che ho sintetizzato nel titolo di questa mia nota.
Si direbbe infatti che parlare e scrivere del napolitano risulti più ‘utile’ e socio-culturalmente accettabile che adoperarsi affinché ci siano sempre più persone che parlino e scrivano ancora in napolitano, possibilmente in un modo corretto ma non artificiale. Il napolitano, quindi, risulta più che altro un serbatoio linguistico cui fare riferimento non solo con lodevoli motivazioni di studio e approfondimento, ma spesso anche come un ‘patrimonio’ nel senso meno nobile, ma più pratico, del termine. Ossia vedendolo come una ricca e invitante fonte da cui attingere strumentalmente per fare poesia, scrivere canzoni, infarcire e caratterizzare produzioni teatrali, cinematografiche, televisive e musicali.
Non ho invece citato la narrativa in lingua napolitana, di cui da decenni si è ormai persa traccia (eccezion fatta per alcune pregevoli traduzioni di testi stranieri), ed altre produzioni più ‘laiche’ o comunque meno consacrate dalla tradizione, come quelle giornalistiche e più latamente mediatiche. La cosa più sorprendente è che si ritiene non praticabile o perfino inutile l’utilizzo più naturale ed ovvio per una qualsiasi espressione linguistica. Mi riferisco ovviamente al suo insegnamento, sia all’interno delle varie fasi del percorso educativo- scolastico, sia mediante iniziative per adulti, promosse da associazioni culturali e università popolari, sebbene da molto tempo non ne manchino lodevoli esempi, ignorati dalle istituzioni e snobbati dall’accademia. Evidentemente queste attività dal basso provocano un certo disagio anche in coloro i quali, ignorando del tutto tali esperienze formative, hanno impostato le iniziative dello stesso CON.VAL.NAP. su due esclusivi filoni tematici,
Il primo è la preesistente ed istituzionale ricerca universitaria sul dialetto, la sua storia e la sua evoluzione, come peraltro c’era d’aspettarsi da un comitato formato da 6 docenti universitari su 7 componenti. Il secondo si basa invece sull’esplorazione di come esso sia comunque riuscito, nonostante tutto, a trovare spazi d’indubbia diffusione e popolarità, sia che si tratti di manifestazioni artistiche (poesia, musica, cabaret, serie televisive etc.), sia di fenomeni assai meno tradizionali, come il loro utilizzo (spesso spregiudicato ed approssimativo) nella pubblicità commerciale, nel linguaggio giovanile veicolato dai social media o nel colorito eloquio di alcuni esponenti politici. In entrambi i casi, a mio avviso, all’accento sul rispetto per una tradizione linguistica millenaria – da raccogliere, valorizzare e vivificare – si sovrappone (e talora si contrappone) un palese intento utilitaristico, che nelle sue manifestazioni cosiddette ‘popolari’ sembra proprio un’irritante mancanza di rispetto nei suoi confronti.
In effetti, oggi del dialetto napolitano – per continuare ad usare questa equivoca espressione, di solito premettendo che non si tratta però di una diminutio… – si può fare qualunque ‘uso’, lasciandolo senza problemi ‘nelle mani’ di chi pensa solo di utilizzarlo strumentalmente, senza alcuna finalità formativa o socioculturale. Ecco allora che, come è emerso già dal primo incontro, il cinema e la televisione vi hanno attinto sempre più, ma con scarsa consapevolezza di questo mezzo espressivo e solo per rendere più ‘colorite’ le loro produzioni. Ecco che un’intera generazione di rapper se n’è appropriata a modo suo, diffondendo tra i giovani una parlata improbabile a sentirsi e terrificante da leggere. Ecco che aziende, spesso paradossalmente settentrionali, nelle loro pubblicità hanno rispolverato strumentalmente espressioni tipiche della parlata napolitana, senza preoccuparsi di maltrattare il nostro idioma pur di catturare l’interesse dei potenziali clienti, nella solita chiave puramente folkloristica.
Mentre del napolitano tutti ormai possono servirsi senza problemi, da parte di chi dovrebbe invece occuparsi della sua ‘salvaguardia e valorizzazione’, si preferisce oscillare tra le profondità della ricerca glottologica e le sue assai meno elevate utilizzazioni, facendosene testimoni neutrali ed osservatori non partecipanti, più che soggetti critici verso tale deriva ‘populista’. Ne deriva che in questa seconda edizione dei suddetti Incontri – promossi dal COM.VAL.NAP. e sponsorizzati dalla Fondazione Campania dei Festival, si continuerà a spaziare da un profilo antropologico culturale ad uno estetico e sociologico, ma sempre evitando accuratamente l’imbarazzante questione di dove, come e perché il nostro idioma andrebbe insegnato. In effetti se n’era già parlato all’inizio del primo ciclo degli ‘incontri sul dialetto’, ma evidentemente l’argomento è considerato ormai chiuso ed archiviato, per cui chi lo risolleva, come è avvenuto all’inizio di questo secondo ciclo, deve quasi scusarsi con gli autorevoli – ma un po’ stizziti – interlocutori.
Concludo ricordando però che la legge regionale della Campania n. 14/2019 prescrive quattro compiti fondamentali al Comitato Scientifico da essa istituito. Oltre alle ovvie iniziative di studio e ricerca ed a quelle di diffusione di tali riflessioni (tramite conferenze, convegni ed eventi vari), al punto b si parla esplicitamente di “progetti specifici di tutela e valorizzazione del patrimonio etnolinguistico napoletano” e soprattutto, al punto c, di “conferenze, convegni ed interventi coordinati col mondo della scuola, e con corsi di aggiornamento rivolti ai docenti, in collegamento con l’Ufficio scolastico regionale”. Purtroppo di questi due fondamentaliobiettivi istituzionali il COM.VAL.NAP. finora non sembra essersi fatto carico né sembra che voglia in seguito avviarsi su questa strada. Un percorso senz’altro più impegnativo, ma difficilmente trascurabile senza che sia sminuito e banalizzato lo spirito che più di cinque anni fa animò la proposta di legge approvata all’unanimità dal Consiglio Regionale della Campania.
(*) Ermete Ferraro, laureato in lettere con indirizzo linguistico, già docente di tali discipline, è un esponente del movimento ecopacifista, un ricercatore ecolinguista ed un cultore della lingua e cultura napolitana, che ha insegnato a lungo in due scuole medie cittadine e su cui continua a tenere dei corsi per adulti presso l’Università delle Tre Età (UNITRE) di Napoli. E’ l’estensore materiale del progetto di legge a firma del cons. F. E. Borrelli sulla salvaguardia e valorizzazione del patrimonio linguistico di Napoli, nel 2019 approvato unanimemente ma con rilevanti modifiche, dal Consiglio Regionale della Campania.
Sta circolando sul web un sondaggio dal quale emerge che il dialetto che risulta più ‘antipatico’ agli italiani – inopinatamente – sarebbe quello di Napoli.[i] Prima di passare al commento su questa inchiesta, consentitemi però di fare una premessa, anzi due.
1. Personalmente ritengo che il termine ‘dialetto’ non sia appropriato quando si tratta di idiomi – come appunto il Napolitano – che abbiano una valenza e diffusione assai più ampia di quella che suggerirebbe il nome e che, per di più, hanno un’antica e nobile tradizione letteraria e di studi. Ritengo comunque inutile e fuorviante farsi trascinare in una vecchia e strumentale querelle su ciò che sia o meno ‘lingua’, a meno che al temine ‘dialetto’ non s’intenda attribuire particolari connotazioni negative o discriminanti.
2. Nei miei corsi, e quindi anche in questa nota, utilizzo e continuerò ad usare la versione ‘Napolitano’, poiché quella italianizzata, sebbene ordinariamente praticata, è palesemente scorretta. Infatti, –poli, il suffissoide greco utilizzato in altri toponimi italiani (Gallipoli, Empoli, Tripoli, Costantinopoli etc.) nella formazione di un aggettivo è ordinariamente seguito dal suffisso -itano e non certo –etano (Gallipolitano, Empolitano, Tripolitano, Costantinopolitano…).
Tanto premesso, torniamo alla sorprendente ’rivelazione’ diffusa dal sito web di Preply. Si tratta di un’azienda che si occupa dell’insegnamento delle lingue, nata 2012 in Ucraina ma attualmente diffusa tutto il mondo. Una ”piattaforma globale di apprendimento” [ii] che coordina più di 50.000 insegnanti qualificati per lezioni online, rivolti a singoli e ad aziende. Ebbene, Preply si promuove l’apprendimento d’un vastissimo repertorio di lingue (compreso turco, cinese e giapponese), però non risulta che abbia maturato in questi anni specifiche competenze ed interessi anche in campo dialettologico. Ciononostante, ha commissionato un sondaggio in materia a un non menzionato istituto di ricerca di mercato, il cui quesito era: “Quale dialetto / quali dialetti trovi particolarmente fastidioso?”.
Sorge spontanea, a questo punto, una domanda sia sulla finalità di tale indagine, visto che l’azienda in questione non sembrerebbe orientata ad insegnare dialetti o lingue regionali, sia sulla strana modalità con cui essa è stata condotta, chiedendo agli intervistati quali dialetti detestino anziché quali amerebbero conoscere, come ci si aspetterebbe da un sondaggio ‘di mercato’.
Una secondo interrogativo, altrettanto ovvio, riguarda la validità e significatività di siffatta inchiesta, sul piano della metodologia statistica impiegata e circa le conclusioni che se ne possono effettivamente trarre.
Quali dati emergono da quell’indagine?
«Questo sondaggio è stato condotto da un istituto di ricerca di mercato indipendente per conto di Preply. Al sondaggio hanno partecipato 1000 persone, il 48% di sesso maschile e il 52% di sesso femminile, di età superiore ai 18 anni. Il sondaggio ha avuto luogo tra il 14 e il 15 febbraio 2024.La domanda posta nel sondaggio è stata: “quale dialetto / quali dialetti trovi particolarmente fastidioso?” alla quale era possibile fornire fino a tre risposte. Le risposte possibili erano: Dialetto napoletano, Dialetto sardo, Dialetto siciliano, Dialetto veneziano, Dialetto lombardo, Dialetti piemontesi, Dialetti dell’Italia centrale (Dialetto umbro, Dialetto marchigiano, romanesco), friulano, Dialetto toscano, Dialetti emiliano-romagnoli, Dialetto ligure, Nessuna delle precedenti o Non esiste un dialetto che io trovi particolarmente fastidioso»[iii].
Posto così il quesito, l’interesse dell’indagine sembra rivolto prevalentemente alla conoscenza di quali, tra le 11 forme dialettali prese in esame, risultino meno apprezzate, ricavando solo a contrario quali sarebbero, invece, i dialetti più apprezzati e graditi. Sul podio di questi ultimi ci sono – nell’ordine – quelli liguri, emiliano-romagnoli e toscani. Viceversa, la classifica di quelli che i 1000 intervistati hanno dichiarato di considerare addirittura ‘fastidiosi’ vede incredibilmente in testa quelli parlati in Campania, Sicilia e Sardegna.
«Il napoletano risulta essere il dialetto meno amato dagli intervistati. Quasi un intervistato su quattro [25%] ha votato il napoletano come uno dei dialetti che meno apprezza. Anche tra i residenti del luogo il dialetto napoletano non sembra godere di particolare popolarità: circa un quarto degli intervistati nel capoluogo campano non apprezza particolarmente il dialetto della sua città. Secondo l’analisi il dialetto napoletano risulta essere il dialetto meno amato dai giovani tra i 18 e i 24 anni ma risulta essere molto popolare tra gli over 55: solo uno su cinque [20%] ha espresso un giudizio non positivo su questo dialetto» [iv].
Gli italiani, secondo la citata inchiesta, proverebbero ‘fastidio’ anche per il sardo (l’11,4% non l’apprezza) e per il siciliano (che non piace al 10,5% degli intervistati), con la particolare sottolineatura che queste tre ‘lingue regionali’ [v] sarebbero sgradite proprio nelle loro sedi naturali, cioè Napoli, Cagliari e Palermo, confermando la famosa locuzione evangelica resa in latino con “nemo propheta in patria”. [vi] Ma le cose stanno davvero così? È sufficiente un campione di 1000 intervistati di oltre 18 anni (48% maschi e 52% femmine), per trarre conclusioni apprezzabili sul piano statistico e scientifico? E, soprattutto, che senso ha l’aver chiesto quali dialetti le persone interpellate considerino ‘particolamente fastidiosi’, dal momento che in tal modo non si utilizza un parametro chiaramente individuabile e valutabile?
Che cosa ci dicono gli studi in materia?
In questi anni, peraltro, non sono mancate serie indagini statistiche sull’effettiva persistenza dei dialetti nelle varie fasce della popolazione italiana, per mettere in luce se e in che misura la nostra lingua nazionale sia davvero diventata ovunque l’espressione verbale comune, ma anche per rilevare quanto in Italia si registri tuttora una significativa variabilità in proposito, nelle diverse situazioni regionali e socioculturali. Una delle ricerche più recenti in materia è stata pubblicata nel 2017 dall’ISTAT ed ha quindi un’indubbia autorevolezza. Dalla lettura di quei dati apprendiamo, ad esempio, che:
«Nel 2015 si stima che il 45,9% della popolazione di sei anni e più (circa 26 milioni e 300mila individui) si esprima prevalentemente in italiano in famiglia e il 32,2% sia in italiano sia in dialetto. Soltanto il 14% (8 milioni 69mila persone) usa, invece, prevalentemente il dialetto […] Per tutte le fasce di età diminuisce l’uso esclusivo del dialetto, anche tra i più anziani, tra i quali rimane comunque una consuetudine molto diffusa: nel 2015 il 32% degli over 75 parla in modo esclusivo o prevalente il dialetto in famiglia (erano il 37,1% nel 2006)» [vii].
Sul piano geografico, ci informava l‘indagine ISTAT, l’uso abituale e diffuso del dialetto nel 2015 persisteva principalmente nelle regioni meridionali, particolarmente in Sicilia (26,6%), Calabria (25,3%) e Campania (20,7%). Nello specifico, l’espressione dialettale restava molto frequente in contesti relazionali e familiari, giungendo addirittura alla percentuale del 75,2% in Campania.
È probabile che, a distanza di circa dieci anni, quei dati risultino meno attuali e significativi, ma sembra indubbio che il triangolo della persistenza nell’uso del dialetto resti principalmente legato a quelle tre regioni meridionali, laddove le rispettive espressioni linguistiche sono ancora apprezzate e praticate, pur con una marcata tendenza alla convivenza (e commistione) con l’Italiano. Tale fenomeno socio-linguistico è stato indagato soprattutto nell’area di Napoli [viii].
«In questa situazione demografica è dunque rimasta stabile una consistente presenza di gruppi familiari e sociali che, per dirla semplicemente, hanno continuato abitare dov’erano prima, spesso continuando a parlare come parlavano prima. Pertanto più che altrove è stata possibile la trasmissione alle nuove generazioni delle abitudini linguistiche familiari» [ix].
Ma allora come mai l’indagine condotta da Preply indica proprio il Napolitano come il ‘dialetto’ più sgradito non solo agli italiani, ma perfino agli stessi napolitani? Che fine ha fatto la ‘vitalità’ di questo idioma, tuttora molto popolare fuori dell’Italia e veicolo dell’illustre tradizione civile e culturale di cui, proprio in questo periodo, ci prepariamo a celebrare i 2500 anni?
Dalla ricerca condotta per quella piattaforma internazionale di formazione linguistica apprendiamo che le lingue locali più amate e praticate sarebbero solo quelle parlate in Liguria, Emilia-Romagna e Toscana, ma perfino nelle Marche.
«Per quanto riguarda le città che mostrano un forte attaccamento al proprio dialetto dalla nostra analisi emerge che a Genova non vi è nessuna opinione negativa riguardo al dialetto locale, solo il 2,7% degli abitanti di Ancona non apprezza particolarmente il dialetto marchigiano, mentre soltanto il 6,3% dei bolognesi non gradisce il dialetto emiliano-romagnolo» [x].
Qualche osservazione finale
Da fautore d’un approccio alla comunicazione nonviolento ed ecolinguistico [xi], mi rallegro dell’attaccamento mostrato dai genovesi nei confronti della loro madrelingua o dagli anconetani e bolognesi verso le proprie espressioni locali. La tutela e valorizzazione delle nostre multiformi realtà linguistiche, infatti, non vanno scambiate con una tendenza ‘identitaria’,conservatrice se non retrograda, bensì intese come salvaguardia della diversità culturale in un periodo contrassegnato dall’omologazione e dalla cancellazione delle differenze, agevolando il dominio di un’artificiale ’neolingua’ e di ‘monoculture della mente’[xii]
Ciò premesso, non riesco a comprendere senso e funzione di un’indagine che mira invece a mettere in evidenza proprio le idiosincrasie degli italiani nei confronti delle espressioni linguistiche locali non ancora eliminate da quel processo di omologazione, additando specificamente Napolitano, Sardo e Siciliano come i ‘dialetti’ più sgraditi, peraltro senza approfondire le motivazioni di tale supposta ‘antipatia’. L’ambivalenza di questa ricerca affiora inoltre quando la stessa Preply sottolinea, viceversa, l’importanza della varietà linguistica italiana, ritenendola un fattore positivo per lo stesso italiano.
«La ricchezza e l’eterogeneità dei dialetti italiani rivendicano un posto essenziale nella società contemporanea e il riconoscimento delle varianti linguistiche regionali apporta un contributo significativo al tessuto culturale. Ogni dialetto, indipendentemente dalla sua popolarità, è un tesoro che merita tutela.
Inoltre va sottolineato quanto le espressioni dialettali arricchiscono il lessico dell’italiano standard […] Questi termini dialettali conferiscono al mosaico della lingua italiana una varietà unica» [xiii].
Non sono affetto da alcun complesso che m’induca a difendere a spada tratta la lingua napolitana, che particolarmente apprezzo e di cui da un trentennio mi adopero a diffondere una corretta conoscenza. Mi riesce comunque difficile accettare ciò che emergere dall’indagine in questione, alla luce dell’indiscutibile popolarità e diffusione del Napulitano rispetto a forme linguistiche più localizzate e meno ricche di cultura, con tutto il rispetto per lo Zeneize e l’Anconetano.
Consiglierei pertanto alla dirigenza di Preply (capeggiata da due rampanti imprenditori ucraini, che nel giro di 6 anni sono riusciti ad attirare finanziamenti per varie decine di milioni di dollari da svariate corporations multinazionali [xiv]) di continuare ad occuparsi dell’insegnamento delle lingue nazionali, evitando però di scendere su un terreno che non mi pare sia loro confacente.
[viii] A tal proposito, risultano utili gli approfondimenti condotti, anche con ricerche sul campo, da alcuni studiosi di dialettogia.come nel caso di: Nicola De Blasi (2017), Saggi linguistici sulla storia di Napoli, Napoli, Società Napoletana di Storia Patria.
[ix] Nicola De Blasi – Francesco Montuori (2020), Una lingua gentile – storia e grafia del napoletano, Napoli, Cronopio, pag. 85
[xiv] Nel loro sito web aziendale si citano: Point Nine Capital, RTAventures, Full In Partners, Inovo Venture, OWL Ventures, Diligent Capital, Hoxton Ventures e Horizon Capital
Uno dei vocaboli più frequentemente usati nei discorsi pubblici e nella comunicazione mediatica, ma anche nelle conversazioni private, è sicurezza. In nome di questa parola/concetto, le nostre società stanno diventando sempre più propense a adottare misure di prevenzione e repressione di tutto ciò che le minaccerebbe, col paradossale risultato di farci vivere in un costante clima di allarme e d’insicurezza. [i]
Se cerchiamo il significato autentico del termine, scopriamo che l’aggettivo originale latino securusera caratterizzato dal prefisso disgiuntivo se– (indicante separazione, privazione) unito a cura, indicante ogni forma di preoccupazione, dubbio, pericolo, difficoltà.[ii] Ne consegue che una persona sicura dovrebbe sentirsi tranquilla, priva di preoccupazioni ed affanni. Allo stesso modo, una situazione o una realtà concreta dovrebbe essere così indicata quando non susciti ansietà in chi la vive. La ‘sicurezza’, etimologicamente parlando, rappresenterebbe dunque uno stato emotivo, una condizione interiore, di assoluta mancanza di stimoli negativi o, quanto meno, una certa indifferenza nei loro confronti.
«‘Securitas‘ era la dea romana che personificava la sicurezza, soprattutto quella dell’Impero Romano. Veniva raffigurata sulle monete, spesso con le sembianze di una donna appoggiata ad una colonna, per infondere calma e tranquillità in senso propagandistico, soprattutto nei periodi più insicuri dell’Impero […] Quindi in tale resoconto la ‘securitas’ sembra incarnare quella disattenta indifferenza che Tacito definisce ‘inhumana securitas’, quale disumana mancanza di ogni cura, fondata sull’assenza di ogni discernimento di bene o di male, capace di trascinare con sé ogni senso di responsabilità collettiva o individuale…».[iii]
Questa accezione negativa della parola, senza dubbio meno frequente, ci porterebbe a considerazioni più generali sulla cultura individualista che permea anche la nostra società, in cui sentirsi ‘sicuri’ troppo spesso vuol dire evitare di guardarsi intorno, esorcizzando i problemi e le difficoltà altrui per chiudersi nel proprio egoistico ‘particulare’.
Tornando però al significato positivo di ‘sicurezza’, obiettivo perseguito da quasi tutti coloro che aspirano ad una esistenza più tranquilla e serena, teniamo comunque presente che, se dovessimo tradurre in inglese questa parola italiana, dovremmo scegliere tra due vocaboli: safety e security, il cui senso è piuttosto differente.
«Per comprendere bene la differenza tra Safety e Security, l’elemento fondamentale è l’intenzione. La security si concentra sulla prevenzione e il contrasto di atti dannosi. Si tratta quindi di combattere azioni, spontanee o deliberate, che hanno l’intenzione di nuocere […] Esempi: furto, frode, aggressione, incendio doloso. La safety designa invece tutti i mezzi di prevenzione e di intervento contro i rischi accidentali che possono arrecare danno a persone e cose, ma la cui origine è sempre involontaria. Esempi: calamità naturali, incidenti sul lavoro, incendi elettrici, perdite d’acqua…». [iv]
Non mi sembra una distinzione da trascurare, visto che in questo caso (come accade per altri concetti ben distinti in inglese ma racchiusi in un solo vocabolo italiano, come i binomi policy/politics o economy/economics) la differenza conta non poco quando si tratta di fronteggiare situazioni d’insicurezza niente affatto univoche. Che si tratti di minacce intenzionali e dolose ovvero di rischi accidentali ed involontari, dovremmo comunque adottare misure preventive adeguate. Fatto sta che le persone sembrano solitamente preoccupate della loro security molto più che della loro safety, per cui la loro attenzione sembra concentrarsi maggiormente sulle possibili minacce alla propria sicurezza personale. Spesso, invece, si trascurano gli interventi preventivi nei confronti di eventi considerati accidentali (come alcune disastrose calamità naturali), quasi sempre frutto della nostra quotidiana e colpevole incuria nei confronti dell’ambiente naturale.
Il vocabolo inglese safety, viceversa,ci rinvia etimologicamente al fondamentale concetto di ‘salvezza’, ossia d’integrità, che ha un profondo significato se rapportato alla salvaguardia dei delicati equilibri ecologici o, per usare un lessico religioso, dell’integrità del creato.
«‘Safety’, inizio XIV secolo, savete, “libertà o immunità da danno o pericolo; uno stato o condizione illeso o non danneggiato”, dal francese antico sauvete, salvete “sicurezza, salvaguardia; salvezza; sicurezza, fideiussione”, in precedenza salvetet (XI secolo, francese moderno sauveté), dal latino medievale salvitatem (nominativo salvitas) “sicurezza”, dal latino salvus “illeso, in buona salute, sicuro” (dalla radice PIE *sol- “intero, ben tenuto”). Da fine XIV secolo, (inteso) come “mezzo o strumento di sicurezza, una salvaguardia».[v]
L’aggettivo sicuritario – neologismo spesso utilizzato nel lessico politico – viene tradotto dalla Treccani con: “Finalizzato al mantenimento della sicurezza sociale e dell’ordine pubblico” [vi], esprimendo una visione in cui alla legittima ed auspicabile ‘cura’ – nel positivo senso di solidale attenzione per il bene comune, racchiuso nel milaniano I Care – si sostituisce una preoccupata e preoccupante volontà di occhiuto controllo in stile law and order. Dal modello securitario, non a caso, deriva la giustificazione di ogni forma di c.d. ‘difesa preventiva’, sia nel settore della pubblica sicurezza sia in quello dell’organizzazione paramilitare della società, a spese delle garanzie democratiche e della conseguente tutela dei diritti civili e sociali.
La sicurezza auspicabile, insomma, non è l’indifferenza egoistica della tacitiana inhumana securitas, ma neanche l’attuale psicosi securitaria, in nome della quale sarebbe accettabile qualsiasi forma di tutela preventiva anche violenta, in ambito civile e militare, purché si dimostri efficace.
«Questo clima di incertezza si manifesta attraverso il bisogno dell’individuo di essere e sentirsi al sicuro. La pulsione gregaria, finalizzata alla socializzazione e alla difesa della vita, sfocia così nella pulsione securitaria: il soggetto baratta la propria libertà in cambio della sicurezza […] il soggetto ideologicamente securitario non è malato […] Ma la pulsione securitaria diffusa indica ai soggetti strutturalmente fragili una direzione del proprio disagio […] La società e l’individuo possono sfuggire alla morsa della pulsione securitaria accettando la bellezza e la sfida del mare aperto, godendo dell’imprevedibilità dell’incontro e rinunciando alla tentazione paranoica di proiettare sullo straniero ciò che risulta di sé indigesto e inaccettabile». [vii]
Occuparsi responsabilmente di noi stessi e degli altri non equivale per niente a fare della preoccupazione quasi uno stile di vita, improntato all’ansia, alla diffidenza e alla paura verso gli altri, le novità e le diversità, rischiando così di alimentare l’aggressività e legittimare una violenza ‘preventiva’. Una vera safety – intesa come legittima ricerca di una sicurezza personale e collettiva – comporta invece una visione più ampia ed il perseguimento di un rapporto sano ed equilibrato con la comunità umana e con l’ambiente naturale. Perché, come ammoniva anche Papa Francesco: “Nessuno si salva da solo, perché siamo tutti nella stessa barca, tra le tempeste della storia”. [viii]