Etimostorie #6: “cedere” e suoi derivati

Lo studio della lingua latina chiarisce quanto il verbo CEDO fosse di per sé carico di una pluralità di significati, da quelli basici e neutri (andare, muoversi, camminare, avanzare), a quelli connotati in senso più marcato e solitamente di segno negativo (andar via, ritirarsi, cedere, sottomettersi, arrendersi, essere inferiore, passare di proprietà, etc.) [i]. Se poi ne cerchiamo le radici etimologiche, scopriamo che deriva “dal proto-italico *kezdō, discendente del proto-indoeuropeo *ḱyesdʰ-, “andare via”, scacciare”, stessa radice del sanscrito सेधति (sedhati), “scacciare, mandare via[ii]

Secondo un dizionario etimologico del latino: “Il passaggio dal primo al secondo senso di cedere si spiega col fatto che lasciare il passaggio libero a qualcuno è diventato simbolo di ogni concessione, allo stesso modo che sbarrare il passaggio (obstare, obsistere, opponere) è diventato simbolo di ogni opposizione. Cedere, nel senso di ‘andare’ si dice anche degli affari, riescano bene o male. Più frequentemente s’impiega, nello stesso senso, succedo. Dall’accezione di ‘ritirarsi’, cedere è passato a quella di ‘finire’. Quest’ultima sfumatura è quella del suo frequentativo cesso”. [iii]

Nel tempo e nello spazio, molte forme verbali sostantivi ed attributi sono stati ricavati da quel verbo originario e noi stessi continuiamo ad impiegarli nel linguaggio comune, privilegiandone di solito le connotazioni negative. Alcune volte, però, non ci accorgiamo di adoperare le forme verbali e nominali che ne sono derivate, secondo il meccanismo della composizione di un verbo-base coi più svariati prefissi latini. È così che, anche in questo caso, i monemi modificanti hanno originato un’articolata famiglia lessicale, i cui elementi derivati non sempre appaiono evidenti quando li utilizziamo. Nel nostro caso, è bastato anteporre all’originario CEDERE un certo prefisso per moltiplicarne la discendenza lessicale. In alcuni casi si stratta di verbi derivati di natura spaziale, come ACCEDERE, INCEDERE e PROCEDERE, nel senso di entrare (AD-), dirigersi verso la direzione scelta (IN-) o andare avanti (PRO-). Viceversa, abbiamo le voci RECEDERE e RETROCEDERE (cioè: tornare indietro, indietreggiare), ma anche SECEDERE, ossia allontanarsi da qualcosa o separarsi da qualcuno (SE-). Non mancano derivati di natura temporale, come ANTECEDERE e PRECEDERE (da ANTE-, e PRAE-), mentre, nel caso di DECEDERE, la preposizione DE- indica in modo traslato un allontanamento spazio-temporale… definitivo dalla stessa vita.

E che dire di altri derivati comuni nei nostri discorsi, come CONCEDERE, SUCCEDERE, INTERCEDERE ed ECCEDERE? Anche in questi casi la differenza semantica la fanno i rispettivi prefissi.  Nel primo, la preposizione latina CUM- (diventata in italiano CON-) indica un cammino consensuale, frutto di una mediazione in cui soggetti in conflitto tra loro decidono di cedere su qualcosa pur di giungere ad un accordo. ‘Succedere’, grazie al prefisso SUB-, si presenta in un’accezione prevalentemente temporale (seguire, venire dopo, toccare in eredità…), può esprimere in modo neutro un semplice dato fattuale (accadere, avvenire…) ma può anche aggiungere una sfumatura nettamente positiva (avere successo, riuscire in un’impresa…) [iv]. ‘Intercedere’ (INTER- vuol dire tra, in mezzo) indica invece un ruolo di mediazione terza, svolto inter-venendo in favore di qualcuno, inter-ponendosi per ottenere qualcosa. [v].  In questo come in altri casi, d’altra parte, bisogna fare attenzione a non ‘eccedere’, andando troppo oltre, esagerando, e quindi uscendo pericolosamente fuori (EX-) dai limiti imposti…

 Forse qualcuno si sta chiedendo perché ho deciso di occuparmi proprio di questo verbo, tenuto conto del contesto ecopacifista nel quale ho iniziato le mie ‘etimostorie’. Ebbene, basta sfogliare i giornali o ascoltare le notizie per radio o in televisione per accorgersi che molte cronache e commenti relativi alla guerra in Ucraina utilizzano – non sempre consapevolmente – espressioni che rinviano a quell’antica radice latina e, prima ancora, indoeuropea. Si racconta infatti di scenari bellici che, come sempre, vedono truppe di ambedue gli schieramenti ora procedere speditamente, ora retrocedere più o meno precipitosamente in seguito agli attacchi degli avversari. Non dimentichiamo poi che l’aggressione russa del 2022 – e prima ancora la precedente offensiva militare ucraina, iniziata nel 2014 – hanno avuto e hanno ancora come teatro principale la vasta area orientale e meridionale del Donbass, dove due regioni russofone (Donesc’k e Luhansk) avevano deciso di secedere, autoproclamandosi repubbliche indipendenti.

Da otto anni nessuna delle parti in conflitto ha mostrato di voler recedere dalle proprie posizioni e l’attuale allargamento d’uno scontro interno ad una feroce guerra di dimensioni che vanno ben oltre la stessa Europa, non lascia prevedere che cosa potrà succedere se non si riuscirà a fermarla. Finora i tentativi di mediazione esterna, tesi ad intercedere tra i belligeranti, non hanno sortito effetti apprezzabili. Al contrario, in varie occasioni è sembrato che si soffiasse sul fuoco del conflitto russo-ucraino, alimentandolo anche con l’invio di armi, contrabbandate come aiuti umanitari. Ecco allora che, spinte da orgoglio nazionalistico e da preoccupanti dinamiche imperialistiche a livello globale, le parti in causa si guardano bene dal retrocedere dalle rispettive posizioni. E quando sembrava di scorgere timidi spiragli di intesa – che ovviamente prevedono che su alcuni punti si debba necessariamente concedere qualcosa all’avversario – arroganti interventi esterni li hanno inesorabilmente fatti fallire…

Le ragioni della pace, di fronte alla catastrofica prospettiva d’una guerra mondiale, dovrebbero ovviamente precedere interessi e considerazioni di parte. Purtroppo non è affatto così e troppi soggetti continuano ad alimentare irresponsabilmente questo sanguinoso conflitto, senza preoccuparsi di eccedere, cioè di andare decisamente ben oltre i limiti che l’umanità si era data dopo il 1945, per evitare che la follia della guerra la spingesse al suicidio.

Insomma, cedere non ha – etimologicamente parlando – solo l’accezione negativa che di solito si dà a questo verbo. Non si tratta necessariamente di arrendersi all’arroganza altrui, assumendo il ruolo di ‘perdenti’, né di lasciar vincere la violenza. Certo, in inglese è traducibile con surrender o yield , entrambi connotati negativamente. Anche in francese si rende con abandon ed in tedesco con ausgeben, suggerendo entrambi il significato di ‘abbandonare’. Altrettando vale per le lingue russa (сдаваться> sdavat’sya) e ucraina (здатися > sdatisya), che evocano situazioni in cui ci si arrende, cessando di opporre resistenza, piegandosi e lasciandosi andare.

Non dimentichiamo però che – in ambito scientifico – la ‘cedevolezza’ non è un difetto bensì una proprietà, come c’insegna l’omonimo principio in fisica, contrapposto a quello di ‘rigidezza’. [vi] Non trascuriamo poi la millenaria saggezza orientale, che connota la cedevolezza proprio come la qualità positiva che ci aiuta a resistere alla violenza altrui, come da sempre insegnano i maestri del ju-do [vii]. Ma quando l’alternativa è tra cedere o decedere, la scelta di proseguire la guerra sembra ancor più incomprensibile…


[i]   Cfr. https://it.wiktionary.org/wiki/cedo ;

[ii]  Ibidem

[iii] Michel Bréal et Anatole Bailly, Dictionnaire étymologique latin, Hachette, Paris, 1885 (trad. mia)

[iv]  Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/succedere/

[v]   Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/intercedere/

[vi]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Rigidezza

[vii] V. citazioni di Jigoro Kano in: D. Postacchini, Ju-do la via della cedevolezza, https://danielepostacchini.it/2021/08/08/la-via-della-cedevolezza/

© 2022 Ermete Ferraro

Etimostorie #4: CONFLITTO

Le parole per dirlo

Parola tornata drammaticamente di attualità in occasione della brutale invasione armata dell’Ucraina da parte delle forze armate russe, ‘conflitto’ non è però sinonimo di ‘guerra’ [i], che rappresenta solo la sua manifestazione più violenta e distruttiva.  Basta consultare qualche dizionario etimologico per verificare che, analizzando l’origine latina di questo termine, siamo di fronte più che altro ad una situazione di ‘urto’, di ‘collisione’, fra due o più situazioni, idee o interessi.

«Discordia, contrasto tra individui o entità, che può essere gestito pacificamente, con accordi o appellandosi a regole condivise (come è tipico in una democrazia); oppure con il tentativo di una parte di imporsi con la violenza (sostantivo) […] dal latino conflictus ossia “urto, scontro”, derivazione di confligere, cioè “confliggere, cozzare”, “combattere”» [ii].

Il verbo di cui ‘conflitto’ è il participio passato, con valore sostantivale, è infatti con-fligere, il cui senso è: “urtare una cosa con un’altra…percuotere” [iii]. Altre possibili traduzioni del latino fligere sono anche: battere, bussare, colpire, etc. [iv], per cui l’idea di fondo resta quella di un urto, una collisione, o comunque un confronto, fra realtà diverse non coincidenti, se non opposte. Anche se consultiamo un dizionario etimologico inglese, infatti, troviamo:

«inizi del XV sec., “contendere”, combattere, dal latino conflictus, participio passato di confligere “colpire insieme, essere in conflitto” […] Significato “essere in opposizione, essere contrari o diversi…» [v].

Una rapida carrellata geo-linguistica ci conferma in gran parte quanto questa radice sia ampiamente comune (fra. conflicte, cast. conflicto, cat. conflicte, rum. conflict, por. conflito, ted. konflikt, ola. conflict…). Perfino nelle lingue slave questa base lessicale è presente (rus., ser. e bul. конфликт, pol. konflikt). Le cose cambiano poco se lo stesso concetto è espresso col differente vocabolo greco συγκρουσηsynkrousi (che appunto significa scontro, collisione, confronto, da krousi = colpo, percussione + pref. syn = con [vi]). Perfino nella lingua hindi troviamo टकरावtakrānā, la cui radice ci riconduce all’idea di urto, collisione [vii].

Il vocabolo cinese corrispondente (冲突 chōngtú) e quello giapponese 衝突shōtotsu) denotano la medesima idea. In ambito semitico, il termine ebraico utilizzato è סְתִירָהstiva’ indica una contraddizione o discrepanza [viii] ed anche il vocabolo arabo نزاع nizae fa riferimento ad una disputa, un giudizio, tra parti in disaccordo [ix].

Con-fliggere non vuol dire in-fliggere

Il vero problema, a questo punto, è se il conflitto – che come si è visto evoca comunque un confronto, uno scontro, un urto tra realtà, visioni ed interessi divergenti – debba avere necessariamente un vincitore ed un vinto, oppure possa concludersi differentemente, in maniera non distruttiva e senza prevaricazione o imposizione violenta di una delle parti in causa, e quindi mediando tra di esse e cercando vie d’uscita inesplorate.

Ovviamente la risposta di un “convinto della nonviolenza” è no, in quanto i conflitti – che pur non vanno mai negati, ignorati o peggio repressi – possono avere esiti molto diversi, creativi ed alternativi non solo alle guerre, ma anche alle comuni soluzioni in cui una parte deve comunque soccombere, secondo la teoria dei “giochi a somma zero” [x].  Ecco perché esplorare le tecniche per trasformare i conflitti – o meglio, secondo l’espressione di J. Galtung, trascenderli [xi] – resta un obiettivo fondamentale per chi intende contrastare l’ineluttabilità della violenza in genere e dei conflitti armati in primo luogo, educando i giovani alla pace e alla nonviolenza attiva [xii].

Mi sembra interessante, infine, citare quanto osservava in proposito il teologo mons. Nunzio Galantino, ribadendo che i conflitti possono, e devono, trovare soluzioni diverse da quelle cui purtroppo siamo abituati, rivalutando la loro carica positiva e generativa.

«Sempre e comunque il conflitto si colloca e ci colloca in un contesto relazionale. Relazione con l’altro da me e/o relazione con me stesso. […] Ha proprio ragione l’imperatore stoico Marco Aurelio: “È conflitto la vita, è viaggio di un pellegrino”; e, con lui K. Marx, quando scrive: “Non vi è progresso senza conflitto: questa è la legge che la civiltà ha seguito fino ai nostri giorni”. L’etimologia della parola conflitto dà ragione dell’approccio semantico positivo fin qui seguito […] Sia in Lucrezio [De Rerum Natura] sia nel De officiis di Cicerone questo verbo rimanda alla possibilità di fare incontrare, confrontare, riunire, avvicinare. Solo più tardi confligere acquisterà il significato di combattere, contendere, urtare ostilmente. L’etimologia ci consegna quindi originariamente la parola conflitto come incontro generativo tra realtà differenti».[xiii]


Note

[i]  Cfr. E. Ferraro, Etimostoria #2: GUERRA, https://ermetespeacebook.blog/2022/02/27/etimostorie-1-guerra/

[ii]  Cfr. voce ‘conflitto’ in Wiktionary, https://it.wiktionary.org/wiki/conflitto

[iii] Cfr. voce ‘conflitto’ in Etimo.it, https://www.etimo.it/?term=conflitto

[iv] Cfr. ‘fligere’ in Glosbe.com, https://it.glosbe.com/la/it/fligere

[v]  Cfr. ‘conflict’ in Etymonline.com, https://www.etymonline.com/word/conflict

[vi]  Cfr. https://el.wiktionary.org/wiki/%CE%BA%CF%81%CE%BF%CF%8D%CF%83%CE%B7  e https://el.wiktionary.org/wiki/%CE%BA%CF%81%CE%BF%CF%8D%CF%83%CE%B7

[vii]  Cfr. https://en.wiktionary.org/wiki/%E0%A4%9F%E0%A4%95%E0%A4%B0%E0%A4%BE%E0%A4%B5

[viii]  Cfr. https://context.reverso.net/traduzione/ebraico-italiano/%D7%A1%D6%B0%D7%AA%D6%B4%D7%99%D7%A8%D6%B8%D7%94

[ix]  Cfr. https://en.wiktionary.org/wiki/%D9%86%D8%B2%D8%A7%D8%B9

[x] Cfr. voce “teoria dei giochi” in Wikipedia.it – https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_giochi

[xi]  J. Galtung, Conflict Trasformation by Peaceful Means (The Transcend Method). https://gsdrc.org/document-library/conflict-transformation-by-peaceful-means-the-transcend-method/

[xii]  Per approfondire tale aspetto, cfr. E. Ferraro, “RiconciliaAzioni”, Ermetes’ Peacebook 12.05.2020 –  https://ermetespeacebook.blog/2020/05/12/riconcili-azioni/

[xiii]  Mons. N. Galantino, “Abitare le parole/ conflitto”, il Sole 24 Ore, 16.06.2019 – http://www.nunziogalantino.it/wp-content/uploads/2019/06/Conflitto_Abitare-le-parole.pdf

Etimostorie #1: GUERRA

NON È BELLO CIO’ CHE È BELLICO…

Relief at the entrance of the former Military Casino of Madrid (Spain), built in 1916. Di Luis García, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6109805

Dopo il corso di Lingua e cultura napolitana nel primo quadrimestre 2021-22, quello nuovo che sto proponendo presso la sede di Napoli dell’UNITRE (Università delle Tre Età) riguarda l’introduzione alla ricerca etimologica.

Venerdì 25 febbraio eravamo al secondo incontro di questo percorso ma per me, da decenni ricerc-educ-attore per pace, sarebbe stato impossibile limitarmi a fare lezione, come se non stesse accadendo nulla. Soprattutto se si considera la cultura come la porta per giungere quella consapevolezza che, a sua volta, dovrebbe indurci all’impegno diretto, per cambiare qui e ora ciò che non va nel nostro travagliato mondo.

Ecco perché, prima di riepilogare quanto avevo spiegato inizialmente a proposito della ricerca etimologica e delle sue basi glottologiche, non ho potuto fare a meno di esemplificare quanto lo studio dell’origine ed evoluzione semantica delle parole possa aiutarci a capire meglio la realtà quotidiana e anche a demistificarne le narrazioni correnti.

Perciò, di fronte ad una clamorosa e drammatica invasione con aerei e carrarmati d’un paese libero, col terribile corredo di morte distruzione e terrore derivante da ogni folle pretesa di risoluzione armata dei conflitti, ho proposto ai/alle partecipanti un istruttivo viaggio dentro una delle parole-concetti peggiori della storia, ma che purtroppo l’hanno caratterizzata da millenni: GUERRA. Ovviamente si è trattato allora solo di accenni, ma proverò adesso ad allargare il campo per un’esplorazione più ampia e comparativa.

I Greci la chiamavano Πόλεμος (pòlemos) personificandola con l’omonimo demone della guerra, padre della dea Alalà che accompagnava il dio Ares. E alalà era appunto il grido di battaglia ellenico, dopo migliaia di anni attualizzato dal fascismo su suggerimento di Gabriele D’Annunzio. Secondo Etimo.it, la parola deriverebbe dal verbo gr. pallo (lat. pello), indicante l’atto di lanciarsi contro qualcuno, da cui anche il sostantivo palé (lotta), a sua volta padre di termini come palestra e suoi derivati.

Per gli antichi Romani, che di guerra s’intendevano parecchio, il sostantivo comunemente usato era bellum, derivante (stessa fonte) da una modificazione della parola originaria latina duellum (lotta fra due persone o parti), seguendo il percorso dvellum > dbellum > bellum. Nel periodo successivo alle invasioni, che portarono alla fine dell’impero romano, questo termine fu rapidamente sostituito nelle lingue romanze dall’equivalente germanico.

Come spiega il cit. Etimo.it , le parole neolatine ed anglosassoni con questo significato (guerra, guerre, war) ci riportano infatti al vocabolo antico tedesco werra, il cui senso originario era: contesa, discordia, zuffa, baruffa. Andando ancora più indietro come suggerisce il sito Etymonline.com , scopriamo che quella parola proto-germanica si riallacciava alla radice indoeuropea *werz, il cui significato era: confusione, mescolanza, mischia. Circostanza che fa venire in mente il vecchio detto napolitano: “L’ammuìna è bbona p’ ’a guerra”. Una sorprendente sintesi glottologica popolare, visto cha il verbo spagnolo amohinàr – da cui deriva il termine partenopeo – significa dare fastidio, seccare, ma anche arrabbiarsi, adirarsi.

È invece abbastanza curioso che proprio i tedeschi – eredi diretti degli antichi e bellicosi popoli germanici – abbiano lasciato ad altri quell’antica radice verbale, spostandosi sulla parola krieg, secondo Duden.de derivata da Kriec del medio alto tedesco, col significato di combattimento, ma originariamente anche di sforzo. Un altro dizionario etimologico tedesco (v. dwds.de) allarga il significato a concetti come perseveranza, ostinazione, dogmatismo, resistenza, discordia ecc.

DALLA CLAVA ALLA BOMBA ATOMICA

Nel mondo semitico, il concetto di guerra è rappresentato dal vocabolo ebraico מִלחָמָה milhamâ, terribile parola presente innumerevoli volte anche nell’Antico Testamento e che, come apprendiamo dal sito biblico Blue Letter Bible ,  derivava dalla radice verbale indicante la lotta, il combattimento. In lingua araba, invece, il termine che ci parla della guerra è حرب harb. In questo caso, però, si tratta di un vocabolo più generico, che in quel contesto culturale e religioso indicava il territorio degli infedeli (dār arb) contrapposto alla terra dei credenti nell’Islàm (dār al-islām). Non a caso l’aggettivo sostantivato arbī – come spiega l’Enciclopedia Italiana Treccani – è stato tradotto in latino col vocabolo hostis, il cui significato – prima ancora di ‘nemico’ – era appunto quello di estraneo, straniero.

Tornando infine al drammaticamente attuale scenario di guerra guerreggiata, apprendiamo che alcune parole slave che ad essa si riferiscono (russo воина: voinà pron: vainà – ucraino війни: viyny – polacco: wòyna – ceco: vàlka) – secondo il sito russo Lexicography online – hanno come comune origine un’antica forma slava che riproduceva il grido di caccia, l’ululato ferino del combattente. Altri la collegano invece ad un’altra antica radice *vino, che ci parla invece di colpe, peccati ed errori, ma anche di chi si vendica (vedi lat. vindex).

In ogni caso, il grido selvaggio di chi concentra i propri sforzi fisici e mentali sulla lotta al ‘nemico’ (l’altro, il diverso, lo straniero) ci riporta purtroppo ad un mondo di violenza primitiva, dove la vita era lotta e le proprie ragioni si affermavano solo con pietre e clave. L’assurda barbarie della guerra – ripudiata dalla civiltà ma purtroppo fin troppo presente anche nel terzo millennio – è stata non a caso sintetizzata dalla famosa frase di Albert Einsten: “Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma la quarta sì: con bastoni e pietre”. Ecco perché l’unica guerra possibile è e sarà quella contro la guerra, l’imperialismo mai estinto ed il sistema militare-industriale su cui si regge.

“Born to Kill”: NATO per uccidere

Noi napolitani, eredi di secoli di forzoso adattamento alle dominazioni straniere che ci hanno assuefatti al controllo militare, siamo arrivati a sentirci quasi ospiti a casa nostra.  Percorrendo in auto la Domiziana, soprattutto con una deviazione per raggiungere località balneari come Varcaturo, a tantissime persone sarà capitato di scorgere distrattamente un enorme complesso, moderno e grigio, proprio accanto al Lago Patria, a breve distanza dall’antica Liternum, dove si 2200 anni fa si ritirò dopo le guerre puniche Scipione l’Africano.  Ma forse anche per molti giuglianesi quella grigia fortezza, sinistra città nella città, è un elemento in più nella ex fertile Campania Felix, da decenni infelice sede delle ecomafie, intossicata da criminali scarichi di veleni e appestata da roghi tossici.

E allora benvenuti a Nàtoli, provincia di ‘Terra dei Fuochi’, una cittadella militare dove i sedicenti ‘alleati’ multinazionali – ma targati stelle e strisce – da un decennio si esercitano a controllare lo scacchiere strategico dell’Europa meridionale, del nord Africa e dell’est europeo. Una delle aree più calde, sulle quale il JFCN (Joint Forces Command Naples) ha esteso dal 2012 la sua giurisdizione – dopo il trasferimento dall’AFSOUTH di Bagnoli – come quartier-generale operativo della NATO, da cui dipendono due delle sei Force Integration Units in Romania ed il neonato Aegis Ashore Missile Defence Site Deveselu, parte del suo sistema di difesa missilistica.

Benvenuti in quella che per molti è solo un’area militare off limits, chiamata impropriamente ‘base’ ma dalla quale non partono cacciabombardieri né colonne di carri-armati. E in effetti – a parte un’enorme e minacciosa batteria d’installazioni per telecomunicazioni – nulla lascerebbe sospettare che in quell’ingombrante complesso color ferro a meno di 20 km da Napoli (edifici a 7 piani di cui 2 interrati, 330.000 mq di superficie, 280.000 metri cubi di edificazione ed una potenziale ricettività di 3.000 presenze) si sono già decise le sorti delle recenti, disastrose, guerre scatenate dall’imperialismo USA e, purtroppo, si continueranno a decidere e controllare strategicamente quelle che si stanno preparando sul fronte est e quello mediterraneo.

Benvenuti in quella che in teoria sarebbe casa nostra, la nostra terra, ma che dal dopoguerra è occupata militarmente dai cosiddetti ‘liberatori’, cui sovrintende un mega-ammiraglio statunitense ‘a due berretti’, capo sia delle forze navali USA (US Naval Force Europe-Africa di Capodichino) sia del JFC di Giugliano, giusto per far capire chi è che comanda…  Nella pagina di ‘accoglienza’ del sito www.jfc.nato.int è scritto che la “nuova struttura di comando della NATO è più snella, più flessibile, più efficiente e meglio in grado di condurre l’intera gamma delle missioni dell’Alleanza”. Si precisa poi che è parte della: “Forza di risposta della NATO (NRF) costituita da una forza flessibile e tecnologicamente avanzata che include elementi di terra, mare e aria pronti a spostarsi rapidamente ovunque sia necessario, come deciso dal Consiglio Nord Atlantico». Il linguaggio è volutamente neutro, come se non si trattasse di un comando militare strategico ma di una qualsiasi azienda. Un messaggio pubblicitario, che sorvola ovviamente sul fatto che efficienza tecnologica e flessibilità operativa servono a “preparare, pianificare e condurre” azioni di guerra (eufemisticamente: ‘missioni’), causa di migliaia di morti e feriti e di gravissime devastazioni ambientali. Quella guerra che a parole la nostra Costituzione “ripudia”, ma alla quale ci prepariamo disciplinatamente, sotto il comando d’un ammiraglio che, a sua volta, è al comando del Presidente degli Stati Uniti d’America.

Benvenuti in un territorio straniero sul quale non abbiamo giurisdizione né controllo, ma dove comunque risiedono dal 2013 migliaia di militari e civili di varia nazionalità, aggravando l’impatto antropico su un’area comunale densamente popolata (oltre 1.314 abitanti per hm2), assai inquinata e con vari problemi di vivibilità, un luogo per di più sottratto ad ogni verifica e monitoraggio ambientale e sanitario. Un grosso compound ipertecnologico, dove assurdamente gli scolari di Giugliano vengono portati in visita guidata, ma che ha reso problematica la sicurezza di quel territorio (di fatto un bersaglio strategico…). Un complesso di cemento…armato costato pure un bel po’ di denaro, tenuto conto che sommando ai 165 milioni di euro stanziati dalla NATO (pagati peraltro in quota parte anche dall’Italia) i 21 milioni di fondi FAS per le “infrastrutture” viarie e i 5 milioni erogati a suo tempo dall’Amministrazione Provinciale, si arriva alla stratosferica somma di oltre 190 milioni di euro investiti in una centrale della guerra.

Purtroppo Giugliano, pur ricevendo in cambio pochi veri benefici, sembra da tempo rassegnata a recitare il ruolo subalterno di military town, dove spadroneggiano anche i nostri soldati, col pretesto dell’intervento per l’operazione ‘Terra dei Fuochi’. Di recente, fra l’altro, essi stanno cercando di accreditarsi paradossalmente come protettori dell’ambiente ed educatori nelle scuole, come dimostra il recente ed incredibile protocollo d’intesa tra Comune e Comando Sud dell’Esercito per promuovere… la raccolta differenziata nelle scuole. Forse la popolazione locale non ha ancora percepito la gravità di una situazione d’una città con quasi 124.000 abitanti (e con un numero molto superiore di residenti in periodo estivo) che si trova forzosamente ad ospitare uno dei principali comandi strategici della NATO.

È quindi compito del movimento antimilitarista e pacifista, contro ogni guerra e contro la sudditanza all’Alleanza Atlantica, rafforzare le azioni di sensibilizzazione, controinformazione e mobilitazione civile e popolare nei confronti dei cittadini giuglianesi, soprattutto in un drammatico momento in cui – neanche usciti da un pandemia globale e sotto l’imminente minaccia di una catastrofe ecologica – i venti di guerra soffiano più impetuosi del solito ed il leone della NATO ruggisce minacciosamente.

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(*) Ermete Ferraro, vicepresidente del M.I.R. e membro dell’Esecutivo di V.A.S., è un ecopacifista nonviolento. L’articolo è stato pubblicato dal quotidiano online “CONTROPIANO” (https://contropiano.org/news/politica-news/2022/02/18/born-to-kill-n-a-t-o-per-uccidere-0146710 )

De-formazioni paramilitari

Dopo l’esperienza televisiva della serie televisiva La Caserma [i] (sulla quale a suo tempo espressi il mio pensiero con una nota in lingua napolitana [ii]) nella nostra ‘repubblica che ripudia la guerra’ prosegue in varie forme, anche fuori dei canali istituzionali delle forze armate, una crescente propaganda militarista.  Grazie alla segnalazione di un amico, ad esempio, ho scoperto che la romana Nissolino Academy (che si autodefinisce “esclusiva accademia di formazione ad indirizzo militare per i giovani meritevoli che ambiscono ai futuri quadri direttivi delle Forze Armate e delle Forze di Polizia[iii] ) ha pubblicamente lanciato la sua proposta di bootcamp, un addestramento militare accelerato per giovani volenterosi e motivati [iv]. Nella pagina del sito dedicata a questa formazione paramilitare (ma loro la chiamano “propedeutica alla vita militare”…) si precisa che è riservata a 20 ultradiciassettenni di entrambi i sessi da selezionare, che ha una durata abbastanza limitata (dal 29 agosto al 9 settembre prossimi), e che costa 1.800 euro. Si aggiunge che:

«le attività e le challenge del Nissolino Academy Bootcamp saranno riprese dalle videocamere di Skuola.net, per dare vita a un docu-reality suddiviso in 7 puntate, che sarà trasmesso online a partire da Maggio 2022». [v]

Il copione dell’iniziativa, visto il taglio mediatico, sembra il solito concentrato militarista di retorica, atletismo, disciplina e ‘spirito di squadra’. Il programma del campo-scuola per aspiranti combattenti, infatti, è stato così dettagliato:

«Attività ludico-addestrative > addestramento formale (alzabandiera, ammainabandiera, adunata, marcia, ecc.) – prove ginnico sportive – gare di orienteering – esercitazioni di softair – camuffamento militare – movimento tattico diurno e notturno. Attività psicoattitudinali > test della personalità – test psicoattitudinali – test motivazionali» [vi].

Né più né meno di quanto è stato ammannito a chi ha seguito le puntate de La Caserma, ivi compreso l’inserimento di un monitoraggio psicologico di tale addestramento, da cui ovviamente dovrebbe dedursi la rapida ed immancabile evoluzione della personalità degli anonimi ed individualisti giovanotti/e partecipanti, prodigiosamente trasformati dal corso in veri e propri soldatini.

Il percorso ‘formativo’, per ammissione degli stessi organizzatori, è frutto sia di una rigorosa routine paramilitare sul piano comportamentale, sia della educazione ad alcuni consolidati valori etico-patriottici sul piano mentale.

 «Il ripetersi della sveglia, dell’alzabandiera, dei pasti e delle attività svolte in gruppo, dormire nelle camerate e condividere le gioie e i sacrifici, crea fra i cadetti un senso di appartenenza promuovendo maturazione e crescita personale […] Chi sceglie di indossare la divisa solitamente è spinto dalla passione e dalla condivisione di valori fondamentali come coraggio, disciplina, rispetto, obbedienza, patriottismo, spirito di sacrificio, altruismo e senso del dovere. Scegliere la vita militare vuol dire anche essere pronti a stare lontani dalla famiglia e dagli affetti più cari, favorendo istinto di indipendenza e capacità di adattamento a situazioni nuove». [vii]

Voglio pure sorvolare sull’evidente contraddizione tra un addestramento basato su obbedienza e disciplina gerarchica e promozione di personalità mature e ‘indipendenti’. Però non posso fare a meno di sottolineare l’artificiosità dell’esito finale di questo corso accelerato di convivenza ‘cameratesca’ e di formazione allo spirito di ‘corpo’. L’adattamento alle norme d’una struttura organizzativa improntata a criteri opposti a quelli cui i /le giovani sono abituati, infatti, deriva solo dalla full immertion in un mondo parallelo a quello ‘civile’, scandito da regole ferree e indiscutibili, cui si può solo ubbidire in maniera “pronta, rispettosa e leale”. [viii]

Certo, chi sceglie questo genere di percorso avrà già acquisito un’impostazione di un certo tipo, visto che si tratta di un’esperienza volontaria. Però molto incide il clima spersonalizzante e gerarchico su cui si fonda l’istituzione militare e l’insistenza autoreferenziale sul fatto che sarebbe una ‘preparazione’ a 360 gradi (didattica, psico-attitudinale, atletica e perfino nutrizionale [ix]), lasciando intendere che solo in uniforme e stando in riga tutto ciò sia davvero possibile.

Un altro leit-motiv propagandandistico di questi addestramenti pre/para-militari è l’insistenza sul concetto di ‘sfida’ (spesso declinato nella forma inglese challenge). Non a caso, infatti, nella pagina web introduttiva della Nissolino Academy Bootcamp si sottolinea:

«…l’opportunità di confrontarsi per 12 giorni con i ritmi della vita militare, sfidando costantemente se stessi e i loro compagni di squadra. Il Nissolino Academy Bootcamp è riservato ai giovani più meritevoli che mostreranno spirito di iniziativa, impegno, forza, costanza e collaborazione». [x]  

Che il ‘confronto’ non si riduca per forza ad una ‘sfida’, oppure che lo spirito d’iniziativa e di collaborazione non siano affatto una prerogativa di chi veste la divisa, non sfiora nemmeno la mente degli addestratori militari. Un altro elemento attrattivo consiste poi nel presentare questi massacranti dodici giorni d’immersione nella realtà degli sturmtruppen come se si trattasse d’una vacanza impegnativa ma, tutto sommato, quasi ludica.  Leggiamo infatti:

«Questa è la tua occasione per dimostrare quanto vali. Credi in te stesso, non perdere di vista l’obiettivo e tira fuori tutta la determinazione che hai…senza dimenticare di divertirti!». [xi]  

Non a caso nello stesso testo si utilizzano termini come camouflage (“occultamenti, travestimenti e altri accorgimenti ingannevoli”); orienteeringricerca di un certo numero di obiettivi elencati in una mappa, attraverso la scelta del percorso più breve») oppure softairattività ludico-ricreativa basata sulla simulazione di azioni militari, senza tuttavia essere violenta. I ragazzi indosseranno dispositivi di protezione individuale e utilizzeranno riproduzioni di vere armi da fuoco che sparano piccoli pallini di plastica biodegradabili, totalmente innocui…»).  Un grande ed appassionante gioco a squadre, insomma. Una specie di campo-scuola a metà fra campeggio estivo e formazione scoutistica, dove si sparano allegramente proiettili di plastica in attesa di sparare, col tempo, quelli un po’ meno degradabili ed un po’ più letali… Altro che partecipazione ai campi estivi per educare alla pace ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti! Lì s’impara il “movimento tattico”, si forma alla “leadership” e si prepara ad attività “multitasking”, accrescendo nei fortunati giovani partecipanti il “livello di ambizione”.

Che dire? Quello che mi preoccupa non è tanto il ‘camouflage’ da meritorio ente formativo di un ente privato che addestra a pagamento i nostri giovani a diventare bravi ed ubbidienti soldatini. Il vero problema è la pervasiva militarizzazione della società, della cultura e perfino del linguaggio quotidiano, cui in troppi si stanno assuefacendo, senza battere ciglio. Imparare ad ubbidire agli ordini e ad eliminare fisicamente gli avversari non può essere frutto di una ‘formazione’, ma piuttosto il risultato di una crescente deformazione ideologica ed etica, cui vanno contrapposti ben altri valori ed obiettivi. Concludo quindi con le parole di don Milani:

«E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all’obiezione che all’obbedienza. L’obiezione in questi 100 anni di storia l’han conosciuta troppo poco. L’obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l’han conosciuta anche troppo…». [xii]

© 2021 Ermete Ferraro


N o t e :

[i]  Vedi: https://www.raiplay.it/programmi/lacaserma

[ii] Ermete Ferraro, “ ‘A caserma nunn’è na scola ”, Napoli , quotidiano gratuito, 30.01.2121 > https://www.quotidianonapoli.it/2021/01/30/a-caserna-nunn-e-na-scola/?fbclid=IwAR1bDftCDTq0vnmY4Ebcq0HkpxAM6nFusARax6V7d3iLmgKyGY81wQTi50U

[iii] Vedi: https://www.nissolinoacademy.it/

[iv] Vedi: https://www.nissolinoacademy.it/nissolino-academy-bootcamp/?fbclid=IwAR2ZzLFtInF7kDoUM7UdL7y7dcPIXk0MSm7AfYQDAD0OrXe5tWpE16xi68Y

[v]   Ibidem

[vi]  Ibidem

[vii]  https://www.nissolinoacademy.it/vita-militare/

[viii] Cfr. art. 5, comma 1, del Regolamento  di Disciplina militare > https://www.peacelink.it/pace/a/76.html

[ix] Cfr. https://www.nissolinoacademy.it/vita-academy/

[x]  Vedi: https://www.nissolinoacademy.it/nissolino-academy-bootcamp-esperienza-vita-militare/

[xi]   Ibidem

[xii]  https://www.famigliacristiana.it/articolo/l-obbedienza-non-e-piu-una-virtu-il-testo-di-don-lorenzo-milani.aspx

Ripudiare la guerra: dalle parole ai fatti

Pochi non sanno – anche se in troppi se ne dimenticano – che l’art. 11 della Costituzione su cui si fonda la nostra Repubblica comincia con le seguenti parole: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”. C’è da notare che nella Carta costituzionale non è facile trovare affermazioni così esplicite, chiare e categoriche. Ciò che colpisce di più – e su cui intendo soffermarmi sul piano linguistico – è la scelta che i costituenti fecero 72 anni fa, quando decisero di utilizzare in questo contesto il verbo ‘ripudiare’, davvero insolito sul piano giuridico-istituzionale.  

«Che la formula scelta per il divieto suoni particolarmente forte non è dubbio; è nota l’attenzione particolare posta nella scelta del verbo ripudia, preferito, infine, ad altri verbi (rinuncia, condanna) perché – come disse il presidente della Commissione, Meuccio Ruini – ha «un accento energico ed implica così la condanna come la rinunzia alla guerra». Riconoscendo che ogni tipo di contrasto può essere risolto col ragionamento, viene ribadito nelle diverse fasi dei lavori, anche in Assemblea plenaria, l’intento di eliminare la guerra per sempre, il rifiuto dell’atto di violenza…»  [1]

Le parole infatti hanno un peso. Sono molto più che emissioni articolate di voce, in quanto danno corpo ai nostri pensieri, concretezza alle nostre idee e – in quanto ‘atti linguistici’ [2] – servono non solo a dire, ma anche a ‘fare’. Ecco perché non solo esprimono sentimenti ed intenzioni, ma agiscono e conseguono effetti pratici. Nel caso specifico, la condanna decisa ed assoluta della guerra nella Costituzione è racchiusa nel verbo ‘ripudiare’ che di per sé indica un’azione concreta, di cui però non tutti sono consapevoli. Basta allora leggerne la definizione che ne dà un autorevole dizionario:

«Ripùdio s. m. [dal lat. repudium, prob. connesso con pes pedis «piede» (propr., l’atto di respingere con il piede)]. – 1. L’azione, l’atto e il fatto di ripudiare chi è legato a noi affettivamente o socialmente: r. della famiglia; r. di un amico, di un’amicizia. In partic., nel diritto matrimoniale di alcuni popoli (per es. nell’Antico Testamento, nel diritto romano, nella legge sacra musulmana), la dichiarazione che un coniuge (il marito) fa all’altro coniuge, con o senza formalità, di volere rompere il vincolo coniugale: è una forma di divorzio unilaterale. 2. Rifiuto di ammettere, riconoscere, conservare come proprio qualche cosa che ci appartiene: r. di un libro, di un romanzo, di un’opera, di cui si è autore; r. della propria fede, di una promessa; r. dell’eredità, rinuncia all’eredità; r. del debito pubblico, esplicita dichiarazione di uno stato di non volere riconoscere il debito complessivo o alcuni debiti contratti da precedenti governi. Per estens., rifiuto deciso, netta opposizione ad accettare qualche cosa: r. di ogni compromesso, di ogni forma d’imposizione». [3]

Non si tratta di un puro diniego né siamo di fronte ad un semplice rifiuto verbale. Quel verbo dal suono antico, infatti, rappresenta un vero e proprio atto fisico. Evoca concretamente l’atto di respingere qualcosa o qualcuno col piede, di allontanarla/o con un calcio, rescindendo bruscamente un legame o relazione precedente. Siamo quindi di fronte ad un verbo che, se vogliamo, è connotato da una certa violenza e che, comunque, indica una volontà determinata, una decisione netta e definitiva. Certo, se pensiamo alla pratica giuridico-religiosa del ‘ripudio’, tipica della tradizione ebraica ed islamica, l’idea che questa parola ci suggerisce risulta piuttosto sgradevole, indicando una rottura unilaterale del vincolo coniugale, un divorzio privo di consenso e di reciprocità, intriso di spirito patriarcale e maschilista. Nell’adottarlo – in base alla prescrizione di un passo del Deuteronomio [4] – gli uomini Ebrei, con questa pratica molto sbrigativa di rescissione del matrimonio che chiamavano כְּרִיתוּת (kerithùth), sancivano la condanna d’un comportamento ritenuto talmente illecito da annullare l’accordo precedentemente stipulato (il verbo karath significa proprio tagliare un legame, rompere un patto). Secondo il testo veterotestamentario, infatti, la donna scacciata avrebbe dovuto commettere qualcosa di ‘vergognoso’ o ‘impudico’ (il termine originale è עֶרְוָה (ervâ), che in ebraico significa ‘nudità’ esposte). [5]  Se quindi consideriamo la scelta del verbo ‘ripudiare’ nell’art. 11 della Costituzione italiana in senso metaforico, appare chiaro che la ‘vergogna’, l’oscenità cui si fa riferimento, è costituita dalla guerra in sé. Attualmente il termine ebraico per indicare il divorzio unilaterale è ‘gerushim’, dalla radice ‘gerush’ in cui appare ‘ger’, che significa ‘straniero’, per cui – prescindendo ancora da considerazioni etiche e giuridiche su tale istituto – il ‘ripudio’ indica anche in questo caso il disconoscimento di un rapporto precedente, che viene così reciso nettamente, annullato del tutto a causa di un comportamento ‘estraneo’.

Tornando alla radice greco-latina del sostantivo ‘ripudio’ e del verbo da esso derivato, il suo impatto quasi fisico dipende dal sostantivo πούς , ποδός (pous, podòs), evocante l’atto di respingere col piede, di allontanare da sé con un’energica pedata. In latino questo vocabolo si è un po’ trasformato, ma la radice permane nel vocabolo pes, pedis, dal quale sono derivate una notevole quantità di altre parole collegate al termine originario.  Già i greci, ad esempio, usavano il nome ἐμποδιος (ed il verbo εμποδίζω)per indicare ciò che blocca, ostruisce, impedisce, esattamente come, in latino, impedimentum ed impedio. L’impedimento, dunque, è ciò che ‘ci sta fra i piedi’, che non ci fa andare avanti, che ci ostacola nel nostro cammino. Anche qui viene subito da pensare, a proposito dell’art. 11, che ciò che l’umanità dovrebbe finalmente ‘togliersi dai piedi’ è proprio la guerra, sinonimo di morte e distruzione e negazione di una vita tranquilla, serena e produttiva. Per procedere spedito verso un autentico progresso (dal lat. expeditus, esatto contrario di impeditus, da cui deriva fra l’altro anche il sostantivo inglese speedy), l’essere umano deve smetterla di ripetere gli errori del passato in modo pedissequo, di osservare le vecchie regole in maniera pedestre. Tutti noi dovremmo smetterla di accogliere quasi con tripudio il dato che pone l’Italia (che dovrebbe invece ‘ripudiare’ la guerra) al decimo posto nel mondo per esportazione di armamenti bellici. Noi italiani, per un minimo di coerenza, dovremmo indignarci quando qualcuno, dall’alto del suo podio istituzionale, continua a raccontarci fandonie sulle cosiddette ‘missioni di pace’, attualmente ben 41 spedizioni armate all’estero che ci costano quasi 25 miliardi di euro (+8,1%). [6]

Ancora una volta, questo 2 giugno la Festa della Repubblica ci è stata presentata come un’altra trionfale celebrazione delle forze armate, tradendo in tal modo la lettera e lo spirito della Costituzione che dovrebbe ispirarne le scelte. Il ‘ripudio della guerra’ è diventata un’espressione vuota, priva del solenne ed inequivocabile significato impressole 73 anni fa. Troppi pappagalli della politica, dai loro treppiedi, continuano a ripetere frasi assurde quanto retoriche, avallando la mistificazione che, in nome della difesa atlantica ed ora europea – ha portato l’Italia ad essere incatenata ad un complesso militare-industriale e militarmente impegnata in vari continenti, senza che questo possa configurarsi come quella “difesa della Patria” che, secondo l’art. 52 della Carta costituzionale, dovrebbe essere “sacro dovere del cittadino”. [7] Se è vero, infatti, che il testo dell’art. 11 citato prosegue recitando che: (“l’Italia) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo, è però difficilmente dimostrabile che un apparato militare che ci costa quasi 25 miliardi (68,5 milioni al giorno…) serva davvero per “assicurare pace e giustizia” e non ad alzare ulteriormente il livello delle già diffuse tensioni internazionali.

Dobbiamo allora superare e correggere il sesquipedale errore (nel senso di esagerato e prolungato, ma anche di grossolano) che, oltre a farci identificare il concetto di ‘difesa’ con quella armata [8], sta introducendo surrettiziamente anche l’idea che le forze armate servano pure a difenderci da calamità e pandemie. Ecco perché, nei confronti di un complesso militare-industriale che costituisce un vero e proprio impedimento alla realizzazione di un modello di sviluppo equo, ecologico e pacifico, tocca a noi, con la nostra obiezione di coscienza, ripudiare la guerra in tutte le sue manifestazioni, anche meno evidenti. In primo luogo divorziando da un legame internazionale che dal 1949 ci priva della nostra indipendenza come stato, asservendoci alla difesa degli indifendibili interessi del 10% dell’umanità che divora le risorse del restante 90% , pretendendo di controllare tutto e tutti.

© 2021 Ermete Ferraro


NOTE

[1]  Lorenza Carlassare, “L’art. 11 Cost. nell’intento dei Costituenti”, Costituzionalismo.it, fasc. 1/2013, p. 3 > https://www.costituzionalismo.it/wp-content/uploads/Costituzionalismo_437.pdf

[2]  Per una sintetica definizione, cfr. Pier Cesare Rivoltella, “L’atto linguistico”, La comunicazione >  https://www.lacomunicazione.it/voce/atto-linguistico/  e Clara Ferranti, Teoria degli atti linguistici, Corso di Sociolinguistica, Università di Macerata, 2014 > http://docenti.unimc.it/clara1.ferranti/teaching/2014/13354/files/teoria-degli-atti-linguistici-slide

[3] Voce ‘ripudio’ in Vocabolario on line Treccani > https://www.treccani.it/vocabolario/ripudio/

[4]  “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa.” (Deuteronomio 24,1)

[5]  Cfr. il testo originale del brano citato ed i relativi commenti lessicali in https://www.blueletterbible.org/kjv/deu/24/1/t_conc_177001 .  Sul divorzio nell’Antico Testamento v. anche l’interessante articolo: Alessandro Conti Puorger, “Il primo matrimonio col Signore”, Bibbiaweb.net > https://www.bibbiaweb.net/lett159d.htm

[6]  Vedi i dati forniti dall’osservatorio Milex > https://www.milex.org/2021/04/23/anticipazione-milex-spesa-militare-italiana-2021-sfiora-25-miliardi/  e da Analisi Difesa > https://www.analisidifesa.it/2020/07/le-missioni-militari-italiane-tra-nuovi-impegni-e-ritiro-dallafghanistan/

[7] V. testo dell’art. 52 della Costituzione della R.I. > https://www.senato.it/1025?sezione=123&articolo_numero_articolo=52

[8]  Vedi la sentenza della Corte Costituzionale n. 64 del 24.5.1985: “La Corte infine afferma che il dovere di difesa della Patria è “ben suscettibile di adempimento attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato,” e che “a determinate condizioni il servizio militare armato può essere sostituito con altre prestazioni personali di portata equivalente , riconducibili anch’esse all’idea di difesa della Patria” in: Giorgio Giannini, La difesa della Patria e la difesa non armata civile e nonviolenta, p. 4 > http://www.serviziocivileunpli.net/wp-content/uploads/2010/09/Difesa-della-Patria-non-armata-e-non-violenta.pdf

Piano di Ripresa…militar-industriale

Immagine dall’articolo sul ‘Recovery Plan armato’ della Rete Italiana Pace e Disarmo

Dopo l’esaltante euforia interpartitica dei trionfali esordi, sembra che l’entusiasmo per il Governissimo presieduto da Mario Draghi cominci a smorzarsi. A mano a mano che i nodi arrivano al pettine, mettendo in discussione l’adesione acritica che aveva contagiato sindacati movimenti e associazioni, inizia ad appannarsi l’immagine, brillante quanto artificiosa, dell’esecutivo ‘di salvezza nazionale’ o, per riferirsi alla crisi pandemica, di ‘salute pubblica’. I suoi pilastri – unità, competenza, efficienza, determinazione – si sono dimostrati piuttosto fragili, non tanto per i pur prevedibili terremoti all’interno d’una maggioranza eterogenea, quanto per le sue intrinseche contraddizioni. Eppure avevamo assistito ad un vero e proprio plebiscito di consensi, con manifestazioni di fiducia espresse dai vertici di Legambiente ma anche da buona parte della Confindustria, dalla Lega salviniana fino a larga parte di ciò che rimane della sinistra.

Insomma, sembrava che la ‘discontinuità’ fosse un requisito essenziale perché il nuovo governo producesse i frutti attesi, ma le novità registrate finora, quando ci sono, sembrano andare in ben altra direzione. Il piatto forte – sul quale peraltro era stata costruita la crisi del precedente governo – resta naturalmente il ‘Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza’, dalla cui gestione delle risorse finanziarie dipenderebbe l’uscita dal tunnel deprimente della crisi socio-sanitaria ed economica che continua a stringerci nella sua morsa. C’era sul tavolo una programmazione che evidenziava già criticità e contraddizioni, ma l’esecutivo Draghi le ha messe ancor più in luce, ficcando un po’ di tutto in quell’appetitoso calderone da 200 miliardi. Eppure qualcuno ha sostenuto che la positività del Piano Draghi rispetto a quello di Conte consisterebbe nella sua capacità di unire le riforme agli investimenti.

Fare attenzione a che razza di ‘riforme’ stanno preparando è il vero problema visto che da tempo la ‘Neolingua’ della politica ci ha abituato alla deformazione del senso delle parole, e quindi alla mistificazione dei concetti. Già dalla nomina dei ministri, parecchi si erano chiesti ad esempio se la persona più adatta a guidare l’auspicata ‘transizione ecologica’ fosse un vertice della nostra principale azienda che produce ed esporta armamenti. O se la persona più indicata a ricoprire il ruolo di Ministro dello Sviluppo Economico fosse un leghista ultraliberale e filo-atlantista. Lo ‘sviluppo’ perseguito da questo governo, in effetti, non ha molto a che vedere non solo con la sbandierata svolta ambientalista, ma anche con una visione globalmente alternativa del rapporto tra attività produttive, integrità del territorio e riequilibrio socio-economico.

Ecco che, con la pubblicazione del PNRR, ora tutto quanto appare piùchiaro. Da quell’atteso ed accattivante uovo di Pasqua spuntano diverse sgradevoli sorprese, che colpiscono anche i più fiduciosi. Infatti, come già era stato preannunciato da altri soggetti meno inclini ad inchinarsi preventivamente al governissimo Draghi, l’istruttiva lettura del suo ‘Piano’ ha portato a galla preoccupanti elementi che, nel mentre hanno poco a che vedere con la ‘resilienza’, indicano piuttosto che la sedicente ‘ripresa’ perseguita si riferisce in larga misura al meno ecologico e civile dei settori produttivi: quello che fa capo al complesso militar-industriale. Lo scrive chiaramente la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), lamentando fra l’altro che le sue proposte alternative sono rimaste del tutto inascoltate. «…una parte dei fondi del Recovery Plan verrebbe destinata per rinnovare la capacità e i sistemi d‘arma a disposizione dello strumento militare. Un tentativo …di lavaggio verde dell’industria delle armi […] Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali” […] Per il Senato “occorre, inoltre, promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca”…». [i]

Sì, rinnovare, incrementare, promuovere, dialogare sarebbero bei verbi se si parlasse di sviluppare un’economia ecosostenibile, decentrata, alimentata da fonti energetiche rinnovabili, capace di mobilitare le risorse giovanili e di arrestare una globalizzazione selvaggia e senza scrupoli. Verbi ambigui ed ipocriti se invece si fa riferimento al turpe mercato delle armi, al progresso tecnologico applicata agli strumenti per uccidere e reprimere, a ‘filiere industriali’ che grondano sangue… Come osservano i commentatori della RIPD, l’ambito militare non viene coinvolto nel PRRR per alcuni aspetti collaterali del sistema di difesa nazionale previsti dal vecchio Piano, come il rafforzamento della sanità o l’efficienza energetica degli immobili. Il referente diretto ed esplicito di una fetta dei fondi europei è proprio l’industria finalizzata allo ‘strumento militare’, peraltro già ‘beneficiaria’ del 18% degli investimenti pluriennali 2017-2034. Ciò significa che il governo Draghi – dichiaratosi da subito europeista ma anche prode sostenitore della Nato – ritiene che la ‘ripresa’ dell’Italia si promuove anche favorendo il riarmo bellico.

A quanto pare – scrivono gli ‘Antimilitaristi Campani’ nel loro recente opuscolo – la pandemia: «…non ha fermato né i conflitti in corso, né la corsa agli armamenti. Anzi, lo stesso Covid-19 … viene utilizzato nella propaganda delle grandi potenze in concorrenza tra loro per il dominio dei mercati e delle aree d’influenza […] Anzi, la morsa di questa crisi sistemica sembra accelerare lo scontro e l’attivismo guerrafondaio…e l’unico settore economico che continua a crescere è quello delle armi […] Questa corsa agli armamenti rischia di portarci verso…un nuovo conflitto mondiale che, considerato l’enorme arsenale nucleare in dotazione a nove paesi (circa 14.465 testate), porterebbe l’umanità e il pianeta verso la catastrofe». [ii]  E proprio di questa visione intimamente guerrafondaia si alimenta la crescente militarizzazione del territorio e delle istituzioni civili, resa ancor più evidente anche dalla nomina a Commissario nazionale per l’emergenza sanitaria del generale Francesco Paolo Figliuolo, esperto di logistica militare ma ««anche ex-comandante delle forze Nato in Bosnia e nel Kosovo. Una presenza inquietante, unita a quella di un Capo della Protezione Civile Nazionale che non ha esitato a dichiarare: “Siamo in guerra, servono norme di guerra”. [iii]

Il Capo della Protezione Civile Nazionale, Curcio, ed il Commissario Emergenza Covid, gen. Figliuolo

Come si può tollerare che – dopo un anno – non solo si continua ad usare infelici metafore belliche per parlare di un virus, con espressioni da bollettini di guerra, ma addirittura la si evochi in modo così esplicito? Una spiegazione ce l’aveva già data Susan Sontag, quando scriveva: «La guerra è una delle poche attività umane a cui la gente non guarda in modo realistico; ovvero valutandone i costi o i risultati. In una guerra senza quartiere, le risorse vengono spese senza alcuna prudenza. La guerra è pura emergenza, in cui nessun sacrificio sarà considerato eccessivo […] Trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate. I malati diventano le inevitabili perdite civili di un conflitto e vengono disumanizzate…» [iv] L’impiego deliberato di ‘strategie sanitarie’ fondate sulla militarizzazione della sanità, quindi, serve a renderci tutti più acritici ed acquiescenti, enfatizzando il ruolo delle forze armate a danno di quella stessa protezione civile di cui Fabrizio Curcio è il massimo esponente nazionale. Come scrivevo in una precedente nota, infatti: «…alla ‘mobilitazione’ delle forze armate in ogni loro versione possibile (poliziotti, necrofori, infermieri, medici, costruttori di strutture emergenziali, ricercatori, etc.), è corrisposta la pressante richiesta rivolta alla popolazione civile di restare sempre più immobili, possibilmente a casa propria, evitando qualsiasi attività e/o manifestazione sociale e collettiva …» [v]

Il solo modo per non farsi abbindolare da tale mistificante visione ‘mimetica’ delle politiche sanitarie, allora, è da un lato informarsi (anzi, contro-informarsi) e dall’altro rivendicare le libertà fondamentali, costituzionalmente garantite ad ogni cittadino, che nessun commissario a quattro stelle può azzerare col pretesto dell’emergenza sanitaria. Il secondo passo da fare è aprire gli occhi sul ‘pacco’ pasquale che il governo Draghi ha preparato agli Italiani. Il PNRR nasconde fra le sue righe una quota assurda d’investimenti nel settore non solo militare, ma anche bellico. «Infatti, le linee d’intervento dirette alla digitalizzazione della P.A., alla transizione verso l’industria 4.0, all’innovazione e digitalizzazione delle P.M.I, alle politiche industriali di filiera, ecc. hanno l’obiettivo di finanziare lo sviluppo e l’espansione di tecnologie in campi strategici (Cloud computing, Cyber-security, Artificial Intelligence, robotica, microelettronica…) per loro stessa natura ‘dual use’ militare-civile…» [vi]

Vediamo quindi che una larga fetta del PNRR, apparentemente rivolta alla ‘modernizzazione’ tecnologica del nostro apparato produttivo e delle telecomunicazioni, ha lasciato ampio spazio di manovra alla ricerca, produzione ed esportazione di strumenti di guerra, che vanno da aerei ed elicotteri ad idrogeno agli strumenti di spionaggio e controspionaggio come quelli per il monitoraggio satellitare o anche agli sviluppi della robotica o la digitalizzazione dei sistemi logistici per la Marina. Per contro, degli oltre 200 miliardi destinati dalla U.E. a finanziare l’ex ‘Recovery Plan’, soltanto 19,72 sono stati effettivamente destinati al comparto sanità, di cui meno di 8 all’assistenza sanitaria territoriale, sempre più depauperata da dissennate politiche privatistiche ed ospedaliere, le cui carenze sono state evidenziate drammaticamente dalla pandemia da Covid-19.

Il solo settore dell’industria bellica, intanto, continua a macinare lauti profitti. Il Rapporto SIPRI pubblicato a dicembre 2020, infatti, riferisce che: «Le vendite di armi e servizi militari, da parte delle 25 società più grandi del settore, hanno totalizzato 361 miliardi di dollari nel 2019, l’8,5% in più rispetto al 2018 […] Tra queste, l’italiana ‘Leonardo’, in dodicesima posizione, che con 11,1 miliardi ha superato il colosso franco-tedesco Airbus […] L’Italia è il nono paese esportatore di armi e copre il 2,1% delle esportazioni globali. Durante i 30 anni di applicazione della legge 185/90, che regola l’export militare […] sono state autorizzate esportazioni di armi dall’Italia per un valore di circa 100 miliardi di euro […] Una riprova…che per l’industria militare italiana, che esporta il 70% della propria produzione, e per i governi che ne difendono gli interessi, ‘pecunia non olet’: se per fare profitti si devono fornire gli strumenti alla repressione interna, in barba ai sempre agitati diritti umani, oppure alimentare guerra, poco male!»[vii]

La voce dei movimenti pacifisti ed antimilitaristi italiani inizia a farsi sentire. Ancora sommessamente, ma cominciando a contrastare le bugie che hanno caratterizzato questa persistente fase di emergenza, caratterizzata da una visione centralista e decisionista del ruolo del governo, ma anche da una strisciante militarizzazione di quasi tutte le funzioni civili istituzionali. Anche la parte più attendista del movimento ambientalista italiano, di fronte alla realtà vera del PNRR, non ha potuto fare a meno di constatare che le scelte operate hanno ben poco a che fare con la sbandierata ‘transizione ecologica’. Infatti, non solo non si mette minimamente in discussione l’attuale modello di sviluppo, ma si insiste assurdamente sulla ripresa di quella ‘crescita’ che è alla base delle devastazioni ambientali e del saccheggio del territorio, con evidenti ripercussioni anche sanitarie oltre che sul clima. Ecco perché si rende necessario un raccordo ‘ecopacifista’ tra i due movimenti, ben sapendo che la principale fonte di consumo energetico, ma anche di disastroso impatto sull’ambiente, è legato al complesso militar-industriale. Quello che, secondo un tragico circolo vizioso, si nutre di risorse per fare le guerre che le potenze proclamano per accaparrarsene il controllo.

Ecco perché c’è bisogno di una mobilitazione ecopacifista per smascherare la visione buonista delle forze armate come garanti della sicurezza e perfino della salute dei cittadini. Bisogna proclamare con forza che il sistema militare è quanto di più estraneo ad una ‘transizione ecologica’, come ha giustamente fatto la Rete Italiana Pace e Disarmo nel suo recente comunicato: «La produzione e il commercio delle armi impattano enormemente sull’ambiente. Le guerre (oltre alle incalcolabili perdite umane) lasciano distruzioni ambientali che durano nel tempo. Ne consegue che la lotta al cambiamento climatico può avvenire solo rompendo la filiera bellica e che il lavoro per la pace è anche un contributo al futuro ecologico». [viii]   Il futuro dell’umanità e del nostro Pianeta, non può essere affidato nelle mani di chi è stato addestrato a fare la guerra, a considerare il territorio come qualcosa da controllare ‘manu militari’ e a degradare i beni naturali al livello di mere risorse di cui impadronirsi, anche a costo di morti e distruzione. No, non siamo in guerra e dobbiamo invece obiettare a chi vorrebbe imporci un modello militarizzato e centralistico di protezione civile e non ha mai accettato, benché ratificato anche a livello costituzionale, che la difesa può (e deve) essere soprattutto civile, popolare, non-armata e nonviolenta. [ix]

Note


[i]  Rete Italiana Pace e Disarmo, “Il Recovery Plan armato del governo Draghi: fondi UE all’industria militare” (01.04. 2021) >  https://retepacedisarmo.org/2021/il-recovery-plan-armato-del-governo-draghi-fondi-ue-allindustria-militare/

[ii]  Antimilitaristi Campani, Fermiamo la guerra, Napoli, 2021, pp. 6-7 (l’opuscolo, autoprodotto, è scaricabile online a questo indirizzo: https://mega.nz/file/iQwEQSBI#j8rOdXF7uJp76vgbrwfT6kXBNCVx2w9JwsF6dey2qLA  )

[iii] “Vaccini, Figliuolo e Curcio a Genova: “Siamo in guerra, servono norme di guerra” (29.03.2021), La Presse > https://www.lapresse.it/coronavirus/2021/03/29/figliuolo-e-curcio-a-genova-siamo-in-guerra-servono-norme-di-guerra/

[iv]  Susan Sontag, Malattia come metafora (1978), cit. in: Daniele Cassandro, “Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore”, Internazionale (22.03.2020) > https://www.internazionale.it/opinione/daniele-cassandro/2020/03/22/coronavirus-metafore-guerra

[v]  Ermete Ferraro, “Strategie sanitarie…” (02.03.2021), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2021/03/02/strategie-sanitarie/

[vi]  Antimilitaristi Campani, Fermiamo la guerra, cit., p. 33

[vii]  Ibidem, pp. 37…41

[viii]  RIPD, “Il Recovery Plan armato del governo Draghi…”, cit.

[ix]  “Infatti l’articolo 8 della legge 106/2016 ribadisce un concetto importante sull’identità del Servizio civile universale “finalizzato, ai sensi degli articoli 52, primo comma, e 11 della Costituzione, alla difesa non armata della patria e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica”. Ossia, nel solco delle precedenti normative (L.230/98 e L. 64/2001) e delle ripetute sentenze della Corte Costituzionale, anche questa riforma ribadisce che la difesa del Paese cammina (dovrebbe camminare) su due gambe: la difesa miliare e la difesa civile, non armata e nonviolenta” (Pasquale Pugliese, “Servizio civile come formazione alla difesa civile, non armata e nonviolenta. Per tutti”, in: Vita, 16.10.2016 > http://www.vita.it/it/blog/disarmato/2016/10/16/il-servizio-civile-come-formazione-alla-difesa-civile-non-armata-e-nonviolenta-per-tutti/3751/

© 2021 Ermete Ferraro


GOVERNISSIMO ME…

E così Draghi ce l’ha fatta. Tomo tomo, il Governatore per eccellenza è riuscito a mettere insieme tutto ed il contrario di tutto. Con la paterna benedizione del Presidente della Repubblica – e grazie alla genialata dell’ineffabile leader di Italia Viva e Vegeta – Draghi sta dando vita, appunto, al suo personale governissimo, con quasi tutti dentro. C’è chi lo ha chiamato di ‘salvezza nazionale’, anche se non è chiaro da chi o cosa dovrebbero salvare la nostra amata nazione tutti i partiti presenti in parlamento, che ora si affollano in maggioranza, eccezion fatta, paradossalmente, per i nazionalisti di Fratelli d’Italia. Erano mesi che ci sentivamo raccomandare che per sconfiggere il maledetto virus bisogna in primo luogo evitare gli assembramenti. Eppure a non mantenere auspicabili distanze di sicurezza e ad assembrarsi indecorosamente come ‘minions’ plaudenti, sono stati proprio quei politici che dovevano darci l’esempio…

La seconda regola anti-Covid era quella d’indossare la mascherina. In questo caso, però, non possiamo rimproverare nulla alla nostra classe politica. Bisogna ammettere che tutti quelli che hanno partecipato alle consultazioni hanno accuratamente celato il loro vero volto dietro la maschera sterile della ‘responsabilità’, facendo a gara ad esaltare la statura da statista del premier del governissimo ‘di salute pubblica’. Tutti allineati e coperti, da Salvini ai residui di quella che una volta si chiamava sinistra, rigorosamente in abito scuro e mascherina patriottica, con sovrano sprezzo del pericolo di smentirsi clamorosamente, confidando forse nella smemoratezza di quel ‘popolo’ di cui pur si riempiono la bocca.

Le norme anti-pandemia prescrivono di lavarsi le mani frequentemente. Ma, anche in questo caso, non possiamo imputare nulla ai nostri rappresentanti in parlamento, dal momento che quasi tutti se ne sono ampiamente lavate le mani. Tanto, a risolvere i nostri problemi, vecchi e nuovi, penserà comunque il prodigioso ‘Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza’. Anche se qualsiasi coperta, si sa, non può essere tirata da tutte le parti, senza finire per scoprire qualcuno. E poi non dimentichiamo che c’è pure il MES, sulla cui prossima e indispensabile venuta ogni giorno profetizzano i MESsia di turno, gridando nel deserto di qualsiasi opposizione, o quanto meno dubbio, sulla sua effettiva provvidenzialità.

E intanto Draghi, sornione eppure accattivantissimo verso gli interlocutori, si prepara a varare il suo esecutivo, lasciando intendere che decide solo lui nomi e ruoli al suo interno, mescolando tecnocrati e teste d’uovo con esponenti politici. Ovviamente qualche contentino, il professor Governissimo me, doveva pur concederlo alla folla di partiti acclamanti alle sue porte, che agitava ramoscelli d’ulivo o, nel caso di Renzi, di palma made in Arabia. Uno dei più clamorosi premi di consolazione graziosamente concessi dal premier è stata l’istituzione del ‘Ministero della Transizione Ecologica’, che ha magicamente sbloccato le resistenze del grillo straparlante e dei suoi seguaci, che hanno gridato al miracolo. Beh, se si tiene conto che a concedere questo preteso ‘presidio ambientalista’ è stato uno dei più potenti esponenti di quella economia capitalista che ha massacrato e sta ancora massacrando l’ambiente, se non di un miracolo si tratta quanto meno di qualcosa di sorprendente…

Peccato che quella stessa operazione, nella Francia macroniana abbia fatto clamorosamente fiasco, mostrandosi per quello che era: una foglia (verde, ok) posta pudicamente sopra le vergogne di uno sviluppo predatorio e di una crescita irresponsabilmente illimitata. Più che altro una penosa ‘transazione ecologica’, che può accontentare gli ambientalisti da salotto e gli im-prenditori del greenwashing, ma che non ha proprio nulla della ‘transizione’ verso un modello di sviluppo alternativo. Cosa ancora più evidente se si considera che non esiste conversione ecologica che non comprenda anche una riconversione delle spese militari in investimenti civili per risanare l’ambiente, anche per difenderlo dai suoi veri nemici: lo sfruttamento delle risorse e delle persone e la devastazione provocata dalle guerre e dalla loro folle preparazione.

Ma Supermario sa bene che cosa può concedere e cosa no. Tracciando il perimetro della sua ingombrante maggioranza e qualificandola come ‘europeista’ ed ‘atlantista’ non ha certamente parlato a caso. L’Europa carolingia che non si smentisce mai (si tratti di migranti o di esportazione di armi), sta infatti perseguendo da molti anni la visione di una ‘difesa comune’, che però non sarebbe affatto sostitutiva dei lacci onerosi che ci vincolano alla NATO, ma addirittura aggiuntiva ed integrativa dell’indiscutibile patto atlantico. In piena pandemia, ad esempio, la Germania della nostra cara Angela nel 2021 spenderà nel settore della difesa ben 53 miliardi, ossia il 3% in più dell’anno precedente. Come se il Covid si contrastasse con missili e carrarmati.

A dire il vero, anche in Italia una bella fetta del PNRR (un piano che, più che la ripresa dopo una crisi insita nell’anglicismo ‘Recovery’, sembra evocare i ‘ricoveri’ di bellica memoria…) sarà destinata – ma evitando discretamente di nominarla – proprio ad investimenti nel settore della difesa. Si tratta di 236 milioni che si aggiungono al già previsto stanziamento per il periodo 2021-2017 di oltre un miliardo e mezzo. E questo in un Paese che già spende per le forze armate più di 26 miliardi del proprio bilancio ed impegna 5.560 nostri ‘missionari armati’ in ben 34 operazioni internazionali. Peccato che di questo i media nostrani preferiscono non parlare, impegnati come sono ad elogiare Mario Draghi e il suo ‘governissimo me’.

(C) 2021, Ermete Ferraro

“Come barbarea, così…marinea”

Barbara: martire e protettrice

Anche questo 4 dicembre ricorreva la memoria liturgica di santa Barbara,martire d’origine probabilmente orientale di cui poco si sa sul piano dell’agiografia ufficiale, a parte una leggenda che ne racconta le terribili vicende, con risvolti piuttosto splatter. Essendosi convertita al cristianesimo e, si dice, battezzata da sola, il padre per punizione, dopo averla rinchiusa in una torre, di fronte alla sua disubbidienza avrebbe tentato di ucciderla, ma Barbara sarebbe riuscita a sfuggirgli miracolosamente. Una volta catturata, Dioscoro l’avrebbe poi trascinata davanti ad un magistrato, ma nessun tipo di tormento (ustioni, taglio delle mammelle, martellate sulla testa…) sarebbe riuscito a prevalere sulla sua fede, costringendola ad abiurare. Esasperato, il genitore l’avrebbe infine portata in montagna, dove l’avrebbe personalmente decapitata, finendo però a sua volta incenerito da un fulmine. Nei secoli successivi, su santa Barbara in Occidente sono fiorite molte tradizioni popolari ed anche locuzioni proverbiali, spesso in dialetto, riferite alla sua funzione di protettrice dai fulmini e dal maltempo o di garante di buoni raccolti di grano e dei matrimoni. Dall’Oriente provengono invece tradizioni gastronomiche, ed Grecia ed in Turchia santa Barbara è festeggiata con tipici dolci, nei quali ricorre il grano delle celebrazioni di origine contadina.

«… La prigionia nella torre da parte di suo padre associò la sua figura alle torri, a tutto ciò che concerneva la loro costruzione e manutenzione e quindi il loro uso militare; […] Parimenti, per via della morte di Dioscoro, essa venne considerata protettrice contro i fulmini e il fuoco […] da qui deriva il suo patronato su numerose professioni militari (artiglieri, artificieri, genio militare, marinai) e sui depositi di armi e munizioni (al punto che le polveriere vengono chiamate anche “santebarbare”). Per quanto riguarda la marina militare (di cui fu confermata patrona da Pio XII con il breve pontificio del 4 dicembre 1951), la santa fu scelta in particolare perché simboleggiante la serenità del sacrificio di fronte a un pericolo inevitabile. È inoltre patrona di tutto ciò che riguarda il lavoro in miniera e dei vigili del fuoco». [i]

Insomma, Barbara è invocata da molte persone, impegnate in varie professioni, ma con una strana predilezione per le attività militari e paramilitari (artiglieri, artificieri, marinai, vigili del fuoco…), sebbene abbiano ben poco a che vedere col suo martirio.

È però questo il motivo per il quale – come ha riferito il quotidiano cattolico ‘Avvenire’ – l’ordinario militare per l’Italia, mons. Santo Marcianò, ha onorato S. Barbara, Patrona della Marina, con una celebrazione cui hanno preso parte il Capo di S.M. della Marina Militare, amm. Giuseppe Cavo Dragone, il Sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, ilVicario episcopale della Marina Militare, don Pasquale Aiello ed altri cappellani militari.

 «…un appuntamento che per il vescovo castrense rappresenta “un dono particolare, un dono per tutti, soprattutto per voi, cari militari della Marina, che ringraziate oggi santa Barbara, vostra patrona, e che, in certo senso, ricevete il suo grazie per quanto avete fatto e state facendo, al servizio della nostra gente, soprattutto in questo tempo di pandemia…”. […] Voi militari, voi militari della Marina – lo dico con convinzione e ammirazione – siete stati e siete decisivi anche nella gestione di questa emergenza inattesa; avete rappresentato e rappresentate, sul piano sanitario e sociale, un punto di forza del nostro Paese, un elemento di sicurezza per la nostra gente, afflitta, spaventata e impoverita.». [ii]

Ma come fanno i marinai…a pregare?

Anche al termine di quella celebrazione eucaristica è stata recitata la ‘preghiera del marinaio’. Già, perché agli appartenenti alle forze armate non soltanto sono stati riservati ministri del culto ad hoc, presieduti gerarchicamente da un Vicario Generale Militare, supportato da uffici pastorali e logistici [iii] , ma sono state anche dedicate specifiche liturgie e preghiere. Fra queste c’è quella relativa ai militari di Marina, il cui testo viene letto sia a bordo delle navi in navigazione al termine delle messe e all’ammainabandiera, sia nelle caserme e nelle funzioni religiose per i defunti. Pochi sanno che la ‘Preghiera del marinaio’ (conosciuta anche come ‘preghiera vespertina’) fu composta nel 1901 dallo scrittore Antonio Fogazzaro (sì, proprio l’autore di Piccolo mondo antico e degli altri due romanzi della sua trilogia: Piccolo mondo moderno e Il Santo) e fu adottata ufficialmente dalla Marina Militare italiana nel 1902. Questo ne è il testo, tuttora in uso dopo 98 anni.

«A Te, o grande eterno Iddio, Signore del cielo e dell’abisso, cui obbediscono i venti e le onde, noi, uomini di mare e di guerra, Ufficiali e Marinai d’Italia, da questa sacra nave armata della Patria leviamo i cuori. Salva ed esalta, nella Tua fede, o gran Dio, la nostra Nazione. Dà giusta gloria e potenza alla nostra bandiera, comanda che la tempesta ed i flutti servano a lei; poni sul nemico il terrore di lei; fa’ che per sempre la cingano in difesa petti di ferro, più forti del ferro che cinge questa nave, a lei per sempre dona vittoria. Benedici, o Signore, le nostre case lontane, le care genti. Benedici nella cadente notte il riposo del popolo, benedici noi che, per esso, vegliamo in armi sul mare. Benedici!» [iv]

Sulla coerenza tra messaggio evangelico – incentrato sulla fraternità, la misericordia, la pace e l’amore perfino verso i nemici – ed ordinamento militare, autoritario gerarchico e finalizzato ad ottimizzare il mestiere di chi usa le armi in nome della patria, per distruggere cose e sterminare persone, mi sono espresso altre volte, per cui evito di ribadire le considerazioni critiche su chi, a mio avviso, mischia impropriamente croci e stellette. [v] Esaminando con attenzione il testo della citata ‘Preghiera del Marinaio’, però, non posso fare a meno di sottolineare alcune espressioni che, anche al netto della retorica patriottica ottocentesca, appaiono assai discutibili sul piano religioso, come “sacra nave armata” o “salva ed esalta, o gran Dio, la nostra nazione”. Per non parlare dell’insistenza vagamente idolatrica sulla bandiera italiana, con la richiesta al Signore di “porre sul nemico il terrore di lei” e di “donarle per sempre vittoria”, o anche della bellicosa metafora dei “petti di ferro, più forti del ferro che cinge questa nave”.  Traspare infatti la solita visione veterotestamentaria del “Signore degli Eserciti”, con la differenza che, mentre l’antica espressione ebraica יִֽהְיוּ גְּדֹלִים (YHWH tzabaoth) e greca Kyrios Sabaoth, si riferivano a schiere angeliche celesti più che ad armate terrene e che, comunque, nell’A.T. YHWH era considerato Dio e difensore solo del suo popolo eletto, e pertanto ostile ad i suoi nemici,  una preghiera cristiana rischia di essere blasfema se chiede a Dio di ‘esaltare’ e ‘dare vittoria’ ad una delle parti in conflitto, ‘terrorizzando’ e contribuendo a sconfiggere chiunque le si opponga. Infine, la richiesta di “comandare che la tempesta e i flutti servano a lei” (magari disperdendo e facendo perire annegati i suoi nemici…) sembrerebbe più appropriata ad un’invocazione a Poseidone o altra divinità pagana, ma è fuori luogo in un’orazione rivolta al Padre nostro comune, di cui il profeta scriveva: “…Egli parlerà di pace alle nazioni, il suo dominio si estenderà da un mare all’altro, e dal fiume sino alle estremità della terra”.  (Zac 9:10).

Devozioni per Marins, Navy sailors e Marines…

Ma i riti paramilitari non riguardano solo le forze armate italiane né simili cerimonie pseudo-religiose hanno a che fare solo col mondo cattolico. Purtroppo la pretesa tutela divina sulle proprie armate è molto più antica e diffusa, a partire dalle credenze politeiste e dalla tradizione semitica veterotestamentaria Entrambi hanno contagiato il Cristianesimo sia sul piano lessicale, a partire dal tertullianeo “Bonus Miles Christi” (non a caso diventato il titolo della rivista trimestrale dell’Ordinariato militare italiano), sia sul piano concettuale (dal costantiniano “In hoc signo vinces” al “Deus lo vult!” coniato da Pietro l’Eremita per sacralizzare le crociate, giungendo fino al blasfemo motto nazista “Gott mit Uns”).

Basta una ricerca su Internet per trovare diverse perle di questa subcultura religiosa, in base alla quale i guerrieri non si affidano più alla protezione di antiche divinità (come l’egizio Horus, il celtico Belatucadros, l’ellenico Ares, il romano Marte, il cinese Chi You o l’azteco Huitzilopochtli), ma alla tutela di quell’unici Dio – onnipotente ma paterno e misericordioso – che  al contrario dovrebbe farci sentire, per citare Papa Francesco, “fratelli tutti”. [vi]

I marinai francesi sembrano prediligere la protezione della Beata Vergine, come vediamo nel testo più soft della “Prière du Marin”, composta da Mons. Luc Ravel, membro della Diocèse  aux Armées Françaises, corrispondente d’Oltralpe del nostro Ordinariato:

 “… Vergine Maria, Regina delle Onde, alla quale i marinai, anche i miscredenti, sono sempre stati devoti, vedi ai Tuoi piedi i Tuoi figli che vorrebbero salire a Te. Ottieni loro un’anima pura come brezza marina. Un cuore forte come le onde che li portano, una volontà tesa come vela nel vento […] Ma soprattutto, o Madonna, non lasciarli soli al timone, fagli rilevare le insidie dove si areneranno prima di ancorare, vicino a Te, al porto dell’Eternità. Così sia». [vii]

Di tono meno conciliante sembrano le preghiere che la Chiesa Anglicana ha dedicato ai marinai della Royal Navy britannica, in una delle quali leggiamo:

«Oh potentissimo e glorioso Signore Dio, Signore degli eserciti, che governi e comandi ogni cosa […] ci rivolgiamo alla Tua divina maestà in questa nostra necessità, affinché tu prenda la causa nella Tua mano e giudichi tra noi e i nostri nemici. Ravviva la tua forza, o Signore, e vieni ad aiutarci […] affinché Tu voglia essere per noi una difesa contro la faccia del nemico. Mostra che sei il nostro Salvatore e potente Liberatore…». [viii]

Fra le preghiere suggerite dal Vicariato militare cattolico degli Stati Uniti, troviamo la seguente, rivolta a S. Michele Arcangelo, tradizionale compatrono delle forze armate:

«San Michele, l’Arcangelo, difendici in battaglia. Sii la nostra protezione contro la malizia e le insidie ​​del diavolo. Imploriamo umilmente Dio di comandargli, e tu, oh principe dell’esercito celeste, col potere divino ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni, che vagano per il mondo, perseguendo la rovina delle anime. Amen». [ix]

Infine un significativo passo della tradizionale ‘professione di fede’ dei Marines, i fucilieri di Marina statunitensi:

«Davanti a Dio, io giuro questo credo. Io e il mio fucile siamo i difensori del mio paese. Siamo i dominatori del nemico. Siamo i salvatori della mia vita. E così sia, finché la vittoria sia dell’America, e non ci siano più nemici, ma pace». [x]

Forse c’è chi a tali parole risponderebbe “amen”, ma alla luce del Vangelo del Principe della Pace (Is 9:5) mi sembra che suonerebbe come un sacrilegio. Lascio pertanto la conclusione di questa mia riflessione alle parole che don Lorenzo Milani scrisse nel 1965, replicando ai cappellani militari che avevano criticato gli obiettori di coscienza.

 «Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. […] Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? […] O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte? se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla […] Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità…». [xi]


Note

[i] Vedi la voce “Santa Barbara” in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Barbara

[ii] Antonio Capano, “Il ‘grazie’ di Marcianò alla Marina Militare”, Avvenire, 05.12.2020 , con integrazione dal testo dell’omelia di Mons. Marcianò, pubblicata sul sito dell’Ordinariato Militare per l’Italia > http://www.ordinariatomilitare.it/wp-content/uploads/sites/2/2020/12/SantaBarbara2020.pdf

[iii] Vedi la voce ‘Curia’ sul menù del sito web cit. > www.ordinariatomilitare.it

[iv] Il testo della ‘Preghiera del Marinaio’ – oltre che sul sito del Ministero della difesa (https://www.marina.difesa.it/noi-siamo-la-marina/storia/la-nostra-storia/tradizioni/Pagine/PreghieradelMarinaio.aspx  è stato pubblicato, insieme con quelli delle devozioni per varie specialità di altri corpi delle forze armate italiane, nell’opuscolo: https://associazionenazionalefantiarresto.it/inc/uploads/2019/06/Preghiere-FFAA.pdf

[v]  Cfr. gli ultimi articoli sul tema, pubblicati sul mio blog: Ermete Ferraro, Pregare per l’unità…dei cappellani militari (30.01.2020);  Riforma mimetica per religiosi con le stellette (15.03.2020)  e L’inverno di san Martino (13.11.2020).

[vi] Il testo italiano della cit. lettera enciclica “sulla fraternità e l’amicizia sociale”, pubblicata il 3 ottobre 2020, è disponibile in: http://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20201003_enciclica-fratelli-tutti.html

[vii] Mgr. Luc Ravel, Prière du Marin, pour les militaires >  http://site-catholique.fr/index.php?post/Priere-du-Marin (trad. mia)

[viii] “The Prayer to be said before a Fight at Sea against any Enemy”,in: The Church of England, A Christian Presence in Every Community, Prayers to be used at Sea > https://www.churchofengland.org/prayer-and-worship/worship-texts-and-resources (trad. mia).

[ix]  “Prayer to Saint Michael the Archangel” in: Archdiocese for the Military Services, USA, Prayers for the Military > https://www.milarch.org/prayers-for-the-military/

[x] Gen. William Rupertus (1941), The Creed of the United States Marine> https://it.wikipedia.org/wiki/Credo_del_fuciliere#:~:text=Io%20e%20il%20mio%20fucile,pi%C3%B9%20nemici%2C%20ma%20pace.%C2%BB

[xi] Don Lorenzo Milani, Lettera ai cappellani militari – Lettera ai giudici (a cura di Sergio Tanzarella), Trapani, Il pozzo di Giacobbe, 2017. Il testo è leggibile anche in:> https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_d.htm

Due ammiragli e un generale

Foto: JFC Naples Public Affairs Office

E poi dicono che sui giornali non si trovano buone notizie… Si trovano eccome! Ad esempio, quella riportata il 19 luglio scorso dall’edizione Napoli-Campania del quotidiano ‘la Repubblica’, dal titolo: “Nato, il cambio di comando, Burke: ”Un vero privilegio guidare la base di Napoli”. L’articolo, a firma di Giovanni Marino, si occupa del ‘cambio della guardia’ ai vertici del Joint Forces Command – Naples di Giugliano-Lago Patria che, a dire il vero, non è affatto una semplice ‘base’, ma uno dei tre principali Comandi della NATO in Europa, con quello di Brunssum (Paesi Bassi) e di Lisbona (Portogallo). Il Comando Alleato di Napoli ha competenze soprattutto sulle forze d’intervento aero-navale dell’Alleanza sul fronte orientale e mediterraneo ed è la struttura NATO corrispondente al Comando della Marina Statunitense in Europa ed in Africa con sede a Napoli-Capodichino, al punto tale che il suo vertice addirittura s’identifica con quello del JFCN.

«È iniziata ufficialmente l’era Burke alla Nato di Napoli e nell’avveniristica sede di Lago Patria il nuovo comandante ha parlato durante la cerimonia. “Assumere il comando delle forze navali Usa in Europa e Africa […] e del Comando interforze alleato di Napoli è per me un vero privilegio. Sono onorato di accettare il bastone del comando dall’ammiraglio Foggo e sono impaziente di continuare, con gli alleati Nato ed i partners, il comune sforzo di dissuasione e di intraprendere, se necessario, la difesa della nostra alleanza in un ambiente di sicurezza sempre più complesso”, ha detto l’ammiraglio della marina americana durante la cerimonia presieduta dal comandante supremo delle Forze alleate in Europa, generale Tod D. Wolters». [i]

Foto: la Repubblica

Una cerimonia importante, che ha segnato il ‘pensionamento’ del precedente Comandante, l’Amm. James G. Foggo III, nel cui doppio incarico è subentrato un altro Ammiraglio della U.S. Navy, Robert P. Burke, che come il predecessore ha impegnato a lungo la sua carriera alla guida dei reparti di sommergibili.  Sul podio allestito per la solenne cerimonia – presieduta dal massimo vertice della NATO in Europa, il generale Tod D. Wolters – si è celebrato il tradizionale rituale militare, a base di campane, squilli di tromba, inni, saluti, passaggi di vessilli etc., sancendo l’insediamento del nuovo ‘governatore’ del vicereame USA a Napoli, nel segno di quella salda continuità che non riguarda solo il ruolo che la NATO si è data in Italia, ma anche il preoccupante consenso di quasi tutte le forze politiche nostrane a questa consolidata e rafforzata subalternità.

«Ti sei distinto nella funzione di comando che hai esercitato negli ultimi tre anni, così come hai fatto nel resto della tua carriera – ha detto Wolters rivolgendosi a Foggo – Il tuo impegno nei Balcani, nel condurre la missione Nato in Irak e nel portare l’hub di direzione strategica della Nato alla piena operatività, ha rafforzato la nostra linea strategica a 360 gradi. Questo lo dobbiamo alla tua azione di leadership e ai tuoi saggi consigli». [ii]

Ed in effetti l’ammiraglio Foggo, si puntualizza nell’articolo, aveva condotto anche l’esercitazione Trident Juncture 2018 – la più imponente mai effettuata dalla NATO, alla quale due anni fa presero parte in Norvegia addirittura 50.000 militari, provenienti da 31 paesi. Si citano anche altre ‘missioni’ dell’Alleanza guidata da Foggo, come quelle nei Balcani ed in Iraq, e questi tre soli riferimenti potrebbero essere già sufficienti per comprendere il peso strategico del quartier-generale alleato che abbiamo l’onore (e l’onere) di ospitare a poco più di 25 chilometri da Napoli.

Foto: la Repubblica

I due ammiragli – a loro volta onerati dal peso delle numerose medaglie e riconoscimenti appuntati alle rispettive uniformi bianche – si sono quindi dati il cambio (senza che nulla sia cambiato davvero), festeggiati con una trionfale torta loro dedicata, che ne riportava i nomi e raffigurava al centro un sottomarino, sovrastato dai simboli del Comando NATO e di quello US Navy.  Davvero commovente, non c’è che dire. Il guaio è quella specie di gateau mariage che i due hanno congiuntamente tagliato rappresenta la nostra Italia, sulla cui sagoma tricolore, non a caso, troneggiava il grigio e minaccioso sommergibile americano…

«Sono onorato di accettare il bastone del comando dall’ammiraglio Foggo e sono impaziente di continuare, con gli alleati Nato ed i partners, il comune sforzo di dissuasione e di intraprendere, se necessario, la difesa della nostra alleanza in un ambiente di sicurezza sempre più complesso» [iii]

ha dichiarato con fierezza il subentrante Burke, ribadendo ovviamente il concetto che l’enorme (e costosissimo) apparato militare dell’Alleanza Atlantica serva solo come ‘dissuasione’, per assicurare la nostra ‘difesa’. Peccato che la realtà sia molto diversa, in quanto concentra sul nostro Paese funzioni e responsabilità strategiche che da decenni lo rendono il ‘guardiano’ armato del nord-Africa, dell’area balcanica e di quella mediorientale, tradendo il ruolo di pace e di sviluppo che, viceversa, esso potrebbe avere proprio nello scenario euro-mediterraneo.

Il ‘bastone del comando’ che simbolicamente si sono scambiati i due ammiragli – celebrante nell’occasione il comandante supremo in Europa – continua quindi a colpire pesantemente la nostra indipendenza ed autonomia, azzerando ogni controllo democratico su una delle regioni più militarizzate d’Italia e mettendo a rischio la sicurezza del nostro territorio (ed in particolare della Città Metropolitana di Napoli, che dal dopoguerra continua ad essere trattato come una ‘provincia’ della Roma imperiale. 

Non sarà un caso che, a pochi chilometri dalla ‘avveniristica’ sede del J.F.C. di Lago Patria resista ancora la lapide dedicata all’antico stratega Publio Cornelio Scipione detto l’Africano, ritiratosi nell’allora Liternum per protesta contro la sua “ingrata patria” e lì morto nel 183 a.C., nello stesso periodo in cui la tradizione riferisce la morte del suo ‘arcinemico’, il generale cartaginese Annibale Barca.  Ed è latina anche la famosa locuzione “Nomen omen”, secondo la quale nei nomi sarebbe già racchiuso in qualche modo il destino di una persona, per cui la denominazione equivarebbe quasi ad una sorta di presagio. Ebbene, prendendo in esame i cognomi dei nostri illustri e pluridecorati ammiragli, è difficile non notare alcuni interessanti elementi.  Foggo è un nome di origine scozzese, legato ad un antico villaggio scozzese, denominato così dall’antico inglese ‘fogga’, [iv] che nell’inglese moderno ha riportato la radice ‘fog’, cioé ‘nebbia’. Ma un’inquietante analogia si riscontra col cognome dell’attuale comandante. Burke, oltre a richiamare anch’esso la denominazione anglo-normanna dell’antico villaggio irlandese de Burg (cittadella fortificata) [v], rinvia infatti anche ad un verbo inglese traducibile con: “sopprimere, soffocare, insabbiare”…[vi].  

Il passaggio dalla ‘nebbia’ sul vero ruolo della NATO ad un ‘insabbiamento’ della sua funzione, d’altronde, sarebbe del tutto in linea con la sua tradizione, ma noi naturalmente non crediamo al magico significato dei nomi. Oppure no?…

N o t e


[i] Giovanni Marino, “Nato, il cambio di comando, Burke: ”Un vero privilegio guidare la base di Napoli”, la Repubblica – Napoli, 19.07.2020 > https://napoli.repubblica.it/cronaca/2020/07/19/news/nato-262264783/

[ii]  Ibidem

[iii] Ibidem

[iv] Vedi: https://www.surnamedb.com/Surname/Foggo

[v]  Vedi: https://www.ancestry.com/name-origin?surname=burke

[vi] Vedi: https://www.wordreference.com/enit/burke

© 2020 Ermete Ferraro