Divagazioni sul numero 20

Ci siamo arrivati. Allo scatenarsi dei fuochi d’artificio ed al saltellare allegro dei tappi di spumante è entrato trionfalmente il 2020. Non solo il nuovo anno – ché ogni anno è nuovo quando inizia… – ma quello che si presenta con un aspetto più regolare, grazie alla ripetizione di quel numero 20 che non passa certo inosservata.  Ad uno come me non può non suggerire l’associazione mentale col c.d. Piano 20-20-20, sintesi delle misure previste dal Protocollo di Kyoto, recepite nella Direttiva 2009/29/CE che entrò in vigore nel giugno 2009, con validità dal gennaio 2013 fino al 2020. Probabilmente molti se lo saranno dimenticato, ma allora si prevedeva di ridurre le emissioni di gas serra del 20 %, di alzare al 20 % la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e di portare al 20 % il risparmio energetico: il tutto entro il 2020. Già, si prevedeva… Ora che al 2020 siamo arrivati non dovrebbe sfuggirci quanto quelle previsioni – peraltro non certo radicali – siano lontanissime dall’essersi avverate, con conseguenze di cui solo i ciechi e gli stolti possono non rendersi conto.

Ma torniamo al nostro numero ‘speciale’. Eggià, perché – dopo una rapida incursione in Internet – ho scoperto che si tratta di un numero dalle molteplici – anche se comprensibilmente poco conosciute – qualità. Oltre ad essere pari (e fin qui ci eravamo arrivati tutti), le sue proprietà matematiche sono – scusate il bisticcio-  davvero … numerose. Si tratta infatti di un numero abbondante (cioè minore della somma dei suoi divisori interi); semiperfetto (in quanto è la somma di alcuni suoi elementi: 10 + 5 + 4 + 1 =20) ; risulta dalla somma di due quadrati, 20 = 22 + 42; è un componente delle c.d. terne pitagoriche (12, 16, 20), (15, 20, 25), (20, 21, 29), (20, 48, 52), (20, 99, 101); è un numero pratico (poiché tutti gli interi da 1 a 19 possono essere scritti come somma dei suoi divisori); è congruente (essendo un numero naturale che rappresenta l’area di un triangolo rettangolo che ha per lati tre numeri razionali) e, infine, è addirittura uno dei numeri malvagi (e qui non chiedetemi una spiegazione, perché sarebbe superiore alle mie modestissime competenze in ambito matematico).

Messa da parte la matematica, mi sono quindi brevemente addentrato nel mondo misteriosofico delle varie interpretazioni ‘numerologiche’. Ho appreso, in questo caso, che la sequenza due e zero rinvierebbe all’insieme delle caratteristiche di ciascuna cifra: la prima indicante la dualità, l’armonia e l’equilibrio e la seconda Dio e l’universo, con effetto moltiplicante del secondo sul primo simbolo. Ne deriva dunque un forte valore ‘relazionale’, sebbene interpretazioni diverse conferiscano invece al numero venti una carica irrazionale, rinviando agli aspetti più oscuri dell’animo umano, fra i quali il sospetto e la malizia. Nella Smorfia napolitana il significato più noto è quello della “festa” ma, anche in questo caso, non si fa in tempo a rallegrarsi per questa piacevole scoperta che vi compaiono altri significati associati, meno positivamente univoci, come ad es.: le montagne, la brace, la colomba, il coniglio, la pulizia, il tovagliolo e perfino…la reliquia. É pur vero che tra la popolare Cabala partenopea e la dotta Qabalah ebraica c’è una bella differenza di profondità. In questa seconda chiave interpretativa, infatti, 20 in ebraico corrisponde, secondo la ghematria, alla lettera kaf (כ); si scrive עשרים  (essrìm) e la somma delle lettere che formano questa parola è uguale a 620, che a sua volta corrisponde allo stesso valore numerico della parola della prima sephirot: כתר (che appunto si legge keter, comincia col kaf e significa appunto ‘corona’, cui peraltro rinvia la forma del grafema).

A questo punto forse è meglio se torno nel mio campo di più stretta competenza, cioè all’ambito linguistico, per dare risposta alla domanda, solo apparentemente banale: ma perché il numero 20 si chiama ‘venti’? Qual è l’etimologia di questa parola e che rapporto ha con altre lingue? Ebbene, mentre parecchi già sanno che l’italiano venti (così come il francese vingt, lo spagnolo veinte, il portoghese vinte ed il provenzale e catalano vint) derivano tutti dal latino viginti, il greco eícosi, l’inglese twenty o il tedesco zwanzig sembrerebbero avere altra origine. Invece esiste una latente base comune per tutte queste forme, derivante dal loro substrato indoeuropeo. ‘Venti’, infatti, non indica altro che due volte dieci, per cui il capostipite comune di tutte queste forme è il termine sanscrito DVI (due) unito a DAÇATI (dieci) contratto in DAÇI, con interposta una N eufonica. Ecco che tutto parte dall’indoeuropeo *DVINÇATI, giungendo fino a noi nelle varie forme citate, sia neolatine sia di ceppo greco e germanico. L’unica lingua che ha conservato l’impronta originaria è douăzeci in rumeno che, pur appartenendo al ceppo neolatino, mostra con trasparenza maggiore la sua etimologia.

Bene. Adesso che sappiamo tutto o quasi sul numero 20, che l’anno appena entrato ci presenta addirittura raddoppiato (ma si sa, a Capodanno si beve un po’ troppo…), la smetto di fantasticare tra le nuvole delle elucubrazioni e torno purtroppo coi piedi per terra, continuando comunque…a dare i numeri.

  • I primi pesanti dati sulle vittime dei botti di questo Capodanno, ad esempio, ci informano che si contano 1 morto e 500 feriti, di cui 44 gravi. Tra i feriti i minori di 12 anni sono 68 e 59 quelli tra i 12 e i 18 anni (fonte: RAI Televideo).  
  • Un altro dato, molto più allarmante, è che in aggiunta alle 70 bombe atomiche americane già presenti in Italia, presso la base di Ghedi (BS) – come si sapeva peraltro già dal 2014 (fonte: Espresso-la Repubblica) – è probabile che gli USA trasferiscano dalla Turchia nella stessa base italiana ben altre 50 testate nucleari (fonte: Contropiano e il manifesto). 
  • Per quanto riguarda il magico piano 20-20-20 citato prima, invece, il documento United in Science indica che: “… nel 2018 sono state emesse 37mila tonnellate di anidride carbonica, una cifra da record. La concentrazione di questo gas ha raggiunto le 407,8 ppm. I dati preliminari raccolti nel 2019 suggeriscono che i livelli potrebbero raggiungere e superare le 410 ppm entro la fine dell’anno […] il gruppo inter-governativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Ipcc) indica che già tra undici anni rischiamo di varcare la soglia limite di 1,5 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali, scatenando una “catastrofe globale”. (fonte: internazionale.it)
  • L’Agenzia giornalistica Italia (AGI) ci fa sapere che: “Secondo la più recente nota trimestrale dell’Istat, pubblicata il 18 dicembre e relativa al terzo quarto del 2019 (luglio-settembre di quest’anno), il tasso di disoccupazione a livello nazionale (età 15-64 anni) è pari al 9,8 per cento e corrisponde a più di due milioni e mezzo di residenti in Italia che cercano un lavoro ma non lo trovano”.
  • Nell’Unione Europea – secondo una ricerca di Feantsa e della Fondazione Abbé Pierre – almeno 700 mila uomini e donne dormono ogni notte per strada o in rifugi d’emergenza ogni notte. Si stima che il numero dei senzatetto, negli ultimi 10 anni, sia aumentato addirittura del 70 per cento.

Potrei continuare ancora per molto, ma non me la sento di mandare per traverso a qualcuno il cotechino con le lenticchie o i cannelloni col ragù. Certo è che con i numeri bisogna andarci piano e, soprattutto, imparare a leggerli più in profondità e meno come se fossero semplici ed insignificanti cifre. Non voglio farla troppo  lunga e perciò concludo con una significativa citazione: alcuni brani dal celebre “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”, scritto da Giacomo Leopardi nel 1832.

«…Passeggere: A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore: Io? non saprei.

Passeggere: Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Venditore: No in verità, illustrissimo.

Passeggere: E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore: Cotesto si sa.

Passeggere: Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore: Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere: Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore: Cotesto non vorrei. […]

Passeggere: Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore: Appunto.

Passeggere: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura…».

Io però al caso non ci credo e invece sono convinto che dipende molto da noi rendere la vita migliore e soprattutto che quella passata, che già conosciamo, dovrebbe renderci capaci di dare un senso diverso a quella futura. Mi permetto dunque di modificare il finale scritto da Leopardi, concludendo così:

«Coll’anno nuovo, ognuno di noi s’impegnerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore: Speriamo…»

VO-PO-SA-FA: ecco la formula

Scorrendo i post su Facebook mi sono imbattuto nell’immagine di questo cartello ligneo, datato Ascoli Piceno, A.D. 1529. Vi si legge una sorta di aforisma in versi quaternari, il cui testo gioca sulle rime derivanti dal troncamento delle forme verbali, Si utilizza poi una sorta di chiasmo, incrociando semanticamente il primo col secondo verso ed il terzo col quarto. Il ritmo si spezza al quinto, ma poi recupera la rima al sesto ed ultimo verso. Da una successiva ricerca su internet ho scoperto che si tratta della copia di una delle originali iscrizioni proverbiali incise nel travertino delle facciate dei palazzi ascolani del Rinascimento; in particolare di quella che campeggia sull’architrave di un edificio al n. 19 di Rua Longa. [i] 

Mi sembra interessante utilizzare questo saggio ammonimento inciso sulla pietra come spunto per affrontare la nostra realtà attuale.  Sono infatti passati quasi cinque secoli, ma si direbbe che le cose non siano molto cambiate da allora, confermando quanto sia difficile lasciarsi alle spalle gli errori del passato e voltare davvero pagina. Basti pensare che le vicende umane sono state costantemente rivolte a perseguire l’obiettivo del potere, inteso come possibilità assoluta di ‘fare’, di operare in base alla propria volontà. Un concetto reso icasticamente dai celebri versi danteschi: “Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole…[ii] . Eppure la storia e la nostra stessa esperienza quotidiana ci hanno dimostrato quanto spesso l’aspirazione a poter realizzare ciò che si vuole sia spesso frustrata, più che da ostacoli esterni, dalla mancanza di determinazione. Lo stesso ragionamento potremmo applicare alla seconda parte dell’aforisma. Anche la ricerca della conoscenza, nella convinzione che il sapere sia premessa e condizione dell’azione, è stata sovente vanificata dalla pericolosa scissione fra questi due elementi.  Troppe persone che ‘sanno’ si accontentano della loro conoscenza teorica e quindi non ‘fanno’, cioè non la mettono in pratica. Ancor di più, però, sono quelli che si lasciano prendere da un frenetico attivismo, senza fondare il proprio agire su basi cognitive valide e sicure, con esiti spesso disastrosi.

Forse è esagerato affermare che è solo questa la ragione per cui “il mundo mal va”, però bisogna ammettere che gli esseri umani hanno frequentemente mal coniugato quelli che grammaticalmente sono modestamente chiamati ‘verbi servili’, sebbene ‘volere’ e ‘potere’ siano stati da lungo tempo il movente principale per cui essi hanno coltivato, talvolta con notevole mancanza di scrupoli, l’ambizione di sapere e di fare.  La contraddizione risiede quindi nel paradossale comportamento di chi potrebbe, ma non vuole o, viceversa, vorrebbe ma non può. L’impotenza e l’ignavia sono stati e sono sicuramente due grossi limiti, ma in questi due casi – come per la passività di chi sa non fa – il risultato è l’inazione, ossia una colpa di tipo omissivo. Più grave, invece, mi sembra la situazione di chi si rende protagonista di azioni non supportate da un’effettiva conoscenza di ciò che va a compiere, dimostrando incoscienza ed irresponsabilità e provocando spesso notevoli danni.

Scorrere i quotidiani oppure venire a conoscenza delle notizie riportate dai radiogiornali fornisce la conferma di quanto sia vera quella riflessione di mezzo millennio fa. Il pensiero corre ovviamente alla politica, il terreno privilegiato su cui esercitare il potere sorretto dalla volontà e l’azione fondata sul sapere. Eppure l’immagine che tanti politici continuano a dare di sé sembrerebbe ribadire il paradosso del citato aforisma ascolano. Chi ha sgomitato a lungo per raggiungere l’agognato ‘potere’ in molti casi, dopo aver conseguito tale obiettivo, non se ne avvale per attuare ciò che aveva affermato di volere, ma solo come autoaffermazione personale. É altrettanto vero, d’altronde, che quelli che attribuiscono la loro incapacità di agire alla mancanza d’un effettivo potere non sempre sarebbero capaci di mettere in atto ciò che dicono di volere, anche se fossero messi in condizione di farlo…

Tanto più cinica e spregiudicata è la corsa al potere, tanto più rischia di mostrarsi fine a se stessa. Emergono allora passività, indecisione, inerzia, irresolutezza ed altri limiti all’azione, sebbene a quel punto non manchi più il potere di decidere ed agire. Anche la presunta impotenza di chi non occupa posti di ‘potere’ appare spesso il comodo alibi di chi preferisce stare alla finestra a criticare ‘chi comanda’, rinunciando ad esercitare un ruolo propositivo ed attivo nella società.  Altrettanto frequente è la rinuncia a ‘fare’ da parte di quelli che ‘sanno’ – e quindi avrebbero gli strumenti e le competenze per intervenire –un comportamento che spesso caratterizza una concezione mentalista ed astratta del ‘sapere’, ma in molti casi dipende da irresolutezza morale e da vera e propria vigliaccheria. La pericolosa frattura fra teoria e prassi è stata retaggio di una cultura troppo a lungo teorica e scissa dalla realtà, che vedeva gli intellettuali esterni alle vicissitudini della vita quotidiana, chiusi nella torre d’avorio del loro sapere e per nulla preoccupati delle ricadute pratiche del loro ‘pensiero’. L’impetuoso avvento di una modernità che si nutre di progresso tecnologico e del robusto pragmatismo delle ‘competenze’ ha sicuramente spezzato quel cerchio, ma non per questo è riuscito a ricongiungere davvero il sapere con il fare.

Parallelamente, la cultura massificata ed omogenizzata dei media sembra aver provocato una generale tendenza alla faciloneria arruffona di chi presume di sapere e quindi non ha alcuna remora ad agire, pur non possedendo le sufficienti basi logiche e cognitive per farlo. Riflettere, ricercare, approfondire, valutare sembrano essere diventati passaggi del processo operativo che possono essere tranquillamente saltati, sostituendoli con l’attivismo frenetico, un po’ scomposto e spregiudicato, di chi è determinato a perseguire finalità quantitative più che qualitative. L’irresponsabilità di chi “fa e non sa”, allora, si rivela particolarmente grave, nella misura in cui determina risultati non attesi, sgradevoli conseguenze ‘collaterali’, se non veri e propri disastri. La verità – scolpita nel travertino di quell’antica iscrizione – è che dovremmo un po’ tutti recuperare il buon senso di un’azione sorretta dagli altri tre elementi: volontà, potenza e sapienza. Spezzare il legame logico di questa sequenza è sempre assai pericoloso, per cui non dobbiamo sorprenderci se, in caso contrario, “il mundo mal va”. Dovremmo invece darci da fare per evitare che l’umanità resti vittima dell’ignavia, dell’impotenza, della passività e dell’irresponsabilità che tanti guasti, ecologici non meno che economici e socio-politici, hanno già provocato e stanno ancora determinando. E dobbiamo farlo prima che sia troppo tardi.

© 2019 Ermete Ferraro


[i] https://www.fattodiritto.it/ascoli-piceno-tra-medioevo-il-rinascimento-del-travertino-parlante/

[ii] D. Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, III, 95-96)

Pensando alla pensione…

É ufficiale. Da oggi sono a tutti gli effetti un pensionato. Come si dice di solito, dal primo settembre 2019 “sono andato in pensione”, anche se in effetti non ho deciso io di andarci, visto che le normative italiane prevedevano comunque che ciò accadesse al raggiungimento del 67° anno.  L’estate è finita, i bagagli sono stati riportati a casa, la televisione ha smesso di parlare del controesodo e cominciano ad accumularsi le nubi di pioggia nel cielo. Tutto come al solito. Con una piccola differenza, però. Domani non riprenderò servizio a scuola, scambiando saluti, abbracci e strette di mano con i colleghi e condividendo quell’atmosfera di strana sospensione che si registra ogni volta che si ritorna alla routine lavorativa, avvertendo la nostalgia per la libertà della vacanza ma anche la curiosità per un nuovo ciclo che inizia.

Domani perciò saluterò mia moglie Anna che riprende la scuola e, per la prima volta, resterò a casa ad aspettarne il ritorno, per poi chiederle “Che cosa è successo? Com’è andata?”. Ma non voglio buttarla sul malinconico né mi sento depresso come il classico Fantozzi al primo giorno di pensionamento. Non sono certo felice ma neppure triste, anche se so già che mi mancherà moltissimo il contatto con i ‘miei’ ragazzi e con quello che ho già definito in un’altra occasione ‘ il mestiere più bello del mondo ’.  Come molti mi hanno ripetuto, d’altronde, non mi mancano certo le cose di cui occuparmi, tutti i miei altri impegni che fino ad oggi dovevo comprimere nel pomeriggio ed ai quali potrò finalmente lasciare spazio adeguato. Epperò non posso negare che un certo senso di vuoto si farà sentire prevedibilmente per un bel po’ e che sarà difficile riempirlo, soprattutto di mattina, pur occupandomi maggiormente della casa e della famiglia.

Lasciando stare l’aspetto emotivo della faccenda, comunque, stamattina mi chiedevo come mai solo noi italiani utilizziamo il termine ‘pensione’ per indicare il periodo successivo alla fine di un rapporto lavorativo. Secondo vari dizionari etimologici, questa parola deriva dal latino pensionem ed indica un pagamento, una rata da corrispondere, ovviamente in riferimento al fatto che col pensionamento scatta una ‘rendita previdenziale’. Mi suona però un tantino squallido questo riferimento ad una fase dell’esistenza di un essere umano solo come quello in cui ci si attende una sorta di restituzione economica in cambio di una vita di lavoro. Per carità, questa pensione ce la siamo abbondantemente sudata e facciamo bene a godercela (si fa per dire…). Sta di fatto però che, in altre lingue, si fa piuttosto riferimento al concetto di ‘ritiro’ dal lavoro, come nel caso del francese retraite, dell’inglese retirement, dello spagnolo retiro, del tedesco Ruhestand, del russo otstavsky e perfino dell’arabo tukaod.

Ammettiamolo: un mondo che cambia per un essere umano non può essere racchiuso esclusivamente nella rata mensile che gli sarà accreditata sul conto corrente quando appunto si pensionerà. Comunque la si voglia considerare – un meritato riposo, un ritiro dal vortice quotidiano del lavoro, un’agognata liberazione da un impegno pressante e spesso stressante – tale cruciale chiusura di una fase personale e sociale non credo che dovrebbe essere assimilata, anche semanticamente, alla lungamente attesa fuoruscita di tante sonanti monete dalla slot machine della vita, oppure ad un verdiano “questa donna/quest’uomo pagato/a io l’ho”. Il concetto di ‘ritiro’ risulterebbe più adatto e – a prescindere dalle diverse normative in vigore nei vari stati – mi sembra comunque che riconosca alle persone una scelta, la libertà di cominciare a pensare di più a se stessi ed ai propri cari dopo avere adempiuto al diritto/dovere civile di svolgere “…un’attività o una funzione che concorre al progresso materiale e spirituale della società”, giusto per citare l’art. 4 della nostra Carta costituzionale.

Il verbo latino re-tirare, infatti, indica l’azione di tirare indietro, di ritrarre, di riportare a sé il proprio impegno, per dedicarsi ad altro e/o ad altri. Mi pare quindi un modo più corretto e rispettoso per designare la nuova fase che da oggi si sta aprendo anche davanti a me. L’affronterò con la consapevolezza che tante cose cambieranno, ma che l’artefice della mia vita mi sforzerò di essere comunque io, come peraltro ho fatto finora in ambito lavorativo e non solo.  Incipit vita nova – per citare il Poeta – o, più semplicemente, inizia un’età in cui, più che isterilirsi a fare bilanci del passato, occorrerebbe darsi un nuovo slancio per costruire il futuro, certamente insieme con gli altri, ma senza mai mollare sulla responsabilità che ognuno di noi ha e cui non si dovrebbe mai rinunciare. A forza di leggere e sentir parlare di ‘legge Fornero’, di ‘quota 100’, di ‘finestre pensionistiche’ ed altre algide formule politico-sindacali, abbiamo forse trascurato di guardare alla pensione in chiave meno economicista, ma piuttosto come una nuova tappa del nostro personale ‘tour’, cui sarebbe il caso di dedicare maggiore attenzione, rimodellando nel modo giusto parte della nostra quotidiana esistenza.  Ecco perché ho voluto dedicare il mio primo scritto dopo le vacanze estive a questo argomento, condividendo con chi vorrà leggerli questi miei primi ‘pensieri sulla pensione’, un po’ per familiarizzarmi con l’idea ma anche per cominciare a riflettere su di essa come inizio piuttosto che come fine di qualcosa. E non è poco.

Curnute e mazziàte…!

‘Ncopp’ê ggiurnale stanno parlanno assaje ‘e nu fatto che, però, nu’ ppare c’ ‘a cchiù pparte d’ ‘a ggente àveno capito overamente. ‘A Repubblica Taliana già teneva int’ ‘a Custituzzione soja, a ll’art. 116, ‘e reggiùne ‘a statuto speciàle’, però cu ‘a reforma d’ ‘o 2001 ‘nce trasette dinto pure propio chella ‘autonomia devierzefecata’ che Llumbardia, Veneto e Emilia-Rumagna vanno cercanno, e cche manco ô Piemonte lle dispiace.  ‘Nzomma, pare propio c’ ‘o Nnord sano sano se sente accussì ttanto speciàle ca sta cercanno ‘e fa’ stabbelì pe llegge ‘a devierzetà soja.

 Quaccheduno parlaje ‘e na “spartènza d’ ‘e ricchepellune”, pecché addereto â parola ‘autonomia’ s’andivìna ‘a vuluntà d’ ‘e nurdiste ‘e se spartere ‘a ll’ati rriggiune, ma pe s’azzeccà cchiù mmeglio ê Paìse putiénte ‘e l’Europa.  Ma accussì, scrivette ‘o pruf. Massimo Villone ‘ncopp’ô ‘Manifesto’ d’ ‘o 26 ‘e giugno: «Jammo a ccagnà pe ssempe – cu n’accuordo privato ‘nfra na ministra leghista e cciérti rreggiune – uno d’ ‘e princìpie funnative d’ ‘a Custituzzione: appassà ‘a distanza ‘nfra ‘o Nnord e ‘o Ssud, int’a na pruspettiva mediterranea e p’apparà ‘e deritte».

Cuntinuano a ppresentà favezamente ‘o Mmeridione comme si fosse nu ‘mpaccio, nu ‘mpiédeco â parta vertulosa ‘e l’Italia che, senza chillo ‘ntuppo, putarria correre cchiù assaje. Chesto vo’ dicere che ‘a vecchia ‘quistione meridiunale’ s’è avutata int’a na strèveza ‘quistione settentriunale’, addò nu Nord chiéno ‘e vertute nu’ sse vurrìa cchiù ffa’ zucà ‘o ssanghe ‘a nu Sud sciampagnone, male guvernato e mmalandrino. Â scumpetura ‘e ‘stu pruciésso, chille ca pe cchiù ‘e 150 anne ce àveno culunnizzato e sacchiàto, cu ‘a trastula ‘e l’Unnetà ‘e l’Italia, so’ ppropeto chille che mmo ‘a vulessero sfravecà, pe sse libberà d’ ‘o ‘ntuppo d’ ‘e ‘terùn’…!

‘E bbuscie cu ‘e ggamme corte

Chiù ‘e tre secule passate, Basile scrivette ca: “La buscia è na scoppetta… che accide chi la spara”. Pe cchesto facette bbuono Marco Esposito quanno – ‘ncopp’ó ‘Mattino’ d’ ‘o 26 ‘e giugno – sprubbecàje una pe una “‘e ddiece buscìe d’ ‘o Scassa-Italia”. ’Ncopp’a ttutto, pure si è overo ca ll’autonomia sta dint’â Custituzzione, s’ha dda dicere ca lloco, però, se parla ‘e ghì ‘ncuntro ê speciàle asiggenze e bbesuògne ‘e nu particulare territorio, no ‘e nu suoccio mudello arraffa-arraffa pe ttuttequante. Siconna cosa, nun è manco overo ca fuje ‘o populo a ddecidere accussì, pecché sulo ‘e ddoje reggiune d’ ‘o Lombardo-Veneto faccettero ‘e referendum (cunzultive), addò vutajeno ‘o 45% scarzo, e  ppure ‘ncopp’a n’addumanna assaje lasca. E ppo’ è na palla ca, si lle dessero ‘sta specie ‘e autonomia, nun se luvasse manco n’euro ô Miezjuòrno. ‘Nfatte è cchiaro ca, si  darranno cchiù rresòrze a Llumbardia, Veneto e Emilia Romagna, senza ca s’aumenta ‘a spesa totale, sarranno denare sceppate ê reggiune cchiù ‘nguajate.

Diceno pure ca ô Ssud spennimmo assaje cchiù d’ ‘o Nnord, ma è n’ata buscia, pecché ô 2018 ‘e denare prùbbece spise pedùno p’ ‘e reggiune d’ ‘o centro-nord fujeno 18mila euro, mentre ‘e mmeridiunale s’accuntentajeno ‘e 15 mila euro. Nemmanco è overo ca ‘e reggiune songo cchiù sparagnune d’ ‘o Stato, pecché ‘e piccerelle comm’ ‘o Mulise spenneno ‘mméce assaje ‘e cchiù dd’ ‘e ggrosse. È na palla pure ca ‘a reggione Campania, pe l’adducazzione, spenne cchiù dd’ ‘o Veneto, pecché – ‘ncopp’a 100 abbitante – ‘a primma tene 15,6 studiente e prufessure cchiù vviécchie e mmeglio pavate ‘e cchiù, mentre ‘a siconna tene sulo ‘o 12,3% ‘e studiénte, e prufessure cchiù giuvene.

Chi sparte ave ‘a meglia parte?

Vanno dicenno ca pe nnu’ ffa’ dessipà ‘e denare prùbbece ‘nce vônno ‘e ‘fabbesuogne standardizzate’. Però fégneno ‘e se scurdà ca ‘stu sistema ‘nce steva ggià p’ ‘e Cumune d’ ‘o 2015, però fuje appricato malamente. Sicché, cu ‘sta loggeca, pare c’ ‘a ggente che ‘storicamente’ nu’ tteneva nu servizzio nu’ nn’àveno cchiù deritto ‘e ll’ate. E ppo’, ‘e nurdiste diceno ca vônno sulo ausà ‘e denare che stesso lloro àveno già cacciato pavanno ‘e ttasse. Però se scordano ca, int’a nu stato muderno e democrateco, ‘e cetadìne hann’ ‘a pavà ‘e trebbute, ma è ‘o Parlamiénto che stabbelisce addò s’hann’ ‘a addestinà chille denare.

Vanno cuntanno pure ‘a buscìa ca ‘sti accuòrde se putarriano cagnà doppo diece anne, però ‘e ddecisiune pigliate c’ ‘o reggiunalisemo devierzefecato nun se pônno cchiù ccagnà, si nun s’accummincia tutto ‘o pruciésso d’ ‘o capo e si nun ‘o ccercano stesso ‘e rreggiune. L’urdema buscia è ca chesta ‘spartenza d’ ‘e ricchepellune’ è na fauzarìa. Scrivette bbuono pirciò Marco Esposito: «Stabbelì – comme facettero ô frevàro d’ ‘o 2018 – ca chello che ttrase cu ‘e trebbùte raccòvete int’ô territorio nazziunale sarrìa n’énnece d’ ‘o fabbesuògno sarrìa comm’a ddicere ca nu riccopellòne, sulo pavanno cchiù ttasse, tene cchiù dderitto a avé adducazzione, sanitate, fràveche, tutéra pe ll’ambiente ecc., pe ttutte ‘e 23 materie ch’ ‘e reggiune stanno tenénno mente». Na jastemma puliteca ca, ‘nfino ‘e mmo, nu’ ss’era maje sentuta…

Ma ‘e ditte antiche nu’ ffallisceno…

Pe cuncrudere, permettìteme ‘e cità quacche ditto antico de lu populo napulitano che mme pare va a cciammiéllo cu ‘sti fatte. È overo ca na vota se diceva: “Chisto è ‘o munno: chi navega e cchi va a ffunno” o ppure: “’O pesce gruòsso se magna ô piccerillo”.  Però àti ppruverbie nu’ ddanno  còrpa ô ddestino, â mala sciorta, p’ ‘o fatto ca “ ‘o piécuro nasce curnuto e mmore scannato” e “‘o cane mòzzeca ‘o stracciato” Nu ditto antico, ‘nfatte, ce fa capì pure ca: “Quanno uno chiagne, ce sta sempe n’ato che rride”.  ‘A trista verità è c’assaje spisso – comme cuntava ggià ‘a favula grieca d’ ‘o lupo e ‘o pecuriello – nu’ ssulo “chi nu’ ttene denaro ave sempe tuòrto”, ma adderittura “ave cchiù raggione chillo c’accide ca chillo ch’è acciso”…!

Penzo che ‘sta vecenna d’ ‘o reggiunalìsemo devierzefecato addimostra na vota ‘e cchiù ca “‘o vòje chiamma curnuto a ll’àseno”, ma pure che ce âmm’ ‘a sta’ attiénte a chille che se metteno â parte ‘e chi vo’ sta spartenza d’ ‘e ricchepellune, pecché “’o pastore c’avanta ‘o lupo nun vo’ bbene ê ppecure”. Però se stessero attiénte pure ‘e lupe, pecché: “Chi semmena viénto raccoglie tempesta”, accussì comme ‘a ggente d’ ‘o Ssud nun s’ha dda scurdà ca “Nu populo falluto è nu populo fernuto”. E ppirciò, si propeto nun ce vônno cchiù ppe ccumpagne, pe vvìa ca nun ‘e ffacimmo currere bastantemente verzo l’Europa d’ ‘e ricchepellune, embé allicurdammoce ‘e n’urdemo pruverbio: “Cammisa ca  nun vo’ sta’ cu ttico, stracciala!”.

Un vocabolario Napoletano-Italiano per i ‘figli del popolo’

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UNA CLASSE ELEMENTARE DEL PRIMO NOVCENTO

Devo alla cortese segnalazione di un’amica se sono venuto a conoscenza di un prezioso esempio di sincera attenzione alla lingua napolitana ed ai ragazzi che ne facevano uso. Si tratta infatti di un raro volumetto datato 1910, edito dalla casa editrice Paravia e curato da un docente che si era adoperato per offrire un indispensabile strumento linguistico comparativo a coloro che frequentavano le scuole ‘primarie e secondarie inferiori’.[i]

Siamo nel primo decennio del XX secolo. L’unificazione politica della penisola italiana era stata realizzata solo una quarantina di anni prima e le scuole pubbliche del nuovo Regno d’Italia avevano più che mai bisogno di strumenti – sillabari, manuali, sussidiari, grammatiche – per affrontare la non facile opera di ‘italianizzazione’ di milioni di bambini e ragazzi, per i quali l’unica forma espressiva erano i propri idiomi regionali, normalmente solo parlati e declinati nelle rispettive numerose varianti locali.[ii]

Molto si è scritto e si è detto sulla colonizzazione de facto del Mezzogiorno d’Italia e sui gravi guasti apportati da una forzata piemontesizzazione di un territorio per secoli autonomo, sovrano, ricco di culture originali e, per tanti aspetti, addirittura più sviluppato e ricco del borioso Nord. Fiumi d’inchiostro sono stati versati sulle cause e sugli effetti della c.d. questione meridionale e sull’impatto negativo che questa indiscutibile nuova dominazione ha provocato su un meridione già di per sé diviso e problematico, deresponsabilizzato e reso subalterno da chi pretendeva d’imporgli un modello socio-culturale estraneo, mentre ne svalutava i valori e ne mortificava l’indipendenza.

Sappiamo bene che larga parte di questo processo è stato veicolato dall’imposizione di standard linguistici rigorosamente unitari, esaltando la lingua italiana e riducendo le parlate regionali a mere varianti, volgari e scorrette, dell’unico idioma comune nazionale.

Il supponente disprezzo per i dialetti locali e l’utilizzo della scuola pubblica come uno strumento per sgrossare l’espressione orale e scritta degli alunni/e fornendo come mezzo di comunicazione quella che, di fatto, era per loro una lingua straniera è un aspetto su cui altri si sono opportunamente soffermati, sottolineando che quest’azione richiedeva un insegnamento rigidamente normativo e sostanzialmente autoritario.

Tutto ciò premesso, d’altra parte, è stata per me una piacevole sorpresa scorrere le pagine di questo ingiallito manualetto, scritto oltre un secolo fa da Gaetano Ceraso, la cui prima edizione era stata pubblicata sotto gli auspici (per citare l’autore,”sotto l’autorevole protezione”) dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione, il famoso psichiatra Leonardo Bianchi.

Vocabolari che traducessero l’universo culturale e specificamente verbale della lingua napolitana in quella italiana, soprattutto in quel periodo, non erano certo numerosi. Nel 1887 era già stato pubblicato quello curato da Raffaele Andreoli [iii] e, ancor prima dell’unificazione, era stato dato alle stampe il “Vocabolario domestico Napolitano—Italiano compilato da Giuseppe Gargano[iv].

L’esigenza che spingeva Gaetano Ceraso a pubblicare il suo libro appare però di tipo eminentemente pratico in quanto, per usare la sua stessa espressione, “risponde ad un vero e sentito bisogno dell’epoca nostra” .[v]

Si trattava in effetti d’una necessità di ordine educativo-didattico, ispirata dagli stessi Programmi ufficiali del Ministero della P.I., che: “…raccomandano costantemente lo speciale riguardo alle forme dialettali che sono le più frequenti; ed è tanto grande l’importanza che si annette a questo indispensabile mezzo di arricchimento per raggiungere la cortigiana favella che in sull’Arno avanza certamente in bellezza e dignità tutti i dialetti d’Italia…” [vi].

Alle nostre orecchie questo richiamo alla ‘cortigiana favella’ fiorentina ed alla sua speciale ‘bellezza e dignità’ suona senz’altro retorico e anche un po’ servile. Se si legge con un po’ di attenzione, però, risulta chiaro che, per Ceraso, il ‘riguardo’ alle forme dialettali riservato dalla regia scuola unitaria non è lo strumento d’una forzata rieducazione linguistica degli alunni, bensì un ‘mezzo di arricchimento’ lessicale in sé.

Lo stesso Italiano da insegnare, del resto, non sembra affatto posto su un ideale podio come ‘lingua’ contrapposta ai volgari e corrotti ‘dialetti’, ma piuttosto considerato il più ‘degno’ tra i vari dialetti della nostra penisola.

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LEONARDO BIANCHI

Continuando a leggere l’avvertenza di Ceraso ai suoi lettori, ci s’imbatte poi in una citazione tratta dai suddetti Programmi ministeriali che incrina un po’ la nostra comprensibile diffidenza:

L’esempio prima, la regola poi: è questo il vecchio aforisma pedagogico in ogni caso applicabile; dalla correzione degli errori comuni e specialmente dialettali, che sono i più frequenti, il maestro faccia pervenire gli alunni alla conoscenza chiara delle regole e procuri che queste si fermino bene nella mente facendo sì che gli alunni stessi le applichino ad una serie di esempi loro proposti, o meglio da essi trovati”. [vii]

Sicuramente siamo ancora lontani da una didattica attiva ed interattiva dell’educazione linguistica, ma direi che lo siamo ancor più da un insegnamento cattedratico e meramente normativo. Si fa esplicito riferimento al principio in base al quale l’esempio precede la regola e si invitano gli insegnanti a ribadire le norme linguistiche non in maniera fredda e puramente mnemonica, ma sollecitando gli scolari a partecipare in prima persona alla ricerca degli esempi.

L’aspetto che m’interessa di più, inoltre, è che da questo vocabolarietto non trasuda affatto la spocchia di chi pretenderebbe d’imporre la lingua egemone a dei subalterni, ma una sincera e direi cordiale attenzione alle espressioni tipiche del Napolitano, che l’autore dimostra di ben conoscere e praticare. Insegnare l’Italiano, in questa prospettiva, non sembra derivare dall’esigenza colonialista di sradicare l’espressione del popolo napolitano, semmai dall’intento di procedere da essa verso una conoscenza linguistica più articolata e soprattutto comune. E questo perché, come scriveva Ceraso: “…non è possibile conoscere tutta quanta la virtù della lingua se non studiando e cercando l’idioma del popolo; e frugando in esso si troverà il vero e natio vocabolo per ogni necessità del pensiero con vantaggio della brevità e della chiarezza…”. [viii]

Sinceramente sarei ben contento se queste affermazioni fossero contenute in un testo attuale di educazione linguistica, dove semmai si riserva un distratto capitoletto ai ‘dialetti d’Italia’, più per doverosa completezza del manuale che per un effettivo convincimento dell’utilità di un approfondimento di ciò che Ceraso chiamava ‘idioma del popolo’.

Il ‘vero e natio vocabolo per ogni necessità del pensiero’ è quello che l’antropologia culturale e l’ecologia linguistica ci hanno insegnato a considerare un patrimonio originale e prezioso da studiare e salvaguardare. Il persistente disinteresse – o peggio disprezzo – per gli idiomi regionali e dialettali – a distanza di 107 anni dalla pubblicazione del vocabolario di Ceraso – ci mostra viceversa quanta strada bisogna ancora percorrere per affermare la piena dignità di una lingua come il Napolitano.

Un’ultima osservazione che mi viene spontanea scorrendo il testo di Ceraso riguarda la sua lodevole insistenza sull’importanza della ricerca etimologica, a partire da quella sui sinonimi e dalla volontà di stabilire i necessari legami logici fra famiglie lessicali. Anche in questo caso egli cita le raccomandazioni dei Programmi ministeriali:

Il Maestro esperto può anche …esercitare gli alunni nella ricerca dei sinonimie dei derivati, riuscendo da un lato molto dilettevole anche ai giovinetti di scoprire , tra parole e parole, parentele cui essi non avrebbero mai pensato; questa ricerca fatta con abilità conduce gli alunni a trovare, colla guida del maestro, famiglie di vocaboli, le quali abbiano qualche estensione.” [ix]

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IL TESTO DI R. ANDREOLI

Anche in questo caso, se si considera quanto poco nelle scuole italiane ci si soffermi  tuttora sulla ricerca etimologica e sull’individuazione di famiglie lessicali e campi semantici, penso che le indicazioni che emergono da questo vecchio testo dovrebbero indurci a fare di più e meglio in direzione di un’educazione linguistica meno normativa e più ancorata allo studio degli usi linguistici ed al rispetto per gli idiomi avvertiti come antecedenti rispetto alla lingua nazionale.

E’ una questione di civiltà ma, ancor di più, di democrazia e di apertura mentale.

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[i] Gaetano Ceraso, Vocabolario napoletano-italiano e dizionarietto dei sinonimi: preceduti da un cenno storico sull’origine di Napoli, per gli alunni delle scuole primarie e secondarie inferiori, approvato dalle Commissioni previnciali schostiche di Napoli e Salerno, Torino-Roma, Paravia, 1910 (III ediz.).

[ii] Vedi: Tullio de Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Bari, Laterza, 2017 . Cfr. anche: ANPI Lissone,  La funzione della scuola dopo l’Unità d’Italia > http://anpi-lissone.over-blog.com/article-la-funzione-della-scuola-dopo-l-unita-d-italia-67260283.html .

[iii] Raffaele Andreoli, Vocabolario Napoletano-Italiano, Trino-Roma, G.B. Paravia, 1887 > https://www.librerianeapolis.it/libri-84159/34-dialetto/4281-vocabolario-napoletano-italiano-raffaele-andreoli

[iv] Giuseppe Gargano, Vocabolario domestico Napolitano-Italiano, Napoli, N. Pasca, 1841 > https://books.google.fr/books?id=519JAAAAMAAJ&printsec=frontcover#v=onepage&q&f=false

[v] G. Ceraso, op. cit., “Al lettore”, s.p.

[vi]   Ibidem

[vii]  Ibidem

[viii] Ibidem

[ix]  Ibidem

Il libro grigioverde della difesa

809d13cb-93fc-47d5-b27b-39090ef4836d01medium1 –  Un governo sulla difensiva

Da uno scarno comunicato stampa [i] gli Italiani hanno appreso che, nella riunione del 10 febbraio scorso:

“… il Consiglio dei ministri, su proposta della Ministra della difesa Roberta Pinotti, ha approvato un disegno di legge di delega al Governo per la riorganizzazione dei vertici del Ministero della difesa e delle relative strutture, la revisione del modello operativo delle Forze Armate, la rimodulazione del modello professionale e in materia di personale delle Forze Armate e la riorganizzazione del sistema della formazione.”

Così sintetizzato, il contenuto di questa deliberazione appare poco più che un provvedimento burocratico, destinato ad una migliore organizzazione e gestione della Difesa. La realtà è però ben diversa, dal momento che questo atto del Governo segna il punto d’arrivo di una strategia che parte da molto lontano. Sul sito del Ministero della Difesa – in data 10 febbraio 2017 – il titolo ed il relativo occhiello sono un pochino più espliciti: “Libro Bianco, approvato il DDL.  Il CdM ha approvato oggi il Disegno di Legge che consentirà l’implementazione del Libro Bianco per la Sicurezza Internazionale e la Difesa”. [ii] Ciò significa che, mentre noi Italiani eravamo più o meno ipnotizzati dal Festival di Sanremo (che, fra l’altro, non ha perso l’occasione per fare un retorico spot alle Forze Armate, impegnate come protezione civile antidisastri), il governo Gentiloni stava chiudendo il cerchio di una vicenda iniziata quasi tre anni fa.

In effetti il Libro bianco per la sicurezza nazionale e la difesa porta la data del luglio 2015, ma le sue  pagine (nella prima versione sono 130, ma poi diventano 66) nascono da una decisione del Consiglio Supremo  di difesa del marzo 2014 e dalle ‘Linee Guida’ approvate nel giugno seguente. Lo stesso organo ne ha approvato il testo nell’aprile 2015, passandolo alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato.

L’attuale DDL approvato in CdM, quindi, assume significato solo se visto nel contesto di questo processo di profonda riforma della macchina militare italiana, i cui pilastri sono in quel documento-quadro, del quale riporto alcuni stralci:

  1. « 54. Il fine ultimo della politica nazionale di sicurezza internazionale e difesa è la protezione degli interessi vitali e strategici dell’Italia. Tale obiettivo richiede che sia assicurata la difesa dello Stato e della sua sovranità, che sia perseguita la costruzione di una stabile cornice di sicurezza regionale e che si operi per facilitare la creazione di un ambiente internazionale favorevole. […]

  2. Come enunciato nelle Linee Guida a questo documento, il ruolo dell’Italia nel mondo è determinato dai nostri interessi vitali e strategici come Nazione e come membro di rilievo della comunità internazionale. In realtà, tali due fattori sono intimamente legati, poiché gli interessi nazionali hanno una dimensione necessariamente internazionale. […]

  3. Non trascurando la difesa del territorio nazionale, degli spazi marittimi e aerei sovrani, la nostra libertà, la sicurezza dei nostri cittadini e il futuro benessere del nostro Paese, sono dunque dipendenti da una diffusa stabilità mondiale, dall’esistenza di un sistema internazionale che tuteli il rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali delle persone e dallo sviluppo economico globale. Tali condizioni non possono essere disgiunte dalla volontà e dalla capacità nazionale di sapersi collocare all’interno di tale sistema con credibilità e autorevolezza, e dalla partecipazione attiva alla sua preservazione e rafforzamento. […]

  4. […]  la nuova struttura di sicurezza e difesa nazionale poggerà su tre pilastri: L’integrazione europea. La compenetrazione della difesa nazionale con quella di altri Paesi sarà ricercata in primis con i partner dell’Unione europea. Pur comportando una progressiva e accentuata interdipendenza e una condivisione di sovranità, rappresentano una scelta razionale e una priorità politica sia una maggiore integrazione nel settore della sicurezza e difesa, sia lo sviluppo di cooperazioni più strutturate e profonde, sebbene non esclusive, con i Paesi a noi più vicini per interessi, legami storico-culturali e valori di riferimento. La coesione transatlantica. La comunità transatlantica costituisce il secondo e più ampio cerchio di garanzia della difesa del Paese; la NATO, che ha garantito la pace nella regione Euro-atlantica per quasi sessanta anni, rimane l’organizzazione di riferimento per questa comunità. Nel tempo la NATO è evoluta, assumendo un ruolo più ampio e diverso, ma è nella dimensione della difesa collettiva che essa trova la sua perdurante centralità. Ad oggi, solo l’Alleanza fra nordamericani e europei è in grado di esercitare la dissuasione, la deterrenza e la difesa militare contro qualunque genere di minaccia. ‐ Le relazioni globali. L’Italia, è parte attiva della comunità internazionale e partecipa alle dinamiche d’interrelazione che in tale ambito si sviluppano sia a livello bilaterale sia multilaterale. Riconosce nell’ONU il riferimento principale e ineludibile di legittimazione, in particolare per ciò che attiene alle questioni di sicurezza internazionale.

  5. La dimensione della sicurezza euro-atlantica è vitale per la difesa del Paese e la tutela degli interessi nazionali. Solo l’Alleanza atlantica può assicurare una sufficiente capacità di deterrenza e difesa del territorio euro-atlantico da un’eventuale minaccia di tipo militare convenzionale che, sebbene non sia al momento giudicata probabile, non è neppure escludibile. L’unica strategia in grado di massimizzare la cornice di sicurezza e di mitigare i rischi relativi è quella di un’attiva partecipazione alla NATO. » [iii]

Credo che a nessuno sfugga che  il linguaggio adoperato nel Libro bianco – con la sua insistenza martellante sull’esigenza di tutelare non ben definiti  interessi vitali e strategici dell’Italia”abbia poco a che vedere con l’art 11. della Costituzione della Repubblica Italiana [iv], nel quale si dichiara solennemente che “…l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.  Peraltro, lo stesso art. 52 della Costituzionenel quale si parla della “difesa della Patria come sacro dovere del cittadino”  – non sembra proprio combaciare con questo nuovo concetto di difesa come garanzia della “sicurezza internazionale” o quanto meno “euro-atlantica”.

 

modificato32 – Il “libro giallo” della Difesa

Fatto sta che le uniche notizie sul DDL sono quelle riportate dai media – sulla base della citata nota della Presidenza del Consiglio e del comunicato stampa diramato dal Min.Dif, nel quale si legge:

«Il ddl è costituito da 11 articoli e  introduce una serie di indicazioni contenute nel Libro Bianco per avviare il progetto di riforma dello strumento militare  in una prospettiva di medio termine. Lo scopo è quello di realizzare un’organizzazione che possa meglio assolvere ai compiti istituzionali  e rispondere a moderni criteri di efficacia , efficienza ed economicità. L’intervento normativo prevede disposizioni diretta applicazione inerenti alla “governance”, all’alta formazione, alla sanità, all’avanzamento dei dirigenti militari; conferisce delega al Governo per la revisione del modello operativo delle Forze armate, la rimodulazione di quello professionale nonché del sistema di formazione. E’ inoltre prevista l’introduzione di modelli organizzativi per assicurare la collaborazione tra la Difesa, l’industria, il mondo universitario e della ricerca.» [v]

Dal burocratese dei militari trasparirebbe solo una semplice riorganizzazione delle forze armate italiane in chiave aziendalista, eppure basta pensare al tempo trascorso dalla pubblicazione del Libro bianco per capire che la portata della decisione del governo italiano è ben altra. Strano che i cosiddetti  organi d’informazione mostrino di non esserne accorti, limitandosi ad una superficiale lettura di tale provvedimento.  Ancor più strano ed anomalo è che il testo approvato solo una settimana fa dal Consiglio dei Ministri sia ‘scomparso’ dal sito ministeriale.

«Pare che la decisione di farlo sparire sia venuta direttamente dalla ministra Roberta Pinotti, d’intesa con il “Generalissimo” Claudio Graziano. Sarebbero, infatti, in corso modifiche editoriali al testo, composto da 11 articoli, nei quali sono contenute le linee guida della riforma delle Forze Armate (riforma che verrà completata nel medio periodo). Se l’indiscrezione venisse confermata sarebbe un fatto gravissimo che richiederebbe, in ogni caso, un nuovo passaggio in Consiglio dei Ministri con le debite giustificazioni per motivare una procedura così sconcertante. » [vi]

I dubbi avanzati, a dire il vero, riguardano ulteriori possibili stravolgimenti di un decreto che, a quanto pare, non sarebbe ben visto dagli stessi militari, in quanto tende a razionalizzare la spesa della difesa, tagliando sul personale e creando un organico meno di carriera e più ‘misto’. Come spiega un’altra fonte giornalistica, insomma, gli Stati Maggiori saranno un po’ ‘prosciugati’ ed ogni arma dovrebbe cedere qualcosa “per evitare sprechi e sovrapposizioni.”  [vii]

Ma attenzione: ciò non comporterà affatto una riduzione delle spese militari, ma solo una loro rimodulazione efficientistica, togliendo un po’ di risorse al personale solo per assicurare introiti più sicuri e stabili al complesso militare-industriale. Basta sbirciare nelle pagine di un giornale come ‘Milano finanza’, infatti, per trovare dichiarazioni della stessa Ministra che confermano tale impostazione:

« …”E’ un provvedimento molto importante a cui stiamo lavorando da tre anni”, ha detto in conferenza stampa la ministra della Difesa Roberta Pinotti,  […] Ci sono cose attese che vengono introdotte nel documento sulla strategia industriale e tecnologica. La legge di finanziamento della difesa che diventa sessennale e che sarà approvata però dal Parlamento”, ha detto Pinotti, spiegando che si è cercato di supplire alla “mancanza di orizzonte certo” penalizzante per le aziende che investono sui progetti.» [viii]

La verità è che, come ci relaziona con grande precisione il rapporto annuale ‘MILEX 2017’  [ix] – presentato in questi giorni dall’Osservatorio sulle spese militari italiane il bilancio della Difesa è in aumento. Si sono raggiunti infatti i 23,3 miliardi, pari all’1,4% del PIL , con un incremento del 21% rispetto a quella stanziata nel 2006, con la sola spesa per gli armamenti aumentata del 10%  e con uno stanziamento per le missioni italiane all’estero pari a 1,28 miliardi (il 7% in più rispetto al 2016).   Data l’entità delle cifre, al di fuori di quelle familiari ai comuni cittadini, bene fa il settimanale VITA a sbriciolarne la drammatica entità in termini più quotidiani e comprensibili, spiegandoci che, in altri termini: “Per l’anno 2017 l’Italia destina circa 23,3 miliardi di euro alle spese militari, pari a oltre 64 milioni di euro al giorno, 2,7 milioni di euro all’ora, 45 mila euro al minuto…” [x]

 

3 –  Dalla guerra a pezzi alla pace intera

Un attento studioso che ha cercato di svelare l’enigma del ‘libro giallo della Difesa’ è Manlio Dinucci, che così ne commenta il significato in un articolo su il manifesto:

«Alle Forze armate vengono assegnate quattro missioni, che stravolgono completamente la Costituzione. La difesa della Patria stabilita dall’Art. 52 viene riformulata, nella prima missione, quale difesa degli «interessi vitali del Paese». Da qui la seconda missione: «contributo alla difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica e al mantenimento della stabilità nelle aree incidenti sul Mare Mediterraneo, al fine della tutela degli interessi vitali o strategici del Paese». Il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, stabilito dall’Art. 11, viene sostituito nella terza missione dalla «gestione delle crisi al di fuori delle aree di prioritario intervento, al fine di garantire la pace e la legalità internazionale». Il Libro Bianco demolisce in tal modo i pilastri costituzionali della Repubblica italiana, che viene riconfigurata quale potenza che si arroga il diritto di intervenire militarmente nelle aree prospicienti il Mediterraneo — Nordafrica, Medioriente, Balcani — a sostegno dei propri interessi economici e strategici, e , al di fuori di tali aree, ovunque nel mondo siano in gioco gli interessi dell’Occidente rappresentati dalla Nato sotto comando Usa. » [xi]

download-paceIl guaio è che, di fronte a quest’assurda strategia militarista riarmista e bellicista, non si avverte nel Paese una reazione minimamente adeguata. E’ vero che siamo da decenni rassegnati a politiche che non tengono alcun conto delle vere priorità economiche e sociali e che sono gestite fuori e comunque oltre la dialettica parlamentare. E’ vero anche che l’italiano medio ha sempre capito poco delle politiche della difesa e che, a loro volta, i suoi rappresentanti istituzionali hanno sempre fatto di tutto per mantenerlo in questa pericolosa ignoranza. Mi sembra però che sia giunto il momento di aprire gli occhi e di smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia. La situazione internazionale diventa sempre più incandescente e l’Italia – lo Stato che dichiara statutariamente di ‘ripudiare la guerra’ – contribuisce da tempo al diffondersi della guerra a pezzi’ denunciata con forza da Papa Francesco.  Il problema è che il movimento per la pace italiano è ancora più spezzettato ed organizzativamente fragile, privo di una bussola chiara ed unitaria, che non può essere rappresentata solo da un pacifismo generico e minimalista, ma deve ritrovare lo slancio del progetto che solo la nonviolenza attiva ed una visione alternativa della difesa può animare. Non ci può essere reazione alle politiche aggressive a livello internazionale, ad esempio, se non cominciamo a batterci, qui e ora, per la smilitarizzazione dei nostri territori e delle nostre città. Se non ci rendiamo conto che i nostri risparmi, depositati in banca, troppo spesso vanno a finanziare il mercato della morte. Se continuiamo a credere nella favola del buon soldato che difende la sicurezza delle strade [xii], ci protegge dagli attacchi terroristici e, per di più, corre ad aiutare eroicamente la protezione civile in caso di disastri e calamità naturali. Se non ci ribelliamo alla presenza invadente della propaganda militare nelle scuole, rivendicando viceversa una corretta educazione alla pace.

Un severo monito ci viene dalle parole dell’ex-presidente russo Mikhail Gorbaciov, da oltre 20 anni attivamente impegnato sulle questioni della pace e dell’ambiente – il quale ha scritto per TIME un commento, di cui riporto un breve ma significativo stralcio.

«Mentre i bilanci statali si sforzano di finanziare i bisogni essenziali delle persone, la spesa militare è crescente. […] Politici e capi militari appaiono sempre più belligeranti e le dottrine della difesa più pericolose. Commentatori e personaggi televisivi si stanno unendo al bellicoso coro. Tutto questo dà l’impressione che il mondo si stia preparando alla guerra. […] Nel mondo moderno le guerre devono essere messe fuori legge, perché nessuno dei problemi globali che stiamo fronteggiando può essere risolto dalla guerra – non la povertà, l’ambiente, le migrazioni, la crescita demografica o la riduzione delle risorse. » [xiii]

Insomma, alla ‘guerra a pezzi’ dobbiamo contrapporre – a tutti i livelli della vita civile – una pace intera, senza scindere il pacifismo dall’antimitarismo, la difesa della pace da quella dell’ambiente,  il rifiuto della logica gerarchica del ‘signorsì’  dal quotidiano ripudio di logiche antidemocratiche che spesso nascono dalla nostra delega a ‘chi sa’ ed a ‘chi può’. La nonviolenza non è solo un’alternativa al modello difensivo armato e militarizzato, ma è una scelta che ognuno può fare, al proprio livello, per dire no a chi ci vuole ignoranti, allineati e coperti ed incapaci di reagire. E’ per questo che bisogna fare un appello forte a chi ci rappresenta in Parlamento affinché questo ulteriore snaturamento della nostra Costituzione sia sventato. Ma questo non può bastare, se dal Paese non giungono segnali di una vera riscossa civile, frutto di un’accresciuta consapevolezza e di una rinnovata volontà di resistere.

downloadP.S. – Negli 8 minuti ca. che hai impiegato a leggere questo articolo lo Stato italiano ha speso 360.000 (trecentosessantamila) euro in spese per la difesa.

 

N O T E ——————————————-

[i]  http://www.governo.it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-12/6727

[ii]  Min. Difesa, Libro Bianco, approvato il ddl > http://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Libro-bianco-approvato-il-ddl.aspx

[iii]  Ministero della Difesa, Libro bianco per la sicurezza nazionale e la difesa http://www.formiche.net/files/2015/04/LB_2015.pdf

[iv]  Cfr. https://www.senato.it/documenti/repository/istituzione/costituzione.pdf

[v]   Min. Difesa, Libro Bianco, approvato il ddl, cit.

[vi]  G. Paglia, Il ‘Libro Bianco’ della difesa si tinge di giallo > http://www.lultimaribattuta.it/60786_libro-bianco-giallo

[vii] S. Vespa, Come cambieranno le Forze armate secondo Gentiloni e Pinotti > http://formiche.net/2017/02/11/come-cambieranno-le-forze-armate-secondo-gentiloni-e-pinotti/

[viii]  Difesa, ok del Cdm a ddl; pià garanzie temporali all’industria > http://www.milanofinanza.it/news/difesa-ok-cdm-a-ddl-piu-garanzie-temporali-a-industria-201702101554264504

[ix]  Il testo del Rapporto MILEX 2017 è scaricabile (come pdf)  sul sito milex.org > https://www.dropbox.com/s/r9692pnie81lkfb/MIL%E2%82%ACX2017.pdf?dl=0

[x]  L. M. Alvaro, “Ogni giorno spendiamo 64 milioni di euro in armi “, VITA (15.02.2017), cfr. http://milex.org/2017/02/16/ogni-giorno-spendiamo-64-milioni-di-euro-in-armi/

[xi] M. Dinucci, “Il libro [del golpe] bianco” , il manifesto (14.02.2017) >  https://ilmanifesto.it/il-libro-del-golpe-bianco/

[xii] Sulla c.d. “operazione strade sicure” e sui relativi stanziamenti in bilancio cfr. https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/950875/index.html?part=dossier_dossier1-sezione_sezione5-h2_h2102&parse=si&spart=si

[xiii]  M. Gorbachev, “It looks as if the world is preparing for war”, TIME , Feb. 13, 2017, p. 22

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© 2017 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com/ )