VO-PO-SA-FA: ecco la formula

Scorrendo i post su Facebook mi sono imbattuto nell’immagine di questo cartello ligneo, datato Ascoli Piceno, A.D. 1529. Vi si legge una sorta di aforisma in versi quaternari, il cui testo gioca sulle rime derivanti dal troncamento delle forme verbali, Si utilizza poi una sorta di chiasmo, incrociando semanticamente il primo col secondo verso ed il terzo col quarto. Il ritmo si spezza al quinto, ma poi recupera la rima al sesto ed ultimo verso. Da una successiva ricerca su internet ho scoperto che si tratta della copia di una delle originali iscrizioni proverbiali incise nel travertino delle facciate dei palazzi ascolani del Rinascimento; in particolare di quella che campeggia sull’architrave di un edificio al n. 19 di Rua Longa. [i] 

Mi sembra interessante utilizzare questo saggio ammonimento inciso sulla pietra come spunto per affrontare la nostra realtà attuale.  Sono infatti passati quasi cinque secoli, ma si direbbe che le cose non siano molto cambiate da allora, confermando quanto sia difficile lasciarsi alle spalle gli errori del passato e voltare davvero pagina. Basti pensare che le vicende umane sono state costantemente rivolte a perseguire l’obiettivo del potere, inteso come possibilità assoluta di ‘fare’, di operare in base alla propria volontà. Un concetto reso icasticamente dai celebri versi danteschi: “Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole…[ii] . Eppure la storia e la nostra stessa esperienza quotidiana ci hanno dimostrato quanto spesso l’aspirazione a poter realizzare ciò che si vuole sia spesso frustrata, più che da ostacoli esterni, dalla mancanza di determinazione. Lo stesso ragionamento potremmo applicare alla seconda parte dell’aforisma. Anche la ricerca della conoscenza, nella convinzione che il sapere sia premessa e condizione dell’azione, è stata sovente vanificata dalla pericolosa scissione fra questi due elementi.  Troppe persone che ‘sanno’ si accontentano della loro conoscenza teorica e quindi non ‘fanno’, cioè non la mettono in pratica. Ancor di più, però, sono quelli che si lasciano prendere da un frenetico attivismo, senza fondare il proprio agire su basi cognitive valide e sicure, con esiti spesso disastrosi.

Forse è esagerato affermare che è solo questa la ragione per cui “il mundo mal va”, però bisogna ammettere che gli esseri umani hanno frequentemente mal coniugato quelli che grammaticalmente sono modestamente chiamati ‘verbi servili’, sebbene ‘volere’ e ‘potere’ siano stati da lungo tempo il movente principale per cui essi hanno coltivato, talvolta con notevole mancanza di scrupoli, l’ambizione di sapere e di fare.  La contraddizione risiede quindi nel paradossale comportamento di chi potrebbe, ma non vuole o, viceversa, vorrebbe ma non può. L’impotenza e l’ignavia sono stati e sono sicuramente due grossi limiti, ma in questi due casi – come per la passività di chi sa non fa – il risultato è l’inazione, ossia una colpa di tipo omissivo. Più grave, invece, mi sembra la situazione di chi si rende protagonista di azioni non supportate da un’effettiva conoscenza di ciò che va a compiere, dimostrando incoscienza ed irresponsabilità e provocando spesso notevoli danni.

Scorrere i quotidiani oppure venire a conoscenza delle notizie riportate dai radiogiornali fornisce la conferma di quanto sia vera quella riflessione di mezzo millennio fa. Il pensiero corre ovviamente alla politica, il terreno privilegiato su cui esercitare il potere sorretto dalla volontà e l’azione fondata sul sapere. Eppure l’immagine che tanti politici continuano a dare di sé sembrerebbe ribadire il paradosso del citato aforisma ascolano. Chi ha sgomitato a lungo per raggiungere l’agognato ‘potere’ in molti casi, dopo aver conseguito tale obiettivo, non se ne avvale per attuare ciò che aveva affermato di volere, ma solo come autoaffermazione personale. É altrettanto vero, d’altronde, che quelli che attribuiscono la loro incapacità di agire alla mancanza d’un effettivo potere non sempre sarebbero capaci di mettere in atto ciò che dicono di volere, anche se fossero messi in condizione di farlo…

Tanto più cinica e spregiudicata è la corsa al potere, tanto più rischia di mostrarsi fine a se stessa. Emergono allora passività, indecisione, inerzia, irresolutezza ed altri limiti all’azione, sebbene a quel punto non manchi più il potere di decidere ed agire. Anche la presunta impotenza di chi non occupa posti di ‘potere’ appare spesso il comodo alibi di chi preferisce stare alla finestra a criticare ‘chi comanda’, rinunciando ad esercitare un ruolo propositivo ed attivo nella società.  Altrettanto frequente è la rinuncia a ‘fare’ da parte di quelli che ‘sanno’ – e quindi avrebbero gli strumenti e le competenze per intervenire –un comportamento che spesso caratterizza una concezione mentalista ed astratta del ‘sapere’, ma in molti casi dipende da irresolutezza morale e da vera e propria vigliaccheria. La pericolosa frattura fra teoria e prassi è stata retaggio di una cultura troppo a lungo teorica e scissa dalla realtà, che vedeva gli intellettuali esterni alle vicissitudini della vita quotidiana, chiusi nella torre d’avorio del loro sapere e per nulla preoccupati delle ricadute pratiche del loro ‘pensiero’. L’impetuoso avvento di una modernità che si nutre di progresso tecnologico e del robusto pragmatismo delle ‘competenze’ ha sicuramente spezzato quel cerchio, ma non per questo è riuscito a ricongiungere davvero il sapere con il fare.

Parallelamente, la cultura massificata ed omogenizzata dei media sembra aver provocato una generale tendenza alla faciloneria arruffona di chi presume di sapere e quindi non ha alcuna remora ad agire, pur non possedendo le sufficienti basi logiche e cognitive per farlo. Riflettere, ricercare, approfondire, valutare sembrano essere diventati passaggi del processo operativo che possono essere tranquillamente saltati, sostituendoli con l’attivismo frenetico, un po’ scomposto e spregiudicato, di chi è determinato a perseguire finalità quantitative più che qualitative. L’irresponsabilità di chi “fa e non sa”, allora, si rivela particolarmente grave, nella misura in cui determina risultati non attesi, sgradevoli conseguenze ‘collaterali’, se non veri e propri disastri. La verità – scolpita nel travertino di quell’antica iscrizione – è che dovremmo un po’ tutti recuperare il buon senso di un’azione sorretta dagli altri tre elementi: volontà, potenza e sapienza. Spezzare il legame logico di questa sequenza è sempre assai pericoloso, per cui non dobbiamo sorprenderci se, in caso contrario, “il mundo mal va”. Dovremmo invece darci da fare per evitare che l’umanità resti vittima dell’ignavia, dell’impotenza, della passività e dell’irresponsabilità che tanti guasti, ecologici non meno che economici e socio-politici, hanno già provocato e stanno ancora determinando. E dobbiamo farlo prima che sia troppo tardi.

© 2019 Ermete Ferraro


[i] https://www.fattodiritto.it/ascoli-piceno-tra-medioevo-il-rinascimento-del-travertino-parlante/

[ii] D. Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, III, 95-96)

Pensando alla pensione…

É ufficiale. Da oggi sono a tutti gli effetti un pensionato. Come si dice di solito, dal primo settembre 2019 “sono andato in pensione”, anche se in effetti non ho deciso io di andarci, visto che le normative italiane prevedevano comunque che ciò accadesse al raggiungimento del 67° anno.  L’estate è finita, i bagagli sono stati riportati a casa, la televisione ha smesso di parlare del controesodo e cominciano ad accumularsi le nubi di pioggia nel cielo. Tutto come al solito. Con una piccola differenza, però. Domani non riprenderò servizio a scuola, scambiando saluti, abbracci e strette di mano con i colleghi e condividendo quell’atmosfera di strana sospensione che si registra ogni volta che si ritorna alla routine lavorativa, avvertendo la nostalgia per la libertà della vacanza ma anche la curiosità per un nuovo ciclo che inizia.

Domani perciò saluterò mia moglie Anna che riprende la scuola e, per la prima volta, resterò a casa ad aspettarne il ritorno, per poi chiederle “Che cosa è successo? Com’è andata?”. Ma non voglio buttarla sul malinconico né mi sento depresso come il classico Fantozzi al primo giorno di pensionamento. Non sono certo felice ma neppure triste, anche se so già che mi mancherà moltissimo il contatto con i ‘miei’ ragazzi e con quello che ho già definito in un’altra occasione ‘ il mestiere più bello del mondo ’.  Come molti mi hanno ripetuto, d’altronde, non mi mancano certo le cose di cui occuparmi, tutti i miei altri impegni che fino ad oggi dovevo comprimere nel pomeriggio ed ai quali potrò finalmente lasciare spazio adeguato. Epperò non posso negare che un certo senso di vuoto si farà sentire prevedibilmente per un bel po’ e che sarà difficile riempirlo, soprattutto di mattina, pur occupandomi maggiormente della casa e della famiglia.

Lasciando stare l’aspetto emotivo della faccenda, comunque, stamattina mi chiedevo come mai solo noi italiani utilizziamo il termine ‘pensione’ per indicare il periodo successivo alla fine di un rapporto lavorativo. Secondo vari dizionari etimologici, questa parola deriva dal latino pensionem ed indica un pagamento, una rata da corrispondere, ovviamente in riferimento al fatto che col pensionamento scatta una ‘rendita previdenziale’. Mi suona però un tantino squallido questo riferimento ad una fase dell’esistenza di un essere umano solo come quello in cui ci si attende una sorta di restituzione economica in cambio di una vita di lavoro. Per carità, questa pensione ce la siamo abbondantemente sudata e facciamo bene a godercela (si fa per dire…). Sta di fatto però che, in altre lingue, si fa piuttosto riferimento al concetto di ‘ritiro’ dal lavoro, come nel caso del francese retraite, dell’inglese retirement, dello spagnolo retiro, del tedesco Ruhestand, del russo otstavsky e perfino dell’arabo tukaod.

Ammettiamolo: un mondo che cambia per un essere umano non può essere racchiuso esclusivamente nella rata mensile che gli sarà accreditata sul conto corrente quando appunto si pensionerà. Comunque la si voglia considerare – un meritato riposo, un ritiro dal vortice quotidiano del lavoro, un’agognata liberazione da un impegno pressante e spesso stressante – tale cruciale chiusura di una fase personale e sociale non credo che dovrebbe essere assimilata, anche semanticamente, alla lungamente attesa fuoruscita di tante sonanti monete dalla slot machine della vita, oppure ad un verdiano “questa donna/quest’uomo pagato/a io l’ho”. Il concetto di ‘ritiro’ risulterebbe più adatto e – a prescindere dalle diverse normative in vigore nei vari stati – mi sembra comunque che riconosca alle persone una scelta, la libertà di cominciare a pensare di più a se stessi ed ai propri cari dopo avere adempiuto al diritto/dovere civile di svolgere “…un’attività o una funzione che concorre al progresso materiale e spirituale della società”, giusto per citare l’art. 4 della nostra Carta costituzionale.

Il verbo latino re-tirare, infatti, indica l’azione di tirare indietro, di ritrarre, di riportare a sé il proprio impegno, per dedicarsi ad altro e/o ad altri. Mi pare quindi un modo più corretto e rispettoso per designare la nuova fase che da oggi si sta aprendo anche davanti a me. L’affronterò con la consapevolezza che tante cose cambieranno, ma che l’artefice della mia vita mi sforzerò di essere comunque io, come peraltro ho fatto finora in ambito lavorativo e non solo.  Incipit vita nova – per citare il Poeta – o, più semplicemente, inizia un’età in cui, più che isterilirsi a fare bilanci del passato, occorrerebbe darsi un nuovo slancio per costruire il futuro, certamente insieme con gli altri, ma senza mai mollare sulla responsabilità che ognuno di noi ha e cui non si dovrebbe mai rinunciare. A forza di leggere e sentir parlare di ‘legge Fornero’, di ‘quota 100’, di ‘finestre pensionistiche’ ed altre algide formule politico-sindacali, abbiamo forse trascurato di guardare alla pensione in chiave meno economicista, ma piuttosto come una nuova tappa del nostro personale ‘tour’, cui sarebbe il caso di dedicare maggiore attenzione, rimodellando nel modo giusto parte della nostra quotidiana esistenza.  Ecco perché ho voluto dedicare il mio primo scritto dopo le vacanze estive a questo argomento, condividendo con chi vorrà leggerli questi miei primi ‘pensieri sulla pensione’, un po’ per familiarizzarmi con l’idea ma anche per cominciare a riflettere su di essa come inizio piuttosto che come fine di qualcosa. E non è poco.

Curnute e mazziàte…!

‘Ncopp’ê ggiurnale stanno parlanno assaje ‘e nu fatto che, però, nu’ ppare c’ ‘a cchiù pparte d’ ‘a ggente àveno capito overamente. ‘A Repubblica Taliana già teneva int’ ‘a Custituzzione soja, a ll’art. 116, ‘e reggiùne ‘a statuto speciàle’, però cu ‘a reforma d’ ‘o 2001 ‘nce trasette dinto pure propio chella ‘autonomia devierzefecata’ che Llumbardia, Veneto e Emilia-Rumagna vanno cercanno, e cche manco ô Piemonte lle dispiace.  ‘Nzomma, pare propio c’ ‘o Nnord sano sano se sente accussì ttanto speciàle ca sta cercanno ‘e fa’ stabbelì pe llegge ‘a devierzetà soja.

 Quaccheduno parlaje ‘e na “spartènza d’ ‘e ricchepellune”, pecché addereto â parola ‘autonomia’ s’andivìna ‘a vuluntà d’ ‘e nurdiste ‘e se spartere ‘a ll’ati rriggiune, ma pe s’azzeccà cchiù mmeglio ê Paìse putiénte ‘e l’Europa.  Ma accussì, scrivette ‘o pruf. Massimo Villone ‘ncopp’ô ‘Manifesto’ d’ ‘o 26 ‘e giugno: «Jammo a ccagnà pe ssempe – cu n’accuordo privato ‘nfra na ministra leghista e cciérti rreggiune – uno d’ ‘e princìpie funnative d’ ‘a Custituzzione: appassà ‘a distanza ‘nfra ‘o Nnord e ‘o Ssud, int’a na pruspettiva mediterranea e p’apparà ‘e deritte».

Cuntinuano a ppresentà favezamente ‘o Mmeridione comme si fosse nu ‘mpaccio, nu ‘mpiédeco â parta vertulosa ‘e l’Italia che, senza chillo ‘ntuppo, putarria correre cchiù assaje. Chesto vo’ dicere che ‘a vecchia ‘quistione meridiunale’ s’è avutata int’a na strèveza ‘quistione settentriunale’, addò nu Nord chiéno ‘e vertute nu’ sse vurrìa cchiù ffa’ zucà ‘o ssanghe ‘a nu Sud sciampagnone, male guvernato e mmalandrino. Â scumpetura ‘e ‘stu pruciésso, chille ca pe cchiù ‘e 150 anne ce àveno culunnizzato e sacchiàto, cu ‘a trastula ‘e l’Unnetà ‘e l’Italia, so’ ppropeto chille che mmo ‘a vulessero sfravecà, pe sse libberà d’ ‘o ‘ntuppo d’ ‘e ‘terùn’…!

‘E bbuscie cu ‘e ggamme corte

Chiù ‘e tre secule passate, Basile scrivette ca: “La buscia è na scoppetta… che accide chi la spara”. Pe cchesto facette bbuono Marco Esposito quanno – ‘ncopp’ó ‘Mattino’ d’ ‘o 26 ‘e giugno – sprubbecàje una pe una “‘e ddiece buscìe d’ ‘o Scassa-Italia”. ’Ncopp’a ttutto, pure si è overo ca ll’autonomia sta dint’â Custituzzione, s’ha dda dicere ca lloco, però, se parla ‘e ghì ‘ncuntro ê speciàle asiggenze e bbesuògne ‘e nu particulare territorio, no ‘e nu suoccio mudello arraffa-arraffa pe ttuttequante. Siconna cosa, nun è manco overo ca fuje ‘o populo a ddecidere accussì, pecché sulo ‘e ddoje reggiune d’ ‘o Lombardo-Veneto faccettero ‘e referendum (cunzultive), addò vutajeno ‘o 45% scarzo, e  ppure ‘ncopp’a n’addumanna assaje lasca. E ppo’ è na palla ca, si lle dessero ‘sta specie ‘e autonomia, nun se luvasse manco n’euro ô Miezjuòrno. ‘Nfatte è cchiaro ca, si  darranno cchiù rresòrze a Llumbardia, Veneto e Emilia Romagna, senza ca s’aumenta ‘a spesa totale, sarranno denare sceppate ê reggiune cchiù ‘nguajate.

Diceno pure ca ô Ssud spennimmo assaje cchiù d’ ‘o Nnord, ma è n’ata buscia, pecché ô 2018 ‘e denare prùbbece spise pedùno p’ ‘e reggiune d’ ‘o centro-nord fujeno 18mila euro, mentre ‘e mmeridiunale s’accuntentajeno ‘e 15 mila euro. Nemmanco è overo ca ‘e reggiune songo cchiù sparagnune d’ ‘o Stato, pecché ‘e piccerelle comm’ ‘o Mulise spenneno ‘mméce assaje ‘e cchiù dd’ ‘e ggrosse. È na palla pure ca ‘a reggione Campania, pe l’adducazzione, spenne cchiù dd’ ‘o Veneto, pecché – ‘ncopp’a 100 abbitante – ‘a primma tene 15,6 studiente e prufessure cchiù vviécchie e mmeglio pavate ‘e cchiù, mentre ‘a siconna tene sulo ‘o 12,3% ‘e studiénte, e prufessure cchiù giuvene.

Chi sparte ave ‘a meglia parte?

Vanno dicenno ca pe nnu’ ffa’ dessipà ‘e denare prùbbece ‘nce vônno ‘e ‘fabbesuogne standardizzate’. Però fégneno ‘e se scurdà ca ‘stu sistema ‘nce steva ggià p’ ‘e Cumune d’ ‘o 2015, però fuje appricato malamente. Sicché, cu ‘sta loggeca, pare c’ ‘a ggente che ‘storicamente’ nu’ tteneva nu servizzio nu’ nn’àveno cchiù deritto ‘e ll’ate. E ppo’, ‘e nurdiste diceno ca vônno sulo ausà ‘e denare che stesso lloro àveno già cacciato pavanno ‘e ttasse. Però se scordano ca, int’a nu stato muderno e democrateco, ‘e cetadìne hann’ ‘a pavà ‘e trebbute, ma è ‘o Parlamiénto che stabbelisce addò s’hann’ ‘a addestinà chille denare.

Vanno cuntanno pure ‘a buscìa ca ‘sti accuòrde se putarriano cagnà doppo diece anne, però ‘e ddecisiune pigliate c’ ‘o reggiunalisemo devierzefecato nun se pônno cchiù ccagnà, si nun s’accummincia tutto ‘o pruciésso d’ ‘o capo e si nun ‘o ccercano stesso ‘e rreggiune. L’urdema buscia è ca chesta ‘spartenza d’ ‘e ricchepellune’ è na fauzarìa. Scrivette bbuono pirciò Marco Esposito: «Stabbelì – comme facettero ô frevàro d’ ‘o 2018 – ca chello che ttrase cu ‘e trebbùte raccòvete int’ô territorio nazziunale sarrìa n’énnece d’ ‘o fabbesuògno sarrìa comm’a ddicere ca nu riccopellòne, sulo pavanno cchiù ttasse, tene cchiù dderitto a avé adducazzione, sanitate, fràveche, tutéra pe ll’ambiente ecc., pe ttutte ‘e 23 materie ch’ ‘e reggiune stanno tenénno mente». Na jastemma puliteca ca, ‘nfino ‘e mmo, nu’ ss’era maje sentuta…

Ma ‘e ditte antiche nu’ ffallisceno…

Pe cuncrudere, permettìteme ‘e cità quacche ditto antico de lu populo napulitano che mme pare va a cciammiéllo cu ‘sti fatte. È overo ca na vota se diceva: “Chisto è ‘o munno: chi navega e cchi va a ffunno” o ppure: “’O pesce gruòsso se magna ô piccerillo”.  Però àti ppruverbie nu’ ddanno  còrpa ô ddestino, â mala sciorta, p’ ‘o fatto ca “ ‘o piécuro nasce curnuto e mmore scannato” e “‘o cane mòzzeca ‘o stracciato” Nu ditto antico, ‘nfatte, ce fa capì pure ca: “Quanno uno chiagne, ce sta sempe n’ato che rride”.  ‘A trista verità è c’assaje spisso – comme cuntava ggià ‘a favula grieca d’ ‘o lupo e ‘o pecuriello – nu’ ssulo “chi nu’ ttene denaro ave sempe tuòrto”, ma adderittura “ave cchiù raggione chillo c’accide ca chillo ch’è acciso”…!

Penzo che ‘sta vecenna d’ ‘o reggiunalìsemo devierzefecato addimostra na vota ‘e cchiù ca “‘o vòje chiamma curnuto a ll’àseno”, ma pure che ce âmm’ ‘a sta’ attiénte a chille che se metteno â parte ‘e chi vo’ sta spartenza d’ ‘e ricchepellune, pecché “’o pastore c’avanta ‘o lupo nun vo’ bbene ê ppecure”. Però se stessero attiénte pure ‘e lupe, pecché: “Chi semmena viénto raccoglie tempesta”, accussì comme ‘a ggente d’ ‘o Ssud nun s’ha dda scurdà ca “Nu populo falluto è nu populo fernuto”. E ppirciò, si propeto nun ce vônno cchiù ppe ccumpagne, pe vvìa ca nun ‘e ffacimmo currere bastantemente verzo l’Europa d’ ‘e ricchepellune, embé allicurdammoce ‘e n’urdemo pruverbio: “Cammisa ca  nun vo’ sta’ cu ttico, stracciala!”.

Un vocabolario Napoletano-Italiano per i ‘figli del popolo’

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UNA CLASSE ELEMENTARE DEL PRIMO NOVCENTO

Devo alla cortese segnalazione di un’amica se sono venuto a conoscenza di un prezioso esempio di sincera attenzione alla lingua napolitana ed ai ragazzi che ne facevano uso. Si tratta infatti di un raro volumetto datato 1910, edito dalla casa editrice Paravia e curato da un docente che si era adoperato per offrire un indispensabile strumento linguistico comparativo a coloro che frequentavano le scuole ‘primarie e secondarie inferiori’.[i]

Siamo nel primo decennio del XX secolo. L’unificazione politica della penisola italiana era stata realizzata solo una quarantina di anni prima e le scuole pubbliche del nuovo Regno d’Italia avevano più che mai bisogno di strumenti – sillabari, manuali, sussidiari, grammatiche – per affrontare la non facile opera di ‘italianizzazione’ di milioni di bambini e ragazzi, per i quali l’unica forma espressiva erano i propri idiomi regionali, normalmente solo parlati e declinati nelle rispettive numerose varianti locali.[ii]

Molto si è scritto e si è detto sulla colonizzazione de facto del Mezzogiorno d’Italia e sui gravi guasti apportati da una forzata piemontesizzazione di un territorio per secoli autonomo, sovrano, ricco di culture originali e, per tanti aspetti, addirittura più sviluppato e ricco del borioso Nord. Fiumi d’inchiostro sono stati versati sulle cause e sugli effetti della c.d. questione meridionale e sull’impatto negativo che questa indiscutibile nuova dominazione ha provocato su un meridione già di per sé diviso e problematico, deresponsabilizzato e reso subalterno da chi pretendeva d’imporgli un modello socio-culturale estraneo, mentre ne svalutava i valori e ne mortificava l’indipendenza.

Sappiamo bene che larga parte di questo processo è stato veicolato dall’imposizione di standard linguistici rigorosamente unitari, esaltando la lingua italiana e riducendo le parlate regionali a mere varianti, volgari e scorrette, dell’unico idioma comune nazionale.

Il supponente disprezzo per i dialetti locali e l’utilizzo della scuola pubblica come uno strumento per sgrossare l’espressione orale e scritta degli alunni/e fornendo come mezzo di comunicazione quella che, di fatto, era per loro una lingua straniera è un aspetto su cui altri si sono opportunamente soffermati, sottolineando che quest’azione richiedeva un insegnamento rigidamente normativo e sostanzialmente autoritario.

Tutto ciò premesso, d’altra parte, è stata per me una piacevole sorpresa scorrere le pagine di questo ingiallito manualetto, scritto oltre un secolo fa da Gaetano Ceraso, la cui prima edizione era stata pubblicata sotto gli auspici (per citare l’autore,”sotto l’autorevole protezione”) dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione, il famoso psichiatra Leonardo Bianchi.

Vocabolari che traducessero l’universo culturale e specificamente verbale della lingua napolitana in quella italiana, soprattutto in quel periodo, non erano certo numerosi. Nel 1887 era già stato pubblicato quello curato da Raffaele Andreoli [iii] e, ancor prima dell’unificazione, era stato dato alle stampe il “Vocabolario domestico Napolitano—Italiano compilato da Giuseppe Gargano[iv].

L’esigenza che spingeva Gaetano Ceraso a pubblicare il suo libro appare però di tipo eminentemente pratico in quanto, per usare la sua stessa espressione, “risponde ad un vero e sentito bisogno dell’epoca nostra” .[v]

Si trattava in effetti d’una necessità di ordine educativo-didattico, ispirata dagli stessi Programmi ufficiali del Ministero della P.I., che: “…raccomandano costantemente lo speciale riguardo alle forme dialettali che sono le più frequenti; ed è tanto grande l’importanza che si annette a questo indispensabile mezzo di arricchimento per raggiungere la cortigiana favella che in sull’Arno avanza certamente in bellezza e dignità tutti i dialetti d’Italia…” [vi].

Alle nostre orecchie questo richiamo alla ‘cortigiana favella’ fiorentina ed alla sua speciale ‘bellezza e dignità’ suona senz’altro retorico e anche un po’ servile. Se si legge con un po’ di attenzione, però, risulta chiaro che, per Ceraso, il ‘riguardo’ alle forme dialettali riservato dalla regia scuola unitaria non è lo strumento d’una forzata rieducazione linguistica degli alunni, bensì un ‘mezzo di arricchimento’ lessicale in sé.

Lo stesso Italiano da insegnare, del resto, non sembra affatto posto su un ideale podio come ‘lingua’ contrapposta ai volgari e corrotti ‘dialetti’, ma piuttosto considerato il più ‘degno’ tra i vari dialetti della nostra penisola.

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LEONARDO BIANCHI

Continuando a leggere l’avvertenza di Ceraso ai suoi lettori, ci s’imbatte poi in una citazione tratta dai suddetti Programmi ministeriali che incrina un po’ la nostra comprensibile diffidenza:

L’esempio prima, la regola poi: è questo il vecchio aforisma pedagogico in ogni caso applicabile; dalla correzione degli errori comuni e specialmente dialettali, che sono i più frequenti, il maestro faccia pervenire gli alunni alla conoscenza chiara delle regole e procuri che queste si fermino bene nella mente facendo sì che gli alunni stessi le applichino ad una serie di esempi loro proposti, o meglio da essi trovati”. [vii]

Sicuramente siamo ancora lontani da una didattica attiva ed interattiva dell’educazione linguistica, ma direi che lo siamo ancor più da un insegnamento cattedratico e meramente normativo. Si fa esplicito riferimento al principio in base al quale l’esempio precede la regola e si invitano gli insegnanti a ribadire le norme linguistiche non in maniera fredda e puramente mnemonica, ma sollecitando gli scolari a partecipare in prima persona alla ricerca degli esempi.

L’aspetto che m’interessa di più, inoltre, è che da questo vocabolarietto non trasuda affatto la spocchia di chi pretenderebbe d’imporre la lingua egemone a dei subalterni, ma una sincera e direi cordiale attenzione alle espressioni tipiche del Napolitano, che l’autore dimostra di ben conoscere e praticare. Insegnare l’Italiano, in questa prospettiva, non sembra derivare dall’esigenza colonialista di sradicare l’espressione del popolo napolitano, semmai dall’intento di procedere da essa verso una conoscenza linguistica più articolata e soprattutto comune. E questo perché, come scriveva Ceraso: “…non è possibile conoscere tutta quanta la virtù della lingua se non studiando e cercando l’idioma del popolo; e frugando in esso si troverà il vero e natio vocabolo per ogni necessità del pensiero con vantaggio della brevità e della chiarezza…”. [viii]

Sinceramente sarei ben contento se queste affermazioni fossero contenute in un testo attuale di educazione linguistica, dove semmai si riserva un distratto capitoletto ai ‘dialetti d’Italia’, più per doverosa completezza del manuale che per un effettivo convincimento dell’utilità di un approfondimento di ciò che Ceraso chiamava ‘idioma del popolo’.

Il ‘vero e natio vocabolo per ogni necessità del pensiero’ è quello che l’antropologia culturale e l’ecologia linguistica ci hanno insegnato a considerare un patrimonio originale e prezioso da studiare e salvaguardare. Il persistente disinteresse – o peggio disprezzo – per gli idiomi regionali e dialettali – a distanza di 107 anni dalla pubblicazione del vocabolario di Ceraso – ci mostra viceversa quanta strada bisogna ancora percorrere per affermare la piena dignità di una lingua come il Napolitano.

Un’ultima osservazione che mi viene spontanea scorrendo il testo di Ceraso riguarda la sua lodevole insistenza sull’importanza della ricerca etimologica, a partire da quella sui sinonimi e dalla volontà di stabilire i necessari legami logici fra famiglie lessicali. Anche in questo caso egli cita le raccomandazioni dei Programmi ministeriali:

Il Maestro esperto può anche …esercitare gli alunni nella ricerca dei sinonimie dei derivati, riuscendo da un lato molto dilettevole anche ai giovinetti di scoprire , tra parole e parole, parentele cui essi non avrebbero mai pensato; questa ricerca fatta con abilità conduce gli alunni a trovare, colla guida del maestro, famiglie di vocaboli, le quali abbiano qualche estensione.” [ix]

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IL TESTO DI R. ANDREOLI

Anche in questo caso, se si considera quanto poco nelle scuole italiane ci si soffermi  tuttora sulla ricerca etimologica e sull’individuazione di famiglie lessicali e campi semantici, penso che le indicazioni che emergono da questo vecchio testo dovrebbero indurci a fare di più e meglio in direzione di un’educazione linguistica meno normativa e più ancorata allo studio degli usi linguistici ed al rispetto per gli idiomi avvertiti come antecedenti rispetto alla lingua nazionale.

E’ una questione di civiltà ma, ancor di più, di democrazia e di apertura mentale.

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[i] Gaetano Ceraso, Vocabolario napoletano-italiano e dizionarietto dei sinonimi: preceduti da un cenno storico sull’origine di Napoli, per gli alunni delle scuole primarie e secondarie inferiori, approvato dalle Commissioni previnciali schostiche di Napoli e Salerno, Torino-Roma, Paravia, 1910 (III ediz.).

[ii] Vedi: Tullio de Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Bari, Laterza, 2017 . Cfr. anche: ANPI Lissone,  La funzione della scuola dopo l’Unità d’Italia > http://anpi-lissone.over-blog.com/article-la-funzione-della-scuola-dopo-l-unita-d-italia-67260283.html .

[iii] Raffaele Andreoli, Vocabolario Napoletano-Italiano, Trino-Roma, G.B. Paravia, 1887 > https://www.librerianeapolis.it/libri-84159/34-dialetto/4281-vocabolario-napoletano-italiano-raffaele-andreoli

[iv] Giuseppe Gargano, Vocabolario domestico Napolitano-Italiano, Napoli, N. Pasca, 1841 > https://books.google.fr/books?id=519JAAAAMAAJ&printsec=frontcover#v=onepage&q&f=false

[v] G. Ceraso, op. cit., “Al lettore”, s.p.

[vi]   Ibidem

[vii]  Ibidem

[viii] Ibidem

[ix]  Ibidem

Il libro grigioverde della difesa

809d13cb-93fc-47d5-b27b-39090ef4836d01medium1 –  Un governo sulla difensiva

Da uno scarno comunicato stampa [i] gli Italiani hanno appreso che, nella riunione del 10 febbraio scorso:

“… il Consiglio dei ministri, su proposta della Ministra della difesa Roberta Pinotti, ha approvato un disegno di legge di delega al Governo per la riorganizzazione dei vertici del Ministero della difesa e delle relative strutture, la revisione del modello operativo delle Forze Armate, la rimodulazione del modello professionale e in materia di personale delle Forze Armate e la riorganizzazione del sistema della formazione.”

Così sintetizzato, il contenuto di questa deliberazione appare poco più che un provvedimento burocratico, destinato ad una migliore organizzazione e gestione della Difesa. La realtà è però ben diversa, dal momento che questo atto del Governo segna il punto d’arrivo di una strategia che parte da molto lontano. Sul sito del Ministero della Difesa – in data 10 febbraio 2017 – il titolo ed il relativo occhiello sono un pochino più espliciti: “Libro Bianco, approvato il DDL.  Il CdM ha approvato oggi il Disegno di Legge che consentirà l’implementazione del Libro Bianco per la Sicurezza Internazionale e la Difesa”. [ii] Ciò significa che, mentre noi Italiani eravamo più o meno ipnotizzati dal Festival di Sanremo (che, fra l’altro, non ha perso l’occasione per fare un retorico spot alle Forze Armate, impegnate come protezione civile antidisastri), il governo Gentiloni stava chiudendo il cerchio di una vicenda iniziata quasi tre anni fa.

In effetti il Libro bianco per la sicurezza nazionale e la difesa porta la data del luglio 2015, ma le sue  pagine (nella prima versione sono 130, ma poi diventano 66) nascono da una decisione del Consiglio Supremo  di difesa del marzo 2014 e dalle ‘Linee Guida’ approvate nel giugno seguente. Lo stesso organo ne ha approvato il testo nell’aprile 2015, passandolo alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato.

L’attuale DDL approvato in CdM, quindi, assume significato solo se visto nel contesto di questo processo di profonda riforma della macchina militare italiana, i cui pilastri sono in quel documento-quadro, del quale riporto alcuni stralci:

  1. « 54. Il fine ultimo della politica nazionale di sicurezza internazionale e difesa è la protezione degli interessi vitali e strategici dell’Italia. Tale obiettivo richiede che sia assicurata la difesa dello Stato e della sua sovranità, che sia perseguita la costruzione di una stabile cornice di sicurezza regionale e che si operi per facilitare la creazione di un ambiente internazionale favorevole. […]

  2. Come enunciato nelle Linee Guida a questo documento, il ruolo dell’Italia nel mondo è determinato dai nostri interessi vitali e strategici come Nazione e come membro di rilievo della comunità internazionale. In realtà, tali due fattori sono intimamente legati, poiché gli interessi nazionali hanno una dimensione necessariamente internazionale. […]

  3. Non trascurando la difesa del territorio nazionale, degli spazi marittimi e aerei sovrani, la nostra libertà, la sicurezza dei nostri cittadini e il futuro benessere del nostro Paese, sono dunque dipendenti da una diffusa stabilità mondiale, dall’esistenza di un sistema internazionale che tuteli il rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali delle persone e dallo sviluppo economico globale. Tali condizioni non possono essere disgiunte dalla volontà e dalla capacità nazionale di sapersi collocare all’interno di tale sistema con credibilità e autorevolezza, e dalla partecipazione attiva alla sua preservazione e rafforzamento. […]

  4. […]  la nuova struttura di sicurezza e difesa nazionale poggerà su tre pilastri: L’integrazione europea. La compenetrazione della difesa nazionale con quella di altri Paesi sarà ricercata in primis con i partner dell’Unione europea. Pur comportando una progressiva e accentuata interdipendenza e una condivisione di sovranità, rappresentano una scelta razionale e una priorità politica sia una maggiore integrazione nel settore della sicurezza e difesa, sia lo sviluppo di cooperazioni più strutturate e profonde, sebbene non esclusive, con i Paesi a noi più vicini per interessi, legami storico-culturali e valori di riferimento. La coesione transatlantica. La comunità transatlantica costituisce il secondo e più ampio cerchio di garanzia della difesa del Paese; la NATO, che ha garantito la pace nella regione Euro-atlantica per quasi sessanta anni, rimane l’organizzazione di riferimento per questa comunità. Nel tempo la NATO è evoluta, assumendo un ruolo più ampio e diverso, ma è nella dimensione della difesa collettiva che essa trova la sua perdurante centralità. Ad oggi, solo l’Alleanza fra nordamericani e europei è in grado di esercitare la dissuasione, la deterrenza e la difesa militare contro qualunque genere di minaccia. ‐ Le relazioni globali. L’Italia, è parte attiva della comunità internazionale e partecipa alle dinamiche d’interrelazione che in tale ambito si sviluppano sia a livello bilaterale sia multilaterale. Riconosce nell’ONU il riferimento principale e ineludibile di legittimazione, in particolare per ciò che attiene alle questioni di sicurezza internazionale.

  5. La dimensione della sicurezza euro-atlantica è vitale per la difesa del Paese e la tutela degli interessi nazionali. Solo l’Alleanza atlantica può assicurare una sufficiente capacità di deterrenza e difesa del territorio euro-atlantico da un’eventuale minaccia di tipo militare convenzionale che, sebbene non sia al momento giudicata probabile, non è neppure escludibile. L’unica strategia in grado di massimizzare la cornice di sicurezza e di mitigare i rischi relativi è quella di un’attiva partecipazione alla NATO. » [iii]

Credo che a nessuno sfugga che  il linguaggio adoperato nel Libro bianco – con la sua insistenza martellante sull’esigenza di tutelare non ben definiti  interessi vitali e strategici dell’Italia”abbia poco a che vedere con l’art 11. della Costituzione della Repubblica Italiana [iv], nel quale si dichiara solennemente che “…l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.  Peraltro, lo stesso art. 52 della Costituzionenel quale si parla della “difesa della Patria come sacro dovere del cittadino”  – non sembra proprio combaciare con questo nuovo concetto di difesa come garanzia della “sicurezza internazionale” o quanto meno “euro-atlantica”.

 

modificato32 – Il “libro giallo” della Difesa

Fatto sta che le uniche notizie sul DDL sono quelle riportate dai media – sulla base della citata nota della Presidenza del Consiglio e del comunicato stampa diramato dal Min.Dif, nel quale si legge:

«Il ddl è costituito da 11 articoli e  introduce una serie di indicazioni contenute nel Libro Bianco per avviare il progetto di riforma dello strumento militare  in una prospettiva di medio termine. Lo scopo è quello di realizzare un’organizzazione che possa meglio assolvere ai compiti istituzionali  e rispondere a moderni criteri di efficacia , efficienza ed economicità. L’intervento normativo prevede disposizioni diretta applicazione inerenti alla “governance”, all’alta formazione, alla sanità, all’avanzamento dei dirigenti militari; conferisce delega al Governo per la revisione del modello operativo delle Forze armate, la rimodulazione di quello professionale nonché del sistema di formazione. E’ inoltre prevista l’introduzione di modelli organizzativi per assicurare la collaborazione tra la Difesa, l’industria, il mondo universitario e della ricerca.» [v]

Dal burocratese dei militari trasparirebbe solo una semplice riorganizzazione delle forze armate italiane in chiave aziendalista, eppure basta pensare al tempo trascorso dalla pubblicazione del Libro bianco per capire che la portata della decisione del governo italiano è ben altra. Strano che i cosiddetti  organi d’informazione mostrino di non esserne accorti, limitandosi ad una superficiale lettura di tale provvedimento.  Ancor più strano ed anomalo è che il testo approvato solo una settimana fa dal Consiglio dei Ministri sia ‘scomparso’ dal sito ministeriale.

«Pare che la decisione di farlo sparire sia venuta direttamente dalla ministra Roberta Pinotti, d’intesa con il “Generalissimo” Claudio Graziano. Sarebbero, infatti, in corso modifiche editoriali al testo, composto da 11 articoli, nei quali sono contenute le linee guida della riforma delle Forze Armate (riforma che verrà completata nel medio periodo). Se l’indiscrezione venisse confermata sarebbe un fatto gravissimo che richiederebbe, in ogni caso, un nuovo passaggio in Consiglio dei Ministri con le debite giustificazioni per motivare una procedura così sconcertante. » [vi]

I dubbi avanzati, a dire il vero, riguardano ulteriori possibili stravolgimenti di un decreto che, a quanto pare, non sarebbe ben visto dagli stessi militari, in quanto tende a razionalizzare la spesa della difesa, tagliando sul personale e creando un organico meno di carriera e più ‘misto’. Come spiega un’altra fonte giornalistica, insomma, gli Stati Maggiori saranno un po’ ‘prosciugati’ ed ogni arma dovrebbe cedere qualcosa “per evitare sprechi e sovrapposizioni.”  [vii]

Ma attenzione: ciò non comporterà affatto una riduzione delle spese militari, ma solo una loro rimodulazione efficientistica, togliendo un po’ di risorse al personale solo per assicurare introiti più sicuri e stabili al complesso militare-industriale. Basta sbirciare nelle pagine di un giornale come ‘Milano finanza’, infatti, per trovare dichiarazioni della stessa Ministra che confermano tale impostazione:

« …”E’ un provvedimento molto importante a cui stiamo lavorando da tre anni”, ha detto in conferenza stampa la ministra della Difesa Roberta Pinotti,  […] Ci sono cose attese che vengono introdotte nel documento sulla strategia industriale e tecnologica. La legge di finanziamento della difesa che diventa sessennale e che sarà approvata però dal Parlamento”, ha detto Pinotti, spiegando che si è cercato di supplire alla “mancanza di orizzonte certo” penalizzante per le aziende che investono sui progetti.» [viii]

La verità è che, come ci relaziona con grande precisione il rapporto annuale ‘MILEX 2017’  [ix] – presentato in questi giorni dall’Osservatorio sulle spese militari italiane il bilancio della Difesa è in aumento. Si sono raggiunti infatti i 23,3 miliardi, pari all’1,4% del PIL , con un incremento del 21% rispetto a quella stanziata nel 2006, con la sola spesa per gli armamenti aumentata del 10%  e con uno stanziamento per le missioni italiane all’estero pari a 1,28 miliardi (il 7% in più rispetto al 2016).   Data l’entità delle cifre, al di fuori di quelle familiari ai comuni cittadini, bene fa il settimanale VITA a sbriciolarne la drammatica entità in termini più quotidiani e comprensibili, spiegandoci che, in altri termini: “Per l’anno 2017 l’Italia destina circa 23,3 miliardi di euro alle spese militari, pari a oltre 64 milioni di euro al giorno, 2,7 milioni di euro all’ora, 45 mila euro al minuto…” [x]

 

3 –  Dalla guerra a pezzi alla pace intera

Un attento studioso che ha cercato di svelare l’enigma del ‘libro giallo della Difesa’ è Manlio Dinucci, che così ne commenta il significato in un articolo su il manifesto:

«Alle Forze armate vengono assegnate quattro missioni, che stravolgono completamente la Costituzione. La difesa della Patria stabilita dall’Art. 52 viene riformulata, nella prima missione, quale difesa degli «interessi vitali del Paese». Da qui la seconda missione: «contributo alla difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica e al mantenimento della stabilità nelle aree incidenti sul Mare Mediterraneo, al fine della tutela degli interessi vitali o strategici del Paese». Il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, stabilito dall’Art. 11, viene sostituito nella terza missione dalla «gestione delle crisi al di fuori delle aree di prioritario intervento, al fine di garantire la pace e la legalità internazionale». Il Libro Bianco demolisce in tal modo i pilastri costituzionali della Repubblica italiana, che viene riconfigurata quale potenza che si arroga il diritto di intervenire militarmente nelle aree prospicienti il Mediterraneo — Nordafrica, Medioriente, Balcani — a sostegno dei propri interessi economici e strategici, e , al di fuori di tali aree, ovunque nel mondo siano in gioco gli interessi dell’Occidente rappresentati dalla Nato sotto comando Usa. » [xi]

download-paceIl guaio è che, di fronte a quest’assurda strategia militarista riarmista e bellicista, non si avverte nel Paese una reazione minimamente adeguata. E’ vero che siamo da decenni rassegnati a politiche che non tengono alcun conto delle vere priorità economiche e sociali e che sono gestite fuori e comunque oltre la dialettica parlamentare. E’ vero anche che l’italiano medio ha sempre capito poco delle politiche della difesa e che, a loro volta, i suoi rappresentanti istituzionali hanno sempre fatto di tutto per mantenerlo in questa pericolosa ignoranza. Mi sembra però che sia giunto il momento di aprire gli occhi e di smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia. La situazione internazionale diventa sempre più incandescente e l’Italia – lo Stato che dichiara statutariamente di ‘ripudiare la guerra’ – contribuisce da tempo al diffondersi della guerra a pezzi’ denunciata con forza da Papa Francesco.  Il problema è che il movimento per la pace italiano è ancora più spezzettato ed organizzativamente fragile, privo di una bussola chiara ed unitaria, che non può essere rappresentata solo da un pacifismo generico e minimalista, ma deve ritrovare lo slancio del progetto che solo la nonviolenza attiva ed una visione alternativa della difesa può animare. Non ci può essere reazione alle politiche aggressive a livello internazionale, ad esempio, se non cominciamo a batterci, qui e ora, per la smilitarizzazione dei nostri territori e delle nostre città. Se non ci rendiamo conto che i nostri risparmi, depositati in banca, troppo spesso vanno a finanziare il mercato della morte. Se continuiamo a credere nella favola del buon soldato che difende la sicurezza delle strade [xii], ci protegge dagli attacchi terroristici e, per di più, corre ad aiutare eroicamente la protezione civile in caso di disastri e calamità naturali. Se non ci ribelliamo alla presenza invadente della propaganda militare nelle scuole, rivendicando viceversa una corretta educazione alla pace.

Un severo monito ci viene dalle parole dell’ex-presidente russo Mikhail Gorbaciov, da oltre 20 anni attivamente impegnato sulle questioni della pace e dell’ambiente – il quale ha scritto per TIME un commento, di cui riporto un breve ma significativo stralcio.

«Mentre i bilanci statali si sforzano di finanziare i bisogni essenziali delle persone, la spesa militare è crescente. […] Politici e capi militari appaiono sempre più belligeranti e le dottrine della difesa più pericolose. Commentatori e personaggi televisivi si stanno unendo al bellicoso coro. Tutto questo dà l’impressione che il mondo si stia preparando alla guerra. […] Nel mondo moderno le guerre devono essere messe fuori legge, perché nessuno dei problemi globali che stiamo fronteggiando può essere risolto dalla guerra – non la povertà, l’ambiente, le migrazioni, la crescita demografica o la riduzione delle risorse. » [xiii]

Insomma, alla ‘guerra a pezzi’ dobbiamo contrapporre – a tutti i livelli della vita civile – una pace intera, senza scindere il pacifismo dall’antimitarismo, la difesa della pace da quella dell’ambiente,  il rifiuto della logica gerarchica del ‘signorsì’  dal quotidiano ripudio di logiche antidemocratiche che spesso nascono dalla nostra delega a ‘chi sa’ ed a ‘chi può’. La nonviolenza non è solo un’alternativa al modello difensivo armato e militarizzato, ma è una scelta che ognuno può fare, al proprio livello, per dire no a chi ci vuole ignoranti, allineati e coperti ed incapaci di reagire. E’ per questo che bisogna fare un appello forte a chi ci rappresenta in Parlamento affinché questo ulteriore snaturamento della nostra Costituzione sia sventato. Ma questo non può bastare, se dal Paese non giungono segnali di una vera riscossa civile, frutto di un’accresciuta consapevolezza e di una rinnovata volontà di resistere.

downloadP.S. – Negli 8 minuti ca. che hai impiegato a leggere questo articolo lo Stato italiano ha speso 360.000 (trecentosessantamila) euro in spese per la difesa.

 

N O T E ——————————————-

[i]  http://www.governo.it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-12/6727

[ii]  Min. Difesa, Libro Bianco, approvato il ddl > http://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Libro-bianco-approvato-il-ddl.aspx

[iii]  Ministero della Difesa, Libro bianco per la sicurezza nazionale e la difesa http://www.formiche.net/files/2015/04/LB_2015.pdf

[iv]  Cfr. https://www.senato.it/documenti/repository/istituzione/costituzione.pdf

[v]   Min. Difesa, Libro Bianco, approvato il ddl, cit.

[vi]  G. Paglia, Il ‘Libro Bianco’ della difesa si tinge di giallo > http://www.lultimaribattuta.it/60786_libro-bianco-giallo

[vii] S. Vespa, Come cambieranno le Forze armate secondo Gentiloni e Pinotti > http://formiche.net/2017/02/11/come-cambieranno-le-forze-armate-secondo-gentiloni-e-pinotti/

[viii]  Difesa, ok del Cdm a ddl; pià garanzie temporali all’industria > http://www.milanofinanza.it/news/difesa-ok-cdm-a-ddl-piu-garanzie-temporali-a-industria-201702101554264504

[ix]  Il testo del Rapporto MILEX 2017 è scaricabile (come pdf)  sul sito milex.org > https://www.dropbox.com/s/r9692pnie81lkfb/MIL%E2%82%ACX2017.pdf?dl=0

[x]  L. M. Alvaro, “Ogni giorno spendiamo 64 milioni di euro in armi “, VITA (15.02.2017), cfr. http://milex.org/2017/02/16/ogni-giorno-spendiamo-64-milioni-di-euro-in-armi/

[xi] M. Dinucci, “Il libro [del golpe] bianco” , il manifesto (14.02.2017) >  https://ilmanifesto.it/il-libro-del-golpe-bianco/

[xii] Sulla c.d. “operazione strade sicure” e sui relativi stanziamenti in bilancio cfr. https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/950875/index.html?part=dossier_dossier1-sezione_sezione5-h2_h2102&parse=si&spart=si

[xiii]  M. Gorbachev, “It looks as if the world is preparing for war”, TIME , Feb. 13, 2017, p. 22

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© 2017 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com/ )

Metalinguaggio e Totolinguaggio

  download  1.  Parli come badi !

Ho sempre provato un’irresistibile attrazione per il linguaggio di Totò. A prescindere dall’evidente caratterizzazione umoristica del suo incredibile ed originalissimo idioma, ciò che mi ha sempre colpito era la sua capacità di trasformare funambolicamente la realtà, capovolgendola ed esaltandone gli aspetti più paradossali. Certo, sarebbe più semplice farsi quattro risate con le sue battute – le uniche che potrei ascoltare per innumerevoli volte senza che il loro effetto comico si esaurisca – ma mi sembrerebbe troppo poco e gli renderebbe un merito assai limitato.

C’è stato un tempo in cui avevo pensato di dedicarmi ad un approfondimento della lingua di Totò, ma poi ho rinviato a lungo la realizzazione di questo progetto, fino ad accorgermi che un ottimo linguista, Fabio Rossi, aveva già prodotto uno studio sistematico sull’argomento. Il libro s’intitola “La lingua in gioco – Da Totò a lezione di retorica”, è stato pubblicato nel 2002 dall’editore Bulzoni ed è aperto da un’illustre prefazione, firmata da Tullio De Mauro. E da tale Maestro – recentemente scomparso – a Rossi viene il riconoscimento della serietà ed accuratezza di questo studio sul linguaggio rivoluzionario ed anti-stereotipico di Totò.

L’intero materiale verbale di Totò è stato da Rossi esplorato in ogni piega. Gli strumenti d’analisi e i reattivi della linguistica, dalla vecchia e solida dialettologia, alla linguistica up-to date…. pragmalinguistica, neoretorica, semantica,lextlinguistik, rules changing creativity, palinsesti celati nel significante e fatti esplodere, tutti sono stati adoperati sistematicamente, di capitolo in capitolo, per scomporre e ricostruire criticamente il significato d’insieme del lavoro linguistico svolto da Totò….” [i]

Di fronte a questa esauriente e documentatissima ricerca, sarebbe ‘interurbano’ da parte mia tentare di scrivere qualcosa di nuovo o di originale. Semmai, potrei provare a riprendere alcune osservazioni di Fabio Rossi per riflettere sulla necessità di riscoprire, ancora oggi, l’incredibile serbatoio di giochi di parole e di artifici retorici che hanno rivoluzionato il concetto stesso di comicità. Una comicità per troppo tempo giudicata ‘leggera’, mentre era tutto meno che superficiale, in quanto metteva impietosamente a nudo l’ipocrisia ed il ridicolo di certe situazioni e di certi modi di esprimersi. Una delle sue possibili chiavi interpretative, infatti,  potrebbe essere l’irresistibile monito di Totò: “Parli come badi!”, classico esempio di sconfitta clamorosa delle frasi fatte, ricorrendo ad un nonsense che ne capovolge la logica prevedibile e stereotipata.

“ I linguaggi burocratico, politico e commerciale, in particolare, sembrano fatti essenzialmente di usi irriflessi. Il linguaggio comico, e nella fattispecie quello di Totò, molto spesso infrange tale automatismo, ora invertendo l’ordine delle espressioni cristallizzate (desto o son sogno), ora deformandone i termini (volare è potare), ora sostituendo una delle parole che compongono la collocazione (sedia a gas). Ancora una volta, dunque, ridendo e divertendo, Totò ci induce (malgré lui) a riflettere sullo statuto stesso della comunicazione e a porci, nei limiti del possibile, al di fuori della lingua che parliamo, per osservarla meglio e per capirne gli usi irriflessi e le condizioni del suo funzionamento e della sua comprensibilità. “ [ii]

Si sa che l’umorismo si fonda anche e soprattutto su meccanismi capaci di sorprenderci, di demistificare le convenzioni e di smascherare quello che Pirandello chiamava l’‘autoinganno’ della vita, ma bisogna riconoscere a Totò una capacità eccezionale di farlo non solo a livello di capovolgimento delle situazioni e di mimica grottesca, ma principalmente a livello linguistico, sia sul piano semantico sia su quello morfo-sintattico.

Badare a come parlava Totò, quindi, mi sembra quindi il modo migliore per comprenderne lo spirito profondamente innovativo, che i critici hanno scoperto solo molto tardi e che ha portato ad una ‘riabilitazione’ dei suoi film. Sarebbe impossibile concentrare in poche pagine le caratteristiche accuratamente analizzate e catalogate nello studio di Rossi, per cui mi limiterò a metterne in evidenza solo alcune, a partire da una mia particolare sensibilità a determinati aspetti dell’universo totoiano.

2 . Modestamende, qualche lingua la parlo…   

Il primo elemento di questa carrellata sulle straordinarie facoltà espressive di Antonio de Curtis è, naturalmente,  il suo giocare sulle caratterizzazioni linguistica, e quindi sulla percezione deformata che di un certo idioma ha chi non lo conosce. E’ proprio grazie allo stravolgimento dello strumento linguistico ‘medio’ che egli otteneva effetti unici, da quello irriflesso del riso fino ad una più consapevole comprensione di ciò che rende ridicoli determinati modi di esprimersi. Uno di questi moventi comici è, non a caso, un dato caratteristico della nostra cultura contemporanea, cioè la crescente tendenza a far ricorso, a proposito e a sproposito, a quelli che una volta si chiamavano ‘forestierismi’,  usati spesso solo per apparire ciò che non si è. [iii]

totolinguaingioco_200x277 Ai tempi di Totò andavano molto di moda i francesismi, elementi posticci che avrebbero dovuto sembrare eleganti e che egli sconvolgeva e dissacrava, facendone spassose caricature, come nel caso di: “veramòn” (vraiment); “sciarcutièr“ (charcutier); “mo esce Antonio” (Moet-Chandon); “pedicuoio” (pedicure); “che jolì famme” (quelle jolie femme) ; “adiè mon petì sciù” (adieu mon peti choux); “le scioffèr son le scioffèr “(les  affaires sont les affaires): “colpo di fodero” (coup de foudre)  e così via.

Allo stesso procedimento erano sottoposti da Totò anche gli allora già molto diffusi anglicismi – frutto del dopoguerra e della presenza americana – con lo stesso effetto comico ed al tempo stesso straniante. Pensiamo ad espressioni come: “La colazione degli inglesi si scrive britofist ma si pronuncia bracfesso”; “Mister, prec, quo vadis?”; “nàighete clebbe” (night club); “scecchi” (cheques); “cambingo” (camping); “striptiamoci” (nel senso: di spogliamoci); “boi scùter” (boy scout); “fischi” (whisky); “ciriola” (cheer you).

In una società che si sforzava di apparire moderna e cosmopolita  (oggi diremmo ‘globalizzata’) il coltello sarcastico del Principe metteva a nudo il ridicolo di una competenza linguistica raccogliticcia e superficiale, che spesso diventava fonte di equivoci e doppi sensi. Ciò vale per le lingue straniere (come i pasticci linguistici ispirati dal tedesco e dallo spagnolo), ma anche per quelle ‘dotte’, che dovrebbero attestare la cultura ‘alta’ del parlante mentre, viceversa, ne rivelano l’ignoranza.  Nel primo caso siamo di fronte a divertenti battute, di cui cito qualche esemplare: “Bitter” (bitte) ; “tankscen” (dankeschoen) ; “aoffidersen” (auf wiederseeen); “Telefunken” (nel senso di ‘telefono’); “Sogno spagnolas, per la maiellas!”; “Corazòn: in spagnolo significa che ore sono”; “In spagnolo si dice ‘te quiero’, come bicchiero e carabiniero”; “Un uomo grasso, in spagnolo: ‘un ombre chiatto’ “, e via dicendo.

Nel secondo caso vengono a galla, invece, le pretese di chi ostenta un traballante latinorum per sembrare più autorevole. Si tratta di una vera e propria girandola di citazioni maccheroniche e deformazioni popolari, ormai celebri espressioni come: “Audax fortuna juventus”; “ezia e andìo”; “Castigat ridendo mores: ridendo castigo i mori”; “Gattibus frettolosibus fecit gattini guerces”; “De gustibus non ad libitum sputazzellam”; “Non esageramus!”; “Vigliacchibus, , mascalzonibus, farabuttibus!”; “Morsa tua vita mea” ; “abbondandis adbondandum” oppure “Lupus in fabula? C’è un lupo nella fabbrica…”.

“Come si vede già dai pochi esempi citati, l’uso delle lingue straniere risponde ad almeno tre importanti requisiti: innesca il meccanismo comico (sia per la semplice deformazione fonetica, sia perché talvolta nascono curiose omonimie […];  ritrae l’incertezza e l’emarginazione del parlante di scarsa cultura, che tenta, come meglio può, di capire e di farsi capire; deride l’abuso dei forestierismi in coloro che vogliono darsi un tono…” [iv]

Alcune di queste espressioni  di Totò ci fanno tuttora sorridere, pur avendo perso un po’ della loro forza a causa del progressivo abbandono del latino come ingrediente della conversazione tra intellettuali. La presa in giro dei forestierismi, invece, resta molto attuale in un’età in cui il  linguaggio quotidiano è sempre più infarcito di termini stranieri, in particolare inglesi, molto frequentemente più orecchiati che davvero conosciuti e compresi.

Un discorso  a parte va fatto per il Napoletano e per i vari dialetti italiani, verso i quali il Principe ha sempre mostrato un atteggiamento piuttosto ambivalente, facendo il verso a questi ultimi – spesso ridicolizzati – ed utilizzando un miscuglio linguistico…parte nopeo e parte italiano. Il Napoletano, come osserva Rossi, non assume mai il carattere di una contrapposizione all’italiano ufficiale, semmai è l’antidoto popolare ad una lingua pomposa e pretenziosa, bersaglio della satira di Antonio de Curtis. Talvolta egli appare addirittura dialettofobo [v] , soprattutto quando sfotte i siciliani, i pugliesi oppure i ‘polentoni’ nordisti. In realtà le cadenze dialettali gli servono solo per far ridere, sottolineandone le ‘stranezze’ fonetiche e caratterizzando buffamente i personaggi.[vi]

     3 . Parlate, parlate, òrsu..!

download-1La carica comica del linguaggio totoiano, come giustamente è stato osservato, risiedeva in modo particolare nella sua inarrestabile ed inesauribile capacità di giocare con le parole, sezionandole, stravolgendole e facendo loro dire cose molto diverse da quelle prevedibili. Nelle sue battute, la logica combinatoria tipica del linguaggio verbale diventava un meccanismo scombinatorio, che non si limitava a dissacrare l’ovvietà, l’ipocrisia e la convenzionalità che troppo spesso le parole trasmettono, ma generava un codice linguistico del tutto originale. Ci troviamo dentro echi del dadaismo e della rivolta futurista, ma soprattutto la vena irridente irriverente e sfottente  che era caratteristica di un napoletano verace come lui.

Totò è un dadaista della comunicazione, un giocoliere del linguaggio. Uno che le parole le sgretola, le tritura, le reimpasta. Le deforma espressionisticamente. Le reinventa. Sorprendente e impertinente: da vero buffone che smaschera il re, e lo mette a nudo….” [vii]

Da eccezionale ‘comico di parola’, egli tendeva a scavalcare il copione assegnato e ad improvvisare nel modo più istintivo ed anarchico, dando così un chiaro segno che non si trattava della recitazione di una parte, ma piuttosto di un’interazione verbale personale e spontanea, che gli nasceva da dentro irrefrenabile. Come osserva Roberto Escobar:

Totò è esplosione iperbolica di desiderio, rivincita di quel che sta sotto su quel che sta sopra, trionfo della fame e del corpo e dell’amore su qualsiasi pretesa di ordine e stabilità. Gerarchie, onori, senso comune: mentre i suoi antagonisti sprofondano nel panico, Totò tutto travolge in un fiume di parole e di gesti impazziti, mascherando la ragione da follia e la follia da ragione” [viii].

Ebbene, nell’analisi condotta con scrupolo filologico da Fabio Rossi questo fiume di parole viene esplorato nelle sue componenti retoriche, facendo affiorare sì la consumata esperienza dell’attore da commedia dell’arte, ma anche un’insospettabile competenza lessicale e sintattica, che va ben oltre i tradizionali calembour del barzellettiere, del macchiettista o, oggi, del cabarettista. Certo, l’arguzia verbale di chi scherza con le parole resta la componente principale, ma non è l’unica. Il Witz, il motto di spirito – come ci ha spiegato S. Freud [ix] – va ben oltre i semplici giochetti con le parole finalizzati a provocare il riso. La tecnica della battuta di spirito, infatti, genera una vera e propria liberazione, scaricando tendenze inconsce e sprigionando una forza che altrimenti sarebbe rimasta repressa.  Nel linguaggio di Totò,  la liberazione espressiva veicolata dalle sue parole travolge gerarchie e convenzioni, luoghi comuni e distinzioni. Per quanto spontanea, essa fa comunque uso dei tradizionali espedienti  retorici classici, di cui Rossi ci fornisce un vero e proprio catalogo. Si va dall’accumulazione dei pleonasmi alle paronomàsie; dalle rime ed assonanze alle allitterazioni martellanti; dalle metàtesi che invertono l’ordine naturale alla immaginifica creazione di parole inesistenti, eppure allusive.

Elencare tali strumenti retorici non riesce però a rendere l’idea della girandola della sua espressività verbale, portata naturalmente più all’iperbole (cioè all’amplificazione) che alla litote (attenuazione); più all’imprecazione ed all’apostrofe che alla reticenza ed alla preterizione. Uno dei mezzi espressivi più efficacemente utilizzati, in ogni caso, resta sempre il nonsense, la cui forza sconvolge l’ordine razionale, rendendo reale l’assurdo.  Pensate a frasi come queste, dedicate ad un tema certo non facile come il mistero buffo della vita e della morte:

“Chi lascia la moglie morta per la viva, sa quello che lascia ma non quello che triva”; “Abbiamo vegliato la salma per tutta la notte: è stato un veglione”; “Voglio morire, mi voglio ammazzare; suicidatemi!”; “ Voi dite che sono morto? Perbacco, se lo avessi saputo sarei venuto vestito a lutto”; “Camposanto è un santo come un altro: Santo Campo”; “Un ex garibaldino morto mentre suonava la tromba: fu trombosi acuta, o acuto da trombetta?”.

Oppure assaporate battute come queste, che avevano spesso ad oggetto il rapporto con le donne:

“Alle donne piacciono gli uomini forti. Dal mio aspetto non si direbbe, la mia forza è truccata: sono un falso debole”; “Cara, ti vergogni di me perché sei vestita? Io sono in maniche di mutande”; “L’opulenza femminile è un dono, ma non tutte le opulenze riescono col buco”, “Mia moglie è un tipo apprensivo: sta sempre ad Anzio per me”; “Lei è vedovo di moglie? Colgo l’occasione per farle le mie congratulazioni”.

Il mondo di Totò, stralunato ed imprevedibile, è anche quello dove “I soldi si fabbricano al Policlinico dello Stato”, ma dove c’è qualcuno così povero che “nel caffelatte non ci mette né il caffè né il latte”, ragion per cui si ribadisce che non è vero che “..l’appetito vien mangiando. In realtà viene a stare digiuni”.  Perfino le malattie vengono stravolte dall’arguzia di Totò, che ci spiega, ad esempio, che “L’acme giovanile si cura con la vecchiaia”, oppure che c’è chi “ha preso una botta al malleolo del cervello e per poco non gli veniva la meningite”.  Le emergenze presenti  nell’immaginario nosocomio totoiano vanno dalle “punture di zanzara nòfale” alle “coliche apatiche”; dalle patologie più gravi (“Le manca un polmone? Un altro se ne sta andando? E lasciamolo andare, mo’ ci mettiamo a correre dietro un polmone…” ) a quelle più frequenti e banali (“Ho un ottimo rimedio contro i mali di capo, i dolori capuani”). Ovviamente la sua ironia colpisce anche molte approssimative diagnosi scientifiche (“Sia ben chiaro che i nervi partono dai piedi e arrivano alla culotta cranica”), non risparmiando neanche i farmacisti (“…vendono il cotone idrofobo”) e perfino le indagini basate sui test medici (“Ma mi faccino il piacere! Esaminando la saliva si può risalire a chi ha sputato? Che schifo!”).

4. Ogni limite ha la sua pazienza!

 Si potrebbe continuare all’infinito, citando le sue battute esilaranti che coinvolgono un po’ tutti quelli che si prendono talmente sul serio da non riuscire a cogliere il ridicolo e l’assurdo della vita. Credo però, a questo punto, che sia importante sottolineare che – prescindendo dalle considerazioni che si potrebbero trarre dalla ‘filosofia’ di Totò sottesa all’esplosione espressiva dei suoi testi – gli debba essere in primo luogo riconosciuta una straordinaria capacità di usare la lingua come uno strumento rivoluzionario rispetto alla convenzionale rispettabilità borghese, ma al tempo stesso come una forma espressiva eccezionalmente creativa e ricreativa.

“Vedere le parole ridotte a mero oggetto di piacere o a cavie per strani esperimenti, provare il senso di straniamento […] che Totò infonde nel rispondere fischi per fiaschi, nel disattendere le più elementari aspettative semantiche dell’interlocutore, nell’intendere letteralmente quanto ha valore metaforico e metaforicamente quanto è letterale, insomma assistere all’apparente sbriciolarsi del verbo e al suo prodigioso ricomporsi e rinascere come fenice non fa che introdurre, dall’ingresso principale (quello che passa cioè attraverso la sfumata frontiera tra possibilità di comunicare, e quindi di interagire col mondo, e impossibilità di comunicare tutto) ai più profondi meccanismi di funzionamento delle lingue umane.” [x]

Ed è così che  – a 50 anni dalla morte – ho cercato di ricordare colui che non solo ci ha fatto ridere per generazioni, ma è anche riuscito a farci scoprire la magia di una lingua con cui si può giocare e divertirsi, scomponendo e ricomponendone con creatività gli elementi.  In un mondo dove ancora troppi mostrano di non avere il senso del ridicolo e si ritengono al di sopra degli altri, è il caso di ricordare loro, con un’altra battuta di Totò, che: “Il trombone, checché se ne dica, eziandio, è sempre un trombone”.  Per fortuna c’è stato chi ha saputo usare la comicità per metterlo a posto;  un autentico direttore d’orchestra, uno cui “piace la moseca, quella con la ‘o’ maiuscola”.

N O T E ————————————————————

[i]  Tullio De Mauro, Prefazione, in: Fabio Rossi (2002), La lingua in gioco – Da Totò a lezione di retorica, Roma, Bulzoni,  pp. 14-15
[ii]  F. Rossi, op. cit., pp. 201-202
[iii]  Le citazioni seguenti sono tratte, oltre che dal testo cit., anche da altre ‘antologie’ del frasario di Totò, fra cui: Parli come badi (1994), a cura di Matilde Amorosi, con la collab. Di Liliana de Curtis, Milano, Rizzoli; Enrico Giacovelli (1994), Poi dice che uno si butta a sinistra!,  Roma, Gremese; Quisquiglie e pinzillacchere – Il teatro di Totò 1931-1946 (1980), a cura di Goffredo Fofi, Milano, Savelli
[iv]  F. Rossi, op. cit., pp. 42-43
[v]  Cfr. o.c. , pp. 64 ss.
[vi]  Sull’argomento cfr. anche l’interessante articolo: Silverio Novelli, Il principe delle quisqulie, http://www.treccani.it/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_19.html
[vii]  Gianni Canova et Al., “Totò: l’uomo e la maschera”, in: Brigantino. Il portale del Sud, http://www.ilportaledelsud.org/tot%C3%B2.htm
[viii]  Roberto Escobar (1998),  Totò: avventure di una marionetta, Bologna, il Mulino (cit. in Canova et Al, o.c.)
[ix]   Sigmund Freud (1905), Der Witz und seine Beziehung zum Unbewußten (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio) > http://www.newtoncompton.com/libro/il-motto-di-spirito-e-la-sua-relazione-con-linconscio-2/edizione/ebook/978-88-541-2467-7
[x]   Fabio Rossi, La lingua di Totò: tra gioco, retorica, didattica e metalinguaggio, http://host.uniroma3.it/eventi/silfi/proposte/Rossi.pdf
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