Fenomenologia dello ‘strumento militare’

Esercito…italiano?

È stato pubblicato sul sito esercito.difesa.it (senza data, ma probabilmente nel 2019) un istruttivo opuscolo intitolato: “Operiamo oggi per la difesa e la sicurezza – Prepariamo insieme le sfide di domani”. La funzione del documento è quella di presentare ufficialmente la posizione della prima forza armata in merito alla necessità di adeguarsi alle nuove esigenze che deve fronteggiare. Per citare le parole del Capo di S.M. dell’E.I., Gen. Farina, che ne ha curato la ‘prefazione’, l’intento è quello:

«…di condividere l’idea di quali siano le sfide che dovremo fronteggiare e di come ci stiamo preparando a vincerle […] In tale prospettiva, coerentemente con le missioni affidate alla Difesa, l’Esercito Italiano deve essere uno Strumento versatile, interoperabile, resiliente e in possesso di idonee capacità per intervenire a tutto spettro, dagli scenari alle più alte intensità a quelli di stabilizzazione. Senza tralasciare, peraltro, le operazioni di homeland security o i concorsi a supporto della collettività nazionale […] Una modernizzazione che deve necessariamente passare attraverso la creazione di una Forza Integrata Nazionale che coinvolga l’intero Comparto Difesa, il Sistema Paese e contempli una stretta sinergia con il mondo dell’industria e della ricerca…». [i]

Nelle 75 pagine dell’opuscolo tali finalità emergono abbastanza chiaramente, ma qualcuno deve aver pensato che – trattandosi di materia militare – non fosse il caso di essere eccessivamente espliciti, per cui ha infarcito il testo di espressioni criptiche, perle di burocratese, immancabili tecnicismi e soprattutto anglicismi inutili, ma tanto ‘cool’. Scorrendo le 15.759 parole del testo, li ho evidenziati, catalogati e messi in ordine alfabetico: da questa indagine lessicale è emerso infatti che i termini in lingua inglese utilizzati nel libretto, fra singole parole ed espressioni complesse, sono ben 91:

Agile, agile leader, all inclusive, all terrain vehicle, appeal, automotive, aware; Background, basket, big data; Civil military cooperation, collective security, combat power, combat proven, combat service support, combat support, command landing, common security and defense policy, competitive, competitors, concept development & experimentation, cooperative security, core tasks, counter improvise explosive device, counter unmanned aerial system, credible, crisis response,  cyber; Defense capacity building, deployability, design, disruptive activities; Electronic warfare, electronic warfare intelligence, expeditionary; Female engagement, fighting among the people, framework; Hardware, high-tech, homeland security, hub, human intelligence; Improvised explosive device, in-cash, influence, information operations, in-kind, intelligence, intelligence surveillance; Joint, junion leaders; Key leader engagament, know how; Local leader engagement, lower tier; Mission command, modelling & simulation, modernization, multi domain, multi domain operations, multiple launch rocket system; Network enabler capacities, networked, non combat; Output; Partnership, peer competitor, permanent structured cooperation, projecting stability, psy-ops; Readiness, readiness initiative, real time, resilient, robotic autonomous syste; Security and safety, situational awareness, space based, summi; Target acquisition, targeting, task force, transforming while operating, trend; Understanding, unmanned vehicle, upgrade, upper layer; Value chain; Whole-of-gov approach.

Al di là del provincialismo che caratterizza da molto tempo gli italiani, incapaci di fare un discorso o di scrivere qualcosa senza adoperare termini stranieri – spesso a sproposito o in modo errato – risulta abbastanza buffo che neanche i vertici dell’Esercito Italiano siano riusciti a fare a meno di adoperare un centinaio di termini anglofoni, fra l’altro per spiegarci l’importanza della “identità…dei soldati italiani”. [ii]  La domanda è: si tratta solo di uno sciocco vezzo per apparire più moderni, tecnologici ed internazionali, o c’è qualche altro motivo che spieghi l’inondazione di vocaboli che d’italiano non hanno nulla? Del libriccino peraltro è stata curata anche la versione inglese, per cui la loro utilità nel testo originale sembrerebbe ancor meno giustificabile, se non sapessimo che è dal secondo dopoguerra che la nostra repubblica aspira segretamente a diventare la cinquantunesima stella della bandiera statunitense. Il colonialismo culturale che ci ha pervaso, veicolato dai mezzi di comunicazione di massa ed ora da internet, è evidente a tutti i livelli, dall’importazione di spettacoli, mode ed abitudini a quella di generi letterari, artistici e musicali. Tale subalternità culturale è veicolata dal medium linguistico, e quindi ci ritroviamo generazioni che si esprimono in uno sconcertante italiese, che conoscono le strade di New York più di quelle della loro città e che continuano tuttora a identificarsi ciecamente nei loro miti d’oltre oceano. Nello specifico, le nostre forze armate – incastrate da 70 anni nella morsa della NATO, della cui scacchiera strategica sono importanti pedine – tendono dunque ad esprimersi in lingua inglese perché i referenti dei loro messaggi – ben oltre i destinatari istituzionali del governo – sono i loro veri capi, che risiedono a Washington e nella sede ‘alleata’ a Bruxelles.

Una seconda possibile spiegazione dell’utilizzo di termini specifici del gergo militare e d’inutili traduzioni inglesi di vocaboli italiani potrebbe essere che è in atto da anni una trasformazione del nostro linguaggio comune in una specie di Neolingua orwelliana.[iii] Come quella imposta nell’impero del Grande Fratello in quella narrazione – distopica ma spaventosamente profetica… – essa è utilizzata per omologare e controllare, ma anche per mistificare la realtà e per ridurre le capacità espressive delle parole. Un linguaggio freddo, tecnocratico, abbreviato, ridotto a sigle anodine, ad esempio, risulta utile a chi deve far credere ai propri cittadini che “la guerra è pace”. E poi il ricorso all’inglese, oltre a suggerire un’efficienza aziendale, rende tutto vago e sfumato, celando ipocritamente il senso vero dei termini usati. Pensiamo ad espressioni come electronic warfare, psy-ops, targeting, o fighting among the people. Esse risuonerebbero più chiare, ma piuttosto allarmanti, se fossero espresse con: ‘guerra elettronica’, ‘operazioni di guerra psicologica’ ‘prendere a bersaglio’ o ‘combattimenti fra la gente’…   L’opuscolo, da questo punto di vista, è un caso esemplare di attualizzazione che poteva essere del ‘latinorum’ usato dal vile don Abbondio manzoniano per aggirare il povero Renzo, confondendogli le idee per impedirgli di capire. Come lui, preso in giro ma non rassegnato ad esserlo, anche noi dovremmo però rispondere: «Si piglia gioco di me? […] Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”.[iv]

Modernizzare, adeguare e efficientizzare (la guerra)

L’obiettivo più evidente dell’opuscolo è spiegare le enormi potenzialità ed il livello qualitativo dell’esercito italiano, ma anche mettere in evidenza quanto sono inadeguati gli investimenti governativi per modernizzarlo e adeguarlo alle ‘sfide’ di un mondo globalizzato, ipertecnologico, socialmente complesso e politicamente precario.

«L’instabilità del quadro internazionale, caratterizzato da un crescente grado di incertezza e dalla presenza di minacce multiformi e multidimensionali, determina una straordinaria rilevanza del tema della sicurezza percepita, anche dall’opinione pubblica, come una delle principali priorità nazionali. In tale quadro, l’Esercito è oggi più che mai “in prima linea” nel garantire al Paese uno Strumento Terrestre caratterizzato da elevata prontezza operativa e versatilità d’impiego, in grado di operare, con efficacia, sia nelle missioni internazionali sia sul territorio nazionale». [v]

Questo paragrafo rappresenta una buona sintesi di quanto è ripetuto e sviluppato in seguito. Emergono infatti alcune parole-chiave che sottolineano le criticità da affrontare (instabilità, incertezza, minacce multidimensionali) ed i concetti-base della ristrutturazione in chiave aziendale delle forze armate (prontezza, versatilità, efficacia). Ma, per complicare le cose, si ricorre ad equilibrismi verbali per descrivere il quadro in cui l’esercito dovrebbe operar, alternando i citati anglicismi (ad es.: transforming while operatingo common security and defense policy) con formule standardizzate (ammodernamento e rinnovamento, concept development & experimentation), ed utilizzando attributi come agile, competitivo, credibile o permamente, per caratterizzare una forza amata che sia davvero ‘moderna’, ‘operativa’ e ‘multifunzionale’.

Se non sapessimo che si parla di come far guerra in modo più efficace, potremmo pensare che si sta trattando del ‘core business’ di un’azienda e dei modi per fronteggiarne i competitors. Ma poiché il tabù costituzionale impedisce di pronunciare e scrivere quest’antica e terribile parola, ecco che si parla ipocritamente solo di ‘conflitti’, come se essi fossero tutti armati e avessero intenti distruttivi come le azioni belliche. Il secondo trucco neolinguistico è ricorrere spesso agli eufemismi, grazie ai quali si discute di ‘missioni’ per non usare il termine ‘spedizioni di guerra’; di ‘cooperazione’ anziché di alleanze militari; di ‘strumento militare’ invece che di ‘forze armate’; di ‘scenari’ piuttosto che di ambiti d’intervento armato. Il documento si sofferma ad illustrare le ‘aree di crisi’, indicando i ‘teatri operativi’ nei quali si progetta di svolgere operazioni militari, i cui targets/bersagli da tempo non sono più gli eserciti avversari, ma la popolazione civile e le infrastrutture fondamentali. È proprio questo il senso dell’enigmatica espressione fighting among the people, una delle chiavi che ci aiutano a capire come la guerra sia ormai profondamente cambiata e la sua natura sia sempre più dirompente e pervasiva, come del resto affiora in uno dei rari momenti di chiarezza del testo, laddove si afferma che:

«…è presumibile che il futuro campo di battaglia sia costituito da ambienti urbanizzati e con una forte presenza di personale civile […] Gli spazi di manovra saranno generalmente affollati da soggetti combattenti (legittimi o illegittimi), non combattenti (popolazione locale, operatori           di            organizzazioni governative/non governative e operatori dei mass media) e da altri soggetti di cui sarà sempre più difficile comprendere l’atteggiamento…» [vi]

Tutto il documento, inoltre, è imperniato su un assioma: combattere oggi, e tanto più domani, è molto diverso da ciò che credono le persone comuni e – si legge tra le righe – forse gli stessi politici. Il quadro di riferimento per interventi militari è assai più complesso ed articolato di prima, per cui lo ‘strumento militare’ deve adattarsi al cambiamento delle situazioni. Non si tratta solo della già evidenziata ‘instabilità’ degli scenari geo-politici. Si fa cenno un po’ vagamente alle ‘minacce’ provenienti da varie parti, da quelle di tipo ‘cibernetico’ (legate alla diffusione incontrollata e a tutti i livelli delle tecnologie informatiche) a quelle socio-economiche (disastri naturali, crisi finanziarie, attacchi terroristici). A causa di tale ‘complessità, sostiene il documento, è indispensabile rendere l’intervento dell’esercito  più agile, flessibile e multiforme, agendo sia sul piano strettamente militare, sia su quello immateriale e ‘civile’ delle operazioni psicologiche.

«È essenziale comprendere la filosofia strategica alla base di questo obiettivo, che richiama l’uso estensivo di un approccio indiretto per sfruttare ogni possibile debolezza a livello fisico, morale e concettuale, attraverso un uso combinato di misure militari e non militari […] La possibilità di contrastare (una) “manovra senza restrizioni” e multi-domain dipenderà molto dal mantenimento di un equilibrio tra credibili capacità di difesa e deterrenza e quelle di sicurezza cooperativa unite a compiti di gestione delle crisi, disponendo di capacità a 360° e tecnologicamente competitive» . [vii]

Ritorna il ‘latinorum’ militecnocratico, che alterna diplomatici eufemismi (‘approccio indiretto’, ‘uso combinato’) coi soliti anglicismi (multi-domain) e coll’indecifrabile gergo degli addetti ai lavori (‘manovra senza restrizioni’, ‘sicurezza cooperativa’, ‘gestione delle crisi’). In effetti il succo del discorso sarebbe molto più semplice: l’esercito dovrà misurarsi sia con azioni belliche vere e proprie, sia con interventi non armati, ‘collaterali’ e preventivi, per i quali però non è stato ancora adeguatamente formato e finanziato. In buona sostanza, il messaggio implicito inviato ai cittadini italiani è che l’esercito rappresenta il cuore della difesa e della sicurezza nazionale. Quello rivolto a chi li governa è invece che l’esercito ha potenzialità notevoli ma necessitano investimenti sullo ‘strumento militare’, per assicurarne l’adeguatezza alle nuove sfide. Peccato che il messaggio esplicito sia più tortuoso ed in codice, sebbene risulti comunque abbastanza chiaro che si bussa a soldi, anche mediante un piccato confronto con gli stanziamenti ben più sostanziosi per ammodernare le altre armi. La ‘sindrome di Cenerentola’ è particolarmente evidente in una tabella dove si sottolinea che mentre per l’E.I ci si è fermati alla II-III generazione tecnologica dei sistemi d’arma, nel caso di Marina ed Aeronautica si è giunti invece alla IV-V generazione. Commenterebbe Totò: “E ho detto tutto!”.

Teatri, scenari, attori: la drammaturgia bellica

«Lo Strumento Terrestre, al fine di poter assolvere efficacemente le missioni assegnate per legge e garantire, nel contempo, la massima sicurezza al proprio personale, ha più volte reiterato ampi e quanto mai necessari processi di trasformazione, incardinati sulle improrogabili esigenze legate alla repentina evoluzione della minaccia nei Teatri operativi […] e a quelle scaturite dai mutamenti dello scenario di riferimento, come ad esempio la rinnovata attenzione della NATO alla “Difesa Collettiva” e la rinnovata importanza assunta, soprattutto per l’Italia, del Fianco Sud dell’Alleanza […] Si tratta, nel concreto, di considerare lo sviluppo dello Strumento Militare come un ineludibile processo multilivello, condotto non solo in ambito nazionale, ma parallelamente anche in quelli della NATO e dell’UE…»[viii]

In queste parole riscontriamo un altro espediente retorico cui i militari si affidano per nobilitare ciò che non riescono a dire esplicitamente. Siamo infatti nell’ambito della metafora – peraltro non proprio nuova – che ci presenta la guerra come una sorta di spettacolo da mettere in scena. Si parla allora di teatri operativi e di scenari di riferimento, ricorrendo anche il termine attori, come se si trattasse di un dramma da rappresentare sul palcoscenico, a cui lavorano maestranze, interpreti e registi. Lo ‘scenario’ di riferimento, in questo caso, sarebbe la cosiddetta Difesa Collettiva, dapprima evocata genericamente e poi declinata nelle sue due articolazioni: l’Alleanza Atlantica(OTAN-NATO) e la Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD), istituita dalla U.E. già dal 2008, ma che in questi ultimi anni va concretizzandosi.[ix]  Mentre in relazione a quest’ultima l’opuscolo evita di assumere posizioni nette sull’ipotesi di un vero e proprio esercito europeo,[x] nel  primo caso si ribadisce che l’Italia è inadempiente, in quanto stanzia per la Difesa meno del 2% del PIL, percentuale più volte riaffermata dai vertici NATO-USA e ribadita anche nell’ultimo vertice di Bruxelles.  [xi] Ma se questi sono i contesti di fondo, quali sarebbero invece i ‘teatri’ nei quali queste due allegre compagnie di giro dovrebbero esibirsi?

«Ai fini della sicurezza nazionale, viene considerata irrinunciabile la stabilità della: REGIONE EURO-MEDITERRANEA, un’area geopolitica che comprende l’Europa, i Balcani, il Mar Nero, il Mediterraneo medio orientale e il Maghreb; REGIONE EURO-ATLANTICA, un’area di fondamentale interesse che racchiude i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica. In ottica nazionale, non è quindi possibile separare la sicurezza delle due regioni, dal momento che sono entrambe pilastri complementari ed essenziali della difesa e della sicurezza della Patria. Dalla loro sovrapposizione sono delineabili due grandi aree di instabilità: L’AREA DI CRISI ORIENTALE, caratterizzata dalla politica estera assertiva della Federazione Russa, particolarmente sentita dagli alleati geograficamente più vicini sotto forma di potenziale minaccia convenzionale/ibrida […] A ciò, sempre in detta area, si aggiunge quella particolarmente instabile coincidente con il Medio Oriente e, più in generale, il Golfo Persico. L’AREA DI CRISI A SUD, è interessata da un ciclo di instabilità diffusa che, a partire dal fenomeno del terrorismo, sta acuendo le sfide della sicurezza per l’Europa e l’Alleanza Atlantica. Si tratta di un trend negativo alimentato da una combinazione di fattori, tra i quali rilevano: presenza di entità statuali e di governi particolarmente fragili o assenti; debole sviluppo economico; cambiamenti climatici; squilibrio demografico; estremismo violento e attività criminali. Tutto questo crea un terreno fertile per attori statuali e non statuali che perseguono l’uso della violenza, attività terroristiche e/o criminali e, non ultimo, contribuiscono a generare dei fenomeni migratori verso l’Europa e diffusa instabilità nelle aree a noi limitrofe». [xii]

Dal linguaggio teatrale gli autori dell’opuscolo sono passati ad un codice vagamente ‘meteorologico’. Sembra di vedere il colonnello televisivo di turno, che indica sul planisfero le principali ‘perturbazioni’ atmosferiche che provocano la crescente ‘instabilità’ nei vari quadranti. A preoccupare i tutori della ‘sicurezza nazionale’ sono in particolare l’area di crisi orientale (dove dalla Russia sembra che spirino venti gelidi) e quella meridionale, spazzata da fenomeni meteo complessi quanto preoccupanti, poiché il calore del terrorismo si combina col vento delle migrazioni. Ovviamente, quando nel documento si parla alla ‘sicurezza nazionale’ chi scrive si riferisce piuttosto agli interessi globali della nazione leader della NATO, considerato che i rapporti dell’Italia sia con la Federazione Russa sia con i paesi mediorientali non sono affatto tali da minacciare la nostra amata ‘patria’.

Ebbene, proprio su questi ‘teatri’ le nostre forze armate (ed in particolare l’esercito) vorrebbero recitare al meglio la loro ‘parte’. Continuando a leggere l’opuscolo, infatti, si individua anche la sceneggiatura ipotizzata. Si tratta, a quanto pare, di un dramma in tre atti: il primo s’intitola “Deterrenza”, il secondo “Difesa” ed il terzo “Incremento della sicurezza”. Viene giustamente rispettata anche la regola aurea del climax, che impone un crescendo nell’evolversi della narrazione o dei testi teatrali. Si passa infatti dall’azione preventiva (mista, in quanto non solo di carattere politico-militare) a quella di effettiva difesa armata (di cui si sottolinea il carattere convenzionale ma anche ‘ibrido’) per giungere a quella ‘stabilità’ che, in termini militari, equivale al controllo totale della di una determinata area. In tutte queste tre fasi, si sottolinea, occorre necessariamente mantenere quella Readiness Initiative che è un altro dei punti chiave dello ‘strumento militare’ moderno. In parole più semplici, le forze armate devono essere pronte ad intervenire ovunque ed in breve tempo.

«Nel merito, l’Italia promuove tutte le iniziative tese a orientare e rafforzare il ruolo dell’Alleanza verso il Mediterraneo e il Medio Oriente al fine di affrontare, in modo sistemico, le continue crisi e la perdurante instabilità, così come la minaccia del terrorismo e l’estremismo violento in tali aree. Nello specifico, tali sollecitazioni sono state recepite dalla NATO che ha approvato il Framework for the South e, contestualmente, ha creato un Hub regionale per il Sud, nella sede del Joint Force Command (JFC) di Napoli. Inoltre, l’attenzione ai citati tre Core Tasks ha portato l’Alleanza a indentificare le caratteristiche strategiche che le Forze Armate dei Paesi Membri – e dunque anche l’Esercito – dovranno soddisfare: essere credible, networked, aware, resilient, agile, inclusa la capacità di integrarsi in maniera strutturata e standardizzata con le componenti non-militari per operazioni Non-Combat ed a supporto delle popolazioni locali». [xiii]

In modo sistemico’ è un’espressione elegante per affermare che di tale assetto militare non ci libereremo facilmente, mentre ‘in maniera strutturata e standardizzata’ suggerisce che l’organizzazione militare italiana sarà sempre più dipendente dalle ‘sante alleanze’ di cui fa parte e sempre meno autonoma ed autodiretta. Traspare però un certo fastidio per il condizionamento politico derivante dall’appartenenza delle FF.AA. ad una repubblica democratica, un vero e proprio ostacolo a dispiegarne tutte le potenzialità…

«Restrizioni legali, morali e politiche tese alla limitazione dell’uso della forza e alla minimizzazione dei danni collaterali, potranno imporre una significativa riduzione delle possibilità dei Comandanti di sfruttare appieno le risorse disponibili, a tutti i livelli ordinativi. Ciò implicherà la necessità di integrare nei vari staff esperti del settore giuridico-legale e di dedicare più risorse all’organizzazione del processo di intelligence e targeting». [xiv]

Debolezze e forza dello ‘strumento militare’

Il fastidio espresso dagli autori del documento suona come quello, un po’ infantile, tipico di chi lamenta di essere disturbato nel proprio ‘gioco’ da troppi elementi estranei. Oltre ai citati vincoli all’uso della forza, l’opuscolo ne elenca altri sette: spazi di manovra sempre più congestionati, aree sempre più confuse, settori sempre più contesi, zone sempre più connesse, capacità di sorveglianza del campo di battaglia, vulnerabilità crescente agli attacchi di tipo cyber, dipendenza tecnologica e controllo spaziale. [xv]  Come in tutte le analisi aziendali, del resto, oltre che dei punti di forza e delle opportunità di un’organizzazione bisogna tener conto anche dei fattori negativi, come i punti di debolezza e le minacce. Si applica infatti il c.d. ‘metodo SWOT’ (Strenghts, Weaknesses, Opportunities, Threats) [xvi], una matrice stanfordiana utilizzata largamente nella pianificazione delle imprese. Il buffo è che, per una sorta di nemesi storica, dopo che per decenni le aziende si sono ispirati nella loro progettazione il linguaggio strategico dei militari, ora sono proprio questi ultimi a prendere in prestito il loro metodo di analisi. Questi otto elementi, percepiti come ‘debolezze’ e ‘minacce’, hanno due elementi in comune: (a) la tendenza a crescere continuamente; (b) il fatto di determinare confusione nel quadro operativo.

Lo ‘strumento militare terrestre’, infatti, risulta pesantemente condizionato da questi elementi di disturbo, che ne limitano lo spazio di manovra, creano scompiglio, alimentano contese, esaltano l’interconnessione delle zone a ne rendono difficile il controllo, rendendolo più vulnerabile e dipendente da tecnologie finora estranee, come quelle cibernetica e spaziale.

«Gli eserciti del futuro dovranno confrontarsi con sfide variegate…mutevoli, dove alcuni concetti del recente passato verranno sistematicamente ribaltati e sostituiti […] In sintesi lo Strumento Militare Terrestre cambierà veste aggiornando in grandissima parte l’esercizio delle attuali funzioni operative che, nel post 2035, dovranno essere in grado di supportare, sin dal livello tattico, forme di manovra caratterizzate dall’integrazione degli assetti secondo il principio del Multi Domain Operation all’interno di un ambiente multilivello, dove gli effetti letali e non letali delle azioni militari avranno ricadute, in tempo reale – vista l’interconnettività dei sistemi di comunicazione globali, ormai sempre più real time – non solo sul dominio fisico ma anche e, soprattutto, sul dominio cognitivo». [xvii]

Di fronte ad un sistema di riferimento così variegato mutevole ed interconnesso, insomma, si propone d’introdurre nelle strategie dell’esercito mutamenti, aggiornamenti ma soprattutto maggiore integrazione con le altre armi e con altri livelli di azione. Che non si parli di strategie aziendali ma di guerra è evidente dal riferimento agli ‘effetti letali e non letali delle azioni militari’, che evoca comunque morti e distruzioni, ma anche crescenti effetti collaterali sul piano cognitivo, obiettivo prioritario delle operazioni di guerra psicologica.[xviii] Proprio ad esse ci si riferisce quando si scrive che:

«…la competizione con un eventuale avversario si attua al di sotto della soglia dello scontro diretto, e quindi utilizzando tecniche e procedure tipiche di una minaccia ibrida, compresa la sua narrativa mediatica ed informativa».[xix]

Un’altra criticità, secondo l’opuscolo, sarebbe riscontrabile nell’utilizzazione del suddetto ‘strumento militare terrestre’ in compiti non strettamente istituzionali, come quelli legati alla sicurezza urbana ed al controllo del territorio. Si tratta di un fenomeno caratterizzato però in modo ambiguo, essendo percepito al tempo stesso come elemento di debolezza (usura di mezzi e personale per scopi non militari) ma anche di forza (promozione dell’immagine dell’esercito come presidio fondamentale di polizia e di protezione civile), come dimostra la seguente dichiarazione, a mezza strada fra lamentela e legittimo orgoglio.

«L’Esercito ha saputo adattare mezzi e materiali già nelle proprie disponibilità, ma un simile impiego ne ha causato un progressivo logorio, anche a causa di un loro utilizzo in aree urbane, in un contesto operativo ed ambientale differente rispetto a quello per cui furono introdotti in servizio. Inoltre, l’Esercito, al pari delle altre Forze Armate, è istituzionalmente impiegato per concorsi a favore di organismi esterni all’A.D. per interventi di pubblica calamità, di pubblica utilità e non operativi. La capacità di adattamento con cui la Forza Armata ha storicamente fornito il proprio contributo in circostanze di pubblica calamità, ha dimostrato l’elevata resilienza e il carattere intrinsecamente flessibile della nostra organizzazione nella sua interezza…» [xx]

All’idea di ‘pronto intervento’ in senso militare si sovrappone qui una concezione che inquadra le forze armate come uno strumento ibrido dello Stato centrale, che deve essere quindi abbastanza flessibile e versatile per intervenire anche in casi di calamità naturali, di minacce alla pubblica sicurezza o di emergenze sanitarie, come si è visto soprattutto in questi ultimi anni. Un esercito sempre più ‘vicino’ alla gente, presente sul territorio in varie circostanze, capace di apparire sempre più nella sua veste protettiva e ‘amica’…

Da soldatini di piombo a moderni ‘transformers’

Ma se lo ‘strumento militare’ deve diventare sempre più duttile e flessibile, per adattarsi alle nuove esigenze e sfide che deve affrontare, occorre una profonda ristrutturazione delle forze armate. Vanno sviluppate caratteristiche e doti particolari, che troviamo nella parte del documento intitolata un po’ retoricamente “L’uomo al centro” e sintetizzata da una discutibile rielaborazione della classica immagine dell’Uomo vitruviano, inserito in una grande stella dorata.

Si comincia affermando che c’è bisogno di un personale pronto, motivato, professionalmente preparato ed eticamente partecipe dei valori ispiratori della disciplina militare”. Si prosegue esaltandone i pilastri etici: “promuovere l’identità militare – la disciplina, l’integrità morale e lo spirito di Corpo – rappresenta per l’Esercito un fondamentale obiettivo su cui sviluppare il proprio carattere collettivo”. Si conclude ribadendo che la preparazione tecnica deve essere comunque affiancata: “…da forte motivazione, da un’autodisciplina, da un coraggio morale e un senso del dovere che travalicano le incombenze manageriali della professione”. [xxi]

Siamo qui quasi all’autoesaltazione, in modo da nobilitare il discorso di tono aziendalista (quando si parla di comunicazione interpersonale e mediatica, local leader engagement, key leader engagement) con la solita vecchia retorica militare, imperniata da secoli su immarcescibili principi quali: disciplina, coraggio e senso del dovere. Insomma, al vecchio soldatino di piombo, rigido ed immobile, con cui giocavano da piccoli i nonni, deve subentrare un ‘operatore militare’ sempre più adattabile polivalente e tecnologico. Un futuristico transformer, che può essere impiegato ora come uno spietato ‘terminator’, ora come un qualificato amico, pronto a soccorrerci e a vegliare sulla nostra sicurezza. Ma per svecchiare l’esercito di una volta occorre un suo radicale ‘ringiovanimento’, per cui siamo informati che:

«In tale contesto, lo Stato Maggiore dell’Esercito ha sviluppato uno studio volto alla realizzazione di un nuovo modello di reclutamento che, investendo su una nuova figura di Volontario a ferma pluriennale, strutturata su un arco temporale indicativo di 3/6 anni, garantirebbe un maggiore appeal della professione militare sulle nuove generazioni e un adeguato ritorno per la Forza Armata in termini di capacità operativa “giovane”, spendibile per un periodo di impiego più lungo». [xxii]

I principi-guida di questa ristrutturazione sono enunciati poche pagine dopo, quando si parla di come valorizzare i soldati di oggi e di domani, puntando sui tre pilastri della ‘meritocrazia’, della ‘trasparenza’ e della ‘partecipazione’, ma senza trascurare opportuni incentivi motivazionali, come una maggiore ‘salvaguardia della salute’, un accresciuto ‘benessere’ del personale militare e la ‘tutela dei rapporti familiari’.  Belle affermazioni – peraltro mutuate da filosofie militari da decenni familiari oltreoceano – ma che suonano poco credibili, se solo si pensa al livello di trasparenza e partecipazione riscontrabile tuttora nelle nostre forze armate, per non parlare di quanto la salvaguardia della salute, del benessere e dei legami familiari siano conciliabili con il mestiere di chi fa il soldato di professione.

Concludo quest’analisi, dunque, proprio esaminando un altro aspetto semiologico dell’opuscolo, cioè quello iconografico, tenendo conto che le immagini sono spesso più eloquenti delle stesse parole. A dire la verità – a dispetto della tanto propagandata visione ‘buonista’ e sorridente dei militari, che aiuterebbero e proteggerebbero la popolazione civile – la maggioranza delle fotografie poste a corredo del testo insiste più che altro sul ruolo bellicoso dei nostri militari.  Infatti, sulla settantina di immagini presenti, più di 40 ci mostrano soldati in tuta mimetica, zaino, elmetto ed armamento convenzionale (fucili e mitra) oppure sbarcati da elicotteri o appollaiati sulla torretta di un carrarmato. Molte foto esibiscono addirittura veri e propri scenari di guerra (tra fiamme, polvere e fumo) oppure posizioni di puntamento e di difesa delle postazioni, mentre solo alcune rinviano ad operazioni di soccorso o ad impieghi di natura più tecnologica ed informatica.

Istruttivo è anche il corredo infografico che sintetizza alcuni dati quantitativi, da cui apprendiamo ad esempio che dei 18.700 militari dell’E.I., a ‘difendere la patria’ sul territorio nazionale ce ne sono solo 7.300, mentre sono impiegati in missioni all’estero 3.300 unità. I restanti 8.000 soldati sono invece classificati sibillinamente come ‘forze in prontezza’. Dalla stessa sintesi grafica emerge che i soldati italiani sono impegnati anche in stati africani subsahariani come Niger Mali e perfino Repubblica Centro Africana (difficilmente classificabili come aree euromediterranee) oppure che abbiamo ancora oltre 350 nostri uomini nel Kosovo – sebbene la guerra sia finita nel 1999 – e più di 550 in Iraq – dove il conflitto armato è terminato da più di 8 anni.

Interessante, infine, è anche il capitolo sulle cosiddette caserme verdi, che vorrebbe offrire un’immagine moderna ed ecologica delle strutture edilizie utilizzate dall’esercito, elencando una serie di ambiziosi obiettivi per la loro ristrutturazione, ovviamente grazie ad un cospicuo investimento statale in tale direzione. Si tratta di un indirizzo molto sbandierato dai nostri ministri della difesa, ma sulla cui credibilità mi sono già soffermato in un altro articolo. [xxiii] Basti pensare solo che dei 2.700 immobili adibiti a caserme, quelle da ristrutturare sarebbero meno di 27 (una su cento), di cui un buon terzo (9) ovviamente nel Sud e nelle isole, regioni che – bontà sua – il nostro amato esercito continua a prediligere.

Non a caso – oltre alla doppia frase che dà il titolo all’opuscolo (“Operiamo per la difesa e la sicurezza” e “Prepariamo insieme le sfide di domani” – il suo messaggio-chiave è racchiuso nel terzo slogan: “Di più insieme – Noi ci siamo sempre”.  A ciascuno di noi spetta capire se è una promessa o una minaccia, un sogno o un incubo…


N o t e

[i] Esercito Italiano, Operiamo oggi per la difesa e la sicurezza – Prepariamo insieme le sfide di domani, pp. 3-4. Sulla ristrutturazione delle Forze Armate italiane vedi: Ermete Ferraro, “Il libro grigioverde della difesa” (17.02.2017), Ermetespeacebook > https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/

[ii] Ibidem

[iii] George Orwell, 1984, Rusconi, 2020 (ultima ediz. integrale in italiano dell’originale romanzo (Nineteen Eighty-Four), pubblicato nel 1948

[iv] Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap. II

[v] Operiamo oggi per la difesa… cit., p. 6

[vi] Ivi, p. 14

[vii] Ivi, pp. 9…10

[viii] Ivi, p. 6

[ix]  Cfr. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52008IP0255&from=LT  Vedi anche: Parola-Marchesi-Marone-Olimpio, Le parole dell’Europa: sicurezza, ISPI, 2019 > https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/le-parole-delleuropa-sicurezza-22823

[x] Sulla c.d. ‘difesa europea’ vedi altri due miei precedenti articoli: https://ermetespeacebook.blog/2019/12/18/babbo-natale-a-12-stellette/ e https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/

[xi] Sul ruolo dell’Italia nella NATO vedi anche: https://ermetespeacebook.blog/2012/06/14/lobsolescenza-della-nato-un-relitto-del-passato/  e https://ermetespeacebook.blog/2015/07/28/nato-per-combattere/ ,

[xii] Operiamo…, cit., p. 8

[xiii]  Ivi, p. 11

[xiv]  Ivi, p. 15

[xv] Cfr. parr. Da 1 a 8 alle pp. 14-16

[xvi]  Cfr. la voce ‘SWOT’ in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Analisi_SWOT

[xvii]  Operiamo… cit., p. 17

[xviii]  Mi sono occupato di questo fenomeno nell’articolo: “PSY-OPS, quando la guerra si fa con le parole” (04.02.2012), Ermetespeacebook > https://ermetespeacebook.blog/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/

[xix] Operiamo… cit., p. 18

[xx]  Ivi, p. 20. Sul ruolo delle FF.AA. nelle emergenze, come nella recente pandemia v.: “Presidiare l’emergenza” (23.03.2020) > https://www.academia.edu/42327562/Presidiare_lemergenza_Ermete_Ferraro

[xxi]  Ivi, pp. 24…25

[xxii] Ivi, p. 25

[xxiii] Ermete Ferraro, “Credere, Rinverdire e Combattere” (18.11.2018), Ermetespeacebook >    https://ermetespeacebook.blog/2018/11/18/credere-rinverdire-e-combattere/

© 2020 Ermete Ferraro

Divagazioni sul numero 20

Ci siamo arrivati. Allo scatenarsi dei fuochi d’artificio ed al saltellare allegro dei tappi di spumante è entrato trionfalmente il 2020. Non solo il nuovo anno – ché ogni anno è nuovo quando inizia… – ma quello che si presenta con un aspetto più regolare, grazie alla ripetizione di quel numero 20 che non passa certo inosservata.  Ad uno come me non può non suggerire l’associazione mentale col c.d. Piano 20-20-20, sintesi delle misure previste dal Protocollo di Kyoto, recepite nella Direttiva 2009/29/CE che entrò in vigore nel giugno 2009, con validità dal gennaio 2013 fino al 2020. Probabilmente molti se lo saranno dimenticato, ma allora si prevedeva di ridurre le emissioni di gas serra del 20 %, di alzare al 20 % la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e di portare al 20 % il risparmio energetico: il tutto entro il 2020. Già, si prevedeva… Ora che al 2020 siamo arrivati non dovrebbe sfuggirci quanto quelle previsioni – peraltro non certo radicali – siano lontanissime dall’essersi avverate, con conseguenze di cui solo i ciechi e gli stolti possono non rendersi conto.

Ma torniamo al nostro numero ‘speciale’. Eggià, perché – dopo una rapida incursione in Internet – ho scoperto che si tratta di un numero dalle molteplici – anche se comprensibilmente poco conosciute – qualità. Oltre ad essere pari (e fin qui ci eravamo arrivati tutti), le sue proprietà matematiche sono – scusate il bisticcio-  davvero … numerose. Si tratta infatti di un numero abbondante (cioè minore della somma dei suoi divisori interi); semiperfetto (in quanto è la somma di alcuni suoi elementi: 10 + 5 + 4 + 1 =20) ; risulta dalla somma di due quadrati, 20 = 22 + 42; è un componente delle c.d. terne pitagoriche (12, 16, 20), (15, 20, 25), (20, 21, 29), (20, 48, 52), (20, 99, 101); è un numero pratico (poiché tutti gli interi da 1 a 19 possono essere scritti come somma dei suoi divisori); è congruente (essendo un numero naturale che rappresenta l’area di un triangolo rettangolo che ha per lati tre numeri razionali) e, infine, è addirittura uno dei numeri malvagi (e qui non chiedetemi una spiegazione, perché sarebbe superiore alle mie modestissime competenze in ambito matematico).

Messa da parte la matematica, mi sono quindi brevemente addentrato nel mondo misteriosofico delle varie interpretazioni ‘numerologiche’. Ho appreso, in questo caso, che la sequenza due e zero rinvierebbe all’insieme delle caratteristiche di ciascuna cifra: la prima indicante la dualità, l’armonia e l’equilibrio e la seconda Dio e l’universo, con effetto moltiplicante del secondo sul primo simbolo. Ne deriva dunque un forte valore ‘relazionale’, sebbene interpretazioni diverse conferiscano invece al numero venti una carica irrazionale, rinviando agli aspetti più oscuri dell’animo umano, fra i quali il sospetto e la malizia. Nella Smorfia napolitana il significato più noto è quello della “festa” ma, anche in questo caso, non si fa in tempo a rallegrarsi per questa piacevole scoperta che vi compaiono altri significati associati, meno positivamente univoci, come ad es.: le montagne, la brace, la colomba, il coniglio, la pulizia, il tovagliolo e perfino…la reliquia. É pur vero che tra la popolare Cabala partenopea e la dotta Qabalah ebraica c’è una bella differenza di profondità. In questa seconda chiave interpretativa, infatti, 20 in ebraico corrisponde, secondo la ghematria, alla lettera kaf (כ); si scrive עשרים  (essrìm) e la somma delle lettere che formano questa parola è uguale a 620, che a sua volta corrisponde allo stesso valore numerico della parola della prima sephirot: כתר (che appunto si legge keter, comincia col kaf e significa appunto ‘corona’, cui peraltro rinvia la forma del grafema).

A questo punto forse è meglio se torno nel mio campo di più stretta competenza, cioè all’ambito linguistico, per dare risposta alla domanda, solo apparentemente banale: ma perché il numero 20 si chiama ‘venti’? Qual è l’etimologia di questa parola e che rapporto ha con altre lingue? Ebbene, mentre parecchi già sanno che l’italiano venti (così come il francese vingt, lo spagnolo veinte, il portoghese vinte ed il provenzale e catalano vint) derivano tutti dal latino viginti, il greco eícosi, l’inglese twenty o il tedesco zwanzig sembrerebbero avere altra origine. Invece esiste una latente base comune per tutte queste forme, derivante dal loro substrato indoeuropeo. ‘Venti’, infatti, non indica altro che due volte dieci, per cui il capostipite comune di tutte queste forme è il termine sanscrito DVI (due) unito a DAÇATI (dieci) contratto in DAÇI, con interposta una N eufonica. Ecco che tutto parte dall’indoeuropeo *DVINÇATI, giungendo fino a noi nelle varie forme citate, sia neolatine sia di ceppo greco e germanico. L’unica lingua che ha conservato l’impronta originaria è douăzeci in rumeno che, pur appartenendo al ceppo neolatino, mostra con trasparenza maggiore la sua etimologia.

Bene. Adesso che sappiamo tutto o quasi sul numero 20, che l’anno appena entrato ci presenta addirittura raddoppiato (ma si sa, a Capodanno si beve un po’ troppo…), la smetto di fantasticare tra le nuvole delle elucubrazioni e torno purtroppo coi piedi per terra, continuando comunque…a dare i numeri.

  • I primi pesanti dati sulle vittime dei botti di questo Capodanno, ad esempio, ci informano che si contano 1 morto e 500 feriti, di cui 44 gravi. Tra i feriti i minori di 12 anni sono 68 e 59 quelli tra i 12 e i 18 anni (fonte: RAI Televideo).  
  • Un altro dato, molto più allarmante, è che in aggiunta alle 70 bombe atomiche americane già presenti in Italia, presso la base di Ghedi (BS) – come si sapeva peraltro già dal 2014 (fonte: Espresso-la Repubblica) – è probabile che gli USA trasferiscano dalla Turchia nella stessa base italiana ben altre 50 testate nucleari (fonte: Contropiano e il manifesto). 
  • Per quanto riguarda il magico piano 20-20-20 citato prima, invece, il documento United in Science indica che: “… nel 2018 sono state emesse 37mila tonnellate di anidride carbonica, una cifra da record. La concentrazione di questo gas ha raggiunto le 407,8 ppm. I dati preliminari raccolti nel 2019 suggeriscono che i livelli potrebbero raggiungere e superare le 410 ppm entro la fine dell’anno […] il gruppo inter-governativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Ipcc) indica che già tra undici anni rischiamo di varcare la soglia limite di 1,5 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali, scatenando una “catastrofe globale”. (fonte: internazionale.it)
  • L’Agenzia giornalistica Italia (AGI) ci fa sapere che: “Secondo la più recente nota trimestrale dell’Istat, pubblicata il 18 dicembre e relativa al terzo quarto del 2019 (luglio-settembre di quest’anno), il tasso di disoccupazione a livello nazionale (età 15-64 anni) è pari al 9,8 per cento e corrisponde a più di due milioni e mezzo di residenti in Italia che cercano un lavoro ma non lo trovano”.
  • Nell’Unione Europea – secondo una ricerca di Feantsa e della Fondazione Abbé Pierre – almeno 700 mila uomini e donne dormono ogni notte per strada o in rifugi d’emergenza ogni notte. Si stima che il numero dei senzatetto, negli ultimi 10 anni, sia aumentato addirittura del 70 per cento.

Potrei continuare ancora per molto, ma non me la sento di mandare per traverso a qualcuno il cotechino con le lenticchie o i cannelloni col ragù. Certo è che con i numeri bisogna andarci piano e, soprattutto, imparare a leggerli più in profondità e meno come se fossero semplici ed insignificanti cifre. Non voglio farla troppo  lunga e perciò concludo con una significativa citazione: alcuni brani dal celebre “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”, scritto da Giacomo Leopardi nel 1832.

«…Passeggere: A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore: Io? non saprei.

Passeggere: Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Venditore: No in verità, illustrissimo.

Passeggere: E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore: Cotesto si sa.

Passeggere: Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore: Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere: Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore: Cotesto non vorrei. […]

Passeggere: Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore: Appunto.

Passeggere: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura…».

Io però al caso non ci credo e invece sono convinto che dipende molto da noi rendere la vita migliore e soprattutto che quella passata, che già conosciamo, dovrebbe renderci capaci di dare un senso diverso a quella futura. Mi permetto dunque di modificare il finale scritto da Leopardi, concludendo così:

«Coll’anno nuovo, ognuno di noi s’impegnerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore: Speriamo…»

VO-PO-SA-FA: ecco la formula

Scorrendo i post su Facebook mi sono imbattuto nell’immagine di questo cartello ligneo, datato Ascoli Piceno, A.D. 1529. Vi si legge una sorta di aforisma in versi quaternari, il cui testo gioca sulle rime derivanti dal troncamento delle forme verbali, Si utilizza poi una sorta di chiasmo, incrociando semanticamente il primo col secondo verso ed il terzo col quarto. Il ritmo si spezza al quinto, ma poi recupera la rima al sesto ed ultimo verso. Da una successiva ricerca su internet ho scoperto che si tratta della copia di una delle originali iscrizioni proverbiali incise nel travertino delle facciate dei palazzi ascolani del Rinascimento; in particolare di quella che campeggia sull’architrave di un edificio al n. 19 di Rua Longa. [i] 

Mi sembra interessante utilizzare questo saggio ammonimento inciso sulla pietra come spunto per affrontare la nostra realtà attuale.  Sono infatti passati quasi cinque secoli, ma si direbbe che le cose non siano molto cambiate da allora, confermando quanto sia difficile lasciarsi alle spalle gli errori del passato e voltare davvero pagina. Basti pensare che le vicende umane sono state costantemente rivolte a perseguire l’obiettivo del potere, inteso come possibilità assoluta di ‘fare’, di operare in base alla propria volontà. Un concetto reso icasticamente dai celebri versi danteschi: “Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole…[ii] . Eppure la storia e la nostra stessa esperienza quotidiana ci hanno dimostrato quanto spesso l’aspirazione a poter realizzare ciò che si vuole sia spesso frustrata, più che da ostacoli esterni, dalla mancanza di determinazione. Lo stesso ragionamento potremmo applicare alla seconda parte dell’aforisma. Anche la ricerca della conoscenza, nella convinzione che il sapere sia premessa e condizione dell’azione, è stata sovente vanificata dalla pericolosa scissione fra questi due elementi.  Troppe persone che ‘sanno’ si accontentano della loro conoscenza teorica e quindi non ‘fanno’, cioè non la mettono in pratica. Ancor di più, però, sono quelli che si lasciano prendere da un frenetico attivismo, senza fondare il proprio agire su basi cognitive valide e sicure, con esiti spesso disastrosi.

Forse è esagerato affermare che è solo questa la ragione per cui “il mundo mal va”, però bisogna ammettere che gli esseri umani hanno frequentemente mal coniugato quelli che grammaticalmente sono modestamente chiamati ‘verbi servili’, sebbene ‘volere’ e ‘potere’ siano stati da lungo tempo il movente principale per cui essi hanno coltivato, talvolta con notevole mancanza di scrupoli, l’ambizione di sapere e di fare.  La contraddizione risiede quindi nel paradossale comportamento di chi potrebbe, ma non vuole o, viceversa, vorrebbe ma non può. L’impotenza e l’ignavia sono stati e sono sicuramente due grossi limiti, ma in questi due casi – come per la passività di chi sa non fa – il risultato è l’inazione, ossia una colpa di tipo omissivo. Più grave, invece, mi sembra la situazione di chi si rende protagonista di azioni non supportate da un’effettiva conoscenza di ciò che va a compiere, dimostrando incoscienza ed irresponsabilità e provocando spesso notevoli danni.

Scorrere i quotidiani oppure venire a conoscenza delle notizie riportate dai radiogiornali fornisce la conferma di quanto sia vera quella riflessione di mezzo millennio fa. Il pensiero corre ovviamente alla politica, il terreno privilegiato su cui esercitare il potere sorretto dalla volontà e l’azione fondata sul sapere. Eppure l’immagine che tanti politici continuano a dare di sé sembrerebbe ribadire il paradosso del citato aforisma ascolano. Chi ha sgomitato a lungo per raggiungere l’agognato ‘potere’ in molti casi, dopo aver conseguito tale obiettivo, non se ne avvale per attuare ciò che aveva affermato di volere, ma solo come autoaffermazione personale. É altrettanto vero, d’altronde, che quelli che attribuiscono la loro incapacità di agire alla mancanza d’un effettivo potere non sempre sarebbero capaci di mettere in atto ciò che dicono di volere, anche se fossero messi in condizione di farlo…

Tanto più cinica e spregiudicata è la corsa al potere, tanto più rischia di mostrarsi fine a se stessa. Emergono allora passività, indecisione, inerzia, irresolutezza ed altri limiti all’azione, sebbene a quel punto non manchi più il potere di decidere ed agire. Anche la presunta impotenza di chi non occupa posti di ‘potere’ appare spesso il comodo alibi di chi preferisce stare alla finestra a criticare ‘chi comanda’, rinunciando ad esercitare un ruolo propositivo ed attivo nella società.  Altrettanto frequente è la rinuncia a ‘fare’ da parte di quelli che ‘sanno’ – e quindi avrebbero gli strumenti e le competenze per intervenire –un comportamento che spesso caratterizza una concezione mentalista ed astratta del ‘sapere’, ma in molti casi dipende da irresolutezza morale e da vera e propria vigliaccheria. La pericolosa frattura fra teoria e prassi è stata retaggio di una cultura troppo a lungo teorica e scissa dalla realtà, che vedeva gli intellettuali esterni alle vicissitudini della vita quotidiana, chiusi nella torre d’avorio del loro sapere e per nulla preoccupati delle ricadute pratiche del loro ‘pensiero’. L’impetuoso avvento di una modernità che si nutre di progresso tecnologico e del robusto pragmatismo delle ‘competenze’ ha sicuramente spezzato quel cerchio, ma non per questo è riuscito a ricongiungere davvero il sapere con il fare.

Parallelamente, la cultura massificata ed omogenizzata dei media sembra aver provocato una generale tendenza alla faciloneria arruffona di chi presume di sapere e quindi non ha alcuna remora ad agire, pur non possedendo le sufficienti basi logiche e cognitive per farlo. Riflettere, ricercare, approfondire, valutare sembrano essere diventati passaggi del processo operativo che possono essere tranquillamente saltati, sostituendoli con l’attivismo frenetico, un po’ scomposto e spregiudicato, di chi è determinato a perseguire finalità quantitative più che qualitative. L’irresponsabilità di chi “fa e non sa”, allora, si rivela particolarmente grave, nella misura in cui determina risultati non attesi, sgradevoli conseguenze ‘collaterali’, se non veri e propri disastri. La verità – scolpita nel travertino di quell’antica iscrizione – è che dovremmo un po’ tutti recuperare il buon senso di un’azione sorretta dagli altri tre elementi: volontà, potenza e sapienza. Spezzare il legame logico di questa sequenza è sempre assai pericoloso, per cui non dobbiamo sorprenderci se, in caso contrario, “il mundo mal va”. Dovremmo invece darci da fare per evitare che l’umanità resti vittima dell’ignavia, dell’impotenza, della passività e dell’irresponsabilità che tanti guasti, ecologici non meno che economici e socio-politici, hanno già provocato e stanno ancora determinando. E dobbiamo farlo prima che sia troppo tardi.

© 2019 Ermete Ferraro


[i] https://www.fattodiritto.it/ascoli-piceno-tra-medioevo-il-rinascimento-del-travertino-parlante/

[ii] D. Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, III, 95-96)

Pensando alla pensione…

É ufficiale. Da oggi sono a tutti gli effetti un pensionato. Come si dice di solito, dal primo settembre 2019 “sono andato in pensione”, anche se in effetti non ho deciso io di andarci, visto che le normative italiane prevedevano comunque che ciò accadesse al raggiungimento del 67° anno.  L’estate è finita, i bagagli sono stati riportati a casa, la televisione ha smesso di parlare del controesodo e cominciano ad accumularsi le nubi di pioggia nel cielo. Tutto come al solito. Con una piccola differenza, però. Domani non riprenderò servizio a scuola, scambiando saluti, abbracci e strette di mano con i colleghi e condividendo quell’atmosfera di strana sospensione che si registra ogni volta che si ritorna alla routine lavorativa, avvertendo la nostalgia per la libertà della vacanza ma anche la curiosità per un nuovo ciclo che inizia.

Domani perciò saluterò mia moglie Anna che riprende la scuola e, per la prima volta, resterò a casa ad aspettarne il ritorno, per poi chiederle “Che cosa è successo? Com’è andata?”. Ma non voglio buttarla sul malinconico né mi sento depresso come il classico Fantozzi al primo giorno di pensionamento. Non sono certo felice ma neppure triste, anche se so già che mi mancherà moltissimo il contatto con i ‘miei’ ragazzi e con quello che ho già definito in un’altra occasione ‘ il mestiere più bello del mondo ’.  Come molti mi hanno ripetuto, d’altronde, non mi mancano certo le cose di cui occuparmi, tutti i miei altri impegni che fino ad oggi dovevo comprimere nel pomeriggio ed ai quali potrò finalmente lasciare spazio adeguato. Epperò non posso negare che un certo senso di vuoto si farà sentire prevedibilmente per un bel po’ e che sarà difficile riempirlo, soprattutto di mattina, pur occupandomi maggiormente della casa e della famiglia.

Lasciando stare l’aspetto emotivo della faccenda, comunque, stamattina mi chiedevo come mai solo noi italiani utilizziamo il termine ‘pensione’ per indicare il periodo successivo alla fine di un rapporto lavorativo. Secondo vari dizionari etimologici, questa parola deriva dal latino pensionem ed indica un pagamento, una rata da corrispondere, ovviamente in riferimento al fatto che col pensionamento scatta una ‘rendita previdenziale’. Mi suona però un tantino squallido questo riferimento ad una fase dell’esistenza di un essere umano solo come quello in cui ci si attende una sorta di restituzione economica in cambio di una vita di lavoro. Per carità, questa pensione ce la siamo abbondantemente sudata e facciamo bene a godercela (si fa per dire…). Sta di fatto però che, in altre lingue, si fa piuttosto riferimento al concetto di ‘ritiro’ dal lavoro, come nel caso del francese retraite, dell’inglese retirement, dello spagnolo retiro, del tedesco Ruhestand, del russo otstavsky e perfino dell’arabo tukaod.

Ammettiamolo: un mondo che cambia per un essere umano non può essere racchiuso esclusivamente nella rata mensile che gli sarà accreditata sul conto corrente quando appunto si pensionerà. Comunque la si voglia considerare – un meritato riposo, un ritiro dal vortice quotidiano del lavoro, un’agognata liberazione da un impegno pressante e spesso stressante – tale cruciale chiusura di una fase personale e sociale non credo che dovrebbe essere assimilata, anche semanticamente, alla lungamente attesa fuoruscita di tante sonanti monete dalla slot machine della vita, oppure ad un verdiano “questa donna/quest’uomo pagato/a io l’ho”. Il concetto di ‘ritiro’ risulterebbe più adatto e – a prescindere dalle diverse normative in vigore nei vari stati – mi sembra comunque che riconosca alle persone una scelta, la libertà di cominciare a pensare di più a se stessi ed ai propri cari dopo avere adempiuto al diritto/dovere civile di svolgere “…un’attività o una funzione che concorre al progresso materiale e spirituale della società”, giusto per citare l’art. 4 della nostra Carta costituzionale.

Il verbo latino re-tirare, infatti, indica l’azione di tirare indietro, di ritrarre, di riportare a sé il proprio impegno, per dedicarsi ad altro e/o ad altri. Mi pare quindi un modo più corretto e rispettoso per designare la nuova fase che da oggi si sta aprendo anche davanti a me. L’affronterò con la consapevolezza che tante cose cambieranno, ma che l’artefice della mia vita mi sforzerò di essere comunque io, come peraltro ho fatto finora in ambito lavorativo e non solo.  Incipit vita nova – per citare il Poeta – o, più semplicemente, inizia un’età in cui, più che isterilirsi a fare bilanci del passato, occorrerebbe darsi un nuovo slancio per costruire il futuro, certamente insieme con gli altri, ma senza mai mollare sulla responsabilità che ognuno di noi ha e cui non si dovrebbe mai rinunciare. A forza di leggere e sentir parlare di ‘legge Fornero’, di ‘quota 100’, di ‘finestre pensionistiche’ ed altre algide formule politico-sindacali, abbiamo forse trascurato di guardare alla pensione in chiave meno economicista, ma piuttosto come una nuova tappa del nostro personale ‘tour’, cui sarebbe il caso di dedicare maggiore attenzione, rimodellando nel modo giusto parte della nostra quotidiana esistenza.  Ecco perché ho voluto dedicare il mio primo scritto dopo le vacanze estive a questo argomento, condividendo con chi vorrà leggerli questi miei primi ‘pensieri sulla pensione’, un po’ per familiarizzarmi con l’idea ma anche per cominciare a riflettere su di essa come inizio piuttosto che come fine di qualcosa. E non è poco.

Curnute e mazziàte…!

‘Ncopp’ê ggiurnale stanno parlanno assaje ‘e nu fatto che, però, nu’ ppare c’ ‘a cchiù pparte d’ ‘a ggente àveno capito overamente. ‘A Repubblica Taliana già teneva int’ ‘a Custituzzione soja, a ll’art. 116, ‘e reggiùne ‘a statuto speciàle’, però cu ‘a reforma d’ ‘o 2001 ‘nce trasette dinto pure propio chella ‘autonomia devierzefecata’ che Llumbardia, Veneto e Emilia-Rumagna vanno cercanno, e cche manco ô Piemonte lle dispiace.  ‘Nzomma, pare propio c’ ‘o Nnord sano sano se sente accussì ttanto speciàle ca sta cercanno ‘e fa’ stabbelì pe llegge ‘a devierzetà soja.

 Quaccheduno parlaje ‘e na “spartènza d’ ‘e ricchepellune”, pecché addereto â parola ‘autonomia’ s’andivìna ‘a vuluntà d’ ‘e nurdiste ‘e se spartere ‘a ll’ati rriggiune, ma pe s’azzeccà cchiù mmeglio ê Paìse putiénte ‘e l’Europa.  Ma accussì, scrivette ‘o pruf. Massimo Villone ‘ncopp’ô ‘Manifesto’ d’ ‘o 26 ‘e giugno: «Jammo a ccagnà pe ssempe – cu n’accuordo privato ‘nfra na ministra leghista e cciérti rreggiune – uno d’ ‘e princìpie funnative d’ ‘a Custituzzione: appassà ‘a distanza ‘nfra ‘o Nnord e ‘o Ssud, int’a na pruspettiva mediterranea e p’apparà ‘e deritte».

Cuntinuano a ppresentà favezamente ‘o Mmeridione comme si fosse nu ‘mpaccio, nu ‘mpiédeco â parta vertulosa ‘e l’Italia che, senza chillo ‘ntuppo, putarria correre cchiù assaje. Chesto vo’ dicere che ‘a vecchia ‘quistione meridiunale’ s’è avutata int’a na strèveza ‘quistione settentriunale’, addò nu Nord chiéno ‘e vertute nu’ sse vurrìa cchiù ffa’ zucà ‘o ssanghe ‘a nu Sud sciampagnone, male guvernato e mmalandrino. Â scumpetura ‘e ‘stu pruciésso, chille ca pe cchiù ‘e 150 anne ce àveno culunnizzato e sacchiàto, cu ‘a trastula ‘e l’Unnetà ‘e l’Italia, so’ ppropeto chille che mmo ‘a vulessero sfravecà, pe sse libberà d’ ‘o ‘ntuppo d’ ‘e ‘terùn’…!

‘E bbuscie cu ‘e ggamme corte

Chiù ‘e tre secule passate, Basile scrivette ca: “La buscia è na scoppetta… che accide chi la spara”. Pe cchesto facette bbuono Marco Esposito quanno – ‘ncopp’ó ‘Mattino’ d’ ‘o 26 ‘e giugno – sprubbecàje una pe una “‘e ddiece buscìe d’ ‘o Scassa-Italia”. ’Ncopp’a ttutto, pure si è overo ca ll’autonomia sta dint’â Custituzzione, s’ha dda dicere ca lloco, però, se parla ‘e ghì ‘ncuntro ê speciàle asiggenze e bbesuògne ‘e nu particulare territorio, no ‘e nu suoccio mudello arraffa-arraffa pe ttuttequante. Siconna cosa, nun è manco overo ca fuje ‘o populo a ddecidere accussì, pecché sulo ‘e ddoje reggiune d’ ‘o Lombardo-Veneto faccettero ‘e referendum (cunzultive), addò vutajeno ‘o 45% scarzo, e  ppure ‘ncopp’a n’addumanna assaje lasca. E ppo’ è na palla ca, si lle dessero ‘sta specie ‘e autonomia, nun se luvasse manco n’euro ô Miezjuòrno. ‘Nfatte è cchiaro ca, si  darranno cchiù rresòrze a Llumbardia, Veneto e Emilia Romagna, senza ca s’aumenta ‘a spesa totale, sarranno denare sceppate ê reggiune cchiù ‘nguajate.

Diceno pure ca ô Ssud spennimmo assaje cchiù d’ ‘o Nnord, ma è n’ata buscia, pecché ô 2018 ‘e denare prùbbece spise pedùno p’ ‘e reggiune d’ ‘o centro-nord fujeno 18mila euro, mentre ‘e mmeridiunale s’accuntentajeno ‘e 15 mila euro. Nemmanco è overo ca ‘e reggiune songo cchiù sparagnune d’ ‘o Stato, pecché ‘e piccerelle comm’ ‘o Mulise spenneno ‘mméce assaje ‘e cchiù dd’ ‘e ggrosse. È na palla pure ca ‘a reggione Campania, pe l’adducazzione, spenne cchiù dd’ ‘o Veneto, pecché – ‘ncopp’a 100 abbitante – ‘a primma tene 15,6 studiente e prufessure cchiù vviécchie e mmeglio pavate ‘e cchiù, mentre ‘a siconna tene sulo ‘o 12,3% ‘e studiénte, e prufessure cchiù giuvene.

Chi sparte ave ‘a meglia parte?

Vanno dicenno ca pe nnu’ ffa’ dessipà ‘e denare prùbbece ‘nce vônno ‘e ‘fabbesuogne standardizzate’. Però fégneno ‘e se scurdà ca ‘stu sistema ‘nce steva ggià p’ ‘e Cumune d’ ‘o 2015, però fuje appricato malamente. Sicché, cu ‘sta loggeca, pare c’ ‘a ggente che ‘storicamente’ nu’ tteneva nu servizzio nu’ nn’àveno cchiù deritto ‘e ll’ate. E ppo’, ‘e nurdiste diceno ca vônno sulo ausà ‘e denare che stesso lloro àveno già cacciato pavanno ‘e ttasse. Però se scordano ca, int’a nu stato muderno e democrateco, ‘e cetadìne hann’ ‘a pavà ‘e trebbute, ma è ‘o Parlamiénto che stabbelisce addò s’hann’ ‘a addestinà chille denare.

Vanno cuntanno pure ‘a buscìa ca ‘sti accuòrde se putarriano cagnà doppo diece anne, però ‘e ddecisiune pigliate c’ ‘o reggiunalisemo devierzefecato nun se pônno cchiù ccagnà, si nun s’accummincia tutto ‘o pruciésso d’ ‘o capo e si nun ‘o ccercano stesso ‘e rreggiune. L’urdema buscia è ca chesta ‘spartenza d’ ‘e ricchepellune’ è na fauzarìa. Scrivette bbuono pirciò Marco Esposito: «Stabbelì – comme facettero ô frevàro d’ ‘o 2018 – ca chello che ttrase cu ‘e trebbùte raccòvete int’ô territorio nazziunale sarrìa n’énnece d’ ‘o fabbesuògno sarrìa comm’a ddicere ca nu riccopellòne, sulo pavanno cchiù ttasse, tene cchiù dderitto a avé adducazzione, sanitate, fràveche, tutéra pe ll’ambiente ecc., pe ttutte ‘e 23 materie ch’ ‘e reggiune stanno tenénno mente». Na jastemma puliteca ca, ‘nfino ‘e mmo, nu’ ss’era maje sentuta…

Ma ‘e ditte antiche nu’ ffallisceno…

Pe cuncrudere, permettìteme ‘e cità quacche ditto antico de lu populo napulitano che mme pare va a cciammiéllo cu ‘sti fatte. È overo ca na vota se diceva: “Chisto è ‘o munno: chi navega e cchi va a ffunno” o ppure: “’O pesce gruòsso se magna ô piccerillo”.  Però àti ppruverbie nu’ ddanno  còrpa ô ddestino, â mala sciorta, p’ ‘o fatto ca “ ‘o piécuro nasce curnuto e mmore scannato” e “‘o cane mòzzeca ‘o stracciato” Nu ditto antico, ‘nfatte, ce fa capì pure ca: “Quanno uno chiagne, ce sta sempe n’ato che rride”.  ‘A trista verità è c’assaje spisso – comme cuntava ggià ‘a favula grieca d’ ‘o lupo e ‘o pecuriello – nu’ ssulo “chi nu’ ttene denaro ave sempe tuòrto”, ma adderittura “ave cchiù raggione chillo c’accide ca chillo ch’è acciso”…!

Penzo che ‘sta vecenna d’ ‘o reggiunalìsemo devierzefecato addimostra na vota ‘e cchiù ca “‘o vòje chiamma curnuto a ll’àseno”, ma pure che ce âmm’ ‘a sta’ attiénte a chille che se metteno â parte ‘e chi vo’ sta spartenza d’ ‘e ricchepellune, pecché “’o pastore c’avanta ‘o lupo nun vo’ bbene ê ppecure”. Però se stessero attiénte pure ‘e lupe, pecché: “Chi semmena viénto raccoglie tempesta”, accussì comme ‘a ggente d’ ‘o Ssud nun s’ha dda scurdà ca “Nu populo falluto è nu populo fernuto”. E ppirciò, si propeto nun ce vônno cchiù ppe ccumpagne, pe vvìa ca nun ‘e ffacimmo currere bastantemente verzo l’Europa d’ ‘e ricchepellune, embé allicurdammoce ‘e n’urdemo pruverbio: “Cammisa ca  nun vo’ sta’ cu ttico, stracciala!”.

Un vocabolario Napoletano-Italiano per i ‘figli del popolo’

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UNA CLASSE ELEMENTARE DEL PRIMO NOVCENTO

Devo alla cortese segnalazione di un’amica se sono venuto a conoscenza di un prezioso esempio di sincera attenzione alla lingua napolitana ed ai ragazzi che ne facevano uso. Si tratta infatti di un raro volumetto datato 1910, edito dalla casa editrice Paravia e curato da un docente che si era adoperato per offrire un indispensabile strumento linguistico comparativo a coloro che frequentavano le scuole ‘primarie e secondarie inferiori’.[i]

Siamo nel primo decennio del XX secolo. L’unificazione politica della penisola italiana era stata realizzata solo una quarantina di anni prima e le scuole pubbliche del nuovo Regno d’Italia avevano più che mai bisogno di strumenti – sillabari, manuali, sussidiari, grammatiche – per affrontare la non facile opera di ‘italianizzazione’ di milioni di bambini e ragazzi, per i quali l’unica forma espressiva erano i propri idiomi regionali, normalmente solo parlati e declinati nelle rispettive numerose varianti locali.[ii]

Molto si è scritto e si è detto sulla colonizzazione de facto del Mezzogiorno d’Italia e sui gravi guasti apportati da una forzata piemontesizzazione di un territorio per secoli autonomo, sovrano, ricco di culture originali e, per tanti aspetti, addirittura più sviluppato e ricco del borioso Nord. Fiumi d’inchiostro sono stati versati sulle cause e sugli effetti della c.d. questione meridionale e sull’impatto negativo che questa indiscutibile nuova dominazione ha provocato su un meridione già di per sé diviso e problematico, deresponsabilizzato e reso subalterno da chi pretendeva d’imporgli un modello socio-culturale estraneo, mentre ne svalutava i valori e ne mortificava l’indipendenza.

Sappiamo bene che larga parte di questo processo è stato veicolato dall’imposizione di standard linguistici rigorosamente unitari, esaltando la lingua italiana e riducendo le parlate regionali a mere varianti, volgari e scorrette, dell’unico idioma comune nazionale.

Il supponente disprezzo per i dialetti locali e l’utilizzo della scuola pubblica come uno strumento per sgrossare l’espressione orale e scritta degli alunni/e fornendo come mezzo di comunicazione quella che, di fatto, era per loro una lingua straniera è un aspetto su cui altri si sono opportunamente soffermati, sottolineando che quest’azione richiedeva un insegnamento rigidamente normativo e sostanzialmente autoritario.

Tutto ciò premesso, d’altra parte, è stata per me una piacevole sorpresa scorrere le pagine di questo ingiallito manualetto, scritto oltre un secolo fa da Gaetano Ceraso, la cui prima edizione era stata pubblicata sotto gli auspici (per citare l’autore,”sotto l’autorevole protezione”) dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione, il famoso psichiatra Leonardo Bianchi.

Vocabolari che traducessero l’universo culturale e specificamente verbale della lingua napolitana in quella italiana, soprattutto in quel periodo, non erano certo numerosi. Nel 1887 era già stato pubblicato quello curato da Raffaele Andreoli [iii] e, ancor prima dell’unificazione, era stato dato alle stampe il “Vocabolario domestico Napolitano—Italiano compilato da Giuseppe Gargano[iv].

L’esigenza che spingeva Gaetano Ceraso a pubblicare il suo libro appare però di tipo eminentemente pratico in quanto, per usare la sua stessa espressione, “risponde ad un vero e sentito bisogno dell’epoca nostra” .[v]

Si trattava in effetti d’una necessità di ordine educativo-didattico, ispirata dagli stessi Programmi ufficiali del Ministero della P.I., che: “…raccomandano costantemente lo speciale riguardo alle forme dialettali che sono le più frequenti; ed è tanto grande l’importanza che si annette a questo indispensabile mezzo di arricchimento per raggiungere la cortigiana favella che in sull’Arno avanza certamente in bellezza e dignità tutti i dialetti d’Italia…” [vi].

Alle nostre orecchie questo richiamo alla ‘cortigiana favella’ fiorentina ed alla sua speciale ‘bellezza e dignità’ suona senz’altro retorico e anche un po’ servile. Se si legge con un po’ di attenzione, però, risulta chiaro che, per Ceraso, il ‘riguardo’ alle forme dialettali riservato dalla regia scuola unitaria non è lo strumento d’una forzata rieducazione linguistica degli alunni, bensì un ‘mezzo di arricchimento’ lessicale in sé.

Lo stesso Italiano da insegnare, del resto, non sembra affatto posto su un ideale podio come ‘lingua’ contrapposta ai volgari e corrotti ‘dialetti’, ma piuttosto considerato il più ‘degno’ tra i vari dialetti della nostra penisola.

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LEONARDO BIANCHI

Continuando a leggere l’avvertenza di Ceraso ai suoi lettori, ci s’imbatte poi in una citazione tratta dai suddetti Programmi ministeriali che incrina un po’ la nostra comprensibile diffidenza:

L’esempio prima, la regola poi: è questo il vecchio aforisma pedagogico in ogni caso applicabile; dalla correzione degli errori comuni e specialmente dialettali, che sono i più frequenti, il maestro faccia pervenire gli alunni alla conoscenza chiara delle regole e procuri che queste si fermino bene nella mente facendo sì che gli alunni stessi le applichino ad una serie di esempi loro proposti, o meglio da essi trovati”. [vii]

Sicuramente siamo ancora lontani da una didattica attiva ed interattiva dell’educazione linguistica, ma direi che lo siamo ancor più da un insegnamento cattedratico e meramente normativo. Si fa esplicito riferimento al principio in base al quale l’esempio precede la regola e si invitano gli insegnanti a ribadire le norme linguistiche non in maniera fredda e puramente mnemonica, ma sollecitando gli scolari a partecipare in prima persona alla ricerca degli esempi.

L’aspetto che m’interessa di più, inoltre, è che da questo vocabolarietto non trasuda affatto la spocchia di chi pretenderebbe d’imporre la lingua egemone a dei subalterni, ma una sincera e direi cordiale attenzione alle espressioni tipiche del Napolitano, che l’autore dimostra di ben conoscere e praticare. Insegnare l’Italiano, in questa prospettiva, non sembra derivare dall’esigenza colonialista di sradicare l’espressione del popolo napolitano, semmai dall’intento di procedere da essa verso una conoscenza linguistica più articolata e soprattutto comune. E questo perché, come scriveva Ceraso: “…non è possibile conoscere tutta quanta la virtù della lingua se non studiando e cercando l’idioma del popolo; e frugando in esso si troverà il vero e natio vocabolo per ogni necessità del pensiero con vantaggio della brevità e della chiarezza…”. [viii]

Sinceramente sarei ben contento se queste affermazioni fossero contenute in un testo attuale di educazione linguistica, dove semmai si riserva un distratto capitoletto ai ‘dialetti d’Italia’, più per doverosa completezza del manuale che per un effettivo convincimento dell’utilità di un approfondimento di ciò che Ceraso chiamava ‘idioma del popolo’.

Il ‘vero e natio vocabolo per ogni necessità del pensiero’ è quello che l’antropologia culturale e l’ecologia linguistica ci hanno insegnato a considerare un patrimonio originale e prezioso da studiare e salvaguardare. Il persistente disinteresse – o peggio disprezzo – per gli idiomi regionali e dialettali – a distanza di 107 anni dalla pubblicazione del vocabolario di Ceraso – ci mostra viceversa quanta strada bisogna ancora percorrere per affermare la piena dignità di una lingua come il Napolitano.

Un’ultima osservazione che mi viene spontanea scorrendo il testo di Ceraso riguarda la sua lodevole insistenza sull’importanza della ricerca etimologica, a partire da quella sui sinonimi e dalla volontà di stabilire i necessari legami logici fra famiglie lessicali. Anche in questo caso egli cita le raccomandazioni dei Programmi ministeriali:

Il Maestro esperto può anche …esercitare gli alunni nella ricerca dei sinonimie dei derivati, riuscendo da un lato molto dilettevole anche ai giovinetti di scoprire , tra parole e parole, parentele cui essi non avrebbero mai pensato; questa ricerca fatta con abilità conduce gli alunni a trovare, colla guida del maestro, famiglie di vocaboli, le quali abbiano qualche estensione.” [ix]

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IL TESTO DI R. ANDREOLI

Anche in questo caso, se si considera quanto poco nelle scuole italiane ci si soffermi  tuttora sulla ricerca etimologica e sull’individuazione di famiglie lessicali e campi semantici, penso che le indicazioni che emergono da questo vecchio testo dovrebbero indurci a fare di più e meglio in direzione di un’educazione linguistica meno normativa e più ancorata allo studio degli usi linguistici ed al rispetto per gli idiomi avvertiti come antecedenti rispetto alla lingua nazionale.

E’ una questione di civiltà ma, ancor di più, di democrazia e di apertura mentale.

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[i] Gaetano Ceraso, Vocabolario napoletano-italiano e dizionarietto dei sinonimi: preceduti da un cenno storico sull’origine di Napoli, per gli alunni delle scuole primarie e secondarie inferiori, approvato dalle Commissioni previnciali schostiche di Napoli e Salerno, Torino-Roma, Paravia, 1910 (III ediz.).

[ii] Vedi: Tullio de Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Bari, Laterza, 2017 . Cfr. anche: ANPI Lissone,  La funzione della scuola dopo l’Unità d’Italia > http://anpi-lissone.over-blog.com/article-la-funzione-della-scuola-dopo-l-unita-d-italia-67260283.html .

[iii] Raffaele Andreoli, Vocabolario Napoletano-Italiano, Trino-Roma, G.B. Paravia, 1887 > https://www.librerianeapolis.it/libri-84159/34-dialetto/4281-vocabolario-napoletano-italiano-raffaele-andreoli

[iv] Giuseppe Gargano, Vocabolario domestico Napolitano-Italiano, Napoli, N. Pasca, 1841 > https://books.google.fr/books?id=519JAAAAMAAJ&printsec=frontcover#v=onepage&q&f=false

[v] G. Ceraso, op. cit., “Al lettore”, s.p.

[vi]   Ibidem

[vii]  Ibidem

[viii] Ibidem

[ix]  Ibidem