Ecolinguistica: un campo inesplorato da coltivare

Un ambito interdisciplinare da esplorare

In Italia la sensibilità verso gli studi di ecologia sembra meno sviluppata che in altri paesi, anche perché resta ancora non del tutto sanata la tradizionale frattura fra discipline scientifiche ed umanistiche. Questo “anacronistico equivoco intellettuale”, per citare Odifreddi, ha creato e continua a determinare un’artificiosa barriera all’interno della universitas studiorum, spezzando l’unità della cultura e finendo col contrapporre due diverse letture del mondo. Ecco perché il connubio concettuale racchiuso nell’espressione ecolinguistica appare poco significativo alla maggioranza di coloro che pur si occupano di ecologia o di linguistica. È come se lo si considerasse uno studio d’importazione, riservato a pochi eletti, un terreno di ricerca troppo specifico ed accademico e per di più con scarse ricadute pratiche. Ebbene, credo che vada sfatato anche questo più specifico ‘equivoco intellettuale’, accordando finalmente alla ecologia linguistica più attenzione e maggiori occasioni di studio e di ricerca. L’ecologia scientifica, infatti, ha sicuramente bisogno del contributo dell’analisi ecolinguistica e sociolinguistica per comprendere i meccanismi mentali e sociali che – oltre quelli strutturali – continuano a frenare il processo di cambiamento, pur nell’accresciuta consapevolezza del disastro ambientale e delle sue cause.

Troviamo una definizione di cosa s’intende col termine ecolinguistica nella pagina d’accoglienza del sito web della I.E.A (International Ecolinguistics Association), rete universitaria che collega ben 800 ricercatori a livello mondiale.

L’ecolinguistica esplora il ruolo del linguaggio nelle interazioni che sostengono la vita degli esseri umani, delle altre specie e dell’ambiente fisico. Il primo scopo è sviluppare teorie linguistiche che vedano gli esseri umani non solo come parte della società, ma come parte di ecosistemi più vasta, da cui dipende la vita. Il secondo scopo è mostrare come la linguistica possa essere usata per affrontare questioni-chiave ecologiche, dal cambiamento climatico ed alla perdita di biodiversità fino alla giustizia ambientale. (I.E.A. Home).

Nell’introduzione ad un corso promosso dalla I.E.A. – che sintetizza il contenuto dei nove capitoli del manuale di Arran Stibbe (2015)sispiega che è compito dell’analisi ecolinguistica rivelarci le ‘storie’ che viviamo, analizzandole dal punto di vista ecologico con un fine che non è puramente teorico, in quanto vuol metterci in grado di resistere alle narrazioni che danneggiano il nostro mondo e d’inventarne di nuove, alternative.  L’ecologia linguistica ci aiuta ad inquadrare tali ‘storie’ in una determinata filosofia ecologica, un insieme di valori riguardanti le relazioni tra l’uomo, le altre specie animali e l’ambiente fisico di cui fanno parte. Si tratta di analizzare in che modo una certa cultura c’induce a pensare tali relazioni e, conseguentemente, ad agire. Verbo, è bene precisarlo, che non si riferisce all’azione in senso stretto, ma anche all’interazione linguistica, secondo una visione pragmatica della lingua, che non si limita a ‘dire’ ma è anche capace di ‘fare’. Le narrazioni della nostra realtà, infatti, sono vere e proprie ‘riserve di valori’, intessute non solo di ‘fatti’ ma intimamente caratterizzate da ideologie di fondo, metafore, valutazioni e perfino da significative omissioni.

Il manuale citato, a tal proposito, fa l’esempio di alcune narrazioni del mondo che hanno segnato il nostro rapporto con l’ambiente, relative ad alcuni concetti basilari. È il caso di parole-chiave come ‘prosperità’ – che ha promosso l’arricchimento come acquisizione di bene e di denaro – ‘sicurezza’ – che ha contribuito a sviluppare relazioni di dominio e strutture violente al loro servizio, come pure altri termini che ci presentano un mondo ridotto a materia e meccanismi, caratterizzato dalla centralità dell’uomo e dal suo assoluto dominio sulle altre specie, indiscutibile e senza limiti. Utilizzare l’analisi linguistica per rivelare le stratificazioni ideologiche dietro le nostre storie può aiutarci a capire come e quanto esse influenzino la nostra visione della realtà, alimentando un modello di sviluppo insostenibile ed iniquo. Comprendere quanto simili narrazioni possano rivelarsi distruttive da un punto di vista ecologico, inoltre, ci rende più consapevoli e capaci di cambiare rotta in senso costruttivo, anche attraverso l’impiego d’una ben diversa modalità linguistica.  Parafrasando uno dei primi studiosi di ecolinguistica, l’inglese M.A.K. Halliday (Halliday, 2003), c’è una ‘sindrome di caratteristiche grammaticali’ che contribuisce a costruire la realtà in modi che non fanno bene alla nostra salute né al nostro futuro come specie.

Nell’attuale cultura dominante, però, scarsa l’attenzione è stata riservata a questo ambito della ricerca, come se si trattasse di elucubrazioni mentaliste, mentre l’insostenibilità del nostro mondo richiederebbe interventi correttivi di stampo scientifico, tecnologico o, al massimo, economico. Il problema è che non siamo ancora del tutto consapevoli che il linguaggio non è solo rappresentazione di una realtà, ma contribuisce a costruirla e determinarne le caratteristiche.  Ecco perché studiare quella ‘sindrome di caratteristiche grammaticali’ sarebbe molto importante per liberarci dai meccanismi culturali inconsci che influenzano le nostre scelte, anche in campo ambientale.

Un campo di studi linguistici da coltivare

Nel suo libro sull’approccio ecolinguistico alla ‘analisi critica del discorso’ riguardante uomo e ambiente, Arran Stibbe stabilisce alcuni punti fondamentali cui attenersi:

a) L’attenzione si concentra sui discorsi che hanno (o potenzialmente hanno) un impatto significativo non solo sul modo in cui le persone trattano le altre persone, ma anche su come trattano i sistemi ecologici più ampi da cui dipende la vita.

b) I discorsi vengono analizzati mostrando come gruppi di caratteristiche linguistiche si uniscono per formare particolari visioni del mondo o “codici culturali” […]

c)  I criteri in base ai quali le visioni del mondo vengono giudicate derivano da una filosofia ecologica (o ecosofia) esplicita o implicita. Un’ecosofia è informata sia da una comprensione scientifica di come gli organismi (compresi gli esseri umani) dipendono dalle interazioni con altri organismi e da un ambiente fisico per sopravvivere e prosperare, sia da un quadro etico per decidere perché la sopravvivenza e la prosperità sono importanti […]

d) Lo studio mira a esporre ed a suscitare attenzione su discorsi che sembrano essere ecologicamente distruttivi […] o in alternativa a cercare di promuovere discorsi che potenzialmente possano aiutare a proteggere e preservare le condizioni che supportano la vita […]

e) Lo studio è finalizzato all’applicazione pratica attraverso la sensibilizzazione al ruolo del linguaggio nella distruzione o protezione ecologica, informando le politiche, caratterizzando lo sviluppo educativo o fornendo idee che possono essere utilizzate per ridisegnare testi esistenti o per produrre nuovi testi in futuro. (Stibbe, 2014).

Con l’espressione ’analisi critica del discorso’ (in inglese: CDA – Critical Discourse Analysis) si fa riferimento ad un approccio sociolinguistico che si è diffuso negli anni ’90, la cui matrice filosofica si ispirava a precedenti riflessioni di Michel Foucault sul potere delle parole. L’ACD si occupa di mettere in luce le relazioni che intercorrono tra il potere ed i testi finalizzati all’informazione e alla formazione delle persone e delle comunità. Si tratta di discorsi pubblici veicolati dai media, di cui la linguistica ci aiuta ad analizzare le caratteristiche testuali, come la gerarchia degli argomenti trattati, gli espedienti retorici utilizzati, il tipo di argomentazione e le caratteristiche espressive.

Il primo luogo comune da sfatare è che il linguaggio rispecchi la realtà, mentre in larga parte contribuisce a crearla, o quanto meno a determinarla. Ecco perché anche i ‘discorsi’ sulle questioni ambientali non vanno sottratti all’analisi critica, in modo da svelare valori e visioni della vita che influenzano pesantemente tali narrazioni e contribuiscono a formare la c.d. ‘opinione pubblica’.  L’approccio ecolinguistico, dunque, è fondamentale per diventare consapevoli dell’interazione tra lingua, parlanti ed ambiente (fisico e sociale) che ne costituisce il contesto e, in generale, dei rapporti tra uomini, società e natura.  

Ma se il termine ‘ecolinguistica’ è usato in senso lato, bisogna distinguere al suo interno impostazioni e finalità abbastanza diverse, in base al rapporto tra i due elementi che lo compongono. Quando le conoscenze linguistiche servono ad analizzare e demistificare le ‘storie’ relative alle problematiche ambientali, siamo più nell’ambito di una linguistica ecologista. Quando invece i principi ecologici sono applicati all’analisi dei fenomeni sociolinguistici, rientriamo maggiormente nell’ambito dell’ecologia del linguaggio.

Quest’ultima, infatti, si occupa della salvaguardia della diversità linguistica e dei rischi cui va incontro una società caratterizzata dall’omologazione linguistica, che consolida il potere delle culture dominanti, cancellando antichi patrimoni di sapere e specificità espressive.

L’ecolinguistica è quella branca della linguistica che tiene conto degli aspetti dell’interazione, tra lingue, tra parlanti, tra comunità linguistiche o tra lingue e mondo, e che, al fine di promuovere la diversità dei fenomeni e le loro relazioni, si adopera in favore del piccolo (Fill, 1993: 4)

Questo approccio risulta naturalmente più vicino alla sensibilità ecologista, in quanto applica alle lingue la stessa attenzione protettiva che le organizzazioni ambientaliste prestano alle minacce alla diversità biologica. La diversità linguistica, in tale contesto, è percepita non soltanto come valore fondamentale sul piano culturale e sociale, ma anche come fattore di equilibrio in un mondo dominato dal pensiero unico, dall’omologazione e dalla globalizzazione economica, caratteristiche che Vandana Shiva aveva efficacemente sintetizzato nell’espressione  “monoculture della mente” (Shiva, 1995).

Nel saggio “Lingue soffocate” – pubblicato nel 2004 dall’Associazione VAS Verdi Ambiente e Società –   già sedici anni fa mi ero occupato di questo problema, soffermandomi sulla crisi ecolinguistica di cui pochi – ambientalisti e linguisti – sembravano prestare attenzione. Proseguendo il discorso iniziato due anni prima sull’educazione alla tutela della diversità culturale come estensione della salvaguardia della biodiversità (Ferraro, 2002), la mia attenzione si era focalizzata sulla grave perdita di diversità linguistica provocata da un modello di sviluppo accentratore e omologatore.

Dopo un lungo periodo di militanza ambientalista ed ecopacifista, la consapevolezza dei rischi derivanti dalla crescente perdita di biodiversità m’induce a riproporre l’esigenza di una ‘ecologia della lingua’ che esca dalle aule universitarie e dalle stesse ricerche sul campo degli studiosi, per diventare acquisizione comune di un movimento ecologista finora poco sensibile a tali tematiche. Come nel caso dell’ecopacifismo, però, non basta sommare sbrigativamente battaglie ambientaliste sociali e culturali, ma bisogna saldare queste dimensioni, a partire dalla constatazione che […] il mantenimento della lingua fa parte dell’ecologia umana, e che la difesa della biodiversità non è una battaglia settoriale, ma l’affermazione di una filosofia di vita complessivamente alternativa. (Ferraro, 2004: 8).

L’ecolinguistica come veicolo di cambiamento

Gli studi ecolinguistici, però, non devono restare confinati in ambito accademico, come ricerche finalizzate solo alla comprensione delle dinamiche socio-ambientali esistenti e non all’impegno per cambiare l’interazione cogli ecosistemi, di cui stiamo minacciando i delicati equilibri e, con essi, la nostra stessa sopravvivenza come specie.

Sul piano della linguistica ecologista, Arran Stibbe si è soffermato sul peso che un certo modo di ‘inquadrare’ linguisticamente la realtà influisca fatalmente sulla lettura che ne diamo, perpetuando stereotipi e certezze aprioristiche che impediscono proprio quel cambiamento. L’uso del framing, appunto, ‘inquadra’ le questioni ambientali all’interno di una struttura mentale predefinita. In tal senso, sono utilizzati spesso ‘pacchetti di conoscenza generale’ per inquadrare un problema ecologico, come il riscaldamento globale, ora come questione ambientale da risolvere, ora come minaccia alla sicurezza da fronteggiare, ora come situazione spiacevole oggettiva cui dovremmo adattarci.

”La natura è una risorsa” è stata fornito come esempio di inquadramento ‘distruttivo’ poiché le risorse sono preziose solo se vengono o saranno consumate; non hanno valore se lasciate a se stesse per sempre. Ciò contraddice l’ecosofia di questo libro, che attribuisce considerazione etica alla vita e al benessere di altre specie […] l’inquadramento ‘sviluppo’, che in origine era un tentativo altruistico di alleviare la povertà nei paesi poveri, è invece finito come ‘crescita sostenuta’, cioè un tentativo di massimizzare la crescita economica nei paesi ricchi a danno dei poveri. (Stibbe, 2015)

Il parametro usato da Stibbe per classificare e valutare queste narrazioni antropocentriche ed utilitaristiche è il danno che esse provocano agli ecosistemi, per cui la loro ‘distruttività’ risulta direttamente proporzionale alla loro minaccia alle specie ed all’ambiente in genere. Sarebbe invece positivo un inquadramento linguistico alternativo di tali problematiche, che incoraggiasse atteggiamenti e comportamenti di  protezione ambientale, riportando l’attenzione sulla natura in sé, non come ‘risorsa’ da sfruttare.

L’utilizzo di un determinato codice linguistico, d’altra parte, ha fatto sempre parte dell’armamentario utilizzato dalle classi e nazioni dominanti per controllare quelle subalterne e mantenerle asservite. Valeva per le civiltà antiche – come quella greca e romana – ma è innegabile che l’utilizzo delle lingue resti tuttora uno strumento per sancire una gerarchia socio-politica che subordini alcuni soggetti sociali ad altri. Un grande scrittore distopico come George Orwell, infatti, nel suo celeberrimo ‘1984’ ha inquadrato perfettamente la decostruzione e ricostruzione del codice linguistico di una comunità come uno degli elementi cardine per realizzare e mantenere una dittatura globale e totale.

Il fatto è che l’inquietante modello unico di economia di società e di cultura profetizzato da Orwell ci si sta materializzando sempre più davanti. Non a caso quella “età del livellamento, della solitudine, del Grande Fratello e del Bispensiero” era caratterizzata dalla repressione della diversità linguistica e dalla diffusione forzata di una lingua standardizzata, ridotta all’essenziale, volutamente inespressiva. (Ferraro, 2004: 3)

Dominare il linguaggio di un soggetto collettivo significa dominarne il pensiero e le scelte, ma tale regola vale sempre e comunque anche per ciò che concerne le questioni ambientali. È dunque indispensabile occuparsi di più e meglio di come il livellamento linguistico e l’utilizzo di determinati ‘inquadramenti’ ci stiano condizionando, confermando quindi l’attuale modello di sviluppo come l’unico possibile ed auspicabile. La stessa contrapposizione tra ‘sviluppo’ e ‘protezione ambientale’ è prova di questa mistificazione logico-linguistica, che insiste ossessivamente sul concetto di ‘crescita’ come fattore di benessere cui non possiamo rinunciare. La stessa crisi ecologica, paradossalmente, è spesso affrontata come se la soluzione consistesse nel reperire maggiori e più potenti strumenti economici scientifici e tecnologici, consolidando il modello antropocentrico, scientista e tecnocratico che sta alla radice del problema.

Una seconda antitesi è tra ‘crescita’ e ‘povertà’, come se non fosse stato proprio il sistema economico capitalista ed il modello crescista di sviluppo ad allargare la frattura fra un piccolo mondo ricco e potente ed una larga parte di umanità sempre più povera, fragile e subalterna. Non è un caso che occuparsi di giustizia sociale e di uguaglianza di diritti spesso sia stato strumentalmente contrapposto alla preoccupazione dei movimenti ambientalisti per la preservazione della natura e la tutela degli ecosistemi. Ma, come ha giustamente sottolineato un ecologista sociale come Antonio D’Acunto:

Si pone ora sempre più urgente la necessità superiore non solo di rallentare la catastrofe, ma di invertire il futuro dell’umanità, con il suo modello culturale, economico, produttivo e sociale, verso il Pianeta della vita e della biodiversità, liberandolo dal cancro dello sfruttamento tra gli uomini e verso la natura. (D’Acunto 2019: 45)

In tale direzione eco-socio-linguistica va la riflessione di uno studioso argentino, Diego L. Forte, che considera l’ecolinguistica terreno per una ‘nuova lotta di classe’. Integrando strumenti squisitamente linguistici, come l’analisi critica del discorso, con quelli della sociolinguistica, egli ritiene possibile andare oltre i tradizionali parametri della lotta di classe, aprendosi a tutte le disparità sociali che nascono dall’egemonia di alcuni soggetti su altri, fra cui quelle etniche e quelle di genere.

La decostruzione e la proposta alternativa, quindi, devono nascere dal ripensamento del concetto di classe: non si può più pensare alle classi sociali come le intendeva Marx, gli oppressi non possono continuare ad agire da soli. Molti movimenti stanno prendendo coscienza della necessità di unire gli sforzi per combattere lo stesso oppressore. L’idea di un’integrazione delle lotte basata su una rielaborazione dovrebbe essere il nuovo passo per gli studi critici. […] nuovi discorsi e storie devono guidarci, ma, senza mettere in discussione i sistemi egemonici, questi cambiamenti non possono aver luogo. […] Il cambiamento delle storie è certamente la via d’uscita, ma le nuove storie non sostituiscono automaticamente quelle vecchie. I cambiamenti arbitrari derivano dalla lotta di classe e il passaggio da una narrazione all’altra implica necessariamente questa lotta, che noi sosteniamo debba essere ridefinita. Questa è la lotta cui deve partecipare l’ecolinguistica.  (Forte 2020: 13-14)

Ecologia delle lingue: una questione spinosa

Nei citati saggi del 2002 e 2004 mi ero occupato di come l’ecologia delle lingue  contrasti la perdita delle diversità linguistiche e culturali causate dalla globalizzazione, mostrandone il parallelismo con l’impegno ambientalista per difendere e promuovere la diversità biologica, minacciata da un modello di sviluppo predatorio ed iniquo.

Ecco perché, così come si parla di biodiversità a tre diversi livelli (genetica, di specie ed ecosistemica) sembra importante allargare il discorso alla salvaguardia…della diversità culturale degli esseri umani, visti come individui, come etnie e come comunità socio-politiche, adoperandosi per la salvaguardia delle varie specificità etnico-culturali, non solo come strumento contro la predominanza delle classi egemoni, ma come tutela dell’identità culturale d’intere popolazioni e come difesa dell’antropodiversità dall’azione omologante e riduttiva della globalizzazione. (Ferraro, 2002: 38-39).

Il mio impegno ecolinguistico – che scaturiva dalla necessità di realizzare quanto sancito dall’UNESCO sul diritto alla diversità linguistica, che va non solo tutelata ma ‘incoraggiata’ (UNESCO, 2000, art. 5) – si è poi consolidato, in seguito ad approfondimenti teorici ed alla militanza in un’associazione ambientalista che ha fatto propria questa impostazione. Infatti, a livello regionale furono promosse in Campania cinque edizioni della Festa VAS della Biodiversità’, con sessioni dedicate proprio alla tutela della diversità culturale, intesa come risorsa e non come problema. 

Il mio saggio “Voci soffocate” – presentato in occasione dell’edizione 2004 di quell’evento – riecheggiava nel titolo un testo fondamentale per comprendere il peso che l’ecologia delle lingue dovrebbe avere in una transizione ecologica che sappia integrare i saperi scientifici con quelli umanistici, per realizzare una società più giusta e rispettosa degli equilibri vitali.  ‘Vanishing Voices. The Extintion of World’s Languages’, saggio scritto da un antropologo e da una linguista (Nettle – Romaine, 2002), ha ispirato la mia riflessione sulle lingue che spariscono o sono comunque minacciate dall’omologazione e stanno perdendo la loro caratteristica di specchio e di veicolo di specifiche identità socioculturali.

Di fronte all’accelerazione del processo di scomparsa delle espressioni linguistiche locali – e dei saperi che esse trasmettono – linguisti, antropologi ed ecolinguisti stanno adoperandosi per preservare in ogni modo questo patrimonio, documentandolo per mezzo dei più moderni e tecnologici strumenti disponibili, studiandone le specificità glottologiche, stampandone vocabolari e testi che ne documentino le caratteristiche culturali originali. (Ferraro, 2004: 5)

Tutelare il diritto delle minoranze etnolinguistiche, nel tempo, si è rivelato più agevole che salvaguardare e garantire un futuro a lingue considerate comunque ‘minoritarie’ o ‘regionali’, che non rischiano l’estinzione bensì l’accantonamento, lo snaturamento e la corruzione sul piano lessicale, grammaticale ed ortografico. Basti pensare che in una realtà nazionale come quella italiana le disposizioni legislative a tutela di minoranze etniche hanno preceduto di mezzo secolo quelle emanate a protezione di espressioni linguistiche considerate secondarie e localistiche rispetto alla lingua nazionale. 

 Il divario fra le cosiddette minoranze ‘riconosciute’ e quelle ‘non riconosciute’ era diventato sempre più ampio, poiché le prime avevano potuto godere …di provvedimenti che andavano ad incidere positivamente sui diritti linguistici dei parlanti, le altre invece, o non avevano ricevuto nessun tipo di sostegno da parte delle istituzioni, oppure avevano potuto disporre solamente di interventi regionali di carattere culturale che, oltre a non evitare i fenomeni di assimilazione linguistica, privilegiavano spesso gli aspetti più strettamente folkloristici delle identità minoritarie. (Cisilino, 2004: 176)

Fa riflettere il fatto che il riconoscimento ufficiale dell’Italiano come lingua nazionale – non sancito nella Costituzione repubblicana – sia stato paradossalmente introdotto proprio dall’art. 1 della legge n. 482 del 1999, che dettava “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”. Da allora, grazie alla pur tardiva sottoscrizione da parte dell’Italia della Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 2003, ma soprattutto all’attivismo di studiosi e appassionati, sono stati fatti passi avanti, anche se in modo scoordinato e spesso con accenti che, più che ai principi d’un federalismo ecologista e verde, apparivano ispirati ad un autonomismo identitario.

Nella regione Campania, ad esempio, il Consiglio Regionale aveva registrato negli ultimi decenni la presentazione di varie proposte di legge sulla tutela della lingua napolitana. Mentre alcune di esse insistevano solo sull’aspetto identitario, con toni nazionalistici e lo sguardo nostalgicamente rivolto alla conservazione d’un illustre passato da rivalutare, altre si aprivano ad un pluralismo che non escludeva la protezione di altre espressioni linguistiche locali, per non riprodurre regionalmente il modello accentratore dell’idioma standardizzato. Per questo motivo, come accade nella dinamica dei contesti politico-istituzionali, la proposta di legge presentata in Campania dai Verdi (alla cui stesura avevo dato il mio contributo personale), ha dovuto fare i conti con un’analoga proposta della destra. Il testo approvato lo scorso anno dal Consiglio Regionale (L.R. Campania n. 19/2019) è stato pertanto frutto di un compromesso tra due visioni differenti del problema, finendo col restringere la tutela al solo patrimonio linguistico del Napolitano ed accentuando il peso del mondo accademico in questo processo, anziché aprire ad una pluralità di soggetti pur esperti in materia.

In una interessante tesi di laurea magistrale in Filologia e Letteratura Italiana, discussa nell’a.a. 2012-13 all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è affrontato approfonditamente il concetto di “sostenibilità linguistica”, con particolare attenzione al pluralismo linguistico ed in riferimento a differenti scuole di pensiero in ambito ecolinguistico internazionale. Dal raffronto tra vari modelli presi in esame – quello ecosociale del catalano Alberto Bastardas Boada (Bastardas Boada, 2013), quello francofilo del tunisino Claude Hagège (Hagège, 1999)  e quello anglosassone dei citati Daniel Nettle e Susanne Romaine (Nettle e Romaine, 2001) – il candidato metteva criticamente in luce alcuni aspetti contraddittori, in modo particolare nel primo caso, riferendoli poi anche al dibattito nel contesto glottologico italiano.

Quando Bastardas Boada elenca i cinque punti che dovrebbero servire da guida per la sostenibilità…sembra quasi che egli abbia in mente un mondo composto da migliaia di gruppi umani autonomi, tendenzialmente omogenei ed impermeabili verso l’esterno, che possano arbitrariamente decidere di usare la loro lingua per tutti gli ambiti […] A ciò va aggiunto l’auspicio del linguista catalano di veder riconosciuto a tutti gli idiomi minoritari lo status di lingue ufficiali. Tale proposta, se da un lato dovrebbe prevedere un minimo di standardizzazione degli idiomi in questione, dall’altro, e proprio per questo, avrebbe un effetto negativo, ad esempio, sui dialetti di quegli stessi idiomi, poiché, come afferma Hagège, standardizzare una lingua significa automaticamente screditare le sue varietà. (Perin, 2013: 113-114)

Questa osservazione, peraltro legittima, è stata ripresa in riferimento ai tentativi di diffondere in Italia un modello plurilinguistico che, si obbietta, contraddirebbe se stesso quando pretende d’istituzionalizzare solo determinati idiomi, servendosi di strumenti artificiali, come quelli legislativi. Ma è davvero così?

Ecolinguistica, ecopacifismo ed irenolinguistica

La contraddizione tra la visione multiforme e policentrica di chi sostiene il diritto ad una libera espressione linguistica e il perseguimento della ‘normalizzazione’ istituzionale di tale diritto, col rischio di proteggere e valorizzare solo alcuni idiomi a discapito di altri, è un problema che l’ecologia delle lingue deve affrontare. D’altra parte, non è accettabile che si contrappongano strumentalmente diverse ipotesi ecolinguistiche, quando esistono soluzioni intermedie cui ricorrere per garantire una effettiva ‘sostenibilità linguistica’.

Ad esempio, in uno studio citato dalla stessa tesi (Dell’Aquila e Iannàccaro, 2004), si spiega come tale ‘pianificazione linguistica’ istituzionale possa essere declinata in più modi e con diverse sfumature. Esse vanno dal Language revival (che tenta di riportare in uso lingue poco parlate), alla Language revitalization (che incrementa le funzioni di una lingua minacciata, migliorandone lo status), passando per il Reversing language shift (che dà un sostegno a livello comunitario a lingue poco praticate dalle nuove generazioni) ed arrivando al Language renewal (per garantire che almeno alcuni componenti di una comunità continuino ad apprenderle ed utilizzarle).

Tali modalità di pianificazione resterebbero comunque operazioni artificiose d’ingegneria sociolinguistica se non fossero sostenute ed accompagnate da un effettivo impegno sociopolitico e culturale per rivitalizzare il rapporto di una comunità col suo territorio e per preservarne l’integrità ambientale. Il vero conflitto, infatti, non è tanto quello tra lingue egemoni e idiomi locali relegati ad espressioni inferiori, condannate al deperimento o alla scomparsa. È lo stesso modello di sviluppo attuale che non consente il mantenimento del pluralismo culturale e linguistico, confliggendo anche con una prospettiva di economia decentrata, di sviluppo comunitario e policentrico, di equità di diritti e di protagonismo sociale. Ecco perché l’ecolinguistica non dovrebbe svilupparsi come terreno di studio a sé stante, ma andrebbe integrata in una complessiva alternativa ecologista, globale nei principi e locale nelle azioni.

In quale direzione oggi va il nostro mondo? Verso i valori della Età dell’oro – umanità, socialità, comunione dei beni naturali, pace e nonviolenza, amore per la Madre Terra […] o verso il distacco sempre più profondo da tali valori? […] Dominano l’idea e la pratica che il Pianeta è dell’uomo che vive oggi e non delle future generazioni, e – nella stessa filosofia di forza e di potere tra le specie – di quell’uomo che è più forte e potente, capace di sfruttare fino in fondo ogni risorsa. (D’Acunto, 2019: 94)

La necessaria diffusione dei principi e delle varie tecniche operative di studi di per sé interdisciplinari come quelli ecolinguistici, pertanto, andrebbe inserita in un progetto più ampio, di cui faccia parte anche l’ecopacifismo, altro aspetto piuttosto trascurato dal movimento ambientalista o banalizzato a mera alleanza tattica con quello pacifista.

In uno scritto del 2014 avevo ipotizzato una saldatura meno strumentale, partendo dalla considerazione che la logica di accumulazione e dominazione, tipica del modello di sviluppo capitalista, genera sia lo sfruttamento dei beni naturali e la devastazione ambientale, sia il sistema di militarizzazione e guerra del complesso militare-industriale.  

I. L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alla lotta per la difesa degli equilibri ecologici ed alla opposizione al militarismo ed alla guerra. Con questo termine andrebbe invece caratterizzata un’impostazione etico-politica ed un programma costruttivo globale, nei quali la nonviolenza si manifesti sia nella salvaguardia dell’ambiente naturale e di tutte le forme di vita, sia nella ricerca di alternative costruttive ai conflitti.  II. L’ecopacifismo non è una dottrina politica ma neanche una semplice strategia d’azione. Sullo sfondo della proposta ecopacifista, infatti, si delinea un ben preciso modello di convivenza e di sviluppo economico-sociale. La sua caratterizzazione ecosocialista, autogestionaria ed antimilitarista è riconducibile alla tradizione etico-religiosa dell’Ahimsa gandhiana, alla nonviolenza laica di pensatori come Capitini ed anche alle proposte di pacifisti di matrice anticapitalista e terzomondista.  (Ferraro, 2014: 4)

I fenomeni di marginalizzazione sociale e di controllo centralistico della società, tipici di un modello economico che ha compromesso gli equilibri ecologici per sete di conquista e di dominio, sono alla base anche della progressiva eliminazione delle diversità culturali e linguistiche. Ma il pervasivo imperialismo militarista e guerrafondaio, che si affianca a quello economico tutelandone gli interessi globali, è ugualmente un frutto di quel sistema.

Secondo un’ottica nonviolenta, i conflitti non devono essere esorcizzati né occultati, ma rivelati, analizzati e possibilmente trasformati, o meglio ‘trascesi’, mutuando l’espressione usata da Johan Galtung (Galtung 2000) per caratterizzare e diffondere il suo metodo.  Per affrontare la triade alla base di tutti i conflitti (atteggiamenti e comportamenti ostili ed interessi contrapposti), infatti, egli ipotizzava che si debba far riferimento al triangolo costruttivo empatia-nonviolenza-creatività.

Ma se l’educazione alla pace e l’azione per la pace sono finalizzate al superamento costruttivo di conflitti altrimenti distruttivi, anche in ambito sociolinguistico ed ecolinguistico si potrebbe andare nella medesima direzione. Una comunicazione nonviolenta ha bisogno di strumenti ecolinguistici – come l’analisi critica del discorso – che rendano consapevoli dei pregiudizi e degli inquadramenti ideologici che alimentano i conflitti. Deve ipotizzare anche una modalità comunicativa alternativa, che usi il potere delle parole non per distruggere, ma per costruire relazioni positive fra individui e comunità.

Anche su questo terreno, già dai primi anni ’80 avevo provato a portare un contributo, ipotizzando una ‘educazione linguistica nonviolenta’ (Ferraro, 1984) che, se da un lato svelasse e denunciasse l’uso negativo della comunicazione linguistica, per fini di contrapposizione e di dominio, dall’altro proponesse una modalità di comunicazione positiva, costruttiva e creativa. Le metafore da me utilizzate erano le finestre contrapposte alle persiane, i ponti contrapposti ai muri e le colombe contrapposte alle civette.

Le mie Otto tesi per l’Educazione linguistica nonviolenta (ELN) cercavano di far luce su funzioni e disfunzioni del linguaggio umano, utilizzabile sia in positivo sia in negativo. Il percorso proposto si basava sulle tre principali funzioni del linguaggio: cognitiva, sociale ed espressiva. […] L’ELN propone di riaprire questa finestra sul mondo, eliminando al massimo deformazioni, equivoci ed ostacoli alla comunicazione interpersonale e riaprendo il flusso di una comunicazione che, già etimologicamente, vuol dire mettere in comune idee ed emozioni […] L’ELN propone di educare i ragazzi ad usare la lingua come strumento di pace e come mezzo di scambio empatico. Il primo passo è renderli consapevoli della negatività d’una comunicazione che sottolinei le diversità, presentandole come ostacoli e non come occasione di reciproco arricchimento […] L’ELN propone di restituire alle parole la loro natura di specchio del pensiero, di espressione chiara e onesta dei sentimenti. La ‘colomba’ del linguaggio sincero e rispettoso deve sostituire la ‘civetta’ d’una comunicazione falsa, ipocrita ed opportunista. (Ferraro 2018: 191-192)

Grande successo e diffusione hanno incontrato a livello internazionale, dalla metà degli anni ’90, gli autorevoli contributi di Marshall B. Rosemberg relativi alla Nonviolent Communication – NVC ® (Rosemberg, 2015). La Comunicazione Nonviolenta, in sintesi, è una metodologia che: (a) scoraggia generalizzazioni, giudizi e tentativi d’incasellare la realtà dentro categorie rigide e prefissate, promuovendo un’analisi oggettiva delle proprie sensazioni; (b) incoraggia la libera manifestazione dei sentimenti, superando timori, blocchi e sensi di colpa attraverso l’espressione autentica di quanto proviamo; (c) propone di mettere da parte critiche, rimproveri ed aspettative verso gli altri, riscoprendo ed esprimendo i veri bisogni; (d) auspica una comunicazione empatica con gli altri, evitando le pretese ed imparando ad esprimere richieste chiare e positive.

Un approccio ancor più vicino a quello ecolinguistico, infine, è stato formulato dallo psicoterapeuta biosistemico Jerome Liss (Liss, 2016)

La Comunicazione Ecologica (C.E.) […] è l’applicazione dei principi ecologici alle relazioni umane: coltivare le risorse di ogni persona, rispettare la diversità pur mantenendo una coesione globale, agendo per un obiettivo comune […] ristabilire un equilibrio ecologico tra i bisogni individuali e la crescita della totalità. Va quindi facilitata nei gruppi una comunicazione democratica, cercando soluzioni alternative ai conflitti e superando le valutazioni negative con una “critica costruttiva“. (Ferraro,2018: 194)

L’irenolinguistica – un mio neologismo per designare la formazione ad una comunicazione nonviolenta ed ecologica – potrebbe integrare studi specificamente ecolinguistici con l’intento educativo di cui dovrebbero farsi carico non solo le famiglie e gli insegnanti, ma anche quelli che gestiscono potenti mezzi di comunicazione di massa. A partire dalla decostruzione e demistificazione di strutture mentali ed espedienti retorici che falsano strumentalmente la realtà – nello specifico quella relativa al rapporto uomo-ambiente – un’educazione linguistica che rispetti i principi ecologici e sia veicolo di pace dovrebbe dunque articolare una proposta alternativa interdisciplinare.

A tal fine, operando una sintesi tra i tre metodi di educazione linguistica prima accennati, ritengo che un linguaggio ispirato ai principi della nonviolenza debba aiutarci: (a) a riconoscere reali bisogni e sentimenti autentici; (b) ad esprimerli sinceramente, formulando richieste chiare; (c) a dialogare con gli altri in modo positivo, empatico e costruttivo; (d) a proporre soluzioni quanto più possibile concrete e condivise.

Infine, tornando al dibattito sul futuro dell’ecolinguistica, è evidente che approcci differenti e con obiettivi diversi debbano però trovare una sintesi complessiva, che evidenzi il fine comune d’un reale cambiamento del rapporto fra patrimoni naturale e saperi umani.

 Da un lato, l’ecolinguistica…aspira a cogliere le complessità della-cosa-che-chiamiamo-linguaggio e, dall’altro, cerca di andare oltre la comunità scientifica sensibilizzando sull’interdipendenza tra pratiche discorsive e devastazione ecologica. […] Finora, i linguisti più attenti all’ecologia hanno concepito le dimensioni discorsive e linguistiche della crisi ecologica in termini di una dicotomia natura-cultura. Una lezione appresa da questo stato dell’arte è che in effetti abbiamo bisogno di una riconcettualizzazione delle questioni ambientali in generale e della dicotomia natura-cultura in particolare […] L’ecolinguistica può quindi collegare la ” hard science ” e lo studio del comportamento coordinativo nelle specie che chiamiamo Homo sapiens sapiens all’analisi delle conseguenze etiche e socioculturali della ”soft science” e ai dibattiti della ”scienza critica” sulle pratiche sociali anti-ambientali e distruttive. […] Finora, il problema principale dell’ecolinguistica non è stato il disaccordo interno o le lotte per il potere, ma piuttosto la mancanza di una vera interazione tra le sue varie parti. A che serve far sbocciare mille fiori, se non riusciamo mai ad apprezzare l’intero campo? Qual è il valore di esplorare la nostra piccola isola, se trascuriamo il resto dell’arcipelago?  (Steffensen e Fill, 2013: 25)

Questa ultima considerazione m’induce a sperare che si realizzi l’auspicata interazione tra i vari approcci all’ecolinguistica e che anche in Italia si allarghi la cerchia delle persone interessate ad approfondirla, non solo a livello accademico, ma anche all’interno di movimenti ambientalisti più attenti ad un’ecologia umana e sociale. Mi auguro che il presente contributo possa risultare utile in tal senso e che, tra i vari ‘fiori’ di questo campo tutto da esplorare e coltivare, si sappiano apprezzare anche quelli di un approccio nonviolento, oltre che ecologico, alla comunicazione linguistica.


Riferimenti

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CISILINO, William (2004) ”L’evoluzione della legislazione linguistica nella repubblica italiana: analisi del caso friulano”, Revista de Llengua i Dret, n. 42/2004 (pp.173-202)

D’ACUNTO, Antonio (2019) Alla ricerca di un nuovo umanesimo, a cura di Francesco D’Acunto, Amazon. [Ristampa di: D’Acunto, Antonio (2016) Alla ricerca di un nuovo umanesimo. Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli,La Città del Sole]

DELL’AQUILA, V. e IANNACCARO, G. (2004) La pianificazione linguistica. Lingue, società e istituzioni, Roma, Carocci

FERRARO, Ermete (1984), Grammatica di Pace, Otto Tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta (E.L.N.), Torino, Satyagraha (Quaderno n.11 degli Insegnanti Nonviolenti)

FERRARO, Ermete (2002) “Tutela e diversità”, in “Biodiversità a Napoli”, suppl. a Verde Ambiente, a. XVIII, n. 2, Roma, Editoriale Verde Ambiente (pp. 38-42)

FERRARO, Ermete (2004) Voci soffocate… L’ecologia linguistica per opporsi alla perdita delle diversità linguistiche e culturali, Napoli, autoprodotto da VAS -Verdi Ambiente e Società di Napoli e pubblicato nel 2007 dalla rivista online Filosofia Ambientale

FERRARO, Ermete (2014) L’Ulivo & il Girasole – Manuale di Ecopacifismo V.A.S., Napoli, Verdi Ambiente e Società – Campania (scaricabile come e-book da ISSUU (https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d )

FERRARO, Ermete e DE PASQUALE, Anna (2018), “Una grammatica della pace, per comunicare autenticamente e senza violenza”, in: Saffioti R. (a cura di), Piccoli Comuni fanno grandi cose!  Pisa, Centro Gandhi Edizioni (Quaderno Satyagraha – pp.187-198)

FILL, Alwin (1993) Ökolinguistik: eine Einführung, Tübingen, Gunter Narr Verlag

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GALTUNG, Johan (2000), La trasformazione nonviolenta dei conflitti. Il metodo Transcend, Torino, Ed. Gruppo Abele (tit. orig.: Conflict Transformation by Peaceful Means (The Transcend Method)

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HALLIDAY, Michael K. (2003) On Language and Linguistics, (ed. by J. Webster), London-New York, Continuum

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NETTLE, Daniel e ROMAINE, Suzanne (2001), Voci del silenzio (Vanishing Voices) Sulle tracce delle lingue in via d’estinzione, Roma, Carocci

PERIN, Silvia (2013), Il concetto di sostenibilità linguistica (tesi di laurea magistrale in Filologia e Lett. Italiana, Rel. Prof. Lorenzo Tomasin – Venezia Università Cà Foscari

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SHIVA, Vandana (1995) Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura ‘scientifica’, Torino, Bollati Boringhieri

STEFFENSEN, Sune Vork e FILL, Alwin (2013) “Ecolinguistics: the state of the art and future horizons”, Language Science, 41 A (pp. 6-25)

STIBBE, Arran (2014) “An Ecolinguistic Approach to Critical Discourse Studies”, Critical Discourse Studies, 11 (1), London, Routledge

STIBBE, Arran (2015) Ecolinguistics Language, Ecology and the Stories We Live By, London, Routledge

© 2020 Ermete Ferraro

Alice l’obiettrice ed il Cappellano Maddi

ALICE L’OBIETTRICE

Alice, per protestare contro la sfilata militare organizzata dal sindaco in occasione del quattro novembre, si era arrampicata su un grosso albero del viale, dall’alto del quale sventolava la bandiera iridata della pace.

«Abbasso le forze armate! – strillava, suscitando il mormorio di disapprovazione dei compaesani, che alzavano il naso verso la sua direzione – Non c’è proprio niente da festeggiare in una guerra che ha fatto milioni di morti!»

Del resto, i compaesani conoscevano bene le sue idee ribelli. Era risaputo che a scuola era la prima quando si trattava di proteste ambientaliste o di iniziative pacifiste. Non era certo un caso se l’avevano soprannominata ‘Alice l’obiettrice’. Era noto a quasi tutti che, dopo la morte del suo caro papà – un operaio antimilitarista che ai suoi tempi era stato obiettore e aveva prestato servizio civile nel paese vicino – quella ragazzina si era messa a contestare non solo i conflitti bellici, sui quali si era documentata a scuola e in biblioteca, ma anche la struttura militare ed il mercato delle armi.

«Piantala, Alice! Sei ridicola e fastidiosa!» la sgridò dalla strada don Pino, l’anziano parroco che, oltre che al catechismo, si era trovato come insegnante di religione alle medie e col quale le era capitato di discutere animatamente, senza però scalfire il tradizionalismo patriottico del prete. Don Pino allora si arrabbiava, la chiamava “testona”, le diceva che era una bambina arrogante, che avrebbe dovuto solo tacere su cose che non era in grado di capire e che, insomma, doveva smetterla di comportarsi da maschiaccio ribelle.

Quando Alice si accorse che tra i ‘veci’ della delegazione degli alpini in congedo c’era anche il prete, che tutto impettito trinciava il segno della benedizione rivolto ai suoi parrocchiani, la ragazza s’indispettì ancor di più e continuò a strillare slogan dall’alto del ramo, agitando la bandiera multicolore. Ma nella foga perse l’equilibrio e rovinò giù con un grido strozzato, finendo fortunatamente su un grosso mucchio di foglie ingiallite, che Giovanni lo spazzino aveva accantonato lungo il marciapiedi.

L’impatto col suolo, pur se attutito dalla coltre vegetale, non fu per niente leggero. La ragazza rimase a terra priva di sensi, cogli occhi semiaperti, mentre s’interrompevano bruscamente le note della banda e intorno a lei la gente iniziava ad assieparsi preoccupata.

Quando aprì gli occhi si accorse di trovarsi in un prato, sotto un grande albero fronzuto.

«Ahi, la mia testa! – si lamentò Alice, sollevando a fatica le spalle dal terreno umido – dove sono…?»

Non sentiva più suonare la banda e nemmeno le voci dei paesani, solo cinguettii degli uccellini. In lontananza, però, avvertiva delle voci smorzate.  Alice si alzò pianino, ancora stordita, si scosse l’erba e le foglie secche dai jeans e dal giubbotto e si guardò intorno. La vista era ancora un po’ annebbiata, ma sotto una quercia non lontana le sembrò di scorgere l’origine di quel sommesso vocìo.

Lì, infatti, era stato sistemato un rozzo tavolo da osteria, intorno al quale scorgeva tre persone che discutevano, alternando toni alti e bassi. Superato il capogiro iniziale, la ragazza smise di massaggiarsi la spalla e cominciò ad avvicinarsi, barcollando, a quel gruppetto, chiedendosi preoccupata che fine avevano fatto il paese e la sua gente.

A capo del tavolo, ricoperto da una tovaglia a quadretti bianchi e rosa piuttosto sporca, sedeva un tipo alto, con un soprabito nero ed un grosso cappello da alpino poggiato sulla testa, notevolmente riccioluta. Ai due lati sedevano due strani compagni, che Alice stentò inizialmente a riconoscere come persone, visto che più che altro sembravano buffi animali vestiti da uomini. Il primo era un tipetto agitato, con le orecchie un po’ troppo lunghe che spuntavano da un berretto scozzese e con un notevole paio d’incisivi superiori, che lo facevano assomigliare ad un coniglio. Il secondo era un ometto basso e grassoccio, che indossava una vecchia pelliccetta marrone ed esibiva, stampata sul viso, un’espressione ebete e sonnolenta.

«Questa scena mi ricorda vagamente qualcosa che ho già visto da qualche parte – rifletté Alice, raddrizzandosi e cercando di non zoppicare, in modo da non dare subito una brutta impressione – eppure non riesco proprio a capire che cosa».

«Guarda un po’! – se ne uscì all’improvviso l’uomo col cappotto nero ed il cappello piumato, girandosi verso di lei – si direbbe che abbiamo ospiti».«Salve! – disse impacciata Alice – Mi dispiace d’interrompervi, ma credo di essermi persa».

«Non ha importanza, figliola mia – rispose l’altro con sussiego – l’importante è che, pecorella o bambina che tu sia, dopo esserti smarrita, alla fine tu ti sia ritrovata».

«Già… – bofonchiò confusa la ragazza, non afferrando il senso di quelle parole – credo…di sì…ma…non capisco dove mi trovo».

«Io invece non capisco cosa sei venuta a fare qui – intervenne, contrariato, il tizio con le orecchie lunghe – non hai visto che siamo occupati e stiamo discutendo fra adulti…?».

«Beh, non l’ho mica fatto apposta! – replicò Alice, urtata da quell’intervento piuttosto antipatico – ricordo solo che sono caduta e …e in ogni caso non c’è bisogno di essere scortesi, mi sembra!»

«Ma vieni, piccola mia – intervenne conciliante il più autorevole del gruppetto – non far caso al mio amico: è un po’ brontolone ma non è cattivo…Dico bene, Marzio…?»

Al suo sguardo tagliente, questi abbassò la testa e diede un morso rabbioso ad un biscotto, coi lunghi incisivi sporgenti dal labbro leporino.

«Vieni, accomodati pure – ripeté il capo, voltandosi alla sua sinistra – sempre che l’amico Ghirotti non abbia niente in contrario…»

L’interpellato si limitò ad alzare le spalle e ad emettere un mugolio imbarazzato, tuffando nella tazza fumante il grosso naso, tirandolo fuori coperto di schiuma lattiginosa.

Alice, frastornata, si sedette al capo libero del tavolo, ringraziando educatamente per l’invito, come le aveva sempre insegnato la mamma, la quale però – a ben pensarci – le aveva insegnato anche a non accettare inviti dagli sconosciuti.

La ragazza restò per un po’ a guardare in silenzio lo strano terzetto, sforzandosi di ricordare se e quando li avesse già intravisti.

«Oggi è una bella giornata, però i tuoi pantaloni sono piuttosto sporchi – riprese all’improvviso il tipo col cappotto nero – avresti potuto renderti un po’ più presentabile, non ti pare?»

A questo punto Alice non riuscì a trattenersi: «Che razza di domanda sarebbe questa? Vi ho già detto che sono caduta e che non so neanche dove mi trovo, ma voi…lei se ne esce col fatto che i miei jeans sono sporchi…che poi, se vogliamo, è un’osservazione piuttosto personale, e non credo che…»

IL CAPPELLANO MADDI

«Calma, calma! L’ira è il sesto ma non il meno grave dei peccati capitali…– l’interruppe l’altro – non c’è bisogno di dare i numeri per una semplice considerazione!… Comunque è meglio se cominciamo daccapo, con le dovute presentazioni. Orbene, io sono don Maddi, cappellano della caserma a dieci chilometri da qui. Tu, carina, puoi chiamarmi Cappellano Capo Maddi oppure ‘reverendo’. L’amico alla mia destra, un po’ scorbutico, è il signor Marzio, che ha un allevamento di polli e conigli. Alla mia sinistra c’è il signor Ghirotti, una simpatica persona quando è…insomma, quando non beve…»

«Ma a me sembra che sta bevendo solo un cappuccino…» disse impulsivamente Alice, rendendosi subito conto che era meglio se restava zitta.

«Non è molto educato da parte tua introdurti in una conversazione privata – sentenziò seccato il Cappellano Maddi, mentre il Ghirotti emetteva un lieve grugnito – E inoltre… e inoltre, cara ragazza, sappi che non dovresti mai fidarti delle apparenze, anche quando si tratta di una tazza con dentro qualcosa… In ogni caso, tu non ci hai ancora detto chi sei e come ti chiami…»

«Mi scusi per l’interruzione, reverendo – riprese lei un po’ mortificata – mi chiamo Alice e ho quattordici anni. Beh, in effetti non so spiegare come sono finita qui… Ricordo che mi ero arrampicata sopra un albero con la bandiera…»

«La bandiera…bene bene – interloquì interessato il sig. Marzio, tuffando un altro biscotto nella sua tazza – abbiamo tra noi una bambina patriottica…Non l’avrei detto…»

«Scusi signore, credo che mi ha frainteso – replicò Alice – a dire il vero a me la ‘patria’ non mi dice un bel niente, forse anche perché il padre non ce l’ho più…» A questo punto si fermò un po’, pensierosa, ma riprese subito, alzando la voce: «Io poi non ho capito perché la terra dove nasciamo voi la chiamate così e non…che so…? Direi…’matria’. In fondo ‘terra’ è femminile, giusto?»

«Can dal porco! Ci mancava una piccola femminista al nostro tavolo…» si lamentò a bassa voce il sig. Ghirotti, che il tono di voce più alto aveva scosso dalla sua abituale sonnolenza.

«Non ho capito, cara fanciulla: avresti qualcosa da ridire sulla nostra sacra Patria? –intervenne severo ma contenuto don Maddi, aggiustandosi sulla testa lo sformato cappello da alpino, dalla cui nappina spuntava una verdognola penna d’anatra anziché la classica penna nera corvina – Ho la sensazione che tu sia una bambina un po’ presuntuosa…»

«In effetti me lo dice spesso anche don Pino – replicò Alice – ma la verità è che io dico solo quello che penso…»

«Presuntuosa e pure arrogante…» chiosò a sua volta, acido, il signor Marzio.

Ma don Maddi finse di non sentirlo e proseguì invece con tono conciliante: «E dunque tu dici ciò che pensi…Bene bene…! Ma sei sicura di pensare ciò che dici…?»

«Beh, credo di sì… – balbettò Alice – mi pare che sia più o meno la stessa cosa…»

«Eresia! – strillò scandalizzato il Cappellano a questo punto, cambiando bruscamente tono – sarebbe come dire che “Credo ciò che è vero” e “È vero ciò che credo” siano concetti equivalenti!»

Alice non seppe cosa rispondere e, un po’ preoccupata, preferì tacere.

«Ma poi…levami una curiosità, piccina – riprese, insinuante, don Maddi – di quale bandiera stavi parlando prima?»

«Veramente non sono tanto ‘piccina’, visto che, come ho detto prima, ho quattordici anni – replicò piccata Alice – e comunque mi riferivo alla mia bandiera della pace. Sa, reverendo: quella coi colori dell’arcobaleno…Me l’ero portata sull’albero per contestare la sfilata militare quando…»

«Poveri noi! – stava bofonchiando il Ghirotti – femminista e pacifista!», ma fu ancora una volta zittito dallo sguardo del Cappellano Maddi che, dopo una pausa imbarazzante, le chiese con voce flautata: «Deduco…che non ti piacciono i militari, nevvero?»

A quel punto lo sguardo della ragazza cadde proprio sul titolo di un giornale che spuntava dalla tasca del soprabito del cappellano. Le sue competenze nel latino erano piuttosto limitate, ma avvertì confusamente il senso di quel “Miles Christi”…

«Beh…ecco…Devo ammettere che in paese mi chiamano ‘Alice l’obiettrice’ proprio perché odio la guerra e non sopporto chi la fa. Il fatto è che, già da piccola, mio padre mi parlava di queste cose e allora io…»

Ricadde nuovamente il silenzio, interrotto solo dallo sgranocchiare del Marzio e da uno lungo sbadiglio del Ghirotti.

«Ma che sbadati! – riprese improvvisamente don Maddi, cambiando faccia e discorso – tu non ti senti del tutto bene e noi parliamo invece di offrirti qualcosa di buono da bere!»

«Oh grazie, don – rispose la ragazza, rinfrancata dal tono amichevole – effettivamente un po’ di caffellatte mi farebbe bene…È solo che non ne vedevo sul tavolo, perciò…»

«Bambina di poca fede! – la sgridò bonariamente il Cappellano Maddi – Per citare il grande sant’Agostino: “La fede è la volontà di chi crede”. Però tu ti sbagli ad affermare che è vero solo ciò che credi.»

«Veramente io stavo dicendo che…» provò a correggerlo Alice, ma egli proseguì, con tono ispirato: «La provvidenza, ricorda, non si vede ma c’è. E pure la mia scorta di caffellatte c’è, anche se non si vede». A questo punto tirò fuori da una tasca interna del soprabito una vecchia borraccia militare, ricoperta di tessuto mimetico, scoprendo così le due stellette argentee appuntate al colletto della talare.

«Ma questo non è mica caffellatte! – protestò Alice, dopo aver bevuto un bel sorso dalla tazza che gli era stata offerta – questo…questa è roba forte!»

«Ebbene, si tratta di caffè unito al ‘latte degli Alpini’, fatto con grappa e latte di bufala – la rimbeccò offeso don Maddi – per cui possiamo senz’altro chiamarlo ‘caffellatte degli alpini’, non ti sembra?»

«Ma come diavolo le viene in mente di dare da bere grappa ad una bambina?» domandò stizzita Alice, sbarrando gli occhi.

«Oh insomma, deciditi! – strillò a sua volta il Marzio, sbriciolando un biscotto tra le mani – Hai appena detto che non sei più una bambina…E allora: la sei o non la sei?»

«Beh, a questo punto credo che è meglio togliere il disturbo…» replicò Alice, indignata, alzandosi in piedi e facendo cadere la sedia, con un tonfo che risvegliò l’assopito Ghirotti.

Stava per andarsene quando il Cappellano Maddi si alzò anche lui, con uno strano sguardo.

«Sai dirmi che differenza c’è tra una penna di corvo ed una di anatra?» le chiese imprevedibilmente, lasciando Alice sbigottita.

«Beh… – rispose titubante – io non ne ho la minima idea, però prima…sì, prima in effetti mi ero accorta che la penna del suo cappello non era quella nera di corvo degli altri alpini che conosco…»

«Un’osservazione alquanto sconveniente – la sgridò il Cappellano, fattosi nuovamente severo – e che in ogni caso non risponde alla mia domanda…»

A quel punto, la conversazione cadde ancora. Alice, non sapendo che dire e che fare, rimase tornò a sedersi e sorbì imbarazzata un altro sorso dalla tazza.

«E così non ti piacciono i soldati…- riprese poi bruscamente don Maddi – suppongo quindi che non ti piacciano neanche i preti che, come me, assistono i militari, nevvero?»

IL SIGNOR MARZIO

«Vergogna! Questi ragazzi d’oggi non hanno rispetto per le gerarchie – interloquì nuovamente, il signor Marzio – Già sarebbe grave mancare di rispetto ai sacerdoti o ai membri delle forze armate, ma dal momento che i cappellani militari sono sia preti sia militari, questo vuol dire che tu, Alice, sei una scostumata al quadrato!»

«Grazie caro, ma non avevo bisogno di avvocati! – lo zittì infastidito il Cappellano Capo – Del resto questa ragazza è libera di pensarla come vuole. Anche se è evidente che pensarla così è da sciocchi presuntuosi che parlano di cose che non possono capire…»

«Le esatte parole di don Pino! – esclamò Alice – Si vede proprio che avete le stesse idee… Ma comunque io non mi lascio impressionare, perché so bene che il Vangelo non giustifica le guerre e che i primi cristiani si rifiutavano di combattere, e infatti…»

«Perbacco! – esclamò don Maddi – abbiamo una saputella che dà lezioni di religione ad un sacerdote! Vuoi salire sul tavolo a farci una predica contro la ‘militia Christi’?»

Alla battuta del prete, i due compagni gli fecero eco, ridacchiando in sottofondo.

«Beh, ora basta! – s’impermalì Alice l’obiettrice – Non me ne frega di ciò che pensate voi. Io so quello che dico e continuo a pensare che un prete non dovrebbe mai diventare un…»

«Un…cosa? – l’interruppe, gelido, il Cappellano Maddi – mi sembra che tu abbia ancora le idee molto confuse…»

«Proprio così – farfugliò il Ghirotti, riaprendo gli occhi – idee assai confuse».

«Beh, questo lo dite voi! Quel che so io – replicò Alice, rialzandosi di botto dalla sedia – è che perfino don Pino, al catechismo, ci ha insegnato che c’è un comandamento che dice “Non uccidere”; e che bisogna perdonarsi l’uno con l’altro; e che dobbiamo voler bene anche ai nemici e che…»

«Ma è esattamente così, bambina mia – intervenne serafico don Maddi – chi mai ha detto il contrario? Sta scritto infatti: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. Ma, proprio per questo, non puoi mica negare che abbiamo dei nemici…»

«Già, ma allora perché diavolo benedite le armi, giustificate i soldati che vanno in guerra e invece non vi piacciono gli obiettori di coscienza?» riattaccò con foga la ragazza.

«Il tuo linguaggio continua a essere piuttosto sconveniente! – tagliò corto il Cappellano, scattando in piedi, lungo com’era, e puntando il dito verso Alice – È la seconda volta che nomini il diavolo! Forse è proprio lui che ti rende così presuntuosa e ti mette in testa idee antimilitariste…Ma, per fortuna, Alice, io sono una persona tollerante, anche perché ritengo che, cadendo, tu abbia battuto la testa…»

«Battuto la testa, già, proprio così…» ghignò Ghirotti inopportunamente, ma poi ritrasse la testa nel colletto della pelliccia, mortificato, scorgendo il viso severo del sacerdote.

«Oh, insomma! – strillò Alice, dando un pugno sul tavolo – non sono mica venuta a farmi prendere in giro, io!»

«E che ne dici di san Michele Arcangelo, san Giorgio, san Maurizio, san Marco e san Martino… – riprese il Cappellano Maddi, con tono più conciliante – Sono i protettori di vari corpi militari, ma per te non possono essere nemmeno considerati santi, nevvero…?»

«Ma che diavolo ne so? – rispose stizzita Alice, accorgendosi di aver involontariamente nominato il demonio per la terza volta – Saranno pure santi, ma quello che è certo è che non mi piacciono quelli che combattono con le armi e uccidono il prossimo, ecco! Invece mi piace molto la Madonna, sempre mite e paziente, che non…»

«Preferisci la ‘Virgo Fidelis’ dei Carabinieri, la Vergine di Loreto patrona dell’Aeronautica militare oppure la ‘Madonna del Cammino’, protettrice dei Bersaglieri? – intervenne sarcasticamente don Maddi – Oppure vogliamo parlare di santa Giovanna d’Arco?»

«Beh, io di arco preferisco quello iridato della pace – replicò a sua volta Alice, rossa in volto – e poi non mi va d’impicciarmi di quel genere di santi che proteggono chi spara e lancia bombe! Che poi, diciamolo pure che la storia dei ‘patroni’ ve la siete inventata voi preti!».

Ma le sue ultime parole furono coperte dalla voce dei tre che, per dispetto, si misero a cantare in coro: «Sul cappello, sul cappello che noi portiamo / C’è una lunga, c’è una lunga penna nera / Che a noi serve, che a noi serve da bandiera / Su pei monti, su pei monti a guerreggiar. / Oi-la-làaaa!»

«Oilalà un corno! – strillò a sua volta Alice – Sui monti a guerreggiare andateci voi, se ne avete il coraggio e la forza! Io continuerò a sventolare la mia bandiera della pace e, in ogni caso, le penne le uso solo a scuola, ecco!»

«Il problema è che a voi ragazzacci ribelli e scostumati nessuno insegna più l’educazione – sibilò don Maddi, gettando stizzosamente a terra il suo cappello piumato – non avete neanche l’idea di cosa significhi il rispetto dei superiori. Ignorate del tutto il valore dell’obbedienza e…»

«Per quanto ne so io, don Milani diceva che l’obbedienza non è più una virtù!» replicò trionfante Alice, voltandosi per evitare l’occhiata di fuoco del don.

«Oh Segnùr! E chi sarebbe questo don Milano? – insorse il signor Marzio, rizzando le orecchie e scoprendo ancor più gli incisivi superiori – sarà sicuramente uno di quei preti moderni che oggi vanno di moda…»

Ricadde quindi un profondo silenzio.

«No no, a me comunque interessa quello che dici – riprese poi il Cappellano, raccogliendo da terra e spolverando il suo berretto. Poi si risedette, ma al contrario, con le braccia poggiate sulla spalliera e lo sguardo vagamente inquisitore – Fammi capire: per te allora ubbidire a chi comanda non è un atto altamente virtuoso bensì…una specie di peccato?»

«Dipende… – rispose Alice, ora più calma – Naturalmente tutto dipende da cosa fai quando ubbidisci… Per esempio, quando mia mamma mi raccomanda di studiare di più la matematica, che tra parentesi non mi piace per niente, se io le ubbidisco faccio una cosa buona e quindi…»

«Quindi saprai dirmi come si fa una somma di monomi» s’intromise ancora il Marzio, lisciandosi le orecchie.

«Ma che…caspita c’entra! – protestò Alice – stavo cercando di spiegare che…»

Il Cappellano riprese a parlare, ignorando l’inopportuna interruzione dell’amico.

«Sappi, ragazza, che per un militare come me l’obbedienza vuol dire “esecuzione pronta, rispettosa e leale degli ordini attinenti al servizio ed alla disciplina, in conformità al giuramento prestato”, come recita il regolamento di disciplina. Obbedire “Perinde ac cadaver”, come del resto richiedeva ai suoi anche il grande sant’Ignazio di Loyola».

«Però io dico che dipende sempre e comunque dalle conseguenze» replicò lei, cocciuta.

«Saresti talmente presuntuosa da credere di poter giudicare, tu, se è giusto o meno l’ordine che ti ha dato un tuo superiore?» la rimbrottò il Cappellano Maddi, sbarrando gli occhi.

Questa volta Alice, vincendo la naturale impulsività, si fermò a riflettere prima di rispondere.«Perché non prendi dell’altro caffelatte…» suggerì conciliante il Ghirotti, dopo un rumoroso sbadiglio, per interrompere quel silenzio imbarazzante.

«A dire il vero non ne ho preso per niente, visto che prima mi avete versato nella tazza della grappa…» gli rispose Alice, spazientita. E, così dicendo, si alzò per lasciare una buona volta quella gabbia di matti.

«Sono davvero spiacente che tu non gradisca la nostra compagnia – disse allora il Cappellano, con un sorrisetto finto – eppure sono certo che continuare a parlare con noi ti avrebbe fatto solo del bene. Direi che ne hai proprio bisogno…»

«Beh, in ogni caso ora me ne devo proprio andare, reverendo – borbottò Alice, cercando di non essere sgarbata – anche se in effetti non so bene dove devo andare…»

«Lo vedi che restare in nostra compagnia potrebbe chiarirti le idee! – riprese trionfante don Maddi – chi le ha confuse come te dovrebbe affidarsi a chi ha tanto da insegnargli.»

«Grazie ancora – rispose la ragazza – ma credo che è meglio se me ne vado…»

«Come preferisci, figliuola. – disse amabilmente il prete – Prima di andartene, però, non ti dispiacerà recitare una preghiera con noi, nevvero?»

«Beh, ovviamente no, non mi dispiace…»  rispose Alice, spiazzata dalla richiesta. Quindi si alzò in piedi insieme al Cappellano e al Marzio. Il Ghirotti, intanto, si era nuovamente assopito, per cui questi lo svegliò con un’energica scrollata.

LA SFILATA DEI ‘VECI’

«Preghiamo! – esordì ieratico don Maddi, alzando le mani, dopo l’ennesima occhiataccia al povero Ghirotti, alzatosi in piedi – Diciamo insieme: “Patria nostra che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno…»

«Ehi! – l’interruppe Alice – ma lei ha detto ‘patria’ invece di ‘padre’. E no! Così non vale.»

«…Si obbedisca alla tua volontà – continuò imperterrito il Cappellano, con un vago sogghigno – così nelle armi di cielo come in quelle di terra…»

«Basta così – esplose Alice – adesso è davvero troppo! Però io me ne vado e vi lascio alle vostre preghiere militariste del cavolo.»

Ciò detto, corse via, si allontanò veloce da quei tre fanatici. Alle sue spalle udì comunque il commento stizzito del Cappellano: «Scappa, scappa, sciocca ragazzina presuntuosa! Vattene pure a obiettare da un’altra parte…»

Alice, che non era sempre una personcina garbata, soprattutto se la trattavano così male, si girò furibonda e stava accennando ad incrociare il braccio destro col sinistro in un gesto non proprio di saluto, quando inciampò in un sasso sporgente dal prato e cadde a terra. Al riaprire gli occhi, con la testa ancora dolente, si vide attorniata dai volti preoccupati dei compaesani, che mormoravano: «Si sta ripigliando…ha aperto gli occhi…»

Cominciò a sollevarsi piano per guardarsi intorno, accennando un flebile sorriso, ma vide incombere su di lei, in mezzo alle altre, tre sagome poco gradite. C’era un prete col cappello da alpino, un tizio coi denti sporgenti ed un tipo grassoccio, con una vecchia pelliccia.

«Oh no! – esclamò Alice, accasciandosi al suolo – ancora loro! Questo sì che è un incubo!». Nel frattempo, sullo sfondo, la banda aveva riattaccato a suonare l’inno degli alpini…


(C) 2020 Ermete Ferraro

“Come barbarea, così…marinea”

Barbara: martire e protettrice

Anche questo 4 dicembre ricorreva la memoria liturgica di santa Barbara,martire d’origine probabilmente orientale di cui poco si sa sul piano dell’agiografia ufficiale, a parte una leggenda che ne racconta le terribili vicende, con risvolti piuttosto splatter. Essendosi convertita al cristianesimo e, si dice, battezzata da sola, il padre per punizione, dopo averla rinchiusa in una torre, di fronte alla sua disubbidienza avrebbe tentato di ucciderla, ma Barbara sarebbe riuscita a sfuggirgli miracolosamente. Una volta catturata, Dioscoro l’avrebbe poi trascinata davanti ad un magistrato, ma nessun tipo di tormento (ustioni, taglio delle mammelle, martellate sulla testa…) sarebbe riuscito a prevalere sulla sua fede, costringendola ad abiurare. Esasperato, il genitore l’avrebbe infine portata in montagna, dove l’avrebbe personalmente decapitata, finendo però a sua volta incenerito da un fulmine. Nei secoli successivi, su santa Barbara in Occidente sono fiorite molte tradizioni popolari ed anche locuzioni proverbiali, spesso in dialetto, riferite alla sua funzione di protettrice dai fulmini e dal maltempo o di garante di buoni raccolti di grano e dei matrimoni. Dall’Oriente provengono invece tradizioni gastronomiche, ed Grecia ed in Turchia santa Barbara è festeggiata con tipici dolci, nei quali ricorre il grano delle celebrazioni di origine contadina.

«… La prigionia nella torre da parte di suo padre associò la sua figura alle torri, a tutto ciò che concerneva la loro costruzione e manutenzione e quindi il loro uso militare; […] Parimenti, per via della morte di Dioscoro, essa venne considerata protettrice contro i fulmini e il fuoco […] da qui deriva il suo patronato su numerose professioni militari (artiglieri, artificieri, genio militare, marinai) e sui depositi di armi e munizioni (al punto che le polveriere vengono chiamate anche “santebarbare”). Per quanto riguarda la marina militare (di cui fu confermata patrona da Pio XII con il breve pontificio del 4 dicembre 1951), la santa fu scelta in particolare perché simboleggiante la serenità del sacrificio di fronte a un pericolo inevitabile. È inoltre patrona di tutto ciò che riguarda il lavoro in miniera e dei vigili del fuoco». [i]

Insomma, Barbara è invocata da molte persone, impegnate in varie professioni, ma con una strana predilezione per le attività militari e paramilitari (artiglieri, artificieri, marinai, vigili del fuoco…), sebbene abbiano ben poco a che vedere col suo martirio.

È però questo il motivo per il quale – come ha riferito il quotidiano cattolico ‘Avvenire’ – l’ordinario militare per l’Italia, mons. Santo Marcianò, ha onorato S. Barbara, Patrona della Marina, con una celebrazione cui hanno preso parte il Capo di S.M. della Marina Militare, amm. Giuseppe Cavo Dragone, il Sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, ilVicario episcopale della Marina Militare, don Pasquale Aiello ed altri cappellani militari.

 «…un appuntamento che per il vescovo castrense rappresenta “un dono particolare, un dono per tutti, soprattutto per voi, cari militari della Marina, che ringraziate oggi santa Barbara, vostra patrona, e che, in certo senso, ricevete il suo grazie per quanto avete fatto e state facendo, al servizio della nostra gente, soprattutto in questo tempo di pandemia…”. […] Voi militari, voi militari della Marina – lo dico con convinzione e ammirazione – siete stati e siete decisivi anche nella gestione di questa emergenza inattesa; avete rappresentato e rappresentate, sul piano sanitario e sociale, un punto di forza del nostro Paese, un elemento di sicurezza per la nostra gente, afflitta, spaventata e impoverita.». [ii]

Ma come fanno i marinai…a pregare?

Anche al termine di quella celebrazione eucaristica è stata recitata la ‘preghiera del marinaio’. Già, perché agli appartenenti alle forze armate non soltanto sono stati riservati ministri del culto ad hoc, presieduti gerarchicamente da un Vicario Generale Militare, supportato da uffici pastorali e logistici [iii] , ma sono state anche dedicate specifiche liturgie e preghiere. Fra queste c’è quella relativa ai militari di Marina, il cui testo viene letto sia a bordo delle navi in navigazione al termine delle messe e all’ammainabandiera, sia nelle caserme e nelle funzioni religiose per i defunti. Pochi sanno che la ‘Preghiera del marinaio’ (conosciuta anche come ‘preghiera vespertina’) fu composta nel 1901 dallo scrittore Antonio Fogazzaro (sì, proprio l’autore di Piccolo mondo antico e degli altri due romanzi della sua trilogia: Piccolo mondo moderno e Il Santo) e fu adottata ufficialmente dalla Marina Militare italiana nel 1902. Questo ne è il testo, tuttora in uso dopo 98 anni.

«A Te, o grande eterno Iddio, Signore del cielo e dell’abisso, cui obbediscono i venti e le onde, noi, uomini di mare e di guerra, Ufficiali e Marinai d’Italia, da questa sacra nave armata della Patria leviamo i cuori. Salva ed esalta, nella Tua fede, o gran Dio, la nostra Nazione. Dà giusta gloria e potenza alla nostra bandiera, comanda che la tempesta ed i flutti servano a lei; poni sul nemico il terrore di lei; fa’ che per sempre la cingano in difesa petti di ferro, più forti del ferro che cinge questa nave, a lei per sempre dona vittoria. Benedici, o Signore, le nostre case lontane, le care genti. Benedici nella cadente notte il riposo del popolo, benedici noi che, per esso, vegliamo in armi sul mare. Benedici!» [iv]

Sulla coerenza tra messaggio evangelico – incentrato sulla fraternità, la misericordia, la pace e l’amore perfino verso i nemici – ed ordinamento militare, autoritario gerarchico e finalizzato ad ottimizzare il mestiere di chi usa le armi in nome della patria, per distruggere cose e sterminare persone, mi sono espresso altre volte, per cui evito di ribadire le considerazioni critiche su chi, a mio avviso, mischia impropriamente croci e stellette. [v] Esaminando con attenzione il testo della citata ‘Preghiera del Marinaio’, però, non posso fare a meno di sottolineare alcune espressioni che, anche al netto della retorica patriottica ottocentesca, appaiono assai discutibili sul piano religioso, come “sacra nave armata” o “salva ed esalta, o gran Dio, la nostra nazione”. Per non parlare dell’insistenza vagamente idolatrica sulla bandiera italiana, con la richiesta al Signore di “porre sul nemico il terrore di lei” e di “donarle per sempre vittoria”, o anche della bellicosa metafora dei “petti di ferro, più forti del ferro che cinge questa nave”.  Traspare infatti la solita visione veterotestamentaria del “Signore degli Eserciti”, con la differenza che, mentre l’antica espressione ebraica יִֽהְיוּ גְּדֹלִים (YHWH tzabaoth) e greca Kyrios Sabaoth, si riferivano a schiere angeliche celesti più che ad armate terrene e che, comunque, nell’A.T. YHWH era considerato Dio e difensore solo del suo popolo eletto, e pertanto ostile ad i suoi nemici,  una preghiera cristiana rischia di essere blasfema se chiede a Dio di ‘esaltare’ e ‘dare vittoria’ ad una delle parti in conflitto, ‘terrorizzando’ e contribuendo a sconfiggere chiunque le si opponga. Infine, la richiesta di “comandare che la tempesta e i flutti servano a lei” (magari disperdendo e facendo perire annegati i suoi nemici…) sembrerebbe più appropriata ad un’invocazione a Poseidone o altra divinità pagana, ma è fuori luogo in un’orazione rivolta al Padre nostro comune, di cui il profeta scriveva: “…Egli parlerà di pace alle nazioni, il suo dominio si estenderà da un mare all’altro, e dal fiume sino alle estremità della terra”.  (Zac 9:10).

Devozioni per Marins, Navy sailors e Marines…

Ma i riti paramilitari non riguardano solo le forze armate italiane né simili cerimonie pseudo-religiose hanno a che fare solo col mondo cattolico. Purtroppo la pretesa tutela divina sulle proprie armate è molto più antica e diffusa, a partire dalle credenze politeiste e dalla tradizione semitica veterotestamentaria Entrambi hanno contagiato il Cristianesimo sia sul piano lessicale, a partire dal tertullianeo “Bonus Miles Christi” (non a caso diventato il titolo della rivista trimestrale dell’Ordinariato militare italiano), sia sul piano concettuale (dal costantiniano “In hoc signo vinces” al “Deus lo vult!” coniato da Pietro l’Eremita per sacralizzare le crociate, giungendo fino al blasfemo motto nazista “Gott mit Uns”).

Basta una ricerca su Internet per trovare diverse perle di questa subcultura religiosa, in base alla quale i guerrieri non si affidano più alla protezione di antiche divinità (come l’egizio Horus, il celtico Belatucadros, l’ellenico Ares, il romano Marte, il cinese Chi You o l’azteco Huitzilopochtli), ma alla tutela di quell’unici Dio – onnipotente ma paterno e misericordioso – che  al contrario dovrebbe farci sentire, per citare Papa Francesco, “fratelli tutti”. [vi]

I marinai francesi sembrano prediligere la protezione della Beata Vergine, come vediamo nel testo più soft della “Prière du Marin”, composta da Mons. Luc Ravel, membro della Diocèse  aux Armées Françaises, corrispondente d’Oltralpe del nostro Ordinariato:

 “… Vergine Maria, Regina delle Onde, alla quale i marinai, anche i miscredenti, sono sempre stati devoti, vedi ai Tuoi piedi i Tuoi figli che vorrebbero salire a Te. Ottieni loro un’anima pura come brezza marina. Un cuore forte come le onde che li portano, una volontà tesa come vela nel vento […] Ma soprattutto, o Madonna, non lasciarli soli al timone, fagli rilevare le insidie dove si areneranno prima di ancorare, vicino a Te, al porto dell’Eternità. Così sia». [vii]

Di tono meno conciliante sembrano le preghiere che la Chiesa Anglicana ha dedicato ai marinai della Royal Navy britannica, in una delle quali leggiamo:

«Oh potentissimo e glorioso Signore Dio, Signore degli eserciti, che governi e comandi ogni cosa […] ci rivolgiamo alla Tua divina maestà in questa nostra necessità, affinché tu prenda la causa nella Tua mano e giudichi tra noi e i nostri nemici. Ravviva la tua forza, o Signore, e vieni ad aiutarci […] affinché Tu voglia essere per noi una difesa contro la faccia del nemico. Mostra che sei il nostro Salvatore e potente Liberatore…». [viii]

Fra le preghiere suggerite dal Vicariato militare cattolico degli Stati Uniti, troviamo la seguente, rivolta a S. Michele Arcangelo, tradizionale compatrono delle forze armate:

«San Michele, l’Arcangelo, difendici in battaglia. Sii la nostra protezione contro la malizia e le insidie ​​del diavolo. Imploriamo umilmente Dio di comandargli, e tu, oh principe dell’esercito celeste, col potere divino ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni, che vagano per il mondo, perseguendo la rovina delle anime. Amen». [ix]

Infine un significativo passo della tradizionale ‘professione di fede’ dei Marines, i fucilieri di Marina statunitensi:

«Davanti a Dio, io giuro questo credo. Io e il mio fucile siamo i difensori del mio paese. Siamo i dominatori del nemico. Siamo i salvatori della mia vita. E così sia, finché la vittoria sia dell’America, e non ci siano più nemici, ma pace». [x]

Forse c’è chi a tali parole risponderebbe “amen”, ma alla luce del Vangelo del Principe della Pace (Is 9:5) mi sembra che suonerebbe come un sacrilegio. Lascio pertanto la conclusione di questa mia riflessione alle parole che don Lorenzo Milani scrisse nel 1965, replicando ai cappellani militari che avevano criticato gli obiettori di coscienza.

 «Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. […] Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? […] O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte? se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla […] Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità…». [xi]


Note

[i] Vedi la voce “Santa Barbara” in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Barbara

[ii] Antonio Capano, “Il ‘grazie’ di Marcianò alla Marina Militare”, Avvenire, 05.12.2020 , con integrazione dal testo dell’omelia di Mons. Marcianò, pubblicata sul sito dell’Ordinariato Militare per l’Italia > http://www.ordinariatomilitare.it/wp-content/uploads/sites/2/2020/12/SantaBarbara2020.pdf

[iii] Vedi la voce ‘Curia’ sul menù del sito web cit. > www.ordinariatomilitare.it

[iv] Il testo della ‘Preghiera del Marinaio’ – oltre che sul sito del Ministero della difesa (https://www.marina.difesa.it/noi-siamo-la-marina/storia/la-nostra-storia/tradizioni/Pagine/PreghieradelMarinaio.aspx  è stato pubblicato, insieme con quelli delle devozioni per varie specialità di altri corpi delle forze armate italiane, nell’opuscolo: https://associazionenazionalefantiarresto.it/inc/uploads/2019/06/Preghiere-FFAA.pdf

[v]  Cfr. gli ultimi articoli sul tema, pubblicati sul mio blog: Ermete Ferraro, Pregare per l’unità…dei cappellani militari (30.01.2020);  Riforma mimetica per religiosi con le stellette (15.03.2020)  e L’inverno di san Martino (13.11.2020).

[vi] Il testo italiano della cit. lettera enciclica “sulla fraternità e l’amicizia sociale”, pubblicata il 3 ottobre 2020, è disponibile in: http://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20201003_enciclica-fratelli-tutti.html

[vii] Mgr. Luc Ravel, Prière du Marin, pour les militaires >  http://site-catholique.fr/index.php?post/Priere-du-Marin (trad. mia)

[viii] “The Prayer to be said before a Fight at Sea against any Enemy”,in: The Church of England, A Christian Presence in Every Community, Prayers to be used at Sea > https://www.churchofengland.org/prayer-and-worship/worship-texts-and-resources (trad. mia).

[ix]  “Prayer to Saint Michael the Archangel” in: Archdiocese for the Military Services, USA, Prayers for the Military > https://www.milarch.org/prayers-for-the-military/

[x] Gen. William Rupertus (1941), The Creed of the United States Marine> https://it.wikipedia.org/wiki/Credo_del_fuciliere#:~:text=Io%20e%20il%20mio%20fucile,pi%C3%B9%20nemici%2C%20ma%20pace.%C2%BB

[xi] Don Lorenzo Milani, Lettera ai cappellani militari – Lettera ai giudici (a cura di Sergio Tanzarella), Trapani, Il pozzo di Giacobbe, 2017. Il testo è leggibile anche in:> https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_d.htm

‘Francesconomy’ fra alternativa e riformismo

Quando le rose non fioriscono…

Il titolo era davvero promettente: “L’economia di Francesco”. Volutamente ambiguo sul referente di quel nome impegnativo, che evocava sia il messaggio di purezza evangelica del santo di Assisi (città dove in marzo avrebbe dovuto svolgersi l’incontro), sia il magistero sociale ed eco-teologico dell’attuale Pontefice. Ed infatti gli stessi organizzatori dell’evento – a causa dell’emergenza sanitaria, realizzato online dal 19 al 21 novembre – hanno ritenuto che fosse opportuno puntualizzarlo:

«Francesco come il Santo di Assisi, esempio per eccellenza della cura degli ultimi della terra e di una ecologia integrale, e anche come Papa Francesco, che fin dall’Evangelii Gaudium e poi nella Laudato si’, ha denunciato lo stato patologico di tanta parte dell’economia mondiale invitando a mettere in atto un modello economico nuovo». [i]

L’iniziativa, svolta in streaming, è  stata però preceduta da un confronto di mesi, che ha coinvolto dodici gruppi di lavoro tematici, mobilitando duemila giovani attivisti, imprenditori ed economisti da tutto il mondo Essi/e hanno avuto l’opportunità di confrontarsi sui grandi temi dell’economia globale, ma principalmente sulle prospettive (profetiche, si è ribadito, non utopistiche…) d’un futuro caratterizzato da un’economia basata sulla giustizia, sulla solidarietà fraterna e sulla ‘cura’ del creato.

Ovviamente non si può che plaudire ad un colossale sforzo organizzativo finalizzato ad un obiettivo così nobile, proprio mentre stiamo vivendo un tempo cupo e deprimente, che rischia di farci affondare nella palude d’un presente distopico ed emergenziale, piuttosto che aprirci alla prospettiva d’un futuro caratterizzato dal cambiamento e da scelte alternative.

Date le premesse, pertanto, c’era d’aspettarsi un dibattito molto articolato e conclusioni profondamente innovative, se non rivoluzionarie.  Qualcosa però non ha convinto del tutto in questa kermesse virtuale e soprattutto nel documento-appello che ne è scaturito. Esso non appare esattamente quel ‘manifesto’ di un’economia alternativa che era supicabile scaturisse dalla mobilitazione mondiale di esperti, imprenditori innovativi e giovani attivisti.

Di esito deludente dell’evento, infatti, ha parlato uno di quelli che si aspettavano una svolta più radicale da un convegno ispirato al Poverello di Assisi e ad un Papa profondamente impegnato su temi inerenti giustizia, pace e tutela della ‘casa comune’.  Rocco Altieri – studioso della Nonviolenza, docente ed animatore della ‘Gandhi Edizioni’ di Pisa – ha espresso con amarezza le sue perplessità sia sul merito del Convegno (cioè sulle conclusioni cui è giunto), sia sul metodo adottato (scarsa apertura a visioni realmente alternative ed un’improntapiù accademica ed istituzionale che movimentista).

Avendo contattato in anticipo il Direttore scientifico, per illustrargli il suo punto di vista e donargli alcuni libri sull’economia nonviolenta editi dal Centro Gandhi, Altieri dice di averne constatato una certa chiusura, che ha reso impossibile un suo confronto diretto coi convegnisti. Ha comunque seguito ‘umilmente’ le varie fasi del convegno, ma scrive di aver avuto l’impressione non tanto di un’autentica svolta, quanto di un sapiente evento mediatico, condizionato da tesi piuttosto riformiste. Da qui un suo giudizio severo sull’iniziativa, per la delusione che le potenzialità che aveva sembrano essere state vanificate da una gestione che non lasciava spazio ad una reale critica dell’attuale modello di sviluppo e a quella prospettiva alternativa che pur traspariva dalle sue premesse ‘francescane’.

La ‘Francesca’ come la ‘Leopolda’?

«Il richiamo ad Assisi è sempre suggestivo, ma ancora una volta quanto è distante lo spirito della povertà francescana. L’accorta regia degli economisti prodiani di Bologna, guidati dall’emerito prof. Stefano Zamagni, teorici del capitalismo ben temperato e delle privatizzazioni dei beni comuni, che tanto hanno fatto male all’Italia in questi anni, ha messo in scena un evento a due livelli. Quello centrale sotto i riflettori di Frate Fortunato dal Sacro Convento, trasmesso nelle varie lingue compresa la traduzione italiana, con esperti e giovani yuppie che vogliono conciliare innovazione, impresa, profitti e pace, ha richiamato, come mi ha suggerito il buon professore calabrese Antonio Gimigliano, l’atmosfera della celebre “Leopolda” […]. Non è forse un caso che il 4 ottobre 2020 sono stati approvati simbolo, nome e programma del nuovo partito “Insieme” per iniziativa del professor Stefano Zamagni, l’economista cattolico che è stato la grande star di Assisi». [ii]

Questa dura valutazione non è ispirata da spirito polemico, semmai dalla malinconica constatazione che i continui ed espliciti pronunciamenti di Papa Francesco sulla insostenibilità etica, politica ed ecologica del modello di sviluppo neo-capitalista sembrano ridotti ad autorevole ‘cornice’ d’un quadro preconfezionato, espressione d’imprenditorialità ‘illuminata’ più che della carica alternativa dei giovani e dell’esperienza di chi, da decenni, propone modelli alternativi di economia e di società.

Che non si tratti solo di una sgradevole sensazione sembra confermato dal tono cauto e moderato del documento partorito dalla tre giorni ‘assisiate’, pur arricchita dal contributo di autorevoli voci ‘fuori dal coro’, come Muhammad Yunus, Vandana Shiva e Leonardo Boff.

«Nei vari interventi che si sono succeduti per ore non abbiamo ascoltato una sola parola critica del modello economico dominante, non un solo cenno all’industria bellica e alla guerra. A un livello secondario, messi in sordina… sono stati relegati, non tradotti in italiano, gli interventi critici come quello del teologo francescano Leonardo Boff dal Brasile e di Vandana Shiva dall’India. Il bellissimo intervento finale di Papa Francesco ci è parso in perfetta sintonia con i discorsi sviluppati dai due grandi pensatori critici del Sud del mondo, non certo con la “fuffa” mielosa degli accademici italiani».[iii]

Il documento conclusivo – scritto addirittura “a nome dei giovani e dei poveri della Terra” – si limita infatti ad auspicare che siano le “grandi potenze mondiali e le grandi istituzioni economico-finanziarie” a “rallentare la loro corsa per lasciare respirare la Terra”. Si auspica inoltre che dalla “comunione mondiale delle tecnologie più avanzate” si giunga a produzioni sostenibili [e] “si superi la povertà energetica – fonte di disparità economica, sociale e culturale – per realizzare la giustizia climatica”. [iv]

Anche in tema di ‘custodia’ dei beni comuni – e soprattutto della ‘casa comune’ oggetto delle nitide analisi e proposte del Papa – non pare che si vada oltre un vago augurio che “sia posto al centro delle agende dei governi e degli insegnamenti nelle scuole, università, business school di tutto il mondo”. Evidentemente si confida che la riconversione economica ed ecologica della società scaturisca dalla conversione morale di chi invece ha finora difeso strenuamente l’assetto capitalistico, alla luce d’un pensiero sempre più unico, pervasivo ed intollerante verso ogni sorta di diversità, che Vandana Shiva negli anni ’90 aveva acutamente definito “monoculture della mente”. [v]

Altro che trasformazione dal basso e cambiamento di paradigma! Solo pie intenzioni, la cui effettiva attuazione sembrerebbe affidata alla ‘buona volontà’ di chi già regola il mondo…

Cambiamento, protagonismo dei poveri, impegno dei giovani

PAPA FRANCESCO JORGE MARIO BERGOGLIO

Nel suo messaggio a conclusione del Convegno, Papa Francesco ha usato espressioni molto più esplicite, rivolgendosi ai giovani come attori di un indispensabile cambiamento.

«Voi siete molto più di un “rumore” superficiale e passeggero che si può addormentare e narcotizzare con il tempo. Se non vogliamo che questo succeda, siete chiamati a incidere concretamente […] con intelligenza, impegno e convinzione, per arrivare al nucleo e al cuore dove si elaborano e si decidono i temi e i paradigmi […] Abbiamo bisogno di un cambiamento, vogliamo un cambiamento, cerchiamo un cambiamento […] Ogni sforzo per amministrare, curare e migliorare la nostra casa comune, se vuole essere significativo, richiede di cambiare «gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società». Senza fare questo, non farete nulla».[vi]

L’esigenza espressa dai giovani di un profondo cambiamento, ha detto il Papa, non va ridotta a fastidioso ‘rumore’ di fondo, da sottovalutare o, peggio, ‘narcotizzare’. Eppure il documento finale del convegno – con tono più predicatorio che politico – si pone in modo soft verso l’attuale sistema socio-economico, formulando solo candidi auspici.

«Mai più si usino le ideologie economiche per offendere e scartare i poveri, gli ammalati, le minoranze e svantaggiati di ogni tipo, perché il primo aiuto alla loro indigenza è il rispetto e la stima delle loro persone: la povertà non è maledizione, è solo sventura, e responsabilità di chi povero non è; che il diritto al lavoro dignitoso per tutti, i diritti della famiglia e tutti i diritti umani vengano rispettati nella vita di ogni azienda […] e riconosciuti a livello mondiale con una carta condivisa che scoraggi scelte aziendali dovute al solo profitto e basate sullo sfruttamento dei minori e dei più svantaggiati;[…] si dia vita a nuove istituzioni finanziarie mondiali e si riformino, in senso democratico e inclusivo, quelle esistenti […] perché aiutino il mondo a risollevarsi dalle povertà, dagli squilibri prodotti dalla pandemia; si premi e si incoraggi la finanza sostenibile ed etica, e si scoraggi con apposita tassazione la finanza altamente speculativa e predatoria». [vii]

Insomma, più che aiutare i poveri e gli emarginati a liberarsi dallo sfruttamento e dallo ‘scarto’, si dovrebbe dar loro ‘rispetto e stima’, riconoscendone i diritti e ‘scoraggiando’ scelte economiche dettate dal ‘solo profitto’. Anche la finanza speculativa andrebbe più che altro ‘scoraggiata’, promovendo quella ‘etica’. Ma Papa Bergoglio ha usato parole molto più dure e radicali nei confronti del capitalismo, ammonendo anche a non cercare comode scorciatoie assistenzialistiche.

«Non basta puntare sulla ricerca di palliativi nel terzo settore o in modelli filantropici. Benché la loro opera sia cruciale, non sempre sono capaci di affrontare strutturalmente gli attuali squilibri che colpiscono i più esclusi e, senza volerlo, perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare […] Occorre accettare strutturalmente che i poveri hanno la dignità sufficiente per sedersi ai nostri incontri […]E questo è molto più che assistenzialismo: stiamo parlando di una conversione e trasformazione delle nostre priorità e del posto dell’altro nelle nostre politiche e nell’ordine sociale». [viii]

Eppure non si sembra proprio che i poveri siano stati protagonisti d’un incontro dominato dall’intento di ribadire il ruolo centrale di una leadership aperta e illuminata.

«Le istituzioni nazionali e internazionali prevedano premi a sostegno degli imprenditori innovatori nell’ambito della sostenibilità ambientale, sociale, spirituale e, non ultima, manageriale perché solo ripensando la gestione delle persone dentro le imprese, sarà possibile una sostenibilità globale dell’economia». [ix]

Sostenibilità e irenica benevolenza o nuovo modello di sviluppo?

Vandana Shiva

Un termine problematico che affiora più volte nel documento finale di Assisi è ‘sostenibilità’.

 «Lo sviluppo sostenibile è un concetto fluido e nei due passati decenni sono emerse varie definizioni […] Sebbene ci sia un generale consenso sul fatto che lo sviluppo sostenibile richieda una convergenza fra i tre pilastri dello sviluppo economico, della giustizia sociale e della protezione ambientale, il concetto resta elusivo…» [x]

A definire ‘fluido’ ed ‘elusivo’ il concetto di sostenibilità è stato un documento elaborato da un organismo dell’ONU. Io aggiungerei che tale ambiguità lo rende anche fuorviante, per cui non posso che concordare con le osservazioni espresse da Rocco Altieri.

«Leonardo Boff e Vandana Shiva hanno denunciato ancora una volta la falsa scientificità dell’economia accademica che separa l’economia dall’ecologia, che in realtà nella comune radice etimologica (dal greco oikos: casa) richiamano un’unica verità, la scienza della necessaria normazione della nostra casa comune. È stata l’economia moderna a determinare una frattura e una distorsione tra i due ambiti, considerando la natura solo come risorsa da sfruttare e ponendo come suo orizzonte la riproduzione del capitale, la mercificazione e lo scambio basato sul denaro, nella prospettiva della massimizzazione del profitto, dell’accumulazione del capitale e della crescita illimitata dei consumi». [xi]

Perseguire un modello di sviluppo alternativo è cosa ben diversa dal tentativo di razionalizzare ed umanizzare l’attuale modello capitalista. In tal modo non si mette davvero al centro la ‘casa comune’ e l’integrità del creato, ma si cerca piuttosto di ridurre i danni di uno sviluppo reso sinonimo di ‘crescita’, per attenuare la violenza strutturale d’un modello, predatorio ed iniquo. Scrive Altieri, citando l’economista gandhiano Kumarappa:

«Ogni regola umana che non segua il soffio e la vitalità della natura, che non rispetti l’equilibrio ecologico diverrà col tempo produttrice di violenza e di guerra. Il capitale, la mercificazione e lo scambio basato sul denaro hanno spinto gli uomini a dimenticare le condizioni fondamentali che rendono possibile l’esistenza sulla terra […] In questo senso l’economia rispettosa della natura diventa “permanente”, mentre quella parassitaria, praticata dall’economia moderna, è transeunte, senza futuro, perché distrugge le basi stesse della sua riproducibilità biologica» [xii]

Se dal documento finale non sembra emergere un’alternativa economica che vada oltre la spinta etica alla solidarietà ed alla condivisione, ancor meno vi si dice della prima causa di devastazione ambientale e di soppressione dei diritti umani: la guerra. Senza nemmeno citare l’alternativa della nonviolenza e della difesa civile e senz’armi, si fa ancora appello solo alla ‘buona volontà’: «Chiediamo infine l’impegno di tutti perché si avvicini il tempo profetizzato da…Isaia 2, 4. Noi giovani non tolleriamo più che si sottraggono risorse alla scuola, alla sanità, al nostro presente e futuro per costruire armi e per alimentare le guerre necessarie a venderle. Vorremmo raccontare ai nostri figli che il mondo in guerra è finito per sempre». [xiii] 

“Adelante, Pedro, con juicio, si puedes”

S’insiste sul ruolo ‘profetico’ dei giovani, chiamati ad impegnarsi e ad essere ‘insistenti’ nella loro richiesta, però all’orizzonte prospettato dall’incontro di Assisi non si profila nessuna rivoluzione disarmata, semmai un pacifismo un po’ vago. Al contrario, papa Francesco era stato molto esplicito in proposito, condannando la piaga della guerra e della corsa agli armamenti e ponendo la nonviolenza attiva come prospettiva.

«…oggi purtroppo siamo alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi […] questa violenza che si esercita “a pezzi”, in modi e a livelli diversi, provoca enormi sofferenze di cui siamo ben consapevoli: guerre in diversi Paesi e continenti; terrorismo, criminalità e attacchi armati imprevedibili; gli abusi subiti dai migranti e dalle vittime della tratta; la devastazione dell’ambiente […] grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane […] La costruzione della pace mediante la nonviolenza attiva è elemento necessario e coerente con i continui sforzi della Chiesa per limitare l’uso della forza attraverso le norme morali…» [xiv]

Questo pur prestigioso ed internazionale meeting di Assisi, dunque, non sembra aver aperto un capitolo davvero nuovo nell’impegno ecclesiale per dare concretezza effettiva al classico trinomio “giustizia, pace e integrità del creato”, terreno su cui già operavano da decenni varie organizzazioni cristiane, dai vari Uffici diocesani alle congregazioni religiose, soprattutto quelle ispirate proprio dallo spirito evangelico del Santo di Assisi.

«Il richiamo ossessivo che si è fatto nel convegno di Assisi agli obiettivi dello “sviluppo sostenibile” appare ambiguo e retorico, è un evidente ossimoro che fantastica mirabolanti rimedi tecnologi e manageriali per mantenere in realtà in piedi l’economia parassitaria e predatoria del capitalismo dominante…» [xv]

Si può essere più o meno d’accordo col severo giudizio espresso da Rocco Altieri, ma è difficile negare la delusione per il fatto che le indiscutibili potenzialità dell’iniziativa siano state vanificate da una sua conduzione moderata e poco disponibile a lasciarsi contagiare dal vento del nuovo e dell’alternativa. Non c’è dubbio che esperienze di economia solidale e partecipativa debbano essere parte del progetto del cambiamento auspicato dal Papa, ma è evidente che da sole non bastano, per cui rischiano di lasciare inalterata la realtà attuale, come ha sottolineato un teorico della trasformazione economica come Roberto Mancini.

«Quale contributo danno simili esperienze alla nascita di un’altra economia? Molti dei loro protagonisti sono consapevoli… del pericolo di realizzare delle nicchie economiche di qualità dei prodotti e di equità nelle relazioni intersoggettive, ma sempre all’interno del sistema vigente. In tal modo l’economia solidale sarebbe un’oasi che riconferma il predominio del deserto capitalista, per cui da essa non potrebbe venire alcuna spinta propulsiva…. verso il cambiamento del sistema». [xvi]

L’economia di Francesco – quello del XIII secolo come l’attuale papa – è un progetto molto più ardito e complesso, che la kermesse assisiate rischia di banalizzare, arginandola nei limiti dell’esortazione alla ‘prudenza’ ed al ‘giudizio’ del manzoniano Cancelliere Ferrer.

Ma, come leggiamo nel Vangelo: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va” (Gv, 3:8). E non basta certo un prestigioso convegno per ingabbiarlo.


Note

[i] https://francescoeconomy.org/it/comitato/

[ii] Rocco Altieri, “L’economia di Francesco e la costruzione della pace”, editoriale del 22.11.2020, Il Dialogo > https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/editoriali/autorivari_1606021775.htm

[iii] Ibidem

[iv] Citazioni dal documento: The Economy of Francesco, Final Statement and Common Commitment > https://francescoeconomy.org/it/final-statement-and-common-commitment/

[v] Vandana Shiva, Monocultures of the Mind, London, New Jersey, Zed Books Ltd, 1993 (Trad. italiana: Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura «Scientifica», Torino, Boringhieri, 1995)

[vi] “The Economy of Francesco. Il Papa ai giovani: niente scorciatoie, sporcatevi le mani” , Avvenire (21.11.2020) > https://www.avvenire.it/economia/pagine/the-economy-of-francesco-messaggio-del-papa

[vii] Vedi documento finale cit.

[viii]https://www.repubblica.it/cronaca/2020/11/21/news/papa_francesco_non_siamo_condannati_a_un_economia_che_e_solo_profitto_-275261230/

[ix] Documento finale, cit.

[x] Sustainable Development –from Bruntland to Rio 2012, Background Paper for consideration by the High Level Panel on Global Sustainability, 19 September 2010 – Prepared by John Drexhage and Deborah Murphy, International Institute for Sustainable Development (IISD), U.N. (September 2010), p. 2 > http://www.un.org/wcm/webdav/site/climatechange/shared/gsp/docs/GSP16_Background%20on%20Sustainable%20Devt.pdf

[xi] Rocco Altieri, editoriale cit.

[xii] Ibidem – Circa il riferimento all’economista gandhiano, v. Joseph C. Kumarappa, Economia di condivisione. Come uscire dalla crisi mondiale, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2011 (Quaderno Satyagraha n. 20)

[xiii] Documento finale, cit.

[xiv] Papa Francesco, La nonviolenza: stile di una politica per la pace, Giornata Mondiale della Pace 2017 > http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/papa-francesco_20161208_messaggio-l-giornata-mondiale-pace-2017.html

[xv] V. editoriale cit.

[xvi] Roberto Mancini, Trasformare l’economia – Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, Milano, Franco Angeli, 2014, p. 232-233

L’inverno di san Martino

Da Marte a Martino

“Se passa un cavaliere con un pennacchio rosso /sull’elmo è san Martino, senza mantello indosso…”. Questi ingenui versi di Renzo Pezzani ci parlano – come in altre poesie filastrocche e proverbi – d’un santo spesso evocato dalle tradizioni popolari, ma in realtà poco conosciuto. Chi, infatti, non ha ripetuto i versi carducciani che ricordano la festa contadina in suo onore (“La nebbia a gli irti colli / piovigginando sale…”), o non ha visto almeno un’immagine che ritrae il santo cavaliere nel gesto di condividere il suo mantello con un mendicante infreddolito?  È appena passato l’11 novembre, data che ne commemora la sepoltura ed indissolubilmente legata alla ‘estate di san Martino’, entrata da secoli nella cultura popolare iberofona e francofona, ma presente anche in quella anglosassone.E poi, per uno come me, che vive da sempre a Napoli, la cui collina è dominata dalla splendida facciata della Certosa di san Martino, questo nome suona particolarmente familiare. Ma chi era veramente questo personaggio un po’ fiabesco?

Le narrazioni agiografie raccontano d’un bambino nato nel 316 d.C. in una cittadina della Pannonia (attuale Ungheria) ad un fiero tribuno della legione dei conquistatori romani, che lo aveva chiamato Martino, in onore del dio della guerra. Già da piccolo si era trasferito in Italia, a Pavia, dove al padre era stato assegnato un podere, in quanto veterano. Pochi anni dopo, in forza dell’editto imperiale del 331, fu reclutato in una Schola militare, diventando anche lui un cavaliere a tutti gli effetti. Inviato in Gallia, fece parte della Guardia Imperiale, svolgendovi mansioni di ordine pubblico più che strettamente militari, in quanto il circitor era spesso impegnato in ronde notturne. Fu proprio durante una di esse che, nel rigido inverno del 335, il giovane Martino si sarebbe imbattuto nel mendicante seminudo al quale, secondo l’antica leggenda, avrebbe donato metà del suo bianco mantello di cavaliere.

«All’età di 18 anni, quando donò metà del suo mantello al povero di Amiens, la notte seguente, Cristo gli apparve rivestito di quello stesso mantello: fu allora che decise di farsi battezzare. Terminato il periodo obbligatorio di servizio militare, a 25 anni lasciò l’esercito e si recò a Poitiers dal Vescovo Ilario».[i]

Martino, uno dei santi più venerati nel mondo occidentale, è ricordato principalmente per quel generoso gesto condivisione, ma di solito molto meno si sa dell’austera vita monastica intrapresa dopo la conversione e della sua intrepida battaglia contro l’eresia ariana, condotta dapprima a fianco di Ilario, il santo vescovo di Poitiers e, dopo il 371, come vescovo di Tours, nella regione centrale della Loira. Quasi forzato a questo incarico da clero e fedeli che lo avevano scelto come loro pastore, continuò comunque a vivere come prima la sua rigorosa vita monacale di preghiera condivisione ed evangelizzazione, lontano da onori ed occupazioni mondane e costantemente attento ai più poveri e derelitti.

«Per san Martino, amico stretto dei poveri, la povertà non è un’ideologia, ma una realtà da vivere nel soccorso e nel voto. Marmoutier, al termine del suo episcopato, conta 80 monaci, quasi tutti provenienti dall’ aristocrazia senatoria, che si erano piegati all’ umiltà e alla mortificazione. San Martino morì l’8 novembre 397 a Candes-Saint-Martin, dove si era recato per mettere pace fra il clero locale. Ai suoi funerali, che si celebrarono l’11 novembre, assistettero migliaia di monaci e monache. I nobili san Paolino (355-431) e Sulpicio Severo, suoi discepoli, vendettero i loro beni per i poveri: il primo si ritirò a Nola, dove divenne Vescovo, il secondo si consacrò alla preghiera».[ii]

Dalla ‘cappella’ ai… ‘cappellani’

Perché questa lunga premessa? A che cosa può servire, oggi, il ricordo di un nobile e santo personaggio vissuto oltre 1620 anni fa? Pochi sanno che alla storia del cosiddetto ‘apostolo delle Gallie’ – patrono dei re di Francia ma venerato devotamente in tanti altri paesi – è direttamente legata una parola neolatina che sentiamo ancora risuonare: ‘cappella’. Essa designava in origine il celeberrimo mantello di san Martino (la piccola ‘cappa’, divisa in due ma miracolosamente tornata integra), una reliquia custodita poi dai sovrani merovingi e carolingi nell’oratorio reale, per questo motivo chiamato ‘cappella’. Tale nome fu utilizzato in seguito per designare non solo gli oratori domestici dei palazzi nobiliari, ma anche chiesette cittadine e rurali, dove ufficiavano sacerdoti denominati appunto ‘cappellani’.

Il fatto è che questo termine fa scattare un campanello d’allarme negli antimilitaristi come me, evocando indirettamente l’istituzione dei ‘cappellani militari’, particolarmente potente nel nostro Paese. 

«L’Ordinariato militare per l’Italia è una circoscrizione personale della Chiesa cattolica, assimilata ad una diocesi ed equiparata ad un ufficio dello Stato; ha giurisdizione su tutti i militari delle forze armate italiane (Esercito, Marina militare, Aeronautica, Carabinieri, insieme alla Guardia di Finanza, in quanto corpo di polizia ad ordinamento militare), sui loro familiari conviventi e sul personale civile in servizio presso le forze armate”. [iii]

Attenzione: non stiamo parlando solo di ministri del culto addetti al servizio spirituale nei confronti del personale militare – come si verifica per altre realtà nazionali e denominazioni religiose – bensì di una vera e propria corporazione, riconosciuta sia come organo giurisdizionale dalle forze armate italiane, sia come diocesi autonoma dalla Chiesa Cattolica. Non si tratta semplicemente del ministero religioso esercitato nei confronti del personale militare, ma di una potente organizzazione gerarchica, le cui radici lontane affondano nella tradizione che, iniziata con i ‘sacerdoti castrensi’ dell’imperatore Costantino e seguita da quella dei ‘monaci-cavalieri’ medievali, s’interruppe con la Rivoluzione Francese ma fu ripristinata dalla Restaurazione e, in tempi recenti, ratificata dai concordati che regolano i rapporti fra Chiese e Stati.

«La giurisdizione dell’Ordinario militare è personale, ordinaria, propria ma cumulativa con quella del Vescovo Diocesano. Così i cappellani hanno diritti e doveri dei Parroci e giurisdizione cumulativa con le parrocchie locali. Il Presbiterio è formato da sacerdoti concessi da Vescovi Diocesani e Superiori Religiosi, ma prevede altresì l’erezione di un Seminario proprio con alunni da promuovere ai Sacri Ordini per l’Ordinariato militare […] L’Ordinariato Militare in Italia è regolato dagli accordi concordatari tra la Santa Sede e lo Stato Italiano, dalla legge statuale che disciplina il servizio di assistenza spirituale alle Forze armate, dalla Costituzione apostolica Spirituali ‘Militum curae’, dagli Statuti, dal Codex Iuris Canonici per quanto non viene espressamente stabilito nelle prescritte disposizioni ».[iv]

Ebbene, fra i Patroni dei corpi militari – dalla Beata Vergine Maria agli arcangeli Michele e Gabriele, fino a martiri ed altri santi, come Sebastiano, Giorgio, Marco, Maurizio, Giovanni da Capistrano etc. –compare ovviamente il nostro Martino di Tours, nominato d’ufficio patrono della Fanteria, sebbene nella sua vita precedente la conversione fosse un cavaliere. Ma non è certamente questa la contraddizione più grave…

Croci e stellette: l’insostenibile pesantezza d’un compromesso

In due miei precedenti articoli [v]avevo già affrontato la spinosa questione della compatibilità dello spirito evangelico – caratterizzato dalla fraternità, dall’amore anche per i nemici e dalla designazione come ‘beati’ dei costruttori di pace – con un’organizzazione integrata, di fatto, nella logica autoritaria, gerarchica ed indiscutibilmente violenta delle forze armate, e per di più resa parzialmente ‘autocefala’ all’interno della Chiesa Cattolica. A tal proposito, credo opportuno citare di nuovo le parole del missionario comboniano padre Alex Zanotelli, il quale sottolineava proprio come si tratti di un’istituzione:

«…in chiaro contrasto con il magistero di Papa Francesco contro la guerra e in favore della nonviolenza attiva. Ma è in contrasto soprattutto con il Vangelo perché l’Intesa integra i cappellani nelle Forze Armate d’Italia sempre più impegnate a fare guerra “ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati”, come recita il Libro Bianco della Difesa della Ministra Pinotti. […] E per fare questo, c’è bisogno di armarsi fino ai denti, arrivando a spendere lo scorso anno in Difesa 25 miliardi di euro, pari a 70 milioni di euro al giorno. Tutto questo è in profondo contrasto con quanto ci ha insegnato Gesù. Per cui diventa una profonda contraddizione avere sacerdoti inseriti in tali strutture».[vi]

Tornando al nostro Martino di Tours, la contraddizione più stridente sicuramente non è quella che l’Esercito Italiano e quello francese lo abbiano impropriamente dichiarato patrono dell’arma della Fanteria, ma piuttosto che si tratta d’un grottesco capovolgimento del senso della sua storia. Quello che il padre legionario aveva chiamato ‘piccolo Marte’, dopo il forzato servizio militare – svolto peraltro con modalità più che altro ‘civili’ e con fraterno spirito di condivisione – si era convertito al cristianesimo, lasciando oneri ed onori delle armi e dedicandosi esclusivamente all’evangelizzazione, alla carità ed alla preghiera. Ma non si era trattato solo di rinnegare l’istituzione militare e l’imperialismo romano. Le fonti agiografiche [vii]ci raccontano di uno zelante catecumeno e missionario, poi di un umile e rigoroso monaco e infine di una persona che accetta di diventare vescovo solo per spirito di servizio, espungendo dal suo incarico ogni sovrastruttura autoritaria, mondana e gerarchica.

«Martino assolve le funzioni episcopali con autorità e prestigio, senza però abbandonare le scelte monacali. Va a vivere in un eremo solitario, a tre chilometri dalla città. […] Se da un lato rifiuta il lusso e l’apparato di un dignitario della Chiesa, dall’altra Martino non trascura le funzioni episcopali. A Tours, dove si reca per celebrare l’officio divino nella cattedrale, respinge le visite di carattere mondano. Intanto si occupa dei prigionieri, dei condannati a morte; dei malati e dei morti, che guarisce e resuscita».[viii]

Ecco perché, dopo 16 secoli, ricordare Martino come marziale cavaliere ed acclamato vescovo, quindi, significa far torto alla sua vera santità, radicata nel messaggio evangelico della carità fraterna, del magistero dell’esempio e del rifiuto di ogni potere che non fosse servizio. Ricordarlo oggi come il santo patrono di granatieri, bersaglieri, alpini, paracadutisti e lagunari è quanto meno improprio, così come lo stridente ossimoro originato dal mettere insieme il Vangelo di Cristo, Principe della Pace, e la gerarchica organizzazione di chi mescola disinvoltamente croci e stellette, clergyman e mostrine, rosari e medaglie…


Note

[i] “San Martino, il vescovo che con il dono del mantello fece rifiorire l’estate”, Famiglia Cristiana (11.11.2020) > https://m.famigliacristiana.it/articolo/san-martino-il-vescovo-che-con-il-dono-del-mantello-fece-fiorire-l-estate.htm

[ii] Ibidem

[iii] “Ordinariato militare per l’Italia” in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Ordinariato_militare_per_l%27Italia

[iv] “Storia dell’Ordinariato”, in Ordinariato Militare per l’Italia > http://www.ordinariatomilitare.it/diocesi/storia/storia-dellordinariato/

[v] Cfr. Ermete Ferraro, “Pregare per l’unità dei cappellani militari?” (30.01.2020), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2020/01/30/pregare-per-lunita-dei-cappellani-militari/  e, Idem, “Riforma ‘mimetica’ per religiosi con le stellette” (15.03.2020), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2020/03/15/riforma-mimetica-per-religiosi-con-le-stellette/

[vi] Alex Zanotelli, “No ai 10 milioni di euro dello Stato per i cappellani militari”, MicroMega (16.03.2018) > http://temi.repubblica.it/micromega-online/no-ai-10-milioni-di-euro-dello-stato-per-i-cappellani-militari-appello-al-papa-di-padre-zanotelli/

[vii] Fra le fonti più antiche: Severo Sulpicio, Vita Martini  e Venanzio Fortunato, Vita di S. Martino di Tours; fra le agiografie più recenti, troviamo quella scritta da san Giovanni Bosco (Torino, 1855) >  http://www.donboscosanto.eu/oe/vita_di_san_martino_vescovo_di_tours.php

[viii] Cristina Siccardi, “San Martino di Tours”, Santi e Beati > http://www.santiebeati.it/dettaglio/25050

Forze armate: IO NON CI CREDO

Basta con la Nazione armata!

4novembre2020

Con l’approssimarsi del 4 novembre, fervono le iniziative, nazionali e locali, per ‘celebrare’ anche quest’anno il “Giorno dell’Unità Nazionale” e la “Giornata delle Forze Armate”. Ma poiché la grave situazione sanitaria e sociale non consente lo svolgimento di grandi manifestazioni e tanto meno di sfilate spettacolari, il nostro Governo ha dovuto accontentarsi di mantenere un profilo un po’ più basso sul piano organizzativo. Non ha però rinunciato alla retorica patriottarda e militarista, sfoderata in queste circostanze, ed il Ministero della difesa ha prodotto e diffuso un manifesto ed un video per celebrare degnamente questa data. Il primo corto circuito logico nasce dal fatto stesso di aver sovrapposto impropriamente (e subdolamente) i due concetti in questione, dal momento che festeggiare l’unità nazionale non ha molto a che vedere con l’esaltazione delle forze armate, da un punto di vista sia storico sia ideologico. Dato – e non concesso – che gli Italiani del 21° secolo avvertano il bisogno insopprimibile di celebrare la loro unificazione come regno nazionale (avvenuta peraltro con mezzi assai discutibili quasi 160 anni fa), non si capisce perché nel contempo debbano rendere omaggio alle forze armate repubblicane (la cui istituzione è stata sancita lapidariamente nel 1948 dall’art. 52 della Costituzione).

Inculcare come ovvio e naturale il binomio Patria – Forze Armate è stata una strategia che nessun governo repubblicano ha finora avuto il coraggio di sconfessare, a costo di stendere un velo ipocrita sul lapidario e ancor più esplicito art. 11 della stessa Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni…”), ricorrendo alla retorica della bandiera intesa come vessillo militare più che come simbolo identitario di una comunità civile.

Un secondo stereotipo, ancor più pernicioso, ha fatto delle forze armate una sorta di baluardo in difesa non solo della Patria (fingendo d’ignorare che ‘patria’ è solo un aggettivo che qualifica il sostantivo ‘terra’), ma anche della Santa Fede (evocando così una visione medievale che oggi risulta blasfema).

Il video prodotto dal Ministero della difesa per questo 4 novembre 2020, in effetti, cerca di coniugare questi due espedienti retorici già dal titolo: “IO CI CREDO”, che infatti è anche il réfrain dell’ultimo “spot istituzionale”. [i] L’intenzione è quella di far risuonare il suo messaggio quasi come una professione di fede. Peccato però che non si tratti di aderire ad un ‘credo’ religioso ma piuttosto ad un’istituzione laica, quella militare, il cui fine sarebbe di: «…essere fedele alla Repubblica Italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina e onore tutti i doveri […] per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni». [ii]

È il caso di notare, a tal proposito, che sia il testo dell’art. 52 della Costituzione Italiana, sia quello del citato ‘giuramento militare’, non definiscono affatto come ‘armata’ la difesa.

«La Legge Costituzionale 18.10. 2001 n. 3, di riforma del Titolo V, Parte II della Costituzione, che ha modificato l’art.117 della Costituzione, affidando alla competenza legislativa delle Regioni e delle Province Autonome di Trento e di Bolzano tutte le materie non estesamente riservate alla competenza legislativa esclusiva o concorrente dello Stato, ha previsto tra le materia riservate allo Stato, la “difesa e Forze Armate, sicurezza dello Stato, armi, munizioni ed esplosivi” (art. 117, 2° comma. lettera d). Si distingue, quindi, tra ‘difesa’ e ‘Forze Armate’ […] Ne consegue quindi la legittimità costituzionale di una “difesa” che non comporti l’uso delle armi e che sia in sintonia con l’art. 11 della Costituzione».[iii]

Tenuto conto che dal 2005 la coscrizione obbligatoria è stata ‘sospesa’, non abolita del tutto, di corpi militari, gerarchicamente costituiti, ne consegue che chi si arruola nelle forze armate va a far parte volontariamente ad un’istituzione che dovrebbe assicurare esclusivamente la ‘difesa armata’ di quella che a volta chiamavano Patria, ma che da molti anni è definibile, cinicamente ma più realisticamente, come ‘interessi nazionali’.

«Il fine ultimo della politica nazionale di sicurezza internazionale e difesa è la protezione degli interessi vitali e strategici dell’Italia […] Sebbene multiformi strumenti d’azione intergovernativa potranno essere impiegati dal Governo per il raggiungimento di tali obiettivi, la capacità delle Forze armate di difendere l’Italia e i suoi interessi rimangono centrali».[iv]

Un secolo e mezzo dopo la c.d. ‘unità’, sarebbe stato opportuno (e meno ipocrita) smettere di rispolverare il concetto risorgimentale di ‘nazione armata’, intimamente connesso a quello di ‘esercito permanente’ [v] , prendendo atto che le forze armate, oggi più che mai, servono a difendere gli interessi d’un sistema economico-politico-militare che ha ben poco a che fare sia con la sicurezza nazionale, sia con la salvaguardia della democrazia.

Un Symbolum del neo-militarismo?

Il breve video (60 secondi nella versione integrale) diffuso dal nostro Ministero della difesa non presenta particolari novità rispetto ad altro materiale propagandistico delle forze armate, su cui mi è sono soffermato in precedenti commenti. [vi] Ancora una volta, infatti, si cerca di accreditarle come una realtà multiforme al servizio dello Stato, che presenta la faccia burbera e dura dei soldati professionali, ma anche quella bonaria e protettiva di chi sa esser pronto ed attivo per tutte le emergenze, dai terremoti alle pandemie, grazie  all’esperienza consolidata di chi sa distruggere ma anche ricostruire, minacciare ma anche proteggere… 

Banalmente, è la tecnica – riscontrabile in tanti libri e film polizieschi – del “bad cop – good cop” che si alternano o, se vogliamo scomodare la teologia, della divinità buona ma severa, misericordiosa ma vendicativa che emerge dalle pagine vetero-testamentarie in cui si fa spesso riferimento al ‘Signore degli Eserciti’ [vii].

Nello ‘spot istituzionale’ confezionato per il 4 novembre 2020, il rinvio subliminale ad una sorta di professio fidei suona come l’ennesimo tentativo non solo di giustificare, ma perfino di sacralizzare l’istituzione militare E lo si fa rinsaldando gli ormai deboli legami col popolo grazie alle sue pretese ‘virtù cardinali’ ed accreditandosi come provvidenziale ‘strumento’ per rinsaldare la fede nel valore della nostra gente, la carità solidale verso chi ha bisogno d’aiuto e la speranza nel domani dell’Italia.  Il martellante e trionfale ritornello del claim ci porta in una dimensione che non è più quella attenuata nel titolo del ‘crederci’ (nel senso di dare credito e fiducia a qualcuno o a qualcosa), bensì del ‘credere’ come atto di adesione profonda ad una verità incontrovertibile.

Ma in che cosa dovrebbe ‘credere’ chi fa parte delle forze armate? Il video è diviso equamente in due manifestazioni di omaggio, rispettivamente al valor militare ed a quello civile, che si riallacciano alla fine in una visione che li coniuga mediante il simbolo della bandiera, alzata all’inizio sul pennone come immagine stessa dell’orgoglio nazionale.

«…”Credo nel mio paese e nella sua gente. / Credo nell’impegno e nel coraggio. // Credo nell’alzare lo sguardo e nel valore dell’altro. /Credo nel domani e nell’Italia che spera. //

Perché siam popolo. /Unito sotto una sola bandiera// Forze Armate /Io ci credo!” ». [viii]

Le prime due affermazioni si riferiscono ovviamente alla competenza bellica delle nostre forze armate, delle quali scorrono sullo schermo entusiastiche immagini di soldati di fanteria, carristi e piloti di aviazione, esaltandone l’azione col ricorso alle parole-chiave impegno e coraggio. Le successive due frasi riecheggiano invece mentre il video ci mostra carabinieri, alpini e finanzieri in operazioni di salvataggio nei paesi terremotati o sulle nevi, evocando altruismo e speranza in un domani migliore. La conclusione è nelle marziali immagini d’un equipaggio di marinai schierati per l’alzabandiera sul ponte di una portaerei, dalla quale si levano in volo gli aviogetti dei nostri ‘top gun’, quasi a sugellare il giuramento di fedeltà al tricolore dell’Unità, simbolo dell’unità popolare. Il tutto accompagnato da un’esecuzione rallentata dell’inno nazionale, intersecata dai rumori di fondo di quelle nobili ‘missioni’, civili e militari…

Militarismo in salsa clerical-populista

In questi giorni abbiamo avuto modo di sperimentare quanto possa essere subdolo il connubio tra istituzioni militari e religiose. Proprio quando, ancora una volta, Papa Francesco rinnovava con la sua enciclica “Fratelli tutti[ix] il suo accorato appello alla fratellanza universale, al disarmo ed alla pace, sul cielo di Assisi è andato in scena un blasfemo ‘omaggio’ al Santo simbolo dell’amore per il Creato e della Pace di Cristo. L’esibizione della pattuglia acrobatica dell’aeronautica militare, meglio conosciuta col nome di Frecce Tricolori, è stata salutata con incontenibile entusiasmo dal portavoce del S. Convento padre Enzo Fortunato, quasi si trattasse di un colorito spettacolo folkloristico anziché di una palese manifestazione di patriottismo militarista, che non c’entra per nulla collo spirito autentico del messaggio francescano. Ben ha fatto Rocco Altieri – docente ed editore nonviolento – a stigmatizzare la sconcertante contraddizione di un autorevole rappresentante dell’Ordine fondato dal mite Poverello d’Assisi che esalti simili esibizioni.

«Il sorvolo dell’aeronautica militare sui cieli di Assisi il 4 ottobre scorso è stato un atto di una gravità inaudita, una profanazione della vocazione di Pace della città di Assisi. Tali esibizioni di aerei militari, nobilitati col nome di frecce tricolori o pattuglia acrobatica, sono simboli di morte, gravemente inquinanti e costosi, forieri di guerra, che non possono essere giustificati come spettacolo di omaggio a San Francesco. Questi sorvoli sono stati pensati dai militari, dal ministero della Difesa e dall’industria italiana Leonardo per promuovere la produzione e il commercio degli armamenti che Papa Francesco ha ripetutamente condannato. Sono sparvieri di fuoco il cui rombo fa tremare le abitazioni, spaventa le allodole care a Francesco, gli uccelli nel cielo e i bimbi sulla terra! Sono insegne imperiali di un comando violento del mondo verso cui i cristiani non accettano di prostrarsi, bruciando i granelli di incenso sull’altare della guerra. Il Dio dei cristiani è il Dio della vita e rifiuta ogni forma di idolatria…».  [x]

Per carità cristiana non mi soffermo sulle ancor più sconcertanti risposte alla sua ‘obiezione di coscienza’ rilasciate dal Custode dello stesso S. Convento e dal direttore del quotidiano cattolico Avvenire, oscillanti tra banalizzazione dell’episodio e conferma di un’evidente simpatia per il rutilante immaginario del mondo militare. Vorrei sottolineare, invece, che non mi sembra che si percepisca abbastanza quanto sia scandalosa – nel senso evangelico del termine – la militarizzazione del sacro e la sacralizzazione del militare, le cui antiche radici non sono state estirpate neppure dal magistero di sei pontefici (da Benedetto XV fino a Papa Francesco), che hanno condannato duramente la follia della guerra, l’incubo nucleare ed il commercio delle armi che foraggia sempre nuovi e micidiali conflitti armati.

Di fronte all’utilizzo di un linguaggio allusivo alla fede nel contesto di uno spot propagandistico delle forze armate italiane, si fa dunque avanti il sospetto che si voglia accreditare non solo come ineliminabile, ma perfino come virtuoso, quel complesso militare-industriale che in Italia sta incamerando nuove e sostanziose risorse finanziarie (30 miliardi), sottraendole a quel Recovery Fund che ben altri interessi dovrebbe servire. [xi]

Purtroppo il processo di militarizzazione della società e delle sue istituzioni – dalla protezione civile alla sanità, passando anche per la scuola) [xii] – sembra avanzare ormai tra l’indifferenza generale, trovando proprio nella pandemia una pericolosa scorciatoia. D’altra parte, basta aprire il sito web del Ministero della difesa, scorrendo i titoli delle notizie succedutesi in una sola settimana, per comprendere che l’apparato militare in questo mese si sia mosso in modo incalzante, come per una sorta di Sturmtruppen Oktober Fest

21 ottobre: “Covid-19: parte l’operazione Igea della Difesa…”; 22 ottobre: “La BEI finanzia la costruzione di tre navi oceanografiche della Marina Militare…”; 22 ottobre: “Approvato il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa…”; 23 ottobre: “Nato: giornata conclusiva della riunione dei ministri della difesa”; 27 ottobre: “Riunione del Consiglio Supremo di Difesa”. [xiii]

Ma ora che la ‘difesa’ si avvia ad aprire il mese successivo con le rituali celebrazioni del 4 novembre, da antimilitarista nonviolento, ritengo doveroso ricordare che si tratta dell’anniversario della fine della ‘inutile strage’ della prima guerra mondiale, una data che dovrebbe essere per gli Italiani più una giornata di lutto che di festa.  E non bastano certo frecce tricolori, sventolii di bandiere, poster colorati, video trionfalistici ed altri espedienti retorici per cambiare la tragica realtà del passato o per mistificare quella futura.

N O T E


[i] https://www.youtube.com/watch?v=PspUNrpP97Q

[ii] https://it.wikipedia.org/wiki/Giuramento_militare

[iii] Giorgio Giannini, La difesa della patria e la difesa civile, non armata e nonviolenta, pp. 2-3 > http://www.serviziocivileunpli.net/wp-content/uploads/2010/09/Difesa-della-Patria-non-armata-e-non-violenta.pdf

[iv] Ministro della difesa, Libro bianco per la sicurezza internazionale e la difesa , 2015§ 55,  p. 15> https://flpdifesa.org/wp-content/uploads/2015/05/Libro-Bianco-30.04.2015-5a-versione-def-sul-sito-MD.pdf

[v] A tal proposito, cfr. Giuseppe Conti, FARE GLI ITALIANI. Esercito permanente e ‘nazione armata’ nell’Italia liberale, Milano, FrancoAngeli, 2012

[vi] Vedi, in particolare: Ermete Ferraro, Fenomenologia dello strumento militare (26.05.2020) > https://ermetespeacebook.blog/2020/05/26/fenomenologia-dello-strumento-militare/ e Idem, Bell’esempio ai ‘grandi di domani !’ (05.06.2020) > https://ermetespeacebook.blog/2020/06/05/bellesempio-ai-grandi-di-domani/

[vii] Cfr. Gianfranco Ravasi, “Il dio degli eserciti”, (23.01.2003), Avvenire > https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/dio-degli-eserciti_20030123

[viii] Ministero della Difesa, “Verso il 4 Novembre: Il video istituzionale del Ministero della Difesa dedicato al Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate “- Roma 28 ottobre 2020 > https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/video_istituzionale_4_novembre.aspx

[ix] S.P. Francesco, Fratelli tutti, Lettera enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale, Città del Vaticano, 4 ottobre 2020 > http://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20201003_enciclica-fratelli-tutti.html

[x] Lettera aperta di Rocco Altieri, pubblicata il 23 ottobre 2020 da vari quotidiani, fra cui Vivo Umbria  > https://www.vivoumbria.it/2020/10/23/frecce-tricolori-ad-assisi-durissima-lettera-di-protesta-di-rocco-altieri-ai-frati-del-sacro-convento/?fbclid=IwAR3C5d9daaoycblJZzUa6-EW3k6PKvEFUg4f0kgO0s0kFlAWjf5_xRC6FRA  e Il fatto quotidiano.

[xi] Vedi: Manlio Dinucci, “Dal Recovery Fund 30 miliardi per il militare” (13.10.2020), il manifesto > https://ilmanifesto.it/dal-recovery-fund-30-miliardi-per-il-militare/

[xii] Rinvio, a tal proposito, ad alcuni articoli già pubblicati sul mio blog, fra cui: Presidiare l’emergenza? (23.03.2020) > https://ermetespeacebook.blog/2020/03/23/presidiare-lemergenza/  e Riforma ‘mimetica’ per religiosi con le stellette (15.03.2020) > https://ermetespeacebook.blog/2020/03/15/riforma-mimetica-per-religiosi-con-le-stellette/

[xiii] Cfr. il sito istituzionale del Ministero della difesa > https://www.difesa.it/Pagine/default.aspx

© 2020 Ermete Ferraro

IL MILITARISMO ETERNO

Alla ricerca dell’Ur-Fascismo…

Non vorrei che si equivocasse su ciò che sto per scrivere. Nonostante la mia lunga esperienza di pacifista ed antimilitarista, non voglio sostenere la tesi che la natura della struttura militare sia intrinsecamente fascista, ma soffermarmi su alcune considerazioni suggeritemi dalla lettura dell’opuscolo di Umberto Eco su “Il fascismo eterno”. [i]  All’inizio egli racconta che, da ragazzo, aveva “imparato che la libertà di parola significa libertà dalla retorica[ii] , per cui eviterò di cadere in questo vizio, limitandomi a confrontare le tesi di questo libello con quanto storia ed esperienza ci hanno insegnato sul militarismo.

Quando il giovane Umberto apprese dalla folla festante che la guerra era finita, la sua prima reazione fu quasi di sconcerto:

La pace mi diede una sensazione curiosa. Mi era stato detto che la guerra permanente era la condizione normale per un giovane italiano…” [iii].

Ecco un primo elemento di riflessione. La guerra come ‘normalità’, come elemento imprescindibile della storia umana, è uno dei miti che hanno alimentato per secoli la retorica nazionalista della ‘nazione in armi’, disposta a sacrificare la ‘meglio gioventù’ sull’altare del culto della bellicosità come virtù. L’analisi di Eco si sofferma sui confini tra il fascismo italiano ed altre forme di totalitarismo, per evitare semplificazioni e generalizzazioni che non aiutano a capirne la specificità, ad esempio, rispetto al nazismo, col quale pur ha sempre condiviso proprio la “liturgia militare”.

 “Il fascismo non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni […] L’immagine incoerente che ho descritto […] era un esempio di sgangheratezza politica ed ideologica. Ma era una ‘sgangheratezza ordinata’, una confusione strutturata. Il fascismo era filosoficamente scardinato, ma dal punto di vista emotivo era fermamente incernierato ad alcuni archetipi…”  [iv] 

Lo studioso è quindi andato alla ricerca di tali elementi fondanti, per enucleare e poi fissare le caratteristiche tipiche e strutturali di ciò che ha chiamato alla tedesca Ur-Fascismo, o ‘fascismo eterno’, mappandone una sorta di DNA. Ebbene, ritengo che alcuni di questi suoi ‘archetipi’ riguardino anche il militarismo ed i suoi ‘valori’, sebbene di recente purgati dagli aspetti più retorici e stridenti con l’assetto democratico. L’Italia non è un paese dichiaratamente militarista, ma bisogna prendere coscienza che alcuni di questi elementi autoritari, in forme certamente più subdole, non sono mai scomparsi del tutto. Dobbiamo farlo prima che sia troppo tardi per riconoscerli e per contrastarli.

Tradizione vs modernismo

I primi due aspetti messi in luce da Umberto Eco, come tipici del ‘fascismo eterno’, sono il culto della tradizione” – che rinvia a ‘rivelazioni’ senza tempo e ad autorità assolute – ed il conseguenziale rifiuto del modernismo”, da non confondere però col progresso tecnologico.

…Non ci può essere avanzamento del sapere. La verità è stata annunciata una volta per tutte […] Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo. Sia i fascisti sia i nazisti adoravano la tecnologia […] Tuttavia, sebbene il nazismo fosse fiero dei suoi successi industriali, la sua lode della modernità era solo l’aspetto superficiale di una ideologia basata sul ‘sangue’ e la ‘terra’ (Blut und Boden) …” [v]

È facile riscontrare questi due elementi caratteristici dell’U-F anche nella visione militarista. I cosiddetti “valori etico-militari”, pur adattati ai tempi nuovi, restano infatti ancorati ad un patriottismo più nostalgico dei fasti passati che proiettato verso il futuro. La persistente caratterizzazione delle forze armate come unico strumento di ‘difesa della Patria’, inoltre, si nutre proprio di quella ideologia un po’ pagana che lega tragicamente la terra al sangue.

“La Patria, la disciplina militare e l’onore militare rappresentano i pilastri dell’etica militare. Oltre questi valori fondamentali per la realtà motivazionale del militare possiamo elencarne tanti altri che non sempre sono semplice corollario ai primi […] patriottismo, spirito di sacrificio, […] aspirazione alla gloria, coraggio […] abnegazione, amor proprio, tradizioni […]  Tornando alla Patria, essa può essere ben definita come il bene supremo di tutta la collettività e può chiedere il sacrificio del singolo per il bene di tutti (‘dulce et decorum est pro patria mori’, così Orazio). [vi]

Un inveterato luogo comune del militarismo era (e nonostante tutto rimane) la convinzione che sacrificare la propria vita per la Patria sia più importante e nobile che spenderla, da vivi, contribuendo giorno per giorno al benessere di chi la abita. Essa peraltro viene considerata come una sorta di patrimonio acquisito da proteggere più che una realtà dinamica ed aperta da promuovere. Difendere la ‘tradizione’, pertanto, diventa un impegno prioritario, per conservare integro lo spirito nazionale, preservandolo da contaminazioni straniere e da insidiose tendenze moderniste.  Scriveva a tal proposito il gen. Tortora, già Consigliere del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare:

A rendere diverse le Forze Armate rispetto al pubblico impiego in genere, elevandole al di sopra delle altre Istituzioni, è soprattutto la Tradizione […] I miti dell’eroe, del martire […] i riti delle cerimonie e delle celebrazioni militari, in cui la memoria è rispettata ed il passato costantemente riattualizzato; i simboli della bandiera, dell’uniforme, dei distintivi di grado […] gli usi, legati ad un codice di comportamento non scritto, ma non per questo meno sentito e vincolante. Quelli appena descritti sono elementi di un culto laico, compendiati in un insieme di consuetudini interiorizzate […] Seguire la tradizione, persuasi del suo valore, preserva i principi etici correlati alla vita militare, al punto che la tradizione assurge ad autonomo principio etico”. [vii]

Sono parole troppo chiare per richiedere spiegazioni o commenti, anche se forse un alto ufficiale si esprimerebbe oggi con minore enfasi retorica, pur senza rinnegare quegli alati principi… Del resto, come scriveva Eco, una cosa è la ricerca della modernità sul piano tecnologico – che per le forze armate è ovviamente un obiettivo irrinunciabile affinché il c.d. ‘strumento militare’ non risulti inefficace ed obsoleto – ; ben altro è invece l’accettazione del modernismo, percepito come Weltanshauung radicalmente opposta al tradizionalismo, ossia come un atteggiamento mentale progressista ed anticonformista, sempre alla ricerca del nuovo e del diverso.

“La scommessa delle forze armate è quella di mantenere una forte stabilità morale derivante dalla tradizione, senza farne un alibi per una pigra e retriva conservazione dell’esistente, bensì per mantenersi salde e unite, in un panorama mondiale sottoposto a continui rivolgimenti politici, economici e sociali “. [viii]

Il ‘mimetismo’, che nelle forze armate italiane non attiene solo alla modalità di abbigliamento dei soldati ma anche al tentativo, talvolta maldestro, di non tagliarsi fuori del tutto dalla realtà contemporanea, ha più recentemente indotto i loro vertici a correggere un po’ il tiro, come si percepisce leggendo un testo scritto nel 2010 dal generale Camporini, allora Capo di S.M. della Difesa:

“Parlare di Patria, parlare di sacrificio, e ancor più di sacrificio della vita appare oggi di un’attualità forte e, contemporaneamente, di una lontananza culturale e sociale quasi inconcepibile […] Le Forze Armate…sono state e sono tuttora ‘portatrici sane’ di quei valori etici che una parte della nostra società non dico abbia smarrito ma, forse, ha più o meno consapevolmente messo al margine dei propri comportamenti […] Ecco perché appare indispensabile coltivare e promuovere l’etica come principale fattore di coesione ed efficacia, a garanzia dell’assolvimento dei compiti propri delle Forze Armate”. [ix]

Il linguaggio si aggiorna, ma i principi fondamentali restano, confermati dal riferimento nel primo caso alla necessità di “una forte stabilità morale” e nel secondo alla ‘etica militare’ come “principale fattore di coesione” nazionale.

 Attivismo vs intellettualismo

La seconda antitesi che per U. Eco caratterizza il ‘fascismo eterno’ è quella tra l’azione, esaltata quasi come valore in sé, e l’intellettualismo. “L’arte della guerra”- per mutuare l’espressione del suo più famoso ed antico teorico, il cinese Sun-Tsu – è basata sì sulla strategia, ma l’ingrediente fondamentale resta sempre e comunque l’azione. Il fascismo, in particolare, ha insistito sulla celebrazione dell’azione bellica in contrapposizione all’atteggiamento statico dell’intellettuale, inetto e perso nelle sue astratte teorizzazioni.

“Per questo occorre molta fede e pochissime teorie […] più che dei programmi esistono dei compiti, più che delle formule esistono dei cambiamenti, più che dei filosofi si vogliono dei soldati…[x]

Il fatto è che la cultura è (o almeno dovrebbe essere) riflessione, spirito critico, ricerca di verità non stabilite una volta per tutte, confronto con ciò che è diverso e nuovo. Viceversa, nella sua esaltazione dell’omologazione (non a caso i soldati indossano l’uniforme…), il ‘militarismo eterno’ è invece proteso verso l’azione, guarda con sospetto alle differenze e considera il disaccordo un’intollerabile infrazione al codice della disciplina fondata sul quella obbedienza che, secondo il l’art. 5 del Regolamento di disciplina militare:

“consiste nella esecuzione pronta, rispettosa e leale degli ordini attinenti al servizio e alla disciplina, in conformità al giuramento prestato”. [xi]

Discutere è un verbo che mal si addice a chi milita in un’organizzazione verticistica, gerarchica e dove si giura obbedienza ai superiori. Mettere qualcosa in discussione, di conseguenza, è più che un’infrazione alla disciplina. È una forma di rottura dell’ordine costituito, una pericolosa insubordinazione e, sostanzialmente, la causa di una discordia che indebolisce l’insieme del ‘corpo’, rappresentando quindi un vero e proprio tradimento.

“la cultura è sospetta nella misura in cui viene identificata con atteggiamenti critici […] il sospetto verso il mondo intellettuale è sempre stato un sintomo di Ur-Fascismo” […] Lo spirito critico opera distinzioni, e distinguere è segno di modernità. Nella cultura moderna, la comunità scientifica intende il disaccordo come strumento di avanzamento delle conoscenze. Per l’Ur-Fascismo il disaccordo è tradimento”. [xii]

Ecco perché il militarismo non richiederà mai ai suoi uomini di ‘pensare’ (compito riservato a chi comanda), bensì di limitarsi ad eseguire gli ordini ricevuti in modo pronto ed efficiente, senza se e senza ma.

“La specificità dell’ordinamento militare deriva dalle peculiari esigenze operative e strutturali delle forze armate. A differenza infatti delle altre branche dell’amministrazione dello Stato che producono soprattutto atti formali, l’organizzazione militare produce, particolarmente in caso di impiego, un’attività di carattere operativo, che come tale non è sottoponibile a veri e propri controlli giuridici di legittimità o di convenienza. […] Esistono inoltre esigenze specifiche fondamentali che l’ordinamento militare deve soddisfare, quali l’immediata esecuzione degli ordini in operazioni e il mantenimento di un’elevata coesione nell’organismo, per evitare sbandamenti nelle condizioni di tensione estrema in cui può trovarsi in combattimento. Per poter essere efficiente l’organismo militare fa ricorso a particolari valori anche simbolici – l’onore, il dovere, lo spirito di sacrificio, lo spirito di corpo e così via – e a un sistema gerarchico…” [xiii]

Nazionalismo xenofobo vs internazionalismo

Il terzo ‘archetipo’ costituente l’identità dell’Ur-Fascismo delineato da Umberto Eco è ovviamente il nazionalismo, sul quale ogni regime del genere affonda le basi ideologiche, eche legittima l’assetto militarista come legittima difesa dell’identità di un popolo da presunti attacchi alla propria autodeterminazione. È la stessa motivazione che, affondando le radici nella viscerale paura degli ‘altri’ – percepiti come ostili soprattutto se ‘diversi’ ideologicamente e culturalmente – ha consentito al militarismo di essere parte integrante delle dottrine social-nazionali e nazional-popolari.

Il ‘fascismo eterno’ – spiegava Eco – tende in genere a “far appello alle classi medie frustrate”, a disagio per le crisi economiche ma ancor più terrorizzate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni e, aggiungerei per attualizzare, dalle presunte ‘invasioni’ dei popoli del terzo mondo. Per spingere questa frustrata e provata classe media a reagire, però, c’è sempre bisogno di creare ed esaltare un’identità collettiva, da contrapporre ai ‘nemici’ della patria.

“A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese. È questa l’origine del ‘nazionalismo’. Inoltre, gli unici che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici. Così, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi è l’ossessione per il complotto, possibilmente internazionale […] Il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia”. [xiv]

Benché il complesso militare-industriale, soprattutto negli ultimi decenni, risulti sempre più legato ad interessi economici multinazionali, e nonostante il fatto che – al di là dei conflitti tra gli imperialismi delle superpotenze – il sistema militare abbia assunto forme organizzative sempre più inter-nazionali, come nel caso della NATO o della perseguita ‘difesa comune’ europea, il militarismo eterno resta connesso alle tradizionali ideologie nazionaliste.

“Il nazionalismo è l’ideologia dello stato nazionale, afferma che le nazioni esistono e presentano caratteristiche esplicite e peculiari, che i valori e gli interessi nazionali hanno la priorità su tutti gli altri, e che le nazioni devono essere politicamente indipendenti e sovrane. […] Nella sua versione più radicale, il nazionalismo subordina ogni valore politico a quello nazionale, pretende di essere l’unico interprete e difensore legittimo dell’interesse nazionale e considera ogni tipo di conflitto sociale o di competizione politica una minaccia per la solidarietà nazionale […] Il nazional-populismo […] sta crescendo anche in molti paesi dell’Europa centrale e occidentale come reazione ai fenomeni di spaesamento e de-territorializzazione causati dai processi di globalizzazione e di integrazione sopranazionale”. [xv]

Dai ‘fascismi’ del secolo scorso ai ‘sovranismi’ attuali, infatti, permane una costante l’impulso a far ricorso allo ‘strumento militare’ come autodifesa dalla denunciata preponderanza e/o invadenza da parte di avversari esterni. Perfino le dottrine militari più recenti, con minore enfasi retorica, non rinunciano mai ad identificare le forze armate con l’unica vera garanzia dell’indipendenza ed unità nazionale, il solo baluardo nei confronti di avversari sempre nuovi e sempre potenzialmente aggressivi. Certo, una volta si dichiarava che i soldati difendevano con la propria stessa vita i ‘sacri confini della Patria’. Oggi tali confini sono ormai diventati labili e non più legati ad un determinato territorio, per cui la nuova concezione della ‘difesa’ non è più rivolta ad un’astratta ‘terra patria’ e, più realisticamente, mira a salvaguardare, ovunque e comunque, ‘interessi nazionali’. Il sistema militare ha pertanto adattato la mission ai nuovi scenari globalizzati, come si nota anche in recenti affermazioni del nostro Ministero della difesa.

“Il fine ultimo della politica nazionale di sicurezza internazionale e difesa è la protezione degli interessi vitali e strategici dell’Italia. Tale obiettivo richiede che sia assicurata la difesa dello Stato e della sua sovranità, che sia perseguita la costruzione di una stabile cornice di sicurezza regionale e che si operi per facilitare la creazione di un ambiente internazionale favorevole. Sebbene multiformi strumenti d’azione intergovernativa potranno essere impiegati dal Governo per il raggiungimento di tali obiettivi, la capacità delle Forze armate di difendere l’Italia e i suoi interessi rimangono centrali”.[xvi]

C’è un’evidente tendenza, inoltre, a confondere il mondialismo auspicato dai pacifisti con una concezione globalizzata del mondo. Ma mondialismo non è affatto sinonimo di globalizzazione, tanto è vero che la macchina da guerra del complesso militare-industriale diventa sempre più plurinazionale e gli ‘interessi’ che si propone di difendere sono in effetti asserviti all’imperialismo economico delle finanziarie e delle multinazionali.

‘Vita per la lotta’ vs ‘lotta per la vita’

“Per l’Ur-Fascismo non c’è lotta per la vita, ma piuttosto ‘vita per la lotta’. Il pacifismo è allora collusione col nemico, il pacifismo è cattivo perché la vita è una guerra permanente […] …dal momento che i nemici debbono e possono essere sconfitti, ci dovrà essere una battaglia finale, a seguito della quale il movimento avrà il controllo del mondo. Una simile soluzione finale implica una successiva era di pace, un’età dell’oro che contraddice il principio della guerra permanente. Nessun leader fascista è mai riuscito a risolvere questa contraddizione”.

[Umberto Eco, op. cit., p.34]

Viene spontaneo, a questo punto, pensare alla Neolingua orwelliana ed al Bispensiero di cui si faceva portatrice, mediante il quale risolveva tale evidente contraddizione ricorrendo al noto quanto paradossale slogan: “La Guerra è Pace”.Del resto, quante volte abbiamo effettivamente sentito politici e militari ripeterci frasi di questo tenore, battezzando annose e costose spedizioni armate all’estero come ‘missioni di pace’ o classificando gli stessi soldati addirittura come ‘peace-keepers’? Come ponevo in evidenza in un mio precedente scritto, il pudore nel chiamare la guerra col suo nome ed il mistificante tentativo di mimetizzare le finalità delle forze armate hanno indotto gli attuali strateghi a ricorrere a contorti espedienti logici e verbali.

Se non sapessimo che si parla di come far guerra in modo più efficace, potremmo pensare che si sta trattando del core business di un’azienda e dei modi per fronteggiarne i competitors. Ma poiché il tabù costituzionale impedisce di pronunciare e scrivere quest’antica e terribile parola, ecco che si parla ipocritamente solo di ‘conflitti’, come se essi fossero tutti armati e avessero intenti distruttivi come le azioni belliche. Il secondo trucco neolinguistico è ricorrere spesso agli eufemismi, grazie ai quali si discute di ‘missioni’ per non usare il termine ‘spedizioni di guerra’; di ‘cooperazione’ anziché di alleanze militari; di ‘strumento militare’ invece che di ‘forze armate’; di ‘scenari’ piuttosto che di ambiti d’intervento armato. Il documento si sofferma ad illustrare le ‘aree di crisi’, indicando i ‘teatri operativi’ nei quali si progetta di svolgere operazioni militari, i cui targets/bersagli da tempo non sono più gli eserciti avversari, ma la popolazione civile e le infrastrutture fondamentali. È proprio questo il senso dell’enigmatica espressione fighting among the people, una delle chiavi che ci aiutano a capire come la guerra sia ormai profondamente cambiata e la sua natura diventi sempre più dirompente e pervasiva”. [xvii]

In un mondo dove gli equilibri ecologici sono in grave crisi e dove le disuguaglianze socio-economiche e socio-culturali risultano sempre più stridenti, quella che allora Eco chiamava ‘lotta per la vita’ dovrebbe essere una priorità assoluta di gran parte dell’umanità. Come si legge in un articolo, che non è stato pubblicato su un pericoloso bollettino rivoluzionario ma dal quotidiano della Confindustria, che citava il Rapporto Oxfam 2019:

A dieci anni dall’inizio della crisi finanziaria i miliardari sono più ricchi che mai e la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. L’anno scorso soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale. […] Il trend è netto e sembra inarrestabile. Una situazione che tocca soltanto i paesi in via di sviluppo? No, perché anche in Italia la tendenza all’aumento della concentrazione delle ricchezze è chiara”[xviii]

Ebbene, in una realtà dove le risorse di metà della popolazione mondiale sono state accaparrate da meno di trenta individui, la lotta per la sopravvivenza è non solo una possibilità, ma perfino una necessità. In un pianeta i cui abitanti continuano irresponsabilmente a mettere a rischio la sopravvivenza stessa del genere umano   – e già da ora stanno subendo le tremende conseguenze del riscaldamento globale – anche lottare per difendere la propria esistenza, prima che sia troppo tardi, è diventato un diritto. Ma proprio il timore di una reazione di massa ad un modello di sviluppo intrinsecamente iniquo ed antiecologico induce chi invece ne beneficia spudoratamente a mobilitare le forze armate a presidio dei propri interessi minacciati. In tal modo si alimenta ancora una volta il vecchio luogo comune militarista che esalta retoricamente la ‘vita per la lotta’, ipotizzando nei fatti una non dichiarata ‘guerra permanente’ contro i nemici di turno.  In tale prospettiva, pur non potendo più credibilmente ricorrere a due degli archetipi tipici dell’Ur-Fascismo – la pagana mitologia dell’eroe ed il necrofilo culto della morte –  il militarismo non ha mai rinunciato completamente a coltivarne il senso, in alcuni contesti ammantandosi anche d’integralismo religioso, col tragico risultato che, come commentava Eco, se tali nuovi eroi si dichiarano “impazienti di morire […] gli riesce più di frequente far morire gli altri”.

Culto della tradizione, attivismo anti-intellettualista, nazionalismo xenofobo e mito eroico della ‘vita per la lotta’: ecco il triste poker di elementi che caratterizzano intimamente quell’Ur-Militarismus contro il quale è indispensabile opporre non solo una motivata obiezione di coscienza, ma anche la comune ricerca di alternative nonviolente ed ecosocialiste.

Concludo citando un classico, alcuni brani tratti da “Militarismus und Antimilitarismus”, un saggio pubblicato da Karl Liebnecht nel lontano 1907  ma che, a distanza di oltre un secolo, si rivela comunque profondamente attuale.

“Militarismo! Pochi slogan sono usati così spesso nel nostro tempo, e quasi nessuno descrive qualcosa di così intricato, sfaccettato, un fenomeno così interessante e significativo nella sua origine ed essenza, nei suoi mezzi ed effetti, un fenomeno che è così profondo nell’essenza dell’ordine sociale di classe ma può tuttavia assumere forme così straordinariamente diverse anche all’interno dello stesso ordine sociale, a seconda delle particolari condizioni naturali, politiche, sociali ed economiche dei singoli stati e aree […] La storia del militarismo è allo stesso tempo la storia delle tensioni politiche, sociali, economiche e culturali generali tra stati e nazioni, nonché la storia delle lotte di classe all’interno dei singoli stati e delle unità nazionali[…] Da tutto ciò deriva la necessità non solo di combattere, ma anche di combattere specificamente il militarismo. Una struttura così ramificata e pericolosa può essere afferrata solo da un’azione altrettanto ramificata, energica, grande, audace che insegue senza sosta il militarismo in tutti i suoi nascondigli […] La storia, la conoscenza sociale e quelle esperienze parlano un linguaggio veramente chiaro quando si tratta di antimilitarismo. E il momento è giusto”. [xix]


[i] Umberto Eco, Il fascismo eterno, Roma, GEDI, 2020 (testo scritto nel 1995 e già pubblicato nel 2017 da ‘La nave di Teseo’, Milano)

[ii] Ivi, p. 10

[iii] Ivi, p. 11

[iv] Ivi, pp. 18…21

[v] Iivi, pp. 26…27

[vi] ”I valori etico-militari e la Patria” in: Etica militare, Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Etica_militare

[vii]  Gen. Raffaele Tortora, “Eticità e tipicità dell’ordinamento militare”, Informazioni della Difesa, n.3/2008, p. 19 > https://www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/IlPeriodico_AnniPrecedenti/Documents/Etica_e_tipicit%C3%A0_dellordinament_18militare.pdf 

[viii] Ivi, p. 23

[ix] Gen. Vincenzo Camporini, “Riflessioni per un’etica militare”, Informazioni della difesa, n. 3/2010, p. 9 > https://www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/IlPeriodico_AnniPrecedenti/Documents/Riflessioni_per_unetica_militare.pdf

[x] Gamberini G., “Sistematizzare la fede”, Il Popolo d’Italia, 04.04.1928, cit. in E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 151

[xi] V. art 5 del Regolamento di Disciplina Militare – D.P.R del 11/07/1986 n. 545

[xii] U. Eco, op. cit., pp. 28-29

[xiii]  Voce “Militare, organizzazione”, di Carlo Jean, in Enciclopedia delle scienze sociali (1996), Treccani > https://www.treccani.it/enciclopedia/organizzazione-militare_%28Enciclopedia-delle-scienze-sociali%29/

[xiv] U. Eco, op. cit. p. 32

[xv] Alberto Martinelli, Torna davvero lo spettro del nazionalismo? (30.08.2019), Ispinonline.it , Milano, I.S.P.I.> https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/torna-davvero-lo-spettro-del-nazionalismo-23823

[xvi] Ministero della difesa, Libro bianco della difesa, 2015, § 54, p. 33 > https://www.difesa.it/Primo_Piano/Documents/2015/04_Aprile/LB_2015.pdf

[xvii] Ermete Ferraro, “Fenomenologia dello strumento militare” (26.05.2020), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2020/05/26/fenomenologia-dello-strumento-militare/

[xviii] Angelo Mincuzzi, “Disuguaglianze, in 26 posseggono la ricchezza di 3,8 miliardi di persone” (21.01.2019), Il Sole-24 ore > https://www.ilsole24ore.com/art/disuguaglianze-26-posseggono-ricchezze-38-miliardi-persone-AEldC7IH

[xix] Karl Liebnecht, Militarismus und Antimilitarismus , Leipzig, 1906 >  https://www.marxists.org/deutsch/archiv/liebknechtk/1907/mil-antimil/b-05.htm

Fenomenologia della ‘Coke-Revolution’

“Bevi la coca cola che ti fa bene
Bevi la coca cola che ti fa digerire
Con tutte quelle, tutte quelle bollicine

Coca cola sì coca cola, a me mi fa morire
Coca cola sì coca cola, a me mi fa impazzire
Con tutte quelle tutte quelle bollicine”

VASCO ROSSI (“Bollicine”, 1983)

1. Sorprendente. Ma, a ben pensarci, neppure tanto.

È da tempo ormai che abbiamo smesso di meravigliarci di fronte a messaggi pubblicitari che ci presentano potenti multinazionali come organizzazioni alternative, quasi rivoluzionarie, impegnate a diffondere nei confronti di noi semplici mortali il verbo del cambiamento. Siamo ancora una volta di fronte al solito gioco delle parti, in questo caso invertite, in base al quale proprio coloro i quali finora hanno pesantemente condizionato i nostri consumi ed il nostro attuale stile di vita paradossalmente adesso si ergono a paladini d’un profondo cambio di paradigma. Mi riferisco alla campagna mediatica post-Covid che la potentissima Coca-Cola Company ha lanciato in  quasi tutti i paesi del mondo, affidando il suo messaggio alla voce ed al volto di un noto artista –  il rapper anglo-ugandese George Mpanga – alias George the Poet – il cui testo per il video, accompagnato da immagini efficaci e suadenti, si rivolge direttamente a ciascuno di noi, ricordandoci i veri valori ed impegnandoci a pensare e ad agire, ora, #ComeMaiPrima.  In effetti, mi sembra che la versione italiana dello stesso slogan abbia aggiunto ulteriore ambiguità a quella di fondo, espungendo l’aggettivo fondamentale del messaggio originale, il cui hashtag è infatti: #OpenLikeNeverBefore. La versione nostrana insiste sul concetto di novità, ma sottolineando il ruolo promotore dell’azienda (“Ci sarò /Ci saremo, Come Mai Prima”), mentre il claim della campagna originaria veicolava due concetti, apparentemente opposti. Il primo, racchiuso nell’aggettivo “open”, allude all’auspicata riapertura delle attività sociali ed economiche dopo la chiusura generale imposta dalla pandemia, evocando una loro ripresa che riavvii in qualche modo la situazione precedente. L’espressione “come mai prima” (“like never before”), viceversa, lancia un messaggio alternativo, improntato sì al cambiamento, ma auspicando un processo di “apertura” di tipo mentale, e quindi d’inversione rispetto alla consueta ‘normalità’.

«“Aperto Come Mai Prima” è fondato sul convincimento che non dobbiamo ‘tornare’ alla normalità. Piuttosto, possiamo tutti andare avanti e rendere il mondo non soltanto differente, ma migliore – dice Walter Susini, Vicepresidente del marketing della Coca-Cola Europa, Medio Oriente ed Africa (EMEA) – Nel momento in cui andiamo oltre la quarantena, stiamo celebrando non solo la riapertura fisica dei nostri stimati clienti, ma anche la riapertura della nostra mentalità collettiva. Noi vediamo la crisi come un’opportunità per essere più aperti e più empatici». [i]

Insomma, dopo la pandemia dovremmo evitare di fare un passo indietro, per ‘tornare’ a ciò che c’era prima. Il cuore del messaggio, invece, è che bisogna andare ‘avanti’, perché è così che si ‘migliora’ la vita, utilizzando le esperienze negative e la tremenda crisi sanitaria come stimolo a diventare più “aperti ed empatici”. Le espressioni ‘avanti’ e ‘oltre’, insomma, suggeriscono il superamento dei vecchi parametri ed un cambiamento abbastanza radicale, quasi un’evangelica ‘metànoia’, che dovrebbe indurre l’umanità tutta verso altri e più positivi valori. Tutto bene allora? Beh, andrebbe anche bene se a pronunciare queste parole ed a promuovere questo messaggio non fosse proprio la multinazionale che da 130 anni sta “rinfrescando il mondo”, vendendo centinaia di tipi di bevande, generalmente gassate, in 200 paesi e raggiungendo così un fatturato di circa 40 miliardi di dollari. Ma quale sarebbe il contenuto di questa ‘rivelazione’? Qual è esattamente il ‘verbo’ che la Coca-Cola vuole trasmetterci mediante i versi di un rapper, opportunamente trasformati in slogan pubblicitari?

2. Il testo originale in lingua inglese era un po’ diverso.

Composto e recitato da George the Poet coincide parzialmente con quello della versione italiana. Non intendo lanciarmi in un commento filologico, ma le ‘varianti’ hanno un peso nell’analisi testuale. Abbiamo già visto come perfino il titolo del ‘poem’ del rapper anglo-ugandese abbia subito una mutilazione, essendo stato cassato l’aggettivo ‘open’, che invece è un po’ la chiave di lettura del brano. Fatto sta che le versioni diffuse in Italia in realtà sono due e coincidono solo in parte. Mettiamole a confronto, precisando che nella versione più breve mancano parecchi versi, mentre ce ne sono altri (tra parentesi quadre e in grassetto) che risultano differenti o addirittura assenti in quella più lunga.

Aspetta.  [Aspetta, fermati.]   /   Chi ha detto che dobbiamo tornare alla normalità? [ tornare come prima.] / [E se la nuova normalità fosse diversa da quella a cui eravamo abituati?] / E se il più grande cambiamento fossimo tu ed io? / E se scegliessimo di aprirci al nuovo e dire: /Non dirò più che il mio lavoro è poco importante / Non dirò mai più che gli insegnanti hanno troppe vacanze / O che odio la scuola e che non vedo l’ora di finirla / E se sorridessi un po’? /Se viaggiassi meno ma apprezzassi ogni passo? / E se credessi di poter cambiare le cose con la mia cucina?  O con la mia musica? / E se facessi di tutto per non sentirmi un estraneo nella mia casa. / E se invece di farmi guidare, inseguissi i miei sogni? / E se ci fossi ogni volta che hai bisogno di un amico? / Farò valere ogni mia parola / Farò contare il mio voto, farò ascoltare la mia voce / Non dimenticherò mai che insieme siamo più forti / Lo porterò nel mio cuore per sempre / Lo abbiamo fatto [Ce l’abbiamo fatta!] / Abbiamo attraversato la tempesta / [Per questo sarò umile, felice, coraggioso, sincero, consapevole.] / Per questo ci saremo [Ci sarò] / Come mai prima. [#ComeMaiPrima].   [ii]    

«CI SAREMO COME MAI PRIMA”: COCA‑COLA PER LA RIPARTENZA […] Un messaggio positivo, un inno a guardare il mondo con occhi diversi dopo l’emergenza COVID-19. Con un lancio congiunto a livello europeo, Coca-Cola torna a comunicare con la campagna “Ci Saremo come mai prima”. Un invito ad apprezzare da una nuova prospettiva tutto ciò che abbiamo intorno a noi, trovando un’opportunità in questa “nuova normalità”. Realizzata da 72andSunny Amsterdam, la nuova campagna segna un momento di cambiamento culturale e sociale…». [iii]

Da notare che si parla di ‘ripartenza’, utilizzando un termine piuttosto comune del linguaggio politico italiano, ma banalizzando un messaggio che ambirebbe ad essere alternativo. Del resto lo stesso slogan – con una sottile operazione di orwelliano ‘bispensiero’ – mutua, capovolgendolo, quello affiorato da più parti come reazione ad una pretesa ‘normalità’ che gran parte dei guasti del nostro mondo – ambientali, socio-economici e sanitari – li ha in effetti provocati. Una cosa, infatti, è dichiarare più radicalmente: “Mai come prima”, sottolineando come la pur devastante pandemia possa e debba rivelarsi occasione per un cambiamento profondo, avendo messo in luce l’assurdità e l’iniquità del nostro modello di sviluppo.  Ben diverso, invece, è proclamare: “Mai come prima”, evocando vaghi scenari di cambiamento ‘in meglio’ ed auspicando un’imprecisata ‘diversità’, da trasformare poi in “nuova normalità”. Uno dei versi inglesi eliminati (“Per questo sarò umile, felice, coraggioso, sincero, consapevole”), però, se non altro lascia intendere in che direzione dovrebbe avviarsi tale cambiamento, che potrebbe renderci maggiormente disponibili ed ‘aperti’ al nuovo.

3. La versione italiana ha espunto molte frasi del testo di George Mpanga:

And we can’t just do what we’d formerly do. / What if I don’t wait for another crisis to embrace the love that I’ve missed? / My ears are not my earphones. What if I listen. /What if I’m missing how bright your eyes glisten. / (What if) I just smile a bit. Travel less and love every mile of it. / And what if I don’t dance, but just for you I might give in to the rhythm soon. / And I’ll learn my lesson from a bad memory, / and I’ll keep social distance from bad energy / And I’ll prove that funny beats sexy any day. / But I’m still cute, anyway. / What if my dreams never take the backseat again, / What if I’m there whenever you need a friend./ What if I celebrate my skin, my hair, my body, every day! Even Mondays. / I won’t waste another minute without you. / I’ll read you the poems that I’ve written about you. / So many come to mind. / I’ll move forward, without leaving anyone behind. / I’ll lead, like a woman / I’ll never say this city has too many tourists again. / I’ll have a family of dozens./ Give my little nephews and nieces some cousins. / I’ll stay right beside you. /I’ll say Yes, Yes, Yes, I do. / So I’ll be (humble, happy, brave, honest, mindful and) /OPEN LIKE NEVER BEFORE.

Già esaminando il testo italiano prima citato, in ogni caso, emergono interessanti spunti di analisi di quella proposta ‘alternativa’, che mi sembra opportuno sottolineare:

  • Appello ad un nuovo protagonismo (“E se il più grande cambiamento fossimo tu ed io?”)
  • Rivalutazione del lavoro, quello proprio (“Non dirò più che il mio lavoro è poco importante”) ma anche quello, spesso sottovalutato, degli altri (“Non dirò mai più che gli insegnanti hanno troppe vacanze”)
  • Invito all’ottimismo ed alla speranza (“E se sorridessi un po’? Se viaggiassi meno ma apprezzassi ogni passo? E se credessi di poter cambiare le cose con la mia cucina?  O con la mia musica?”);
  • Proposta di riappropriarsi della quotidianità domestica (“E se facessi di tutto per non sentirmi un estraneo nella mia casa?”)
  • Richiamo ad impegnarsi di più, con un atteggiamento proattivo (“E se invece di farmi guidare, inseguissi i miei sogni? […] Farò valere ogni mia parola. Farò contare il mio voto, farò ascoltare la mia voce”)
  • Esortazione a perseguire la cooperazione (“Non dimenticherò mai che insieme siamo più forti”) perché è solo così è possibile “attraversare la tempesta
  • Invito a modificare il proprio atteggiamento (“Per questo sarò umile, felice, coraggioso, sincero, consapevole”), mescolando però valori (umiltà, coraggio, sincerità) uno stato d’animo (la felicità) ed una condizione mentale (consapevolezza).

Niente male davvero, se questo innovativo messaggio non servisse principalmente a veicolare il rilancio ed il cambiamento d’immagine di un’azienda multinazionale che – secondo Greenpeace –  è stata fra i principali inquinatori dell’ambiente, considerando che nel solo 2016 ha prodotto più di 100 miliardi di bottiglie di plastica, in larghissima parte non riciclata; che consuma annualmente più di 300 miliardi di litri d’acqua, e che, infine, sfrutta massivamente tale risorsa fondamentale anche per coltivare la canna da zucchero, di cui è il maggiore consumatore mondiale. [iv]

4. Aggiungiamo le parti mancanti alla lodevole – ma ipocrita – sfilza d’intenzioni e d’impegni

Le parti del testo di George the Poet che non compaiono nella versione italiana, infatti, rendono ancora più chiaro il senso del messaggio di questa pretestuosa Coke-Revolution.

  • Richiamo a non sprecare l’occasione di recuperare il bene perduto (“E se non spettassimo un’altra crisi per abbracciare l’amore che abbiamo perso?”)
  • Rivalutazione di uno stile di vita più naturale e spontaneo (“Le mie orecchie non sono i miei auricolari. E se ascoltassi? Se solo sorridessi un po’? Se viaggiassi di meno ma apprezzassi ogni chilometro?”)
  • Assunzione di una serie d’impegni, per cambiare facendo tesoro della presente esperienza (“Imparerò la lezione da un doloroso ricordo, manterrò un distanziamento sociale pur partendo da una cattiva energia…”)
  •  Auspicio di un’esistenza alimentata da aspirazioni, slanci solidali ed apprezzamento per sé e per gli altri (“E se i miei sogni non trovassero più posto nel sedile posteriore? E se fossi lì ogni volta che hai bisogno d’un amico? E se celebrassi la mia pelle, i miei capelli, il mio corpo, ogni giorno. Anche il lunedì? Non sprecherò un altro minuto senza te […] Andrò avanti, ma senza lasciare nessuno indietro […] Avrò una famiglia numerosa […] Starò proprio accanto a te…”).

Insomma, dal ‘claim’ pubblicitario della Coca-Cola – espresso opportunamente con toni poetici e quasi profetici – emergerebbe una visione alternativa della società, in cui ogni persona sarà più consapevole, saprà apprezzarsi e autorealizzarsi, ma al tempo stesso sarà anche attenta ai bisogni degli altri, mostrandosi più solidale e collaborativa.

Il guaio è che il pubblico la Coca-Cola Company ha rivolto questo vibrante appello – milioni di clienti, prevalentemente giovani, che in tutto il mondo consumano massivamente le sue bibite, consentendole di fatturare circa 40 miliardi di dollari all’anno – non mi sembra davvero il più ricettivo in tal senso. Sorge quindi il legittimo sospetto che, utilizzando il titolo d’un vecchio film di Carlo Vanzina, l’unico commento da fare sia è: “Sotto il vestito niente”. Quale coerenza potrebbe esserci, infatti, tra il modello di chi da 130 anni produce e diffonde ovunque bevande gassate ed iperglicemiche, con slogan pubblicitari diventati quasi simbolo del consumismo, e l’attuale, accattivante, proposta di cambiamento del nostro modello di società e del nostro stile di vita?

Dopo gli slogan ormai storici’ (come“Deliziosa e rinfrescante” nel 1886, “Ridà slancio e sostiene” nel 1890, “La pausa che rinfresca” nel 1929), è dagli anni ’60 che cominciarono a comparire messaggi e più insinuanti, globali e visionari, tipo: “Tutto è meglio con Coca-Cola” nel 1963,  “Vorrei comprare una Coca al mondo” nel 1971, “La Coca aggiunge vita” nel 1976, “La vita ha un buon sapore” nel 2001, “Rendilo reale” nel 2003, “Il lato Coca della vita” nel 2007 ed “Aperta felicità” nel 2009. [v]

La verità è che – in base ai dati diffusi dall’Oxfam – la Coca-Cola è andata costantemente in tutt’altra direzione, figurando all’ottavo fra le dieci multinazionali che avrebbero comunque fatto qualche sforzo, dal 2013 al 2016, per diventare un po’ più eque ed ecologicamente sostenibili. [vi] Per la precisione, essa ha migliorato un po’ il suo impatto sulla terra (voto: 8), nei confronti delle donne, dei lavoratori e della risorsa acqua (6), ma sfrutta ancora la manodopera, restando purtroppo ancora molto indietro nel rispetto dei coltivatori (3) e della trasparenza aziendale (5). [vii] Dove sarebbe allora la dichiarata rivalutazione del lavoro, della naturalità e della solidarietà dietro il propagandistico vestito della sedicente Coke-Revolution?

5. Qualche osservazione finale e riflessione critica.

Oltre che sul tale mistificante messaggio, qualche osservazione andrebbe fatta anche sulla debolezza delle realtà effettivamente alternative – impegnate nel sociale, religiose, ambientaliste e pacifiste – che in questo difficile periodo hanno pur cercato di far sentire la loro voce, per affermare la necessità di un vero e profondo cambiamento. Mentre perfino colossi multinazionali come la Nestlé (93,4 miliardi di dollari, 42° posto in classifica) o la PepsiCo (65 miliardi di dollari, 86° posto) [viii] continuano impudentemente a blaterare di ‘sicurezza alimentare’, ‘cittadinanza globale’ e ‘sostenibilità ambientale’, in quanti hanno davvero raccolto il messaggio di tanti movimenti, associazioni ed organizzazioni non governative? Un messaggio che esse tentano con difficoltà di diffondere, improntato a valori anti-capitalistici come il rispetto del lavoro umano, la redistribuzione della ricchezza, la conversione ecologica, la decrescita felice, il rifiuto del consumismo, l’impegno per fonti energetiche pulite e rinnovabili, la liberazione dalla dittatura della finanza, l’alimentazione sana e la salvaguardia della biodiversità naturale.

Quanti sono stati effettivamente raggiunti ed influenzati dalle profonde riflessioni che – anche in ambito pacifista – hanno esortato a coniugare il contrasto del riscaldamento globale (in parte causa anche del diffondersi di devastanti pandemie), con un modello di società più giusto, decentrato, disarmato e nonviolento? [ix]  Temo che siano stati molti meno di quanti hanno apprezzato la…effervescente campagna pubblicitaria #ComeMaiPrima, illudendosi che basti guardare il video ‘visionario’ di un rapper, o che far propri alcuni slogan di sapore vagamente alternativo possa cambiare questo mondo, dominato dalla logica predatoria e violenta di un capitalismo sempre più sfrenato e senza limiti.

Quello che possiamo e dobbiamo fare, intanto, è demistificare questi messaggi pseudo-alternativi, riconducendoli alla loro natura di bollicine frizzanti ma vuote e neppure del tutto innocue. Se vogliamo fare della grave crisi sanitaria provocata dalla pandemia di Covid-19 un’occasione per cambiare davvero questa realtà, il vero slogan da adottare resta quindi: #MaiPiùComePrima, non certamente l’ambiguo #ComeMaiPrima della Coke.  Se non altro per dimostrare che non ci lasciamo incantare dalle belle parole e che a noi, la Coca-Cola…non ce la darà più a bere.  


Note

[i] https://www.coca-colacompany.com/news/coca-cola-embraces-better-normal-supports-restaurants-and-hotels-with-open-like-never-before

[ii] Guarda il video ufficiale >  https://www.youtube.com/watch?v=SukwNeHMMhQ , ma anche l’articolo di lancio sul sito di Coca-Cola Italia > https://www.coca-colaitalia.it/brands/coca-cola/open-like-never-before 

[iii] https://www.coca-colaitalia.it/brands/coca-cola/open-like-never-before

[iv] “Plastica: le colpe della Coca-Cola” > https://www.riusa.eu/it/notizie/2017-plastica-colpe-cocacola.html

[v] Cfr. “Gli slogan Coca-Cola nel corso degli anni” > https://www.coca-colaitalia.it/il-nostro-mondo/pubblicita/slogan  e “Storia degli slogan pubblicitari Coca-Cola” > http://3.227.206.37/storie/storia-degli-slogan-pubblicitari-coca-cola/

[vi] “Coca Cola, Nestlé, Danone: ecco le 10 multinazionali che inquinano di più il Pianeta” > http://www.blueplanetheart.it/2017/02/coca-cola-nestle-danone-eccole-10-multinazionali-che-inquinano-di-piu-il-pianeta-video/

[vii] Vedi la scheda sulla Coca-Cola in: Oxfam, “Behind The Brands” > http://www.behindthebrands.org/brands/coca-cola/coca-cola/

[viii] Forbes.it, “Le 100 aziende quotate più grandi del mondo” > https://forbes.it/classifica/classifica-forbes-100-piu-grandi-aziende-quotate-in-borsa-nel-mondo/

[ix] A tal proposito, v.  anche: La nonviolenza al tempo del coronavirus, a cura di Maria Elena Bertoli, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2020 (quaderno Satyagraha n. 37), con vari contributi fra cui: Ermete Ferraro, Lessico virale. Voltiamo pagina. Se non ora Q.U.A.N.D.O.? (pp. 61-87)


© 2020 Ermete Ferraro

Due ammiragli e un generale

Foto: JFC Naples Public Affairs Office

E poi dicono che sui giornali non si trovano buone notizie… Si trovano eccome! Ad esempio, quella riportata il 19 luglio scorso dall’edizione Napoli-Campania del quotidiano ‘la Repubblica’, dal titolo: “Nato, il cambio di comando, Burke: ”Un vero privilegio guidare la base di Napoli”. L’articolo, a firma di Giovanni Marino, si occupa del ‘cambio della guardia’ ai vertici del Joint Forces Command – Naples di Giugliano-Lago Patria che, a dire il vero, non è affatto una semplice ‘base’, ma uno dei tre principali Comandi della NATO in Europa, con quello di Brunssum (Paesi Bassi) e di Lisbona (Portogallo). Il Comando Alleato di Napoli ha competenze soprattutto sulle forze d’intervento aero-navale dell’Alleanza sul fronte orientale e mediterraneo ed è la struttura NATO corrispondente al Comando della Marina Statunitense in Europa ed in Africa con sede a Napoli-Capodichino, al punto tale che il suo vertice addirittura s’identifica con quello del JFCN.

«È iniziata ufficialmente l’era Burke alla Nato di Napoli e nell’avveniristica sede di Lago Patria il nuovo comandante ha parlato durante la cerimonia. “Assumere il comando delle forze navali Usa in Europa e Africa […] e del Comando interforze alleato di Napoli è per me un vero privilegio. Sono onorato di accettare il bastone del comando dall’ammiraglio Foggo e sono impaziente di continuare, con gli alleati Nato ed i partners, il comune sforzo di dissuasione e di intraprendere, se necessario, la difesa della nostra alleanza in un ambiente di sicurezza sempre più complesso”, ha detto l’ammiraglio della marina americana durante la cerimonia presieduta dal comandante supremo delle Forze alleate in Europa, generale Tod D. Wolters». [i]

Foto: la Repubblica

Una cerimonia importante, che ha segnato il ‘pensionamento’ del precedente Comandante, l’Amm. James G. Foggo III, nel cui doppio incarico è subentrato un altro Ammiraglio della U.S. Navy, Robert P. Burke, che come il predecessore ha impegnato a lungo la sua carriera alla guida dei reparti di sommergibili.  Sul podio allestito per la solenne cerimonia – presieduta dal massimo vertice della NATO in Europa, il generale Tod D. Wolters – si è celebrato il tradizionale rituale militare, a base di campane, squilli di tromba, inni, saluti, passaggi di vessilli etc., sancendo l’insediamento del nuovo ‘governatore’ del vicereame USA a Napoli, nel segno di quella salda continuità che non riguarda solo il ruolo che la NATO si è data in Italia, ma anche il preoccupante consenso di quasi tutte le forze politiche nostrane a questa consolidata e rafforzata subalternità.

«Ti sei distinto nella funzione di comando che hai esercitato negli ultimi tre anni, così come hai fatto nel resto della tua carriera – ha detto Wolters rivolgendosi a Foggo – Il tuo impegno nei Balcani, nel condurre la missione Nato in Irak e nel portare l’hub di direzione strategica della Nato alla piena operatività, ha rafforzato la nostra linea strategica a 360 gradi. Questo lo dobbiamo alla tua azione di leadership e ai tuoi saggi consigli». [ii]

Ed in effetti l’ammiraglio Foggo, si puntualizza nell’articolo, aveva condotto anche l’esercitazione Trident Juncture 2018 – la più imponente mai effettuata dalla NATO, alla quale due anni fa presero parte in Norvegia addirittura 50.000 militari, provenienti da 31 paesi. Si citano anche altre ‘missioni’ dell’Alleanza guidata da Foggo, come quelle nei Balcani ed in Iraq, e questi tre soli riferimenti potrebbero essere già sufficienti per comprendere il peso strategico del quartier-generale alleato che abbiamo l’onore (e l’onere) di ospitare a poco più di 25 chilometri da Napoli.

Foto: la Repubblica

I due ammiragli – a loro volta onerati dal peso delle numerose medaglie e riconoscimenti appuntati alle rispettive uniformi bianche – si sono quindi dati il cambio (senza che nulla sia cambiato davvero), festeggiati con una trionfale torta loro dedicata, che ne riportava i nomi e raffigurava al centro un sottomarino, sovrastato dai simboli del Comando NATO e di quello US Navy.  Davvero commovente, non c’è che dire. Il guaio è quella specie di gateau mariage che i due hanno congiuntamente tagliato rappresenta la nostra Italia, sulla cui sagoma tricolore, non a caso, troneggiava il grigio e minaccioso sommergibile americano…

«Sono onorato di accettare il bastone del comando dall’ammiraglio Foggo e sono impaziente di continuare, con gli alleati Nato ed i partners, il comune sforzo di dissuasione e di intraprendere, se necessario, la difesa della nostra alleanza in un ambiente di sicurezza sempre più complesso» [iii]

ha dichiarato con fierezza il subentrante Burke, ribadendo ovviamente il concetto che l’enorme (e costosissimo) apparato militare dell’Alleanza Atlantica serva solo come ‘dissuasione’, per assicurare la nostra ‘difesa’. Peccato che la realtà sia molto diversa, in quanto concentra sul nostro Paese funzioni e responsabilità strategiche che da decenni lo rendono il ‘guardiano’ armato del nord-Africa, dell’area balcanica e di quella mediorientale, tradendo il ruolo di pace e di sviluppo che, viceversa, esso potrebbe avere proprio nello scenario euro-mediterraneo.

Il ‘bastone del comando’ che simbolicamente si sono scambiati i due ammiragli – celebrante nell’occasione il comandante supremo in Europa – continua quindi a colpire pesantemente la nostra indipendenza ed autonomia, azzerando ogni controllo democratico su una delle regioni più militarizzate d’Italia e mettendo a rischio la sicurezza del nostro territorio (ed in particolare della Città Metropolitana di Napoli, che dal dopoguerra continua ad essere trattato come una ‘provincia’ della Roma imperiale. 

Non sarà un caso che, a pochi chilometri dalla ‘avveniristica’ sede del J.F.C. di Lago Patria resista ancora la lapide dedicata all’antico stratega Publio Cornelio Scipione detto l’Africano, ritiratosi nell’allora Liternum per protesta contro la sua “ingrata patria” e lì morto nel 183 a.C., nello stesso periodo in cui la tradizione riferisce la morte del suo ‘arcinemico’, il generale cartaginese Annibale Barca.  Ed è latina anche la famosa locuzione “Nomen omen”, secondo la quale nei nomi sarebbe già racchiuso in qualche modo il destino di una persona, per cui la denominazione equivarebbe quasi ad una sorta di presagio. Ebbene, prendendo in esame i cognomi dei nostri illustri e pluridecorati ammiragli, è difficile non notare alcuni interessanti elementi.  Foggo è un nome di origine scozzese, legato ad un antico villaggio scozzese, denominato così dall’antico inglese ‘fogga’, [iv] che nell’inglese moderno ha riportato la radice ‘fog’, cioé ‘nebbia’. Ma un’inquietante analogia si riscontra col cognome dell’attuale comandante. Burke, oltre a richiamare anch’esso la denominazione anglo-normanna dell’antico villaggio irlandese de Burg (cittadella fortificata) [v], rinvia infatti anche ad un verbo inglese traducibile con: “sopprimere, soffocare, insabbiare”…[vi].  

Il passaggio dalla ‘nebbia’ sul vero ruolo della NATO ad un ‘insabbiamento’ della sua funzione, d’altronde, sarebbe del tutto in linea con la sua tradizione, ma noi naturalmente non crediamo al magico significato dei nomi. Oppure no?…

N o t e


[i] Giovanni Marino, “Nato, il cambio di comando, Burke: ”Un vero privilegio guidare la base di Napoli”, la Repubblica – Napoli, 19.07.2020 > https://napoli.repubblica.it/cronaca/2020/07/19/news/nato-262264783/

[ii]  Ibidem

[iii] Ibidem

[iv] Vedi: https://www.surnamedb.com/Surname/Foggo

[v]  Vedi: https://www.ancestry.com/name-origin?surname=burke

[vi] Vedi: https://www.wordreference.com/enit/burke

© 2020 Ermete Ferraro

LAVARSENE SPESSO LE MANI…

C’è carenza di… ‘I care’

In una delle sue espressioni più belle e citate – tratta dalla famosa “Lettera ai giudici”, don Lorenzo Milani esortava genitori e maestri ad: «…avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni; che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio; che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto…» [i] A questa è facile appaiare un’altra sua frase molto celebre: «Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande ‘I care’. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario del motto fascista ‘Me ne frego’…».[ii]

Sappiamo tutti che oggi, mezzo secolo dopo, molte cose sono cambiate, soprattutto per nel grado di maturazione della coscienza – etica prima che politica – degli Italiani. L’educazione alla responsabilità, in famiglia come a scuola, non appare la preoccupazione prevalente di questi tempi, caratterizzati da un’insistenza quasi fastidiosa sui diritti, come se essi fossero possibili in sé, senza che qualcuno adempia ai doveri che sono l’altra faccia della cittadinanza.

Non a caso don Milani sottolineava che il motto dei ragazzi/e della scuola popolare di Barbiana era l’opposto di quel ‘Me ne frego’che la propaganda mussoliniana aveva fatto assurgere a parola d’ordine collettiva, slogannel quale concentrare l’arroganza violenta, sprezzante e ‘celodurista’ del fascismo.

«Uno dei campi dove misurare questa lunga continuità è il linguaggio, e anche alcune idee strutturali del modo di pensare il rapporto tra “Io individuale” e “Noi collettivo” […] È lungo l’asse temporale che sta tra il Mussolini agitatore e dirigente socialista dei primi anni del Novecento, fino alla definizione dell’identità collettiva italiana con cui si costruisce in forma consolidata il regime […] che quel linguaggio prende corpo definitivamente».[iii]

Del resto, ciò che lo stesso Duce, definendo tale “orgoglioso motto squadrista”, ebbe a proclamare: «…sunto di una dottrina non soltanto politica: è l’educazione al combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comporta, è un nuovo stile di vita italiano» [iv], era retaggio dell’arditismo risalente già al primo dopoguerra, che purtroppo sembra resistere tuttora nel mondo militare.

«Per chi cerca una data precisa si può individuare il periodo che va dall’estate del 1917 a quella successiva. Il 29 luglio 1917, infatti, il reparto degli Arditi viene istituito su disposizione di Vittorio Emanuele III come corpo speciale d’assalto con un addestramento largamente superiore a quello dei normali soldati […] Curiosità: il motto sopravvive al nono reggimento d’assalto paracadutisti, considerato il reparto diretto discendente degli Arditi ormai sciolti. Recita così: “Me ne frego del dolore / Me ne frego della fatica / Me ne frego dei sacrifici / Me ne frego della mia ideologia politica o del mio credo religioso / perché faccio quello che l’autorità militare mi ordina di fare”…».[v]

Che l’invito a ‘fregarsene’ di tutto, nel nome dell’obbedienza cieca agli ordini superiori, resti attuale in ambito militare, francamente non mi sorprende più di tanto. La retorica militarista è da sempre intessuta di pose eroiche, proclami arditi e dichiarazioni di sprezzo del pericolo. Basti pensare che come motto dei Carabinieri permane: “Usi a obbedir tacendo e tacendo morir”! Ma, mentre oggi la propaganda con le stellette è esercitata in modo opportunamente meno plateale, lo spirito del vecchio ‘menefreghismo’ fascista sembra aver contagiato, e non da oggi, larghi strati della cosiddetta ‘società civile’.

Antidoti al menefreghismo

L’esortazione milaniana ad educare i giovani a sentirsi “ognuno responsabile di tutto”, appellandosi alla coscienza individuale ed al rifiuto dell’obbedienza cieca, non sembra infatti esser stata raccolta da genitori e docenti che avrebbero dovuto farla propria, dimostrandolo in prima persona già con l’esempio. Eppure a questa auspicabile ‘pedagogia della responsabilità’ non mancano certo agganci, oltre che nel comune sentire di quello che si è autodefinito spesso un ‘popolo di cuore’ e di ‘brava gente’, nella tradizione cristiana dell’amore vicendevole e della coscienza individuale, ma anche in quella laica e socialista della solidarietà di classe e dello spirito cooperativo.

Eppure, più passa il tempo più cresce la sensazione che i problemi e le sofferenze altrui si limitino ormai a sfiorare la nostra conoscenza – forse affollandola troppo a causa del bombardamento mediatico – ma senza penetrare profondamente in quella con-scientia che stimola una sensazione empatica di reale vicinanza e com-passione col nostro prossimo. Un esempio classico di richiamo etico-politico alla responsabilità – in modo specifico in ambito ambientale, è il noto libro di Hans Jonas “Il principio responsabilità”, nel quale si approfondisce tale imperativo a considerare con estrema attenzione le conseguenze future di certe scelte sulla collettività, facendo leva sul quel “dovere della paura” che non è viltà, ma indispensabile precauzione.

«Sarebbe naturalmente meglio…poter affidare la causa dell’umanità al diffondersi di una vera ‘coscienza’, animata dal necessario idealismo politico, che… si facesse volontariamente carico, per i propri discendenti e, nello stesso tempo, per i contemporanei bisognosi di altri popoli, delle rinunce che una posizione privilegiata non impone ancora […] Sperarvi è proprio di una fede che in effetti conferirebbe al ‘principio speranza’ un senso completamente nuovo, in parte più modesto, in parte più grandioso». [vi]

Altro che ‘me ne frego’ !  La preoccupazione per l’interesse collettivo – generata da una sana paura per le conseguenze di scelte potenzialmente o effettivamente pericolose – è la molla per mobilitare le coscienze in favore del bene comune, troppo spesso minacciato dall’indifferenza, dal disinteresse e dalla rassegnata passività. Ovviamente non sarebbe giusto generalizzare. Proprio in occasione della tragica pandemia che ci ha colpiti, infatti, sono stati messi in luce anche aspetti positivi e virtuosi del comportamento individuale e collettivo, improntati appunto a quel ‘I care’ predicato e praticato da don Milani.

Il guaio è che l’overdose informativa, legata alla comunicazione massificata, generalizzata e pervasiva dei media, anziché renderci tutti più responsabili di ciò che ci capita intorno, spesso ha funzionato esattamente al contrario, accrescendo il senso d’impotenza dei singoli nei confronti di problematiche ritenute troppo grosse e pesanti per potersene fare carico e sentirsi direttamente interpellati nelle scelte. Sentirci tutti più informati e ‘connessi’ dovrebbe indurci all’azione, alla condivisione, alla partecipazione. Ma il martellamento mediatico sulle sciagure che colpiscono l’umanità – dai vicini ai popoli più remoti del pianeta – fa scattare spesso una reazione di rifiuto di una corresponsabilità avvertita come eccessiva e non sostenibile. Se ci aggiungiamo la diffusa mentalità edonistico-egoistica, frutto d’un individualismo sfrenato e della chiusura nel mero interesse personale, il quadro resta preoccupante.

Ecco perché dovremmo cercare nuovi antidoti a tale diffuso menefreghismo, senza però tralasciare quelli classici, che affondano sia nelle filosofie antiche (riassunte nel motto terenziano “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”) [vii] , sia nelle tradizioni etico-religiose, come nel caso del concetto induista e buddista di karuna (compassione/empatia) o di quello ebraico (hesed), cristiano (oiktirmòs) ed islamico (rahamìm) di ‘misericordia’.[viii]

Lavarsene le mani, da Pilato in poi

Eppure non mancherebbero le occasioni per sentirci in sintonia con le sofferenze degli altri, facendo nostri il loro dolore e la loro rabbia per ingiustizie e violenze che essi subiscono quotidianamente.  Quella stessa informazione quotidiana, che a dosi eccessive rischia di anestetizzare le coscienze anziché smuoverle, è sicuramente la fonte primaria per venirne a conoscenza e diventare più consapevoli di tante problematiche sociali, sanitarie economiche ed ecologiche.  Eppure, almeno in ambito cristiano, basterebbe prestare la dovuta attenzione alle parole che ci vengono rivolte da Papa Francesco, che ripetutamente ha lanciato accorati appelli affinché si superi finalmente la cultura dell’indifferenza che sta pervadendo in nostro mondo, sempre più connesso ma paradossalmente sempre più diviso.

«… si insinua un pericolo: “Dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente…che si trasmette a partire dall’idea che la vita migliora se va meglio a me, che tutto andrà bene se andrà bene per me. Si parte da qui e si arriva a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull’altare del progresso […] la risposta dei cristiani nelle tempeste della vita e della storia non può che essere la misericordia: l’amore compassionevole tra di noi e verso tutti, specialmente verso chi soffre, chi fa più fatica, chi è abbandonato… Non pietismo, non assistenzialismo, ma compassione, che viene dal cuore […] non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi […] Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità […] Non è ideologia, è cristianesimo…». [ix]

Del resto la storia della Salvezza – come leggiamo nel Nuovo Testamento – non è priva di episodi di vigliaccheria, indifferenza, incomprensione e tradimento. Lo stesso Gesù ha dovuto insistere con chi lo seguiva sulla centralità della misericordia e sulla totale estraneità di ogni atteggiamento e comportamento indifferente ed egoista alla buona notizia che Egli stava portando. Un esempio classico è la parabola conosciuta come ‘del buon Samaritano’ [x], nella quale ci vengono presentati due pii ‘uomini di Dio’ (un sacerdote ed un levita) che, di fronte ad una persona rapinata, percossa e lasciata a terra ‘mezza morta’, si girano dall’altra parte, lo “scansano” e “passano oltre”.

L’unico ad “averne compassione”, invece, è un samaritano, considerato un eretico, il quale non si limita a ‘vederl0’, ma gli si avvicina, gli presta i primi soccorsi e lo porta in una locanda, dove se ne prende cura in ogni modo. Il testo greco di Luca rende con efficacia il contrasto tra il comportamento indifferente del sacerdote e del levita, per i quali è adoperato il verboντιπαρέρχομαι (“passare oltre dal lato opposto”), e quello compassionevole e misericordioso del samaritano, per il quale Luca usa i verbi σπλαγχνίζομαι (che fa riferimento ad una sensazione ‘viscerale’, intima, di compassione), προσέρχομαι (farsi vicino, avvicinarsi), καταδέω (fasciare, prestare primo soccorso) ed πιμελέομαι (prendersi cura di qualcuno).

Il ‘prossimo’ (termine latino nel quale ricorre la preposizione greca προσ (accanto, vicino) non è chi ci sta già vicino, ma colui al quale noi ci avviciniamo, evitando di girare lo sguardo e di passare dal lato opposto (ἀντι), lavandoci le mani di ciò che gli è capitato. Già, anche questa è un’espressione proverbiale che ci riporta alla narrazione evangelica. Dopo la cattura di Gesù – in seguito al tradimento di Giuda – quasi tutti gli apostoli e discepoli scapparono via terrorizzati, le folle osannanti precedenti si trasformarono in turba urlante che ne reclamava la morte e perfino Pietro lo rinnegò ripetutamente.

Ma l’origine dell’espressione citata è l’episodio in cui il procuratore romano, Ponzio Pilato, dopo inutili tentativi di evitarne la condanna – appigliandosi a cavilli che oggi chiameremmo politico-burocratici – pressato dalla folla e timoroso di una rivolta, ne sentenziò infine la pena capitale, cercando però di prendere le distanze da una decisione che in fondo non condivideva: «Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani (“πενίψατο τς χερας”) davanti alla folla: “Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!”.…» [xi]

L’indifferenza di chi ‘non c’entra’

La pandemia da Coronavirus ha esasperato problemi, disparità, ingiustizie e violenze preesistenti, mettendo a nudo piaghe che troppo spesso abbiamo fatto finta di non vedere e che ci siamo ben guardati dal curare.  Menefreghismo ed indifferenza – lo abbiamo visto – non nascono oggi, ma sono frutto di secoli di atteggiamenti largamente diffusi e di familismo amorale. È lunga ed ininterrotta, infatti, la tradizione popolare delle esortazioni più o meno velate a ‘farsi gli affari propri’, a ‘non impicciarsi’, a ‘non vedere, sentire e parlare’.  C’è anche un’espressione napolitana che racchiude efficacemente in sé quest’anti-morale che si autogiustifica prendendo le distanze da ogni problematica ‘spinosa’: “Ma che tengo ’a vedé?”.[xii]  Possiamo tradurla approssimativamente con “Ma che ho a che vedere”, verbo che ci ricorda appunto la parabola evangelica citata. Per ‘fare’ qualcosa per il prossimo , infatti, dovremmo prima sforzarci di ‘vederlo’, ma ciò è impossibile se siamo noi stessi a girarci dall’altra parte ed a spostarci sul lato opposto della strada comune.

Potrebbe sembrare un esempio di strafottenza molto attuale, ma basta leggere i primi capitoli di Genesi per imbattersi nel primo clamoroso caso d’ipocrita e sfacciata presa di distanza da un tragico evento. Caino aveva appena ammazzato a tradimento il suo unico fratello Abele quando il Signore lo interpellò, provocandone l’evasiva risposta: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano (custode) di mio fratello?».[xiii] Il verbo ebraico שָׁמַר (shamar) è traducibile in vari modi: guardare, osservare, prendersi carico di-, proteggere, custodire, occuparsi di- ecc., ma tutti riconducibili al milaniano ‘I care’, cioé interessarsi agli altri e prendersene cura.

Dopo milioni di anni l’umanità resta afflitta da piaghe mai sanate: fame, malattie da sottosviluppo, assurde discriminazioni etnico-razziali e di altro genere, stridenti ingiustizie economiche e sociali, feroci violenze interpersonali ma anche istituzionalizzate, irresponsabile distruzione di ecosistemi, guerre feroci e sanguinose.  Questa pandemia ha evidenziato ed aggravato ulteriormente quelle piaghe, ma non le ha certo generate. Eppure la raccomandazione universalmente diramata alle popolazioni dalle autorità, in occasione di questa drammatica emergenza socio-sanitaria, oltre a quella dell’ossimorico “distanziamento sociale”, è stata: “Lavatevi spesso le mani!”.

Per carità, nulla da eccepire sul piano di un’accorta prevenzione igienico-sanitaria, ma decisamente insignificante sul piano etico essendo, per usare un’efficace espressione inglese, “too little, too late”. Radio, televisioni e ‘social’ ci hanno martellato più volte al giorno con questo genere di messaggi, inducendo i genitori ed insegnanti a fare lo stesso con i loro figli ed alunni e – visto che c’erano – pubblicizzando noti preparati igienizzanti per le mani. Giusta prudenza, sicuramente, ma resta il dubbio che tale imperativo possa essere interpretato come una larvata esortazione anche a…lavarcene le mani.  Chiudersi nei propri interessi personali, estraniandosi dai problemi altrui, non è certo una soluzione ma solo una vile fuga dalla realtà.

Dal lockdown all’apertura all’altro

Durante questi tristi mesi di lockdown, mentre stavamo chiusi al sicuro nelle nostre case ci siamo scordati di troppi che non hanno un tetto sulla testa. Mentre sospendevamo le nostre attività lavorative, ci siamo dimenticati di chi il lavoro non ce l’aveva neanche prima e di chi rischiava di perdere anche le misere opportunità precedenti. Mentre tutto si fermava, dai trasporti alle attività industriali e commerciali, nel mondo si è continuato tranquillamente a fare guerre ed a produrre e vendere armi. Mentre noi e i nostri figli ci dedicavamo ad abbondanti abluzioni, milioni di persone hanno continuato a bere l’acqua fetida dai fiumi o dai pozzi, strappandola in qualche modo a terre sempre più aride e desertificate. Mentre noi…

A questo punto mi sembra di sentire una voce che, anche oggi, replica sprezzante: “Ma mica siamo noi i custodi dei nostri fratelli?”. Una voce che risuona anche nelle piccole azioni quotidiane – e apparentemente innocenti – di chi si rinfresca la casa espellendo all’esterno nubi di calore, di chi non si fa scrupolo d’inquinare l’aria con gas nocivi, di chi pesca in modo irresponsabile, di chi brucia ogni giorno rifiuti anche tossici, di chi si esalta allo spettacolo delle truppe che sfilano e degli aviogetti che sfrecciano nel cielo, facendo finta di non sapere che, oltre la retorica patriottarda, c’è la realtà del militarismo e della guerra, che divorano risorse sottraendole ai veri ed urgenti bisogni della gente.

Attenti: lavarsene le mani, come se non si trattasse di problemi nostri, non solo non gioverà agli altri ma non aiuterà neppure noi stessi. Il principio della responsabilità e la voce della coscienza devono trovare sempre più spazio in una società egoista, individualista e classista, in nome del bene comune e della nostra comune umanità. Non aspettiamoci neppure che siano ‘gli altri’ ad occuparsene, ma iniziamo noi a muoverci in quella direzione, consapevoli del nostro essere “ognuno responsabile di tutto”.


Note

[i] Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici, 1965 > https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_e.htm

[ii] Ibidem

[iii] David Bidussa, “Me ne frego. Il fascismo iniziò dal linguaggio e poi si fece Stato. E non l’abbiamo mai rimosso”, il Fatto Quotidiano (14.05.2019) > https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/05/14/il-fascismo-inizio-dal-linguaggio/5176793/

[iv] Corrado Castiglione, “Cent’anni di me ne frego”, Il Mattino (17.10.2018) > https://www.ilmattino.it/blog/batman_e_di_destra/manuale_politichese_giornalismo_politica_giornalese_corrado_castiglione-4045669.html

[v] Ibidem

[vi] Hans Jonas, Das Prinzip Veranwortung, Frankfurt/M, 1979. Traduzione italiana: Il principio responsabilità, Torino, Einaudi, 2002, p. 191

[vii]  Publio Terenzio Afro, Eautontimoroumenos (Il punitore di se stesso), v. 77 (165 a.C)

[viii]  Cfr. Valentina Dordolo, “L’uso del termine ‘misericordia’ nell’Antico e Nuovo Testamento”, Endoxa (21.11.2016) > https://endoxai.net/2016/11/21/luso-del-termine-misericordia-nellantico-e-nel-nuovo-testamento/  e: Gadi Luzzatto Voghera, “…misericordia”, Moked (11.12.2015) > https://moked.it/blog/2015/12/11/misericordia-6/

[ix] Brani tratti dall’omelia di Papa Francesco nella Chiesa di S. Spirito in Sassia (19.04.2020) >  http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20200419_omelia-divinamisericordia.html

[x] Cfr. Luca, 10: 25-37 > http://www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&Cerca=Cerca&Versione_CEI2008=3&Versione_CEI74=1&Versione_TILC=2&VersettoOn=1&Citazione=Lc%2010,25-37

[xi] Matteo 27:24 (testo CEI).

[xii]  A tal proposito cfr. una canzone del cantante napolitano Alberto Selly, proprio con questo titolo > https://www.youtube.com/watch?v=kj5tFFBR46E

[xiii] Gen. 4: 9


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