La resistenza civile funziona, da un secolo.

Uscire dagli stereotipi sulla ‘difesa della patria’

In occasione della Giornata Internazionale della Nonviolenza [i] – vorrei andare oltre le frasi di circostanza tipiche di ogni anniversario per affrontare un punto centrale ma spesso trascurato di questa radicale scelta etica e politica: il suo modello alternativo di difesa. Mai come in questi lunghi mesi di guerra in Ucraina abbiamo assistito a ripetitive discussioni mediatiche sul sacrosanto diritto alla difesa di un popolo il cui territorio sia stato invaso militarmente da una soverchiante potenza straniera. Anche nei martellanti ed angoscianti réportages dall’Ucraina (peraltro mai riscontrati in altre circostanze belliche) si è ribadito che non si era minimamente da mettere in discussione la legittimità della difesa armata di quella nazione e, conseguentemente, che l’unica forma di solidarietà possibile da parte degli stati ‘democratici’ doveva essere l’invio di massicci aiuti economici, ma soprattutto militari, a sostegno della sua ‘resistenza’ all’invasore.

Eppure, in questo convulso moltiplicarsi d’interventi sulla una delle guerre in atto, alla scontata retorica nazionalista e militarista di chi esalta il coraggio di quelli che difendono eroicamente la patria dal nemico arrogante e violento ho sentito raramente contrapporre argomentazioni che non si limitassero ad invocare un po’ genericamente la pace o ad evocare interventi diplomatici e/o azioni sovranazionali esterne, di cui purtroppo abbiamo già conosciuto, e verifichiamo tuttora, la scarsa efficacia, la limitata credibilità e la ridotta ‘terzietà’.

Purtroppo, ai pur apprezzabili e condivisibili appelli all’immediata cessazione delle operazioni di guerra, all’armistizio, al ricorso a mediazioni internazionali ed alla solidarietà attiva cogli oppositori a una guerra cinicamente mascherata da ‘operazione militare speciale’, molto raramente sono seguite indicazioni e proposte che prefigurassero una strada davvero alternativa alla difesa militare.

Eppure, a mezzo secolo dalla legge che in Italia riconobbe il diritto all’obiezione di coscienza [ii], non dovrebbero mancare fonti (bibliografiche ed esperienziali) cui attingere per argomentare non soltanto la propria opposizione al militarismo ed il disarmo, ma anche la scelta d’una modalità difensiva non armata civile popolare e nonviolenta [iii]. E non solo per motivazioni di natura etica e/o religiosa, ma perché si è fermamente convinti che una difesa alternativa a quella armata, oltre che moralmente giusta, è realmente praticabile ed efficace.

Il fatto è che più di 30 anni di analisi, studi e proposte anche legislative sulla transizione ad un modello non violento di difesa [iv] sono state spazzate via dalla legge che nel 2004 ha abolito il servizio militare obbligatorio, ma al tempo stesso ha fatalmente azzerato il crescente movimento di obiettori di coscienza alla leva e alla stessa guerra. Quella guerra che la nostra Costituzione repubblicana all’art. 11 “ripudia” inequivocabilmente, pur proclamando all’art. 52 che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Quella guerra che è ‘follia’ ed a cui legittimamente hanno obiettato coloro i quali ritenevano che il dovere di difendere la propria terra e le istituzioni nazionali non coincidesse affatto con l’addestramento a (e la pratica di) una tradizionale difesa armata, bensì con l’impegno civile a salvaguardare comunità e territori, anche e in primo luogo con metodologie operative non militari e non violente.

Per un percorso verso la ‘transizione difensiva’

Nella nota relazione di accompagnamento del disegno di legge per l’istituzione in Italia di un Dipartimento per la Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta vengono ricapitolati alcuni di questi compiti nei seguenti: la difesa civile, che – al contrario di quella militare – usa mezzi e strumenti coerenti con le finalità perseguite ha, tra gli obiettivi dichiarati, la difesa della Costituzione e dei diritti civili e sociali in essa enunciati; la predisposizione di piani per la difesa civile non armata e nonviolenta, compresa la formazione della popolazione; le attività di ricerca per la pace, il disarmo, la risoluzione dei conflitti e la conversione a fini civili delle industrie belliche; la prevenzione dei conflitti armati, la mediazione, la riconciliazione, la promozione dei diritti umani, l’educazione alla pace e al dialogo inter-religioso, in particolare nelle aree a rischio di conflitto, in stato di conflitto o di post-conflitto; il contrasto, infine, delle situazioni di degrado sociale, culturale ed ambientale [v].

Ma il travagliato percorso verso l’istituzione di una componente non militare della difesa italiana non è iniziato solo otto anni fa con la presentazione d’una proposta di legge d’iniziativa popolare [vi], ripresa dopo un anno dalla Proposta d’iniziativa parlamentare C 3484 [vii] e rafforzata cinque anni dopo da una ‘petizione costituzionale’ ai Presidenti dei due rami del Parlamento [viii], rimasta finora senza riscontri da parte di una classe politica ottusa e diffidente. In effetti il cammino in quella direzione era già stato preceduto negli anni ’80 da intenso lavoro preliminare, condotto da noti esponenti dei movimenti nonviolenti italiani, in primis da Antonino Drago. Essi – oltre a studiare e diffondere le teorie della Difesa Popolare Nonviolenta (DPN) e le sue esperienze storiche più significative – si sono basati su alcuni pronunciamenti della Corte Costituzionale per sancire il principio che la difesa di cui parla l’art. 52 non è esclusivamente quella armata, per cui lo stato italiano, con un apposito Comitato ministeriale, avrebbe dovuto avviare un percorso normativo di transizione verso la DPN.

 La sentenza… affermava che la Costituzione ammette, accanto alla difesa armata, una difesa non armata […] Quindi l’importante novità è che da qualche tempo il concetto di ‘difesa non armata’ è entrato ufficialmente nell’ordinamento giuridico italiano […] Si noti che, a partire dalla sentenza n. 164/85, la Corte Costituzionale ha implicitamente programmato anche il transarmo […] In questa direzione…nel 1998 è stata approvata la legge 230, di riforma dell’obiezione di coscienza e del servizio civile, ora chiamato ‘alternativo’ a quello militare […]  3) l’organizzazione e la programmazione dell’Ufficio Nazionale del Servizio Civile (UNSC) […] 4) tra le competenze dell’UNSC è prevista, all’art. 8, quella di “predisporre, di concerto col Dipartimento per il coordinamento della protezione civile, forme di ricerca e sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta” […] Ma poi lo Stato italiano ha progettato… di sospendere l’obbligo di leva…dal gennaio 2005 […] questa decisione appare una maniera per far scomparire dall’orizzonte i tanti obiettori di coscienza e allo stesso tempo di svuotare il problema politico della nascita istituzionale della difesa non armata [ix].

Il cammino iniziato in Italia nel 1967 col saggio di Capitini sulle “tecniche della Nonviolenza” [x], da 17 anni si è arenato non solo nelle secche di una politica ideologicamente ostile, ma anche per una diffusa ignoranza dei fini e mezzi della DPN e più in generale dei principi e metodi della Nonviolenza, alla quale nessuna istituzione o organizzazione è tuttora in grado di addestrarci.

Da ‘persuasi della Nonviolenza’ a ‘addestrati alla DPN’

È innegabile che una serie di secolari caratteristiche storiche ideologiche e religiose abbiano reso gli italiani meno sensibili ad una cultura e ad un’etica politica di stampo prevalentemente orientale (induista in particolare) e protestante (tipica di alcune denominazioni come valdesi, battisti, quaccheri, etc.). Infatti la tendenza della teologia morale cattolica a teorizzare il principio della ‘guerra giusta’ – sancito e consolidato da secoli di tradizione patristica e di magistero ecclesiale – si è interrotta solo nella seconda metà del XX secolo.

 Il papa Giovanni XXIII, per esempio, nella sua enciclica Pacem in Terris mise di fatto in discussione tutti e tre i principi della guerra giusta, affermando che, nell’era degli armamenti atomici, fosse addirittura «alienum a ratione bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda» («estraneo alla ragione [ritenere] che la guerra possa essere uno strumento adatto per rivendicare dei diritti violati». Significativamente, il concilio ecumenico Vaticano II si rifiutò anche solo di parlare di “guerra giusta” nei suoi documenti ufficiali, adottando piuttosto le riflessioni sulla legittima difesa in campo internazionale come unico ambito in cui affrontare il tema della tutela dei diritti dei popoli nell’ambito del bene dell’intera umanità (Gaudium et spes, 77-82)… [xi]

Non è un caso che i profeti della nonviolenza (da Thomas Merton a Giorgio La Pira, da don Lorenzo Milani a don Primo Mazzolari) non abbiano avuto vita facile nella Chiesa Cattolica, che però dal Concilio Vaticano II ha subito una profonda riconversione, testimoniata dal magistero di pontefici come il citato Giovanni XXIII, ma anche Paolo VI, Giovanni Paolo II. Benedetto XVI e l’attuale papa Francesco [xii]. Inoltre va detto che movimenti come la cattolica Pax Christi (1945) o di matrice originariamente protestante come il Movimento Internazionale della Riconciliazione (1952) negli ultimi decenni hanno lodevolmente contribuito a diffondere in Italia una visione etico-spirituale pacifista e nonviolenta, alimentando il movimento per l’obiezione al servizio militare ed alla guerra.

Ciò che invece è mancato – quanto meno da quel 2005 che ha segnato la fine dell’esperienza diffusa e significativa del servizio civile alternativo – è stata la l’opportunità e capacità di progettare, organizzare e gestire la formazione ad un modello alternativo di difesa, facendone conoscere principi e metodi e addestrando i cittadini ad una resistenza non armata civile e popolare. Eppure già negli anni ’60 e ’70 erano stati diffusi alcuni interessanti ‘quaderni della DPN’ che documentavano varie esperienze storiche, nazionali ed internazionali, di difesa non armata. Dal 1994 in poi essi sono stati parzialmente ripresi dal Centro Studi Difesa Civile, che ha pubblicato ulteriori contributi relativi ad esperienze di resistenza non violenta in Italia, in Europa e in altri ambiti geografici. [xiii] Un piccolo contributo ho cercato di darlo anch’io, affrontando le Quattro Giornate di Napoli del 1943 in una prospettiva diversa, né populisticamente oleografica né retoricamente resistenzialista [xiv].

Un ottimo contributo ad uscire dalla genericità di una scelta etica non supportata da esperienze reali e da una concreta formazione alla pratica della DPN è stato inoltre il libro di Antonio Lombardi [xv], che illustrava il ‘funzionamento’ di una nonviolenza che puntasse ad essere costruttiva ed efficace, soffermandosi sulle caratteristiche di tale strategia alternativa ma anche sull’effettivo addestramento all’azione diretta e sulla formazione al lavoro su di sé.

Un secolo di esperienze nella DPN ne dimostrano l’efficacia

Tra i problemi che in Italia hanno rallentato la diffusione delle informazioni su modelli alternativi di difesa – oltre allo sfilacciarsi dei movimenti nonviolenti ed all’assenza di una consolidata tradizione di ricerca accademica sulla pace – ci sono la scarsa diffusione della letteratura in materia (fruita quasi solo dagli ‘addetti ai lavori’ o comunque da persone già consapevoli) e soprattutto la mancata traduzione di alcune opere fondamentali di autori stranieri. Fatta eccezione per alcuni classici – ad es. i contributi di Gene Sharp [xvi], di Theodor Ebert [xvii] e di Johan Galtung [xviii], sulle cui differenze teoriche si è soffermato Drago) [xix] – scarseggiano infatti testi in italiano utili a tale formazione. Ciò è particolarmente vero se si esce dalle teorizzazioni per affrontare la DPN in modo più empirico, analizzando le esperienze storiche registrate nell’ultimo secolo in vari contesti geografici ed esaminandone la reale funzionalità ed efficacia.

Un interessante libro in tal senso è quello di Sibley – O’Brien, intitolato “After Gandhi”, una rassegna dei casi più significativi, dal Vietnam di Thich Nhat Hahn alla lotta di Martin Luther King e Rosa Parks per i diritti civili dei neri statunitensi; dalla battaglia anti-apartheid di Mandela in Sudafrica ai movimenti insurrezionali in Argentina e Kenya o alla ‘rivoluzione di velluto’ di Havel in Cecoslovacchia. Ma il testo fondamentale per dimostrare quanto efficace e vincente possa essere un modello di difesa civile e nonviolenta rispetto a quella militare (purtroppo non ancora tradotto in italiano) resta l’esaustivo studio di due ricercatrici statunitensi, Erica Chenoweth e Maria J. Stephan “Why Civil Resistance Works” (“Perché la resistenza civile funziona”) [xx]. Un approccio pragmatico e scientifico alla “logica strategica del conflitto nonviolento”, che si avvale dei metodi statistici per provare che la resistenza civile ha avuto spesso la meglio su quella militare ed armata.

Lo studio di Chenoweth e Stephan è la prima analisi che utilizza metodi quantitativi di grandi dimensioni N per confrontare l’impatto dei metodi violenti e nonviolenti nel determinare il cambiamento sociale. Hanno sviluppato un set di dati NAVCO (Nonviolent and Violent Campaigns and Outcomes) che analizza 323 esempi storici di campagne di resistenza civile avvenute in un arco di oltre cento anni […] Chenoweth e Stephan mostrano che i metodi nonviolenti sono più efficaci della lotta armata. Nei casi esaminati, le campagne non violente hanno avuto successo il 53% delle volte, rispetto a un tasso di successo del 26% quando è stata impiegata la violenza. I metodi non violenti hanno avuto lo stesso successo nei regimi democratici e nelle dittature repressive. L’analisi mostra che le forme di lotta non violente hanno maggiori probabilità di produrre cambiamenti sociali e politici che portano a società più libere e democratiche [xxi].

I recenti imbarazzati silenzi – talvolta perfino da parte dei pacifisti – di fronte alle incalzanti e categoriche affermazioni sull’assenza di vere alternative alla resistenza armata di un popolo vittima di un’invasione attestano quanto poco noti siano ancora questi dati di fatto. Non basta infatti parlare genericamente di ‘vie diplomatiche’ o di ‘mezzi pacifici’ se non si è in grado di contrapporre un’alternativa difensiva nonviolenta non solo eticamente preferibile, ma anche pragmaticamente valida ed efficace. Studiarne e farne conoscere i casi storici, come esempio di gandhiano ‘programma costruttivo’, dovrà dunque diventare un impegno prioritario per i movimenti antimilitaristi, no-war e pacifisti che non si accontentino di convincere, ma vogliano anche vincere le loro battaglie nonviolente.


Note

[i]   Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Giornata_internazionale_della_nonviolenza  e https://www.onuitalia.it/2-ottobre-giornata-internazionale-della-non-violenza/   

[ii] Cfr. “50 anni di obiezione per la pace”, numero monografico di AZIONE NONVIOLENTA, anno 59, n. 652 (4/2022)   https://www.azionenonviolenta.it/azione-nonviolenta-4-2022-anno-59-n-652/

[iii]  Cfr. Enrico PEYRETTI, Difesa senza guerra Bibliografia storica delle lotte non armate e nonviolente, Taranto, PeaceLink, 2012. https://www.peacelink.it/storia/a/36008.html

[iv] Cfr. in particolare, Antonino DRAGO, Difesa popolare nonviolenta. Premesse teoriche, principi politici e nuovi scenari, Torino, E.G.A., 2006

[v] Gianmarco PISA, “La Difesa Civile e il Servizio Civile a quindici anni dalla Legge 64”, Pisa, Scienza e Pace – Research Paper n. 35 – Aprile 2016

[vi] Cfr. documentazione relativa alla Campagna nazionale “Un’altra difesa è possibile”, ed in particolare il testo presentato alla Suprema Corte di Cassazione: https://www.difesacivilenonviolenta.org/la-proposta-di-legge/

[vii] Cfr. https://www.camera.it/leg17/126?tab=&leg=17&idDocumento=3484&sede=&tipo=

[viii] Cfr. https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2020/06/Petizione-al-Parlamento-DCNANV.pdf

[ix] A. DRAGO, op. cit., p 368-389. Vedi anche: Idem, L’ingresso della Difesa Popolare Nonviolenta (DPN) nella legislazione italiana, PeaceLink, 2005. https://www.peacelink.it/disarmo/a/13056.html . Un interessante documento da consultare è anche: Presidenza del Consiglio dei Ministri- Ufficio Naz. Per il Serv. Civile, La Difesa civile non armata e nonviolenta (DCNAN), Roma, 2006. https://www.serviziocivile.gov.it/media/561235/DCNAN-30-gen-06.pdf

[x]  Cfr. Aldo CAPITINI, Le tecniche della Nonviolenza, Milano, Libreria Feltrinelli, 1967

[xi] Voce “Guerra giusta” in Wikipedia. https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_giusta_(teologia)#: ~:text=%C2%ABSant’Agostino%20afferma%3A%20%22,imboscata%20agli%20abitanti%20di%20Ai.%C2%BB

[xii] Cfr. Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello. Un progetto ecopacifista, Torino, E.G.A., 2021, pp. 102-105

[xiii] Cfr. Centro Studi Difesa Civile, “I Quaderni – dalla Ricerca all’Azione”, Roma, CSDC, 1994-2021. https://www.pacedifesa.org/category/quaderni/

[xiv] Cfr. Ermete FERRARO: (1985) “La Resistenza Napoletana e le Quattro Giornate: un caso storico di difesa civile e nonviolenta”, Verona, Azione Nonviolenta, XXII-10 (pp.15-17; (1986) “Un caso storico di difesa popolare”, Napoli, Il Tetto, XXIII, n. 133/1986 (pp.86-95); (1993) “La resistenza napoletana e le Quattro Giornate: un caso storico di difesa civile e popolare”, in: AA.VV., Una strategia di pace: la difesa civile nonviolenta (pp.89-95), Bologna, Fuori Thema; (1993) “Le trenta giornate di Napoli”, in: AA.VV., La lotta non-armata nella Resistenza, Roma, Centro Studi Difesa Civile (Quaderno n.1)

[xv] Antonio LOMBARDI, Satyagraha – Manuale all’addestramento alla difesa popolare nonviolenta, Bozzano (LU), 2014

[xvi] Gene SHARP, Politica dell’azione nonviolenta, Torino, E.G.A., 1986

[xvii] Theodor EBERT, La difesa popolare nonviolenta. Un’alternativa democratica alla difesa militare, Torino, E.G.A., 1984

[xviii] Johan GALTUNG: Ci sono alternative! – Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1986; Gandhi oggi. Per una Alternativa politica nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1987; Pace con mezzi pacifici, Ediz. Esperia, Milano, 2000

[xix] Cfr. A. DRAGO, op. cit., pp. 375-384

[xx]  Anne SIBLEY O’BRIEN & Perry Edmond O’BRIEN with Tharanga YAKUPITIYAGE, After Gandhi – One Hundred Years of Nonviolent Resistance, Watertown, Charlsbridge, 2018 ; Erica CHENOWETH & Maria J. STEPHAN, Why Civil Resistance Works – The Strategic Logic of Nonviolent Conflict, New York, Columbia University Press, 2011

[xxi] Cfr. Why Civil Resistance Works, review  by David Cortright (https://www.e-ir.info/2013/01/17/review-why-civil-resistance-works/

© 2022 Ermete Ferraro

Liberi e forti o subalterni e deboli?

Divagazioni sulla differenza tra ‘popolarismo’ e ‘populismo’ a 103 anni dall’appello di don Luigi Sturzo ai ‘liberi e forti’.

Oggi, andando a votare – dopo essermi impegnato, da ecopacifista, con e per Unione Popolare – non ho potuto fare a meno di riflettere sull’involuzione della politica italiana nel corso dell’ultimo secolo. In un periodo in cui il ‘populismo’ è diventato un vizio diffuso e trasversale, mi sembra invece che il richiamo al ‘popolo’ da parte d‘una coalizione di vera sinistra si ascriva ad una tradizione ben diversa, quella della democrazia diretta, della partecipazione dei cittadini, del richiamo ad uno spirito comunitario, solidaristico e autogestionario.

Però non è certo il ‘popolo’ cui si rivolgono demagogicamente i partiti di destra né quelli della confusa congerie di centro-sinistra, pesantemente condizionati dall’acritica adesione a un neocapitalismo becero e ad alleanze strategiche che dal 1945 ci hanno resi subalterni sul piano internazionale.

Eppure, oltre un secolo fa, sul manifesto del neonato Partito Popolare erano comparse dichiarazioni molto più coraggiose e radicali di quelle che oggi balbettano i nostri politicanti, capaci di ricorrere solo a banali slogan pubblicitari. Dai manifesti e dagli incontri pubblici di questa penosa campagna elettorale sono infatti aleggiate indistinte parole d’ordine (“Credo”, “Pronti”, “Scegli”, “Serio”, “Giusta”…) [i],  trattando gli elettori come clienti cui piazzare comunque il proprio prodotto, spesso di scarsa qualità.

Eppure nel citato manifesto dei cattolici popolari di don Luigi Sturzo (l’ “Appello ai liberi e forti” del 1919) paradossalmente si trovavano affermazioni molto più nette, sia in politica estera ed interna, sia sulle riforme sociali. In quel breve ma denso documento, infatti, si parlava esplicitamente di ‘disarmo universale’, di ‘abolizione del segreto dei trattati’, di ‘libertà dei mari ’, di ‘legislazione sociale’, di ‘uguaglianza del lavoro’ e di ‘tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffattrici dei forti” da parte di quella che allora si chiamava ancora  ‘Società delle Nazioni’.[ii]

In quell’appello si proponeva anche la realizzazione di uno ‘stato decentrato, che riconosca i limiti della sua attività’ ed una democrazia fondata su ‘un sistema elettorale proporzionale’, auspicando ‘la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione’.

Inoltre, il programma dei ‘popolari’ prevedeva anche “le necessarie e urgenti riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione […] la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, […]  la riorganizzazione scolastica”.[iii]

Insomma, 103 anni fa il pur moderato partito dei cattolici popolari proponeva un’Italia che scegliesse il disarmo universale ed il ruolo mediatrice delle Nazioni Unite, un ardito decentramento comunale e regionale, una democrazia rappresentativa, la sburocratizzazione della macchina statale e la semplificazione legislativa.  S’imprimeva inoltre alla politica un’impronta meridionalista, caldeggiando anche una riforma tributaria e consistenti riforme in ambito previdenziale ed assistenziale.

E tutto questo rivolgendosi “a tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell’amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl’interessi nazionali con un sano internazionalismo” [iv]. Che, a ben vedere, configurava una visione politica estranea sia ai nazionalistici ‘sovranismi’ attuali, sia agli assurdi ‘regionalismi differenziati’ di chi vuol solo sancire e allargare i propri privilegi, sia anche allo sbandierato e peloso ‘atlantismo’ di chi ha scelto di mantenerci sudditi degli interessi dominanti.

Forse, allora, dopo un secolo sarebbe il caso di recuperare quanto di buono c’era in quel vecchio appello ai ‘liberi e forti’, opponendoci con determinazione e coraggio ad un sistema politico che ci ha resi sempre più subalterni e deboli, per controllarci meglio.  


[i] Cfr. https://www.trend-online.com/politica-attualita/elezioni-2022-slogan-partiti-significato/

[ii] Cfr. http://www.minotariccoinforma.it/cgi-bin/news/liberi%20e%20forti.pdf  e https://it.wikipedia.org/wiki/Appello_ai_liberi_e_forti

[iii]  Ibidem

[iv]  ibidem

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© 2022 Ermete Ferraro

di erferraro Inviato su popolo

Etimostorie n.7 : COSTRUIRE vs DISTRUGGERE

Mai come in questo momento – segnato da crisi di ogni genere e dallo sconvolgimento degli equilibri precedenti – avvertiamo il bisogno di costruire qualcosa di più saldo e di migliore. Di fronte alle distruzioni provocate dalla guerra, dalle catastrofi climatiche e dalla crescita delle disuguaglianze sociali ed economiche, infatti, sentiamo l’esigenza di ricostruire ciò che è stato brutalmente fatto a pezzi, si tratti di edifici, ponti ed altre infrastrutture urbane, ma anche di modalità di produzione, di relazioni internazionali e di rapporti umani deteriorati.

Una delle priorità fondamentali – dichiarate spesso solo sulla carta ma poco avallate concretamente dalle scelte politiche e amministrative – è quella di garantire a tutti il diritto all’istruzione, considerato giustamente uno di quelli basilari, su cui costruire una società più equa, solidale e rispettosa della natura.

Anche in questo caso, approfondire etimologicamente la connessione che esiste tra concetti che utilizziamo spesso – come appunto ‘distruggere’, ‘costruire’ e ‘istruire’ – potrebbe aiutarci a comprendere, e forse a risolvere, problematiche di tale portata. Scoprire il senso vero, originario, delle parole che usiamo ci abilita infatti a comprenderne l’essenza, racchiusa nelle antichissime radici dalle quali sono nati vocaboli che oggi ci sembrano privi di ogni collegamento tra loro, ma che ne racchiudono misteriosamente il cuore semantico.

Quando pensavo di soffermarmi su questi tre verbi, d’altra parte, ho scoperto che la mia riflessione nel merito non[LS1]  era affatto originale. Un altro etimofilo, infatti, aveva già trattato il nesso che intercorre tra verbi come costruire e distruggere, che nella forma italiana non appare del tutto evidente. Francesco Varanini – politologo, editore, docente di ‘informatica umanistica’ e fondatore di Assoetica[i] – si è soffermato proprio su questo tema.

“I verbi italiani distruggere e costruire sembrano all’apparenza privi di connessioni. Ma basta risalire al latino per vedere -l’uno accanto all’altro, l’uno il rovescio della medaglia dell’altro- il de-struere ed il con- struere. Il latino struos discende dalla radice indoeuropea ster- ‘essere rigido’, ‘duro’, e quindi ‘stendere’, ‘distendere’, ‘dispiegare’. Da cui il sanscrito strnoti, ‘tirare giù’, ‘spargere’; il greco stornymi, ‘spargere’; il latino sternere, ‘distendere’, ‘coricare’; lo slavo stira, ‘spiegare’, il russo stroji, ‘ordine’.Struere è ammassare, accumulare, stratificare: anche l’italiano strato discende da struere.L’etimologia ci rimanda ad una immagine precisa: all’inizio non c’è che una catasta, un mucchio. Poi via via gli elementi si accumulano”.  [ii]

Ecco: struere indicava i[LS2] n origine l’atto di ammassare elementi, di sovrapporre pietre per realizzare un muro, una protezione, delimitando un territorio, una realtà propria. Ma, come spiegano i dizionari etimologici [iii], il prefisso ‘cum’ di co-struire indica più di un semplice accumulo di parti, bensì una composizione ordinata, una ‘struttura’ che nasce da un’idea, un progetto da realizzare materialmente.

Cum-struere è quindi un’azione consapevole, positiva, che imita di fatto la strutturazione della materia, che mette insieme atomi e molecole secondo una logica interna, un ordine naturale. Il guaio è che questo lento e paziente lavoro di costruzione (si tratti di edifici come di relazioni) può essere azzerato in molto meno tempo da ciò che lo de-struttura, cioè dalla forza maligna della distruzione. De-struere è infatti l’esatto opposto di cum-struere, con la differenza che quel ‘de-‘ non richiede necessariamente il lavoro comune richiesto da chi costruisce qualcosa.  E quando proprio non si riesce a distruggere un’opera costruita da altri, la si può sempre ob-struere, cioè bloccare, interrompere, ostacolare.[iv]

E’ abbastanza evidente che questo excursus etimologico non è fine a se stesso, ma invita a riflettere sull’importanza di comportamenti ed atteggiamenti che puntino nonviolentemente a costruire anziché a distruggere. Del resto ogni progetto sociale e politico alternativo prevede comunque una pars destruens (la critica, l’opposizione, la non-collaborazione…) che deve però essere seguita sempre da quella construens, quella che Gandhi chiamava appunto il constructive program.

In-struere è la premessa per ogni realtà costruttiva, perché l’istruzione è proprio la condizione necessaria per realizzare un progetto consapevolmente e nel modo più giusto e corretto. Se è vero che struere vuol dire collocare a strati, connettere elementi, è ancor più vero che l’organicità e positività di tale azione dipende dalla conoscenza della tecnica costruttiva, qualcosa che deve essere appreso e che qualcuno deve pur insegnare. Istruire, quindi, è il modo migliore per costruire ed opporsi alla negatività della distruzione.

Mai come adesso, come dicevo all’inizio, c’è bisogno di uscire dalla spirale distruttiva delle piaghe che si sono abbattute sulla nostra esistenza quotidiana, si tratti di epidemie, crisi ecologiche, carestie o guerre. In realtà questi flagelli hanno costantemente afflitto l’umanità ed hanno riguardato anche i nostri tempi, ma non sempre ne siamo stati consapevoli oppure abbiamo preferito ignorarli quando non ci toccavano da vicino. Ma la globalizzazione e la stretta interconnessione di un mondo sempre più strutturato ci costringono ora a prenderne coscienza e a cambiare radicalmente rotta. Le alternative a modelli di sviluppo energivori, iniqui e distruttivi ci sono ma vanno costruite giorno per giorno, pazientemente e un mattone alla volta, avendo però in mente una strutturazione radicalmente diversa delle relazioni, da quelle interpersonali a quelle internazionali. Istruire al cambiamento è il primo passo per renderlo fattibile, e proprio per questo dobbiamo stare molto attenti alla de-strutturazione in atto del modello scolastico egualitario ed antiautoritario per sostituirlo con quello che punta solo ad una visione mercantile della società e dell’economia.

La pace, la giustizia e la corretta relazione con l’ambiente si costruiscono e vanno difese da ciò che tende a destrutturarle in nome del profitto e del dominio. Partire dalla consapevolezza del vero senso di queste parole è già un primo passo per andare in questa direzione.

Note


[i] Cfr. https://www.francescovaranini.it/curriculum-e-bibliografia/breve-presentazione-di-francesco-varanini/

[ii] https://www.bloom.it/2013/04/distruzionecostruzione/?p=1611

[iii]  Cfr. https://www.etimo.it/?term=costruirehttps://www.treccani.it/vocabolario/costruire/

[iv] https://www.etimo.it/?term=ostruire

© 2022 Ermete Ferraro


 

Etimostorie #6: “cedere” e suoi derivati

Lo studio della lingua latina chiarisce quanto il verbo CEDO fosse di per sé carico di una pluralità di significati, da quelli basici e neutri (andare, muoversi, camminare, avanzare), a quelli connotati in senso più marcato e solitamente di segno negativo (andar via, ritirarsi, cedere, sottomettersi, arrendersi, essere inferiore, passare di proprietà, etc.) [i]. Se poi ne cerchiamo le radici etimologiche, scopriamo che deriva “dal proto-italico *kezdō, discendente del proto-indoeuropeo *ḱyesdʰ-, “andare via”, scacciare”, stessa radice del sanscrito सेधति (sedhati), “scacciare, mandare via[ii]

Secondo un dizionario etimologico del latino: “Il passaggio dal primo al secondo senso di cedere si spiega col fatto che lasciare il passaggio libero a qualcuno è diventato simbolo di ogni concessione, allo stesso modo che sbarrare il passaggio (obstare, obsistere, opponere) è diventato simbolo di ogni opposizione. Cedere, nel senso di ‘andare’ si dice anche degli affari, riescano bene o male. Più frequentemente s’impiega, nello stesso senso, succedo. Dall’accezione di ‘ritirarsi’, cedere è passato a quella di ‘finire’. Quest’ultima sfumatura è quella del suo frequentativo cesso”. [iii]

Nel tempo e nello spazio, molte forme verbali sostantivi ed attributi sono stati ricavati da quel verbo originario e noi stessi continuiamo ad impiegarli nel linguaggio comune, privilegiandone di solito le connotazioni negative. Alcune volte, però, non ci accorgiamo di adoperare le forme verbali e nominali che ne sono derivate, secondo il meccanismo della composizione di un verbo-base coi più svariati prefissi latini. È così che, anche in questo caso, i monemi modificanti hanno originato un’articolata famiglia lessicale, i cui elementi derivati non sempre appaiono evidenti quando li utilizziamo. Nel nostro caso, è bastato anteporre all’originario CEDERE un certo prefisso per moltiplicarne la discendenza lessicale. In alcuni casi si stratta di verbi derivati di natura spaziale, come ACCEDERE, INCEDERE e PROCEDERE, nel senso di entrare (AD-), dirigersi verso la direzione scelta (IN-) o andare avanti (PRO-). Viceversa, abbiamo le voci RECEDERE e RETROCEDERE (cioè: tornare indietro, indietreggiare), ma anche SECEDERE, ossia allontanarsi da qualcosa o separarsi da qualcuno (SE-). Non mancano derivati di natura temporale, come ANTECEDERE e PRECEDERE (da ANTE-, e PRAE-), mentre, nel caso di DECEDERE, la preposizione DE- indica in modo traslato un allontanamento spazio-temporale… definitivo dalla stessa vita.

E che dire di altri derivati comuni nei nostri discorsi, come CONCEDERE, SUCCEDERE, INTERCEDERE ed ECCEDERE? Anche in questi casi la differenza semantica la fanno i rispettivi prefissi.  Nel primo, la preposizione latina CUM- (diventata in italiano CON-) indica un cammino consensuale, frutto di una mediazione in cui soggetti in conflitto tra loro decidono di cedere su qualcosa pur di giungere ad un accordo. ‘Succedere’, grazie al prefisso SUB-, si presenta in un’accezione prevalentemente temporale (seguire, venire dopo, toccare in eredità…), può esprimere in modo neutro un semplice dato fattuale (accadere, avvenire…) ma può anche aggiungere una sfumatura nettamente positiva (avere successo, riuscire in un’impresa…) [iv]. ‘Intercedere’ (INTER- vuol dire tra, in mezzo) indica invece un ruolo di mediazione terza, svolto inter-venendo in favore di qualcuno, inter-ponendosi per ottenere qualcosa. [v].  In questo come in altri casi, d’altra parte, bisogna fare attenzione a non ‘eccedere’, andando troppo oltre, esagerando, e quindi uscendo pericolosamente fuori (EX-) dai limiti imposti…

 Forse qualcuno si sta chiedendo perché ho deciso di occuparmi proprio di questo verbo, tenuto conto del contesto ecopacifista nel quale ho iniziato le mie ‘etimostorie’. Ebbene, basta sfogliare i giornali o ascoltare le notizie per radio o in televisione per accorgersi che molte cronache e commenti relativi alla guerra in Ucraina utilizzano – non sempre consapevolmente – espressioni che rinviano a quell’antica radice latina e, prima ancora, indoeuropea. Si racconta infatti di scenari bellici che, come sempre, vedono truppe di ambedue gli schieramenti ora procedere speditamente, ora retrocedere più o meno precipitosamente in seguito agli attacchi degli avversari. Non dimentichiamo poi che l’aggressione russa del 2022 – e prima ancora la precedente offensiva militare ucraina, iniziata nel 2014 – hanno avuto e hanno ancora come teatro principale la vasta area orientale e meridionale del Donbass, dove due regioni russofone (Donesc’k e Luhansk) avevano deciso di secedere, autoproclamandosi repubbliche indipendenti.

Da otto anni nessuna delle parti in conflitto ha mostrato di voler recedere dalle proprie posizioni e l’attuale allargamento d’uno scontro interno ad una feroce guerra di dimensioni che vanno ben oltre la stessa Europa, non lascia prevedere che cosa potrà succedere se non si riuscirà a fermarla. Finora i tentativi di mediazione esterna, tesi ad intercedere tra i belligeranti, non hanno sortito effetti apprezzabili. Al contrario, in varie occasioni è sembrato che si soffiasse sul fuoco del conflitto russo-ucraino, alimentandolo anche con l’invio di armi, contrabbandate come aiuti umanitari. Ecco allora che, spinte da orgoglio nazionalistico e da preoccupanti dinamiche imperialistiche a livello globale, le parti in causa si guardano bene dal retrocedere dalle rispettive posizioni. E quando sembrava di scorgere timidi spiragli di intesa – che ovviamente prevedono che su alcuni punti si debba necessariamente concedere qualcosa all’avversario – arroganti interventi esterni li hanno inesorabilmente fatti fallire…

Le ragioni della pace, di fronte alla catastrofica prospettiva d’una guerra mondiale, dovrebbero ovviamente precedere interessi e considerazioni di parte. Purtroppo non è affatto così e troppi soggetti continuano ad alimentare irresponsabilmente questo sanguinoso conflitto, senza preoccuparsi di eccedere, cioè di andare decisamente ben oltre i limiti che l’umanità si era data dopo il 1945, per evitare che la follia della guerra la spingesse al suicidio.

Insomma, cedere non ha – etimologicamente parlando – solo l’accezione negativa che di solito si dà a questo verbo. Non si tratta necessariamente di arrendersi all’arroganza altrui, assumendo il ruolo di ‘perdenti’, né di lasciar vincere la violenza. Certo, in inglese è traducibile con surrender o yield , entrambi connotati negativamente. Anche in francese si rende con abandon ed in tedesco con ausgeben, suggerendo entrambi il significato di ‘abbandonare’. Altrettando vale per le lingue russa (сдаваться> sdavat’sya) e ucraina (здатися > sdatisya), che evocano situazioni in cui ci si arrende, cessando di opporre resistenza, piegandosi e lasciandosi andare.

Non dimentichiamo però che – in ambito scientifico – la ‘cedevolezza’ non è un difetto bensì una proprietà, come c’insegna l’omonimo principio in fisica, contrapposto a quello di ‘rigidezza’. [vi] Non trascuriamo poi la millenaria saggezza orientale, che connota la cedevolezza proprio come la qualità positiva che ci aiuta a resistere alla violenza altrui, come da sempre insegnano i maestri del ju-do [vii]. Ma quando l’alternativa è tra cedere o decedere, la scelta di proseguire la guerra sembra ancor più incomprensibile…


[i]   Cfr. https://it.wiktionary.org/wiki/cedo ;

[ii]  Ibidem

[iii] Michel Bréal et Anatole Bailly, Dictionnaire étymologique latin, Hachette, Paris, 1885 (trad. mia)

[iv]  Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/succedere/

[v]   Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/intercedere/

[vi]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Rigidezza

[vii] V. citazioni di Jigoro Kano in: D. Postacchini, Ju-do la via della cedevolezza, https://danielepostacchini.it/2021/08/08/la-via-della-cedevolezza/

© 2022 Ermete Ferraro

Etimostorie #5: TERRA

In occasione della “Giornata Mondiale della Terra” – che ricorre il 22 aprile – forse non è inutile approfondire l’origine dei vocaboli che, nelle varie lingue, designano spesso sia la materia ‘terra’, sia il pianeta che dovrebbe essere la nostra ‘casa comune’. 

Cominciando dalla parola latina TERRA (generatrice a sua volta del francese TERRE, dello spagnolo TIERRA, del portoghese TERRA, del rumeno ŢARĂ, del gaelico TÎR/TIR), scopriamo che la sua origine è legata al concetto di ‘asciutto’, in quanto è una materia TERSA. L’aggettivo deriva a sua volta dalla radice verbale sanscrita TŖS-YÂMI (aver sete), che ritroviamo anche nel greco TERSÔ/TERSAINÔ (seccare, asciugare) e nello stesso verbo latino TORREO (seccare, abbrustolire). In questo caso, quindi, siamo di fronte ad un termine di natura esclusivamente… geologica, senza alcun riferimento a chi abita quella distesa emersa dalle acque.

Altrettanto può dirsi per EARTH, dall’antico inglese EORÞE (terreno, terra asciutta), a sua volta derivante dal Proto-germanico *ERTHO e, probabilmente, da una radice indoeuropea *ER-, con lo stesso significato. È così anche per il greco ΓΑIΑ > ΓΗ (GAIA > GHE/GHI), indicante il suolo, il terreno, la terraferma, ma anche antroponimo riferito alla dea madre.

Un discorso diverso va fatto invece per il termine ebraico אֲדָמָה (ADAMAH) che ugualmente designa la terra, il suolo, in quanto collegato all’aggettivo אדם (ADAM, ADOM, indicante il colore rosso). In questo caso, però, la tradizione ebraica trasmessa biblicamente collega direttamente l’umanità al suo ambiente fisico, in quanto il nome conferito dal Creatore alla sua creatura finale è proprio ADAM. Da qui, d’altronde, è derivata in larga parte la visione antropocentrica ancora molto presente (secondo la quale sarebbe quasi l’Uomo-Adamo a dare il nome alla Terra-Adamah, come se fosse un suo dominio), sebbene il racconto biblico ci racconti il contrario. Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente”. (Gen. 2:7). L’umanità, dunque, è frutto e prodotto della terra, non viceversa, per cui sarebbe bene ragionare in una prospettiva più biocentrica, o quanto meno in una visione teocentrica, in cui uomo e terra dovrebbero essere comunque strettamente legati da un rapporto di dipendenza reciproca, di rispetto e di ‘cura’, per citare un termine più volte usato da Papa Francesco.

Qualcosa di simile possiamo dire anche per la parola indiana भूमि (BHUMI), indicante un’estensione di terreno, ma dalla quale sono derivati vocaboli fondamentali per la nostra comprensione di questo stretto rapporto. Da sanscrito bhumi, infatti, ha avuto origine il nome della creatura della terra (bhuman), da cui forse anche HOMO, la creatura che dovrebbe avere il più forte vincolo con la terra (HUMUS) da cui deriva. A patto di imparare a mostrare più …humilitas, non dimenticandosi della sua origine ‘terrena’, ed un reale rispetto per “sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba” (Francesco, Laudes creaturarum).

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© 2022 Ermete Ferraro

Etimostorie #4: CONFLITTO

Le parole per dirlo

Parola tornata drammaticamente di attualità in occasione della brutale invasione armata dell’Ucraina da parte delle forze armate russe, ‘conflitto’ non è però sinonimo di ‘guerra’ [i], che rappresenta solo la sua manifestazione più violenta e distruttiva.  Basta consultare qualche dizionario etimologico per verificare che, analizzando l’origine latina di questo termine, siamo di fronte più che altro ad una situazione di ‘urto’, di ‘collisione’, fra due o più situazioni, idee o interessi.

«Discordia, contrasto tra individui o entità, che può essere gestito pacificamente, con accordi o appellandosi a regole condivise (come è tipico in una democrazia); oppure con il tentativo di una parte di imporsi con la violenza (sostantivo) […] dal latino conflictus ossia “urto, scontro”, derivazione di confligere, cioè “confliggere, cozzare”, “combattere”» [ii].

Il verbo di cui ‘conflitto’ è il participio passato, con valore sostantivale, è infatti con-fligere, il cui senso è: “urtare una cosa con un’altra…percuotere” [iii]. Altre possibili traduzioni del latino fligere sono anche: battere, bussare, colpire, etc. [iv], per cui l’idea di fondo resta quella di un urto, una collisione, o comunque un confronto, fra realtà diverse non coincidenti, se non opposte. Anche se consultiamo un dizionario etimologico inglese, infatti, troviamo:

«inizi del XV sec., “contendere”, combattere, dal latino conflictus, participio passato di confligere “colpire insieme, essere in conflitto” […] Significato “essere in opposizione, essere contrari o diversi…» [v].

Una rapida carrellata geo-linguistica ci conferma in gran parte quanto questa radice sia ampiamente comune (fra. conflicte, cast. conflicto, cat. conflicte, rum. conflict, por. conflito, ted. konflikt, ola. conflict…). Perfino nelle lingue slave questa base lessicale è presente (rus., ser. e bul. конфликт, pol. konflikt). Le cose cambiano poco se lo stesso concetto è espresso col differente vocabolo greco συγκρουσηsynkrousi (che appunto significa scontro, collisione, confronto, da krousi = colpo, percussione + pref. syn = con [vi]). Perfino nella lingua hindi troviamo टकरावtakrānā, la cui radice ci riconduce all’idea di urto, collisione [vii].

Il vocabolo cinese corrispondente (冲突 chōngtú) e quello giapponese 衝突shōtotsu) denotano la medesima idea. In ambito semitico, il termine ebraico utilizzato è סְתִירָהstiva’ indica una contraddizione o discrepanza [viii] ed anche il vocabolo arabo نزاع nizae fa riferimento ad una disputa, un giudizio, tra parti in disaccordo [ix].

Con-fliggere non vuol dire in-fliggere

Il vero problema, a questo punto, è se il conflitto – che come si è visto evoca comunque un confronto, uno scontro, un urto tra realtà, visioni ed interessi divergenti – debba avere necessariamente un vincitore ed un vinto, oppure possa concludersi differentemente, in maniera non distruttiva e senza prevaricazione o imposizione violenta di una delle parti in causa, e quindi mediando tra di esse e cercando vie d’uscita inesplorate.

Ovviamente la risposta di un “convinto della nonviolenza” è no, in quanto i conflitti – che pur non vanno mai negati, ignorati o peggio repressi – possono avere esiti molto diversi, creativi ed alternativi non solo alle guerre, ma anche alle comuni soluzioni in cui una parte deve comunque soccombere, secondo la teoria dei “giochi a somma zero” [x].  Ecco perché esplorare le tecniche per trasformare i conflitti – o meglio, secondo l’espressione di J. Galtung, trascenderli [xi] – resta un obiettivo fondamentale per chi intende contrastare l’ineluttabilità della violenza in genere e dei conflitti armati in primo luogo, educando i giovani alla pace e alla nonviolenza attiva [xii].

Mi sembra interessante, infine, citare quanto osservava in proposito il teologo mons. Nunzio Galantino, ribadendo che i conflitti possono, e devono, trovare soluzioni diverse da quelle cui purtroppo siamo abituati, rivalutando la loro carica positiva e generativa.

«Sempre e comunque il conflitto si colloca e ci colloca in un contesto relazionale. Relazione con l’altro da me e/o relazione con me stesso. […] Ha proprio ragione l’imperatore stoico Marco Aurelio: “È conflitto la vita, è viaggio di un pellegrino”; e, con lui K. Marx, quando scrive: “Non vi è progresso senza conflitto: questa è la legge che la civiltà ha seguito fino ai nostri giorni”. L’etimologia della parola conflitto dà ragione dell’approccio semantico positivo fin qui seguito […] Sia in Lucrezio [De Rerum Natura] sia nel De officiis di Cicerone questo verbo rimanda alla possibilità di fare incontrare, confrontare, riunire, avvicinare. Solo più tardi confligere acquisterà il significato di combattere, contendere, urtare ostilmente. L’etimologia ci consegna quindi originariamente la parola conflitto come incontro generativo tra realtà differenti».[xiii]


Note

[i]  Cfr. E. Ferraro, Etimostoria #2: GUERRA, https://ermetespeacebook.blog/2022/02/27/etimostorie-1-guerra/

[ii]  Cfr. voce ‘conflitto’ in Wiktionary, https://it.wiktionary.org/wiki/conflitto

[iii] Cfr. voce ‘conflitto’ in Etimo.it, https://www.etimo.it/?term=conflitto

[iv] Cfr. ‘fligere’ in Glosbe.com, https://it.glosbe.com/la/it/fligere

[v]  Cfr. ‘conflict’ in Etymonline.com, https://www.etymonline.com/word/conflict

[vi]  Cfr. https://el.wiktionary.org/wiki/%CE%BA%CF%81%CE%BF%CF%8D%CF%83%CE%B7  e https://el.wiktionary.org/wiki/%CE%BA%CF%81%CE%BF%CF%8D%CF%83%CE%B7

[vii]  Cfr. https://en.wiktionary.org/wiki/%E0%A4%9F%E0%A4%95%E0%A4%B0%E0%A4%BE%E0%A4%B5

[viii]  Cfr. https://context.reverso.net/traduzione/ebraico-italiano/%D7%A1%D6%B0%D7%AA%D6%B4%D7%99%D7%A8%D6%B8%D7%94

[ix]  Cfr. https://en.wiktionary.org/wiki/%D9%86%D8%B2%D8%A7%D8%B9

[x] Cfr. voce “teoria dei giochi” in Wikipedia.it – https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_giochi

[xi]  J. Galtung, Conflict Trasformation by Peaceful Means (The Transcend Method). https://gsdrc.org/document-library/conflict-transformation-by-peaceful-means-the-transcend-method/

[xii]  Per approfondire tale aspetto, cfr. E. Ferraro, “RiconciliaAzioni”, Ermetes’ Peacebook 12.05.2020 –  https://ermetespeacebook.blog/2020/05/12/riconcili-azioni/

[xiii]  Mons. N. Galantino, “Abitare le parole/ conflitto”, il Sole 24 Ore, 16.06.2019 – http://www.nunziogalantino.it/wp-content/uploads/2019/06/Conflitto_Abitare-le-parole.pdf

Etimostorie #3: RICONCILIAZIONE

 Le parole per dirlo…

Far parte di un Movimento che porta nella sua ragione sociale la parola riconciliazione non è come aderire ad una qualsiasi organizzazione genericamente pacifista. Ma diciamo la verità: questo termine resta non molto familiare alla cultura cattolica, pur riferendosi ad un concetto genuinamente evangelico. Infatti, l’I.F.O.R. (International Fellowship of Reconciliation) fu ispirata già nel 1914 – e fondata ufficialmente nel 1918, dopo la carneficina della prima guerra mondiale – da appartenenti alla cultura protestante, in particolare all’ambiente del pacifismo di matrice quacchera, a sua volta derivante dalla corrente calvinista-puritana. [i]  

‘Riconciliazione’, linguisticamente parlando, è comunque un significante che racchiude varie sfumature di significato. Trattandosi di un termine appartenente alla dottrina ebraico-cristiana, bisogna perciò risalire ai vocaboli originari ed alla loro evoluzione semantica. Il concetto di ‘riconciliazione’ ricorre nella Bibbia otto volte: cinque nell’Antico Testamento (la Tanach degli Ebrei) e tre nel Nuovo. Nel primo caso lo troviamo nel Levitico, nel II libro delle Cronache e tre volte nei libri profetici (due in Ezechiele ed una in Daniele[ii], espresso in lingua ebraica tre volte da כָּפַר (kafar) e due da חָטָא (chatà). Il primo vocabolo è una radice primitiva, che indicava letteralmente l’azione di ‘ricoprire’ (ad es. una strada col bitume) e in senso traslato quella di ‘perdonare’, ‘condonare’, ‘annullare’, ‘cancellare’ etc. Il secondo si riferiva ad azioni simili, come quella di ‘purificare’, ‘sopportare una perdita’, ‘espiare’, pur designando anche concetti come ‘sbagliare’ o ‘commettere peccato’. [iii]  

Nella versione originale del Nuovo Testamento, in lingua greca questo concetto ricorre tre volte ed è utilizzato solo nelle Epistole: due voltenella II Lettera ai Corinzi ed una nella Lettera ai Romani. Il vocabolo utilizzato da Saul/Paolo di Tarso è καταλλαγ (katallaghé) ed il relativo verbo καταλλάσσω (katallàsso), il cui significato letterale aveva a che fare con lo scambio commerciale, il cambio di monete, mentre in senso traslato indicava azioni come: ‘riconciliare qcn.’, ‘tornare nel favore di qcn.’, ‘essere riconciliato con qcn.’. Esso a sua volta derivava dal verbo allàsso’ – preceduto dal prefisso preposizionale katà – che significava ‘trasformare’, ‘scambiare’, ‘rendere altro’ (àllos, -e, -on).

Ma è nella traduzione in lingua latina dell’intera Bibbia – la Vulgata di san Girolamo cui sono ispirate le versioni successive – che compare la parola reconciliatio, alla base dei vocaboli attualmente usati, con poche varianti, negli idiomi neolatini (réconciliation, riconciliazione, reconciliaciòn, reconciliação, reconciliere…) ed anche in lingua inglese (reconciliation), laddove in tedesco è stato utilizzato Versöhnung, la cui radice Sühne rinvia al concetto di ‘espiazione’. [iv]In arabo il vocabolo-nome adoperato è توفيق (tawfiq, da una radice semitica che significa accettazione, conciliazione), mentre in hindi abbiamo सुलह (sulah, derivante dalla radice persiano-araba che indicava la pace, l’accordo).

Se dal verbo latino reconciliare – che traduceva nella lingua dell’impero romano il kafàr ebraico ed il greco katallàsso – scorporiamo i due morfemi modificanti (cioè i prefissi preposizionali re = di nuovo e cum = insieme) ed il suffisso verbale -are, resta come cuore della parola il lessema -cili. Non tutti i dizionari etimologici concordano sul suo significato, attribuendolo ora ad antiche radici verbali (cillo /cilleo/cello), a loro volta derivanti dal greco kéllo (= muovere, spingere), oppure da kaléo (= chiamare). Nel primo caso ‘riconciliare’ significherebbe ‘spingere di nuovo insieme’; nel secondo ‘ri-chiamare insieme’, con una sfumatura semantica che introduce comunque il ruolo d’un mediatore/conciliatore. Da questa divagazione etimologica mi sembra che emergano tre considerazioni:

(a) il concetto ebraico-veterotestamentario di ‘riconciliazione’ (kafàr/chatà) ha sicuramente a che fare col per-dono / con-dono delle azioni negative che hanno ferito una o tutte le parti in causa di un conflitto, grazie alla decisione di cancellare/ricoprire/azzerare quelle situazioni dolorose, senza escludere la espiazione del male provocato;

(b) nell’analogo concetto greco-neotestamentario compare un concetto nuovo: quello di trasformazione/scambio reciproco, nel senso di superamento di una situazione conflittuale cercando un punto d’intesa ‘altro’, del tutto nuovo;

(c) la versione latina non traduce alla lettera né il vocabolo ellenico né il suo antecedente semitico ed introduce altri elementi. Emerge il ruolo di chi svolge la mediazione fra le parti in conflitto (limitandosi a ‘chiamarle’ o ‘spingendole’ ad un dialogo), ma bisogna tener conto anche del fatto che il prefisso latino re-, infatti, ha un significato un po’ ambiguo, in quanto “esprime per lo più il ripetersi di un’azione nello stesso senso o in senso contrario” [v]Nel primo caso il risultato della mediazione porterebbe al ripristino d’una situazione pre-conflittuale (e quindi ad un ritorno al passato), mentre nel secondo condurrebbe ad una soluzione contraria se non opposta, comunque diversa e quindi nuova.

Ma che cosa intendiamo esattamente, oggi, con questa parola? Secondo il dizionario di Repubblica, è definibile come: “Azione, risultato e modo del riconciliare o del riconciliarsi […] SIN. Rappacificazione” [vi]Molto simile anche la definizione del Dizionario Garzanti: “1. il riconciliare, il riconciliarsi, l’essere riconciliato; rappacificazione [+ con]” [vii]e quella del Corriere: “1.Ripresa di rapporti buoni o corretti dopo un litigio o una fase di distacco SIN rappacificazione; fine delle ostilità militari, politiche, ideologiche ecc. fra componenti diverse di una nazione: politica di r.” [viii]. Non dissimili le spiegazioni fornite da Treccani (“1. rimettere d’accordo, far tornare in pace o in buona armonia…”), Hoepli (“1. conciliare di nuovo, mettere d’accordo, rappacificare…”) e Garzanti linguistica (“1. rimettere d’accordo, far tornare in buona armonia; rappacificare [+ con]”. [ix]  per quanto riguarda altre lingue, non fornisce maggiori approfondimenti la consultazione del francese Larousse (“Action de réconcilier des adversaires, des gens fâchés entre eux; fait de se réconcilier…” [x]  né degli inglesi Merrian-Webster (“to restore to friendship or harmony…” [xi] e Cambridge (“a situation in which two people or groups of people become friendly again after they have argued…”. [xii]

In tutti i casi, infatti, la ‘riconciliazione’ è definita come un’azione (come è evidente dal suo stesso suffisso), il cui fine sarebbe: (a) ri-prendere rapporti corretti, (b) rap-pacificare soggetti in conflitto, (c) far tornare l’armonia perduta, (d) ri-pristinare rapporti amichevoli dopo una lite. Torna insistentemente – come nel lemma originario – quel prefisso re- che sottintende una ripetizione, un ritorno ad una situazione di partenza o comunque il rinnovamento d’uno stato precedente.

Ma è davvero questo il significato di ‘riconciliazione’ e del suo abituale sinonimo ‘rappacificazione’? Si tratta di promuovere atteggiamenti e comportamenti che facciano tornare soggetti in conflitto a precedenti rapporti di amicizia ed accordo (il latino pax, oltre a ricordarci la parola italiana ‘patto’rinvia all’antica radice sanscrita *paç /pak/pag, che significava: legare, unire, saldare, accordare), oppure la ‘riconciliazione’ dovrebbe essere qualcosa di diverso e di più profondo?

‘Riconciliare’ e ‘riconciliarsi’, in definitiva, vuol dire fare dei passi indietro, verso un teorico passato migliore da ripristinare, oppure significa darsi una prospettiva del tutto nuova, originale e che punta al futuro?


Note

(*) Questo articolo è stato estratto da un mio precedente saggio: Ermete Ferraro, RICONCILI-AZIONI, Ermetespeacebook, 12.05.2020 > https://ermetespeacebook.blog/2020/05/12/riconcili-azioni/

[i] Vedi: AA. VV., Teoria e pratica della Riconciliazione, Torre dei Nolfi (AQ), Ed. Qualevita, 2008

[ii] Vedi: ‘Reconciliation’ in Blue Letter Bible > https://www.blueletterbible.org/search/search.cfm?Criteria=Reconciliation&t=KJV#s=s_primary_0_1

[iii] Vedi in Blue Letter Bible >  https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=H3722&t=KJV     e https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=H2398&t=KJV

[iv] Vedi: “Versöhnung” in D.W.D.S. > https://www.dwds.de/wb/Vers%C3%B6hnung

[v]  Voce “re-“ in Treccani, Vocabolario onlinehttp://www.treccani.it/vocabolario/re/

[vi] https://dizionari.repubblica.it/Italiano/R/riconciliazione.html

[vii] https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=riconciliazione

[viii] https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/R/riconciliazione.shtml

[ix] https://dict.numerosamente.it/definizione/riconciliare

[x]  https://www.larousse.fr/dictionnaires/francais/r%C3%A9conciliation/67102

[xi] https://www.merriam-webster.com/dictionary/reconciling

[xii] https://dictionary.cambridge.org/dictionary/english/reconciliation

[xiii] Enrico Peyretti, “Appunti sulla nozione di riconciliazione”, in: Teoria e pratica della Riconciliazione, cit., pp. 35-36 (sottolineature mie)

[xxii] Ibidem, p. 78

Etimostorie #2: PACE

UNA PACE VISTA DA ORIENTE…

Se vogliamo definire il significato d’una parola-chiave come ‘pace’, dobbiamo stare attenti a quale vocabolo stiamo facendo riferimento, poiché si tratta di un concetto espresso diversamente nelle varie lingue e che, conseguentemente, rinvia etimologicamente a basi culturali differenti. Infatti, quella parola bisillaba che a noi italiani suona ben nota ed apparentemente di senso comune – se non addirittura scontata – esprime idee differenti in rapporto ad altre lingue. La ricerca sul concetto di PACE va pertanto declinata in base alle parole che sono state utilizzate per denotarlo, in dimensione sia spaziale sia temporale.

I primi due campi semantici sono stati delineati dalle più antiche civiltà, quelle dell’estremo oriente e quelle semitiche. L’ideogramma cinese e giapponese (ĀN) – sostantivo, aggettivo e verbo che significa “pace/pacifico/pacificare” – rappresenta in modo stilizzato una donna sotto un tetto, evocando concetti molto concreti come stabilità e sicurezza, ma anche quelli più ideali di “quiete” e “tranquillità”.  [1] Anche nelle culture semitiche, tale campo semantico è articolato, ma rinvia sostanzialmente ad un’antica radice comune SLM, dalla quale derivano sia l’ebraico שָׁלוֹם (SHALŌM), sia l’arabo السلام (SALĀM).

Per comprendere i significati di shalom (e della radice shlm) […] occorre fare un passo indietro e rivolgersi alla lingua accadica. In questa lingua abbiamo due radici, simili nella forma, e tuttavia ben distinte, che sono slm e shlm. Il verbo salamu mostra i seguenti significati: riconciliarsi, fare la pace; rappacificare, riconciliare. Inoltre troviamo la voce salimu con i sensi di: pace, concordia e riconciliazione con gli dei, favore. Dunque questa radice della lingua accadica esprime chiaramente il senso di pace e riconciliazione. Il verbo shalamu, molto più attestato, ha i seguenti sensi: stare bene; essere in buone condizioni, essere intatto; essere favorevole, essere propizio; avere successo, prosperare; […] mantenere in buona salute […] proteggere, salvaguardare; rendere favorevole […] completare un lavoro; pagare, ripagare, ricompensare. Come si può vedere, tutti questi significati del verbo shalamu non hanno nulla a che vedere con «pace».  [2]

La polisemia del termine – partendo da radici pressocché uguali – rinvia a concezioni differenti, che guardano alla ‘pace’ ora più sul piano spirituale, come concordia ed armonia, ora da un punto di vista più materiale, esprimendo più che altro concetti come benessere, salute e prosperità.

Al primo campo semantico è ascrivibile inoltre la parola indiana शान्ती (SHANTI – ŚĀNTI), che nell’Induismo ci parla prevalentemente d’uno stato di pace interiore, in quanto nell’antica lingua sanscrita significava: pace, calma, tranquillità, quiete. [3]  Anche in questo caso, però, consultando il dizionario, si scopre che questo stesso termine abbraccia ambedue le versioni semantiche:

…शान्ति śānti [act. śam_1] f. pace, calma, riposo; pace del cuore | prosperità, benedizione, felicità…. [4]  

UNA PACE VISTA DA OCCIDENTE…

Non molto diverso, comunque, è il discorso se ci riferiamo alla civiltà greca, nella cui lingua troviamo – sia pure con forme leggermente diverse in dorico, ionico-attico e cretese – il vocabolo ΕIΡHΝΗ (EIRENE), nome proprio della dea della pace.

In Omero…indica una situazione di pace durevole, e si contrappone a filóthj, che è invece il frutto di un accordo […] Benché spesso nei testi sia letterari sia epigrafici eirēnē sia usata semplicemente in contrapposizione a pòlemos ‘guerra’, all’idea della pace è saldamente associata l’idea del benessere materiale […] Una connessione fra pace e benessere si coglie anche in Omero, Od. XXIV 486 “essi tornino ad essere concordi come erano prima, siano bastevoli la ricchezza e la pace… [5] 

Un discorso a parte va fatto per la parola latina PAX, da cui sono derivate moltissime varianti negli idiomi neolatini e non (ital. Pace; rum. Pace; prov. Patz; franc. Paix; spagn. e port. Paz; ingl. Peace, etc.). Etimologicamente, la sua origine risale alla radice sanscrita *PAK- / *PAG- (= fissare mediante un accordo”), dalla quale traspare un terzo campo semantico, connesso a concetti come: legame, unione, composizione, accordo e, ovviamente, patto.

…Trovasi nel sscr. Pâç-a-yami lego […] anche il lat. Paciscor concordo, pattuisco […] gr. Peg-nyo…conficco, collego, compongo […] Accordo conchiuso fra due parti nemiche contendenti, particolarmente in guerra; Concordia, Quiete, Riposo. [6]   …Dalla radice *pag- “fissare” (che è anche la fonte del latino pacisci “alleanza o concordare;” vedi: patto), in base alla nozione di “legarsi insieme” per trattato o accordo[7]

Pertanto, oltre al significato di “concordia/armonia” spirituale ed a quello di “benessere/prosperità” materiale, con questa radice e le parole da essa derivate ci troviamo di fronte ad un terzo significato-chiave, quello più pragmatico di “accordo/patto”, ciò che serve per evitare – oppure a superare – un conflitto. Un significato troppo spesso prevalente sugli altri, che ha quasi ridotto una parola come “pace”, così ricca semanticamente, a puro e semplice contrario di “guerra”.

Se però ci spostiamo nell’ambito di civiltà particolarmente bellicose come quelle germaniche, la parola tedesca indicante la ‘pace’, cioè FRIEDEN (originata – come altre similari: oland: Vrede, sved. Fred. – dalle radici protogermaniche e sassoni *friths / *fridu) [8] ci riporta paradossalmente al concetto di “protezione/tranquillità”, con anche con una sfumatura affettiva, evocante sentimenti quali “amore/amicizia”, come è evidente nel vocabolo inglese friend (amico).

Concludendo questa carrellata spazio-temporale, dietro la parola ‘pace’ – comunque linguisticamente declinata – vediamo affiorare tre diverse basi culturali. La prima, riferita ad un universo interiore e spirituale, ci parla di tranquillità, quiete, armonia, concordia, amicizia. La seconda è ispirata da una concezione più materialista e ci parla invece di benessere, prosperità, pienezza. La terza, infine, rinvia ad una visione pragmatica della vita, in cui i conflitti, oltre che con la violenza, possono essere risolti anche attraverso mediazioni, accordi e patteggiamenti tra le parti in causa.

Ma noi, quando parliamo di pace anche e soprattutto in questo drammatico periodo, a quale di questi tre ambiti semantici ci stiamo davvero riferendo? (*)


NOTE

[1]  Cfr.: https://www.cinesefacile.com/blog-cinese-facile/5-minuti-di-cinese-quando-ce-una-donna-ce-casa ; https://it.wiktionary.org/wiki/%E5%AE%89   ; https://www.infocina.net/caratteri/scheda/23433.html

[2]  Massimo PAZZINI ofm (2008), “I nomi della pace”, Terrasanta, 28.01.2008 (sottol. mie) > https://www.terrasanta.net/2008/01/i-nomi-della-pace/    Cfr. i significati del lemma ‘shalom’ riportati dalla Blue Letter Bible > https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=H7965&t=KJV

[3]  Cfr. Shanti, Santi, Śāntī, Śānti: 28 definitions, Wisdom Library >  https://www.wisdomlib.org/definition/shanti

[4]  Cfr. voce ‘Śānti’ in: Sanskrit Heritage Dictionary > https://sanskrit.inria.fr/DICO/63.html#zaanti   (trad. mia)

[5]  “Pace nel mondo greco”, Zetesis (s.d.) > http://www.rivistazetesis.it/Pace_file/Eirene.htm   Cfr. anche voce ‘εἰρήνη’ in: Dizionario Greco Antico > https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%CE%B5%CE%B9%CF%81%CE%B7%CE%BD%CE%B7

[6]  Francesco BONOMI, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, voce ‘pace’ nella versione online > https://www.etimo.it/?term=pace&find=Cerca     Vedi anche: Dante OLIVIERI (1961), Dizionario Etimologico Italiano, Milano, Ceschina (voce ‘pace’)

[7]  V. voce ‘peace’ in Online Etymology Dictionary   > https://www.etymonline.com/word/peace  (trad. mia)

[8]  Cfr. etimologia della voce ‘Frieden’ in Der deutsche Wortschatz von 1600 bis heute >   https://www.dwds.de/wb/Frieden#etymwb-1

(*) Questo articolo è stato tratto – con alcune modifiche – da un capitolo del mio libro “GRAMMATICA ECOPACIFISTA”, di prossima pubblicazione presso il Centro Gandhi Edizioni di Pisa.

Etimostorie #1: GUERRA

NON È BELLO CIO’ CHE È BELLICO…

Relief at the entrance of the former Military Casino of Madrid (Spain), built in 1916. Di Luis García, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6109805

Dopo il corso di Lingua e cultura napolitana nel primo quadrimestre 2021-22, quello nuovo che sto proponendo presso la sede di Napoli dell’UNITRE (Università delle Tre Età) riguarda l’introduzione alla ricerca etimologica.

Venerdì 25 febbraio eravamo al secondo incontro di questo percorso ma per me, da decenni ricerc-educ-attore per pace, sarebbe stato impossibile limitarmi a fare lezione, come se non stesse accadendo nulla. Soprattutto se si considera la cultura come la porta per giungere quella consapevolezza che, a sua volta, dovrebbe indurci all’impegno diretto, per cambiare qui e ora ciò che non va nel nostro travagliato mondo.

Ecco perché, prima di riepilogare quanto avevo spiegato inizialmente a proposito della ricerca etimologica e delle sue basi glottologiche, non ho potuto fare a meno di esemplificare quanto lo studio dell’origine ed evoluzione semantica delle parole possa aiutarci a capire meglio la realtà quotidiana e anche a demistificarne le narrazioni correnti.

Perciò, di fronte ad una clamorosa e drammatica invasione con aerei e carrarmati d’un paese libero, col terribile corredo di morte distruzione e terrore derivante da ogni folle pretesa di risoluzione armata dei conflitti, ho proposto ai/alle partecipanti un istruttivo viaggio dentro una delle parole-concetti peggiori della storia, ma che purtroppo l’hanno caratterizzata da millenni: GUERRA. Ovviamente si è trattato allora solo di accenni, ma proverò adesso ad allargare il campo per un’esplorazione più ampia e comparativa.

I Greci la chiamavano Πόλεμος (pòlemos) personificandola con l’omonimo demone della guerra, padre della dea Alalà che accompagnava il dio Ares. E alalà era appunto il grido di battaglia ellenico, dopo migliaia di anni attualizzato dal fascismo su suggerimento di Gabriele D’Annunzio. Secondo Etimo.it, la parola deriverebbe dal verbo gr. pallo (lat. pello), indicante l’atto di lanciarsi contro qualcuno, da cui anche il sostantivo palé (lotta), a sua volta padre di termini come palestra e suoi derivati.

Per gli antichi Romani, che di guerra s’intendevano parecchio, il sostantivo comunemente usato era bellum, derivante (stessa fonte) da una modificazione della parola originaria latina duellum (lotta fra due persone o parti), seguendo il percorso dvellum > dbellum > bellum. Nel periodo successivo alle invasioni, che portarono alla fine dell’impero romano, questo termine fu rapidamente sostituito nelle lingue romanze dall’equivalente germanico.

Come spiega il cit. Etimo.it , le parole neolatine ed anglosassoni con questo significato (guerra, guerre, war) ci riportano infatti al vocabolo antico tedesco werra, il cui senso originario era: contesa, discordia, zuffa, baruffa. Andando ancora più indietro come suggerisce il sito Etymonline.com , scopriamo che quella parola proto-germanica si riallacciava alla radice indoeuropea *werz, il cui significato era: confusione, mescolanza, mischia. Circostanza che fa venire in mente il vecchio detto napolitano: “L’ammuìna è bbona p’ ’a guerra”. Una sorprendente sintesi glottologica popolare, visto cha il verbo spagnolo amohinàr – da cui deriva il termine partenopeo – significa dare fastidio, seccare, ma anche arrabbiarsi, adirarsi.

È invece abbastanza curioso che proprio i tedeschi – eredi diretti degli antichi e bellicosi popoli germanici – abbiano lasciato ad altri quell’antica radice verbale, spostandosi sulla parola krieg, secondo Duden.de derivata da Kriec del medio alto tedesco, col significato di combattimento, ma originariamente anche di sforzo. Un altro dizionario etimologico tedesco (v. dwds.de) allarga il significato a concetti come perseveranza, ostinazione, dogmatismo, resistenza, discordia ecc.

DALLA CLAVA ALLA BOMBA ATOMICA

Nel mondo semitico, il concetto di guerra è rappresentato dal vocabolo ebraico מִלחָמָה milhamâ, terribile parola presente innumerevoli volte anche nell’Antico Testamento e che, come apprendiamo dal sito biblico Blue Letter Bible ,  derivava dalla radice verbale indicante la lotta, il combattimento. In lingua araba, invece, il termine che ci parla della guerra è حرب harb. In questo caso, però, si tratta di un vocabolo più generico, che in quel contesto culturale e religioso indicava il territorio degli infedeli (dār arb) contrapposto alla terra dei credenti nell’Islàm (dār al-islām). Non a caso l’aggettivo sostantivato arbī – come spiega l’Enciclopedia Italiana Treccani – è stato tradotto in latino col vocabolo hostis, il cui significato – prima ancora di ‘nemico’ – era appunto quello di estraneo, straniero.

Tornando infine al drammaticamente attuale scenario di guerra guerreggiata, apprendiamo che alcune parole slave che ad essa si riferiscono (russo воина: voinà pron: vainà – ucraino війни: viyny – polacco: wòyna – ceco: vàlka) – secondo il sito russo Lexicography online – hanno come comune origine un’antica forma slava che riproduceva il grido di caccia, l’ululato ferino del combattente. Altri la collegano invece ad un’altra antica radice *vino, che ci parla invece di colpe, peccati ed errori, ma anche di chi si vendica (vedi lat. vindex).

In ogni caso, il grido selvaggio di chi concentra i propri sforzi fisici e mentali sulla lotta al ‘nemico’ (l’altro, il diverso, lo straniero) ci riporta purtroppo ad un mondo di violenza primitiva, dove la vita era lotta e le proprie ragioni si affermavano solo con pietre e clave. L’assurda barbarie della guerra – ripudiata dalla civiltà ma purtroppo fin troppo presente anche nel terzo millennio – è stata non a caso sintetizzata dalla famosa frase di Albert Einsten: “Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma la quarta sì: con bastoni e pietre”. Ecco perché l’unica guerra possibile è e sarà quella contro la guerra, l’imperialismo mai estinto ed il sistema militare-industriale su cui si regge.

“Born to Kill”: NATO per uccidere

Noi napolitani, eredi di secoli di forzoso adattamento alle dominazioni straniere che ci hanno assuefatti al controllo militare, siamo arrivati a sentirci quasi ospiti a casa nostra.  Percorrendo in auto la Domiziana, soprattutto con una deviazione per raggiungere località balneari come Varcaturo, a tantissime persone sarà capitato di scorgere distrattamente un enorme complesso, moderno e grigio, proprio accanto al Lago Patria, a breve distanza dall’antica Liternum, dove si 2200 anni fa si ritirò dopo le guerre puniche Scipione l’Africano.  Ma forse anche per molti giuglianesi quella grigia fortezza, sinistra città nella città, è un elemento in più nella ex fertile Campania Felix, da decenni infelice sede delle ecomafie, intossicata da criminali scarichi di veleni e appestata da roghi tossici.

E allora benvenuti a Nàtoli, provincia di ‘Terra dei Fuochi’, una cittadella militare dove i sedicenti ‘alleati’ multinazionali – ma targati stelle e strisce – da un decennio si esercitano a controllare lo scacchiere strategico dell’Europa meridionale, del nord Africa e dell’est europeo. Una delle aree più calde, sulle quale il JFCN (Joint Forces Command Naples) ha esteso dal 2012 la sua giurisdizione – dopo il trasferimento dall’AFSOUTH di Bagnoli – come quartier-generale operativo della NATO, da cui dipendono due delle sei Force Integration Units in Romania ed il neonato Aegis Ashore Missile Defence Site Deveselu, parte del suo sistema di difesa missilistica.

Benvenuti in quella che per molti è solo un’area militare off limits, chiamata impropriamente ‘base’ ma dalla quale non partono cacciabombardieri né colonne di carri-armati. E in effetti – a parte un’enorme e minacciosa batteria d’installazioni per telecomunicazioni – nulla lascerebbe sospettare che in quell’ingombrante complesso color ferro a meno di 20 km da Napoli (edifici a 7 piani di cui 2 interrati, 330.000 mq di superficie, 280.000 metri cubi di edificazione ed una potenziale ricettività di 3.000 presenze) si sono già decise le sorti delle recenti, disastrose, guerre scatenate dall’imperialismo USA e, purtroppo, si continueranno a decidere e controllare strategicamente quelle che si stanno preparando sul fronte est e quello mediterraneo.

Benvenuti in quella che in teoria sarebbe casa nostra, la nostra terra, ma che dal dopoguerra è occupata militarmente dai cosiddetti ‘liberatori’, cui sovrintende un mega-ammiraglio statunitense ‘a due berretti’, capo sia delle forze navali USA (US Naval Force Europe-Africa di Capodichino) sia del JFC di Giugliano, giusto per far capire chi è che comanda…  Nella pagina di ‘accoglienza’ del sito www.jfc.nato.int è scritto che la “nuova struttura di comando della NATO è più snella, più flessibile, più efficiente e meglio in grado di condurre l’intera gamma delle missioni dell’Alleanza”. Si precisa poi che è parte della: “Forza di risposta della NATO (NRF) costituita da una forza flessibile e tecnologicamente avanzata che include elementi di terra, mare e aria pronti a spostarsi rapidamente ovunque sia necessario, come deciso dal Consiglio Nord Atlantico». Il linguaggio è volutamente neutro, come se non si trattasse di un comando militare strategico ma di una qualsiasi azienda. Un messaggio pubblicitario, che sorvola ovviamente sul fatto che efficienza tecnologica e flessibilità operativa servono a “preparare, pianificare e condurre” azioni di guerra (eufemisticamente: ‘missioni’), causa di migliaia di morti e feriti e di gravissime devastazioni ambientali. Quella guerra che a parole la nostra Costituzione “ripudia”, ma alla quale ci prepariamo disciplinatamente, sotto il comando d’un ammiraglio che, a sua volta, è al comando del Presidente degli Stati Uniti d’America.

Benvenuti in un territorio straniero sul quale non abbiamo giurisdizione né controllo, ma dove comunque risiedono dal 2013 migliaia di militari e civili di varia nazionalità, aggravando l’impatto antropico su un’area comunale densamente popolata (oltre 1.314 abitanti per hm2), assai inquinata e con vari problemi di vivibilità, un luogo per di più sottratto ad ogni verifica e monitoraggio ambientale e sanitario. Un grosso compound ipertecnologico, dove assurdamente gli scolari di Giugliano vengono portati in visita guidata, ma che ha reso problematica la sicurezza di quel territorio (di fatto un bersaglio strategico…). Un complesso di cemento…armato costato pure un bel po’ di denaro, tenuto conto che sommando ai 165 milioni di euro stanziati dalla NATO (pagati peraltro in quota parte anche dall’Italia) i 21 milioni di fondi FAS per le “infrastrutture” viarie e i 5 milioni erogati a suo tempo dall’Amministrazione Provinciale, si arriva alla stratosferica somma di oltre 190 milioni di euro investiti in una centrale della guerra.

Purtroppo Giugliano, pur ricevendo in cambio pochi veri benefici, sembra da tempo rassegnata a recitare il ruolo subalterno di military town, dove spadroneggiano anche i nostri soldati, col pretesto dell’intervento per l’operazione ‘Terra dei Fuochi’. Di recente, fra l’altro, essi stanno cercando di accreditarsi paradossalmente come protettori dell’ambiente ed educatori nelle scuole, come dimostra il recente ed incredibile protocollo d’intesa tra Comune e Comando Sud dell’Esercito per promuovere… la raccolta differenziata nelle scuole. Forse la popolazione locale non ha ancora percepito la gravità di una situazione d’una città con quasi 124.000 abitanti (e con un numero molto superiore di residenti in periodo estivo) che si trova forzosamente ad ospitare uno dei principali comandi strategici della NATO.

È quindi compito del movimento antimilitarista e pacifista, contro ogni guerra e contro la sudditanza all’Alleanza Atlantica, rafforzare le azioni di sensibilizzazione, controinformazione e mobilitazione civile e popolare nei confronti dei cittadini giuglianesi, soprattutto in un drammatico momento in cui – neanche usciti da un pandemia globale e sotto l’imminente minaccia di una catastrofe ecologica – i venti di guerra soffiano più impetuosi del solito ed il leone della NATO ruggisce minacciosamente.

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(*) Ermete Ferraro, vicepresidente del M.I.R. e membro dell’Esecutivo di V.A.S., è un ecopacifista nonviolento. L’articolo è stato pubblicato dal quotidiano online “CONTROPIANO” (https://contropiano.org/news/politica-news/2022/02/18/born-to-kill-n-a-t-o-per-uccidere-0146710 )