DIFESA CIVILE. SI’, MA QUALE? 

Che ci faccio qui?

Il 16 marzo scorso, in occasione del deposito alla Corte di Cassazione del testo della proposta di legge d’iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta[i], è stata scattata questa fotografia dei rappresentanti delle associazioni e organizzazioni aderenti alle sue tre Reti promotrici.  

C’ero anch’io, presidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), ma curiosamente ero l’unico del gruppo che non guardava avanti, verso l’obiettivo del fotografo, bensì lateralmente, suscitando l’impressione di una sorta di spaesamento, come se mi stessi chiedendo – per mutuare il titolo dell’ottima trasmissione di Domenico Iannacone – “Che ci faccio qui?”. In effetti qualcosa aveva attirato altrove la mia attenzione al momento dello scatto ma, a volerci scorgere un significato più profondo, quel particolare può essere visto come la metafora iconica della mia posizione ‘fuori dal coro’.

Quando nel 2014 fu presentata la prima proposta di legge d’iniziativa popolare su “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta[ii], largamente ripresa nel testo attuale, già allora espressi il mio disagio per quella che mi sembrava una versione minimalista ed ambigua di una vera difesa alternativa alla militare (civile, sociale, popolare e nonviolenta), che aveva ispirato per decenni il movimento pacifista italiano ed al cui sviluppo effettivo del progetto contribuì soprattutto Antonino Drago.

In un articolo per il mio blog, datato novembre 2014 [iii], infatti, manifestai dubbi e perplessità nel merito di quel testo e sul metodo con cui era stato frettolosamente imbastito, ricorrendo ironicamente ad espressioni del teatro di Eduardo de Filippo per sottolinearne gli aspetti problematici.

Oggi, dopo 12 anni, rileggere quell’articolo mi fa ancora più male. Di fronte all’incalzare della militarizzazione della cultura della formazione e della società ed al rifiorire di assurde pulsioni guerrafondaie, l’evidente crisi del movimento per la pace – al quale purtroppo non è bastato coagularsi intorno ad una rete unitaria per diventare più autorevole ed efficiente – mi sembra il risultato tangibile d’una lunga e pericolosa stasi di riflessioni ed azioni. Una stasi che ha portato fatalmente a banalizzare le originarie proposte antimilitariste, adattandole conseguentemente ad un lessico da realpolitik, senza che per questo farle diventare davvero più realistiche ed efficaci.

‘Altra’ e ‘alternativa’ non sono sinonimi

Il testo presentato lo scorso marzo in Cassazione, sul quale vanno raccolte 50.000 firme di cittadini a sostegno di quella legge d’iniziativa popolare, conserva purtroppo gli stessi limiti della precedente proposta, con la differenza che, nel frattempo, il quadro nazionale ed internazionale è molto cambiato, mettendo sempre più allo scoperto il nervo di una difesa esclusivamente militare, sempre più professionale e tecnologica. Un modello difensivo forse meno retoricamente paludato, ma rispondente alle ferree regole di un efficientismo aziendale [iv], per di più in un drammatico contesto geopolitico in cui sembra tramontata l’autorevolezza degli organismi di mediazione sovranazionali, mentre cresce a vista d’occhio l’arroganza militarista e l’aggressività bellicista, con sfoggio di un lessico violento a tutti i livelli.

Va avanti, in effetti, una strategia comunicativa che alterna tentativi di ‘civilizzazione’ della difesa militare con pulsioni alle militarizzazione delle istituzioni civili, alimentando la confusione e aprendo a vari scenari possibili, nazionali ed internazionali

L’istituzione d’una Rete unitaria per la pace e il disarmo avrebbe dovuto non solo coagulare le azioni sparse di tante organizzazioni in un progetto unitario di opposizione a questa incalzante deriva guerrafondaia, ma anche consentire una riflessione comune seria e articolata su un indispensabile ‘programma costruttivo’, da elaborare condividere e diffondere, tenendo conto, fra l’altro, di una realtà socioculturale sempre più ostica e poco sensibile alle visioni globali.

Diluire le proprie proposte, però, non era e non è la soluzione. Non lo è neppure svendere decenni di studi e riflessioni sull’efficacia – oltre che sulla validità etica – di un’autentica difesa civile non armata e nonviolenta, in cambio dell’ipotetico riconoscimento legislativo di un dipartimento governativo che si occupi di una forma ‘complementare’ di difesa, in quanto non armata e non strettamente militare.

Eppure la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), insieme con la Consulta Nazionale per il Servizio Civile (CNESC) e la Campagna Sbilanciamoci! hanno deciso comunque di ripresentare questa proposta, senza un vero confronto sulla sua validità e coerenza, ad un anno dalla scadenza della legislatura e senza preventivo coinvolgimento delle forze politiche che dovrebbero sostenerla, una volta avallata da 50.000 firme ed incardinata nell’agenda parlamentare.

Ecco perché, con una costruttiva lettera – a mia firma ma condivisa dall’intero Consiglio Nazionale del MIR – abbiamo cercato chiarire la nostra imbarazzante posizione all’interno della RIPD, chiedendo di aprire una discussione franca, anche se tardiva, su quel testo, a partire dalle ‘obiezioni’ avanzate pubblicamente [v]da Antonino Drago, autorevole esperto italiano di Difesa Popolare Nonviolenta.

 «Già nell’art. 1 della LIP si afferma: “la difesa civile, non armata e nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, protezione e gestione non armata dei conflitti, [è] complementare alle forme di difesa militare”. Nella relazione introduttiva alla PdL si parla poi di “… forme di difesa civile basate su principi non armati e nonviolenti, integrando tali strumenti nelle proprie politiche di sicurezza nazionale […] L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono risposte civili…”. Ebbene, il fatto di aver definito la difesa civile e nonviolenta –l’aggiunta del termine “non armata” – mediante aggettivi quali “complementare”, “integrato”, “affiancata” nei confronti della tradizionale difesa basata sulle forze armate è il primo punto critico, da cui sorge legittimamente il dubbio che ad una visione alternativa se ne sia de facto sostituita una più ambigua e compromissoria» [vi].

Immagine pubblica e sostanza effettiva…

A quell’appello, però, non a fatto seguito un’adeguata risposta ed anche qualche altra timida voce di dissenso è stata subito messa a tacere, in nome di un’adesione acritica e passiva a decisioni assunte verticisticamente, ma che rischiano di compromettere la credibilità stessa del movimento per la pace ed in particolare della sua componente tradizionalmente nonviolenta.

Nella conferenza stampa di presentazione pubblica e lancio pubblicitario della L.I.P. – tenuta in Senato il 6 luglio 2026 [vii] – i relatori intervenuti hanno piuttosto  insistito sugli elementi che accomunano in modo un po’ generico le persone che odiano la ferocia della guerra ed aspirano a modalità difensive e di resistenza non armate. La prof.ssa De Cesare ha ribadito il no al riarmo, alla retorica militarista e alla logica bellica. L’attore Ascanio Celestini ha giustamente ricordato come anche in Italia la resistenza abbia spesso assunto le caratteristiche di una difesa civile, disarmata e popolare.

Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, ha inquadrato la proposta come uno strumento per aprire un nuovo scenario, attuando l’art. 52 della Costituzione e contribuendo a costruire strutture di pace. Ha insistito, inoltre, sull’esigenza di “mettere sotto un unico cappello quello che c’è già”, sebbene – a dire il vero – i tre obiettivi individuati (prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti) allo stato attuale siano lontani dall’essere stati già affrontati organicamente ed efficacemente.

Guido Marcon (Sbilanciamoci!) ha parlato di dialogo, riconciliazione, disobbedienza civile e resistenza, lamentando l’assenza dell’ONU ma ipotizzando a livello italiano una difesa alternativa che integri servizio civile e ‘corpi civili di pace’. Rossano Salvatore (CNESC), infine, ha insistito sul valore del servizio civile ed ha fatto appello a ripartire da ciò che si è già fatto, ma nella cornice di un Dipartimento specifico che coordini la difesa civile con le preesistenti struttura della protezione civile nazionale e del corpo (militarizzato)dei Vigili del Fuoco.

Insomma, in quella conferenza stampa si è parlato molto dello scenario e della possibile trama dell’azione scenica da svolgervi, ma poco del copione che è statp scelto per questo portare avanti compito. Si è mantenuto non a caso un ‘low profile’, lasciando intendere che la legge proposta sarebbe in fondo una necessaria razionalizzazione di ciò che c’è già, guardandosi bene viceversa dall’insistere sulla carica alternativa, antimilitarista e nonviolenta insita in una difesa civile, sociale e popolare degna di questo nome.

Peccato davvero, perché il comprensibile realismo di un ‘programma costruttivo’ non mi sembra che giustifichi una versione annacquata ed ambigua di quella vera alternativa difensiva che, invece, sarebbe l’unica seria motivazione per uscire dalle secche della rassegnazione e dell’adattamento ad una deriva militarista, riarmista e bellicista.

La stessa campagna di rilancio dell’obiezione di coscienza, a mio avviso, potrebbe essere compromessa da questo totale investimento sulla normalizzazione legislativa di una difesa solo ‘altra’, per di più col rischio che un eventuale fallimento della sua sottoscrizione si riverberi negativamente su tutto il movimento italiano per la pace oppure che, una volta giunta sui banchi del Parlamento, quella zoppicante proposta venga ulteriormente azzoppata e cinicamente fagocitata dalla logica perversa del complesso militare-industriale.

Non era questa “l’aggiunta nonviolenta” di cui parlava Aldo Capitini, che avrebbe nutrito seri dubbi sulla strumentale banalizzazione di quella nonviolenza alla cui teoria e pratica aveva dedicato i suoi fondamentali contributi ed alla quale dovrebbero comunque ispirarsi, anche al loro interno, coloro che si fregiano di quel titolo.


[i] https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf

[ii] https://www.difesacivilenonviolenta.org/la-proposta-di-legge/

[iii] https://ermetespeacebook.blog/2014/11/23/nonviolenza-o-nonvolenza/

[iv] Cfr. alcuni miei precedenti articoli, fra cui: https://ermetespeacebook.blog/2021/04/03/piano-di-ripresa-militar-industriale/    https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/

[v] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/05/16/nonviolenzala-legge-sulla-difesa-popolare-non-protegge-lobiezione/8388182/

[vi]   Dalla lettera inviata il 12 maggio 2026 dal MIR Italia alla Segreteria della Campagna “Un’altra difesa è possibile

[vii]  https://retepacedisarmo.org/2026/un-altra-difesa-e-possibile-accelera-la-raccolta-verso-lobiettivo-delle-50-000-firme-necessarie-per-il-deposito-del-testo-di-legge/

© Ermete Ferraro, 2026

Etimostorie #18: VOTO e CAPPELLANO

In occasione della ricorrenza del 2 giugno, festa della Repubblica Italiana, si rinnova l’assurda tradizione di celebrarla retoricamente con una tronfia parata militare, come se si trattasse d’una data connessa a qualche evento bellico, anziché della libera scelta del proprio assetto istituzionale da parte di un popolo, privato per lunghi anni del suo diritto di autodeterminarsi.

Quest’anno – in un drammatico momento in cui di troppe inutili stragi abbiamo quotidianamente la cronaca in diretta – come se non bastasse la solita esibizione di forze armate, corpi militarizzati ed orribili strumenti di guerra ci si sono messi anche i cappellani militari, che hanno improvvidamente deciso di sfilare ai fori imperiali, con una fiera esibizione di mostrine, gradi e decorazioni, in barba agli appelli del Papa e della stessa C.E.I. contro la follia della guerra e della corsa agli armamenti.

Ebbene, al di là della repulsione che un nonviolento come me nutre istintivamente nei confronti di queste marziali sfilate e pur volendo arbitrariamente prescindere dal dettato costituzionale, che da 78 anni ci ricorda che l’Italia ‘ripudia’ la guerra (ossia, la respinge a calci…), una semplice domanda serpeggia perfino tra persone senza un retroterra pacifista ed antimilitarista. Ma cosa diavolo c’entrano bersaglieri, blindati, paracadutisti e frecce tricolori col festoso ricordo della nostra scelta democratica e repubblicana dopo la dittatura fascista e una guerra disastrosa?Perché mai, insomma, la celebrazione di un popolo per il conquistato diritto di votare non può fare a meno di una costosa e imbarazzante parata militarista e d’un insopportabile sfoggio di retorica patriottarda?

Ovviamente nessuno risponde davvero a questa scomoda domanda, ma a me in tale circostanza è venuto in mente che forse dovremmo chiarirci meglio che cosa significa la stessa parola VOTO, che usiamo comunemente con svariati significati ma di cui la maggioranza ignora l’origine.  

«1 Atto con cui si manifesta la propria volontà e la propria scelta nell’eleggere qlcu. o nel decidere qlco. […] 2 Numero che esprime la valutazione di merito data a un alunno o a un candidato in una prova o in un esame […] 3 Promessa solenne di compiere un determinato atto, di impegnarsi a un certo comportamento o di rinunciare a qlco., fatta alla divinità (o nel cattolicesimo anche alla Madonna o a un santo) spec. in segno di riconoscenza per una grazia ricevuta o per ottenere qlco […] 5 lett. Desiderio, preghiera; usato soprattutto al pl. come formula di augurio solenne: fare voti per il successo di un’operazione» [i].

Da queste pur diverse accezioni emerge che si tratta d’una ‘scelta’, d’una ‘promessa’ solenne, significato da cui si allontana invece il ‘voto’ scolastico, inspiegabilmente diventato sinonimo di valutazione numerica del profitto di uno studente. Eppure solo l’accezione n. 5 rispecchia il senso originario della parola, che stava appunto a significare un desiderio, un’aspirazione, una preghiera o comunque un augurio.

Sia che la parola latina (nata come participio passato del verbo vovere, cioè promettere, dedicare) derivi dal gotico vôp-jan (invocare), sia che si rifaccia alla radice del sanscrito vâg-at (promessa votiva) [ii], è infatti evidente che il suo significato ci parla d’un desiderio più che di una effettiva scelta, di una concreta manifestazione di volontà, ossia d’un atto capace di determinare di per sé una reale conseguenza sul piano fattuale.

La storia italiana contemporanea, peraltro, ce ne dà tristemente conferma. Ottanta anni fa italiani ed italiane indicarono su una scheda la loro prevalente opzione per un regime repubblicano e democratico, eppure ciò non ha impedito che fin dai decenni successivi emergessero pesanti e subdole spinte autoritarie, che poco avevano (ed hanno tuttora) a che fare con l’originaria aspirazione collettiva ad un potere realmente popolare e condiviso.

I nostri padri e madri costituenti, delegati dai cittadini/e, a loro volta elaborarono e poi votarono a larghissima maggioranza (453 favorevoli su 515: quasi l’88%) la Carta fondamentale della Repubblica, che nei primi 11 articoli sanciva i suoi principi inderogabili (democrazia, pluralismo, uguaglianza, diritto al lavoro, autonomie, tutela della cultura e dell’ambiente, oltre al già citato ‘ripudio della guerra’). Eppure oggi è sempre più difficile considerarli molto più che puri e semplici ‘voti’, nell’etimologica accezione di desideri, aspirazioni, auguri, ancora largamente irrealizzati e pertanto mai attuati davvero.

La seconda parola da approfondire è CAPPELLANO, figura tornata alla ribalta mediatica questo 2 giugno a proposito del loro spiacevole protagonismo, che ha rilanciato l’annosa querelle su quale sia il ruolo di tale controversa figura in una Repubblica che in teoria ripudia la guerra, ma dove troppo spesso si irride chi invece parla di pace e disarmo.

Sul piano etimologico, la storia di questa parola è abbastanza strana. Si narra infatti che, nel IV secolo, un soldato romano – ricordato nei secoli successivi come san Martino di Tours – avesse generosamente diviso con un mendicante infreddolito il suo mantello corto (lat. capella, diminutivo di ‘cappa’, a sua volta forse derivato da caput, in quanto usato anche per coprirsi la testa). Quel mantello dimezzato divenne poi una reliquia che i re merovingi decisero di conservare in un piccolo e specifico oratorio, chiamato ‘cappella’. I religiosi incaricati di custodirla e di svolgervi servizi religiosi, conseguentemente, ebbero il titolo di ‘cappellani’. Da allora, ogni chiesetta a scopo votivo fu chiamata ‘cappella’ e fu affidata a sacerdoti con questa specifica funzione, usanza diffusa anche in altri contesti geografico-linguistici (vedi: sp. capilla, fra. chapelle, ing. chapel, ted kapelle). Successivamente, invece, furono chiamati ‘cappellani‘ i sacerdoti incaricati dell’assistenza spirituale a specifiche categorie di fedeli (malati, carcerati, militari), per cui andò perdendosi dendo ogni relazione con un specifico luogo di culto.

I cappellani militari, in particolare, esistevano in Italia già in epoca preunitaria, ma furono integrati nelle Reali Forze Armate solo dopo l’Unità (1861), dando origine ad un vero e proprio monstrum militar-religioso, il c.d. ‘clero castrense’, che nel 1869 contava ben 189 componenti ma che sono un anno dopo fu sciolto del tutto.

«Con la circolare del 12/04/1915 il Gen. Cadorna reintrodusse la figura del cappellano e furono arruolati diecimila “preti-soldati” di cui 2070 destinati ai corpi combattenti. L’01/06/1915 la Sacra Congregazione Concistoriale nominò il primo Vescovo Castrense, S.E.R. Mons. Angelo Bartolomasi. Il 27/06/1915 il Governo italiano e la Santa Sede Apostolica si accordarono sull’istituzione della carica di Vescovo di Campo e della Curia Castrense. [Dopo la soppressione in chiave laicista nel 1922] nel 1925 il Governo italiano e la Santa Sede avviarono, nel massimo riserbo, le trattative per definire il carattere del nuovo Servizio Assistenza Spirituale alle Forze armate in tempo di pace. L’Ordinariato militare per l’Italia venne eretto il 06/03/1925 con Decreto della Sacra Congregazione Concistoriale e approvato dallo Stato Italiano con L. 417/1926 che istituiva un contingente permanente di cappellani in tempo di pace»[iii].

Da allora sono passati 100 anni, ma i cappellani militari continuano incontrastati a costituire un’anomala ed imbarazzante presenza all’interno della Chiesa, fieri come sono di un’autonomia gerarchica che finora nessuno è riuscito a scalfire, come ha dimostrato anche la loro discussa decisione di sfilare marzialmente e nella parata militare di questo 2 giugno 2026. Fatto sta, però, che se il miles romanus Martino tolse il suo mantello per dividerlo con un povero, gli attuali cappellani militari si guardano bene dallo spogliarsi dei loro privilegi e prerogative, anche di fronte a guerre che stanno distruggendo interi territori e sterminando milioni di persone, continuando a sacralizzare un’obbedienza che, per dirla con don Milani, da molto tempo ormai non è più una virtù.


Note

[i]  Voce ‘voto’ in “Dizionario di Italiano” Sabatini-Coletti – https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/V/voto.shtml

[ii] Cfr. voce ‘ voto’ in “Dizionario etimologico online” – https://www.etimo.it/?term=voto

[iii] Ordinariato militare per l’Italia, “Storia dell’ordinariato militare” – https://www.ordinariatomilitare.it/diocesi/storia/storia-dellordinariato/ – Cfr. anche un mio precente articolo per il blog: https://ermetespeacebook.blog/2020/11/13/linverno-di-san-martino/

© 2026 Ermete Ferraro

Le radici d’uno sprezzante antipacifismo

La sindrome dell’inerme”, cui il prof. Ermesto Galli della Loggia in un suo articolo si sente autorizzato a far risalire “le radici del pacifismo italiano” ( Corriere della Sera del 3 maggio 2026 ), a suo avviso consisterebbe ne “l’effetto terribile e duraturo che la sconfitta del 1940-’45 ha prodotto nella coscienza nazionale italiana. Non tanto il brutale abbassamento di rango del Paese sancito dalla resa incondizionata, bensì una segreta perdita di fiducia in noi stessi, di autostima […] Non ci sentiamo pronti alla minima audacia, più disposti a osare. E così accade che l’impotenza, le parole, i dibattiti, le chiacchiere ci stiano soffocando […] La «sindrome dell’inerme» implica un solo comandamento: durare e non fare, galleggiare, sopravvivere. E infatti ormai da oltre vent’anni l’Italia non fa altro che sopravvivere. Ma in un immobilismo che sempre di più assomiglia all’asfissia di una lenta morte”.

Questa semplicistica e sprezzante lettura psico-sociale del pacifismo italiano – di cui evidentemente egli conosce molto poco – gli consente di degradare a soggetto vile ed opportunista non solo il movimento che intende colpire, ma un po’ tutti gli italiani.  “Inerme”, però, significa letteralmente “senza armi”, non certo debole, vigliacco, immobile e tendente alla mera sopravvivenza. Il fatto che la Costituzione della Repubblica Italiana preveda all’art. 11 il “ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo per risolvere le controversie internazionali”, inoltre, non contrasta affatto, come Galli della Loggia lascia intendere – col successivo art. 52, in cui si definisce la difesa della Patria “sacro dovere del cittadino”. Ben due sentenze della Corte Costituzionale, infatti, hanno da tempo sancito che tale “difesa” non s’identifica con quella armata, ma abbraccia modalità alternative ad essa, come la difesa civile, non armata e nonviolenta, recentemente riproposta con una Legge d’iniziativa popolare proprio dall’ inerme movimento pacifista.

Ma mentre rifiutare il bellicismo ha certamente un senso, ed un senso positivo – pontifica il docente – invece, essere «contro la guerra» un senso non ce l’ha. Non vuol dire concretamente nulla. Per la semplice ragione che non ha alcun senso logico essere contro qualcosa che non dipende da te”.   Anche il questo caso qualcuno dovrebbe spiegare a Galli della Loggia che “essere contro la guerra” è in primo luogo quel principio costituzionale che egli stesso ha definito “più che comprensibile” e che, inoltre, le guerre esistono perché qualcuno le fa, e quindi dipendono dalle persone. Opporsi alla guerra, obiettando in prima persona alla inevitabilità di esserne strumento, viceversa, è dunque l’atto più concreto e coraggioso che un soggetto possa compiere.

Ebbene sì, esimio professore: la nostra Carta costituzionale – checché ne pensi lei – “proibisce la guerra”, e addirittura giunge a scacciarla a pedate (che è poi il senso etimologico di quel ‘ripudia’). Ma forse lei confonde l’aggettivo ‘inerme’ (che non ricorre alle armi) con ‘inerte’ (che il dizionario Sabini Coletti definisce con “inattivo, inoperoso, abulico, indolente”), ignorando (o fingendo di’ignorare…) che la nonviolenza attiva è l’esatto contrario della vigliaccheria e soprattutto che studi scientifici statunitensi hanno dimostrato che il 60% dei conflitti sono stati risolti senza ricorso alle armi, bensì alle forme di resistenza nonviolenta (non collaborazione, boicottaggio, obiezione ed altre forme di disobbedienza civile). Altro che “immobilismo”. “sfiducia” e “impotenza”!  

Evidentemente altri preferiscono essere condizionati piuttosto dalla ‘sindrome del subalterno’, cioè di chi entra in guerra solo perché lo ha ordinato il capo, che decide per tutti, stabilendo chi sono i buoni e chisono i cattivi da combattere. Ma l’obbedienza, come diceva don Milani, ormai da tempo “non è più una virtù”. Galli della Loggia se ne faccia una ragione, evitando comunque di tacciare di viltà ed inerzia chi coerentemente s’impegna a far prevalere le ragioni costruttive del dialogo (e se questo fallisce, della resistenza nonviolenta) a quelle distruttive del conflitto armato e della legge del più forte.

(C) 2026 Ermete Ferraro

Etimostorie #17: SERVO, SERVIRE, SERVIZIO

Un’altra comune parola che mostra i segni d’una lunga e travagliata storia semantica – avendo cambiato notevolmente il proprio significato nel corso dei secoli – è SERVO, coi suoi più frequenti derivati verbale (SERVIRE), sostantivale (SERVIZIO) e aggettivale (SERVILE).

Tutto comincia con la probabile radice indoeuropea *swer-, il cui senso originario era quello di serbare, custodire, sorvegliare-, come attesta il sostantivo servo nella sua accezione primitiva di “guardiano delle greggi”.

«Il nuovo senso di ‘schiavo’ sarà venuto a servus quando l’ufficio di guardare, custodire, fu affidato ai prigionieri di guerra. Da servus l’it. servo-a, friul. sierf, fr. serf , prov. sers, sp. siervo» [i].

Dalla stessa base sono inoltre scaturiti – mediante l’apposizione di vari prefissi preposizionali – i verbi latini e neolatini CON-SERBARE/CONSERVARE, OB-SERBARE/OSSERVARE e RE-SERBARE/RISERVARE, che però mantengono l’accezione originaria di ‘custodire’ e ‘proteggere’, sia che si tratti di confezionare conserve di pomodoro e di frutta, sia di far rispettare una legge o un diritto acquisito. Eppure il sostantivo latino SERVUS ed i suoi principali derivati per noi restano indissolubilmente connessi ai concetti di schiavitù, servizio obbligato o addirittura forzato, lavoro umile e faticoso cui viene assoggettato chi dipende da altri[ii]

Sebbene sia stata più recentemente nobilitata dal significato di azione in cui qualcuno si mette volontariamente ed altruisticamente al ‘servizio’ degli altri, questa parola continua però a risuonare sgradevolmente, evocando un mondo di padroni che possono disporre a loro piacimento di coloro che – o perché prigionieri di guerra oppure secondo una visione razzista e violenta – sono stati sottomessi e resi schiavi, privandoli pertanto della libertà e di ogni possibilità di scelta. Nel contesto della tradizione religiosa, cristiana e non, questo concetto è ricorrente e significativo. Il vocabolo greco λειτουργία /liturgìa, ad esempio, inizialmente indicava l’obbligo, imposto in questo caso ai cittadini ricchi, di finanziare servizi ed opere pubbliche, diventando in seguito “il complesso delle cerimonie di culto nella sua interezza.[iii]  Molto similmente, infatti, nel mondo cristiano si è diffuso il significato di ‘servizio’ come culto divino, così come lo stesso appellativo ‘servo’ ha acquisito dignità proprio grazie al messaggio evangelico, che ne ha nobilitato il significato riportandolo a quello primitivo, ma in un senso più fraterno di dedizione volontaria e di  ‘amore oblativo’.

Diversa appare la tradizione vetero-testamentaria e quella islamica, che sottolineano comunque uno stato di fedeltà, dipendenza e sottomissione reverenziale alla volontà divina.

«Il termine ebraico per indicare «servo» è ‘ebed […] un vocabolo che è presente ben 800 volte nell’Antico Testamento (268 nella forma «Servo del Signore/Dio»). Notiamo subito che, alla base, c’è il verbo ‘abad che significa sia «servire», sia «coltivare» la terra (Genesi 2,15), sia la fedeltà al Signore, sia il culto liturgico (anche nel mondo protestante si usa talora il termine «servizio» per designare la celebrazione comunitaria). Proprio per questa varietà di significati è facile intuire che non è corretta la riduzione della parola ‘ebed a indicare uno statuto di schiavitù; anzi, in molti casi è un titolo onorifico che denota una carica rilevante, quasi da «ministro», suppone una missione affidata da Dio» [iv].

Fatto sta che il vocabolo ebraico עֶבֶד /‘eved– sia pur usato in varie sfumature semantiche – è riconducibile alla condizione di ‘schiavo’, proprio perché il verbo עָבַד /’aved significava ‘lavorare per altri’, rinviando al concetto di ‘legame’, ‘vincolo’, e quindi di lavoro forzato, svolto in condizione di assoggettamento e dipendenza. La radice semitica *ABD – comune anche all’arabo عَبْد /abd significava infatti sia ‘servire’ sia ‘adorare’, implicando comunque subalternità e sottomissione, ovviamente più comprensibile quando ci si rivolgeva a Dio onnipotente.

In una visione religiosa, tenendo conto delle centinaia di volte in cui ricorre nell’A.T. il vocabolo ebraico ‘EVED, l’interpretazione che se ne può dare resta sicuramente variegata, senza però perdere del tutto – come accade peraltro nella tradizione islamica – l’accezione di ‘servizio’ come qualcosa che si rende, dovutamente, a chi è superiore. Peraltro, nella traduzione greca della Bibbia ebraica – detta ‘dei Settanta’ – lo stesso vocabolo per 81 volte è stato tradotto con δοῦλός/doùlos che, come si spiega nel relativo articolo della “Blue Letter Bible[v], deriva dalla radice δέω, che designava l’atto di ‘legare’, ‘assoggettare’, ‘rendere schiavo’.  Anche nella originaria versione in lingua greca del Nuovo testamento, il concetto di ‘servo’ è reso quasi sempre allo stesso modo, mentre risulta meno utilizzato il sinonimo greco διάκονος /diàkonospoi in latino tradotto col vocabolo minister/ministro, viceversa ampiamente presente nel Nuovo Testamento e nella terminologia liturgica cristiana ed evangelica. Anche in questo caso -etimologicamente parlando – si tratta di sostantivi rinvianti alla figura del ‘servitore’ [vi], sebbene il termine latino sia paradossalmente diventato in seguito titolo onorifico e segno di potere, in barba al pur evidente riferimento a minus/meno contrapposto a magis/ più, basandosi sul quale il magister/maestro dovrebbe essere considerato superiore al minister/ministro…

La verità è che le parole di Gesù – riportate dagli Evangeli – ci parlano di ben altro. Non di rispetto e paura reverenziale né di sottomissione totale e forzata, bensì di amore fraterno, dedizione e rifiuto del dominio. Lo stesso Figlio di Dio, infatti, afferma con chiarezza di non essere venuto “per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Matteo 20,28[vii] Marco 10,45[viii]). Lo ha dimostrato quasi platealmente chinandosi a lavare i piedi ai discepoli (Giovanni 13,14[ix]) e lo ha aveva predicato costantemente, affermando che il servizio di cui parlava è testimonianza e manifestazione concreta dell’amore verso Dio ed il prossimo.

Sacrificio e gratuità restano dunque elementi cardine di questa diakonìa, cui sono tuttora chiamati tutti quelli che credono in Lui e nella sua ‘buona notizia’. Un servizio che non richiede ricompensa né reciprocità, ma amore incondizionato verso il prossimo, soprattutto se è povero, sofferente, emarginato e maltrattato.  La logica umana viene quindi del tutto capovolta, come è sintetizzato dal versetto di Matteo 20,26-28, nel quale Gesù afferma “Tra voi non sarà così; ma chiunque vorrà essere grande tra voi, sarà vostro servitore[x]. In fondo è quasi un ritorno al primitivo significato, che designava il compito di ‘custodire’, ‘proteggere’ e ‘serbare’ le persone e le cose cui siamo legati, non certo da catene ma dall’amore.


NOTE

[i] Voce “serbare” in Dante Olivieri, Dizionario Etimologico Italiano, Milano Ceschina, 1961. V. anche la stessa voce in Etimo.it https://www.etimo.it/?term=servo

[ii] Cfr. la voce ‘servo’ nei principali dizionari: https://www.treccani.it/vocabolario/servo/https://dizionari.repubblica.it/Italiano/S/servo.html   – https://it.wiktionary.org/wiki/servo

[iii] Cfr. https://unaparolaalgiorno.it/significato/liturgia

[iv]  G. Ravasi, ‘EBED: servo, ‘Famiglia Cristiana’ (25.03.2021) https://www.famigliacristiana.it/riflessioni/ravasi/ebed-servo-chq9b01q

[v] https://www.blueletterbible.org/lexicon/g1401/lxx/lxx/0-1/

[vi] Cfr. la voce ‘diàkonos’ in Blue Letter Bible https://www.blueletterbible.org/lexicon/g1249/mgnt/mgnt/0-1/

[vii] “…ὥσπερ ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου οὐκ ἦλθεν διακονηθῆναι ἀλλὰ διακονῆσαι καὶ δοῦναι τὴν ψυχὴν αὐτοῦ λύτρον ἀντὶ πολλῶν”

[viii]καὶ γὰρ ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου οὐκ ἦλθεν διακονηθῆναι ἀλλὰ διακονῆσαι καὶ δοῦναι τὴν ψυχὴν αὐτοῦ λύτρον ἀντὶ πολλῶν”

[ix]  “εἰ οὖν ἐγὼ ἔνιψα ὑμῶν τοὺς πόδας ὁ κύριος καὶ ὁ διδάσκαλος καὶ ὑμεῖς ὀφείλετε ἀλλήλων νίπτειν τοὺς πόδας·”

[x]  “οὐχ οὕτως δέ ἔσται ἐν ὑμῖν ἀλλ᾽ ὃς ἐὰν θέλῃ ἐν ὑμῖν μέγας γενέσθαι ἔστω ὑμῶν διάκονος”


© 2026 Ermete Ferraro

‘Miti’ e ‘pacifici’: due aggettivi da approfondire

Il brano evangelico previsto dalla liturgia della IV domenica del tempo ordinario – anno A [i] ci ha riproposto – nella versione più lunga e completa: Matteo, 5:1-12 – il testo delle c.d. ‘beatitudin’”, vera e propria magna charta del cristiano.

A prescindere dalla fondamentale, ma sconcertante, espressione ‘beati’ (in greco: μακάριοι), che vi ritorna nove volte ed alla quale già diversi anni fa avevo dedicato un paio di articoli sul mio blog [ii], vorrei ora soffermarmi su altri due concetti che, da ‘persuaso della nonviolenza’, ritengo opportuno approfondire sul piano lessicale.

Nella terza e nella settima delle nove ‘beatitudini’, con riferimento nel primo caso ai ‘miti’ (Mt 5:5 o 5:4) e nel secondo agli ‘operatori di pace’ (Mt 5:9) siamo infatti di fronte a due termini che interpellano direttamente chi ha scelto di percorrere la via della pace, sia come atteggiamento etico sia come comportamento concreto.

Ebbene, affidarsi alle traduzioni in italiano di testi biblici a loro volta tradotti dall’ebraico e/o dal greco – peraltro con la mediazione del latino – non sempre risulta sufficiente, per cui mi sembra opportuno scandagliare etimologicamente questi due vocaboli, rintracciandone l’incerto percorso logico da una lingua all’altra.

MITI O MANSUETI?

In italiano, il primo degli attributi del seguace di Gesù Cristo che più si attagliano ad una prospettiva nonviolenta è “mite”, che ricorre però solo in due delle undici versioni del testo evangelico citato [iii] , mentre la traduzione proposta del brano evangelico negli altri nove casi è “mansueto”. Un approfondimento etimologico di questi due aggettivi qualificativi esplicita però una differenza semantica non trascurabile.

“Mite” ci riporta ad un mondo agricolo, in quanto la sua radice greco-latina (mesos / medius) evoca una condizione naturale mediana, ad es. nel caso d’un frutto che risulti tenero e dolce, in quanto né acerbo né troppo maturo, oppure in riferimento al clima, se descritto come né troppo freddo né troppo caldo. [iv]

Nel caso di “mansueto”, invece, il significato sembra più attinente ad un contesto pastorale, dove un animale era così definito in quanto addomesticato (in latino, dal sostantivo manus e dal participio passato suetus, cioè “assuefatto alla mano”) [v].

«Quel suescere latino che vi leggiamo dentro è lo stesso che troviamo nel consueto, nel desueto, nell’assuefatto, e racconta un abituare, un rendere avvezzo. Ora, l’elemento che dà concretezza a questo abituare è il riferimento alla mano. Mansuescere è propriamente un ‘abituare alla mano’, una mano che domina, che guida, che tira, che chiama, rappresentante di una volontà che controlla. Che possiede. Non stupisce quindi che il mansueto sia l’addomesticato: l’animale si fa accarezzare, ubbidisce» [vi].

Il fatto che quasi l’80% delle traduzioni in italiano del passo evangelico in questione preferiscano il secondo attributo al primo sembra indicare l’accentuazione di un atteggiamento nato dall’abitudine alla sottomissione, all’ubbidienza ed all’osservanza dei precetti, più che da una scelta autonoma. Ovviamente non c’è nulla di strano in questa interpretazione, visto che il contesto religioso tradizionale spiega tale scelta lessicale. Il vero problema, semmai, è in quale misura l’uno e l’altro aggettivo rappresentino una traduzione fedele di quello originario in lingua greca, vale a dire πραῢς (pràus).

L’appendice lessicale della sempre preziosa Blue Letter Bible [vii] lo traduce in inglese con meek (che vuol dire: mite, dolce, docile, gentile, mansueto), e comunque la traduzione latina del testo evangelico (la c.d. Vulgata di S. Girolamo, IV-V sec. d.C.) ricorre proprio all’attributo mitis, -e (“beati mites”).

Non dimentichiamo, d’altra parte, che il testo greco del Vangelo di Matteo riferiva un discorso che il Maestro aveva sicuramente espresso nella sua lingua originaria, per cui sembra opportuno risalire ulteriormente all’attributo ebraico che ricorre più frequentemente nei testi dell’Antico Testamento in tali contesti e che è stato presumibilmente da Lui usato.

Ebbene l’aggettivo sostantivato עָנָו (ʿānāv) – che suppongo abbia ispirato la traduzione greca e quella latina, ricorrendo ben 16 volte nel testo mesoretico della Bibbia – ha vari significati: povero, bisognoso, debole, afflitto, umile e mite [viii]. Si tratta in effetti di qualità fondamentali per i credenti già nella visione vetero-testamentaria, ma sembra anche sintetizzare altri aggettivi che ricorrono nelle ‘beatitudini’ (poveri in spirito, afflitti, puri di cuore, perseguitati…). 

Gesù stesso – secondo Mt. 11:29 – si era descritto come “πρᾷός …καὶ ταπεινὸς τῇ καρδίᾳ” (“pràos kài tapeinòs tē cardìa”), ossiamite e umile di cuore/povero in spirito”), evocando l’atteggiamento di totale abbandono a Dio e alla sua legge, ma anche un atteggiamento di ‘disarmo interiore’, che consente di accogliere l’altro, superando l’orgoglio e la violenza. Questo specifico brano delle ‘Beatitudini’ da Lui proclamato, peraltro, cita quasi alla lettera il Salmo 37:11, il cui testo ebraico affermava appunto: “  עֲנָוִים יִירְשׁוּ־אָרֶץ” (“anawìm yirshù erets”, ossia: “i miti erediteranno la terra”), usando appunto il richiamato aggettivo anàv.

PACIFICATORI O PACIFICI?

Per quanto riguarda il secondo aggettivo, il testo greco della settima ‘beatitudine’ (Mt 5:9) recita: “μακάριοι οἱ εἰρηνοποιοί ὅτι αὐτοὶ υἱοὶ θεοῦ κληθήσονται” (“makàrioi òi eirēnopoiòi òti uiòi theoù klēthēsontai”), affrontando in modo ancor più diretto e specifico l’atteggiamento/comportamento di chi voglia essere fedele alla “buona notizia” di pace e fratellanza predicata da Cristo e dai suoi apostoli.  Ma, anche in questo caso, è interessante verificare come è stato traslato in seguito il suddetto aggettivo sostantivato εἰρηνοποιοί.

La citata versione intermedia in latino (“beati pacifici quoniam filii Dei vocabuntur”) è stata poi diversamente tradotta in italiano dai testi riconosciuti dalla Chiesa cattolica [ix], con una netta prevalenza della perifrasi “coloro che si adoperano per la pace” (che ricorre 6 volte su 11) seguita dal vocabolo “i pacifici” (utilizzato in 4 casi) e dalla locuzione “gli operatori di pace”, usata solo 1 volta, ma accreditata dall’autorevole versione della C.E.I. del 1974.

Da un punto di vista strettamente semantico, utilizzare “coloro che si adoperano per la pace”, “pacifici” oppure “operatori di pace” sembra una scelta che non inficia il senso più profondo dell’espressione evangelica, che qualifica come ‘beati’ le persone che scelgono la pace come premessa e finalità della propria azione. Sorprende semmai che in nessun caso le traduzioni italiane del passo di Matteo non abbiano mai previso il termine “pacificatori” o “pacifisti” sicuramente più espliciti, diffusi ed attuali.

Ho provato a porre il quesito sulla differenza tra ‘pacifici’ e ‘operatori di pace’ all’A.I. mode di Google, che così ha risposto:

«La differenza non è solo terminologica, ma sostanziale e riguarda l’atteggiamento verso il conflitto: Pacifici: Sono persone tranquille, spesso di carattere mite, che evitano lo scontro per propria natura o per amore della quiete personale. Operatori di pace (o costruttori): Deriva dal greco eirenopoioi (eirene = pace, poiein = fare/costruire). Non si limitano a “essere” tranquilli, ma agiscono attivamente per creare armonia dove c’è discordia, anche a costo di sacrificare la propria tranquillità. Sintesi delle differenze:

Caratteristica            Pacifici                             Operatori di Pace

Atteggiamento          Passivo/Introverso          Attivo/Progettuale

Obiettivo                  Evitare il conflitto             Risolvere il conflitto alla radice

[…] Mentre il pacifismo è spesso un’ideologia o una posizione politica di rifiuto della guerra, l’operatore di pace secondo la visione evangelica è colui che lavora quotidianamente per la giustizia e la riconciliazione» [x].

Certo, da un punto puramente linguistico, l’aggettivo “pacifico”, ricavato dal sostantivo “pace” con l’aggiunta del suffisso “-fico”, a sua volta derivato dal verbo “fare”, sembrerebbe comunque trasmettere il concetto di persona che produce o causa la pace.  Il fatto è che le parole, da un punto di vista semantico, non hanno solo un senso denotativo esplicito, ma anche un ulteriore alone connotativo che le caratterizza.

Ovviamente, dunque, tali sfumature di significato non sono oggettive in sé, dal momento che dipendono dall’orientamento ideale o ideologico di chi opera tali distinguo. E, in ogni caso, il problema si sposta ancora più a monte, dal momento che – come ho cercato di chiarire in un precedente contributo, cui rimando – il problema vero è quale senso si dà alla stessa parola-base, cioè “pace” [xi].

Un utile e sintetico commento, fra i tanti, è sicuramente quello scritto da Chiara Lubich:

«Sai chi sono gli operatori di pace di cui parla Gesù? Non sono quelli che chiamiamo pacifici, che amano la tranquillità, non sopportano le dispute e si manifestano per natura loro concilianti, ma spesso rivelano un recondito desiderio di non essere disturbati, di non volere noie. Gli operatori di pace non sono nemmeno quelle brave persone che, fidandosi di Dio, non reagiscono quando sono provocate o offese. Gli operatori di pace sono coloro che amano tanto la pace da non temere di intervenire nei conflitti per procurarla a coloro che sono in discordia. Può essere portatore di pace chi la possiede in se stesso. Occorre essere portatore di pace, anzitutto nel proprio comportamento di ogni istante, vivendo in accordo con Dio e facendo la sua volontà». [xii]

   QUALCHE CONSIDERAZIONE FINALE

Addentrarsi nell’interpretazione di un brano della Sacra Scrittura è sempre problematico e comporta scelte ideali e logiche di fondo, non potendosi limitare ad un mero esercizio esegetico, come se si trattasse di un testo qualunque. Generazioni di teologi, nel caso specifico, hanno già cercato di cogliere il significato vero ed effettivo di un passo evangelico fondamentale come l’enunciazione da parte di Gesù delle citate ‘beatitudini’. Sarebbe quindi presuntuoso e inopportuno da parte mia pensare di offrire una spiegazione esaustiva degli attributi propri di due di esse in particolare, anche se penso che ogni credente debba sforzarsi di andare oltre quelle usuali e talvolta abusate che gli sono state già fornite.

Uno sforzo che, da ‘logofilo’, credo vada fatto tenendo conto del fatto che alcune stratificazioni interpretative risentono del rischio – storico e culturale – che la trasposizione di un testo da una lingua all’altra possa modificarne sensibilmente il senso.

La prima considerazione, dunque, è che utilizzare un termine o un altro nella traduzione di un brano evangelico non è mai una scelta casuale, poiché ogni parola non ha solo un significato basico, ma anche una sfumatura soggettiva ed emotiva che ne connota il senso e la colloca in un contesto specifico, di cui è opportuno essere consapevoli.

La seconda riflessione che mi sento di fare è che, nel caso dell’epitome riportata del Vangelo secondo Matteo (per alcuni studiosi compilatore, non testimone oculare, ispirato da una Fonte Q comune a due dei tre sinottici), il suo testo è frutto della traduzione in greco di testimonianze e riferimenti in origine espressi oralmente nella lingua ebraica. Questo induce pertanto a cercare ovvi riferimenti scritturistici nell’A.T. e, più complessivamente, nella tradizione culturale e religiosa giudaica.  

La terza ed ultima osservazione, strettamente connessa alla precedente, è che aver tradotto il probabile vocabolo ebraico originario עָנָו (ānāv, pl. ānāvìm) nel greco πραῢς (pràus), preferendo successivamente renderlo in italiano con mansueto anziché col termine più affine al latino mitis, non sembra frutto di una scelta casuale.

Ciò vale anche per il fatto di aver preferito utilizzare nella versione italiana una circonlocuzione come “coloro che si adoperano per la pace” invece di espressioni più trasparenti come “pacificatori” o “operatori di pace” (per non parlare di “pacifisti”…).

Ciò che conta, in ogni caso, è che chi crede nella ‘buona notizia’ di Cristo non può comunque sottrarsi a questi espliciti richiami ad un rapporto fondato sulla mitezza nonviolenta e sulla costruzione di relazioni pacifiche, costruttive e fraterne col proprio prossimo. Senza se e senza ma e, soprattutto, senza ipocrite e diaboliche distinzioni.


[i]  https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/

[ii] https://ermetespeacebook.blog/2008/02/03/vieni-avanti-chretien/ e https://ermetespeacebook.blog/2009/11/01/santi-subito/   in Ermetespeacebook.blog

[iii] Cfr. le 11 versioni riportate in https://www.laparola.net/testo.php

[iv] Cfr. https://www.etimo.it/?term=mezzo&find=Cerca   e https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/mite/

[v]  Cfr. https://www.etimo.it/?term=mansueto

[vi]  S.i.a., “Una parola al giorno. Mansueto” (28.9.2019). https://unaparolaalgiorno.it/significato/mansueto

[vii] Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g4239/kjv/tr/0-1/

[viii] Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/h6035/kjv/wlc/0-1/

[ix]  Cfr. https://www.laparola.net/testo.php

[x]  https://www.google.com/search?q=pacifici+o+operatori+di+pace%

[xi]  Cfr. https://ermetespeacebook.blog/2022/04/02/etimostorie-2-pace/ , ma anche Ermete Ferraro, Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni 2022, pp.34-37

[xii]  Chiara Lubich, in Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi, Opere di Chiara Lubich, Città Nuova, 2017, pag. 196 (cit. in https://www.qumran2.net/ritagli/index.php?ritaglio=75  )


© 2026 Ermete Ferraro

ELEZIONI REGIONALI: LA VOCE DEGLI ECOPACIFISTI

Che c’entrano le Regioni con le istanze ecologiste e pacifiste?

In occasione delle prossime elezioni dei consigli regionali, ho notato una certa timidezza da parte degli esponenti dei movimenti ambientalisti e pacifisti nel presentare ai candidati dei vari partiti istanze più specifiche, come se amministrare le Regioni o comunque far parte degli organismi consiliari – cui da decenni è riconosciuta una funzione non solo deliberativa ma pienamente legislativa in alcune materie – non avesse molto a che vedere con le loro specifiche vertenze.

Da attivista ecopacifista ed esponente locale e nazionale di un’associazione ambientalista che si muove da tempo su questa linea, vorrei controbattere  la tesi secondo la quale gli Enti Regionali non avrebbero particolari competenze in tali materie, e quindi per coloro i quali si candidano alle prossime elezioni non avrebbe senso esprimersi su simili questioni, peraltro  abbastanza scottanti e non particolarmente ‘popolari’.

Eppure in una regione come la Campania sappiamo tutti che lo scempio del territorio è largamente frutto di pratiche di cementificazione, di abusivismo edilizio e d’inquinamento delle varie matrici ambientali (aria, acqua, suolo). Eppure ai meno disattenti non dovrebbe sfuggire che non solo l’abusivismo edilizio ma anche la mancata pianificazione urbanistica del territorio campano ha finora dato vita a veri e propri ecomostri, Perfino la nuova legge urbanistica approvata dal Consiglio Regionale – paradossalmente proprio in nome della ‘rigenerazione’ e della tutela ambientale – sta di fatto aprendo nuovi spazi al saccheggio del territorio e alla sua ulteriore cementificazione, a danno delle risorse agricole e della tutela degli ecosistemi.

Lo hanno denunciato le associazioni ambientaliste ma anche autorevoli architetti, urbanisti, sindacalisti ed esponenti della società civile, elaborando e proponendo un’articolata proposta alternativa, chiamata non a caso ‘l’Altra Legge’, che mira ad un reale ‘governo del territorio’, per salvaguardare  i delicati equilibri ecologici oltre che la legalità e la vivibilità.

La gestione del territorio va sottoposta a ‘servitù militari’?

Eppure, come denunciano le organizzazioni pacifiste, in Campania registriamo da decenni il territorio ed il mare tra i più militarizzati, gravati come sono da una quantità di servitù militari. Io stesso me ne sono ripetutamente occupato in vari contributi relativi a tale Campania Bellatrix  e sempre meno Felix, mettendo in evidenza la presenza ingombrante ed assurdamente insindacabile di strutture ed impianti appartenenti non solo alle forze armate italiane, ma anche alla NATO e alla US Navy, di cui la Città Metropolitana di Napoli ‘ospita’ i relativi Comandi strategici, con evidenti ricadute negative, oltre che sull’ambiente e la salute, anche sulla stessa sicurezza delle comunità residenti.

Qualcuno obietterà ancora che le Regioni non hanno specifiche competenze in proposito, ma sbaglierebbe, poiché – ai sensi dell’art. 320 del Dlgs 66/2010 o ‘Codice dell’Ordinamento Militare’, nell’ambito del Titolo VI (“Limitazioni a beni e attività altrui nell’interesse della difesa”), presso ogni Regione opera già un Comitato misto paritetico, relativo alla normativa nazionale che impone limiti diretti al diritto di proprietà insistente su aree limitrofe ad opere permanenti o semi-permanenti di difesa. Il successivo art. 322 dello stesso testo legislativo, infatti, affidava a tale organismo l’esame dei programmi delle installazioni militari. Nella nostra Regione, ad esempio, si tratta dell’Ufficio speciale 304 00 00 – Legalità e Sicurezza integrata, Sistemi territoriali, Immigrazione (dirigente: Ciro Russo), che, tra l’altro, “cura gli adempimenti amministrativi connessi all’assolvimento degli obblighi derivanti dall’ordinamento militare e servitù militari”.

La normativa che disciplina le servitù militari è già molto restrittiva e tende ad oltrepassare le normative regionali in materia di ambiente, in nome delle esigenze prioritarie della ‘difesa’. Purtroppo – come è stato denunciato dall’Assessore competente della Regione Sarda (v. articolo) ma colpevolmente ignorato dai nostri politici – la proposta di legge n. 1887, a firma della deputata P. M. Chiesa (F.d.I.), all’esame della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, intende introdurre ulteriori e rilevanti modifiche al Codice dell’Ordinamento Militare.

Le esigenze della ‘difesa’ prevalgono su quelle dei cittadini?

In effetti, si sottolinea nell’articolo citato, tale modifica “rischia di subordinare, in modo indeterminato, l’efficacia delle normative regionali a una valutazione discrezionale e unilaterale da parte dello Stato. Particolarmente allarmante è la previsione secondo cui i siti militari e le aree addestrative permanenti verrebbero assimilati ai siti industriali dismessi. Una simile equiparazione comporterebbe, nei fatti, l’adozione di soglie di contaminazione del suolo più elevate – ad esempio metalli pesanti, idrocarburi o esplosivi residui – rispetto a quelle previste per uso residenziale o agricolo, riducendo le garanzie di tutela ambientale e sanitaria per la popolazione e per gli ecosistemi […] Un ulteriore motivo di preoccupazione è rappresentato dalla disposizione che subordina alla previa autorizzazione dello Stato Maggiore della Difesa l’apposizione di vincoli ambientali e paesaggistici da parte delle Regioni”.

Eppure nessuno ne parla, ma non può sfuggire che, proprio in un momento in cui l’attuale governo intende estendere le competenze regionali in nome dell’autonomia gestionale, approvando quei due brevi emendamenti alla normativa vigente, lo Stato esproprierebbe totalmente gli Enti regionali della loro facoltà di salvaguardare gli equilibri ecologici del proprio territorio, apponendo vincoli alla realizzazione di strutture potenzialmente incompatibili con essi. L’ultima parola su tali eventuali conflitti tra esigenze ambientali e militari, infatti, spetterebbe dunque direttamente “allo Stato maggiore della Difesa”, bypassando ogni potere di controllo amministrativo e politico degli organi democraticamente eletti.

Mare risorsa comune oppure privatizzata e militarizzata?

Da ecopacifista – fin dagli anni ’70 impegnato come ricercatore, educatore e attivista nelle organizzazioni nonviolente ed antimilitariste ed attualmente Presidente dello storico Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR Italia) – ritengo davvero preoccupante una simile ed ulteriore militarizzazione del nostro territorio, sempre più sottratto a controlli ambientali ed a legittimi vincoli socio-economici.

Bisogna inoltre denunciare la persistente ed allarmante presenza in Campania di ben due porti nuclearizzati (Napoli e Castellamare di Stabia), per la cui sicurezza si è fatto finora poco o nulla, nella totale opacità dei piani di protezione civile pur vigenti da decenni. Sull’esigenza di trasparenza ed informazione dei cittadini, infatti, si è battuto il Comitato Pace e Disarmo Campania (cui da lungo tempo aderiscono, in chiave ecopacifista, sia il Circolo di Napoli di V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), sia la sede di Napoli del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione), pubblicizzando il già secretato  Piano di Emergenza  Esterna del Porto di Napoli  e premendo sulle istituzioni,  a partire dal Comune, per una sua effettiva attuazione.

Come tacere, infine, del fatto che perfino i nostri splendidi litorali sono stati da tempo sottratti per il 60% alla fruizione pubblica, riservandone addirittura alcuni all’esclusivo utilizzo del personale delle forze armate, con ben 7 spiagge militari? (vedi in proposito il mio articolo sulla rivista Nuova Verde Ambiente n.2/2023, p.32 ed il comunicato stampa VAS Napoli di ottobre 2025). Anche della meritoria mobilitazione di comitati civici ed associazioni ambientaliste per rivendicare il diritto di tutti i cittadini a godere della risorsa-mare ed a vederla protetta da ogni forma d’inquinamento e degrado ecologico, in questa campagna elettorale si è parlato troppo poco, come se la Regione dovesse occuparsi d’altro. Ecco perché, da ecopacifisti, facciamo appello alle forze politiche affinché invece tengano opportunamente conto del ruolo che essa può e deve avere per scongiurare un’ulteriore sottomissione del governo del territorio alle discutibili esigenze della ‘ragion bellica’.

© 2025 Ermete Ferraro

Militarizzare anche la ginnastica? Ma anche no…

Un’amica pacifista mi ha segnalato questo manifesto, che pubblicizza una tecnica ginnica esplicitamente ispirata all’addestramento militare, qualificandola come “una proposta diversa”.  E diversa lo è davvero, visto che – leggendo le informazioni fornite dal sito di riferimento – si nota che chi la promuove ci tiene a prendere le distanze dalla tradizionale ginnastica delle palestre, che cercherebbe di compensare la sedentarietà ed il ritmo troppo statico della vita moderna solo in nome del fitness, cioè di una forma fisica di natura prevalentemente estetica.

Tali corsi il più delle volte risultano una coperta troppa corta, in quanto il cliente del centro fitness cerca solitamente di evitare un eccessivo sforzo fisico. Il cliente, dopo un’ora di corso, vuole sentirsi ancora riposato. […] qui nasce lo scarso risultato fisico di molti utenti dei centri fitness, in conseguenza la scarsa affiliazione dei centri stessi. Da qui, per esperienza personale, è nata la Ginnastica Dinamica Militare Italiana, una tipologia di allenamento consolidata nel tempo”. [i]

Gli attributi dinamica, militare e italiana, che qualificano tale proposta ginnica sono già abbastanza espliciti rispetto al loro modello di riferimento, come l’uso del sostantivo sfida e l’insistenza sulla diversità della G.D.M.I., pur chiarendo che si tratta di una disciplina sportiva riconosciuta fin dal 1978 dal CONI, attraverso il C.S.I. Questa proposta, peraltro, fa esplicito riferimento ad alcuni ‘principi’ di fondo:

Chiunque può far parte di Ginnastica Dinamica Militare Italiana, ma deve indossarne i colori, abbracciarne pedagogicamente i precetti, credere che siamo in vita per un percorso di adattamento conoscitivo alle avversità e che tanto più si conosce adattandosi, insieme e non individualmente, quanto più si avanza in un cammino che non finisce su un binario morto”. [ii]

Qui il linguaggio adoperato deborda dal tono pubblicitario al propagandistico, evocando i tipici ‘valori’ militari, come l’etica dello sforzo, il superamento del limite fisico e l’impegno a adattarsi collettivamente alle ‘avversità’.  Si avvertono in sottofondo gli echi della tradizionale retorica ‘maschia’ delle forze armate, che da sempre fa appello a motivazioni quali: “coraggio, disciplina, austerità, obbedienza …. spirito di sacrificio, cameratismo, spirito di corpo… altruismo…. senso del dovere… fermezza, tenacia, ordine… abnegazione”. [iii]

Ma veniamo ai tre ‘principi’ ispiratori di questo allenamento ginnico, la cui carta d’identità è così sintetizzata: “adatto a tutti – senza attrezzi – solo il tuo corpo – forza esplosiva[iv]. Il primo di essi recita:

Le esercitazioni sono sempre condotte in assetto antigravitario con totale assenza di marchingegni carichi in contro resistenza”, motivando il rifiuto di ogni attrezzatura meccanica come un allenamento artificiale, in quanto sarebbe un “adattamento muscolo attivo del corpo che viene protocollato dal cervello come necessario e che porterà all’ipertonia ma non all’armonia e funzionalità fisiologica”.[v]

Il secondo assioma della G.D.M.I. è così enunciato:

Totale mancanza di comfort e, quindi, attività svolta a creare un processo adattivo importante permanente e progressivo di carattere educativo culturale fisico motorio”. Ecco perché si utilizzano “spirito e corpo delle dinamiche di appartenenza militare in quanto le esercitazioni proposte vengono date in forma di comando, un metodo atto a forzare con la dovuta aggressività le barriere resistenti psico-culturali che sono alla base dei processi di adattamento alla sedentarietà e alla disapplicazione fisico sportiva[vi].

Il terzo e ultimo ‘principio’ , dopo aver sottolineato la “totale assenza di competizione”, riconduce questa scelta alla solidarietà-collettività tipica dell’addestramento militare, in quanto

l’impegno del gruppo a ripetere tutti insieme l’esercizio non fatto dal singolo, come nelle caserme, serve a creare coesione[vii].

Al di là della retorica militare che trasuda anche dalle immagini che accompagnano queste enunciazioni sul sito web (raffiguranti schiere di atletici e atletiche giovani che si esercitano… uniformemente e a corpo libero rigorosamente all’aperto, tra bandiere e scudetti tricolori, seguendo i ‘comandi’ del loro allenatore), è importante soffermarsi sul lessico utilizzato, tipico di un codice ben preciso. Infatti, da espressioni come sfida, adattamento, totale mancanza di comfort, spirito di appartenenza militare, comando, dovuta aggressività, esercizio alla coesione affiora una ben precisa visione cameratesca e ‘formativa’, caratteristica dell’allenamento tosto e maschio da caserma.

Dopo la militarizzazione delle istituzioni scolastiche ed universitarie, quindi, si afferma sempre più il connubio sport-militari, che in questo caso va oltre la tradizionale intromissione delle forze armate in ambito atletico-olimpionico (attraverso i gruppi sportivi di esercito, carabinieri, polizia, guardia di finanza ed altri corpi), ma pervade anche l’ambito ginnico, proponendosi perfino ai più giovani come un modello ‘alternativo’.

Preparati a cambiare te stesso è lo slogan di questa disciplina. Bisogna capire però in quale direzione viene orientata questa proposta di cambiamento, marcatamente ispirata ai cosiddetti ‘valori’ militari. Alla disciplina e allo spirito di corpo la nonviolenza contrappone invece un ben diverso modello di valorizzazione della fisicità, più profondo, non aggressivo, incentrato sulla persona ma al tempo stesso cooperativo.

In questa giornata mondiale della nonviolenza, quindi, colgo l’occasione per ricordare che addestrarsi ad essa, secondo Gandhi, richiede una disciplina interiore, la forza della verità e la trasformazione personale, con una integrazione armoniosa delle dimensioni intellettuale, corporea e spirituale dell’individuo.  Il resto lasciamolo alla retorica da caserma.


[i]  Cfr. il sito web, alla pagina https://www.gdmi.it/chi-siamo/

[ii] Ibidem

[iii] Cfr. voce “Etica militare’ in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Etica_militare#:~:text=Oltre%20questi%20valori%20fondamentali%20per,da%20gentiluomo%2C%20fedelt%C3%A0%20personale%20al

[iv]  Cfr. https://www.gdmi.it/

[v]  Cfr. https://www.gdmi.it/il-metodo-gdmi/

[vi]  Ibidem

[vii] Ibidem


© 2025 ERMETE FERRARO

Etimostorie #16: TERRORE

Di recente, una delle parole ricorrenti nelle cronache politiche – si tratti di articoli giornalistici, servizi radio-televisivi o note pubblicate sui social media – è sicuramente ‘terrore’, coi suoi ancor più frequenti derivati ‘terrorismo’ e ‘terrorista’. Quest’ultimo attributo, peraltro, è stato sempre più spesso applicato arbitrariamente a soggetti che forse non rientrano nell’ordine sociale costituito, però non esercitano particolari minacce né alcuna concreta azione ascrivibile a tale modalità violenta, con l’evidente scopo di stigmatizzare e perfino criminalizzare impostazioni alternative, tacciandole come illegali o comunque pericolose per l’ordine pubblico.

Se interpelliamo un motore di ricerca che utilizza l’I.A., ad esempio digitando “termine ‘terrorista’ nei giornali”, il risultato è il seguente:

«Nei giornali, il termine ‘terrorista’ si riferisce a un individuo o a un gruppo che commette atti violenti per incutere terrore o costringere i governi e le popolazioni a cambiare le loro politiche, utilizzando tattiche come attacchi improvvisi, imprevedibili e sleali per indebolire o eliminare il nemico. L’uso del termine è spesso controverso, poiché può essere utilizzato per descrivere anche le azioni di gruppi di liberazione nazionale, creando difficoltà nella definizione del fenomeno. Definizione di terrorista: Un individuo o un gruppo che utilizza la violenza per raggiungere obiettivi politici o ideologici»[i].

Le caratteristiche di un’azione terroristica, quindi, sarebbero sostanzialmente tre: modalità violente di azione; finalità ideologiche rivolte ad indebolire, spaventare o intimidire gruppi sociali o mettere in crisi le autorità; aggressioni sleali, perché improvvise, imprevedibili e difficilmente fronteggiabili. Laddove tale terminologia venga invece adottata in situazioni in cui siano assenti questi tre essenziali elementi, dovremmo di conseguenza considerarla non solo impropria ma deliberatamente falsa, provocatoria e lesiva nei confronti dei soggetti destinatari di tali accuse.

Se ci riferiamo specificamente alla legislazione in vigore in Italia dal 2005, la fattispecie del ‘terrorismo’ è definita dall’art. 270-sexies del nostro Codice Penale, che definisce tali:

le condotte capaci di arrecare grave danno a un Paese o a un’organizzazione internazionale allo scopo di intimidire la popolazione, costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale ad agire o astenersi dall’agire, oppure di destabilizzare le strutture fondamentali di un Paese o organizzazione” [ii].

In questo caso il legislatore, piuttosto ambiguamente, non ha attribuito a tali condotte le esplicite caratteristiche della violenza e della slealtà, concentrandosi piuttosto sulle finalità ‘sovversive’ ‘intimidatorie’ e ‘destabilizzanti’ delle azioni considerate. Con questo sottile espediente semantico, però, anche le attività che utilizzino solo la forza persuasiva morale della nonviolenza – come la disobbedienza civile, il boicottaggio, l’obiezione di coscienza etc. per indurre le pubbliche autorità “ad agire o astenersi dall’agire” in un determinato modo, rischiano di essere giudicate sovversive se non terroristiche…

Prima di andare avanti, mi sembra il caso di chiedersi se sappiamo davvero che cosa significa esattamente ‘terrore’. Siamo pienamente consapevoli dell’etimologia di questa parola?  Ebbene, il classico Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani, nella sua versione online, spiega che ‘terrore’ deriva da una base lessicale latina.

«TERREO per *TERSEO *TRES-EO, propriamente faccio tremare, dalla radice TRAS – TRAS […] che è nel sanscrito TRAS-ATI TRAS-YATI tremare […] spavento grande segnato dal color pallido e tale da produrre tremito delle membra, da far piegar le ginocchia a chi ne è colpito»[iii].

Anche un’altra più recente risorsa lessicale conferma questa spiegazione, precisando che:

«L’etimologia del termine terrore è da ricondursi al verbo latino terreo o terseo, che significa letteralmente fare tremare, impaurire, da cui deriva anche il verbo atterrire. In questo verbo troviamo, quindi, la radice tras- o tars- che significa letteralmente muovere, agitare e che ritroviamo in molti termini che hanno a che fare con lo spostamento di cose o persone (trasloco, trasporto etc.) o come nel nostro caso con una turbolenza interiore provocata dalla paura»[iv].

Sul piano strettamente etimologico, pertanto, la fondamentale caratteristica del ‘terrore’ è la sua capacità di smuovere, agitare, impaurire – come ben sanno tutti quelli che siano stati almeno una volta spettatori di un film di tale genere o lettori di una storia terrificante – ma senza che ciò comporti una specifica finalità eversiva, violenta o costrittiva o un danno concreto, rappresentando piuttosto l’abile esercizio d’un efficace stimolo psicologico, al fine di provocare una reazione di tipo emotivo.

Non c’è dubbio che spaventare il prossimo non sia un atto accettato volentieri, ma è pur vero che spesso indurre tale reazione non implica finalità negative o aggressive, puntando invece a suscitare un turbamento, una presa di coscienza o un auspicabile cambiamento, come accade quando a ‘terrorizzare’ la sonnolenta ed inerte opinione pubblica sono gli attivisti per la pace o per la difesa degli equilibri ambientali a rischio.

Anche i soggetti politici che decidono di utilizzare modalità alternative di contestazione – come l’azione diretta, l’organizzazione di proteste, presidi ed altre eclatanti manifestazioni di denuncia – non intendono affatto intimidire – o peggio ‘danneggiare’ le persone cui si rivolgono e neppure minacciare o destabilizzare le autorità pubbliche, piuttosto esercitare un legittimo diritto democratico di critica e di proposta alternativa.

Ecco perché suonano assurde le accuse di ‘terrorismo’ rivolte nei confronti della spedizione Global Sumud Flotilla – pacifica missione internazionale umanitaria di solidarietà col popolo palestinese – proprio da un ministro del governo israeliano, che da anni si accanisce a privarlo dei suoi diritti, a sterminarlo senza pietà e a deportarlo dalla sua terra, incredibilmente in nome della tutela della propria ‘sicurezza’[v].  

Le parole ebraiche indicanti il terrore sono טרור (teror) o אימה (ijùm) o anche מחבל (m’chabel). Quest’ultimo termine, ad es., deriva dalla radice triconsonantica חבל (ch-b-l), che ha il significato di “danneggiare”, “distruggere”, o “rovinare”, azioni queste difficilmente attribuibili alla popolazione civile di Gaza e della Cisgiordania, vittima inerme di una violenta invasione armata.

Ecco perché il termine terrorismo non è applicabile agli attivisti che rischiano la vita in quella missione nonviolenta, bensì a coloro i quali non hanno scrupoli ad utilizzare la fame, le distruzioni, le stragi e l’aggressione quotidiana per costringere un’intera popolazione alla deportazione ‘volontaria’ dal proprio paese, rendendo così ancor più palese il nesso semantico tra un violento atto terroristico e l’obiettivo di costringere persone a spostarsi, a tras-locare loro malgrado.

Sono queste le azioni davvero ‘tremende’, che infatti producono ‘tremito’ e mirano a far ‘piegare’ le ginocchia’ a chi ne è vittima da decenni, proprio come l’agnello della favola esopica, accusato da un feroce lupo d’inquinargli – stando a valle – l’acqua del fiume, giusto per avere un pretesto per sbranarlo. Comunque…


[i] A.I. Overview

[ii] https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-i/capo-i/art270sexies.html

[iii] https://www.etimo.it/?term=terrore

[iv] https://www.etimoitaliano.it/2015/01/terrore.html

[v] Cfr. https://ermetespeacebook.blog/2024/12/01/etimostorie-15-sicurezza/

UNA DIFESA PIU’…COMUNICATIVA?

Una comunicazione…strategica

Mentre stenta a diffondersi ed affermarsi un modello di comunicazione nonviolenta – sebbene anche in Italia la ricerca e l’educazione in tal senso stiano diventando a poco alla volta argomento di studio e di approfondimento [i], non possiamo fare a meno di notare che l’attenzione a modalità comunicative più efficaci e convincenti sembra essere diventata una delle priorità del Ministero della difesa. Questo insolito impegno dei nostri vertici militari sul piano della comunicazione può senz’altro essere ricondotto alle abituali strategie propagandistiche delle forze armate, ma non credo che si debba sottovalutare che alla comunicazione da adottare da parte loro sia stato dedicato anche un apposito manuale [ii].

La contaminazione del settore militare da parte del lessico aziendalista non è certamente una novità, così come in ambito aziendale da tempo si parla di ‘strategie aziendali’, usando spesso un linguaggio piuttosto bellico. Gli obiettivi della comunicazione efficace, finalizzata alla promozione del marketing, sono stati già mutuati da organizzazioni con caratteristiche molto differenti, come è successo con la scuola e come ora accade con la difesa. Anche in tali ambiti, infatti, chiarezza, coerenza e capacità di cogliere il bersaglio sono comunque fondamentali, insieme all’impiego d’un linguaggio credibile, carismatico e soprattutto persuasivo.

La tendenza ad impiegare particolari modalità comunicative in ambito militare ha caratterizzato soprattutto le forze armate statunitensi, dove l’attenzione ad un linguaggio ‘effective’ è sempre stata più marcata.  In un recente articolo [iii], ad esempio, s’individuavano a tal proposito 16 ‘principi-chiave’, di cui i principali sono: chiarezza, brevità, empatia, adattabilità, linguaggio positivo, intelligenza emotiva. Un’altra fonte per capire come le forze armate degli USA hanno affrontato la questione è un capitolo di un libro dedicato specificamente alla ‘comunicazione militare’ [iv].  Una buona comunicazione – vi si afferma – è la pietra angolare di una leadership efficace e un’importante componente in ambito militare, in quanto accresce la consapevolezza delle questioni e fornisce possibili soluzioni, facendo anche da ponte verso le altre sensibilità culturali e quindi facilitando il consenso.

Nel manuale predisposto dal Ministero della difesa italiano, più che ad una generica efficacia comunicativa del linguaggio militare, sembra però che si punti a un obiettivo più specifico: omogeneizzare e rendere accattivante e persuasiva l’immagine delle nostre forze armate, allo stato non particolarmente brillante. Non è un caso che le finalità perseguite da quel dicastero [v] siano stati individuate principalmente nella identità, sinergia, rapidità, credibilità, efficacia ed integrazione del c.d. ‘strumento militare’, lasciando intendere che finora esso sia stato caratterizzato in modo abbastanza differente.

Fondare la comunicazione della Difesa su quei sei pilastri è dunque considerata dai vertici politici e militari la bussola per orientare le sue attuali e future strategie propagandistiche verso la società civile, le agenzie formative ed il mondo della produzione, penetrandole e contaminandole con i propri ‘valori’. Ecco perché vale la pena di approfondire questo aspetto, proprio alla luce della crescente pervasività della ‘cultura militare’ nella nostra società.

Metalinguistica della comunicazione militare

Scandagliare le modalità comunicative di testi riguardanti la Difesa, utilizzando le tecniche dell’ecolinguistica ed in particolare l‘analisi critica del discorso’, è un esercizio che ho già illustrato nel mio ultimo libro [vi] e praticato in alcuni articoli sul mio blog ecopacifista [vii]

In questo caso, però, la mia indagine assume dei tratti metalinguistici, perché non si tratta tanto di analizzare le caratteristiche linguistiche di un testo, ricavandone informazioni sulle sue reali finalità comunicative, quanto di cogliere tali aspetti in uno scritto che indica ai militari proprio le modalità da adottare nella loro comunicazione pubblica.

L’opuscolo ministeriale, a partire dal dichiarato perseguimento dei sei obiettivi già anticipati, si pone infatti come un concreto manuale di comunicazione efficace per i vari gradi e funzioni delle forze armate italiane, il cui ‘scopo’ sarebbe “garantire che i cittadini siano adeguatamente informati e coinvolti, favorendo la loro consapevolezza e partecipazione nelle scelte e attività pubbliche (p. 3).  Poche righe più avanti, questa finalità ‘sociale’ viene di fatto smentita dall’affermazione che tale “policy comunicativa”. deve comunque essere in linea con le linee programmatiche del Ministero della difesa emanate nel 2023 e che “rappresentano il principale riferimento normativo e strategico per l’individuazione degli obiettivi che dovranno essere perseguiti dalla Funzione Comunicazione della Difesa”.

Il lodevole scopo informativo e partecipativo dichiarato in premessa, però, mal si concilia col prioritario rispetto gerarchico di rigide norme e finalità strategiche calate dall’alto, fra cui spiccano: (a) la centralità geopolitica del Mediterraneo e dell’Africa (“fronte sud dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea”); (b) il posizionamento dell’Italia come “hub energetico per l’Europa”; (c) la collaborazione con organizzazioni globali come ONU, NATO e UE per “la rinnovata promozione di un ordine internazionale” (p. 4); (d) “La gestione delle risorse idriche e alimentari, cruciale per la sicurezza nazionale e l’economia”; (e) la Cybersecurity e il dominio italiano “in materia spaziale ed aereospaziale”. 

Tutti questi obiettivi politico-militari non sembrano affatto una semplice proposta da sottoporre al confronto democratico, semmai decisioni già assunte, che comunque occorre far…digerire alla comunità civile in modo indolore.

L’evoluzione della società richiede che la Difesa non solo si adatti ai cambiamenti, ma che diventi un agente di trasformazione, migliorando continuamente le proprie strutture, la formazione e le capacità decisionali. Questo implica una valorizzazione delle diversità, una promozione della meritocrazia e un adattamento a tempi in cui la rapidità di azione e la capacità di visione globale sono essenziali” (p. 5).

Emerge con chiarezza l’esigenza di un cambiamento nella postura della struttura difensiva italiana, improntandola ad un modello d’azione decisamente più aperto, efficiente e veloce, come conferma il tris di aggettivi usati poco dopo per prefigurare appunto “una Difesa italiana rinnovata, più agile ed efficace”, in cui le forze armate siano “pronte a gestire sfide di complessità crescente”, con una “visione interforze” (pp.5-6). Ma il cuore del discorso, nello specifico, mi sembra la seguente affermazione:

La Comunicazione ha come obiettivo principale quello di presentare la Difesa e le Forze Armate come elementi essenziali del sistema nazionale e internazionale di sicurezza, al servizio della protezione delle nostre libertà. Sarà fondamentale comunicare l’immagine di un Comparto Difesa coeso, preparato, integrato ed efficiente, capace di esprimere tecnologie all’avanguardia, senza ignorare i costi e gli impegni che tale capacità comporta” (p.6).

Insomma, ciò che i vertici politico-militari ci vogliono far sapere è che: (i) grazie alle ff.aa. siamo e saremo più sicuri e protetti; (ii) ciò prevede la promozione di una loro immagine più coesa, efficiente e moderna. Questo messaggio, d’altronde, lascia intendere che tutto ciò non è proprio di attualità, ragion per cui l’urgente riforma strutturale dell’organizzazione militare va integrata da una valida campagna comunicativa, che fin da subito ne rafforzi e migliori l’immagine pubblica.

Per tutti vale il tassativo indirizzo che … sempre, si dovrà far riferimento a un’unica realtà identitaria che si sintetizza con il termine “DIFESA” (p. 8), anche qui evocando per contrasto i fantasmi di cinque armi diverse e specifiche, in competizione tra loro.

I canali individuati dal manuale della Difesa per promuovere questa rinnovata ed unitaria immagine delle nostre ff.aa. sono molteplici. Si va dagli eventi pubblici (mostre, convegni, seminari…) ad iniziative culturali (editoriali, cinematografiche, televisive, accademiche…) ed a promozioni esterne (patrocini, campagne comunicative specifiche ed interministeriali…), partendo ovviamente da celebrazioni ufficiali più o meno popolari (7 gennaio, 17 marzo 25 aprile, 2 giugno, 4 novembre, 12 novembre).

I destinatari del documento vanno, gerarchicamente, dai decisori politici agli interlocutori interni alle ff.aa., passando per una generica ‘opinione pubblica’ e per gli ‘attori culturali ed economici’, cui recentemente il M.D. ha dedicato palesemente una particolare attenzione, infiltrando il sistema formativo e produttivo italiano. Ad un certo punto del documento, peraltro, si parla ancor più apertamente di “progetti pubblicitari e di brand marketing’” (p. 9), presentando il comparto della difesa come una sorta di ‘corporation’, che deve fare i conti con una ‘compatibilità finanziaria’ non adeguata a questa epocale trasformazione.

Quali sono gli obiettivi della comunicazione sulla difesa?

Nel documento ministeriale, le sei finalità generali della comunicazione militare (identità, sinergia, rapidità, credibilità, efficacia ed integrazione) vengono declinate con maggiore precisione, enunciando sei obiettivi da perseguire attraverso tale modalità comunicativa.

  1. Identità verbale (#NOISIAMOLADIFESA), esplicitata come ricerca della ‘unità nella diversità’, in una logica ‘interforze’ che consenta una ‘integrazione’ sul piano fisico, cognitivo e virtuale. Per conseguire questo obiettivo, si precisa, va acquisita una ‘semantica condivisa’, in modo da ‘evitare le diversità’ ed ‘enfatizzare l’unità’.

“Va poi posto ogni sforzo per far conoscere l’entusiasmo, la passione, e la dedizione – in sintesi i valori – che caratterizzano l’agire del personale e l’appartenenza alla Difesa. Le Forze Armate dovranno effettivamente diventare nel più breve tempo possibile un unicum realmente integrato, interoperabile, complementare e armonizzato” (p. 10).  

Sul piano semantico, è evidente l’insistenza sul concetto di unità, che richiede uno sforzo di integrazione, complementarietà ed armonia, per superare le ovvie diversità puntando invece sui ‘valori’ comuni delle ff. aa.  Ma il fatto stesso che per descrivere la loro auspicata ‘unità’ siano utilizzare espressioni come ‘identità verbale’ e ‘semantica condivisa’ lascia trasparire che si tratta di una strategia comunicativa più che d’un effettivo cambiamento.

  • Sinergia delle componenti: essa sembrerebbe invece indicare una trasformazione più pratica e concreta dello ‘strumento militare moderno’, per conferirgli la “capacità di essere perfettamente interoperabile, complementare e armonizzato è necessaria per prevalere contro future minacce, non solo in ambito Alleanza, ma anche a livello nazionale” (p. 11).  Le condizioni per raggiungere l’obiettivo sono, da un lato, l’integrazione dei processi formativi del personale e, dall’altro, una “profonda evoluzione in chiave interforze dello strumento militare sul piano ordinativo, logistico, tecnologico e normativo”, rivedendo le strutture di vertice ed unificando settori e servizi comuni delle ff. aa.

In questo secondo caso le parole-chiave sono sinergia ed integrazione, concetti che insistono su un’identità da costruire e richiedono quindi una fase intermedia di formazione degli addetti e di revisione delle strutture. In tale direzione, la realizzazione di una strategia comunicativa comune – sul piano linguistico ed informatico – viene appunto considerata essenziale.

  • Rapidità dei processi decisionali: in questo paragrafo noto una contraddizione tra la lusinghiera affermazione che “l’organizzazione delle forze armate è un’eccellenza nel panorama istituzionale nazionale” e quella immediatamente successiva, secondo la quale “si necessita, quindi, di una rapidità decisionale ben superiore a quella generata dall’attuale architettura della Difesa […] Un Sistema Difesa efficiente è un obiettivo che va raggiunto per il futuro della nostra Nazione e per il futuro delle Organizzazioni internazionali di cui facciamo parte” (p. 13). Insomma, premesso enfaticamente che in Italia il modello organizzativo della difesa è già ‘eccellente’, nel documento il suo vero limite allo stato è invece individuato nella sua non ancora adeguata ‘capacità decisionale’. Anche nell’enunciazione delle due condizioni per raggiungere tale obiettivo mi sembra che affiori una contraddizione. Se da un lato si auspica uno snellimento procedurale attraverso una logica bottom-up – che darebbe più peso alla base dell’0rganizzazione – dall’altro si sottolinea che “bisognerebbe spostare più in alto possibile il punto dove risiedono le conoscenze e competenze necessarie” (p. 13), richiamando invece una logica verticistica, di natura meritocratica e gerarchica. Resta poi oscuro e un po’ ‘inquietante il successivo riferimento alla ‘specificità d’azione del militare’ ed alla necessità di “guadagnare e mantenere un vantaggio cognitivo,attraverso una supremazia informativa predittiva”.
  • Credibilità dello Strumento di Difesa: “La credibilità delle organizzazioni, e prima ancora delle Istituzioni, passa anche attraverso un positivo ed efficiente rapporto di gestione delle risorse e output da esse prodotto – in particolar modo un efficiente rapporto tra personale impiegato e risultato ottenuto da tale impiego […] Occorre pertanto elaborare degli strumenti di misurazione e analisi quantitativi e qualitativi che ci permettano di valutare l’efficacia operativa in assenza di un impiego effettivo dello Strumento Militare.” (p. 15).  In tale premessa, di sapore più aziendale che militare, spiccano due concetti-base tipici del processo produttivo, efficienza ed efficacia dell’azione intrapresa, misurabili in base ai risultati conseguiti. Le condizioni per raggiungere questo quarto obiettivo sono infatti il “miglioramento, monitoraggio e misurazione della performance addestrativa del personale” ed una “riflessione sull’adeguata ripartizione delle dotazioni organiche del personale militare rispetto alle esigenze funzionali”. Uscendo dal consueto burocratese, ciò significa che si bisogna procurarsi più idonei strumenti valutativi dei risultati, ma anche adeguare l’organico militare alle sue nuove ed accresciute necessità operative. Mi sembra importante sottolineare anche l’affermazione seguente: “L’attuale modello, basato essenzialmente sul meccanismo del transito in servizio permanente, preclude un regolare avvicendamento fra più anziani e giovani. Di contro, l’obiettivo dovrebbe essere quello di offrire ai giovani un’esperienza a tempo determinato, con un qualificato programma di reinserimento nel mondo del lavoro” (p. 16).  Se sul piano quantitativo sembra che s’ipotizzi il ripristino di meccanismi certi e dinamici di reclutamento, su quello qualitativo si apre ad una ‘riserva selezionata’, composta da ‘esperti’ e personale “privo di pregresse esperienze militari”.
  • Sviluppo capacitivo ed efficacia d’impiego: il raggiungimento di questo obiettivo richiede “la certezza e la stabilità dei finanziamenti”, ma soprattutto “l’autonomia strategica nella ricerca scientifica e tecnologica: una sfida che vede il Sistema Difesa quale catalizzatore delle migliori energie creative, innovative e produttive del Paese” (p. 19). Emerge qui un elemento importante per l’efficacia del sistema militare, cioè la sua rivendicata autonomia in ambito scientifico e tecnologico. Una sorta di patente per agire in quel campo senza troppi controlli e limiti, in nome della difesa nazionale, come viene esplicitato in un successivo paragrafo, sul quale conviene quindi soffermarsi.

“…è bene spendere alcune parole per inquadrare anche sul piano etico e morale la questione della ricerca scientifica a fini militari. Per alleviare il senso di disagio che molti cittadini provano al pensiero che parte delle loro tasse sia utilizzata per finanziare lo sviluppo di moderni sistemi d’arma. Segnaliamo tre ragioni: la prima: è un dovere verso i nostri militari, che inviamo nel mondo, con questi sistemi d’arma, per difendere, ancor prima che i nostri interessi strategici, il supremo interesse di pace e sicurezza […] La seconda: noi siamo, quando ci muoviamo, dalla parte del giusto. Non perché siamo più bravi, ma perché la Costituzione è chiara. Il Parlamento si esprime e vigila. L’impiego delle nostre capacità militari è sempre stato e sempre sarà legittimo e rispettoso dei principi sanciti nel Diritto Internazionale Umanitario e dei conflitti armati […] La terza: larga parte del progresso della nostra società è una traslazione civile di innovazioni militari. Internet, il sistema GPS, il Radar, i Gruppi di Lavoro multi- disciplinari, i velivoli commerciali e i loro sistemi di sicurezza, i droni… sono solo alcuni esempi delle ricadute civili della ricerca a scopi militari” (pp. 19-20)

In questa parte del testo risulta evidente un atteggiamento autodifensivo dell’organizzazione militare che, non ignorando il ‘disagio’ morale della gente comune al pensiero che le tasse servano a finanziare progettazione e realizzazione di più moderni armamenti, intende rispondere con fermezza a tali obiezioni. La replica del Ministero si basa su tre princìpi che ritiene inconfutabili: 1) le ff. aa. difendono “il supremo interesse di pace e sicurezza” prima ancora che “i nostri interessi strategici”; 2) i militari sono, sempre e comunque, “dalla parte del giusto”, operando nella legittimità costituzionale e nel diritto internazionale; 3) la ricerca militare ha comunque “ricadute civili” che contribuiscono al progresso. Si tratta però di postulati tutti da dimostrare, affermazioni apodittiche che contrastano con la realtà.

La retorica dichiarazione di anteporre pace e sicurezza agli interessi nazionali, infatti, è già un’ammissione indiretta che questi due ‘interessi’ non coincidono. Anche la dichiarazione che le nostre ff. aa. sono costituzionalmente al servizio della democrazia repubblicana, oltre ad essere smentita da episodi più o meno recenti di trame e complotti, è contraddetta proprio dalla pretesa di ‘autonomia’ – e quindi di non sindacabilità e segretezza – della ricerca militare. Anche la terza affermazione è discutibile, poiché il possibile, ma non scontato, utilizzo civile delle c.d. ‘innovazioni militari’ non giustifica affatto la realizzazione di sistemi d’arma sempre più potenti e distruttivi.

  • Integrazione nei meccanismi dell’Alleanza e nei rapporti bilaterali.  Ai nostri militari, a quanto pare, non basta un ruolo da comprimari o, peggio, da comparse nei sempre più frequenti film di guerra. “Quale che sia la natura o la fattispecie della nostra partecipazione, il ruolo della Difesa italiana non può limitarsi meramente a quello di nazione contributrice di truppe. Deve aumentare la nostra rilevanza e la capacità autonoma di influenzare processi e operazioni in ambito internazionale […] (bisogna) incrementare ulteriormente la nostra capacità di influenzare i processi decisionali politico-militari nei consessi internazionali cui partecipiamo. n tale ambito vi sono segnali assai incoraggianti, primo tra tutti l’essere riusciti a far riconoscere dalla NATO la priorità del Fianco Sud nel nuovo Concetto Strategico. Di pari importanza è il nostro contributo nella stesura della Bussola Strategica in ambito UE.” (p. 21). Le parole-chiave di questo obiettivo mi sembrano rilevanza e influenza. Da essi si percepisce una certa insoddisfazione per il non ancora adeguato riconoscimento del nostro ruolo militare, da cui la richiesta di maggiore spazio e rilevanza all’interno sia dell’Alleanza Atlantica, sia dell’Unione. Non a caso si rivendica la priorità di un ‘tavolo Esteri-Difesa’ ed una ‘postura più matura’ nei riguardi delle missioni militari all’estero, per le quali si rivendicano procedure semplificate ed il riconoscimento di una leadership.

Che cosa ci vuole comunicare la comunicazione militare?

Nella parte finale del documento troviamo una “Declinazione degli Obiettivi del Sistema Difesa in obiettivi di comunicazione”, a partire da alcuni ‘messaggi’ che la comunicazione militare dovrebbe opportunamente veicolare:

  1. cambiare la percezione dello Strumento Militare nazionale: da “efficiente e apprezzato in tutto il mondo, ma costoso” a “efficace e apprezzato in tutto il mondo, utile alla tutela degli interessi nazionali quale strumento di politica estera nonché formidabile volano di crescita per il Paese”;
  2. far capire che “i finanziamenti della Difesa non sono un “costo” da sostenere sottratto a settori percepiti come socialmente più “utili”, bensì un “investimento” in sicurezza, libertà e prosperità economica”;
  3. avviare un “processo di divulgazione e promozione della “cultura della Difesa” attraverso iniziative idonee a far conoscere le attività condotte dalle Forze Armate, sia quelle svolte nell’assolvimento dei propri compiti istituzionali sia quelle svolte a supporto della sicurezza e della stabilità globali nell’ambito delle Alleanze e delle Coalizioni di riferimento;
  4. promuovere il “processo di ammodernamento dello Strumento militare in termini di avanguardia tecnologica, interoperabilità e digitalizzazione […] le attività della Difesa con diretta ricaduta sullo sviluppo del Sistema Paese (industria, politiche energetiche, politiche immobiliari) […] l’acquisizione di valide risorse umane, in termini di reclutamento, addestramento e formazione” (p. 23).

Ancora una volta sono richiamati aspetti che dovrebbero valorizzare il ruolo delle ff. aa. agli occhi della società civile, usando gli strumenti della comunicazione per scopi di propaganda militare.  Ritornano infatti concetti-chiave già enunciati (efficacia, crescita, sicurezza, stabilità, modernità), ma con una maggiore insistenza sulle ricadute socio-economiche della riforma delle ff. aa. (apprezzamento, investimento, prosperità, sviluppo).

I “temi di comunicazione” esposti in conclusione sono una utile sintesi di quanto il M.D. (e quindi il Governo) intende affermare, ricorrendo ad alcune parole d’ordine, slogan/hashtag da utilizzare in chiave mediatico-pubblicitaria:

  1. “Unità nella diversità”;
  2. Difesa come “moltiplicatore di opportunità del brand Italia e non solo del made in Italy”;
  3. Difesa strumento indispensabile di deterrenza”;
  4. “Difesa a presidio degli interessi nazionali e dello sviluppo sostenibile” (p. 24);
  5. “Difesa come collettore/convogliatore/acceleratore tecnologico del Paese”;
  6. “Difesa al servizio del Paese non solo per la sicurezza”;
  7. “Difesa come modello di ricerca, innovazione e cambiamento”;
  8. “Difesa per il proprio personale”;
  9. “Difesa come promotore delle iniziative del Sistema Paese e della cooperazione internazionale”;
  10. “Difesa solidale” (p. 25);
  11. “Difesa patrimonio di valori e tradizioni”;
  12.  “Difesa interprete dell’esigenza di una sicurezza collettiva condivisa”.

Anche questo ‘dodecalogo’ del buon comunicatore militare ricicla alcune parole-chiave evidenziate nella prima parte del documento (unità, sicurezza, innovazione), ma introduce altri concetti che rendano più positiva l’immagine delle nostre ff. aa. (opportunità, deterrenza, interesse nazionale, sostenibilità, accelerazione tecnologica, cooperazione, solidarietà, difesa delle tradizioni, condivisione).

A questo punto, provo anch’io a rendere in modo sintetico quale immagine di ‘difesa’ il Ministero cerca di trasmettere attraverso la ‘comunicazione militare’.

A. CONCETTI BASILARIB. FINALITÀ DICHIARATEC. IMMAGINE PROPOSTAD. MESSAGGI DA COMUNICARE “la Difesa è…”
1.Identità1. Informazione1. Agilità1. Volano di crescita
2. Sinergia2. Coinvolgimento2. Efficacia2. Non costo ma investimento
3. Rapidità3. Consapevolezza3. Meritocrazia3. Fonte di sicurezza e stabilità
4. Credibilità4. Partecipazione4. Coesione4. Stimolo allo sviluppo nazion.
5. Efficacia5. Trasformazione5. Preparazione“la Difesa serve a…”
6. Integrazione6. Valorizzazione6. Integrazione5. Deterrenza
  7. Efficienza6. Sostenibilità
  8. Modernità7. Accelerazione tecnologica
   8. Cooperazione
   9. Solidarietà
   10. Difesa delle tradizioni
   11. Condivisione

Da questo schema riassuntivo risalta l’intento del M.D. di utilizzare la comunicazione militare per trasmetterci un’immagine della difesa sempre più:

  1. unitaria (A1 – A2 – A6 – C4 – C6);
  2. moderna (B5 – C8);
  3. credibile (A3 – A4 -A5 – C1 – C2 – C3 – C5 – C7 – D2 – D7);
  4. popolare (B1 – B2 – B3 -B4 – B6 – D8 – D9 – D10 – D11);
  5. utile socio-economicamente (D1 – D3 – D4 – D5);
  6. sostenibile (D6).

Insomma, teniamo conto di questa ’strategia comunicativa’ del Ministero della difesa quando siamo raggiunti – sempre più spesso – da messaggi mediatici che esaltano le forze armate e promuovono la ‘cultura militare’. Si tratta di narrazioni smaccatamente propagandistiche, che mirano solo ad accrescere subdolamente il consenso alla militarizzazione della società civile, alla quale dobbiamo invece fermamente opporci [viii].


NOTE

[i] Cfr., ad es.: Marshall B. Rosenberg, Insieme possiamo farcela. Come risolvere i nostri conflitti in modo efficace e senza violenza, Torino, Esserci, 2017; Idem, Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta, Torino, Esserci, 2003; Jean-Philippe Faure – Celine Girardet, Empatia. Al cuore della comunicazione non violenta, Firenze, Terra Nuova ed., 2017; Ermete Ferraro, Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi ed., 2022

[ii]  Ministero della Difesa, Programma di Comunicazione M. D., Anno 2025 (Parte I) https://www.difesa.it/assets/allegati/3706/pc_md_2025.pdf

[iii] Cfr. Sgt. Nicolas Perez, 16 Key Principles of Effective Communication, DBDS, U.S. Dept. Of Defense, 2023 https://www.dvidshub.net/news/439448/16-key-principles-effective-communication

[iv]  Cfr. Angela M. Yarnell,; Cindy Dullea, Neil E. Grunberg, Chapter 11: Military Communication https://medcoeckapwstorprd01.blob.core.usgovcloudapi.net/pfw-images/dbimages/Fund%20ch%2011.pdf

[v]  Cfr. Min. Dif., Programma di Comunicazione, cit., pp. 10-23

[vi]  E. Ferraro, Grammatica ecopacifista, cit.

[vii]  Cfr. ad es.: Ermete Ferraro, Un militarismo futurista? Analisi critica del discorso del gen. Carmine Masiello (2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/Il camaleontico ambientalismo dei militari (2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/07/24/il-camaleontico-ambientalismo-dei-militari/Camaleonti con le stellette (2022) https://ermetespeacebook.blog/2022/02/09/camaleonti-con-le-stellette/ ; A rotta di…protocollo (2022) https://ermetespeacebook.blog/2022/01/29/a-rotta-di-protocollo/ ; Strategie sanitarie… (2021) https://ermetespeacebook.blog/2021/03/02/strategie-sanitarie/ ; Fenomenologia dello ‘strumento militare’ (2020) https://ermetespeacebook.blog/2020/05/26/fenomenologia-dello-strumento-militare/

[viii] Su questo tema ci sono varie ed utili fonti informative da consultare, in primo luogo il sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università https://osservatorionomilscuola.com/ ). V. anche il mio saggio “Il militarismo eterno”, Academia.edu, 2020  https://www.academia.edu/44126545/IL_MILITARISMO_ETERNO_Ermete_Ferraro  

© 2025 Ermete Ferraro

PER UNA COMUNICAZIONE DISARMATA E NONVIOLENTA

Premessa

Dopo l’elezione di Papa Leone XIV, i media hanno ripetutamente evidenziato come le sue prime parole da successore di Pietro siano state auguri di pace ed esortazioni alla ‘costruzione di ponti’.  Il fatto che tali richiami del nuovo pontefice déstino ancora quasi meraviglia mi sembra che dia la misura di quanto poco la fede in Cristo e l’accettazione del messaggio evangelico siano profondamente ed effettivamente radicate nel sentire comune, perfino in un contesto culturale che ama definirsi ‘cristiano’.

Dalla reazione un po’ stupita di alcuni commentatori, inoltre, traspare l’idea che la Parola di Gesù Cristo avrebbe forse potuto essere diversamente interpretata da un nuovo Papa, come se si trattasse d’una ideologia qualunque, da attualizzare o da limitarsi a tramandare, a seconda della persona posta a capo della Chiesa universale. Un’idea peraltro assai antica, come constatiamo già leggendo la prima lettera di san Paolo ai Corinzi, nella quale l’apostolo ammoniva le prime comunità cristiane a non seguire questa strada divisiva ed incoerente.

«10 Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. […] 12 Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “Io invece di Cefa”, “E io di Cristo” 13 È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? […] 17 Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo» [i].

Il Vangelo del ‘Principe della Pace’ [ii] – almeno tra i credenti – non dovrebbe essere ridotto a ‘sapienza di parola’, perché la pace, la carità fraterna e la riconciliazione non sono delle variabili da porre più o meno in evidenza, ma costituiscono il cuore stesso della buona notizia che il Salvatore ci ha lasciato come nuovo testamento. Ma purtroppo millenni di cristianesimo non testimoniano una reale fedeltà a quel messaggio di pace che, come sottolineava già nel XVI secolo Erasmo da Rotterdam, dovrebbe comunque caratterizzare l’umanità.

«Solo a questo essere animato è stato concesso il dono del linguaggio che è lo strumento principe nella conciliazione dei rapporti di amicizia […] Va bene, si conceda che la natura, pur così potente tra le belve, non abbia avuto alcuna efficacia tra gli uomini. […] Del resto, considerato che l’insegnamento di Cristo è ben superiore a questo, perché non convince chi lo professa relativamente, soprattutto a quell’elemento verso cui più d’ogni altro spinge, vale a dire la pace e la reciproca benevolenza? O, se non ce la si fa proprio, perché non fa disimparare questa tanto empia e bestiale pazzia che è il muoversi guerra?» [iii].

Trovo molto significativo, in particolare, il riferimento di Erasmo al linguaggio umano come strumento al servizio della pace e della conciliazione e, non a caso, da parecchi anni alcuni miei contributi [iv] hanno riguardato proprio il nodo della comunicazione come veicolo di una relazione non ostile, quindi priva di violenza, ma soprattutto costruttiva e pacificatrice. Un aspetto che non mi sembra sia stato finora adeguatamente approfondito e valorizzato perfino all’interno dei peace studies, dove l’attenzione spesso si focalizza sui contenuti dell’educazione alla pace più che sulle modalità comunicative che dovrebbero caratterizzare un approccio nonviolento. Ecco perché l discorso che Papa Leone XIV ha indirizzato agli operatori della comunicazione pochi giorni dopo la sua elezione [v] mi sembra di fondamentale importanza e quindi intendo analizzarlo attentamente.

Per un dialogo non aggressivo, veritiero, umile e amorevole

Troppo spesso i resoconti giornalistici, radiotelevisivi e dei social media ci offrono solo una parte dei discorsi pubblici, solitamente quella che più colpisce la sensibilità dei lettori o che risulti particolarmente interessante a loro giudizio. Nel caso dell’elocuzione che il nuovo Papa ha rivolto ad un pubblico di addetti all’informazione, però, il tema non riguardava questo o quel tema, bensì l’essenza stessa del loro compito di comunicazione. Eppure, pur riferendone le parole, non mi sembra che siano stati in molti quelli che hanno posto l’accento su un aspetto così importante. Cominciamo allora a prendere in esame quanto ha detto in questa circostanza l’ex mons. Prevost, che aveva esordito presentandosi dalla loggia vaticana come “un figlio di Sant’Agostino”.

  «Beati gli operatori di pace» […] una Beatitudine che ci sfida tutti e che vi riguarda da vicino, chiamando ciascuno all’impegno di portare avanti una comunicazione diversa, che non ricerca il consenso a tutti i costi, non si riveste di parole aggressive, non sposa il modello della competizione, non separa mai la ricerca della verità dall’amore con cui umilmente dobbiamo cercarla» [vi].

I primi elementi di una comunicazione in stile evangelico che il Papa ha messo in rilievo sono racchiusi in due attributi (diversa e non aggressiva) ed in un nome-concetto da cui si prende le distanze (competizione), affermando che la ricerca della verità non dovrebbe mai essere disgiunta dal comandamento dell’amore e da uno spirito di umiltà.

«Il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra [...] Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla “torre di Babele” in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi» [vii].

La ‘guerra delle parole’ evocata da Leone XIV è in gran parte dovuta a quegli “stereotipi e luoghi comuni” che avvelenano la comunicazione, impedendo la dinamica costruttiva del dialogo o comunque irrigidendola. Anche nell’informazione bisogna dunque liberarsi dalla ‘Babele’ dell’incomunicabilità, in cui un linguaggio fazioso diventa strumento di confusione e produce solo incomprensione e inimicizia.

«Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante. La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto» [viii].

Già, perché uno stile aggressivo – come verifichiamo ogni giorno a livello mediatico – non produce niente di buono né tanto meno facilita il ‘confronto’ che, anche etimologicamente, richiama appunto il concetto di ‘dialogo’, cioè il discorso tra due o più persone che si fronteggiano con le loro diversità, ma che dovrebbero comunque perseguire un obiettivo comune attraverso lo scambio verbale. Ma allora, per citare ancora le parole di Erasmo, come mai dopo millenni dalla Parola di Cristo, dai discorsi emerge spesso tutt’altro che “amicizia e reciproca benevolenza?”. Perché allora, come si chiedeva Erasmo:

«Ogni pagina delle Scritture dei cristiani proclama solo pace e concordia, e tutta la vita dei cristiani è soltanto un’interminabile guerra»?  [ix]

Per una comunicazione senza pregiudizi, fanatismi e odî

A questo punto del suo discorso agli operatori della comunicazione, il Santo Padre è andato diritto al punto fondamentale della questione. Dal momento che gli stessi cristiani, contrariamente al precetto evangelico di una concordia che porti alla pace, sono stati troppo spesso coinvolti in quella ‘interminabile guerra’, bisogna sicuramente disarmare gli stati, ma prima ancora le coscienze ed il linguaggio. Su questo tema Leone XIV, in modo significativo, rilancia qundi il potente ed insistente messaggio che era stato di Papa Francesco.

«Disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività. Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce. Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana […] Per questo vi chiedo di scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace» [x].

Ricapitolando ciò che ci ha trasmesso il Papa col suo discorso – rivolto in primo luogo, ma non soltanto, a chi lavora in questo specifico ambito – provo a riepilogare quelle che appaiono le sue coordinate per giungere ad una comunicazione di pace e per la pace.

  •  Quella che Gandhi avrebbe chiamata ‘parte oppositiva’, ossia l’esclusione di ciò che va in direzione esattamente contraria a tale obiettivo, si riferisce ai seguenti atteggiamenti e comportamenti citati da Leone XIV: aggressività, competizione, faziosità, pregiudizio, rancore, fanatismo e odio.
  • La pars construens’ (il gandhiamo ‘programma costruttivo) è invece racchiusa nelle espressioni da lui usate in positivo: ricerca della verità, amore, umiltà, dialogo, confronto, comunicazione disarmante, condivisione, coerenza con la dignità umana, consapevolezza e coraggio.

Ritornando al non casuale richiamo del nuovo pontefice alla sua caratterizzazione come ‘figlio di sant’Agostino’, c’è forse da fare una considerazione. Il grande Padre della Chiesa considerava la parola come qualcosa che va oltre ciò che intende designare, rappresentando anche un ponte tra Dio e l’umanità ed anche uno strumento per comunicare la Verità. Non a caso le Sacre Scritture parlano del Logos, evocando sia il potere creativo della Parola del Dio Padre, sia la sua incarnazione nella persona umana del Figlio redentore. Come Papa Francesco affermò in una sua omelia del 2023, intitolata appunto “Dei verbum”:

«Agostino riconobbe il compito del predicatore in questo rapporto tra parola e voce, sia per la sua grandezza sia per i suoi limiti. Da un lato, il bel compito del predicatore consiste nell’essere una voce percepibile e viva al servizio della Parola di Dio. Dall’altro, il suono sensoriale, cioè la voce che porta la parola da una persona all’altra, è destinato a scomparire, mentre la parola rimane. La voce umana non ha altro scopo che trasmettere la parola; dopodiché può e deve fare un passo indietro e tacere di nuovo in modo che la parola rimanga al centro dell’attenzione» [xi].

Il problema nasce quando le voci umane smettono di trasmettere la Parola oppure ne tradiscono il senso, creando la “confusione di linguaggi senza amore” cui si riferiva Papa Leone XIV, falsando la verità ed impedendo il dialogo e la concordia su cui si fonda una comunicazione che sia al tempo stesso “disamata e disarmante”.

Una grammatica di pace per disarmare la comunicazione

Trovo di fondamentale importanza che uno dei primi discorsi del nuovo Pontefice sia stato dedicato a questo aspetto che, oltre ad essere un tema pastorale, è un terreno d’impegno per coloro che perseguono l’obiettivo dell’educazione alla pace. Formare non solo alle questioni riguardanti la pace, ma anche alle modalità nonviolente per costruirla, è compito della peace education,che sta conquistando spazio ed attuazione anche nel nostro sistema formativo, insidiato però da un’invadente e diffusa militarizzazione della scuola, dell’università e della cultura in generale.

Accennavo all’inizio che già dagli anni ’80 mi sono dedicato all’individuazione delle caratteristiche di una educazione linguistica per la pace, partendo dalla constatazione che il linguaggio – strumento principe per conoscere, comunicare, socializzare ed esprimersi – è troppo spesso utilizzato per conseguire finalità opposte, ossia per nascondere, creare divisioni e reprimere. I moventi negativi che rendono violento il linguaggio, non a caso, li ritroviamo in quelli cui faceva riferimento Papa Prevost, quando parlava di aggressività, competizione, faziosità, pregiudizio, rancore, fanatismo e odio. Se si vuole ‘disarmare’ la comunicazione verbale, perciò, bisogna n primo luogo accrescere la consapevolezza che essa può essere messa al servizio sia di relazioni positive sia d’intenzioni violente, in modo da iniziare a educare quanto prima possibile ad un linguaggio non ostile e costruttivo.

«La questione non è tanto annullare l’aggressività verbale – scrivevo più di 40 anni fa – quanto esplicitare i meccanismi attraverso cui si manifesta. Abituando i ragazzi a rendersi conto del peso di ciò che fanno e dicono e, nel contempo, abituandoli ad essere meno vulnerabili perché più consapevoli» [xii].

Una ‘grammatica della pace dovrebbe partire dal fornire strumenti per riconoscere quando una modalità linguistica serve a scoprire la realtà, a sentirci uniti e ad esprimerci o, viceversa, a nascondere la verità, provocare separazioni e bloccare la libera espressione di pensieri e sentimenti.  Ma anche la comunicazione non violenta ideata negli stessi anni da Marshall Rosemberg ci aiuta ad usare il linguaggio per distinguere le osservazioni dalle valutazioni, per comprendere ed esprimere i sentimenti, per cogliere ed esprimere i bisogni e per imparare a formulare richieste che non siano pretese.

La prima forma di disarmo della comunicazione è allora la presa di coscienza dei moventi negativi che talora la rendono aggressiva e distruttiva (pregiudizi, rancori, affermazione di sé a danno degli altri, intenzioni mistificatorie…). Il secondo passo è quello di affidarsi invece ad un linguaggio sincero, compassionevole ed aperto alla collaborazione, al fine di: «esprimere noi stessi con onestà e chiarezza, allo stesso tempo prestando agli altri un’attenzione rispettosa ed empatica» [xiii] .

Nel mio ultimo contributo in tale direzione [xiv] ho avanzato anche l’ipotesi d’una grammatica ecopacifista, capace di avvalersi, oltre che delle suddette proposte di comunicazione nonviolenta per la pace, anche dell’apporto dell’ecolinguistica, un approccio innovativo che ci aiuta a comprendere le ‘storie’ che viviamo, analizzandole da un punto di vista ecologico, rendendoci capaci di resistere alle ‘narrazioni’ mistificanti che danneggiano il nostro mondo [xv]. Se infatti è di fondamentale importanza trovare il modo giusto per rendere il nostro linguaggio disarmato, in quanto rispettoso e non ostile, credo che sia non meno importante farlo diventare anche disarmante, cioè aperto e capace di suscitare empatia, fiducia e reciproca accettazione, agevolando in tal modo il dialogo e la collaborazione.


Note

[i]  1 Corinzi: 10-13/17

[ii]  Cfr. Isaia 9:6 e Giovanni 14:27

[iii] Erasmo, Sulla pace, Milano, Rusconi, 2007, pp.10-13

[iv]  Fra gli altri, v. in particolare: Ermete Ferraro, Grammatica di Pace. Otto tesi per l’Educazione Linguistica Nonviolenta, Torino, Ed. Satyagraha, 1984 e Idem, Grammatica ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2022

[v]  Cfr. il testo del discorso del 12/05/2025 sul sito https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2025/may/documents/20250512-media.html

[vi]  “Discorso del Santo Padre Leone XIV agli operatori della comunicazione”, cit.

[vii]  Ibidem

[viii]  Ibidem

[ix]  Erasmo, op. cit., p. 27

[x]   “Discorso del Santo Padre…”, cit.

[xi]  Papa Francesco, Omelia nella Santa Messa per il Festival Dei Verbum  (Basilica Concattedrale di San Siro, San Remo, 28 agosto 2023).   https://www.christianunity.va/content/unitacristiani/it/cardinal-koch/2023/homelies/Nello-Spirito-di-Sant-Agostino-servire-la-parola-vivente-di-Dios.html . Sulle riflessioni linguistiche di S. Agostino cfr. Bottin, Francesco. (2023), Agostino e Wittgenstein sulla natura del linguaggio 1. Percorsi medievali per problemi filosofici contemporanei, pp. 15-54. https://www.researchgate.net/publication/369258660_Agostino_e_Wittgenstein_sulla_natura_del_linguaggio_1

[xii]  E. Ferraro, Grammatica di pace, cit., p. 35

[xiii]  Marshall B. Rosemberg, Le parole sono finestre oppure muri. Introduzione alla C.N.V., Reggio E., Centro Esserci, 2003, ppp. 20-21

[xiv]  E. Ferraro, Grammatica ecopacifista…, cit.

[xv]  Sul concetto di ‘ecolinguistica’ v. in particolare: Arran Stibbe, Ecolinguistics language Ecology and the Stories We Live By, London, Routledge, 2015


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