NATO, CROCE E TOTÒ: UNO STRANO TRIS PER FESTEGGIARE NAPOLI

Da ‘Napoli millenaria’ a ‘Napoli milionaria‘…?

Abbiamo da non molto appreso dai comunicati stampa del Comitato Nazionale Neapolis 2500 il programma degli eventi che ben due organismi organizzatori (uno nazionale e l’altro cittadino) hanno partorito per celebrare la capitale del Meridione d’Italia. La nostra città è stata definita sui manifesti ora Napoli Millenaria (con un originalissimo gioco di parole), ora Napoli Musa (simboleggiandola graficamente con una enne ondeggiante, il logo-concept della kermesse in onore della città neogreca, in realtà molto più antica di due millenni e mezzo). La notizia più sorprendente – e per alcuni sconvolgente – è però che ad aprire in pompa magna questa programmazione celebrativa sarà un evento molto particolare: il vertice della NATO sulla sicurezza nel Mediterraneo.

«Ad inaugurare il programma, su iniziativa del vicepremier e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, la riunione a Napoli del 26 e 27 maggio di alti funzionari dell’Alleanza atlantica e dei paesi partner della sponda sud del Mediterraneo e del Golfo. “Napoli, sede di un importante Comando Nato e della VI Flotta USA, si conferma nuovamente al centro del dialogo sulle dinamiche di sicurezza, che interessano la stabilità e la prosperità del Mediterraneo allargato. Oltre 130 ospiti internazionali provenienti da 48 Paesi e organizzazioni internazionali, animeranno la due giorni, contribuendo alla riflessione per affrontare congiuntamente le sfide e le minacce comuni nel fianco sud dell’Alleanza». [i]

Ebbene sì. La prima brillante iniziativa il governo ha pensato per fare la festa a Napoli – definita nello Statuto ‘Città di Pace’ [ii] e medaglia d’oro per essersi liberata autonomamente dalla feroce occupazione nazista – è un summit di ministri e generali, per ricordarci che da 74 anni abbiamo il grande onore di ospitare a Giugliano il Comando Integrato euro-mediterraneo dell’Alleanza Atlantica (JFC Naples) e, a due passi dall’Aeroporto Civile di Capodichino, anche quello euro-africano della Marina degli Stati Uniti (U.S. Naval Forces Europe and Africa / U.S. Sixth Fleet ), i cui rispettivi comandanti, casualmente, coincidono nella stessa persona.

Più che con le candeline, dunque, il compleanno di Napoli sembrerebbe iniziare col botto di esplosivi candelotti atlantisti, spacciati per festosi tricche-tracche. Questo inopportuno esordio della rutilante celebrazione di Napoli Millenaria sembra infatti riportarci al cupo clima della eduardiana Napoli Milionaria. Una città minacciata di distruzione dalla ferocia nazista, devastata dai bombardamenti anglo-americani e colonizzata dai nuovi ed arroganti conquistadores, che vi hanno esportato la spietata logica del profitto, cominciando allora a cancellare la sua tradizionale solidarietà. Basta ripensare alle amare battute del protagonista di quel dramma civile, Gennaro Jovine, per comprendere quanto il previsto vertice napolitano dell’ultima alleanza militare stoni con la celebrazione d’una città da millenni simbolo di accoglienza, tolleranza e apertura alle altre culture.

«Che sacrileggio, Ama’…Paise distrutte, creature sperze, fucilazione…E quanta muorte… E lloro e ’e nuoste […]  Chesta nun è guerra, è n’ata cosa… ’A ’sta guerra ccà se torna buone…Ca nun se vo’ fa’ male a nisciuno… Nun facimmo male, Ama’…Nun facimmo male…». [iii]

Si direbbe però che promotori e propagandisti di questo sconcertante evento inaugurale di Napoli Musa non abbiano affatto raccolto l’accorato appello eduardiano a smetterla per sempre con le carneficine, oggi sempre più tecnologiche ma per niente meno sanguinose. Nei comunicati ripresi dai media sembrano piuttosto inneggiare impudentemente alla NATO, una bellicosa alleanza militare presentata come presidio di ‘sicurezza, stabilità e prosperità’. Si preferisce apparire incredibilmente ignoranti (nel senso etimologico del termine) del disastroso cumulo di stragi umanitarie e devastazioni ambientali che sono il frutto dell’albero della guerra, come purtroppo constatiamo ogni giorno dai giornali o in diretta televisiva. Si mostra poi d’ignorare l’etimologia di quelle tre parole, usate a sproposito, perché è idealmente blasfemo e lessicalmente ossimorico attribuire ad una micidiale e pervasiva organizzazione militar-nucleare la capacità di produrre sicurezza (assenza di preoccupazioni), stabilità (una condizione di equilibrio) e prosperità (uno stato di sviluppo e benessere).

Ma Croce e Totò che ci azzeccano con la Nato?

Nel quadro delle celebrazioni di Napoli Millenaria, ancor meno comprensibile appare l’accostamento d’un vertice euro-mediterraneo dell’Alleanza Atlantica a due importanti eventi culturali, proposti come ‘omaggi’ rispettivamente a Benedetto Croce (settembre) e a Totò (ottobre).   Nel primo caso si tratta d’un progetto ispirato «agli studi e alle riflessioni di Benedetto Croce e si propone di ricostruire la storia della toponomastica napoletana tra il XIX e il XX secolo, analizzando i cambiamenti avvenuti attraverso un atlante interattivo della città. Ne deriverà una ricostruzione di una vera e propria topografia morale della città, da condurre all’insegna del motto crociano secondo cui “ogni storia è sempre storia contemporanea» [iv].  Di Croce, quindi, si parlerà con un taglio piuttosto particolare, ma resta comunque sorprendente che gli organizzatori mostrino d’ignorare le posizioni del filosofo sulla guerra e l’inevitabile propaganda nazionalista che da sempre la sostiene e giustifica. Infatti, come sottolineava Giovanni Perazzoli in un suo articolo:

«Le ‘Pagine sulla guerra di Benedetto Croce sono percorse da una costernata presa d’atto dell’improvviso crollo della ragione davanti alla ‘propaganda patriottica’. Le tesi più assurde vengono credute, se soddisfano il nazionalismo. Croce era contrario all’intervento in guerra dell’Italia […] è sorpreso nel dover constatare la facilità con la quale gli uomini di scienza e di cultura sono corsi a mischiarsi alle frottole dei nazionalisti, come se si fosse aspettato che l’adesione alla causa della patria potesse essere distinta, negli uomini di scienza, dalla guerra guerreggiata […] Croce vede chiaramente che dal conflitto verranno sciagure enormi. Il 24 maggio 1918 scrive: “tutti coloro che dapprima si ostinavano ad impicciolire la realtà che avevano innanzi, sanno ora di che cosa si tratti. Né più né meno che delle sorti del mondo intero, che da questa guerra saranno determinate per secoli”…». [v]

Ad ottobre toccherà al grande Totò rappresentare l’irriverente vena della cultura napolitana, grazie ad un progetto che anche in questo caso “porta la firma di Pupi Avati e che coinvolgerà 20 delle 250 compagnie teatrali di Napoli, che per 24 ore ininterrottamente rappresenteranno il principe della risata”. [vi]  Sta di fatto che inserire Totò in un calderone celebrativo da cui come primo piatto si è deciso di scodellare un vertice militarista si presta a commenti non proprio benevoli. Pochi comici, infatti, hanno ridicolizzato la retorica guerrafondaia più di lui, con effetti esilaranti e dissacranti ma anche con sintetici e geniali motti di spirito, come quello che ci ricordava che:

«il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il dopoguerra fa la borsa nera, la borsa nera rifà il denaro, il denaro rifà la guerra. In guerra sono tutti in pericolo, tranne quelli che hanno voluto la guerra.” [vii]

Tutti ricordiamo, inoltre, i tanti film in cui Antonio de Curtis ha sbeffeggiato la tronfia prosopopea dei vertici militari ed i truci atteggiamenti bellicosi dei gerarchi fascisti, dalla versione cinematografica della citata “Napoli Milionaria!” a “I due colonnelli”; da “Letto e tre piazze” all’ormai proverbiale “Siamo uomini o caporali?”.  E allora come potrebbe accogliere, la buonanima del Principe, la notizia di essere stato inserito in un programma che celebra Napoli proprio partendo da un vertice militarista? Probabilmente dedicando agli organizzatori un dissacrante e liberatorio pernacchio, oppure liquidandoli con la sua celeberrima: “Ma mi facciano il piacere!”.

Narrazioni militariste e risposte pacifiste

Fatto sta che l’idea di celebrare gli oltre due millenni e mezzo di Napoli Città di Pace iniziando con un assurdo summit atlantista ed amerikano poteva essere partorita solo dalla supinità di una classe politica invero piuttosto trasversale, che da decenni fa una bandiera del suo vassallaggio nei confronti della superpotenza statunitense. Quegli stessi sedicenti ‘liberatori’ che, col penoso pretesto di voler garantire la nostra sicurezza, dal dopoguerra continuano indisturbati nella loro ingombrante ‘protezione’, ma nei fatti occupano l’Italia con 120 basi e due comandi supremi della NATO, militarizzandone e nuclearizzandone territorio, mari ed i cieli. La millenaria storia della nostra metropoli, dolorosamente contrassegnata da numerose dominazioni straniere, evidentemente non ha insegnato nulla ai nostri governanti ed amministratori, che invece sembrano a loro agio nel ruolo di proconsoli degli ennesimi colonizzatori, venuti d’oltreoceano.

Nel prossimo mese di giugno si svolgerà a L’Aja (Paesi Bassi) un vertice ufficiale della NATO [viii], ma almeno il governo olandese non è ricorso a pretesti culturali per ospitarlo e, in quel caso, è subito scattata la macchina organizzativa d’un vivace contro-vertice antimilitarista, coordinata dalla “Rete Internazionale per Delegittimare la NATO” , al cui recente incontro internazionale online ho portato anche il mio contributo come MIR Italia. Nel suo condivisibile documento-appello si elencano quattro buoni motivi per respingere l’invadenza atlantica e la logica militarista: 1) rigettare l’agenda della dominanza e coercizione occidentale, che porta alla spirale della guerra e del riarmo, chiedendo invece il disarmo ed il bando degli armamenti nucleari; 2) affermare che l’ordine mondiale e la sicurezza comune possono essere fondati solo su pace, giustizia, equità, uguaglianza e sicurezza comune; 3) ribadire  la necessità della cooperazione internazionale per affrontare i veri problemi globali, come la catastrofe climatica, la povertà, la crisi sanitaria e l’urgente bisogno di cibo sostenibile, acqua e risorse energetiche e 4) porre l’accento sulla necessità di un’architettura internazionale inclusiva per assicurare pace e sicurezza, basata su diplomazia, disarmo, giustizia sociale e sostenibilità ambientale. [ix]

Anche a Napoli, comunque, si cominciano a pianificare iniziative per denunciare l’assurdità del vertice NATO come evento simbolico per inaugurale gli eventi di Napoli Millenaria. Si parla d’un appello da sottoscrivere e di un’assemblea in piazza. Credo però che sia giunto il momento di superare i rituali delle solite manifestazioni ‘antagoniste’, provando finalmente a formulare proposte alternative comuni, in chiave antimilitarista e nonviolenta. Come MIR lanceremo già dal 15 maggio una campagna per l’obiezione di coscienza ad un servizio militare sempre più probabile, ma anche iniziative nazionali sulla difesa non armata, civile e nonviolenta e su un più complessivo progetto ecopacifista.

Ciò che va assolutamente contrastato, insomma, è il principio in base al quale dovremmo riarmarci sol perché ce lo chiede la NATO, l’Amministrazione USA oppure l’Europa.  Per troppo tempo abbiamo permesso che i loro plenipotenziari ci ammonissero che dobbiamo ubbidire, poichè hanno avuto dai loro capi carta bianca.  Un vero omaggio al nostro grande Totò sarebbe rispondergli proprio come faceva lui nel film “I due colonnelli”, sbottando in un sonoro ed irriverente: “E pulitevici il c**o!”.


Note

[i] A. Di Costanzo, “Napoli Musa”, il logo e il programma: dal vertice Nato al concerto in Armenia. Una 24 ore su Totò > https://napoli.repubblica.it/cronaca/2025/04/28/news/neapolis_2500_logo_prefettura_napoli_musa_comitato_nazionale-424153578/ – Vedi anche: A. P. Merone,  Comitato nazionale Neapolis 2500, gli eventi al via con vertice Nato sulla sicurezza: 130 ospiti da 48 Paesi. Poi omaggi a Totò e Benedetto Croce  >   https://napoli.corriere.it/notizie/cultura-e-tempo-libero/25_aprile_28/comitato-nazionale-napoli-2500-ecco-logo-e-programma-al-via-con-l-evento-nato-130-ospiti-da-48-paesi-omaggi-a-toto-e-benedetto-506038ec-bde5-45a4-8a8a-8c6f00f66xlk.shtml?refresh_ce

[ii] Con l’articolo 3 dello Statuto, il Comune riconosce alla Città di Napoli il ruolo di “Città di Pace e. Giustizia” a vocazione mediterranea e solidaristica.

[iii] Eduardo De Filippo, Napoli Milionaria – Torino, Einaudi, 1973, p. 210

[iv] Di Costanzo, art. cit.

[v]  G. Perazzoli, Nota su Benedetto Croce, “L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla Guerra” (9 gennaio 2022) > http://www.filosofia.it/senza-categoria/giovanni-perazzoli-benedetto-croce-litalia-dal-1914-al-1918-pagine-sulla-guerra/

[vi]  A. P. Merone, art. cit.

[vii]  La sua celebre battuta è inserita nel film del 1947 “I due orfanelli”, diretto da Mario Mattoli.

[viii]  Cfr. https://www.nato.int/cps/is/natohq/news_225618.htm?selectedLocale=en

[ix]  Cfr. su quel sito il documento:“Invest in Peace, not in War

© 2025 Ermete Ferraro


Basta con un atteggiamento subordiNATO!

Quando intere classi di scuole elementari, medie e superiori della città metropolitana di Napoli sono state disinvoltamente accompagnate dai loro docenti e spesso dai rispettivi dirigenti, in discutibili ‘visite didattiche’ al Comando NATO di Giugliano-Lago Patria (JFC Naples), la realtà che gli si mostrata era ovviamente quella tecnologica, con avveniristiche attrezzature di controllo militare interforze, in un contesto trionfalisticamente presentato come un presidio difensivo alleato sempre più “snello, flessibile ed efficiente”.

Ma il Comando della NATO per l’Europa sud-orientale e mediterranea non è l’accattivante location di un sofisticato videogioco, la materializzazione di un wargame virtuale, ma piuttosto il luogo dove si decidono e coordinano operazioni ed esercitazioni che hanno a che fare col warfare, cioè con l’organizzazione di vere e proprie azioni di guerra.  La presentazione sul suo sito web afferma che: “La missione del Comando Alleato Congiunto di Napoli è prepararsi, pianificare e condurre operazioni militari, al fine di preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli stati membri dell’Alleanza, attraverso l’area di responsabilità (AOR) del Comando Supremo per l’Europa ed oltre”. [ii]

Nello stesso testo si parla inoltre del compito di garantire ”stabilità, cooperazione e dialogo”. Si tirano in ballo addirittura la “Partnership per la Pace” ed il “Dialogo Mediterraneo”, ma la verità è che dietro queste belle parole si cela la distopica retorica orwelliana per cui “War is Peace”. Lo dimostra il fatto che la dichiarata missione difensiva si concretizza sempre più frequentemente in pesanti azioni militari ‘preventive’. È il caso anche di quella in corso tra gennaio e marzo 2025, denominata Steadfast Dart 2025 (“Freccia Ferma” sic!) che, si precisa: “fa parte di una serie di importanti esercitazioni NATO […] volte a mettere alla prova la capacità dell’Alleanza di rispondere alle crisi e rafforzare la sua posizione di deterrenza […] Attualmente sotto il comando del NATO Rapid Deployable Corps – Italy (NRDC-ITA), l’ARF è una forza multi-dominio ad alta prontezza progettata per un rapido dispiegamento nelle aree di crisi”. [iii]

Ma – a parte l’ossimoro di una ‘risposta preventiva’ – è davvero poco credibile anche da ragazzini delle scuole medie che pace, sicurezza e stabilità ci siano garantiti dalla NATO dispiegando in Bulgaria – e in una fase internazionale particolarmente  delicata – una poderosa forza armata anglo-spagnola, comprendente 10.000 uomini, 1.500 veicoli militari, oltre 20 apparecchi aerei e 17 navi. Peccato però che nessuno glielo abbia spiegato nel corso di quelle assurde ‘gite scolastiche negli impianti militari. Così come ai giovani di Napoli e alle loro famiglie nessuno – a parte una sparuta pattuglia d’incalliti pacifisti – ha raccontato cosa diavolo ci faceva a fine gennaio un altro sottomarino USA a propulsione nucleare nel nostro porto (in teoria ‘denuclearizzato’).  Tutto ciò nella reticenza istituzionale ed in barba a sicurezza e pace di un milione di napolitani cui nessuno ancora ha avuto il coraggio di spiegare che, come se non bastasse il rischio sismico e vulcanico, sulla loro testa pende anche quello derivante da un potenziale incidente con gravissime conseguenze, che la cittadinanza non è stata affatto preparata a fronteggiare, sebbene da 20 anni sia in vigore un Piano di Emergenza che nessuno ha pubblicizzato né messo davvero in pratica, con la solita scusa del segreto militare.

Solo ai primi di febbraio qualche giornale ha riferito quella sconcertante notizia ed ha ripreso l’allarme lanciato dal Comitato Pace e Disarmo Campania [iv], mentre non è trapelato – l’ancor più sconcertante motivo di quella strana ed improvvisa ‘visita’ sottomarina. Incrociando la fonte NATO con quella del Comando della U.S. Navy per l’Europa e l’Africa (l‘U.S. Naval Forces Europe and Africa / U.S. Sixth Fleet, che ha il suo quartier-generale proprio a Napoli), non è stato difficile scoprire che dietro la misteriosa  incursione del sottomarino nucleare c’era probabilmente la cerimonia di passaggio di consegne tra il vecchio ed il nuovo Comandante della 6^ Flotta statunitense, che si è svolto proprio il 31 gennaio scorso.[v] La nostra Capitaneria di Porto, emanando giorni prima due ordinanze [vi], si sarebbe limitata a fungere da controllore dell’ingombrante e delicato traffico navale di natanti e ‘piattaforme’ militari tra la Portaerei ammiraglia USS Mount Withney, ancorata nel porto di Gaeta, ed il Comando di Capodichino della U.S. Navy, bloccando per 24 ore (dalle 16 del 30 alle 16 del 31 gennaio) navigazione e sosta entro 100 metri dalla Motonave Seaway Albatross a tutti i natanti civili. Nella seconda ordinanza, dalle ore 7 alle 17 del 31/1 si vietava anche il transito a qualsiasi nave nel raggio di 2000 metri dalla “citata unità navale”, sempre senza alcuna plausibile spiegazione.

Dai burocratici e criptici messaggi della nostra Autorità portuale si avverte insomma solo un’allerta imposto, ma di tale situazione non sembra che le stesse autorità civili siano state messe al corrente, come prevedrebbe invece il richiamato Piano di Emergenza Esterna del Porto di Napoli. [vii]  I responsabili politici e militari si sono da sempre sbracciati a dichiarare che nessun vero pericolo deriva dalla occasionale presenza nelle nostre acque di natanti a propulsione nucleare e che quindi il rischio d’incidenti è pressocché nullo. Curiosando sul sito web  ufficiale della Sesta Flotta, però, sono invece venuto a conoscenza di un grave episodio, di cui solo pochi media, fra cui il Fatto Quotidiano, hanno fatto cenno. Da uno stringato comunicato della Marina Militare USA, infatti, apprendiamo che: “La portaerei classe Nimitz USS Harry Truman (CVN 75) è stata coinvolta in una collisione col mercantile Besiktas-M alle 23,46 ca. del 12 febbraio, mentre operava nelle vicinanze di Port Said, Egitto, nel Mar Mediterraneo. La collisione non ha provocato danni alla H. Truman e non si riferisce di allagamenti o infortuni. Gli impianti di propulsione non sono interessati e sono in condizioni stabili e sicure. L’incidente è sotto inchiesta.” [viii]

Si tratta di una sonora smentita alla sbandierata impossibilità che natanti militari a propulsione nucleare possano andare incontro ad incidenti anche gravi. Il fatto che la gigantesca portaerei Truman sia entrata in collisione in un porto egiziano con una nave mercantile – nonostante tutte le prevedibili attrezzature di avvistamento e prevenzione – non ci rassicura affatto, ma anzi riapre drammaticamente la questione della minaccia di questi mostruosi natanti militari per la tranquillità e la salute di coloro che dichiarano di voler difendere. Ma chi ci difenderà da loro?


Note

[i] https://jfcnaples.nato.int/page5714813

[ii] https://jfcnaples.nato.int/page631257

[iii] ivi

[iv] https://www.pressenza.com/it/2025/02/un-sottomarino-nucleare-di-nuovo-a-napoli/https://www.lindipendente.online/2025/02/03/un-sottomarino-nucleare-americano-ha-attraccato-nel-porto-di-napoli/  – https://www.napolitoday.it/dossier/ambiente/sottomarino-nucleare-porto-napoli.htmlhttps://napoli.repubblica.it/cronaca/2025/02/05/news/sottomarino_nucleare_nel_golfo_di_napoli_comitato_per_la_pace_chiede_piano_di_sicurezza-423983669/

[v] https://www.c6f.navy.mil/Press-Room/News/Article/4049090/uss-mount-whitney-holds-change-of-command/

[vi] Cfr. Ordinanze C.P. Napoli TE/2025 del 28.01.2025

[vii] https://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/docs/144.pdf

[viii] https://www.c6f.navy.mil/Press-Room/News/Article/4065260/uss-harry-s-truman-involved-in-collision-at-sea/ Vedi anche https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/02/14/incidente-in-acque-egiziane-portaerei-americana-si-scontra-con-una-nave-mercantile-di-panama/7877768/

Parlare e scrivere del o in napolitano?

Il Comitato Scientifico per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio linguistico napoletano ha ripreso i suoi ‘Incontri sul dialetto’ presso il MUSAP (Museo Artistico Politecnico), nello storico Palazzo Zapata in piazza Trieste e Trento (per i napolitani doc, Piazza San Ferdinando). Il programma stilato dal COM.VAL.NAP (orribile acronimo del predetto Comitato) ha compreso nel proprio calendario – che va dal 20 gennaio al 19 maggio – una dozzina di tali ‘incontri’, che affrontano gli aspetti più disparati. Si va dall’uso del dialetto “tra serie e cinema” (che ha inaugurato questa seconda stagione) al dialetto ‘nelle mani degli scrittori’; dalla ‘rimediazione musicale’ (sic) alle ‘lingue del teatro’, ma anche della pubblicità e del fumetto. Ovviamente senza tralasciare la nostra tradizione musicale, per passare di nuovo alla produzione registica ed a quella strettamente letteraria (poesia, narrativa).

Non so chi sia stato l’estensore materiale del programma, ma non posso fare a meno di notarvi due espressioni ricorrenti che mi hanno lasciato quanto meno perplesso: “uso del dialetto” e “il dialetto nelle mani di…”. Entrambe mi suonano piuttosto sgradevoli, per la loro evidente connotazione utilitaristica, tipica di chi il c.d. ‘dialetto’ l’osserva dall’esterno, più come una materia da studiare scientificamente, che come un proprio patrimonio, di cui farsi continuatore e difensore. Ancora una volta, insomma, sembra affiorare la preoccupante dicotomia che ho sintetizzato nel titolo di questa mia nota.

Si direbbe infatti che parlare e scrivere del napolitano risulti più ‘utile’ e socio-culturalmente accettabile che adoperarsi affinché ci siano sempre più persone che parlino e scrivano ancora in napolitano, possibilmente in un modo corretto ma non artificiale. Il napolitano, quindi, risulta più che altro un serbatoio linguistico cui fare riferimento non solo con lodevoli motivazioni di studio e approfondimento, ma spesso anche come un ‘patrimonio’ nel senso meno nobile, ma più pratico, del termine. Ossia vedendolo come una ricca e invitante fonte da cui attingere strumentalmente per fare poesia, scrivere canzoni, infarcire e caratterizzare produzioni teatrali, cinematografiche, televisive e musicali.

Non ho invece citato la narrativa in lingua napolitana, di cui da decenni si è ormai persa traccia (eccezion fatta per alcune pregevoli traduzioni di testi stranieri), ed altre produzioni più ‘laiche’ o comunque meno consacrate dalla tradizione, come quelle giornalistiche e più latamente mediatiche. La cosa più sorprendente è che si ritiene non praticabile o perfino inutile l’utilizzo più naturale ed ovvio per una qualsiasi espressione linguistica. Mi riferisco ovviamente  al suo insegnamento, sia all’interno delle varie fasi del percorso educativo- scolastico, sia mediante iniziative per adulti, promosse da associazioni culturali e università popolari, sebbene da molto tempo non ne manchino lodevoli esempi, ignorati dalle istituzioni e snobbati dall’accademia. Evidentemente queste attività dal basso provocano un certo disagio anche in coloro i quali, ignorando del tutto tali esperienze formative, hanno impostato le iniziative dello stesso CON.VAL.NAP. su due esclusivi filoni tematici,

Il primo è la preesistente ed istituzionale ricerca universitaria sul dialetto, la sua storia e la sua evoluzione, come peraltro c’era d’aspettarsi da un comitato formato da 6 docenti universitari su 7 componenti. Il secondo si basa invece sull’esplorazione di come esso sia comunque riuscito, nonostante tutto, a trovare spazi d’indubbia diffusione e popolarità, sia che si tratti di manifestazioni artistiche (poesia, musica, cabaret, serie televisive etc.), sia di fenomeni assai meno tradizionali, come il loro utilizzo (spesso spregiudicato ed approssimativo) nella pubblicità commerciale, nel linguaggio giovanile veicolato dai social media o nel colorito eloquio di alcuni esponenti politici. In entrambi i casi, a mio avviso, all’accento sul rispetto per una tradizione linguistica millenaria – da raccogliere, valorizzare e vivificare – si sovrappone (e talora si contrappone) un palese intento utilitaristico, che nelle sue manifestazioni cosiddette ‘popolari’ sembra proprio un’irritante mancanza di rispetto nei suoi confronti.

In effetti, oggi del dialetto napolitano – per continuare ad usare questa equivoca espressione, di solito premettendo che non si tratta però di una diminutio… – si può fare qualunque ‘uso’, lasciandolo senza problemi ‘nelle mani’ di chi pensa solo di utilizzarlo strumentalmente, senza alcuna finalità formativa o socioculturale. Ecco allora che, come è emerso già dal primo incontro, il cinema e la televisione vi hanno attinto sempre più, ma con scarsa consapevolezza di questo mezzo espressivo e solo per rendere più ‘colorite’ le loro produzioni. Ecco che un’intera generazione di rapper se n’è appropriata a modo suo, diffondendo tra i giovani una parlata improbabile a sentirsi e terrificante da leggere. Ecco che aziende, spesso paradossalmente settentrionali, nelle loro pubblicità hanno rispolverato strumentalmente espressioni tipiche della parlata napolitana, senza preoccuparsi di maltrattare il nostro idioma pur di catturare l’interesse dei potenziali clienti, nella solita chiave puramente folkloristica.

Mentre del napolitano tutti ormai possono servirsi senza problemi, da parte di chi dovrebbe invece occuparsi della sua ‘salvaguardia e valorizzazione’, si preferisce oscillare tra le profondità della ricerca glottologica e le sue assai meno elevate utilizzazioni, facendosene testimoni neutrali ed osservatori non partecipanti, più che soggetti critici verso tale deriva ‘populista’. Ne deriva che in questa seconda edizione dei suddetti Incontri – promossi dal COM.VAL.NAP. e sponsorizzati dalla Fondazione Campania dei Festival, si continuerà  a spaziare da un profilo antropologico culturale ad uno estetico e sociologico, ma sempre evitando accuratamente l’imbarazzante questione di dove, come e perché il nostro idioma andrebbe insegnato. In effetti se n’era già parlato all’inizio del primo ciclo degli ‘incontri sul dialetto’, ma evidentemente l’argomento è  considerato ormai chiuso ed archiviato, per cui chi lo risolleva, come è avvenuto all’inizio di questo secondo ciclo, deve quasi scusarsi con gli autorevoli – ma un po’ stizziti – interlocutori.

Concludo ricordando però che la legge regionale della Campania n. 14/2019 prescrive quattro compiti fondamentali al Comitato Scientifico da essa istituito. Oltre alle ovvie iniziative di studio e ricerca ed a quelle di diffusione di tali riflessioni (tramite conferenze, convegni ed eventi vari), al punto b si parla esplicitamente di “progetti specifici di tutela e valorizzazione del patrimonio etnolinguistico napoletano” e soprattutto, al punto c, di “conferenze, convegni ed interventi coordinati col mondo della scuola, e con corsi di aggiornamento rivolti ai docenti, in collegamento con l’Ufficio scolastico regionale”.  Purtroppo di questi due fondamentaliobiettivi istituzionali il COM.VAL.NAP. finora non sembra essersi fatto carico né sembra che voglia in seguito avviarsi su questa strada. Un percorso senz’altro più impegnativo, ma difficilmente trascurabile senza che sia sminuito e banalizzato lo spirito che più di cinque anni fa animò la proposta di legge approvata all’unanimità dal Consiglio Regionale della Campania.


(*) Ermete Ferraro, laureato in lettere con indirizzo linguistico, già docente di tali discipline, è un esponente del movimento ecopacifista, un ricercatore ecolinguista ed un cultore della lingua e cultura napolitana, che ha insegnato a lungo in due scuole medie cittadine e su cui continua a tenere dei corsi per adulti presso l’Università delle Tre Età (UNITRE) di Napoli. E’ l’estensore materiale del progetto di legge a firma del cons. F. E. Borrelli sulla salvaguardia e valorizzazione del patrimonio linguistico di Napoli, nel 2019 approvato unanimemente ma con rilevanti modifiche, dal Consiglio Regionale della Campania.

Lacreme napulitane…

Un sondaggio… particolarmente ‘fastidioso’?

Sta circolando sul web un sondaggio dal quale emerge che il dialetto che risulta più ‘antipatico’ agli italiani – inopinatamente – sarebbe quello di Napoli.[i] Prima di passare al commento su questa inchiesta, consentitemi però di fare una premessa, anzi due.

 1. Personalmente ritengo che il termine ‘dialetto’ non sia appropriato quando si tratta di idiomi – come appunto il Napolitano – che abbiano una valenza e diffusione assai più ampia di quella che suggerirebbe il nome e che, per di più, hanno un’antica e nobile tradizione letteraria e di studi. Ritengo comunque inutile e fuorviante farsi trascinare in una vecchia e strumentale querelle su ciò che sia o meno ‘lingua’, a meno che al temine ‘dialetto’ non s’intenda attribuire particolari connotazioni negative o discriminanti.

2. Nei miei corsi, e quindi anche in questa nota, utilizzo e continuerò ad usare la versione ‘Napolitano’, poiché quella italianizzata, sebbene ordinariamente praticata, è palesemente scorretta. Infatti, –poli, il suffissoide greco utilizzato in altri toponimi italiani (Gallipoli, Empoli, Tripoli, Costantinopoli etc.) nella formazione di un aggettivo è ordinariamente seguito dal suffisso -itano e non certo –etano (Gallipolitano, Empolitano, Tripolitano, Costantinopolitano…).

Tanto premesso, torniamo alla sorprendente ’rivelazione’ diffusa dal sito web di Preply.  Si tratta di un’azienda che si occupa dell’insegnamento delle lingue, nata 2012 in Ucraina ma attualmente diffusa tutto il mondo. Una ”piattaforma globale di apprendimento[ii] che coordina più di 50.000 insegnanti qualificati per lezioni online, rivolti a singoli e ad aziende. Ebbene, Preply si promuove l’apprendimento d’un vastissimo repertorio di lingue (compreso turco, cinese e giapponese), però non risulta che abbia maturato in questi anni specifiche competenze ed interessi anche in campo dialettologico. Ciononostante, ha commissionato un sondaggio in materia a un non menzionato istituto di ricerca di mercato, il cui quesito era: “Quale dialetto / quali dialetti trovi particolarmente fastidioso?”.

Sorge spontanea, a questo punto, una domanda sia sulla finalità di tale indagine, visto che l’azienda in questione non sembrerebbe orientata ad insegnare dialetti o lingue regionali, sia sulla strana modalità con cui essa è stata condotta, chiedendo agli intervistati quali dialetti detestino anziché quali amerebbero conoscere, come ci si aspetterebbe da un sondaggio ‘di mercato’.

Una secondo interrogativo, altrettanto ovvio, riguarda la validità e significatività di siffatta inchiesta, sul piano della metodologia statistica impiegata e circa le conclusioni che se ne possono effettivamente trarre.

Quali dati emergono da quell’indagine?

«Questo sondaggio è stato condotto da un istituto di ricerca di mercato indipendente per conto di Preply. Al sondaggio hanno partecipato 1000 persone, il 48% di sesso maschile e il 52% di sesso femminile, di età superiore ai 18 anni. Il sondaggio ha avuto luogo tra il 14 e il 15 febbraio 2024.La domanda posta nel sondaggio è stata: “quale dialetto / quali dialetti trovi particolarmente fastidioso?” alla quale era possibile fornire fino a tre risposte. Le risposte possibili erano: Dialetto napoletano, Dialetto sardo, Dialetto siciliano, Dialetto veneziano, Dialetto lombardo, Dialetti piemontesi, Dialetti dell’Italia centrale (Dialetto umbro, Dialetto marchigiano, romanesco), friulano, Dialetto toscano, Dialetti emiliano-romagnoli, Dialetto ligure, Nessuna delle precedenti o Non esiste un dialetto che io trovi particolarmente fastidioso»[iii].

Posto così il quesito, l’interesse dell’indagine sembra rivolto prevalentemente alla conoscenza di quali, tra le 11 forme dialettali prese in esame, risultino meno apprezzate, ricavando solo a contrario quali sarebbero, invece, i dialetti più apprezzati e graditi.  Sul podio di questi ultimi ci sono – nell’ordine – quelli liguri, emiliano-romagnoli e toscani. Viceversa, la classifica di quelli che i 1000 intervistati hanno dichiarato di considerare addirittura ‘fastidiosi’ vede incredibilmente in testa quelli parlati in Campania, Sicilia e Sardegna.

«Il napoletano risulta essere il dialetto meno amato dagli intervistati. Quasi un intervistato su quattro [25%] ha votato il napoletano come uno dei dialetti che meno apprezza. Anche tra i residenti del luogo il dialetto napoletano non sembra godere di particolare popolarità: circa un quarto degli intervistati nel capoluogo campano non apprezza particolarmente il dialetto della sua città. Secondo l’analisi il dialetto napoletano risulta essere il dialetto meno amato dai giovani tra i 18 e i 24 anni ma risulta essere molto popolare tra gli over 55: solo uno su cinque [20%] ha espresso un giudizio non positivo su questo dialetto» [iv].

Gli italiani, secondo la citata inchiesta, proverebbero ‘fastidio’ anche per il sardo (l’11,4% non l’apprezza) e per il siciliano (che non piace al 10,5% degli intervistati), con la particolare sottolineatura che queste tre ‘lingue regionali’ [v] sarebbero sgradite proprio nelle loro sedi naturali, cioè Napoli, Cagliari e Palermo, confermando la famosa locuzione evangelica resa in latino con “nemo propheta in patria”. [vi]  Ma le cose stanno davvero così? È sufficiente un campione di 1000 intervistati di oltre 18 anni (48% maschi e 52% femmine), per trarre conclusioni apprezzabili sul piano statistico e scientifico? E, soprattutto, che senso ha l’aver chiesto quali dialetti le persone interpellate considerino ‘particolamente fastidiosi’, dal momento che in tal modo non si utilizza un parametro chiaramente individuabile e valutabile?

Che cosa ci dicono gli studi in materia?

In questi anni, peraltro, non sono mancate serie indagini statistiche sull’effettiva persistenza dei dialetti nelle varie fasce della popolazione italiana, per mettere in luce se e in che misura la nostra lingua nazionale sia davvero diventata ovunque l’espressione verbale comune, ma anche per rilevare quanto in Italia si registri tuttora una significativa variabilità in proposito, nelle diverse situazioni regionali e socioculturali. Una delle ricerche più recenti in materia è stata pubblicata nel 2017 dall’ISTAT ed ha quindi un’indubbia autorevolezza. Dalla lettura di quei dati apprendiamo, ad esempio, che:

«Nel 2015 si stima che il 45,9% della popolazione di sei anni e più (circa 26 milioni e 300mila individui) si esprima prevalentemente in italiano in famiglia e il 32,2% sia in italiano sia in dialetto. Soltanto il 14% (8 milioni 69mila persone) usa, invece, prevalentemente il dialetto […] Per tutte le fasce di età diminuisce l’uso esclusivo del dialetto, anche tra i più anziani, tra i quali rimane comunque una consuetudine molto diffusa: nel 2015 il 32% degli over 75 parla in modo esclusivo o prevalente il dialetto in famiglia (erano il 37,1% nel 2006)» [vii].

Sul piano geografico, ci informava l‘indagine ISTAT, l’uso abituale e diffuso del dialetto nel 2015 persisteva principalmente nelle regioni meridionali, particolarmente in Sicilia (26,6%), Calabria (25,3%) e Campania (20,7%). Nello specifico, l’espressione dialettale restava molto frequente in contesti relazionali e familiari, giungendo addirittura alla percentuale del 75,2% in Campania.

È probabile che, a distanza di circa dieci anni, quei dati risultino meno attuali e significativi, ma sembra indubbio che il triangolo della persistenza nell’uso del dialetto resti principalmente legato a quelle tre regioni meridionali, laddove le rispettive espressioni linguistiche sono ancora apprezzate e praticate, pur con una marcata tendenza alla convivenza (e commistione) con l’Italiano. Tale fenomeno socio-linguistico è stato indagato soprattutto nell’area di Napoli [viii].

«In questa situazione demografica è dunque rimasta stabile una consistente presenza di gruppi familiari e sociali che, per dirla semplicemente, hanno continuato abitare dov’erano prima, spesso continuando a parlare come parlavano prima. Pertanto più che altrove è stata possibile la trasmissione alle nuove generazioni delle abitudini linguistiche familiari» [ix].

Ma allora come mai l’indagine condotta da Preply indica proprio il Napolitano come il ‘dialetto’ più sgradito non solo agli italiani, ma perfino agli stessi napolitani? Che fine ha fatto la ‘vitalità’ di questo idioma, tuttora molto popolare fuori dell’Italia e veicolo dell’illustre tradizione civile e culturale di cui, proprio in questo periodo, ci prepariamo a celebrare i 2500 anni?

Dalla ricerca condotta per quella piattaforma internazionale di formazione linguistica apprendiamo che le lingue locali più amate e praticate sarebbero solo quelle parlate in Liguria, Emilia-Romagna e Toscana, ma perfino nelle Marche.

«Per quanto riguarda le città che mostrano un forte attaccamento al proprio dialetto dalla nostra analisi emerge che a Genova non vi è nessuna opinione negativa riguardo al dialetto locale, solo il 2,7% degli abitanti di Ancona non apprezza particolarmente il dialetto marchigiano, mentre soltanto il 6,3% dei bolognesi non gradisce il dialetto emiliano-romagnolo» [x].

Qualche osservazione finale

Da fautore d’un approccio alla comunicazione nonviolento ed ecolinguistico [xi], mi rallegro dell’attaccamento mostrato dai genovesi nei confronti della loro madrelingua o dagli anconetani e bolognesi verso le proprie espressioni locali. La tutela e valorizzazione delle nostre multiformi realtà linguistiche, infatti, non vanno scambiate con una tendenza ‘identitaria’,conservatrice se non retrograda, bensì intese come salvaguardia della diversità culturale in un periodo contrassegnato dall’omologazione e dalla cancellazione delle differenze, agevolando il dominio di un’artificiale ’neolingua’ e di ‘monoculture della mente’[xii]

Ciò premesso, non riesco a comprendere senso e funzione di un’indagine che mira invece a mettere in evidenza proprio le idiosincrasie degli italiani nei confronti delle espressioni linguistiche locali non ancora eliminate da quel processo di omologazione, additando specificamente Napolitano, Sardo e Siciliano come i ‘dialetti’ più sgraditi, peraltro senza approfondire le motivazioni di tale supposta ‘antipatia’. L’ambivalenza di questa ricerca affiora inoltre quando la stessa Preply sottolinea, viceversa, l’importanza della varietà linguistica italiana, ritenendola un fattore positivo per lo stesso italiano.

«La ricchezza e l’eterogeneità dei dialetti italiani rivendicano un posto essenziale nella società contemporanea e il riconoscimento delle varianti linguistiche regionali apporta un contributo significativo al tessuto culturale. Ogni dialetto, indipendentemente dalla sua popolarità, è un tesoro che merita tutela.

Inoltre va sottolineato quanto le espressioni dialettali arricchiscono il lessico dell’italiano standard […] Questi termini dialettali conferiscono al mosaico della lingua italiana una varietà unica» [xiii].

Non sono affetto da alcun complesso che m’induca a difendere a spada tratta la lingua napolitana, che particolarmente apprezzo e di cui da un trentennio mi adopero a diffondere una corretta conoscenza. Mi riesce comunque difficile accettare ciò che emergere dall’indagine in questione, alla luce dell’indiscutibile popolarità e diffusione del Napulitano rispetto a forme linguistiche più localizzate e meno ricche di cultura, con tutto il rispetto per lo Zeneize e l’Anconetano.

Consiglierei pertanto alla dirigenza di Preply (capeggiata da due rampanti imprenditori ucraini, che nel giro di 6 anni sono riusciti ad attirare finanziamenti per varie decine di milioni di dollari da svariate corporations multinazionali [xiv]) di continuare ad occuparsi dell’insegnamento delle lingue nazionali, evitando però di scendere su un terreno che non mi pare sia loro confacente.   


NOTE

[i][i] Cfr. https://preply.com/it/blog/sondaggio-dialetti-italiani/

[ii] Cfr. https://preply.com/it/chi-siamo

[iii] https://preply.com/it/blog/sondaggio-dialetti-italiani/ cit. (sottolineature mie)

[iv] Ibidem

[v]  Cfr. a tal proposito, la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, approvata dal Consiglio d’Europa nel 1992, il cui testo italiano è in:  https://rm.coe.int/168007c095 protette#:~:text=Le%20%E2%80%9Clingue%20regionali%20o%20minoritarie,i%20di%20quello%20Stato%20e

[vi] Il testo evangelico, in effetti, è un po’ differente. Cfr. Mt 13:57 Mc 6:4 (“Οκ στιν προφήτης τιμος ε μ ν τ πατρίδι ατο κα ν τ οκίᾳ ατο) e Gv 4:44 (“… προφήτης ἐν τῇ ἰδίᾳ πατρίδι τιμὴν οὐκ ἔχει”)

[vii] ISTAT (2017), L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere. pag. 1. https://www.istat.it/it/files/2017/12/Report_Uso-italiano_dialetti_altrelingue_2015.pdf  . Cfr anche l’articolo: D. Facchini (2018), “L’inattesa vitalità dei dialetti d’Italia. Nuovo interesse oltre i pregiudizi”, Altraeconomia. https://altreconomia.it/dialetti-italiano/

[viii] A tal proposito, risultano utili gli approfondimenti condotti, anche con ricerche sul campo, da alcuni studiosi di dialettogia.come nel caso di: Nicola De Blasi (2017), Saggi linguistici sulla storia di Napoli, Napoli, Società Napoletana di Storia Patria.

[ix] Nicola De Blasi – Francesco Montuori (2020), Una lingua gentile – storia e grafia del napoletano, Napoli, Cronopio, pag. 85

[x] Preply, sondaggio cit.

[xi] Cfr. Ermete Ferraro (2022), Grammatica ecopacifista. Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni

[xii] Cfr. Vandana Shiva (1995), Monocolture della mente: biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica, Torino, Bollati Boringhieri

[xiii] Preply, sondaggio cit.

[xiv] Nel loro sito web aziendale si citano: Point Nine Capital, RTAventures, Full In Partners, Inovo Venture, OWL Ventures, Diligent Capital, Hoxton Ventures e Horizon Capital

© 2024 Ermete Ferraro


Etimostorie #15: SICUREZZA

Uno dei vocaboli più frequentemente usati nei discorsi pubblici e nella comunicazione mediatica, ma anche nelle conversazioni private, è sicurezza. In nome di questa parola/concetto, le nostre società stanno diventando sempre più propense a adottare misure di prevenzione e repressione di tutto ciò che le minaccerebbe, col paradossale risultato di farci vivere in un costante clima di allarme e d’insicurezza. [i]

Se cerchiamo il significato autentico del termine, scopriamo che l’aggettivo originale latino securus era caratterizzato dal prefisso disgiuntivo se– (indicante separazione, privazione) unito a cura, indicante ogni forma di preoccupazione, dubbio, pericolo, difficoltà.[ii]  Ne consegue che una persona sicura dovrebbe sentirsi tranquilla, priva di preoccupazioni ed affanni. Allo stesso modo, una situazione o una realtà concreta dovrebbe essere così indicata quando non susciti ansietà in chi la vive. La ‘sicurezza’, etimologicamente parlando, rappresenterebbe dunque uno stato emotivo, una condizione interiore, di assoluta mancanza di stimoli negativi o, quanto meno, una certa indifferenza nei loro confronti.

«Securitas‘ era la dea romana che personificava la sicurezza, soprattutto quella dell’Impero Romano. Veniva raffigurata sulle monete, spesso con le sembianze di una donna appoggiata ad una colonna, per infondere calma e tranquillità in senso propagandistico, soprattutto nei periodi più insicuri dell’Impero […] Quindi in tale resoconto la ‘securitas’ sembra incarnare quella disattenta indifferenza che Tacito definisce ‘inhumana securitas’, quale disumana mancanza di ogni cura, fondata sull’assenza di ogni discernimento di bene o di male, capace di trascinare con sé ogni senso di responsabilità collettiva o individuale…». [iii]

Questa accezione negativa della parola, senza dubbio meno frequente, ci porterebbe a considerazioni più generali sulla cultura individualista che permea anche la nostra società, in cui sentirsi ‘sicuri’ troppo spesso vuol dire evitare di guardarsi intorno, esorcizzando i problemi e le difficoltà altrui per chiudersi nel proprio egoistico ‘particulare’.

Tornando però al significato positivo di ‘sicurezza’, obiettivo perseguito da quasi tutti coloro che aspirano ad una esistenza più tranquilla e serena, teniamo comunque presente che, se dovessimo tradurre in inglese questa parola italiana, dovremmo scegliere tra due vocaboli: safety e security, il cui senso è piuttosto differente.

«Per comprendere bene la differenza tra Safety e Security, l’elemento fondamentale è l’intenzione. La security si concentra sulla prevenzione e il contrasto di atti dannosi. Si tratta quindi di combattere azioni, spontanee o deliberate, che hanno l’intenzione di nuocere […] Esempi: furto, frode, aggressione, incendio doloso. La safety designa invece tutti i mezzi di prevenzione e di intervento contro i rischi accidentali che possono arrecare danno a persone e cose, ma la cui origine è sempre involontaria. Esempi: calamità naturali, incidenti sul lavoro, incendi elettrici, perdite d’acqua…». [iv]

Non mi sembra una distinzione da trascurare, visto che in questo caso (come accade per altri concetti ben distinti in inglese ma racchiusi in un solo vocabolo italiano, come i binomi policy/politics o economy/economics) la differenza conta non poco quando si tratta di fronteggiare situazioni d’insicurezza niente affatto univoche. Che si tratti di minacce intenzionali e dolose ovvero di rischi accidentali ed involontari, dovremmo comunque adottare misure preventive adeguate. Fatto sta che le persone sembrano solitamente preoccupate della loro security molto più che della loro safety, per cui la loro attenzione sembra concentrarsi maggiormente sulle possibili minacce alla propria sicurezza personale. Spesso, invece, si trascurano gli interventi preventivi nei confronti di eventi considerati accidentali (come alcune disastrose calamità naturali), quasi sempre frutto della nostra quotidiana e colpevole incuria nei confronti dell’ambiente naturale.

Il vocabolo inglese safety, viceversa,ci rinvia etimologicamente al fondamentale concetto di ‘salvezza’, ossia d’integrità, che ha un profondo significato se rapportato alla salvaguardia dei delicati equilibri ecologici o, per usare un lessico religioso, dell’integrità del creato.

«‘Safety’, inizio XIV secolo, savete, “libertà o immunità da danno o pericolo; uno stato o condizione illeso o non danneggiato”, dal francese antico sauvete, salvete “sicurezza, salvaguardia; salvezza; sicurezza, fideiussione”, in precedenza salvetet (XI secolo, francese moderno sauveté), dal latino medievale salvitatem (nominativo salvitas) “sicurezza”, dal latino salvus “illeso, in buona salute, sicuro” (dalla radice PIE *sol- “intero, ben tenuto”). Da fine XIV secolo, (inteso) come “mezzo o strumento di sicurezza, una salvaguardia».[v]

L’aggettivo sicuritario – neologismo spesso utilizzato nel lessico politico – viene tradotto dalla Treccani con: “Finalizzato al mantenimento della sicurezza sociale e dell’ordine pubblico[vi], esprimendo una visione in cui alla legittima ed auspicabile ‘cura’ – nel positivo senso di solidale attenzione per il bene comune, racchiuso nel milaniano I Care – si sostituisce una preoccupata e preoccupante volontà di occhiuto controllo in stile law and order. Dal modello securitario, non a caso, deriva la giustificazione di ogni forma di c.d. ‘difesa preventiva’, sia nel settore della pubblica sicurezza sia in quello dell’organizzazione paramilitare della società, a spese delle garanzie democratiche e della conseguente tutela dei diritti civili e sociali.

La sicurezza auspicabile, insomma, non è l’indifferenza egoistica della tacitiana inhumana securitas, ma neanche l’attuale psicosi securitaria, in nome della quale sarebbe accettabile qualsiasi forma di tutela preventiva anche violenta, in ambito civile e militare, purché si dimostri efficace. 

«Questo clima di incertezza si manifesta attraverso il bisogno dell’individuo di essere e sentirsi al sicuro. La pulsione gregaria, finalizzata alla socializzazione e alla difesa della vita, sfocia così nella pulsione securitaria: il soggetto baratta la propria libertà in cambio della sicurezza […] il soggetto ideologicamente securitario non è malato […] Ma la pulsione securitaria diffusa indica ai soggetti strutturalmente fragili una direzione del proprio disagio […] La società e l’individuo possono sfuggire alla morsa della pulsione securitaria  accettando la bellezza e la sfida del mare aperto, godendo dell’imprevedibilità dell’incontro e rinunciando alla tentazione paranoica di proiettare sullo straniero ciò che risulta di sé indigesto e inaccettabile». [vii]

Occuparsi responsabilmente di noi stessi e degli altri non equivale per niente a fare della preoccupazione quasi uno stile di vita, improntato all’ansia, alla diffidenza e alla paura verso gli altri, le novità e le diversità, rischiando così di alimentare l’aggressività e legittimare una violenza ‘preventiva’.  Una vera safety – intesa come legittima ricerca di una sicurezza personale e collettiva – comporta invece una visione più ampia ed il perseguimento di un rapporto sano ed equilibrato con la comunità umana e con l’ambiente naturale. Perché, come ammoniva anche Papa Francesco: “Nessuno si salva da solo, perché siamo tutti nella stessa barca, tra le tempeste della storia”. [viii]


Note

[i] Cfr. un mio articolo del 2008: “Una sicurezza…manu militari”, Ermetespeacebook.blog – https://ermetespeacebook.blog/2008/06/15/una-sicurezzamanu-militari/

[ii] Cfr. la voce ‘sicuro’ in Etimo.ithttps://www.etimo.it/?term=sicuro  ed in Treccani.ithttps://www.treccani.it/vocabolario/sicuro/

[iii] P. Pieri (2021), “Securitas: la sicurezza quale effetto del bene comune”, Punto Sicurohttps://www.puntosicuro.it/cultura-della-sicurezza-C-136/sicurezza-la-securitas-quale-effetto-del-bene-comune-AR-21108/

[iv] “Dfferenza tra safety e security” (s.d.), Delphi Ethicahttps://www.delphiethica.com/blog/gestione-rischio-e-terrorismo/differenza-tra-safety-e-security.html

[v] Voce ‘safety’ in Etymonline,com  –  https://www.etymonline.com/word/safety  (traduzione)

[vi] Cfr. voce ‘sicuritario’ in Treccani.it  –  https://www.treccani.it/vocabolario/sicuritario_(Neologismi)/

[vii]  A. Calabrese, M. Grimoldi (s.d.), “Difendere la vita: il paradigma securitario”, F.C.P. – Formazione Continua in Psicologia – https://formazionecontinuainpsicologia.it/difendere-la-vita-il-paradigma-securitario/

[viii] Papa Francesco (2022), Messaggio per la Quaresimahttps://www.agensir.it/quotidiano/2022/2/24/papa-francesco-nessuno-si-salva-da-solo-siamo-tutti-nella-stessa-barca-tra-le-tempeste-della-storia/

© 2024 Ermete Ferraro

Un militarismo… futurista?

Analisi Critica del Discorso del gen. Carmine Masiello

Premessa

Ha fatto scalpore il discorso tenuto dal Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale di C.A.  Carmine Masiello, che all’inaugurazione dell’anno accademico degli istituti di formazione dell’Esercito ha deciso di parlar chiaro, affermando che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra” e che quindi la formazione dei futuri soldati può essere impartita solo in una “scuola di guerra[i]. La clamorosa rottura d’un consolidato tabù verbale, che per anni ha evitato l’esplicitazione della destinazione sostanzialmente bellica delle forze armate, edulcorandone la funzione in chiave ‘civile’, ha suscitato prevedibili reazioni critiche tra coloro che fanno parte dell’arcipelago pacifista. Viceversa, le marziali dichiarazioni del generale Masiello hanno sortito un effetto quasi liberatorio sui colleghi delle alte sfere militari, che si sono affrettati a cogliere l’occasione per esternare il loro represso malumore.

CARMINE MASIELLO – SOTTOCAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA

Tra i commenti più importanti, quello del gen. Leonardo Tricarico, ex Capo di stato maggiore dell’Aeronautica, il quale ha approfittato per ironizzare sulle reazioni di chi, avendo in precedenza cercato di «riconvertire l’esercito in una costola della Protezione Civile […] si allarma invece quando un capo di Stato Maggiore richiama l’attenzione generale sulla missione propria delle Forze Armate…»[ii]. Tricarico ha criticato inoltre «l’incultura della difesa dominante» che sarebbe frutto di «scarsa o nulla attenzione che larga parte del mondo della politica dedica alle Forze Armate», concludendo con una tagliente affermazione: «…bene ha fatto quindi Masiello a sfidare l’ipocrisia dominante e a richiamare implicitamente l’attenzione sui doveri elusi da parte di molti». [iii]

Alla sua impennata polemica ha fatto eco l’esternazione di un altro ex-vertice militare, il gen. Marco Bartolini (già comandante della ‘Folgore’), che ha confermato il suo appoggio a Masiello, nelle cui parole non vedeva nessun «assurdo richiamo alla necessità della guerra», ma «semplicemente un richiamo alla realtà”», in contrapposizione a «…un’interpretazione ideologica del dettato costituzionale, secondo cui con l’articolo 11 l’Italia non si limita a ripudiare la guerra, ma ad ‘abolirla’ addirittura facendo ipocritamente finta che si tratti di un fenomeno del passato, anacronistico, che non ci riguarda». Dopo questa scandalizzata affermazione, ha così concluso:

«Masiello ha dato voce, approfittando delle preoccupanti contingenze attuali, a una realtà che per gli addetti ai lavori era nota da sempre ma non si poteva proclamare a chiara voce perché turbava l’opinione pubblica». [iv]

Notiamo che in questi due interventi risuona in sottofondo un giudizio comune: far finta che le forze armate servano a funzioni civili è una dimostrazione di deprecabile ipocrisia. Ebbene, pur dal fronte opposto dei pacifisti nonviolenti, non posso non associarmi a questa valutazi0ne, dal momento che innegabilmente per decenni si è cercato di mistificare il ruolo del sistema militare, conferendogli virtù civili e compiti di supporto alla giustizia, alla sanità ed alla protezione civile che oggettivamente non gli spettano. Ciò che i tre alti ufficiali evitano di dire, però, è che questa ipocrita riverniciatura ‘buonista’ (e in alcuni casi perfino ‘ambientalista’) delle forze armate ha favorito proprio la loro pervasiva infiltrazione a livello sociale e perfino educativo, da un lato legittimandole sul piano democratico e dall’altro spargendo subdolamente semi di cultura militarista nella comunità civile.

Lettura ‘critica’ del discorso del gen. Masiello

L’analisi critica del discorso (ACD – CDA) è da molti anni una pratica che combina varie discipline – dalla linguistica applicata alle scienze sociali, dalla psicologia all’antropologia – per individuare e mettere in luce «…le modalità attraverso le quali il linguaggio rivela, nasconde, riproduce o pone in discussione ideologie di potere e rappresentazioni del sé e degli altri» [v]. Io ho cercato di adattare tale metodologia all’impostazione ecopacifista che ho provato a diffondere in questi anni, soffermandomi in particolare sulla necessità di alimentare una comunicazione nonviolenta proprio a partire da una maggiore consapevolezza di quanto i media ci stiano abituando «ad un’informazione che ricorre frequentemente ad atti linguistici impliciti: indiretti, retorici e convenzionali». [vi]

L’analisi linguistica da un punto di vista ‘pragmatico’, nello specifico, può aiutarci a comprendere come le parole che usiamo sono dei veri e propri ‘atti’, che producono effetti ben precisi sui destinatari. È fondamentale distinguere quelli denominati ‘constativi’ (che descrivono una situazione per cui possono essere veri o falsi) da quelli chiamati ‘performativi’ (che invece realizzano una vera e propria azione pratica e sono quindi valutabili verificando se raggiungono o meno il loro scopo).  Le parole che usiamo, quindi, si configurano come atti sia ‘locutori’ (cioè espliciti, in quanto dicono qualcosa di oggettivo), sia ‘illocutori’ (nella misura in cui si propongono una certa funzione) o anche ‘perlocutori’ (se vogliono produrre nei destinatari effetti sul piano emotivo).

Fatta questa breve premessa metodologica, vorrei ora provare a fornire una lettura critica del discorso del generale Masiello non tanto a livello banalmente ideologico (dando per scontata l’inconciliabilità tra le sue reboanti dichiarazioni in chiave militarista e la mia formazione antimilitarista e nonviolenta), quanto sul piano dell’analisi strutturale di quel testo, apparentemente un’elocuzione spontanea e diretta ma in effetti ben costruita nella sua articolazione e nella scelta dei toni adoperati.  Per farlo ho provato ad evidenziare al suo interno alcune ‘parole chiave’ (sostantivi, attributi e verbi), verificandone la ricorrenza, ed incasellandole in una tabella che distinguesse quelle di segno positivo da quelle esprimenti valutazioni negative. Con tale analisi critica, inoltre, ho cercato di verificare se dal primo elenco di locuzioni affiori una ‘visione’ più ampia, una concezione ideologica complessiva

Devo dire che la mia prima impressione, ascoltando e leggendo quel discorso, è stata quella di un appello di tono vagamente ‘futurista’, finalizzato a rompere le convenzioni ipocrite del linguaggio politically correct, per lanciare ai soldati (ma anche all’opinione pubblica) un messaggio provocatorio.  Quella sensazione iniziale mi è stata confermata dall’analisi delle parole-chiave emergenti dalla suddetta filippica del capo dell’Esercito. Da esse infatti trasuda non solo polemica verso i precedenti governi ‘progressisti’, ma anche risentimento nei confronti dei politici che hanno ridimensionato il peso della forza armata di terra, per di più attribuendogli funzioni assai poco marziali. Ma quali sono le caratteristiche stilistiche della retorica futurista con le quali cui possiamo cercare analogie?

«AZIONE, VELOCITÀ’ E ANTIROMANTICISMO […] Filippo Tommaso Marinetti viene a formulare il suo programma di rivolta contro la cultura del passato proponendo un azzeramento su cui elevare una concezione della vita integralmente rinnovata. I valori su cui intende fondarsi la visione del mondo futurista sono quelli del dinamismo, della velocità e dello sfrenato attivismo, considerati come distintivi della moderna società industriale, che ha il suo emblema nel mito della macchina…» [vii] .

Ebbene, basta dare una scorsa al campo semantico delineato dalla tabella 1 per rendersi conto di come è possibile ritrovare nel discorso del generale alcuni elementi tipici di quell’ideologia futurista

Tab. 1 – AREA SOSTANTIVI POSITIVI

GUERRA 4      TEMPO 4         LEADER 3      COMANDANTE 3     ERRORE 3             
MISSIONE 2   PROATTIVITÀ 2  TECNOLOGIA 2   ADDESTRAMENTO  2   VALORE  2   REGOLA 2  
REALTÀ   RIVOLUZIONE   FUTURO   MENTE   SFIDA SCELTA LOCOMOTIVA CAMBIAMENTO VISIONE BATTAGLIA TRASFORMAZIONE AVANGUARDIA   IMPEGNO    ISTITUZIONE MENTALITÀ   CAMPAGNA MULTIDOMINIO   DOTTRINA   ORDINE INIZIATIVA ESEMPIO   FORZA DISCIPLINA EVOLUZIONE VELOCITÀ

Provo a sintetizzare alcune osservazioni che scaturiscono da questo quadro:

  1. Preoccupazione per il trascorrere del tempo, con l’incalzare di situazioni di crisi sottovalutate, cui la politica avrebbe dato finora risposte deboli ed insufficienti.
  2. Necessità pertanto d’imprimere una molto maggiore velocità ad un processo di cambiamento e trasformazione delle forze armate, arrivando ad ipotizzare una vera e propria rivoluzione rispetto al passato.
  3. Senso della realtà ma anche proiezione in una dimensione di futuro prossimo, che richiede non solo decisioni veloci, ma proattività, cambio di mentalità e capacità d’iniziativa.
  4. Priorità della tecnologia (le ‘macchine’…), per non essere soltanto al passo coi tempi, bensì all’avanguardia.
  5. Centralità della guerra nella missione delle forze armate, che conseguentemente hanno bisogno di leader autorevoli e comandanti di valore.
  6. Risposta a tale sfida epocale modernizzandole, ma senza dimenticare che quella militare resta comunque una istituzione, che richiede esempio, impegno, forza, ma principalmente regole e disciplina.

Anche se andiamo ad esaminare i campi semantici che racchiudono gli attributi ed i verbi che ho evidenziato nel testo del discorso, abbiamo una conferma di questa impostazione.

Tab. 2 -AREA ATTRIBUTI E VERBI POSITIVI

  • Valorizzazione di ciò che è tecnologico, moderno, nuovo, alternativo eche quindi si rivolge soprattutto ad un mondo giovane.
  • Insistenza – di stampo altrettanto futurista – su aggettivi come veloce e proattivo, avverbi come presto e subito e verbi come correre, innovarsi e cambiare.
  • Scampoli di retorica militarista, che traspare da attributi come addestrato, vittorioso, interforze e da verbi quali servire, rischiare, superare e addestrarsi.

I nemici da battere…

Se dalle parole del capo di stato maggiore dell’Esercito emerge prepotentemente una prospettiva ‘futurista’ per le nostre forze armate, non meno chiara è l’impostazione ‘passatista’ contro la quale scaglia i suoi strali polemici.

«Non è difficile comprendere che l’ottica futurista, in quanto palesemente antiborghese, si pone contro la tradizione, il perbenismo e la democrazia. Al contrario inneggia ad atteggiamenti ribelli e liberatori che sottintendono un deciso disprezzo dei sentimenti. I futuristi sono a favore della guerra al punto da definirla la ‘sola igiene del mondo’ […] la guerra è considerata l’unico ‘strumento’ possibile per distruggere il vecchio mondo, presupposto fondamentale per poterne costruire uno totalmente nuovo …». [viii]

Come emergeva già nel 1909 dal marinettiano ‘Manifesto del Futurismo’ [ix], infatti, la sfida che il suo avanguardistico movimento lanciava alla società era rivolta alla tradizione, all’immobilità, alla paura del cambiamento ed al buonismo perbenista. Anche dal discorso del generale Masiello, peraltro, affiora una vena polemica di rottura col passato più recente delle forze armate, contrastando quindi l’ipocrita edulcorazione della loro ‘missione’ e le tradizionali remore e fissità di chi non sa osare. Sarebbero esse, insomma, che frenano il cambiamento e mal rispondono all’incalzante sfida della modernità e dell’efficientismo tecnologico. 

Nelle seguenti tabelle 3 e 4 sono raggruppati i termini usati da Masiello proprio per sottolineare i disvalori contro i quali bisognerebbe battersi per una modernizzazione ed efficientizzazione dell’arma di terra.  Esse sono un’utile sintesi per comprendere contro quale bersaglio Masiello scaglia i suoi dardi critici, subito supportato da altri ex comandanti, che non hanno perso l’occasione per unirsi alla sua polemica.

Tab. 3 – AREA SOSTANTIVI NEGATIVI

Tab. 4 – AREA ATTRIBUTI E VERBI NEGATIVI

BUROCRATICO RASSICURANTE GERARCHICO
RALLENTARE DEVIARE

Dal confronto tra le due tabelle – ovviamente molto più scarne in quanto esprimono valutazioni solo negative – non è difficile individuare quali sarebbero i ‘nemici’ da battere, secondo l’attuale ‘leader’ dell’Esercito Italiano. Non a caso sono gli stessi che un secolo fa i Futuristi additavano al pubblico disprezzo come le forze oscure che si opponevano alla loro ‘rivoluzione’.  Al dinamismo frenetico, al culto della velocità ed all’attivismo predicato e praticato da quegli avanguardisti del ‘900, infatti, facevano da contraltare sostanzialmente due peccati originali della dirigenza politica liberale: la paura del cambiamento, il perbenismo borghese ed il freno ad ogni esperienza innovativa, dovuto anche al peso della burocrazia. Sono praticamente gli stessi difetti che il generale Masiello attribuisce al sistema politico italiano. Tra i sostantivi dell’area semantica negativa, infatti, al primo posto (con 7 occorrenze) c’è proprio la burocrazia, seguita a ruota dalla paura. Seguono un gruppo di caratteristiche strutturali del sistema democratico, come il primato della politica ed il ricorso alla diplomazia, cui si aggiungono i difetti ricorrenti nella gestione della cosa pubblica, come inefficienze, storture, schematicità, timore e fissità.

Il dinamismo efficientista del modello manageriale e tecnocratico di Masiello entra così in evidente conflitto con quello burocratico, rassicurante e gerarchico della dinamica politica moderata, fatta di compromessi e di mezze verità. Secondo il gen. Tricarico, Masiello avrebbe dato coraggiosamente voce ad “una realtà che per gli addetti ai lavori era nota da sempre ma non si poteva proclamare a chiara voce perché turbava l’opinione pubblica”. Cominciando dal superamento del tabù verbale connesso alla parola ‘guerra’, dunque, la sua ‘locomotiva del cambiamento’ si avvia a travolgere il buonismo ipocrita di chi vorrebbe rallentare quella corsa e deviare quell’indispensabile cambiamento.

Alcune osservazioni finali

Il nocciolo tematico del discorso del gen. Masiello è racchiuso in una frase che, con indubbia efficacia retorica, ma adoperando un tono informale, egli ha scandito in apertura, di fronte a centinaia di allievi e quadri militari che lo ascoltavano attenti:

«La nostra missione non è creare burocrazia, non è vivere nella burocrazia, non è vivere per la burocrazia. L’esercito è fatto per prepararsi alla guerra. Punto. Quindi questo deve essere un messaggio molto chiaro che dovete avere tutti in testa: fino a qualche anno fa, era una parola che non potevamo utilizzare. Oggi la realtà ci ha chiamato a confrontarci con la guerra, questo non vuol dire che l’esercito vuole la guerra ma vuol dire che noi ci dobbiamo preparare e più saremo preparati per la guerra e maggiori probabilità ci saranno che ci sia la pace». [x]

Il messaggio apertis verbis del capo dell’Esercito, dunque, potrebbe essere sintetizzato in due espliciti moniti ai soldati di domani: (a) è finito il tempo delle mezze frasi ipocrite e della paura di esplicitare la funzione bellica delle forze armate; (b) i militari non vogliono la guerra ma, da seri professionisti, devono saperla gestire al meglio, con competenza, preparazione, capacità tecnologica e determinazione.  Il sasso nello stagno – complice l’attuale clima politico apertamente destrorso – è stato gettato ed ha prodotto – al di là del plauso di alti ufficiali in pensione – le prevedibili reazioni sdegnate di chi condanna la guerra ma, poco coerentemente, si guarda bene dal mettere in discussione il complesso militare industriale che la genera e la rende non solo possibile, ma tragicamente attuale.

Tornando però all’analisi pragmatica del discorso di Masiello, al suo interno troviamo, in varia misura, le tre categorie di atti linguistici cui accennavo in precedenza. Sono di tipo locutorio le affermazioni che, in modo esplicito, ci parlano di qualcosa di oggettivo, come nel caso del ridimensionamento organizzativo e finanziario dell’esercito, ma anche della sua progressiva trasformazione in qualcosa di diverso ed anomalo, conferendogli funzioni ‘vicarie’ in materia di assistenza, di pubblica sicurezza e di protezione civile. Altro elemento locutorio è il dato di fatto che la guerra è diventata sempre più ibrida, richiedendo sia eserciti numerosi e addestrati a battaglie tradizionali, sia contingenti addestrati all’uso di tecnologie digitali, robotiche e perfino a modalità non convenzionali.

«Se guardiamo l’Ucraina, che prendo come esempio, vi è un mix di guerra antica – le trincee che avevamo completamente dimenticato, i campi minati, i rotoli di filo spinato, il fango – e poi c’è il futuro, la guerra cibernetica, la guerra spaziale: ci sono i droni e tutte le loro varianti, c’è la disinformazione, la guerra delle menti. La mente nostra, dei militari e dei civili, è diventata ormai parte del campo di battaglia» [xi].

Risultano invece illocutorie le parti del suo discorso in cui egli si propone specifiche funzioni (denuncia, stimolo, richiamo ai doveri dei militari ma anche al superamento di un modello gerarchico-burocratico pesante e poco efficiente). Ne riporto di seguito due esempi:

«Però non si può fermare l’evoluzione positiva di un’organizzazione per il rischio personale, non mi interessa il destino di ognuno, non mi interessa la carriera del singolo, mi interessa l’organizzazione che deve cambiare. Lo dico per il bene dell’Esercito lo dico per il bene dei nostri soldati e delle loro famiglie […] Non fatevi criticare, che l’esercito italiano non è pronto per questi scenari. Nessun esercito è pronto per questi scenari! tutti si erano concentrati su queste famose operazioni di sostegno alla pace, tutti guardavano a quegli scenari, nessuno ha avuto la visione di capire quello che stava succedendo. Era comodo fare operazioni di sostegno alla pace, in primis perché costano di meno».[xii]

Sono infine evidenti – e numerosi – anche gli aspetti perlocutori, miranti a produrre sugli ascoltatori effetti sul piano emotivo (indignazione, insofferenza per la diminutio dell’arma di terra, fiducia nel nuovo leader, apertura mentale ad un futuro meno burocratico e più attivistico). Di seguito alcuni passi che mi sembrano andare in quel senso.

«…alla reattività si deve affiancare la proattività. Perché se ci limitiamo a reagire, fra 15-20 anni qualcuno di voi che sarà il mio posto avrà gli stessi problemi che io ho adesso, perché sarà cambiato lo scenario e non lo avremo previsto, perché ci saremo concentrati sulla reazione a quello che sta succedendo […] Queste regole, questi valori sono sulle nostre stellette. Le portiamo sul bavero, e sono quelli che ci rendono uniti, sono la nostra forza, sono quelli che fanno la differenza fra la nostra istituzione e un’organizzazione. Sono quelli per i quali quando si è in una crisi quando il paese è in difficoltà, sentite dire “chiamate l’esercito”, non dimenticatelo mai. […] Non tollerate che vengano messe in discussione le nostre regole, sono la garanzia della nostra essenza e della nostra sopravvivenza […] Non servono leader e comandanti che si servono dei propri uomini. Servono leader e comandanti che servono i propri uomini».[xiii]

Concludo con qualche osservazione sul senso di tali esternazioni, solitamente non consentite a coloro che, tradizionalmente, sono stati “usi obbedir tacendo e tacendo morir”. In primo luogo sfaterei la diffusa sensazione che il discorso del generale Masiello costituisca un caso unico di fuoruscita dal recinto del politicamente corretto dove sarebbero stati confinati i militari. In realtà da decenni la voce degli esponenti delle forze armate risuona con toni critici verso le scelte della politica. La differenza è che, se prima si trattava di manifestazioni di scontento relegate in documenti ufficiali, ‘interni’, o in illegibili libri bianchi della Difesa, in questo caso il clamore è stato mediatico. Uno scalpore suscitato, inoltre, dal fatto che la requisitoria contro l’immobilismo della politica proviene da un vertice in carica e non un generale transitato alla politica, come nel caso del gen. Vannacci.

In secondo luogo, come esponente di uno storico movimento pacifista, devo notare che il gen. Masiello ha esplicitato, senza dubbio in modo plateale, ciò che stava già avvenendo sotto i nostri occhi, ma senza suscitare particolari reazioni nell’universo c.d. progressista. Se è innegabile che negli ultimi anni, ed in particolare all’Esercito, sono state attribuite funzioni estranee alla sua natura, è altrettanto vero che ciò risponde ad una strategia politica ben precisa. In precedenti articoli mi ero già soffermato su tale tendenza ‘camaleontica’, che vorrebbe privare le forze armate italiane della loro grinta bellicosa, mediante un restyling che le faccia apparire una struttura rassicurante, al servizio della pace, della sicurezza interna e perfino della protezione civile e ambientale.[xiv]  La continua penetrazione soprattutto dell’esercito nelle nostre realtà sociali e formative è frutto di questo mimetismo subdolo ed opportunista, poco apprezzato però dai generaloni con greca e medaglie.

Ebbene, per chi vorrebbe smilitarizzare la società lo smascheramento del goffo tentativo della politica di ‘civilizzare’ i militari potrebbe essere, tutto sommato, un salutare calcio all’ipocrisia di chi stava cercando di ‘normalizzare’ le forze armate. Fatto sta che la deflagrazione dei conflitti bellici ha cambiato bruscamente gli scenari e non c’è da meravigliarci se quegli equilibri sono saltati, per cui qualcuno ha dovuto ricordarci che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra”. Forse è proprio vero che, per citare un’espressione evangelica, “oportet ut scandala eveniant”…


Note

[i]  Il testo integrale del discorso è riportato nell’articolo: “L’esercito è fatto per prepararsi alla guerra”. Il discorso del generale Masiello che scuote i militari”, ADNKRONOS, 09.11.2024 https://www.adnkronos.com/cronaca/lesercito-e-fatto-per-prepararsi-alla-guerra-il-discorso-del-generale-masiello-che-scuote-i-militari_2IgF6KxCcHYTieeaHHZNn

[ii] “Il discorso del generale Masiello piace agli esperti militari” , ADNKRONOS, 09.11.2024 https://www.adnkronos.com/cronaca/lesercito-e-fatto-per-prepararsi-alla-guerra-generali-daccordo-con-capo-sme-masiello_3Etg6pLo6FaMD8sJoNILo5?refresh_ce

[iii] Ibidem

[iv] Ibidem

[v]  Paola GIORGIS (2015), “Analisi critica del discorso (Critical Discourse Analysis – CDA)”, Center for Intercultural Dialogue, No. 51 https://centerforinterculturaldialogue.org/wp-content/uploads/2016/07/kc51-cda_italian.pdf . Vedi anche: Giuseppe MANTOVANI (2008), Analisi del discorso e contesto sociale – Teorie, metodi e applicazioni, Bologna, il Mulino

[vi] Ermete FERRARO (2022), Grammatica ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, p.148

[vii] “Innovazioni formali dei futuristi” (2016), Bald Mountain Literature, https://bmliterature.altervista.org/blog/innovazioni-formali-dei-futuristi/  (grassetto mio)

[viii] “Futurismo in letteratura: caratteristiche ed esponenti”, https://udine.unicusano.it/studiare-a-udine/futurismo-in-letteratura/#:~:text=Non%20%C3%A8%20difficile%20comprendere%20che,un%20deciso%20disprezzo%20dei%20sentimenti.

[ix][ix] Filippo Tommaso MARINETTI (1909), Il Manifesto del futurismo. https://archive.org/stream/marinetti-manifesto-del-futurismo-1909/1909%20ansf_op_d_0044_djvu.txt

[x]  Vedi il testo completo, riferito dall’ADN Kronos e citato nella nota 1

[xi]  Ibidem

[xii] Ibidem

[xiii]  Ibidem

[xiv] Cfr a tal proposito, sul mio blog Ermete’s Peacebook: Ermete FERRARO (2020), “Il Militarismo Eterno” ( https://ermetespeacebook.blog/2020/09/20/il-militarismo-eterno/ ) e Idem (2022), “Camaleonti con le stellette” ( https://ermetespeacebook.blog/2022/02/09/camaleonti-con-le-stellette/ )

Etimostorie #14: VIOLENZA & VENDETTA

Stiamo vivendo una fase storica particolarmente contrassegnata, a tutti i livelli, da esplosioni di violenza e dall’emergere di vecchi rancori e mal celate pretese di vendetta. Ecco perché – oltre a cercare di sconfiggere queste pulsioni distruttive, proponendo teorie e pratiche alternative, in quanto costruttive e nonviolente – propongo una riflessione linguistica anche su queste due terribili parole-chiave. Il concetto di violenza (fr. violence – ingl. violence – sp. violencia – port. violência – rum. violență – ted. gewalt), infatti, è fondamentale per comprendere quello ad esso contrapposto, e quindi l’indagine etimologica può aiutarci a scoprire aspetti meno evidenti d’una parola di uso comune, ma raramente approfondita.

Quasi tutte le fonti concordano sul fatto che – una volta scisso dai suffissi latini –are, –entia ed –entus/a/um che denotano verbo, sostantivo e relativo attributo – il cuore della parola resta VIO-, a sua volta derivato: «dalla radice proto-italica wīs, “forza, violenza”, (da cui anche vis, “forza, violenza”), discendente del proto-indoeuropeo *wéyh₁s, “forza, veemenza». [i]   Il vocabolo latino di diretta derivazione, cioè vis (forza), attraverso la forma Fìs richiamerebbe quello greco con lo stesso significato βία (che si pronuncia ‘vìa’), a sua volta derivato dal già citato termine sanscrito wayah (forza giovanile).[ii]

Una connotazione di eccessività e d’impetuosità è sottolineata dall’inserto latino -lentus /-lentia, distinguendo così la violenza dal puro e semplice esercizio della forza. Infatti, si può parlare di violenza quando siamo di fronte ad un suo ‘abuso’, come sottolinea la Treccani.

 «Atto o comportamento che faccia uso della forza fisica (con o senza l’impiego di armi o di altri mezzi d’offesa) per recare danno ad altri nella persona o nei beni o diritti. In senso più ampio, l’abuso della forza (rappresentata anche da sole parole o da sevizie morali, minacce, ricatti), come mezzo di costrizione, di oppressione, per obbligare cioè altri ad agire o a cedere contro la propria volontà». [iii]

In questo drammatico periodo, la sanguinosa e sproporzionata reazione armata scatenata dallo Stato d’Israele nell’area territoriale palestinese di Gaza (ma anche in Cisgiordania, in Libano ed anche in Siria, non senza mirare all’Iran…) ci induce ad approfondire tale concetto anche nell’ambito delle lingue semitiche, sempre più veicolo di reciproche invettive. La prima scoperta, particolarmente significativa, è che uno dei vocaboli dell’ebraico classico che esprimono questo concetto è חָמָס (ḥāmās), uno dei termini maggiormente ricorrenti nella tradizione vetero-testamentari, proprio col significato di violenza fisica e morale, errore, oppressione, danno, ingiustizia.[iv] Da un’altra ricerca apprendiamo inoltre che:

«Ḥamās, acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al Islāmiyya  (in arabo حركة المقاومة الاسلامية‎?, Movimento Islamico di Resistenza, ovvero  حماس «entusiasmo, zelo, spirito combattente») è un’organizzazione politica palestinese islamistasunnita e fondamentalista, centrale nel conflitto israelo-palestinese».[v]  

Ebbene, benché in effetti si tratti solo della sigla di un’organizzazione politico-militare islamica, non sfugge che alle orecchie di chi parla o comunque pratica la lingua ebraica (secondo stime sarebbero in tutto 9 milioni) [vi] ogni volta che si nomina Hamàs (sui quotidiani e nei radio/telegiornali o sui media informatici) possa affiorare un’atavica ostilità verso chi già nel nome – volontariamente o meno – sembrerebbe alludere a strategie violente. Inoltre, una ricerca etimologica sul nome stesso del martoriato territorio palestinese  denominato ‘Striscia di Gaza’ e del suo omonimo capoluogo – l’antica capitale della decapoli dei Filistei – ci mette sotto gli occhi anche un altro impressionante dato linguistico:

«Il nome “Gaza” appare per la prima volta dai documenti militari del faraone Thutmose III d’Egitto nel XV secolo a.C. […] Nelle lingue semitiche, il significato del nome della città è “feroce, forte”…» [vii].

Consultando un lessico ebraico, infatti, riscntriamo che uno dei sinonimi di ḥāmās risulta proprio la parola גָּזַל (gāzal), traducibile – oltre che con ‘violenza’ – anche con: rovina, cattura, esercizio della forza. [viii] Un nuovo elemento che apre uno spiraglio su come – nel terribile perpetuarsi di conflitti storici – anche il linguaggio possa subdolamente alimentare rancori e fondamentalismi. Arrivare alle radici semantiche delle parole, pertanto, ci fa capire cose che altrimenti ci sfuggirebbero, aiutandoci a comprendere quanto invece sarebbe importante utilizzare linguaggi di pace e condivisione anziché di guerra e divisione.

Anche il secondo termine da analizzare, vendetta (ing. vengeance e revenge – fr. vengeance – sp. venganza – port. vingança) sembrerebbe strettamente collegato col primo, condividendone l’etimologia oltre ad appartenere al medesimo campo semantico. ‘Vendicare’, infatti, deriverebbe dalla stessa radice, in quanto in latino vim-dicare può essere inteso come raccontare o dimostrare a un giudice la violenza subita. Va detto però che, secondo alcuni dizionari etimologici, l’origine della parola e del verbo relativo potrebbe essere diversa:

«…dal lat. vindicare – venum-dicare, composto di venum, che ha il significato originario di prezzo e dicare, proferire, offrire […] Però il significato giuridico di vindex vindice fu quello di mallevadore, garante, riscattatore e poi ne vennero gli altri, e vindicta si disse l’atto della redenzione o liberazione…» [ix]

Fatto sta che, anche se il senso di vindicare fosse stato inizialmente quello di denunciare una violenza, la sovrapposizione del concetto latino di venus (da cui venum dare, cioè dare valore e quindi vendere) ne ha comunque influenzato il significato. La possibilità di ‘riscattare’ una violenza compiendone un’altra – in fondo l’idea di vendetta più comune – ha ingenerato quella di ‘giusta punizione’ e perfino di ‘castigo divino’ [x], conferendole addirittura un alone etico-religioso. Non a caso, tornando alla tradizione vetero-testamentaria, il vocabolo ebraica נָקַם nâqam, identifica la vendetta con la punizione [xi] e perfino nel Nuovo Testamento il corrispondente termine greco più utilizzato è δίκη (dìke), indicante sia giustizia e diritto, sia sentenza e punizione.

Fatto sta che da migliaia di anni si continua a legittimare la violenza come se fosse possibile riparare un danno, un’ingiustizia o un’aggressione arrecando agli avversari ulteriori danni ingiustizie ed aggressioni, come è peraltro attestato da significative locuzioni popolari come, ad esempio, “ripagare con la stessa moneta”.  L’idea perversa che la vita, oltre i beni, possano essere ‘riscattati’ (dal lat. re-ex-captare, ossia riprendersi indietro, ricomprare) utilizzando la violenza vendicativa, una forza distruttiva uguale e contraria, è ahimé ben lontana dall’essere scomparsa. Millenni di predicazione religiosa – cristiana ma anche appartenente alla tradizione induista e buddista[xii] – non sembrano purtroppo aver ancora spezzato quell’assurda e feroce catena di odio ripagato con altro odio.

Eppure dovremmo essere ormai consapevoli che “occhio per occhio e il mondo diventa cieco”, per citare la nota frase di Gandhi. Ecco perché dovremmo adoperarci sempre più per contrapporre la lungimiranza e la forza costruttiva della nonviolenza attiva alla barbarie della ‘violenza cieca’. Una spirale di odio che ci sta trascinando nel baratro, anche per colpa di quelle “guide cieche” (ὁδηγοὶ τυφλοὶ / hodegòi typhlòi ) [xiii] – che Gesù di Nazareth duemila anni fa ci ammoniva a non seguire, ma che troppo spesso l’umanità ha assunto come modelli e ‘condottieri’.


[i] Cfr. https://it.wiktionary.org/wiki/violare

[ii] Cfr. anche D. Olivieri, Dizionario Etimologico Italiano, Milano, 1965

[iii] Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/violenza/

[iv] Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/h2555/kjv/wlc/0-1/  e https://www.blueletterbible.org/lexicon/h2554/kjv/wlc/0-1/

[v]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Hamas

[vi]  Cfr. https://talkpal.ai/it/quante-persone-parlano-ebraico-e-dove-viene-parlato/

[vii]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Gaza#:~:text=Il%20nome%20%22Gaza%22%20appare%20per,%C3%A8%20%22feroce%2C%20forte%22.

[viii]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/search/search.cfm?Criteria=violence&t=KJV#s=s_lexiconc

[ix]  Cfr. https://www.etimo.it/?term=vendicare&find=Cerca

[x]  Cfr. https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/V/vendetta.shtml  ma anche, in inglese: https://www.etymonline.com/word/vengeance  e https://www.merriam-webster.com/dictionary/vengeance

[xi]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/search/search.cfm?Criteria=vengeance&t=KJV&lexcSt=2#s=s_lexiconc e https://www.blueletterbible.org/lexicon/h5358/kjv/wlc/0-1/

[xii] Cfr. https://confronti.net/2018/09/colpa-pena-e-perdono-la-prospettiva-induista/

[xiii] Cfr. Mt 23:16 e Lc 6:39


© 2024 Ermete Ferraro

Sostiene san Giacomo…

Un messaggio che ci viene da lontano

Ê da poco (21 settembre) che abbiamo celebrato la Giornata internazionale della Pace [i], ricordando con iniziative pubbliche i valori ed i metodi della nonviolenza attiva, sebbene quotidianamente sommersi dalle ‘cattive novelle’ di nuovi bombardamenti, scontri sanguinosi, catastrofi umanitarie e devastazioni ambientali. Ecco perché la liturgia della domenica successiva è risuonata ancora più significativa, già ascoltando i versetti della prima lettura («Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta…» Sap. 2:12), ma soprattutto quando ci ha riproposto di seguito un brano che trovo particolarmente attuale ed efficace, tratto dalla lettera di Giacomo:

«Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia.  Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.» (Gc. 3,16-4,3).

Immersi come siamo nelle complesse analisi politologiche e nelle approfondite ricerche sull’origine e le dinamiche delle guerre – di cui si alimentano scientificamente i peace studiesqueste poche ma essenziali frasi, scritte due millenni fa dall’apostolo Giacomo il Giusto [ii], potrebbero forse apparire moralistiche o comunque semplicistiche. Credo invece che andrebbero ben ponderate, proprio per cercare di comprendere la fratricida logica della violenza e della guerra. Ovviamente serve anche una lettura più attenta ed accurata dei brani citati, avvalendoci del supporto filologico del testo originale in lingua greca, in modo da cogliere la radice semantica di alcune parole-chiave.

Alle radici della violenza

Secondo Giacomo, all’origine dell’aggressività distruttiva, ci sono fondamentalmente due diffusi atteggiamenti mentali (la ‘gelosia’ e lo ‘spirito di contesa’), capaci di suscitare le ‘passioni’ che, a loro volta, provocano ‘guerre e liti’. Scendendo in profondità nella psiche umana, l‘apostolo sembra poi individuarne due moventi ben precisi: da un lato il ‘desiderio di possedere’, spesso frustrato, dall’altro la frequente tendenza a cercare un modo sbrigativo per ‘ottenere’ ciò che si desidera, e che quindi ci rende ‘invidiosi’.  Ebbene, tutti questi termini assumono un senso più preciso e completo se li raffrontiamo con le parole greche originali e le loro rispettive radici etimologiche.

Ciò che è stato tradotto con ‘gelosia’, ad esempio, corrisponde al vocabolo greco ζῆλος (zèlos), che ha un significato molto vario e sfumato, che va da ‘eccitamento della mente, ardore, fervore (a favore di qualcuno oppure contro qualcosa)’ a ‘rivalità invidiosa e polemica’ e, appunto, ‘gelosia’ [iii].  In ogni caso, la radice della parola indica che si tratta di un’emozione forte, bruciante, che fa ribollire in sangue e spinge ad agire d’impulso. [iv]  L’altro termine, reso con ‘spirito di contesa’ (o, in altre versioni, con ‘conflitto’ ‘faziosità’ o ‘partigianeria’) traduce ἐριθεία (erithéia),vocabolo greco dal senso altrettanto variegato, che suggerisce comunque il perseguimento di modalità di soluzione dei conflitti poco pulite, intriganti e palesemente di parte. Mentre nel primo caso l’aggressività origina da un’emozione, nel secondo si tratta di un atteggiamento deliberato, volutamente polemico e fazioso. Entrambi però, secondo Giacomo, alimentano quelle “passioni che fanno guerra nelle (nostre) membra”, espressione che in nell’originale era: “Πόθεν πόλεμοι καὶ μάχαι ἐν ὑμῖν οὐκ ἐντεῦθεν ἐκ τῶν ἡδονῶν ὑμῶν τῶν στρατευομένων ἐν τοῖς μέλεσιν ὑμῶν”, laddove il termine greco ἡδονή (hedoné)indica i desideri istintuali, smodati, legati al piacere. Sono loro che “combattono” (il verbo originale è στρατεύω / stratèuo) dentro di noi prima ancora di manifestarsi violentemente all’esterno, sotto forma di “πόλεμοι καὶ μάχαι, tradotto in italiano con “guerre e liti”.  In effetti, πόλεμος (pòlemos) – equivalente all’ebraico מִלְחָמָה (milchamà)indica il vero e proprio conflitto bellico, cioè la guerra[v], mentre μάχη (màche) è un termine più generico, rendibile con: combattimento, lotta, battaglia, controversia [vi]. In ogni caso, questi conflitti violenti, sostiene affondano la loro radice già dentro di noi ed è là che vanno individuati, per cercare risposte alternative, che non si limitino a non essere distruttive, ma costruiscano relazioni pacifiche.

Come si costruisce la pace

Nella prima parte del brano citato della lettera, Giacomo ci suggeriva come superare lo stato di ‘disordine’ ed ‘ogni sorta di cattive azioni’,provocate appunto da ‘gelosia e spirito di contesa’. Nel testo originale greco le prima delle due parole-chiave è ἀκαταστασία (akatastasìa),traducibile con: “instabilità, stato di disordine, disturbo, confusione, tumulto”. [vii], mentre la seconda espressione “πᾶν φαῦλον πρᾶγμα(pàn phàulon pragma) caratterizza questo genere di azioni con un aggettivo greco che significa sostanzialmente “eticamente cattivo, malvagio[viii], ma anche “ordinario”, “comune”, quasi a sottolineare un’innata e diffusa tendenza umana alla cattiveria.

Ma per costruire l’alternativa di pace ad un mondo di violenze e guerre – afferma Giacomo – non serve la σοφία (sophìa), cioè una saggezza puramente umana, classificata come “terrena, animale, diabolica” (per mutuare la traduzione latina nella Vulgata degli aggettivi greci “ἐπίγειος ψυχική δαιμονιώδης”). La vera Sapienza, invece, ci “viene dall’alto (ἄνωθεν κατερχομένη) ed ha precise caratteristiche, puntualizzate da sei aggettivi greci: ἁγνός – εἰρηνικός – ἐπιεικής –εὐπειθής – ἀδιάκριτος – ἀνυπόκριτος. Solo questi atteggiamenti e comportamenti, infatti, possono essere all’origine di quei ‘frutti buoni’ (καρπῶν ἀγαθῶν) che noi chiamiamo pace. Ma, etimologicamente parlando, a che cosa si riferiscono con precisione questi sei attributi?

  • ἁγνός (agnòs) si può tradurre con: sacro, puro, casto, incontaminato, innocente [ix];
  • εἰρηνικός (eirenikòs) è ancora più trasparente, indicando appunto l’essere pacifico, amante della pace ma soprattutto apportatore di pace [x];
  • ἐπιεικής (epieikés) significa: equo, giusto, dolce, gentile, moderato, paziente, mite [xi];
  • εὐπειθής (eupeithés) ha il duplice significato di docile, ubbidiente, ma anche di convincente e capace di persuasione [xii] ;
  • ἀδιάκριτος (adiàkritos) è tradotto consenza ambiguità, incertezza, ma soprattutto con imparziale, non giudicante [xiii];
  • ἀνυπόκριτος (anypòkritos), infine, come il precedente usa la particella negativa iniziale per indicare chi non fa uso dell’ipocrisia, ed è quindi sincero, non-finto.

Sintetizzando, per san Giacomo la ‘sapienza’ che dovrebbe ispirarci per rifuggire dalle guerre e scongiurare la conflittualità violenta è quindi caratterizzata da: innocenza, ricerca della pace, mitezza, docilità, imparzialità e sincerità. Tutte virtù poco praticate già ai tempi Iontani in cui l’apostolo scriveva la sua lettera, ma che erano e restano i segni caratteristici del messaggio evangelico. Quella ‘buona notizia’ di salvezza, sempre più sommersa purtroppo da quelle cattive, che ci parlano di atteggiamenti e comportamenti sempre più amorali, spregiudicati e violenti, ma che, nonostante tutto, i seguaci di Cristo non dovrebbero mai tradire.

La nonviolenza attiva, anche in senso laico, s’ispira a quegli stessi valori, che sono alla base della proposta di società più giusta ecologica e pacifica, ben sapendo che la violenza – a tutti i livelli – è sempre frutto di pulsioni interne che l’umanità – con tutta la sua ‘sapienza’ e conoscenza acquisita – dovrebbe ormai saper dominare, se non vuole esserne dominata e annientata.


[i] Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/International_Day_of_Peace

[ii] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_il_Giusto

[iii] Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g2205/kjv/tr/0-1/

[iv] Cfr. https://it.wiktionary.org/wiki/zelo#:~:text=Etimologia%20%2F%20Derivazione&text=dal%20latino%20tardo%20z%C4%93lus%20passando,%2Dati%2C%20riscaldarsi%2C%20bollire.

[v]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g4171/kjv/tr/0-1/

[vi]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g3163/kjv/tr/0-1/

[vii]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g181/kjv/tr/0-1/

[viii]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g5337/kjv/tr/0-1/

[ix]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g53/kjv/tr/0-1/  e https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?lemma=AGNOS100

[x]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g1516/kjv/tr/0-1/

[xi]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g1933/kjv/tr/0-1/ e https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%09%E1%BC%90%CF%80%CE%B9%CE%B5%CE%B9%CE%BA%E1%BD%B5%CF%82

[xii] Cfr. https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%CE%B5%E1%BD%90%CF%80%CE%B5%CE%B9%CE%B8%E1%BD%B5%CF%82

[xiii] https://www.blueletterbible.org/lexicon/g87/kjv/tr/0-1/

© 2024 Ermete Ferraro

Da Giano a san Gennaro: chiudere le porte alla guerra.

* Ripubblico – con opportune modifiche ed aggiornamenti – un mio articolo del 2017

San-Gennaro

In questi giorni Napoli ha festeggiato ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato. San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto nel tempo un’importanza centrale rispetto alla sua azione pastorale, di cui si sa ben poco.

Il sangue del Gennaro (vescovo di Benevento e decapitato a Pozzuoli) è diventato il simbolo stesso di una religione sacrificale, i cui profeti e testimoni (in greco: martyres) attestano la loro fede e la loro fedeltà al Vangelo a costo della propria vita, nella certezza che “chi avrà perduto la vita per cagion mia la troverà” (Mt 10:39) e che “il sangue dei martiri è il seme dei Cristiani “ [i]. La centralità simbolica del sangue – come sottolineava l’antropologo Marino Niola nella presentazione ad un libro su questo argomento [ii] – è ben nota in tutto il Mezzogiorno e soprattutto a Napoli. Un territorio ed una città che di sangue ne hanno versato in gran quantità, soggetti come sono stati per troppi secoli a invasioni e dominazioni. Una terra dove il lavoro per guadagnarsi il pane non a caso è stato sempre chiamato fatica  ricalcando il termine latino labor (fatica, sofferenza) ed echeggiando quelli francese e spagnolo travaille trabajo. Una fatica che, citando una colorita espressione proverbiale, faceva (e spesso fa ancora) “jettà ‘o sanghe” , cosa invece ben diversa dal versarlo come sacrificio volontario.

Comprendiamo bene, quindi, l’innata simpatia che un popolo abituato a ‘gettare il sangue’ sul lavoro e per il lavoro, ma anche per colpa delle guerre, ha sempre provato nei confronti di un santo come Gennaro, il cui sangue è diventato segno tangibile di un’auspicata protezione ultraterrena contro le violenze quotidiane, i disastri bellici e perfino le sciagure naturali, come terremoti, eruzioni ed epidemie. Comprendiamo quindi perché i Napoletani – ed i Campani in genere – invochino da sempre il nome del loro patrono e difensore, anche se andrebbe precisato che Gennaro non era il nome proprio del santo martire beneventano, bensì quello di famiglia. Il vero appellativo personale in effetti non ci è noto (qualcuno ipotizza che fosse Procolo) mentre il cognome , con cui lo conosciamo, lo indicava come appartenente alla Gens Ianuaria. L’etimologia di questa denominazione si collega  quello del primo mese dell’anno, cioè Gennaio (Ianuarius), a sua volta così chiamato perché dedicato a Ianus/Giano, considerato dagli antichi Romani ‘Divum Deus/Pater’, ossia Dio e Padre degli altri Dei, divinità iniziale e principale del loro Pantheon.

giano-1

Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianuscaratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (in lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, e perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:

“Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l’altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l’atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all’uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell’Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni…” [iii]

La sacralità di questo simbolismo – che vedeva aperte le porte del tempio di Giano solo in occasione dei conflitti bellici, mentre la loro chiusura sanciva lo stato di pax – era e resta molto interessante e c’invita ad una seria riflessione di fronte ai nuovi e sempre più frequenti eventi bellici che agitano i nostri tempi. Ecco perché, oggi come allora, lo folle logica distruttrice della guerra va bloccata con fermezza, chiudendo a chiave le porte all’aggressività imperialista che diventa minaccia armata o, peggio, ripropone il terrore nucleare. Un’esigenza proclamata già da Virgilio,che aveva definito ‘empio’ (cioè in contrasto con lo spirito religioso): il ‘furore’ di chi crede di risolvere le cose con la crudeltà della guerra: “…dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus saeva sedens super arma”  (“con duri chiavistelli di ferro saranno chiuse le porte della Guerra; l’empio Furore all’interno, seduto sulle armi crudeli …”  [iv].

Eppure continuiamo ad assistere impotenti non solo alla sacrilega commistione tra ideologie di guerra e motivazioni pseudo-religiose, ma anche all’ottusa visione di chi continua a blaterare di guerre giuste e, soprattutto, della necessità di difendere la pace con le armi. La nefasta dottrina romana del “si vis pacem para bellum” resta infatti dura a morire ed a poco sono serviti secoli di autorevoli appelli di pontefici e capi religiosi sull’inconciliabilità della guerra con qualsiasi fede che affermi la sacralità della vita e predichi la fratellanza. Eppure, alcuni anni fa, qualcuno tentò d’inserire nelle celebrazioni per la Festa di san Gennaro un concerto della banda della US Navy. Quel tentativo per fortuna fu vivacemente contrastato dal movimento napoletano per la pace ed opportunamente si decise di cancellare questo spettacolo. Come scrissi sarcasticamente in quell’occasione:

“Ma da quando il patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della marina militare americana, una specie di San GenNavy? E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a versare altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?” [v]

tempio_di_giano

Però, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Nel 2017, infatti, tra le celebrazioni che precederono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, ci fu una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy[vi]   E ancora una volta mi chiesti ‘che ci azzecca’  il nostro venerato Patrono con fanfare stellette e fucili; soprattutto, perché si consenta non solo commercializzazione della tradizionale festa religiosa (trasformata all’americana nel San Gennaro Day [vii]), ma perfino la sua militarizzazione. Ricordo, fra l’altro,che solo due giorni dopo il ricordo di san Gennaro, il 21 settembre, si celebra ovunque la Giornata Internazionale della Pace [viii].

E’ stata, ed è ancora, un’occasione per ribadire che bisogna chiudere le porte in faccia a tutte le guerre e sigillarle definitivamente per quelle nucleari, ma anche che non sono accettabili confusioni tra il sangue dei martiri per la fede e quello versato ‘per la patria’, di cui si sono cinicamente nutriti gli interessi dell’imperialismo e del sistema militare-industriale. Certamente la pace non è solo assenza di guerre, ma non c’è dubbio che l’affermazione della nonviolenza passi per la cancellazione della perversa e ricorrente logica militarista e bellica, facendo conoscere e praticae modelli alternativi di difesa e di sviluppo. Perché, citando Gianni Rodari in una sua candida ma efficace filastrocca: “Sarebbe una festa per tutta la terra / fare la pace prima della guerra!”. [x]

NOTE

[i]  Q.S.F Tertulliano, Apologeticum, 50,13

[ii] L. Malafronte, C. Maturo (a cura di), Urbs sanguinum, Napoli, Intra Moenia, 2008 >  http://www.urbs-sanguinum.freeservers.com/presentazione.html)

[iii] T. Livio, Storia di Roma. Libro I cap. 19  >  http://www.deltacomweb.it/storiaromana/titolivio_storia_di_roma.pdf  – sott. mie

[iv]  Virgilio, Eneide, libro I, vv. 294-96 >  http://web.ltt.it/www-latino/virgilio/index-virgilio.htm

[v]  Ermete Ferraro, “Operazione San GenNato” (16.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/16/operazione-san-gennato/

[vi] https://www.pressreader.com/italy/il-mattino-caserta/20170917/282668982527991

[vii]  http://www.napolitime.it/101447-san-gennaro-day-sul-sagrato-del-duomo-napoli.html

[viii] http://www.un.org/en/events/peaceday/

[ix]  https://www.facebook.com/events/1744099985892166/?active_tab=discussion

[x] Stefano Panzarasa (a cura di), L’orecchio verde di Gianni Rodari – L’ecopacifismo, la visionarietà, la pratica della fantasia e le canzoni ecologiste, Viterbo, Stampa Alternativa, 2011


(C) 2024 Ermete Ferraro (pubblicato in origine nel 2017)

Serpenti & Colombe

Durante la recente riunione plenaria del Comitato Pace e Disarmo Campania [i], convocata alla ripresa delle attività per rilanciarne nel modo più efficace le azioni, padre Alex Zanotelli – che ne è animatore e portavoce – fra l’altro ha citato la nota frase evangelica in cui Gesù ammaestra i suoi discepoli, avvertendoli di stare attenti, poiché li sta inviando a predicare la Buona Notizia in un mondo ostile ed assai poco disposto ad accettarla. Il versetto in questione, nella traduzione corrente della Chiesa Cattolica, suona: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe [ii]  Gli aggettivi italiani utilizzati per indicare i due atteggiamenti, apparentemente contrastanti, che il Maestro suggeriva allora (e propone anche oggi a chi voglia farsene seguace e testimone) sono evidentemente il calco di quelli impiegati nella Vulgata latina (IV secolo, san Girolamo): «Ecce ego mitto vos sicut oves in medio luporum estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbæ [iii]  Talvolta però accade che la tradizionale fedeltà alla versione latina del Nuovo Testamento rischi di tradire il senso del testo evangelico originario, che in lingua greca è: «δού, γ ποστέλλω μς ς πρόβατα ν μέσ λύκων· γίνεσθε ον φρόνιμοι ς ο φεις κα κέραιοι ς α περιστεραί.» [iv]

Nel mondo protestante ed evangelico l’attenzione al testo originale è più evidente, come dimostrano le conseguenti varianti nelle diverse versioni delle Sacre Scritture. Un utilissimo e moderno presidio per lo studio biblico è il sito web cui spesso attingo nelle mie ricerche (www.blueletterbible.org ), che non si limita ad offrire il testo inglese dei versetti ricercati, ma offre   la gamma delle versioni bibliche di tradizione anglosassone-protestante. Consultando questa risorsa informatica a proposito del versetto di Matteo in questione, infatti, le traduzioni offerte dei due aggettivi sono, rispettivamente “wise” (saggio – sapiente) ed “harmless” (innocuo – inoffensivo).[v] Da una ricerca più approfondita delle varie versioni inglesi, però, risulta che gli aggettivi possono essere anche altri. Nel primo caso: shrewd = scaltro, astuto, accorto (NIV), wary = cauto, diffidente (NASB20), prudent = prudente(DBY) e, nel secondo caso: innocent = innocente (ESV – CSB…) e guileless = ingenuo (DBY). [vi]

Di fronte a questo ventaglio di possibili (ma diverse) traduzioni viene spontaneo chiedersi quali attributi Gesù abbia effettivamente usato per rendere i propri discepoli più consapevoli del miglior atteggiamento da adottare nella loro difficile opera di evangelizzazione? Purtroppo non conosciamo gli aggettivi ebraici (o meglio, aramaici) che furono allora pronunciati dal Cristo, ma abbiamo comunque a disposizione il testo greco originale, dal quale possiamo appunto estrapolare il senso più autentico (direi etimologico) di quei due attributi.

Il primo è φρόνιμος /phròsimos che, nel lessico cui rinvia il sussidio inglese citato, viene  tradotto: «Intelligente, saggio, prudente, cioè attento ai propri interessi, riflessivo, cioè sagace o discreto (implicando un carattere cauto; denota abilità pratica o acume; indica piuttosto intelligenza o acquisizione mentale);[…] נ בון, ח כ ם, מ ב ין = intelligente, comprensivo.» [vii]   Un vocabolario on line del greco antico traduce φρόνιμος con: “intelligente, prudente, saggio, giudizioso, perspicace[viii], ma basta consultare il nostro classico ‘Rocci’ per comprendere che l’aggettivo deriva dal verbo greco φρονέω (phronéo), indicante l’essere saggio, assennato, ragionevole, riflessivo [ix], da cui anche il sostantivo φρόνημα (phrònema), ossia: intelligenza, pensiero etc. [x]. L’immersione nel testo originario, dunque, ci consente d’interpretare metaforicamente il serpente come simbolo di un’intelligenza/conoscenza della realtà che rende saggi, prudenti, giudiziosi ed accorti. Ecco perché i seguaci di Cristo dovrebbero prendere molto sul serio la Sua paterna raccomandazione di non lasciarsi prendere dall’emotività, dallo spontaneismo e dall’imprudenza, proprio perché riflessione e cautela non denotano un atteggiamento timoroso o vile ma, al contrario, la piena consapevolezza della necessità di agire ‘nel mondo’ [xi] con saggezza e, perché no, anche con scaltrezza, consci di operare in un contesto spesso ostile o comunque poco accogliente verso una proposta radicalmente alternativa. Particolarmente interessante, sul piano teologico, è il riferimento di Gesù in questo contesto proprio ad un animale ‘scomodo’ e con una cattiva fama come il serpente (ὄφις – òphis). Se ne parla infatti in 8 testi biblici, sia dell’Antico Testamento (Genesi) sia di quello Nuovo (Matteo, Marco, Luca, Giovanni, I e II lettera ai Corinzi, Apocalisse) e quasi sempre in modo negativo, cioè come animale astuto, tentatore ed infido. Ciononostante, in Mt. 10:16 il Maestro indica proprio il serpente come simbolo di un atteggiamento cauto, attento e saggio, invitandoci a non ignorare i pericoli della scelta evangelica e ad essere quindi pratici, prudenti, concreti e – come si dice a Napoli – abbasàti, ossia saggi e capaci di mantenere ‘i piedi per terra’.

Il secondo attributo da approfondire è ἀκέραιος / akéraios, comunemente reso in italiano con semplice ricalcando la versione latina, ma di cui abbiamo visto possibile scegliere fra altre possibili traduzioni (innocuo, inoffensivo, innocente, ingenuo). In effetti, come risulta consultando un vocabolario del greco antico, ci sarebbero ulteriori modi di rendere questo aggettivo: intatto, incolume, illeso, intero, integro, incontaminato, puro. [xii] L’etimologia di ἀκέραιος/akéraios, d’altra parte, rinvia principalmente al concetto di integrità (l’alfa privativa nega infatti l’aggettivo kèraios che allude alla distruzione, alla separazione di qualcosa d’intero), ma anche al verbo greco κεράννυμι / kerànnymi, il cui senso è mescolare, mischiare e, in un certo senso, contaminare. In questo caso, l’animale-simbolo di tutte le qualità elencate, nel versetto di Matteo, è la colomba (in greco περιστερά – peristerà), da sempre iconica rappresentazione della pace, della riconciliazione, della mansuetudine e dell’innocenza. Uccello diffusissimo in Palestina, essa nella Bibbia è metafora della salvezza che Dio concede misericordiosamente a coloro che sono stati traviati dall’antico serpente, ma è anche simbolo proverbiale di semplicità ed ingenuità, oltre che di purezza ed integrità. L’avvertimento del Maestro ai suoi discepoli, dunque, è quello di mantenersi puri, integri e semplici, senza però cadere nelle trappole di un mondo (κόσμος / kosmos) che aspetta solo l’occasione per catturarle e metterle a tacere, proprio come il proverbiale lupo con le pecore.  Certo, le colombe volano e vedono le cose dall’alto, così come dovrebbe fare un seguace e testimone di Cristo, che voglia mantenersi fedele al suo insegnamento d’amore e di pace. Ma c’è bisogno anche dell’attenzione accorta e prudente dei serpenti, che conoscono bene il terreno nel quale si muovono cautamente, proprio per non cadere in una religiosità astratta, spiritualistica e disincarnata.

C’è anche un altro brano evangelico che ci lascia un po’ spiazzati, quando leggiamo che Gesù aveva affermato: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16:8). Ma forse è proprio la ‘scaltrezza’ dei serpenti che può aiutarci ad uscire dalla teoria astratta, per restare sì integri ma non ingenui ed incapaci di concretezza pratica. La nonviolenza attiva, infatti, è sempre stata uno stimolo ad agire secondo principi etici irrinunciabili, ma perseguendo obiettivi concreti, fattivi e raggiungibili. Riprendiamo quindi il nostro percorso di pacifisti, ma senza dimenticarci dell’avvertimento di Gesù e sforzandoci di coniugare l’integrità e l’in-nocenza delle colombe con la saggia prudenza dei serpenti.

Note


[i] Visita https://www.pacedisarmo.org/  e https://www.facebook.com/comitatopacedisarmo

[ii] C.E.I.: Matteo 10,16 https://ora-et-labora.net/bibbia/matteo.html#cap_vangelo_secondo_matteo_10  Cfr. anche https://www.bibbiaedu.it/GRECO_NT/nt/Mt/10/?compareto=INTERCONFESSIONALE

[iii] https://www.bibliacatolica.com.br/it/vulgata-latina-vs-la-sacra-bibbia/evangelium-secundum-matthaeum/10/#

[iv] Cfr. https://www.blueletterbible.org/kjv/mat/10/16/t_conc_939016  e https://www.bibbiaedu.it/GRECO_NT/nt/Mt/10/

[v]  https://www.reverso.net/traduzione-testo#sl=eng&tl=ita&text=wise  e  https://www.reverso.net/traduzione-testo#sl=eng&tl=ita&text=harmless

[vi] https://www.blueletterbible.org/kjv/mat/10/16/t_bibles_939016

[vii] https://www.blueletterbible.org/lexicon/g5429/kjv/tr/0-1/

[viii] https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%CF%86%CF%81%E1%BD%B9%CE%BD%CE%B9%CE%BC%CE%BF%CF%82

[ix] Cfr. L. Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, Città di Castello, Società Dante Alighieri, 1970

[x]  Cfr. https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?lemma=FRONHMA100

[xi]  Cfr. Gv. 15:18-21

[xii] Cfr. Rocci, cit.

© 2024 Ermete Ferraro