Per un ‘Solar New Deal’

Alleanza stato-mercato per scongiurare la catastrofe?

Ho letto con interesse e soddisfazione su la Repubblica i due articoli in cui il noto studioso statunitense Jeremy Rifkin ha sintetizzato per il quotidiano il messaggio del suo ultimo libro. [i]  Esso già nel titolo risulta suggestivo, in quanto contrappone alla “civiltà dei combustibili fossili” un modello economico e sociale profondamente alternativo. L’espressione inglese adoperata – “green new deal” – evoca i ricordi di quello roosveltiano e rinvia ad una svolta radicale, che nasca però da una sorta di ‘patto’ o ‘accordo’ fra più parti. Nello specifico, l’ecopacifista Rifkin fa ricorso alla sua formazione di economista per ipotizzare un’alleanza stato-mercato stimolata da quest’ultimo, più adattabile e sensibile degli stessi governi ad un quadro globale in cui si ricavano sempre meno utili dalle fonti energetiche tradizionali, mentre ne appaiono evidenti le criticità, suscitando l’opposizione di un’opinione pubblica sempre più allarmata.

La soddisfazione, nel mio caso, deriva dal fatto che la visione strategica di Rifkin risente non solo della sua impronta radicalmente ambientalista, ma appunto anche di quella impostazione ecopacifista ed ecosociale che personalmente condivido. La questione. infatti, non è solo come fronteggiare il drammatico approssimarsi di ciò che egli chiama “la sesta estinzione di massa per uomini ed animali[ii] , ma mobilitarsi per dar vita ad una ben diversa prospettiva, che il nostro Antonio D’Acunto molti anni fa aveva felicemente chiamato “Civiltà del Sole”. In questa espressione era racchiusa la visione di un futuro non solo più rassicurante per l’umanità, ma anche improntato a valori davvero alternativi. Un punto fondamentale riguarda l’intenzione di connettere l’evoluzione tecnologica e le scelte ecologiche con un modello decentrato e comunitario di società, caratterizzato da una dimensione territoriale localista ma al tempo stesso capace d’interconnessione e di scambio. Uscire dalla solita logica antropocentrica – che purtroppo vizia parte dell’ambientalismo dopo aver alimentato la prospettiva di uno sviluppo illimitato e di una tecnologia onnipotente – richiede una visione integrata e globale e un’apertura ad una profonda rivoluzione del modello di sviluppo e degli stili di vita attuali. Forse è vero che, come sottolinea Rifkin:

«Il mercato detta legge e i governi di tutto il mondo dovranno adattarsi rapidamente se vogliono sopravvivere e prosperare. L’Italia e il mondo hanno bisogno di una nuova visione economica per passare da una civiltà fossile agonizzante alla nascente civiltà verde». [iii] 

Ritengo però illusorio sperare che un simile passaggio possa essere determinato soltanto dall’allarme per i cambiamenti climatici, dalla convenienza economica delle fonti energetiche rinnovabili e dall’opportunismo dei politici che fiutano il vento. Una vera ‘civiltà verde’ non può e non deve ridursi all’ennesimo trasformismo di chi finga gattopardesco di cambiare tutto per non cambiare niente, ma richiede scelte impegnative ed una inedita centralità delle comunità locali, finora espropriate dalla pianificazione del proprio futuro, come sottolineava Antonio D’Acunto.

«Il potere politico, se costretto a mediare fra economia ed ecologia, risolve la questione con la ‘sostenibilità’: una bella parola che piace a tutti. Centrale è perciò oggi la discussione sulla sostenibilità, sulla complessità ma soprattutto sull’ambiguità ed anche insignificanza di tale termine […] Ma lo sviluppo sostenibile così definito è realmente sostenibile o è la formulazione pseudo-ecologista di continuità dell’attuale modello economico, produttivo, di sfruttamento della natura e dell’uomo, dominante nel mondo?». [iv] 

Il nocciolo del problema, allora, è se questo epocale cambiamento avverrà fatalmente, per l’intrecciarsi d’interessi economici ed ecologici, o se occorrerà continuare a lottare, in nome di valori profondamente alternativi al profitto economico ed al controllo politico.

La terza ‘rivoluzione industriale’ dell’energia rinnovabile digitalizzata?

Rifkin coglie sicuramente la tendenza già presente ad orientare lo sviluppo tecnologico verso una profonda trasformazione delle pratiche energetiche, congiunta ad una modalità comunicativa sempre più digitalizzata ed a nuove sperimentazioni di una ‘economia circolare’. Al tempo stesso ne rileva saggiamente anche i punti di debolezza, poiché quella stessa informatizzazione della società comporta “rischi e sfide”, verso i quali sarà necessario esercitare un “vigile controllo normativo a livello locale e nazionale”. [v]  Mi sembra comunque che prevalga un quasi fideistico entusiasmo nei confronti d’un processo che, messo in moto dal progresso tecnologico e sollecitato dal crescente allarme per i pericoli di un modello energetico insostenibile, energivoro ed iniquo, potrebbe però non risultare così lineare ed inevitabile come prospettato da Rifkin.

«Ora siamo agli albori di una terza rivoluzione industriale in cui una Internet della comunicazione digitale a banda larga sta convergendo con una Internet dell’energia rinnovabile digitalizzata, e una Internet della mobilità elettrica e a idrogeno, alimentate da energia verde, in una vera e propria piattaforma Internet delle Cose (IdC), integrata nel patrimonio edilizio commerciale, residenziale e industriale a emissioni zero. Tutti gli edifici stanno diventando altrettanti nodi di una rete intelligente resiliente e a emissioni zero, incorporati in una matrice IdC, per un’Italia verde e smart e non saranno più spazi passivi e isolati ma diventeranno soggetti attivi di condivisione di energie rinnovabili, efficienza energetica, mobilità elettrica e una vasta gamma di altre attività economiche […] con un balzo in avanti verso l’economia circolare a zero emissioni, ecologicamente sostenibile e altamente resiliente della terza rivoluzione industriale». [vi]

Ovviamente ci auguriamo di poter presto vedere decisi ed attuati provvedimenti che rendano l’Italia “verde e smart”.  Resta però difficile credere che, dopo secoli di cieca fiducia in un progresso unidirezionale, capace di sanare ogni ferita e di superare ogni limite, i vari decisori si convertano ad una prospettiva socioeconomica che coniughi la lotta a sprechi, inefficienza ed accentramento col perseguimento di un’autentica ‘sostenibilità’ ecologica e del protagonismo dei soggetti attivi. Rifkin ipotizza che tale “audace piano economico per salvare la Terra”, sostenuto dalle stesse logiche del mercato, stimoli e coinvolga i vari governi centrali, in quanto finanziatori di una trasformazione che vedrebbe sempre più fondamentale il ruolo delle regioni e delle comunità locali. Suona però come un paradosso, come quello che attribuisce ai governi nazionali una cooperazione con ‘banche verdi’, allo scopo di disincentivare finanziariamente le fonti fossili e d’incentivare quelle rinnovabili. La preoccupante involuzione politica degli USA ed il proliferare di focolari di conflitto, anche armato, connessi al controllo delle risorse energetiche tradizionali (petrolio e gas) purtroppo non fanno sperare in una rapida ‘conversione’ di un sistema che ha ancora troppi interessi da difendere, ed in cui il mondo della finanza non sembra finora esercitare un positivo impulso in tale direzione. Per citare D’Acunto:

«Arrestare i cambiamenti climatici è l’imperativo categorico che si pone oggi l’umanità  [ma] occorre cambiare radicalmente il modello dominante di sviluppo, di economia, di cultura, di società e di organizzazione del potere». [vii]

“Società di servizio energetico” volano di uno sviluppo alternativo?

Da buon eco-economista, d’altronde, Jeremy Rifkin non si affida solo all’ottimistica speranza nel buon senso di politici e finanziatori. Per attuare quella rivoluzione verde, egli infatti fa riferimento anche ad uno strumento concreto per cambiare le cose.

«Vi è… un percorso alternativo che consentirebbe alle partnership tra pubblico e privato per il Green New Deal di prosperare, e annovera già venticinque anni di successi. Il modello di business è la “società di servizi energetici” (ESCO). È un approccio radicalmente nuovo alla conduzione degli affari che si basa su ciò che viene chiamato “contratto di prestazione” per garantire profitti ed è un metodo commerciale che non viene naturale in una logica capitalistica, che rappresenta un vero e proprio ribaltamento delle logiche di mercati basati sulla dicotomia venditore/acquirente, uno dei principi fondamentali alla base del capitalismo».[viii]

Fatto sta che questo nuovo tipo di business è virtuoso proprio perché non connaturato con la logica del capitalismo, in quanto ne sconvolge la sostanziale contrapposizione tra chi vende e chi compra. Non a caso questa inversione di tendenza era prospettata da chi ha ipotizzato una svolta radicale come la ‘Civiltà del Sole’, nella consapevolezza che si tratta di demolire una delle basi che sostengono il modello capitalistico di sviluppo.

«Per la sua intrinseca essenza, il rapporto del capitalismo con la natura e le sue risorse non può che essere di uso privatistico, fino all’aggressivo sfruttamento, finalizzato al profitto e alla crescita del capitale. La natura di fondo di tale rapporto non è affatto cambiata oggi e tocca beni essenziali, patrimonio inalienabile della collettività, quali il mare i litorali, l’acqua e financo lo spazio fisico in cui ci si muove, cioè l’etere!». [ix]

Non è quindi semplice né scontato riuscire a superare la logica accentratrice, privatistica e predatoria del nostro attuale sistema economico, sia pure in presenza di una palese crisi del vecchio modello energetico e di una maggiore consapevolezza dei danni irreversibili che sta procurando all’umanità ed alla biosfera. È pur vero, d’altronde, che la sensazione che un cambiamento sia ineluttabile potrà certamente dare una mano a chi da decenni si batte per uno sviluppo alternativo. Lo stesso Rifkin sa bene che questo stimolo non basta.

«Ma la “mano invisibile” da sola non ci guiderà nell’Era della Resilienza. Costruire una nuova civiltà ecologica dalle ceneri della civiltà dei fossili richiederà uno sforzo collettivo che deve riunire governo, economia e società civile con un mix di capitali pubblici, di mercato e sociali, per realizzare rapidamente l’infrastruttura della terza rivoluzione industriale a zero emissioni e portare l’umanità in un’era sostenibile». [x]

Risorse energetiche diffuse e pulite come ‘bene comune’ .

Le caratteristiche del modello energetico dominante sono tre: accentramento delle risorse e della rete distributiva, sfruttamento dei giacimenti fossili già disponibili o assicurabili anche a costo di conflitti armati, privatizzazione di tali risorse, controllate da un numero ristretto di multinazionali e, in quanto strategiche, protette dal complesso militare-industriale. Invertire la rotta significa uscire dal circolo vizioso d’una ‘crescita’ illimitata disponendo di risorse energetiche limitate, sfruttate irresponsabilmente, accaparrate imperialisticamente e distribuite capitalisticamente. Cambiare rotta, quindi, significa non soltanto fronteggiare la gravissima emergenza ambientale che minaccia l’intera umanità e lo stesso Pianeta, ma anche fare di questa crisi un’opportunità per aprire un nuovo capitolo nell’evoluzione del rapporto uomo-ambiente. Scriveva Antonio D’Acunto quasi dieci anni fa:

«È…l’ora di un’epocale, radicale inversione del sistema di produzione dell’energia, del suo modello e delle sue fonti […] la transizione al solare…è la sola strada per invertire il surriscaldamento del Pianeta, per attivare un percorso di pace e di solidarietà tra gli uomini e di salvaguardia della biodiversità, per realizzare un’economia e una qualità della vita  e del lavoro fondate sulla disponibilità di energia a inquinamento zero e gratuita, per un tempo tanto lungo quanto è la vita stessa del sole». [xi]

Sono elementi riscontrabili anche nel “Green New Deal” proposto da Rifkin, che oltre ad una netta riconversione delle fonti energetiche tradizionali a quelle rinnovabili, prevede una modalità alternativa di produzione e distribuzione dell’energia, in particolare elettrica, grazie ad un ‘network’ che unisca nuove tecnologie ad una visione interattiva, in cui gli utenti diventino anche produttori. Quella “rete elettrica intelligente”, gestita digitalmente, potrà favorire una sorta di democrazia energetica, che è uno dei cardini della “Civiltà del Sole”.  

«Ogni tetto solare, turbina eolica, edificio nodale di Internet of Things, data center periferico, batteria di accumulo, stazione di ricarica, veicolo elettrico, etc. è anche un elemento dell’infrastruttura. A differenza delle infrastrutture della prima e seconda rivoluzione industriale, ingombranti, verticistiche, statiche e non interattive, l’infrastruttura distribuita della Terza Rivoluzione Industriale è, per sua stessa natura, fluida e aperta, e ottiene economie di scala in modo non centralizzato permettendo…a milioni di cittadini di condividere dati, energia, mobilità elettrica, sorveglianza, notizie, conoscenza e intrattenimento, in una “sharing economy” nascente». [xii]

Una rivoluzione ‘verde’ non riguarda solo la compatibilità ecologica delle scelte energetiche ma deve prevedere anche una modalità dinamica, decentrata ed interattiva di produzione/distribuzione di quell’energia da cui, a sua volta, dipende il modello di sviluppo perseguito. Come abbiamo sempre ribadito noi della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità [xiii], questa nuova prospettiva non si limita alla scelta di fonti energetiche pulite e rinnovabili, ma comporta il passaggio dalla concentrazione alla capillare diffusione di centri di produzione energetica. Ciò significa passare da uno sviluppo accentrato ed energivoro al risparmio energetico e ad un’ottimizzazione delle risorse e dello spazio fisico, usando razionalmente acque e suolo, nel rispetto della biodiversità.  Altri punti del ‘decalogo’ della RCCCSB prevedono poi che si passi progressivamente:

«Dal consumismo alla capacità rigenerativa della materia, alla sinergia ed alla simbiosi; dalla produzione come sfruttamento ad un’economia ecologica, equa e solidale; dalla dipendenza economica ed energetica ad una rete comune di scambio reciproco; dal ricatto dei potentati finanziari e militari all’autonomia di un’economia decentrata; dall’omologazione e dalla monocultura alla civiltà del sole e della biodiversità». [xiv]

Chi frena il cambiamento del modello di sviluppo?

Tale processo, ripeto, non è semplice né scontato. Le resistenze del sistema di potere e le incertezze del mondo imprenditoriale frenano la realizzazione d’una società in cui prevalga una logica comunitaria, essendo riferita a comunità capaci di autogestirsi ed ispirata dai principi di condivisione e di equità sociale. rinunciare al controllo delle risorse energetiche infliggerebbe un durissimo colpo al sistema capitalista, alla fitta rete d’interessi che esso comporta ed al complesso militare-industriale che strenuamente li difende. Il quadro geopolitico attuale non induce a grandi speranze e mostra invece preoccupanti tendenze autoritarie, centralistiche ed ispirate da rozzi criteri mercantili. Il primo passaggio verso una società decentrata ed autogestionaria sarebbe il trasferimento di competenze dallo Stato alle Regioni. Ma da noi il regionalismo o non è stato realizzato, oppure ha assunto le allarmanti connotazioni di un secessionismo egoistico ed arrogante. Anche il contrasto alla globalizzazione ha talvolta generato esiti politici deteriori, come un populismo ed un sovranismo marcatamente destrorsi. Più che sulle regioni – per qualcuno detentrici di un’autonomia non meno centralistica di quella degli stati – bisognerebbe puntare sulla dimensione comunale, per valorizzare le risorse territoriali e rendere ogni comunità locale quanto più autosufficiente è possibile, ma non per questo chiusa ed incapace di condivisione e scambio con le altre.

«Il passaggio dalla globalizzazione alla glocalizzazione sta trasferendo la responsabilità per il funzionamento dell’economia e gli affari dallo stato nazionale alle regioni. “Regional power” sarà il grido di battaglia nell’era glocal. Ogni regione e comune in Italia, e in ogni località in tutto il mondo, può essere relativamente autosufficiente nella sua generazione di energia verde e capacità di resilienza. Il sole splende ovunque e il vento soffia ovunque…». [xv]

Il “glocalismo” – oltre ad agevolare lo sviluppo di soluzioni energetiche rispondenti a veri bisogni energetici e non controllate da lobbies multinazionali – sarebbe un efficace antidoto al crescente controllo militare del territorio, disincentivando logiche imperialiste e belliciste. Anche su questo aspetto mi sembra evidente la consonanza della proposta di Rifkin con la prospettiva ecopacifista che, purtroppo, spesso non è presa in considerazione sia dal movimento ambientalista ufficiale, sia nelle recenti mobilitazioni giovanili che denunciano l’insufficienza delle azioni di contrasto ai cambiamenti climatici. 

«La glocalizzazione comporta anche un cambio di paradigma dalla “Geopolitica” – e la conseguente massiccia operazione di militarizzazione delle attività energetiche che è stata la cifra dell’economia basata sulle risorse fossili in un mondo diviso dai confini nazionali – a quella “Politica della Biosfera” comportante la condivisione di energia rinnovabile in una “civiltà ecologica” che i confini non li crea ma anzi li abolisce…». [xvi]

Green Power come alternativa globale e non solo ecologica.

Non è un caso che, in lingua inglese, la parola “power” si possa tradurre sia con “energia”, sia con “potere”.  Dal modello energetico adottato dipende infatti quello economico e politico, come dimostrano le grandi rivoluzioni del passato, da sempre legate ad un nuovo modo di produrre e distribuire energia. Per citare D’Acunto:

«Il sole richiama…una fondamentale rottura, un’inversione radicale rispetto al percorso energetico dell’umanità…; passare dalla concentrazione di potenza alla diffusione capillare dei centri di produzione. La rivoluzione necessaria sta nella filosofia che lo spazio, la superficie del Pianeta, è la fonte fondamentale dell’energia per l’umanità. […] Poiché in un sistema di tipo solare non sono concepibili isole di potenza, il sistema delle grandi linee di trasmissione non avrebbe più ragione di esistere: con l’equivalente della superficie compromessa dalle sole grandi linee di trasmissione si produrrebbe, con un sistema solare, tutta l’energia necessaria all’Italia di oggi!» [xvii]

Tutto ciò comporta la mobilitazione dei soggetti, delle comunità, degli scienziati, delle realtà imprenditoriali e di tutti coloro che possono realizzare una transizione niente affatto semplice e, per di più, che va attuata in un lasso di tempo limitato. La ‘Civiltà del Sole’ non è una mera utopia da contrapporre alle distopie di una ‘crescita’ antiecologica, iniqua, energivora e foriera di catastrofi prossime venture. Si tratta di una prospettiva da coltivare, diffondere ed applicare qui e ora, sperimentando tecnologie innovative e nuove modalità di programmazione produzione e distribuzione dell’energia, non solo elettrica. La situazione attuale in Italia però è meno rosea (o meglio, ‘verde’…) di quanto vorrebbero farci credere. Nel 2018, riferiscono i media, la produzione da fonti rinnovabili è cresciuta quasi di un decimo, raggiungendo il 35%. Ma quel 9,8% di aumento delle fonti rinnovabili è un dato che va ulteriormente analizzato, visto che ciò è avvenuto grazie al contributo dell’idroelettrico, mentre l’apporto del ‘solare’ non supera il 6%. Anzi, la percentuale di fotovoltaico ed eolico insieme sarebbe addirittura calata dell’1,4% rispetto al 2017. Facciamo attenzione soprattutto al fatto che quel già gracile 6% del ‘solare’ si riferisce comunque alla sola produzione di energia elettrica, che a sua volta rappresenta solo il 40% circa del totale dell’energia prodotta. La rivoluzione ‘solare’, quindi, da noi partirebbe da una striminzita quota che non supera il 2,4% dell’ammontare energetico italiano. Questo non c’impedisce di continuare a batterci per un cambiamento ormai indispensabile, avviando fin da subito una vera transizione, senza se e senza ma. Per citare ancora Rifkin:

«L’infrastruttura della Terza Rivoluzione Industriale può probabilmente essere costruita in meno di venti anni, una sola generazione, approfittando delle infrastrutture delle due rivoluzioni industriali che l’hanno preceduta e che sono ancora parzialmente in atto, per accelerare la transizione […] Il ‘Green New Deal’ è il primo appello a un nuovo tipo di movimento politico tra pari e alla governance comune che può autorizzare intere comunità a prendere direttamente il controllo del proprio futuro in un momento molto oscuro della storia della vita sulla Terra». [xviii]

La ‘Civiltà del Sole’ va esattamente nella stessa direzione e richiede da tutti noi – ciascuno al proprio livello – un impegno coerente e concreto per erodere le basi violente e predatorie di uno sviluppo senza limiti né remore, e per costruire insieme una società alternativa, rispettosa degli equilibri ecologici ma anche più giusta pacifica e solidale.


Note

[i] Jeremy Rifkin, Un green new deal globale – Il crollo della civiltà del combustibili fossili entro il 2028  e l’audace piano economico per salvare la terra, Milano, Mondadori 2019 > https://www.ibs.it/green-new-deal-globale-crollo-libro-jeremy-rifkin/e/9788804717409

[ii] Jeremy Rifkin , “Il grande cambiamento, il Green New Deal per l’Italia” (parte prima)”, la Repubblica, 14.10.2019 > https://www.repubblica.it/economia/2019/10/14/news/rifkin_per_un_italia_verde_e_smart_serve_l_alleanza_stato-mercato_prima_parte-238562037/

[iii] Ibidem

[iv] Antonio D’Acunto, Alla ricerca di un nuovo umanesimo – Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli, ediz. La Città del Sole, 2015, p.240 (il saggio è del 2014). Vedi anche: Ermete Ferraro, “La Civiltà del Sole come Ecotopia”, Roma, Vasonlus , 2018  > http://www.vasonlus.it/?p=64054  e Ermete Ferraro, “L’insostenibile leggerezza della sostenibilità”, Ermete’s Peacebook (03.05.2015) > https://ermetespeacebook.blog/2015/05/03/linsostenibile-leggerezza-della-sostenibilita/

[v] Rifkin, “Il grande cambiamento…”, cit.

[vi] Ibidem

[vii] D’Acunto, op. cit.

[viii] Jeremy Rifkin, “Un green new deal per l’Italia che sorge  dalle ceneri” (2^ parte), la Repubblica, 15.10.2019 > https://www.repubblica.it/economia/2019/10/15/news/rifkin_un_green_new_deal_per_l_italia_che_sorge_dalle_ceneri_seconda_parte-238563341/

[ix] D’Acunto, op. cit., p. 232

[x]  Rifkin, “In grande cambiamento…”, cit.

[xi] D’Acunto, “La Civiltà del Sole”, in op. cit. (2010), p. 196

[xii] Rifkin, “Un green new deal per l’Italia che sorge dalle ceneri”, cit.

[xiii]  Organizzazione fondata da Antonio D’Acunto, per garantire l’attuazione della leggere regionale d’iniziativa popolare dal titolo: ”Cultura e diffusione dell’energia solare”, approvata all’unanimità dal Consiglio Regionale della Campania come L.R.n. 1/2013. In questi sei anni tale norma è stata prima emendata, poi totalmente disattesa e boicottata, per cui continua l’impegno della RCCSB per diffonderne la conoscenza e stimolarne l’applicazione.

[xiv] Cfr. il paragrafo ‘visione’ nella pagina iniziale del sito web della RCCSB > http://www.laciviltadelsole.org/

[xv] Rifkin, “Un green new deal…”, cit.

[xvi] Ibidem

[xvii]  A. D’Acunto, “La Civiltà del Sole” (maggio 2010), in op. cit, p. 200

[xviii]  Rifkin, “Un green new deal…”, cit.

Un clima di guerra

L’onda verde e gli scogli del militarismo

Una manifestazione di FRIDAY FOR FUTURE

Tante persone sono rimaste davvero scosse dalle immagini di milioni di giovani scesi nelle piazze per manifestare il loro diritto al futuro e per dare la sveglia a scienziati conniventi, media reticenti e governi complici di chi quel futuro sta mettendo drammaticamente a rischio. Finalmente le istanze ambientali non sembrano più percepite come la preoccupazione un po’ esagerata di profeti di sciagure o di ecologisti catastrofisti e fanatici. Giustamente, le mobilitazioni di questa “onda verde” stanno mandando all’aria le priorità economiche e politiche di chi finora ha fatto finta di non rendersi conto che l’attuale modello di sviluppo – racchiuso nella parolina magica ‘crescita’ è non solo colpevole di stragi socio-ambientali, ma di fatto anche suicida.

Al netto sia dei persistenti ed assurdi negazionismi, sia della comoda tendenza a ridurre queste manifestazioni ad ingenue proteste oppure a considerarle solo manovre diversive rispetto ad un ecologismo più ‘serio’ e radicale, mi sembra quindi innegabile la presa che questo movimento sta esercitando su un’opinione pubblica spesso distratta o narcotizzata da altre finte emergenze. Ecco perché – pur con alcune doverose riserve su contenuti e parole d’ordine di quest’inedita mobilitazione globale per il clima – credo che essa stia comunque imprimendo una salutare scossa socio-culturale, prima ancora che politica, ad un’umanità sempre più massificata, omologata e drogata dal miraggio di uno sviluppo senza limiti e senza remore.

Eppure – come mi è già capitato di dire e di scrivere – è opportuno ribadire che un autentico ecologismo ha bisogno di una visione più ampia e complessiva, che sia capace d’inquadrare i fenomeni contro cui ci si batte (a partire dall’inquinamento atmosferico con le sue relative drammatiche conseguenze) all’interno di un preciso sistema di riferimento e di una chiara scelta di valori. Allo stesso modo mi lascia perplesso un ambientalismo sostanzialmente ancora antropocentrico e motivato quasi esclusivamente dalla paura del disastro ecologico prossimo venturo. Ma soprattutto mi preoccupa la quasi totale assenza nell’informazione mediatica di riferimenti alle minacce per gli equilibri ambientali – a partire da quelli climatici – derivanti dalla pesantissima impronta ecologica sul nostro Pianeta da parte del complesso militare-industriale.

Mi rendo perfettamente conto che è più semplice fare crociate contro l’inquinamento derivante dall’uso smodato delle plastiche oppure da un’agricoltura intensiva e chimicizzata e dalle emissioni gassose di allevamenti animali sempre più affollati ed innaturali. Capisco anche che non si possa fare a meno di partire dal puntare il dito anche sulla notevole impronta ecologica dovuta ai consumi individuali, agli stili di vita ed al tipo di alimentazione, sì da responsabilizzare un po’ tutti, evitando di scaricare le responsabilità solo sui grandi inquinatori. Non comprendo né giustifico, invece, la colpevole reticenza di chi intenzionalmente tace su una componente così rilevante dell’inquinamento atmosferico marino e del suolo, causato da attività delle forze armate sulle quali scienziati e governi hanno costantemente steso un complice velo di omertà.

«Le attività militari esercitano un’elevata pressione sul territorio nel quale vengono svolte, in particolar modo per quanto attiene all’utilizzo delle risorse naturali. Il loro consumo ed i danni operati all’ambiente emergono evidenti in occasione dei conflitti che, accanto alla perdita di vite umane, mostrano un deciso impatto sulle risorse naturali. […] …le attività militari, nelle loro molteplici forme, provocano decise ripercussioni sull’ambiente anche in momenti di non conflittualità. L’inquinamento dell’atmosfera e l’inquinamento acustico costituiscono le più evidenti manifestazioni delle conseguenze ambientali ma i principali effetti, in particolar modo a lungo termine, risiedono nella presenza di rifiuti tossici, contaminazioni chimiche e derivanti dall’utilizzo di oli e combustibili». [i]

Licenza di uccidere persone e territorio?

Devastazione ambientale in Ucraina (National Geographic)

I nostri sprechi quotidiani, lo sperpero di risorse energetiche, preziose perché esauribili, ed un modello di sviluppo incompatibile con gli equilibri ecologici richiedono una generale e comune presa di coscienza del baratro verso cui l’umanità si è irresponsabilmente avviata. Non mi sembra però ammissibile che si sottaccia o sminuisca l’incontestabile gravità della pressione esercitata dal complesso militare-industriale e dai tremendi esiti bellici che esso produce su ciò che chiamiamo ‘natura’, mettendo a rischio le stesse condizioni per la sopravvivenza del genere umano. Da sempre la guerra è di per sé morte, distruzione e devastazione ambientale. Si è giunti ora ad un punto di non ritorno, laddove si affaccia sempre più la minaccia di una tragedia nucleare e le tecnologie belliche sono diventate sempre più insidiose incontrollabili e micidiali, sebbene dichiaratamente volte a rendere l’intervento militare più mirato, ‘chirurgico’ e… ‘intelligente’.

«Lo scopo delle nuove teorie militari e di alcune tecnologie che si vanno sviluppando è di rendere “trasparenti” il nemico e il campo di battaglia. Nella futura “cultura militare” (non è un ossimoro, è quello che si insegna nei war college) non si tratta di avere i cannoni più grandi ma le telecomunicazioni più intelligenti. Le informazioni alimentano le armi, le quali, grazie a quelle, uccidono con precisione. la radiotrasmittente che il microvelivolo dello scenario del Pentagono lascia sul camion condurrà, a tempo debito, un missile micidiale sul bersaglio…» [ii]

La moltiplicazione degli scenari bellici, con sovrapposizione di guerre ipertecnologiche, guerre convenzionali e svariate forme di guerriglia, non può e non deve più restare fuori dalla portata dei riflettori accesi da tanti giovani che, giustamente, s’interrogano sul loro futuro e sulle possibilità d’invertire la trionfale marcia di un finto progresso che conduce invece alla devastazione del comune patrimonio ambientale. Non si tratta solo di contestare le pesanti conseguenze delle operazioni di ‘guerra guerreggiata’, in quanto il sistema militare rappresenta in sé una minaccia alla tutela dell’ambiente anche quando non è ‘operativo’. È infatti sempre più manifesto il suo enorme impatto sulle risorse energetiche, sulle condizioni dell’aria dell’acqua e del suolo e sulla sicurezza e salute delle comunità locali che, di fatto, va ad occupare, sottraendosi ad ogni controllo ed al rispetto dei vincoli normativi vigenti. Non manca chi ha sostenuto che i militari, controllando il territorio, lo avrebbero sottratto a speculazioni private e ai danni dello sfruttamento economico. Si tratta di quel paradossale ambientalismo ‘grigioverde’ sulla cui mistificazione mi ero già soffermato criticamente.

«La triste verità, invece – per citare un articolo apparso nel 2015 sul sito dell’UNRIC (un organismo dell’UNU) – è che “l’ambiente è una vittima della guerra troppo spesso dimenticata”. La tragica realtà che abbiamo tuttora davanti agli occhi, ci dimostra che, mutuando il titolo d’un saggio francese di ecologia politica, “la natura è un campo di battaglia” [xvi] sul quale si esercitano le forze oscure di un capitalismo selvaggio e cinico, che non esita a ricorrere al ‘razzismo ambientale’, colpendo soprattutto i più marginali, ed a ‘finanzializzare’ cinicamente perfino la crisi ecologica».[iii]

Basi militari, poligoni ed altre installazioni del genere, anche in situazioni di non conflittualità, sono una costante bomba ecologica, in seguito alla presenza ed all’utilizzo incontrollato di sostanze di natura chimica, batteriologica e nucleare anche nelle esercitazioni. É il caso del Poligono interforze di Quirra, in Sardegna, dove dal 1956 non si è mai smesso di sperimentare sistemi d’arma e nuove tecnologie connesse alle attività belliche. Le conseguenze sull’ambiente e sulla salute di chi ci abita sono state gravissime. A parte il peso dell’occupazione manu militari di 240.000 ettari di territorio, la Sardegna lamenta infatti una significativa crescita di malattie tumorali ed emolinfatiche connesse alle attività che si svolgono dagli anni ’50 nelle sue basi, poligoni ed aeroporti.

L’orco militarista: energivoro e tossico

Videogioco (God of War)

Nella tradizione popolare gli ‘orchi’ sono “mostri antropomorfi, giganteschi, crudeli e divoratori di uomini” [iv] . Pure il sistema militare – solo apparentemente assimilabile alle comunità umane- per le sue gigantesche dimensioni è fonte di terrore e di pesanti conseguenze ambientali, connesse alla incredibile voracità di risorse e di beni comuni. E siccome tutti i consumi producono a loro volta rifiuti e modificazioni ambientali, l’orco con le stellette è una rilevante fonte d’inquinamento. Ad esempio, ci sono i dati dell’impatto sul contesto urbanistico dell’allargamento della ex-caserma vicentina ‘Dal Molin’, dai quali si deduce che perfino i consumi ordinari (acqua, luce, gas) assumono sproporzioni ‘gigantesche’ quando si tratta di una base militare per circa 6.000 militari.

«Il progetto Dal Molin, come consumi, è pari a 30 mila vicentini per l’acqua, 5.500 per il gas naturale e 26 mila per l’energia elettrica. Cifre che da sole parlano chiarissime. Per Vicenza, la nuova base militare americana che il governo Prodi ha liquidato come un «problema urbanistico» rappresenterebbe un colpo assai pesante in termini di impatto ambientale e utilizzo delle risorse […] La città – dice l’ingegner Vivian – consuma 11,5 milioni di metri cubi l’anno. Pertanto, in relazione ai consumi idrici ipotizzati, è come se ci fosse un incremento di oltre 30 mila abitanti, e relative attività economiche, posti nel quadrante nord della stessa».[v]

Ma la più grave impronta ambientale del sistema militare è ovviamente imputabile al devastante impatto delle operazioni belliche sul deterioramento climatico globale. Basti pensare che nel periodo delle operazioni belliche in Iraq (2003-2007) quella sola guerra ha provocato l’emissione di 140 tonnellate di gas serra (CO2 equivalente) [vi] e che in generale le guerre – alla cui origine c’è sempre più il controllo egemonico sulle risorse petrolifere – sono causa di colossali sprechi e di disastri ambientali connessi ad esempio a bombardamenti d’impianti, petroliere, oleodotti e gasdotti.

«Un cappio al collo del pianeta e un vero circolo vizioso, come sintetizzava l’appello «Stop the Wars, stop the warming» lanciato dal movimento World Beyond War alla Conferenza sul clima di Parigi: «L’uso esorbitante di petrolio da parte del settore militare statunitense serve a condurre guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse, guerre che rilasciano gas climalteranti e provocano il riscaldamento globale. È tempo di spezzare questo circolo: farla finita con le guerre per i combustibili fossili, e con l’uso dei combustibili fossili per fare le guerre».[vii] 

La lettura del rapporto “Smilitarizzazione per una profonda decarbonificazione”, pubblicato dall’International Peace Bureau nel 2014, ci fa comprendere quanto sia assolutamente indispensabile per la salvezza del clima terrestre un ridimensionamento del complesso militare-industriale e degli eventi bellici di cui è portatore. [viii]  Il Pentagono statunitense, ad esempio, nel solo 2017 avrebbe immesso nell’atmosfera 59 milioni di tonnellate di CO2 (e di 1,2 miliardi di tonnellate tra il 2001 e il 2017), diventando di fatto il 55° paese più inquinante al mondo a causa delle sue emissioni ed essendo responsabile di circa l’80% di tutto il consumo energetico statunitense nello stesso lasso di tempo. [ix] Ovviamente questi dati possono sembrare allarmistici ed esagerati e molti si chiederanno come mai non se ne è mai avuta notizia. Ma basta pensare al mantello di segretezza che ricopre pesantemente qualsiasi manifestazione del sistema militare per comprendere quanto i cittadini sappiano poco o niente di ciò che avviene sul loro territorio, essendo espropriati di una parte di esso da una sua militarizzazione sempre più invadente. “Off limits” – il classico divieto di accesso che interdice ai civili le aree militari – significa dunque non solo che la comunità residente deve restare all’esterno di quella delimitazione, ma anche che le attività militari non sono soggette ad alcuna limitazione, monitoraggio o regolazione normativa valida per tutti gli altri soggetti. Ne deriva che: «La ‘riservatezza’ sulle questioni militari […] ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei gravissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra». [x]

Guerra al clima in un clima di guerra

Fonte: il manifesto (29.11.2018)

Elena Camino nel suo saggio ci spiega che bisogna cambiare prospettiva, per cui non dovremmo guardare alla guerra come una serie di eventi, bensì come un complesso e micidiale meccanismo, che non solo è distruttivo in sé, ma causa profonde modificazioni ambientali e sottrae risorse al benessere umano e ad ogni progetto di cambiamento del modello di sviluppo.

«… un processo sistemico che cattura, trasforma e infine degrada (termodinamicamente) enormi quantità di materia e di energia (oltre che di denaro) sottraendole ad altri destini e producendo materiali inquinanti e tossici per tutte le forme di vita sulla Terra».[xi]

Come scrivevo in un precedente articolo:

«La demistificazione che Ben Cramer – il polemologo francese docente all’Università di Parigi – fa dell’ossimoro che presenta i militari come difensori dell’ambiente, lo porta a formulare anche alcuni suggerimenti per fermare più credibilmente questa preoccupante corsa verso l’autodistruzione. Oltre a “climatizzare il Pianeta”, provvedendo ad arrestare con mezzi bio-ingegneristici il riscaldamento globale, […] bisogna non solo riconvertire, riciclare e cambiare modello di sviluppo, ma soprattutto “disinquinare smilitarizzando”». [xii]

Non si tratta di fare i conti in tasca solo ai giganti del sistema militare mondiale, come Stati Uniti, Cina, Russia, Arabia Saudita e Francia (per citare la top five degli stati più armati del mondo, secondo la classifica 2014 del SIPRI), perché faremmo bene a guardare con più attenzione anche a casa nostra. L’Italia, infatti, nello stesso anno era all’11° posto per spese militari, ma anche al terzo posto per esportazione di armamenti ed inoltre, nel 2012, ha prodotto 6,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica per persona, vale a dire il doppio della Turchia e quasi il quadruplo dell’India, che è fra l’altro il primo paese importatore di armi italiane (10% del totale). [xiii]

La scomoda verità è che – per citare il titolo di una recente testi di dottorato dell’Università di Lussemburgo – “gli impatti del militarismo sul cambiamento climatico (sono) una relazione gravemente trascurata”. Ed è per questo che questo corposo saggio denuncia che il militarismo – nel senso più lato è probabilmente il maggiore produttore di emissioni e di degrado ecologico.

«Prescindendo se in tempo di guerra o di pace, le forze armate mondiali consumano un’enorme mole di combustibili fossili, producono immense quantità di rifiuti tossici e presentano domande esageratamente alte d’ogni genere di risorse per sostenere le loro infrastrutture, il tutto esentato da restrizioni ambientali e da misurazioni delle emissioni. In base alla routine della teoria della distruzione, la guerra è condotta al giorno d’oggi principalmente per assicurare le risorse naturali che vengono a loro volta massicciamente consumate nel processo, stabilendo così un auto-perpetuante ciclo di distruzione. Inoltre, le spese militari sottraggono ingenti finanziamenti alle iniziative di mitigazione e adattamento del clima. Sembra ovvio che il militarismo è strettamente correlato al cambiamento climatico, ma sfortunatamente questo collegamento è stato enormemente trascurato, se non intenzionalmente ignorato». [xiv]

Che fare? La prima cosa è denunciare, demistificare e controinformare. L’opinione pubblica, finalmente scossa dalla salutare protesta dei giovani che rivendicano un futuro, non deve ignorare che larga fetta dei guasti che conducono sempre più velocemente al cambiamento climatico sono provocati dal pesante impatto ambientale del complesso militare-industriale. Ecco perché:

«…a mio avviso, ogni resistenza dal basso alle gerarchie imposte da chi comanda deve necessariamente tener conto che gli equilibri (o meglio, gli squilibri…) economici e sociali a livello globale sono assicurati proprio da un complesso militare-industriale che li difende. Allo stesso modo, non si dovrebbero sottovalutare i danni ambientali e sociali della militarizzazione del territorio e, soprattutto, deve essere chiaro che le guerre – in particolare quelle condotte tecnologicamente – sono di per sé una minaccia continua alla sicurezza, alla salute ed alla stessa sopravvivenza d’intere popolazioni».

Utopie pacifiste? Non direi proprio, visto che da 71 anni un piccolo stato del Centro-America, il Costa Rica, ha deciso radicalmente di “ripudiare la guerra”, eliminando del tutto le forze armate. Allo stesso tempo, ha intrapreso un virtuoso percorso di tutela del proprio patrimonio naturalistico e della preziosa sua biodiversità. Non è quindi un caso che l’opzione antimilitarista e pacifista si sia sposata con quella ecologista e perciò faremmo bene ad ispirarci a questa importante esperienza, per rilanciare una visione ecopacifista globale. Perché il continuo clima di guerra è il terreno su cui si è sviluppata la quotidiana guerra al clima, col serio rischio di negare un futuro ai giovani e di compromettere irrimediabilmente la stessa sopravvivenza dell’homo insipiens.


Note

[i] Daniele Paragano, Le basi militari negli Stati Uniti e in Europa: posizionamento strategico, percorso localizzativo ed impatto territoriale, Tesi di Dottorato di Ricerca in Geopolitica, Geostrategia e Geoeconomia, Università degli Studi di Trieste, A.A. 2007-08, p.142

[ii] Gordon Poole, Nazione guerriera – Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Napoli, Colonnese, 2002, p. 154

[iii] Ermete Ferraro, “Credere, Rinverdire e Combattere” – Il neo-ambientalismo dei Grigioverdi” (2018), Academia.edu >  https://www.academia.edu/37811619/Credere_rinverdire_e_combattere

[iv]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Orco_(folclore)

[v] Orsola Casagrande, “I conti in tasca alla nuova base USA di Vicenza”, il manifesto, 20.01.2007 > http://www.dimensionidiverse.it/dblog/articolo.asp?articolo=776

[vi] Fonte: https://climateandcapitalism.com/2008/03/19/global-warming-and-the-iraq-war/

[vii]  Marinella Correggia, “Militari di tutto il mondo in guerra col clima”, il manifesto (29.11.2018) https://ilmanifesto.it/militari-di-tutto-il-mondo-in-guerra-col-clima/ ; cfr. anche la fonte citata: https://worldbeyondwar.org/stop-wars-stop-warming/

[viii] Vedi: https://www.ipb.org/wp-content/uploads/2017/03/Green_Booklet_working_paper_17.09.2014.pdf

[ix] Vedi: Lorenzo Brenna, “Il Pentagono emette più CO2 di Svezia e Danimarca”, Lifegate, 14.06.2019, https://www.lifegate.it/persone/news/impatto-ambientale-co2-pentagono-ricerca

[x] Elena Camino, Guerra, ambiente, nonviolenza, (23.05.2016), Torino, Centro Studi “Sereno Regis” http://serenoregis.org/2016/05/23/guerra-ambiente-nonviolenza-elena-camino/

[xi] Ibidem

[xii] Ermete Ferraro, “Credere, rinverdire e combattere”, cit. – Il riferimento è al libro: Ben Cramer, Guerre et Paix…et EcologieLes risques de la militarisation durable, éd. Yves Michel, 2014

[xiii] Fonti: Stockholm International Peace Research Institute (2014) Trends in World Military Expenditure,

2013. SIPRI Fact Sheet > http://books.sipri.org/product_info?c_product_id=476  e World Bank Carbon Emissions per capita 2010 > http://data.worldbank.org/indicator/EN.ATM.CO2E.PC/countries

[xiv] Florian Polsterer, The Impacts of Militarism on Climate Change: A sorely neglected relationship, Master’s Degree in Human Rights and Democratization, University of Luxembourg (A.Y. 2014-15), p. 90

[xv] Ermete Ferraro, “Biocidio e guerre” Ermete’s Peacebook, (03.03.2019), Ermete’s Peacebook https://ermetespeacebook.blog/2019/03/03/biocidio-e-guerre/ . Vedi anche, dello stesso autore: https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/  – https://ermetespeacebook.blog/2016/06/15/cittadini-sotto-assedio/ –  https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/

Ermete Ferraro, L’Ulivo e il Girasole (Manuale V.A.S. di ecopacifismo), V.A.S. 2014 > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

© 2019 Ermete Ferraro

VO-PO-SA-FA: ecco la formula

Scorrendo i post su Facebook mi sono imbattuto nell’immagine di questo cartello ligneo, datato Ascoli Piceno, A.D. 1529. Vi si legge una sorta di aforisma in versi quaternari, il cui testo gioca sulle rime derivanti dal troncamento delle forme verbali, Si utilizza poi una sorta di chiasmo, incrociando semanticamente il primo col secondo verso ed il terzo col quarto. Il ritmo si spezza al quinto, ma poi recupera la rima al sesto ed ultimo verso. Da una successiva ricerca su internet ho scoperto che si tratta della copia di una delle originali iscrizioni proverbiali incise nel travertino delle facciate dei palazzi ascolani del Rinascimento; in particolare di quella che campeggia sull’architrave di un edificio al n. 19 di Rua Longa. [i] 

Mi sembra interessante utilizzare questo saggio ammonimento inciso sulla pietra come spunto per affrontare la nostra realtà attuale.  Sono infatti passati quasi cinque secoli, ma si direbbe che le cose non siano molto cambiate da allora, confermando quanto sia difficile lasciarsi alle spalle gli errori del passato e voltare davvero pagina. Basti pensare che le vicende umane sono state costantemente rivolte a perseguire l’obiettivo del potere, inteso come possibilità assoluta di ‘fare’, di operare in base alla propria volontà. Un concetto reso icasticamente dai celebri versi danteschi: “Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole…[ii] . Eppure la storia e la nostra stessa esperienza quotidiana ci hanno dimostrato quanto spesso l’aspirazione a poter realizzare ciò che si vuole sia spesso frustrata, più che da ostacoli esterni, dalla mancanza di determinazione. Lo stesso ragionamento potremmo applicare alla seconda parte dell’aforisma. Anche la ricerca della conoscenza, nella convinzione che il sapere sia premessa e condizione dell’azione, è stata sovente vanificata dalla pericolosa scissione fra questi due elementi.  Troppe persone che ‘sanno’ si accontentano della loro conoscenza teorica e quindi non ‘fanno’, cioè non la mettono in pratica. Ancor di più, però, sono quelli che si lasciano prendere da un frenetico attivismo, senza fondare il proprio agire su basi cognitive valide e sicure, con esiti spesso disastrosi.

Forse è esagerato affermare che è solo questa la ragione per cui “il mundo mal va”, però bisogna ammettere che gli esseri umani hanno frequentemente mal coniugato quelli che grammaticalmente sono modestamente chiamati ‘verbi servili’, sebbene ‘volere’ e ‘potere’ siano stati da lungo tempo il movente principale per cui essi hanno coltivato, talvolta con notevole mancanza di scrupoli, l’ambizione di sapere e di fare.  La contraddizione risiede quindi nel paradossale comportamento di chi potrebbe, ma non vuole o, viceversa, vorrebbe ma non può. L’impotenza e l’ignavia sono stati e sono sicuramente due grossi limiti, ma in questi due casi – come per la passività di chi sa non fa – il risultato è l’inazione, ossia una colpa di tipo omissivo. Più grave, invece, mi sembra la situazione di chi si rende protagonista di azioni non supportate da un’effettiva conoscenza di ciò che va a compiere, dimostrando incoscienza ed irresponsabilità e provocando spesso notevoli danni.

Scorrere i quotidiani oppure venire a conoscenza delle notizie riportate dai radiogiornali fornisce la conferma di quanto sia vera quella riflessione di mezzo millennio fa. Il pensiero corre ovviamente alla politica, il terreno privilegiato su cui esercitare il potere sorretto dalla volontà e l’azione fondata sul sapere. Eppure l’immagine che tanti politici continuano a dare di sé sembrerebbe ribadire il paradosso del citato aforisma ascolano. Chi ha sgomitato a lungo per raggiungere l’agognato ‘potere’ in molti casi, dopo aver conseguito tale obiettivo, non se ne avvale per attuare ciò che aveva affermato di volere, ma solo come autoaffermazione personale. É altrettanto vero, d’altronde, che quelli che attribuiscono la loro incapacità di agire alla mancanza d’un effettivo potere non sempre sarebbero capaci di mettere in atto ciò che dicono di volere, anche se fossero messi in condizione di farlo…

Tanto più cinica e spregiudicata è la corsa al potere, tanto più rischia di mostrarsi fine a se stessa. Emergono allora passività, indecisione, inerzia, irresolutezza ed altri limiti all’azione, sebbene a quel punto non manchi più il potere di decidere ed agire. Anche la presunta impotenza di chi non occupa posti di ‘potere’ appare spesso il comodo alibi di chi preferisce stare alla finestra a criticare ‘chi comanda’, rinunciando ad esercitare un ruolo propositivo ed attivo nella società.  Altrettanto frequente è la rinuncia a ‘fare’ da parte di quelli che ‘sanno’ – e quindi avrebbero gli strumenti e le competenze per intervenire –un comportamento che spesso caratterizza una concezione mentalista ed astratta del ‘sapere’, ma in molti casi dipende da irresolutezza morale e da vera e propria vigliaccheria. La pericolosa frattura fra teoria e prassi è stata retaggio di una cultura troppo a lungo teorica e scissa dalla realtà, che vedeva gli intellettuali esterni alle vicissitudini della vita quotidiana, chiusi nella torre d’avorio del loro sapere e per nulla preoccupati delle ricadute pratiche del loro ‘pensiero’. L’impetuoso avvento di una modernità che si nutre di progresso tecnologico e del robusto pragmatismo delle ‘competenze’ ha sicuramente spezzato quel cerchio, ma non per questo è riuscito a ricongiungere davvero il sapere con il fare.

Parallelamente, la cultura massificata ed omogenizzata dei media sembra aver provocato una generale tendenza alla faciloneria arruffona di chi presume di sapere e quindi non ha alcuna remora ad agire, pur non possedendo le sufficienti basi logiche e cognitive per farlo. Riflettere, ricercare, approfondire, valutare sembrano essere diventati passaggi del processo operativo che possono essere tranquillamente saltati, sostituendoli con l’attivismo frenetico, un po’ scomposto e spregiudicato, di chi è determinato a perseguire finalità quantitative più che qualitative. L’irresponsabilità di chi “fa e non sa”, allora, si rivela particolarmente grave, nella misura in cui determina risultati non attesi, sgradevoli conseguenze ‘collaterali’, se non veri e propri disastri. La verità – scolpita nel travertino di quell’antica iscrizione – è che dovremmo un po’ tutti recuperare il buon senso di un’azione sorretta dagli altri tre elementi: volontà, potenza e sapienza. Spezzare il legame logico di questa sequenza è sempre assai pericoloso, per cui non dobbiamo sorprenderci se, in caso contrario, “il mundo mal va”. Dovremmo invece darci da fare per evitare che l’umanità resti vittima dell’ignavia, dell’impotenza, della passività e dell’irresponsabilità che tanti guasti, ecologici non meno che economici e socio-politici, hanno già provocato e stanno ancora determinando. E dobbiamo farlo prima che sia troppo tardi.

© 2019 Ermete Ferraro


[i] https://www.fattodiritto.it/ascoli-piceno-tra-medioevo-il-rinascimento-del-travertino-parlante/

[ii] D. Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, III, 95-96)

Pensando alla pensione…

É ufficiale. Da oggi sono a tutti gli effetti un pensionato. Come si dice di solito, dal primo settembre 2019 “sono andato in pensione”, anche se in effetti non ho deciso io di andarci, visto che le normative italiane prevedevano comunque che ciò accadesse al raggiungimento del 67° anno.  L’estate è finita, i bagagli sono stati riportati a casa, la televisione ha smesso di parlare del controesodo e cominciano ad accumularsi le nubi di pioggia nel cielo. Tutto come al solito. Con una piccola differenza, però. Domani non riprenderò servizio a scuola, scambiando saluti, abbracci e strette di mano con i colleghi e condividendo quell’atmosfera di strana sospensione che si registra ogni volta che si ritorna alla routine lavorativa, avvertendo la nostalgia per la libertà della vacanza ma anche la curiosità per un nuovo ciclo che inizia.

Domani perciò saluterò mia moglie Anna che riprende la scuola e, per la prima volta, resterò a casa ad aspettarne il ritorno, per poi chiederle “Che cosa è successo? Com’è andata?”. Ma non voglio buttarla sul malinconico né mi sento depresso come il classico Fantozzi al primo giorno di pensionamento. Non sono certo felice ma neppure triste, anche se so già che mi mancherà moltissimo il contatto con i ‘miei’ ragazzi e con quello che ho già definito in un’altra occasione ‘ il mestiere più bello del mondo ’.  Come molti mi hanno ripetuto, d’altronde, non mi mancano certo le cose di cui occuparmi, tutti i miei altri impegni che fino ad oggi dovevo comprimere nel pomeriggio ed ai quali potrò finalmente lasciare spazio adeguato. Epperò non posso negare che un certo senso di vuoto si farà sentire prevedibilmente per un bel po’ e che sarà difficile riempirlo, soprattutto di mattina, pur occupandomi maggiormente della casa e della famiglia.

Lasciando stare l’aspetto emotivo della faccenda, comunque, stamattina mi chiedevo come mai solo noi italiani utilizziamo il termine ‘pensione’ per indicare il periodo successivo alla fine di un rapporto lavorativo. Secondo vari dizionari etimologici, questa parola deriva dal latino pensionem ed indica un pagamento, una rata da corrispondere, ovviamente in riferimento al fatto che col pensionamento scatta una ‘rendita previdenziale’. Mi suona però un tantino squallido questo riferimento ad una fase dell’esistenza di un essere umano solo come quello in cui ci si attende una sorta di restituzione economica in cambio di una vita di lavoro. Per carità, questa pensione ce la siamo abbondantemente sudata e facciamo bene a godercela (si fa per dire…). Sta di fatto però che, in altre lingue, si fa piuttosto riferimento al concetto di ‘ritiro’ dal lavoro, come nel caso del francese retraite, dell’inglese retirement, dello spagnolo retiro, del tedesco Ruhestand, del russo otstavsky e perfino dell’arabo tukaod.

Ammettiamolo: un mondo che cambia per un essere umano non può essere racchiuso esclusivamente nella rata mensile che gli sarà accreditata sul conto corrente quando appunto si pensionerà. Comunque la si voglia considerare – un meritato riposo, un ritiro dal vortice quotidiano del lavoro, un’agognata liberazione da un impegno pressante e spesso stressante – tale cruciale chiusura di una fase personale e sociale non credo che dovrebbe essere assimilata, anche semanticamente, alla lungamente attesa fuoruscita di tante sonanti monete dalla slot machine della vita, oppure ad un verdiano “questa donna/quest’uomo pagato/a io l’ho”. Il concetto di ‘ritiro’ risulterebbe più adatto e – a prescindere dalle diverse normative in vigore nei vari stati – mi sembra comunque che riconosca alle persone una scelta, la libertà di cominciare a pensare di più a se stessi ed ai propri cari dopo avere adempiuto al diritto/dovere civile di svolgere “…un’attività o una funzione che concorre al progresso materiale e spirituale della società”, giusto per citare l’art. 4 della nostra Carta costituzionale.

Il verbo latino re-tirare, infatti, indica l’azione di tirare indietro, di ritrarre, di riportare a sé il proprio impegno, per dedicarsi ad altro e/o ad altri. Mi pare quindi un modo più corretto e rispettoso per designare la nuova fase che da oggi si sta aprendo anche davanti a me. L’affronterò con la consapevolezza che tante cose cambieranno, ma che l’artefice della mia vita mi sforzerò di essere comunque io, come peraltro ho fatto finora in ambito lavorativo e non solo.  Incipit vita nova – per citare il Poeta – o, più semplicemente, inizia un’età in cui, più che isterilirsi a fare bilanci del passato, occorrerebbe darsi un nuovo slancio per costruire il futuro, certamente insieme con gli altri, ma senza mai mollare sulla responsabilità che ognuno di noi ha e cui non si dovrebbe mai rinunciare. A forza di leggere e sentir parlare di ‘legge Fornero’, di ‘quota 100’, di ‘finestre pensionistiche’ ed altre algide formule politico-sindacali, abbiamo forse trascurato di guardare alla pensione in chiave meno economicista, ma piuttosto come una nuova tappa del nostro personale ‘tour’, cui sarebbe il caso di dedicare maggiore attenzione, rimodellando nel modo giusto parte della nostra quotidiana esistenza.  Ecco perché ho voluto dedicare il mio primo scritto dopo le vacanze estive a questo argomento, condividendo con chi vorrà leggerli questi miei primi ‘pensieri sulla pensione’, un po’ per familiarizzarmi con l’idea ma anche per cominciare a riflettere su di essa come inizio piuttosto che come fine di qualcosa. E non è poco.

Curnute e mazziàte…!

‘Ncopp’ê ggiurnale stanno parlanno assaje ‘e nu fatto che, però, nu’ ppare c’ ‘a cchiù pparte d’ ‘a ggente àveno capito overamente. ‘A Repubblica Taliana già teneva int’ ‘a Custituzzione soja, a ll’art. 116, ‘e reggiùne ‘a statuto speciàle’, però cu ‘a reforma d’ ‘o 2001 ‘nce trasette dinto pure propio chella ‘autonomia devierzefecata’ che Llumbardia, Veneto e Emilia-Rumagna vanno cercanno, e cche manco ô Piemonte lle dispiace.  ‘Nzomma, pare propio c’ ‘o Nnord sano sano se sente accussì ttanto speciàle ca sta cercanno ‘e fa’ stabbelì pe llegge ‘a devierzetà soja.

 Quaccheduno parlaje ‘e na “spartènza d’ ‘e ricchepellune”, pecché addereto â parola ‘autonomia’ s’andivìna ‘a vuluntà d’ ‘e nurdiste ‘e se spartere ‘a ll’ati rriggiune, ma pe s’azzeccà cchiù mmeglio ê Paìse putiénte ‘e l’Europa.  Ma accussì, scrivette ‘o pruf. Massimo Villone ‘ncopp’ô ‘Manifesto’ d’ ‘o 26 ‘e giugno: «Jammo a ccagnà pe ssempe – cu n’accuordo privato ‘nfra na ministra leghista e cciérti rreggiune – uno d’ ‘e princìpie funnative d’ ‘a Custituzzione: appassà ‘a distanza ‘nfra ‘o Nnord e ‘o Ssud, int’a na pruspettiva mediterranea e p’apparà ‘e deritte».

Cuntinuano a ppresentà favezamente ‘o Mmeridione comme si fosse nu ‘mpaccio, nu ‘mpiédeco â parta vertulosa ‘e l’Italia che, senza chillo ‘ntuppo, putarria correre cchiù assaje. Chesto vo’ dicere che ‘a vecchia ‘quistione meridiunale’ s’è avutata int’a na strèveza ‘quistione settentriunale’, addò nu Nord chiéno ‘e vertute nu’ sse vurrìa cchiù ffa’ zucà ‘o ssanghe ‘a nu Sud sciampagnone, male guvernato e mmalandrino. Â scumpetura ‘e ‘stu pruciésso, chille ca pe cchiù ‘e 150 anne ce àveno culunnizzato e sacchiàto, cu ‘a trastula ‘e l’Unnetà ‘e l’Italia, so’ ppropeto chille che mmo ‘a vulessero sfravecà, pe sse libberà d’ ‘o ‘ntuppo d’ ‘e ‘terùn’…!

‘E bbuscie cu ‘e ggamme corte

Chiù ‘e tre secule passate, Basile scrivette ca: “La buscia è na scoppetta… che accide chi la spara”. Pe cchesto facette bbuono Marco Esposito quanno – ‘ncopp’ó ‘Mattino’ d’ ‘o 26 ‘e giugno – sprubbecàje una pe una “‘e ddiece buscìe d’ ‘o Scassa-Italia”. ’Ncopp’a ttutto, pure si è overo ca ll’autonomia sta dint’â Custituzzione, s’ha dda dicere ca lloco, però, se parla ‘e ghì ‘ncuntro ê speciàle asiggenze e bbesuògne ‘e nu particulare territorio, no ‘e nu suoccio mudello arraffa-arraffa pe ttuttequante. Siconna cosa, nun è manco overo ca fuje ‘o populo a ddecidere accussì, pecché sulo ‘e ddoje reggiune d’ ‘o Lombardo-Veneto faccettero ‘e referendum (cunzultive), addò vutajeno ‘o 45% scarzo, e  ppure ‘ncopp’a n’addumanna assaje lasca. E ppo’ è na palla ca, si lle dessero ‘sta specie ‘e autonomia, nun se luvasse manco n’euro ô Miezjuòrno. ‘Nfatte è cchiaro ca, si  darranno cchiù rresòrze a Llumbardia, Veneto e Emilia Romagna, senza ca s’aumenta ‘a spesa totale, sarranno denare sceppate ê reggiune cchiù ‘nguajate.

Diceno pure ca ô Ssud spennimmo assaje cchiù d’ ‘o Nnord, ma è n’ata buscia, pecché ô 2018 ‘e denare prùbbece spise pedùno p’ ‘e reggiune d’ ‘o centro-nord fujeno 18mila euro, mentre ‘e mmeridiunale s’accuntentajeno ‘e 15 mila euro. Nemmanco è overo ca ‘e reggiune songo cchiù sparagnune d’ ‘o Stato, pecché ‘e piccerelle comm’ ‘o Mulise spenneno ‘mméce assaje ‘e cchiù dd’ ‘e ggrosse. È na palla pure ca ‘a reggione Campania, pe l’adducazzione, spenne cchiù dd’ ‘o Veneto, pecché – ‘ncopp’a 100 abbitante – ‘a primma tene 15,6 studiente e prufessure cchiù vviécchie e mmeglio pavate ‘e cchiù, mentre ‘a siconna tene sulo ‘o 12,3% ‘e studiénte, e prufessure cchiù giuvene.

Chi sparte ave ‘a meglia parte?

Vanno dicenno ca pe nnu’ ffa’ dessipà ‘e denare prùbbece ‘nce vônno ‘e ‘fabbesuogne standardizzate’. Però fégneno ‘e se scurdà ca ‘stu sistema ‘nce steva ggià p’ ‘e Cumune d’ ‘o 2015, però fuje appricato malamente. Sicché, cu ‘sta loggeca, pare c’ ‘a ggente che ‘storicamente’ nu’ tteneva nu servizzio nu’ nn’àveno cchiù deritto ‘e ll’ate. E ppo’, ‘e nurdiste diceno ca vônno sulo ausà ‘e denare che stesso lloro àveno già cacciato pavanno ‘e ttasse. Però se scordano ca, int’a nu stato muderno e democrateco, ‘e cetadìne hann’ ‘a pavà ‘e trebbute, ma è ‘o Parlamiénto che stabbelisce addò s’hann’ ‘a addestinà chille denare.

Vanno cuntanno pure ‘a buscìa ca ‘sti accuòrde se putarriano cagnà doppo diece anne, però ‘e ddecisiune pigliate c’ ‘o reggiunalisemo devierzefecato nun se pônno cchiù ccagnà, si nun s’accummincia tutto ‘o pruciésso d’ ‘o capo e si nun ‘o ccercano stesso ‘e rreggiune. L’urdema buscia è ca chesta ‘spartenza d’ ‘e ricchepellune’ è na fauzarìa. Scrivette bbuono pirciò Marco Esposito: «Stabbelì – comme facettero ô frevàro d’ ‘o 2018 – ca chello che ttrase cu ‘e trebbùte raccòvete int’ô territorio nazziunale sarrìa n’énnece d’ ‘o fabbesuògno sarrìa comm’a ddicere ca nu riccopellòne, sulo pavanno cchiù ttasse, tene cchiù dderitto a avé adducazzione, sanitate, fràveche, tutéra pe ll’ambiente ecc., pe ttutte ‘e 23 materie ch’ ‘e reggiune stanno tenénno mente». Na jastemma puliteca ca, ‘nfino ‘e mmo, nu’ ss’era maje sentuta…

Ma ‘e ditte antiche nu’ ffallisceno…

Pe cuncrudere, permettìteme ‘e cità quacche ditto antico de lu populo napulitano che mme pare va a cciammiéllo cu ‘sti fatte. È overo ca na vota se diceva: “Chisto è ‘o munno: chi navega e cchi va a ffunno” o ppure: “’O pesce gruòsso se magna ô piccerillo”.  Però àti ppruverbie nu’ ddanno  còrpa ô ddestino, â mala sciorta, p’ ‘o fatto ca “ ‘o piécuro nasce curnuto e mmore scannato” e “‘o cane mòzzeca ‘o stracciato” Nu ditto antico, ‘nfatte, ce fa capì pure ca: “Quanno uno chiagne, ce sta sempe n’ato che rride”.  ‘A trista verità è c’assaje spisso – comme cuntava ggià ‘a favula grieca d’ ‘o lupo e ‘o pecuriello – nu’ ssulo “chi nu’ ttene denaro ave sempe tuòrto”, ma adderittura “ave cchiù raggione chillo c’accide ca chillo ch’è acciso”…!

Penzo che ‘sta vecenna d’ ‘o reggiunalìsemo devierzefecato addimostra na vota ‘e cchiù ca “‘o vòje chiamma curnuto a ll’àseno”, ma pure che ce âmm’ ‘a sta’ attiénte a chille che se metteno â parte ‘e chi vo’ sta spartenza d’ ‘e ricchepellune, pecché “’o pastore c’avanta ‘o lupo nun vo’ bbene ê ppecure”. Però se stessero attiénte pure ‘e lupe, pecché: “Chi semmena viénto raccoglie tempesta”, accussì comme ‘a ggente d’ ‘o Ssud nun s’ha dda scurdà ca “Nu populo falluto è nu populo fernuto”. E ppirciò, si propeto nun ce vônno cchiù ppe ccumpagne, pe vvìa ca nun ‘e ffacimmo currere bastantemente verzo l’Europa d’ ‘e ricchepellune, embé allicurdammoce ‘e n’urdemo pruverbio: “Cammisa ca  nun vo’ sta’ cu ttico, stracciala!”.

ConVerdiamoci !

Un’Europa sempre più verde

Dopo il clamoroso successo dei Verdi a livello europeo – che porta il loro schieramento (Group of Greens/ European Free Alliance) a svolgere un ruolo di rilievo nel Parlamento dell’U.E. – in molti si sono comprensibilmente chiesti perché mai il partito verde italiano, con la sua magra percentuale del 2.32%, sia rimasto invece il fanalino di coda. Se infatti si escludono risultati ancora più magri – come quello dell’Ungheria (2.18%) oppure quelli dei Paesi che si attestano attorno o addirittura al di sotto dell’1% (come: Slovenia, Malta, Grecia ed Estonia) – è purtroppo evidente che le ultime prestazioni elettorali dei Verdi italiani, pur registrando una certa crescita dei voti, sono però deludenti ed ininfluenti.

Qualche politologo o commentatore ha provato a dare una spiegazione di questo preoccupante fenomeno, che dopo le elezioni europee ci presenta un’Italia in maggioranza di colore sì ‘verde’, ma nell’accezione introdotta dalla Lega di Salvini, quanto di più lontano può esserci da un movimento ecologista. Se si osserva una cartina, quindi, è impossibile non notare che i Verdi si sono affermati ancor di più in alcune realtà mitteleuropee – come Germania e Francia – e sono significativamente in crescita in altre aree centrali e nordiche, come Austria, Belgio. Lussemburgo, Finlandia, Irlanda e Danimarca. Viceversa, ad eccezione di Spagna e Portogallo, l’affermazione del progetto ecologista dei Verdi stenta ancora ad affermarsi nell’Europa mediterranea.

Una lettura dei risultati elettorali l’ha tentata Mao Valpiana, storico esponente del Movimento Nonviolento italiano, candidato in Europa Verde nella circoscrizione nord-est.

«Nella penisola, anche a causa dello sbarramento al 4%, i Verdi non hanno avuto eletti, hanno raccolto oltre 600 mila voti, fermandosi al 2,3% dei consensi. In Italia hanno prevalso il timore, la paura, la chiusura, il voto maggioritario è andato al partito negazionista della crisi climatica. Questo è un fatto politicamente molto grave e preoccupante. […] Il tema cruciale della campagna elettorale, in Europa, era la politica climatica e ambientale, e i verdi hanno riscosso la fiducia degli elettori. Non a caso anche tra gli italiani all’estero i Verdi sono la quarta formazione politica scelta». [i]

Tale analisi delle ragioni del non-voto verde in Italia mi sembra in larga parte condivisibile. È evidente infatti che inseguire il cosiddetto ‘voto utile’ ha portato i nostri concittadini a premiare ancora una volta i partiti maggiori e le coalizioni di quelli minori. Certo, il timore di sprecare il proprio voto, ma anche la chiusura verso un messaggio di profondo cambiamento della mentalità potrebbero essere stati dei motivi per cui i Verdi italiani non sono riusciti a raccogliere i consensi necessari ad esprimere almeno un proprio esponente al Parlamento europeo. Ma si tratta solo di scarsa motivazione degli elettori, oppure il problema vero è altrove, cioè nella capacità effettiva che gli eredi del ‘sole che ride’ hanno di rappresentare un riferimento chiaro ed affidabile?

Greta si è fermata ad Eboli?

L’amico Valpiana – cui mi legano decenni di comuni battaglie antimilitariste e nonviolente – si sbilancia in un accenno di analisi sociologica, affermando:

«… nel nostro paese prevale ancora il voto per un interesse personale, mentre oltralpe il voto è legato ad un interesse collettivo…» [ii].  

Mi sembra onestamente uno stereotipo piuttosto scontato e banale, che attribuisce ai popoli d’oltralpe un idealismo politico ed una coscienza civica assai superiore a quella del comune homo italicus (soprattutto se meridionale, da sempre bollato col marchio del ‘familismo amorale’ e simili luoghi comuni…). Dall’insistenza sull’affermazione del candidato verde sud-tirolese e dall’accenno al dato che in alcune zone del nord-est italiano si è sfiorato il 10% di consensi, in effetti, mi sembra di avvertire una scarsa fiducia nella possibilità che il movimento ecologista possa affermarsi al di sotto dell’area cispadana. Ma è davvero il caso di tirare in ballo la mai sopita contrapposizione tra la cultura ‘collettiva’ mitteleuropea ed una visione individualista ed anarcoide che sarebbe tipica dei ‘sudisti’? I risultati elettorali conseguiti in Italia da formazioni politiche minori come La Sinistra, +Europa e Verdi – schiacciati nella morsa di un centro-nord a maggioranza leghista e di un meridione prevalentemente pentastellato – mostrano più in generale quanto purtroppo sia poco radicata una visione politica alternativa a quella rappresentata dall’attuale maggioranza populista-identitaria. Mi sa quindi che c’entra poco l’interesse collettivo cui si riferiva Valpiana, dal momento che, pur con alcune interessanti eccezioni – l’onda verde suscitata in particolare tra i giovani dalla protesta ecologista senza se e senza ma, incarnata dalla figura di Greta Thunberg, si è fermata molto prima di giungere alla fatidica Eboli…

Le ragioni sono diverse ed alcuni anni fa qualcuno aveva provato ad analizzarle in modo più scientifico, impostando un’accurata ricerca su alcune ipotesi di lavoro. Si tratta di uno studio comparativo svolto alla fine del 2017 da Zack P. Grant e James Tilley – dal significativo titolo “Terreno fertile: come spiegare le variazioni nel successo dei Verdi europei” – nel quale si utilizzano una grande quantità di dati elettorali, relativi a 32 Paesi nel corso di 45 anni, per verificare le cause dell’affermazione dei Verdi, a partire da alcune differenti teorie.

«I partiti verdi vanno bene nelle società con conflitti post-materialisti causati da alti livelli di ricchezza o dalla presenza di una tangibile controversia ambientale […] Mentre i partiti tradizionali possono scalzare i giovani partiti verdi adottando la questione ambientale, questo effetto è invertito una volta che i Verdi sono sopravvissuti a un certo numero di elezioni». [iii]

La ricerca parte dalla distinzione tra le tre possibili fonti di tale successo: domanda da parte degli elettori, vincoli istituzionali ed opportunità politica fornita dagli stessi partiti tradizionali. Nel primo caso, la crescita dei voti verdi sarebbe attribuibile allo sviluppo economico e/o allo sviluppo dell’energia nucleare, mentre l’aumento della disoccupazione agirebbe in senso contrario. Nel secondo caso, invece, il decentramento politico-amministrativo e l’impiego di un sistema elettorale proporzionale giocherebbe a favore dei Verdi. Infine, prendendo in esame le opportunità politiche, la sesta ipotesi vedrebbe la crescita elettorale dei partiti della sinistra radicale inversamente proporzionale a quella dei quelli verdi, laddove la settima ed ultima sottolinea che una strategia ‘accomodante’ da parte dei partiti più importanti svantaggerebbe quelli verdi, mentre strategie di netta contrapposizione li rafforzerebbero.

Dove il gira-sole non ride

Osservo che, pur trattandosi di una seria ricerca, i suoi risultati corrispondono solo in parte alla travagliata vicenda dei Verdi italiani. Essi sono effettivamente nati nella seconda parte degli anni ’80 sull’onda della protesta antinucleare ed è pur vero che in una realtà sociale contrassegnata dalla crisi economica e dalla disoccupazione l’affermazione di un progetto politico caratterizzato da priorità ambientaliste risulta difficile. Ė peraltro innegabile che una realtà amministrativa accentrata come quella italiana, caratterizzata per molti anni anche da un sistema elettorale maggioritario e che premiava le coalizioni, non ha sicuramente agevolato formazioni minoritarie come i Verdi.  Qui però i punti di contatto con lo studio in questione si esauriscono, anche se non è da escludersi che strumentali aperture ‘ambientaliste’ da parte dei tradizionali partiti italiani abbiano sottratto ulteriormente consensi ad una formazione spiccatamente ambientalista. La vera questione, il suo nodo critico, riguarda invece l’identità dei Verdi del ‘sole che ride’ o, per meglio dire, l’immagine che essi hanno saputo trasmettere (e lasciare di sé) agli Italiani.

Nel suo articolo, Mao Valpiana attribuisce la colpa della loro mancata affermazione di Europa Verde – pur in presenza di un’indiscutibile green wave – a tre fattori principali. Il primo è quello riconducibile al sistema elettorale, col suo sbarramento al 4%. Il secondo è l’oscuramento mediatico da cui sarebbero stati penalizzati. Il terzo, e più importante, è che:

«…l’esito generale, in Italia, invece, ha rispecchiato le previsioni di una campagna elettorale molto nazionale, compressa nella politica interna, dove i temi europei non erano presenti, e ciò contribuirà ad isolare ancor più il nostro paese nell’Unione». [iv]

Pur dando per scontato che un ‘vaso di coccio’ come quello degli ecologisti è comunque penalizzato in una competizione con ‘vasi di ferro’ e che i media tendono da sempre ad ignorare o a banalizzare le battaglie dei Verdi, non si può negare d’altronde che se la sensibilità dell’elettorato italiano nei confronti delle tematiche ambientaliste resta piuttosto limitata, la responsabilità è anche di chi, in questi anni, ha fatto ben poco per accrescerla. L’aver distinto nettamente le battaglie di natura ecologista da quelle socio-economiche è stato, a mio giudizio, un grave errore dei Verdi italiani, che ha implicitamente rafforzato il luogo comune secondo il quale l’ambientalismo è fatto per chi ha la pancia piena e non ha bisogni primari da soddisfare.

Che occuparsi di salvaguardia dell’ambiente sia un vezzo radical-chic, infatti, era e resta un’opinione che avrebbe dovuto essere smentita coi fatti più che a parole, evidenziando il nesso profondo tra devastazione del patrimonio naturale ed avidità di chi persegue solo il profitto e respinge ogni interesse collettivo. È vero che la recente campagna elettorale italiana per le Europee ha avuto un taglio troppo ‘interno’, escludendo temi-chiave di natura transnazionale ed internazionale e richiudendosi in una visione identitario-protezionista. Ma una realtà prevalentemente ecologista come i Verdi avrebbe comunque dovuto cogliere (e denunciare) il legame fra politiche securitarie ed identitarie e conseguente chiusura ad ogni vincolo/accordo internazionale a tutela dell’ambiente naturale, sottoposto alla stessa logica di mercificazione e sfruttamento selvaggio cui sono condannati gli esseri umani.

Daltonismo o miopia politica?

Scrive Valpiana che: «…il tema cruciale della campagna elettorale, in Europa, era la politica climatica e ambientale, e i verdi hanno riscosso la fiducia degli elettori».[v]  

Sarebbe però ingenuo – o addirittura fuorviante – far credere che una proposta politica incentrata sul contrasto al cambiamento climatico e sull’urgenza di uscire dalle fonti energetiche fossili non abbia alcun rapporto con una trasformazione economico-sociale radicale e molto più ampia, in Europa e a livello globale. Ė proprio quello che alcuni partiti verdi europei di grande successo hanno viceversa sottolineato nei loro commenti, come nel caso di Terry Reintke, parlamentare europea eletta tra i Grünen tedeschi:

«Ovviamente la crisi climatica darà una priorità, soprattutto perché lo spazio per intervenire è molto breve. Ma è un’analisi troppo ristretta dire che il sostegno fosse solo per questo. Le persone hanno votato per noi in gran numero anche perché siamo un partito molto credibile in tema di democrazia, di stato di diritto e di diritti umani. Consideriamo l’Unione europea non solo un’unione economica ma un’unione di valori. Essa deve essere più equa e socialmente giusta. Questa sarà una priorità per noi nelle trattative». [vi]

Nel commento di Mao Valpiana, poi, si parla del rischio di ‘daltonismo’ politico, che confonderebbe l’opzione verde con quella ‘rossa’ della sinistra, lasciando intendere che questo equivoco ne avrebbe condizionato negativamente i risultati elettorali.

«Sostenere che la Sinistra e i Verdi sono la stessa cosa, è come non saper distinguere il rosso dell’alt e il verde del via libera al semaforo: un errore clamoroso. I Verdi sono riuniti nella famiglia Grunen/Ale (Alleanza Libera Europea), mentre la Sinistra confluisce nel Gruppo Gue/Ngl (Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica); sono due formazioni distinte, con programmi, storie e prospettive politiche differenti, anche se vi possono essere molte convergenze programmatiche». [vii]

È evidente che verdi e sinistra sono due soggetti distinti, ma è altrettanto evidente che non esiste nessuna autentica green revolution che non passi per il superamento dell’attuale modello di sviluppo, fondato su un capitalismo selvaggio e senza regole, fonte di sempre crescenti disuguaglianze, di pesanti violazioni dei diritti umani e d’insidiose minacce alla pace.  Non ha senso difendere l’ambiente senza impedire anche che si perpetui la logica predatoria che ne minaccia le risorse e gli equilibri naturali. Si tratta in questo caso non di ‘daltonismo’ ma – come ho sottolineato in un precedente articolo [viii] – di una diffusa forma di miopia politica, che impedisce di vedere le cose in una prospettiva più ampia, costringendo a limitarsi ad una visione ristretta e parziale della realtà.

I Verdi italiani hanno sprecato troppo tempo a prendere le distanze dalla sinistra o – anticipando i Cinquestelle – a dichiararsi né di destra né di sinistra, pur di non compromettere la possibilità di entrare in amministrazioni locali, regionali ed al governo. Ma questa politica ondivaga ed opportunista non ha pagato se, comunque, non ha impedito a questa formazione politica di scomparire progressivamente dalla scena, a partire dalla seconda metà degli anni ’90. E non perché, nel frattempo, gli altri partiti avessero effettivamente assorbito e fatto proprio il messaggio dei verdi, rendendone pleonastica o inutile la presenza. Neppure perché l’associazionismo ambientalista era diventato, di fatto, l’interlocutore delle istituzioni, accrescendo il peso di questa nuova lobby a discapito del partito verde.  La crisi dei Verdi italiani ha avuto ben altre cause ed è dal riconoscimento di questi punti di fragilità che bisogna partire, se si vuole rilanciare un soggetto verde credibile e capace di un vero radicamento nella nostra società.

Un movimento eco-socio-pacifista

Condivido in pieno l’intervento di Mao Valpiana quando rivendica ai Verdi – una delle poche organizzazioni politiche transnazionali e collegate da un progetto in larga parte comune – l’identità non solo ambientalista, ma anche ecopacifista e nonviolenta. Rilanciare in Italia il soggetto politico verde, infatti, significa riallacciarlo alla sua storia, alle sue radici di movimento federativo e dal basso, che si batteva non solo per una politica ecologica, ma anche per l’ecologia della politica. Ma in che modo e con quali mezzi è possibile riprendere questo percorso?

«Sappiamo che i mezzi, il metodo di lavoro, gli strumenti che utilizziamo, sono tanto importanti quanto il fine. Dunque dobbiamo adottare il metodo della nonviolenza anche nei rapporti e nell’organizzazione interna (cosa che non abbiamo visto in campagna elettorale) […] Oggi il nostro unico leader è il bel simbolo elettorale che ci ha uniti. Le leadership non sono quelle costruite a tavolino, o per diritto di presenza, o con una mozione. La vera leadership emerge naturalmente, ha una sua forza propria, non si inventa. O c’è o non c’è. Quando c’è è espressione del potere di tutti, ed è sempre una leadership collettiva. […] Pace con la natura e pace tra le persone e i popoli, può essere la sintesi del nostro programma. Non c’è ecologia senza pace, e non c’è pace senza ecologia. La giustizia ambientale e la giustizia sociale trovano una risposta comune nella politica di disarmo: reperire risorse dalla drastica riduzione delle spese militari, per finanziare le politiche ambientali, sociali e gli strumenti necessari alle soluzioni nonviolente dei conflitti. Ecologia e Nonviolenza sono le due gambe sulle quali deve camminare il nostro progetto politico». [ix]

Bisogna sottolineare che il malinconico tramonto del nostro ‘Sole che ride’ va ricondotto soprattutto alla rincorsa ad un successo elettorale fragile, guidato da una leadership personalistica, accentratrice e che non ha saputo far maturare una guida condivisa e collettiva. Ciò non ha agevolato l’effettivo radicamento sul territorio dei gruppi locali iniziali e di quelli creati successivamente, spesso secondo logiche puramente strumentali ed elettoralistiche. La presenza verde non era stata costante e visibile neppure negli anni in cui il “non-partito” verde riscuoteva un discreto successo. Ovviamente, in seguito, è stata quasi del tutto oscurata dal tramonto della sua ‘stella-guida’ e si è quasi polverizzata negli anni successivi, delegando di fatto l’istanza ecologista alle associazioni ambientaliste (che sono altro) ed al trasformismo camaleontico dei partiti tradizionali.

Ammettiamolo: recuperare anni d’inerzia, di rassegnazione e di silenzio non è per nulla facile, ma è comunque possibile. La condizione indispensabile, però, è l’abbandono delle strategie minimaliste di chi persegue in modo miope solo i risultati elettorali, riprendendo invece lo slancio ideale e civile caratteristico d’un progetto globale, pur radicalmente alternativo al comune sentire. C’è bisogno di guardare al futuro senza rinnegare il passato, di energie nuove che si mettano in gioco, d’impegno continuativo sul territorio e di rinnovato entusiasmo. Il recente Manifesto dei Verdi Europei è un documento prezioso in tal senso, in quanto ci presenta un progetto politico estremamente compiuto e non settoriale, nel quale la difesa del Pianeta in pericolo si coniuga con quella delle persone e dei loro diritti umani, civili e sociali.

«Preservare l’ambiente è anche un problema sociale. Il danno ambientale colpisce in modo spesso sproporzionatamente pesante coloro che stanno già lottando, come le comunità a basso reddito ed i paesi poveri, per non parlare delle generazioni future. I progetti per le grandi opere devono essere implementati solo dopo adeguate consultazioni con le popolazioni locali. Noi siamo per la giustizia ambientale. La transizione ad un’economia verde non si verificherà dal giorno alla notte e non sarà sempre facile. I lavoratori e le regioni hanno bisogno di una giusta transizione verso mezzi di sussistenza sostenibili. Dovrebbe essere istituito uno speciale schema europeo per finanziare la riqualificazione e la creazione di nuovi posti di lavoro, fornendo assistenza sociale ed alleviando i timori». [x]

Progetto eco-solidale e nonviolento

Rilanciare il progetto verde anche in Italia, a mio avviso, non va inteso come un modo per cogliere una situazione internazionalmente favorevole ed un’accresciuta sensibilità ai problemi del cambiamento climatico. Sarebbe un’operazione politicamente miope ed eticamente poco sostenibile. Riproporre nella sua globalità la proposta alternativa dei Verdi, viceversa, richiede uno sforzo culturale per uscire dal provincialismo della politica nostrana, molta determinazione e strategie comunicative ben precise. Questo soprattutto in una fase storica in cui prevalgono le semplificazioni strumentali e la banalità degli slogan, mentre le ideologie sono scalzate da un pensiero ‘debole’ dietro cui, in effetti, si cela l’omologazione del pensiero unico, agevolata soprattutto tra i giovani dal subdolo dominio del ‘grande fratello’ mediatico.

«C’è un largo potenziale in un’economia equa, sociale, collaborativa e che si faccia carico delle persone. Nuove forme di economia possono conciliare la ricerca del profitto con l’inclusione sociale e la democrazia politica. Le normative europee dovrebbero consentire strumenti alternativi, come le cooperative, la raccolta diffusa di fondi e l’imprenditorialità sociale. Tutti dovrebbero avere accesso alle risorse condivise – note come ‘beni comuni’ […] Le comunità in tutta l’Europa dovrebbero essere incoraggiate a sviluppare alternative sostenibili ed accessibili ai correnti ruoli dominanti dell’economia di mercato e delle sue lobbies. Il prodotto interno lordo è una misura inadeguata del progresso sociale. Noi vogliamo integrarlo con parametri alternativi, che riflettano le preoccupazioni sociali ed ambientali». [xi]

I Verdi non possono ripresentarsi agli Italiani solo come i portatori del verbo ambientalista, trascurando di dire la loro su problematiche sociali fondamentali come il contrasto alla disoccupazione, la sicurezza delle comunità o la questione migratoria. Un’economia ‘verde’ non dovrebbe essere soltanto ecologicamente più ‘sostenibile’ (termine ormai diventato ambiguo…) ma soprattutto alternativa alla logica del profitto, dell’accumulazione di capitali e dello sfruttamento parallelo delle risorse, umane ed ambientali. Il rischio, in caso contrario, è quello di restare afoni e poco incisivi, politicamente ibridi ed elettoralmente del tutto ininfluenti.

La partecipazione sociale, il decentramento amministrativo, il rispetto delle differenze, il rifiuto delle discriminazioni e di ogni forma di razzismo vanno di pari passo con la realizzazione di una società non più viziata da una visione antropocentrica, rispettosa della biodiversità, aperta al mondo ma non globalizzata, solidale e comunitaria ma senza rigurgiti nazionalisti.  Una società nonviolenta, dove i conflitti non si esorcizzano ma si risolvono in modo creativo e non distruttivo. Una comunità capace di costruire relazioni pacifiche e, allo stesso tempo, di opporsi fermamente al perverso intreccio fra produzione ed esportazione di armamenti e proliferazione di conflitti armati.

«L’Europa ha bisogno di essere più attiva nella ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti, sia prossimi sia esterni. Vogliamo investire pesantemente nella prevenzione civile dei conflitti, nella mediazione, nella riconciliazione e nel mantenimento della pace.  Affrontare le cause alla radice del conflitto è più facile e più umano che occuparsi delle conseguenze. Ci opponiamo allo spostamento dei fondi europei per finalità militari. Una sicurezza ed una stabilità durevoli non possono essere costruite con le armi». [xii]

Come allargare la base dei Verdi

Uno degli errori che, a mio giudizio, sono stati compiuti da chi ha guidato per un decennio i Verdi italiani è stato quello di chiudersi in una struttura di partito centralizzato ed autoreferenziale, dopo aver affermato (con un’ironia che oggi scopriamo quasi profetica…): “i partiti sono partiti”.  Quello strumentale cambio di rotta, infatti, comportò da un lato il rifiuto dell’ideologia verde (e quindi di quella visione globale che fa parte del pensiero ecologista), in nome di un pragmatismo anti-intellettualistico. Dall’altro, ha indotto a costruire un partito sulla misura del suo leader, contraddicendo clamorosamente ciò che si era predicato a lungo a proposito della ‘ecologia della politica’ e, quindi, del rifiuto dei discutibili e sbrigativi metodi di controllo del potere in una tradizionale forza politica.

Un altro errore che vorrei sottolineare, affinché non si ripeta, è stato quello di sottovalutare il contributo che potrebbe venire ad una forza politica verde dal rapporto con interlocutori esterni, ma credibili ed attivi sul territorio. Mi riferisco ovviamente alle spesso travagliate relazioni col mondo dell’associazionismo ambientalista e protezionista (a sua volta sospettoso nei confronti di un ‘partito’ che avrebbe potuto fagocitarlo), ma anche all’assenza totale di rapporti di collaborazione con le organizzazioni pacifiste, nonviolente ed anti-globalizzazione, con le associazioni del mondo del consumerismo, della cooperazione e della solidarietà sociale, nonché con le realtà ecclesiali di base.  

Il terzo errore che riscontro è stato quello di oscillare – una volta costituiti i Verdi come partito – tra una gestione accentrata ed una federativa. Un elementare principio di rispetto delle diversità e tipicità di ogni realtà regionale e locale, infatti, richiedeva una struttura decentrata e federale. Questo giusto principio, però, è stato frainteso, come se si trattasse d’una sorta di strutturazione ‘feudale’, laddove ogni organismo regionale veniva reso praticamente autonomo, ma sottoposto alla guida attenta di un ‘vassallo’ del principe. Il risultato è stato l’azzeramento del confronto democratico, ma parallelamente l’assenza di un effettivo coordinamento politico del partito nazionale, che ha selezionato la sua dirigenza non su criteri qualitativi, ma solo in base alla fedeltà a chi lo guidava a livello nazionale.

Quest’analisi che si riferisce al passato dei Verdi non ha alcuna finalità polemica, ma solo l’intento di contribuire ad evitare che l’auspicabile rilancio in Italia di un soggetto politico verde possa ricorrere nuovamente a formule sbagliate, come il leaderismo, l’opacità organizzativa e l’opportunismo un po’ cinico di chi cerca scorciatoie per affermarsi.

La centralità della crisi climatica e l’urgenza di una svolta energetica sono e restano questioni basilari per i Verdi. Bisogna però ripartire da un’agenda politica più ampia ed articolata, evitando di alimentare la strumentale contrapposizione tra le istanze ambientaliste e quelle socio-economiche. Il Manifesto dei Verdi Europei mi sembra già un buon documento da cui partire, senza dimenticare quelli che sono i quattro ‘pilastri’ dei Verdi a livello internazionale: Saggezza ecologica, Giustizia Sociale, Democrazia dal basso e Nonviolenza.[xiii]  Non bisogna assolutamente trascurare, infine, il grande ed autorevole contributo che le Chiese Cristiane (cattolica, ortodossa e riformate) stanno dando da decenni all’approfondimento del pensiero ecologista ed al collegamento tra la ‘salvaguardia del Creato’ e le altre due fondamentali dimensioni evangeliche della Pace e della Giustizia.

Anche il rapporto dei Verdi con la Sinistra, pur tenendo conto delle ovvie differenze ideologiche, dovrebbe diventare meno superficiale più attento e produttivo, non di certo per mettere insieme frettolosamente traballanti e poco convincenti coalizioni elettorali (come già successo in passato), bensì per contrastare sia l’ondata nazional-populista e neo-fascista che sta pesantemente inquinando la politica italiana, sia il neo-liberismo che ha contagiato a lungo sia la destra sia la sinistra moderata del nostro Paese.

Allargare la base potenziale dei Verdi a soggetti diversi ma coerenti, dunque, dovrebbe essere un obiettivo strategico da perseguire con costanza, senza dimenticare però che l’attuale struttura organizzativa della Federazione è ridotta da tempo ad una scatola vuota e scarsamente significativa. Il primo impegno da perseguire, quindi, resta la costruzione di una struttura nazionale decentrata e federale, ma non per questo meno efficiente, in cui finalmente ci si possa confrontare democraticamente, decidendo insieme il percorso da compiere ed i mezzi da utilizzare più coerenti con le finalità perseguite.

Chiudo con parole che sintetizzano la profetica proposta di Alex Langer, figura esemplare dell’ecopacifismo italiano, che dopo tanti anni può ancora illuminarci nella ricerca della strada giusta:

«Per prevenire il suicidio dell’umanità e per assicurare l’ulteriore abitabilità del nostro pianeta e la convivenza tra i suoi esseri viventi”, è necessaria una “svolta” che deve puntare a “opportunità reali di auto-sviluppo” per cui diventano imprescindibili “processi di disarmo e smilitarizzazione ed un enorme sforzo teso alla riduzione della violenza, dell’eccessiva competizione, della miseria, della distruzione».[xiv]


N O T E


[i] Mao Valpiana, Dopo le elezioni europee, dove vanno i verdi italiani? Un contributo al dibattito, 12.06.2019  > https://www.pressenza.com/it/2019/06/dopo-le-elezioni-europee-dove-vanno-i-verdi-italiani-un-contributo-al-dibattito/

[ii]  ibidem

[iii] Zack Grant & James Tilley, “Fertile soil: explaining variation in the success of Green parties”, West European Politics,

Volume 42, 2019 – Issue 3 (pp. 495-516) > https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/01402382.2018.1521673 (trad. mia).

[iv] Valpiana, op. cit.

[v]  Ibidem

[vi] Emma Graham Harrison, “A quiet revolution sweeps Europe as Greens become a political force”, The Guardian, 2 June 2019 > https://www.theguardian.com/politics/2019/jun/02/european-parliament-election-green-parties-success (trad. mia).

[vii]  Valpiana, op. cit

[viii]  Ermete Ferraro, “Oftalmologia politica” (03.02.2019) > https://ermetespeacebook.blog/2019/02/03/oftalmologia-politica/

[ix]  Valpiana, op. cit.

[x]  European Green Party, 2019 Manifesto as adopted by EGP Council, Berlin, 23 – 25 November 2018, p. 5 > https://europeangreens.eu/sites/europeangreens.eu/files/Adopted%20%20EGP%20Manifesto%202019.pdf

[xi]  Ibidem, p. 8

[xii] Ibidem, pp. 13-14

[xiii] Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/Green_politics  e https://www.globalgreens.org/who-we-are

[xiv] Davide Musso, “Una vita più semplice – Alla ri-scoperta di Alex”, Altreconomia, n. 62, Giugno 2005 > https://altreconomia.it/una-vita-piu-semplice-alla-ri-scoperta-di-alex-ae-62-2/


© 2019 Ermete Ferraro

“Napule è mille paure…”

C’è qualcosa di sconcertante, e al tempo stesso profondamente irritante, in ciò che sta succedendo a Napoli. Ė senza dubbio una città sempre più culturalmente vivace, straordinariamente attrattiva per tanti turisti italiani e stranieri, sorprendente in tutte le sue manifestazioni e piena anche d’iniziative originali. Eppure, allo stesso tempo, Napoli risulta assai fragile, perennemente afflitta da emergenze che durano da decenni, amministrata più con la fantasia che con la concretezza di scelte meditate e coerenti.  Ė una storica capitale che però stenta ancora a leggere la propria lunga storia ma anche a disegnare il profilo del proprio futuro, si tratti di pianificazione urbanistica oppure di attività produttive, di progettazione della mobilità urbana o di contrasto alla criminalità. Intrappolata com’è nella morsa di una crisi finanziaria che ne paralizza in larga parte risorse ordinarie ed investimenti, Napoli continua ad inseguire una modalità che la rende unica rispetto alle altre amministrazioni civiche: uno strano mix di populismo e dirigismo, di apertura comunitaria alla partecipazione e di chiusura burocratica nei palazzi dove, talvolta, si ha l’impressione che gli stessi componenti della giunta, più che dialogare tra loro, si parlino attraverso una sorta di ‘centralino’ unico.

Essere portatori di contraddizioni, diversità e particolarità, d’altronde, non è sempre un male. In tempi di pensiero unico e di omologazione socio-culturale, anzi, un po’ di originalità ed autonomia risulta un pregio. Eppure c’è qualcosa che a Napoli continua a mancare ed è la normalità, intesa sia come condotta amministrativa che segua una linea condivisa ed ordinaria, sia come stabilità e certezza di ciò che fa la vita meno precaria, sia anche nel senso di rispetto delle regole, scritte e non scritte, che rendono una comunità civile degna di questo nome. 

Manifestazione “DisarmiAmo Napoli” – Piazza Nazionale – Domenica 5 maggio 2019

L’episodio più grave che ha sconvolto i Napolitani, purtroppo già abituati a questi atti si follia urbana, è stata l’ennesima sparatoria in mezzo alla folla di una popolare piazza, nella quale è rimasta tragicamente coinvolta un’innocente bambina che passeggiava con sua nonna ed ora versa in gravi condizioni in ospedale pediatrico. La reazione della gente è stata più immediata ed energica del solito, segno che il peso di una camorra senza limiti e scrupoli è diventato ormai intollerabile. Ma, oltre alla ripresa dei regolamenti di conti fra criminali ed alle ‘stese’ delle bande di giovani delinquenti, ci sono stati anche altri episodi che hanno lasciato sconcertato chi vive a Napoli e deve già fare i conti con l’ordinaria follia del traffico, con trasporti pubblici carenti, coll’inquinamento dell’aria e col caos dell’abusivismo, a vari livelli e in vari ambiti.

Ad esempio, è partito in pompa magna il Maggio dei Monumenti, con file chilometriche di visitatori davanti a musei ed altri beni culturali ma, allo stesso tempo, si continuano a registrare disastri che coinvolgono monumenti unici come il complesso dell’Ospedale e Chiesa degli Incurabili, gravi danni a facciate di chiese e palazzi, chiusure perenni di gioielli architettonici, episodi di assurdo vandalismo nei confronti di opere d’arte.  E poi: si sbandierano slogan ecologisti come ‘Ossigeno Bene Comune’ eppure il tasso d’inquinamento da polveri sottili in città è sempre più grave, costringendo da anni l’amministrazione a ricorrere provvedimenti ‘urgenti’ e non si sa quanto ‘temporanei’. Ci si riempie la bocca di proclami che dichiarano Napoli ‘Città di Pace’ ma, al tempo stesso, non si sono mai visti tanti militari nelle piazze, per strada e perfino nelle scuole, per non parlare della brillante idea di ospitare addirittura una scuola militare europea in una storica struttura che avrebbe invece dovuto essere riconvertita a scopi civili e sociali.

Si esalta giustamente la natura accogliente e multiculturale della nostra città, ma poi si continua a dare risposte del tutto insufficienti alle pressanti esigenze di migliaia di persone – locali, apolidi o straniere – che non hanno il necessario per vivere e campano alla giornata, mendicando, rovistando tra i rifiuti o lavando vetri ai semafori. Si delegano sempre più i servizi socio-assistenziali al c.d. ‘privato sociale’, eppure manca un vero piano che coordini le pur necessarie azioni del ‘terzo settore’, garantendo finanziamenti certi e regolari ma anche controlli effettivi sull’ efficienza ed efficacia di tali interventi.

Napoli è una città eccezionale, è vero. Questo non significa però che debba costituire un’eccezione a tutte le regole, come ad esempio quella che vede tutte le metropoli delegare gran parte delle competenze amministrative ad un livello decentrato. Da noi il decentramento alle municipalità cittadine è sempre più simbolico ed asfittico e la gente dei quartieri continua a guardare a Palazzo S. Giacomo come una volta i popolani guardavano verso il balcone centrale della storica residenza dei Borbone.  Insomma, è necessaria una salutare spinta dal basso da parte di chi non accetta di vivere in una condizione di continua emergenza, ma al tempo stesso non intenda restare alla finestra a criticare chi decide a nome di tutti. Ci vuole una riscossa civile, una svolta autenticamente ecologica, un’alternativa nonviolenta non solo nei confronti chi semina morte e terrore con metodi criminali, ma anche di chi continua a fare affari sull’assenza di quella ‘normalità’ che consente ed alimenta abusi, imbrogli e corruzione.

I Napolitani dovrebbero quindi sentirsi sempre più cittadini attivi e responsabili e sempre meno  spettatori passivi di questa sconcertante alternanza di affermazioni positive e degrado quotidiano. Ciò significa che bisogna ricostituire la rete dell’associazionismo, della militanza politica, del volontariato promozionale e non di supplenza alle carenze istituzionali. Ciò significa difendere con i denti tutte le sedi e le occasioni di partecipazione diretta (dagli organi collegiali della scuola ai consigli municipali, dagli organismi di controllo alle realtà a difesa dei consumatori), smettendo di considerarli meri adempimenti formali e burocratici e restituendogli  il loro valore di esercizio della cittadinanza attiva e del capitiniano ‘potere dal basso’.

Soprattutto, bisogna smetterla di apprendere che cosa ci succede intorno di seconda mano, dalle chiacchiere da bar dagli onnipresenti smartphone e schermi televisivi, ricavandone generalmente sconcerto e crescita del senso d’impotenza. Proviamo piuttosto a vivere intensamente e direttamente le relazioni umane, comunitarie e civiche. C’è un mondo intorno a noi a cui troppo spesso non prestiamo più attenzione e verso il quale, invece, potremmo intervenire in prima persona, aiutando, denunciando, ribellandoci, facendoci promotori d’iniziative che aggreghino altri.

Ecco, proviamo ad essere più protagonisti e meno spettatori. Sono le dittature che hanno bisogno di un pubblico da arringare e convincere. La democrazia, quella vera, non è ‘star sopra un albero e neppure avere un’opinione’ per parafrasare la nota canzone del grande Giorgio Gaber – perché la libertà si manifesta davvero solo con la partecipazione. Non quella formale e parolaia che qualcuno ci ha benevolmente concesso finora, ma quella autentica – sicuramente più impegnativa – che nasce dalla riflessione, dall’impegno e dalla responsabilità.


© 2019 Ermete Ferraro