Liberazione, lotta e riconciliazione

Questo 25 aprile, sebbene il clima politico italiano sia sempre più avvelenato da seminatori di odio e da antistorici rigurgiti fascisti, in fondo non è diverso da tutti gli altri. Sfilate, deposizioni di corone d’alloro, discorsi in piazza: insomma, celebrazioni.  Una parola di etimo incerto, che richiama un momento corale, in cui molte persone si ritrovano insieme per rendere onore a qualcosa o qualcuno.

«Il latino ‘celebrare’ ha come primo significato quello di ‘frequentare, affollare’. La celebrazione scaturisce quindi dall’assembramento di persone – le quali, per evoluzione lineare del termine, finiscono per onorare ciò che le aggrega, per rendere solenne l’evento. Già questa è un’immagine meravigliosa, che ci racconta dei primi modi in cui si sono strutturate le umane liturgie».[i]

Il guaio è che, come tutte le liturgie, la ritualità ufficiale rischia di spegnere il senso vero di ciò che dovrebbe essere anche una festa, irrigidendolo nella commemorazione che, come suggerisce la parola stessa, rischia di esaurirsi nel ricordo d’un evento passato. Un secondo aspetto che mi piace poco di questo tipo di celebrazione è che momenti corali e di popolo finiscono spesso per essere istituzionalizzati, concentrando l’attenzione su atti simbolici e formali, solitamente delegati a rappresentanti ufficiali e troppo spesso ricondotti alla retorica militarista tipica delle parate.

Da ormai 73 anni in questo giorno ricordiamo l’anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ma tale celebrazione ha stentato a diventare una vera Festa nazionale. Non si tratta di voler attribuire a questa dizione ufficiale [ii] il senso di una ricorrenza che coinvolga tutti allo stesso modo, in una specie di simbolico e consolatorio ‘volemose bene’. La questione vera è se celebrare la resistenza alla dittatura fascista ed al nazismo debba rimanere un momento di separazione ideologica, o se invece l’affermazione della coscienza democratica e dei valori costituzionali debba piuttosto diventare un patrimonio comune intorno a cui ritrovarsi.

Insomma, è la vecchia storia della sterile contrapposizione fra conflitto e pace, secondo cui la pacificazione sarebbe l’eliminazione del conflitto, come se si trattasse di qualcosa da esorcizzare. Ma è vero l’esatto contrario: il conflitto non solo è ineliminabile – in quanto frutto di una diversità che va tutelata e non repressa – ma, tutto sommato, è perfino positivo, nella misura in cui diventa elemento propulsore del cambiamento.  Ciò che bisogna perseguire, allora, non è tanto l’eliminazione del conflitto quanto il superamento delle soluzioni violente e distruttive ad esso, cercando metodi diversi per superare i conflitti in modo creativo, costruttivo e nonviolento.

Manifestazione neofascista

Lo so: mai come in questo periodo vediamo messi in discussione i pilastri stessi dell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza, sintetizzati in quella Carta costituzionale che ripetutamente sta subendo attacchi e tentativi di snaturamento. Mi rendo conto inoltre che l’avanzata di una destra becera, populista e nazionalista costituisce una seria minaccia ai valori che la Costituzione considera una sorta di ‘bene comune’. Il mio, infatti, non vuol essere un appello moralistico a mettere da parte divisioni che pur ci sono, in nome d’un generico pacifismo. Ciò che sostengo è un modo d’inquadrare l’affermazione di quei valori che faccia di quel drammatico conflitto non solo l’occasione per rileggere la storia passata, ma anche per offrire prospettive davvero diverse al nostro futuro.

Quando spiego ai miei interlocutori che aderisco ad un movimento pacifista come il M.I.R. [iii], che fa della riconciliazione il suo elemento identificativo, noto che questa parola suscita curiosità, ma anche un vago sospetto. Certo, la matrice ‘spirituale’ del M.I.R. spiega il ricorso a tale termine, ma resta ancora molto da chiarire sul senso vero della riconciliazione, concetto facilmente banalizzabile come ricerca della pacificazione a tutti i costi, per un anelito etico-religioso alla concordia ed alla benevolenza.

La verità è che con tale parola si intende evocare non solo la caritas cristiana (col suo assai impegnativo richiamo all’amore per i nemici), ma anche altri concetti più politici, come quello della Ahimsa gandhiana e le proposte di ricercatori per la pace come Johan Galtung [iv], relative alla mediazione, al peace-building ed altre tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti. Fin dall’immediato dopoguerra, nel mondo della scuola italiana, a partire dalla proposta alternativa di Maria Montessori [v], si sono sempre più diffuse esperienze di educazione alla pace e per la pace.[vi] Ai nostri ragazzi – anche se in modo un po’ generico e talvolta equivoco – da decenni proponiamo comunque soluzioni non distruttive ai conflitti, che partano dall’analisi della loro natura e facciano ricorso a concetti come quello di empatia. Eppure a questi positivi insegnamenti rivolti ai più piccoli non è paradossalmente mai corrisposto un effettivo progresso nelle nostre pratiche quotidiane di mediazione, di riconciliazione e di pacificazione.

Continuiamo testardamente a guardare alla pace come assenza di guerra ed alla riconciliazione come eliminazione del conflitto. Ma si tratta solo di una diffusa ignoranza delle tecniche nonviolente o di una voluta banalizzazione dell’impegno per la pace, come se fosse una sentimentale missione da ‘anime belle’? Il concetto fondamentale da chiarire, secondo me, è quello di lotta. Se si continua a considerare la nonviolenza come un sistema per sfuggire alla lotta, invece che un modo alternativo – e spesso vincente – di praticarla, non faremo passi avanti. Allo stesso modo, se scambiamo ancora la riconciliazione per un infantile ‘facciamo la pace’, a prescindere dai conflitti vissuti e dalle ferite provocate, non andremo da nessuna parte.  La lotta nonviolenta va qualificata principalmente come resistenza al male, all’ingiustizia, alla violenza, al sopruso. Una resistenza per niente ‘passiva’, che ha utilizzato le armi della non-collaborazione, del boicottaggio, dell’opposizione e della disobbedienza civile. Eppure la celebrazione della Resistenza al nazifascismo raramente ha fatto riferimento a metodi alternativi a quelli della lotta armata, sebbene già praticati – in modo più o meno consapevole – da tanti Italiani nel loro processo di liberazione dal giogo della dittatura e dalle atrocità della guerra.[vii]

Speriamo allora che questo 25 aprile 2019 possa aprire un modo nuovo, diverso, per fare memoria degli orrori della dittatura e per celebrare la libertà riconquistata a caro prezzo 74 anni fa. Certo, la lotta contro tutte le manifestazioni di fascismo, di razzismo e di militarismo guerrafondaio deve restare viva ed attiva e dovrà vederci sempre più uniti e determinati. Va invece cambiato, a mio avviso, l’approccio tradizionale ad essa e la scelta delle metodologie di resistenza civile da praticare. L’Italia ha bisogno di una riconciliazione vera, che non è certo quella di chi ripete l’ipocrita ritornello “scurdammoce ‘o ppassato”, ma la ricerca di un dialogo che trasformi il conflitto senza negarlo, superandone progressivamente i traumi ed intersecando l’impegno per lo sviluppo e la difesa dei diritti umani con quello per il disarmo, contro la guerra ed il militarismo.

«Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame».[viii]

Queste parole, pronunciate 36 anni fa dal nostro presidente Sandro Pertini, ci ricordano che la strada della Liberazione era e resta ancora molto lunga.

Rifacendoci a quel nobile appello, smettiamola quindi di dar credito a chi contrappone un generico ‘popolo’ ad altrettanto vaghe ‘élites’, per schivare le contraddizioni d’un capitalismo aggressivo, che rischia però di ridurre in povertà un crescente numero di suoi potenziali ‘consumatori’. Riprendiamo con forza la lotta per la liberazione dalla violenza quotidiana, dalle disuguaglianze stridenti, dalla riduzione della sovranità dei cittadini, dalle crescenti minacce alla loro salute ed alla sicurezza, frutto di un modello di sviluppo predatorio, anti-ecologico ed iniquo.  Liberiamoci anche da ogni forma di discriminazione, di pernicioso nazionalismo mascherato da sovranismo e dalla pretesa normalizzazione degli equilibri geo-strategici voluti dal complesso militare-industriale, che moltiplicano i conflitti armati convenzionali ma al tempo stesso rievocano l’incubo di una guerra nucleare. Liberiamoci, infine, dal luogo comune che pretende di risolvere i conflitti utilizzando le stesse armi di chi aggredisce e prevarica sugli altri. Non è un compito facile, ma dobbiamo riuscire a far capire che, come già dal 1984 ammoniva Galtung: “Ci sono alternative!” [ix]  

© 2019 Ermete Ferraro


N O T E

[i] “Celebrare” in: https://unaparolaalgiorno.it/significato/C/celebrare

[ii]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Anniversario_della_liberazione_d%27Italia

[iii] Vedi i principi del M.I.R.  Movimento Internazionale della Riconciliazione – branca italiana dell’I.F.O.R. , che ha pubblicato anche un libro con le edizioni Qualevita, dal titolo “Teoria e pratica della Riconciliazione” – in: https://www.miritalia.org/

[iv] Sul metodo ‘Transcend’ proposto da Galtung vedi: http://serenoregis.org/2018/11/30/transcend-galtung-mediazione-soluzione-di-conflitti-1958-2018-johan-galtung/

[v]  Maria Montessori, Educazione e Pace, 1949 > http://www.operanazionalemontessori.it/editoria/catalogo-e-acquisti/libri-e-riviste/educazione-e-pace-detail

[vi]  Vedi sul tema il mio recente saggio: Ermete Ferraro, Una pace da costruire (2018) > https://ermetespeacebook.blog/2018/09/22/una-pace-da-costruire/

[vii] Ci sono tante esperienze di resistenza nonviolenta citate da numerosi testi, fra cui: Enrico Peyretti, La Resistenza nonviolenta al nazifascismo in Italia, (2006), in Peacelink > https://www.peacelink.it/storia/a/14371.html . Cfr. anche il mio saggio sulle Quattro Giornate di Napoli: Ermete Ferraro, “La resistenza napoletana e le ‘quattro giornate’: un caso storico di difesa civile e popolare”, in: Una strategia di pace:la difesa popolare nonviolenta, a cura di A. Drago e G. Stefani, FuoriTHEMA, 1993. Vedi anche: Idem, Le Quattro Giornate come difesa civile e popolare, Agoravox Italia, 2013 > https://www.agoravox.it/Le-quattro-giornate-di-Napoli-come.html

[viii] Citazione da un discorso tenuto nel 1983 dal presidente Sandro Pertini > https://le-citazioni.it/frasi/197604-sandro-pertini-battetevi-sempre-per-la-liberta-per-la-pace-per/

[ix]  Johan Galtung, There are alternatives!: Four Roads to Peace and Security (1984) > https://www.amazon.com/There-are-alternatives-roads-security/dp/0851243932

Petrosinella nel minestrone

Avrei voluto evitarlo, ma proprio non ce la faccio. Il nome di Roberto De Simone è davvero troppo importante perché un qualunque professore di lettere come me ardisca profferir parola in qualche modo critica nei suoi confronti. Eppure non me la sento di tacere a proposito del suo intervento su la Repubblica [i] che – proprio perché molto autorevole – rischia di avallare e consolidare il già troppo frequente ricorso a spropositi ortografici nella scrittura del Napolitano, verso i quali sto cercando da anni di alzare un muro difensivo, insieme ad altri valenti studiosi.[ii]

Su suggerimento di un amico, ero infatti corso a leggere le pagine locali del citato quotidiano per trovarvi l’originale riscrittura di De Simone – utilizzando il codice fonetico internazionale noto come I.P.A. – della prima fiaba della seconda giornata del Cunto de li cunti’ di G. B. Basile. Già leggendo le parole del Maestro nella prima parte dell’articolo, però, mi era parso di cogliere qualche lieve stonatura tra intenzioni dichiarate e strumentazione impiegata per quel fine.

« Nell’ambito internazionale della cultura più avanzata, il problema oggi è oggetto di accurata analisi, e ci si può giovare di trattati e dispense scientifiche sull’argomento, […] giungendo fin dall’inizio a un apposito alfabeto fonetico detto Ipa (International Phonetic Alphabet), tutt’ora in uso. […] In tal senso, sommariamente indicheremo esclusivamente le vocali mute in fine di parola, quelle acute o gravi, con un “puntino” le altre mute disposte all’interno d’un vocabolo, i troncamenti in fine di parola e la “s” fricativa con il segno “ŝ”…» [iii]

Continuando nella lettura, mi sono così imbattuto nella trascrizione ‘fonetica’ che De Simone ha fornito della celeberrima Petrosinella’ ed i miei dubbi sono diventati purtroppo certezza. Sebbene egli citi esplicitamente l’Alfabeto Fonetico Internazionale [iv] (la cui codificazione risale al 1989, con piccole integrazioni successive), francamente non si comprende da quali fonti abbia tratto la metodologia adottata, in quanto egli fa ricorso a grafemi e segni diacritici che col codice I.P.A. non hanno nulla a che vedere.

Mi rendo conto che la secolare diffidenza verso la scrittura fonetica risponde a motivazioni ragionevoli, che vanno dalla difesa (un po’ nazionalista) dell’autonomia e specificità di ogni singolo idioma alle oggettive difficoltà pratiche derivanti dall’adozione generalizzata di un codice grafico estraneo al sistema classico – ‘occidentale’ – di scrittura meccanica e poi computerizzata, conosciuto come QWERTY. [v]  Sono dunque consapevole delle obiezioni che si oppongono ad una norma unificante di tutti i codici grafici, sebbene l’impiego di un sistema fondato sul principio 1 fonema = 1 grafema arrecherebbe un notevole ed indiscutibile vantaggio allo studio delle lingue straniere. Tutto ciò, d’altra parte, non mi sembra che giustifichi l’atteggiamento sospettoso e critico di linguisti ed esperti di media né tanto meno la trascuratezza di tanti miei colleghi docenti nei confronti dell’insegnamento già dalle scuole medie dei fondamenti della fonetica e della pratica scolastica – e quindi semplificata – della scrittura fonetica internazionale.

Come sperimentatore da oltre un decennio dell’insegnamento nelle scuole medie anche della lingua napolitana, infine, ho dovuto spesso fronteggiare anche la diffidenza di molti ‘cultori della materia’ verso l’introduzione di segni diacritici nella sua scrittura, prendendo magari in prestito grafemi dal codice fonetico internazionale (ad es. nel caso della /s/ seguita da /c/, /p/ , /q/  – denominata ‘fricativa postalveolare sorda’ – trascrivibile a mio avviso o con il segno IPA  / ʃ /, oppure con lettere adoperate in alcune lingue di ceppo slavo, come / š / e / ş /. Si può quindi immaginare quanto mi avrebbe fatto piacere poter contare sull’autorevole avallo di un esperto di cose napolitane come il maestro De Simone, che però è svanito bruscamente non appena mi sono trovato di fronte alla sua versione ‘fonetica’ della celebre fiaba seicentesca del Basile.

«P.TRUS.NELLA –  Er’ na vot’ na fémm.na prèn’ chiammata Paŝcaròzia, la qual’, affacciat.s’ a na f.nèstr’ ch’ ŝbucav’ a nu ciardin’ de n’Orca, védd’ nu bellu quatr’ r’ p.trusin’, de lu qual’ l’ vénn’ tantu vulìø ch’ s’ s.ntév’ aŝc.vulir’: tanto che nu putenn’ r.sist.r’, abbistat’ quann’ scétt’ ll’Orca, n’ cugliètt’ na vrancat’. Ma turnat’ ll’Orca a la cas’ e vulenn’ far’ la sàuz’, s’addunàje ca nc’ er’ m.nat’ la fàuce, e diss’: «M’ s’ pòzza ŝcat.nar’ lu cuoll’ si nce mmatt’ stu man.c’ r’ancin’ e nu lu facciø p.ntir’, azzò s’mpar’ ogn.un’ a magnar’ a lu taglier’ sujø, e nu ŝcucchiariar’ p’ le pignat’ r’autr’» [vi]

«Il risultato – ne sono sicuro – produrrà nella recitazione una sonorità dolcissima, evocativa, quasi prodotta da una voce antica che ci giunge attraverso i secoli, cullando l’immaginario sedimentato e stratificato nel nostro secolare inconscio…» [vii]

Col dovuto rispetto per un musicologo compositore e regista che onora Napoli, questo suo ardito esperimento grafico mi evoca ben altro che una ‘dolcissima sonorità’ e, viceversa, mi ricorda l’attuale, cacofonica ed approssimativa, maniera di scrivere la nostra povera lingua. Essa deriva dalla deprecabile abitudine di storpiarla con apostrofi sballati, troncamenti improponibili ed assurde sparizioni delle vocali atone che invece, sia al centro che alla fine delle parole, non sono mai ‘mute’, bensì caratterizzate da un suono indistinto. Altro che “voce antica”! A me fa venire in mente la smozzicata ed elementare grafìa ‘da smartphone’ adoperata attualmente da ragazzi ed adulti, da qualche noto rapper e perfino da famosi marchi commerciali, che utilizzano strumentalmente – e male – il Napolitano per apparire ‘popolari’.

Mi resta comunque la curiosità su quali fonti De Simone abbia consultato per giungere a questo risultato. Da dove ha tratto, ad esempio, l’uso di un ‘puntino’ per indicare le vocali atone indistinte intermedie, unendolo ad un ancor più improbabile ricorso all’apostrofo come marcatore delle vocali indistinte finali? Chi mai gli ha suggerito l’adozione di un grafema come / ŝ / , che appartiene al sistema grafico dell’esperanto [viii] e non certo al codice IPA? Da dove sbuca poi il grafema / ø /, chiamato ‘aptang’ , che appartiene alla fonetica ed alla grafia delle lingue scandinave? [ix] La verità è che questo minestrone grafico non mi sembra che giovi al miglioramento dell’ortografia del Napolitano moderno, ma neanche che sia evocativo di quello antico.

Giusto per dare l’idea di come apparirebbe lo stesso brano citato di ‘Petrusinella’ se si adottasse l’alfabeto fonetico internazionale, di seguito ne do una mia versione personale, che utilizza i grafemi ‘speciali’ dell’IPA quando mi sembra strettamente necessario.[x]

« Pɘtrusɘnélla – Érɘ na vòtɘ na fémmɘnɘ prènɘ, kjammàtɘ Paskɘdòz:jɘ; la kwalɘ, affɘcciàtɘsɘ a na fɘnèstrɘ, kɘ ʒbuk:àvɘ a nɘ cjardìnɘ dɘ n’òrkɘ, véddɘ nɘ b:èllɘ kwatrɘ dɘ p:ɘtrusìnɘ. Dɘ lo kwalɘ lɘ vènnɘ tantɘ golìɘ, kɘ sɘ sɘntévɘ ascevɘlìrɘ. Tantɘ kɘ, non pɘténnɘ rɘsìstɘrɘ, ab:istàtɘ kwannɘ scêttɘ l:òrkɘ, nɘ kɘgliéttɘ na vraukàtɘ. Ma, turnàtɘ l’:òrkɘ a l:a kàsɘ, e vulénnɘ fàrɘ la sàwzɘ, s’addunàjɘ kɘ nc’érɘ mɘnàtɘ la fàwcɘ, e d:issɘ: «Mɘ sɘ pòzzɘ ʃkatɘnàrɘ lɘ kwòllɘ, si ncɘ méttɘ stɘ m:ànɘkɘ d’ancìnɘ, e non ne l:o fàccjɘ pɘntìrɘ, azzò sɘ mparɘ ognɘ unɘ a m:agnàre a lɘ tagliérɘ sujo, e n:o ʃkuk:iɘriàrɘ pɘ l:e pignàtɘ d’àwtrɘ!»

Certo, bisognerebbe fare progressivamente l’abitudine a questa scrittura e, soprattutto, praticarne l’uso già nella scuola, ad esempio quando si studiano lingue straniere come l’inglese, per le quali la coincidenza tra grafema e fonema è molto rara.  Forse per imparare a scrivere meglio il Napolitano non sarà indispensabile ricorrere ai segni grafici speciali, o quanto meno lo si potrebbe fare solo in alcuni casi molto specifici di suoni inesistenti in italiano, come appunto lo shwa / ɘ / per le vocali atone indistinte centrali e finali e per il segno della fricativa postalveolare sorda / ʃ /. Sarebbe comunque opportuno, a mio avviso, evitare di ricorrere a soluzioni che, come quella proposta dal Maestro de Simone, rischiano di peggiorare la già scadente ortografia della nostra bella lingua, per la quale sono invece indispensabili regole certe, condivise e correttamente insegnate.

© 2019 Ermete Ferraro


[i] Roberto De Simone, “Così ho ritrovato le sonorità antiche della lingua del Basile”, la Repubblica, Napoli, pp. XIII-XV > https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/04/03/news/napoli_roberto_de_simone_per_repubblica_cosi_ho_ritrovato_le_sonorita_antiche_della_lingua_di_basile_-223183442/?rss

[ii] Dagli anni ’90 ho iniziato un’esperienza d’insegnamento della lingua e cultura napolitana in due scuole medie pubbliche e svolgo per il terzo anno un analogo corso per adulti presso l’Unitre (Università delle tre Età) di Napoli. Sono il curatore di una specifica pagina facebook ( Prutezzione d’ ‘a Lengua Napulitana ) e collaboro con varie associazioni e singoli studiosi, fra cui: Amedeo Messina, Nazario Bruno, Davide Brandi, Salvatore Argenziano, Gianni Polverino, Raffaele Bracale, Maria D’Acunto, Massimiliano Verde ed altri) impegnati nella tutela e promozione della lingua napolitana. In tal senso, sono stato anche estensore d’un progetto di legge in discussione al Consiglio regionale della Campania, a firma del cons. F. E. Borrelli.

[iii] Art. cit., p. XIII

[iv] Cfr. Voce “Alfabeto fonetico internazionale” in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Alfabeto_fonetico_internazionale  e  Laboratorio di Fonetica Sperimentale ‘Arturo Genre’ (LFSAG), Tabella IPA > http://www.lfsag.unito.it/ipa/index.html

[v] Vedi la voce “QWERTY” in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/QWERTY

[vi] Vedi art. cit., p. XIV

[vii] Ibidem, p. XIII

[viii]  Vedi la voce corrispondente su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/%C5%9C

[ix]    Vedi la voce corrispondente su Wikipediahttps://it.wikipedia.org/wiki/%C3%98

[x]  Oltre alle tabelle citate nella nota iv, è utile far riferimento anche all’ottimo dizionario della lingua napolitana  di Sergio Zazzera, edito da Newton Compton (https://www.amazon.it/Dizionario-napoletano-Sergio-Zazzera/dp/8854109215 ), nel quale sono invece riportate integralmente  le trascrizioni fonetiche di ciascun lemma da lui curato.

4 Aprilante…anni 70 !


Perché 70 anni di Alleanza Atlantica sono 70 di troppo.

Sette decenni di ‘protezione’ non richiesta

Il 4 aprile 2019 la NATO (Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico [i]) compie 70 anni. Nel 1949, proprio in quella data, fu infatti costituita a Washington dai suoi 12 Paesi fondatori come alleanza militare, che avrebbe dovuto difenderci da un ipotetico attacco armato contro gli stati europei e nord-americani, fronteggiando un’ipotetica minaccia militare da parte dell’Unione Sovietica. Eppure già da allora essa non si opponeva ad un’analoga coalizione militare, dal momento che il Patto di Varsavia [ii] fu sottoscritto dall’U.R.S.S. e da altri sette paesi comunisti solo sei anni dopo, nel 1955, proprio per contrapporsi alla preesistente Alleanza Nord-Atlantica.

Oggi, settant’anni dopo, quel Trattato non ha comunque alcun senso, essendo sparito dal 1991 l’antagonista da cui avrebbe dovuto proteggerci. Questo però non ha impedito alla NATO – comprendente nel frattempo 29 membri – di diventare ancor più aggressiva e di allargare i propri interventi molto al di fuori del territorio di sua competenza. La finalità stessa di quell’Alleanza – non più strettamente difensiva né con un ambito d’intervento delimitato – era in effetti già stata modificata nel 1999, grazie all’ambiguo “nuovo concetto strategico”.

« Esso mette in grado una NATO trasformata di contribuire al contesto di sicurezza in evoluzione, sostenendo la sicurezza e la stabilità con la forza del suo impegno collettivo per la democrazia e per la risoluzione pacifica delle dispute. Il Concetto strategico guiderà la politica di sicurezza e di difesa dell’Alleanza, i suoi criteri operativi, l’assetto delle sue forze convenzionali e nucleari e l’organizzazione della difesa collettiva, e sarà via via sottoposto a revisione alla luce della evoluzione del contesto di sicurezza…» [iii]

La prevalenza dei concetti strategici di ‘stabilità’ e ‘sicurezza’ su quello di  ‘difesa’ e di ‘risoluzione pacifica’ delle controversie internazionali, infatti, serviva a legittimare anche ciò che non era stato previsto nel trattato istitutivo, rendendo così l’Alleanza più flessibile ed estendendone i confini.

A 70 anni dalla sua costituzione la NATO conferma la sua natura di patto militare – al di là delle belle parole sulla cooperazione e la pace – presentandosi come l’unica ‘protezione’ sia contro l’integralismo islamico sia contro le mire ‘aggressive’ della Russia.

«Priorità odierna – dichiara il generale Scaparrotti  [finora Comandante Supremo Alleato in Europa] – è quella che le infrastrutture europee siano potenziate e integrate per permettere alle forze Usa/Nato di essere rapidamente posizionate contro «l’aggressione russa». La Nato sotto comando Usa prosegue così da settant’anni di guerra in guerra. Dalla guerra fredda, quando gli Stati Uniti mantenevano gli alleati sotto il loro dominio, usando l’Europa come prima linea nel confronto nucleare con l’Unione Sovietica, all’attuale confronto con la Russia provocato dagli Stati Uniti fondamentalmente per gli stessi scopi». [iv]

A Washington, dunque, il prossimo 4 aprile si riuniscono i 29 ministri degli Esteri dei Paesi aderenti alla NATO per festeggiarne i sette decenni di esistenza e per rinsaldarne i vincoli, compreso ovviamente quello che li impegna a compensare adeguatamente la ‘protezione’ che i rispettivi popoli subiscono da altrettanti anni, sotto forma di occupazione militare del loro territorio, espropriazione della loro stessa autonomia e sudditanza totale agli USA.

I ‘70 candelotti esplosivi’ di cui parlava Dinucci nel brano citato sembrano rimarcare la quasi ineluttabilità quell’ingombrante ‘protezione’ di stampo quasi mafioso, il cui prezzo nel frattempo è diventato sempre più alto, incidendo sulla crescita dei bilanci della difesa dei singoli stati. Bisogna fare chiarezza sul ruolo strategico della NATO e sulle conseguenze della sua invadenza militare, che limita la sovranità nazionale, occupa militarmente i territori e ne minaccia la sicurezza. Ecco perché 70 anni di occupazione alleata sono 70 di troppo !

Napoli nel controllo USA del Mediterraneo

Lo stemma del Comando Alleato del Sud Europa (JFC Naples)

Napoli – all’interno di una delle regioni più militarizzate d’Italia – dal 1951 è stata sede del Comando sud-europeo della NATO (AFSOUTH, poi JFC), al cui vertice c’è sempre stato lo ammiraglio statunitense che comanda la VI Flotta della US Navy, competente per Mediterraneo, Atlantico ed Africa.

Ebbene, da noi è diffusa un’antica locuzione che richiama la fatidica data di nascita dell’Alleanza Nord- Atlantica: “Quattro aprilante, giorni quaranta”. Nella cultura popolare, infatti, le condizioni meteorologiche rilevate il 4 di aprile condizionerebbero i seguenti quaranta giorni, circostanza peraltro parzialmente avallata anche da alcuni studi scientifici. [v] In questo caso – direbbe Totò – si è voluto proprio esagerare, in quanto circa 70 anni di subalternità ai ‘liberatori alleati’ sono troppi anche per un territorio assuefatto da secoli ad occupazioni straniere di ogni tipo.

Il mio impegno antimilitarista risale agli anni ’70, ma è soprattutto dal 1999 che cerco di approfondire la natura e le conseguenze dell’occupazione militare della Campania e dell’area metropolitana di Napoli, che non solo non ha prodotto alcun risultato positivo, ma ha esercitato (e continua ad avere) un pesante impatto sociale, politico ed ambientale sul nostro territorio. In un articolo del 2013, ad esempio, avevo già evidenziato come quella che era chiamata Campania Felix sia purtroppo diventata da molto tempo una Campania Bellatrix.

«Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale. Eppure il fatto che otto installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini. Sarà perché questo genere d’informazioni circolano poco e si fatica molto a farle conoscere. Sarà perché da anni le persone si sono abituate a vedere soldati col mitra che presidiano strade, tribunali e perfino discariche…» [vi]

La NATO non solo da 70 anni è di casa a casa nostra, ma ha progressivamente trasformato il nostro territorio nel centro operativo della sua strategia di controllo dell’area mediterranea, balcanica e nord-africana Tutto ciò avviene nel silenzio complice – se non compiaciuto – di chi ci governa dal secondo dopoguerra, calpestando l’art. 11 della Costituzione in nome di quella protezione che gli USA ci hanno fatto pagare a caro prezzo, ma ora ci costa anche di più. 

In un successivo approfondimento del 2015 ho coniato quattro parole per sintetizzare i vari aspetti di questa sudditanza politico-militare: CondanNATO, ContamiNATO, AlleNATO e MariNATO. Se il primo falso-participio evocava la ‘condanna’ che dal 1945 ci obbligherebbe a rimanere colonia di chi ci aveva ‘liberato’; il secondo alludeva invece al sottovalutato impatto ambientale della militarizzazione-nuclearizzazione di terra, mare ed aria. Gli altri due termini si riferivano alle continue esercitazioni militari congiunte, di cui Napoli e la Campania sono il comando operativo più che lo scenario, ed alla crescente caratterizzazione mediterranea della strategia della NATO, che coinvolge  soprattutto Campania e Sicilia.

«Questo redivivo Regno delle Due NATO mantiene infatti la sua indiscussa capitale nella Città Metropolitana di Napoli (in cui ricadono lo stesso capoluogo ma anche l’intera area domiziano-giulianese), ma si allarga fino a comprendere le basi alleate e statunitensi sparse nella Trinacria, da quella aerea principale di Sigonella al MUOS di Niscemi, passando per Augusta, Trapani, Pantelleria e Lampedusa […] E’ impossibile ignorare l’ingombrante presenza di quell’esercito di occupazione che, dalla fine della seconda guerra mondiale, continua a ‘proteggerci’ , da Aviano  fino a Trapani. Così come dovrebbe essere difficile non notare che l’Italia stessa, anche a prescindere dalle truppe USA e NATO che vi si sono stanziate, è già uno di per sé uno dei paesi più militarizzati al mondo…» [vii].

Dalle favole alla realtà dei fatti

La propaganda ‘atlantista’ ci ha ammannito una serie di storie prive di fondamento e che cozzano con la vera Storia. La celebrazione del settantennio della NATO offre adesso un’ulteriore occasione per tali celebrazioni retoriche, ma proprio per questo dobbiamo assolutamente demistificare quelle distorte narrazioni, alla luce dei fatti piuttosto che degli spot mediatici. In un volantino preparato per la manifestazione antimilitarista napoletana in occasione di tale ‘ricorrenza’, abbiamo cercato di sintetizzare così tale messaggio alternativo:

«VI HANNO RACCONTATO CHE:

•      La NATO in questi anni avrebbe garantito la convivenza pacifica in Europa e nell’area medio-orientale, ‘difendendoci’ da potenziali invasioni e dalle guerre. Ma  in questi decenni la NATO è intervenuta militarmente in vari scenari di guerra (Bosnia, Serbia, Kosovo, Afghanistan, Libia…), coinvolgendo anche l’Italia.

•      La NATO – con la sua stessa presenza – avrebbe difeso  l’indipendenza e la sicurezza dell’Italia e degli altri Stati suoi alleati. Ma la militarizzazione del territorio e dei mari italiani riduce  di fatto la nostra sovranità, mette a rischio pace e sicurezza e tradisce l’art. 11 della Costituzione.

•      Comandi, basi, aeroporti e porti controllati o gestiti dalla NATO non avrebbero alcun impatto sulla salute degli abitanti e sull’ambiente in cui si trovano, ragion per cui non di sarebbe nulla di cui preoccuparsi. Ma la presenza militare NATO – comprendente impianti radar, bunker atomici, natanti a propulsione nucleare – mette in pericolo la sicurezza e la salute dei residenti ed è fonte d’inquinamento ambientale.

•      L’Italia contribuirebbe troppo poco al finanziamento dell’Alleanza Atlantica, per cui è stata richiamata a prevedere una spesa maggiore per la Difesa e per gli armamenti, di cui è tra i primi esportatori. Ma nel 2018 l’Italia ha speso per la Difesa ben 25 miliardi di euro (1,4 del PIL), aumentando il relativo bilancio del 4% rispetto al 2017.

•      L’ipotesi dell’uscita dell’Italia dalla NATO sarebbe  improponibile e anticostituzionale, per cui non ci resta che rimanere vincolati all’Alleanza Atlantica. Ma la nostra permanenza nella NATO – da quasi 30 anni alleanza non più difensiva – contrasta con l’art. 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come…risoluzione delle controversie internazionali». [viii] 

Eppure perfino importanti pubblicazioni non certo di parte, come il TIME, avevano già rilevato la ‘obsolescenza’ dell’Alleanza Atlantica, costretta a rincorrere i propri partner per farsi pagare il ‘pizzo’ per la sua protezione ed a reinventarsi nemici e scenari aggressivi pur di giustificare la propria permanenza. In un suo breve saggio del 2012, il politologo Ishaan Tharoor scriveva:

«Ma  il XXI secolo avrà ancora bisogno della NATO? […] La NATO è più rilevante che mai. E’ l’alleanza militare più forte e più di successo del mondo. Ed ora, di fronte alle nuove sfide per la sicurezza, noi l’abbiamo adattata. [Eppure è]…un’organizzazione che cerca una ragione per esistere. Ben lungi dal rappresentare la forza coordinata dell’Occidente, la NATO è diventata il simbolo della sua fragilità […] Una retorica audace ed e una nuova fantastica residenza non cambieranno il fatto che, in definitiva, la sfida che la NATO sta fronteggiando non è quella di una chiara minaccia esterna, ma la sua stessa mancanza…» [ix]

La crisi che sta attraversando, però, non le impedisce affatto di alzare il tiro e di allargare ulteriormente la sua sfera d’influenza, puntando soprattutto su nuovi ‘alleati’ est-europei, rafforzando la sua strategia anti-islamista ed inseguendo nuove ‘guerre umanitarie’.

«Queste attività hanno trasformato la fine della Guerra Fredda da un’opportunità unica per la nuova diplomazia e lo sviluppo pacifico in una nuova era di tensione globale, circondando la Russia e la Cina, creando così le condizioni per una nuova Guerra Fredda, facendo a pezzi le norme legali internazionali, in particolare circa la sovranità nazionale, ed introducendo le false nozioni di “guerra umanitaria” […] Le contraddizioni tra gli Stati della NATO non possono nascondere questo obiettivo comune e l’espansione territoriale permanente della NATO serve a questi scopi. […] Attraverso la modernizzazione completa ed il previsto dispiegamento di nuove armi nucleari da parte degli Stati Uniti, in seguito allo scioglimento del trattato INF, la corsa agli armamenti nucleari sarà alimentata ad un livello mai visto da decenni. Inoltre, la prima strategia di attacco della NATO è una minaccia per il pianeta nel suo insieme». [x]

In tutto il mondo, dagli USA al Regno Unito, dal Belgio alla Germania, dalla Danimarca al Canada [xi], questo ‘quattro aprilante’ 2019 vedrà centinaia di manifestazioni contro l’arroganza di chi da 70 anni ha imposto la sua ‘protezione’, cercando ancora di farci credere orwellianamente che “War is Peace” . Ma protestare non basta. Come nel caso della crisi ecologica, testimoniare in prima persona i valori della nonviolenza attiva, praticarne le già sperimentate strategie di resistenza, contro-informare ed educare alla pace è assolutamente indispensabile. Bisogna però anche mobilitarsi – sempre più collettivamente e non episodicamente – per riaffermare con decisione il diritto di ogni persona e comunità a battersi per l’indipendenza, i diritti umani, la sicurezza e la pace. Cioè proprio per quei valori che 70 anni di Alleanza Atlantica hanno finora calpestato fingendo di difenderli.  

La guerra e la follia nucleare si debbono e si possono fermare, ma bisogna farlo insieme, demistificando in primo luogo il mito della NATO che ci protegge.

© 2019 Ermete Ferraro


Note

[i] Cfr. voce ‘N.A.T.O’ in: en.wikipedia > https://en.wikipedia.org/wiki/NATO  con: ‘Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord’ in it.wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_del_Trattato_dell%27Atlantico_del_Nord#Paesi_fondatori

[ii] Vedi voce ‘Patto di Varsavia’ in: it.wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Patto_di_Varsavia

[iii] L’evoluzione della N.A.TO. – Nuovo concetto strategico (normativa), Centro Studi per la Pace > http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=natoconcept99

[iv] Manlio Dinucci, “Le 70 candeline (esplosive) della NATO”, il manifesto, 02.04.2019 > https://ilmanifesto.it/le-70-candeline-esplosive-della-nato/

[v] Adriano Mazzarella (UniNa), “Quattro aprilante giorni quaranta?…Quasi sì”, Campania Live (04.04.2014) >  http://www.campanialive.it/articoli-meteo.asp?titolo=Quattro_aprilante_giorni_quaranta?._..Quasi_s%C3%AC__

[vi] Ermete Ferraro (2013), Campania Bellatrix”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2013/03/20/campania-bellatrix/

[vii] Ermete Ferraro (2015), “Nato per combattere”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2015/07/28/nato-per-combattere/

[viii] ‘Rete contro la guerra e il militarismo-Campania’  e ‘Napoli Città di Pace’ (a cura di), 70 anni di NATO. 70 anni di troppo! , Aprile 2019.

[ix] Ishaan Tharoor, “Il declino dell’Occidente”, TIME (20.05.2012) > http://www.time.com/time/subscriber/article/0,33009,2115075,00.html  (trad. mia; citato e commentato in: Ermete Ferraro (2012), “L’obsolescenza della NATO, un relitto del passato”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2012/06/14/lobsolescenza-della-nato-un-relitto-del-passato/ )

[x] Kate Hudson, “NATO: 70 Years Too Many” (29.03.2019), Stop the War Coalition > http://www.stopwar.org.uk/index.php/news-comment/3325-nato-70-years-too-many (trad. Mia)

[xi] Un quadro delle iniziative anti-Nato è reperibile sul sito della rete internazionale  No To Nato > https://www.no-to-nato.org/ . A Napoli sono previste due iniziative: la prima si svolgerà  sabato 6 aprile davanti al Comando NATO di Lago Patria (Giugliano-NA) ed è organizzata dal ‘Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del territorio-Campania’ (https://www.facebook.com/events/2240389926212478/ ); la seconda, nel pomeriggio dello stesso giorno, si terrà a via Toledo- Largo Berlinguer a cura della ‘Rete contro la guerra e il militarismo- Campania’ e da ‘Napoli Città di Pace’ (https://www.facebook.com/events/1215556915295188/ ).

Ossigeno Bene Comune ?

Un ambientalismo…creativo

Non si può negare che l’Amministrazione del Comune di Napoli dimostri una notevole fantasia. Una volta si parlava della ‘finanza creativa’ inaugurata da certi governi, ma a quanto pare c’è anche un ‘ambientalismo creativo’. E’ così che accattivanti etichette – come quella dell’Ossigeno Bene Comune  – riescono ad occultare, con la loro evocativa fascinazione, l’oggettiva scarsità di decisioni concrete e di misure effettive adottate in materia di contrasto dei cambiamenti climatici. Basta leggere con attenzione la deliberazione n. 110 della Giunta Comunale di Napoli del 21 marzo 2019, per comprendere come premesse così promettenti ed ecologicamente ineccepibili, vadano progressivamente scemando in un dispositivo deliberativo piuttosto generico e fiacco.

La Giunta di Napoli approva la delibera O.B.C.

Come non essere d’accordo? Nessuna Amministrazione può occuparsi da sola delle complesse problematiche ambientali, senza poter contare sulla “partecipazione e sul coinvolgimento dei cittadini nelle scelte strategiche”, dei quali – come si afferma poco dopo – va “stimolato il senso di responsabilità [con] azioni per l’educazione e la sensibilizzazione, con attenzione all’integrazione tra settori e soggetti diversi”. Peccato, però, che a questo fondamentale aspetto l’Amministrazione de Magistris abbia dedicato uno spazio assai ridotto, se si tiene conto: del ruolo assolutamente ininfluente svolto dal decentramento municipale; dell’incapacità di relazionarsi in modo non solo episodio e simbolico con le associazioni ambientaliste; delle Consulte in materia ridotte ad inutili fantasmi o a pletorici ‘tavoli’ di consultazione; ma soprattutto della scarsa trasparenza dimostrata proprio su alcuni fondamentali punti della pianificazione strategica del Comune in materia ambientale ed energetica.

Priorità enunciate alla prova dei fatti

Efficienza e sostenibilità urbana.

Sono tutte scelte sottoscrivibili, chi lo nega. Il vero problema è che:

  1. dell’attuazione del P.A.E.S.(Piano di Azione dell’Energia Sostenibile) – adottato dal Comune nel 2012 – sia il Consiglio Comunale (cui l’A.C. avrebbe dovuto relazionare ogni anno), sia i cittadini di Napoli continuano ad essere molto poco informati. Sul sito istituzionale (http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/18558 ) compare infatti solo il documento originale, senza alcun aggiornamento sullo ‘stato dell’arte’, per conoscere il quale bisogna andarsi a cercare l’unico monitoraggio svolto (nel 2016) sul sito web in inglese del Covenant of Mayors (https://www.eumayors.eu/about/covenant-community/signatories/progress.html?scity_id=2410 ). Si scopre così che, pur avendo speso oltre la metà del budget previsto,  un terzo delle azioni programmate in materia di produzione elettrica e d’interventi sulle abitazioni non è stato neanche iniziato; è stata realizzata solo la metà di quelle relative all’illuminazione pubblica; si è attuata solo la terza parte delle azioni concernenti i trasporti, mentre le attività riguardanti edifici residenziali ed impianti del settore terziario sono genericamente classificate come ongoing (in corso).
  2. L’auspicato Osservatorio sui cambiamenti climatici nelle città del Mediterraneo è soltanto una suggestiva idea, ma non ha nessuna concretezza pratica, considerato che – non si registra alcun atto politico né amministrativo  in tal senso dell’A.C. napoletana e che l’unico organismo di tale natura (C.M.C.C. – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) è un ente nazionale di ricerca non-profit con cui essa non interagisce.
  3. Anche quella di sostenere gli ecosistemi che compongono la città e la loro messa in rete si rivela solo una lodevole intenzione, visto che – pur consultando l’area tematica del sito comunale dedicata all’ambiente (http://www.comune.napoli.it/ambiente-mare-tutela-animali )   –  non risultano iniziative effettive in tal senso,  sebbene da parte di alcune associazioni ambientaliste (fra cui WWF, VAS e RCCSB) non siano mancate sollecitazioni alla istituzione di osservatori sulla biodiversità urbana e ad una vera pianificazione del verde.
  4. “Monitorare e controllare la qualità dell’aria” è un altro dei buoni propositi della Giunta de Magistris, ma è stato attuato molto parzialmente se si considera che gli unici sette impianti di monitoraggio (gestiti dall’ARPAC Campania: http://www.arpacampania.it/aria )  registrano i tassi d’inquinamento atmosferico solo per alcuni parametri ed in cinque aree urbane (Ponticelli, Ferrovia, Centro, Arenella, Capodimonte e Posillipo) sull’insieme delle dieci municipalità;
  5. “Mitigare i cambiamenti climatici” è ovviamente un altro obiettivo da perseguire, ma lo stato di attuazione del PAES di Napoli non sembra lasciare spazio a grandi speranze, anche se (in base ad una recente classifica sulla vivibilità urbana stilata da Il Sole 24 Ore), su 107 capoluoghi italiani Napoli si piazzerebbe al 43° posto rispetto ai dati meteorologici, in special modo la temperatura media.
  6. Il programma ‘Itinerambiente’: Napoli città dell’hiking urbano” evoca un impegnativo progetto, eppure non si trova alcuna traccia nei provvedimenti comunali  di tale suggestivo quanto misterioso programma di educazione ambientale.
  7. Implementare il ciclo urbano dei rifiuti mediante buone pratiche è l’ultima lodevole priorità cui si fa cenno; peccato però che la percentuale di raccolta differenziata dei R.S.U. negli ultimi 12 mesi tocchi mediamente solo il 37% (fonte: ASIA Napoli https://www.asianapoli.it/raccolta-differenziata/risultati-raccolta-differenziata.html ),  ragion per cui quasi due terzi dei rifiuti di Napoli finiscono negli inceneritori (in Campania ed in altre regioni), oppure prendono strade più traverse e vengono smaltiti illegalmente altrove (il 19 marzo nel Vicentino la GdF ha sequestrato 900 tonnellate di rifiuti misti provenienti dal Napoletano e dal Casertano – fonte: Il Mattino > https://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/choc_in_veneto_900_tonnellate_di_rifiuti_da_napoli_e_caserta-4371773.html  ).

Misure strategiche adottate. O no?

“Our future…in your hands”

Certo, nella sua delibera la Giunta di Napoli elenca anche altre ‘misure’ che sarebbero state da essa adottate per conseguire gli obiettivi strategici che ne costituiscono l’oggetto, ad es.: limitazione del traffico veicolare e del riscaldamento degli edifici; contenimento delle emissioni inquinanti delle navi ormeggiate nel Porto; riqualificazione di scale e percorsi della ‘città verticale’. Purtroppo ai cittadini di Napoli è stata offerta un’informazione del tutto carente su queste dichiarate ‘buone pratiche’ e, ancora una volta, poco si è fatto per monitorne l’applicazione e per valutarne concretamente gli effetti positivi.

L’Amministrazione Comunale vanta inoltre la propria partecipazione a programmi europei di contrasto ai cambiamenti climatici, come Horizon 2020 e Clarity, ma sarebbe interessante verificare quanto di tali ‘azioni strategiche’ sappiano gli stessi consiglieri comunali, per non parlare ovviamente dei semplici cittadini di un sì ‘virtuoso’ Comune…

Il primo, in effetti,  è solo un programma di ricerca ed innovazione, ma se si consulta la pagina ‘casi di successo’ del sito web relativo (http://www.horizon2020news.it/argomenti/casi-di-successo ) non si trova nessuna notizia riguardante la nostra città. Viceversa:

Molto bene ma, a parte il solito vizio di utilizzare coloriti titoli in lingua inglese per illustrare progetti di cui non si spiega molto – anche una ricerca sul sito dedicato (  https://cordis.europa.eu/search/ ) non consente di avere un’idea più chiara di quanto il Comune di Napoli si sia impegnato a fare. Ciò che sembra di capire è che si tratterebbe di sviluppare una “piattaforma informatica” allo scopo di raccogliere dati sui cambiamenti climatici e ricavarne i possibili “scenari di rischio”.

Più avanti si parla anche del P.U.M.S. – misterioso acronimo che rinvia al Piano comunale per la Mobilità Sostenibile, approvato dal Consiglio Comunale di Napoli, il quale prevede l’adozione di misure finalizzate a ridurre i tassi d’inquinamento atmosferico ed acustico e migliorare la mobilità collettiva dei cittadini. La strada seguita per raggiungere tali obiettivi sarebbe:

Le ‘smart cities’

Anche in questo caso si tratta di ottime intenzioni, cui però non sembrano purtroppo corrispondere azioni altrettanto brillanti ed efficaci.  Basti pensare alle problematiche relative al rinviato ripristino della linea tramviaria lungo l’area marittimo-portuale;  alla travagliata e controversa vicenda del completamento di parte della linea 6 della metropolitana; alla disastrosa crisi amministrativa e gestionale dell’A.N.M. ed alla sua ripercussione sui trasporti pubblici di superficie e sotterranei (funicolari e metro), per non parlare poi del defunto e non ancora rinato servizio (ancora definito ‘sperimentale’) di bike sharing e del non attuato piano di rinnovo del parco veicoli comunale, utilizzando quelli ‘a basso impatto ambientale’ e, in alcuni casi, ‘elettrici’.

Una città verde…o al verde?

Parco della Rimembranza o …rimembranza del Parco?

Un’ulteriore criticità riguarda il verde pubblico e la gestione di parchi e giardini, per i quali l’A.C. afferma che si starebbe impegnando particolarmente, anche se la realtà sotto gli occhi di tutti i Napoletani appare decisamente meno esaltante. Il secondo ‘polmone verde’ cittadino – il Parco Urbano dei Camaldoli (1 milione di metri quadrati di macchia mediterranea – resta parzialmente chiuso da oltre un anno, ma non è migliore la sorte di altri sei parchi cittadini. Solo due di essi – la Villa Comunale ed i S. Gaetano Errico a Secondigliano – sono stati finalmente riaperti, seppur in condizioni non certo ottimali. Solo nella seconda metà di gennaio era stato reso fruibile il Parco della Rimembranza, devastato da cadute e danni meteorologici, nei cui pressi il Viale Virgiliano e strade limitrofe sono però praticamente ridotti ad uno squallido deserto, dopo la strage di oltre un centinaio di alberi abbattuti, ufficialmente in quanto malati o deteriorati.  E’ stato più volte rilevato che al Comune mancano dipendenti, attrezzature idonee e che gran parte delle operazioni di potatura (peraltro con esiti spesso disastrosi…) siano state da tempo ‘esternalizzate’.

Eppure sulla delibera O.B.C. si trovano le seguenti, ambiziose, affermazioni:

Abbattimenti di alberi nei giardini.

Non abbiamo motivo di non credere all’Amministrazione Comunale di Napoli, ma – considerato che finora essa non disponeva neppure di un apparecchio ‘deceppatore’ e che alcuni degli alberi abbattuti (ad esempio i pini del Virgiliano) presentano enormi apparati radicali che si sono infiltrati fin sotto la carreggiata, è legittimo nutrire qualche dubbio sull’agevole attuazione di tale programma di ripiantumazione. La quasi assoluta mancanza di manutenzione, fitoterapia e regolare gestione del verde cittadino – che ha decimato in questi anni alberate stradali ed essenze arboree presenti nei parchi e giardini – non può essere supplita sic et simpliciter dalla pur auspicata installazione di nuove piante, solitamente ancora giovani e fragili.  La diffusa pratica della capitozzatura, inoltre,  indebolisce gli alberi ancora in buona salute, sfregiandone l’aspetto ed esponendoli a nuovi rischi. Stando ai dati forniti, infine, la metà esatta dei 5.600 nuovi arrivati sono destinati a sostituire quelli “crollati e/o abbattuti”, per cui il saldo resta solo parzialmente soddisfacente, soprattutto se non si provvede ad aumentare l’organico degli addetti ai giardini ed a fornire la terza città d’Italia di strumenti essenziali per la loro manutenzione ordinaria.

Efficienza energetica e inefficienza amministrativa

L’ultimo capitolo della delibera O.B.C. sul quale penso sia il caso di soffermarsi è quello dedicato al risparmio ed efficientamento energetico e sviluppo delle fonti rinnovabili. Il Comune di Napoli, infatti, ha programmato un piano di diagnosi energetiche del proprio patrimonio edilizio, misure per il risparmio dei consumi e di miglioramento dell’efficienza degli stabili in questione.

Tutto bene allora? Non proprio, dal momento che l’unico aspetto del P.A.E.S. comunale sul quale finora ci siamo soffermati come Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità ha già fatto emergere gravissime carenze amministrative, inefficienza gestionale e spreco di risorse pubbliche, senza peraltro conseguire gli obiettivi ambientali che ci si era prefissati con quelle spese. Sulla sconcertante vicenda delle c.d. “scuole solarizzate”, infatti, la R.C.C.S.B. – di fronte all’assenza di risposte ed alle opacità gestionali emerse – ha denunciato pubblicamente (nonché alla magistratura contabile) che:

Un articolo sulla denuncia della R.C.C.S.B.

“A distanza di quasi dieci anni, gli impianti fotovoltaici ex-ARIN realizzati sulle scuole napoletane sono soltanto 12 (laddove il progetto comunale del 2008 ne prevedeva 42) e solo 6 risultano allacciati alla rete elettrica. A questi si aggiungono gli impianti realizzati in altre 13 istituti scolastici ammessi a finanziamento nell’ambito della procedura PON “Ambienti per l’Apprendimento” – Qualità ambienti scolastici Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – Programmazione 2007-2013, di cui solo 3 funzionanti . Ciò significa che, a Napoli, ben due terzi dell’energia finora prodotta dalle ‘scuole solarizzate’ sono andati irrimediabilmente ed irresponsabilmente sprecati, se ci si basa sui dati raccolti dalla Direzione Centrale Ambiente del Comune e nel corso delle riunioni della Consulta per le Politiche Energetiche”

Le osservazioni che si potrebbero ancora fare sono molte, ma non è il caso d’infierire ulteriormente. Mi sembra di aver già dimostrato con sufficiente chiarezza che le dichiarazioni di circostanza e le promesse altisonanti ci convincono fino ad un certo punto.

TGR Campania su scuole solarizzate

I disastrosi cambiamenti climatici – che hanno mobilitato centinaia di migliaia di giovani e risvegliato le forze ambientaliste – non possono essere contrastati dalle Amministrazioni pubbliche solo con corpose ed ambiziose delibere d’intenti, bensì con azioni chiare, trasparenti ed efficaci.

Ossigeno Bene Comune resta più che altro un accattivante slogan. Adesso tocca al Comune di Napoli dimostrare che non si tratta solo di…aria fritta.

© 2019 Ermete Ferraro

Ansie…e Gretel

E’ dagli anni ’70 che mi occupo di antimilitarismo e disarmo nucleare e dalla metà degli anni ’80 di ambientalismo ed alternative ecologiche. Ormai giunto all’età della pensione, ritengo legittimo fare un bilancio di decenni d’impegno ecopacifista, passando in rassegna le tante battaglie che mi hanno visto coinvolto direttamente o che io stesso ho contribuito a promuovere. Ebbene, pur tenendo conto che credo di aver fatto quanto era nelle mie possibilità e di aver lealmente collaborato anche con soggetti che non rispecchiavano del tutto la mia formazione di base, cristiana e nonviolenta, devo ahimé constatare che – ad oltre quarant’anni dalla mia prima scelta radicale come obiettore di coscienza – il panorama socio-culturale, economico e politico ( per non parlare di quello ambientale) appare forse ancor più fosco e preoccupante di allora.

Non si tratta della solita lamentazione delle persone anziane né dello scontento di chi prova delusione per ciò che non è riuscito a realizzare. Il mio non è tanto un senso di frustrazione o d’insoddisfazione personale quanto la semplice, eppur dolorosa, constatazione che, dopo questi anni d’impegno, gran parte degli obiettivi perseguiti purtroppo non sono stati raggiunti. Ciò mi sembra vero sia per quelli che hanno ispirato il lavoro socioculturale, iniziato come obiettore in servizio civile presso il centro comunitario della ‘Casa dello Scugnizzo’ e proseguito nei seguenti otto anni di lavoro sociale di comunità e negli altrettanti come amministratore sociale dell’omonima Fondazione, sia per quanto ho cercato di realizzare in dieci anni d’impegno politico istituzionale nei Verdi e nei successivi venti, vissuti da attivista ambientalista ed ecopacifista.

La ‘società liquida’ così ben disegnata da Zigmund Bauman – con la sua tendenza all’individualismo, al consumismo, al pensiero debole ed alla omogeneizzazione delle idee –  da parecchio tempo ha avuto la meglio sullo sforzo di coniugare l’etica con la politica, battendosi per finalità di sviluppo umano e civile e non di progresso esclusivamente tecnologico e di vorace ‘crescita’ economica.  Alla pur accresciuta consapevolezza teorica dei limiti (ecologici prima ancora che etici) che si frappongono alla corsa sfrenata dell’umanità verso quest’ultimo obiettivo, infatti, non mi sembra che abbia fatto seguito una presa di coscienza tale da arrestare questo impeto suicida, fratricida e biocida. Tale drammatica situazione, come ben sappiamo, mette in forse il futuro stesso dell’umanità, sia per la folle ripresa della corsa agli armamenti nucleari, sia per la palese incapacità dei governi di contrastare davvero i cambiamenti climatici, dovuti all’irresponsabile impatto antropico sugli ecosistemi. L’impegno dei movimenti pacifisti e di quelli ambientalisti, purtroppo, non sembra aver sortito grandi risultati né modificato in modo profondo e significativo i modelli comportamentali ed i valori morali della gente comune, spingendola a cambiare rotta in prima persona ed a negare il proprio consenso a chi non ne rappresenta da tempo gli interessi. L’auspicata ‘rivoluzione dal basso’ non ha fatto seguito al penoso disfacimento delle organizzazioni politiche tradizionali. Ne consegue che, pur registrandosi una crescita di soggetti e realtà associative impegnate ad opporsi ad un modello autoritario, iniquo ed insostenibile di società e di economia, non si è sviluppata in modo significativo l’alternativa che in tanti auspicavamo potesse contrapporle scelte improntate  ai valori della nonviolenza, della giustizia sociale e del rispetto degli equilibri ecologici.

La protesta contagiosa di Greta Thunberg

Il primo e più evidente segno di ribellione ad un paradigma socio-economico in apparenza ineluttabile – frutto del pensiero unico e della rassegnazione di soggetti passivizzati e spersonalizzati dalla massificazione mediatica – è incredibilmente venuto invece dalla risoluta battaglia ‘senza se e senza ma’ di una ragazza svedese dalle idee molto chiare e dalla testa dura. Greta Thunberg è diventata in brevissimo tempo un’icona, un simbolo, una bandiera per milioni di persone che sembravano finora rassegnate o sconfitte. Il fenomeno Greta, con la sua profonda valenza emotiva, sembrerebbe aver coinvolto paradossalmente grandi e piccoli, studenti e intellettuali, ambientalisti e sostenitori della crescita, in un liberatorio grido comune contro chi minaccia il futuro dei nostri ragazzi. Certo, gran parte di quest’ondata neo-ecologista è frutto d’un imprevedibile quanto fragile impeto mediatico ed è quindi soggetta a ritrarsi non appena dagli appelli accorati all’impegno globale si dovrà passare alle molto meno gratificanti e popolari scelte alternative hic et nunc. Non mi sembra però una ragione per minimizzare o banalizzare l’effetto dirompente del ‘grido di dolore’ partito da quella sedicenne che non crede più alle promesse dei ‘grandi’ (per età e per carica) ed invita tutti a mobilitarsi per difendere il Pianeta e chi vuole continuare ad abitarlo.

Confesso che mi ha fatto pena vedere come radicate realtà associative e partitiche di matrice ambientalista stiano ora cercando di cavalcare l’imprevedibile nouvelle vague ecologista scaturita dalla base, implicitamente confessando la propria sconfitta ma tentando di ridarsi quel ruolo trainante che, almeno in Italia, hanno perso da molto tempo. Ovviamente non c’è nulla di male nel rivendicare e rilanciare le battaglie pregresse, collegandole a mobilitazioni spontanee e finora sfuggite ad ogni organizzazione. Rivedere ovunque milioni di persone scese in piazza – molti dei quali giovani da molti di noi dati per ‘persi’ alla causa ambientalista – non può che ridarci speranza ed aprire nuove prospettive. Sappiamo bene, d’altra parte, quanto gli entusiasmi dei nostri figli spesso durino poco e quando invece dipendano da stimoli mediatici di corto respiro ed assai poco prevedibili. Le manifestazioni di massa e gli appelli, in ogni caso, non possono cadere nel vuoto e devono trovarci pronti a ripartire, possibilmente insieme e in modo coordinato, con un percorso di opposizione all’attuale modello di sviluppo, per costruire alternative concrete e credibili.

Non si tratta di sventolare le soluzioni di una spesso equivoca green economy né di accontentarsi di una ‘nicchia ecologica’ dentro la quale far confluire esperienze di coltivazione ed allevamento ‘biologici’ o di energia ‘pulita’, quasi si trattasse di lodevoli eccezioni che confermano la regola. Bisogna piuttosto creare una coscienza ambientale diffusa, alimentare ‘buone pratiche’ e stimolare i giovani a lottare per il loro futuro, ma senza fingere ipocritamente di non sapere che questo modello di produzione e consumo è frutto d’una logica ben precisa ed è controllato da equilibri politici e geo-strategici cui in tanti non sembrano disposti a rinunciare. Il vecchio slogan ‘agire localmente e pensare globalmente’ è allora quanto mai appropriato ed attuale.  Un impegno personale e collettivo dal basso appare indispensabile e nessuna mobilitazione di massa, da sola, può rimpiazzarlo. E’ altresì vero che rilanciare le battaglie ambientaliste non basta a farci uscire dall’imbuto nel quale ci siamo cacciatati, scegliendo in troppi di sostenere le ragioni di quella ristretta minoranza che ha risorse e potere per imporre violentemente il proprio dominio alla stragrande maggioranza degli esseri umani. Il fatto che le piazze si riempiano di giovani che rivendicano il loro diritto al futuro deve farci piacere, perché prelude ad una nuova stagione dell’ambientalismo ma soprattutto perché è un chiaro segnale della rivendicazione di un protagonismo per troppo tempo soffocato dallo stile di vita individualista e consumista nel quale gran parte di loro sono stati educati. La lezione di Greta è importante anche perché ricorda ai giovani come lei che si ha diritto a pretendere che gli adulti mettano finalmente in pratica decenni di promesse a vuoto, ma a patto che in prima persona si sappiano fare scelte nette e radicali, attuando il saggio monito a gandhiano ad essere noi per primi il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo.

Copertina di ‘Apocalittici e integrati di Umberto Eco

A mio avviso, però, ci sono tre aspetti meno positivi che emergono da queste imponenti mobilitazioni globali per garantire un futuro all’umanità. Il primo (senza ovviamente prendersela con la ragazza svedese…) mi sembra l’insistenza eccessiva su una prospettiva antropocentrica da cui si inquadrano le allarmanti problematiche ambientali, confermando un’ottica che – incurante degli appelli di tanti ecologisti e dello stesso Papa Francesco – non riesce a prescindere da una morale puramente utilitaristica e strettamente umana.  Il secondo limite di questo pur entusiasmante boom d’interesse in campo ambientalista mi sembra scaturire dai ragionamenti antitetici tipici della cultura occidentale, mirabilmente evidenziato già negli anni ’60 da Umberto Eco.  La fastidiosa, quanto rituale, contrapposizione degli ‘apocalittici’ agli ‘integrati’, infatti, ci ripropone una società dove non avviene mai una sintesi ed in cui si alternano irrazionalmente spinte contrapposte. L’insistenza talvolta un po’ truce e catastrofica sulle minacce al ‘futuro’ dell’umanità ritrova infatti spazio e slancio, ma ciò avviene in una società ancora in larga parte anestetizzata dai media, inebetita dalla corsa ai consumi e mentalmente prona ad un pensiero unico che rende sempre più omologate le culture, cancellando le diversità e tacitando le coscienze. L’antitesi pura e semplice fra la rassegnazione degli integrati ed il terrore degli apocalittici, anche in questo caso, potrebbe portarci pericolosamente fuori pista. E questo non perché l sviluppo alternativo ipotizzato rivesta un carattere ‘profetico’ – aspetto invece positivo – bensì perché l’utopia deve comunque incarnarsi sempre in un contesto di realtà, offrendo strumenti concreti ed indicando vie praticabili per andare in quella direzione ‘ostinata e contraria’.

Questa insistenza sull’ansia, sul terrore per una catastrofe prossima ventura, infine, costituisce il terzo limite che credo vada superato. La paura, da sempre, non produce frutti buoni. Al contrario, alimenta talvolta spesso meccanismi di egoistica autodifesa che possono trasformarsi in reazioni irrazionali, violente ed incontrollabili.  Superare la paura del cambiamento, si sa, è un passo fondamentale per trasformare il mondo, a partire dal nostro orticello quotidiano. Cambiare solo perché si ha paura, viceversa, è un movente molto parziale, che si rivela spesso controproducente. Come osservano molti psicologi, infatti, la paura – oltre a paralizzarci – può impedirci di vedere con chiarezza ciò di cui abbiamo davvero bisogno oppure potrebbe nutrire paranoie, che sfociano nella ricerca di ‘nemici’ da combattere più che di strutture e modalità cui opporci. Nessuna rivoluzione – compresa quella ‘verde’ – sarà mai un ‘pranzo di gala’, per citare una celebre frase di Mao Zedong, in quanto richiede impegno continuo, sforzi personali, inevitabili conflittualità e pesanti sacrifici. Pensare che essa possa essere alimentata solo dal terrore della fine imminente, però,  ritengo che sia una pericolosa illusione ed un’irrazionale tentazione.

Quando cercavo un titolo da dare a questo mio scritto mi è sorta spontanea l’associazione d’idee tra il nome della ormai celeberrima sedicenne svedese che è diventata la leader del nuovo movimento contro i cambiamenti climatici e quello di una bambina che, insieme col fratello, era protagonista di una non meno celebre fiaba dei fratelli Grimm.  Chi, infatti, non conosce la cupa vicenda di Hansel e Gretel, abbandonati dai genitori in un fitto bosco e poi finiti nelle grinfie di una orribile strega, che li allevava per poi potersene cibare? Ebbene, mi è venuto spontaneo il parallelo con la Greta di oggi, che si sente altrettanto drammaticamente abbandonata dagli adulti – colpevoli ed irresponsabili – nel folto di una oscura foresta fatta d’inquinamento e piaghe ambientali, in preda alla voracità maligna di un falso sviluppo che porta alla distruzione ed alla morte. Volendo continuare nella metafora, è il caso di notare che la ‘casa’ che ospita quell’essere malefico e mortifero risulta però esteriormente attraente, fatta com’è di tanti dolciumi invitanti, proprio come invitanti sono nella realtà le seduzioni del consumismo sfrenato e della crescita senza limiti né remore.  A tutto ciò bisognerebbe allora contrapporre un vero progetto, non reazioni istintive né paure paralizzanti. La strega di un falso sviluppo – energivoro iniquo e incompatibile con gli equilibri ecologici – va combattuta ritorcendole contro le sue stesse armi. Al ‘riscaldamento globale’ del forno nel quale stanno per essere gettati, Hansel e Gretel alla fine condanneranno proprio la megera che li teneva prigionieri, annullandone così per sempre la malefica seduzione.  Si tratta di un riferimento puramente allegorico, certo, ma penso che possa comunque farci riflettere sulla necessità di lavorare insieme per uscire finalmente dalla maledizione di un finto ed allettante benessere, fondato però sulla depredazione delle risorse e sullo sfruttamento di tanti esseri umani.

© 2019 Ermete Ferraro   

Biocidio e guerre

L’eredità di Caino

A. Melari – CAINO E ABELE

Uno dei passi fondamentali della Bibbia – quello da cui sembra derivare indirettamente la tremenda catena di violenza e sopraffazione che ha caratterizzato l’Umanità dai tempi più antichi – è il racconto dell’uccisione di Abele da parte di suo fratello Caino. Nell’Antico Testamento, infatti, si fa risalire il primo omicidio alla furiosa vendetta del primogenito di Adamo ed Eva, “lavoratore della terra”, geloso nei confronti del secondogenito, “pastore di greggi”, i cui doni sarebbero stati graditi da Dio, contrariamente a quelli dell’agricoltore Qàyin.

Il fratricidio – di cui questi nel brano mostrava di non essersi affatto pentito – porterà sì alla maledizione divina nei confronti di Caino, condannato a vagare “ramingo e fuggiasco”, ma anche all’affermazione solenne che nessuno avrebbe però avuto il diritto di ucciderlo, allungando la catena della vendetta e delle morti violente.

Ovviamente questo testo biblico [i] va letto ed interpretato come metafora di qualcos’altro rispetto ad una semplice, sebbene drammatica, rivalità tra i primi fratelli della storia, così come anche l’apparentemente immotivata predilezione del Signore per l’allevatore nomade Hèvel nonandrebbe certo presa alla lettera, ma esegeticamente compresa [ii].

Ebbene, vorrei utilizzare questo nodale episodio della narrazione veterotestamentaria per risalire alle radici antropologicamente più remote del nesso inscindibile fra uccisione dell’altro ed inquinamento-distruzione della terra, ossia fra omicidio e biocidio.

« [9] Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». [10] Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! [11] Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. [12] Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». [13] Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? [14] Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere. [15] Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato». [iii]

A prescindere dalle ovvie interpretazioni storico-antropologiche sul conflitto fra le originarie civiltà nomadi e pastorali e quelle, più evolute, agricolo-stanziali, ciò che più colpisce di questo racconto biblico è il rapporto di causa-effetto tra l’avvenuta soppressione della vita d’un fratello e la ‘maledizione’ del suolo sul quale ne è stato sparso il sangue innocente.

«Si osservi come nel racconto il rapporto con il fratello sia considerato perno del rapporto con

Dio e con il suolo…Tutta la civiltà porta il peso della colpa di Caino: la città (4,17), la vita pastorale (20), la musica (21) e la metallurgia (22). Non significa che tutto sia opera di violenza. Ma l’ombra della violenza si stende su tutta l’opera della civilizzazione umana. L’idea di civilizzazione e di progresso portano con sé una ambiguità di fondo che le connota talvolta come attività guidate dal pretto desiderio (del mangiare, o del sopraffare)». [iv]

Il seme velenoso della violenza, insomma, avrebbe da allora inquinato e compromesso non solo le relazioni interpersonali ma anche il rapporto tra la discendenza di Adàm e la Terra da cui è stato generato (in ebr.: ‘adamàh).

Ecco perché bisogna ribadire che tra la guerra, madre di tutte le violenze, e lo sfruttamento predatorio ed iniquo delle risorse del nostro Pianeta sussiste un legame antico e profondo, che richiede una visione più ampia e complessiva di ciò che dovremmo fare per uscire dalla quell’atavica ‘maledizione’ (ebr.: ‘arar) e per ristabilire la compromessa pace tra uomo e natura.

«Uno dei punti qualificanti, più volte ribadito da Papa Francesco nella sua enciclica “ Laudato sì’ ”, è proprio il concetto di interconnessione fra le varie sfere riguardanti i comportamenti umani, e quindi tra la violenza sulla natura e quella sull’uomo. “La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi.” [5]. Egli ci parla quindi dell’“intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta”, esprimendo “la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso [6]…» [v]

Combattere la guerra. Fermare il biocidio.

Mai come in questi giorni avvertiamo quanto il richiamo al più elementare buon senso possa venire dai più piccoli. Negli anni ’80 fu la decenne Samantha Smith a denunciare la minaccia della guerra atomica; poi c’è stato il grande discorso all’ONU della tredicenne Malala Yousafzai in difesa dei diritti umani ed ora a far discutere ed a smuovere gli animi è l’accorato appello della quindicenne svedese Greta Thumberg, che ci esorta a mobilitarci contro i cambiamenti climatici.

Di fronte ad un’umanità sempre più irresponsabile e figlia di Caino –  e che, sul suo esempio, si ostina irresponsabilmente ed arrogantemente a ribattere: “Non sono mica il custode di mio fratello!”  (Gen 4:9) – le voci di queste ragazze si sono alzate con una forza e un’incidenza impressionante, richiamandoci al dovere di ‘custodire’ la terra che ci è stata affidata e di proteggere i fratelli dalla violenza di chi pensa di esserne il padrone incontrastato, non esitando sia a mettere in pericolo la vita stessa, sia a calpestare senza scrupoli i diritti di quelli che ha la pretesa di dominare.

Mai come in questi giorni, d’altra parte, si avverte anche quanto sia stato – e sia ancora – del tutto insufficiente limitarsi ad una generica protesta o a un impegno parziale (solo pacifista o solo ecologista), non riuscendo a cogliere l’intima connessione tra la violenza bellica, perpetuata dal complesso militare-industriale, e quella che coinvolge gli equilibri ambientali, mietendo sempre più vittime e compromettendo il futuro stesso del genere umano.

Ecco perché è indispensabile che finalmente si realizzi la saldatura tra ecologismo e pacifismo, chiamando a raccolta tutte le forze che si oppongono non solo alla devastazione del Pianeta ma anche alla persistente logica di sfruttamento delle sue risorse ambientali ed umane. Eppure c’è ancora chi pensa che si possa perseguire la liberazione delle persone dal bisogno e dall’ingiustizia dal sistema capitalista senza invertire radicalmente il paradigma economico ed ecologico che giustifica ed esalta quel tipo di ‘sviluppo’.  Allo stesso modo, c’è anche chi s’illude di contrastare (o, peggio ancora, di ‘mitigare’) le drammatiche conseguenze ambientali di una visione predatoria e accentratrice delle risorse della Terra senza mettere in discussione il ‘sistema’ che garantisce politicamente –  e difende militarmente – quel modello economico, a costo di farci ripiombare nell’incubo di una guerra da cui nessuno potrebbe uscire vincitore.

La semplicità sconcertante con cui ragazze come Samantha, Malala ed ora Greta hanno affrontato a muso duro i grandi della terra e condannato la loro follia omicida ci stimola dunque a prendere coscienza di quanto poco noi adulti abbiamo fatto finora per salvaguardare il diritto dei nostri figli ad avere un futuro meno oscuro e minaccioso. Non tutto è compromesso, anche se siamo decisamente arrivati sull’orlo del baratro, ma è giunto il momento di riprendere in mano quel pezzo di potere che ci consente, insieme, di essere ‘custodi’ dei nostri fratelli e della nostra madre Terra.

Il termine ‘biocidio’ – dal nostro osservatorio di meridionali – ci riporta alla mente le lotte della gente comune (madri, contadini, pastori, imprenditori responsabili…) contro l’inquinamento del suolò, dell’acqua e dell’aria causato dal micidiale connubio tra speculazione, sfruttamento e criminalità organizzata, non a caso realizzato proprio nei territori socialmente fragili, oggetto da secoli di occupazione manu militari e di espropriazione della sovranità della gente locale.

Nei vocabolari della lingua italiana il termine ‘biocidio’ è banalmente spiegato come “strage di animali” [vi], ma ovviamente si tratta di molto più e di ben altro rispetto ad un semplice inquinamento ambientale da sostanze chimiche e biologiche ‘sterilizzanti’, che dovrebbero svolgere un’azione tossica solo nei confronti di microrganismi dannosi. [vii] 

Ad essere stati minacciati, infatti, non sono stati funghi o batteri nocivi, bensì la sicurezza e la salute degli esseri umani, compromesse da un inquinamento massiccio di terre una volta fertili a causa dello smaltimento criminale di enormi quantità di veleni generati dal nostro assurdo modello di sviluppo. In questo senso, proprio come “distruzione della vita”  il lemma ‘biocide’ lo troviamo ad esempio tra i significati riportati dall’Oxford Living Dictionary [viii]. Ancor più esplicita è la spiegazione offerta da un altro sito inglese, nel quale si trova scritto che:

«Biocidio può anche riferirsi alla distruzione della vita, una specie di ‘omnicidio’ che colpisce ogni realtà vivente, non solo gli esseri umani; chi si augura che ogni cosa nel mondo intero o universo rischi l’estinzione è definito ‘biocida’, o persona portatrice di ideologie ‘biocide’». [ix]

Ma quale biocidio è più disastroso di una guerra, soprattutto se è condotta utilizzando armi chimiche, batteriologiche o nucleari? Che senso ha, allora, condannare severamente come criminali irresponsabili coloro che inquinano e devastano i nostri territori ma non fare lo stesso con chi – uccidendo per mestiere e progettando strumenti bellici sempre più letali – incarna lo spirito di Caino e ne riversa la ‘maledizione’ su tutta la Terra?

Mobilitarsi contro il cambiamento climatico, ma per cambiare modello di sviluppo

«La lotta per la giustizia ambientale e climatica sta diventando uno strumento di ricomposizione per molte delle vertenze che caratterizzano il nostro paese: dalle grandi opere alla devastazione dei territori; dai presidi in difesa della sanità pubblica alle lotte per un welfare universale che non crei più la falsa dicotomia tra diritto alla salute e diritto al lavoro; fino ai movimenti contro la guerra, intesa come regolamento di conti all’interno delle élites dominanti e strumento di predazione di risorse…». [x]

Questo corposo e significativo periodo apre il manifesto lanciato dalle organizzazioni che hanno convocato un’assemblea nazionale a Napoli, in preparazione del corteo che si terrà a Roma il prossimo 23 marzo. Non posso fare a meno di condividere questa impostazione, sperando che si riesca finalmente a collegare in una rete virtuosa ed attiva tutti i soggetti che si oppongono agli scempi ambientali ma anche ai ricatti occupazionali ed alla minaccia di chi usa la guerra per assicurare il proprio controllo su risorse viste come mero oggetto di sfruttamento.

E’ pur vero, d’altra parte, che sussiste il rischio di portare avanti un’opposizione fondata sui doverosi NO a devastazione speculazione e violenza, senza però offrire una chiara alternativa a quel sistema di cui un po’ tutti ormai facciamo parte e che, anche inconsapevolmente, contribuiamo quotidianamente a mantenere in piedi. 

«…al controllo sulla vita imposto ai lavoratori e alle lavoratrici, schiacciati dal nostro sistema produttivo, si affianca la messa a morte delle comunità confinate ai margini della produzione. L’altra faccia del controllo biopolitico sul lavoro è la necropolitica del capitalismo armato a Sud. Diciamolo meglio: il capitalismo è il virus che oggi infetta le nostre comunità; il biocidio è la malattia che si contrae a contatto con quel virus; è lo sviluppo patologico del capitalismo laddove esso sia in diretta contraddizione con la vita; il cambiamento climatico è il più trasversale dei sintomi di questa malattia».[xi]

Sono affermazioni altrettanto sottoscrivibili, in quanto individuano la causa prima delle politiche biocide nel modello capitalista di produzione e di consumo. Anche in questo caso, però, bisogna stare attenti a non oggettivare troppo la radice di tutti i mali, equiparandola ad un ‘virus’ che produce di per sé conseguenze patologiche, così come la Bibbia faceva con il fratricidio di Caino, considerato sorgente di ogni futura violenza e sopraffazione.

Il cambiamento climatico – si diceva – è solo il ‘sintomo’ più evidente, preoccupante e trasversale di una ‘malattia’ che ha ridotto l’uomo e la natura a merce e che ha sottoposto ogni relazione – da quelle interpersonali a quelle internazionali – alla logica del profitto e del dominio. Contrastare questo fenomeno, allora, è sicuramente prioritario – così come lo è lottare contro la preoccupante escalation degli armamenti nucleari – ma non sufficiente. Bisogna proporre una vera alternativa, che contrapponga lo sviluppo umano alla crescita, invertendo il paradigma antropocentrico e predatorio e mettendo in primo piano il rispetto degli equilibri ecologici. Ed è proprio alle leggi della natura – come la biodiversità e la simbiosi – che l’umanità dovrebbe ispirarsi, per stabilire un modello di società attento alla reciprocità, alla solidarietà ed alla valorizzazione delle diversità.

«Non può esserci progresso e crescita culturale e sociale, economica e produttiva che non abbia al centro l’ecologia […] e contestualmente non è pensabile una tutela della natura, della biodiversità , della storia, della cultura e dei suoi valori che non sia strettamente legata alla realizzazione di un mondo di equa distribuzione delle risorse, di pace, di solidarietà…». [xii]   

Rifondare la società su principi e valori alternativi è sicuramente molto più impegnativo che cercare di arginare o contrastare i cambiamenti climatici. Ma senza affrontare alla radice il modello di produzione e consumo e quello di approvvigionamento e distribuzione dell’energia non andremo molto lontano.

Ecopacifismo ed antimilitarismo per opporsi alla violenza istituzionalizzata

Nella nostra cultura politica questi due termini hanno una diffusione molto limitata e troppo spesso vengono interpretati in maniera poco corretta. Oltre un secolo di mobilitazioni contro la tragedia della guerra, a quanto pare, non è bastato a far superare, da un lato, il concetto del tutto insufficiente di ‘pace negativa’ (nel senso di mera assenza di conflitti armati) e, dall’altro, l’interpretazione del rifiuto del sistema militare come rivendicazione di un diritto civile o affermazione di un’obiezione esclusivamente etica.

Non parliamo poi del termine ‘ecopacifismo’ che, nel migliore dei casi, è considerato semplice sommatoria d’un impegno in campo ambientale col perseguimento di obiettivi di pace e disarmo. Nel citato documento troviamo scritto che:

«Sono i governi… a decidere le priorità d’investimento nel paese, ma possiamo essere noi a cambiare la scala gerarchica dettata dalle grandi lobby, facendo rete, lottando e resistendo dal basso» [xiii]

E’ un’affermazione condivisibile ma, a mio avviso, ogni resistenza dal basso alle gerarchie imposte da chi comanda deve necessariamente tener conto che gli equilibri (o meglio, gli squilibri…) economici e sociali a livello globale sono assicurati proprio da un complesso militare-industriale che li difende. Allo stesso modo, non si dovrebbero sottovalutare i danni ambientali e sociali della militarizzazione del territorio e, soprattutto, deve essere chiaro che le guerre – in particolare quelle condotte tecnologicamente – sono di per sé una minaccia continua alla sicurezza, alla salute ed alla stessa sopravvivenza d’intere popolazioni.

Già otto anni fa, a proposito dell’esigenza di saldare le lotte ambientaliste con quelle pacifiste, avevo scritto:

«Non ha quindi senso…perseguire un’astratta eco-sostenibilità dell’economia, se essa continua ad essere assoggettata alla logica d’un capitalismo globalizzato e pervasivo, che ricorre sempre più spesso alla strategia bellica quando l’aggressione ‘pacifica’ e neocolonialista del mercato non basta più. Allo stesso modo, mi sembra evidente che non basta manifestare contro guerre ed invasioni armate se non ci si sa opporre anche ad un modello di sviluppo predatorio, nemico della natura e dei suoi equilibri almeno quanto lo è della giustizia e della pace. Sarebbe una vera follia pensare che – come sottolinea uno studioso catalano – ci si possa opporre ad un’aggressione militare o a dittature pensando che ciò non abbia a che fare con la battaglia per modelli più sostenibili di energia oppure con un’agricoltura non più dominata dalle monoculture e dall’accentramento delle risorse alimentari del nostro pianeta».[xiv]

La “triade” ambiente/sviluppo/attività militari – di cui aveva parlato il peace researcher Johan Galtung già negli anni ’80  [xv]– avrebbe richiesto una strategia unitaria, sì da contrapporre al modello violento di economia e società uno sviluppo equo, ecocompatibile e nonviolento. In quel mio saggio, poi, ricordavo interessanti impostazioni ed esperienze del movimento verde ed alcune proposte di “ecologia sociale”, diffuse nei decenni scorsi in ambito europeo ed anche italiano.

«Ecologismo sociale e pacifismo hanno (o dovrebbero avere) molti elementi in comune: la difesa della coerenza fra mezzi e fini; la pace come via per la sostenibilità; l’antibellicismo e l’antimilitarismo; il ricorso all’azione diretta nonviolenta e alla disobbedienza civile; il perseguimento della giustizia sociale, la difesa della democrazia partecipativa..[xvi]   

Un approfondimento sul concetto di ‘ecopacifismo’, oltre che nel saggio citato, ho cercato di farlo in un successivo ‘Manuale’, pubblicato nel 2014 come referente nazionale di V.A.S. , cui rinvio. [xvii]  Ciò che vorrei sottolineare, però, è che occorre accrescere e diffondere la consapevolezza dello stretto legame fra la devastazione ambientale, dovuta ad un sistema economico ingiusto e non sostenibile, e la minaccia costituita non solo dai conflitti bellici in atto e dalla criminale corsa agli armamenti atomici, chimici e batteriologici, ma anche dalla crescente militarizzazione del territorio, che impone un modello autoritario e violento, espropria la sovranità delle comunità locali e ne mette a repentaglio la salute e la sicurezza.

Ecco perché ritengo che il pacifismo ecologico non possa fare a meno della componente antimilitarista, che si oppone fermamente alla struttura militare in quanto gerarchica, nemica della democrazia ed asservita agli interessi dominanti, come ribadisce il filosofo Fernando Savater.

«L’antimilitarismo è una forma di intervento politico che pretende di farla finita con l’attuale predominio del militare sul civile, come primo passo di una mutazione essenziale dello Stato contemporaneo e di una radicalizzazione efficace della democrazia. I suoi obiettivi immediati comprendono movimenti nonviolenti di pressione sociale – anche se non sempre legali – contro la corsa agli armamenti, la politica dei blocchi militari, la proliferazione delle armi atomiche, le intenzioni di espansione bellica e, in generale, qualsiasi crescita del potere e della influenza delle istituzioni militari della vita pubblica […] In ultima analisi, considerato che il sistema militare appoggia e si appoggia, sostiene ed è sostenuto dalla disuguaglianza economica, dallo sfruttamento del lavoro dei più da parte dei meno, etc. … l’antimilitarismo si confronta anche con l’incistamento cronico dell’ingiustizia sociale». [xviii]

L’assemblea nazionale di Napoli del 3 marzo e la grande manifestazione a Roma del successivo 23 possono essere un primo passo per cominciare ad operare questa indispensabile sintesi politica tra le tante lotte contro speculazioni e saccheggio dei singoli territori ed una complessiva proposta di alternativa ecologica, economica e sociale all’attuale modello di sviluppo.

Può essere anche, ce lo auguriamo, un’occasione per cominciare ad operare una saldatura tra movimenti contro le devastazioni ambientali ed il biocidio e quelli che si battono contro la guerra e la militarizzazione del territorio, in un’ottica ecopacifista ed antimilitarista.


[i]  Vedi: Genesi, 4: 1-16

[ii] Sull’episodio cfr. Appunti di esegesi , P.F.T.I.M.  pp. 24-28 >http://www.pftim.it/ppd_pftim/7/materiale/Esegesi.pdf

[iii] Gen 4: 9-15

[iv] Appunti di esegesi , cit., p. 28

[v]  Ermete Ferraro, “Difendere sorella terra, nostra casa comune” (29.07.2015), Agoravox Italia > https://www.agoravox.it/Difendere-sorella-terra-nostra.html

[vi] Cfr., ad es. quello Hoepli > https://dizionari.repubblica.it/Italiano/B/biocidio.html

[vii]  Vedi definizione di ‘biocida’ in Treccani > http://www.treccani.it/vocabolario/biocida/

[viii]  Cfr. “biocide” in Oxford Living Dictionaries > https://en.oxforddictionaries.com/definition/biocide

[ix]  “Biocide” in Definitions > https://www.definitions.net/definition/BIOCIDE

[x]  Manifesto per l’Assemblea nazionale “Per la giustizia climatica e ambientale – il Sud chiama alla mobilitazione” (Napoli – 3 marzo 2019) >  https://www.facebook.com/events/2255482508045020/

[xi] Ibidem

[xii]  Antonio D’Acunto, “Rifondare l’Utopia” (2014), in Alla ricerca di un nuovo umanesimo – Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli, la Città del Sole, 2016, pp. 269

[xiii]Per la giustizia climatica e ambientale”,  cit.

[xiv]  Ermete Ferraro,  “Ecopacifismo: visione e missione” (2011), GandhiTopia.org > http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione

[xv]  Johan Galtung, Ambiente sviluppo e attività militari, Torino, E.G.A., 1986

[xvi]  Xosé Maria Garcia Villaverde : “Ecopacifismo: unha proposta”, Cos pes na terra (rivista galiziana) > http://www.cospesnaterra.info/index.php?option=com_content&task=view&id=168  (trad. mia)

[xvii]  Ermete Ferraro,  L’Ulivo e il Girasole – Manuale ecopacifista di V.A.S. , scaricabile all’indirizzo > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d  – Vedi anche: Ermete Ferraro, “Credere, Rinverdire e Combattere” (2018), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2018/11/18/credere-rinverdire-e-combattere/

[xviii] Fernando Savater, Las razones del antimilitarismo y otras razones, Barcelona, Editorial Anagrama, 1998, p. 87 (trad. mia)

© 2019 Ermete Ferraro

Oftalmologia politica

Quanto più passa il tempo tanto più avverto la sensazione non solo di un’evidente degenerazione del confronto politico, ma anche della perdita del senso stesso del concetto di ‘politica’. Non credo di essere affetto dalla pur frequente sindrome del vecchio brontolone, ma che si tratti di una semplice constatazione.

Pur volendo tralasciare la classica distinzione anglosassone fra policy e politics (che sottolinea la differenza fra l‘agire concreto – spesso spregiudicato – dei politici ed il pensiero politico nell’accezione più alta, cioè come ideologia, visione globale della società), mi sembra evidente che il XXI secolo ci ha messi di fronte ad una concezione profondamente diversa dell’azione politica.

D’altronde, in più di quarant’anni d’impegno diretto – di movimento, istituzionale e di tipo associativo – ho sperimentato in prima persona che neanche l’agire per motivazioni ‘civili’ e al di fuori delle istituzioni è risultato del tutto indenne dai difetti e dalle problematiche registrabili nelle dinamiche politiche istituzionali, o comunque partitiche. Il guaio è che spesso anche la ‘militanza’ politica di base riproduce, in scala minore, i vizi attribuiti di solito ai ‘palazzi’ da cui chi la pratica ha voluto prendere le distanze. 

Ma si tratta di un mero contagio, dovuto alla necessità di rapportarsi comunque ai ‘politici’ allo scopo di perseguire i rispettivi obiettivi associativi, oppure di un fenomeno più profondo e complesso, che investe il comportamento sociale ed gli stessi fondamenti morali dell’essere umano?  

Io propenderei per questa seconda possibilità, in quanto la ‘scala’ più o meno ridotta in cui si agisce e lo stesso contesto dell’azione mi sembrano importanti, ma non determinanti.

Basta guardarsi intorno per accorgersi di quanto, a tutti i livelli della convivenza civile,  risulti sempre più difficile valutare una situazione, discernere i suoi elementi positivi e negativi e, conseguentemente, prendere poi una decisione nel merito. 

Infatti, se solo riflettiamo sulle nostre quotidiane esperienze (familiari, di lavoro, da condomini o da semplici cittadini…) ci rendiamo conto di quanto il nostro agire sia condizionato da tanti elementi esterni alle questioni che dovremmo affrontare e risolvere.

Sono elementi che attengono alla sfera emotiva ed utilitaristica più che a quella razionale e che di tali questioni ci fanno vedere, sentire e capire ciò che ci piace o ci fa comodo, anziché i dati di fatto. Ma se i filosofi antichi auspicavano razionalisticamente una ‘adequatio rei ed intellectus’, pur volendosi accontentare di molto meno della perfetta corrispondenza tra realtà e pensiero, ho l’impressione che il mondo della politica sempre più ci stia mettendo di fronte ad una scissione radicale tra questi due termini.

Non mi sembra il caso di allargare troppo l’ambito di questa mia riflessione, per cui mi limito a constatare quanto l’agire politico sia viziato da alcuni, diciamo così, difetti di percezione, nella misura in cui i suoi più comuni difetti somigliano molto a quelli della vista.

Le mie esperienze personali, infatti, mi hanno confermato nell’idea che il confronto su dati che dovrebbero essere oggettivi è spesso compromesso da fenomeni legati appunto alla percezione che ciascuno ne ha. Proverò quindi a proporre una sintetica rassegna delle patologie relative al contesto che nel titolo ho chiamato ‘oftalmologia politica’.

MIOPIA POLITICA

 «Difetto della vista che consiste in una rifrazione dell’occhio, per cui gli oggetti distanti appaiono sfocati, mentre si vedono meglio le cose molto vicine».[i] 

Da altra fonte apprendiamo che: «La miopia è un’ametropia o un’anomalia refrattiva, ossia una patologia oculistica a causa della quale i raggi luminosi provenienti da un oggetto posto all’infinito non si focalizzano correttamente sulla retina, ma davanti a essa. La conseguenza è che gli oggetti osservati tendono ad apparire sfocati e la visione migliora con la riduzione della distanza a cui si guarda».[ii]

Ebbene, anche in politica ho spesso la sensazione che giudizi, valutazioni e decisioni siano assunti da persone affette da tale patologia oculistica. Secondo la Treccani, la ‘miopia politica’ sarebbe caratterizzata, in senso figurato, dalla: «mancanza di perspicacia, cortezza di vedute, grettezza intellettuale…» [iii].

Effettivamente, una visione politica viziata dall’assenza di profondità si rivela riduttiva, limitata e parziale. Chi “non riesce a guardare oltre il proprio naso” è di fatto condannato ad assumere decisioni ancorate al qui e ora, senza una vera prospettiva. Chi è politicamente miope agisce di solito in modo personalistico se non meschino, senza tener conto delle esigenze collettive, del bene comune e, soprattutto, delle conseguenze nel tempo e nello spazio delle proprie decisioni.

Anche il comportamento dell’attuale classe politica si direbbe soggetto ad una visione dei problemi (si tratti del fenomeno migratorio, dei conflitti armati o delle risposte da dare alla disoccupazione) che denota la mancanza di una visione a medio-lungo termine. Il risultato è l’assunzione di provvedimenti emergenziali, di corto respiro, viziati dalle contingenze elettorali e che non tengono conto né delle esperienze passate né delle prospettive future.

Ma anche i comportamenti estranei alla politica istituzionale risentono spesso di questa spiacevole incapacità di guardare lontano. Qualunque problema una realtà associativa o di movimento si trovi ad affrontare, infatti, andrebbe inquadrato in un contesto più ampio e visto in una proiezione temporale maggiore. Eppure, proprio a causa della miopia politica, la ricerca del risultato a breve prevale sul perseguimento di risultati più stabili e sulla condivisione delle battaglie con altri soggetti. Il guicciardiniano ‘particulare’, insomma, fa perdere di vista la visione d’insieme e talora insterilisce le lotte, finalizzandole al mero perseguimento di un qualche risultato, di cui attribuirsi orgogliosamente la paternità.

IPERMETROPIA POLITICA

«In oculistica, anomalia dell’occhio, generalmente dovuta alla brevità dell’asse anteroposteriore del globo oculare, per cui le immagini si formano dietro la retina e pertanto sono sfocate. …». [iv].

In ambito politico anche questo difetto della visione risulta piuttosto frequente, sia pur molto meno che in passato. Una volta la caratteristica di guardare lontano, di mirare ad obiettivi remoti, si attribuiva ai sognatori, ai ‘profeti’ della politica, a quelli nei quali la prospettiva ideologica prevaleva sulla concretezza fattuale. Ma questo, per certi aspetti, era un pregio e non un limite.

Oggi, più banalmente, si ha piuttosto l’impressione che molti politici – a livello istituzionale ma anche di movimento – si rifiutino di guardare in faccia la realtà e i suoi problemi concreti, cui non sanno – o non possono – offrire risposte reali ed efficaci. Succede allora che ci si rifugi nelle visioni di lunga portata, nelle questioni strategiche e a livello globale o nella pur innegabile complessità delle questioni. Il risultato che ne segue è frequentemente la retorica parolaia, che serve solo a coprire la rinuncia ad agire nell’immediato, non assumendo decisioni concrete, con le relative responsabilità.

In altri termini, se gran parte delle azioni politiche cui assistiamo sono evidentemente condizionate dalla miopia di chi guarda il dito e non la luna, ci sono molte altre situazioni che lasciano pensare che chi fa politica si stia limitando a guardare la luna, ignorando il dito di chi segnala quel problema, che vive concretamente, qui e ora, sulle proprie spalle.

E’ la ben nota sindrome del ‘benaltrismo’, per la quale un intervento pratico, immediato e strettamente attinente la questione in oggetto viene sovente bollato come ‘di corto respiro’, in quanto i veri problemi sarebbero ben più ampi, strutturali e complessivi. Affermazione questa banalmente vera, ma che non implica affatto che le azioni dirette e dal basso siano inutili.

Per esempio, ai comitati di base, creati proprio per affrontare e dare soluzione a vicende o vertenze specifiche e concrete – in termini amministrativi, politici o anche giudiziari – spesso si imputa con aria di sufficienza il fatto di occuparsi di ‘quisquilie’ e di non affrontare i veri problemi di fondo che, ovviamente, sono sempre… ‘ben altri’.

ASTIGMATISMO POLITICO

«A causare l’astigmatismo può essere un’alterazione della curvatura della cornea che, anziché avere una forma normalmente sferica ha un profilo ellissoidale. In questo caso i raggi di luce provenienti dagli oggetti vengono proiettati in maniera disuguale nei vari punti della retina. L’occhio astigmatico vede male sia da lontano sia da vicino, gli oggetti possono apparire sfocati ma anche sdoppiati». [v]

Questa “aberrazione dei sistema ottico[vi] – dovuta ad una visione deformata più che viziata dall’errata ‘messa a fuoco’ degli oggetti – mi sembra ugualmente applicabile all’ambito dell’azione politica. Nel caso dei politici astigmatici, dunque, la criticità non risiede nella difficoltà d’inquadrare i problemi immediati in un contesto più ampio e lungimirante, o viceversa nella tendenza a perdere di vista la concretezza delle questioni in nome di astratte visioni ideologiche e fumose prospettive future.

Il difetto, in questo caso, è riscontrabile nella loro visione confusa e talora ‘sdoppiata’ delle questioni che sono chiamati ad affrontare. A Napoli, con efficace sintesi, si usa dire di questo genere di persone che: “addò vedono e addò cecano”, sottolineando con ironia che agiscono in modo diverso, se non opposto, a seconda dei casi e degli interlocutori.

Di solito i diretti interessati attribuiscono tale comportamento a “sano realismo”, ma di rado riescono a dissipare la sgradevole sensazione che le loro contraddizioni siano piuttosto frutto di opportunismo, doppia morale o meschino calcolo personale.

Il guaio è che ci stiamo sempre più assuefacendo a ciò che il profeta Orwell chiamava ‘Bispensiero’ (nell’originale: Doublethink) [vii], per il quale lo ‘sdoppiamento’ delle immagini concettuali può giungere a negare ogni nesso logico tra i concetti, affermando al tempo stesso tutto ed il contrario di tutto. “E’ il ‘populismo, bellezza!” avrebbe affermato qualcuno.

«Questa è la forma della politica contemporanea: la coesistenza degli opposti, la capacità di affermare formalmente l’esistenza di un Bene che, tuttavia, coincide materialmente con il suo opposto: lo sfruttamento, l’oppressione fino alla contraddizione che consiste nella cancellazione della stessa idea di contraddizione […] L’equivalenza tra gli opposti è la formula magica del populismo. In questa ideologia non si tratta di scegliere se essere di destra o di sinistra, ma di affermare entrambe – contemporaneamente, in maniera coordinata, uno dopo l’altro, in una logica ricorsiva. L’obiettivo è coprire tutto l’arco della rappresentanza politica, fingere di rappresentare tutti alla luce del buon senso e del senso comune».[viii]

PRESBIOPIA POLITICA

«Il potere di accomodazione, massimo nell’infanzia […] si riduce progressivamente con l’età […] e si esaurisce del tutto tra i sessanta e sessantacinque anni. Questa progressiva perdita del potere di accomodazione è nota come presbiopia , essa è dunque dovuta al fatto che il cristallino non è più in grado di modificare la sua curvatura a causa del suo progressivo indurimento e ingrossamento».[ix]

Ammettiamolo: nelle nostre critiche alla maniera corrente di fare politica c’è talvolta una buona dose di presbiopia politica. Quelli che hanno vissuto esperienze ben diverse ed in periodi abbastanza lontani nel tempo, infatti, sono naturalmente portati a rimarcare solo gli elementi che considerano una ‘degenerazione’ della vera Politica.

Io stesso, considerandomi ormai tra questi, ammetto che faccio non poca fatica a seguire le acrobazie verbali e comportamentali degli attuali politicians. Ritengo che molte delle riserve espresse da noi ‘vecchietti’ sono effettivamente motivate e solidamente fondate nella realtà dei fatti. E’ pur vero, d’altronde, che anche in questo campo il ‘potere di accomodazione’ del nostro intelletto a situazioni e contesti, insospettabili fino ad un decennio fa, condiziona inevitabilmente il giudizio che ne diamo. La ‘sclerosi’ dell’agire politico, con la conseguente incapacità di comprendere fenomeni nuovi e stili diversi, va considerata un rischio oggettivo, cui occorre contrapporre rimedi adeguati, proprio come negli altri casi affrontati in precedenza.

STRABISMO POLITICO

«Questo difetto visivo è spesso causato da uno squilibrio dei muscoli responsabili dei movimenti del bulbo oculare. Il parallelismo degli assi dello sguardo risulta così disturbato, in maniera saltuaria o permanente. Lo strabismo può essere convergente, divergente o verticale e interessare un occhio o entrambi gli occhi». [x] 

Come nel caso dell’astigmatismo, una visione strabica delle vicende politiche può condurre ad arbitrari giudizi, valutazioni contrastanti e stridenti contraddizioni.

Se in politica difetta la percezione binoculare, la stereopsi , i risultati sono quasi sempre negativi, per cui l’azione che ne deriva risulta fatalmente viziata falsata e reprensibile. D’altro canto, mi sembra che sia abbastanza diffusa anche una certa tendenza a giustificare la parzialità dei politici, o quanto meno a considerarla, in qualche modo, un’inevitabile componente di quella specie di gioco delle parti.

Del resto, un pensiero sdoppiato, nutrito dalle contraddizioni azzerate con un codice verbale che assomiglia molto alla Neolingua orwelliana, porta inevitabilmente a una visione strabica della realtà, che confonde le cause con gli effetti, oppure considera normale ciò che fino a poco tempo prima aveva vivacemente riprovato nel comportamento altrui.

Indubbiamente i politici ‘di lotta e di governo’ non sono una novità; però, avrebbe commentato Totò, “qui si esagera, perbacco!” e si direbbe che quelli attuali  sottovalutino che, per citare ancora il Principe, “ogni limite ha una pazienza”…

Insomma, mutuando un efficace aforisma di Oscar Wilde, potremmo concludere che:

«L’amore (ma anche l’apprezzamento politico…) non è cieco ma presbite: prova ne sia che comincia a scorgere i difetti a mano a mano che s’allontana». [xi]

Sarebbe bene che chi fa politica tenesse nel debito conto questo saggio avvertimento…


Note

[i] Voce “Miopìa” in: Sabatini Coletti, Dizionario della lingua italiana > http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/M/miopia.shtml

[ii] Voce “Miopia” in: Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Miopia

[iii] Voce “Miopia’ in: Vocabolario Treccani > http://www.treccani.it/vocabolario/miopia/

[iv]  Voce “Ipermetropia” in: Vocabolario Treccanihttp://www.treccani.it/vocabolario/ipermetropia/

[v]   “Astigmatismo” > https://www.humanitas.it/malattie/astigmatismo

[vi]  Voce “Astigmatismo” in:  Sabatini Coletti, Dizionario della lingua italiana > https://www.humanitas.it/malattie/astigmatismo

[vii] Cfr  Ermete Ferraro, “Neolinguistica applicata” (12.05.2016) , Ermete’s Peacebook blog  >   https://ermetespeacebook.blog/2016/05/12/neolinguistica-applicata/ ; vedi anche  la voce “Doublethink” in Urban Dictionary > https://www.urbandictionary.com/define.php?term=doublethink

[viii] Roberto Ciccarelli, “Il populismo è un bispensiero”, Ribalta.infohttp://www.ribalta.info/il-populismo-e-un-bispensiero/

[x] “Lo strabismo”, Essilor Italia. com > https://www.essiloritalia.it/La-tua-vista/I-difetti-visivi/Strabismo

[ix] “I difetti ottici dell’occhio”, Benessere.com > http://www.benessere.com/salute/disturbi/presbiopia_ipermetropia_miopia_astigmatismo.htm

[xi] Vedi in: https://aforismi.meglio.it/frasi-difetti.htm

© 2019 Ermete Ferraro

LA LINGUA ‘GENIALE’

Il napolitano di una comunità marginale 

Uno dei principali meriti della trasposizione televisiva della prima parte della saga narrativa di Elena Ferrante è aver fatto scoprire a noi italiani – oltre che ai telespettatori statunitensi – la potenza eccezionale della lingua napolitana. Una lingua geniale nel vero senso della parola, nelle accezioni riportate dal vocabolario Treccani: “Che è conforme al proprio genio, cioè all’indole […] che ha finezza e vivacità”. [i] In effetti sono stati i produttori americani che hanno voluto che sugli schermi, dietro i sottotitoli inglesi o italiani, la sonorità dei dialoghi fosse quella, d’un Napolitano verace, ben diverso dal miscuglio linguistico indistinto e bastardo che ancora risuona per le vie della nostra Città. Ritengo che sia stata una scelta opportuna, non dettata solo dal prevedibile intento di ‘colorire’ la narrazione in senso deteriormente folklorico, ma probabilmente anche dall’esigenza di superare una sorta di tabù comunicativo.

Ci voleva il salutare scossone d’una sceneggiatura televisiva largamente scritta in napolitano – che tradisce la scelta fatta da colei che quei romanzi aveva scritto, evocandolo ma non esibendolo – per metterci di fronte al vero tradimento, quello cioè che di quest’antica e geniale lingua ha fatto chi ha voluto o dovuto scartarla, come uno strumento vecchio inadeguato e volgare. Certo, il discorso è più complesso e richiederebbe un’analisi sociolinguistica più approfondita di quella che si limita ad assegnare colpe e responsabilità allo stesso popolo di Napoli o a chi ne ha scientemente voluto annientare l’identità culturale e  linguistica con un violento processo di sapore coloniale. Il problema, in effetti, è fino a un certo punto ‘di chi è la colpa? , ma piuttosto come si possa – qui ed ora – partire dall’attuale situazione per recuperare i valori autentici del Napolitano, impedendone il progressivo decadimento e valorizzandone le eccezionali potenzialità.

L’idea di affrontare questo particolare aspetto dei libri della Ferrante (e dello sceneggiato da essi ricavato) mi è stata ispirata, oltre che da un ventennale impegno di napolitanofilo e napolitanologo, dall’inaspettato contatto da parte di una docente di letteratura in un istituto superiore di New York, che intende farne oggetto di ricerca e mi ha chiesto la disponibilità ad un confronto. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dal fatto che in un prestigioso liceo della grande mela si rifletta sul rapporto tra la nostra lingua ed il contesto sociale della Napoli post-bellica che la Ferrante ha mirabilmente saputo evocare. Ad un simile interesse per tale questione fa invece riscontro l’insensibilità e la sordità di gran parte del mondo accademico e scolastico italiano per un problema che va ben oltre le sorti di quelli che ci si ostina a chiamare ‘dialetti’. Molti media anglo-americani – oltre agli studiosi – hanno approfondito la dimensione linguistica del fenomeno letterario Ferrante, con una sensibilità che sembra difettare dalle nostre parti. Non si tratta di cavalcare battaglie identitarie di retroguardia o di rinnegare l’importanza di uno strumento linguistico unitario. La questione è in che modo e per quali motivi si è giunti all’attuale situazione e che cosa si può realisticamente fare per evitare che la forzata italianizzazione prima, e la massificazione mediatica poi, cancellino il mondo d’idee, percezioni ed emozioni di cui il napolitano è geniale espressione.

Il nocciolo del problema suscitato dalla ricercatrice newyorkese è il rapporto tra lingua e potere, pssia il ruolo dell’Italiano come elemento indispensabile ai ceti marginali per integrarsi nella società e scalarne faticosamente i gradini, rinunciando però alla loro espressione linguistica naturale, stigmatizzata come inadeguata e volgare. Questo mi ha portato con la mente e col cuore alla lontana esperienza del mio impegno – prima in servizio civile e poi come lavoro sociale volontario e professionale –  presso il Centro Comunitario Materdei della ‘Casa dello Scugnizzo’. Mi sono ricordato soprattutto delle acute analisi sociologiche ed antropologiche che già negli anni Sessanta il suo fondatore, il mitico Mario Borrelli, aveva fatto del contesto sottoproletario napolitano e del suo immaginario collettivo, che in quel linguaggio unico al mondo trovava un eccezionale veicolo espressivo ma, al tempo stesso, la cristallizzazione di secoli di subalternità culturale. [ii]

Lingua: specchio e/o generatrice della realtà

Jean Noel Schifano, Dizionario appassionato di Napoli, Napoli, Il mondo di Suk, 2018

«Dobbiamo essere grati a Elena Ferrante – ha scritto Ciro Pellegrino – per una cosa che non ha fatto e a Saverio Costanzo, il regista della trasposizione televisiva de L’Amica Geniale per una cosa che non ha preso dal primo libro della tetralogia che racconta la vita di Elena Greco e Lila Cerullo. […] Anche per la serie tv Gomorra è avvenuto lo stesso, ma non si tratta dello stesso napoletano. La lingua partenopea dei dialoghi dell’Amica è ricercata, sintatticamente corretta, è figlia del periodo storico in cui è ambientato il racconto (gli anni Cinquanta) ed è straordinariamente ricca di vocaboli e riferimenti, senza bisogno di metafore ardite o del cupo valore impresso dai camorristi della serie ispirata al libro di Roberto Saviano…» [iii]

Il precedente esperimento di sceneggiatura in napolitano – quello del citato serial ‘Gomorra’ – ha diffuso infatti un’immagine stereotipata di questa lingua, privandola della sua duttilità espressiva ed incupendone i toni. La lingua dello sceneggiato tratto dai romanzi della Ferrante, pur restando aderente al contesto socioculturale misero e marginale della Napoli del dopoguerra, ne coglie comunque più sfumature e tonalità, mettendoci però di fronte ad un codice espressivo prevalentemente violento, talvolta spietato nella sua crudezza. Niente a che vedere col napolitano melodioso e dolce delle celebri canzoni o con quello arguto e piccante delle farse e delle ‘macchiette’. Dai dialoghi dello sceneggiato, che la Ferrante aveva filtrato con un Italiano che ne attenuava il ruvido realismo popolare, risulta chiaro come una lingua duttile e geniale come il napolitano – al tempo stesso rassicurante cordone ombelicale e vincolante catena – fosse vissuto dai membri di una comunità periferica come una gabbia espressiva, un condizionamento da cui cercare di fuggire. Il dosaggio di italiano col ‘dialetto’ nelle conversazioni delle due ragazze appare quindi l’indice del loro progressivo distacco da un ambiente senza futuro né speranza, dal quale devono sradicarsi, a costo di sacrificare una parte di se stesse.                                                              

«…Il regista Saverio Costanzo […] ha sviluppato la serie in napoletano ed è forse riuscito a far sprigionare, nella veemenza dei dialoghi quell’energia spaventosa e straripante che l’autrice, nei suoi libri, ha cercato di esorcizzare con l’italiano. […] Una lingua scarna, dura, spaventosa, resa ancor più terribile dagli occhi di una bambina, vissuta in un mondo difficile, dove non c’è spazio per la dolcezza, per l’attenzione verso l’infanzia; un mondo dove ai bambini non viene risparmiata la vista di un male che non possono comprendere, se non metabolizzandolo nella fantasia. L’emozione senza mediazione, l’energia primigenia e distruttrice di una lingua calda e viscerale, intensa e violenta. […] Un groviglio di significati, che un napoletano ha il privilegio di poter comprendere appieno, e che, anche per i più giovani, può rievocare il ricordo sopito delle epoche difficili, della vita cruda, vissuta dalla gente semplice di Napoli e del nostro Sud, tra i contraccolpi di eventi storici incomprensibili che non li hanno mai visti protagonisti, ma sempre vittime inermi, ad arrangiarsi da soli e, senza aiuti, ricostruire le proprie vite e la propria immaginazione». [iv] 

Queste acute osservazioni di Teresa Apicella, e l’analisi socio-antropologica che ne traspare, ci riportano al quesito iniziale: una lingua è soltanto lo specchio di una comunità oppure è capace di forgiarne le sensibilità, le capacità espressive, le caratteristiche culturali e, perché no, i destini?  E’ in fondo la vecchia questione del rapporto tra contenuto e forma, significante e significato, tra la realtà e il codice che la rappresenta. Una relazione che mi è sempre sembrata biunivoca, nel senso che una certa visione del mondo e la fattualità degli eventi contribuiscono a generare il mezzo espressivo più adeguato, ma è altrettanto vero che il medium utilizzato è pragmaticamente capace di plasmare pensieri e azioni di un gruppo sociale, imprimendogli un particolare carattere.

Nel romanzo della Ferrante lo stretto rapporto tra linguaggio e specificità socioculturale mi sembrava già fondamentale, ma la trasposizione cinematografica del testo ha conferito maggiore evidenza a questa relazione. L’aspetto più evidente è la caratterizzazione della lingua come segnale di promozione sociale, strumento per acquisire importanza e gratificazione all’interno di una comunità chiusa ed impermeabile alla evoluzione esterna. Il passaggio dal napolitano all’italiano, conseguentemente, ha finito col costituire un termometro della mobilità sociale. Il teatro, più ancora che la narrativa, ha spesso rimarcato questa brusca e forzata trasformazione, in cui i sottoproletari cercano in ogni modo di omologarsi ai ceti borghesi, che a loro volta si sforzavano di assomigliare a quelli aristocratici, con accenti ora farseschi e caricaturali (alla Totò, per intenderci), ora decisamente più drammatici (come nelle commedie di Eduardo De Filippo).  Ma su tali aspetti dell’Amica Geniale su cui direi che pochi in Italia hanno approfondito mentre, paradossalmente, interessanti analisi ci giungono dal mondo anglosassone ed americano, come quella di Amy Glynn.

«Bene, il linguaggio è tutto in questo libro, e intendo sia la straordinaria prosa di Ferrante sia il fatto che all’interno della storia, le lingue sono dispositivi di trama, designatori di caratteri e stenografia per argomenti molto importanti di classe, educazione e mobilità, senza i quali c’è relativamente poca storia […] Sia che i personaggi del libro parlino in ‘corretto’ italiano oppure in napoletano, c’è un indicatore di appartenenza, una dichiarazione politica, una storia implicita sulla posizione del personaggio in una gerarchia spesso brutale e violenta. […] (‘L’amica geniale’) è anche una storia di formazione sulla lingua in sé, sul linguaggio vernacolare e sulle ’lingue comuni’ e sul notevole potere di trasformazione delle parole imbrigliate, su come le nostre lingue ci definiscono come persone, come comunità, come tribù». [v]

Rifiuto del dialetto e resistenza del dialetto

Lenù in una na scena da ‘L’amica geniale’

Il difficile viaggio di Lenù verso una realtà diversa da quella ‘tribale’ in cui aveva vissuto la sua infanzia s’identifica allora con la sua volontà di uscire dagli schemi comunicativi del gruppo sociale da cui intendeva distaccarsi, lasciandosi alle spalle un doloroso destino di insuccessi e frustrazioni, quotidiane meschinerie e violenze. Tutta presa dal suo innamoramento per “la lingua dei fumetti e dei libri”  [vi] – vissuta come veicolo di riscatto sociale – è lei stessa a confessare amaramente:

«Non ho nostalgia della nostra infanzia […] La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi» [vii]

Un altro bell’articolo che affronta l’importanza della lingua nel romanzo della Ferrante e nella sceneggiatura televisiva da esso ricavata è stato scritto da Justin Davidson – critico musicale e vincitore di un Pulitzer – che già dal titolo richiama la nostra attenzione sul “significato nascosto dietro il dialetto de L’Amica Geniale”. Dopo aver opportunamente premesso che «L’Italia è un’invenzione del XIX secolo unificata da una lingua ufficiale che, fino al XX secolo, la maggior parte degli italiani non parlava» [viii], Davidson torna sul rapporto tra romanzo e sceneggiato, sottolineando sia la valenza personale e comunicativa del non utilizzo del ‘dialetto’ da parte della Ferrante, sia l’intento neorealista del regista dello sceneggiato, che ha voluto renderci in modo brutalmente diretto lo scarto socio-culturale fra la chiusa e cupa comunità del periferico rione popolare e l’altra Napoli, quella elegante e borghese del centro.

«La traiettoria di Elena è la storia di una donna che cambia il suo modo di parlare, e con essa il tranello della classe, della famiglia, della brutalità e della lealtà. […] Costanzo, però, va oltre qualcosa di molto più strutturato e profondo dell’autenticità o del colore locale: usa le gradazioni del dialetto per delineare la classe, rivelare la psicologia dei personaggi e portare avanti la trama. […] le uniche presenze di quartiere che parlano il vero italiano sono insegnanti e bibliotecari. Ma pure tra i proletari anche le forme più dure di dialetto si piegano alle circostanze. […] Il grado del dialetto denota ben più della classe sociale; allude anche alla lealtà del relatore. Un capo del crimine locale giura per la famiglia e parla il gergo locale. Un aspirante studioso parla italiano, ha pensieri sulla politica nazionale e non vede l’ora di sfuggire ad un tenace Sud provinciale. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia ha dovuto riformarsi da sola, ricucendo culture disparate in una traballante idea di nazione. Il servizio militare obbligatorio è stato utile. Così hanno fatto la televisione e le scuole. Ma è stata l’economia fiorente che ha fatto di più per legare insieme le fortune di cittadini che altrimenti non avrebbero avuto nulla a che fare l’uno con l’altro. Stefano Carracci capisce che ci sono soldi da fare e clienti da corteggiare oltre i pochi isolati che chiama a casa, ed è pronto a parlare la loro lingua…» [ix]

L’alternativa che si presentava alle due amiche era restare vincolate ad un destino di miseria e degrado – economico ma anche culturale ed affettivo – oppure rompere definitivamente con la propria comunità di appartenenza, con la sua violenza inevitabile e quasi fatale e col suo gergo amaro, adoperato come un’arma per rendersi reciprocamente la vita difficile. Paradossalmente, come acutamente nota il critico statunitense, dello stesso dialetto, nella sua forma più aspra, si serve il fratello di Lenù proprio per rivendicarne il diritto ad evadere da quel contesto deprivato:

«Nel mondo di Ferrante, tale insieme di tensioni – tra il rione e la nazione, la famiglia e l’istruzione, la pistola e la mente – si manifestano nelle sottigliezze del discorso. Quando i genitori di Lila decidono di strappare la ragazza dalla scuola e metterla al lavoro, suo fratello maggiore Rino (già evasore scolastico) difende il suo diritto all’istruzione – in un dialetto virulento e inimitabile. L’ironia è intenzionale: egli usa il napolitano per cercare di spingerla fuori dall’orbita della famiglia che parla napolitano» [x]

E’ lo storico paradosso della cultura subalterna dei ‘vinti’ che si sforza di uscire da tale subalternità rinnegando se stessa ed omologandosi al modo di vivere ed esprimersi che considera ‘vincente’. Il pesante prezzo da pagare è il doloroso abbandono di una parte di se stessi (come nel caso di Elena), ma anche lo schizofrenico sovrapporsi in Raffaella di un’impalcatura culturale costruita con la lingua ‘dei fumetti e dei libri’ alla sua istintiva  vitalistica aggressività plebea. Con la differenza che, mentre la prima si sente un po’ inadeguata in entrambi i contesti, la sua geniale amica sembra sempre a suo agio, sicura di sé. Lenù vive costantemente, e con intima sofferenza, il suo rapporto di dipendenza da Lila, ma si convince che questo dislivello non è frutto d’una maligna ricerca della superiorità. L’amica sembra piuttosto seguire tenacemente il proprio filo logico, inseguire il suo progetto, come quando Elena le parla della sua fantastica avventura col padre nella Napoli ‘bene’, ma sente la sua foga gelarsi di fronte alla apparente indifferenza di lei, restandone ‘dispiaciuta’.

«Lei…mi ascoltò senza curiosità e lì per lì pensai che facesse così per cattiveria, per togliere forza al mio entusiasmo. Ma dovetti convincermi che non era così, aveva semplicemente un filo di pensiero suo che si nutriva di cose concrete, di un libro come di una fontanella […] Il mio racconto, per lei, era in quel momento solo un insieme di segnali inutili da spasi inutili. Se ne sarebbe occupata, di quegli spazi, solo se le fosse capitata l’opportunità di andarci». [xi]

Riscatto sociale: fuga o impegno?

Un’altra scena da ‘L’amica Geniale’

Il conflitto tra ‘bellezza’ e ‘violenza’ segna profondamente il romanzo, contrapponendo un mondo ‘civile’ di sapere, gentilezza e relazioni paritarie all’ambiente tribale del rione periferico, caratterizzato da ignoranza, sopraffazione e disparità perfino tra soggetti marginali. La stessa lingua napolitana si direbbe il veicolo espressivo obbligato di quest’ultima realtà, eppure – come era già stato notato – all’interno del ‘dialetto’ della sceneggiatura affiorano significative varianti. Un idioma frutto di quasi tremila anni di stratificazioni culturali, del resto, non può essere confinato al linguaggio ‘basso’, capace di esprimere solo impulsi primari e ruvida aggressività. La ricchezza semantica del napolitano, la sua inimitabile arguzia e la sua dolcezza musicale non devono essere ridotti a lingua di quella plebe da cui la maestra Oliviero esortava Elena a fuggir via, perché ‘era una cosa molto brutta’.  Del resto sono molti i passi del romanzo in cui l’autrice  sottolinea che lo stesso ‘dialetto’ veniva parlato con modalità espressive diverse, che vanno da quelle più intime delle confidenze tra adolescenti a quelle aspre e volgari dei furiosi litigi. Il loro rione è sì un microcosmo, ma rispecchia personalità diverse e spesso contrapposte, a partire proprio dalle due amiche. Mentre Elena persegue il suo riscatto sociale disancorandosi sempre più dal proprio contesto, Raffaella, grazie alla sua intelligenza ed ostinazione, cerca invece di portare il ‘progresso’ dentro la comunità, senza rinnegare se stessa ed il proprio linguaggio, che invece impara a modulare secondo registri e tonalità differenti a seconda delle circostanze.

«Il suo spirito è mosso dalla ricerca del miglioramento: per sé, per il rione, per quelle persone che lei riconosce come suoi pari, per quanto meno brillanti o più sfortunate. Se Lenù è motivata da un forte spirito di rivalsa, che la porta a cercare altrove le sue radici e la sua essenza, Lila è ancorata fortemente al rione, da cui si distacca con difficoltà. È legata a quegli affetti che fanno parte della sua esistenza, nonostante la miseria e la crudeltà. Per questo Lila cerca soluzioni ai problemi, cerca di migliorare il suo rione. […] Don Achille e i Solara sono i rappresentanti di un sistema brutale, una civiltà di vergogna e violenza, che Lila si propone di abbattere con il suo esempio, arricchendo la sua famiglia, smuovendo l’economia con una produzione locale di artigianato di qualità. I suoi sono progetti ambiziosi, che devono purtroppo scontrarsi con l’avidità e la noncuranza di chi le sta a fianco». [xii]

Inutile dire che la mia simpatia propende verso la caparbia determinazione di Raffaela Cerullo. Sono stato per dieci anni operatore educativo e socio-culturale nell’unico centro comunitario operante in un rione sottoproletario del centro storico di Napoli e per altri vent’anni docente d’Italiano in una scuola media prima dell’area periferica della città e poi di uno dei suoi  contesti più ‘plebei’ come quello della Vicaria. Ho conosciuto tante ragazzine come Lenù e Lila, così come ho vissuto in prima persona sia l’ostilità sorda di famiglie che non riuscivano a scorgere un destino diverso per i propri figli, sia l’ambizione di chi pensava che la scuola fosse uno strumento per riscattarsi dalla miseria più che dall’ignoranza. Per i bambine e le bambine che ho incontrato in quei trent’anni d’insegnamento il percorso verso l’evoluzione espressiva è stato spesso faticoso e talvolta frustrante. Io però ho sempre cercato di non usare l’insegnamento dell’Italiano come un arnese per spiantarne le radici culturali e linguistiche ed operare una trasformazione che prevedesse il ripudio della loro identità ed autenticità espressiva. Ispirandomi a don Milani, ho provato piuttosto ad aiutare i miei alunni a padroneggiare la lingua per non esserne dominati. A conquistare l’uso della parola come “chiave fatata che apre ogni porta” , per capire ed essere capiti appieno e riuscire così ad esplorare liberamente le meraviglie del sapere.

«Le parole racchiudono percorsi formativi, sono strumenti per interagire con la realtà. La padronanza delle parole libera l’allievo consentendogli di avere un rapporto immediato con la vita, dominare le parole, estremizzare i significati consente a ciascuno di diventare cittadino attivo e non subalterno. Ecco perché, a Barbiana, si puntava non sulla quantità del tesoro chiuso nella mente e nel cuore dei ragazzi, ma su ciò che si colloca sulla soglia, fra il dentro e il fuori, sulla parola». [xiii]

E’ così che dieci anni fa ho iniziato pionieristicamente ad affiancare all’insegnamento istituzionale della lingua italiana quello extracurricolare del Napolitano, come strumento di consapevolezza della ricchezza e nobiltà di un’espressione considerata povera e volgare, oltre che come rivendicazione della dignità di una cultura millenaria quanto ‘geniale’. Ed è per questo stesso motivo che ho apprezzato la sceneggiatura ‘vernacolare’ de ‘L’Amica geniale’, assaporando accenti ormai banditi dalla scuola ma anche dai media che, dopo aver omologato il modo di parlare e scrivere degli Italiani, ci stanno assuefacendo ad un’anglicizzazione forzata, spesso immotivata e inopportuna, della comunicazione formale e perfino informale. Viceversa non ho apprezzato che nella prosa italiana della Ferrante il dialetto, evocato ma esorcizzato al tempo stesso, riaffiorasse solo in occasione dello scambio d’invettive feroci, come osserva Andrea Villarini, docente all’Università per Stranieri di Siena. Dalla sua analisi emerge anche che nel romanzo si fa ricorso all’italiano per ‘escludere’ qualcuno dalla conversazione e che l’italianizzazione di Elena, laureata alla Normale di Pisa, le comporta una dolorosa autoesclusione dal dialogo con la stessa madre.

«Solo in pochissime situazioni il dialetto irrompe in superficie tra le righe dell’opera. Avviene quando si tratta di trascrivere i momenti nei quali i protagonisti si lanciano insulti tra di loro […] La cosa interessante è vedere come anche in questi frangenti la Ferrante non trascriva l’intera frase in dialetto, ma esibisca solo le singole parole insultanti. […] L’alternanza degli usi linguistici tra italiano e dialetto non è caotica, ma è governata da regole sociolinguistiche ben precise. […] Una di queste regole è quella che potremmo definire dell’inclusione e dell’esclusione, ed è una tipica risorsa che noi parlanti utilizziamo per coinvolgere o escludere qualcuno da una conversazione […] Per la prima volta [sua madre] messa di fronte a una figlia che ce l’ha fatta (diciamo così), si rende conto che la lingua con la quale si è espressa da sempre non aiuta. È la scoperta di un’alterità linguistica che pone il dialetto in condizione succube. Troviamo qui una delle funzioni cardine che gli italofoni hanno compiuto tra le masse dialettofone. Far loro percepire che il dialetto, sino a quel momento lingua onnipotente, non è più buono per tutte le occasioni. Fino ad allora questa stessa funzione era stata svolta dalla burocrazia, la lingua dello Stato, laddove il cittadino si trovava nelle condizioni di non poter comprendere norme e leggi, ma qui siamo in presenza di un rapporto tra familiari e quindi di una spinta verso l’italiano che, essendo esercitata dal dover comunicare con un proprio caro, è molto più forte».[xiv]

Sviluppo o semplice metamorfosi?

L’effetto collaterale di tale trasformazione – come quella di Lenù in Elena – è spesso lo straniamento di chi sente di aver perso la propria identità ma non ha ancora acquisito dimestichezza col suo nuovo sé. Per il radicale cambiamento del suo codice linguistico, infatti, ella ammette il disagio di chi sente la sua stessa voce quasi estranea e le parole pronunciate dissonanti dai propri pensieri. Elena insomma – come tantissimi giovani spiantati dal loro contesto socioculturale – avverte l’imbarazzo e la frustrazione di quello sradicamento.

«Arrivai al collegio piena di timidezze e di goffaggini. Mi resi subito conto che parlavo un italiano libresco che a volte sfiorava il ridicolo, specialmente quando, nel bel mezzo di un periodo fin troppo curato, mi mancava una parola e riempivo il vuoto italianizzando un vocabolo dialettale» [xv]

Si ripropone qui il divario tra un cambiamento come sviluppo, che dovrebbe servire a liberare potenzialità ed espressività di un individuo dai condizionamenti ambientali, ed una metamorfosi che, pur nella sua radicalità, gli sovrapponga nuovi condizionamenti e ne alimenti ulteriori frustrazioni. Ovviamente solo il primo cambia davvero gli individui, consentendo loro di assumere coscienza della propria situazione e di prendere il futuro nelle proprie mani. Andrebbe invece evitato un cambiamento forzato dagli eventi, la brusca ‘metamorfosi’ di chi deve acquisire una personalità ed un linguaggio imposti dall’esterno. L’unico modo per salvarsi dalla condanna ad una nuova subalternità sarebbe far parte di quel processo collettivo e liberatorio di ‘comunicazione e coscientizzazione’, su cui si era soffermato Mario Borrelli nel suo già citato saggio del 1975.

Non è certo un caso che uno dei suoi ex scugnizzi – brillantemente affermatosi nei decenni successivi sul piano culturale e professionale – abbia recentemente voluto raccontare la sua personale metamorfosi in un libro scritto in terza persona. La lettura della sua coraggiosa autobiografia si  è intrecciata con le mie riflessioni sull’Amica geniale. Di quella storia inventata, in effetti, Tore avevacondiviso con impressionante somiglianza il lungo e faticoso processo di cambiamento, partendo dalla precarietà esistenziale del sottoproletario napoletano degli anni ’50 per giungere al travagliato ma soddisfacente raggiungimento dei propri obiettivi.

«I suoi primi cinquant’anni lo costrinsero a continue trasformazioni, nel tentativo di somigliare alle  figure che, di volta in volta, divennero il suo riferimento. Fu, dunque, più persone mentre cresceva, portandosi dietro sempre ‘o figlio d’’o Mullunaro, facendo grandi sforzi per mantenere sopito il sottoproletario che aveva dentro. Il nuovo secolo lo costringerà a misurarsi con altri cambiamenti, con successi e fallimenti e quando, all’improvviso, cambierà tutto, avrà la sensazione di aver corso senza essere riuscito ad imparare a camminare…» [xvi]

La vicenda di Salvatore – sospeso fra la voglia di fuggire di Lenù e l’ambizione ostinata di chi, come Lila, vuole anche contribuire al cambiamento della sua comunità – mi sembra un buon esempio di chi ha intravisto che il suo futuro avrebbe dovuto essere ‘fuori’ del suo rione ed ha seguito testardamente il suo sogno. Lo ha fatto senza rinnegare le proprie radici, ma cercando nella scuola prima e poi nella politica gli strumenti per costruire il proprio futuro non da solo ma insieme con gli altri. E non è poco.

© 2019 Ermete Ferraro


[i]   Cfr. Vocabolario online Treccani > http://www.treccani.it/vocabolario/geniale/

[ii]  Tra le sue tante opere rivestono particolare importanza su questo versante: Mario Borrelli, Unearthing the Roots of the Sub-Culture of the South Italian Sub-Proletariat, Londra, 1969 (paper) – in italiano: A caccia della sottocultura del sottoproletariato del Sud Italia; Idem, “Scuola e sviluppo capitalistico in Italia”, in Social Deprivation and Change in education, Atti del convegno internazionale di York, Nuffield Teacher Enquiry, York University, 1972 ;  Idem, Socio-Political Analysis of the Sub-Proletarian Reality of Naples of Intervention for the Workers of the Centre, Londra, 1973 (paper). In italiano: Analisi socio-politica della realtà di Napoli e linee d’intervento per gli Operatori del Centro

[iii] Ciro Pellegrino, “Diciamo grazie all’Amica Geniale che ci ha fatto riscoprire la lingua napoletana” (19.12.2018) Fanpage > https://napoli.fanpage.it/amica-geniale-dialetto-napoletano/

[iv]  Teresa Apicella, “Il napoletano crudo dell’Amica Geniale ci ha convinti…” (27.11.2018), Identità Insorgenti > https://www.identitainsorgenti.com/lingua-geniale-il-napoletano-crudo-de-lamica-geniale-ci-ha-convinti-ma-la-voce-narrante-no/

[v]  Amy Glynn, “Elena Ferrante, HBO’s My Brilliant Friend, and the ‘Unadaptable”’ Novel” (16.12.2018), Paste magazine > https://www.pastemagazine.com/articles/2018/11/elena-ferrante-hbos-my-brilliant-friend-and-the-un.html (trad. mia)

[vi]  Elena Ferrante, L’Amica geniale (A.G.), Edizioni e/o, 2011, p. 99

[vii]  Ferrante, A.G. ,  p. 33

[viii]  Justin Davidson, “The Hidden Meaning Behind My Brilliant Friend’s Neapolitan Dialect” (03.12.2018), Vulture > https://www.vulture.com/2018/12/my-brilliant-friend-hbo-neapolitan-dialect.html

[ix]  Ibidem

[x]    Ibidem

[xi]  Ferrante, A.G. , p. 135

[xii]  Oriana Mortale, “L’A.G. di Elena Ferrante: una storia napoletana” (09.09.2018), la COOLtura > https://www.lacooltura.com/2018/10/lamica-geniale-di-elena-ferrante/

[xiii] Domenica Bruni, “Lingua e ‘rivoluzione’ in don Milani”, Quaderni di Intercultura  dell’Univ. di Messina,  Anno IV/2012, p. 2 > http://cab.unime.it/journals/index.php/qdi/article/viewFile/810/619

[xiv]  Andrea Villarini, “Riflessioni sociolinguistiche a margine de L’amica geniale di Elena Ferrante” (21.02.2017), Arcade Literature, the Humanities & the World  (Stanford University > https://arcade.stanford.edu/content/riflessioni-sociolinguistiche-margine-de-l%E2%80%99amica-geniale-di-elena-ferrante-0

[xv] Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome (S.N.C.), Ediz. e/o,  pp. 331-332

[xvi]  Salvatore Di Maio, Nato il 4 luglio a Napoli. Le metamorfosi di uno scugnizzo, Napoli, La Citttà del Sole, 2018, p. 180

Un anno vola via col vento dell’Ovest…

Basta un poco di zucchero?

Scusatemi ma per qualche strano motivo, pur se circondato da mille problematiche impegnative e spinose – ora non mi viene spontaneo scrivere di questioni ambientali, di conflitti bellici in corso e in prospettiva o di altri argomenti maledettamente seri, di cui comunque mi occupo ordinariamente. In conclusione di questo travagliato 2018, infatti, stentavo a trovare un tema cui dedicare il mio post conclusivo. Ma poi – sarà stata l’influenza della mia riflessione dicembrina sui significati meno evidenti del ‘Mago di Oz’  [i] o più semplicemente la rituale riproposizione serale dell’arcifamoso film disneyano – mi sono deciso a scrivere un post su ‘Mary Poppins’.  Ebbene sì: confesso di essermelo rivisto con piacere e di aver perfino fischiettato le accattivanti ariette che punteggiano la storia della nunny più famosa del mondo e del suo bizzarro e creativo amico Bert. In questo però non c’entra tanto la recente uscita nei cinema del suo sequel diretto da Rob Marshall [ii], quanto la mia curiosità di scorgere, anche dietro quest’altra fiaba moderna, significati meno evidenti ed imprevedibili allegorie.

Ovviamente è bastata una rapida ricerca su Internet per scoprire che la mia intuizione era tutt’altro che originale, visto che ad una lettura meno banale di ‘Mary Poppins’ si erano già dedicati filosofi, psicologi e cultori di scienze occulte. Perfino sul simbolismo di alcuni oggetti che la caratterizzano, dalla valigia fatta con un tappeto all’ombrello col manico di pappagallo, ci sono già  state acute osservazioni, che dottamente rinviano ad alcuni archetipi. Mi ha colpito, ad esempio, un articolo  della dottoressa Valeria Bianchi Mian, che a sua volta richiama un precedente studio di un docente di letteratura all’università svedese di Upsala, il cui intrigante titolo è: “Mary Poppins tra mito e realtà”. [iii]  In particolare, la psicoterapeuta sottolineava la natura ‘aerea’ e provvisoria della magica governante, la cui ‘missione’ viene simbolicamente delimitata da due venti opposti, che ne segnano sia l’improvvisa comparsa sia l’altrettanto repentina scomparsa di scena.

« Bergsten apparenta Mary alle divinità aeree, agli elementi celesti, al mondo dell’intuizione. Il movimento di ascensione, il volo verso l’alto al termine di ogni opera […] e il movimento di discesa sulla terra sono percorsi che si snodano tra inconscio e coscienza. Lo storico associa alla nostra eroina l’Ariele de “La Tempesta”, lo spirito amorale e mercuriale, l’elemento vento. L’autore ricorda che in tutte le mitologie il vento dell’Est “significa nascita, mattina e risurrezione, mentre l’Ovest significa morte e partenza.”  Entrambe le direzioni sono coinvolte nel movimento di Mary Poppins – nell’arrivo e nella partenza – come metafora della vita che è transizione dall’infanzia all’età adulta e oltre […] L’eterno errare rende Mary un po’ Peter Pan corredando i suoi sogni di elementi affettivi e nostalgici, rendendola capace di essere simile ai bambini dei quali si prende cura, eppure contemporaneamente direttiva, portatrice di Logos adulto che insegna a non attaccarsi troppo alla prospettiva materiale, alle persone, agli oggetti. Sapersi distaccare, accettare il distacco pur mantenendo vivo l’affetto nella relazione è la grande lezione di Mary Poppins. ».[iv]

La prima riflessione che mi viene di fare, in questo periodo che precede la fine dell’anno in corso, è che qualsiasi provvidenziale intervento dall’alto ha comunque un inizio ed una conclusione. Alcuni mesi fa molti di noi avevano pensato che il ‘cambiamento’ tanto invocato potesse radicalmente modificare la situazione del nostro Paese, imprimendo alla società – oltre che alla politica – una svolta epocale. Forse qualcuno si era addirittura illuso che bastasse schioccare le dita e, magicamente, le cose sarebbero tornate al loro posto, come quando Mary riordina la cameretta dei due disordinati pargoletti con pochi ‘snaps’ ,  cantando una delle canzoni più celebri del film: “Spoonful of Sugar”. [v]  Purtroppo temo che  l’esperienza vissuta in quest’ultimo periodo ci abbia dimostrato, al contrario, che non è vero che ‘basta un poco di zucchero e la pillola va giù’ . Certamente un po’ di sano ottimismo non guasta affatto ed è bello credere che le cose possano cambiare dall’oggi al domani, ma d’altra parte bisogna rendersi conto che le situazioni sono molto meno semplici (o semplificabili) di quanto ci farebbe comodo pensare.

“Supercalifragilisticespiralidoso…”

Probabilmente un salutare choc ci era davvero necessario, per spazzar via con una ventata di novità la fuliginosa e farraginosa gestione del Paese ed è peraltro innegabile che ogni tanto ci vuole un’energica spazzolata ai camini troppo polverosi ed inquinanti, in modo da scorgere finalmente la luce, come nel fantastico viaggio in giro per i tetti di Londra compiuto da Mary, Bert e i due affascinati bambini. Epperò, come ribadisce saggiamente lo stesso spazzacamino: “…there’s hardly no day nor hardly no night, / There’s things half in shadow and halfway in light ”, vale a dire: “…non c’è quasi né giorno né quasi notte /Ci sono cose metà nell’ombra e metà nella luce” [vi]. Se infatti la novità che tanti di noi  aspettavano era quella di veder finalmente prevalere le cose positive ancora in ombra, a venire alla luce, viceversa, sembra che sia stata invece proprio la parte più oscura… Certo, ogni cura richiede la spiacevole assunzione di opportune medicine, ma è anche evidente che non bastano alcuni cucchiaini di zucchero erogati qua e là per renderle meno amare e indigeribili. E poi, quando si chiede conto di ciò che è stato fatto finora, e soprattutto, del progetto che dovrebbe stare alla base di questi cambiamenti, ci si aspetta di ricevere delle risposte, mentre al contrario qualcuno cerca di cavarsela ricorrendo ad una pur suggestiva formula magica…..

Si dice che l’originale inglese di quell’improbabile quanto fantastica parola (Supercalifragilisticexpialidocious) sia un collage di vari vocaboli, il cui senso sarebbe all’incirca: “fare ammenda per la possibilità di insegnare attraverso la delicata bellezza”.[vii] Francamente, non m’intriga tanto l’etimologia della magica formula poppensiana quanto il fatto che essa serve ad annunciare l’intrusione del nonsense nella quotidiana normalità della nostra vita, che dall’assurdo e dal paradosso viene di fatto sconvolta, facendoci scoprire magicamente ciò che ancora non riuscivamo a vedere. Credo che sia questo uno degli aspetti più interessanti del libro e del film, che ci porta a considerazioni filosofiche sul capovolgimento della realtà attraverso un vero e proprio processo di presa di coscienza di ciò che conta davvero. Su questo argomento, ad esempio, ci sono interessanti osservazioni di Carla Poncina, docente presso l’Università di Padova, dalle quali risulta con chiarezza come i due protagonisti del libro/film fanno volentieri ricorso all’ironia ed all’auto-ironia per smascherare contraddizioni, stereotipi e rigidità di una realtà che qualcuno vorrebbe perpetuare all’infinito.

«Mary Poppins e Bert, che ne costituisce la spalla maschile, usano consapevolmente l’ironia nei confronti propri ed altrui, con valenza maieutica. Ne fa le spese in particolare il padre dei bambini, ottusamente sicuro di tutta una serie di valori che verranno buttati all’aria dal primo all’ultimo. Solo dopo aver perso tutto quanto aveva ritenuto importante ma non lo era, ritroverà tutto quello che conta davvero: l’amore dei figli e la solidarietà nei confronti degli altri. Si tratta di un percorso che attraverso varie e dolorose vicissitudini conduce dalla inconsapevolezza all’autocoscienza: una vera fenomenologia dello spirito in senso quasi hegeliano, con le sue figure, tra cui campeggia la scena del licenziamento dalla banca del signor Banks, rappresentata come una specie di rituale di investitura alla rovescia…».[viii]

Si è spesso criticato il mondo smielato e iperfantastico di Walt Disney & Co., però bisogna ammettere che il messaggio che emerge da un film come ‘Mary Poppins’ non è per niente un inno alla convenzionalità, pur senza prefigurare alcuna effettiva rivoluzione. I simboli stessi del perbenismo borghese (la casa ordinata, la madre di famiglia casalinga, i bambini ubbidienti, la solida e rassicurante forza del sistema bancario etc.) sono infatti sottoposti ad un vero terremoto dalla sconvolgente presenza di quella stramba baby sitter piovuta dal cielo. Forse non sarà il caso di leggerci significati nascosti e recondite allegorie, ma è innegabile che il passaggio di Mary e Bert nella vita della famiglia Banks compromette irreversibilmente certezze e luoghi comuni su cui essa è da sempre fondata, in perfetta coerenza con la società britannica più tradizionale. Per citare l’espressione di Mr. Banks:

«Una banca britannica è gestita con precisione / Una casa britannica non richiede niente di meno!Tradizione, disciplina e regole devono essere gli strumenti / Senza di loro – disordine! Catastrofe! Anarchia!  / In breve, abbiamo un pasticcio orribile!» [ix]

Eppure è proprio da questo brusco sconvolgimento dell’ordine costituito che, osserva la studiosa, emerge catarticamente una realtà esistenziale diversa, dove ci sarà finalmente spazio sia per gli affetti familiari sia per la solidarietà con chi ha bisogno di aiuto. Devo rilevare, d’altra parte, che quanto abbiamo sotto gli occhi noi Italiani dimostra che non basta scombussolare lo status quo per dar vita ad una realtà veramente diversa, se manca un progetto alternativo su cui il cambiamento affondi le proprie basi.

‘Un uomo sogna di camminare coi giganti…’

Bert e Mr. Banks

Con queste significative parole si apre la canzone ‘A Man has Dreams’ che Bert canta ad uno sconvolto Mr. Banks per confortarlo, facendogli però rilevare che nel suo ottuso mondo di ordine e dovere non c’è spazio per i sentimenti e gli affetti, di cui poi piangerà la mancanza.

«Sei un uomo di “alta posizione” / Stimato dai tuoi colleghi / E quando i tuoi ragazzini stanno piangendo / Non hai tempo per asciugare le loro lacrime / E vedere le loro faccine riconoscenti che ti sorridono. […] E troppo presto si sono alzati e sono cresciuti / E poi son volati via / E per te ormai  è troppo tardi per dare / Solo quel cucchiaio di zucchero  / Per aiutarli a mandar giù la medicina» [x]

 A questo punto potremmo considerare la fiaba moderna di Mary Poppins come un apologo che c’invita a smetterla di restare sempre coi piedi piantati per terra, ancorati alla meschine certezze di una vita tranquilla quanto inconsapevole dei bisogni altrui, aprendoci in tal modo ai nostri sogni ed affrontando un liberatorio e rivelatore viaggio verso un mondo dove non tutto è scontato e prefissato.  E’ l’ipotesi che azzarda l’autore di un articolo su un blog francese, dal suggestivo titolo: “Mary Poppins di Disney è l’apologia dell’anarchismo?”, sottolineando quanto la “piccola vita tranquilla ed agiata’ che il Sig. Banks loda nella sua canzone venga letteralmente sconvolta dalla comparsa di quella strana donna, a metà fra bambinaia e strega buona. Uno sconvolgimento al limite dello ‘sballo’…

«L’uscita in un parco grigio e noioso…si trasforma in passeggiata psichedelica all’interno di un disegno col gessetto …del tutto inadatto al ruolo di una nurse inglese tradizionale […] Durante questa sequenza – nel momento in cui la bambinaia riprende la sua libertà ed ha d’altronde lasciato i bambini totalmente liberi a se stessi, in un mondo di creature allucinate e imprevedibili – s’impara a conoscere un altro dei personaggi principali, Bert. La coppia che egli forma con Mary offre un sorprendente contrasto coi genitori di Jane e Michael […] La loro vicinanza emotiva e fisica, la loro tenera complicità scuriscono ulteriormente l’immagine grigiastra della coppia Banks, sposata e sistemata ma bloccata nelle sue convenzioni di routine…» [xi]

Anche in questo caso, le convenzioni borghesi sono sconvolte da un rapporto libero e creativo fra Mary e Bert, capace di trasportare anche i due fratellini in un mondo sognante e fantastico, dove tutto è possibile. Potrebbe apparire una semplice fuga dalla realtà, inseguendo una realtà ‘altra’, sicuramente più piacevole ma destinata a scomparire, come tutte le illusioni. Volteggiare sui tetti, cavalcare i cavalli della giostra, parlare con gli animali e sorbire una tazza di tè galleggiando in aria sono infatti l’esatto contrario della rassicurante ma monotona routine che tanto piaceva a Mr. Banks, proprio ciò da cui egli rifuggiva, intravedendovi “disordine, catastrofe, anarchia”.   Eppure sarà  proprio un’inappuntabile bambinaia – “praticamente perfetta sotto ogni aspetto” – che porterà nella famiglia Banks la sconvolgente ventata anticonvenzionale che farà loro comprendere che i sogni sono necessari e che un po’ di follia è il sale della vita.

D’altra parte, personaggi quanto meno stravaganti li circondavano già da prima, cominciando dallo stesso multiforme ed accattivante giovanotto e continuando col folle vicino ammiraglio che aveva trasformato l’abitazione in cannoniera o con l’ilare zio Albert, che ‘si tirava su’ con continue barzellette, sghignazzando e lievitando allegramente per il salotto. Fatto sta che il tradizionale individualismo britannico dei coniugi Banks li teneva talmente chiusi nella loro bolla perbenista da non accorgersene nemmeno, proprio come papà George non si accorgeva della povera vecchietta dei piccioni, pur incontrandola tutti i giorni.  Anche qui, a ben guardare, ci sarebbe una lezione da cogliere per chi, come noi, sta vivendo l’esperienza d’un incredibile ritorno ad atteggiamenti discriminatori e di repulsione verso tutti i ‘diversi’. Il bel sogno del cambiamento, in questo caso, si sta trasformando sempre più in un incubo xenofobo ed egocentrico, che confonde volutamente la difesa dell’identità col nazional-populismo e col disprezzo di chi è fuori della ‘norma’.

A questo punto, però, mi accorgo che le mie divagazioni su Mary Poppins sono state irrimediabilmente contagiate dalle inevitabili riflessioni sul ‘qui e ora’, soprattutto in un tradizionale momento di bilanci come la fine dell’anno. La smetto quindi di cogliere significati reconditi di questo fantastico film e concludo con una nota di leggerezza e di speranza, augurando a tutti voi splendide vacanze, proprio come quelle che Bert aveva trascorso con la sua fantastica compagna:

«È una lieta vacanza con Mary /  Mary ti rende il cuor così così leggero! / Anche quando il giorno è grigio e ordinario / Mary il sole fa spuntar…».[xii]

© 2018 Ermete Ferraro


[i]   https://ermetespeacebook.com/2018/12/04/ma-oz-e-il-padre-dei-wiz-%EF%BB%BF/

[ii]  https://www.comingsoon.it/film/il-ritorno-di-mary-poppins/53782/scheda/

[iii] Staffan Bergsten, Mary Poppins tra mito e realtà, Emme Edizioni,  1980 > https://books.google.it/books/about/Mary_Poppins_tra_mito_e_realt%C3%A0.html?id=IHONMgAACAAJ&redir_esc=y

[iv] Valeria Bianchi Mian, Mary Poppins vien dal cielo: archetipi, tipi e miti femminili (20.07.2015) > https://barlumidicoscienza.blogspot.com/2015/07/mary-poppins-vien-dal-cielo-archetipi.html

[v]  Richard & Robert Sherman, Spoonful of Sugar > https://www.youtube.com/watch?v=k6o0WuaZOLo

[vi] Idem, Cheem Cheem Cheree > http://lnx.ginevra2000.it/Disney/MaryPoppins2.htm

[vii]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Supercalifragilisticexpialidocious  e https://en.wikipedia.org/wiki/Supercalifragilisticexpialidocious

[viii] Carla Poncina (a cura di), “Dove abita la felicità?”  Materiali utilizzabili a supporto della visione del film Mary Poppins,  Comunicazione Filosofica n. 13 (apr. 2004) > https://www.sfi.it/archiviosfi/cf/cf13/articoli/poncina.htm

[ix]   Brano tratto dalla canzone The Life I Lead  (trad. mia) > https://www.allthelyrics.com/it/lyrics/mary_poppins_soundtrack/the_life_i_lead-lyrics-77809.html 

[x]   Brano tratto dalla canzone  A Man has Dreams (trad. mia) > https://www.allthelyrics.com/it/lyrics/mary_poppins_soundtrack/a_man_has_dreams-lyrics-77795.html

[xi] Loupstyle, “Le Mary Poppins de Disney est—il une apologie de l’anarchisme?” (18.07.2018), FierPanda > https://www.fier-panda.fr/articles/mary-poppins/  (trad. mia)

[xii]  Brano tratto dalla canzone  Jolly Holiday (trad. mia) > https://www.disneyclips.com/lyrics/lyricsmary4.html

Ma Oz è il padre dei Wiz ?

Un Mago più influente di Harry Potter

Non avrei mai pensato che il vecchio e un po’ farlocco Mago di Oz fosse tanto importante ed autorevole. Eppure, di recente, mi è giunta notizia della classifica dei film ‘più influenti’ di tutta la storia del cinema, realizzata da due ricercatori italiani, che hanno utilizzato un loro specifico algoritmo per condurre in porto quest’indagine.

«Livio Bioglio e Ruggero G. Pensa, due informatici dell’Università di Torino [hanno] stilato la classifica delle pellicole cinematografiche di maggior successo dopo aver valutato quelle più citate tra le oltre 47mila contenute nella banca dati di Amazon (Internet MovieDatabase, IMDb).[…] ‘Il Mago di Oz’ è il film più influente della storia del cinema […] Il podio è completato, nell’ordine, da ‘Star Wars’ e ‘Psycho’…». [i]

Non ho la minima idea di come il loro algoritmo li abbia portati a giungere a tali conclusioni, che però mi sembrano condivisibili se teniamo conto dell’enorme popolarità raggiunta nel tempo da queste tre ‘colonne’ della filmografia e delle loro innumerevoli citazioni in altri film. Mi ha però sorpreso che il primo posto su questo ‘podio’ informatico sia stato tributato alla pellicola diretta nel 1939 daVictor Fleming [ii]che, seppure gradevolissima e d’indubbio successo, resta una fiaba piuttosto datata e rivolta principalmente ai bambini, essendo ispirata al noto libro dello scrittore statunitense L. Frank Baum “Il meraviglioso mago di Oz”, dato alle stampe la bellezza di 118 anni fa.[iii] 

Il secondo aspetto un po’ sorprendente di questa classifica è il climax registrabile analizzando le preferenze del pubblico e degli addetti ai lavori, dal momento si nota una gradualità discendente dalla visione luminosa, ottimistica, onirica e fiabesca del primo classificato al tono bellicoso ed avveniristico del fantascientifico ‘Guerre Stellari’, sprofondando infine nell’atmosfera oscura, terrificante e malata del mitico giallo diretto da Alfred Hitchcock. E poi, che cosa hanno in comune questi tre film per avere influenzato così profondamente i gusti della gente? Soprattutto, come mai in un mondo ipertecnologico, cinico e poco attratto dai ‘sogni’ è stata prescelta una storia fiabesca e zuccherosa come quella della piccola Dorothy che aiuta i suoi tre fantastici amici ad ottenere ciò che più desiderano?

In effetti, anche la saga cinematografica di ‘StarWars’, realizzata da George Lucas a partire dal 1977, pur appartenendo ovviamente al genere fantascientifico, presenta elementi fantasy e ci ripropone il classico, eterno, scontro fra le forze del bene e quelle del male. Certo, non si tratta di potenti maghi e di streghe cattive, bensì dei Jedi, che mantengono ordine e pace nella Galassia, opponendosi ai malvagi Sith. Del resto, fu lo stesso Lucas ad osservare che il suo stile era ben diverso da quello della classica narrazione da science-fiction, dal momento che: 

«Da bambino leggeva molta fantascienza, ma, invece di leggere autori tecnici e di fantascienza hard come Isaac Asimov, era interessato a HarryHarrison e a un approccio fantastico, surreale al genere…». [iv]

Assai più difficile, invece, è stabilire un parallelismo tra la fiaba di Dorothy, nuova Alice nel Paese delle Meraviglie del magico regno di Oz, e la Marion protagonista di ‘Psyco’, coinvolta in una tormentata storia d’amore che la porterà a finire tragicamente i suoi giorni nel terrificante motel di un giovane omicida schizofrenico. Qui, infatti, il conflitto tra buoni e cattivi è già tutto insito nella psiche malata di Norman Bates, col suo ‘doppio’ femminile materno, alimentando un horror-thriller dove Eros e Thanatos s’intrecciano in una sceneggiatura cupa e disperata. [v]

Insomma, se nel primo film prevaleva l’ottimismo dello happy end e nella saga di ‘Star Wars’ la contesa tra Bene e Male restava comunque aperta,  ‘Psyco’ , viceversa,  era dominata da una pulsione negativa e mortale. In tutti i tre casi, peraltro, ci riferiamo a ‘classici’ piuttosto stagionati (rispettivamente, del 1939, 1977 e 1960). Il fatto che oggi i tre film siano stati selezionati come i più  ‘influenti’, però, lascerebbe pensare ad un inconscio tentativo di sfuggire alla violenza psicopatica che caratterizza la nostra realtà attuale, rifugiandosi in un mondo dove una bambina riesce a sconfiggere le forze del male ed a restituire ai suoi compagni di viaggio la speranza e la fiducia in se stessi.

Il viaggio onirico di Dorothy ed i suoi simbolismi

Dorothy coi suoi amici: lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta ed il Leone codardo

Ricordo che, da piccolo, la lettura de ‘Il Mago di Oz’ mi affascinò molto ma, al tempo stesso, mi lasciò sconcertato. Fatto sta che del libro di Baum risulta più difficile tentare di una lettura metaforica, cosa sicuramente più agevole per quello di Carroll. Eppure ritengo (e non sono il solo) che anche la fantastica avventura di Dorothy si presti ad interpretazioni meno banali di quella fiabesca. Un significato simbolico, infatti, affiora abbastanza evidentemente se solo riflettiamo alle caratteristiche dei protagonisti della storia, mettendo per un attimo da parte gli antagonisti magici della bambina e dei suoi strani amici. Una loro lettura psicologica, infatti, ci fa scoprire che quei personaggi, al termine del racconto, non si ‘trasformano’ magicamente in qualcosa di diverso da ciò che erano già, ma piuttosto prendono coscienza di se stessi e delle proprie potenzialità, mortificate dalla paura e dall’insoddisfazione. Mi sembra di scorgere, quindi, la metafora della ‘liberazione’ dall’infelicità di chi va cercando fuori di sé ciò che in effetti già possiede, di cui il sedicente Mago di Oz non è l’autore, semmai l’involontario facilitatore. La stessa Dorothy acquista coscienza di quanto siano preziosi quelli che la circondano nella sua fattoria nel Kansas solo dopo aver compiuto il suo simbolico‘viaggio’ in una dimensione avventurosa, grazie alla quale scopre e valorizza le sue indubbie capacità.

Anche altri hanno tentato un’interpretazione psicologica del fairy tale di Baum, individuando alcuni elementi significativi chevanno ben oltre la lettura meramente fiabesca della storia.

«Il Regno di Oz, dal quale Dorothy cerca di andar via per tornare a casa, può rappresentare quel luogo intimo dove ogni uomo rielabora le esperienze personali solo con se stesso […] Oz inoltre è il simbolo dell’oncia, unità di misura, per cui Il Regno di Oz è anche il luogo in cui si dà un peso, in cui si misura e si dà un valore, dove si distingue tra bene e male, dove si riflette su ciò che è stato per arricchirsi di un nuovo peso per affrontare e misurare ciò che sarà. Possiamo dire che è il luogo della coscienza». [vi]

In questa impegnativa chiave di lettura, i buffi personaggi che Dorothy incontra – e coi quali si reca nel Regno di Smeraldo a chiedere aiuto a quello che tutti credono un potente Mago – rappresentano tre simbolici esempi di ‘carenza’, cioè di mancanza di qualcosa da cui di solito gli esseri umani fanno derivare la loro insoddisfazione ed infelicità, senza rendersi conto che ciò di cui vanno incerca lo hanno già dentro di sé.

« Lo spaventapasseri che vorrebbe avere un cervello rappresenta la leggerezza di pensiero e d’azione, l’uomo di latta che vorrebbe avere un cuore rappresenta l’incapacità di amare, di provare passioni e di interessarsi; mentre il leone che vorrebbe avere più coraggio rappresenta l’incapacità dell’uomo di saper cogliere a proprio favore le situazioni, di “rischiare” o provare realizzando il pensiero in azioni,l’incapacità di cogliere la vita come una occasione (ob-cadere cadere avanti). Solo alla fine del “viaggio” queste tre peculiarità dell’uomo possono dirsi realizzate». [vii]

Ecco allora cheil racconto acquista una luce diversa e, proprio come i suoi protagonisti, ci rivela aspetti nascosti ed inconsapevoli del suo messaggio. Dietro la fantasticheria di Baum arriviamo a scorgere un significato più profondo, che rinvia all’esigenza che ogni persona segua un percorso che la porti alla consapevolezza di ciò che è, superando il limite frustrante del desiderio di ciò che si vorrebbe essere, e magari scoprendo alla fine che le due cose coincidono. Il desiderio, appunto. Un’innegabile e potente fonte di tensione per la realizzazione delle proprie potenzialità, ma anche un limite doloroso da superare, per non restare inchiodati all’aspirazione di qualcosa che resta fuori di noi e tende costantemente a sfuggirci.

«La figura di Dorothy come l’Anima […] realizza, nel senso di presa di coscienza, il suo stato di meccanicità nei tre“corpi” Gurdjeffiani: corpo mentale (spaventapasseri), corpo emozionale/astrale(uomo di latta) e corpo fisico (leone). Questi tre, non appena compaiono nel cammino, sono infatti infelici dell’essere incapaci di “utilizzarsi […] Il percorso giunge a termine quando Oz […]  fa realizzare ad ognuno di essi che in realtà loro già possedevanole stesse qualità che cercavano: altro profondo insegnamento spirituale». [viii]

Un’interpretazione simile è riscontrabile in un altro articolo, dove però si sottolinea anche che la fiabesca avventura narrata da Baum possa essere letta come il percorso educativo attraverso il quale ogni individuo arriva a sviluppare le sue tre fondamentali competenze personali e sociali (cognitiva, emotiva e pragmatica).

«Chi conosce la storia del Mago di Oz,ricorderà perfettamente che il Mago non regala nulla che i bizzarri personaggi non abbiano già in sé. Nel corso delle peripezie per raggiungere la Città di Smeraldo dove risiede il Mago, lo Spaventapasseri dimostra di avere un intuito fine ed efficace, il Boscaiolo di Latta mostra solidarietà e compassione per i suoi amici e il Leone Codardo affronta con grande valore molti pericoli. Insomma, la formazione accompagna a risvegliare, stimolare e riscoprire abilità e competenze che abbiamo dentro di noi…» [ix]

Un mondo nuovo ‘oltre l’Arcobaleno

“Somewhere, over the Rainbow…”

Ritengo però che, andando oltre un’interpretazione in chiave psicologica o pedagogica, si possa tentare una lettura ‘sociologica’ di questo libro/film che, secondo la ricerca citata, è stato addirittura valutato “il più influente di sempre”. E’ la nostra stessa società, a mio avviso, che presenta le carenze lamentate da quei quattro personaggi in cerca di Mago. Ad essere messo in discussione mi sembra pertanto l’attuale modello di sviluppo, caratterizzato da un crescente materialismo e consumismo che, paradossalmente, diventano sempre più fonte d’infelicità. Le nostre ‘sviluppatissime’ comunità, infatti, sembrano afflitte dall’incalzante peso proprio di queste tre dimensioni negative: l’incapacità di pensare criticamente la realtà, di provare sentimenti empatici e di affrontare con determinazione le sfide del nostro tempo. L’attuale società, insomma, sembra aver perso il cervello il cuore ed il coraggio che sarebbero invece necessari ad invertire la rotta, prima che sia troppo tardi. La stessa Dorothy può essere allegoricamente interpretata come l’esigenza di sfuggire ad una realtà limitata ma, al tempo stesso, di recuperare il valore del ‘ritorno a casa’, ai valori essenziali, dopo essere diventati più consapevoli e sicuri di sé.

Il nostro personaggio-chiave,il ‘wonderful Wizard of Oz’, mi sembra incarnare invece il simbolo di un’autorità esterna dalla quale la gente attende fideisticamente la soluzione dei propri problemi, salvo poi scoprire che dietro la rutilante scenografia magica si cela nient’altro che un ometto insignificante e vile, impotente ad esaudire i desideri degli altri, ma  ben attento a difendere la propria posizione ed a conservare il potere. A questo punto, non è difficile scorgere dietro quel Mago fasullo il prototipo dell’uomo politico, alla cui ben costruita apparenza ed autorità non corrisponde né un’effettiva capacità né una reale autorevolezza. L’immagine, insomma, di un personaggio pubblico, il leader, dal quale tutti si aspettano che escogiti soluzioni ‘magiche’ a beneficio degli altri, scoprendone viceversa la grettezza morale e la ricerca del proprio esclusivo interesse. 

Tale lettura,a mio avviso, potrebbe esserci utile a prendere coscienza che un vero cambiamento non può essere frutto di alchimie di vertice, ma solo dell’assunzione diretta di responsabilità, di scelte personali e collettive che sappiano portare avanti la società (il latino: pro-gredior). Ma ciò è possibile solo a condizione che ciascuno sappia tirare fuori di il meglio di sé, liberandosi da quanto che ne impedisce la realizzazione (sviluppo vuol dire scioglimento dei legami che ci avviluppano, che ci avvolgono, da cui l’inglese development e lo spagnolo desarollo). Andare oltre il mito scientista ed illuminista del progresso come naturale ed irreversibile percorso evolutivo dell’umanità, a questo punto, mi sembra un primo passo verso uno sviluppo autentico. Perché esso si realizzi, infatti, dobbiamo diventare consapevoli dei limiti e condizionamenti che ci tengono ‘avviluppati’, trovando dentro di noi la forza di cambiare le cose, senza ostinarci a cercarla in formule magiche esterne, di natura economica o politica che siano. In questo senso, riflettere su una narrazione fiabesca come ‘Il Mago di Oz’  si rivela un modo per maturare la nostra coscienza e per aiutarci a costruire, insieme con gli altri, un mondo con più cervello, più solidarietà e più coraggio.

« Se al termine della sua avventura Dorothy ritrova casa e perfino un po’ se stessa, di identità riconquistate, o “maschere” infine portate con orgoglio, il film resta pieno. Sono quelle insicurezze o carenze umane celate sotto fattezze “animali” o irreali, nascoste dietro la consistenza di materiali in apparenza freddi (latta) o apparentemente deboli (paglia), di creature ancora ignare delle reali potenzialità e di uomini più autentici dei maghi che impersonano. Un racconto per bambini certamente, ma rivolto anche a tanti adulti non “maturati” o magari ancora in cerca di se stessi. Un’allegoria “infantile” che all’epoca segnava il cuore dei più piccoli ma corroborava in egual modo i grandi negli anni bui del dopo depressione, facendo loro ritrovare fiducia nel “colore” poco prima che un nuovo “grigio” (stavolta bellico) si abbattesse su tutti». [x]

Anche i nostri tempi ci appaiono sempre più bui e cupi, dobbiamo dunque diventare consapevoli che tocca anche a noi ridare alla vita il colore della fiducia, della speranza e dell’amore. Certo, non basta introdurre alcune scene colorate in un pellicola che resta in bianco e nero. Bisogna diventare  capaci di sognare un mondo realmente diverso e di trarre da dentro di noi la vera luce, andando quindi ‘oltre l’arcobaleno’, di cui essa è solo la scomposizione. E questo perché, concludendo colla celeberrima frase della nota canzone cantata nel film da Judy Garland-Dorothy:

“Somewhere over the rainbow / Skies are blue / And the dreams that you dare to dream really do come true” [xi].

© 2018 Ermete Ferraro


[i] “Secondo un algoritmo, Il Mago di Oz è il film più influente di sempre” (30.11.2018), Skytg24 > https://tg24.sky.it/tecnologia/2018/11/30/mago-oz-film-piu-influente.html

[ii]  Vedi: “The Wizard of Oz”, in Wikipedia   > https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wizard_of_Oz_(1939_film)

[iii]  Vedi: “L. F. Baum”, in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/L._Frank_Baum

[iv] “George Lucas Interview Circa April 1977”, originaltrilogy.com, 16 dicembre 2010 , in: https://it.wikipedia.org/wiki/Guerre_stellari

[v]  Cfr. Antonio Pettierre,  ‘Psyco di Alfred Hitchcock’ , Ondacinema  >  http://www.ondacinema.it/film/recensione/psyco_hitchcock.html

[vi] Francesco Scatigno, “Il simbolismo de Il Mago di Oz’ (22.11.2008), Il Mago di Oz – Controinformazione per la Consapevolezza sociale > http://www.magozine.it/simbolismo-de-il-mago-di-oz/ 

[vii] Ibidem

[viii] Fabrizio Angeloro, commento all’articolo precedente, ivi

[ix]  Antonella Bastone, “I doni del Mago di Oz per la formazione”, Tesionline-Psicologia> https://psicologia.tesionline.it/psicologia/article.jsp?id=27125

[x]  Andrea L., “75 anni di Oz” (05.12.2013), Blogo > http://www.cineblog.it/post/347089/75-anni-di-oz

[xi]Over the Rainbow (anche nota con il titolo Somewhere Over the Rainbow) è una canzone scritta da Harold Arlen con testi di E.Y. Harburg. La versione originale è cantata da Judy Garland per il film Il mago di Oz del 1939. Il titolo significa letteralmente “Oltre l’arcobaleno”. “ > https://it.wikipedia.org/wiki/Over_the_Rainbow