Generali e ammiragli come modelli? No, grazie!

Il Sindaco de Magistris col Gen. Vittiglio

DICONO CHE L’EPIDEMIA di Coronavirus avrebbe offuscato altre questioni importanti per il nostro Paese e per la nostra Città, monopolizzando l’attenzione dei media.  Del resto, non si può negare che gli organi d’informazione siano spesso reticenti circa vicende assai poco simpatiche, come i tragici avvenimenti ai confini tra Turchia e Grecia o l’arrivo in Italia di altre 50 testate nucleari, trasferite alla base USAF di Aviano (PN) proprio dalla base turca di Incirlik.  Ma non bisogna generalizzare, visto che alcuni giornali riportano notizie poco significanti, come quelle riguardanti le ottime relazioni che intercorrono tra i vertici della NATO e le nostre massime cariche istituzionali, a livello sia nazionale sia locale.  Il primo caso è quello della ‘breve’ pubblicata in Cronaca di Napoli del quotidiano Il Mattino di giovedì 5 marzo 2020, dalla quale apprendiamo che:

«Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha incontrato a Palazzo San Giacomo il generale Antonio Vittiglio nuovo Capo di Stato Maggiore del Comando della Nato di stanza a Lago Patria al quale ha rivolto i migliori auguri di buon lavoro nel prestigioso incarico. Il primo cittadino ha poi donato al Generale il crest ufficiale della città che l’alto ufficiale ha molto gradito».  [i]

Qualora vi dica poco o nulla il nome del generale chiamato a guidare lo stato maggiore del Comando NATO competente per l’Europa sud-orientale e per l’Africa, un altro organo d’informazione online, Quasimezzogiorno, specifica che:

«…il Generale di Corpo d’Armata Antonio Vittiglio ha assunto la carica di Capo di Stato Maggiore e la qualifica di Capo del Command Element dell’Unione Europea. Inoltre, dal settembre del 2018 al 02 settembre del 2019, ha ricoperto l’incarico di Vice Comandante presso il Comando NATO ad Istanbul in Turchia (Nato Rapid Deployable Corps – Turkey) dove ha preso parte alla preparazione e validazione futura sia del Comando di Corpo d’Armata Turco e sia della sua Brigata VJTF (L), prendendo parte alla pianificazione e alla preparazione per la certificazione per l’NRF-L (Nato Response Force Land) 2020 e al processo per il raggiungimento nel 2021 della FOC (Full Operational Capability) per la nuova struttura del Comando Turco della NATO….» [ii].

Insomma, mentre la frontiera dalla Turchia alla Grecia risulta tutt’altro che accogliente nei confronti d’una grande quantità di sventurati profughi siriani, dalla Turchia all’Italia invece arriva senza ostacoli un po’ di tutto, dai generali alle bombe atomiche… E poiché noi Napolitani siamo tradizionalmente molto accoglienti, il nostro Sindaco – mettendo da parte bandane arancioni ed arcobaleno – ha ritenuto suo dovere accogliere con tutti gli onori il generale Vittiglio, augurandogli buon lavoro (proprio così…) ed omaggiandolo con lo stemma della “Città di Pace” di cui è primo cittadino. Magari gli sarà sfuggito che quello scudo giallo-rosso è l’antico stemma di uno dei Sedili di Napoli, quello del Popolo, e soprattutto che non è affatto vero che tutto il popolo napolitano sia felice e soddisfatto dell’occupazione militare di cui i ‘Liberatori’ alleati ci gratificano da quasi 70 anni. O, peggio, questo è stato ritenuto un particolare insignificante e comunque ininfluente.

L’Amm. James G. Foggo III insignito del titolo di ‘Commendatore della Repubblica Italiana

LA SECONDA NOTIZIA, ancora una volta riguardante i vertici della NATO, oltre che sul sito web del Comando J.F.C. Naples [iii] è apparsa anche sul Daily World Italia, un giornale telematico pubblicato a Civitavecchia, dal quale apprendiamo che:

«L’Ammiraglio James Foggo, Comandante del Comando Interforze Alleato di Napoli e delle Forze Navali USA in Europa e Africa è stato insignito del titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. L’alta onorificenza è stata consegnata dal Generale di Squadra Aerea Roberto Corsini, Consigliere del Presidente della Repubblica Italiana per gli Affari Militari, nel corso di una cerimonia tenutasi al Comando JFC Naples il 17 febbraio 2020. L’Ordine al Merito (OMRI) è un prestigioso riconoscimento della Repubblica italiana.  L’Ammiraglio Foggo ne è stato insignito per decisione del Presidente della Repubblica Italiana e Capo dell’Ordine, Sua Eccellenza Sergio Mattarella». [iv]

L’articolo riferisce le espressioni di gratitudine e le dichiarazioni dell’Ammiraglio responsabile della NATO per l’Europa e l’Africa, il quale, citando legami parentali risalenti alla seconda guerra mondiale, non ha mancato di sottolineare che «…questo ci ricorda da quanto tempo e con quanto impegno i nostri due paesi, uniti, si ergano a difensori della libertà[v]  Ecco, appunto. Quella “difesa della libertà” che – per citare la celebre frase pronunciata dal don Vito Corleone de Il Padrino – per noi Italiani continua ad essere “un’offerta che non si può rifiutare”. [vi]  I due organi d’informazione (ma il secondo è solo la traduzione italiana del primo) ci rendono edotti che l’onorificenza è conferita a personaggi

ritenuti meritevoli della gratitudine della Repubblica per il loro straordinario contributo all’integrazione e al coinvolgimento o per l’impegno profuso dai loro enti di appartenenza nell’ambito civile, culturale e professionale della Repubblica.”

A questo punto, forse immaginando che qualche lettore possa chiedersi cosa mai il vertice alleato abbia fatto di tanto importante per ricevere la commenda, si precisa che:

L’Ammiraglio Foggo è stato ritenuto meritevole della onorificenza per avere dato prova di eccezionale sensibilità, generosità ed impegno a favore della Repubblica Italiana e dei suoi cittadini.” [vii]  

Sinceramente continuo a non capire a quali manifestazioni di generosità ed impegno civico si riferisse l’articolo a proposito dell’ammiraglio della U.S. Navy, di cui è anche il Comandante nell’area euro-africana, controllata dalla 6^ Flotta. [viii]  Ma forse insistere su questo punto potrebbe sembrare inopportuno, visto che l’amm. James G. Foggo III è già stato insignito, oltre che di numerose decorazioni e di medaglie ad onor militare, anche di riconoscimenti civili come la prestigiosa Legion d’Honneur francese, che ora potrà sfoggiare insieme con le insegne di Commendatore al merito della Repubblica Italiana.

A questo punto, di fronte a tale indecoroso atteggiamento di subalternità verso i più alti vertici dell’Alleanza Atlantica in Italia – ringraziati ed omaggiati come se davvero ci stessero rendendo un insostituibile ed indispensabile servizio – non ci resta…”che piangere” – verrebbe da dire, citando il noto film con Benigni e Troisi. E invece no. Per me e tanti altri, non resta che demistificare, denunciare ed opporsi all’incalzante militarizzazione della società e della cultura, che passa anche per la retorica esaltazione di alti ufficiali delle forze armate. Da una Repubblica che costituzionalmente “ripudia la guerra” e da un Comune che si dichiara statutariamente “Città di Pace” non dovremmo aspettarci una  profluvie di omaggi rivolti a chi, al di là della retorica sulla NATO come ‘scudo’ della nostra libertà e sicurezza, si occupa di pianificare ed attuare operazioni belliche. Infatti, come peraltro è esplicitamente dichiarato nella pagina iniziale dello stesso sito web del JFC Naples, la sua attivazione:

«…era parte della trasformazione della NATO volta ad adattare la struttura militare alleata alle sfide operative di una guerra di coalizione, così da fronteggiare le minacce emergenti del nuovo millennio…» [ix]

Ebbene, se nel XIV secolo il titolo di “commendatore” indicava chi proteggesse o sostenesse gli altri, oggi di questi “commendatori” con greca e stellette e di quel genere di ‘protezioni’  faremmo invece volentieri a meno…


Note

[i] https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_luigi_de_magistris_nato_lago_patria-5093093.html

[ii] https://www.quasimezzogiorno.org/news/il-generale-vittiglio-nuovo-capo-di-stato-maggiore-del-joint-force-command-naples/

[iii] https://jfcnaples.nato.int/newsroom/news/2020/admiral-james-foggo-awarded-the-title-of–commendatore–of-the-order-of-merit-of-the-italian-republic-

[iv] http://www.dailyworditalia.com/comando-jfc-naples-lammiraglio-james-foggo-commendatore-dellordine-al-merito-della-repubblica-italiana/

[v] Ibidem

[vi] Cfr. https://aforismi.meglio.it/frase-film.htm?id=9c9a

[vii] www.dailyworlditalia.com , cit.

[viii] https://www.c6f.navy.mil/about-us/our-leaders/adm-foggo/

[ix] https://jfcnaples.nato.int/page5714813.aspx (traduzione mia)

Etica militare? Siamo… a cavallo

La ‘annunziatella’ del Mattino

Il Sindaco de Magistris tra i col. Cristofaro e Barbaricini (Ref. la Repubblica e IL MATTINO)

Il quotidiano ‘Il Mattino’ – come anche la Repubblica – ha recentemente pubblicato questa notizia: “Napoli, protocollo d’intesa tra Comune e Nunziatella per etica, sport e inclusione”. [i]  Se dal titolo non riesce facile cogliere il nesso tra l’accordo sottoscritto e quelle tre nobili parole, neanche la lettura dell’articolo sembra fornire lumi per capire che cosa c’entri un addestramento alle mansioni di scuderia e di mascalcia, che consentiranno un graduale avvicinamento al cavallo e all’equitazione” con le proclamate finalità educative e sociali del progetto. Il principale quotidiano del Sud ci ha resi edotti che il sindaco della terza città d’Italia ha firmato un protocollo d’intesa col comandante della storica scuola militare partenopea, grazie al quale otto studenti di un istituto superiore statale di Napoli saranno inseriti nella “attività formativa” che si terrà dal 2 al 13 marzo presso il Centro Ippico della ‘Nunziatella’.  Lo storico accordo è stato ratificato nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, alla presenza – oltre i sottoscrittori Luigi de Magistris e col. Amedeo Gerardo Cristofaro – dell’Assessore Clemente, del col. Barbaricini (capo progetto per la valorizzazione del comparto equestre dell’esercito) e della Dirigente Scolastica Palmira Masillo, accompagnata da una delegazione di studenti dell’I.S.I.S. ‘Alfonso Casanova’.

A questo punto il lettore, incuriosito dal convenire di amministratori ed alti ufficiali, si sarà chiesto quale finalità abbia questa nuova intesa tra vertici di enti locali, amministrazioni militari e presidi d’istituti scolastici pubblici. Le risposte fornite dal giornale sono le seguenti: “un approccio all’attività sportiva equestre militare ed ai valori ad essa legati […] La tradizione equestre militare è, oggi più che mai, veicolo di valori quali l’inclusione sociale e l’etica dello sport” […] Il Centro Ippico Militare offre l’opportunità di vivere un ambiente educativo e formativo che, pur preservando i propri scopi istituzionali principali, si rivela essere una risorsa polifunzionale per il territorio”. [ii]  Ma il motivo per coinvolgere degli studenti “in attività di scuderia e di mascalcia” è enunciato nelle affermazioni seguenti: “Il progetto si prefigge lo scopo di offrire l’opportunità di compiere un percorso formativo improntato alla legalità che si sviluppa in seno all’etica militare e che consentirà agli studenti coinvolti di conoscere meglio se stessi, mediante l’interazione naturale con il cavallo, rapportarsi e relazionarsi con altri che hanno scelto di vivere al servizio del proprio Paese in uniforme e acquisire il valore delle regole attraverso il riscontro giornaliero dei risultati conseguiti grazie all’applicazione disciplinata degli insegnamenti ricevuti”. [iii]

Il “percorso formativo” oggetto dell’intesa, insomma, sarebbe imperniato su queste quattro parole-chiave: (a) educazione alla “legalità” come naturale sviluppo della (b) “etica militare”, a sua volta fondata sulla scelta di svolgere un (c) “servizio al proprio Paese” e (d) dare valore alle “regole”, applicando con “disciplina” gli insegnamenti ricevuti.

Ippica etica e legalità

Attività di equitazione militare

Non sappiamo se tali dichiarazioni rientrino nel testo del protocollo firmato dal Primo Cittadino di Napoli (dichiaratasi per Statuto “Città di Pace”) o se riferiscono solo i commenti dei vertici militari. In ogni caso, saltano agli occhi tre sconcertanti elementi: (1) il divario fra reboanti affermazioni ed il ben più esile oggetto di quello che è solo un altro dei tanti accordi stipulati tra forze armate ed istituti d’istruzione, a conferma della strisciante ma incalzante militarizzazione della scuola; (2) l’insistenza sulla retorica di ‘valori militari’ come servizio e disciplina, accostati a concetti di bel altro spessore democratico, quali: etica e legalità; (3) l’incongruenza tra un progetto formativo che offrirà ad otto studenti la ‘opportunità’ di trascorrere dieci giorni di formazione nelle scuderie d’un centro ippico militare e le dichiarate finalità educative per i giovani, che vanno dalla ‘conoscenza di sé’ alla ‘relazione’ coi loro disciplinati coetanei in uniforme, fino alla citata ‘educazione alla legalità’. Il tutto grazie alla full immersion dei fortunati prescelti…nel mondo dei cavalli.

L’I.S.I.S. ‘Casanova[iv] è uno dei più antichi istituti superiori napolitani, che offre ai suoi studenti percorsi sia professionali (servizi socio-sanitari, manutenzione ed assistenza tecnica, produzioni industriali ed artigianali), sia tecnici (grafica e comunicazione, meccanica, meccatronica ed energia), nonché una sezione di liceo artistico ad indirizzo audiovisivo-multimediale. La sua offerta formativa raggiunge mediamente 1.200 studenti, seguiti da poco meno di 200 docenti. Nella pagina di presentazione del suo sito web, si precisa che: “La vision dell’Istituto Casanova fa riferimento ad un modello di istituzione scolastica aperta alla realtà culturale ed economica in cui opera […] un’istituzione sensibile verso le problematiche sociali, promotrice di una cultura di pace e di solidarietà contro ogni fenomeno di violenza e di prevaricazione sociale e culturale, attenta alla formazione culturale, così come a quella professionalizzante”. [v]  A proposito della mission di questa istituzione scolastica si citano tanti obiettivi, tra cui: “successo formativo […] lotta alla dispersione scolastica […] equità, coesione sociale, cittadinanza attiva e dialogo interculturale […] competenze professionali e inserimento nel mondo del lavoro, eccellenza, creatività innovazione, imprenditorialità […] cultura della sicurezza…” [vi] e via discorrendo. Ma è difficile trovare tra i motivi ispiratori ed i traguardi formativi qualcosa che giustifichi l’adesione di quell’istituto scolastico ad un progetto così poco conforme ad essi, in particolare quando si parla di “cultura della pace e della solidarietà” e di “cittadinanza attiva”. A meno che non si confonda l’equità con… l’equitazione.

Eppure si direbbe che né l’amministrazione comunale di Napoli né la dirigenza scolastica abbiano trovato nulla da eccepire sul progetto proposto dai vertici della ‘Nunziatella’ che, in attesa di veder coronato il loro sogno di dar vita alla prima scuola di guerra europea, fanno parlare di sé in occasione dei solenni e plateali giuramenti dei nuovi cadetti, tramite compiacenti servizi giornalistici e televisivi su questa sedicente ‘eccellenza’ partenopea o, appunto, grazie al bislacco percorso formativo alla legalità svolto nelle scuderie del loro centro ippico di Agnano. Sarebbe davvero interessante sapere che cosa pensano gli altri assessori e consiglieri della Città di Napoli, ma anche docenti genitori e studenti del ‘Casanova’, di questo accordo stipulato al vertice, che sembra confermare quanto poco abbiano a che fare etica e legalità con istituzioni militari il cui fine, come spiega il motto della ‘Nunziatella’, è piuttosto: “preparo alla vita e alle armi”.

Cavalli civici vs cavalli militari

Stemma araldico del Sedile di Nilo

La Città di Napoli, fin dalle sue origini, ha avuto un cavallo come simbolo. È dal XIII secolo – ricordava Angelo Forgione nel 2014 – che il destriero rampante rappresenta “l’indomito popolo napoletano”. Già nel 1253, infatti, i Napolitani avevano opposto una strenua resistenza alla conquista della città da parte dell’imperatore svevo Corrado IV, il quale però: “entrò, vinse e volle dimostrare di aver domato il popolo partenopeo facendo mettere un morso in bocca alla colossale statua del “Corsiero del Sole”, un cavallo imbizzarrito di bronzo posto su un alto piedistallo marmoreo”.[vii]  Dal periodo aragonese, il cavallo ha continuato a rappresentare il simbolo dei ‘Sedili’ di Capuana e Nilo, due delle sei storiche istituzioni amministrative della città di Napoli, ed è tuttora – dopo esserlo stato a lungo della soppressa  Amministrazione Provinciale –  il ‘logo’ della Città Metropolitana di Napoli. Lo stesso cavallo imbizzarrito e scalciante (in araldica: ‘inalberato’) lo troviamo anche nello stemma della scuola militare partenopea, dove è stranamente definito “puledro allegro di nero”. [viii]  Il riferimento, però, è più al cavallo come animale da battaglia che alle virtù civiche del popolo napolitano ed alla sua fiera resistenza alle invasioni straniere, l’ultima delle quali è rappresentata dalla gloriosa pagina delle Quattro Giornate del 1943.

Premesso che, secondo il protocollo, gli studenti del ‘Casanova’ saranno destinati a “mansioni di scuderia e di mascalcia, che consentiranno un graduale avvicinamento al cavallo e all’equitazione”, è legittimo chiedersi: perché mai attività proprie di quelli che una volta si chiamavano “mozzi di stalla” e “maniscalchi” dovrebbero rappresentare un percorso formativo adeguato ai bisogni di giovani che studiano da odontotecnico, meccatronico o web-designer?Quali “competenze professionali e inserimento nel mondo del lavoro” dovrebbe fornir loro questo “graduale avvicinamento al cavallo e all’equitazione”? Perché mai dieci giorni trascorsi tra equini e cadetti in divisa dovrebbero migliorare il loro senso della legalità e promuoverne il “successo formativo”?  E poi: in che modo un’istituzione che forma alla ferrea disciplina militare dovrebbe sviluppare nei giovani la “cultura della pace e della solidarietà” auspicata dalla loro scuola? Ovviamente a tali interrogativi non c’è risposta se non l’arrogante e autoreferenziale visione di una casta militare che cerca di nobilitare la sua funzione che è appunto “preparare alle armi”.

Si direbbe che il vero scopo di quest’imbarazzante farsa travestita da proposta formativa sia quello di continuare a tener viva l’attesa per l’attuazione del progetto di annessione della caserma ‘Bixio’ della Polizia di Stato alla scuola militare contigua, quel piano pomposamente chiamato “Grande Nunziatella”, cui lo stesso Mattino ha dedicato parecchi articoli ed al quale il Sindaco ed il suo Richelieu stanno puntando da diversi anni, anche a costo di spericolate operazioni amministrative, ripetutamente denunciate dal comitato Napoli Città di Pace ad un’opinione pubblica ignara e ad un Consiglio colpevolmente inerte. [ix]

Stemma araldico
della ‘Nunziatella’

Per la città di Napoli è prevista anche la realizzazione della Grande Nunziatella, che vedrà l’antica accademia militare, con sede a Palazzo Parisi a Monte di Dio, diventare una scuola europea, grazie all’acquisizione della vicina Caserma Bixio. Una riqualificazione dell’intero promontorio di Pizzofalcone, che unirebbe le due strutture, a oggi separate l’una dall’altra, con un intervento architettonico, ma anche paesaggistico”.[x]

Ma noi alla “riqualificazione” dell’area popolare che si fa istituendovi la scuola di guerra europea non crediamo per niente, proprio come al fatto che mandare degli studenti in un centro ippico militare ne forgi lo spirito di legalità. In entrambi i casi, in questa sconcertante partita a scacchi, all’impetuosità bellicosa del ‘cavallo’ continueremo opporre la ‘torre’ della resistenza civile e della nonviolenza.

© 2020 Ermete Ferraro


Note

[i] “Napoli, protocollo d’intesa tra Comune e Nunziatella per etica, sport e inclusione”, IL MATTINO, Napoli, 26.02.2020 > https://www.ilmattino.it/napoli/politica/nunziatella_napoli_etica_sport_inculsione-5076298.html. Vedi anche: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2020/02/26/news/firmato_protocollo_d_intesa_tra_comune_e_nunziatella_per_il_progetto_etica_sport_ed_inclusione_-249633835/

[ii] Ibidem

[iii] Ibidem (sottolineatura mia)

[iv] Fonte: http://www.istitutocasanova.edu.it/

[v] http://www.istitutocasanova.edu.it/presentazione/ (sottolineatura mia)

[vi] Ibidem

[vii]  Cfr.  https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/arte_e_cultura/2014/4-dicembre-2014/cercasi-logo-la-citta-metropolitanasi-scelga-cavallo-imbizzarrito-simbolo-xiii-secolo-230670461662.shtml?refresh_ce-cp

[viii] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Stemma_della_scuola_militare_Nunziatella

[ix] Sulla campagna di controinformazione lanciata da ‘Napoli Città di Pace’ (v. pagina facebook) cfr., fra gli altri: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/01/23/news/napoli_scuola_militare_nella_caserma_bixio_i_pacifisti_attaccano_de_magistris-217228391/?refresh_ce ; https://www.ildenaro.it/monte-echia-via-la-polizia-la-caserma-bixio-sara-accorpata-allo-storico-edificio-della-nunziatella/ ; https://www.cantolibre.it/scuola-di-guerra-a-napoli-un-enigma-da-chiarire/ ; https://www.popoffquotidiano.it/2019/05/11/napoli-no-alla-scuola-di-guerra-di-de-magistris/

[x] Cfr. https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/esercito_piano_caserme_verdi-4865242.html

‘SUDYAGRAHA’: per la riscossa nonviolenta del Sud

Fare rumore…conviene?

“Che fai rumore qui / E non lo so se mi fa bene / Se il tuo rumore mi conviene / Ma fai rumore, sì / Che non lo posso sopportare / Questo silenzio innaturale…”.  Le parole del ritornello della canzone cantata da Diodato, vincitrice a Sanremo, mi sono improvvisamente venute in mente al termine del Convegno che si è svolto a Portici sabato 15 febbraio, organizzato dal Coordinamento Sud di Pax Christi. Il tema dell’incontro era suggestivo quanto originale: “Italia del Nord-Italia del Sud. Storia Giustizia Nonviolenza”. Lo definisco ‘originale’ perché anche all’interno dei movimenti pacifisti e nonviolenti operanti nel nostro Paese purtroppo non è facile trovare riferimenti al conflitto esistente fra quelle due Italie cui si fa cenno nel titolo, su cui si è preferito lasciar cadere un imbarazzato silenzio. Ed è proprio quel “silenzio innaturale” che, come altri pacifisti meridionali, anch’io ormai “non lo posso sopportare”. Ecco perché mi sembra necessario “far rumore” benché, come nella canzone, molti sembrano scettici sul fatto che questo rumore “ci fa bene” e, soprattutto, che “ci conviene”. Anche nel corso dell’incontro, infatti, qualcuno ha espresso dubbi sull’apertura da parte di Pax Christi di questo nuovo fronte di conflitto, sospettando che possa risultare ‘divisivo’. Obiezione comprensibile, ma che nasce dalla mancata consapevolezza che non è possibile operare divisione laddove l’unità – contrariamente a quanto ci si è fatto credere per un secolo e mezzo – non c’è mai stata davvero.

Facciamo benissimo ad occuparci della repressione contro Curdi e Palestinesi, come di quella nei confronti dei nativi amerindi oppure dei Rohingya. È cosa buona e giusta attivarsi per tutte le minoranze oppresse e per tutte le vittime del vecchio e nuovo colonialismo, nella consapevolezza che la Nonviolenza gandhiana – fine e mezzo al tempo stesso – è nata proprio come strategia alternativa nella lotta degli Indiani per la loro indipendenza ed autonomia.  Risulta però strano che un secolo e mezzo di conquista coloniale e sfruttamento del Sud della nostra penisola abbia invece lasciato molti teorici ed attivisti dei movimenti di liberazione quanto meno silenti, se non del tutto indifferenti. Ovviamente ci sono state e ci sono nobili eccezioni, come quella di Aldo Capitini, Danilo Dolci o Giuliana Martirani. Fra l’altro, il merito del convegno di Portici è di Antonio Lombardi, che a questa problematica ha dedicato un libro e da anni si sta battendo per quella “educazione alla identità e liberazione nonviolenta del Sud” che è alla base di un processo di ‘decolonizzazione’, mentale prima ancora che economica, dei meridionali. Eppure sembra evidente che dovremmo andare oltre, passando dall’attenzione alle sporadiche voci profetiche d’un riscatto nonviolento del Sud ad una riflessione più ampia, diffusa e condivisa, dalla quale l’arcipelago dei pacifisti, antimilitaristi e nonviolenti possa trarre un progetto complessivo da portare avanti, nel nome della riconciliazione ma, prioritariamente, della verità e della giustizia che ne sono la precondizione.

«Un popolo che subisce la colonizzazione mentale e viene educato all’oblio di sé è un popolo perduto. Educare all’identità, allora, significa partecipare a una straordinaria forma di difesa nonviolenta, è afferrare una poderosa tenaglia per spezzare la catena della sottomissione […] per andare verso una comunità consapevole della propria storia e del proprio valore, pronta a lottare per la dignità e l’equità, rifiutando di collaborare con la pesante emarginazione che la opprime a partire dalla conquista del 1860.» [i]

Catene da cui liberarsi o preziosi monili ?

Ma per “spezzare le catene della sottomissione” (e soprattutto per recidere quelle che, come si osservava nel libro citato, gli stessi oppressi paradossalmente spesso considerano monili preziosi…) c’è bisogno di una preventiva maturazione della coscienza da parte di comunità che continuano a vivere la propria subalternità come colpa o condanna del fato. I due interventi che, in quel convegno, hanno preceduto quello di Antonio Lombardi erano quindi altrettanto importanti. Il primo, di Vincenzo Gulì, studioso di storia del Mezzogiorno, si occupava di tracciare la “storia di una nascita”, ossia gli eventi passati che hanno portato alla sedicente Unità d’Italia, proprio “per capire il presente”. Rileggere criticamente la storia raccontata dai vincitori, attingendo a fonti e documenti finora occultati o prudentemente ignorati, è il solo modo per cogliere logiche e meccanismi dell’annessione colonialista del Regno delle due Sicilie. Si trattava infatti di uno dei più antichi, ampi e ricchi d’Europa che, contrariamente a quanto si è pervicacemente voluto far credere, non era per nulla arretrato e sottosviluppato, per cui l’unificazione – sul cui mito retorico sono state formate diverse generazioni di Italiani – di ‘patriottico’ ha avuto molto poco, non essendo stata altro che la forzata annessione di circa un terzo del territorio della Penisola al Regno di Sardegna, di cui cambiò di fatto solo l’estensione ed il nome.

Suppongo che molti continueranno a dissentire su tale rilettura storica, accusandola di ‘revisionismo’ e di ‘secessionismo’ ma evitando di andare a verificare quanto fossero fondate le ‘certezze’ che ci hanno inculcate in un secolo e mezzo di scuola unitaria e d’informazione a senso unico. Ormai i testi che trattano questi argomenti sono molti e qualificati, oltre che ampiamente basati su documentazioni difficilmente contestabili, per cui mi limito a rinviare alla lettura dei libri di Carlo Alianello [ii], Giordano Bruno Guerri [iii],  Pino Aprile [iv],  o Giovanni Fasanella e Antonella Grippo [v]. La stessa espressione ‘questione meridionale’ – al di là delle intenzioni dei grandi meridionalisti, da Nitti a Villari, da Fortunato a Salvemini, fino a Pannunzio, Compagna e Galasso –suggerisce implicitamente una connotazione negativa, come se si trattasse di un ‘problema’, una specie di pesante croce, di cui il Centro-Nord avanzati e progressisti sarebbero stati costretti a caricarsi. Ma la verità è ben altra e, pur  non volendo turbare le intime certezze patriottiche altrui con letture storiche dissonanti dalle versioni ufficiali, è oggettivamente impossibile – o almeno dovrebbe esserlo… – chiudere gli occhi su come quella stessa secolare ed irrisolta ‘questione meridionale’ abbia dato luogo molto più recentemente ad un ulteriore capovolgimento neolinguistico della realtà, trasformandosi in ‘questione settentrionale’ ed accelerando il truffaldino processo di ‘secessione dei ricchi’, consentito dalla c.d. ‘autonomia differenziata’, a sua volta frutto della già ventennale riforma ‘federalista’ del titolo V della nostra Costituzione repubblicana. Ecco perché è stato fondamentale che i convegnisti di Pax Christi ascoltassero anche il secondo intervento, affidato ad un acuto studioso dei processi economici come Marco Esposito. Il noto giornalista del quotidiano ‘Il Mattino’ è infatti l’autore di “Zero al Sud” un saggio fondamentale per capirci qualcosa dell’ultima fase della spoliazione del Mezzogiorno d’Italia, in cui – come nella favola esopiana del lupo e l’agnello – la preda continua ad essere imputata di aver danneggiato il suo predatore.  Con la scusa del ‘federalismo fiscale’, infatti, non contenti degli 840 miliardi di euro già sottratti al Sud negli ultimi 17 anni [vi] e della truffa dei finanziamenti annunciati ma mai assegnati veramente [vii] le regioni del Centro-Nord si preparano all’ultimo scippo di risorse mascherato da ‘giustizia fiscale’.

La teoria dei giochi a somma…zero al Sud

In teoria dei giochi, un gioco a somma zero descrive una situazione in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante in una somma uguale e opposta[viii].  Se questo è vero, ad ogni perdita economica imposta al Sud corrisponde un uguale guadagno aree geografiche che già stanno molto meglio, in barba uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione, relativo alla “solidarietà politica, economica e sociale”, espressamente sancito all’art. 2.  Come scriveva già nell’introduzione al suo libro Marco Esposito:

«Il federalismo – voluto dal Nord e accettato dal Sud – sembrava una buona soluzione […] Quando però il federalismo fiscale è stato tradotto in cifre, ci si è trovati davanti a qualcosa di non previsto. Lo Stato italiano dopo complessi conteggi ha certificato che il fabbisogno dei territori privi di servizi fosse proprio zero. Esattamente zero. E quindi il nulla coincidesse con il giusto […] La medicina per curare le inefficienze del Sud, il federalismo fiscale, si è mutata in un veleno a lento rilascio, che ne accorcia l’esistenza […] E così, non avendo i soldi per dare al Sud quello che era giusto, si è intrapresa la strada opposta: si è certificato che al Sud i servizi pubblici non servono, al Sud non ce n’è bisogno, al Sud il fabbisogno è zero o è molto poco. Un furto di diritti che, per riuscire, doveva avvenire al riparo da occhi indiscreti…» [ix]

Non è certo un caso che l’iter parlamentare della cosiddetta ‘autonomia differenziata’ sia stato a lungo blindato da chi aveva interesse a farlo, con la colpevole acquiescenza di chi avrebbe dovuto tutelare gli interessi del Sud e la complice copertura di media troppo distratti.

«Una delle astuzie della legge 42/2009 fu stabilire che le nuove regole non si applicassero alle cinque regioni a statuto speciale […] La 42 riconobbe, com’è ovvio dovendo attuare la Costituzione, la necessità di definire i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, ma saggiamente introdusse gli ‘obiettivi di servizio’ cui dovevano tendere le amministrazioni regionali e locali […] Obiettivi di servizio e Lep, però, non furono mai approvati […] La 42 conteneva una norma finale che nascondeva in sé il conflitto tra territori: “Dalla presente legge e da ciascuno dei decreti legislativi di cui all’art. 2 e all’art. 23 non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Ogni volta che si assegnerà un euro a un Comune bisognerà togliere un euro a un altro Comune. E viceversa: ogni zero al Sud avrebbe portato maggiori risorse al Nord». [x]

Ecco come è stato attuato il citato principio del ‘gioco a somma zero’. Peccato però che le regioni meridionali, ancora una volta, ne usciranno con le ossa ancora più rotte, confermando nell’opinione comune il destino ‘cinico e baro’ del Mezzogiorno, alimentato peraltro dal “generico senso di colpa” di cui parla Esposito, col quale noi del Sud ormai da secoli continuiamo ad autoflagellarci. Eppure basterebbe trovare quanto meno il coraggio mostrato dall’agnello esopiano che, di fronte alle accuse del lupo, ha comunque cercato di controbattere coi fatti ad argomentazioni assurde e truffaldine. Ecco perché è sembrato particolarmente opportuno che a concludere il Convegno di Portici sia stato l’intervento di Antonio Lombardi – pedagogista e mediatore nei conflitti – su: “Educare alla pace: dalla colonizzazione mentale alle relazioni nonviolente”. Per dare una compiuta risposta all’interrogativo “Che fare?”, suscitato tra i partecipanti dai primi due relatori.

 Rifiorire, nonostante il vento…

Il libro di Lombardi, “Fiorire nel vento”, porta come sottotitolo “educazione all’identità e liberazione nonviolenta del Sud”. Ed è proprio questo l’approccio per un rilancio in chiave nonviolenta del meridionalismo, perché senza affermazione della verità storica il conflitto è represso, non risolto. E perché, utilizzando un linguaggio costituzionale, il vero ostacolo da rimuovere per la liberazione di un popolo è la sua subalternità culturale, prima ancora che socio-economica. Come si accennava anche in precedenza, infatti, il primo passo per riconquistare la propria identità e dignità è cancellare le pesanti stratificazioni di una vera e propria colonizzazione mentale della gente del Sud, di cui per troppo tempo i media, la scuola e la famiglia sono stati gli strumenti. Per usare le parole che descrivono la tesi sostenuta da Lombardi nel suo saggio:

«”Fiorire nel vento” propone l’educazione all’identità come pratica liberatrice nonviolenta in grado di affrontare il trauma identitario, prospettando interrogativi e obiettivi su cui costruire piani educativi strutturati e utili nell’informalità delle relazioni quotidiane: per andare verso una comunità consapevole della propria storia e del proprio valore, pronta a lottare per la dignità e l’equità, rifiutando di collaborare con la pesante emarginazione che la opprime a partire dalla conquista del 1860. Questo libro è un invito alla consapevolezza e un sussidio, affinché sbocci in tutto il suo splendore il nostro sofferente popolo meridiano, in mezzo alla tempesta che lo sta spazzando via». [xi]

La “occupazione delle coscienze” – come giustamente la chiama Lombardi – è quasi peggio di quella manu militari di un territorio. Ed è ancora più insidiosa, dal momento che impiega canali formativi come la famiglia la scuola e i mezzi di comunicazioni. Ma, proprio per questo motivo, non è impossibile adoperarli per attivare un processo diametralmente opposto, quello cioè che Mario Borrelli, a Napoli, definiva ‘coscientizzazione’, negli stessi anni Settanta in cui, in Brasile, Paulo Freire la proponeva come strumento di liberazione. Il punto di partenza, quindi, è l’attivazione di iniziative di controinformazione e di natura educativa che ci aiutino non solo a demistificare le false verità sul Mezzogiorno che ci sono state propinate finora, ma soprattutto a recuperare la dignità perduta di un popolo con millenni di storia, una cultura eccezionale e risorse territoriali ed ambientali uniche.  Decolonizzare le menti non vuol dire pretendere di essere superiori agli altri, ma diventare consapevoli che, per citare il grande Viviani, non è più possibile accettare che “avimm’a sta’ a guagliune e simmo maste”.[xii].

Il secondo passo è quello che conduce dalla consapevolezza al superamento della subalternità, attraverso una lotta nonviolenta di liberazione, proprio come quella guidata da Gandhi contro il colonialismo inglese. Non è facile seguire questa strada proprio perché alternativa alla logica dominante, ma bisogna assolutamente percorrerla, sapendo anche che molti la considereranno magari poco ‘pacifica’, sol perché mette il dito su una piaga aperta che si vorrebbe occultare. Ma, come scriveva anche Danilo Dolci, l’acquiescenza all’ingiustizia non è pace, .

«Non possiamo confondere l’impegno per realizzare la pace con la preoccupazione di mantenerci equidistanti da tutti. Ogni comportamento – individuale, di gruppo, di massa – che tende sostanzialmente a mantener la situazione come è […] non è impegno di pace. […] Non è questa la pace che ci è necessaria…». [xiii]

Da resistenza nonviolenta ad autogoverno

Il secondo passo della lotta per la liberazione del Sud, spiegava Lombardi, è utilizzare la consapevolezza raggiunta – anche valorizzando la propria memoria storica – per affrontare il conflitto nonviolentemente. Ciò significa, in primo luogo, smettere di collaborare con chi vorrebbe mantenerci nella subalternità culturale e socioeconomica, giustificando la propria sete di nuove risorse con l’incapacità dei subalterni a governarsi da soli, come hanno fatto tutte le potenze coloniali e come continua a fare l’imperialismo neocolonialista attuale. L’ahimsa – come spiegava Gandhi – non è soltanto la scelta in negativo di agire senza violenza nei confronti di qualcuno, ma una scelta positiva, attiva e proattiva per affermare la verità ed impedire il male.

«…come un’espressione positiva di amore, della volontà di fare il bene anche di chi commette il male. Ciò non significa tuttavia aiutare chi commette il male a continuare le sue azioni immorali o tollerare queste ultime passivamente. Al contrario, l’amore, espressione positiva dell’ahimsa, richiede che si resista a colui che commette il male dissociandosi da lui, anche se questo può offenderlo o arrecargli dei danni fisici […] La non-collaborazione non è qualcosa di passivo, è qualcosa di estremamente attivo, di più attivo della resistenza fisica e della violenza». [xiv]

Non-collaborazione, come le altre forme di disobbedienza civile, significa quindi affermare nonviolentemente la verità, rendendo palese l’ingiustizia ed opponendovi una ferma resistenza. I modi in cui si può attuare questa lotta nonviolenta sono molteplici e Gandhi ce ne ha insegnati personalmente tanti, dallo sciopero al digiuno, dal rifiuto di prestare obbedienza al boicottaggio, dall’opposizione collettiva alla costruzione di organi di governo paralleli ed alternativi. Nel suo precedente libro “Satyagraha[xv], lo stesso Antonio Lombardi aveva già indicato compiutamente quali sono i mezzi cui può fare ricorso chi non accetta di sottomettersi e di avallare l’ingiustizia, ma allo stesso tempo rifugge da ogni azione violenta. La difesa popolare nonviolenta – cui bisogna addestrarsi preventivamente – non è però solo opposizione all’esistente, bensì attuazione di un ‘programma costruttivo’ già elaborato e realmente alternativo, nei fini e nei mezzi, a ciò cui ci si oppone. L’alternativa all’imposizione forzata ad un popolo d’un ruolo subalterno, cancellandone anche l’identità culturale e linguistica, è una sola: l’autogestione. Il Mahatma Gandhi la chiamava col termine indiano swaraj, che racchiudeva in sé non solo il desiderio d’indipendenza, ma un processo economico e politico autogestionario, fondato su un modello di sviluppo diverso da quello imposto, ecosostenibile e profondamente decentrato. Quello che il nostro Aldo Capitini definì ‘omnicrazia’, cioé il potere di tutti. [xvi]

Qualcuno forse giudicherà eccessivo confrontare la lotta di liberazione dell’India dal giogo inglese con quella della gente del Sud nei confronti d’un Nord egemone e dominante. Ma la verità è che un movimento per la pace non può più permettersi di sottovalutare il peso che un secolo e mezzo di subalternità ha avuto su un assetto sociale ed economico iniquamente unitario, e che un’ancor più iniqua violazione dei più elementari principi costituzionali rischia ora di portare al punto di rottura. Per mutuare una felice espressione di Giuliana Martirani [xvii], se il Nord si mostra sempre più Surd, è dunque necessario che il Sud non si rassegni a restare Nud ed affermi finalmente i propri diritti, recuperando la sua dignità ed il suo effettivo peso.


Note

[i]  Antonio Lombardi, Fiorire nel vento. Educazione alla identità e liberazione nonviolenta del Sud, Magenes, 2019 ( https://www.libreriauniversitaria.it/fiorire-vento-educazione-identita-liberazione/libro/9788866491934  )   

[ii] Carlo Alianello, La conquista del Sud, Il Risorgimento nell’Italia meridionale, Rusconi,1972 (https://www.amazon.it/conquista-del-Sud-Carlo-Alianello/dp/8884742374  )

[iii] Giordano Bruno Guerri, Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio, Mondadori, 2017 ( https://www.ibs.it/sangue-del-sud-antistoria-del-libro-giordano-bruno-guerri/e/9788804680475  )

[iv] Pino Aprile, Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali, Piemme, 2013 (https://www.amazon.it/Terroni-quello-italiani-diventassero-%C2%ABmeridionali%C2%BB/dp/8868366061  ); Idem, Giù al Sud, Piemme, 2011 ( https://www.amazon.it/Sud-Perch%C3%A9-terroni-salveranno-lItalia/dp/8856619938  )

[v]  Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, 1861, La storia del Risorgimento che non c’è nei libri di storia, Sperling & Kupfer, 2010 (  http://mimmobonvegna1955.altervista.org/la-storia-del-risorgimento-che-non-ce-sui-libri-di-storia/  ).

[vi] Fonti: https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/analisi/1203992/tolti-al-sue-e-dati-al-nord-840-miliardi-di-euro-in-17-anni.html ; https://www.quotidianodelsud.it/laltravocedellitalia/due-italie/2019/11/06/operazione-verita-in-tv-anche-report-scopre-lo-scippo-al-sud ; https://www.quotidianodelsud.it/laltravocedellitalia/due-italie/2020/02/08/il-sud-perde-170-milioni-milioni-al-giorno-le-promesse-non-bastano-piu ; https://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/economia/323187-eurispes-2020-nord-sud-840-miliardi/

[vii] Fonti: https://www.ilsole24ore.com/art/patti-il-sud-speso-meno-2percento-AB5tUFdB ; https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/23/fondi-per-il-sud-chi-li-spende-davvero/5275196/

[viii]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Gioco_a_somma_zero

[ix] Marco Esposito, Zero al Sud, Rubbettino, 2018, pp. 5-6

[x]  Ivi, pp. 24-25

[xi]  A. Lombardi, op. cit. > https://www.ibs.it/fiorire-nel-vento-educazione-alla-libro-antonio-lombardi/e/9788866491934 . Vedi anche: Ermete Ferraro, Identità e llibberazzione d’ ’o Sud, articolo in napolitano sul quotidiano “napoli”, 24.06.2019

[xii] Raffaele Viviani, Campanilismo (1931) tratta da “Poesie” , ed. Guida, Napoli, 1977, pagg. 198 e 199 > https://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-vernacolari/poesia-13559

[xiii] Danilo Dolci, Esperienze e riflessioni, Laterza. 1974, p. 229

[xiv] Mohandas K. Gandi, Teoria e pratica della non violenza, Einaudi, 1973, pp. 169-170 (brano tratto da Young India – 1920)

[xv] Antonio Lombardi, Satyagraha – Manuale di addestramento alla difesa popolare nonviolenta, Dissensi, 2014

[xvi]  Aldo Capitini, Il potere di tutti, La Nuova Italia, 1969

[xvii] Giuliana Martirani, Viandante Maestoso, Ed. Paoline, 2006 (p. 182)

PREGARE PER L’UNITA’… DEI CAPPELLANI MILITARI?

‘Croce e moschetto’ in salsa ecumenica

Incontro ecumenico dei religiosi-militari – Fonte: http://www.wwwitalia.eu/web/incontro-ecumenico-allaeroporto-di-capodichino-intervista-al-soprano-paola-francesca-natale/

È davvero sorprendente. Alcune fonti giornalistiche riportano che la nostra Napoli – proclamata per statuto ‘Città di Pace’ – avrebbe recentemente sperimentato una nuova forma di ‘ecumenismo’: quella dei cappellani militari.

«Giovedì 23 gennaio il Comando Aeroporto Militare di Napoli-Capodichino, insieme all’Ordinariato Militare, ha organizzato presso il proprio Salone degli Aviatori un incontro ecumenico alla presenza di tutti i cappellani militari italiani della XII zona pastorale (Campania e Basilicata) e dei cappellani stranieri presenti presso la base della Marina Militare degli Stati Uniti di Capodichino (US NSA) e presso il Comando NATO di Lago Patria (JFC Naples). L’incontro, presieduto da S.E.R. Mons. Santo Marcianò, Ordinario Militare per l’Italia, [i] ha visto la partecipazione dei vertici regionali delle quattro Forze Armate, della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato e di una nutrita rappresentanza di personale militare italiano e americano. “Ci trattarono con gentilezza” (Atti 28, 2) è stato il tema dell’incontro riprendendo quello scelto per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, in corso dal 18 al 25 gennaio». [ii]

In occasione della ‘Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani’, infatti, qualcuno ha pensato bene d’introdurre questa originale modalità ecumenica, riunendo all’Aeroporto militare di Napoli i comandanti delle forze armate italiane e dei corpi di polizia, insieme con i cappellani militari italiani ed ‘alleati’, col patrocinio ed egida pastorale di mons. Marcianò, arcivescovo/generale a tre stelle in quanto Ordinario Militare italiano.  “Un evento unico, organizzato per la prima volta in assoluto in ambito militare” – ha dichiarato con fierezza il Comandante di Capodichino, auspicando che sia l’inizio di un processo. Ma l’aspetto più grottesco di questa specie di summit clerico-militare interforze – evidentemente non colto dai partecipanti – è che il tema dell’incontro e della loro comune preghiera si riferisse ad un passo degli Atti degli Apostoli sintetizzato dalla frase: “Ci trattarono con gentilezza”.

«Siamo qui, cappellani e militari di tante confessioni cristiane che lavorano assieme per il sostegno alla pace, annunciando l’unico Signore Gesù Cristo. La Parola di Dio, che esprime il tema di questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, richiama la nostra attenzione su una parola non più tanto di moda: la «gentilezza». Viviamo nel tempo della fretta e dell’aggressività e la gentilezza, anche nel quotidiano, finisce per essere qualcosa di dimenticato o addirittura frainteso, soprattutto quando l’altro sembra un ostacolo all’autorealizzazione personale […] Gentilezza è un tratto esteriore nato, tuttavia, da un atteggiamento del cuore”. [iii]

È dagli anni ’70 che continua a sfuggirmi il nesso tra svolgere servizio nelle forze armate e ‘lavorare insieme per il sostegno della pace’, che considero invece una sorta di anacoluto logico. Questo stridente accostamento mi risulta quasi blasfemo se è pronunciato da chi predica la fratellanza e l’amore per i nemici e proclama un vangelo in base al quale sono beati i miti e gli operatori di pace. Un’omelia sulla ‘gentilezza’ e contro la ‘aggressività’ dei nostri tempi ad un uditorio di ufficiali – italiani o stranieri, cattolici o di altra confessione che siano – mi risulta perfino disturbante, poiché non capisco come tale ‘atteggiamento del cuore’ possa conciliarsi con un’attività incentrata sull’utilizzo di armi, convenzionali e non, che puntano all’annientamento del nemico di turno.

È come dire: sì, spendiamo 70 milioni di euro al giorno per ‘difenderci’ da minacce inesistenti; siamo i noni esportatori di armi al mondo, alimentando senza tanti scrupoli anche guerre in atto; accettiamo supinamente l’occupazione militare di larga parte del nostro territorio, rinunciando ad esercitare la nostra sovranità; custodiamo 70 bombe atomiche altrui, in barba ai trattati internazionali; utilizziamo soldati in uniforme di combattimento anche per presidiare strade e discariche…però siamo tanto ‘gentili’ e ci adoperiamo per un mondo di pace…

Chi desideri leggere il testo integrale della meditazione dell’arcivescovo-generale Marcianò su questo inedito “ecumenismo in divisa” può trovarlo su Famiglia Cristiana dove, fra l’altro, potrà trovare queste profonde riflessioni:

«Lo specifico dell’impegno dei militari si pone proprio qui, nel dovere di porsi al servizio della giustizia e della libertà di un popolo, nella difesa della sicurezza e della dignità della vita. L’annuncio del Vangelo richiede per noi cappellani il sapere richiamare a questa vocazione specifica i nostri militari. […] E mi rendo conto di quanto sia necessario offrire a Dio noi stessi proprio come militari, offrire insieme lo sforzo dell’ecumenismo e della comunione, perché Egli usi tutto come arma per affermare la giustizia nel mondo […] I militari insegnano a noi questa fraternità con il loro vivere quotidiano; a nostra volta abbiamo la responsabilità di saperla annunciare in nome di Cristo nostro Unico Signore e Salvatore».[iv]

La ‘gentilezza’ (col mitra in mano) non è una virtù

Confesso che mi era capitato raramente d’imbattermi in affermazioni come queste, secondo le quali il compito dei militari sarebbe servire la giustizia, la libertà, la sicurezza e la dignità di un popolo, dandogli così un luminoso esempio di fraternità. Peccato che l’Eminenza Reverendissima si sia dimenticato di citare la principale ‘virtù’ per un cappellano militare, quella obbedienza nei confronti della quale 55 anni fa don Lorenzo Milani espresse la sua dura contestazione, schierandosi al fianco degli obiettori di coscienza che proprio i religiosi con le stellette avevano insultato e deriso, assai poco gentilmente.

«Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni […] una guerra di evidente aggressione, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari? Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte? Se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. […] Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità…». [v]

Certo, da allora è passato oltre mezzo secolo, ma quelle parole conservano tutto il loro significato e valore anche oggi. Direi anzi soprattutto oggi, visto che in Italia dal 2005 il servizio militare obbligatorio è stato sospeso (non abolito, come comunemente si crede…), [vi]  eliminando così la stessa obiezione di coscienza, archiviata dopo 33 anni di esperienze di servizio civile ‘alternativo’.  Molti percepirono quel provvedimento come una liberazione, ma è abbastanza evidente che si è trattato del primo passo verso un esercito professionale, che ha però conservato i suoi ‘angeli custodi’ con croce e stellette.

Mons. Marcianò ha esaltato fraternità comunione e gentilezza come se si trattasse di valori intrinseci alla vita militare, pregando poi non solo coi nostri cappellani militari di Campania e Basilicata, ma anche con quelli – cattolici, protestanti e ortodossi – operanti presso il Comando della U.S. Navy di Napoli-Capodichino e quello N.A.T.O di Giugliano-Lago Patria. Ma non è affatto chiaro come questo inneggiare all’unità’, all’ecumenismo ed alla gentilezza possa conciliarsi col fatto che da quelle basi e comandi strategici non solo partono gli ordini per operazioni di controllo e ricognizione, ma si dà anche il via a veri e propri attacchi armati, aerei e navali, verso paesi considerati ‘nemici’. Per non parlare poi delle ‘missioni’ di stampo terroristico, destinate ad ammazzare leader ostili insieme con i civili coinvolti negli attentati, come è recentemente successo a Baghdad nell’eliminazione del generale iraniano Soleimani, col rischio d’innescare una nuova, gravissima, guerra.

Certo, ci fa piacere che – citando le parole del colonnello Ferramondo, comandante dell’Aeroporto Militare di Capodichino – “…l’incontro del 23 gennaio, tappa finale di un percorso iniziato più di un anno fa attraverso una serie di incontri periodici tra i cappellani, abbia contribuito alla conoscenza reciproca allo scopo di rendere più efficace tutto quello che si fa assieme, perché animati dagli stessi sentimenti nei confronti di un unico Dio. [vii]  Però ci sembra che sia legittimo chiedergli perché quegli stessi lodevoli sentimenti non siano rivolti anche verso altri soldati (e sempre più spesso contro popolazioni inermi), percepite solo come obiettivi da centrare e colpire con bombe e lanci di missili.

Catene di unità di fede o catene di comando?

 Nell’articolo citato si riferisce che: “al termine della riflessione, tutti i cappellani hanno portato in processione una catena quale segno di unità; elemento che debba unire tutti in un cammino di misericordia, pace e giustizia…” [viii]  Le immagini a corredo ci mostrano infatti pastori protestanti, sacerdoti cattolici e imbarazzati ufficiali italiani e stranieri avvinti da una catena che li unisce. Davvero commovente… Peccato che ci sono popoli che quelle catene – vere, non simboliche – le sopportano tutti i giorni, a causa di feroci dittature militari, intolleranti regimi teocratici ed arroganti governi la cui religiosità sembrerebbe ispirata da un vendicativo e geloso “Dio degli eserciti”.

Per rendere ‘pia’ quella strana celebrazione in uniformi e clergyman, del resto, non potevano bastare né le letture sacre né che una brava soprano abbia intonato “Avinu malkeinu”, che non è la versione ebraica del “Padre nostro” cristiano, bensì una preghiera simile, che gli Ebrei recitano in occasione del Rosh ha Shanah (Capodanno) e dello Yom Kippur). Pregare non significa ripetere ritualmente formule vuote, ma rinnovare la fedeltà al messaggio che il Signore ha voluto inviarci e, per i Cristiani, anche incarnare.  Se confrontiamo i testi delle due preghiere [ix], effettivamente quello “Avinu” iniziale potremmo tradurlo con “Padre nostro”, ma dobbiamo anche tenere presente che nel primo caso la prima persona plurale dell’aggettivo possessivo si riferiva al “popolo eletto”, mentre l’invocazione insegnataci da Gesù abbraccia l’intera umanità. Piuttosto, quello che dotti e pii cappellani militari dovrebbero sapere, ma di cui mostrano di non rendersi conto, è quanto ambedue le preghiere risultino stonate in quel contesto militare. Nella loro bella orazione, infatti, gli Ebrei invocano Dio dicendo: “…aiutaci a porre fine a pestilenza, guerra e carestia, perché tutto l’odio e l’oppressione spariranno dalla terra”, ma tale auspicio si concilia molto male col sostegno ad un complesso militare-industriale che quelle guerre pestilenze e carestie le causa e le perpetua. Quando i Cristiani recitano la loro preghiera, chiedono a Dio Padre di rimettere i loro debiti/colpe specificando però: “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” (“κα φες μν τ φειλήματα μν ς κα μες φίεμεν τος φειλέταις μν” – Mt. 6:12). Ma anche in questo caso non si capisce che cosa c’entrino la misericordia divina e la compassione umana col mestiere di coloro i quali (al netto di tutte le diatribe teologiche sulla c.d. ‘guerra giusta’) addestrano ad uccidere distruggere ed annientare i ‘nemici’, magari nel modo più efficiente e scientifico.

Una nota a parte riguarda il fatto che a quella strana celebrazione ecumenica abbiano partecipato non solo i vertici regionali delle quattro forze armate italiane (Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri), ma anche quelli della Guardia di Finanza (corpo parzialmente militarizzato) e della Polizia di Stato (che invece è del tutto a ordinamento civile). Al di là dell’ecumenismo interforze, infatti, mi sembra di scorgere anche in questo coinvolgimento delle forze di polizia giudiziaria l’ennesimo tentativo di militarizzare il concetto stesso di ‘sicurezza’, confondendo la ‘stella’ degli sceriffi con le ‘stellette’ di chi per mestiere fa la guerra.

Certo, per uno come me che ha fatto obiezione di coscienza nel 1972 è triste dover assistere, quasi mezzo secolo dopo, a nuove esibizioni di religiosità viziate da uno stridente spirito militarista. Ecco perché non dobbiamo stancarci di ripetere ai giovani con don Milani della ‘lettera i giudici’, che: “…l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.

Come giustamente affermava alcuni anni fa Antonino Drago in un’intervista:

«Con la loro propaganda per la “pace armata”, i militari soffocano ogni pensiero alternativo sul tipo di difesa della pace; e i cappellani militari (che sono incardinati nelle FF.AA. come ufficiali) formano una loro diocesi indipendente e hanno un loro seminario. Così la guerra è tornata a essere giustificata, in Italia come anche a livello mondiale».[x] Ma Cristo, Principe della Pace (Is. 9:5), non può essere ridotto al ruolo di luogotenente del veterotestamentario “Adonai Shebaoth” e dunque è necessario che chi sceglie la nonviolenza – cristiana prima ancora che gandhiana – si dissoci pubblicamente da ogni forma di riabilitazione della guerra e di chi la prepara ed attua, tanto più se viene spacciata come…incontro ecumenico.


Note

[i] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Ordinariato_militare_per_l%27Italia#Composizione_e_uso_delle_uniformi_ordinaria_e_di_servizio_per_i_cappellani_militari    

[ii]   Eleonora Davide, “Incontro ecumenico all’Aeroporto di Capodichino. Intervista al soprano Paola Francesca Natale” (27.01.2020), wwwitalia > http://www.wwwitalia.eu/web/incontro-ecumenico-allaeroporto-di-capodichino-intervista-al-soprano-paola-francesca-natale/   

[iii]   Ibidem

[iv]   “Ecumenismo in divisa: ‘Dalla gentilezza nascono la giustizia e l’amore’ “ (23.01.2020), Famiglia Cristiana > https://www.famigliacristiana.it/articolo/settimana-di-preghiera-per-l-unita-dei-cristiani-dalla-gentilezza-nascono-la-giustizia-e-lamore.aspx

[v]   Don Lorenzo Milani, Lettera ai cappellani militari che hanno sottoscritto il comunicato dell’11 febbraio 1965 > https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_d.htm   

[vi]   Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Servizio_militare_di_leva_in_Italia#La_riduzione_della_ferma,_l’arruolamento_femminile_volontario_e_la_sospensione_del_2005

[vii] E. Davide, “Incontro ecumenico…” cit.

[viii] Ibidem

[ix] Orazio Leotta, “Avinu Malkeinu”, (16.09.2012),  Girodivite > http://www.girodivite.it/Avinu-Malkeinu.html

[x]  Vedi: http://serenoregis.org/2012/07/19/nonviolenza-come-politica-di-fede-antonino-drago/ (2012)

Educazione alla guerra? No, grazie!

Visita alla J.F.C. Naples delle SS.M.SS. “Don S. Vitale” di Giugliano e “M: Beneventano” di Ottaviano
Credit: https://jfcnaples.nato.int/newsroom/news/2019/students-and-teachers-from-middle-schools-got-a-taste-of-nato-life

Continua a dare frutti la ‘strategia dell’attenzione’ dei militari del Comando NATO di Lago Patria (Giugliano in Campania-NA) nei confronti delle strutture educative del territorio. Il Joint Forces Command (il cui ambito d’intervento riguarda l’intero bacino del Mediterraneo, dalla penisola iberica all’Africa ed ai Balcani) esercita infatti un’indubbia attrattiva, grazie alle sue avveniristiche (e costosissime) strutture multipiano integrate da bunker sotterranei, inaugurate nel 2004 non lontano dall’antica Liternum, dove si ritirò il celebre generale Scipione l’Africano.

Con una certa regolarità, infatti, scuole della zona e dell’intera area metropolitana, continuano a portare le loro classi in visita a questa pur segretissima struttura operativa di guerra, presentata però nella sua veste accattivante, per impressionare gli studenti con l’avanzata tecnologia e col sorriso compiaciuto di chi accoglie i visitatori locali come se li ospitasse a casa sua. Tali ‘visite d’istruzione’, pur sollecitate dal Comando J.F.C., fanno comunque parte d’un più generale processo di militarizzazione delle scuole italiane, delle università e del mondo della ricerca. Una strategia che va avanti già da molti anni, assecondata da governi di opposta tendenza ma uniti dall’indiscussa devozione e/o soggezione verso la casta militare ed i suoi assai poco virtuosi interessi.

Quando non sono bersaglieri, carabinieri ed altri corpi scelti ad entrare in pompa magna nelle nostre scuole per portarvi il loro discutibile contributo formativo, ecco che sono dirigenti scolastici e zelanti docenti a portare le loro scolaresche in visita a caserme, aeroporti, accademie militari o, come in questo caso, addirittura a comandi operativi dell’Alleanza Atlantica. Onestamente sfugge quale competenza o conoscenza si propongano di sviluppare nei ragazzi queste ‘visite’, ma è evidente che l’indiretta promotion delle forze armate e della cultura militarista è diventata sempre più frequente e…invadente. L’accento di chi illustra tali indiscutibili strutture di guerra tende ovviamente a spostarsi sulla loro funzione ‘civile’ e ‘solidarista’, ma spesso si è trattato anche di vere e proprie ‘iniziazioni’ alla vita militare ed al suo rude e bellicoso fascino.

Nel caso dei giovani visitatori del Comando NATO di Lago Patria si punta solitamente sulle sue tecnologiche attrezzature informatiche, sulle sale multimediali e sugli altri gadget che hanno trasformato la guerra che l’Italia ripudia in una specie di grande wargame. Di recente anche gli alunni/e della scuola media giulianese ‘Don Salvatore Vitale’ e della ‘Beneventano’ di Ottaviano hanno fruito di questa bizzarra ‘offerta formativa’, nel corso della visita fatta al J.F.C. lo scorso 3 dicembre. Immagini e commenti relativi alla trasferta erano apparsi online su www.puntomagazine.it, ma, ritornando al link dell’articolo, la cronaca risultava poi stranamente scomparsa. Ritegno? Autocensura? Probabilmente si preferisce evitare di suscitare polemiche su questo genere d’iniziative. In ogni caso, grazie ad una ricerca sul sito web del J.F.C. Naples, è stato possibile reperire l’articolo in inglese, curato dal solerte ufficio Public Affairs,guidato da Diana Sodano, per ammirarne la sottile retorica propagandistica. (https://jfcnaples.nato.int/newsroom/news/2019/students-and-teachers-from-middle-schools-got-a-taste-of-nato-life ). 

(vedi sopra)

L’incontro dei 100 ragazzi con lo stato maggiore del più importante comando ‘alleato’ dell’Europa sud-orientale, come si nota dalle fotografie, ne ha calamitato l’attenzione, forse già opportunamente  ‘stimolata’ dai compiaciuti docenti che li accompagnavano. Non si spiegherebbe altrimenti che una tredicenne giulianese abbia rilasciato ai microfoni quest’entusiastica dichiarazione:

Grazie alla visita ho imparato un sacco sulla NATO. Ad esempio, ho capito che la NATO non è uno strumento di guerra ma, al contrario, che la missione della NATO e di relazionarsi con gli altri stati per mantenere la pace e la sicurezza”.

Oppure che un dodicenne della scuola di Ottaviano abbia commentato: “Sono stupito vedendo tante differenti nazionalità nel Quartier generale, tutta questa gente da così tanti paesi che lavora insieme. […] Prima di venire qui, mi aspettavo un maggior numero di soldati in armi e veicoli blindati, ma mi sbagliavo”.

Lo stesso servizio propaganda della J.F.C. non avrebbe saputo fare di meglio… Il titolo apposto all’articolo (“Studenti ed insegnanti delle scuole medie ‘assaggiano’ la vita della NATO”) è un altro significativo esempio di come il sistema militare intenda intervenire sui giovani, offrendo loro ‘assaggi’ a premio (tipo la c.d. “mini-naja” di 6 mesi, che frutterà 12 crediti formativi)così da attrarli e ‘fidelizzarli’ verso le forze armate e sue le ‘opportunità’ lavorative.

A questo progressivo brainwash guerrafondaio, però, da alcuni anni docenti e studenti si stanno ribellando, come nel noto caso di alcune classi di un liceo veneziano, che hanno fatto obiezione ad una manifestazione paramilitare, organizzata a scuola per il 4 novembre. In tutta Italia si sta quindi diffondendo un vivace movimento di opposizione all’incalzante militarizzazione della scuola e della formazione universitaria e stanno circolando appelli e documenti contro tale pericoloso fenomeno.  Anche a Napoli si registra la convergenza operativa di varie realtà antimilitariste, pacifiste e nonviolente, per denunciare tale fenomeno e ribadire che “la scuola ripudia la guerra”, ragion per cui insegnanti e studenti non intendono rassegnarsi a quest’assurda deriva guerrafondaia.

© 2020 Ermete Ferraro

Divagazioni sul numero 20

Ci siamo arrivati. Allo scatenarsi dei fuochi d’artificio ed al saltellare allegro dei tappi di spumante è entrato trionfalmente il 2020. Non solo il nuovo anno – ché ogni anno è nuovo quando inizia… – ma quello che si presenta con un aspetto più regolare, grazie alla ripetizione di quel numero 20 che non passa certo inosservata.  Ad uno come me non può non suggerire l’associazione mentale col c.d. Piano 20-20-20, sintesi delle misure previste dal Protocollo di Kyoto, recepite nella Direttiva 2009/29/CE che entrò in vigore nel giugno 2009, con validità dal gennaio 2013 fino al 2020. Probabilmente molti se lo saranno dimenticato, ma allora si prevedeva di ridurre le emissioni di gas serra del 20 %, di alzare al 20 % la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e di portare al 20 % il risparmio energetico: il tutto entro il 2020. Già, si prevedeva… Ora che al 2020 siamo arrivati non dovrebbe sfuggirci quanto quelle previsioni – peraltro non certo radicali – siano lontanissime dall’essersi avverate, con conseguenze di cui solo i ciechi e gli stolti possono non rendersi conto.

Ma torniamo al nostro numero ‘speciale’. Eggià, perché – dopo una rapida incursione in Internet – ho scoperto che si tratta di un numero dalle molteplici – anche se comprensibilmente poco conosciute – qualità. Oltre ad essere pari (e fin qui ci eravamo arrivati tutti), le sue proprietà matematiche sono – scusate il bisticcio-  davvero … numerose. Si tratta infatti di un numero abbondante (cioè minore della somma dei suoi divisori interi); semiperfetto (in quanto è la somma di alcuni suoi elementi: 10 + 5 + 4 + 1 =20) ; risulta dalla somma di due quadrati, 20 = 22 + 42; è un componente delle c.d. terne pitagoriche (12, 16, 20), (15, 20, 25), (20, 21, 29), (20, 48, 52), (20, 99, 101); è un numero pratico (poiché tutti gli interi da 1 a 19 possono essere scritti come somma dei suoi divisori); è congruente (essendo un numero naturale che rappresenta l’area di un triangolo rettangolo che ha per lati tre numeri razionali) e, infine, è addirittura uno dei numeri malvagi (e qui non chiedetemi una spiegazione, perché sarebbe superiore alle mie modestissime competenze in ambito matematico).

Messa da parte la matematica, mi sono quindi brevemente addentrato nel mondo misteriosofico delle varie interpretazioni ‘numerologiche’. Ho appreso, in questo caso, che la sequenza due e zero rinvierebbe all’insieme delle caratteristiche di ciascuna cifra: la prima indicante la dualità, l’armonia e l’equilibrio e la seconda Dio e l’universo, con effetto moltiplicante del secondo sul primo simbolo. Ne deriva dunque un forte valore ‘relazionale’, sebbene interpretazioni diverse conferiscano invece al numero venti una carica irrazionale, rinviando agli aspetti più oscuri dell’animo umano, fra i quali il sospetto e la malizia. Nella Smorfia napolitana il significato più noto è quello della “festa” ma, anche in questo caso, non si fa in tempo a rallegrarsi per questa piacevole scoperta che vi compaiono altri significati associati, meno positivamente univoci, come ad es.: le montagne, la brace, la colomba, il coniglio, la pulizia, il tovagliolo e perfino…la reliquia. É pur vero che tra la popolare Cabala partenopea e la dotta Qabalah ebraica c’è una bella differenza di profondità. In questa seconda chiave interpretativa, infatti, 20 in ebraico corrisponde, secondo la ghematria, alla lettera kaf (כ); si scrive עשרים  (essrìm) e la somma delle lettere che formano questa parola è uguale a 620, che a sua volta corrisponde allo stesso valore numerico della parola della prima sephirot: כתר (che appunto si legge keter, comincia col kaf e significa appunto ‘corona’, cui peraltro rinvia la forma del grafema).

A questo punto forse è meglio se torno nel mio campo di più stretta competenza, cioè all’ambito linguistico, per dare risposta alla domanda, solo apparentemente banale: ma perché il numero 20 si chiama ‘venti’? Qual è l’etimologia di questa parola e che rapporto ha con altre lingue? Ebbene, mentre parecchi già sanno che l’italiano venti (così come il francese vingt, lo spagnolo veinte, il portoghese vinte ed il provenzale e catalano vint) derivano tutti dal latino viginti, il greco eícosi, l’inglese twenty o il tedesco zwanzig sembrerebbero avere altra origine. Invece esiste una latente base comune per tutte queste forme, derivante dal loro substrato indoeuropeo. ‘Venti’, infatti, non indica altro che due volte dieci, per cui il capostipite comune di tutte queste forme è il termine sanscrito DVI (due) unito a DAÇATI (dieci) contratto in DAÇI, con interposta una N eufonica. Ecco che tutto parte dall’indoeuropeo *DVINÇATI, giungendo fino a noi nelle varie forme citate, sia neolatine sia di ceppo greco e germanico. L’unica lingua che ha conservato l’impronta originaria è douăzeci in rumeno che, pur appartenendo al ceppo neolatino, mostra con trasparenza maggiore la sua etimologia.

Bene. Adesso che sappiamo tutto o quasi sul numero 20, che l’anno appena entrato ci presenta addirittura raddoppiato (ma si sa, a Capodanno si beve un po’ troppo…), la smetto di fantasticare tra le nuvole delle elucubrazioni e torno purtroppo coi piedi per terra, continuando comunque…a dare i numeri.

  • I primi pesanti dati sulle vittime dei botti di questo Capodanno, ad esempio, ci informano che si contano 1 morto e 500 feriti, di cui 44 gravi. Tra i feriti i minori di 12 anni sono 68 e 59 quelli tra i 12 e i 18 anni (fonte: RAI Televideo).  
  • Un altro dato, molto più allarmante, è che in aggiunta alle 70 bombe atomiche americane già presenti in Italia, presso la base di Ghedi (BS) – come si sapeva peraltro già dal 2014 (fonte: Espresso-la Repubblica) – è probabile che gli USA trasferiscano dalla Turchia nella stessa base italiana ben altre 50 testate nucleari (fonte: Contropiano e il manifesto). 
  • Per quanto riguarda il magico piano 20-20-20 citato prima, invece, il documento United in Science indica che: “… nel 2018 sono state emesse 37mila tonnellate di anidride carbonica, una cifra da record. La concentrazione di questo gas ha raggiunto le 407,8 ppm. I dati preliminari raccolti nel 2019 suggeriscono che i livelli potrebbero raggiungere e superare le 410 ppm entro la fine dell’anno […] il gruppo inter-governativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Ipcc) indica che già tra undici anni rischiamo di varcare la soglia limite di 1,5 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali, scatenando una “catastrofe globale”. (fonte: internazionale.it)
  • L’Agenzia giornalistica Italia (AGI) ci fa sapere che: “Secondo la più recente nota trimestrale dell’Istat, pubblicata il 18 dicembre e relativa al terzo quarto del 2019 (luglio-settembre di quest’anno), il tasso di disoccupazione a livello nazionale (età 15-64 anni) è pari al 9,8 per cento e corrisponde a più di due milioni e mezzo di residenti in Italia che cercano un lavoro ma non lo trovano”.
  • Nell’Unione Europea – secondo una ricerca di Feantsa e della Fondazione Abbé Pierre – almeno 700 mila uomini e donne dormono ogni notte per strada o in rifugi d’emergenza ogni notte. Si stima che il numero dei senzatetto, negli ultimi 10 anni, sia aumentato addirittura del 70 per cento.

Potrei continuare ancora per molto, ma non me la sento di mandare per traverso a qualcuno il cotechino con le lenticchie o i cannelloni col ragù. Certo è che con i numeri bisogna andarci piano e, soprattutto, imparare a leggerli più in profondità e meno come se fossero semplici ed insignificanti cifre. Non voglio farla troppo  lunga e perciò concludo con una significativa citazione: alcuni brani dal celebre “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”, scritto da Giacomo Leopardi nel 1832.

«…Passeggere: A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore: Io? non saprei.

Passeggere: Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Venditore: No in verità, illustrissimo.

Passeggere: E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore: Cotesto si sa.

Passeggere: Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore: Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere: Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore: Cotesto non vorrei. […]

Passeggere: Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore: Appunto.

Passeggere: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura…».

Io però al caso non ci credo e invece sono convinto che dipende molto da noi rendere la vita migliore e soprattutto che quella passata, che già conosciamo, dovrebbe renderci capaci di dare un senso diverso a quella futura. Mi permetto dunque di modificare il finale scritto da Leopardi, concludendo così:

«Coll’anno nuovo, ognuno di noi s’impegnerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore: Speriamo…»

Babbo Natale…a 12 stellette

Santa Claus a cavallo di un missile?

A Natale, si sa, sono tutti più buoni e si scambiano auguri di pace. Il 6 dicembre, poi, si festeggia san Nicola, nato a Patara di Licia (Turchia) 270 anni dopo Cristo e morto nel 343 a Myra (Turchia), di cui era stato proclamato vescovo. Chi è che non conosce questo grande santo di cui tantissimi portano il nome, venerato in particolare a Bari ma caro a milioni di cattolici ed ortodossi? In effetti, quello che si ricorda senz’altro di più è la sua mutazione genetica mercantile, che ha trasformato il barbuto episcopo bizantino, protettore dei bambini, nel nordico, panciuto, rossovestito e ridanciano Santa Claus, il Babbo Natale dispensatore di doni. Eppure nel clima pacioso ed i cori natalizi si è inserita una nota stonata. Proprio il 6 dicembre, infatti, il Parlamento Europeo ha riservato ai Napolitani un dono molto meno piacevole, avendo organizzato presso il simbolo stesso della città, l’angioino Castel Nuovo, una pomposa manifestazione dal titolo: “Stati generali dello Spazio, della Difesa e della Sicurezza: le prossime sfide per l’industria europea”. [i]  Il titolo dell’evento era già un programma. Si trattava infatti di un segnale rivolto non solo al poco pacifico complesso militare-industriale – che distribuisce ovunque morte e devastazioni – ma anche ai titubanti partners europei, spingendo per un’alleanza militare sempre più stretta, ma per nulla alternativa alla NATO, i cui 70 anni d’altronde erano stati retoricamente festeggiati a Londra solo tre giorni prima.

«Politica, industria e forze armate riunite a Napoli […] Un appuntamento che ha permesso di fare il punto sulla strada da percorrere per rafforzare le capacità e il ruolo dell’Italia in questi settori. All’evento […] hanno preso parte, tra gli altri, il Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, i Ministri dell’Istruzione, Università e Ricerca, Lorenzo Fioramonti, e delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli. Presenti, inoltre, il Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento UE, Antonio Tajani, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, il Sottosegretario di Stato alla Difesa, Giulio Calvisi, il Vice Sindaco di Napoli, Enrico Panini e il Presidente dell’AIAD, Guido Crosetto». [ii]

Altro che Santa Claus col pesante sacco dei regali sulle spalle! Al Maschio Angioino sono arrivati nientemeno che i vertici del Parlamento Europeo, insieme con tre ministri e due sottosegretari del Governo nazionale, che l’Amministrazione di quella Napoli, dichiarata statutariamente ‘Città di Pace’ (eppure in trepidante attesa di ospitare la Scuola Militare Europea a Pizzofalcone) ha accolto con grande soddisfazione. L’autorevole delegazione politica era in compagnia degli industriali consorziati nell’AIAD (Federazione delle Aziende italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) [iii]  il cui presidente è Guido Crosetto (già sottosegretario alla difesa nel governo Berlusconi IV e cofondatore di Fratelli d’Italia) e godeva della sponsorizzazione dell’Agenzia Spaziale europea e dell’Agenzia Spaziale italiana. Dulcis in fundo, era presente anche il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’U.E., che non ha svolto un intervento ma non ha mancato di rilasciare dichiarazioni ai media, ribadendo che:

«Una difesa unica…è assolutamente vitale per gli interessi della Unione Europea, per gli interessi dell’Europa, anche per gli interessi della NATO […] (esiste una) cooperazione vitale tra la NATO e l’Unione Europea, che su dimensioni diverse garantiscono la sicurezza. E se l’U.E. vuole una strategia autonoma è anche per sostenere la NATO…». [iv]

Un’autonomia (strategica) differenziata?

Enrico Panini, l’emiliano Vicesindaco di Napoli, non si è voluto limitare ad un rituale indirizzo di benvenuto, a nome del Sindaco di una “città felice e orgogliosa di ospitarli”, per cui ha dichiarato:

«…si è trattato di un evento straordinario [perché] l’Europa deve unire le forze per far fronte alle sfide che ha davanti, anche in termini di autonomia strategica. L’Europa deve rafforzare una propria indipendenza in tecnologie strategiche per la difesa e la sicurezza e una capacità autonoma nel settore dello spazio, collocandosi nel più ampio contesto transatlantico e nel futuro partenariato con il Regno Unito». [v]

Nel suo equilibrismo politichese è risultato un po’ ambiguo l’intervento del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini (già portavoce e vicesegretario del PD ed ex presidente del COPASIR, l’organo di controllo sui servizi segreti) per il quale:

«…un “Paese importante …che intende giocare un ruolo…protagonista” non può fare a meno di perseguire “…un continuo adeguamento e ammodernamento dello strumento militare […] Va detto al Paese che non siamo chiamati a immaginare una crescita nel settore della difesa perché costretti da accordi internazionali ma perché muove una esigenza di carattere nazionale. […] Dobbiamo dirlo chiaramente, abbiamo fissato come obiettivo il raggiungimento della media dei paesi europei alleati. Un paese serio si mette in cammino per far sì che ci sia una gradualità di crescita di risorse in questo settore». [vi]

A questo punto un dubbio nasce spontaneo: vogliamo diventare ‘protagonisti’ della difesa, per decidere autonomamente, o dobbiamo adeguarci, anche se gradualmente, all’imposizione di chi pretende un aumento delle spese militari almeno al 2% del PIL? Guerini sposa la linea secondo la quale una difesa unita europea servirebbe a sostenere l’Alleanza Atlantica. Una specie di autonomia differenziata giallo-rosa in salsa grigioverde?

Del resto, il proverbio “Franza o Spagna, purché se magna” – attribuito al fiorentino Francesco Guicciardini – sembrerebbe andare a genio ai nostri top managers del settore cyber-aero-spaziale, preoccupati unicamente di aumentare le commesse grazie a pretese minacce alla ‘sicurezza’ ed al generale clima di guerra che sempre più si respira. Il vero scopo della sceneggiata napolitana promossa dalla U.E., del resto, era proprio quello di rassicurarli che tutto sta andando proprio come essi auspicano, e che quindi il loro micidiale core business è garantito.

«Le industrie hanno mostrato di essere già pronte ad una comune politica europea nella difesa e nella sicurezza – ha proclamato Franco Benigni, a.d. di Elettronica[…] da realizzarsi nel pieno rispetto del sistema di alleanze multilaterali transatlantiche e mirato al raggiungimento di una leadership europea nel complesso delle tecnologie digitali. Perché questo avvenga la collaborazione industriale dovrà agganciare l’evoluzione politica della Difesa europea». [vii]   Sulla stessa lunghezza d’onda anche Alessandro Profumo, già banchiere ed ora a.d. di Leonardo Aerospace, Defence and Security:

«I fondi della Difesa saranno dedicati alla ricerca e allo sviluppo di capacità. Laddove dovesse esserci un taglio, si taglierà la capacità del nostro Paese a stare al passo col mondo. Non si intacca il profilo nazionale ma la capacità nel nostro insieme di mantenere il passo dei grandi competitori nel mondo […] La domanda che come Europa dobbiamo porci è se vogliamo o no avere un’indipendenza strategica. L’ Europa deve essere inserita nel quadro del sistema Nato. Non siamo competitivi ma cooperativi rispetto alla Nato, ma avere capacità’ autonome rimane estremamente importante». [viii]

‘Star Wars’…a dodici stelle?

Al coro dell’ambiguo doppiogiochismo militare-industriale si è aggiunto Giulio Saccoccia, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, il quale ha sottolineato che va potenziato il ruolo “fondamentale di indipendenza strategica” assunto dell’Europa:

«Oggi parliamo di UE, di quello che in maniera complementare e sinergica può fare nel settore spazio e sono decisioni che prendiamo come un continente forte, un insieme di nazioni che vogliono avere una strategia indipendente da altri, ma anche di supporto alla strategia globale spaziale […] Nell’ambito dello spazio l’Italia ha un ruolo importantissimo in Europa, è uno dei pochi Paesi al mondo che opera in tutta la filiera, dall’accesso allo spazio al trasporto spaziale, con tutte le sue applicazioni, come l’osservazione della Terra, le telecomunicazioni, la navigazione e l’esplorazione». [ix]

Ancora una volta si parla di una strategia che mirerebbe al raggiungimento della indipendenza, senza però svincolarsi dal ruolo di ‘supporto’ a quella ‘globale’ ed inoltre prefigurando implicitamente scenari che – vista la sede in cui sono fatte certe affermazioni – non riguardano solo innocue esplorazioni dello spazio, bensì evocano inquietanti scenari da guerre stellari reaganiane.

In questo quadro generale così poco rassicurante c’è da chiedersi anche quale fosse il senso della presenza agli Stati Generali di Difesa Sicurezza e Spazio di due ministri apparentemente fuori contesto, come il titolare del MIUR, Lorenzo Fioramonti, e quella delle Infrastrutture e Trasporti, la democrat Paola De Micheli.  Quest’ultima, nel suo intervento, ha elegantemente glissato sulla parola-chiave ‘difesa’, soffermandosi sull’importanza della ricerca spaziale per motivi ambientali, la cyber-sicurezza e perfino al…turismo spaziale.

«Su questo tema il Mit trasmette un forte impulso, anche in termini di designazione delle priorità, così come per l’accesso allo spazio, da perseguire in forma più autonoma ancorché nel contesto della collaborazione europea e quindi in modo da realizzare i piani governativi relativamente agli spazioporti e ai voli suborbitali”. Non servirà solo al turismo spaziale (settore comunque di interesse), ma anche per rilevantissime attività di ricerca e di formazione. «L’accesso autonomo allo Spazio da parte dell’Italia […] sarà una delle priorità del dicastero, in collaborazione con la Difesa e l’ASI”.[x]

Del ministro Lorenzo Fioramonti non sono rintracciabili dichiarazioni ufficiali, ma la sua presenza – ufficialmente ascrivibile alla ‘R’ di ‘ricerca ‘ nell’acronimo del suo dicastero – sembra alludere al sempre più invadente ruolo che la ‘difesa’ sta giocando in Italia nell’ambito della pubblica istruzione. La crescente ed ingombrante presenza dei militari nelle scuole e di intere classi scolastiche in visita a basi, poligoni ed altre amene strutture del genere, infatti, è un preoccupante segnale della diffusione della propaganda e della retorica guerrafondaia fra i giovani italiani, ma anche di un’insinuante quanto opportunistica promozione, specie al Sud, di attività occupazionali legate alla c.d. ‘difesa’ e alla ricerca per scopi militari.

Insomma, la nostra Napoli – Città di Pace – avrebbe fatto volentieri a meno di questa trionfalistica kermesse, che ha testimoniato il sempre maggiore legame fra politica, industria e forze armate. E la sua Amministrazione, bifronte come Giano, avrebbe fatto bene a non dare un’altra prova di ambiguità politica, strizzando l’occhio ora al movimento pacifista, ora alla ‘bastardata’ della Scuola Militare Europea a Pizzofalcone.[xi]


[i] V. articolo su Napoli Today >https://www.napolitoday.it/eventi/stati-generali-spazio-sicurezza-difesa-napoli-6-dicembre-2019.html

[ii] V. réportage su Analisi Difesa > https://www.analisidifesa.it/2019/12/riuniti-a-napoli-gli-stati-generali-di-difesa-sicurezza-e-spazio/?fbclid=IwAR1meAycr54n18qGUw4AW02vr0CnRIY-Qt5QOx1BtAmH8eyi00igl43V7Go

[iii] Cfr. sito web AIAD > http://www.aiad.it/it/aiad_vertice.wp

[iv] Intervista a cura di Vista > https://youtu.be/SuPfyX51JsY

[v] https://www.facebook.com/search/top/?q=enrico%20panini%20vicesindaco&epa=SEARCH_BOX

[vi] V. art. cit. su Analisi Difesa

[vii] Ibidem

[viii] Ibidem

[ix]  Ibidem

[x] L. Romano, “Così l’Italia punta in alto…”, (6.12.19) Formiche > https://formiche.net/2019/12/infrastrutture-spazio-italia-paola-de-micheli/

[xi] Cfr. A. Di Costanzo, “Napoli, scuola militare nella caserma Bixio: i pacifisti attaccano de Magistris” (23.1.19), la Repubblica –Napoli > https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/01/23/news/napoli_scuola_militare_nella_caserma_bixio_i_pacifisti_attaccano_de_magistris-217228391/

Disarmiamo la nostra scuola.

L’avanzata della ‘cultura militare’

Molti speravano che il nuovo anno scolastico – iniziato poco dopo l’esordio del governo Conte II – avrebbe mostrato segnali di discontinuità rispetto alla crescente invadenza dei militari nei confronti della pubblica istruzione. Si trattava solo d’un auspicio, poiché il nuovo alleato del M5S è il PD, che quel processo aveva contribuito a promuovere, spalleggiando le pretese autonomistiche dell’ultra-regionalismo lombardoveneto-romagnolo, che ha nel controllo dell’educazione uno dei punti di forza. È bastato l’approssimarsi della fatidica ricorrenza del 4 novembre – giornata dell’unità nazionale e delle forze armate – perché quella speranza si rivelasse poco fondata. È stata sufficiente la mancata partecipazione di alcune classi di un liceo veneziano alle iniziative patriottico-militaresche, prima imposte ma poi solo proposte dal suo dirigente, perché si sollevasse un’ondata di polemiche, proteste sdegnate e perfino interrogazioni parlamentari. Particolare virulenza ha avuto la reazione indispettita e minacciosa dell’assessore regionale veneta all’Istruzione Elena Donazzan, che nella sua biografia cita Tolkien ed Almirante e ama farsi ritrarre affiancata da alpini ed ufficiali vari [i] e che è giunta a dichiarare:

«…questi docenti non meritano d’insegnare in una scuola italiana! Il loro atteggiamento è sovversivo: contestare la presenza delle Forze Armate ad un’iniziativa sul 4 novembre significa disobbedire alle leggi e mancare di rispetto a chi indossa la divisa. Chiederò un’ispezione a questo istituto, perché la scuola non può essere utilizzata per dar voce a propagande ideologiche». [ii]

A fare propaganda ideologica nella scuola, evidentemente, basta e avanza la sempre più folta truppa di esponenti delle forze armate che in ogni occasione si propongono a bambini ragazzi ed adolescenti sia dentro le aule, sia mediante ‘visite’ a caserme, navi, accademie militari, poligoni e stand opportunamente allestiti nelle piazze.  Tre anni fa osservavo che un insidioso aspetto della c.d. buona scuola renziana era l’introduzione nel percorso educativo del modello militare – che peraltro già governi precedenti avevano cercato d’inserire – promovendo la ‘cultura’ militare all’interno della programmazione didattica.

«…nel 2014 questo processo è culminato nel Protocollo d’Intesa sottoscritto da MIUR e Min. Difesa, nel quale si sancisce il discutibile principio secondo il quale nella scuola c’è bisogno di attivare: “…un focus sulla funzione centrale che la ‘Cultura della Difesa’ ha svolto, e continua a svolgere, a favore della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese”, per cui si propone la: “…ricerca [di] soluzioni comunicative interattive espressamente rivolte alle nuove generazioni, per affermare la conoscenza e il ruolo della Difesa al servizio della collettività e divulgare le opportunità professionali e di studio riservate alle fasce giovanili di riferimento”. La rinnovata intesa tra “libro e moschetto” – paradossalmente presentata come attuazione dei principi costituzionali e di quelli ispiratori dell’ONU – ha ufficializzato una collaborazione ‘formativa’ interministeriale, sulle cui motivazioni mi sembra giusto ed opportuno interrogarsi». [iii]

A distanza di cinque anni dalla sua sottoscrizione, il protocollo firmato dalle bellicose ministre Giannini e Pinotti si direbbe tutt’altro che sorpassato. Negli istituti scolastici della Repubblica che “ripudia la guerra” continuano infatti ad aggirarsi sempre più personaggi in divisa, per illustrare il “ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita, sociale, economica e democratica del Paese”, come recitava la circolare applicativa, esaltando così la funzione di quegli eccezionali promotori dei valori costituzionali…

E le scuole stanno a guardare…le stellette

A forza di indossare le ‘mimetiche’, i militari tentano di mimetizzarsi nei vari ambienti nei quali vengono proposti in funzione di formatori. Ecco allora che spuntano un po’ dovunque, ora per insegnare la sicurezza stradale, ora per promuovere la protezione dell’ambiente, ma anche per parlare esplicitamente di difesa nazionale e perfino di nuovi ritrovati tecnologici in funzione di quelli che vengono presentati come wargames piùche come strumenti di guerra. Centinaia di migliaia di studenti, di ogni ordine e grado, sono stati coinvolti in dibattiti, visite guidate ad installazioni militari, simulazioni di volo e perfino esercitazioni di tiro. Purtroppo le voci di dissenso sono state finora sporadiche, spesso tacitate dalla retorica patriottica di gran parte dei media, tanto che la recente ‘obiezione’ di docenti e discenti del liceo veneziano ha suscitato un vespaio, mentre da parte del Governo non si è registrata una presa di distanza verso la grottesca accusa di ‘sovversione’, scagliata nei loro confronti da esponenti della destra veneta e nazionale.

La pesante coperta grigioverde che sta calando sulla scuola dovrebbe indurci a reagire a questa strisciante pubblicizzazione del mondo militare, di cui ovviamente si esaltano gli aspetti ‘eroici’ di tipo civile, sorvolando invece sul ruolo che 6000 soldati italiani svolgono in giro per il mondo, nelle sedicenti “missioni di pace”. Come osserva Matteo Saudino:

«Sempre più, negli ultimi anni, infatti, la scuola ha aperto le sue porte a uomini e donne delle forze armate, i quali via via hanno iniziato a propagandare una immagine del soldato e della carriera militare in cui sono del tutto scomparse la guerra, la morte, la violenza, le spese per le armi e le alleanze politiche con stati che si macchiano di crimini e violazione dei diritti umani. Tale mistificazione della realtà ha raggiunto l’apice con le celebrazioni della vittoria di Vittorio Veneto e della fine della prima guerra mondiale».[iv]

Dalle ‘visite didattiche’ a porti aeroporti e poligoni alle conferenze sulle nuove tecnologie per il controllo delle informazioni, il repertorio proposto a scuole ed università è molto ampio. In più, si presenta ai giovani – che sempre più vedono profilarsi davanti a sé lo spettro della disoccupazione – con allettanti richiami di tipo professionale, veicolati da alcuni progetti di “alternanza scuola-lavoro”.  Ma ormai molti docenti e studenti non ci stanno e, a Venezia come in tante altre città d’Italia, rifiutano di accettare passivamente questo subdolo indottrinamento, contrabbandato paradossalmente come formazione didattica alla “cittadinanza e costituzione”.

«Intanto, proprio a Venezia ha preso avvio la campagna “Per una scuola libera da guerre e militarismi” voluta da un gruppo di associazioni che, partendo dal capoluogo veneto, intendono portare il messaggio a livello nazionale. Il gruppo ha steso una sorta di manifesto con le sei regole da applicare per quei docenti che non vogliono militari a contatto con dei ragazzi. Nel documento, che anticipa le regole con cui “escludere dall’offerta formativa ogni attività” in cui sia previsto l’incontro con i militari, si parla di scuole sempre più “militarizzate a causa dell’aumento di eventi che coinvolgono membri delle forze armate e realtà promotrici della carriera militare in Italia e all’estero”.[v]

Del resto risale al 2013 la campagna “Scuole smilitarizzate”, lanciata da Pax Christi Italia con l’efficace slogan “La scuola ripudia la guerra”, per opporsi a tale invasione e per promuovere l’alternativa dell’educazione alla pace e alla nonviolenza. A distanza di sei anni sembra giunto il momento di rilanciarla, coordinando gli sforzi in tale direzione, a partire da sempre più efficaci ed incisivi interventi di controinformazione.

Una campagna per smilitarizzare le scuole

Nel testo della presentazione della campagna troviamo queste parole:

«I giovani di Pax Christi ritengono sia urgente riaffermare che la scuola deve educare alla nonviolenza e alla pace come espressione di quella cittadinanza attiva sempre presente nelle indicazioni ministeriali, per formare costruttori di pace, tessitori di dialogo e di relazioni tra i popoli, nella ricerca di risoluzioni autenticamente pacifiche dei conflitti. Al contrario, quando nella realtà formativa dei ragazzi entrano le attività promozionali dell’Esercito italiano, della Marina militare e dell’Aeronautica militare, si promuove un militarismo che educa all’arte della guerra piuttosto che alla costruzione della pace con mezzi pacifici e attraverso il rispetto per l’altro. […] Per questo i giovani di Pax Christi Italia propongono la Campagna Scuole Smilitarizzate ai docenti e agli studenti delle scuole superiori, affinché, senza aggiungere un altro progetto didattico, siano provocati ad evidenziare la dimensione dell’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti». [vi]

Non si può che condividere questi propositi, soprattutto alla luce di quanto è successo a Venezia e dei palesi segnali di continuità fra l’attuale governo e quelli che l’hanno preceduto, soprattutto tenendo conto della preoccupante ondata di nazionalismo e neo-fascismo che si sta diffondendo in Italia, come anche in Europa ed a livello ancor più ampio. È chiaro che una campagna nonviolenta non punta a rifiutare i militari in quanto persone, ma piuttosto ad obiettare alla cultura militarista e bellicista che in ogni modo cercano di propagandare nelle nostre scuole. Alle comunità scolastiche, pertanto, si chiede in primo luogo di adottare risoluzioni collegiali che esprimano adesione allo specifico ‘manifesto’ [vii], non solo escludendo iniziative – dentro e fuori gli istituti – che siano promosse dalle forze armate, ma impegnandosi anche a promuovere una cultura di pace e la conoscenza delle tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti. Non va sottovalutato inoltre l’impatto dei progetti scolastici che prevedano un partenariato con strutture militari e/o aziende che si occupino di produzione di armamenti ed altri strumenti di tipo bellico, in quanto, soprattutto nelle regioni meridionali, fatalmente attraggono il consenso dei tanti giovani che sono preoccupati per il loro futuro lavorativo.

«Dobbiamo difendere il sistema scolastico italiano dall’ingerenza di un sistema militare-industriale che è lo stesso che alimenta la “guerra mondiale a pezzi” denunciata dal Papa e che minaccia la stessa convivenza civile e democratica. Ci siamo purtroppo già abituanti ai soldati in mimetica e mitra fuori ai tribunali ed alle autoblindo nelle piazze […]. Il rischio è che ora ci abituiamo passivamente anche alla presenza di militari in uniforme nelle scuole ed a bambini in grembiule nelle caserme…» arrivato il momento di reagire e di contrapporre valori alternativi…». [viii]

Al di là delle petizioni lanciate recentemente per esprimere solidarietà ai docenti e studenti veneziani, bisogna puntare alla creazione d’una rete nazionale d’insegnanti ‘obiettori’, per rilanciare la campagna già esistente e per diffonderla in tutte le regioni. Il MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione) [ix] sta infatti realizzando un’intesa in tal senso con Pax Christi Italia, ma è auspicabile che il progetto di smilitarizzazione della scuola sia sostenuto anche da altri soggetti da coinvolgere, come organizzazioni studentesche, sindacati della scuola e movimenti giovanili.  Altrimenti ci toccherà rassegnarci al fatto che ad insegnare cittadinanza e costituzione siano sempre più spesso – e paradossalmente – soggetti in uniforme e tanto di ‘stellette’…

Strategie comuni dei militari in Europa

Nel Regno Unito, il governo ha speso “… oltre 45 milioni di sterline in progetti che si occupano di ‘ethos militare’ nelle scuole inglesi […] Essi sono rivolti spesso a giovani ‘disimpegnati’ nelle scuole delle aree più povere…” [x]

La stessa strategia è messa in atto anche dal gigantesco apparato militare degli USA, che molto più esplicitamente punta al reclutamento di giovani nelle forze armate:

«Secondo i dati del Comando per il Reclutamento dell’Esercito degli S.U., ottenuti grazie alla richiesta degli autori sulla base della Legge sulla Libertà d’Informazione, mentre le scuole superiori nei distretti scolastici suburbani benestanti limitano generalmente le visite dei reclutatori solo a due o tre visite all’anno, in alcune comunità urbane a basso reddito i militari sono presenti nel campus due o tre volte alla settimana…» [xi]

Nel precedente articolo avevo rilevato come in alcune scuole medie della Federazione Russa si sia giunti all’addestramento paramilitare [xii], ma è innegabile che l’ondata grigioverde abbia raggiunto anche le scuole francesi, dove già aleggiava uno stile formativo nazionalistico, come ci conferma un impegnato blogger ecopacifista di quel Paese.

«E così, ugualmente, ci sono dei protocolli Esercito-Istruzione che hanno come obiettivo promuovere ‘l’educazione alla difesa’ all’interno della scuola […] “Per il suo promotore, Charles Hernu, non solo i giovani dovevano arrivare all’esercito ‘preparati dalla scuola’, ma la scuola doveva essere il luogo di uno ‘spirito di difesa’ largamente condiviso, mirante a promuovere le rappresentazioni militari sul mondo e sulla società. È proprio questa concezione globalizzante e totalitaria che è esposta dall’ultimo protocollo, in data 20 maggio 2016, che include esplicitamente nell’educazione alla difesa (e dunque nei programmi scolastici e negli esami ufficiali) “l’insieme del campo della difesa militare e della sicurezza nazionale…» [xiii]

Insomma, per mutuare un vecchio proverbio, potremmo dire: paese d’Europa che vai, militarizzazione della scuola che trovi… Basta infatti una ricerca in Internet per vedere come pure gli studenti belgi si preparino ad addestrarsi alla difesa armata già dal 5° e 6° anno della scuola secondaria [xiv], o come nella RFT la mai sopita tradizione militarista stia contagiando le scuole tedesche, scambiate per piazze di reclutamento.

«Ciò si riflette anche nell’approccio della Bundeswehr tedesca. Come scrive Michael Schulze von Glaßer in Broken Rifle n. 88: “Se i giovani non potessero essere persuasi a prendere l’arma con le proprie mani, dovrebbero almeno essere convinti del significato degli interventi militari: la leadership militare e il governo vogliono che il Bundeswehr diventi un attore globale e cerchi una base politica stabile a lungo termine nella popolazione. […] E il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg (CSU) sa dove trovare i giovani: “La scuola è il posto giusto dove raggiungere i giovani“…» [xv]

Ecco perché dobbiamo quanto prima unificare le forze disponibili, per contrastare questo sconcertante fenomeno. A livello internazionale esistono già molte organizzazioni operanti in tal senso, dalle statunitensi Veterans for Peace [xvi]e National Network Opposing the Militarization of Youth [xvii] alla britannica Peace Pledge Union [xviii]edalla spagnola Alternativa Antimilitarista-MOC  [xix], giungendo poi alle reti internazionali come la War Resister’s Int’l [xx].

Educazione e militarizzazione sono concetti antitetici, per cui un’educazione civica svolta dai militari è un autentico ossimoro. È il momento di fare obiezione e di voltare decisamente pagina.


Note

[i] V. il sito web dell’Assessore Donazzan: http://www.donazzan.it/

[ii]  Cfr. gli articoli: https://www.nextquotidiano.it/elena-donazzan-contro-i-docenti-sovversivi-che-non-vogliono-i-militari-a-scuola/?fbclid=IwAR2mgPKoDrdUnQQOarNfpWNF2qB738wUOUCptstm9unjx8rq8kQPfOgDyRk  e https://corrieredelveneto.corriere.it/venezia-mestre/cronaca/19_ottobre_29/quattro-novembre-venezia-professori-studenti-non-incontrano-militari-4336329e-fa61-11e9-b1d3-8ef4db66594d.shtml?refresh_ce-cp 

[iii] Ermete Ferraro, “Ma che bellica scuola!” (12.03.2016), Ermetespeacebook > https://ermetespeacebook.blog/2016/12/03/ma-che-bellica-scuola/

[iv] Matteo Saudino,” Il quattro novembre a scuola” (03.11.2019), Comune.info > https://comune-info.net/il-4-novembre-a-scuola/ -vedi anche l’articolo di Antonio Mazzeo “Che nelle scuole si torni a disobbedire ad ogni guerra” > https://www.scomunicando.it/notizie/antonio-mazzeo-che-nelle-scuole-si-torni-a-disobbedire-ad-ogni-guerra/

[v] Alex Corlazzoli, “Venezia, prof e studenti boicottano incontro con Forze Armate al liceo…” (31.10.2019), Il Fatto Quotidiano > https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/30/venezia-prof-e-studenti-boicottano-incontro-con-forze-armate-al-liceo-assessore-regionale-docenti-sovversivi-come-allepoca-delle-br/5541115/

[vi] Pax Christi Italia, Presentazione del progetto ‘Campagna Scuole Smilitarizzate’ (26.04.2013) >http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/1_Presentazione-Campagna-Scuole-Smilitarizzate1.pdf

[vii]  Vedi: http://www.paxchristi.it/wp-content/uploads/2013/04/3_Manifesto-di-una-Scuola-Smilitarizzata1.pdf

[viii]  Ferraro, “Ma che bellica scuola!”, cit.

[ix]  Vedi: https://www.miritalia.org/

[x]  Peace Pledge Union, Militarism in schools > https://www.ppu.org.uk/militarism/militarism-schools  (trad. mia) ) – Vedi anche: https://www.independent.co.uk/news/education/education-news/underage-soldiers-in-britain-the-militarisation-of-schools-in-the-uk-a7529881.html

[xi]  S. Kershner & S. Harding, “Militarism goes to school “(25.07.2019), Critical Military Studies – Vol. 5, 2019, issue 3 > https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/23337486.2019.1634321?scroll=top&needAccess=truetrad   (trad. mia). Molto interessante è anche il saggio: Galavitz B., Palafox J., Meiners E., Quinn Th., “The Militarization and Privatization of Public Schools”, Berkeley Review of Education, 2 (1), 2011

[xii]  Cfr. Simon Shuster, “Inside Russia’s Military Training Schools for Teens”, TIME (Oct.19,2016) > http://time.com/4516808/inside-russias-military-training-schools-for-teens/

[xiii] Alain Refalo, “La militarization de l’école est en marche” (28.11.2018), Blog d’Alain Refalo > https://alainrefalo.blog/2018/11/28/la-militarisation-du-systeme-educatif-est-en-marche/  Vedi anche il suo libro “Hierarchie et désobeissence à l’ecole” (2018): https://alainrefalo.files.wordpress.com/2019/08/hic3a9rachie-et-dc3a9sobc3a9issance-c3a0-lc3a9cole.pdf

[xiv]  Claire Sadzot et Catherine Vanzeveren, “Bientôt une option ‘préparation militaire’en 5e et 6e secondaire”,  (29.07.2019), RTL Info >  https://www.rtl.be/info/belgique/societe/armee-ecole-option-5e-6e-secondaire-1144830.aspx (trad. mia)

[xv]  Andreas Speck, “Gegen die Militarisierung der Jugend” (30.05.2012), War Resister’s International > https://wri-irg.org/en/story/2012/countering-militarisation-youth-0?language=de (trad. mia)

[xvi] https://educationnotmilitarization.org/

[xvii] https://nnomy.org/en/content_page/item/653-the-militarization-of-american-public-schools.html

[xviii] https://www.ppu.org.uk/everyday-militarism

[xix] https://www.antimilitaristas.org/Insumissia-somos-asi-que-le-vamos-a-hacer.html

[xx]  https://wri-irg.org/en

© 2019 Ermete Ferraro

Per un ‘Solar New Deal’

Alleanza stato-mercato per scongiurare la catastrofe?

Ho letto con interesse e soddisfazione su la Repubblica i due articoli in cui il noto studioso statunitense Jeremy Rifkin ha sintetizzato per il quotidiano il messaggio del suo ultimo libro. [i]  Esso già nel titolo risulta suggestivo, in quanto contrappone alla “civiltà dei combustibili fossili” un modello economico e sociale profondamente alternativo. L’espressione inglese adoperata – “green new deal” – evoca i ricordi di quello roosveltiano e rinvia ad una svolta radicale, che nasca però da una sorta di ‘patto’ o ‘accordo’ fra più parti. Nello specifico, l’ecopacifista Rifkin fa ricorso alla sua formazione di economista per ipotizzare un’alleanza stato-mercato stimolata da quest’ultimo, più adattabile e sensibile degli stessi governi ad un quadro globale in cui si ricavano sempre meno utili dalle fonti energetiche tradizionali, mentre ne appaiono evidenti le criticità, suscitando l’opposizione di un’opinione pubblica sempre più allarmata.

La soddisfazione, nel mio caso, deriva dal fatto che la visione strategica di Rifkin risente non solo della sua impronta radicalmente ambientalista, ma appunto anche di quella impostazione ecopacifista ed ecosociale che personalmente condivido. La questione. infatti, non è solo come fronteggiare il drammatico approssimarsi di ciò che egli chiama “la sesta estinzione di massa per uomini ed animali[ii] , ma mobilitarsi per dar vita ad una ben diversa prospettiva, che il nostro Antonio D’Acunto molti anni fa aveva felicemente chiamato “Civiltà del Sole”. In questa espressione era racchiusa la visione di un futuro non solo più rassicurante per l’umanità, ma anche improntato a valori davvero alternativi. Un punto fondamentale riguarda l’intenzione di connettere l’evoluzione tecnologica e le scelte ecologiche con un modello decentrato e comunitario di società, caratterizzato da una dimensione territoriale localista ma al tempo stesso capace d’interconnessione e di scambio. Uscire dalla solita logica antropocentrica – che purtroppo vizia parte dell’ambientalismo dopo aver alimentato la prospettiva di uno sviluppo illimitato e di una tecnologia onnipotente – richiede una visione integrata e globale e un’apertura ad una profonda rivoluzione del modello di sviluppo e degli stili di vita attuali. Forse è vero che, come sottolinea Rifkin:

«Il mercato detta legge e i governi di tutto il mondo dovranno adattarsi rapidamente se vogliono sopravvivere e prosperare. L’Italia e il mondo hanno bisogno di una nuova visione economica per passare da una civiltà fossile agonizzante alla nascente civiltà verde». [iii] 

Ritengo però illusorio sperare che un simile passaggio possa essere determinato soltanto dall’allarme per i cambiamenti climatici, dalla convenienza economica delle fonti energetiche rinnovabili e dall’opportunismo dei politici che fiutano il vento. Una vera ‘civiltà verde’ non può e non deve ridursi all’ennesimo trasformismo di chi finga gattopardesco di cambiare tutto per non cambiare niente, ma richiede scelte impegnative ed una inedita centralità delle comunità locali, finora espropriate dalla pianificazione del proprio futuro, come sottolineava Antonio D’Acunto.

«Il potere politico, se costretto a mediare fra economia ed ecologia, risolve la questione con la ‘sostenibilità’: una bella parola che piace a tutti. Centrale è perciò oggi la discussione sulla sostenibilità, sulla complessità ma soprattutto sull’ambiguità ed anche insignificanza di tale termine […] Ma lo sviluppo sostenibile così definito è realmente sostenibile o è la formulazione pseudo-ecologista di continuità dell’attuale modello economico, produttivo, di sfruttamento della natura e dell’uomo, dominante nel mondo?». [iv] 

Il nocciolo del problema, allora, è se questo epocale cambiamento avverrà fatalmente, per l’intrecciarsi d’interessi economici ed ecologici, o se occorrerà continuare a lottare, in nome di valori profondamente alternativi al profitto economico ed al controllo politico.

La terza ‘rivoluzione industriale’ dell’energia rinnovabile digitalizzata?

Rifkin coglie sicuramente la tendenza già presente ad orientare lo sviluppo tecnologico verso una profonda trasformazione delle pratiche energetiche, congiunta ad una modalità comunicativa sempre più digitalizzata ed a nuove sperimentazioni di una ‘economia circolare’. Al tempo stesso ne rileva saggiamente anche i punti di debolezza, poiché quella stessa informatizzazione della società comporta “rischi e sfide”, verso i quali sarà necessario esercitare un “vigile controllo normativo a livello locale e nazionale”. [v]  Mi sembra comunque che prevalga un quasi fideistico entusiasmo nei confronti d’un processo che, messo in moto dal progresso tecnologico e sollecitato dal crescente allarme per i pericoli di un modello energetico insostenibile, energivoro ed iniquo, potrebbe però non risultare così lineare ed inevitabile come prospettato da Rifkin.

«Ora siamo agli albori di una terza rivoluzione industriale in cui una Internet della comunicazione digitale a banda larga sta convergendo con una Internet dell’energia rinnovabile digitalizzata, e una Internet della mobilità elettrica e a idrogeno, alimentate da energia verde, in una vera e propria piattaforma Internet delle Cose (IdC), integrata nel patrimonio edilizio commerciale, residenziale e industriale a emissioni zero. Tutti gli edifici stanno diventando altrettanti nodi di una rete intelligente resiliente e a emissioni zero, incorporati in una matrice IdC, per un’Italia verde e smart e non saranno più spazi passivi e isolati ma diventeranno soggetti attivi di condivisione di energie rinnovabili, efficienza energetica, mobilità elettrica e una vasta gamma di altre attività economiche […] con un balzo in avanti verso l’economia circolare a zero emissioni, ecologicamente sostenibile e altamente resiliente della terza rivoluzione industriale». [vi]

Ovviamente ci auguriamo di poter presto vedere decisi ed attuati provvedimenti che rendano l’Italia “verde e smart”.  Resta però difficile credere che, dopo secoli di cieca fiducia in un progresso unidirezionale, capace di sanare ogni ferita e di superare ogni limite, i vari decisori si convertano ad una prospettiva socioeconomica che coniughi la lotta a sprechi, inefficienza ed accentramento col perseguimento di un’autentica ‘sostenibilità’ ecologica e del protagonismo dei soggetti attivi. Rifkin ipotizza che tale “audace piano economico per salvare la Terra”, sostenuto dalle stesse logiche del mercato, stimoli e coinvolga i vari governi centrali, in quanto finanziatori di una trasformazione che vedrebbe sempre più fondamentale il ruolo delle regioni e delle comunità locali. Suona però come un paradosso, come quello che attribuisce ai governi nazionali una cooperazione con ‘banche verdi’, allo scopo di disincentivare finanziariamente le fonti fossili e d’incentivare quelle rinnovabili. La preoccupante involuzione politica degli USA ed il proliferare di focolari di conflitto, anche armato, connessi al controllo delle risorse energetiche tradizionali (petrolio e gas) purtroppo non fanno sperare in una rapida ‘conversione’ di un sistema che ha ancora troppi interessi da difendere, ed in cui il mondo della finanza non sembra finora esercitare un positivo impulso in tale direzione. Per citare D’Acunto:

«Arrestare i cambiamenti climatici è l’imperativo categorico che si pone oggi l’umanità  [ma] occorre cambiare radicalmente il modello dominante di sviluppo, di economia, di cultura, di società e di organizzazione del potere». [vii]

“Società di servizio energetico” volano di uno sviluppo alternativo?

Da buon eco-economista, d’altronde, Jeremy Rifkin non si affida solo all’ottimistica speranza nel buon senso di politici e finanziatori. Per attuare quella rivoluzione verde, egli infatti fa riferimento anche ad uno strumento concreto per cambiare le cose.

«Vi è… un percorso alternativo che consentirebbe alle partnership tra pubblico e privato per il Green New Deal di prosperare, e annovera già venticinque anni di successi. Il modello di business è la “società di servizi energetici” (ESCO). È un approccio radicalmente nuovo alla conduzione degli affari che si basa su ciò che viene chiamato “contratto di prestazione” per garantire profitti ed è un metodo commerciale che non viene naturale in una logica capitalistica, che rappresenta un vero e proprio ribaltamento delle logiche di mercati basati sulla dicotomia venditore/acquirente, uno dei principi fondamentali alla base del capitalismo».[viii]

Fatto sta che questo nuovo tipo di business è virtuoso proprio perché non connaturato con la logica del capitalismo, in quanto ne sconvolge la sostanziale contrapposizione tra chi vende e chi compra. Non a caso questa inversione di tendenza era prospettata da chi ha ipotizzato una svolta radicale come la ‘Civiltà del Sole’, nella consapevolezza che si tratta di demolire una delle basi che sostengono il modello capitalistico di sviluppo.

«Per la sua intrinseca essenza, il rapporto del capitalismo con la natura e le sue risorse non può che essere di uso privatistico, fino all’aggressivo sfruttamento, finalizzato al profitto e alla crescita del capitale. La natura di fondo di tale rapporto non è affatto cambiata oggi e tocca beni essenziali, patrimonio inalienabile della collettività, quali il mare i litorali, l’acqua e financo lo spazio fisico in cui ci si muove, cioè l’etere!». [ix]

Non è quindi semplice né scontato riuscire a superare la logica accentratrice, privatistica e predatoria del nostro attuale sistema economico, sia pure in presenza di una palese crisi del vecchio modello energetico e di una maggiore consapevolezza dei danni irreversibili che sta procurando all’umanità ed alla biosfera. È pur vero, d’altronde, che la sensazione che un cambiamento sia ineluttabile potrà certamente dare una mano a chi da decenni si batte per uno sviluppo alternativo. Lo stesso Rifkin sa bene che questo stimolo non basta.

«Ma la “mano invisibile” da sola non ci guiderà nell’Era della Resilienza. Costruire una nuova civiltà ecologica dalle ceneri della civiltà dei fossili richiederà uno sforzo collettivo che deve riunire governo, economia e società civile con un mix di capitali pubblici, di mercato e sociali, per realizzare rapidamente l’infrastruttura della terza rivoluzione industriale a zero emissioni e portare l’umanità in un’era sostenibile». [x]

Risorse energetiche diffuse e pulite come ‘bene comune’ .

Le caratteristiche del modello energetico dominante sono tre: accentramento delle risorse e della rete distributiva, sfruttamento dei giacimenti fossili già disponibili o assicurabili anche a costo di conflitti armati, privatizzazione di tali risorse, controllate da un numero ristretto di multinazionali e, in quanto strategiche, protette dal complesso militare-industriale. Invertire la rotta significa uscire dal circolo vizioso d’una ‘crescita’ illimitata disponendo di risorse energetiche limitate, sfruttate irresponsabilmente, accaparrate imperialisticamente e distribuite capitalisticamente. Cambiare rotta, quindi, significa non soltanto fronteggiare la gravissima emergenza ambientale che minaccia l’intera umanità e lo stesso Pianeta, ma anche fare di questa crisi un’opportunità per aprire un nuovo capitolo nell’evoluzione del rapporto uomo-ambiente. Scriveva Antonio D’Acunto quasi dieci anni fa:

«È…l’ora di un’epocale, radicale inversione del sistema di produzione dell’energia, del suo modello e delle sue fonti […] la transizione al solare…è la sola strada per invertire il surriscaldamento del Pianeta, per attivare un percorso di pace e di solidarietà tra gli uomini e di salvaguardia della biodiversità, per realizzare un’economia e una qualità della vita  e del lavoro fondate sulla disponibilità di energia a inquinamento zero e gratuita, per un tempo tanto lungo quanto è la vita stessa del sole». [xi]

Sono elementi riscontrabili anche nel “Green New Deal” proposto da Rifkin, che oltre ad una netta riconversione delle fonti energetiche tradizionali a quelle rinnovabili, prevede una modalità alternativa di produzione e distribuzione dell’energia, in particolare elettrica, grazie ad un ‘network’ che unisca nuove tecnologie ad una visione interattiva, in cui gli utenti diventino anche produttori. Quella “rete elettrica intelligente”, gestita digitalmente, potrà favorire una sorta di democrazia energetica, che è uno dei cardini della “Civiltà del Sole”.  

«Ogni tetto solare, turbina eolica, edificio nodale di Internet of Things, data center periferico, batteria di accumulo, stazione di ricarica, veicolo elettrico, etc. è anche un elemento dell’infrastruttura. A differenza delle infrastrutture della prima e seconda rivoluzione industriale, ingombranti, verticistiche, statiche e non interattive, l’infrastruttura distribuita della Terza Rivoluzione Industriale è, per sua stessa natura, fluida e aperta, e ottiene economie di scala in modo non centralizzato permettendo…a milioni di cittadini di condividere dati, energia, mobilità elettrica, sorveglianza, notizie, conoscenza e intrattenimento, in una “sharing economy” nascente». [xii]

Una rivoluzione ‘verde’ non riguarda solo la compatibilità ecologica delle scelte energetiche ma deve prevedere anche una modalità dinamica, decentrata ed interattiva di produzione/distribuzione di quell’energia da cui, a sua volta, dipende il modello di sviluppo perseguito. Come abbiamo sempre ribadito noi della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità [xiii], questa nuova prospettiva non si limita alla scelta di fonti energetiche pulite e rinnovabili, ma comporta il passaggio dalla concentrazione alla capillare diffusione di centri di produzione energetica. Ciò significa passare da uno sviluppo accentrato ed energivoro al risparmio energetico e ad un’ottimizzazione delle risorse e dello spazio fisico, usando razionalmente acque e suolo, nel rispetto della biodiversità.  Altri punti del ‘decalogo’ della RCCCSB prevedono poi che si passi progressivamente:

«Dal consumismo alla capacità rigenerativa della materia, alla sinergia ed alla simbiosi; dalla produzione come sfruttamento ad un’economia ecologica, equa e solidale; dalla dipendenza economica ed energetica ad una rete comune di scambio reciproco; dal ricatto dei potentati finanziari e militari all’autonomia di un’economia decentrata; dall’omologazione e dalla monocultura alla civiltà del sole e della biodiversità». [xiv]

Chi frena il cambiamento del modello di sviluppo?

Tale processo, ripeto, non è semplice né scontato. Le resistenze del sistema di potere e le incertezze del mondo imprenditoriale frenano la realizzazione d’una società in cui prevalga una logica comunitaria, essendo riferita a comunità capaci di autogestirsi ed ispirata dai principi di condivisione e di equità sociale. rinunciare al controllo delle risorse energetiche infliggerebbe un durissimo colpo al sistema capitalista, alla fitta rete d’interessi che esso comporta ed al complesso militare-industriale che strenuamente li difende. Il quadro geopolitico attuale non induce a grandi speranze e mostra invece preoccupanti tendenze autoritarie, centralistiche ed ispirate da rozzi criteri mercantili. Il primo passaggio verso una società decentrata ed autogestionaria sarebbe il trasferimento di competenze dallo Stato alle Regioni. Ma da noi il regionalismo o non è stato realizzato, oppure ha assunto le allarmanti connotazioni di un secessionismo egoistico ed arrogante. Anche il contrasto alla globalizzazione ha talvolta generato esiti politici deteriori, come un populismo ed un sovranismo marcatamente destrorsi. Più che sulle regioni – per qualcuno detentrici di un’autonomia non meno centralistica di quella degli stati – bisognerebbe puntare sulla dimensione comunale, per valorizzare le risorse territoriali e rendere ogni comunità locale quanto più autosufficiente è possibile, ma non per questo chiusa ed incapace di condivisione e scambio con le altre.

«Il passaggio dalla globalizzazione alla glocalizzazione sta trasferendo la responsabilità per il funzionamento dell’economia e gli affari dallo stato nazionale alle regioni. “Regional power” sarà il grido di battaglia nell’era glocal. Ogni regione e comune in Italia, e in ogni località in tutto il mondo, può essere relativamente autosufficiente nella sua generazione di energia verde e capacità di resilienza. Il sole splende ovunque e il vento soffia ovunque…». [xv]

Il “glocalismo” – oltre ad agevolare lo sviluppo di soluzioni energetiche rispondenti a veri bisogni energetici e non controllate da lobbies multinazionali – sarebbe un efficace antidoto al crescente controllo militare del territorio, disincentivando logiche imperialiste e belliciste. Anche su questo aspetto mi sembra evidente la consonanza della proposta di Rifkin con la prospettiva ecopacifista che, purtroppo, spesso non è presa in considerazione sia dal movimento ambientalista ufficiale, sia nelle recenti mobilitazioni giovanili che denunciano l’insufficienza delle azioni di contrasto ai cambiamenti climatici. 

«La glocalizzazione comporta anche un cambio di paradigma dalla “Geopolitica” – e la conseguente massiccia operazione di militarizzazione delle attività energetiche che è stata la cifra dell’economia basata sulle risorse fossili in un mondo diviso dai confini nazionali – a quella “Politica della Biosfera” comportante la condivisione di energia rinnovabile in una “civiltà ecologica” che i confini non li crea ma anzi li abolisce…». [xvi]

Green Power come alternativa globale e non solo ecologica.

Non è un caso che, in lingua inglese, la parola “power” si possa tradurre sia con “energia”, sia con “potere”.  Dal modello energetico adottato dipende infatti quello economico e politico, come dimostrano le grandi rivoluzioni del passato, da sempre legate ad un nuovo modo di produrre e distribuire energia. Per citare D’Acunto:

«Il sole richiama…una fondamentale rottura, un’inversione radicale rispetto al percorso energetico dell’umanità…; passare dalla concentrazione di potenza alla diffusione capillare dei centri di produzione. La rivoluzione necessaria sta nella filosofia che lo spazio, la superficie del Pianeta, è la fonte fondamentale dell’energia per l’umanità. […] Poiché in un sistema di tipo solare non sono concepibili isole di potenza, il sistema delle grandi linee di trasmissione non avrebbe più ragione di esistere: con l’equivalente della superficie compromessa dalle sole grandi linee di trasmissione si produrrebbe, con un sistema solare, tutta l’energia necessaria all’Italia di oggi!» [xvii]

Tutto ciò comporta la mobilitazione dei soggetti, delle comunità, degli scienziati, delle realtà imprenditoriali e di tutti coloro che possono realizzare una transizione niente affatto semplice e, per di più, che va attuata in un lasso di tempo limitato. La ‘Civiltà del Sole’ non è una mera utopia da contrapporre alle distopie di una ‘crescita’ antiecologica, iniqua, energivora e foriera di catastrofi prossime venture. Si tratta di una prospettiva da coltivare, diffondere ed applicare qui e ora, sperimentando tecnologie innovative e nuove modalità di programmazione produzione e distribuzione dell’energia, non solo elettrica. La situazione attuale in Italia però è meno rosea (o meglio, ‘verde’…) di quanto vorrebbero farci credere. Nel 2018, riferiscono i media, la produzione da fonti rinnovabili è cresciuta quasi di un decimo, raggiungendo il 35%. Ma quel 9,8% di aumento delle fonti rinnovabili è un dato che va ulteriormente analizzato, visto che ciò è avvenuto grazie al contributo dell’idroelettrico, mentre l’apporto del ‘solare’ non supera il 6%. Anzi, la percentuale di fotovoltaico ed eolico insieme sarebbe addirittura calata dell’1,4% rispetto al 2017. Facciamo attenzione soprattutto al fatto che quel già gracile 6% del ‘solare’ si riferisce comunque alla sola produzione di energia elettrica, che a sua volta rappresenta solo il 40% circa del totale dell’energia prodotta. La rivoluzione ‘solare’, quindi, da noi partirebbe da una striminzita quota che non supera il 2,4% dell’ammontare energetico italiano. Questo non c’impedisce di continuare a batterci per un cambiamento ormai indispensabile, avviando fin da subito una vera transizione, senza se e senza ma. Per citare ancora Rifkin:

«L’infrastruttura della Terza Rivoluzione Industriale può probabilmente essere costruita in meno di venti anni, una sola generazione, approfittando delle infrastrutture delle due rivoluzioni industriali che l’hanno preceduta e che sono ancora parzialmente in atto, per accelerare la transizione […] Il ‘Green New Deal’ è il primo appello a un nuovo tipo di movimento politico tra pari e alla governance comune che può autorizzare intere comunità a prendere direttamente il controllo del proprio futuro in un momento molto oscuro della storia della vita sulla Terra». [xviii]

La ‘Civiltà del Sole’ va esattamente nella stessa direzione e richiede da tutti noi – ciascuno al proprio livello – un impegno coerente e concreto per erodere le basi violente e predatorie di uno sviluppo senza limiti né remore, e per costruire insieme una società alternativa, rispettosa degli equilibri ecologici ma anche più giusta pacifica e solidale.


Note

[i] Jeremy Rifkin, Un green new deal globale – Il crollo della civiltà del combustibili fossili entro il 2028  e l’audace piano economico per salvare la terra, Milano, Mondadori 2019 > https://www.ibs.it/green-new-deal-globale-crollo-libro-jeremy-rifkin/e/9788804717409

[ii] Jeremy Rifkin , “Il grande cambiamento, il Green New Deal per l’Italia” (parte prima)”, la Repubblica, 14.10.2019 > https://www.repubblica.it/economia/2019/10/14/news/rifkin_per_un_italia_verde_e_smart_serve_l_alleanza_stato-mercato_prima_parte-238562037/

[iii] Ibidem

[iv] Antonio D’Acunto, Alla ricerca di un nuovo umanesimo – Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli, ediz. La Città del Sole, 2015, p.240 (il saggio è del 2014). Vedi anche: Ermete Ferraro, “La Civiltà del Sole come Ecotopia”, Roma, Vasonlus , 2018  > http://www.vasonlus.it/?p=64054  e Ermete Ferraro, “L’insostenibile leggerezza della sostenibilità”, Ermete’s Peacebook (03.05.2015) > https://ermetespeacebook.blog/2015/05/03/linsostenibile-leggerezza-della-sostenibilita/

[v] Rifkin, “Il grande cambiamento…”, cit.

[vi] Ibidem

[vii] D’Acunto, op. cit.

[viii] Jeremy Rifkin, “Un green new deal per l’Italia che sorge  dalle ceneri” (2^ parte), la Repubblica, 15.10.2019 > https://www.repubblica.it/economia/2019/10/15/news/rifkin_un_green_new_deal_per_l_italia_che_sorge_dalle_ceneri_seconda_parte-238563341/

[ix] D’Acunto, op. cit., p. 232

[x]  Rifkin, “In grande cambiamento…”, cit.

[xi] D’Acunto, “La Civiltà del Sole”, in op. cit. (2010), p. 196

[xii] Rifkin, “Un green new deal per l’Italia che sorge dalle ceneri”, cit.

[xiii]  Organizzazione fondata da Antonio D’Acunto, per garantire l’attuazione della leggere regionale d’iniziativa popolare dal titolo: ”Cultura e diffusione dell’energia solare”, approvata all’unanimità dal Consiglio Regionale della Campania come L.R.n. 1/2013. In questi sei anni tale norma è stata prima emendata, poi totalmente disattesa e boicottata, per cui continua l’impegno della RCCSB per diffonderne la conoscenza e stimolarne l’applicazione.

[xiv] Cfr. il paragrafo ‘visione’ nella pagina iniziale del sito web della RCCSB > http://www.laciviltadelsole.org/

[xv] Rifkin, “Un green new deal…”, cit.

[xvi] Ibidem

[xvii]  A. D’Acunto, “La Civiltà del Sole” (maggio 2010), in op. cit, p. 200

[xviii]  Rifkin, “Un green new deal…”, cit.

Un clima di guerra

L’onda verde e gli scogli del militarismo

Una manifestazione di FRIDAY FOR FUTURE

Tante persone sono rimaste davvero scosse dalle immagini di milioni di giovani scesi nelle piazze per manifestare il loro diritto al futuro e per dare la sveglia a scienziati conniventi, media reticenti e governi complici di chi quel futuro sta mettendo drammaticamente a rischio. Finalmente le istanze ambientali non sembrano più percepite come la preoccupazione un po’ esagerata di profeti di sciagure o di ecologisti catastrofisti e fanatici. Giustamente, le mobilitazioni di questa “onda verde” stanno mandando all’aria le priorità economiche e politiche di chi finora ha fatto finta di non rendersi conto che l’attuale modello di sviluppo – racchiuso nella parolina magica ‘crescita’ è non solo colpevole di stragi socio-ambientali, ma di fatto anche suicida.

Al netto sia dei persistenti ed assurdi negazionismi, sia della comoda tendenza a ridurre queste manifestazioni ad ingenue proteste oppure a considerarle solo manovre diversive rispetto ad un ecologismo più ‘serio’ e radicale, mi sembra quindi innegabile la presa che questo movimento sta esercitando su un’opinione pubblica spesso distratta o narcotizzata da altre finte emergenze. Ecco perché – pur con alcune doverose riserve su contenuti e parole d’ordine di quest’inedita mobilitazione globale per il clima – credo che essa stia comunque imprimendo una salutare scossa socio-culturale, prima ancora che politica, ad un’umanità sempre più massificata, omologata e drogata dal miraggio di uno sviluppo senza limiti e senza remore.

Eppure – come mi è già capitato di dire e di scrivere – è opportuno ribadire che un autentico ecologismo ha bisogno di una visione più ampia e complessiva, che sia capace d’inquadrare i fenomeni contro cui ci si batte (a partire dall’inquinamento atmosferico con le sue relative drammatiche conseguenze) all’interno di un preciso sistema di riferimento e di una chiara scelta di valori. Allo stesso modo mi lascia perplesso un ambientalismo sostanzialmente ancora antropocentrico e motivato quasi esclusivamente dalla paura del disastro ecologico prossimo venturo. Ma soprattutto mi preoccupa la quasi totale assenza nell’informazione mediatica di riferimenti alle minacce per gli equilibri ambientali – a partire da quelli climatici – derivanti dalla pesantissima impronta ecologica sul nostro Pianeta da parte del complesso militare-industriale.

Mi rendo perfettamente conto che è più semplice fare crociate contro l’inquinamento derivante dall’uso smodato delle plastiche oppure da un’agricoltura intensiva e chimicizzata e dalle emissioni gassose di allevamenti animali sempre più affollati ed innaturali. Capisco anche che non si possa fare a meno di partire dal puntare il dito anche sulla notevole impronta ecologica dovuta ai consumi individuali, agli stili di vita ed al tipo di alimentazione, sì da responsabilizzare un po’ tutti, evitando di scaricare le responsabilità solo sui grandi inquinatori. Non comprendo né giustifico, invece, la colpevole reticenza di chi intenzionalmente tace su una componente così rilevante dell’inquinamento atmosferico marino e del suolo, causato da attività delle forze armate sulle quali scienziati e governi hanno costantemente steso un complice velo di omertà.

«Le attività militari esercitano un’elevata pressione sul territorio nel quale vengono svolte, in particolar modo per quanto attiene all’utilizzo delle risorse naturali. Il loro consumo ed i danni operati all’ambiente emergono evidenti in occasione dei conflitti che, accanto alla perdita di vite umane, mostrano un deciso impatto sulle risorse naturali. […] …le attività militari, nelle loro molteplici forme, provocano decise ripercussioni sull’ambiente anche in momenti di non conflittualità. L’inquinamento dell’atmosfera e l’inquinamento acustico costituiscono le più evidenti manifestazioni delle conseguenze ambientali ma i principali effetti, in particolar modo a lungo termine, risiedono nella presenza di rifiuti tossici, contaminazioni chimiche e derivanti dall’utilizzo di oli e combustibili». [i]

Licenza di uccidere persone e territorio?

Devastazione ambientale in Ucraina (National Geographic)

I nostri sprechi quotidiani, lo sperpero di risorse energetiche, preziose perché esauribili, ed un modello di sviluppo incompatibile con gli equilibri ecologici richiedono una generale e comune presa di coscienza del baratro verso cui l’umanità si è irresponsabilmente avviata. Non mi sembra però ammissibile che si sottaccia o sminuisca l’incontestabile gravità della pressione esercitata dal complesso militare-industriale e dai tremendi esiti bellici che esso produce su ciò che chiamiamo ‘natura’, mettendo a rischio le stesse condizioni per la sopravvivenza del genere umano. Da sempre la guerra è di per sé morte, distruzione e devastazione ambientale. Si è giunti ora ad un punto di non ritorno, laddove si affaccia sempre più la minaccia di una tragedia nucleare e le tecnologie belliche sono diventate sempre più insidiose incontrollabili e micidiali, sebbene dichiaratamente volte a rendere l’intervento militare più mirato, ‘chirurgico’ e… ‘intelligente’.

«Lo scopo delle nuove teorie militari e di alcune tecnologie che si vanno sviluppando è di rendere “trasparenti” il nemico e il campo di battaglia. Nella futura “cultura militare” (non è un ossimoro, è quello che si insegna nei war college) non si tratta di avere i cannoni più grandi ma le telecomunicazioni più intelligenti. Le informazioni alimentano le armi, le quali, grazie a quelle, uccidono con precisione. la radiotrasmittente che il microvelivolo dello scenario del Pentagono lascia sul camion condurrà, a tempo debito, un missile micidiale sul bersaglio…» [ii]

La moltiplicazione degli scenari bellici, con sovrapposizione di guerre ipertecnologiche, guerre convenzionali e svariate forme di guerriglia, non può e non deve più restare fuori dalla portata dei riflettori accesi da tanti giovani che, giustamente, s’interrogano sul loro futuro e sulle possibilità d’invertire la trionfale marcia di un finto progresso che conduce invece alla devastazione del comune patrimonio ambientale. Non si tratta solo di contestare le pesanti conseguenze delle operazioni di ‘guerra guerreggiata’, in quanto il sistema militare rappresenta in sé una minaccia alla tutela dell’ambiente anche quando non è ‘operativo’. È infatti sempre più manifesto il suo enorme impatto sulle risorse energetiche, sulle condizioni dell’aria dell’acqua e del suolo e sulla sicurezza e salute delle comunità locali che, di fatto, va ad occupare, sottraendosi ad ogni controllo ed al rispetto dei vincoli normativi vigenti. Non manca chi ha sostenuto che i militari, controllando il territorio, lo avrebbero sottratto a speculazioni private e ai danni dello sfruttamento economico. Si tratta di quel paradossale ambientalismo ‘grigioverde’ sulla cui mistificazione mi ero già soffermato criticamente.

«La triste verità, invece – per citare un articolo apparso nel 2015 sul sito dell’UNRIC (un organismo dell’UNU) – è che “l’ambiente è una vittima della guerra troppo spesso dimenticata”. La tragica realtà che abbiamo tuttora davanti agli occhi, ci dimostra che, mutuando il titolo d’un saggio francese di ecologia politica, “la natura è un campo di battaglia” [xvi] sul quale si esercitano le forze oscure di un capitalismo selvaggio e cinico, che non esita a ricorrere al ‘razzismo ambientale’, colpendo soprattutto i più marginali, ed a ‘finanzializzare’ cinicamente perfino la crisi ecologica».[iii]

Basi militari, poligoni ed altre installazioni del genere, anche in situazioni di non conflittualità, sono una costante bomba ecologica, in seguito alla presenza ed all’utilizzo incontrollato di sostanze di natura chimica, batteriologica e nucleare anche nelle esercitazioni. É il caso del Poligono interforze di Quirra, in Sardegna, dove dal 1956 non si è mai smesso di sperimentare sistemi d’arma e nuove tecnologie connesse alle attività belliche. Le conseguenze sull’ambiente e sulla salute di chi ci abita sono state gravissime. A parte il peso dell’occupazione manu militari di 240.000 ettari di territorio, la Sardegna lamenta infatti una significativa crescita di malattie tumorali ed emolinfatiche connesse alle attività che si svolgono dagli anni ’50 nelle sue basi, poligoni ed aeroporti.

L’orco militarista: energivoro e tossico

Videogioco (God of War)

Nella tradizione popolare gli ‘orchi’ sono “mostri antropomorfi, giganteschi, crudeli e divoratori di uomini” [iv] . Pure il sistema militare – solo apparentemente assimilabile alle comunità umane- per le sue gigantesche dimensioni è fonte di terrore e di pesanti conseguenze ambientali, connesse alla incredibile voracità di risorse e di beni comuni. E siccome tutti i consumi producono a loro volta rifiuti e modificazioni ambientali, l’orco con le stellette è una rilevante fonte d’inquinamento. Ad esempio, ci sono i dati dell’impatto sul contesto urbanistico dell’allargamento della ex-caserma vicentina ‘Dal Molin’, dai quali si deduce che perfino i consumi ordinari (acqua, luce, gas) assumono sproporzioni ‘gigantesche’ quando si tratta di una base militare per circa 6.000 militari.

«Il progetto Dal Molin, come consumi, è pari a 30 mila vicentini per l’acqua, 5.500 per il gas naturale e 26 mila per l’energia elettrica. Cifre che da sole parlano chiarissime. Per Vicenza, la nuova base militare americana che il governo Prodi ha liquidato come un «problema urbanistico» rappresenterebbe un colpo assai pesante in termini di impatto ambientale e utilizzo delle risorse […] La città – dice l’ingegner Vivian – consuma 11,5 milioni di metri cubi l’anno. Pertanto, in relazione ai consumi idrici ipotizzati, è come se ci fosse un incremento di oltre 30 mila abitanti, e relative attività economiche, posti nel quadrante nord della stessa».[v]

Ma la più grave impronta ambientale del sistema militare è ovviamente imputabile al devastante impatto delle operazioni belliche sul deterioramento climatico globale. Basti pensare che nel periodo delle operazioni belliche in Iraq (2003-2007) quella sola guerra ha provocato l’emissione di 140 tonnellate di gas serra (CO2 equivalente) [vi] e che in generale le guerre – alla cui origine c’è sempre più il controllo egemonico sulle risorse petrolifere – sono causa di colossali sprechi e di disastri ambientali connessi ad esempio a bombardamenti d’impianti, petroliere, oleodotti e gasdotti.

«Un cappio al collo del pianeta e un vero circolo vizioso, come sintetizzava l’appello «Stop the Wars, stop the warming» lanciato dal movimento World Beyond War alla Conferenza sul clima di Parigi: «L’uso esorbitante di petrolio da parte del settore militare statunitense serve a condurre guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse, guerre che rilasciano gas climalteranti e provocano il riscaldamento globale. È tempo di spezzare questo circolo: farla finita con le guerre per i combustibili fossili, e con l’uso dei combustibili fossili per fare le guerre».[vii] 

La lettura del rapporto “Smilitarizzazione per una profonda decarbonificazione”, pubblicato dall’International Peace Bureau nel 2014, ci fa comprendere quanto sia assolutamente indispensabile per la salvezza del clima terrestre un ridimensionamento del complesso militare-industriale e degli eventi bellici di cui è portatore. [viii]  Il Pentagono statunitense, ad esempio, nel solo 2017 avrebbe immesso nell’atmosfera 59 milioni di tonnellate di CO2 (e di 1,2 miliardi di tonnellate tra il 2001 e il 2017), diventando di fatto il 55° paese più inquinante al mondo a causa delle sue emissioni ed essendo responsabile di circa l’80% di tutto il consumo energetico statunitense nello stesso lasso di tempo. [ix] Ovviamente questi dati possono sembrare allarmistici ed esagerati e molti si chiederanno come mai non se ne è mai avuta notizia. Ma basta pensare al mantello di segretezza che ricopre pesantemente qualsiasi manifestazione del sistema militare per comprendere quanto i cittadini sappiano poco o niente di ciò che avviene sul loro territorio, essendo espropriati di una parte di esso da una sua militarizzazione sempre più invadente. “Off limits” – il classico divieto di accesso che interdice ai civili le aree militari – significa dunque non solo che la comunità residente deve restare all’esterno di quella delimitazione, ma anche che le attività militari non sono soggette ad alcuna limitazione, monitoraggio o regolazione normativa valida per tutti gli altri soggetti. Ne deriva che: «La ‘riservatezza’ sulle questioni militari […] ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei gravissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra». [x]

Guerra al clima in un clima di guerra

Fonte: il manifesto (29.11.2018)

Elena Camino nel suo saggio ci spiega che bisogna cambiare prospettiva, per cui non dovremmo guardare alla guerra come una serie di eventi, bensì come un complesso e micidiale meccanismo, che non solo è distruttivo in sé, ma causa profonde modificazioni ambientali e sottrae risorse al benessere umano e ad ogni progetto di cambiamento del modello di sviluppo.

«… un processo sistemico che cattura, trasforma e infine degrada (termodinamicamente) enormi quantità di materia e di energia (oltre che di denaro) sottraendole ad altri destini e producendo materiali inquinanti e tossici per tutte le forme di vita sulla Terra».[xi]

Come scrivevo in un precedente articolo:

«La demistificazione che Ben Cramer – il polemologo francese docente all’Università di Parigi – fa dell’ossimoro che presenta i militari come difensori dell’ambiente, lo porta a formulare anche alcuni suggerimenti per fermare più credibilmente questa preoccupante corsa verso l’autodistruzione. Oltre a “climatizzare il Pianeta”, provvedendo ad arrestare con mezzi bio-ingegneristici il riscaldamento globale, […] bisogna non solo riconvertire, riciclare e cambiare modello di sviluppo, ma soprattutto “disinquinare smilitarizzando”». [xii]

Non si tratta di fare i conti in tasca solo ai giganti del sistema militare mondiale, come Stati Uniti, Cina, Russia, Arabia Saudita e Francia (per citare la top five degli stati più armati del mondo, secondo la classifica 2014 del SIPRI), perché faremmo bene a guardare con più attenzione anche a casa nostra. L’Italia, infatti, nello stesso anno era all’11° posto per spese militari, ma anche al terzo posto per esportazione di armamenti ed inoltre, nel 2012, ha prodotto 6,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica per persona, vale a dire il doppio della Turchia e quasi il quadruplo dell’India, che è fra l’altro il primo paese importatore di armi italiane (10% del totale). [xiii]

La scomoda verità è che – per citare il titolo di una recente testi di dottorato dell’Università di Lussemburgo – “gli impatti del militarismo sul cambiamento climatico (sono) una relazione gravemente trascurata”. Ed è per questo che questo corposo saggio denuncia che il militarismo – nel senso più lato è probabilmente il maggiore produttore di emissioni e di degrado ecologico.

«Prescindendo se in tempo di guerra o di pace, le forze armate mondiali consumano un’enorme mole di combustibili fossili, producono immense quantità di rifiuti tossici e presentano domande esageratamente alte d’ogni genere di risorse per sostenere le loro infrastrutture, il tutto esentato da restrizioni ambientali e da misurazioni delle emissioni. In base alla routine della teoria della distruzione, la guerra è condotta al giorno d’oggi principalmente per assicurare le risorse naturali che vengono a loro volta massicciamente consumate nel processo, stabilendo così un auto-perpetuante ciclo di distruzione. Inoltre, le spese militari sottraggono ingenti finanziamenti alle iniziative di mitigazione e adattamento del clima. Sembra ovvio che il militarismo è strettamente correlato al cambiamento climatico, ma sfortunatamente questo collegamento è stato enormemente trascurato, se non intenzionalmente ignorato». [xiv]

Che fare? La prima cosa è denunciare, demistificare e controinformare. L’opinione pubblica, finalmente scossa dalla salutare protesta dei giovani che rivendicano un futuro, non deve ignorare che larga fetta dei guasti che conducono sempre più velocemente al cambiamento climatico sono provocati dal pesante impatto ambientale del complesso militare-industriale. Ecco perché:

«…a mio avviso, ogni resistenza dal basso alle gerarchie imposte da chi comanda deve necessariamente tener conto che gli equilibri (o meglio, gli squilibri…) economici e sociali a livello globale sono assicurati proprio da un complesso militare-industriale che li difende. Allo stesso modo, non si dovrebbero sottovalutare i danni ambientali e sociali della militarizzazione del territorio e, soprattutto, deve essere chiaro che le guerre – in particolare quelle condotte tecnologicamente – sono di per sé una minaccia continua alla sicurezza, alla salute ed alla stessa sopravvivenza d’intere popolazioni».

Utopie pacifiste? Non direi proprio, visto che da 71 anni un piccolo stato del Centro-America, il Costa Rica, ha deciso radicalmente di “ripudiare la guerra”, eliminando del tutto le forze armate. Allo stesso tempo, ha intrapreso un virtuoso percorso di tutela del proprio patrimonio naturalistico e della preziosa sua biodiversità. Non è quindi un caso che l’opzione antimilitarista e pacifista si sia sposata con quella ecologista e perciò faremmo bene ad ispirarci a questa importante esperienza, per rilanciare una visione ecopacifista globale. Perché il continuo clima di guerra è il terreno su cui si è sviluppata la quotidiana guerra al clima, col serio rischio di negare un futuro ai giovani e di compromettere irrimediabilmente la stessa sopravvivenza dell’homo insipiens.


Note

[i] Daniele Paragano, Le basi militari negli Stati Uniti e in Europa: posizionamento strategico, percorso localizzativo ed impatto territoriale, Tesi di Dottorato di Ricerca in Geopolitica, Geostrategia e Geoeconomia, Università degli Studi di Trieste, A.A. 2007-08, p.142

[ii] Gordon Poole, Nazione guerriera – Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Napoli, Colonnese, 2002, p. 154

[iii] Ermete Ferraro, “Credere, Rinverdire e Combattere” – Il neo-ambientalismo dei Grigioverdi” (2018), Academia.edu >  https://www.academia.edu/37811619/Credere_rinverdire_e_combattere

[iv]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Orco_(folclore)

[v] Orsola Casagrande, “I conti in tasca alla nuova base USA di Vicenza”, il manifesto, 20.01.2007 > http://www.dimensionidiverse.it/dblog/articolo.asp?articolo=776

[vi] Fonte: https://climateandcapitalism.com/2008/03/19/global-warming-and-the-iraq-war/

[vii]  Marinella Correggia, “Militari di tutto il mondo in guerra col clima”, il manifesto (29.11.2018) https://ilmanifesto.it/militari-di-tutto-il-mondo-in-guerra-col-clima/ ; cfr. anche la fonte citata: https://worldbeyondwar.org/stop-wars-stop-warming/

[viii] Vedi: https://www.ipb.org/wp-content/uploads/2017/03/Green_Booklet_working_paper_17.09.2014.pdf

[ix] Vedi: Lorenzo Brenna, “Il Pentagono emette più CO2 di Svezia e Danimarca”, Lifegate, 14.06.2019, https://www.lifegate.it/persone/news/impatto-ambientale-co2-pentagono-ricerca

[x] Elena Camino, Guerra, ambiente, nonviolenza, (23.05.2016), Torino, Centro Studi “Sereno Regis” http://serenoregis.org/2016/05/23/guerra-ambiente-nonviolenza-elena-camino/

[xi] Ibidem

[xii] Ermete Ferraro, “Credere, rinverdire e combattere”, cit. – Il riferimento è al libro: Ben Cramer, Guerre et Paix…et EcologieLes risques de la militarisation durable, éd. Yves Michel, 2014

[xiii] Fonti: Stockholm International Peace Research Institute (2014) Trends in World Military Expenditure,

2013. SIPRI Fact Sheet > http://books.sipri.org/product_info?c_product_id=476  e World Bank Carbon Emissions per capita 2010 > http://data.worldbank.org/indicator/EN.ATM.CO2E.PC/countries

[xiv] Florian Polsterer, The Impacts of Militarism on Climate Change: A sorely neglected relationship, Master’s Degree in Human Rights and Democratization, University of Luxembourg (A.Y. 2014-15), p. 90

[xv] Ermete Ferraro, “Biocidio e guerre” Ermete’s Peacebook, (03.03.2019), Ermete’s Peacebook https://ermetespeacebook.blog/2019/03/03/biocidio-e-guerre/ . Vedi anche, dello stesso autore: https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/  – https://ermetespeacebook.blog/2016/06/15/cittadini-sotto-assedio/ –  https://ermetespeacebook.blog/2017/02/19/il-libro-grigioverde-della-difesa/

Ermete Ferraro, L’Ulivo e il Girasole (Manuale V.A.S. di ecopacifismo), V.A.S. 2014 > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

© 2019 Ermete Ferraro