Etimostorie #14: VIOLENZA & VENDETTA

Stiamo vivendo una fase storica particolarmente contrassegnata, a tutti i livelli, da esplosioni di violenza e dall’emergere di vecchi rancori e mal celate pretese di vendetta. Ecco perché – oltre a cercare di sconfiggere queste pulsioni distruttive, proponendo teorie e pratiche alternative, in quanto costruttive e nonviolente – propongo una riflessione linguistica anche su queste due terribili parole-chiave. Il concetto di violenza (fr. violence – ingl. violence – sp. violencia – port. violência – rum. violență – ted. gewalt), infatti, è fondamentale per comprendere quello ad esso contrapposto, e quindi l’indagine etimologica può aiutarci a scoprire aspetti meno evidenti d’una parola di uso comune, ma raramente approfondita.

Quasi tutte le fonti concordano sul fatto che – una volta scisso dai suffissi latini –are, –entia ed –entus/a/um che denotano verbo, sostantivo e relativo attributo – il cuore della parola resta VIO-, a sua volta derivato: «dalla radice proto-italica wīs, “forza, violenza”, (da cui anche vis, “forza, violenza”), discendente del proto-indoeuropeo *wéyh₁s, “forza, veemenza». [i]   Il vocabolo latino di diretta derivazione, cioè vis (forza), attraverso la forma Fìs richiamerebbe quello greco con lo stesso significato βία (che si pronuncia ‘vìa’), a sua volta derivato dal già citato termine sanscrito wayah (forza giovanile).[ii]

Una connotazione di eccessività e d’impetuosità è sottolineata dall’inserto latino -lentus /-lentia, distinguendo così la violenza dal puro e semplice esercizio della forza. Infatti, si può parlare di violenza quando siamo di fronte ad un suo ‘abuso’, come sottolinea la Treccani.

 «Atto o comportamento che faccia uso della forza fisica (con o senza l’impiego di armi o di altri mezzi d’offesa) per recare danno ad altri nella persona o nei beni o diritti. In senso più ampio, l’abuso della forza (rappresentata anche da sole parole o da sevizie morali, minacce, ricatti), come mezzo di costrizione, di oppressione, per obbligare cioè altri ad agire o a cedere contro la propria volontà». [iii]

In questo drammatico periodo, la sanguinosa e sproporzionata reazione armata scatenata dallo Stato d’Israele nell’area territoriale palestinese di Gaza (ma anche in Cisgiordania, in Libano ed anche in Siria, non senza mirare all’Iran…) ci induce ad approfondire tale concetto anche nell’ambito delle lingue semitiche, sempre più veicolo di reciproche invettive. La prima scoperta, particolarmente significativa, è che uno dei vocaboli dell’ebraico classico che esprimono questo concetto è חָמָס (ḥāmās), uno dei termini maggiormente ricorrenti nella tradizione vetero-testamentari, proprio col significato di violenza fisica e morale, errore, oppressione, danno, ingiustizia.[iv] Da un’altra ricerca apprendiamo inoltre che:

«Ḥamās, acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al Islāmiyya  (in arabo حركة المقاومة الاسلامية‎?, Movimento Islamico di Resistenza, ovvero  حماس «entusiasmo, zelo, spirito combattente») è un’organizzazione politica palestinese islamista, sunnita e fondamentalista, centrale nel conflitto israelo-palestinese».[v]  

Ebbene, benché in effetti si tratti solo della sigla di un’organizzazione politico-militare islamica, non sfugge che alle orecchie di chi parla o comunque pratica la lingua ebraica (secondo stime sarebbero in tutto 9 milioni) [vi] ogni volta che si nomina Hamàs (sui quotidiani e nei radio/telegiornali o sui media informatici) possa affiorare un’atavica ostilità verso chi già nel nome – volontariamente o meno – sembrerebbe alludere a strategie violente. Inoltre, una ricerca etimologica sul nome stesso del martoriato territorio palestinese  denominato ‘Striscia di Gaza’ e del suo omonimo capoluogo – l’antica capitale della decapoli dei Filistei – ci mette sotto gli occhi anche un altro impressionante dato linguistico:

«Il nome “Gaza” appare per la prima volta dai documenti militari del faraone Thutmose III d’Egitto nel XV secolo a.C. […] Nelle lingue semitiche, il significato del nome della città è “feroce, forte”…» [vii].

Consultando un lessico ebraico, infatti, riscntriamo che uno dei sinonimi di ḥāmās risulta proprio la parola גָּזַל (gāzal), traducibile – oltre che con ‘violenza’ – anche con: rovina, cattura, esercizio della forza. [viii] Un nuovo elemento che apre uno spiraglio su come – nel terribile perpetuarsi di conflitti storici – anche il linguaggio possa subdolamente alimentare rancori e fondamentalismi. Arrivare alle radici semantiche delle parole, pertanto, ci fa capire cose che altrimenti ci sfuggirebbero, aiutandoci a comprendere quanto invece sarebbe importante utilizzare linguaggi di pace e condivisione anziché di guerra e divisione.

Anche il secondo termine da analizzare, vendetta (ing. vengeance e revenge – fr. vengeance – sp. venganza – port. vingança) sembrerebbe strettamente collegato col primo, condividendone l’etimologia oltre ad appartenere al medesimo campo semantico. ‘Vendicare’, infatti, deriverebbe dalla stessa radice, in quanto in latino vim-dicare può essere inteso come raccontare o dimostrare a un giudice la violenza subita. Va detto però che, secondo alcuni dizionari etimologici, l’origine della parola e del verbo relativo potrebbe essere diversa:

«…dal lat. vindicare – venum-dicare, composto di venum, che ha il significato originario di prezzo e dicare, proferire, offrire […] Però il significato giuridico di vindex vindice fu quello di mallevadore, garante, riscattatore e poi ne vennero gli altri, e vindicta si disse l’atto della redenzione o liberazione…» [ix]. 

Fatto sta che, anche se il senso di vindicare fosse stato inizialmente quello di denunciare una violenza, la sovrapposizione del concetto latino di venus (da cui venum dare, cioè dare valore e quindi vendere) ne ha comunque influenzato il significato. La possibilità di ‘riscattare’ una violenza compiendone un’altra – in fondo l’idea di vendetta più comune – ha ingenerato quella di ‘giusta punizione’ e perfino di ‘castigo divino’ [x], conferendole addirittura un alone etico-religioso. Non a caso, tornando alla tradizione vetero-testamentaria, il vocabolo ebraica נָקַם nâqam, identifica la vendetta con la punizione [xi] e perfino nel Nuovo Testamento il corrispondente termine greco più utilizzato è δίκη (dìke), indicante sia giustizia e diritto, sia sentenza e punizione.

Fatto sta che da migliaia di anni si continua a legittimare la violenza come se fosse possibile riparare un danno, un’ingiustizia o un’aggressione arrecando agli avversari ulteriori danni ingiustizie ed aggressioni, come è peraltro attestato da significative locuzioni popolari come, ad esempio, “ripagare con la stessa moneta”.  L’idea perversa che la vita, oltre i beni, possano essere ‘riscattati’ (dal lat. re-ex-captare, ossia riprendersi indietro, ricomprare) utilizzando la violenza vendicativa, una forza distruttiva uguale e contraria, è ahimé ben lontana dall’essere scomparsa. Millenni di predicazione religiosa – cristiana ma anche appartenente alla tradizione induista e buddista[xii] – non sembrano purtroppo aver ancora spezzato quell’assurda e feroce catena di odio ripagato con altro odio.

Eppure dovremmo essere ormai consapevoli che “occhio per occhio e il mondo diventa cieco”, per citare la nota frase di Gandhi. Ecco perché dovremmo adoperarci sempre più per contrapporre la lungimiranza e la forza costruttiva della nonviolenza attiva alla barbarie della ‘violenza cieca’. Una spirale di odio che ci sta trascinando nel baratro, anche per colpa di quelle “guide cieche” (ὁδηγοὶ τυφλοὶ / hodegòi typhlòi ) [xiii] – che Gesù di Nazareth duemila anni fa ci ammoniva a non seguire, ma che troppo spesso l’umanità ha assunto come modelli e ‘condottieri’.


[i] Cfr. https://it.wiktionary.org/wiki/violare

[ii] Cfr. anche D. Olivieri, Dizionario Etimologico Italiano, Milano, 1965

[iii] Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/violenza/

[iv] Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/h2555/kjv/wlc/0-1/  e https://www.blueletterbible.org/lexicon/h2554/kjv/wlc/0-1/

[v]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Hamas

[vi]  Cfr. https://talkpal.ai/it/quante-persone-parlano-ebraico-e-dove-viene-parlato/

[vii]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Gaza#:~:text=Il%20nome%20%22Gaza%22%20appare%20per,%C3%A8%20%22feroce%2C%20forte%22.

[viii]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/search/search.cfm?Criteria=violence&t=KJV#s=s_lexiconc

[ix]  Cfr. https://www.etimo.it/?term=vendicare&find=Cerca

[x]  Cfr. https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/V/vendetta.shtml  ma anche, in inglese: https://www.etymonline.com/word/vengeance  e https://www.merriam-webster.com/dictionary/vengeance

[xi]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/search/search.cfm?Criteria=vengeance&t=KJV&lexcSt=2#s=s_lexiconc e https://www.blueletterbible.org/lexicon/h5358/kjv/wlc/0-1/

[xii] Cfr. https://confronti.net/2018/09/colpa-pena-e-perdono-la-prospettiva-induista/

[xiii] Cfr. Mt 23:16 e Lc 6:39


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Sostiene san Giacomo…

Un messaggio che ci viene da lontano

Ê da poco (21 settembre) che abbiamo celebrato la Giornata internazionale della Pace [i], ricordando con iniziative pubbliche i valori ed i metodi della nonviolenza attiva, sebbene quotidianamente sommersi dalle ‘cattive novelle’ di nuovi bombardamenti, scontri sanguinosi, catastrofi umanitarie e devastazioni ambientali. Ecco perché la liturgia della domenica successiva è risuonata ancora più significativa, già ascoltando i versetti della prima lettura («Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta…» Sap. 2:12), ma soprattutto quando ci ha riproposto di seguito un brano che trovo particolarmente attuale ed efficace, tratto dalla lettera di Giacomo:

«Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia.  Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.» (Gc. 3,16-4,3).

Immersi come siamo nelle complesse analisi politologiche e nelle approfondite ricerche sull’origine e le dinamiche delle guerre – di cui si alimentano scientificamente i peace studies – queste poche ma essenziali frasi, scritte due millenni fa dall’apostolo Giacomo il Giusto [ii], potrebbero forse apparire moralistiche o comunque semplicistiche. Credo invece che andrebbero ben ponderate, proprio per cercare di comprendere la fratricida logica della violenza e della guerra. Ovviamente serve anche una lettura più attenta ed accurata dei brani citati, avvalendoci del supporto filologico del testo originale in lingua greca, in modo da cogliere la radice semantica di alcune parole-chiave.

Alle radici della violenza

Secondo Giacomo, all’origine dell’aggressività distruttiva, ci sono fondamentalmente due diffusi atteggiamenti mentali (la ‘gelosia’ e lo ‘spirito di contesa’), capaci di suscitare le ‘passioni’ che, a loro volta, provocano ‘guerre e liti’. Scendendo in profondità nella psiche umana, l‘apostolo sembra poi individuarne due moventi ben precisi: da un lato il ‘desiderio di possedere’, spesso frustrato, dall’altro la frequente tendenza a cercare un modo sbrigativo per ‘ottenere’ ciò che si desidera, e che quindi ci rende ‘invidiosi’.  Ebbene, tutti questi termini assumono un senso più preciso e completo se li raffrontiamo con le parole greche originali e le loro rispettive radici etimologiche.

Ciò che è stato tradotto con ‘gelosia’, ad esempio, corrisponde al vocabolo greco ζῆλος (zèlos), che ha un significato molto vario e sfumato, che va da ‘eccitamento della mente, ardore, fervore (a favore di qualcuno oppure contro qualcosa)’ a ‘rivalità invidiosa e polemica’ e, appunto, ‘gelosia’ [iii].  In ogni caso, la radice della parola indica che si tratta di un’emozione forte, bruciante, che fa ribollire in sangue e spinge ad agire d’impulso. [iv]  L’altro termine, reso con ‘spirito di contesa’ (o, in altre versioni, con ‘conflitto’ ‘faziosità’ o ‘partigianeria’) traduce ἐριθεία (erithéia),vocabolo greco dal senso altrettanto variegato, che suggerisce comunque il perseguimento di modalità di soluzione dei conflitti poco pulite, intriganti e palesemente di parte. Mentre nel primo caso l’aggressività origina da un’emozione, nel secondo si tratta di un atteggiamento deliberato, volutamente polemico e fazioso. Entrambi però, secondo Giacomo, alimentano quelle “passioni che fanno guerra nelle (nostre) membra”, espressione che in nell’originale era: “Πόθεν πόλεμοι καὶ μάχαι ἐν ὑμῖν οὐκ ἐντεῦθεν ἐκ τῶν ἡδονῶν ὑμῶν τῶν στρατευομένων ἐν τοῖς μέλεσιν ὑμῶν”, laddove il termine greco ἡδονή (hedoné)indica i desideri istintuali, smodati, legati al piacere. Sono loro che “combattono” (il verbo originale è στρατεύω / stratèuo) dentro di noi prima ancora di manifestarsi violentemente all’esterno, sotto forma di “πόλεμοι καὶ μάχαι”, tradotto in italiano con “guerre e liti”.  In effetti, πόλεμος (pòlemos) – equivalente all’ebraico מִלְחָמָה (milchamà) – indica il vero e proprio conflitto bellico, cioè la guerra[v], mentre μάχη (màche) è un termine più generico, rendibile con: combattimento, lotta, battaglia, controversia [vi]. In ogni caso, questi conflitti violenti, sostiene affondano la loro radice già dentro di noi ed è là che vanno individuati, per cercare risposte alternative, che non si limitino a non essere distruttive, ma costruiscano relazioni pacifiche.

Come si costruisce la pace

Nella prima parte del brano citato della lettera, Giacomo ci suggeriva come superare lo stato di ‘disordine’ ed ‘ogni sorta di cattive azioni’,provocate appunto da ‘gelosia e spirito di contesa’. Nel testo originale greco le prima delle due parole-chiave è ἀκαταστασία (akatastasìa),traducibile con: “instabilità, stato di disordine, disturbo, confusione, tumulto”. [vii], mentre la seconda espressione “πᾶν φαῦλον πρᾶγμα” (pàn phàulon pragma) caratterizza questo genere di azioni con un aggettivo greco che significa sostanzialmente “eticamente cattivo, malvagio” [viii], ma anche “ordinario”, “comune”, quasi a sottolineare un’innata e diffusa tendenza umana alla cattiveria.

Ma per costruire l’alternativa di pace ad un mondo di violenze e guerre – afferma Giacomo – non serve la σοφία (sophìa), cioè una saggezza puramente umana, classificata come “terrena, animale, diabolica” (per mutuare la traduzione latina nella Vulgata degli aggettivi greci “ἐπίγειος ψυχική δαιμονιώδης”). La vera Sapienza, invece, ci “viene dall’alto” (ἄνωθεν κατερχομένη) ed ha precise caratteristiche, puntualizzate da sei aggettivi greci: ἁγνός – εἰρηνικός – ἐπιεικής –εὐπειθής – ἀδιάκριτος – ἀνυπόκριτος. Solo questi atteggiamenti e comportamenti, infatti, possono essere all’origine di quei ‘frutti buoni’ (καρπῶν ἀγαθῶν) che noi chiamiamo pace. Ma, etimologicamente parlando, a che cosa si riferiscono con precisione questi sei attributi?

  • ἁγνός (agnòs) si può tradurre con: sacro, puro, casto, incontaminato, innocente [ix];
  • εἰρηνικός (eirenikòs) è ancora più trasparente, indicando appunto l’essere pacifico, amante della pace ma soprattutto apportatore di pace [x];
  • ἐπιεικής (epieikés) significa: equo, giusto, dolce, gentile, moderato, paziente, mite [xi];
  • εὐπειθής (eupeithés) ha il duplice significato di docile, ubbidiente, ma anche di convincente e capace di persuasione [xii] ;
  • ἀδιάκριτος (adiàkritos) è tradotto consenza ambiguità, incertezza, ma soprattutto con imparziale, non giudicante [xiii];
  • ἀνυπόκριτος (anypòkritos), infine, come il precedente usa la particella negativa iniziale per indicare chi non fa uso dell’ipocrisia, ed è quindi sincero, non-finto.

Sintetizzando, per san Giacomo la ‘sapienza’ che dovrebbe ispirarci per rifuggire dalle guerre e scongiurare la conflittualità violenta è quindi caratterizzata da: innocenza, ricerca della pace, mitezza, docilità, imparzialità e sincerità. Tutte virtù poco praticate già ai tempi Iontani in cui l’apostolo scriveva la sua lettera, ma che erano e restano i segni caratteristici del messaggio evangelico. Quella ‘buona notizia’ di salvezza, sempre più sommersa purtroppo da quelle cattive, che ci parlano di atteggiamenti e comportamenti sempre più amorali, spregiudicati e violenti, ma che, nonostante tutto, i seguaci di Cristo non dovrebbero mai tradire.

La nonviolenza attiva, anche in senso laico, s’ispira a quegli stessi valori, che sono alla base della proposta di società più giusta ecologica e pacifica, ben sapendo che la violenza – a tutti i livelli – è sempre frutto di pulsioni interne che l’umanità – con tutta la sua ‘sapienza’ e conoscenza acquisita – dovrebbe ormai saper dominare, se non vuole esserne dominata e annientata.


[i] Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/International_Day_of_Peace

[ii] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_il_Giusto

[iii] Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g2205/kjv/tr/0-1/

[iv] Cfr. https://it.wiktionary.org/wiki/zelo#:~:text=Etimologia%20%2F%20Derivazione&text=dal%20latino%20tardo%20z%C4%93lus%20passando,%2Dati%2C%20riscaldarsi%2C%20bollire.

[v]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g4171/kjv/tr/0-1/

[vi]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g3163/kjv/tr/0-1/

[vii]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g181/kjv/tr/0-1/

[viii]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g5337/kjv/tr/0-1/

[ix]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g53/kjv/tr/0-1/  e https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?lemma=AGNOS100

[x]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g1516/kjv/tr/0-1/

[xi]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g1933/kjv/tr/0-1/ e https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%09%E1%BC%90%CF%80%CE%B9%CE%B5%CE%B9%CE%BA%E1%BD%B5%CF%82

[xii] Cfr. https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%CE%B5%E1%BD%90%CF%80%CE%B5%CE%B9%CE%B8%E1%BD%B5%CF%82

[xiii] https://www.blueletterbible.org/lexicon/g87/kjv/tr/0-1/

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Da Giano a san Gennaro: chiudere le porte alla guerra.

* Ripubblico – con opportune modifiche ed aggiornamenti – un mio articolo del 2017

San-Gennaro

In questi giorni Napoli ha festeggiato ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato. San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto nel tempo un’importanza centrale rispetto alla sua azione pastorale, di cui si sa ben poco.

Il sangue del Gennaro (vescovo di Benevento e decapitato a Pozzuoli) è diventato il simbolo stesso di una religione sacrificale, i cui profeti e testimoni (in greco: martyres) attestano la loro fede e la loro fedeltà al Vangelo a costo della propria vita, nella certezza che “chi avrà perduto la vita per cagion mia la troverà” (Mt 10:39) e che “il sangue dei martiri è il seme dei Cristiani “ [i]. La centralità simbolica del sangue – come sottolineava l’antropologo Marino Niola nella presentazione ad un libro su questo argomento [ii] – è ben nota in tutto il Mezzogiorno e soprattutto a Napoli. Un territorio ed una città che di sangue ne hanno versato in gran quantità, soggetti come sono stati per troppi secoli a invasioni e dominazioni. Una terra dove il lavoro per guadagnarsi il pane non a caso è stato sempre chiamato fatica  ricalcando il termine latino labor (fatica, sofferenza) ed echeggiando quelli francese e spagnolo travaille e trabajo. Una fatica che, citando una colorita espressione proverbiale, faceva (e spesso fa ancora) “jettà ‘o sanghe” , cosa invece ben diversa dal versarlo come sacrificio volontario.

Comprendiamo bene, quindi, l’innata simpatia che un popolo abituato a ‘gettare il sangue’ sul lavoro e per il lavoro, ma anche per colpa delle guerre, ha sempre provato nei confronti di un santo come Gennaro, il cui sangue è diventato segno tangibile di un’auspicata protezione ultraterrena contro le violenze quotidiane, i disastri bellici e perfino le sciagure naturali, come terremoti, eruzioni ed epidemie. Comprendiamo quindi perché i Napoletani – ed i Campani in genere – invochino da sempre il nome del loro patrono e difensore, anche se andrebbe precisato che Gennaro non era il nome proprio del santo martire beneventano, bensì quello di famiglia. Il vero appellativo personale in effetti non ci è noto (qualcuno ipotizza che fosse Procolo) mentre il cognome , con cui lo conosciamo, lo indicava come appartenente alla Gens Ianuaria. L’etimologia di questa denominazione si collega  quello del primo mese dell’anno, cioè Gennaio (Ianuarius), a sua volta così chiamato perché dedicato a Ianus/Giano, considerato dagli antichi Romani ‘Divum Deus/Pater’, ossia Dio e Padre degli altri Dei, divinità iniziale e principale del loro Pantheon.

giano-1

Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianus, caratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (in lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, e perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:

“Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l’altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l’atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all’uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell’Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni…” [iii]

La sacralità di questo simbolismo – che vedeva aperte le porte del tempio di Giano solo in occasione dei conflitti bellici, mentre la loro chiusura sanciva lo stato di pax – era e resta molto interessante e c’invita ad una seria riflessione di fronte ai nuovi e sempre più frequenti eventi bellici che agitano i nostri tempi. Ecco perché, oggi come allora, lo folle logica distruttrice della guerra va bloccata con fermezza, chiudendo a chiave le porte all’aggressività imperialista che diventa minaccia armata o, peggio, ripropone il terrore nucleare. Un’esigenza proclamata già da Virgilio,che aveva definito ‘empio’ (cioè in contrasto con lo spirito religioso): il ‘furore’ di chi crede di risolvere le cose con la crudeltà della guerra: “…dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus saeva sedens super arma”  (“con duri chiavistelli di ferro saranno chiuse le porte della Guerra; l’empio Furore all’interno, seduto sulle armi crudeli …”  [iv].

Eppure continuiamo ad assistere impotenti non solo alla sacrilega commistione tra ideologie di guerra e motivazioni pseudo-religiose, ma anche all’ottusa visione di chi continua a blaterare di guerre giuste e, soprattutto, della necessità di difendere la pace con le armi. La nefasta dottrina romana del “si vis pacem para bellum” resta infatti dura a morire ed a poco sono serviti secoli di autorevoli appelli di pontefici e capi religiosi sull’inconciliabilità della guerra con qualsiasi fede che affermi la sacralità della vita e predichi la fratellanza. Eppure, alcuni anni fa, qualcuno tentò d’inserire nelle celebrazioni per la Festa di san Gennaro un concerto della banda della US Navy. Quel tentativo per fortuna fu vivacemente contrastato dal movimento napoletano per la pace ed opportunamente si decise di cancellare questo spettacolo. Come scrissi sarcasticamente in quell’occasione:

“Ma da quando il patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della marina militare americana, una specie di San GenNavy? E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a versare altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?” [v]

tempio_di_giano

Però, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Nel 2017, infatti, tra le celebrazioni che precederono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, ci fu una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy. [vi]   E ancora una volta mi chiesti ‘che ci azzecca’  il nostro venerato Patrono con fanfare stellette e fucili; soprattutto, perché si consenta non solo commercializzazione della tradizionale festa religiosa (trasformata all’americana nel San Gennaro Day [vii]), ma perfino la sua militarizzazione. Ricordo, fra l’altro,che solo due giorni dopo il ricordo di san Gennaro, il 21 settembre, si celebra ovunque la Giornata Internazionale della Pace [viii].

E’ stata, ed è ancora, un’occasione per ribadire che bisogna chiudere le porte in faccia a tutte le guerre e sigillarle definitivamente per quelle nucleari, ma anche che non sono accettabili confusioni tra il sangue dei martiri per la fede e quello versato ‘per la patria’, di cui si sono cinicamente nutriti gli interessi dell’imperialismo e del sistema militare-industriale. Certamente la pace non è solo assenza di guerre, ma non c’è dubbio che l’affermazione della nonviolenza passi per la cancellazione della perversa e ricorrente logica militarista e bellica, facendo conoscere e praticae modelli alternativi di difesa e di sviluppo. Perché, citando Gianni Rodari in una sua candida ma efficace filastrocca: “Sarebbe una festa per tutta la terra / fare la pace prima della guerra!”. [x]

NOTE

[i]  Q.S.F Tertulliano, Apologeticum, 50,13

[ii] L. Malafronte, C. Maturo (a cura di), Urbs sanguinum, Napoli, Intra Moenia, 2008 >  http://www.urbs-sanguinum.freeservers.com/presentazione.html)

[iii] T. Livio, Storia di Roma. Libro I cap. 19  >  http://www.deltacomweb.it/storiaromana/titolivio_storia_di_roma.pdf  – sott. mie

[iv]  Virgilio, Eneide, libro I, vv. 294-96 >  http://web.ltt.it/www-latino/virgilio/index-virgilio.htm

[v]  Ermete Ferraro, “Operazione San GenNato” (16.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/16/operazione-san-gennato/

[vi] https://www.pressreader.com/italy/il-mattino-caserta/20170917/282668982527991

[vii]  http://www.napolitime.it/101447-san-gennaro-day-sul-sagrato-del-duomo-napoli.html

[viii] http://www.un.org/en/events/peaceday/

[ix]  https://www.facebook.com/events/1744099985892166/?active_tab=discussion

[x] Stefano Panzarasa (a cura di), L’orecchio verde di Gianni Rodari – L’ecopacifismo, la visionarietà, la pratica della fantasia e le canzoni ecologiste, Viterbo, Stampa Alternativa, 2011


(C) 2024 Ermete Ferraro (pubblicato in origine nel 2017)

Serpenti & Colombe

Durante la recente riunione plenaria del Comitato Pace e Disarmo Campania [i], convocata alla ripresa delle attività per rilanciarne nel modo più efficace le azioni, padre Alex Zanotelli – che ne è animatore e portavoce – fra l’altro ha citato la nota frase evangelica in cui Gesù ammaestra i suoi discepoli, avvertendoli di stare attenti, poiché li sta inviando a predicare la Buona Notizia in un mondo ostile ed assai poco disposto ad accettarla. Il versetto in questione, nella traduzione corrente della Chiesa Cattolica, suona: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.» [ii]  Gli aggettivi italiani utilizzati per indicare i due atteggiamenti, apparentemente contrastanti, che il Maestro suggeriva allora (e propone anche oggi a chi voglia farsene seguace e testimone) sono evidentemente il calco di quelli impiegati nella Vulgata latina (IV secolo, san Girolamo): «Ecce ego mitto vos sicut oves in medio luporum estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbæ.» [iii]  Talvolta però accade che la tradizionale fedeltà alla versione latina del Nuovo Testamento rischi di tradire il senso del testo evangelico originario, che in lingua greca è: «Ἰδού, ἐγὼ ἀποστέλλω ὑμᾶς ὡς πρόβατα ἐν μέσῳ λύκων· γίνεσθε οὖν φρόνιμοι ὡς οἱ ὄφεις καὶ ἀκέραιοι ὡς αἱ περιστεραί.» [iv]

Nel mondo protestante ed evangelico l’attenzione al testo originale è più evidente, come dimostrano le conseguenti varianti nelle diverse versioni delle Sacre Scritture. Un utilissimo e moderno presidio per lo studio biblico è il sito web cui spesso attingo nelle mie ricerche (www.blueletterbible.org ), che non si limita ad offrire il testo inglese dei versetti ricercati, ma offre   la gamma delle versioni bibliche di tradizione anglosassone-protestante. Consultando questa risorsa informatica a proposito del versetto di Matteo in questione, infatti, le traduzioni offerte dei due aggettivi sono, rispettivamente “wise” (saggio – sapiente) ed “harmless” (innocuo – inoffensivo).[v] Da una ricerca più approfondita delle varie versioni inglesi, però, risulta che gli aggettivi possono essere anche altri. Nel primo caso: shrewd = scaltro, astuto, accorto (NIV), wary = cauto, diffidente (NASB20), prudent = prudente(DBY) e, nel secondo caso: innocent = innocente (ESV – CSB…) e guileless = ingenuo (DBY). [vi]

Di fronte a questo ventaglio di possibili (ma diverse) traduzioni viene spontaneo chiedersi quali attributi Gesù abbia effettivamente usato per rendere i propri discepoli più consapevoli del miglior atteggiamento da adottare nella loro difficile opera di evangelizzazione? Purtroppo non conosciamo gli aggettivi ebraici (o meglio, aramaici) che furono allora pronunciati dal Cristo, ma abbiamo comunque a disposizione il testo greco originale, dal quale possiamo appunto estrapolare il senso più autentico (direi etimologico) di quei due attributi.

Il primo è φρόνιμος /phròsimos che, nel lessico cui rinvia il sussidio inglese citato, viene  tradotto: «Intelligente, saggio, prudente, cioè attento ai propri interessi, riflessivo, cioè sagace o discreto (implicando un carattere cauto; denota abilità pratica o acume; indica piuttosto intelligenza o acquisizione mentale);[…] נ בון, ח כ ם, מ ב ין = intelligente, comprensivo.» [vii]   Un vocabolario on line del greco antico traduce φρόνιμος con: “intelligente, prudente, saggio, giudizioso, perspicace“ [viii], ma basta consultare il nostro classico ‘Rocci’ per comprendere che l’aggettivo deriva dal verbo greco φρονέω (phronéo), indicante l’essere saggio, assennato, ragionevole, riflessivo [ix], da cui anche il sostantivo φρόνημα (phrònema), ossia: intelligenza, pensiero etc. [x]. L’immersione nel testo originario, dunque, ci consente d’interpretare metaforicamente il serpente come simbolo di un’intelligenza/conoscenza della realtà che rende saggi, prudenti, giudiziosi ed accorti. Ecco perché i seguaci di Cristo dovrebbero prendere molto sul serio la Sua paterna raccomandazione di non lasciarsi prendere dall’emotività, dallo spontaneismo e dall’imprudenza, proprio perché riflessione e cautela non denotano un atteggiamento timoroso o vile ma, al contrario, la piena consapevolezza della necessità di agire ‘nel mondo’ [xi] con saggezza e, perché no, anche con scaltrezza, consci di operare in un contesto spesso ostile o comunque poco accogliente verso una proposta radicalmente alternativa. Particolarmente interessante, sul piano teologico, è il riferimento di Gesù in questo contesto proprio ad un animale ‘scomodo’ e con una cattiva fama come il serpente (ὄφις – òphis). Se ne parla infatti in 8 testi biblici, sia dell’Antico Testamento (Genesi) sia di quello Nuovo (Matteo, Marco, Luca, Giovanni, I e II lettera ai Corinzi, Apocalisse) e quasi sempre in modo negativo, cioè come animale astuto, tentatore ed infido. Ciononostante, in Mt. 10:16 il Maestro indica proprio il serpente come simbolo di un atteggiamento cauto, attento e saggio, invitandoci a non ignorare i pericoli della scelta evangelica e ad essere quindi pratici, prudenti, concreti e – come si dice a Napoli – abbasàti, ossia saggi e capaci di mantenere ‘i piedi per terra’.

Il secondo attributo da approfondire è ἀκέραιος / akéraios, comunemente reso in italiano con semplice ricalcando la versione latina, ma di cui abbiamo visto possibile scegliere fra altre possibili traduzioni (innocuo, inoffensivo, innocente, ingenuo). In effetti, come risulta consultando un vocabolario del greco antico, ci sarebbero ulteriori modi di rendere questo aggettivo: intatto, incolume, illeso, intero, integro, incontaminato, puro. [xii] L’etimologia di ἀκέραιος/akéraios, d’altra parte, rinvia principalmente al concetto di integrità (l’alfa privativa nega infatti l’aggettivo kèraios che allude alla distruzione, alla separazione di qualcosa d’intero), ma anche al verbo greco κεράννυμι / kerànnymi, il cui senso è mescolare, mischiare e, in un certo senso, contaminare. In questo caso, l’animale-simbolo di tutte le qualità elencate, nel versetto di Matteo, è la colomba (in greco περιστερά – peristerà), da sempre iconica rappresentazione della pace, della riconciliazione, della mansuetudine e dell’innocenza. Uccello diffusissimo in Palestina, essa nella Bibbia è metafora della salvezza che Dio concede misericordiosamente a coloro che sono stati traviati dall’antico serpente, ma è anche simbolo proverbiale di semplicità ed ingenuità, oltre che di purezza ed integrità. L’avvertimento del Maestro ai suoi discepoli, dunque, è quello di mantenersi puri, integri e semplici, senza però cadere nelle trappole di un mondo (κόσμος / kosmos) che aspetta solo l’occasione per catturarle e metterle a tacere, proprio come il proverbiale lupo con le pecore.  Certo, le colombe volano e vedono le cose dall’alto, così come dovrebbe fare un seguace e testimone di Cristo, che voglia mantenersi fedele al suo insegnamento d’amore e di pace. Ma c’è bisogno anche dell’attenzione accorta e prudente dei serpenti, che conoscono bene il terreno nel quale si muovono cautamente, proprio per non cadere in una religiosità astratta, spiritualistica e disincarnata.

C’è anche un altro brano evangelico che ci lascia un po’ spiazzati, quando leggiamo che Gesù aveva affermato: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16:8). Ma forse è proprio la ‘scaltrezza’ dei serpenti che può aiutarci ad uscire dalla teoria astratta, per restare sì integri ma non ingenui ed incapaci di concretezza pratica. La nonviolenza attiva, infatti, è sempre stata uno stimolo ad agire secondo principi etici irrinunciabili, ma perseguendo obiettivi concreti, fattivi e raggiungibili. Riprendiamo quindi il nostro percorso di pacifisti, ma senza dimenticarci dell’avvertimento di Gesù e sforzandoci di coniugare l’integrità e l’in-nocenza delle colombe con la saggia prudenza dei serpenti.

Note


[i] Visita https://www.pacedisarmo.org/  e https://www.facebook.com/comitatopacedisarmo

[ii] C.E.I.: Matteo 10,16 https://ora-et-labora.net/bibbia/matteo.html#cap_vangelo_secondo_matteo_10  Cfr. anche https://www.bibbiaedu.it/GRECO_NT/nt/Mt/10/?compareto=INTERCONFESSIONALE

[iii] https://www.bibliacatolica.com.br/it/vulgata-latina-vs-la-sacra-bibbia/evangelium-secundum-matthaeum/10/#

[iv] Cfr. https://www.blueletterbible.org/kjv/mat/10/16/t_conc_939016  e https://www.bibbiaedu.it/GRECO_NT/nt/Mt/10/

[v]  https://www.reverso.net/traduzione-testo#sl=eng&tl=ita&text=wise  e  https://www.reverso.net/traduzione-testo#sl=eng&tl=ita&text=harmless

[vi] https://www.blueletterbible.org/kjv/mat/10/16/t_bibles_939016

[vii] https://www.blueletterbible.org/lexicon/g5429/kjv/tr/0-1/

[viii] https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%CF%86%CF%81%E1%BD%B9%CE%BD%CE%B9%CE%BC%CE%BF%CF%82+ 

[ix] Cfr. L. Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, Città di Castello, Società Dante Alighieri, 1970

[x]  Cfr. https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?lemma=FRONHMA100

[xi]  Cfr. Gv. 15:18-21

[xii] Cfr. Rocci, cit.

© 2024 Ermete Ferraro

Etimostorie #13: da VACANZA a EVACUAZIONE

Tempo di vacanze, con tutti i rituali di questo periodo: esodo di massa, code ai caselli, folla strabocchevole sulle spiagge e nelle località turistiche, caldo asfissiante, incendi boschivi etc. etc… Forse ‘vacanza’ e suoi derivati (fra cui il terribile ‘vacanzieri’) sono le parole più ricorrenti nelle cronache giornalistiche e televisive, nei post sui canali social e nelle discussioni fra amici e parenti, evocando periodi sempre più brevi ed intensi di fuga dallo stress lavorativo, per sostituirlo con quello dello svago, della ricreazione, del relax e del riposo (concetti che spesso si rivelano infatti del tutto inappropriati in  tale circostanza.

Non in molti, però, si chiedono – o sanno già – quale sia l’etimologia di questa magica parola, croce e delizia di tanti ma a quanto pare un po’ misteriosa. Alla base del sostantivo ‘vacanza’, eliminata la parte modificante finale, resta il monema lessicale ‘vac-‘, nel quale è racchiuso il cuore semantico della parola, generando in primo luogo l’attributo ‘vacuo/a’. Un aggettivo abbastanza desueto, ma il cui senso è per molti abbastanza chiaro: vuoto, non pieno, libero. Basti pensare anche alle espressioni ‘posto vacante’, ‘seggio vacante’ e similari.

 In effetti l’etimo della parola è sicuramente latino, poiché in quella lingua vacuus, -a, -um significava appunto ‘vuoto’, indicando uno spazio non occupato da nulla, più o meno come il kenos dei Greci, con derivazione protolatina *wakovos, a sua volta risalente ad una probabile radice indoeuropea *wak (abbandonare, lasciare, andar via)[1].

La ‘vacanza’, quindi, dovrebbe essere un periodo di ‘vuoto’, una realtà spazio-temporale improntata alla  libertà; un’occasione per ‘fare il vuoto’ dagli impegni e dagli assilli quotidiani, cosa peraltro altamente improbabile in  questi tempi caotici e difficili. A svuotarsi, semmai, sono solo le grandi città, dove – almeno per una decina di giorni – tutto sembra fermarsi, i negozi chiudono e le strade si svuotano, sempre naturalmente che non si tratti di centri turistici, che in questo periodo tendono invece a riempirsi di torme assetate e accaldate di turisti.

Fatto sta che dalla stessa radice, etimologicamente parlando, deriva anche il famigerato e maltrattato verbo ‘evacuare’, che significa appunto ‘svuotare’, in senso sia transitivo (sgomberare un edificio, abbandonare un luogo in pericolo, liberare l’intestino…) sia intransitivo (es. ”gli abitanti evacuarono in massa dalla zona del terremoto”). Eppure basta sentire i resoconti di un telegiornale o leggere un quotidiano per ritrovare questo verbo usato a sproposito, per evidente ignoranza del suo reale significato ma anche per l’incredibile pigrizia di chi dovrebbe vigilare sulla nostra lingua, bacchettando chi ne usa a sproposito il lessico, finendo così col dire inconsapevolmente delle sciocchezze. Ci raccontano sempre più spesso, infatti, che “la popolazione è stata evacuata a causa degli incendi boschivi”, “i pazienti dell’ospedale colpito dal missile sono stati evacuati”, “i residenti dell’edificio, dove è avvenuto il crollo, sono stati evacuati dalla protezione civile”. Se è vero quanto ho chiarito prima, dunque, persone duramente colpite da catastrofi varie e dolorose sarebbero state anche ‘svuotate’…aggiungendo cinicamente ulteriori sofferenze a quelle già patite!

Dice: vabbè, non facciamo i pignoli né i puristi. Ormai tutti dicono così e, si sa, la pratica val più della grammatica, o no? Eh no, troppo comodo usare a sproposito la propria lingua, senza nessuna obiezione, soprattutto quando a farlo non sono persone qualunque ma ministri, funzionari e giornalisti, dai quali sarebbero legittimo attendersi un minimo di correttezza espressiva.

Resta, infine, da riflettere – in questo nostro sempre più assolato ed affollato stato di teorica ‘vacanza’- a coloro i quali hanno preoccupazioni molto più serie delle code in autostrada e dell’affollamento nei bar e nei ristoranti. Migliaia di esseri umani sfollati dai loro villaggi distrutti e vaganti senza meta; abitanti sgomberati per emergenze telluriche, frane, inondazioni ed altri eventi avversi; paesi quasi raggiunti dalla furia distruttiva delle fiamme che stanno devastando ettari di boschi; malati e piccoli pazienti sfrattati dai loro letti d’ospedale e privati delle cure essenziali per la ferocia di guerre criminali. Tutti ‘evacuati’ dei propri diritti fondamentali, privati della dignità di esseri umani, ‘svuotati’ di ogni minima sicurezza e tranquillità e costretti a vivere nell’emergenza continua e nella precarietà.

Ci sarebbe da continuare con altre amare riflessioni, ma chiudo qua, per il timore che le mie parole suonino inutili e…vacue.

© 2024 ERMETE FERRARO


[1] Cfr. voce ‘vacuum’ in www.etymonline.com

Il signore della violenza

Le vacanze sono l’occasione per dedicarsi alla lettura ed io in questi giorni ho riletto il romanzo di William Golding “ll Signore delle mosche”. Le avventure di un gruppo di ragazzi e bambini inglesi, sopravvissuti ad un disastroso incidente aereo e costretti ad inventarsi un’esistenza randagia in un’isola deserta, mi hanno riportato alla mente l’annosa questione dell’alternativa tra civiltà e vita selvaggia, regole da rispettare e rifiuto di ogni limite etico, dialogo costruttivo e violenza bruta .Una contrapposizione sicuramente troppo rigida e schematica, quasi manichea, che esclude le infinite possibilità intermedie, ma sicuramente un punto fermo della riflessione filosofica sulle società umane.
Rileggendo sulla spiaggia le vicende di quest’anomala comunità tutta di minori, in mezzo alla quale emergono subito due leader antagonisti, ho ripensato ad anni di esperienze come educatore ed insegnante, attento a cogliere la dinamica del gruppo che mi era stato affidato, pur senza trascurare quella della psicologia individuale e le esigenze delle singole persone. Nell’avvincente scrittura di Golding ho ritrovato i perenni meccanismi che presiedono alle difficili relazioni umane, che nei più piccoli emergono con ancor maggiore chiarezza, mettendo in evidenza il conflitto tra sé e gli altri, ma anche quello tra l’uomo ed il suo ambiente.
Da ecopacifista, impegnato a cercare modalità espressive ed attive improntate ai valori della nonviolenza ma anche all’ecologia linguistica, non ho potuto fare a meno di leggere il racconto dello scrittore inglese come un’evidente metafora della continua lotta tra pulsioni distruttive e ricerca di soluzioni pacifiche, ricerca del consenso ed affermazione di un’autorità indiscutibile e minacciosa.
L’apparente ed inaspettata vacanza, evocante la lettura dei classici di avventure e raccontata mirabilmente da Golding, in effetti, ben presto si trasformerà in un incessante duello tra due opposte visioni della sopravvivenza sull’isola. Da una parte c’è la razionalità e la ricerca di un ‘modus vivendi’ condiviso e regolare perfino in una situazione estrema da sopravvissuti, in vista di un auspicato salvataggio e del ritorno alla vita quotidiana e ‘civile’. Dall’altra, viceversa, l’affiorare – prima sordo poi sempre più esplicito – d’ una sempre più esplicita pulsione anarchica, di rifiuto dei pretesi valori cui si è stati educati, per affermare apertamente la logica dell’homo homini lupus, del branco animale stretto intorno al potere asoluto del proprio capo, cui delegare per intero ogni scelta e responsabilità.
Certo, fa un po’ sorridere il tentativo del leader positivo, Ralph, di stabilire una sorta di democrazia parlamentare in un’isola sperduta, cercando di dare regole certe e condivise di discussione ad un insieme di bambini e ragazzi più grandi, che però sembrano non aver chiaro nella propria mente che quella forzata ‘vacanza’ dovrebbe essere assolutamente interrotta, cercando ogni mezzo per farsi notare da eventuali salvatori. Il simbolo di quella ricerca di salvezza e ritorno alla civiltà è per Ralph un segnale di fumo da mantenere ad ogni costo. Al contrario, per il suo antagonista, il truce Jack, la brusca fuoriuscita dalle insopportabili norme ‘civili’ diventa un’ottima occasione di autoaffermazione e di realizzazione del l’anomia che da sempre gli cova dentro e che facilmente riesce a contagiare ai suoi gregari, grazie allo stimolo entusiasmante della caccia, al tempo stesso fonte di autonomia e di affermazione dell’uomo sulla natura.


Non a caso, inoltre, la tribù di cacciatori promossa da Jack è definita un ‘esercito’, per sottolineare la logica di ferrea disciplina e lo spirito di corpo che deve vincolare il gruppo dei ragazzini agli ordini del capo, cui si può solo ubbidire.
Al richiamo della bianca conchiglia con cui Ralph convoca l’assemblea per discutere coi suoi compagni, nella speranza di trasformarli in una comunità democratica e responsabile, dopo i primi tempi di accettazione delle regole, Jack contrapporrà il codice dei colori con cui ricoprirsi il corpo e le urla belluine che ha stabilito come segnale di avvertimento e di battaglia per la sua tribù di ‘selvaggi’. Un simbolo di ferocia ed aggressività, ma anche una ‘uniforme’ per irregimentare i suoi more militari. Perché nella sua visione la vita è lotta, affermazione di sé sugli altri e sulla realtà naturale, dominio e controllo del territorio, per accaparrarsene le risorse.
E’ difficile non scorgere dietro questa narrazione l’apologo di una condizione umana drammaticamente sospesa tra la brutalità della violenza e la razionalità delle regole, ma anche del fallimento di una ‘civiltà’ che si limita ad inibire le pulsioni distruttive dell’uomo, senza però contrapporvi altro che fragili convenzioni e leggi da osservare, ma solo per non incorrere nelle punizioni. Gli sforzi dello scrittore britannico, che era stato anche insegnante ed aveva sperimentato in classe forme di dialogo democratico, sono vanificati da una realtà in cui le stesse regole della cultura occidentale hanno finito con l’alimentare paradossalmente l’anomia, l’inselvatichimento e la legge del più forte.
E’ ciò cui purtroppo assistiamo quotidianamente, con l’ascesa degli autoritarismi, il dominio del militarismo bellicista, l’esplosione irrazionale e suicida dei conflitti in forme violente e contagiose. E’ anche la pervicace conferma della logica predatoria dell’uomo sull’ambiente naturale, per dominarlo perfino a costo di provocare la propria stessa estinzione. La violenza non è solo una patologia – ci spiega Golding – ma il frutto di paure ancestrali ed istinti primordiali, cui la civiltà ha solo imposto dei limiti, senza contrapporvi una vera alternativa, che nasca dal cuore e non solo dalla razionalità.
La nonviolenza, invece, fa appello alla coscienza individuale oltre che alla consapevolezza collettiva, trasformando la pretesa virtù dell’ubbidienza al capo in una scelta personale e responsabile ed insegnando a valutare i mezzi utilizzati dalla positività o meno delle loro conseguenze. La nonviolenza non è vigliaccheria ma coraggio di opporsi risolutamente al male anche a rischio di rimetterci in prima persona, come fa Ralph nel romanzo, sconfiggendo il gregarismo passivo di chi scarica sul capo ogni decisione, chiave di ogni totalitarismo.
I conflitti e le tensioni latenti, quindi, non vanno esorcizzati in nome di una precaria ricerca del consenso e dell’ordine, ma piuttosto trasformati creativamente e costruttivamente in occasioni di maturazione dello spirito e di crescita collettiva.
Il fatto che nel romanzo di Golding l’isola sia abitata solo da ragazzi sembrerebbe escludere l’influenza degli adulti nei loro comportamenti, ma la verità è che proprio dall’esempio dei ‘grandi’ essi hanno assorbito la loro impostazione. Non sarà il loro perbenismo un po’ ipocrita a salvare i loro ragazzi da una degenerazione, frutto della caduta dei consueti freni inibitori in una situazione del tutto nuova e diversa. Non sarà neppure il buon senso di Ralph e del suo amico Piggy ad impedire l’affermazione di una barbarie primitiva nel gruppo, il cui simbolo è la mostruosa testa di porco infilata su un bastone e ricoperta di mosche, da cui trae il titolo il libro, visto che è l’esatta traduzione di ‘Ba’al Zebùl’, il dio pagano cui si facevano sacrifici umani e che è poi diventato poi diabolico Belzebù della tradizione cristiana.
Contro i nostri demoni interiori non ci sono esorcismi ma solo appello alla coscienza, per evitare di assecondare gli spiriti di violenza, di vendetta, di dominio e di potere assoluto che compromettono ogni relazione positiva con gli altri e con la natura. Alla tragica distopia dell’homo homini lupus possiamo allora contrapporre l’utopia concreta e fattiva dell’empatia, della cooperazione e della costruzione di rapporti di comune umanità e di fusione con una natura di cui facciamo parte.    

© 2024 Ermete Ferraro

Il camaleontico ambientalismo dei militari

L’ecolinguistica per demistificare narrazioni pseudo-ecologiste

Nella III e IV parte del manuale in cui ipotizzo una “Grammatica ecopacifista” [i], mi sono soffermato a lungo sulla proposta d’una metodologia di analisi critica del discorso che traesse spunto dagli studi di ecolinguistica [ii] sulle ‘narrazioni’ anti-ecologiche diffuse dai media ma, al tempo stesso, riuscisse a cogliere le insidiose infiltrazioni d’un linguaggio militarista e bellicista nella comunicazione quotidiana, mediatica ed istituzionale.

Alcuni esempi di questa ricerca sono presenti già nell’ultima parte del mio libro, dove ho preso in esame alcuni testi, analizzandone il lessico dal punto di vista non solo ‘locutorio’ (che cosa affermano), ma anche ‘illocutorio’ (quale scopo si propongono) e ‘perlocutorio’ (quali effetti producono sui destinatari). In particolare, uno dei testi già analizzati [iii]  era un documento parlamentare del 2022 sulla pretesa Transizione ec0logica della Difesa [iv], nel quale demistificavo l’intento ‘illocutorio’ d’una strumentale quanto improbabile trasformazione delle nostre forze armate in chiave ambientalista. Altri articoli che offrono una lettura critica di messaggi del genere li ho pubblicati nel mio blog e nel sito web ‘Academia.edu’, utilizzando l’impostazione ‘ecopacifista’ che propongo nel manuale [v].

Ora, proseguendo nella denuncia di queste sempre più frequenti operazioni di greenwashing, che cercano di presentare (non solo in Italia) gli organismi della difesa militare come i paladini della rivoluzione ecologista, questo mio contributo intende approfondire tali insidiose e mistificanti narrazioni, ancor più paradossali e indigeste quando abbiamo davanti agli occhi quotidianamente gli effetti catastrofici dei conflitti armati in atto, anche sul piano ambientale.

Il breve testo che stavolta ho sottoposto a verifica è presumibilmente stato prodotto da esperti in comunicazione alle dipendenze del Ministero della difesa, non riporta una data di pubblicazione ma sembrerebbe comunque abbastanza recente. Particolarmente illuminante già nel titolo (Esercito e ambiente. Elementi di narrativa per la comunicazione istituzionale [vi]), si direbbe un documento d’indirizzo, destinato a circolazione interna nella struttura militare, per poi essere utilizzato nelle pubbliche relazioni. I due termini utilizzati come incipit (“narrativa”) ed in coda all’indirizzo informatico (“approvata”) sono già abbastanza espliciti, lasciando trasparire una direttiva centrale ed ufficiale per orientare l’immagine istituzionale dell’esercito, preventivamente autorizzata dall’alto e diramata agli organi periferici per opportuna diffusione sui media.

Il verbo ‘narrare’ etimologicamente [vii] rinvia all’antica radice *gna (vedi il sanscrito gnanam: conoscenza), col suffisso dell’arcaico verbo igare, variante di agere (fare). In senso proprio, quindi, la ‘narrazione’ dovrebbe essere il frutto di un’azione finalizzata a diffondere un’autentica conoscenza. Ma recentemente, mutuando il neologismo inglese narrative, ha assunto un’accezione meno positiva, indicando una: “forma di comunicazione argomentata tesa a conquistare consensi attraverso un’esposizione che valorizzi ed enfatizzi la qualità dei valori di cui si è portatori, delle azioni che si sono compiute e si ha in programma di compiere, degli obiettivi da raggiungere…” [viii].

Il testo in oggetto si presenta infatti come una “ideological representation” [ix] di ciò che l’esercito italiano vorrebbe apparire più che di quanto sia in realtà, facendo ricorso ad una terminologia esplicitamente ecologista per avvalorare una tardiva vocazione ‘green’.  Utilizzerò pertanto l’analisi critica del testo di questa dichiarata ‘narrazione’ per evidenziare l’uso strumentale di elementi lessicali scelti opportunamente a tale scopo propagandistico, sottacendo invece sulla natura intrinsecamente distruttiva delle forze armate e sulla pesantissima impronta ecologica che esercitano sull’ambiente naturale ed umano [x].

Un esercito virtuoso e responsabile, che protegge l’ambiente?

Il testo esaminato consta di 749 parole ed è suddiviso in 5 paragrafi: 1) Master message; 2) Operazione e concorsi a difesa dell’ambiente; 3) Gestione dei poligoni e simulazione addestrativa: 4) Infrastrutture e transizione energetica; 5) Coscienza ambientale. Il primo di essi, contrassegnato dal solito anglicismo informatico, contrassegna il ‘messaggio-guida’ cui adattare la comunicazione seguente. Essa affronta i vari ambiti in cui – secondo i redattori del testo – si esplicherebbe la vena ambientalista del nostro esercito, impiegato non solo contro il degrado ambientale esterno, ma impegnato anche a rendere eco-compatibili strutture e attività per loro natura distruttive o comunque inquinanti. La mia indagine sull’insieme del testo ha quindi posto in luce lo sforzo semantico dell’istituzione militare per apparire credibile in questa ‘mission impossible’, individuando e tabulando le forme nominali, aggettivali, verbali ed avverbiali utilizzate a tale scopo.

(a) Ovviamente il peso maggiore ricade sui 54 sostantivi con valenza ambientale da me enucleati (tra parentesi il numero di ricorrenze – in grassetto le ‘parole-chiave’):

ambiente (5) – salute – contrasto (2) – bonifica (2) – ripristino – difesa (2) – salvaguardia (2) – autoproduzione (2) – efficientamento (2) – piattaforma (2) – impatto (3) – normativa – sviluppo – avanguardia (2) – territorio – violazione – controllo – rimozione – tecnologia (2) – sostenibilità – sicurezza – monitoraggio – naturalità– cementificazione – bracconaggio – contenimento – emissione (2) – limitazione – transizione (2) – ecosostenibilità – certificazione – energia (2) – trattamento – rifiuto – sostituzione – installazione – emissione – riduzione – percorso – fonte – elettrificazione – consumo – sperimentazione – biocombustibile – autonomia – responsabilità – attenzione – futuro – pianeta – formazione – conservazione – coscienza (2) – opportunità.

Il quadro ‘narrativo’ che emerge in primo luogo da questo documento è semanticamente contrassegnato da concetti ‘protezionistici’ che l’Esercito si attribuisce, per la sua funzione di supporto all’autorità giudiziaria (contrasto, difesa, controllo, salvaguardia, normativa, violazione, sicurezza, bonifica, monitoraggio, limitazione, conservazione…), adoperando un linguaggio sicuramente più confacente al proprio ruolo (assai discutibile ma codificato per legge) di struttura ausiliaria nell’ambito della pubblica sicurezza e della protezione civile [xi].

In secondo luogo, la terminologia adoperata nel documento intende rimarcare la pretesa sensibilità ambientale di questa forza militare (ambiente, salute, impatto, emissione, energia, rifiuto, consumo, futuro, pianeta, coscienza).

Un terzo gruppo di parole-chiave, infine, sono destinate a contrassegnare e concretizzare la dichiarata ‘svolta’ ecologista dell’esercito, attingendo a piene mani al lessico ‘green’ che caratterizza (almeno a parole) i piani governativi per la ‘transizione energetica’ (autoproduzione, efficientamento, contenimento, ecosostenibilità, riduzione, elettrificazione, sperimentazione biocombustibile). Poco più che formule magiche, usate strumentalmente per indicare la volontà di trasformare un pesante, anomalo ed inquinante apparato militare in qualcosa di meno impattante sull’ambiente naturale ed antropico, e quindi di più ‘sostenibile’.

(b) Ma la colorazione ‘verde’ di questo documento deriva anche dall’utilizzo d’una ventina di attributi che ho evidenziati nella tabulazione e che riporto di seguito (tra parentesi le occorrenze plurime e in grassetto gli ‘aggettivi-chiave’):

sostenibile (3) – rispettoso – green (3) – minimo – ambientale (5) – verde – smart (3) – integrato – disponibile – innovativo – ibrido – energetico (3) – circolare – moderno (3) – pulito – nuovo (2) – climalterante – elettrico – graduale – progressivo.

Anche nel caso della scelta degli aggettivi si colgono in trasparenza tre elementi basilari della pretesa rivoluzione ‘verde’ avviata dalle nostre forze armate, presi peraltro in prestito dal solito lessico politichese: (i) l’ambiguo concetto di ‘crescita sostenibile’ [xii]; (ii) l’idea, del tutto arbitraria, che la transizione ecologica si coniughi strettamente con quella ‘digitale’, in quanto frutto di scelte innovative ma graduali, anziché d’un radicale cambiamento del modello attuale di sviluppo e consumo; (iii) il banale luogo comune in base al quale lo sviluppo del settore ‘elettrico’ sarebbe di per sé garanzia di scelte ecologiche, a prescindere dalle fonti energetiche da cui è ricavata l’elettricità;  (iv) il topos della ricerca di modernità/novità ed il malinteso concetto di ‘economia circolare’, sbilanciato troppo spesso sul riciclo piuttosto che sulla riduzione, il riuso ed il recupero dei materiali.

(c) La terza serie di significativi elementi lessicali che ho evidenziato è costituita dai seguenti 32 verbi, gli elementi più dinamici del discorso in quanto indicano le azioni che caratterizzano il progetto (tra parentesi le ricorrenze, in grassetto i verbi-chiave):

impegnarsi (3) – ridurre (2) – assicurare – prevenire – pattugliare – segnalare – intervenire – mantenere – accrescere – sfruttare – garantire – utilizzare (2) – adottare (2) – condividere – ricercare – conservare – preservare – contribuire – avvalersi – approdare – gestire – puntare – integrare – determinare – contenere – ricorrere – orientare – assicurare – formare – sensibilizzare – promuovere (2) – rafforzare.

Sebbene alcune voci verbali siano comunque caratteristiche della visione militare e interventista tipica di una forza armata che svolge anche compiti di ‘pubblica sicurezza’ (assicurare, prevenire, pattugliare, segnalare, intervenire, garantire, contenere, assicurare, rafforzare…), non mancano verbi più attinenti al ruolo di protezione ambientale che l’Esercito si attribuisce (impegnarsi, ridurre, condividere, conservare, preservare, sensibilizzare, promuovere…).

(d) La mia rassegna del lessico ‘ambientalista’ impiegato nel documento si conclude con una decina di forme ed espressioni avverbiali, che delineano in primo luogo la linea temporale nell’evoluzione ‘verde’ dei nostri militari, ma anche l’elemento quali-quantitativo della loro azione, come è opportunamente ‘narrato’ nel documento in esame (tra parentesi le occorrenze).

Quotidianamente – ogni anno – in futuro – nel prossimo futuro – in prospettiva – prioritariamente – al passo coi tempi – sempre/ancor più (3) – appieno – al meglio.

Come in tutti i progetti, si accenna a una programmazione degli interventi a breve, medio e lungo termine, oscillanti tra quotidianità, annualità ed un più vago ‘futuro’, non senza ribadire – con un certo orgoglio di corpo – che essi saranno comunque svolti ‘al meglio’, ‘appieno’ ed in modo ‘sempre più efficace’.

Il ‘greenwashing’ d’un apparato militare sempre più…mimetico

Come ho avuto modo di osservare in altre occasioni, è intollerabile il goffo tentativo delle forze armate – in Italia come in alti paesi – di travestire il loro ingombrante e minaccioso apparato, energivoro, inquinante e finalizzato alla distruzione, coi panni di un’organizzazione che si propone la protezione dell’ambiente. Ovviamente i militari fanno il loro mestiere e da alcuni anni sfruttano con un certo impegno i propri uffici di ‘relazioni pubbliche’ per accreditare un’immagine virtuosa di sé stessi.

Ma il vero problema non è tanto il loro sforzo di mimetizzarsi in una società più consapevole della centralità della questione ecologica, quanto il cinismo con cui i governi europei affermano di perseguire questa improbabile rivoluzione verde con le stellette, chiudendo gli occhi sull’enorme e perdurante impatto ambientale delle stesse forze armate, sia in tempo di ‘pace’ (addestramento, esercitazioni ed ordinaria gestione di strutture e personale), sia laddove si scatenano conflitti armati che le vedono direttamente o indirettamente partecipi (operazioni belliche, ‘missioni’ all’estero, manovre congiunte).

La ‘narrativa’ d’un esercito sempre più ‘green’, ‘smart’ ed ‘innovativo’, impegnato sia nella ‘difesa’ ambientale verso l’esterno che in una virtuosa ‘pulizia’ delle proprie ricadute ecologiche negative, sarebbe di per sé abbastanza stucchevole se non fosse anche una mistificazione sul piano comunicativo, avallando addirittura l’idea dei militari come custodi dell’ambiente.

Leggere in quel documento affermazioni come: “Dal secondo dopoguerra, la costituzione di poligoni militari ha contribuito alla sicurezza nazionale e, parallelamente, a conservare la naturalità del territorio italiano, preservandolo dalla cementificazione selvaggia e dal bracconaggio” [xiii], ad esempio, è uno schiaffo alle giuste e reiterate proteste di tante comunità locali contro l’ invadenza e la distruttività dei poligoni militari su territori sottratti da decenni alla legittima fruizione della collettività civile ed alla possibilità di essere risorse produttive.   

Resta poi indigeribile anche un’altra dichiarazione: “Dal 2020, abbiamo adottato un piano di monitoraggio dei poligoni in gestione e, quando previsto, condividiamo i risultati con le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA) competenti”, dal momento che le FF.AA. si sono costantemente avvalse della loro immunità ed insindacabilità anche sul piano ambientale, soprattutto quando si tratta di territori in concessione a stati esteri (U.S.A.) o ad alleanze difensive (leggi: N.A.T.O., ma anche U.E.), sottraendoli alla sovranità nazionale o limitandone l’esercizio [xiv].

Concludendo, in questo caso mi sono soffermato su uno solo degli aspetti tipici dell’analisi ecolinguistica delineata da Stibbe, denunciando come l’ideologia ecologista che trasuda dal documento risulti ossimorica rispetto a visioni e comportamenti della struttura militare. Con l’analisi lessicale di questo testo ho evidenziato la modalità comunicativa adottata dai suoi autori, mettendo il luce il suo intento ‘illocutorio’ (avvalorare e diffondere la ‘narrativa’ di un esercito virtuoso e responsabile sul piano ambientale) e ‘perlocutorio’ (la conseguita rassicurazione della comunità civile sulla volontà delle FF.AA.  di modernizzarsi e di ridurre al massimo la loro impronta ecologica).  Citando un passo dell’articolo del giornalista statunitense Jasper Craven sul “greenwashing del complesso militar-industriale” negli U.S.A., non posso dunque non concordare che “questi sono sviluppi positivi ma deboli, parte di una crescente offensiva di pubbliche relazioni del Pentagono per distrarre da decenni di degrado ambientale” [xv], sostenendo la paradossale tesi che “per la peggior fonte di emissioni il cambiamento climatico sarebbe una priorità”.

N O T E


[i] FERRARO, E. (2022a) Grammatica Ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Ed.

[ii] Cfr. in particolare il manuale di STIBBE, A. (2021), Ecolinguistics. Language, Ecology and the Stories We Live By, 2nd Edition, Abingdon, Routledge

[iii]  Cfr. “Pragmatica d’un testo ufficiale”, in FERRARO 2022, pp. 148-152

[iv] Cfr. https://temi.camera.it/leg18/temi/la-transizione-ecologica-della-difesa.html

[v]  Cfr. tra gli altri: FERRARO, E. (2022b), “Camaleonti con le stellette. Le forze armate tra conformismo atlantista e trasformismo ambientalista”, Academia.edu  https://www.academia.edu/71001713/CAMALEONTI_CON_LE_STELLETTE_Le_forze_armate_tra_conformismo_atlantico_e_trasformismo_ambientalista ; IDEM (2022c), “A rotta di…protocollo”, Academia.edu https://www.academia.edu/69943213/A_ROTTA_DI_PROTOCOLLO  ; IDEM (2023), “Credere, Rinverdire e Combattere?”, Academia.edu ; IDEM https://www.academia.edu/37811619/Credere_rinverdire_e_combattere&nav_from=de16c7ff-0994-4a75-bb3b-0e89a7b853a2&rw_pos=0  ; idem (2020) “Fenomenologia dello ‘strumento militare’ “, Academia.edu https://www.academia.edu/43188396/FENOMENOLOGIA_DELLO_STRUMENTO_MILITARE_Esercito_italiano

[vi] ESERCITO ITALIANO (s.d.), Esercito e ambiente – Elementi di narrativa per la comunicazione istituzionale https://www.esercito.difesa.it/Documents/Narrativa%20Esercito%20e%20Ambiente%20approvata.pdf

[vii] Cfr. voce ‘narrare’ in Etimo.it  https://www.etimo.it/?term=narrare

[viii] Cfr. voce ‘narrazione’ in Treccani.it https://www.treccani.it/vocabolario/narrazione2_res-4b2bd650-89da-11e8-a7cb-00271042e8d9_(Neologismi)/

[ix] Cfr. voce ‘narrative’ in WordReferece.com  https://www.wordreference.com/enit/narrative

[x] A tal proposito, cfr. i seguenti testi: 1) MAZZEO, A. (2023), “La contaminazione dell’apparato militare”, in DE LELLIS A., PLACIDO E., RUSSO S. 2023 (a cura di), Uscire dalla guerra per un’economia di pace, Assisi, Cittadella Ed; 2) CNAPD (s.d.), La pollution de l’activité militaire. Un fantôme à dévoiler, Bruxelles, CNAPD; 3) M.I.R. Italia, La colomba e il ramoscello. Un progetto ecopacifista (2021), Torino, Ed. Gruppo Abele; 4) Int’l Peace Bureau (2024), War Costs Us the Earth – GDAMS Statement 2024, I.P.B. https://ipb.org/war-costs-us-the-earth-%C2%B7-gdams-statement-2024/

[xi] Cfr. la L. 26 mar. 2001 n. 128, art 118: “1. In relazione a specifiche ed eccezionali esigenze, al fine di consentire che il personale delle Forze di polizia venga impiegato nel diretto contrasto della criminalità, il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri dell’interno e della difesa, adotta uno o più specifici programmi di utilizzazione, da parte dei prefetti delle province in cui le suddette esigenze si sono manifestate, di contingenti di personale militare delle Forze armate, da impiegare per la sorveglianza e il controllo di obiettivi fissi, quali edifici istituzionali ed altri di interesse pubblico. Tale personale è posto a disposizione dei prefetti dalle autorità militari ai sensi dell’articolo 13 della legge 1aprile 1981 n. 121”  https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2001;128  . Vedi anche la L. 14 nov. 2000 n. 331, in particolare al comma 5 dell’art. 1: “Le Forze armate concorrono alla salvaguardia delle libere istituzioni e svolgono compiti specifici in circostanze di pubblica calamità e in altri casi di straordinaria necessità ed urgenza”.  https://www.parlamento.it/parlam/leggi/00331l.htm#:~:text=Le%20Forze%20armate%20concorrono%20alla,7.

[xii] Cfr. FERRARO, E. (2015), “L’insostenibile leggerezza della sostenibilità”, Ermetespeacebook.blog https://ermetespeacebook.blog/2015/05/03/linsostenibile-leggerezza-della-sostenibilita/

[xiii] Cfr. il cit. documento “Esercito e ambiente”

[xiv] Per approfondire la questione cfr.: COLELLA. F (2024), “Le basi concesse in uso dal Governo sul territorio Italiano, ipotesi di limitazione alla sovranità nazionale”, SicurezzaeGiustizia https://www.sicurezzaegiustizia.com/le-basi-concesse-in-uso-dal-governo-sul-territorio-italiano-ipotesi-di-limitazione-alla-sovranita-nazionale/ –  TURCO, A. (2022), “La tutela dell’ambiente in Costituzione vale anche per le basi militari all’interno delle aree protette?”, Valigia Blu https://www.valigiablu.it/basi-militari-aree-protette/

[xv] CRAVEN, J. (2021), “Greenwashing the Military-Industrial Complex”, One of the world’s worst emitters makes climate change a “priority”, TheBaffler.com https://thebaffler.com/latest/greenwashing-the-military-industrial-complex-craven

© 2024 Ermete Ferraro

Etimostorie #12: RECLUTARE

Nella recente attività pacifista ed antimilitarista mi sono occupato della tendenza di alcuni governi europei, ma non solo, ad ipotizzare provvedimenti legislativi che portino al ripristino, in varie forme e con diverse modalità, della coscrizione militare obbligatoria, laddove in precedenza fosse stata sospesa per lasciar spazio alla professionalizzazione delle forze armate.

Data la mia inguaribile curiosità per il senso originario delle parole, non potevo però fare a meno di pormi domande sull’etimologia di termini strettamente connessi con quel contesto militare, solitamente usati senza chiedersi che cosa volessero inizialmente significare.  È il caso della quasi desueta parola ‘leva’, che viveversa sta tornando di moda in un contesto internazionale contrassegnato da guerre, ma anche di quella più gergale ‘naja’ e, in primo luogo, del lemma fondamentale, cioè ‘recluta’, col suo denominale ‘reclutare’.

Ebbene, la leva’ – spiega la fisica – è “una macchina semplice che consiste in un corpo rigido (di norma costituito da una sbarra) girevole intorno a un asse fisso (detto fulcro) e soggetto all’azione di due forze (tradizionalmente dette l’una potenza e l’altra resistenza, ma che sarebbe più appropriato chiamare rispettivam. forza motrice e forza resistente) applicate in due suoi punti”. [i] Lasciando stare i suoi significati in ambito meccanico, venatorio, psicologico, balistico etc., c’è da chiedersi: perché mai il servizio militare obbligatorio è stato chiamato così? Poichè il senso originario della parola ‘leva’ ci riporta a qualcosa che si adopera per alzare, sol-levare, è probabile che la ‘leva’ militare mirasse appunto a far emergere nuovi elementi da immettere nelle forze armate, ‘rimuovendoli’ dallo stato civile. [ii]

Ma ‘levare’ le persone dalla loro abituale condizione in tempo di pace, per portarli a combattere, rende necessario il ricorso ad un’imposizione legale, ad un preciso obbligo. Se per chi aveva già ‘servito la patria’ in armi si trattava di un richiamo, per arruolare nuovi giovani (iscrivendoli nel ‘ruolo’ dei soldati e trasformandoli in ‘co-scritti’) bisognava quindi ricorrere ad un criterio oggettivo: l’anno di nascita, cioè la c.d. ‘classe’ di appartenenza. Ed infatti: “Una … spiegazione fa risalire il termine naja al veneto antico naia, “razza, genia”, che a sua volta deriva dal termine latino natalia, pl. neutro di natalis, “attinente, relativo alla nascita”, con riferimento alla classe generazionale che veniva coscritta ogni anno”. [iii]

La principale voce lessicale da sondare etimologicamente, però, è proprio recluta, da cui reclutare. Si tratta d’un verbo che, sebbene sia utilizzato anche in ambito civile (es.: reclutare il personale), conserva un alone militare, rinviando ad un meccanismo d’assunzione forzato, o quanto meno non volontario. L’indagine sulla forma originaria del sostantivo e del suo verbo non dà risultati unanimi. Sembrerebbe rinviare allo spagnolo reclutar o alle simili forme in ‘r’ (fr: récruter – ingl: recruit), risalenti al sec. XVII e indicanti “una novella levata di soldati per surrogare i mancanti” [iv], forse riferendosi al verbo ré-coître, ricrescere, crescere di nuovo. L’etimologia più probabile, però, rinvia invece all’antico francese clut ed alle consimili voci nordico-germaniche (klut, clut, clout ), indicanti un pezzo di panno, un brandello di tessuto. Ne deriva così che re-clutare avrebbe il senso di ri-cucire insieme dei pezzi lacerati. [v]   

Sta di fatto che ambedue i significati lasciano intravedere una visione strumentale, che utilizza le persone come elementi vegetali da coltivare, per sostituire quelli…‘recisi’, oppure come pezzi di stoffa da mettere insieme per ricomporre un tessuto che va…rappezzato. Non lo dimentichino i giovani, anche in Italia, se e quando si troveranno ad essere sottoposti a una coscrizione che resta un’autoritaria costrizione, al fine di re-integrare un tessuto militare lacerato, ovviamente per impiegarlo in nuove e laceranti avventure belliche…


Note

[i] Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/leva1/ 

[ii]  Cfr. https://www.etimo.it/?term=levare

[iii]  Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Servizio_militare_di_leva_in_Italia#:~:text=Una%20diversa%20spiegazione%20fa%20risalire,che%20veniva%20coscritta%20ogni%20anno.

[iv] Cfr. https://www.etimo.it/?term=reclutare

[v] Ibidem

Europa a 12…stellette? No, grazie!

DI ERMETE FERRARO

Alla ricerca d’un manifesto poco…manifesto

«Scusate, ma esattamente cosa vi serve?». A porre la domanda, con tono angosciato, la stupita dirigente dell’Area ‘Servizi al Cittadino’ del Comune di Napoli, cui un mese fa avevo chiesto di visionare l’ultimo manifesto di chiamata alla leva firmato dal Sindaco, di cui si erano perse le tracce. Le avevo peraltro chiarito che la mia richiesta – essendo un pensionato ultrasettantenne – non derivava da interesse personale, ma dalla necessità – come responsabile di un’organizzazione pacifista – di visionare le informazioni fornite con quell’avviso pubblico ai diretti interessati, i giovani della classe 2007 ed i loro genitori.

Qualcosa nelle mie parole non riusciva comunque a convincere l’interlocutrice, per la quale ero una fastidiosa apparizione che interrompeva, per di più con una pretesa assurda, la sua burocratica routine pre-elettorale. Quando, tra sbuffi e borbottamenti, si è decisa ad assecondare il mio bizzarro desiderio, ha estratto da un faldone una locandina formato A4 riproducente il manifesto in questione, che mi ha mostrato fugacemente, per assecondarmi e congedarmi. Alla mia richiesta di riprodurlo – con una fotocopia o soltanto fotografandolo col cellulare – si è però affrettata a richiudere il prezioso foglio nel sarcofago cartaceo da dove aveva rivisto la luce, replicando che non era possibile.

«Ma si tratta di un atto pubblico!» ho protestato, ricavando la sorprendente risposta che, se proprio ci tenevo, potevo procurarmene copia nella mia municipalità di residenza, cui a suo tempo era stato inoltrato per l’affissione di 15 giorni. A questo punto non mi è rimasto che esprimerle il ringraziamento per la cortesia e disponibilità dimostrata…

È stato questo il primo atto della mia avventurosa ricerca del bando perduto negli uffici comunali di Anagrafe e Stato Civile, decentrati nel quartiere Soccavo, che è poi proseguita nella Segreteria della Presidenza V Municipalità. Anche lì la mia richiesta suonava stravagante però, dopo un’interlocuzione tra uffici, ho finalmente ottenuto la fotocopia.

Ma – tornando alla domanda iniziale – a cosa diavolo mi serviva quel documento, visto che di servizio militare di leva non si parla da 20 anni?  Il fatto è che, come ho spiegato nel precedente articolo [i], tuttora non sono molti gli italiani consapevoli che, a partire dal 2005, la ‘leva’ obbligatoria per i maschi da 18 anni in poi non è stata abolita, ma solo ‘sospesa’ dalla legge 226/2004.  Ne consegue che, in Italia, la coscrizione militare può effettivamente tornare, com’è previsto dall’art. 1929 del Codice Ordinamento Militare:

“Il servizio di leva è ripristinato con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, se il personale volontario in servizio è insufficiente e non è possibile colmare le vacanze di organico, in funzione delle predisposizioni di mobilitazione, mediante il richiamo in servizio di personale militare volontario cessato dal servizio da non più di cinque anni, nei seguenti casi: a) se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione; b) se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate”. [ii]

La prima osservazione da fare è che, stando così le cose, non è richiesto alcun passaggio per il Parlamento, poiché che la decisione di ripristinare il servizio di leva è stata riservata al potere esecutivo, scavalcando quello legislativo. La seconda è che il testo citato risulta ambiguo, lasciando intendere che, in caso di emergenza, potrebbero essere richiamati alle armi solamente i militari volontari congedati da massimo 5 anni, mentre nel successivo articolo si parla esplicitamente di “riattivazione del servizio militare obbligatorio” [iii].

Ecco perché i Sindaci di tutti Comuni italiani, in quanto ufficiali di governo, sono tuttora tenuti per legge a rendere noto: “con apposito manifesto […]: a) ai giovani di sesso maschile che nell’anno stesso compiono il diciassettesimo anno di età, il dovere di farsi inserire nella lista di leva del Comune in cui sono legalmente domiciliati; b) ai genitori e tutori dei giovani di cui alla lettera a) l’obbligo di curarne l’iscrizione nella lista di leva” [iv].

Il guaio è che a Napoli – e forse nella maggioranza degli altri 7903 comuni italiani, grandi e piccoli – quegli ‘scomodi’ manifesti fanno una fugace apparizione nelle bacheche istituzionali, non riportano tutte le informazioni prescritte e, conseguentemente, lasciano i nostri giovani nella beata convinzione che la naja rimanga uno sbiadito ricordo del passato, per cui ormai non corrono alcun rischio di essere ‘precettati’ per difendere la Patria in armi.

È il motivo, come spiegavo nel precedente articolo, per cui uno dei primi atti della campagna che come M.I.R. abbiamo lanciato, con iniziative per ora solo territoriali, ha come primo bersaglio le amministrazioni comunali che, in barba alle prescrizioni previste dal Codice Militare, si limitano a pubblicare scarni avvisi d’iscrizione alle liste di leva, senza precisare le modalità per chiedere rinvii, esoneri e, soprattutto, per esercitare il previsto diritto di dichiararsi obiettori di coscienza, svolgendo un servizio civile alternativo. Dove siamo presenti come sede associativa, quindi, faremo presentare interrogazioni o interpellanze nei rispettivi consigli comunali, ricorrendo anche a formali diffide ai sindaci, affinché adempiano gli atti d’ufficio che la normativa vigente riserva loro.

Informare con tutti i mezzi disponibili i destinatari di un’eventuale chiamata o richiamo alle armi sui loro diritti e doveri, infatti, non è solo questione di trasparenza amministrativa, ma un’indispensabile fonte d’informazioni che, nel malaugurato caso di ripristino della leva militare in situazioni di emergenza, sarebbero fatalmente omesse, a danno dei cittadini più giovani e inesperti.  

Naturalmente il compito principale del movimento pacifista resta quello di mobilitarsi per riattivare la coscienza dell’obiezione al militarismo, in un contesto socioculturale in cui è da tempo subentrata la piattezza del pensiero unico e la desertificazione dei moventi ideologici ed etici. Ma lo avevo già chiarito, per cui credo che ora sia utile allargare lo sguardo alle situazioni attuali, in Italia ma anche nel resto d’Europa.

C’è chi la leva vorrebbe…rimetterla

A rafforzare i legittimi dubbi degli antimilitaristi italiani che qualcosa bollisse in pentola non sono state solo le recenti esternazioni di alcuni esponenti della maggioranza di centrodestra sull’eventualità d’un ritorno al servizio militare, ma anche la diffusa tendenza in altri paesi europei a vagheggiare tale ipotesi, fino a poco tempo fa impensabile.

Le pressioni guerrafondaie della NATO, la presunta fragilità di una difesa comune europea, e venti di guerra sempre più forti, unitamente all’ascesa di governi palesemente destrorsi – adusi alla retorica patriottarda e sensibili al richiamo del complesso militar-industriale – stanno imprimendo un’evidente accelerazione ai progetti di ripristino della leva obbligatoria, ove sospesa, oltre che di formazione di contingenti di ‘riservisti’.

Il tabù dell’esclusiva professionalizzazione delle forze armate, in effetti, sembra ormai caduto a fronte di scenari bellici che, paradossalmente, nel mentre si evocano guerre ipertecnologiche e perfino con l’utilizzo di armi non convenzionali, ci mostrano in diretta televisiva un sanguinoso ritorno alla guerra di trincea vecchio stile. Alcuni strateghi odierni, dunque, non sembrano più convinti che la qualità dei contingenti militari sia prioritaria rispetto alla loro quantità, per cui hanno cominciato a chiedersi se invece non fosse necessario un robusto incremento numerico di ciò che una volta era impietosamente definita “carne da cannone”.

Poiché in Italia siamo molto ‘creativi’ (altri direbbero ‘confusionari’…) questa vaga aspirazione di alcuni politici (attestata comunque dalla crescente invasione di campo da parte dei militari in tutti gli ambiti civili, dalla sanità alla scuola, dalla ricerca universitaria alla cultura) non si è però concretizzata in una proposta governativa unitaria.

«Depositata alla Camera la proposta di legge della Lega per reintrodurre sei mesi di servizio civile o militare per i ragazzi tra i 18 e 26 anni, su base regionale e da svolgere esclusivamente in Italia”. Lo scrive sui social il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. “Ne sono convinto – aggiunge il ministro delle Infrastrutture -. È una forma di educazione civica al servizio della comunità, di disciplina, di attenzione al prossimo e rispetto per sé stessi e per gli altri che potrà avere effetti molto positivi“…» [v].

Immediata la replica dalla sinistra, dalla destra conservatrice e perfino dal nostro ministro della Difesa, che di complesso militar-industriale se ne intende:

«Per Davide Faraone, capogruppo I.V. alla Camera: “Salvini in piena sindrome Vannacci insiste con il ritorno della leva obbligatoria. Il leader della Lega non si ferma neanche dopo l’intervento del ministro della Difesa Crosetto, che gli ha ricordato che il servizio militare non serve a nulla […] E niente, lui, Matteo Salvini, insiste e presenta una proposta di legge per il ritorno bonsai del servizio militare. La Lega guarda ad un passato che non può tornare». [vi]

Eppure, sebbene dagli alleati di governo la proposta a firma del leghista Zoffili [vii], che istituisce 6 mesi di servizio militare o civile per maschi e femmine da 18 a 26 anni sia stata criticata o addirittura ritenuta “non compatibile con il livello di professionalità che noi chiediamo alle forze armate e che chiederemo sempre di più in futuro” – per dirla col ministro Crosetto [viii], Salvini non è stato l’unico ad ipotizzare un ‘educativo’ ritorno alle marce, agli addestramenti militari e alla durezza della disciplina militare. Se è vero che già nel 2017 la Lega aveva presentato un simile disegno di legge, a firma del senatore Divina [ix], va ricordato che nel 2022 anche l’allora Presidente del Senato, Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia), era tornato sul tema, con l’ossimorica proposta di una “mini naja volontaria”, uno stage formativo di 40 giorni nelle forze armate, per insegnare ai giovani “l’amore per l’Italia e il senso civico“, replicando in effetti un suo precedente progetto del 2009.[x]

Non dimentichiamo poi che Forza Italia – che ora con Tajani ha preso le distanze dalla proposta leghista – nel non lontano 2019 era addirittura riuscita a far approvare dalla Camera dei Deputati (con voto favorevole del PD e del M5S…!) un’analoga proposta di legge, per avviare la “sperimentazione di percorsi formativi in ambito militare per i giovani tra i 18 e i 22 anni, per un periodo di sei mesi”. [xi]

Ebbene, pur sorvolando sull’ipocrita gioco delle carte sulla vicenda della naja, tipico del teatrino della politica italiana, va detto con chiarezza che i goffi tentativi di addolcire la pillola d’un ritorno al servizio militare (cui, secondo un’indagine, sarebbero favorevoli il 53% degli italiani, mentre è osteggiato dal 71% dei nostri giovani)[xii] sembrano solo un diversivo tattico rispetto alla realtà di una normativa già in vigore. Non ci sarebbe alcun bisogno d’inventarsi nuove e fantasiose leggi, cercando magari di renderle appetibili. Poiché in Italia – come in altri paesi europei e non – la coscrizione militare obbligatoria è stata soltanto  sospesa, nei previsti casi di emergenza bellica o crisi internazionale che ci vincoli in quanto aderenti alla NATO, basta una deliberazione del Consiglio dei Ministri, sancita da un decreto del Presidente della Repubblica, per ripristinare la chiamata/richiamo alle armi. È il caso che i cittadini italiani da 18 a 45 anni ne prendano finalmente coscienza, in modo da decidere consapevolmente come comportarsi in tale disgraziata (ma non improbabile) evenienza.

Lo spettro della leva si aggira per l’Europa…

D’altra parte, l’Italia non è l’unico stato ad avviarsi lungo questa pericolosa strada militarista. Per avere un quadro europeo dell’attuale situazione dell’obbligo di prestare servizio in armi, ma soprattutto dell’effettivo riconoscimento del diritto ad obiettare ad esso, è utile consultare l’ultimo rapporto annuale sulla “Obiezione di Coscienza in Europa”, prodotto e pubblicato dall’Ufficio Europeo per l’OdC (EBCO – BEOC), cui ha contribuito anche Zaira Zafarana per il M.I.R. Italia.[xiii]  Il focus della ricerca è principalmente il rispetto del diritto ad obiettare “in tempo di guerra”, di attualità a causa del sanguinoso conflitto armato russo-ucraino, che ha spinto pacifisti ed antimilitaristi europei  a solidarizzare in varie forme con disertori, rifugiati ed obiettori di coscienza russi, bielorussi ed ucraini. [xiv]

Ma, leggendo le schede che sintetizzano la situazione normativa in 49 stati europei, è possibile anche farsi un’idea di come alla tendenza autoritaria a negare ogni possibilità di rifiuto del servizio militare si affianchi spesso quella a ripristinare, in vari modi, il servizio militare obbligatorio, per colmare –in una fase caratterizzata da crescenti conflitti armati – il dislivello nei vari stati tra le forze armate effettivamente operative ed il contingente di soggetti ipoteticamente reclutabili in caso di servizio militare di leva. Apprendiamo, ad esempio, che in Italia nel primo caso si tratta di 160.900 soldati, a fronte di un potenziale di ben 305.110 coscritti (52,7%). Più bassa è la percentuale in Spagna (48,7), Francia (48,2), Germania (46,7) o Danimarca (43,2), con una soglia ancor minore in Albania (25,8) e Svezia (24,3), fino a toccare il minimo assoluto del 10,8 in Islanda. [xv]

Apprendiamo inoltre che in alcuni stati europei la durata del servizio militare oscilla tra un minimo di 6 (Turchia) ed un massimo di 24 mesi (Armenia), con un servizio civile alternativo mediamente più lungo (quindi punitivo) per gli obiettori di coscienza.[xvi]  Ma soprattutto scopriamo che in diversi Paesi della stessa U.E. si fa assurdamente ricorso al reclutamento militare di soggetti in età inferiore ai 18 anni, arruolando – come nel clamoroso caso del Regno Unito e della Germania, volontari di soli 16 o 17 anni.

Non c’è da meravigliarsi, allora, se a far compagnia agli italiani nella previsione d’un pericoloso ritorno alla coscrizione obbligatoria (che comunque ancora sussiste in 1/3 dei 27 stati confederati nella U.E. [xvii]) troviamo inglesi e tedeschi, seguiti anche da francesi e spagnoli. Ovviamente è un frutto prevedibile del clima bellico che sta ‘riscaldando’ l’atmosfera politica comunitaria, con l’ascesa di partiti sovranisti e militaristi d’estrema destra, cui i governi di diverso segno tentano talvolta di porre un freno assecondandone gli accenti guerrafondai.  Ma cominciamo dal Regno Unito:

«Il primo ministro britannico Rishi Sunak si è impegnato a ripristinare il servizio nazionale obbligatorio se il partito conservatore al governo vincerà le elezioni nazionali del 4 luglio, suscitando un dibattito a livello nazionale su una politica che la Gran Bretagna ha abbandonato più di 60 anni fa. Secondo un annuncio fatto da Sunak domenica, ai diciottenni sarà data la possibilità di scegliere tra il servizio a tempo pieno nelle forze armate o il volontariato nella propria comunità. Il leader dei conservatori […] ha dichiarato che il programma promuoverà un “senso di condivisione degli obiettivi tra i nostri giovani e un rinnovato senso di orgoglio per il nostro Paese”. I partiti di opposizione hanno criticato il programma, affermando che le sue conseguenze per l’economia e la società non sono chiare». [xviii]

Il provvedimento proposto dal primo ministro conservatore – che probabilmente sarà sostituito nella guida dell’U.K. dal leader del Partito Laburista – non è dissimile da quello vagheggiato da Salvini, in quanto non prevede l’obbligo del solo servizio militare (cui per un anno parteciperebbero per un addestramento ‘selettivo’ non più di 30.000 giovani), ma anche la più appetibile opzione del servizio civile di un fine settimana al mese per un anno. Da un sondaggio YouGov del 2023, infatti, emerge che la maggioranza dei cittadini britannici sono favorevoli al servizio militare volontario, mentre al 64% si dichiarano contrari alla leva obbligatoria. Sta di fatto che quasi tutte le critiche – in U.K. come in Italia – hanno a che fare più con la denuncia dei costi esorbitanti di tali provvedimenti e della loro discutibile congruità con l’attuale assetto volontario delle forze armate, piuttosto che con effettive obiezioni etiche e/o politiche al ripristino d’un servizio militare generalizzato ed obbligatorio.  Ma intanto che cosa sta succedendo in Francia?

«Dal 2017, Emmanuel Macron ha deciso di aumentare il bilancio delle forze […] Fin dall’inizio dei suoi primi cinque anni di mandato, ha parlato di un ritorno a una forma di servizio militare e civile. In effetti, il Servizio Nazionale Universale (SNU) dovrebbe essere esteso a tutta la fascia d’età nel 2026. Questo sviluppo non è privo di perplessità, sia da parte politica, con alcuni partiti tradizionalmente antimilitaristi che denunciano il “reclutamento di giovani”, sia da parte dell’esercito stesso, che ritiene di non avere le capacità o le competenze per controllare un numero così elevato di giovani». [xix]

Anche in Francia – dove solo il 27% dei giovani tra 18 e 26 anni sono favorevoli al ritorno della leva – il dibattito resta molto vivace, perfino tra esperti di strategia militare. Va segnalato però che per un autorevole esponente di questo mondo, Vincent Desport (già direttore della Scuola di guerra francese) ci troviamo di fronte a minacce simili a quelle della guerra fredda, per cui sarebbe quindi necessario tornare alla coscrizione, con finalità di dissuasione nei confronti della minaccia russa. [xx]    E in Germania?

«A causa dei venti di guerra che soffiano sull’Europa, la riattivazione della leva obbligatoria, sospesa dal 2011, è un tema attualmente in discussione in Germania. E la Welt am Sonntag rivela le riflessioni in corso al Ministero della Difesa, guidato dal socialdemocratico Boris Pistorius, dove sono allo studio tre diverse opzioni […] la prima opzione sarebbe «la più cauta», prevedendo soltanto che chi abbia compiuto 18 anni nella Repubblica federale riceva del materiale informativo […] La seconda opzione prevede la reintroduzione della leva obbligatoria e dell’anno di servizio civile, che resterebbe volontario solo per le donne. […] La terza opzione prevede invece che l’anno di servizio militare o civile obbligatorio sia esteso a tutti i 18enni, senza distinzione di genere. Questo varrebbe però come servizio civile “generale”: nell’esercito come in altre istituzioni, vigili del fuoco, servizi sanitari e di protezione civile. La leva obbligatoria è stata sospesa nel 2011 dal governo di Angela Merkel […] Nei giorni scorsi anche la Cdu di Friedrich Merz ha manifestato l’intenzione di riattivarla, seppure progressivamente». [xxi]

Molto meno agevole, viceversa, è un percorso simile in Spagna, dove il governo a guida socialista ha smentito le voci secondo le quali ipotizzava di ripristinare la leva militare.

«La ministra della Difesa, Margarita Robles, ha affermato che in Spagna “non si punta ad avere il servizio militare obbligatorio” di nuovo. […]   Robles ha voluto insistere che non lo si recupererà “in assoluto, e credo che a nessuno ciò sia passato per la testa “. [xxii]

Va anche precisato, però, che: “In Spagna, dove la leva è stata abolita, i giovani vengono comunque considerati riservisti e potrebbero essere costretti a entrare nell’esercito in caso di emergenza e senza alcuna possibilità legale di opposizione, giacché l’obiezione non è più prevista dalla legge”. [xxiii]

Una leva…USA e getta?

Uno dei segnali più allarmanti ci arriva però dagli Stati Uniti, dove il servizio militare obbligatorio non è in vigore dal 1973, in seguito alla disastrosa guerra nel Vietnam, e dove quindi le forze armate hanno subito una notevole professionalizzazione. Fatto sta che, come in Italia, negli USA la leva (draft) è stata solamente sospesa, per cui i giovani hanno tuttora l’obbligo d’iscriversi al Sistema Selettivo Militare.

«L’ordine esecutivo del presidente Jimmy Carter del 2 luglio del 1980 n. 4471 affermò l’obbligo per i cittadini di sesso maschile di iscriversi, ai sensi del Military Selective Service Act del 1948 negli elenchi dell’agenzia governativa Selective Service System. La legge prevede, ad oggi, che tutti i cittadini statunitensi di sesso maschile tra i 18 ed i 25 anni di età si iscrivano alle liste tenute dall’agenzia, e che i trasgressori siano puniti con una multa fino a 250 000 dollari o quattro anni di reclusione in carcere…».[xxiv]

Se si visita il sito web di quell’ente governativo, oltre all’iniziale (e rassicurante) conferma che “allo stato non c’è alcuna leva”, si trovano poi altre utili informazioni sul suo possibile ripristino, nell’eventualità di un’emergenza per la sicurezza nazionale.

«1. Autorizzazione alla Leva: Il Congresso e il Presidente – Un’emergenza nazionale, che superi la capacità del Dipartimento della Difesa di reclutare e mantenere la sua forza totale, richiede al Congresso di emendare la legge sul servizio selettivo militare per autorizzare il Presidente a introdurre personale nelle Forze Armate. […] 4.Ordini di presentarsi al MEPS –Vengono inviati gli avvisi di arruolamento e i dichiaranti possono ora richiedere, se lo desiderano, un rinvio, una dilazione o un’esenzione. Gli immatricolati si presentano alla Military Entrance Processing Station (MEPS) locale per il reclutamento. Al MEPS, i dichiaranti vengono sottoposti a una valutazione fisica, mentale e morale per determinare se sono idonei al servizio militare. Una volta informati dei risultati della valutazione, il dichiarante viene introdotto nel servizio militare o rimandato a casa.  5. Attivazione delle Commissioni d’appello locali e distrettuali – Le Commissioni locali e d’appello iniziano a esaminare le richieste di classificazione dei dichiaranti come obiettori di coscienza, persone con difficoltà da dipendenza, studenti con rinvio, appelli. 6. Reclutamento dei primi arruolati -Secondo gli attuali requisiti del Dipartimento della Difesa (DoD), il Selective Service deve consegnare i primi arruolati alle forze armate entro 193 giorni dall’inizio di una crisi e dall’aggiornamento della legge per autorizzare la leva».[xxv]

Come si spiega in un articolo, il Servizio Selettivo del Ministero della Difesa richiede che ogni cittadino maschio da 18 a 25 anni, sia statunitense sia immigrato, vi si faccia registrare “per fornire una leva quanto più pronta, efficiente ed equa è possibile, qualora il Paese ne abbia bisogno”. [xxvi]  Eppure qualcosa di nuovo bolle in pentola anche negli USA, come rivela in un recente articolo l’esponente ambientalista Dennis Kuchinich, membro democratico della Camera dei Rappresentanti dal 1997 al 2013.

«Richiamo la vostra attenzione su un emendamento democratico al National Defense Authorization Act (NDAA), che è stato inserito nel disegno di legge sulla spesa per la guerra del Pentagono per quasi un triliardo di dollari, con voto orale, nella commissione House Armed Services. L’emendamento democratico a H.R. 8070, l’autorizzazione della difesa nazionale (NDAA) recita: “Sezione 531. Sistema di servizi selettivi: Registrazione automatica.  SEC. 3. (a) “Salvo quanto diversamente previsto nel presente titolo, ogni cittadino maschio degli Stati Uniti, e ogni altra persona di sesso maschile residente negli Stati Uniti, tra i diciotto e i ventisei anni, sarà automaticamente registrato, ai sensi del presente legge, dal direttore del sistema di servizi selettivi.” […] Gli Stati Uniti. attualmente hanno oltre 1.300.000 uomini e donne come soldati di carriera o volontari, che servono in forze armate del tutto volontarie.  Secondo la nuova legge sulla leva automatica, anche gli immigrati irregolari di età compresa tra i 18 e i 26 anni – se ne contano almeno 1,5 milioni – potrebbero essere reclutati, se dovesse applicarsi alle donne come agli uomini […] Il Congresso deve affrontare la questione della guerra, molto prima che il paese istituisca una leva automatica. Una leva automatica è una preparazione alla guerra, che altera drammaticamente la vita dei giovani americani. Essi meritano una risposta.  Tutti noi meritiamo una risposta. Il futuro dell’America è letteralmente in gioco». [xxvii]

Qualcuno negli Stati Uniti ha definito questo articolo “allarmista”, minimizzando la portata e gli effetti reali della modifica legislativa in questione.  Quel che è certo, però, è che i venti di guerra stanno impietosamente facendo ribaltare i fragili ombrelli democratici che dovrebbero tutelarci da ogni forma di revanscismo militarista e guerrafondaio.

Ancora più certo, a mio avviso, è che a salvarci dalla logica perversa del complesso militar-industriale non saranno solo provvedimenti normativi più o meno garantisti, ma in primo luogo una vera e diffusa coscienza dell’obiezione di coscienza, una vivace mobilitazione del popolo della pace e l’azione unitaria dei movimenti che da decenni non solo contrastano ogni guerra, ma propongono e diffondono alternative difensive civili, non-armate e nonviolente alla sua pretesa ineluttabilità.


Note

[i] Ermete Ferraro, “Obiezione di coscienza per resistere alla guerra e stimolare un’alternativa difensiva nonviolenta”, Ermetespeacebook.blog ,10.06.2024) > https://ermetespeacebook.blog/2024/06/10/obiezione-di-coscienza-per-resistere-alla-guerra-e-stimolare-unalternativa-difensiva-nonviolenta/  

[ii] Cfr. art. 1929 del Codice Ordinamento Militare (D. Lgs. 66/2010) > https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2010-15-03;66~art1485!vig=

[iii] Cfr. art. 1930 del C.O.M.  cit.

[iv] Cfr. art. 1932 del C.O,M  cit

[v]  “Ritorno alla leva, alla Camera la proposta di legge voluta da Salvini. Ma Tajani lo stoppa: “Troppo costoso”, la Repubblica, 21.05.2024 > https://www.repubblica.it/cronaca/2024/05/21/news/lega_leva_proposta_legge_camera-423056205/ . Cfr. anche: A. Greco, “Nuova leva obbligatoria: ecco il testo di legge e come funziona”, 23.05.2024 >       https://www.laleggepertutti.it/688150_nuova-leva-obbligatoria-ecco-il-testo-di-legge-e-come-funziona

[vi]  D. Allegranti, “Leva obbligatoria, Salvini: “Depositata la proposta di legge alla Camera”. Sei mesi di servizio civile o militare tra i 18 e 26 anni”, Quotidiano Nazionale, 21.05.2024 > https://www.quotidiano.net/politica/leva-obbligatoria-proposta-legge-ipzhpcjl

[vii] “Leva militare obbligatoria: pronto il disegno di legge della Lega”, Il Sole 24 ore, 21.05.2024 > https://www.ilsole24ore.com/art/pronto-disegno-legge-lega-reintrodurre-leva-6-mesi-obbligatori-i-giovani-18-e-26-anni-AGA5fUB . 

[viii] “La Lega deposita alla Camera la proposta sulla leva obbligatoria: 6 mesi tra i 18 e i 26 anni. Critiche dalle opposizioni e dall’alleato Tajani”, Il Fatto Quotidiano, 21.05.2024 > https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/05/21/lega-deposita-proposta-leva-obbligatoria-conte-diritti-no-elmetto-schlein-futuro-no-fucile/7556751/

[ix] S. Micacci, “Leva obbligatoria e servizio militare, nuova legge in Parlamento: i dettagli”, Money.it , 14.08.2017 >  https://www.money.it/leva-obbligatoria-servizio-militare-legge-Parlamento-Lega-Nord

[x] D. Particelli, “Mini-leva volontaria di 40 giorni: la proposta di La Russa”, La Gazzetta, 11.12.2022 > https://www.gazzetta.it/attualita/11-12-2022/mini-leva-militare-volontaria-di-40-giorni-la-russa-annuncia-la-proposta-di-legge.shtml?refresh_ce

[xi] Ibidem

[xii] Cfr. in proposito un’indagine svolta nel 2022, di cui riferisce G. Di Lorenzo: “Leva militare obbligatoria? Ecco cosa ne pensano gli italiani”, il Giornale, 26.08.2022 > https://www.ilgiornale.it/news/politica/leva-militare-obbligatoria-sondaggio-cosa-ne-pensano-2061446.html

[xiii] Cfr.  European Bureau of Conscientious Objection, Annual Report – Conscientious Objection to Military Service in Europe 2023/24 > https://ebco-beoc.org/sites/ebco-beoc.org/files/2024-05-15-EBCO_Annual_Report_2023-24.pdf

[xiv] In particolare la “Object War Campaign”, promossa da Connection e.V., International Fellowship of Reconciliation, European Bureau for Conscientious Objection and War Resisters’ International, cui hanno aderito anche altre organizzazioni > Cfr. https://en.connection-ev.org/article-3667  e https://www.miritalia.org/2022/09/21/comunicato-stampa-lancio-della-campagna-obiezione-alla-guerra-objectwarcampaign/

[xv]  EBCO Report, cit. tav. 3, pp. 166-167

[xvi] Ivi. tav. 4, p. 168

[xvii] M. Pedrazzoli, “I Paesi europei tornano a discutere sull’introduzione della leva militare obbligatoria. In nove c’è ancora”, EuNews, 15.05.2024 > https://www.eunews.it/2024/05/15/leva-militare-obbligatoria-europa-naja/

[xviii] “UK’s Sunak eyes national service: What is it and which countries have it?”, Al Jazeera, 28.05.2024 > https://www.aljazeera.com/news/2024/5/28/uks-sunak-eyes-national-service-what-is-it-and-which-countries-have-it

[xix]  M. Asseo, “Avec la guerre aux portes de l’Europe, doit-on réintroduire le service militaire obligatoire pour les jeunes français ?”, Europe 1, 24.02.2024 > https://www.europe1.fr/societe/avec-la-guerre-aux-portes-de-leurope-doit-on-reintroduire-le-service-militaire-obligatoire-pour-les-jeunes-francais-4232304

[xx]  Ibidem

[xxi] A. Carli, “In Germania tre opzioni per riattivare il servizio di leva. In Italia Salvini apre, no di Crosetto”, Il Sole 24 ore, 13.05.2024 > https://www.ilsole24ore.com/art/in-germania-tre-opzioni-riattivare-servizio-leva-italia-salvini-apre-no-crosetto-AFKWyZyD . Sul tema cfr. anche: https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/14/germania-il-piano-della-difesa-per-tornare-alla-leva-militare-selezioni-obbligatorie-per-i-18enni-maschi-primo-obiettivo-22mila-nuove-reclute/7586129/

[xxii] M. Pina, “Margarita Robles: “No va a haber servicio militar obligatorio”, El Mundo, 21.03.2024 > https://www.elmundo.es/espana/2024/03/21/65fc2caae4d4d83e0e8b45c3.html  Cfr. anche: https://www.cope.es/programas/herrera-en-cope/noticias/posible-que-vuelva-servicio-militar-obligatorio-espana-este-escenario-20240611_3344829

[xxiii] Europe for Peace, “La guerra è tornata nel cuore dell’Europa e si torna a parlare di servizio militare obbligatorio”, Pressenza, 07.03.2023 > https://www.pressenza.com/it/2023/03/la-guerra-e-tornata-nel-cuore-delleuropa-e-si-torna-a-parlare-di-servizio-militare-obbligatorio/ .

[xxiv] Cfr. l’articolo sul “servizio militare” in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Servizio_militare

[xxv]  Selective Service System > https://www.sss.gov/about/return-to-draft/#s1

[xxvi] Cfr. A. M. Asperin, “US military draft: What you need to know”, Fox 10 Phoenix, 14.04.2024 > https://www.fox10phoenix.com/news/us-military-draft-age-iran-israel-drone-attack

[xxvii] D. Kuchinich, “America Prepares for Global War and Restarts the Draft for 18-26 year olds”, 13.06.2024 > https://denniskucinich.substack.com/p/america-prepares-for-global-war-and?utm_campaign=post&utm_medium=web&triedRedirect=true – Leggi anche: R. Jimison, “Congress Debates Expanded Draft Amid Military Recruitment Challenges”, The New York Times, 19.06.2024 > https://www.nytimes.com/2024/06/19/us/politics/military-draft-women.html#:~:text=The%20United%20States%20military%20has,eligible%20to%20be%20called%20up.

Obiezione di coscienza per resistere alla guerra e stimolare un’alternativa difensiva nonviolenta

di ERMETE FERRARO (*)

Un ventennio senza leva

Più o meno 45 anni fa – quando in Italia si era nel pieno dell’esperienza del servizio civile alternativo a quello militare – scrissi in un articolo che sarebbe stato necessario “passare dall’obiezione di coscienza alla coscienza dell’obiezione”. Il senso di quella frase era che bisognava superare la fase meramente oppositiva e la routinizzazione della pratica del servizio civile, aumentando la consapevolezza che c’era un’alternativa nonviolenta da costruire. Ebbene, la situazione in cui ci troviamo è con tutta evidenza assai diversa da quella di allora ed è innegabile che, sebbene siamo sospesi tra una tremenda crisi climatica ed un allarmante crescendo bellico, la consapevolezza della drammaticità di questo momento e delle alternative da perseguire non sembra davvero adeguata.

Non c’è bisogno di ricorrere a profonde analisi sociologiche e psicologiche, infatti, per constatare come quasi tutte le ipotesi opposte alla logica consumistico-predatoria nei confronti dell’ambiente e di controllo militare delle zone d’influenza strategica ed economica siano progressivamente state derubricate a utopie per anime belle su cui ironizzare o, peggio ancora, a subdole minacce alla stabilità del sistema da denunciare e reprimere. Lo svilimento della politica a gestione furbesca e ‘pragmatica’ dell’esistente, del resto, non avrebbe potuto consentire di guardare lontano e più in profondità, ben oltre una realtà data quasi per scontata ed immutabile, ispirata com’è dal pensiero unico e dalle ‘monoculture della mente’.

Venti anni fa, in Italia si decise di archiviare per legge il servizio militare obbligatorio, aprendo la strada alla professionalizzazione delle forze armate e, al tempo stesso, chiudendo la fondamentale esperienza del servizio civile degli obiettori di coscienza e la sperimentazione di un modello alternativo di difesa. Quel “tutti a casa” governativo, in effetti, ha fatalmente provocato un progressivo assopimento delle coscienze rispetto all’intrinseca pericolosità per la pace e la sicurezza mondiale del complesso militar-industriale. Inoltre ha ridotto la possibilità di agire – per usare la terminologia gandhiana – sia sul piano ‘ostruttivo’ (con l’obiezione di coscienza come disobbedienza civile e rifiuto del servizio in armi), sia su quello ‘costruttivo’ (con una diffusa sperimentazione di forme di difesa civile, non armata e nonviolenta, di protezione civile popolare e d’interventi sociali dal basso, ispirati ai principi di equità e solidarietà.

Se è innegabile che nel nostro Paese l’affrancamento dei cittadini, soprattutto quelli più giovani, dalla coscrizione militare ha riconosciuto un’esigenza largamente avvertita, va però precisato che, sul piano legislativo, non è mai stato cancellato l’obbligo costituzionale di adempiere al “sacro dovere” di difendere la patria. [i]  Il servizio militare, quindi, non è stato abolito bensì solo ‘sospeso’, lasciando salva la possibilità del Governo (non del Parlamento…) di ripristinarlo nei seguenti casi: “a) se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione; b) se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate”. [ii] Un’evenienza tutt’altro che remota, che potrebbe sconvolgere improvvisamente la placida inerzia degli italiani nei confronti dell’istituzione Forze Armate.

Vent’anni dopo…

I due decenni trascorsi hanno progressivamente fatto svanire non solo la consapevolezza del cittadino medio su come stanno effettivamente le cose in materia di difesa nazionale, ma anche affievolito la coscienza di ciò che ogni cittadino potrebbe fare – qui e ora – per contrastare l’incalzante militarizzazione della società, dell’economia e della cultura (a partire dalla pervasiva infiltrazione nella scuola e nell’università…) e per opporsi allo sdoganamento della stessa follia bellicista.  Ci sono voluti i venti di guerra, che soffiano sempre più forte sullo scenario europeo (mediterraneo e nord-orientale) per svegliare l’opinione pubblica dal sonno della coscienza e dai mostri che ha nel frattempo generato.  Ecco perché sempre più persone s’interrogano su come contrapporre una reale scelta di pace alla barbarie delle guerre, ma senza trovare risposte valide, diverse dagli appelli generici ed un po’ ipocriti di politici incapaci di offrire visioni globali.

Il M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) – la più antica organizzazione italiana per la nonviolenza –s’interroga da molto tempo sul ruolo di un più ampio movimento per la pace che, oltre ad essersi assottigliato quantitativamente anche per un mancato ricambio generazionale, non ha forse saputo affermare a fondo e con decisione l’imprescindibilità della stessa pace dal disarmo e dalla smilitarizzazione. L’attenzione alla tutela del diritto ad obiettare al servizio militare – in assenza della coscrizione obbligatoria in Italia – di recente si era giustamente spostata sulla difesa di obiettori, disertori e resistenti alla guerra in altri contesti (paesi autoritari, dittature militari, stati interessati da conflitti armati), provocando involontariamente una rimozione del problema al nostro livello. Ora però, in un clima arroventato dal conflitto armato russo-ucraino e da quello israelo-palestinese, da più parti sono state avanzate proposte di opposizione attiva alla guerra.

  Infatti, sebbene la nostra Costituzione la ‘ripudi’, “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di soluzione delle controversie internazionali” [iii], non si è affatto ridotto il ruolo del sistema militare e dell’industria che lo alimenta. Al contrario, esso risulta sempre più presente non solo in ambiti connessi alla difesa nazionale, ma anche in contesti molto diversi (ricerca scientifica, telecomunicazioni e tecnologie digitali, tutela dell’ordine pubblico, protezione civile, sanità…), sui quali i militari stanno da anni esercitando la loro ‘mimetica’ influenza, presentandosi come provvidenziali ‘salvatori della Patria’. L’inasprirsi di situazioni esplicitamente belliche – unitamente alla pressione della NATO affinché i paesi membri aumentino le spese militari ed insieme con una diffusa tendenza ad ipotizzare il ritorno alla coscrizione militare obbligatoria – sta finalmente svegliando dal suo torpore la pubblica opinione rispetto alla possibilità di dover fronteggiare di nuovo una chiamata o richiamo alle armi.

Ma le proposte finora avanzate all’interno del movimento pacifista e disarmista, cui si accennava prima, sono state finora piuttosto deboli, frammentarie e caratterizzate da una carica più simbolica che fattiva. Una volta archiviate – benché non abrogate – sia la legge 230/1998 che prevedeva l’istituzione dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, sia la n. 64/2001, finalizzata ad istituire alternative difensive al servizio militare, il vuoto istituzionale in materia era ormai evidente. Si è cercato allora di colmarlo nel primo decennio degli anni 2000 con le campagne pacifiste a sostegno di alcune proposte più complessive cui ha aderito anche il M.I.R. – come quella legislativa d’iniziativa popolare su Un’altra difesa è possibile [iv] e quella che sostiene l’istituzione nel nostro Paese di un innovativo Ministero della Pace [v] .

A volte ritornano

Eppure la via legislativa, sebbene importante, non è stata capace di mobilitare il mondo pacifista disarmista e antimilitarista, anche perché entrambi le proposte son rimaste impantanate nei meandri della burocrazia istituzionale. In quest’ultimo periodo, quindi, l’obiettivo si è spostato nuovamente sull’affermazione del diritto ad obiettare al servizio militare, cercando di svegliare le coscienze assopite di troppi connazionali, convinti che si tratti di una questione astratta e non attuale. Proprio dal M.I.R. infatti, era partita una riflessione su come impostare in modo efficace una campagna per rilanciare l’obiezione ad una coscrizione militare tuttora sospesa, ma non abolita. Le accelerazioni impresse dalle campagne lanciate dal Movimento Nonviolento prima [vi] e dai Disarmisti Esigenti poi [vii] hanno però impedito un confronto più ampio e trasversale, perseguendo una strada più simbolica che effettiva. Avendo ipotizzato una dichiarazione di obiezione di coscienza preventiva impostata più che altro come manifestazione d’impegno personale o come sottoscrizione di una petizione di principio, infatti, non costituiscono un atto formale nei confronti del Ministero della difesa, come viceversa sarebbe auspicabile anche alla luce della stessa normativa vigente in materia.

Se è vero, come suggerisce il titolo del paragrafo, che si profila sempre più concretamente l’ipotesi del ritorno ad un reclutamento generalizzato che sembrava superato, la risposta del variegato arcipelago pacifista dovrebbe essere di conseguenza meno simbolica e più concreta, oltre che auspicabilmente collettiva ed unitaria. Ma quali sono le considerazioni che ho avanzato all’interno del M.I.R. a tal proposito?

(1)  Il Codice dell’Ordinamento Militare (C.O.M). comprende già dal 2010 tutta la normativa concernente il “servizio militare obbligatorio” (sospeso dal 2005), il suo eventuale ripristino in seguito alla dichiarazione dello “stato di guerra” o di “grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale”. Anche in questo caso si prevede che il cittadino maschio arruolato possa dichiarare la ‘preferenza’ per un servizio civile non armato e/o per la vera e propria ‘obiezione di coscienza’, optando per un servizio civile (in enti, comuni e perfino all’estero, in missioni umanitarie non armate).

(2) Modalità e tempistiche per le operazioni riguardanti le operazioni di chiamata alla leva e di successivo arruolamento sono già prescritte dal C.O.M., ma dovrebbero comunque essere notificate ai cittadini mediante i prescritti manifesti comunali, specificando che il ‘servizio obbligatorio’ a cui sono chiamati riguarda coloro che saranno arruolati nelle tre armi della Difesa, ma anche quelli che scelgano di prestare un servizio civile alternativo a quello militare, in particolare se si dichiarano ‘obiettori di coscienza’, per la stessa durata di 10 mesi (prorogabili in caso di emergenza bellica) e con gli stessi diritti e doveri. La mancanza di adeguata e completa pubblicizzazione (con manifesto cartaceo e/o in via telematica) delle fasi del reclutamento e, in particolare, del diritto di obiettare entro 15 giorni dall’arruolamento, costituisce pertanto una grave omissione rispetto al compito demandato ai Sindaci – Ufficiali di governo – ma anche da parte degli Uffici Leva territoriali del Ministro della Difesa (cui spetta stabilire il modello di manifesto, indicando i titoli di dispensa, ritardo, rinvio, e le relative modalità, nonché le altre informazioni di cui all’articolo 1974).

(3) Considerando la grave mancanza di trasparenza amministrativa (manifesti di chiamata alla leva, opuscolo informativo, relazioni annuali al Parlamento), pur trovandoci ancora in condizioni ordinarie, è facilmente ipotizzabile che “in considerazione della eccezionalità e urgenza determinate dallo stato di guerra o di grave crisi internazionale” si procederà, come peraltro previsto, senza applicare gli articoli 7, 8, 10-bis, della stessa legge sulla trasparenza. Conseguentemente, la chiamata alla leva e quella successiva, sarebbero “sottratti all’obbligo di motivazione […] omessa in caso di assoluta indifferibilità e urgenza”, accogliendo le richieste solo se “compatibili con le esigenze di urgenza o segreto”.

Che fare?

L’avvio non condiviso di campagne nazionali sull’obiezione di coscienza da parte di alcuni soggetti della costellazione pacifista ha determinato per il M.I.R. l’oggettiva difficoltà di avviare quanto stava programmando da tempo, per non creare sovrapposizioni e situazioni contrastanti che potrebbero disorientare i nostri stessi interlocutori. D’altronde, considerata la centralità che questo aspetto riveste nella complessiva proposta nonviolenta, ecopacifista ed antimilitarista del nostro Movimento, non ci è sembrato giusto né opportuno desistere né limitarci a confluire acriticamente nelle campagne già avviate. Apprezziamo quanto alcuni amici della Fraternità dell’Arca [viii] stanno facendo per ricucire pazientemente il tessuto delle organizzazioni pacifiste su questo tema e ci auguriamo che questo sforzo dia risultati apprezzabili. Abbiamo comunque deciso di partire con specifiche iniziative di rilancio dell’obiezione di coscienza alla guerra e al militarismo, per adesso agendo sperimentalmente in alcune aree territoriali. La natura di queste iniziative è duplice: da un lato puntiamo a denunciare la palese mancanza di adeguata informazione da parte delle istituzioni a ciò preposte, dall’altro vogliamo andare oltre la controinformazione, per sensibilizzare i più giovani all’esigenza – etica e politica – di fare da subito impegnative e fattive scelte personali, dichiarando preventivamente il loro rifiuto del servizio militare e l’opzione per un servizio civile non genericamente ‘volontario’, ma mirante a un modello alternativo di difesa.

  • Nel primo caso, ai gruppi e sedi locali del M.I.R. interessati e motivati in tal senso si propone di sollecitare interrogazioni e/o interpellanze nei rispettivi consigli comunali, chiedendo per quali motivi non siano state applicate le norme vigenti in materia d’informazione sui diritti e doveri dei cittadini iscritti nelle liste di leva ed eventualmente arruolati o richiamati a svolgere un servizio obbligatorio, ai sensi dell’art. 52 della Costituzione.  Considerando le diffuse inadempienze, sarebbe possibile seguire anche la strada giudiziaria, diffidando formalmente Sindaci e Responsabili territoriali degli Uffici di Leva a darne a breve adeguata informazione. Laddove non si raggiungessero per questa via apprezzabili risultati, si potrebbero presentare alla magistratura esposti-denunce contro le persistenti omissioni, che danneggiano una notevole fascia della popolazione, compresa tra 18 e 45 anni, e quindi pari a circa il 28% degli italiani.  Ovviamente – è bene precisarlo – un percorso di questo genere servirebbe soprattutto a stimolare i pubblici funzionari ed a sensibilizzare i media sulla questione, con ovvie ricadute positive sull’opinione pubblica, tuttora largamente ignara e disinformata.
    • Nel secondo caso – naturalmente più specifico per un movimento nonviolento che persegua una metodologia fondata sull’azione dal basso e la resistenza civile – proponiamo di lanciare una campagna informativa dal basso sul significato ed il valore dell’obiezione di coscienza. Per questo possono essere utilizzati comunicati stampa, volantinaggi davanti alle scuole ed alle facoltà universitarie e tutti gli altri strumenti disponibili, per raggiungere anche mediaticamente non solo i giovani arruolabili, ma anche persone adulte potenzialmente richiamabili alle armi, ricorrendo ad esempio ai canali ‘social’, su cui pubblicare messaggi ma anche brevi video.
    • Tali azioni di denuncia e di propaganda dell’obiezione di coscienza, come strumento concreto per opporsi in prima persona alla guerra e al militarismo e perseguire una difesa civile e nonviolenta, prevedono ovviamente che chi le promuove sia anche in grado di offrire risposte reali alle persone che rispondano effettivamente a tale appello. Ciò significa che va approntato quanto prima un modello di dichiarazione formale di obiezione di coscienza che si richiami alla normativa vigente (il citato Codice dell’Ordinamento Militare, ma anche le precedenti leggi in materia di OdC e di Servizio Civile), facendo riferimento in particolare a quanto previsto dal comma 1 dell’art. 2097 dello stesso C.O.M. Vanno comunque esposte con chiarezza le motivazioni personali del rifiuto di prestare il servizio militare e,  soprattutto, è opportuno esplicitare la volontà di contribuire ad organizzare in forma strutturata e duratura una Difesa civile, non armata e nonviolenta, formandosi ad essa in alternativa al servizio militare.
    • Allo stato, esistono già due facsimili di dichiarazioni, ma è del tutto evidente che si tratta di documenti che hanno un valore più politico-militante che di dichiarazione formale. Nel primo caso, inoltre, vengono individuati come destinatari delle dichiarazioni via P.E.C. il Presidente della Repubblica, quello del Consiglio, il Ministro della Difesa ed il Capo di S.M. dell’Esercito Italiano. Nel secondo, si tratta invece di una ura e semplice ‘petizione’ senza alcun valore ufficiale, da inoltrare eventualmente via P.E.C. anche al Quirinale, al Capo del Governo ed al Ministro della Difesa. Ebbene, se si vuole andare oltre un atto meramente simbolico ed ‘ufficializzare’ davvero la propria dichiarazione di obiezione di coscienza, essa andrebbe firmata e inviata per raccomandata A/R o P.E.C esclusivamente agli interlocutori effettivi, cioè gli Uffici Leva Militare dei rispettivi Comuni, i Centri Documentali (ex Distretti Militari) competenti per territorio e l’8° reparto della Direzione Generale della previdenza militare e della leva (Previmil).
    • Va ulteriormente precisato che una dichiarazione ‘preventiva’ di obiezione al servizio militare costituisce comunque un’anomalia dal punto di vista strettamente formale. In teoria, infatti, si dovrebbe attendere l’eventuale ripristino del servizio di leva obbligatorio, la chiamata alla visita di leva, formulando la domanda di OdC entro 15 giorni dall’effettivo arruolamento. Tenuto conto, però, che in uno stato di emergenza tempi e modi della procedura sarebbero inevitabilmente accorciati e semplificati, a danno della trasparenza amministrativa (come previsto dal già citato c. 4 dell’art. 1948 del C.O.M.), pur riconoscendo che si tratta sicuramente di un atto squisitamente politico, va sottolineato che ad una dichiarazione preventiva di OdC, sebbene burocraticamente irrituale, sarebbe difficile non riconoscere un effettivo valore, come esplicita manifestazione di volontà rispetto ad una possibilità già prevista da un Codice vigente e da leggi mai abrogate.

    In conclusione

    Alcune prime esperienze in tal senso sono state finora intraprese, all’interno del M.I.R. Italia, dalla sede di Moncalieri (TO) dove, grazie al suo stimolo, nel Consiglio Comunale da un gruppo consigliare è stata presentata una interrogazione scritta in merito ai motivi della mancata informazione dei cittadini sugli adempimenti relativi al servizio di leva.

    Un’altra azione è stata portata avanti dalla sede di Napoli, in occasione della Giornata dell’OdC, con un comunicato stampa pubblicizzato anche dai media [x], che preannunciava successivi interventi di controinformazione e pubblicizzazione dell’OdC. Essi sono stati realizzati, finora, con volantinaggi davanti a quattro istituti scolastici superiori, che hanno consentito di raggiungere diverse centinaia di giovani del biennio col nostro messaggio e con informazioni dirette. In collaborazione con il Comitato Pace e Disarmo Campania (cui il M.I.R. Napoli aderisce da molto tempo), si prevede poi di proseguire con altri volantinaggi, di formulare e presentare una formale diffida legale al Sindaco di Napoli affinché adempia agli obblighi d’informazione in materia di Leva e di svolgere quanto prima una significativa manifestazione pubblica sull’obiezione come strumento di opposizione concreta e fattiva alla guerra ed al militarismo.

    Ovviamente ci auguriamo che altre realtà territoriali del M.I.R. intraprendano iniziative simili e, soprattutto, che il movimento per la pace italiano riesca a dialogare al suo interno e ad esprimersi unitariamente con una campagna comune, coinvolgendo gli Enti di Servizio Civile, gli aderenti alla Rete Italiana Pace e Disarmo e, per quanto ci riguarda più specificamente, anche le organizzazioni di matrice religiosa, in un’ottica ecumenica di nonviolenza attiva e di costruzione della pace.

    (*) Ermete Ferraro è responsabile locale e presidente nazionale del M.I.R. Italia.

    Note


    [i] Cfr. art. 52 della Costituzione della Repubblica Italiana > https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-iv/articolo-52

    [ii] Cfr. art. 1929 del Codice dell’Ordinamento Militare > https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2010-15-03;66~art1485!vig=

    [iii] Cfr. art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana > https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/principi-fondamentali/articolo-11#:~:text=L’Italia%20ripudia%20la%20guerra,la%20giustizia%20fra%20le%20Nazioni%3B

    [iv]  Cfr. la documentazione relativa su https://www.difesacivilenonviolenta.org/

    [v]  V. l’iter su https://www.ministerodellapace.org/

    [vi]  Cfr. Movimento Nonviolento, “Chiamata all’obiezione di coscienza, contro la guerra” > https://www.azionenonviolenta.it/chiamata-allobiezione-di-coscienza-contro-la-guerra/

    [vii] Cfr. testo della petizione su https://www.petizioni.com/obiezione_alla_guerra_e_al_servizio_militare_impegno_per_la_difesa_nonviolenta

    [viii] Vedi in particolare https://www.trefinestre.com/obiezione-1-  e  https://globaluserfiles.com/media/196794_6b3efea84eeb37a10948839609949420727494b3.pdf/o/opuscolo%20odc.pdf

    [ix] Per il Movimento Nonviolento, l’ultimo modello prodotto è scaricabile dal suo sito > https://www.azionenonviolenta.it/wp-content/uploads/2024/04/Obiezione-DEF-3.pdf . La dichiarazione- petizione da sottoscrivere, proposta da Disarmisti Esigenti, L.D.U., L.O.C. ed altri, è invece scaricabile da https://www.petizioni.com/obiezione_alla_guerra_e_al_servizio_militare_impegno_per_la_difesa_nonviolenta

    [x] Cfr. in particolare i seguenti articoli: https://www.pressenza.com/it/2024/05/giornata-dellobiezione-di-coscienza/ – https://www.anteprima24.it/napoli/obiezione-di-coscienza-campagna-parte-da-napoli-na/  – https://www.miritalia.org/2024/05/14/giornata-dellobiezione-di-coscienza-limpegno-del-m-i-r-per-ravvivare-la-coscienza-dellobiezione/ – e l’intervento in diretta di Ferraro a ‘Prima pagina’ (Radio 3 RAI) , dal min. 1:03:05  della registrazione > https://www.raiplaysound.it/audio/2024/05/Prima-pagina-del-15052024-45f73665-f89c-4efe-a489-e6218866c576.html