Etimostorie #18: VOTO e CAPPELLANO

In occasione della ricorrenza del 2 giugno, festa della Repubblica Italiana, si rinnova l’assurda tradizione di celebrarla retoricamente con una tronfia parata militare, come se si trattasse d’una data connessa a qualche evento bellico, anziché della libera scelta del proprio assetto istituzionale da parte di un popolo, privato per lunghi anni del suo diritto di autodeterminarsi.

Quest’anno – in un drammatico momento in cui di troppe inutili stragi abbiamo quotidianamente la cronaca in diretta – come se non bastasse la solita esibizione di forze armate, corpi militarizzati ed orribili strumenti di guerra ci si sono messi anche i cappellani militari, che hanno improvvidamente deciso di sfilare ai fori imperiali, con una fiera esibizione di mostrine, gradi e decorazioni, in barba agli appelli del Papa e della stessa C.E.I. contro la follia della guerra e della corsa agli armamenti.

Ebbene, al di là della repulsione che un nonviolento come me nutre istintivamente nei confronti di queste marziali sfilate e pur volendo arbitrariamente prescindere dal dettato costituzionale, che da 78 anni ci ricorda che l’Italia ‘ripudia’ la guerra (ossia, la respinge a calci…), una semplice domanda serpeggia perfino tra persone senza un retroterra pacifista ed antimilitarista. Ma cosa diavolo c’entrano bersaglieri, blindati, paracadutisti e frecce tricolori col festoso ricordo della nostra scelta democratica e repubblicana dopo la dittatura fascista e una guerra disastrosa?Perché mai, insomma, la celebrazione di un popolo per il conquistato diritto di votare non può fare a meno di una costosa e imbarazzante parata militarista e d’un insopportabile sfoggio di retorica patriottarda?

Ovviamente nessuno risponde davvero a questa scomoda domanda, ma a me in tale circostanza è venuto in mente che forse dovremmo chiarirci meglio che cosa significa la stessa parola VOTO, che usiamo comunemente con svariati significati ma di cui la maggioranza ignora l’origine.  

«1 Atto con cui si manifesta la propria volontà e la propria scelta nell’eleggere qlcu. o nel decidere qlco. […] 2 Numero che esprime la valutazione di merito data a un alunno o a un candidato in una prova o in un esame […] 3 Promessa solenne di compiere un determinato atto, di impegnarsi a un certo comportamento o di rinunciare a qlco., fatta alla divinità (o nel cattolicesimo anche alla Madonna o a un santo) spec. in segno di riconoscenza per una grazia ricevuta o per ottenere qlco […] 5 lett. Desiderio, preghiera; usato soprattutto al pl. come formula di augurio solenne: fare voti per il successo di un’operazione» [i].

Da queste pur diverse accezioni emerge che si tratta d’una ‘scelta’, d’una ‘promessa’ solenne, significato da cui si allontana invece il ‘voto’ scolastico, inspiegabilmente diventato sinonimo di valutazione numerica del profitto di uno studente. Eppure solo l’accezione n. 5 rispecchia il senso originario della parola, che stava appunto a significare un desiderio, un’aspirazione, una preghiera o comunque un augurio.

Sia che la parola latina (nata come participio passato del verbo vovere, cioè promettere, dedicare) derivi dal gotico vôp-jan (invocare), sia che si rifaccia alla radice del sanscrito vâg-at (promessa votiva) [ii], è infatti evidente che il suo significato ci parla d’un desiderio più che di una effettiva scelta, di una concreta manifestazione di volontà, ossia d’un atto capace di determinare di per sé una reale conseguenza sul piano fattuale.

La storia italiana contemporanea, peraltro, ce ne dà tristemente conferma. Ottanta anni fa italiani ed italiane indicarono su una scheda la loro prevalente opzione per un regime repubblicano e democratico, eppure ciò non ha impedito che fin dai decenni successivi emergessero pesanti e subdole spinte autoritarie, che poco avevano (ed hanno tuttora) a che fare con l’originaria aspirazione collettiva ad un potere realmente popolare e condiviso.

I nostri padri e madri costituenti, delegati dai cittadini/e, a loro volta elaborarono e poi votarono a larghissima maggioranza (453 favorevoli su 515: quasi l’88%) la Carta fondamentale della Repubblica, che nei primi 11 articoli sanciva i suoi principi inderogabili (democrazia, pluralismo, uguaglianza, diritto al lavoro, autonomie, tutela della cultura e dell’ambiente, oltre al già citato ‘ripudio della guerra’). Eppure oggi è sempre più difficile considerarli molto più che puri e semplici ‘voti’, nell’etimologica accezione di desideri, aspirazioni, auguri, ancora largamente irrealizzati e pertanto mai attuati davvero.

La seconda parola da approfondire è CAPPELLANO, figura tornata alla ribalta mediatica questo 2 giugno a proposito del loro spiacevole protagonismo, che ha rilanciato l’annosa querelle su quale sia il ruolo di tale controversa figura in una Repubblica che in teoria ripudia la guerra, ma dove troppo spesso si irride chi invece parla di pace e disarmo.

Sul piano etimologico, la storia di questa parola è abbastanza strana. Si narra infatti che, nel IV secolo, un soldato romano – ricordato nei secoli successivi come san Martino di Tours – avesse generosamente diviso con un mendicante infreddolito il suo mantello corto (lat. capella, diminutivo di ‘cappa’, a sua volta forse derivato da caput, in quanto usato anche per coprirsi la testa). Quel mantello dimezzato divenne poi una reliquia che i re merovingi decisero di conservare in un piccolo e specifico oratorio, chiamato ‘cappella’. I religiosi incaricati di custodirla e di svolgervi servizi religiosi, conseguentemente, ebbero il titolo di ‘cappellani’. Da allora, ogni chiesetta a scopo votivo fu chiamata ‘cappella’ e fu affidata a sacerdoti con questa specifica funzione, usanza diffusa anche in altri contesti geografico-linguistici (vedi: sp. capilla, fra. chapelle, ing. chapel, ted kapelle). Successivamente, invece, furono chiamati ‘cappellani‘ i sacerdoti incaricati dell’assistenza spirituale a specifiche categorie di fedeli (malati, carcerati, militari), per cui andò perdendosi dendo ogni relazione con un specifico luogo di culto.

I cappellani militari, in particolare, esistevano in Italia già in epoca preunitaria, ma furono integrati nelle Reali Forze Armate solo dopo l’Unità (1861), dando origine ad un vero e proprio monstrum militar-religioso, il c.d. ‘clero castrense’, che nel 1869 contava ben 189 componenti ma che sono un anno dopo fu sciolto del tutto.

«Con la circolare del 12/04/1915 il Gen. Cadorna reintrodusse la figura del cappellano e furono arruolati diecimila “preti-soldati” di cui 2070 destinati ai corpi combattenti. L’01/06/1915 la Sacra Congregazione Concistoriale nominò il primo Vescovo Castrense, S.E.R. Mons. Angelo Bartolomasi. Il 27/06/1915 il Governo italiano e la Santa Sede Apostolica si accordarono sull’istituzione della carica di Vescovo di Campo e della Curia Castrense. [Dopo la soppressione in chiave laicista nel 1922] nel 1925 il Governo italiano e la Santa Sede avviarono, nel massimo riserbo, le trattative per definire il carattere del nuovo Servizio Assistenza Spirituale alle Forze armate in tempo di pace. L’Ordinariato militare per l’Italia venne eretto il 06/03/1925 con Decreto della Sacra Congregazione Concistoriale e approvato dallo Stato Italiano con L. 417/1926 che istituiva un contingente permanente di cappellani in tempo di pace»[iii].

Da allora sono passati 100 anni, ma i cappellani militari continuano incontrastati a costituire un’anomala ed imbarazzante presenza all’interno della Chiesa, fieri come sono di un’autonomia gerarchica che finora nessuno è riuscito a scalfire, come ha dimostrato anche la loro discussa decisione di sfilare marzialmente e nella parata militare di questo 2 giugno 2026. Fatto sta, però, che se il miles romanus Martino tolse il suo mantello per dividerlo con un povero, gli attuali cappellani militari si guardano bene dallo spogliarsi dei loro privilegi e prerogative, anche di fronte a guerre che stanno distruggendo interi territori e sterminando milioni di persone, continuando a sacralizzare un’obbedienza che, per dirla con don Milani, da molto tempo ormai non è più una virtù.


Note

[i]  Voce ‘voto’ in “Dizionario di Italiano” Sabatini-Coletti – https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/V/voto.shtml

[ii] Cfr. voce ‘ voto’ in “Dizionario etimologico online” – https://www.etimo.it/?term=voto

[iii] Ordinariato militare per l’Italia, “Storia dell’ordinariato militare” – https://www.ordinariatomilitare.it/diocesi/storia/storia-dellordinariato/ – Cfr. anche un mio precente articolo per il blog: https://ermetespeacebook.blog/2020/11/13/linverno-di-san-martino/

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