Pregavamo alla marinara…

Un meeting di professionisti del culto agli ordini della NATO

In una delle mie incursioni sul sito web del Comando delle Forze Navali degli Stati Uniti in Europa ed Africa – al fine di ricavarne utili informazioni su possibili attracchi di natanti a propulsione nucleare nel porto di Napoli o sulle nuove ‘missioni’ guidate dall’USEUCOM/AFRICOM – mi sono imbattuto in un articolo che ha attratto la mia attenzione sia come ecopacifista sia come credente.

Già il titolo del servizio (“Interoperabilità del supporto spirituale: Migliorare la prontezza spirituale nella NATO”) [i] denotava infatti una visione della religione unicamente come utile ed opportuno sostegno spirituale ai nuovi, preoccupanti, wargames della NATO. Per essere più precisi, l’incontro interreligioso cui si riferisce l’articolo è avvenuto sulla USS Mount Whitney, ammiraglia della 6^ Flotta USA, nel quadro dell’esercitazione BALTOPS 23, attuale edizione della mega-manovra interforze della NATO nel Mar Baltico, che in questi tragici momenti assume un significato ancor più specifico ed allarmante.

«La costa di Klaipeda, in Lituania, è il teatro dell’operazione, iniziata il 4 giugno e destinata a concludersi il 16 giugno. Di gran rilievo la presenza italiana, con la nave San Marco protagonista di una complessa infiltrazione anfibia. Obiettivo simulare una “dimostrazione di forza” ai danni dell’Alleanza Atlantica. A due ore di auto, nell’entroterra del Paese, nella base di Lakunu, vicino Siauliai, è in corso Air Defender». [ii]

La finalità di quello specifico incontro, peraltro, era così presentata all’inizio del servizio:

«Durante l’esercitazione Baltic Operations 2023, le nazioni alleate e partner hanno operato a fianco di forze non solo terrestri, aeree e marittime, ma hanno anche implementato, addestrato e rafforzato il loro corpo spirituale. In preparazione all’esercitazione, 14 cappellani in rappresentanza di otto nazioni si sono riuniti a bordo della USS Mount Whitney per la Conferenza dei Cappellani ‘pre-sail’, incentrata su concetti di interoperabilità, eventi di esercizio, coordinamento logistico e condivisione di competenze e protocolli» [iii].

Da una pur superficiale analisi critica del testo si rileva facilmente che il tono dell’articolo ha poco a che fare con un’autentica spiritualità, assumendo piuttosto una coloritura burocratico-militare, evidenziata inoltre dall’utilizzo di una terminologia quasi aziendale, che impiega verbi ed espressioni di stampo tecnocratico quali: implementare, addestrare, interoperabilità, esercizio, coordinamento logistico, competenze, protocolli…).

In questa ecumenica ‘missione’ congiunta, i suddetti ministri di culto – di diversa nazionalità e differenti credi religiosi – sono stati dunque impegnati per due settimane sulla nave al comando  di una simulazione bellica per ‘addestrare’ i rispettivi ‘fedeli’ in uniforme “su argomenti spirituali relativi ai militari, come il danno morale”, con la motivazione che “i cappellani sono ufficiali navali e professionisti del ministero religioso che si concentrano sulla prontezza spirituale del loro equipaggio assegnato[iv].

Francamente non è chiaro di quale “danno morale” si parli nell’articolo (a parte quello derivante dalla preparazione di azioni di guerra, causa di morte e devastazione) né cosa sia la misteriosa “prontezza religiosa” che, secondo la Marina USA, andrebbe alimentata negli equipaggi navali. Viceversa, mi sembra fin troppo evidente la visione cinicamente utilitaristica dei cappellani come “professionisti” delle religioni, al servizio della sedicente missione militare nel Baltico in quanto “fonte d’incoraggiamento per la loro gente[v].

Alimentare benessere, fiducia e solidarietà tra militari?

Non ci aiutano a comprendere meglio questa strana adunata militar-religiosa neppure le spiegazioni fornite dall’intervento del Capitano della U.S. Navy Brian Weigelt.

«I cappellani si relazionano a marinai e marines per la loro identità pastorale, la loro vocazione a prendersi cura di tutta la persona. Mentre prestano servizio come professionisti del ministero religioso, si prendono cura di tutti indipendentemente dal rango o dalle credenze religiose o non religiose e hanno completa riservatezza. Ma servono anche come ufficiali della Marina che capiscono le sfide uniche della vita in mare e la cultura della più ampia organizzazione» [vi].

Da cristiano, leggendo queste parole mi è venuta alla mente l’ammonizione evangelica “Nessun servitore può servire a due padroni” (Lc 16:13), però è evidente che per l’ufficiale della marina statunitense non solo non c’è alcuna contraddizione tra il servizio religioso e quello militare, ma sussiste anche la convinzione che la “vocazione” dei cappellani sia finalizzata ad incrementare la c.d. “prontezza spirituale” dei futuri combattenti.

I cappellani, si ribadisce infatti, in quanto “direttamente interessati al benessere individuale di marinai o dei marines, offrono soluzioni e indicazioni che un leader di mentalità bellica non può offrire[vii]. In altre parole: sono comunque utili alla ‘causa’, anche perché “l’interoperabilità delle forze spirituali alleate e partner è incentrata sulla creazione di fiducia per tutti i soggetti coinvolti[viii]. I cappellani imbarcati sulle navi militari, inoltre, sono considerati funzionali all’esercitazione militare della NATO anche in chiave di supporto psicologico, laddove si presentino scenari critici come suicidi o incidenti, come un uomo in mare, in quanto “l’intero equipaggio ne verrebbe traumatizzato” ed essi potrebbero fornire una risposta aggiuntiva in caso di crisi. 

In buona sostanza, secondo il servizio ‘affari pubblici’ delle US Naval Forces Europe-Africa, i c.d. ‘professionisti del ministero religioso’ sarebbero utili per assicurare il ‘benessere’ e cementare la ‘fiducia’ negli equipaggi, ma anche per far superare gli inevitabili traumi di chi combatte col ‘prendersi cura’ del personale militare, rafforzando così “il senso di solidarietà che migliora il nostro impegno per il lavoro” [ix].

«Mentre l’esercitazione volge al termine, la forza dei cappellani si riunirà a Kiel, in Germania, per la conferenza inaugurale sulla Interoperabilità del supporto spirituale per il Comando Marittimo della NATO. Lì esamineranno gli eventi dell’esercitazione, determineranno cosa è andato bene e su cosa dovrebbero concentrarsi l’anno prossimo e inizieranno la pianificazione preliminare. I loro due temi principali saranno gli standard di cura per la cappellania nel settore marittimo della NATO e il ruolo dei cappellani nel combattimento marittimo» [x].

Come avevo già ribadito in precedenti articoli [xi], il connubio blasfemo tra ministeri religiosi e ministeri della guerra è dunque tutt’altro che superato, con buona pace di don Milani, di cui proprio quest’anno ricorre il centenario. Oggi si utilizzano toni meno retorici ed un linguaggio più aziendale che bellicoso, ma a mio avviso resta lo scandalo dell’innegabile subalternità dei cappellani militari alle gerarchie militari, di cui quei ministri del culto hanno improvvidamente accettato di essere parte integrante, col pretesto di prendersi cura delle anime di coloro che vengono invece addestrati ad usare il loro corpo e le loro menti per uccidere e distruggere e, semmai, a prepararsi spiritualmente a morire in battaglia…


[i] Cfr. U.S. Naval Forces Europe-Africa Public Affairs, “Spiritual Support Interoperability: Enhancing Spiritual Readiness across NATO” (June 13,2023) > https://www.c6f.navy.mil/Press-Room/News/Article/3426557/spiritual-support-interoperability-enhancing-spiritual-readiness-across-nato/ (trad. mia)

[ii] F. Russo, “La Nato alla sfida del Baltico, sulla Lituania l’ombra della guerra”, AGI, 15.06.2023 > https://www.agi.it/estero/news/2023-06-14/nato-esercitazioni-lituania-guerra-russia-ucraina-21825234/

[iii]Spiritual Support…”, cit.

[iv]  Ibidem

[v]  Ibidem

[vi] Ibidem

[vii] Ibidem

[viii] Ibidem

[ix] Ibidem

[x] Ibidem

[xi] Cfr., fra gli altri a firma Ermete Ferraro, i seguenti:  https://ermetespeacebook.blog/2020/01/30/pregare-per-lunita-dei-cappellani-militari/https://ermetespeacebook.blog/2020/12/07/come-barbarea-cosi-marinea/https://ermetespeacebook.blog/2020/03/15/riforma-mimetica-per-religiosi-con-le-stellette/

© 2023 Ermete Ferraro

Verbi violenti troppo frequenti…

In principio era il preverbo…

In un precedente articolo [i], utilizzando la tabulazione dei dati desunti dal Nuovo Vocabolario di Base della lingua italiana [ii], ho provato a mettere in luce quanto perfino il ‘lessico fondamentale’ (condiviso dall’86% di coloro che la utilizzano) lasci troppo spesso trasparire una realtà socioculturale segnata da un linguaggio militare e bellico. Quella mia ricerca, infatti, evidenziava che tra i 2000 lemmi considerati ‘fondamentali’ (ridotti a 1790 escludendo pronomi, articoli, avverbi, preposizioni etc.) ben 259 vocaboli italiani ricadono nel campo semantico bellico-militare. Ciò significa che il 14,6% di quel totale – cioè una parola su sette – rispecchia atteggiamenti sostanzialmente autoritari e violenti. All’interno di questo preoccupante contesto, inoltre, troviamo parecchi verbi indicanti azioni dirette contro un indistinto universo ‘nemico’, o comunque animate da intenti ostili, se non esplicitamente distruttivi. Per approfondire quest’ultimo aspetto – tenuto conto che quasi 9 italiani su 10 utilizzano un lessico che non solo è estremamente ridotto ma è anche costituito per quasi il 15% da locuzioni aggressive – ho provato ad affrontare questa realtà da un punto di vista specificamente etimologico-semantico.

Ne risulta che parecchi verbi ‘fondamentali’ d’impronta bellicosa devono la loro aggressività anche all’utilizzo di alcuni prefissi preposizionali (o ‘preverbi’), che integrano o modificano il senso di base delle rispettive forme verbali. [iii] Si tratta generalmente di preposizioni latine, spesso congiunte a verbi semanticamente già violenti, cui imprimono una notazione di movimento (AD, DE, EX, IN, RE, SUB) oppure sottolineano che si tratta di azioni di gruppo (CUM), finalizzate a conseguire in tal modo un determinato obiettivo (OB). Ciò premesso, ho analizzato etimologicamente una ventina di verbi composti che mi sembravano tipici d’una comunicazione ostile, eppure utilizzati molto frequentemente dal 14% dell’86% del campione, ossia dal 12,04% degli italiani.

Partendo dal mio precedente database, ho verificato che col prefisso AD– ce ne sono 3 (AFFRONTARE, AMMAZZARE, ATTACCARE). Quelli preceduti da CUM– sono 4 (COMBATTERE, CONDANNARE, CONQUISTARE, COSTRINGERE). Altri 3 iniziano con DE- (DIFENDERE, DISTRUGGERE, DIVIDERE) ed altrettanti con EX– (ELIMINARE, ESCLUDERE, SPAVENTARE).  Il prefisso IN- ricorre in 2 casi (IMPEDIRE, IMPORRE) e OB- è presente in 4 verbi (OBBLIGARE, OCCUPARE, OPPORRE, UCCIDERE). Infine, con RE- ne iniziano 2 (RESISTERE, RISPONDERE) mentre con SUB- ne troviamo solo 1 (SOTTOPORRE).

Ebbene, pur considerando che alcuni elementi di questo campionario possono essere intesi con connotazioni diverse, resta innegabile che il principale ambito semantico di quasi tutti i verbi in questione rimanda ad un rapporto aggressivo e virulento coi loro rispettivi oggetti o referenti. La ricerca sull’etimologia di ciascun preverbio sembrerebbe riportarci ad un mondo primitivo, caratterizzato dai rapporti di forza tipici di chi lotta per la sopravvivenza. Una violenza atavica che però sembra non aver smesso d’improntare il linguaggio attuale e che, quasi sempre in modo inconscio, inevitabilmente finisce col condizionare la nostra comunicazione verbale e le nostre relazioni.

A questo punto passiamo all’osservazione al microscopio etimologico – e quindi più da vicino ed in profondità – di queste 22 forme verbali composte così tanto diffuse, ma di cui forse solo in pochi conoscono il significato originario e le trasformazioni di significato che hanno subito.

La minacciosa forza dei preverbi AD- e CUM-

La preposizione latina AD, utilizzata come prefisso modificante di un verbo o di un sostantivo, suggerisce il movimento verso qualcuno o qualcosa, un avvicinamento, ma talvolta l’inizio di un processo, un rafforzamento, nonché un atteggiamento sia favorevole sia contrario [iv] . Nei tre verbi con questo preverbo, l’indicazione di un moto ostile si unisce al significato già aggressivo dei verbi modificati, rafforzandolo.

  • Nel caso di AFFRONTARE, dalla base latina frontem derivano altri sostantivi e relative forme verbali (affronto, confronto, raffronto…), che indicano azioni di cui il prefisso AD- precisa la direzione e/o destinazione. L’etimo di questa parola sembrerebbe risalire alla radice sanscrita *BHRU, indicante l’arcata sopracciliare e presente anche in vocaboli germanici e slavi. Si esprime pertanto un’azione che ‘prende di faccia’ l’interlocutore, verso il quale il soggetto si dirige direttamente e minacciosamente [v].
  • Anche nel verbo AMMAZZARE il prefisso indica la direzione di un’azione intrapresa con intenzioni ostili, poiché il verbo latino mactare significava già uccidere (vedi sostantivi come ‘mattatoio’ o il verbo spagnolo matar). Anche se all’origine ci fosse invece il sostantivo ‘mazza’, la sostanza non cambierebbe, trattandosi comunque di un grosso bastone usato per colpire qualcosa o qualcuno.
  • In ATTACCAREil prefisso si aggiunge alla radice celto-germanica *TAC, il cui senso era aderire, fermare, agganciare, o anche toccare, partendo da una base latina (v. tangere, tatto…), che ritroviamo anche nel verbo inglese to take (prendere) [vi].

Sebbene il prefisso preposizionale latino CUM- sia di solito adoperato “per esprimere l’idea dell’unione, della compagnia, della condivisione[vii], nei quattro verbi seguenti funge piuttosto da rafforzativo di un’azione, sottolineando che è compiuta da più persone.

  • COMBATTERE, ad esempio, usa questo preverbo (modificato in COM-) per integrare il verbo latino battuere, presente anche in ambito non romanzo (ingl. beat, gael. bith). Probabilmente esso attingeva alla radice sanscrita *PAD (piede), per cui battere significherebbe in origine pestare, calpestare, percuotere col piede [viii] o, più latamente, colpire. Non dimentichiamo poi che da tale verbo derivano anche sostantivi tipicamente militari, come battaglia, batteria, battaglione etc.
  • CONDANNARE ha un significato ampio, non riferibile esclusivamente ad un contesto di scontro o di guerra. Il senso più diffuso, infatti, è quello giudiziario, che designa l’atto di dichiarare qualcuno colpevole, per poi infliggergli una pena (lat. damnum).  Come nel caso precedente, la preposizione sottolinea che si tratta di un’azione collettiva (giuria) o espressa da un giudice a nome della comunità. Peraltro, il senso ostile e violento del verbo appare evidente a prescindere dal motivo della condanna.
  • CONQUISTARE è un verbo meno trasparente dal punto di vista etimologico. Pochi infatti saprebbero risalire ai verbi latine cum-quirere > cum-quidere, a loro volta forme intensive del molto più innocente ed innocuo verbo quaerere (da cui ‘chiedere’) [ix]. Infatti non c’è dubbio che una conquista sia qualcosa di molto più violento di una  semplice ‘richiesta’, sebbene alla voce ‘conquistare’ la Treccani metta al primo posto proprio il significato di “ridurre in proprio dominio con le armi”. In seconda posizione troviamo “acquistare, fare proprio con fatica, con sacrifici, lottando contro difficoltà e ostacoli”, cui seguono le ulteriori accezioni “accattivarsi, guadagnare” e “far innamorare, sedurre[x]. La forza aggressiva del verbo, in questo caso, sembra dipendere dal prefisso, che suggerisce un atto collettivo e dunque più efficace. Si tratterebbe infatti di una ‘richiesta’ assai categorica, molto somigliante – nel linguaggio mafioso del Padrino di Ford Coppola – a “un’offerta che non si può rifiutare”.
  • COSTRINGERE compone lo stesso prefisso col verbo latino stringere, la cui radice *STRAG indicava “…comprimere, tirare a sé con forza […] premere o serrare con forza…” [xi]). Anche in questo verbo emerge l’intento aggressivo dell’azione e si comprende bene il suo significato di “forzare; obbligare qualcuno, con la forza o con altro mezzo, a fare cosa che sia contraria alla volontà o comunque non spontanea[xii].

DE-, EX- e IN- per escludere ed aggredire

Secondo la Treccani, il prefisso preposizionale DE- “… si trova in molte voci di derivazione latina, nelle quali indica ora allontanamento (per es. deviare, deportare), ora abbassamento o movimento dall’alto in basso (per es. degradare, deprimere, declinare), ora privazione (per es. dedurre, detrarre; cfr. anche demente), ora ha valore negativo (per es. decrescere), ora serve soltanto alla formazione di verbi tratti da sostantivi o aggettivi…” [xiii] .  Non c’è dubbio che atti quali allontanare, abbassare, privare e negare non siano riconducibili ad atteggiamenti e comportamenti pacifici e costruttivi. Se poi tre bruschi prefissi si uniscono a verbi già minacciosi, la violenza verbale è servita.

  • DIFENDERE, insieme coi verbi ‘offendere’ ed i sostantivi ‘difesa’ ed ‘offesa’ e relativi aggettivi derivati, è un “…composto di -fendo, nel senso di ‘colpire – urtare’, da una radice comune al ved. Hanti “colpisce[xiv]. Secondo altra fonte, il verbo fendo avrebbe una radice FAD, derivante dal sanscrito bâd-ayami, col significato di “spingere, stringere, pressare[xv]. In entrambi i casi si tratta di azioni violente, di minacce alla sicurezza personale e collettiva da cui sarebbe legittimo proteggersi, anche utilizzando la forza. Non a caso la Treccani indica prioritariamente le seguenti accezioni del verbo ‘difendere’: “1.a proteggere, preservare dal male, dai pericoli, dalle offese […] b. sostenere la causa di qualcuno […] 2. rifl. a) Proteggersi, ripararsi […] contrapporre la propria forza alla violenza del nemico o dell’avversario…” [xvi].  Indubbiamente il ‘diritto alla difesa’ è sancito dalle costituzioni e dalle leggi, in ambito giudiziario come in quello della ‘difesa nazionale’. Il vero problema, però, è che la tradizionale difesa armata e militare ha superato da tempo l’idea della pura e semplice ‘reazione’ ad un’azione aggressiva esterna e si configura sempre più come apparato di aggressione, sia pur col pretesto della ‘dissuasione’ o della ‘prevenzione’ della violenza altrui. La verità, come da tempo affermano i nonviolenti, è che “un’altra difesa è possibile”.
  • DISTRUGGERE, viceversa, è un verbo che è impossibile interpretare in senso positivo. Il dizionario Treccani enumera una serie di significati che lo classificano di fatto tra i più violenti: “distrùggere v. tr. [dal lat. destruĕre, comp. di de- e struĕre «innalzare, costruire»] …1. a. Abbattere, guastare, disfare, per lo più con azione o con mezzi violenti, scomponendo le parti d’un oggetto, dissolvendo, riducendo in rovina, in modo che la cosa sia resa definitivamente inutilizzabile o non ne rimangano talora neppure le tracce […] b. Annientare vite umane […] c. Ridurre al niente […] 2. Usi fig.: a. Rendere inutile […] b. Togliere completamente e definitivamente […] c. Annullare […] d. letter. Consumare a poco a poco, fisicamente o spiritualmente…” [xvii]. Non potrebbe essere diversamente, in quanto ‘distruggere’ utilizza il prefisso de– proprio per annullare il senso positivo del verbo struere (indicante azioni come: accumulare, stratificare, fabbricare, costruire, erigere etc.). Ecco perché è un po’ l’icona di un linguaggio ostruttivo e distruttivo, in quanto radicalmente opposto ad una comunicazione costruttiva, edificante e nonviolenta.
  • DIVIDERE è un verbo prevalentemente di segno negativo, ma dall’etimologia piuttosto incerta. Secondo alcuni il prefisso DISsi unirebbe ad un ipotetico *vido (in umbro vetu = dividerai e sanscrito vihyati = perfora [xviii]. Secondo altre fonti, invece: “il verbo dividere, …. sembra derivare dall’unione tra il prefisso dus-, che poi è diventato dis- e la radice vid- che alcuni ritrovano in vidēre. Quindi, quel ‘dis’ ci darebbe l’idea della separazione (piuttosto che quella di negazione) e ‘vid’ quella di una dimensione interna (in lituano vidus significa proprio centro)[xix]. In ogni caso, le possibili accezioni di tale verbo sono negative e non rimandano affatto ad un contesto relazionale caratterizzabile come costruttivo e privo di violenza.

Il prefisso EX- “…sotto l’aspetto semantico, conserva in una parte dei composti il sign. fondamentale della prep. ex, cioè «da, fuori, via» […] in altri casi indica negazione, privazione […] o mutamento di natura […]; in altri ancora esprime il concetto della pienezza, del compimento, conferendo quindi al verbo valore estensivo o intensivo…” [xx].

  • ELIMINARE ha un significato di base meno truce e violento di quanto appare. In effetti – etimologicamente parlando – significherebbe soltanto: cacciare da casa, lasciar fuori dalla soglia (extra limine) [xxi], dunque “escludere, scartare, far scomparire[xxii]. Si tratta comunque di un’azione di natura ostile, ma solo in tempi moderni il verbo è passato ad indicare una soluzione molto più radicale, cioè: “uccidere, togliere di mezzo, sopprimere, soprattutto un nemico, un avversario, una persona sgradita[xxiii].
  • ESCLUDERE è un un calco semantico di ‘eliminare’, essendo composto dal prefisso ex- (fuori) e claudere (chiudere). Siamo di fronte ad un ulteriore caso di azione espulsiva, che priva qualcuno del diritto di abitare in un luogo e/o di far parte di una comunità. Una sorta di rigetto, che espelle ed emargina una persona o un intero gruppo sociale dal suo contesto abituale, cui si interdice l’ingresso.
  • SPAVENTARE a prima vista non ha relazione col prefisso preverbo EX-, ma in latino era proprio questa preposizione che integrava il verbo pavère, in senso passivo col significato di tremare di paura, aver paura, ma anche, in senso attivo, di “provocare, incutere spavento[xxiv]. Un altro chiaro esempio di violenza, fisica o psicologica, che ricorre al terrore per forzare la volontà altrui e per conseguire i propri scopi.

IN-, RE-, OB- e SUB-: altri quattro preverbi ostili

Stando alla Treccani, “Il prefisso IN- (dal latino in-) può assumere in italiano due diversi valori. Può indicare mancanza, privazione, contrarietà, opposizione in parole derivate dal latino (inutile, insano) o formate modernamente […] Può essere usato per la formazione di verbi parasintetici derivati dal latino (incurvare, incorporare) …” [xxv]. Nei due casi seguenti sembra prevalere il secondo, che dà alla preposizione un valore locativo.

  • IMPEDIRE significa letteralmente “mettere ceppi, impacci ai piedi[xxvi] (dal sostantivo greco pous, podòs), e quindi – in senso metaforico – ‘ostacolare’, ‘opporsi’, ‘contrariare’. Ancora una volta riconosciamo un’azione senz’altro ostile, anche se talvolta questo verbo è usato per indicare l’opposizione ad una minaccia o ad un pericolo, come abbiamo già visto nel caso dell’ambivalente ‘difendere’.
  • IMPORRE, nella sua trasparenza semantica, non è invece equivocabile. Derivato dal latino in-ponere, designa un atto di per sé violento, frutto di arroganza e finalizzato al dominio. Ricorrere ad una ’imposizione’ vuol dire letteralmente: “Porre sopra, indi, fig. prescrivere, comandare[xxvii]. Significa perciò trattare le persone come si era abituati a fare con gli animali, costringendoli con gioghi, selle ed altri pesanti carichi a sotto-porsi ad un padrone senza scrupoli.

Il prefisso OB (“lat. ob- “a, verso, contro, in opposizione, di fronte a, a causa” e con valore rafforzativo[xxviii]) esprime sia un rapporto di causalità, sia un’avversione o un’opposizione, come verifichiamo nei seguenti quattro verbi.

  • OBBLIGARE coniuga ob-, già indicante una contrarietà, con il verbo ligare, che di per sé impone un legame, un vincolo, rendendo questo verbo un sostanziale sinonimo di ‘costringere’ e dello stesso ‘imporre’. È quindi difficile intepretarlo in senso positivo, come richiamo ad un legame etico, poiché l’etimologia ci presenta una costrizione materiale. Infatti, il verbo latino ligare deriva dal greco lygein (piegare, annodare), a sua volta riferito al sostantivo lygos (vimine) e al verbo sanscrito ling-âmi (piego) [xxix].
  • OCCUPARE compone il prefisso OB- (contro) col verbo latino capere (prendere), con assimilazione-raddoppio della ‘c’. Da qui il significato di “impossessarsi, impadronirsi[xxx], ma anche l’accezione bellicosa di “invadere o tenere con la forza delle armi” [xxxi].
  • OPPORRE – come i sostantivi e attributi da esso derivanti – è un altro verbo di sapore marziale. Ma in questo caso il preverbo, che di per sé esprime opposizione, si unisce al più neutro verbo ponere. Da qui il significato attivo e transitivo di “1. Porre contro, per impedire, per fare ostacolo, per contrastare” e riflessivo di “porsi contro, impedire (o cercar d’impedire) che una cosa abbia effetto o consegua i suoi fini[xxxii].
  • UCCIDERE (che latinamente era occidere, da ob prefissato al verbo caedere, cioè tagliare) è il più esplicitamente violento dei verbi esaminati, indicando l’azione definitiva e irrimediabile di togliere la vita. Atto peraltro considerato un crimine (omicidio) quando è compiuto da persone, ma purtroppo esaltato come gesto di valore patriottico quando invece è causato da corpi militari o da agenti cui è stata affidata la pubblica sicurezza, spesso con mandato molto ampio e discrezionale.

Le altre due preposizioni latine usate come prefissi verbali sono RE- (che di solito esprime il ripetersi di un’azione, nello stesso senso o in senso contrario) e SUB- (che in italiano fornisce un’indicazione locativa (‘sotto’), anche in senso metaforico.

  • RESISTERE, ad esempio, vuol dire: “Opporsi a un’azione, contrastandone l’attuazione e impedendone o limitandone gli effetti…” [xxxiii]. Inoltre la parola ‘resistenza’, anche nel linguaggio scientifico della fisica, indica la proprietà meccanica d’un corpo di non subire rottura sotto sforzo. Il prefisso re- in questo caso si è unito al verbo latino sistere (raddoppiamento di stare), col significato di fermare un atto, opponendovi una forza contraria. Eppure la sua collocazione tra i lemmi di sapore bellico e militare è frutto dell’errata – ma purtroppo diffusa – concezione del ‘resistere’ come reazione armata e violenta, mentre da oltre un secolo, ma senza che se sappia quasi nulla, una resistenza disarmata e nonviolenta è risultata più efficace e spesso vincente.
  • RISPONDERE. Apparentemente è un verbo innocuo o quanto meno di significato piuttosto neutro. L’etimologia, in effetti, ci mostra che il prefisso re- (indietro, ma anche di nuovo) va a modificare il verbo latino spondēre, (promettere, impegnarsi) nel senso di “parlare dopo essere stato interrogato, per soddisfare alla domanda fatta[xxxiv], ma anche – più polemicamente – di “replicare…ribattere, controbattere, reagire, contestare, confutare…” [xxxv] . Fatto sta che, si tratti di una partita a carte o di un battibecco fra coniugi, l’atto di ‘rispondere’ finisce spesso col perdere la sua valenza positiva di soddisfazione di una domanda/richiesta, per assumere un connotato più violento, sia pure sul piano verbale. Ci sono però anche casi – come ‘rispondere al fuoco’ o ‘rispondere ad un’aggressione’ – in cui la ‘risposta’ si palesa invece in tutta la sua minacciosa fisicità.
  • SOTTOPORRE, che chiude questa lista di ‘verbi violenti troppo frequenti’, appare univoco ed esplicito nel suo significato. Sub+ponere – il verbo composto latino da cui peraltro deriva anche ‘supporre’ – è infatti trasparente nell’indicare l’atto di porre qualcuno o qualcosa al di sotto, significando dunque: “assoggettare, soggiogare[xxxvi] e anche “a. ridurre sotto il proprio dominio…b. costringere qualcuno ad affrontare, o a subire, qualcosa di spiacevole o di non gradito o voluto[xxxvii].

Decalogo conclusivo sui preverbi violenti

Al termine di questa particolare indagine etimologica mi sembra utile trarne una sintesi in dieci punti, in modo da ricavarne qualche utile conclusione.

  1. Dei 7.500 vocaboli ‘di alta frequenza’ presenti nel citato Nuovo Vocabolario di Base della lingua italiana, quelli classificabili come ‘parole fondamentali’ sono 2.000 e ricoprono l’86% delle occorrenze.
  2. Sottraendo a questi 2.000 lemmi quelli meno significativi (pronomi, congiunzioni, avverbi etc.) il campo si restringe ai 1.768 vocaboli presi in esame come campione per la mia già precedente ricerca, finalizzata a verificare quanti rientrassero in tre ambiti semantici: a) bellico-militare, b) ecologico-ambientale, c) latamente pacifista.
  3. Nel primo settore della mia classificazione ho registrato 259 lemmi (pari al 14,6%) che ritengo espressione d’un linguaggio aggressivo e violento. Questo significa, in pratica, che una parola su sette rientrerebbe in tale allarmante contesto.
  4. All’interno del campione dei 1.768 vocaboli considerati ‘fondamentali’ dal NVdB ho contato 468 verbi, ossia il 26,5%.
  5. Il passo successivo è stato quello di enucleare tra le forme verbali censite quelle con una connotazione bellico-militare o comunque violenta che fossero composte con prefissi preposizionali che ne esaltassero la carica aggressiva. Quelli esaminati sono appunto i 22 verbi ‘ostili’ (quasi il 5% dei 468 ‘fondamentali’) che ho poi analizzato sul piano etimologico-semantico.
  6. I 6 preverbi considerati (AD-, DE-, EX-, IN-, RE-, SUB-), in effetti, hanno modificato in senso negativo le relative forme verbali di base, tra cui 9/22 già ostili di per sé.
  7. La carica semantica negativa dei prefissi, impressa ai verbi che modificano, ne sottolinea pertanto: a) con AD- la direzione; b) con DE- allontanamento, abbassamento o deprivazione; c) con EX- esclusione; d) con IN- privazione o contrarietà; e) con OB- contrarietà; f) con RE- opposizione; g) con SUB- sottomissione.  
  8. Dei verbi esaminati, circa la metà (10/22) manifestano una carica inequivocabilmente violenta ed esplicitamente guerrafondaia: AMMAZZARE, ATTACCARE, COMBATTERE, CONQUISTARE, COSTRINGERE, DISTRUGGERE, ELIMINARE, IMPORRE, OCCUPARE, UCCIDERE.
  9. I restanti 12 preverbi (AFFRONTARE, CONDANNARE, DIFENDERE, DIVIDERE, ESCLUDERE, SPAVENTARE, IMPEDIRE, OBBLIGARE, OPPORRE, RESISTERE, RISPONDERE, SOTTOPORRE) – sia pur in modo meno univoco – esprimono un atteggiamento ostile o manifestano volontà di dominio e di sottomissione:
  10. Concludendo, dalla mia indagine risulta che 1 verbo composto italiano su 20 totali censiti come ‘fondamentali’ esprime avversità, inimicizia, violenza oppure intenti di sottomissione. Per chi auspica un lessico pacifico, nonviolento e non-ostile è un dato preoccupante, da valutare molto seriamente.  


Note

[i] Ermete Ferraro, “Un vocabolario di base ‘fondamentalmente’ violento?” (14.4.23), Ermetespeacebook, https://ermetespeacebook.blog/2023/04/14/un-vocabolario-di-base-fondamentalmente-violento/

[ii] Tullio de Mauro (2016), Nuovo vocabolario di base della lingua italiana. (Cfr. anche il Dizionario Online di Internazionale, https://dizionario.internazionale.it/

[iii]  Fra i vari studi accademici sul valore modificante dei prefissi verbali cfr: Davide Bertocci (2017), ‘Intensive’ verbal prefixes in Archaic Latin –(https://www.academia.edu/37442997/_Intensive_verbal_prefixes_in_Archaic_Latin ); Ursula Lenker (2008), Booster prefixes in Old English – an alternative view of the roots of ME forsoothhttps://www.anglistik.uni-muenchen.de/personen/professoren/lenker/publikationen/2008-booster-prefixes-in-oe.pdf ; Dewell, Robert B. (2015), The Semantics of German Verb Prefixes (Human Cognitive Processing 49), Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins.

[iv] Cfr. la presentazione di Agnes Jekl (Univ. di Budapest -2019) dal titolo “Cambiamenti nella funzione del prefisso verbale ad- dal latino classico all’italiano”, https://www.uniud.it/it/ateneo-uniud/ateneo-uniud-organizzazione/altre-strutture/centro-internazionale-plurilinguismo/allegati/ppt-jekl-cambiamenti-nella-funzione-del-prefisso-verbale-ad.pptx

[v]  Cfr. https://www.etimo.it/?term=fronte

[vi]  Cfr. https://etimo.it/?term=attaccare&find=Cerca

[vii]  Cfr. https://dizionari.corriere.it/dizionario_latino/Latino/C/cum_1.shtml

[viii] Cfr. https://etimo.it/?term=battere&find=Cerca

[ix] Cfr. https://etimo.it/?term=conquistare&find=Cerca

[x] https://www.treccani.it/vocabolario/conquistare/

[xi]  https://etimo.it/?term=stringere&find=Cerca

[xii]   https://www.treccani.it/vocabolario/costringere/

[xiii]https://www.treccani.it/vocabolario/de/#:~:text=%E3%80%88d%C3%A9%E3%80%89%20%5Bdal%20lat.,alto%20in%20basso%20(per%20es.

[xiv]  Dante Olivieri (1961), Dizionario Etimologico Italiano, Milano, Ceschina (voce: “difendere”)

[xv]  https://www.etimo.it/?term=difendere&find=Cerca

[xvi]  https://www.treccani.it/vocabolario/difendere/

[xvii]  https://www.treccani.it/vocabolario/distruggere

[xviii] Cfr. Olivieri 1961 (voce: “dividere”)

[xix]https://www.etimoitaliano.it/2015/04/divisione.html#:~:text=Per%20quanto%20riguarda%20la%20questione,che%20alcuni%20ritrovano%20in%20videre.

[xx]  https://www.treccani.it/vocabolario/ex/

[xxi]   https://www.etimo.it/?term=eliminare

[xxii]  https://www.treccani.it/vocabolario/eliminare/

[xxiii]  ibidem

[xxiv]  https://www.treccani.it/vocabolario/spaventare/

[xxv] https://www.treccani.it/enciclopedia/in-prefisso_(La-grammatica-italiana)

[xxvi]  https://www.treccani.it/vocabolario/impedire/ 

[xxvii]  https://www.etimo.it/?term=imporre&find=Cerca

[xxviii]  https://dizionario.internazionale.it/parola/ob-

[xxix] https://www.etimo.it/?term=legare&find=Cerca

[xxx] https://www.etimo.it/?term=occupare&find=Cerca

[xxxi]  https://www.treccani.it/vocabolario/occupare/

[xxxii]  https://www.treccani.it/vocabolario/opporre/

[xxxiii]  https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/resistere/

[xxxiv] https://www.etimo.it/?term=rispondere&find=Cerca

[xxxv]  https://it.wiktionary.org/wiki/rispondere

[xxxvi]  https://www.etimo.it/?term=sottoporre

[xxxvii]  https://www.treccani.it/vocabolario/sottoporre/


© 2023 Ermete Ferraro

Una sporca guerra. Parlando…in generale

Non è facile ammetterlo, soprattutto per un antimilitarista, ma talvolta le autorità militari hanno fatto e fanno tuttora dichiarazioni molto più sensate e condivisibili di quelle dei politici.  Infatti, contrariamente a quanto affermato nella paradossale quanto sarcastica citazione da Georges Clemenceau, primo ministro francese negli anni ’20 dello scorso secolo (“La guerre! C’est une chose trop grave pour la confier à des militaires[i]), appare in modo sempre più evidente che a giocare pericolosamente, e da dilettanti, con la guerra sono invece proprio i nostri governanti.

Già nel 1961 un potente insegnamento sul pericoloso intreccio tra affari e politica in materia militare ci era venuto da quanto ebbe a dichiarare nel suo discorso di fine mandato il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower, che ne era stato anche il più autorevole generale: «Nei consigli di governo, dobbiamo guardarci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o meno, dal complesso militare-industriale. Il potenziale per il disastroso aumento del potere fuori luogo esiste e persisterà. Non dobbiamo mai lasciare che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dovremmo dare nulla per scontato. Solo una cittadinanza attenta e ben informata può obbligare a unire adeguatamente l’enorme apparato di difesa industriale e militare con i nostri metodi e obiettivi pacifici, in modo che la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme »[ii].

Ma è stata soprattutto la guerra in Ucraina a scatenare una serie di dichiarazioni da parte di vertici militari che contraddicono clamorosamente la vulgata mediatica ed i bellicosi discorsi di molti esponenti politici, grondanti retorica e zeppi di stereotipi. Il primo caso, forse quello più imbarazzante, sono state le spiazzanti dichiarazioni del potente vertice dell’U.S. Army, il gen. Mark Milley. Come rilevava Tommaso De Francesco in un suo editoriale su Il manifesto: «Nell’arco di poco più di tre mesi e per tre volte, il capo di stato maggiore dell’esercito statunitense […] ha ribadito che, a un anno dall’invasione russa, non c’è soluzione militare al conflitto in Ucraina […] Pragmatico e prudente sull’andamento del conflitto e credibilmente più consapevole della reale situazione sul campo di tanti «esperti» che affollano gli scranni tv partecipando, da lontano, alle battaglie, Mark Milley insiste: «Né l’Ucraina né la Russia sono in grado di vincere la guerra che, invece, può solo concludersi ad un tavolo negoziale», perché «se è praticamente impossibile» che la Russia conquisti l’Ucraina, cosa che «non succederà», resta «pure estremamente difficile che le forze di Kiev riescano a cacciare quelle di Mosca dalle loro terre» [iii].

Nel nostro Paese le voci critiche sulle decisioni politiche in materia non sono purtroppo caratteristiche dell’opposizione al governo di destra, ma serpeggiano in modo trasversale e contraddittorio nei due schieramenti. Risulta pertanto ancora più clamoroso che a sbilanciarsi sulle scelte italiane ed europee circa il conflitto armato russo-ucraino siano stati anche in Italia due autorevoli vertici militari, evidentemente consapevoli dei rischi del miope unilateralismo bellicoso dettato dalle scelte NATO ed europee.  A seminare lo scompiglio tra politici e commentatori, infatti, sono state le parole nientedimeno che dell’attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’amm. Giuseppe Cavo Dragone, come riferiva il quotidiano Libero in un articolo:  «Mentre gran parte della politica e dei commentatori, in Europa e negli Stati Uniti, sostengono che l’Ucraina “deve vincere” e che il mondo occidentale farà di tutto per sostenerla, i più esperti delle dinamiche boots on the ground di un conflitto affermano l’esatto contrario: ovvero la prudenza avvertendo sui rischi dell’escalation. Tra questi c’è il capo di stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. “Una soluzione militare non esiste” per la guerra tra Russia e Ucraina, dice a Marco Menduini per la Stampa spiegando che “né gli uni, i russi, riusciranno mai a disarcionare la leadership ucraina; né gli ucraini potranno riuscire a riconquistare tutti i territori che sono stati invasi dalla Russia. Questo è un dato che rimane costante nel tempo”. Di certo, puntualizza l’ammiraglio, “non possiamo permetterci un altro conflitto congelato nel cuore dell’Europa“…» [iv].

Un mese dopo è toccato ad un altro vertice militare gettare pietre nello stagno della politica estera italiana. Il generale Marco Bertolini, già comandante del Comando Operativo Interforze, ha infatti dichiarato senza tanti giri di parole: «Ci stiamo facendo male da soli: così sabotiamo la pace, addio sovranità, intromettendoci in una guerra che non è nostra. Stiamo prendendo sempre più le parti di uno dei due belligeranti, riducendo lo spazio per una trattativa di pace” […] stiamo procedendo su una strada che renderà difficile, se non impossibile, riprendere le fila di una trattativa o recitare ruoli nella partita di pace […] continuiamo a gettare benzina sul fuoco fornendo armi ed energie a un altro Stato impegnato in guerra che rischia di diventare una never ending war» [v].

Ovviamente le motivazioni che hanno spinto sì autorevoli ufficiali stellati e con la greca a pronunciarsi criticamente sull’irresponsabile corsa di troppi nostri rappresentanti politici verso una guerra senza fine (ed anche con falsi fini…) sono ben differenti da quelle del mondo del pacifismo nonviolento. È infatti il fondato timore che la sovranità del nostro Paese sia ormai nelle mani di altri decisori e che – per citare ancora Bertolini – si sottraggano “preziose risorse alla nostra difesa” ad ispirare in primo luogo la caustica polemica di generali ed ammiragli sul ruolo dell’Italia nello scenario internazionale, in nome della “disciplina di alleanza”, ma con pesanti ricadute economiche e sociali negative.  Eppure è difficile non condividere il riferimento di Bertolini «alla grande ipocrisia di questo conflitto del quale ci siamo accorti solo all’ultimo momento, mentre il fuoco ha covato sotto la cenere per almeno otto anni, dal 2014, nella nostra indifferenza» [vi]. Un’ipocrisia che pervade trasversalmente destra e sinistra e che non tiene conto della crescente ostilità chiaramente espressa dalla maggioranza degli Italiani verso questa guerra insensata, devastante e sempre più rischiosa per tutti.

Ciò che resta tragicamente assente dal dibattito pubblico, però, è che da 120 anni un’alternativa difensiva – disarmata, civile, sociale e nonviolenta – esiste ed è vincente nel 52% dei casi. Che “la resistenza civile funziona” – come dice il titolo di una fondamentale ricerca sulla percentuale di successo delle campagne nonviolente confrontate con quelle belliche, nel periodo 1900-2006 [vii] – è quindi un fatto ormai acclarato, ma ancora poco conosciuto. La seconda falsità da contrastare, quindi, è che non esistano alternative alla passività ed alla resa, anche se per il complesso militare-industriale è preferibile che non si sappia in giro…

Note


[i]   Cfr. https://it.wikiquote.org/wiki/Georges_Clemenceau  (La frase citata era stata forse già pronunciata da Talleyrand)

[ii]   Dwight Eisenhower, Discorso di addio, 17.01.1961 (cfr. https://it.alphahistory.com/guerra-fredda/dwight-eisenhowers-discorso-d%27addio-1961/  – https://www.brookings.edu/research/eisenhowers-farewell-addresses-a-speechwriter-remembers/  – https://www.studocu.com/it/document/universita-degli-studi-di-napoli-lorientale/geografia-delle-relazioni-internazionali/eisenhower-traduzione-del-discorso/11740741

[iii] T. Di Francesco, “Generale, dietro la collina…” (19.2.2023), il manifesto, https://ilmanifesto.it/generale-dietro-la-collina

[iv] “Ammiraglio Cavo Dragone, la profezia finale: chi non vincerà la guerra” (25.02.2023), Libero, https://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/34995407/ammiraglio-cavo-dragone-profezia-finale-non-vincera-guerra.html

[v] Vincenzo Bisbiglia, “Il generale Bertolini:”Ci stiamo facendo male da soli: così sabotiamo la pace, addio sovranità” (20.03.2023), il Fatto Quotidianohttps://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/03/20/il-generale-bertolini-ci-stiamo-facendo-male-da-soli-cosi-sabotiamo-la-pace-addio-sovranita/7102359/

[vi]  Ibidem

[vii] Vedi: Erica Chenoweth & Maria J. Stehan, Why Civil Resistance Works, Columbia Univ. Press, 2011

Una battaglia ecopacifista…a propulsione antinucleare

Oltre 25 anni di mobilitazioni nonviolente per difendere la sicurezza dei cittadini e per denuclearizzare il mare di Napoli

di Ermete Ferraro

1. Un po’ di storia (1996-2010)

La battaglia dei VAS (Verdi Ambiente e Società) per liberare il golfo e la città di Napoli dal pericolo nucleare iniziò addirittura quando il circolo napoletano dell’Associazione non era ancora nato. Infatti, nel maggio del 1996, infatti, i responsabili regionale e cittadino dell’associazione Verdarcobaleno (D’Acunto e Ferraro, che in seguito costituirono VAS Napoli ed il Coordinamento campano) avevano già lanciato l’allarme sul grave rischio per la sicurezza e la salute della popolazione civile derivante dalla presenza di sottomarini nucleari nella base NATO (COMSUBSOUTH) collocata nell’isolotto di Nisida, di fronte a Bagnoli. [1]

In realtà la battaglia per la smilitarizzazione e denuclearizzazione del territorio e del mare di Napoli era cominciata molto prima, agli inizi degli anni ’70, con la mobilitazione del movimento pacifista napoletano, riunito intorno ad Antonino Drago [2], allora docente di storia della fisica alla “Federico II” e leader delle lotte degli obiettori di coscienza antimilitaristi per una difesa civile, sociale e nonviolenta.[3]  È da lì che in buona parte deriva, confluendo nell’azione di VAS in Campania, lo spirito ecopacifista che l’ha contraddistinta, arricchendo l’ecologia sociale, da sempre suo elemento costitutivo, con l’impegno per la difesa del territorio e dei suoi abitanti dalla minaccia nucleare.

Risale al 2001 la prima presa di posizione ufficiale dei VAS napoletani contro l’ingombrante e pericolosa presenza della portaerei nucleare USA Enterprise nel porto di Napoli, ripresa dai media locali [4]. Le proteste pubbliche contro l’indifferenza del Presidente della Regione Campania e del Sindaco di Napoli – responsabili della protezione del territorio e della salute dei cittadini – si sono susseguite negli anni successivi, ma tutti gli appelli dei VAS alle autorità competenti sono stati regolarmente disattesi e anche i media non hanno sempre pubblicizzato la loro denuncia. Solo tre anni dopo, nel 2004, fu ancora una volta un quotidiano di destra a riportare le motivate proteste degli ecopacifisti napoletani contro la minacciosa presenza di fronte al Maschio Angioino di ben due portaerei americane (la Enterprise a febbraio e la Truman a luglio). [5].

Già dal 2001, del resto, il Coordinamento dei circoli campani di VAS aveva promosso l’originale iniziativa denominata “Festa della Biodiversità” (che si è svolta a Napoli per quattro anni), ribadendo anche in quella sede che la cultura della biodiversità, naturale o culturale che sia, passa comunque per un modello di sviluppo alternativo, rispettoso della natura ma anche equo, solidale e pacifico. Ed è proprio in tale ambito che il supplemento speciale alla rivista Verde Ambiente nel 2004 pubblicò l’articolo di Ferraro “Quale ecopacifismo?” [6] In questo saggio, infatti, si chiariva perché questo termine non può essere ridotto ad una semplice somma di due grandi idealità, ma deve piuttosto proporsi come una sintesi organica, da cui scaturisca un modello di sviluppo alternativo, che rifiuti la violenza ed il dominio come propri elementi costitutivi.

Negli anni successivi l’intervento di VAS Campania ha affiancato quello di altre organizzazioni – come la sezione napoletana di Pax Christi [7] e soprattutto il Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania [8] – nella lotta contro la militarizzazione del territorio regionale e cittadino e per fare del Mediterraneo un mare di pace.[9] Dal 2007 ad oggi si sono susseguite le prese di posizione degli ecopacifisti di VAS contro l’ampliamento del Quartier Generale delle forze aeronavali della US Navy a Napoli-Capodichino (https://www.facebook.com/USNavalForcesEuropeAfrica/), con la collocazione, ancora una volta a Napoli, del nuovo comando militare USA relativo all’intero continente africano (AFRICOM).  Nel febbraio del 2009, infine, VAS ha lanciato ancora una volta un allarme sul rischio nucleare, in relazione allo scontro di due sommergibili nell’Atlantico, riproponendo pubblicamente la denuclearizzazione del porto di Napoli. [10]

Nell’aderire all’allora Coordinamento Campano per il No al Nucleare (C.C.N.N.), infine, VAS ha chiarito ulteriormente lo stretto legame che intercorre tra il c.d. “nucleare civile” e quello militare, facendo esplicito riferimento anche all’emergenza nucleare relativa alla presenza di natanti a propulsione atomica nel golfo di Napoli. [11]

Altra importante azione di VAS su questo terreno è stata, nel dicembre 2010, una richiesta ufficiale al Prefetto di Napoli, finalizzata ad avere accesso al Piano Provinciale di emergenza esterna dell’Area Portuale, relativo all’eventualità d’incidenti a natanti a propulsione nucleare, transitanti o alla fonda nella baia di Napoli. L’istanza, a firma di Guido Pollice, allora Presidente Nazionale di VAS – faceva seguito ad analoga richiesta del suddetto Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione – Campania, cui VAS aderiva a livello regionale, e ne ribadiva la legittimità, trattandosi di atti concernenti la sicurezza dei cittadini e la tutela dell’ambiente. Ancora una volta, infatti, VAS insisteva sulla necessità di trasparenza sui piani di emergenza elaborati e sulla verifica della loro effettiva incidenza ed efficacia.[12]

Prevedibilmente, la risposta della Prefettura di Napoli, dopo 15 giorni, fu evasiva e scontata: il richiedente avrebbe dovuto indicare di quali parti del piano provinciale vorrebbe copia, tenendo conto che parte del documento era stato “classificato” come soggetto al segreto militare. Ma la replica di VAS fu netta, affinché fosse chiaro che l’associazione e le altre organizzazioni della rete pacifista campana non si sarebbero fermate fino a quando la popolazione napoletana non avrà ricevuto – come le spetta per legge – un’informazione reale, completa ed esplicita sui rischi previsti e sulle misure di protezione civile previste per fronteggiarle.

2. Il pericolo nucleare sopra e sotto il ‘mare nostrum’

Apr. 2011- Manifestazione del CPDC al Porto di Napoli

Negli ultimi anni la presenza dei natanti a propulsione nucleare nel golfo di Napoli è diventata più discreta. Chi non è giovanissimo ricorda però che l’arrivo di una gigantesca portaerei statunitense nel porto è stata spesso accolta come un grande evento, quasi come un’esibizione. Migliaia di persone, fra cui studenti, facevano allora pazientemente la coda per visitare, stupiti, quelle centrali atomiche galleggianti, con i loro bei bombardieri allineati sopra… Eppure si tratta di una formidabile fabbrica di morte e, soprattutto, di una fonte di gravissimo rischio per la sicurezza e la salute di chi abita in quella città, che dal dopoguerra non si è mai liberata dall’ingombrante “protezione” dei cosiddetti Alleati, che continuano ad “occuparne” da allora il territorio ed il mare. Fra l’altro, come ricorda Alessandro Marescotti, responsabile di Peacelink:

I propulsori nucleari sono sottoposti al decreto legislativo 230/95 [13] relativo ai reattori nucleari in genere; tale normativa (che comporta un obbligo di informazione alle popolazioni e la definizione di un piano di emergenza nucleare) si applica quindi ad esempio a tutti i sottomarini statunitensi i quali sono tutti a propulsione nucleare; per le armi nucleari invece non vi è alcuna normativa che salvaguardi la popolazione e anzi le autorità militari Usa hanno l’ordine di non confermare e non smentire la presenza a bordo di tali armi… [14]

Il paradosso di un Paese che, con ben due referendum democratici, ha bandito il “nucleare civile” ma è costretto, suo malgrado, a convivere con armamenti e natanti nucleari è un evidente prova della follia militarista, di fronte alla quale ogni garanzia di trasparenza democratica risulta inesorabilmente cancellata. Ancor più paradossale è che:

… negli Stati Uniti, per ragioni di sicurezza, le unità militari a propulsione nucleare non sostano e non attraccano nei porti commerciali. E sempre per ragioni di sicurezza le navi commerciali non hanno propulsori nucleari a bordo. Un incidente nucleare può provocare la fuoriuscita di plutonio la cui radioattività perdura per millenni (si dimezza solo dopo 24 mila anni) provocando il cancro (il chimico Enzo Tiezzi ha scritto: “Un chilo di plutonio disperso nell’ambiente rappresenta il potenziale per 18 miliardi di cancro al polmone”). [15]

Eppure a noi italiani, e in particolare agli abitanti delle città di una dozzina di porti (Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellammare di Stabia, Gaeta, La Maddalena, La Spezia, Livorno, Napoli, Taranto, Trieste, Venezia) tocca da decenni l’onere di ospitare questi scomodi visitatori, col rischio di trasformare quello che una volta veniva chiamato Mare Nostrum in un potenziale Mare Monstrum. Esagerazioni? Allarmismi dei soliti antimilitaristi? Purtroppo la realtà è più grave di quanto la si possa dipingere, visto che sappiamo bene cosa possiamo aspettarci dalla Protezione Civile in Italia, soprattutto se a mettere i bastoni fra le ruote della sua già discutibile organizzazione territoriale ci sono le forze armate e le secretazioni militari. Ma di che cosa stiamo parlando, quando lamentiamo l’insicurezza dei porti italiani?

Per sicurezza intendiamo l’applicazione di tutti quei sistemi tecnologici in grado di prevenire o rimediare ai possibili problemi che possono insorgere durante il funzionamento del reattore nucleare e che possono provocare gravi ripercussioni sulle persone e sull’ambiente. In campo civile esistono numerosi sistemi di sicurezza e di emergenza obbligatori, però su un sottomarino tutto questo non è fisicamente possibile, per ragioni di spazio e di funzionalità. Di conseguenza ci ritroviamo col paradosso che reattori nucleari che non otterrebbero la licenza in nessuno dei paesi che utilizzano l’energia atomica, circolano invece liberamente nei mari. Inoltre questi sottomarini affrontano condizioni operative pericolose per via del loro impiego militare anche in tempo di pace (esercitazioni, pattugliamento ecc.) che possono comportare altri incidenti (esplosione di siluri, collisioni, urti col fondale) dalle conseguenze catastrofiche per l’impianto nucleare a bordo. [16]

Fantascienza da esaltati antinuclearisti? No di certo, visto che correva l’anno 1968 quando si verificò il primo incidente del genere e, guarda caso, proprio nel porto di Napoli! Si trattava del sottomarino americano Scorpion, coinvolto il 15 aprile di quel fatidico anno in una tempesta, andando ad urtare la poppa contro una chiatta, che affondò. Fu ispezionato nello stesso porto. Esplose poche settimane dopo – il 22 maggio 1968 – nell’Atlantico al largo delle Azzorre, inabissandosi con il propulsore nucleare, due bombe atomiche e 99 uomini di equipaggio. Solo un mese prima lo stesso sottomarino era transitato per il porto di Taranto…  Le poche fonti informative disponibili, visto l’assordante silenzio che avvolge da sempre questi gravissimi eventi, riportano che qualcosa di simile si verificò nel mar Jonio anche sette anni dopo:

La notte del 22 settembre 1975, nello Jonio meridionale, la portaerei americana Kennedy si scontrò con l’incrociatore (sempre americano) Belknap. Scoppiò un incendio che giunse a pochi metri dalle testate nucleari dei missili Terrier e partì uno dei più alti livelli di SOS nucleare, denominato “broken arrow”. Ha commentato l’esperto di questioni militari William Arkin: “Se le fiamme avessero raggiunto i missili le possibilità sarebbero state due: o le testate atomiche sarebbero esplose con effetti facilmente immaginabili, oppure la nave sarebbe affondata a poche miglia dalle coste di Augusta, zona frequentata dai pescherecci italiani, con conseguenze ambientali molto gravi”.  […] Dell’SOS nucleare non si è saputo nulla fino al 1989 quando l’ammiraglio Eugene Carrol diffuse quelle che il Corriere del Giorno ha definito “agghiaccianti rivelazioni”: “Una catastrofe nucleare nello Ionio l’abbiamo sfiorata quattordici anni fa” (prima pagina del 26 maggio 1989) [17].

Uno degli altri casi di cui si abbia notizia risale al luglio del 2000, quando un sottomarino a propulsione nucleare della US Navy subì un’avaria nel porto di La Spezia. L’episodio fu subito coperto dal silenzio stampa, ad eccezione del quotidiano “Il Secolo XIX”.

Nel 2003 la Prefettura di Latina, Protezione Civile, diffuse, a richiesta, estratti del Piano di emergenza esterna relativo alla sosta di unità navali militari a propulsione nucleare nella rada di Gaeta. (Revisione 2001). Questa città, infatti, è stata per decenni base operativa della 6^ Flotta della US Navy e nella sua rada attraccavano anche i sottomarini nucleari, ragion per cui le preoccupazioni dei cittadini e delle associazioni risultavano più che fondate. Secondo il documento (o meglio, le parti che ne sono state diffuse) le misure di sicurezza previste sarebbero in grado di “assicurare la protezione delle popolazioni“. Non era però dello stesso avviso Antonino Drago, docente di storia della fisica all’università di Napoli, che sottolineava invece la scarsa plausibilità scientifica del Piano.

Di fatto, il rapporto si ritaglia una ipotesi tecnologica di tutto di comodo: la fusione del nocciolo del reattore nucleare, senza che ci sia fuoriuscita di sostanze radioattive, se non per la incontinenza parziale della terza protezione (oltre quelle del rivestimento delle barre di combustibile e del pentolone o vessel), in questo caso lo scafo intero del sommergibile nucleare: il rivestimento esterno può avere qualche crepa e allora un po’ di gas potrebbe sfuggire all’esterno. Ma questo può avvenire solo in una primissima fase della fusione del nocciolo e non rappresenta affatto lo “incidente massimo ipotizzabile”, casomai quello quasi minimo. […] Come gli altri piani per le centrali civili, questi piani di emergenza dovevano essere revisionati dopo Chernobyl. Ma si è aspettato a lungo. Alla fine del 2001 il gioco di parole (“ipotesi credibile”) è stato ripetuto senza modifiche. D’altronde le autorità non avevano vie d’uscita: o rifiutare questi reattori nucleari su tutto il territorio nazionale dicendo “No” anche agli USA, o subire le conseguenze di un eventuale incidente con uno straccio di piano di emergenza scritto per nascondere la realtà [18].

Indipendentemente dalla validità scientifica delle ipotesi d’incidente in uno dei porti italiani che ospitano natanti a propulsione nucleare, il vero problema è quello della totale assenza di trasparenza in materia, che fa a pugni con l’esigenza di garantire alle popolazioni locali una corretta informazione sui rischi che corre e su come le autorità a ciò preposte pensano di fronteggiarli.  Eppure su questo il citato decreto legislativo 230/95 era stato esplicito, poiché agli articoli 129 e 130 parlava di “obbligo di informazione” nei confronti della popolazione, che avrebbe pertanto il diritto di essere informata senza neanche farne richiesta, visto che dovrebbe trattarsi di “informazioni…accessibili al pubblico, sia in condizioni normali, sia in fase di preallarme o di emergenza radiologica“.

1. La popolazione che rischia di essere interessata dall’emergenza radiologica viene informata e regolarmente aggiornata sulle misure di protezione sanitaria ad essa applicabili nei vari casi di emergenza prevedibili, nonché sul comportamento da adottare in caso di emergenza radiologica. 2. L’informazione comprende almeno i seguenti elementi: a) natura e caratteristiche della radioattività e suoi effetti sulle persone e sull’ambiente; b) casi di emergenza radiologica presi in considerazione e relative conseguenze per la popolazione e l’ambiente; c) comportamento da adottare in tali eventualità; d) autorità ed enti responsabili degli interventi e misure urgenti previste per informare, avvertire, proteggere e soccorrere la popolazione in caso di emergenza radiologica. 3. Informazioni dettagliate sono rivolte a particolari gruppi di popolazione in relazione alla loro attività, funzione e responsabilità nei riguardi della collettività nonché al ruolo che eventualmente debbano assumere in caso di emergenza [19].

Un ulteriore episodio, denunciato anche da VAS, fu lo scontro di due sommergibili nell’Atlantico, avvenuto nel febbraio 2009, che riproponeva il problema della sicurezza delle popolazioni residenti nelle città sedi di porti in cui è consentito l’accesso di natanti nucleari. Appare dunque più che legittimo chiedersi che cosa succederebbe se dovesse verificarsi qualcosa di simile in un territorio densamente abitato come l’area metropolitana di Napoli. E infatti che cosa accadrebbe in caso d’incidente nucleare se lo è chiesto Angelica Romano, che si è soffermata proprio sulle conseguenze per la popolazione napoletana:

Napoli è una metropoli di oltre 3 milioni di persone, con una densità di 8.567,79 abitanti per kmq, altissima rispetto ad altre città. Come si potrebbe salvare da un pericolo nucleare? […] Per i reattori a basati sul plutonio…vi può essere una dispersione nell’ambiente di questo elemento, caratterizzato da potere cancerogeno e persistenza nell’organismo molto elevati. Naturalmente le conseguenze sull’ecosistema marino e su tutta la catena ecologico- alimentare a esso legata sono incalcolabili [20].

Ma allora che cosa bisognerebbe fare per garantire ai cittadini quanto meno la conoscenza preventiva del rischio che corrono e dei provvedimenti da adottare in caso di malaugurata emergenza nucleare? In ultima analisi, poi, è questo il vero problema oppure bisognerebbe, in modo assai più radicale, impedire l’accesso di qualunque natante a propulsione nucleare nei porti italiani, come peraltro già avviene in paesi come il Giappone, la Nuova Zelanda e perfino nelle principali porti civili degli stessi Stati Uniti d’America?

3. Emergenza nucleare: un Piano che va troppo piano

Dalla normativa vigente in Italia fin dal 1995, con successive modificazioni ed aggiornamenti, scaturisce per le amministrazioni locali l’obbligo di provvedere comunque ad una “informazione preventiva“. Da chi altri, del resto, i cittadini potrebbero avere notizia del rischio di una potenziale “emergenza radiologica” e delle misure predisposte per fronteggiarla? Eppure finora ben poco è trapelato di ciò che tutti pur avrebbero diritto di conoscere, stando alla legge italiana. Per molti anni gruppi e comitati aderenti alla rete associativa Peacelink si erano battuti perché fosse osservata questa prescrizione, ma solo all’inizio del 2000, finalmente, essa riuscì nel proprio intento di controinformazione.

La lunga lotta di PeaceLink per conoscere i piani di emergenza cominciò a febbraio dell’anno 2000 […] A settembre del 2000 la Prefettura di Taranto – dopo l’affondamento di un sottomarino nucleare russo, dopo l’intimazione di PeaceLink ai sensi di legge e alla vigilia di un incandescente consiglio comunale monotematico sul rischio nucleare – ci dette importanti informazioni ufficiali da cui emergeva che la città sarebbe stata evacuata in caso di grave incidente nucleare e di forte dispersione di radioattività. Fu una crepa aperta nel muro del silenzio. Poco dopo il prefetto di Taranto fu trasferito. [21]

Estratti del Piano di emergenza nucleare per il porto di Taranto, infatti, erano ormai consultabili sul sito di Peacelink. In particolare, nella premessa di quel documento era scritto che:

Scopo del presente piano è quello di salvaguardare, mediante l’adozione di idonee misure di sicurezza, l’incolumità delle popolazioni interessate dai pericoli delle radiazioni derivanti da eventuali incidenti ad unità militari a propulsione nucleare.  [22]

Il secondo caso di “disvelamento”, sia pur parziale, dei Piani di emergenza predisposti per i porti soggetti a transito e sosta di natanti nucleari fu quello, già citato, di Gaeta. Anche allora, però, il documento era stato ottenuto solo grazie alla mobilitazione dal basso. In entrambi i casi, comunque, non si capiva come le autorità responsabili pensassero di salvaguardare l’incolumità degli abitanti tacendo proprio su tali possibili emergenze e soprattutto sulla condotta da seguire nel caso di un incidente nucleare.

Nel documento reso noto dalla Prefettura di Taranto si affermava che il piano “verrà posto in atto automaticamente, a cura delle Autorità/Enti” a ciò preposti. Ma di quale improbabile “automatismo” si parlava? La verità è che le autorità in questione sapevano (e tuttora sanno) che non è possibile allertare un’intera popolazione civile senza averle fornito in anticipo uno straccio di “informazione preventiva” di cui, viceversa, ha pieno diritto.

Però, si ribatte, c’è il problema della segretezza da rispettare, quando si tratta di questioni che hanno una valenza militare… Ebbene, è un pretesto inaccettabile, visto che in altri paesi, europei e non, questo genere di piani sono già da anni di pubblico dominio. Eppure chi ci ha governato finora ha continuato ottusamente a trincerarsi dietro i soliti omissis e a classificare dei piani di protezione civile come se fossero documenti top secret, alla faccia dei principi elementari di trasparenza democratica e vanificando ogni tentativo di organizzare efficienti misure di difesa civile. Come osservava Vittorio Moccia a proposito a questa cappa assurda di segretezza, nemica dell’efficienza:

Le procedure d’emergenza del piano prevedono l’allontanamento dell’imbarcazione, su cui si è verificato l’incidente, entro un’ora, per evitare che le radiazioni investano le persone. Ma la ‘contaminazione del suolo’ (mare e fondali) resta comunque inevitabile. Per i cittadini è prevista l’evacuazione dell’area interessata e la loro sistemazione nelle scuole. Inoltre, il questore dovrebbe requisire, per l’assistenza sanitaria, gli alberghi e, per ‘esigenze di trasporto’, gli autobus. […] in pochi minuti dovrebbe essere somministrato a migliaia di bambini e di donne in gravidanza un prodotto per difendere la tiroide dalla nube nucleare…Tale prodotto non è in dotazione a nessuna scuola e la protezione civile ne sarebbe di fatto priva in caso di emergenza. Un’esplosione del reattore nucleare comporterebbe inoltre la dispersione di plutonio, la cui radioattività si dimezza in 24 mila anni. È infine previsto che tutte le informazioni da diramare agli organi d’informazione siano filtrate dall’ufficio stampa della Prefettura [23].

Chiunque viva a Napoli e ne conosca le drammatiche problematiche di vivibilità e di mobilità si rende che un piano d’emergenza, senza un’adeguata pubblicizzazione e preparazione preventiva dei diretti interessati, in una situazione di grave allarme come quella ipotizzata sarebbe destinato a sicuro fallimento. Basti pensare al quotidiano caos dei trasporti ed alla consueta disorganizzazione e scarsa comunicazione reciproca delle varie amministrazioni pubbliche per capire come un’emergenza improvvisa – peraltro del tutto sconosciuta nella sua natura e nelle sue caratteristiche dagli stessi cittadini – avrebbe scarse possibilità di essere gestita adeguatamente e rischierebbe di trasformarsi in una tragedia nella tragedia.

Ma come andavano già allora le cose fuori del nostro Paese?  Sicuramente meglio, anche se dove di queste cose si parlava già da anni non erano comunque state trovate soluzioni che andassero oltre una più efficiente gestione dell’emergenza nelle città che ospitavano nei loro porti natanti a propulsione nucleare. La risposta in termini di misure di protezione, infatti, restava affidata sostanzialmente alle autorità civili e militari, mentre le misure sanitarie – allora come ora – ricordano la vecchia canzone napoletana: “Pìgliate na pastiglia“…

4. Uno sguardo alla situazione di alcuni stati esteri

SPAGNA > Nel 2010 l’organismo competente in materia di protezione civile della Comunità Autonoma Valenciana approvò il “Piano di Emergenza Esterna del Porto di Valencia”, in ottemperanza dell’art. 16 del Real Decreto 1259/1999, relativo al “controllo dei rischi inerenti agli incidenti gravi nei quali siano presenti sostanze pericolose” ed in base al decreto n. 19 del 3.11.2009 del Presidente di quella “Generalitat”. [24] Anche in Spagna si notava reticenza e lentezza burocratica nel passaggio dalla norma nazionale all’attuazione a livello locale, tenuto anche conto dell’autonomia che era stata accordata ad alcuni territori come la regione valenciana o la Catalogna. [25]

FRANCIA > Nel 2010 si svolsero nella città di Toulon le esercitazioni nazionali di sicurezza civile. Il porto militare di Tolone è particolarmente ampio (250 ettari) ed ospita sottomarini nucleari, oltre alla portaerei nucleare francese Charles de Gaulle. Dal 2003 era stata istituita una commissione per l’informazione su questo sito militare, per “rispondere a tutte le domande relative all’impatto delle attività nucleari sulla salute e l’ambiente“. Essa era “composta da rappresentanti dell’amministrazione civile dello Stato, da quelli degli interessi economici e sociali, delle associazioni riconosciute di protezione dell’ambiente e delle collettività locali“. Ad ogni cittadino, in ogni caso, era possibile accedere alle informazioni del sito dedicato al “Piano Particolare d’Intervento (PPI Toulon)”, per cercarvi risposte alle più comuni domande in materia. [26]

REGNO UNITO > Era stato regolarmente aggiornato, dal 2001 al 2010, il “Portland Port Off-Site Reactor Emergency Plan”, il cui testo, completo di allegati e planimetrie, era già consultabile con facilità sul sito dedicato [27], a cura del Consiglio della Contea del Dorset. Il documento era molto chiaro sui rischi ipotizzabili di contaminazione diretta o indiretta del territorio e della sua popolazione, nonché d’inquinamento radioattivo delle acque marine. Seguivano le contromisure applicabili, tenuto conto che il raggio di rischio va da una zona rossa centrale (meno di 1 km) fino ad un anello esterno, compreso tra 1,5 e 10 km. da essa. Ad ogni ipotesi di rischio corrispondeva un intervento, suddiviso in base a 3 livelli, da quello strategico (gold) al tattico (silver) e all’operativo (bronze). Il piano era corredato da alcuni opuscoli divulgativi per i cittadini di Portland, uno dei quali (realizzato nel marzo 2010) affrontava l’emergenza radiologica in caso d’incidente nucleare che si fosse verificata in quel porto. Le indicazioni e raccomandazioni – sintetizzate nel motto: “Go in – Stay in – Tune in” – a dire il vero non sembrano particolarmente tranquillizzanti. Ai cittadini si riservava infatti un ruolo del tutto passivo, invitandoli a restare al chiuso e ad informarsi via radio, mentre la mobilitazione riguardava solo le organizzazioni a ciò preposte.

U.S.A. > La normativa statunitense in materia rinviava all’azione svolta dall’ U.S. National Nuclear Security Administration (NNSA). Secondo questo Ente federale, “la sicurezza ambientale nel funzionamento delle navi a propulsione nucleare degli USA costituirebbe la chiave per la loro accettazione in patria e all’estero“. Grazie a questo rigoroso controllo della radioattività, sempre secondo la NNSA, il programma avrebbe “registrato l’assenza di ogni effetto ambientale negativo derivante dalle operazioni delle navi da guerra statunitensi a propulsione nucleare“. Esse, pertanto, sarebbero state quindi “le benvenute in oltre 150 porti di più di 50 stati e dipendenze, così come nei porti degli Stati Uniti d’America” [28]. Ovviamente queste trionfalistiche dichiarazioni suonavano poco credibili, date le premesse. Per quanto riguardava i piani di emergenza nelle aree portuali interessate dal transito e/o dalla sosta delle U.S.naval nuclear-powered ships, invece, non si avevano notizie. Ciò che si sapeva era che il programma di monitoraggio svolto dal NNS. – in collaborazione con l’EP., l’Agenzia federale di protezione ambientale – consisteva nell’analizzare l’acqua, il sedimento, l’aria ed esemplari marini, allo scopo di verificare che non vi fossero effetti negativi per l’ambiente. Verifiche, inoltre, erano stati previste per il personale militare e civile impegnato nei natanti nucleari americani, cui erano stati garantiti controlli sanitari in base alle normative nazionali sull’esposizione alle radiazioni. Il resto, secondo le amministrazioni USA, appariva solo una questione di possibile allerta contro eventuali minacce terroristiche, la cui competenza era ovviamente dei “servizi di sicurezza”, e pertanto soggetta a segreto militare [29].

CANADA > La situazione del Canada era sottoposta alla normativa federale in materia, di cui si è avuta notizia visitando il sito del ministero canadese della Sanità, in particolare nelle pagine riguardanti il Federal Nuclear Emergency Plan [30]. In particolare, al punto 2.3.2 di questo documento, si affrontava il caso di “un evento che coinvolga navi che visitino il Canada o che transitino lungo le acque canadesi“. Un serio incidente ad un natante a propulsione nucleare era considerato equivalente a quello che potrebbe coinvolgere un impianto nucleare civile, sia pure con effetti meno estesi. In questo piano di emergenza, la Difesa Nazionale del Canada faceva riferimento ad una zona compresa tra 1 e 5 chilometri, ai fini di un’urgente azione protettiva nel territorio che circonda i porti interessati al passaggio di natanti nucleari. Ciò comportava immediate analisi di campioni di sostanze alimentari e di suolo, per procedere alle analisi necessarie ad assicurare la sicurezza della popolazione residente nelle vicinanze. Secondo la normativa canadese, i natanti nucleari avrebbero potuto visitare solo tre porti: uno della Nova Scotia e due della Columbia Britannica. In ogni caso, nessun natante era autorizzato a trasportare quantità significative di sostanze radioattive nei corsi d’acqua canadesi, sebbene non se ne escludesse la possibilità in futuro.

NUOVA ZELANDA > La legislazione neo-zelandese aveva previsto, con legge apposita, la creazione di una Nuclear Free Zone, al fine di “promuovere ed incoraggiare un contributo effettivo da parte della Nuova Zelanda all’essenziale processo di disarmo ed al controllo internazionale degli armamenti“, per citare il preambolo della stessa Legge. Da essa derivava che l’ingresso di natanti nucleari nelle acque neozelandesi era stato sottoposto ad una rigida e restrittiva autorizzazione del governo (art. 9), mentre quello nelle acque interne del Paese era stato del tutto vietato (art. 11) [31].

5. Che cosa si sarebbe dovuto fare?

Maggio 2022 – Blitz di protesta del CPDC davanti al Municipio di Napoli

Un efficace slogan che circolava un po’ di tempo fa tra gli antinuclearisti era: “Meglio attivi che radioattivi!”. Forse dovremmo tornare a questo semplice concetto di naturale e spontanea autodifesa, che nasce dalla consapevolezza che ognuno di noi ha da giocare una parte anche in questioni che sembrerebbero troppo grandi e complicate perché vi si possa svolgere un ruolo effettivo.

Di fronte alla degenerazione verticista ed autoritaria di stati in cui la democrazia sembra ormai ridotta quasi al solo esercizio del diritto di voto (fra l’altro in base a sistemi elettorali a dir poco discutibili, lasciando di fatto chi governa o amministra libero di fare qualsiasi scelta sulla nostra testa) dobbiamo dunque riprenderci quel pezzo di potere che spetta a tutti, cominciando dal diritto sacrosanto di protestare.

“Protestare per sopravvivere” (Protest and Survive), era infatti il titolo di un libro di Edward P. Thompson, che era circolato negli anni ’80. [32]. È questa la prima cosa da fare, se vogliamo cambiare le cose senza aspettare che siano gli altri a risolverci i problemi.  Già negli anni ’60 il più grande teorico italiano della nonviolenza, Aldo Capitini, aveva sottolineato la centralità per un’alternativa politica della diffusione di quel “potere di tutti” (omnicrazia), che fa di ogni cittadino un soggetto attivo e responsabile, realizzando il principio fondamentale di autogestione che Gandhi aveva definito a sua volta col termine indiano swaraj.

Il concetto chiave, purtroppo contraddetto dall’esperienza del nostro Paese, è allora che la “protezione civile” debba diventare sempre più parte di una più complessiva “difesa civile”. E quindi decentrata, autogestita in larga parte dalle comunità locali e capace di mobilitare efficacemente i soggetti direttamente interessati alle possibili emergenze, siano esse climatiche, sismiche, vulcaniche, meteorologiche o nucleari. Già dagli anni ’80, subito dopo il disastroso terremoto in Campania, il movimento pacifista regionale si era organizzato per richiedere dal basso una legge che istituisse una “protezione civile popolare”, coinvolgendo i giovani campani in un servizio civile alternativo a quello militare [33].

L’assurdo fu che quella proposta, avanzata dalla società civile e caldeggiata da alcune forze politiche, fu effettivamente approvata come legge, ma fu subito dopo vanificata. Pur di non attuarne le previsioni, infatti, il governo varò un provvedimento che esonerava dalla prestazione della naja – e quindi anche del servizio civile sostitutivo – tutti i giovani delle aree colpite dal sisma… Ciò che è successo dopo, con l’organizzazione sempre più centralizzata del servizio di protezione civile nazionale, è fin troppo evidente. Questo “corpo” è stato impiegato in emergenze reali e fittizie – come quella dei rifiuti in Campania, dopo ben 15 anni di commissariamento degli enti locali… – espropriando i cittadini ed abituandoli all’idea che la protezione civile fosse un ambito in cui impiegare anche le forze armate, militarizzando e verticalizzando in tal modo una fondamentale risorsa di autogestione del territorio e di difesa civile.

Ebbene, contro il pericolo nucleare – si tratti di centrali elettriche, di natanti a propulsione nucleare oppure di armi atomiche – i cittadini singoli, come le intere comunità locali interessate – hanno quindi il diritto ed il dovere di mobilitarsi per denunciare i rischi cui sono sottoposti e per opporsi a queste scelte perniciose.

Il primo passo, ovviamente, è ottenere il rispetto di quel diritto all’informazione che, almeno sulla carta, dovrebbe essere garantito anche in tali materie. Il secondo è quello di leggere con attenzione i documenti ottenuti dalle autorità competenti, condividendone il testo con tutti gli interessati e cercando di andare oltre il burocratese ed il gergo scientifico che avvolge questo genere di messaggi, forse proprio per impedirne la comprensione ai “non addetti ai lavori”.

Il terzo passo di questo percorso – nel quale sarebbe opportuno coinvolgere persone qualificate ed accedere anche a documentazioni alternative – è quello di demistificare asserzioni date per indiscutibili, in base alle quali si costruiscono le teorie e normative con le quali sono giustificate certe scelte.

Solo così è possibile costruire un credibile movimento di opposizione, che sappia mobilitare sempre più persone, una volta che la controinformazione sia circolata e che a tutti siano chiare le possibili alternative.

La presenza militare nel territorio campano non è inevitabile. Gli esempi d’ iniziative di vario tipo in altre città italiane e in altri paesi del mondo…dimostrano la possibilità di condizionare quella presenza, riuscendo, nei casi più fortunati, a far sloggiare l’inquilino militare. […] Non esistono dunque più alibi che impediscano ai napoletani di essere informati in merito al dettaglio di tali piani. A causa delle continue inadempienze sul tema nucleare… la Commissione Europea ha recentemente deferito l’Italia alla Corte di Giustizia… in quanto non ritiene che il paese abbia applicato efficacemente le norme Euratom in merito alla protezione della popolazione in caso di emergenza radiologica.  [34]

Già nel 2004, nel suo “decalogo per i porti a rischio nucleare, Alessandro Marescotti aveva opportunamente elencato alcune forme di mobilitazione diretta dei cittadini, che converrebbe adottare in questi casi e che riportiamo di seguito.

1) Digiuno cittadino… preparato in precedenza in modo da avere una durata adeguata alla “visita” dell’unità navale nucleare;

2) Comunicati stampa locali: presentazione delle ragioni del digiuno e richiesta di conoscenza del piano di emergenza nucleare; se esso fosse stato diffuso, diffusione della conoscenza del piano con comunicati stampa che evidenzino i rischi e le incongruenze.

3) …Richiesta alle autorità – Prefetto e Sindaco – di esercitazioni cittadine di evacuazione della città (ogni piano prevede l’evacuazione).

4) Diniego per ragioni di sicurezza, […] di attracco …. a unità navali con propulsione nucleare facendo esplicito riferimento alla non conoscenza o all’inadeguatezza del piano di emergenza e alla non effettuazione in precedenza di prove di evacuazione.

5) Trasparenza nucleare: richiesta alle autorità – ai fini della tutela della sicurezza della popolazione – di conoscere se siano presenti a bordo armi nucleari…

6) Comunicati stampa nazionali….

7) Richiesta e studio del piano di emergenza… in virtù del Decreto Legislativo 230/95…

8) Centro di documentazione: accedere agli archivi di www.peacelink.it sezione disarmo per prelevare l’elenco dei porti a rischio nucleare e delle unità navali che comportano questo rischio, inserirvi i piani di emergenza, sviluppare un dossier per ogni porto a rischio nucleare…

9) Conferenza stampa e archivio giornalisti: costruire una propria banca dati dei giornalisti più sensibili da contattare….

10) Costruire eventi nonviolenti che abbiano un impatto visivo e documentarli con le macchine fotografiche digitali; realizzare cartelloni colorati in giallo con il simbolo nero della radioattività e fotografarsi di fronte alle basi navali… [35]

Questi suggerimenti restano tuttora utili e noi di VAS, insieme con le altre realtà confluite nel Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio, abbiamo quindi continuato ad organizzarci, per rendere effettiva la lotta dal basso contro la piovra militarista e nuclearista, in difesa della salute e della sicurezza dei cittadini di Napoli e della Campania. Ma che cosa è successo dopo il 2011, l’anno in cui fu pubblicato il mio documento, finora riportato con qualche piccolo ritocco? [36].

6. Gli anni ’20, tra incidenti e rischi smentiti

Nel secondo decennio del XXI secolo non si sono registrate significative evoluzioni in materia di protezione delle popolazioni civili, per renderle consapevoli del rischio nucleare derivante dall’assurda presenza nelle acque di 12 porti italiani di svariati natanti militari a propulsione nucleare. Sebbene il 2011 – grazie al risultato del secondo referendum abrogativo di provvedimenti che cercavano di consentire nuovamente il nucleare civile – abbia costituito uno spartiacque in materia, non è però aumentata la sensibilità degli italiani in materia di nucleare militare.

Infatti, complice un’informazione inesistente sul rischio ambientale e sanitario derivante dall’esposizione di popolazioni civili al grave inquinamento nucleare nell’eventualità d’incidenti a portaerei e sottomarini militari, anche negli anni ’20 la situazione non ha registrato significativi cambiamenti.

Eppure alla fine del 2010 il Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva già pubblicato su internet un documento che sintetizzava il “Piano Nazionale delle misure protettive contro le emergenze radiologiche”, in cui fra l’altro si ribadiva la necessità di “assicurare l’informazione pubblica sull’evoluzione dell’evento e sui comportamenti da adottare” [37].

Eppure in questo secondo decennio del 2000 – anche se con difficoltà – si era venuti a conoscenza di diversi incidenti a natanti a propulsione nucleare, l’ultimo dei quali (almeno di quelli conosciuti…) ha interessato nel 2021 il sottomarino statunitense USS Connecticut SS 20 che, impattato in una montagna subacquea non segnalata della regione indo-pacifica, si è arenato senza però subire danni al sistema di propulsione nucleare [38].

Già nel 2000 si era avuta notizia dell’incidente occorso al K-141 Kursk, un sottomarino russo a propulsione nucleare della Flotta del Nord. “Secondo l’inchiesta ufficiale, alle 11:28 locali (circa le 09:28 in Italia) qualcosa andò storto: uno dei siluri esplose dando il via a una serie di deflagrazioni a catena che aprirono uno squarcio nella prua. Il sottomarino si adagiò sul fondo del mare a 108 metri di profondità a ca. 135 km dalla base di Severomorsk” [39].

Ma appena tre anni fa, nel 2019, nel mare di Barents si è verificato un nuovo incidente con l’incendio del sottomarino nucleare russo Losharik, a causa del quale sono morti 14 marinai [40]. Dieci anni prima, nel 2009, si erano invece scontrati nell’Atlantico due sottomarini nucleari – l’inglese Vanguard e il francese Le Triomphant – col serio rischio di una fuga radioattiva e di considerevoli perdite umane, oltre che delle testate atomiche dei rispettivi missili [41]. Ancora un anno prima, nel 2008, sul Manifesto si era letto un altro caso.

Navigava da tre mesi nelle acque dell’Oceano pacifico, tra il Giappone, l’isola di Guam e le Hawaii, ma solo ieri si è saputo che lo «Uss Huston», sottomarino americano a propulsione nucleare, lasciava dietro di sé ‘piccole scie’ di materiale radioattivo. Perdite di entità ‘irrilevante’, ha subito minimizzato la marina statunitense, che tuttavia ammette di non essere in grado di quantificarle [42].

Già nel 2000 era toccato al governo italiano smentire l’assenza di reali situazioni di emergenza, in risposta all’interrogazione parlamentare relativa all’incidente al sottomarino nucleare britannico Tireless, che aveva subito un’avaria al largo della Sicilia, con conseguente fuoruscita del liquido di raffreddamento del reattore, ed era stato quindi dirottato a Gibilterra [43].

Si potrebbero citare parecchi altri casi simili, da quello del sottomarino statunitense scontratosi nel 2007 con una petroliera giapponese nel Golfo persico [44] e dell’omologo San Francisco USS 711, incagliatosi due anni prima a circa 420 km a sud dell’isola di Guam, nell’Oceano Pacifico [45], risalendo poi all’episodio dell’Uss Hartford, sottomarino nucleare americano gravemente danneggiato nel 2003 sui fondali dell’isola di Caprera [46] o allo strano caso del sommergibile Usa “catturato” nel 2001 dalle reti d’un peschereccio pugliese a 11 miglia dalla costa di Brindisi [47].

Rappresenterebbero comunque solo parte del problema, dal momento che le autorità militari, italiane e straniere, hanno molto probabilmente taciuto su altri episodi del genere oppure hanno minimizzato le gravità di quelli svelati. Il vero problema, d’altra parte, resta in ogni caso quello dell’informazione preventiva cui hanno diritto i cittadini potenzialmente interessati a tali emergenze, in modo da renderli coscienti dei pericoli derivanti dalla minacciosa presenza nei nostri mari di natanti a propulsione nucleare, soprattutto in periodi di crisi internazionali come quello che stiamo vivendo in Europa da circa un anno.

Non potrà verificarsi infatti un’efficace e diffusa mobilitazione popolare per smilitarizzare e denuclearizzare territori e mari del nostro Paese senza che sia stata fornita alla gente un’adeguata controinformazione per accrescerne la consapevolezza, abilitandola così a lottare per far valere il proprio diritto costituzionale alla sicurezza, alla salute e alla pace.

7. Piani di emergenza in Italia: il caso della Campania

Proprio in tale ottica l’associazione VAS – insieme colle altre realtà coordinate in Campania dal citato Comitato Pace e Disarmo – nel 2011 aveva puntato sull’acquisizione di documentazioni ufficiali, sia per informare i cittadini e renderli consapevoli sia del rischio nucleare che incombe da decenni sui porti civili di Napoli e Castellammare di Stabia, sia per pungolare le autorità che avrebbero dovuto attuare un piano di emergenza obbligatorio per legge, ma paradossalmente secretato e disatteso. Infatti – come già accennato – tra dicembre 2010 e gennaio 2011 VAS – in qualità di associazione nazionale di protezione ambientale – aveva formalmente richiesto alla Prefettura di Napoli copia del “Piano di Emergenza Esterna del Porto di Napoli” (P.E.E.P. Na.), approvato già nel 2006 [48]. Ne aveva però ottenuto solo una parziale documentazione, cioè l’allegato G9 (il “Piano particolareggiato per l’informazione della popolazione”, indicato con l’acronimo P.P.I.P.) [49].

Tale documento, rinviando all’art. 129 del D. Lgs. 230/95 che “prevede l’obbligo d’informazione alle popolazioni che possono essere interessate da emergenza radiologica”, specificava che “detta informazione deve essere fornita senza che ne venga fatta richiesta”, precisando inoltre che:

nelle more […] si è ritenuto che la competenza nella divulgazione dell’informazione sarà curata dai Sindaci interessati che, d’intesa con l’Unità di Crisi regionale Sanitaria, nonché delle autorità competenti, provvederanno a predisporre un progetto finalizzato per la popolazione, sulla base delle seguenti linee guida [50].

Non essendo stato fino ad allora attuato nessuno dei provvedimenti d’informazione preventiva previsti da quel Piano, sebbene i vertici dei due comuni fossero stati esplicitamente investiti di tale compito, nell’aprile del 2011 il Circolo locale dell’associazione VAS diffidò formalmente l’allora Sindaco di Napoli ad adempiere quanto previsto dall’all.to G9 al P.E.E.P., provvedendo quindi entro 90 giorni, d’intesa con l’Unità di Crisi regionale Sanitaria e altre autorità competenti, a predisporre un progetto per l’informazione della popolazione.

A distanza di oltre sei mesi da quella diffida, non essendoci stato alcun riscontro positivo (anche dopo che il Comitato Pace e Disarmo Campania (CPDC) aveva organizzato a luglio un’apposita assemblea cui era intervenuto un referente del nuovo Sindaco), VAS ha quindi presentato un esposto alla Procura della Repubblica, ipotizzando che il comportamento omissivo dell’A.C. di Napoli configurasse il reiterarsi di un vero e proprio reato.

Nell’aprile 2011, inoltre, lo stesso CPDC aveva svolto una significativa manifestazione di protesta per denunciare pubblicamente il rischio nucleare, inscenando un blitz ecopacifista alla Stazione Marittima di Napoli, esibendo allarmanti tute bianche e distribuendo volantini, in coincidenza con una cerimonia inaugurale cui erano intervenuti il cardinale arcivescovo, il presidente dell’autorità portuale napoletana, il presidente dell’Unione Industriali, quello della Camera di Commercio di Maddaloni ed il presidente di Terminal di Napoli [51]

Nell’ottobre 2012 – come si sottolineava in un comunicato ripreso dal quotidiano Il Mattino – VAS Napoli è tornato a denunciare l’inerzia colpevole delle autorità preposte, poiché – ancora una volta e in un breve lasso di tempo – si erano di nuovo materializzate nel Porto di Napoli ben due portaerei nucleari.

Dopo la ‘visita’ della portaerei nucleare francese “Charles De Gaulle” – si legge nel comunicato diffuso da Ermete Ferraro – è giunta a Napoli quella statunitense “Enterprise”, nota come immagine-simbolo dei “Top gun”. In entrambi i casi si tratta di enormi centrali nucleari galleggianti, che portano minaccia di morte e spiriti guerrafondai dove sono dirette, ma che provocano anche un giustificato allarme per il rischio atomico connesso alla loro presenza nel mare di città densamente popolate come Napoli, rinforzato purtroppo da episodi di recenti incidenti che hanno riguardato natanti a propulsione nucleare [52].

Ad ulteriore riprova della totale assenza di risposte istituzionali alle legittime proteste antinucleariste, appena un anno dopo, nel novembre del 2013, era ricomparsa nel porto di Napoli la portaerei USS Nimitz, una delle più grandi e micidiali al mondo, suscitando le reazioni indignate di VAS Napoli e del Comitato Pace e Disarmo Campania.  Quest’ultimo, il mese successivo, ha organizzato in Municipio una nuova assemblea pubblica contro la militarizzazione del territorio e la vendita di armi, con interventi di P. Alex Zanotelli, Angelica Romano, Ermete Ferraro, Flavia Lepre, Antonio Lombardi e Giovanni Sarubbi [53].

8. Porto di Napoli denuclearizzato? Ma anche no…

Ottobre 2015 – Conferenza stampa a Palazzo S. Giacomo sulla delibera che ‘denuclearizza’ il porto di Napoli

A questo punto è legittimo chiedersi a quale risultati abbiano portato quelle mobilitazioni ecopacifiste in Campania. Purtroppo dobbiamo ammettere che l’occupazione manu militari del territorio e del mare della nostra regione – della quale mi sono occupato in vari articoli e saggi [54] – è comunque proseguita pressocché indisturbata, senza che dal mondo della politica, della scienza e da parte degli stessi movimenti pacifisti si registrassero significative reazioni.

Viceversa, le pressioni esercitate sull’Amministrazione Comunale di Napoli – nell’assordante silenzio della Prefettura, della Regione e di altre autorità – hanno allora sortito un primo risultato, significativo sebbene insufficiente. Mi riferisco alla clamorosa decisione della Giunta de Magistris di approvare una delibera che, almeno simbolicamente, si opponeva al permanere del grave pericolo derivante dalla presenza nelle acque cittadine di natanti a propulsione nucleare.

Con la D.G. n. 609 del 25.09.2015, infatti, si era dichiarato esplicitamente che portaerei e sottomarini nucleari “costituiscono di per sé un potenziale pericolo anche per le popolazioni che risiedono nella Città Metropolitana di Napoli” e che essa “per l’alta densità demografica non può minimamente essere sottoposta al rischio di una possibile emergenza radiologica”, proclamando ufficialmente il Porto di Napoli “Area Denuclearizzata”, anche in nome della natura statutaria di “Città della Pace” del capoluogo campano [55].

“Questa delibera – ha spiegato il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris in conferenza stampa – ha un valore altamente simbolico e politico. L’abbiamo approvata in questi giorni, proprio perché è in programma una grande esercitazione militare nel Golfo di Napoli. La nostra è una città che promuove la pace. Non si tratta solo di una battaglia simbolica e politica, ma anche di difesa del nostro territorio e della salute dei cittadini. Per questo vogliamo dare un segnale forte e chiediamo che anche l’Autorità Portuale si esprima nella stessa direzione. Napoli sarà sempre in prima linea nella costruzione di un’alternativa alle politiche di guerra, nonostante l’Italia sia il primo produttore in Europa di armi. Noi armamenti nucleari nel nostro Porto non ne vogliamo”. [56]

Il fatto che sette anni fa l’amministrazione della terza Città d’Italia si sia pronunciata nettamente su una questione politicamente spinosa è da considerare senz’altro un passo positivo, se non altro perché i media non poterono ignorare quella delibera e quindi ne divulgarono il contenuto innovativo [56]. Il problema è che si trattava sì d’un atto amministrativo d’importante valenza simbolica, però  senza rilevanti effetti pratici in assenza di un’interlocuzione istituzionale successiva con Prefettura, Autorità Portuale e con le stesse autorità militari, sia italiane sia ‘alleate’. Ancor più grave della mancata pressione sui suddetti interlocutori è apparsa poi l’assenza di un reale intervento comunale sul piano della controinformazione circa il rischio nucleare nei riguardi degli abitanti della Città metropolitana di Napoli, che sarebbe stato – e resta tuttora – d’indubbia competenza del Sindaco pro tempore.

In quanta considerazione fosse stata presa la delibera della Giunta de Magistris, del resto, è apparso a tutti con chiarezza solo un anno dopo. Nel giugno 2016, infatti, nelle acque territoriali di Napoli si è nuovamente materializzata un’enorme portaerei nucleare, la USS D. Eisenhower, provocando ancora una volta le reazioni indignate – ma solitarie – degli ecopacifisti [58].

Da allora – sebbene con maggiore discrezione e meno frequentemente – è proseguita indisturbata l’esibizione bellicosa di natanti a propulsione nucleare (e con armamenti atomici a bordo) nelle acque della nostra cosiddetta ‘Città di Pace’, soprattutto in coincidenza con esercitazioni navali congiunte della NATO.

Un caso eclatante è scoppiato quando, nell’aprile 2018, un sottomarino nucleare USA si è posizionato in rada, sollevando la reazione non solo degli antimilitaristi, ma anche del Sindaco de Magistris, che si è rivolto all’allora Comandante della Capitaneria di Porto, contrammiraglio Faraone.

“Ho appreso – scrive il primo cittadino – che lo scorso 20 marzo il sottomarino nucleare statunitense Uss John Warner è approdato nella rada della nostra città. Ho letto anche l’ordinanza n.17/2018 che lei ha emesso per le necessarie e correlate disposizioni di sicurezza e di navigazione. Desidero, a tal proposito, ribadire che il 23 settembre 2015 è stata approvata, su mia iniziativa, la delibera n.609 con la quale è stata dichiarata ‘area denuclearizzata’ il Porto di Napoli […] il primo cittadino chiude la nota a Faraone richiedendo di considerare, “per analoghe situazioni future”, che “la determinazione e la volontà menzionate” nell’atto comunale sono dirette “al non gradimento che navi di tale caratteristiche sostino o transitino nelle acque della nostra città” [59].

Altro episodio clamoroso si è verificato quattro anni dopo, nel maggio 2022, quando è ricomparsa nelle acque di Napoli la gigantesca portaerei USS Harry S. Truman, “attualmente in dispiegamento programmato nell’area di operazioni della sesta flotta in supporto alla sicurezza e alla stabilità marittima, anche allo scopo di rassicurare alleati e partner in Europa e Africa”, secondo la spiegazione entusiastica fornita dal quotidiano Il Mattino [60]. Benché il giornale riferisse infatti che sul lungomare molti napolitani avevano fotografato quella specie di… ‘Truman Show’, in effetti l’ennesimo mostro nucleare galleggiante non rassicurava nessuno, come opportunamente ribadito da Luigi de Magistris, commentando negativamente quella nuova esibizione muscolare della US Navy.

Le portaerei con armi di distruzione di massa non sono gradite, devono rappresentare il passato non il futuro del nostro pianeta. Il nostro mare è di pace, non di guerra” [61].

Un altro giornale riferiva poi che l’ex sindaco ha precisato che la sua era stata una: “Delibera sicuramente simbolica, ma che evidenzia come la sovranità del nostro Paese sia limitata e che siamo subalterni alla NATO” [62].

9. “Meglio attivi che radioattivi…”: ecopacifismo e mobilitazioni popolari

Mag. 2022 – Delegazione in Municipio, guidata da p. Alex Zanotelli

Il mondo dell’informazione, come quelli della scienza e della politica, continuano a mostrare una sorta di reazione allergica verso qualsiasi argomentazione che abbia a che fare con le crescenti contestazioni nei confronti dell’invadenza militarista e dello strisciante bellicismo che negli ultimi anni sta ulteriormente contaminando – e condizionando pesantemente – l’opinione pubblica.

Come ho sottolineato di recente in alcuni articoli su questa risorgente cultura di guerra [63], il pericoloso connubio tra l’arrogante pretesa d’indiscutibili certezze scientifiche e l’autoritarismo di scelte politiche dettate dal complesso militare-industriale sta generando mostri. Ancor più insidiosa è l’ipocrisia di chi pretenderebbe di accreditare le forze armate quasi come un’organizzazione di protezione dell’ambiente, mentre in realtà il sistema militare, in pace prima ancora che in guerra, è uno dei principali fattori di devastazione ambientale, come sottolineavamo in un opuscolo curato nel 2021 dagli Antimilitaristi Campani.

Sono di per sé evidenti gli effetti distruttivi della guerra per gli esseri umani […] Meno conosciuti sono gli effetti devastanti della guerra e degli apparati militari sull’ambiente naturale  e sull’integrità degli ecosistemi […] La devastazione ambientale provocata dalle attività militari interessa anche molti paesi non coinvolti direttamente in attività belliche [tra cui] …la minaccia alla sicurezza e alla salute degli abitanti di città nelle quali si consentono impunemente il transito e l’ormeggio di natanti a propulsione nucleare […] L’ambiente è la vittima dimenticata della guerra e la natura è diventata essa stessa ‘un campo di battaglia’  [64]

La rete degli antimilitaristi campani con quella pubblicazione – nella quale si evidenziava anche la militarizzazione della sanità pubblica e l’irreggimentazione dell’informazione in occasione della pandemia – ha costituito un importante elemento dell’azione di denuncia delle complicità tra complesso militare-industriale e classe politica e della vergognosa subalternità del nostro Paese agli interessi degli Stati Uniti e alle bellicose strategie della NATO. Le stesse che consentono tuttora ai natanti a propulsione nucleare di approdare trionfalmente nel mare antistante popolose città italiane come Napoli, ma anche Cagliari, La Spezia, Taranto o Trieste, minacciandone la sicurezza, la salute e la pace.

Il 2021 è stato un anno importante anche perché il Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR Italia) ha pubblicato un testo fondamentale per il rilancio di queste battaglie. Infatti il libro “La colomba e il ramoscello ha come sottotitolo “un progetto ecopacifista” proprio per sottolineare che l’approccio che lo caratterizza è una visione più ampia, in cui pacifismo ed ecologismo finalmente si integrino in una proposta unitaria. Partendo dalla premessa che la crisi ambientale non può essere letta separatamente dall’accresciuta conflittualità internazionale, in quanto l’origine di entrambi va ricercata in quel modello di sviluppo energivoro iniquo e violento che consuma risorse per le guerre e scatena guerre per le risorse, il contributo del MIR è dunque uno stimolo a costruire, insieme, un’alternativa nonviolenta, antimilitarista ed ecopacifista.

Il sistema militare…per le sue gigantesche dimensioni, è fonte di pesanti conseguenze ambientali, connesse all’incredibile voracità di risorse e beni comuni […] La più grave impronta ambientale del sistema militare è comunque imputabile al devastante impatto delle operazioni belliche sul deterioramento climatico globale […] Ne deriva, sottolinea Elena Camino, che: “La ‘riservatezza’ sulle questioni militari…ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei grandissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra [65]

Il quarto capitolo del libro, nel quale erano confluiti alcuni miei contributi precedenti [66], è dedicato appunto alla “prospettiva ecopacifista”, della quale si individuano sia le premesse teoriche (nonviolenza attiva, ecologia sociale, antimilitarismo, difesa civile…), sia le possibili strategie e le proposte prioritarie sul piano operativo, tra cui le vertenze contro il nucleare civile e militare assumono un’indubbia priorità ed evidenza.

Esistono questioni sulle quali si potrebbe da subito cercare la convergenza operativa delle organizzazioni ecologiste e di quelle pacifiste […] Tra le battaglie da menzionare c’è anche quella contro la presenza di natanti a propulsione nucleare in alcuni porti del nostro paese. Un altro terreno potrebbe essere il rischio ambientale [e sanitario] connesso all’inquinamento elettromagnetico generato da mostruosi apparati radar e per le telecomunicazioni, massicciamente presenti in basi e aeroporti militari e collocati in aree densamente urbanizzate [67].

Si tratta spesso di lotte nate sul territorio, all’interno delle comunità interessate ad operazioni di notevole impatto ambientale che suscitano un ovvio e prevedibile allarme, come appunto nel caso dell’installazione di formidabili impianti per telecomunicazioni militari a Niscemi, in Sicilia, contro cui si sono mobilitati a lungo i comitati NO MUOS’ [68]. Ma, come sempre, contro di esse si frappone non solo la consueta barriera della segretezza militare, ma anche la complicità di fonti ‘scientifiche’ abituate ad assecondare il potere con la loro pretesa autorevolezza.

La parola d’ordine, in questi casi, è negare tutto, banalizzando o ridicolizzando le lotte popolari come sollevazioni frutto solo d’ignoranza scientifica o di malafede politica. Si tratti di OGM, inquinamento elettromagnetico o rischio nucleare, insomma, le risposte istituzionali sono sempre state improntate alla pervicace negazione di qualsiasi pericolo, pretendendo che siano i contestatori a provare le loro accuse, quando viceversa essi invocano proprio l’applicazione del ‘principio di precauzione’, non a caso sempre più osteggiato o diluito nei suoi effetti da molti legislatori, anche a livello comunitario.  

 Il p. di p. è stato originariamente proposto per difendere l’ambiente, ma oggi sta diventando sempre più usato ogni qualvolta la pubblica opinione è preoccupata a causa dell’uso di nuove tecnologie. Le novità introdotte dal p. di p. sono, in primo luogo, il passaggio dell’onere della prova dalle autorità pubbliche ai proponenti le nuove attività; in secondo luogo, l’azione cautelativa che deve essere intrapresa prima di conseguire la certezza scientifica sulla correlazione tra causa ed effetto [69].

Ecco perché sulle battaglie ecopacifiste – come quella sulla denuncia del rischio per la popolazione civile derivante dai ‘porti nuclearizzati’ – cala spesso il silenzio, alimentato dalla connivenza dell’informazione ‘ufficiale’ e dall’atteggiamento sprezzante di una ‘Scienza’ troppo spesso asservita alle compatibilità politico-economiche dei decisori, da cui dipende per i finanziamenti.

10. Scienziati per la pace e comitati ecopacifisti

Presentazione del libro del MIR “La colomba e il ramoscello”, con Anna Savarese, Ermete Ferraro, Pio Russo Krauss e p. Alex Zanotelli (2022)

Per fortuna non sono mancati, anche nel caso del rischio nucleare nei nostri porti, alcuni autorevoli interventi scientifici che avvalorano le denunce degli attivisti ambientalisti e pacifisti. Ho precedentemente citato le osservazioni critiche di Antonino Drago, già docente di fisica alla Federico II di Napoli, [70], cui vanno ad aggiungersi quelle di Massimo Zucchetti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di Torino e di Gianni Mattioli, già ordinario di Fisica alla Sapienza di Roma, sintetizzate in un articolo del 2013, in conclusione del quale leggiamo:

Per tutti gli approdi nucleari devono essere predisposti gli opportuni piani di emergenza esterna che obbligatoriamente devono essere comunicati alla popolazione. Al momento invece in Italia non è possibile per i cittadini essere informati (in violazione dell’articolo 129 del Decreto legislativo 230/1995) perché questi piani vengono classificati come “segreti”. Laddove i piani sono stati predisposti (con grande ritardo) come nel caso di Trieste, si scopre con stupore (sono occorsi anni per realizzarli) l’inconsistenza degli stessi: in caso di emergenza reale è davvero angosciante pensare che la vita di decine di migliaia di persone dipenderebbe da questi pezzi di carta contenenti disposizioni inattuabili. E proprio per la continuità di questi atteggiamenti antidemocratici posti in essere a danno della collettività e in aperta violazione della legislazione comunitaria, l’Italia è stata deferita nel giugno del 2006 alla Corte di Giustizia Europea [71].

Ed è stato proprio il professor Massimo Zucchetti che, in una dettagliata relazione, ha ribadito le cause ostative ad un’efficace prevenzione del rischio nucleare in relazione a natanti di natura militare, consistenti nel regime di segretezza che di per sé si oppone alla necessaria trasparenza dei controlli, così come la loro presenza in aree marine prospicienti città e metropoli, difficilmente proteggibili dalle perniciose conseguenze di seri incidenti nucleari

Nel caso di reattori nucleari a bordo di unità navali militari, molte di queste informazioni mancano o sono insufficienti. Quanto sarebbe necessario acquisire, conoscere, ispezionare ed accertare si scontra molto spesso con il segreto militare. Molte delle informazioni che sarebbe necessario ottenere da parte dell’autorità di controllo o di sicurezza mancano, sono inottenibili, oppure vengono trasmesse mediante comunicazioni da parte della Marina Militare o addirittura della US Navy, con una modalità di autocertificazione […] inaccettabile nel caso dell’analisi di sicurezza di un impianto nucleare […] La presenza…sul territorio di reattori nucleari necessita di una zona intorno ad essi nella quale non vi sia presenza di popolazione civile […] mentre è anche richiesta, in una fascia esteriore più ampia, una scarsa densità di popolazione. Ciò è necessario per ridurre le dosi collettive in caso di rilasci radioattivi, sia di routine che incidentali […] Normalmente, la fascia di rispetto ha raggio di 1000 metri e vi sono requisiti di scarsa densità di popolazione per un raggio di 10 km almeno intorno all’impianto. Nel caso di reattori nucleari a bordo di unità navali militari, questi requisiti non possono venire rispettati, dato che molti dei porti si trovano in aree metropolitane densamente popolate. I punti di attracco e di fonda delle imbarcazioni militari sono, in alcuni casi, posti a distanze minime dall’abitato. Anche qui, in ogni caso, l’effettiva ubicazione di questi reattori non è determinabile, in quanto i punti suddetti sono coperti ancora una volta da segreto militare. [72]

A questo punto, l’unica conclusione possibile – come ribadiva Zucchetti – è che dovrebbero essere interdetti sempre e comunque transito e sosta di portaerei e sottomarini nucleari nelle acque prospicienti i porti delle città italiane. Evidenza scientifica che va al di là di ogni pur legittima posizione di principio, fondata sul ripudio delle attività militari e di guerra e/o sulla protezione dell’ambiente naturale e urbano da ulteriori e gravi fonti di inquinamento.

Purtroppo la realtà fattuale sembra andare in ben altra direzione, soprattutto a causa della ribadita subalternità politica ed economica del nostro Paese nei confronti degli Stati Uniti e delle strategie di quella ‘Alleanza Atlantica’ che da decenni grava come un giogo insopprimibile sulla nostra indipendenza. Bisogna osservare comunque che l’auspicata “Difesa Europea”, lungi dall’infrangere quella dipendenza, andrebbe semmai a sovrapporsi ad essa, in quanto obbedisce alle stesse logiche perverse del complesso militare-industriale, come si rilevava in un documentato opuscolo pubblicato dall’ENAAT nel 2021.

L’industria degli armamenti e della sicurezza ha svolto un ruolo chiave nella creazione, nello sviluppo e nell’importanza delle politiche militari e di sicurezza dell’UE. La militarizzazione dell’UE è stata aiutata dall’uso estensivo da parte dell’industria di think tank, lobbisti e cosiddetti “esperti” legati al settore della sicurezza, mentre è stata accolta favorevolmente dalle politiche dei funzionari delle istituzioni europee e degli Stati membri. Questo processo dimostra che l’UE è impegnata nei preparativi bellici a livello politico, industriale e materiale, preparandosi a qualsiasi forma di conflitto futuro. L’UE sta contribuendo ad aumentare sostanzialmente la spesa militare e ad intensificare la corsa agli armamenti globale, uno sviluppo che minaccia di sospendere l’apparente sostegno dell’UE alla costruzione di una pace alternativa e alla lotta contro cause profonde dei conflitti. [73]

Per comprendere quanto poco sia cambiato il quadro relativo a questa problematica, basti pensare che nell’ultimo anno – il 2022 appena concluso – a Napoli si sono verificati, a distanza di soli sei mesi, altri due episodi di minacciosa presenza di natanti nucleari nelle acque interne del golfo di Napoli, per di più in un preoccupante clima di guerra. Il 10 maggio, infatti, i quotidiani hanno dato notizia della presenza e sosta della prima gigantesca portaerei statunitense.

La portaerei americana Uss Harry S. Truman è arrivata nel Golfo di Napoli e l’opinione pubblica si divide: mentre centinaia di napoletani si accalcano sul lungomare per fotografare il gigante dei mari, fortezza armata fiore all’occhiello della Marina a stelle e strisce, altrettanti utenti su Twitter criticano le manovre nei mari italiani. Poche settimane fa, per l’esattezza il 23 aprile, la stessa Truman, gioiello classe Nimitz aveva fatto una tappa nel porto di Trieste. “Sosta tecnica operativa”, era stata la motivazione ufficiale dopo un periodo di due mesi di esercitazioni nel Basso Adriatico e nello Jonio con l’aviazione militare greca. Il tutto però avveniva mentre l’escalation della guerra in Ucraina stava iniziando a mostrare la vera entità del conflitto. Non più locale, ma potenzialmente mondiale. Con l’Italia, dunque, di nuovo a ricoprire un ruolo-chiave al confine tra Europa occidentale ed orientale, e nel cuore del Mediterraneo. [74]

Ovviamente è scattata la reazione del Comitato Pace e Disarmo Campania, che lo stesso giorno haimprovvisato un blitz in di protesta davanti al Municipio di Napoli, diramando un comunicato stampa dopo il mancato accoglimento della richiesta di incontro con Sindaco Manfredi:

…per protestare contro la presenza da stamane nel porto di Napoli della portaerei statunitense a propulsione nucleare U.S.S.Truman che – come si evince dall’Ordinanza n. 40/2022 della Capitaneria – vi stazionerà fino al prossimo 16 maggio, determinando fra l’altro il divieto di transito e sosta da parte di qualsiasi altra nave, nel raggio di 1300 metri […] Padre Alex Zanotelli, a nome dei manifestanti, ha chiesto un incontro col sindaco Manfredi, per ricordargli che quella delibera è tuttora in vigore e che – come responsabile della salute e sicurezza della cittadinanza – è tenuto a informarla ed a sollecitare l’attuazione del relativo Piano di Emergenza, assurdamente ancora secretato. […] il portavoce del Sindaco è poi sceso ad incontrare la delegazione del Comitato, che gli ha esposto i motivi per i quali l’A.C. dovrebbe intervenire, per far rispettare la delibera citata, ma soprattutto per informare i Napoletani del grave rischio sanitario e ambientale derivante dall’impropria presenza in rada di natanti nucleari, soprattutto in un periodo così delicato e drammatico [75].

Non si è fatto attendere poi il commento dell’ex Sindaco, che – nel silenzio dell’attuale primo cittadino sulla vicenda – ha dichiarato a sua volta:

Non ci piegammo al razzismo di Stato di guerra e aprimmo i porti, per ubbidire alla Costituzione di fronte alle illegalità del potere – prosegue l’ex sindaco di Napoli – La nostra città è oggi aperta alle sorelle e ai fratelli ucraini, come a tutte le persone che hanno bisogno di aiuto e pace. Nello statuto della città di Napoli inserimmo in maniera indelebile: ‘città di pace’. Le portaerei con armi di distruzione di massa non sono gradite, devono rappresentare il passato non il futuro del nostro pianeta. Il nostro mare è di pace, non di guerra”, ha concluso de Magistris [76].

Anche un articolo dell’Huffington Post ha sottolineato che, in questa circostanza, “De Luca e Manfredi si tengono a distanza” [77], frase interpretabile in vario modo sia in riferimento alla loro assenza al ricevimento ufficiale della US Navy, sia in relazione al loro imbarazzato silenzio su una situazione che, dopo 25 anni di battaglie politiche e perfino legali, sembra tuttora che non interessi ai vertici della Città Metropolitana e della Regione più densamente popolate.

11. Il panorama internazionale dell’informazione

Maggio 2021 – Attivisti protestano a Tromsø contro sottomarino nucleare

In questi ultimi due anni l’opposizione ecopacifista all’ingombrante e pericolosa presenza nei porti civili di natanti nucleari sembra però aver contagiato anche altre realtà di movimento, a livello internazionale ma anche in Italia.

In Australia, ad esempio, nel 2021 l’autorevole organizzazione Friends of the Earth – Amici della Terra ha fatto appello alle comunità ed ai sindacati “nelle città portuali e nei cantieri navali australiani ad auto-dichiararsi ‘zone libere dal nucleare’ e a porre ‘divieti verdi’ alla manutenzione, alla costruzione e a qualsiasi industria marittima relativa alle navi a propulsione nucleare” [78].

Negli stessi USA, diverse metropoli costiere hanno continuato ad opporsi alla presenza nei loro porti di natanti a propulsione nucleare ed appena un anno fa (il 9 dicembre 2021) “Il Consiglio Comunale di New York City ha adottato un provvedimento legislativo che invita a disinvestire dalle armi nucleari, istituisce un comitato responsabile della programmazione e delle politiche relative allo status di New York come zona priva di armi nucleari e invita il governo degli Stati Uniti aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW)” [79].

Nel Regno Unito non si registrano particolari mobilitazioni, ma è stato pubblicizzato il “piano di emergenza radiologica per il porto di Southampton” [80], un aggiornamento per il triennio 2020-2023 che però non va oltre i soliti banali consigli da seguire in caso di pericolo di esposizione alle radiazioni ionizzanti in seguito ad un incidente nucleare.

In Norvegia, a maggio 2021 si è registrata la vivace protesta di attivisti della città di Tromsø, nel cui porto aveva attraccato il sottomarino nucleare USS New Mexico, visita giudicata “non benvenuta” per cui “diversi politici locali e numerosi cittadini hanno protestato contro il sottomarino e la decisione del governo norvegese di consentire l’attracco di natanti a propulsione nucleare” [81].

La Spagna, già da parecchi anni interessata da proteste di comitati civici e ambientalisti contro i natanti nucleari, ha recentemente registrato un nuovo episodio riguardante la sicurezza di Gibilterra, dove nel settembre 2022 è attraccato il sottomarino statunitense USS Florida, appena cinque mesi dopo un analogo episodio che riguardava l’omologo USS Georgia.

Verdemar-Ecologistas en Acción ha chiesto che il sottomarino attualmente attraccato a Gibilterra, l’USS Florida, “se ne vada e smetta di mettere a rischio nucleare lo Stretto di Gibilterra”. Inoltre, ha ricordato che non è la prima volta che questa nave approda sullo Scoglio […] In una nota, gli ecologisti hanno invitato le navi da crociera attraccate davanti a questa “bomba galleggiante”, a lasciare il porto di Gibilterra “per il rischio che si comporta trovarsi accanto a un manufatto di queste caratteristiche” […] Verdemar calcola che, dal 2001, sono transitati per Gibilterra più di cento sottomarini a propulsione nucleare [82].

Per quanto riguarda la Grecia, è del 2019 l’interessante dossier “Navi nucleari e ambiente”, curato da Konstantinos I. Delimbasis, che si concludeva con un allarme sul poco noto rischio ambientale relativo ai relitti di sottomarini nucleari.

Ma al di là delle armi nucleari, l’eredità della Guerra Fredda si annida, in una forma ben più insidiosa, negli scafi dei sottomarini in decomposizione sui moli della Russia nordoccidentale, nei cimiteri dei reattori di Hanford, Washington, e nel Golfo di Sheda, nel Mare di Kara, nelle tombe liquide dei sottomarini nucleari andati perduti e in tutti i mari del mondo dove un tempo operavano o operano sottomarini e navi a propulsione nucleare. [83]

In Brasile, più che l’opposizione antinuclearista, a frapporsi alla costruzione di sottomarini nucleari sembra che siano il clima bellico di questo periodo e i dubbi sul necessario avanzamento tecnologico in materia, per cui quel progetto… rischierebbe di naufragare.

Nel caso del Brasile, lo strumento deterrente più desiderato è il sottomarino a propulsione nucleare. Il problema è che questo progetto affronta dei rischi e potrebbe fallire. Gli ostacoli esistevano prima. Con la guerra, sono diventati più grandi […] Il sottomarino a propulsione nucleare convenzionale Álvaro Alberto (SCPN) è il fiore all’occhiello di Prosub, un programma multimiliardario ad alto impatto lanciato nel 2008 […] Ma nel caso del sottomarino nucleare, l’instabilità delle risorse si unisce alla sfida tecnologica di sviluppare un reattore che si adatti perfettamente – e in sicurezza – all’interno della nave, sottoposta ad alta pressione e turbolenze di ogni tipo. E l’industria brasiliana, come rivelò all’epoca l’ammiraglio Olsen, non è in grado di fornire queste tecnologie critiche [84].

In Giappone, anche recentemente si sono registrate proteste ecologiste contro il rischio derivante dalla presenza nel porto di Yokosuka di altre portaerei nucleari USA, come riferito da una fonte locale:

Fermare l’homeport di Yokosuka per le portaerei a propulsione nucleare – Estensione dell’ormeggio della base n. 12 di Yokosuka della Marina degli Stati Uniti, interruzione del piano di manutenzione. Per raggiungere questo obiettivo, tutti noi conosceremo i fatti, pensiamo ai problemi causati dall’homeport di Yokosuka della portaerei a propulsione nucleare, al piano di estensione e manutenzione dell’attracco n. 12, nonché ai problemi causati dal portaerei come l’inquinamento acustico.・Discutere attivamente e mirare a diffondere tra i cittadini. Le navi nucleari sono centrali nucleari galleggianti e, poiché si muovono sul mare, sono ancora più pericolose delle centrali nucleari ! ( https://cvn.jpn.org/ )

Come si vede, pur tenendo conto che ciò che è riscontrabile sui media è ovviamente solo la punta dell’iceberg rispetto all’effettiva consistenza del problema, si registra un po’ dovunque l’opposizione non solo al riarmo atomico, ma anche alla presenza di navi militari a propulsione nucleare nei porti civili. Purtroppo al coro delle proteste ecopacifiste mancano alcune voci autorevoli, fra cui quelle delle principali organizzazioni ambientaliste italiane e della stessa Greenpeace, sul cui sito internazionale non compare nessuna iniziativa specificamente diretta alla denuncia del rischio nei porti nuclearizzati [85].

Eppure si tratta di una questione destinata a sempre nuovi sviluppi e che quindi dovrebbe preoccupare molto di più l’opinione pubblica, sia pur poco informata. Viceversa, a parte la documentazione fornita da PeaceLink sulle pagine del suo sito dedicate specificamente al disarmo [86], sul rischio ambientale da ‘nucleare militare’ si discute troppo poco. Una lodevole eccezione sono gli articoli di Antonio Mazzeo, che è più volte tornato sull’argomento, sottolineando l’assurdità di una minaccia alla pace e alla sicurezza di cui tuttora pochi sono informati.

I dati statistici sugli incidenti a reattori nucleari navali sono inquietanti: negli ultimi quarant’anni si sono avute ben oltre un centinaio di emergenze radiologiche a unità di Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e Francia. “Ricerche in corso dimostrano la correlazione fra la presenza di sommergibili a propulsione nucleare e la concentrazione di elementi radioattivi alfa-emettitori in matrici biologiche marine […] Ancora oggi però alcuni dei porti “nuclearizzati” sono sprovvisti di specifici piani di emergenza oppure essi risultano secretati. Quando si è avuto accesso ai piani, sono state segnalate numerose e poco rassicuranti disparità nelle soluzioni adottate [87].

12. Rilanciare le vertenze ecopacifiste, con la controinformazione e l’opposizione popolare

Il rilancio delle mobilitazioni ecopacifiste, in Italia, è diventato un obiettivo perseguito in particolare dall’associazione nazionale di protezione ambientale Verdi Ambiente e Società (VAS) e dal Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR Italia), che recentemente hanno aperto il dibattito sul tema con contributi propri, ma anche stimolando altre realtà ecologiste e pacifiste ad unirsi e collaborare anche su questo terreno.

Ho già citato l’articolo del 2004, il saggio del 2011 ed il “Manuale” del 2014 che VAS ha pubblicizzato proprio per confrontarsi con altri soggetti dell’arcipelago ecopacifista italiano, fra cui Green Cross Italia e Legambiente. Va sottolineato poi che il circolo metropolitano VAS di Napoli è sempre stato in prima linea su queste problematiche e che la rivista bimestrale dell’Associazione, grazie al suo impegno, ha riconosciuto recentemente uno spazio particolare alle vertenze ecopacifiste, ospitandovi una rubrica specifica [88].

Per quanto riguarda il MIR Italia, lo spirito di nonviolenza attiva che anima dal 1952 la sezione italiana dell’International Fellowship of Reconciliation – IFOR ha ispirato da sempre le battaglie pacifiste contro il nucleare civile e militare, grazie soprattutto ai fondamentali ed autorevoli contributi di Antonino Drago e di Giuliana Martirani. Oltre alla pubblicazione da parte del Gruppo Abele di Torino nel 2021 del citato libro del MIR La colomba e il ramoscello- Un progetto ecopacifista [89], l’anno seguente, il Centro Gandhi di Pisa è stato l’editore del ‘manuale’ di Ermete Ferraro, intitolato Grammatica ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace [90].

In questo libro… confluiscono riflessioni e proposte già presentate negli anni passati, ma anche approfondimenti e ricerche più recenti, come quella sul ruolo della ricerca ecolinguistica nel processo di coscientizzazione sul rapporto fra ecologismo e pacifismo, ma anche nella diffusione di un modo di comunicare non più antropocentrico ed attento alla tutela della diversità culturale [91].

Un positivo elemento di novità, in quest’ultimo anno, è stato l’accresciuto interesse di un’organizzazione come Pax Christi Italia nei confronti della paradossale situazione politica che vorrebbe i porti italiani sempre più chiusi alle operazioni umanitarie per soccorrere i migranti (che fuggono spesso proprio da devastazioni ambientali e micidiali conflitti armati), nel mentre restano del tutto aperti ai traffici marittimi finalizzati all’esportazione di armamenti anche in teatri di guerra ed al transito ed alla sosta di pericolosi natanti a propulsione nucleare, peraltro spesso con armamenti atomici a bordo. Lo scorso novembre 2022, infatti, nell’ambito dell’iniziativa “Fari di Pace”, Pax Christi ha organizzato a Napoli una manifestazione al Porto, che aveva tra gli obiettivi proprio quella della sicurezza dei cittadini nei riguardi della presenza di natanti nucleari.

Si deve all’impegno di Pax Christi Napoli l’evento dello scorso 19 novembre con la marcia dal porto verso il centro storico della città, con arrivo nella cattedrale dove il vescovo Battaglia ha espresso una forte condivisione dell’istanza dell’iniziativa racchiudibile nello slogan “porti aperti ai migranti e chiusi alle armi” […] Di solito… le marce della pace scontano il pregiudizio di essere retoriche e generiche. Quella di Napoli come quella di Genova del 2 aprile sono state, invece, molto precise nel chiedere il mancato transito di carichi di armi a Genova e il divieto di attracco nel porto di Napoli di navi e sommergibili nucleari o che trasportano armi nucleari [92].

Tocca adesso ai vari soggetti coordinati dal Comitato Pace e Disarmo Campania – cui, fra gli altri, aderiscono le sedi napolitane di VAS, del MIR e della stessa Pax Christi – rilanciare con forza la vertenza ecopacifista per la denuclearizzazione del porto, da subito, per la pubblicizzazione del Piano di Emergenza nucleare di cui finora la cittadinanza della terza metropoli italiana è stata colpevolmente tenuta all’oscuro.

Un’insopportabile reticenza e resistenza istituzionale di cui è stata fornita un’ulteriore prova – a pochi giorni dalla manifestazione pubblica promossa da Pax Christi e dagli autorevoli appelli per il disarmo lanciati dall’arcivescovo Battaglia, da don Renato Sacco e da P. Alex Zanotelli [93] – con l’approdo a Napoli di un secondo natante nucleare, salutato quasi festosamente da certa stampa.

La portaerei statunitense George H.W. Bush, con a bordo l’equipaggio del Carrier Strike Group 10, è arrivata nel Golfo di Napoli per una sosta programmata in porto ieri, lunedì 28 novembre. «La visita rappresenta un’importante opportunità per le relazioni tra Italia e Stati Uniti d’America, con una centralità per la città di Napoli», dichiara il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. «L’esperienza del soggiorno dei marinai, in questo periodo in cui Napoli ha molto da offrire in termini culturali a quanti la visitano per la prima volta – aggiunge Manfredi – sarà certamente di grande interesse e particolarmente attrattiva per il numeroso equipaggio del Csg George H.W. Bush [94].

Il principale interlocutore delle proteste e proposte degli attivisti ecopacifisti, quindi, sarà nel 2023 proprio il primo cittadino del capoluogo partenopeo, che incredibilmente si era detto particolarmente soddisfatto dell’arrivo della portaerei americana, visto come occasione per cementare le relazioni tra Stati Uniti e Italia, e addirittura “per rafforzare ulteriormente i rapporti tra i due paesi e lavorare insieme in nome dei valori condivisi di pace e sicurezza” [95].  Nel nuovo anno, dunque, continua la battaglia antimilitarista e nonviolenta “a propulsione antinucleare” che gli attivisti locali stanno portando avanti ormai da 25 anni, senza ‘se’ e senza ‘ma’.

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 NOTE

[1] “Pericolo nucleare a Nisida – Sottomarini nucleari nelle acque dell’isola” – ROMA/Giornale di Napoli, 20.05.’96 e “Sottomarini a Nisida” (com. stampa di E. Ferraro) – ROMA/Giornale di Napoli, 22.05.’96

[2]  http://it.wikipedia.org/wiki/Antonino_Drago_%28pacifista%29   

[3] Antonino Drago, Difesa popolare nonviolenta, Torino, E.G.A., 2006. Vedi anche: Ermete Ferraro, “La resistenza napoletana e le Quattro Giornate: un caso storico di difesa civile e popolare”, in: AA.VV., Una strategia di pace: la difesa civile nonviolenta (pp.89-95), Bologna: FuoriTHEMA, 1993

[4] “I VAS: rischio nucleare. Via la portaerei ‘Enterprise’!”, Il Mattino, 06.06.’01; “Rischio nucleare nel porto di Napoli”, La Verità, 06.06.’01; “Emergenza nucleare nel golfo. L’Enterprise adesso fa paura”, Cronache di Napoli, 06.06.’01; “Via le portaerei nucleari”, Roma/Giornale di Napoli, 28.06.’01

[5] “Rischio nucleare: la portaerei lascia oggi il golfo di Napoli. Gli ambientalisti contro l’Enterprise “, Roma/Giornale di Napoli, 12.02.’04; “I VAS chiedono che venga allontanata la portaerei ‘Truman’ dal porto di Napoli”, Roma/Giornale di Napoli, 06.07.’04

[6] Ermete Ferraro, “Quale ecopacifismo? Ecologia, conservazionismo, ecologismo e ambientalismo” in: “Biodiversità a Napoli”, supplemento a Verde Ambiente, Roma, E.V.A. (XX, 2, marzo-aprile 2004), pp. 21-27

[7] Cfr. http://www.paxchristinapoli.it  

[8] Cfr. http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_2073.html   Nel 2008 il Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania ha pubblicato un testo fondamentale su queste tematiche: Napoli chiama Vicenza – Disarmare i territori, costruire la pace (a cura di Angelica Romano), quaderno Satyagraha n. 14,  Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2008,  http://www.peacelink.it/libri/index.php?id=12 )

[9] Ermete Ferraro, “Il signornò degli ecopacifisti, www.vasonline.it  (marzo 2007); idem, “Una scomoda verità”, www.vasonline.it  (ago.2007); idem, “Una mobilitazione ecopacifista per togliere le basi alla guerra”,  http://napoli.indymedia.org  (marzo 2009)

[10] Ermete Ferraro, “La protesta dei VAS Napoli: porto, via le navi nucleari”, Il Napoli (26 nov. 2007); Idem, “AFRICOM: un altro migliaio di militari USA…”, www.proletaria.it  (dic. 2008); Idem,”No Africom!” commento postato da E.F, www.napoli.indymedia.com  (dic. 2008); Idem, “AFRICOM: la posizione dei VAS” www.retecivicanapoli.org  (mar. 2008); Idem e A. D’Acunto,”Oscuro scontro di 2 sommergibili nucleari, francese ed inglese, nell’Atlantico: un drammatico allarme per Napoli ed il suo Golfo”, http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_2449.html (feb. 2009); Idem, “Porti nuclearizzati? No grazie!”, http://napoli.indymedia.org:8383/node/7447  (feb. 2009); mag. 2010 > “Base US Navy di Napoli: chiuderà?”, www.vasonlus.it  (mag. 2009).

[11] Visita: http://www.laciviltadelsole.org  e http://www.facebook.com/?ref=home#!/group.php?gid=62693432041  – Su nucleare e pace visita anche il sito web di Antonio D’Acunto (http://www.terraacquaariafuoco.it ).

[12] Ermete Ferraro, “Sicurezza nucleare nel porto di Napoli”, http://napoli.indymedia.org/node/14391  (7 dic.2010)

[13] http://www.salute.gov.it/ipocm/resources/documenti/D_lgs_230-95.pdf

[14] Alessandro Marescotti, Decalogo per i porti a rischio nucleare, 5.5.2004, https://www.peacelink.it/disarmo/a/4769.html

[15] ibidem

[16] http://www.progettohumus.it/nucleare.php?name=porti

[17] “Il rischio nucleare nei porti italiani…” cit.  http://www.peacelink.it/tematiche/disarmo/porti.shtml

[18] 9 Agosto 2003 > Rita Bittarelli > Gaeta. Piano di emergenza nucleare. Antonino Drago: «Documento senza alcuna validità scientifica, pieno di “credenze” e di strafalcioni» http://www.peacelink.it/disarmo/docs/80.pdf

[19] D. Lgs. 230/95 cit. – art. 130

[20] Angelica Romano, “Rischio nucleare”, in Napoli chiama Vicenza, cit., p. 29

[21] ANSA 2005-06-10  http://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/11592.html

[22] http://www.peacelink.it/disarmo/docs/80.pdf  (in particolare pp. 14-17)

[23] Vittorio Moccia, “Che si può fare?”, in Napoli chiama Vicenza cit., pp.120-121

[24] http://www.iustel.com/v2/diario_del_derecho/noticia.asp?ref_iustel=1046576

[25] http://www.bcn.es/bombers/es/quisom_funcions.html

[26]  http://www.ppitoulon.net/index.html – Il piano attuale, pubblicato sul sito della Prefécture du Var, è invece consultabile all’indirizzo https://www.var.gouv.fr/IMG/pdf/PPI_20FEV_version_portail_internet_cle58e482.pdf

[27] http://www.dorsetforyou.com/media.jsp?mediaid=146764&filetype=pdf

[28] http://nnsa.energy.gov/ourmission/poweringnavy#hq

[29] Jonathan Medalia, Terrorist Nuclear Attacks on Seaports: Threat and Response, CRS reports for Congress, Jan. 2005, http://www.fas.org/irp/crs/RS21293.pdf

[30] http://www.hc-sc.gc.ca/hc-ps/pubs/ed-ud/fnep-pfun-1/plan-planification-eng.php#waters

[31] Cfr. Andreas Reitzig, New Zealand’s Ban on Nuclear Propelled Ships Revisited, Auckland Univ., 2005  http://www.kuratrading.com/PDF/NuclearBan.pdf

[32] Edward P. Thompson, Protestare per sopravvivere, Napoli, Pironti, 1982

[33] Cfr. Ermete Ferraro e Luigi Bucci, “Servizio civile e protezione popolare”, in: Il Tetto, XVIII, N. 103 – Napoli, gen.-feb. 1981 (pp. 39-48)

[34] V. Moccia, “Che si può fare?”, cit., p. 119-123

[35] A. Marescotti, Decalogo per i porti a rischio nucleare, cit.

[36] Ermete Ferraro, A propulsione antinucleare – 15 anni di lotte ecopacifiste di VAS per la sicurezza dei cittadini e la denuclearizzazione del Golfo di Napoli, Napoli, VAS, 2011, https://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_7655.html

[37] Dip. Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Piano Nazionale delle misure protettive contro le emergenze radiologiche, a c. dott. Sergio Mancioppi e ing. Valeria Palmieri, 01.12.2010, https://www.isprambiente.gov.it/contentfiles/00007500/7554-piano-nazionale-dr.-mancioppi.pdf

[38] “Incidente del sottomarino nucleare USA, ecco con cosa si era scontrato”, Notizie Scientifiche.it,02.11.21, https://notiziescientifiche.it/incidente-del-sottomarino-nucleare-usa-ecco-con-cosa-si-era-scontrato/. Cfr. anche: https://www.panorama.it/Tecnologia/difesa-aerospazio/collisione-pacifico-sommergibile-nucleare-usa-coinnecticut

[39] http://www.rainews.it/archivio-rainews/media/15-anni-fa-la-tragedia-del-sottomarino-Kursk-2f3b2dee-664a-4c83-be58-7ab7943db14b.html

[40] https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/sommergibile-russia-incendio-marinai-morti-a69d6c0b-ebac-43f7-86b8-ca9bcf4b85ac.html – Cfr. anche F. Iannuzzelli, “Fuoco a bordo del sottomarino nucleare segreto Losharik” (04.7.2019), https://www.peacelink.it/disarmo/a/46654.html

[41] “Collisione fra sottomarini nucleari” (16.02.2009), La Repubblica, http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/esteri/collisione-sottomarini/collisione-sottomarini/collisione-sottomarini.html

[42] Junko Terao, “Sottomarino Usa accende la battaglia antinucleare” (03.08.2008), fonte: il Manifesto, https://www.peacelink.it/disarmo/a/26988.html

[43] “L’incidente al sottomarino a propulsione nucleare Tireless. La risposta del ministro Martino” (30.11.2004), https://www.peacelink.it/disarmo/a/15091.html

[44] https://www.peacelink.it/disarmo/a/19940.html

[45] https://www.peacelink.it/disarmo/a/8510.html

[46] Corriere della Sera 17/11/03, https://www.peacelink.it/disarmo/a/2342.html

[47] il Manifesto (20.07.2001), https://www.peacelink.it/disarmo/a/1314.html

[48] Prefettura di Napoli – Prot. Civile, Piano di Emergenza Esterna per la sosta di unità navali a propulsione nucleare nei Porti di Napoli e C.mare di Stabia porto  (2006),  http://www.prefettura.it/FILES/AllegatiPag/1221/PEE_NAVI_NUCLEARI_2006.pdf

[49] Piano Particolareggiato per l’Informazione della Popolazione (Linee guida) – All. G9 al PEEPNa,  https://www.peacelink.it/disarmo/docs/3724.pdf

[50] ivi, p. 2

[51] In data 06.04.2011 sono apparsi articoli su: la Repubblica, ROMA- Giornale di Napoli e Napoli Village. Cfr. anchela galleria fotografica sulla manifestazione in https://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/indices/index_95.html  Cfr. anche https://contropiano.org/news/ambiente-news/2011/06/12/napoli-arriva-la-portaerei-nucleare-usa-g-bush-e-non-dovrebbe-01894

[52] Il Mattino, 21.10.2012.  Cfr. http://www.vascampania.net/archivio-notizie-2.html

[53] Leggi resoconto su I fatti di Napoli (12.12.2013), http://www.ifattidinapoli.it/articolo.php?id=56ebc9d04cdf6959208b6884

[54] Cfr. in proposito i seguenti articoli, pubblicati nel tempo sul mio blog: (2012) https://ermetespeacebook.blog/2012/07/17/prove-tecniche-di-buon-vici-nato/https://ermetespeacebook.blog/2012/09/03/far-waste-ovvero-anche-la-nato-produce-munnezza/ ; https://ermetespeacebook.blog/2012/09/03/far-waste-ovvero-anche-la-nato-produce-munnezza/ ; (2015) https://ermetespeacebook.blog/2015/07/28/nato-per-combattere/ ; (2021) https://ermetespeacebook.blog/2021/12/31/giugliano-provincia-di-natoli /  ; (2022) https://ermetespeacebook.blog/2022/02/18/born-to-kill-nato-per-uccidere/

[55] Cfr. testo della D.G. n. 609/2015 con oggetto “Dichiarazione di ‘Area Denuclearizzata’ del Porto di Napoli”, https://www.comune.napoli.it/flex/FixedPages/IT/Delibere.php/L/IT

[56] “Il Porto di Napoli dichiarato area denuclearizzata: ‘Noi città di pace’ ”, https://www.napolitoday.it/politica/porto-napoli-area-denuclearizzata.html

[57]  Cfr. gli articoli apparsi allora sui quotidiani locali: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/10/01/foto/napoli_il_sindaco_dichiara_il_porto_area_denuclearizzata_tweet_contro_il_governo-124081266/1/ ; https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/15_settembre_30/porto-diventa-zona-denuclearizzata-giunta-comune-approva-delibera-51a44c68-6761-11e5-88dc-bbf708990735.shtml?refresh_ce-cp ; https://www.teleischia.com/20036/denuclearizzato-il-porto-di-napoli-vittoria-degli-ecopacifisti/

[58] “Basta nucleare nel Porto di Napoli”, Contropiano (20.06.2016), https://contropiano.org/regionali/campania/2016/06/20/basta-nucleare-nel-porto-napoli-080632

[59] “Sottomarino nucleare Usa in rada. De Magistris: ‘Il porto di Napoli è un’area denuclearizzata’.”, Ag. St. DIRE (16.04.2018), https://www.dire.it/16-04-2018/193111-sottomarino-nucleare-usa-in-rada-de-magistris-il-porto-di-napoli-e-unarea-denuclearizzata/  Cfr. anche https://www.stylo24.it/de-magistris-contrario-sommergibile-porto-napoli/

[60] “Napoli, la portaerei Truman arriva nel Golfo: folla sul lungomare per fotografarla”, IL MATTINO (10.05.2022), https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/portaerei_truman_golfo_di_napoli_oggi_le_ultime-6680261.html?refresh_ce

[61] ibidem

[62] “Portaerei nel porto di Napoli, de Magistris: “La nostra è una città di pace”, Napoli Today (10.05.2022), https://www.napolitoday.it/cronaca/portaerei-truman-proteste.html

[63] Cfr., tra gli altri, alcuni miei saggi pubblicati sul sito di academia.ed : https://www.academia.edu/37811619/Credere_rinverdire_e_combatterehttps://www.academia.edu/42327562/Presidiare_lemergenza_Ermete_Ferrarohttps://www.academia.edu/43188396/FENOMENOLOGIA_DELLO_STRUMENTO_MILITARE_Esercito_italianohttps://www.academia.edu/44126545/IL_MILITARISMO_ETERNO_Ermete_Ferrarohttps://www.academia.edu/71001713/CAMALEONTI_CON_LE_STELLETTE_Le_forze_armate_tra_conformismo_atlantico_e_trasformismo_ambientalista 

[64] Antimilitaristi Campani (a cura di), Fermiamo la guerra, Napoli 2021, scaricabile da: https://coordinamenta.noblogs.org/files/2021/03/Opuscolo-Antimilitaristi-Campani.pdf  Cfr. anche l’articolo che ne sintetizza il contenuto: “Fermiamo la guerra, una ricerca del Comitato antimilitaristi campani”, Mosaico di Pace (27.08.2021), https://www.mosaicodipace.it/index.php/rubriche-e-iniziative/rubriche/approfondimenti/documenti/2517-fermiamo-la-guerra-una-ricerca-del-comitato-antimilitaristi-campani e quello apparso (14.03.2021) sul sito di PeaceLink https://www.peacelink.it/pace/a/48361.html

[65] Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello – Un progetto ecopacifista, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2021, pp.58-61.

[66] Cfr. Ermete Ferraro, L’ulivo e il Girasole – Manuale per un progetto di coordinamento delle iniziative ecopacifiste di VAS, Napoli, VAS aps, 2014, https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

[67] MIR, La colomba e il ramoscello, cit., p. 88

[68] Cfr. il sito ufficiale del Coordinamento dei comitati NO MUOS, che da anni lotta contro l’installazione e la messa in funzione delle antenne USA a Niscemi (Sicilia) ed in particolare la pagina https://www.nomuos.info/cose-il-muos/. V. anche il libro che ne ripercorre la battaglia: T. Adam, Un anno di lotte, Villaggio Maori, 2014, anche in versione e-book: https://www.lafeltrinelli.it/no-muos-anno-di-lotte-ebook-adam-t/e/9788898119240

[69] “Precauzione, principio di”, di Maurizio Iaccarino, Enciclopedia Italiana – VII Appendice (2007), Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/principio-di-precauzione_%28Enciclopedia-Italiana%29/

[70] Antonino Drago. “Documento senza alcuna validità scientifica, pieno di “credenze” e di strafalcioni”, in Rita Bittarelli, “Gaeta. Piano di emergenza nucleare” (29.08.2003), Latina, Parvapolis, http://www.parvapolis.it/a-16534/cronaca/gaeta-piano-di-emergenza-nucleare-antonino-drago-documento-senza-alcuna-validitscientifica-pieno-di-credenze-e-di-strafalcioni/

[71] Cfr. Gianni Lannes, “Italia: mari e porti a stelle e strisce” (18/08/2013), Arianna Editrice, https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=45930

[72] Massimo Zucchetti, Sosta di unità navali militari a propulsione nucleare nei porti italiani: dall’esame dei Piani di emergenza esterna una semplice conclusione (s.d.), https://www.peacelink.it/disarmo/docs/877.pdf

[73] ENAAT – Rosa Luxemburg Stiftung, A Militarised Union – Understanding and confronting the militarization of rhe European Union, Brussels, 2021, p.79 (La versione online, anche in italiano, è scaricabile da: https://www.rosalux.eu/en/article/1981.a-militarised-union.html 

[74] “Truman, la portaerei nucleare Usa è a Napoli. Sospetti e accuse: “Colonia Italia, cosa significa” (10.05.2022), Libero quotidiano, https://www.liberoquotidiano.it/video/italia/31534229/truman-portaerei-nucleare-americana-napoli-sospetti-italia-colonia-nato.html Vedi anche il servizio di Rai News: https://www.rainews.it/video/2022/05/le-immagini-della-portaerei-americana-truman-nel-golfo-di-napoli-74314cec-fa58-4771-a317-f075000e111d.htm e l’articolo https://napoli.repubblica.it/cronaca/2022/05/10/news/la_portaerei_truman_giunta_nel_golfo_di_napoli-348919874/

[75] Cfr. comunicato stampa CPDC del 10.05.2022, https://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_12961.html – Un video della manifestazione, cui ha partecipato anche Ferraro a nome di VAS e MIR Napoli, è su: https://www.larena.it//media/video/la-portaerei-usa-truman-a-napoli-sit-in-del-apos-comitato-pace-e-disarmo-apos-1.9402170 . Dell’iniziativa del CPDC ha riferito anche Sky Tg24: https://tg24.sky.it/napoli/2022/05/10/portaerei-uss-truman-napoli           

[76] “Al porto di Napoli la Truman, portaerei militare degli Stati Uniti”, nell’art. cit. di Sky Tg24

[77] F. Olivo, “La portaerei Truman nel golfo di Napoli, con tanto di cerimonia. De Luca e Manfredi si tengono a distanza” (12.05.2022), Huffington Post, https://www.huffingtonpost.it/politica/2022/05/12/news/diventa_un_caso_la_portaerei_truman_nel_golfo_di_napoli_de_luca_e_manfredi_assenti_al_ricevimento-9379374/

[78] “Nuclear subs: bad for people, planet & peace” (16.09.2021), https://www.foe.org.au/nuclearsubs_bad_for_people_planet_peace . Sulla programmazione della presenza di natanti nucleari in Australia cfr. l’opuscolo Nuclear powered warships visit planning: https://www.arpansa.gov.au/research/radiation-emergency-preparedness-and-response/visits-by-nuclear-powered-warships

[79] “New York City joins ICAN Cities Appeal” (10.12.2021), ICAN, https://www.icanw.org/new_york_city_joins_ican_cities_appeal

[80] Radiation emergency in the Port of Southampton – Information for people living in the 5km Outline Planning Zone (Nov. 2020- Nov. 2023), https://www.southampton.gov.uk/media/jprpcfrw/130-1-emergency-planning-resident-finalx_tcm63-434545.pdf

[81] Stefan Leimer, “Update: US nuclear submarine docks near Tromsø” (06.05.2021), Polar Journal, https://polarjournal.ch/en/2021/05/06/nuclear-submarines-near-tromsoe-in-the-future/ Cfr. anche: https://worldbeyondwar-org.translate.goog/sv/activists-in-norway-protest-proposed-docking-of-nuclear-submarines-in-tromso/? _x_tr_sl=sv&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

[82] Alonso Palacios, “El submarino nuclear USS Florida, una fortaleza con misiles Tomahawk, atraca en Gibraltar” (30.09.2022), El Debate, https://www.eldebate.com/espana/defensa/20220930/submarino-uss-florida-fortaleza-nuclear-misiles-crucero-atraca-gibraltar_63192.html

[83] Konstantinos I. Delimbasis, Ο πόλεμος της σιωπήςΠυρηνοκίνητα σκάφη & περιβάλλον (La guerra del silenzio – “Navi nucleari e ambiente” – 22.06.2019), AMBIENTE ED ENERGIA, https://www.e-telescope.gr/science/environment/nuclear-submarines-environment

[84] Roberto Maltchik – O Globo ,“Construção de submarino nuclear da Marinha Brasileira corre risco de naufragar” (12.03.2022), https://www.naval.com.br/blog/2022/03/12/construcao-de-submarino-nuclear-da-marinha-brasileira-corre-risco-de-naufragar/

[85] Cfr. il sito web di Greenpeace Int’l: https://www.greenpeace.org/international/

[86] L’ultimo articolo in proposito sul sito di PeaceLink è stato: Gianmarco Catalano, “Due sottomarini nucleari presenti all’esercitazione Dynamic Manta. Rischio atomico e mancata informazione dei cittadini” (25.02.2022), https://www.peacelink.it/disarmo/a/49007.html

[87] Antonio Mazzeo, “Porti ed aeroporti italiani ad alto rischio nucleare”, in: La contaminazione cancerogena dell’apparato militare in Italia (2018), Academia.edu, https://www.academia.edu/41543128/La_contaminazione_cancerogena_dellapparato_militare_in_Italia  

[88] Oltre agli articoli apparsi su fino al 2021 Verde Ambiente” negli scorsi anni (a cura di Giorgio Nebbia, Guido Pollice, Antonio D’Acunto ed Ermete Ferraro) sulla nuova edizione della rivista Ermete Ferraro cura la rubrica: “Cara…pace – Riflessioni ecopacifiste” > https://www.verdiambientesocieta.it/la-nostra-rivista/?fbclid=IwAR2r_YgAtp-naNAEgidB7hbeK4NmzdqfQllj9DRkAKmj0K06iH2A5ljkOBE

[89] Cfr. anche l’articolo di G. Mancuso: https://www.pressenza.com/it/2021/11/un-progetto-ecopacifista-presentazione-del-libro-la-colomba-e-il-ramoscello/

[90] Ermete Ferraro, Grammatica ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di Pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, 2022

[91] Ivi, p. 23-24

[92] Carlo Cefaloni, “Napoli, un faro di pace che non si spegne” (22.11.2022), Roma, Città Nuova, https://www.cittanuova.it/napoli-un-faro-pace-non-si-spegne/?ms=003&se=005

[93] Cfr. https://www.vitawebtv.it/fari-di-pace-a-napoli-le-guerre-scoppiano-perche-ci-sono-strutture-mezzi-e-strumenti-che-le-rendono-possibili/ ,  https://www.vitawebtv.it/fari-di-pace-a-napoli-le-guerre-scoppiano-perche-ci-sono-strutture-mezzi-e-strumenti-che-le-rendono-possibili/   e https://www.ilmattino.it/cultura/periferie/fari_di_pace_la_marcia_di_pax_christi_da_savona_ad_altamura_fa_tappa_napoli-7060750.html

[94] “La portaerei George Bush è arrivata nel Golfo di Napoli: «Importante opportunità per la relazione tra Italia ed America»” (29.11.2022), Il Mattino, https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/portaerei_bush_statiunitid_america_napoli_golfo-7082713.html?refresh_ce [95] Federico Garau,” A Napoli arriva la portaerei nucleare H.W. Bush, ecco perché (29.11.2022), Il Giornale, https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-locale/napoli-arriva-portaerei-nucleare-hw-bush-ecco-perch-2090324.html Anche in questa circostanza VAS e MIR Napoli hanno protestato con un comunicato stampa: https://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_12965.html

© 2023 Ermete Ferraro

“Born to Kill”: NATO per uccidere

Noi napolitani, eredi di secoli di forzoso adattamento alle dominazioni straniere che ci hanno assuefatti al controllo militare, siamo arrivati a sentirci quasi ospiti a casa nostra.  Percorrendo in auto la Domiziana, soprattutto con una deviazione per raggiungere località balneari come Varcaturo, a tantissime persone sarà capitato di scorgere distrattamente un enorme complesso, moderno e grigio, proprio accanto al Lago Patria, a breve distanza dall’antica Liternum, dove si 2200 anni fa si ritirò dopo le guerre puniche Scipione l’Africano.  Ma forse anche per molti giuglianesi quella grigia fortezza, sinistra città nella città, è un elemento in più nella ex fertile Campania Felix, da decenni infelice sede delle ecomafie, intossicata da criminali scarichi di veleni e appestata da roghi tossici.

E allora benvenuti a Nàtoli, provincia di ‘Terra dei Fuochi’, una cittadella militare dove i sedicenti ‘alleati’ multinazionali – ma targati stelle e strisce – da un decennio si esercitano a controllare lo scacchiere strategico dell’Europa meridionale, del nord Africa e dell’est europeo. Una delle aree più calde, sulle quale il JFCN (Joint Forces Command Naples) ha esteso dal 2012 la sua giurisdizione – dopo il trasferimento dall’AFSOUTH di Bagnoli – come quartier-generale operativo della NATO, da cui dipendono due delle sei Force Integration Units in Romania ed il neonato Aegis Ashore Missile Defence Site Deveselu, parte del suo sistema di difesa missilistica.

Benvenuti in quella che per molti è solo un’area militare off limits, chiamata impropriamente ‘base’ ma dalla quale non partono cacciabombardieri né colonne di carri-armati. E in effetti – a parte un’enorme e minacciosa batteria d’installazioni per telecomunicazioni – nulla lascerebbe sospettare che in quell’ingombrante complesso color ferro a meno di 20 km da Napoli (edifici a 7 piani di cui 2 interrati, 330.000 mq di superficie, 280.000 metri cubi di edificazione ed una potenziale ricettività di 3.000 presenze) si sono già decise le sorti delle recenti, disastrose, guerre scatenate dall’imperialismo USA e, purtroppo, si continueranno a decidere e controllare strategicamente quelle che si stanno preparando sul fronte est e quello mediterraneo.

Benvenuti in quella che in teoria sarebbe casa nostra, la nostra terra, ma che dal dopoguerra è occupata militarmente dai cosiddetti ‘liberatori’, cui sovrintende un mega-ammiraglio statunitense ‘a due berretti’, capo sia delle forze navali USA (US Naval Force Europe-Africa di Capodichino) sia del JFC di Giugliano, giusto per far capire chi è che comanda…  Nella pagina di ‘accoglienza’ del sito www.jfc.nato.int è scritto che la “nuova struttura di comando della NATO è più snella, più flessibile, più efficiente e meglio in grado di condurre l’intera gamma delle missioni dell’Alleanza”. Si precisa poi che è parte della: “Forza di risposta della NATO (NRF) costituita da una forza flessibile e tecnologicamente avanzata che include elementi di terra, mare e aria pronti a spostarsi rapidamente ovunque sia necessario, come deciso dal Consiglio Nord Atlantico». Il linguaggio è volutamente neutro, come se non si trattasse di un comando militare strategico ma di una qualsiasi azienda. Un messaggio pubblicitario, che sorvola ovviamente sul fatto che efficienza tecnologica e flessibilità operativa servono a “preparare, pianificare e condurre” azioni di guerra (eufemisticamente: ‘missioni’), causa di migliaia di morti e feriti e di gravissime devastazioni ambientali. Quella guerra che a parole la nostra Costituzione “ripudia”, ma alla quale ci prepariamo disciplinatamente, sotto il comando d’un ammiraglio che, a sua volta, è al comando del Presidente degli Stati Uniti d’America.

Benvenuti in un territorio straniero sul quale non abbiamo giurisdizione né controllo, ma dove comunque risiedono dal 2013 migliaia di militari e civili di varia nazionalità, aggravando l’impatto antropico su un’area comunale densamente popolata (oltre 1.314 abitanti per hm2), assai inquinata e con vari problemi di vivibilità, un luogo per di più sottratto ad ogni verifica e monitoraggio ambientale e sanitario. Un grosso compound ipertecnologico, dove assurdamente gli scolari di Giugliano vengono portati in visita guidata, ma che ha reso problematica la sicurezza di quel territorio (di fatto un bersaglio strategico…). Un complesso di cemento…armato costato pure un bel po’ di denaro, tenuto conto che sommando ai 165 milioni di euro stanziati dalla NATO (pagati peraltro in quota parte anche dall’Italia) i 21 milioni di fondi FAS per le “infrastrutture” viarie e i 5 milioni erogati a suo tempo dall’Amministrazione Provinciale, si arriva alla stratosferica somma di oltre 190 milioni di euro investiti in una centrale della guerra.

Purtroppo Giugliano, pur ricevendo in cambio pochi veri benefici, sembra da tempo rassegnata a recitare il ruolo subalterno di military town, dove spadroneggiano anche i nostri soldati, col pretesto dell’intervento per l’operazione ‘Terra dei Fuochi’. Di recente, fra l’altro, essi stanno cercando di accreditarsi paradossalmente come protettori dell’ambiente ed educatori nelle scuole, come dimostra il recente ed incredibile protocollo d’intesa tra Comune e Comando Sud dell’Esercito per promuovere… la raccolta differenziata nelle scuole. Forse la popolazione locale non ha ancora percepito la gravità di una situazione d’una città con quasi 124.000 abitanti (e con un numero molto superiore di residenti in periodo estivo) che si trova forzosamente ad ospitare uno dei principali comandi strategici della NATO.

È quindi compito del movimento antimilitarista e pacifista, contro ogni guerra e contro la sudditanza all’Alleanza Atlantica, rafforzare le azioni di sensibilizzazione, controinformazione e mobilitazione civile e popolare nei confronti dei cittadini giuglianesi, soprattutto in un drammatico momento in cui – neanche usciti da un pandemia globale e sotto l’imminente minaccia di una catastrofe ecologica – i venti di guerra soffiano più impetuosi del solito ed il leone della NATO ruggisce minacciosamente.

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(*) Ermete Ferraro, vicepresidente del M.I.R. e membro dell’Esecutivo di V.A.S., è un ecopacifista nonviolento. L’articolo è stato pubblicato dal quotidiano online “CONTROPIANO” (https://contropiano.org/news/politica-news/2022/02/18/born-to-kill-n-a-t-o-per-uccidere-0146710 )

A rotta di…protocollo

Intendere l’Intesa, analizzandone il linguaggio

Fonte: Weekly Magazine

Non è stato facile, ma alla fine ci siamo riusciti. Ho finalmente davanti agli occhi il testo del protocollo d’intesa Comune-Esercito approvato dalla Giunta Comunale di Giugliano in Campania -NA (D.G. n. 183 dell’8/11/2021), sottoscritto in pompa magna, pochi giorni dopo, dal Sindaco dott. Pirozzi e dal gen. Tota, Comandante delle Forze Operative Sud dell’Esercito Italiano. Di questa curiosa intesa tra un’amministrazione comunale e un’istituzione militare per fare educazione ambientale nelle scuole mi ero già occupato in un precedente articolo[i], sottolineando l‘assurdità (e pretestuosità) dell’iniziativa, attivata in una Città già ampiamente militarizzata, in quanto ‘ospita’ da un decennio il Comando NATO di Lago Patria per Sud Europa e Africa.  I media locali avevano riportato ampiamente quella notizia, riferendo inoltre che in un Circolo didattico giuglianese già il 3 dicembre l’Esercito aveva già ‘incontrato’ trionfalmente i bambini nel corso d’un evento ispirato al suddetto protocollo[ii].

Restava però la curiosità di leggere che cosa fosse effettivamente scritto in quel documento, che stranamente non risultava allegato alla delibera che lo approvava. Consultare un documento ufficiale, si sa, non è come leggere un testo narrativo o descrittivo. Nel caso specifico, inoltre, era prevedibile che il burocratese della pubblica amministrazione, unito alla ridondanza retorica dei militari, rendesse quel testo poco scorrevole e non del tutto chiaro. In effetti, sia la delibera di giunta sia il testo del protocollo partivano da premesse generali e difficilmente contestabili (ad esempio, la volontà di “contrastare l’abbandono dei rifiuti  e favorire una corretta e consapevole gestione dei rifiuti” oppure di attivare il “piano d’azione per il contrasto  dei roghi dei rifiuti”), ma per motivare un’anomala intesa tra un’istituzione civica ed una militare su un terreno diverso: “un rapporto di collaborazione per la…formazione sul problema della gestione dei rifiuti”.

In un saggio precedente[iii] ho spiegato perché l’analisi critica del discorso e l’indagine sulle ‘storie’ che linguisticamente modellano la nostra realtà in senso anti-ecologico rendono l’ecolinguistica uno strumento utile per approfondire l’aspetto comunicativo del progetto ecopacifista di cui il Movimento Internazionale della Riconciliazione si è fatto promotore col suo recente libro La colomba e il ramoscello [iv].

Uno dei principali teorici dell’approccio ecolinguistico spiega che le narrazioni della realtà sono spesso viziate da elementi deformanti, come ideologie, inquadramenti, metafore, valutazioni implicite, identità, convinzioni, cancellazioni ed evidenziazioni[v]. Si tratta di espedienti comunicativi che l’analisi critica dei discorsi ci aiuta a demistificare.

Anche in questo caso mi sembra che si tratti di una ‘storia’ che merita un’analisi ecolinguistica, poiché il degrado ambientale di un territorio come la c.d. ‘Terra dei fuochi’ e lo smaltimento errato e/o abusivo dei rifiuti sono diventati il pretesto per un’operazione piuttosto ambigua, che finisce col confermare il ruolo ‘civile’ delle forze armate e la loro funzione di ‘presidio’ a tutela dell’ambiente.

È probabile che i cittadini/ed i dirigenti e docenti degli istituti scolastici di quel territorio (avvelenato per decenni dagli sversamenti illegali delle ecomafie e dalla micidiale pratica dei roghi tossici) non abbiano letto il testo integrale del protocollo. D’altra parte, anche gli articoli prodotti nel merito si saranno attenuti al comunicato che è stato diramato dal COMFOPSUD dell’Esercito[vi], sorvolando disinvoltamente su alcuni aspetti sui quali penso invece che sarebbe stato interessante soffermarsi.

È esattamente ciò che provo a fare con questo mio contributo

Incongruenze e contraddizioni comunicative

Inizio appunto analizzando un brano centrale di quel comunicato stampa.

«Lo scopo del Protocollo è educare i ragazzi, attraverso la formazione degli insegnanti negli Istituti scolastici, sul tema della gestione dei rifiuti, con particolare riferimento alla raccolta e al loro conferimento. Tale progetto si inserisce nelle attività collaterali svolte dall’Esercito nell’ambito dell’Operazione “Terra dei Fuochi”, con l’obiettivo di sensibilizzare le giovani generazioni alla prevenzione dei reati ambientali. La testimonianza diretta del personale dell’Esercito, impegnato quotidianamente nella “Terra dei Fuochi” per garantire un ambiente più sicuro e salubre per la popolazione, fornirà un importante contributo educativo per arginare il fenomeno». 

Salta agli occhi la contraddizione tra il ruolo inizialmente indiretto dei militari nell’educazione degli alunni (attraverso la formazione degli insegnanti) e la successiva previsione di un loro intervento attivo nelle scuole (che affiora dall’uso del verbo “sensibilizzare” e dall’espressione “testimonianza diretta”).

La seconda incongruenza nasce dall’intenzionale sovrapposizione di finalità diverse, in quanto la formazione alla corretta raccolta differenziata ed il conferimento ordinario dei rifiuti non c’entra con la sensibilizzazione dei minori alla prevenzione di veri e propri reati ambientali (sversamenti abusivi e pericolosi, roghi tossici…).  Dal comunicato del COMFOPSUD, quindi, emerge una immagine piuttosto opaca delle finalità di questa insolita ‘intesa’.

Più avanti il gen. Tota dichiarava: «…è fondamentale sviluppare la consapevolezza sulla gestione dei rifiuti nei giovani, del rispetto dell’ambiente in cui vivono, perché […] attraverso corretti comportamenti, potranno contribuire a ridurre e risolvere il problema”». Ma il progetto nato da questa inedita ‘collaborazione’ ha la pretesa di coinvolgere le scuole su un terreno che non dipende solo da “corretti comportamenti”, in quanto accrescere nei giovani la “consapevolezza sulla gestione dei rifiuti” non basta a “ridurre e risolvere il problema”, che ha tutt’altre cause e responsabilità.

Ma veniamo alle affermazioni della controparte ‘civile’ dell’istituzione militare, a partire dalla delibera della Giunta Comunale di Giugliano. Anche in questo caso appare evidente il tentativo di razionalizzare a posteriori una decisione assunta altrove. Nell’atto amministrativo, ad esempio, tre pagine di sovrabbondanti “premesse” e “considerazioni” servono a giustificare poco più di tre righe della parte deliberativa. Nella relazione istruttoria, ricordando che si tratta della famigerata ‘Terra dei fuochi’, si afferma l’intento dell’A.C. di «fronteggiare e contrastare l’abbandono dei rifiuti e favorire una corretta e consapevole gestione dei rifiuti», ma anche quello di svolgere «attività d’informazione e formazione…mirate sia all’educazione ambientale degli allievi, sia alla formazione degli insegnanti».  Citando la fonte militare, si ribadisce che:

«l’Esercito Italiano…concorre al presidio del territorio del Comune di Giugliano in Campania, per prevenire e contrastare i reati ambientali, al fine di garantire un ambiente più sicuro e salubre per la popolazione».  Si dichiara poi che Comune ed Esercito hanno manifestato la «volontà di avviare un rapporto di collaborazione tramite l’attivazione di un tavolo tecnico, finalizzato a promuovere un progetto condiviso di educazione ambientale».

Ma cosa c’entra il ruolo di monitoraggio e repressione dei reati ambientali con l’educazione ambientale dei bambini delle scuole elementari? Se quella formativa è una ‘attività collaterale’ dell’Esercito, perché in questo protocollo diventa così centrale

Sicurezza e salute: un binomio sospetto…

Fonte: Anteprima 24

Le forze armate ci tengono ad accreditarsi come istituzione democratica, ‘civile’ ed attenta alle esigenze del territorio e dei suoi abitanti. Tale narrazione fa parte dell’operazione di trasformismo mimetico dei militari [vii]e cerca di renderne l’immagine più accettabile e rassicurante, dando una spennellata di ‘verde’ alla mission del sistema militare, che viceversa ha una pesante impronta ecologica sull’ambiente.

 La comunicazione che sostituisce la retorica bellicista con quella ambientalista tende ad accostare sicurezza e salute, come se la seconda dipendesse dalla prima e se la ‘sicurezza’ fosse quella che si garantisce con un controllo poliziesco e/o militare del territorio e delle comunità che vi abitano. Il fatto è che in questa parola si sovrappongono due concetti ben distinti nella lingua inglese: security e safety.

«La ‘security’ si riferisce alla protezione di individui, organizzazioni e proprietà contro le minacce esterne che possono causare danni […] generalmente focalizzata sull’assicurare che fattori esterni non causino problemi o situazioni sgradite all’organizzazione, agli individui e alle proprietà […] D’altra parte, la ‘safety’ è la sensazione di essere protetti dai fattori che causano danni» [viii].

Nelle ‘politiche securitarie’ ci si riferisce al primo dei due vocaboli inglesi, che sottolinea l’aspetto del controllo e della repressione anziché quello della prevenzione dei danni alla salute o all’ambiente. Ma nella delibera citata i due piani si confondono, mescolando aspetti preventivi (sensibilizzazione degli adulti e educazione ambientale dei minori) con quelli repressivi (‘presidio’ del territorio e ‘contrasto’ degli ecoreati).  Un terzo aspetto – la ‘gestione’ in sé della raccolta e smaltimento dei RSU – ricade nelle specifiche responsabilità dell’amministrazione comunale e non ha niente a che fare con l’esercito.

Ma anche nel testo dello stesso Protocollo d’intesa [ix] si ha l’impressione che ci si arrampichi sugli specchi per legittimare una collaborazione abbastanza opinabile. Nelle due pagine e mezza di premesse si citano normative europee, nazionali e regionali e perfino il Codice Militare e le relative disposizioni regolamentari. Si afferma di voler «favorire l’assunzione di un ruolo attivo per la salvaguardia del territorio da parte dei cittadini» e di considerare gli insegnanti «canale preferenziale per trasferire la sensibilità ambientale ai ragazzi sul tema dell’educazione alla gestione dei rifiuti». Non manca naturalmente anche l’elogio dell’Esercito «che quotidianamente è alle prese con le problematiche connesse all’abbandono incontrollato dei rifiuti».

Questa pletorica e retorica premessa dovrebbe introdurre all’esplicitazione delle finalità del protocollo e delle azioni concrete che con esso si intende avviare, che viceversa restano assai vaghe (“problema della gestione dei rifiuti”, “necessità sempre più impellenti d’impegnarsi a fondo nelle operazioni di conferimento e nella raccolta differenziata”). Tant’è che all’art. 2 del documento hanno sentito il bisogno di aggiungere questa frase: «L’idea generale è quella di porre l’attenzione su alcuni punti del territorio con rifiuti abbandonati e quindi richiamare l’attenzione su comportamenti dei singoli che troppo spesso vengono fatti ricadere sulla P.A. che non gestisce il territorio».

Dal brusco cambio di registro espressivo – che da burocratico diventa quasi discorsivo – sembra trasparire una excusatio non petita più che un’effettiva precisazione su ambiti e limiti dell’intesa del Comune con l’Esercito. Non prendetevela con l’Amministrazione – si lascia intendere – poiché non si tratta di carenze istituzionali ma di comportamenti incivili ed irresponsabilità di singoli soggetti…

Narrazioni pseudo-ecologiche e ‘greening’ delle forze armate

Fonte: Scisciano Notizie

La frase appena evidenziata esemplifica una narrazione sulla ‘Terra dei Fuochi’ che rischia di cancellare tante inchieste ed analisi sulle responsabilità delle ‘ecomafie’ che pur si afferma di voler combattere. Soprattutto, si finisce col minimizzare l’impatto di un modello di produzione e distribuzione di per sé antiecologico, in quanto energivoro, fondato su un consumismo sfrenato e produttore di un’ingestibile mole di rifiuti, spesso tossici per l’ambiente.  Comportamenti poco responsabili o addirittura illeciti dei singoli hanno sicuramente un peso sulla tragica vicenda dell’inquinamento di quel territorio. Sarebbe però una pericolosa banalizzazione della realtà se si alimentasse solo quella ‘storia’, sorvolando sulle enormi responsabilità di chi, da decenni smaltisce illegalmente rifiuti tossici e di chi non ha saputo rispondere adeguatamente ad un’emergenza ambientale e sanitaria che si è di fatto trasformata in un ‘biocidio’.

«Ne è nata una mappa di rischio nei 38 Comuni di quel circondario dove più alta è stata l’incidenza degli sversamenti illeciti. Nei centri interessati dall’indagine, che insistono su 426 chilometri quadrati e su cui è competente la Procura di Napoli Nord, sono stati individuati 2.767 siti di smaltimento illegale. Più di un cittadino su tre – nel dettaglio il 37% dei 354mila residenti nei 38 Comuni – vive ad almeno 100 metri di distanza da uno di questi siti, esponendosi a una “elevatissima densità di sorgenti di emissioni e rilasci di composti chimici pericolosi per la salute umana”.»[x]

Per quanto riguarda l’impegno delle Parti (art. 3 del Protocollo cit.), i cinque punti a carico del COMFOPSUD sono:

«a)organizzare, presso le istituzioni scolastiche che saranno indicate dal Comune di Giugliano, attività d’informazione attraverso la testimonianza diretta di personale militare impegnato nell’Operazione ‘Terra dei Fuochi’ per sensibilizzare gli studenti sul tema delle buone pratiche ambientali […]illustrare l’azione svolta dall’Esercito per il contrasto e il contenimento del fenomeno dei roghi e dello sversamento illecito dei rifiuti […] b)concorrere, mediante seminari di approfondimento, a formare gli insegnanti sulle attività educative relative alla gestione dei rifiuti…».

I tre punti successivi (c – d – e) si riferiscono ad attività collaterali dell’Esercito (compresa la ‘promozione’ del progetto attraverso i propri canali di comunicazione istituzionale).

Ebbene, leggendo il brano citato emerge ancora una volta l’ambigua sovrapposizione di due ruoli formativi ben diversi – uno diretto e l’altro indiretto – che sarebbero dovuti rimanere distinti. Da un lato, infatti, si prevede un discutibile intervento dei militari dentro le scuole, qualificato come ‘testimonianza’ ma sostanzialmente un’auto-promozione. Dall’altro si parla di ruolo nella formazione degli insegnanti, ma attraverso un soggetto terzo: tre docenti dell’Università di…Padova.

In questa Intesa il ruolo del Comune di Giugliano appare piuttosto scialbo e meramente burocratico. Si tratta d’individuare i plessi scolastici dove svolgere le attività progettuali; di promuovere la partecipazione del personale scolastico coinvolto; di diffondere tali “opportunità educative e didattiche” e le finalità del Protocollo a livello locale e, ovviamente, di partecipare al Tavolo inter-istituzionale. Compiti prevalentemente amministrativi, dai quali traspare che il progetto per il quale si è sottoscritta un’intesa con l’Esercito è calato dall’alto più che rispondente alle reali esigenze manifestate dal mondo della scuola.

Considerazioni e valutazioni ecopacifiste

Fonte: Report Difesa

Come si vede, l’analisi critica di un testo – pur poco appassionante come un protocollo d’intesa… – può comunque servire a chiarire il ‘discorso’ cui tale iniziativa sembrerebbe funzionale. Mentre l’amministrazione comunale prova ad arroccarsi in una posizione difensiva di ‘autotutela’ (come se il suo compito istituzionale fosse il semplice coordinamento dell’intervento altrui), dal documento emerge per contro il ruolo proattivo dell’Esercito, che propone una narrazione accattivante di sé, come soggetto imprescindibile nella tutela della sicurezza ambientale, in entrambi le accezioni del termine.  

L’analisi critica del discorso, finalizzata ad una lettura in chiave ecolinguistica di questo specifico caso in esame, ne mette in evidenza alcuni aspetti che rischiano di essere trascurati se ci si ferma al fatto in sé. Provo quindi a sintetizzare – utilizzando le categorie tipiche dell’analisi ecolinguistica – quanto è emerso finora dall’analisi dei documenti relativi ad un’intesa apparentemente banale tra il Comune di Giugliano ed il Comando Sud dell’Esercito Italiano.

  • IDEOLOGIA: credo che questa operazione faccia parte d’una complessiva strategia (espressione non casuale…) che afferma la centralità dell’intervento degli organi preposti al compito di ristabilire l’ordine di far rispettare le leggi. Ma poiché in una società democratica la prevenzione e l’educazione dovrebbero prevalere sulle azioni di natura repressiva, ecco che ad occuparsi dell’aspetto formativo si propongono quegli stessi organi – giudiziari e militari – votati al presidio in armi e al law enforcement. L’idea di fondo cui s’ispirano è che l’autorevolezza dell’intervento – anche quello preventivo – sarebbe garantita solo da un soggetto in divisa, con una veste ‘ufficiale’, abilitato a passare se necessario anche alla fase due, quella repressiva.
  • INQUADRAMENTI: Stibbe chiama framings le narrazioni che utilizzano un ‘pacchetto di conoscenze’ relative ad un certo ambito della nostra vita per strutturare ed ‘inquadrarne’ un altro. Nel caso in esame, al tradizionale framing delle forze armate come istituzione garante della sicurezza (security) da nemici e pericoli esterno, viene sovrapposta strumentalmente la loro pretesa funzione ‘civile’ di garanti anche della sicurezza (safety) dei cittadini, nonché della salubrità del loro ambiente di vita.
  • METAFORE: nel comunicato stampa, nella delibera e nel protocollo d’intesa non compaiono vere e proprie metafore, trattandosi di documenti scritti con un codice politico-amministrativo e non certo narrativo. Ciò nonostante, si coglie la ricorrente immagine retorica dei militari come ‘testimoni’ diretti, impegnati quotidianamente nell’azione, e perciò stesso considerati formatori credibili e affidabili.
  • VALUTAZIONI: sono quasi sempre presentate in forma implicita, ma pesano molto sul discorso. Nel nostro caso, dai testi affiorano inespressi elementi valutativi riferibili sia alla popolazione locale, sia agli operatori della scuola. I cittadini, infatti, andrebbero ‘sensibilizzati’ alla corretta raccolta e smaltimento dei rifiuti, lasciando intendere che la loro sensibilità in materia sia piuttosto limitata. Nei confronti dei giovani, in particolare, si afferma che bisogna svilupparne la ‘consapevolezza’, dando quindi per scontato che essa non sarebbe ancora sufficiente. Nei riguardi degli insegnanti, infine, si sostiene la necessità della loro ‘formazione’, sottintendendo che il loro impegno nell’educazione ambientale non sarebbe abbastanza rilevante, ragion per cui necessiterebbe di ulteriori stimoli e di un ‘tutoraggio’ esterno.
  •  IDENTITÀ: dalla cooperazione tra Comune ed Esercito ipotizzata dal Protocollo d’intesa, come si è visto, emerge piuttosto sbiadita l’immagine identitaria del primo come garante istituzionale della salute e dell’igiene della comunità amministrata, laddove invece risulta sottolineata l’identità ‘civica’ everdedel secondo, cui si riconosce di fatto un ruolo centrale anche nella difesa della sanità pubblica, peraltro già ampiamente esaltata dall’emergenza pandemica.
  • CONVINZIONI: nell’analisi ecolinguistica si tratta di convincimenti radicati, che strutturano ‘storie’ secondo le quali “una particolare descrizione del mondo è vera, incerta oppure falsa”[xi]. Essi sono generalmente impliciti, come quello secondo il quale chi è impegnato in prima persona in azioni rischiose come quelle militari lo fa solo per spirito di servizio alla collettività, per cui va ascoltato e rispettato. Un secondo convincimento insidioso, ma purtroppo diffuso, è che la responsabilità dei danni ambientali vada ascritta allo scarso civismo di tante persone, in secondo luogo alle intenzioni criminali di alcuni delinquenti e, solo per ultimo, ad un modello economico dato come imprescindibile, che si basa sullo sfruttamento delle risorse ambientali ma di cui si preferisce condannare solo la negatività degli ‘eccessi’.
  • CANCELLAZIONI: le ‘storie’ che ci vengono propinate da chi detiene il potere e condiziona pesantemente la comunicazione pubblica sono viziate anche dalla tendenza ad espungere strumentalmente alcuni aspetti ‘scomodi’. Nel caso del complesso militare-industriale, ad esempio, si sottace che è uno dei maggiori inquinatori a livello globale e che la sua impronta ecologica – in guerra come in pace – è semplicemente disastrosa. Però il fatto che uno dei principali autori della devastazione ambientale si presenti come garante della salute e dell’integrità ambientale sarebbe inaccettabile, per cui si preferisce ‘cancellare’ quelle storie di distruzione ed inquinamento, per contro esaltando retoricamente l’improbabile ruolo ‘ambientalista’ dei militari.
  • EVIDENZIAZIONI: sono l’altra faccia della medaglia. L’insistenza dei documenti citati su verbi come ‘formare’, ‘prevenire’, ‘sensibilizzare’ e ‘testimoniare’ fa da ovvio contraltare al colpevole silenzio su aspetti assai meno edificanti della presenza delle forze armate, come la crescente militarizzazione del territorio, l’elusione dei controlli sul rispetto delle norme ambientali ed il pesante inquinamento dell’aria, del suolo, dei mari e perfino dell’etere. Per non parlare della sottrazione di risorse utilizzabili per finalità collettive e della pretesa di sostituirsi (o comunque sovrapporsi) ad istituzioni civili in funzioni di natura non militare.

Concludendo, va precisato che la vicenda illustrata in questo mio contributo non è certo un caso isolato né una storia più assurda e paradossale di altre, caratterizzate dalla progressiva invasione militare di terreni una volta solo ‘civili’, col risultato di una strisciante militarizzazione della società e della cultura. L’intervento sempre più frequente di esponenti delle forze armate dentro le istituzioni – come pure la tendenza di molte autorità scolastiche ad autorizzare ‘visite didattiche’ egli allievi/e a basi militari, caserme ed impianti comunque di natura bellica – è uno degli aspetti più riprovevoli di questa pesante impronta militare.

La Campagna Nazionale ‘Scuole Smilitarizzate’[xii] – rilanciata nel 2020 dal Movimento Internazionale della Riconciliazione e da Pax Christi Italia – si propone appunto di denunciare e contrastare l’invadenza delle realtà militari. Ma senza la collaborazione attiva del mondo della scuola ciò sarà molto difficile. Ecco perché partire dall’analisi linguistica e dalla comunicazione può essere un importante stimolo in tal senso.

Ecco perché partire dall’analisi linguistica e dalla comunicazione può essere un importante stimolo in tal senso, contrapponendo al suo interno programmi di educazione alla pace e veri percorsi di educazione ecologica.


NOTE

[i] E. Ferraro, “Giugliano, provincia di NATOLI”, Contropiano, 31.12.2021. https://contropiano.org/news/politica-news/2021/12/31/giugliano-provincia-di-natoli-0145316

[ii] “L’Esercito incontra i bambini a scuola nel napoletano”, Anteprima24.it, s.d. https://www.anteprima24.it/napoli/esercito-scuola-napoletano/?fbclid=IwAR2eWWAxKxKxuzC3C_YxNym8uRdCGwUaMPPxd8V9KQt0twm9pBIY68k-TUc

[iii] E. Ferraro, Ecolinguistica. Un campo inesplorato da coltivare, Academia.edu, 2020. https://www.academia.edu/44801861/Ermete_Ferraro_Ecolinguistica_un_campo_inesplorato_da_coltivare_

[iv] Cfr. Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello, Torino, Ediz. Gruppo Abele, 2021

[v] Cfr. A. Stibbe, The Stories We Live By – a free online course in ecolinguistics. https://www.storiesweliveby.org.uk/TheCourse

[vi] COMFOPSUD, Esercito e Comune di Giugliano per un ambiente più sano e sicuro, 11.11.2021. https://www.esercito.difesa.it/comunicazione/Pagine/esercito-e-comune-di-giugliano_211112.aspx

[vii] Cfr. E. Ferraro, “Credere, rinverdire e combattere”, Ermetespeacebook, 18.11.2018. https://ermetespeacebook.blog/2018/11/18/credere-rinverdire-e-combattere/

[viii] “Difference Between Safety and Security”, differencebetween.net. http://www.differencebetween.net/language/words-language/difference-between-safety-and-security/

[ix] Il testo del Protocollo d’Intesa sottoscritto dal Sindaco di Giugliano e dal Comandante COMFOPSUD può essere scaricato online dall’indirizzo seguente: https://servizi.comune.giugliano.na.it/openweb/pratiche/dett_registri.php?id=14084&codEstr=P_OP&fbclid=IwAR0DjvMJ-GMt1VTNAw5w4JZo41ji2xyNH2nWufMxNm74MGJLs7PfkwigtMw

[x]  A. Averaimo, “Terra dei fuochi. Di rifiuti si muore. Ecco i dati e la mappa di rischio che lo provano“, Avvenire, 11.02.2021. https://www.avvenire.it/attualita/pagine/numeri-e-tumori-della-terra-dei-fuochi

[xi] Cfr. Stibbe, op. cit.

[xii] Per maggiori informazioni nel merito, cfr. la pagina https://www.facebook.com/scuole.smilitarizzate

© 2022, Ermete Ferraro

Giugliano, provincia di NATOLI…

Giugliano in Campania – dopo Napoli il comune più popoloso dell’omonima Città Metropolitana – è l’erede dell’osca e poi romana Liternum, che abbracciava un vasto territorio dell’allora fertile Campania Felix, affacciato sul litorale domizio e caratterizzato dallo storico Lago Patria. Ma già dal tempo della occupazione di quel territorio da parte dei veterani della II guerra punica e del loro stratega, Publio Cornelio Scipione detto l’Africano, quella località sembra essere stata condannata ad essere una colonia militare. Infatti, quando nel 2012 il Comando per il Sud Europa e l’Africa della NATO (JFC – Joint Forces Command) si è trasferito “armi e bagagli” da Bagnoli sulle sponde dello scipionico Lago Patria, la città di Giugliano in Campania sembra essere definitivamente diventata ciò che gli americani definiscono come una military town [i]. Con tutte le conseguenze sociosanitarie e socio-ambientali del caso, che vanno dall’inquinamento elettromagnetico all’incremento della circolazione veicolare, dalla iperproduzione di rifiuti da smaltire all’impossibilità di monitorare i parametri ambientali in una cittadella extraterritoriale e per di più coperta dal segreto militare.

È NATO nu criaturo ô Laco Patria” – ironizzavo allora in un articolo [ii] – sottolineando come quel mega-comando ‘alleato’ invadesse 330.000 m2 di terreno giuglianese già infiltrato dalla camorra, cementificandoli con 282.000 m3 di edifici su 6 piani, di cui 2 prudenzialmente interrati. Insomma, una sede ‘strategica’ in ogni senso, popolata da circa 3.000 addetti militari e civili, corredata da un minaccioso complesso di radar e protetta da bunker ed avveniristici sistemi di cyber-sicurezza. Il costo dell’occupazione militare da parte di quel “fastidioso NeoNato[iii] si aggirò allora sui 200 milioni di euro, integrati da 14 milioni di stanziamenti statali e regionali, destinati al Comune ospitante per finanziarvi opere infrastrutturali. Evidentemente grata per tali sostanziose ‘compensazioni’ economiche – ma purtroppo molto meno preoccupata dell’impatto della maxi-base sul suo già complicato equilibrio ambientale – Giugliano ha ribadito la sua natura di military town con ripetute dimostrazioni di servilismo verso i nuovi e potenti padroni. In questo decennio, infatti, si sono moltiplicate ‘spontanee’ visite d’intere scolaresche giuglianesi e qualianesi al quartiergenerale di Lago Patria [iv], come pure gli incontri nelle classi con generali ed ammiragli ed altre visite di “buon viciNATO” da parte di ufficiali del JFC al Municipio ed alla locale struttura ospedaliera [v].

Inoltre, le amministrazioni comunali da allora succedutesi ‘patriotticamente’ si sono date da fare a ribadire la loro devozione anche alle nostre forze armate, stipulando specifici accordi e favorendo apertamente l’infiltrazione dei militari negli istituti scolastici giuglianesi. L’ultimo esempio, in data11.11.2021, si è avuto quando Pirozzi, l’attuale Sindaco, ha sottoscritto col generale Tota, numero 1 del Comando Forze Operative Sud, un protocollo d’intesa con lo scopo di: «…educare i ragazzi, attraverso la formazione degli insegnanti negli Istituti scolastici, sul tema della gestione dei rifiuti, con particolare riferimento alla raccolta e al loro conferimento […] con l’obiettivo di sensibilizzare le giovani generazioni alla prevenzione dei reati ambientali» [vi].

Ebbene, che i militari – da sempre responsabili della pesante impronta ecologica su territori sottratti ai controlli ambientali e, anche in tempo di ‘pace’, fonte d’inquinamento di aria, acqua e suolo – si presentino come esperti nel campo dell’educazione ambientale è di per sé grottesco e paradossale. Ma che sia stato un ente locale, a nome d’una comunità civile, ad affidare loro questo compito, autorizzandoli ad entrare nelle proprie scuole con la patente di formatori a ‘buone pratiche’ ambientali, appare ancor più grave e deplorevole. Il sindaco di Giugliano ha dichiarato che: «…la collaborazione con i militari dell’Esercito in materia di controllo e di tutela ambientale è stata finora molto proficua […] si procede in questa direzione coinvolgendo anche le famiglie attraverso i ragazzi, col sostegno importantissimo delle scuole, a sostegno anche delle tante attività che il Comune sta mettendo in campo per migliorare la qualità della vita in città» [vii]. Francamente non so quanti Giuglianesi se ne siano accorti, ma è lecito dubitarne…

Perfino Scipione l’Africano non avrebbe condiviso affermazioni così azzardate, con cui si cerca di razionalizzare un’operazione di dubbia legittimità (quali specifiche competenze didattiche ha un’amministrazione comunale, fatta salva quella istituzionale sugli immobili scolastici?) e che appare comunque molto discutibile, trattandosi d’un atto autonomo della Giunta e non del risultato di una discussione consiliare. Del resto proprio Scipione, lo stratega delle guerre puniche, secondo Tito Livio [viii] avrebbe affermato: “Nullum scelus rationem habet”, traducibile con: “nessun misfatto ha una scusante”.  Come docente ecopacifista e come responsabile nazionale e locale dell’associazione ambientalista VAS e del Movimento Internazionale della Riconciliazione, ho richiesto ufficialmente al Sindaco copia del suddetto protocollo d’intesa con l’Esercito Già in un precedente comunicato stampa avevo espresso la netta contrarietà di chi si oppone alla militarizzazione della scuola, contrapponendovi progetti di educazione alla pace, alla difesa civile ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti.

Ed infatti non ci sono scusanti per un’azione d’indottrinamento militare rivolto a bambini delle elementari e ragazzini delle medie, col pretesto d’insegnargli come si fa la raccolta differenziata oppure di fargli sapere quanto sono belle e moderne le tecnologie informatiche dei registi delle guerre a distanza. Come promotori della Campagna nazionale “Scuole Smilitarizzate[ix] ci siamo adoperati già dallo scorso anno per denunciare ed arginare la pervasiva azione propagandistica delle forze armate nelle scuole italiane. Ma mentre a causa delle restrizioni sanitarie è stato quasi impossibile svolgere iniziative antimilitariste, recentemente in Campania gli artificieri dell’Esercito sono andati nelle scuole “a sensibilizzare i più piccoli all’uso sicuro dei fuochi d’artificio[x] o a “raccontare ai piccoli alunni le particolarità dell’Esercito Italiano” [xi]. In Sicilia, addirittura, la direzione scolastica regionale ha stipulato “un protocollo d’intesa di durata triennale con l’Esercito italiano per consentire lo svolgimento delle attività di alternanza scuola-lavoro in alcuni dei reparti militari presenti nell’Isola[xii]…!

Come possiamo chiudere gli occhi, poi, sulla subdola strategia dell’emergenza, grazie alla quale i militari stanno infiltrando tutti i settori della società, dalla sanità alla protezione civile, dai trasporti alla pubblica sicurezza, abituandoci ad un’assurda ‘normalità’ fatta di mimetiche, stellette e mitra spianati? Come possiamo digerire trasmissioni come “La Caserma” e altre subdole evocazioni d’una società improntata alla disciplina militare? Come giustificare che, di fronte a disservizi nei trasporti o ai cumuli di rifiuti, ci sia sempre qualcuno che giunge a invocare l’intervento dell’esercito?  Bisogna dunque resistere a queste pericolose tentazioni autoritarie e militariste, contrapponendovi la controinformazione ed opportune campagne di educazione alla pace, al disarmo ed alla smilitarizzazione del territorio. Facciamolo per noi, ma soprattutto per i nostri ragazzi/e, se non vogliamo ritrovarci ai tempi cupi del “libro e moschetto”.


N O T E

[i] https://en.wikipedia.org/wiki/Military_town

[ii] https://ermetespeacebook.blog/2012/05/26/e-nato-nu-criaturo-o-laco-e-patria/

[iii] https://contropiano.org/news/politica-news/2011/07/09/napolilago-patria-un-fastidioso-neo-nato-02369

[iv]  V. ad es.: https://www.ilcarrettinonews.it/in-gita-alla-base-nato-che-arricchi-la-camorra/ , https://www.istitutodonvitale.edu.it/pagine/scuola-civili-e-militari-alla-base-nato-di-lago-patria , https://www.ilcarrettinonews.it/in-gita-alla-base-nato-che-arricchi-la-camorra/ 

[v] https://ermetespeacebook.blog/2012/07/17/prove-tecniche-di-buon-vici-nato/

[vi] https://www.reportdifesa.it/esercito-italiano-firmato-un-protocollo-dintesa-per-sensibilizzare-i-ragazzi-sul-tema-delleducazione-e-sulla-gestione-dei-rifiuti-con-laiuto-degli-insegnanti/

[vii] Ibidem

[viii] Tito Livio, Ab Urbe condita, XXVIII, 28

[ix]  https://www.facebook.com/scuole.smilitarizzate/

[x] http://www.esercito.difesa.it/comunicazione/Pagine/seminario-feste-sicure_211220.aspx?fbclid=IwAR0t-SrzU3P84mjRJB5VzskIqhNCOKbhjgNg_TjfJL0UJUt_hG-xIxvF9og

[xi] https://www.anteprima24.it/napoli/esercito-scuola-napoletano/?fbclid=IwAR3dm5-nZakBwRxvKJ0H5y4Ek-5NsZl_C8m4wf_WLWQWtKvnSjTMjE_O41A

[xii] https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2021/12/lalternanza-scuola-lavoro-in-sicilia-si.html?fbclid=IwAR2OoJ96dWsWiLT9MshAV91IHx6LgaVX6VCdZUJ6EWM1vldvH2rP3HNpTEc

http://www.esercito.difesa.it/comunicazione/Pagine/esercito-e-comune-di-giugliano_211112.aspx

Una lapide al ‘militarismo noto’

“Ogn’anno, il 4 novembre, c’è l’usanza…”

Ancora una volta, ecco che si ripete il solito copione. Ogni 4 novembre, in occasione della giornata della ‘Unità nazionale’ – da decenni indissolubilmente legata alla celebrazione delle Forze armate – le teste d’uovo della Difesa si sforzano di trovare la chiave giusta per rispolverare la retorica patriottarda e guerrafondaia. Ed in questo 2021 hanno potuto contare su un’occasione propizia: il centenario del ‘Milite Ignoto’, commemorato nel monumento che fu l’apoteosi architettonica del Regno d’Italia, quel ‘Vittoriano’ costruito 10 anni prima, che proprio nel 1921 ospitò il sacello del ‘Milite Ignoto’, da allora conosciuto come ‘Altare della Patria’. L’utilizzo di un linguaggio vagamente religioso (sacello, altare…) sottolineava la ‘sacralità’ di quel trionfalistico tempio alla nazione, continuando la lunga e penosa tradizione della contaminazione della fede cristiana con la fiducia nell’indefettibile potenza degli eserciti e nella glorificazione della Patria. Un secolo dopo, la stessa retorica gronda dai messaggi coi quali la Difesa esalta la memoria della ‘grande guerra’, adattando però il ruolo delle forze armate alle attuali ‘emergenze’ e sottolineandone opportunamente la funzione ‘civica’ oltre che militare.

Ho più volte affermato la necessità di utilizzare gli strumenti dell’analisi linguistica per svelare i significati meno espliciti dei messaggi propagandistici da cui siamo quotidianamente bombardati, la cui tonalità sta virando sempre più verso il grigio-verde. Il ‘mimetismo’ dei militari, in effetti, non si esaurisce nell’utilizzo delle uniformi dei soldati, ma pervade sempre più la società civile, per rassicurarla sulla loro democraticità e per accreditarli come difensori della sicurezza e della salute degli italiani [i].  Ma è proprio in occasioni come la ‘festa’ del 4 novembre – tanto più nel centenario del ‘Milite Ignoto’ – che la vena enfatica non riesce più ad essere contenuta, per cui dal breve spot predisposto anche quest’anno dalla Difesa [ii] trasuda l’abituale retorica autocelebrativa. In un messaggio di appena mezzo minuto, infatti, affiorano tutti i soliti stereotipi, evidenti nell’utilizzo di ‘parole-chiave’ di natura apparentemente più ‘civile’ (‘servizio’, ‘impegno’, ‘dedizione’, ‘cura’, ‘umanità’ ‘passione’), coniugate con una terminologia ispirata a sempiterni ‘valori’ militari (‘sacrificio’, ‘difesa’, ‘unità’, ‘coraggio’, ‘sicurezza’, ‘grandezza’). Le stesse immagini – un mix di filmati bellici in bianco e nero e di scene tratte dal docufilm “La scelta di Maria” (prodotto per l’occasione e proposto da Rai Cinema, col patrocinio del Ministero della difesa [iii]) – suggeriscono che quella ‘storia’ sta rinnovandosi oggi, grazie all’eroica ‘dedizione’ ed all’efficienza tecnologica e organizzativa dei corpi militari, particolarmente in occasione dell’attuale pandemia.

In questo cortometraggio, a fangose trincee, vecchie imbarcazioni militari, aerei e postazioni di artiglieria rievocanti la ‘grande guerra’ sono state affiancate immagini di carabinieri che soccorrono alluvionati, di ‘missioni umanitarie’ svolte per l’ONU e d’inseguimenti delle motovedette della Guardia di finanza, suggerendo un’improbabile continuità logica tra tempo di guerra e tempo di pace. Non mancano scene più bellicose, con perlustrazioni aeree dei caccia, monitoraggio dei mari con portaerei e dei terreni più ‘caldi’ con blindati e carri armati, ma accostate ad altre più rassicuranti, dove sorridenti soldatesse dispensano palloncini ai bambini e rutilanti ‘frecce tricolori’ sorvolano il Vittoriano, riportandoci alla commemorazione del ‘Milite Ignoto’. Purtroppo, decenni di contestazione antimilitarista e di azione nonviolenta non sembrerebbero aver scalfito il mito patriottico che le Forze armate continuano impudentemente ad accreditare, mistificando il senso di quel deprecabile massacro – la ‘inutile strage’, così qualificata già nel 1917 da Papa Benedetto XV – che di grande aveva solo la follia sanguinaria dell’imperialismo delle potenze mondiali. Un severo monito riecheggiante anche oggi nelle parole di Papa Francesco che, oltre un secolo dopo, durante la celebrazione del 2 novembre al Cimitero Francese di Roma, ha ricordato che, invece di esaltare gli eroi, dovremmo piuttosto commemorare: “le vittime della guerra che mangia i figli della patria”. Il ‘grido di dolore’ del pontefice, è bene sottolinearlo, è stato giustamente attualizzato ed allargato alla decisa condanna di chi la guerra prepara e finanzia: “Queste tombe sono un messaggio di pace: fermatevi fratelli e sorelle, fermatevi fabbricatori di armi, fermatevi!” [iv].

Contestiamo quel ‘militarismo noto’ con l’ecopacifismo 

Da parte loro, i movimenti pacifisti e nonviolenti italiani non hanno mai smesso di deprecare la ‘celebrazione’ della guerra e la sua retorica patriottarda. Anche nel 2021 – anno in cui trae ulteriore alimento dal ricordo del centenario del ‘Milite ignoto’ – non sono mancati i messaggi antimilitaristi, fra cui quello del Movimento Nonviolento, nel quale si ribadisce che il 4 novembre per noi Italiani dovrebbe essere una giornata di ‘lutto’, non certo di ‘festa’.

«La data del 4 novembre viene esaltata con continuità dal fascismo fino ad oggi, per richiamare l’unità dell’Italia sotto il segno della guerra e dell’esercito: “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate” nell’anniversario della fine di un tragico conflitto che costò al nostro paese un milione e duecentomila morti (600.000 civili e 600.000 militari); per la prima volta nella storia a morire a causa della guerra non erano solo i militari al fronte, ma in pari numero i civili vittime di bombardamenti o di stenti, malattie, epidemie causate dalla guerra stessa. Nella prima guerra mondiale si usarono per la prima volta armi di sterminio di massa. Per la prima volta si bombardarono le città. Nelle guerre di oggi sono principalmente i civili a morire; le nuove armi sono sempre più micidiali. Quanto ci costano oggi le spese militari italiane? Quali armi costruiamo ed esportiamo? Quale il ruolo dell’Italia nelle guerre che incendiano il mondo? Se davvero vogliamo onorare i morti di ieri dobbiamo impegnarci oggi contro le guerre e la loro preparazione. Solo la nonviolenza salverà l’umanità».[v]

Il Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), associandosi a tale appello, vi ha opportunamente aggiunto una sottolineatura particolare, cogliendo in altri eventi di grande attualità – come il G 2o di Roma e la COP 26 di Glasgow – l’occasione per ribadire il ruolo del sistema militare-industriale nella devastazione ambientale e nell’alterazione del clima, generalmente sottovalutato o prudentemente sottaciuto.

«Il Movimento Internazionale della Riconciliazione, in nome della nonviolenza agli esseri umani e alla natura, raccomanda di aggiungere alle richieste ambientaliste la riduzione delle spese militari e l’abolizione degli armamenti di distruzione totale, nocivi per l’ambiente dalla produzione al loro utilizzo. Come si è detto nelle iniziative del 30 ottobre del MIR per la “Giornata globale d’azione per il clima” indetta dall’IFOR (International Fellowship of Reconciliation): “Il Sistema militare provoca disastri ambientali”. Questo fa parte del progetto ecopacifista contenuto nel libro del MIR “La colomba e il ramoscello”, Edizioni Gruppo Abele» [vi].

Il vero problema, però, è far giungere tali appelli a tante persone che, pur non nutrendo un particolare spirito patriottico o militarista, restano comunque indifferenti, come se si trattasse di questioni estranee ai problemi quotidiani ed al futuro dei loro figli.  Un altro rischio è che il pacifismo continui ad essere identificato con un’opzione esclusivamente morale o, peggio, con un’espressione sentimentale ed utopica. La verità è che il militarismo si sta subdolamente infiltrando in ogni ambito della stessa vita civile (dalla scuola alla sanità, dall’ordine pubblico alla pianificazione economica) e che, comunque, lo stesso ‘no alla guerra’ rischia di non avere senso se non ci si oppone anche all’imperialismo subdolo dei grandi della Terra, gli stessi che stanno irresponsabilmente mettendo a rischio la nostra sopravvivenza su un Pianeta sempre più depredato, inquinato e desertificato. In un giorno di lutto come il 4 novembre, dunque, la speranza da coltivare – simboleggiata dalla nota immagine della colomba che regge nel becco un ramoscello d’ulivo – è che una vera sinergia tra movimenti ecologisti e pacifisti accresca finalmente la consapevolezza dell’opinione pubblica sul nesso tra opposizione al complesso militar-industriale e lotte per la salvaguardia dell’ambiente naturale e dei suoi delicati equilibri ecologici.

Per fare pace tra noi, ma anche con la natura di cui abbiamo dimenticato di fare parte.


Note:

[i]  Su tale aspetto mi sono già ampiamente soffermato in alcuni precedenti articoli per il blog, fra cui: “De-formazioni paramilitari” (https://ermetespeacebook.blog/2021/07/26/de-formazioni-paramilitari/ ), “Vaxtruppen” (https://ermetespeacebook.blog/2021/06/20/vaxtruppen/  ); “Ripudiare la guerra: dalla parole ai fatti” (https://ermetespeacebook.blog/2021/06/03/ripudiare-la-guerra-dalle-parole-ai-fatti/ ); “Piano di Ripresa…militar-industriale” (https://ermetespeacebook.blog/2021/04/03/piano-di-ripresa-militar-industriale/ ) etc.

[ii] Vedi in https://www.difesa.it/Content/Manifestazioni/4novembre/2021/Pagine/default.aspx

[iii] Cfr. https://www.rainews.it/dl/rainews/media/Festa-del-Cinema-Sonia-Bergamasco-Francesco-Micciche-La-scelta-di-Maria-Milite-Ignoto-4da90f8e-06a3-47b4-a8d2-05d3cd2024b2.html

[iv] I. Sol., “Cimitero Militare. Il Papa: queste tombe gridano pace. Fermatevi fabbricatori di armi”, Avvenire, 02.11.2021 > https://www.avvenire.it/papa/pagine/commemorazione-dei-defunti-papa-francesco-cimitero-militare-francese

[v] Movimento Nonviolento, “4 novembre. Non festa ma lutto”, Nonviolenti.org (30.10.2021) > https://www.nonviolenti.org/cms/4-novembre-non-festa-ma-lutto/

[vi] Movimento Internazionale della Riconciliazione, “I Governi si impegnino nella COP26 a tagli significativi delle emissioni inquinanti militari”, Miritalia.org (01.11.2021) > https://www.miritalia.org/2021/11/01/i-governi-si-impegnino-nella-cop26-a-tagli-significativi-delle-emissioni-inquinanti-militari/

© 2021 Ermete Ferraro

De-formazioni paramilitari

Dopo l’esperienza televisiva della serie televisiva La Caserma [i] (sulla quale a suo tempo espressi il mio pensiero con una nota in lingua napolitana [ii]) nella nostra ‘repubblica che ripudia la guerra’ prosegue in varie forme, anche fuori dei canali istituzionali delle forze armate, una crescente propaganda militarista.  Grazie alla segnalazione di un amico, ad esempio, ho scoperto che la romana Nissolino Academy (che si autodefinisce “esclusiva accademia di formazione ad indirizzo militare per i giovani meritevoli che ambiscono ai futuri quadri direttivi delle Forze Armate e delle Forze di Polizia[iii] ) ha pubblicamente lanciato la sua proposta di bootcamp, un addestramento militare accelerato per giovani volenterosi e motivati [iv]. Nella pagina del sito dedicata a questa formazione paramilitare (ma loro la chiamano “propedeutica alla vita militare”…) si precisa che è riservata a 20 ultradiciassettenni di entrambi i sessi da selezionare, che ha una durata abbastanza limitata (dal 29 agosto al 9 settembre prossimi), e che costa 1.800 euro. Si aggiunge che:

«le attività e le challenge del Nissolino Academy Bootcamp saranno riprese dalle videocamere di Skuola.net, per dare vita a un docu-reality suddiviso in 7 puntate, che sarà trasmesso online a partire da Maggio 2022». [v]

Il copione dell’iniziativa, visto il taglio mediatico, sembra il solito concentrato militarista di retorica, atletismo, disciplina e ‘spirito di squadra’. Il programma del campo-scuola per aspiranti combattenti, infatti, è stato così dettagliato:

«Attività ludico-addestrative > addestramento formale (alzabandiera, ammainabandiera, adunata, marcia, ecc.) – prove ginnico sportive – gare di orienteering – esercitazioni di softair – camuffamento militare – movimento tattico diurno e notturno. Attività psicoattitudinali > test della personalità – test psicoattitudinali – test motivazionali» [vi].

Né più né meno di quanto è stato ammannito a chi ha seguito le puntate de La Caserma, ivi compreso l’inserimento di un monitoraggio psicologico di tale addestramento, da cui ovviamente dovrebbe dedursi la rapida ed immancabile evoluzione della personalità degli anonimi ed individualisti giovanotti/e partecipanti, prodigiosamente trasformati dal corso in veri e propri soldatini.

Il percorso ‘formativo’, per ammissione degli stessi organizzatori, è frutto sia di una rigorosa routine paramilitare sul piano comportamentale, sia della educazione ad alcuni consolidati valori etico-patriottici sul piano mentale.

 «Il ripetersi della sveglia, dell’alzabandiera, dei pasti e delle attività svolte in gruppo, dormire nelle camerate e condividere le gioie e i sacrifici, crea fra i cadetti un senso di appartenenza promuovendo maturazione e crescita personale […] Chi sceglie di indossare la divisa solitamente è spinto dalla passione e dalla condivisione di valori fondamentali come coraggio, disciplina, rispetto, obbedienza, patriottismo, spirito di sacrificio, altruismo e senso del dovere. Scegliere la vita militare vuol dire anche essere pronti a stare lontani dalla famiglia e dagli affetti più cari, favorendo istinto di indipendenza e capacità di adattamento a situazioni nuove». [vii]

Voglio pure sorvolare sull’evidente contraddizione tra un addestramento basato su obbedienza e disciplina gerarchica e promozione di personalità mature e ‘indipendenti’. Però non posso fare a meno di sottolineare l’artificiosità dell’esito finale di questo corso accelerato di convivenza ‘cameratesca’ e di formazione allo spirito di ‘corpo’. L’adattamento alle norme d’una struttura organizzativa improntata a criteri opposti a quelli cui i /le giovani sono abituati, infatti, deriva solo dalla full immertion in un mondo parallelo a quello ‘civile’, scandito da regole ferree e indiscutibili, cui si può solo ubbidire in maniera “pronta, rispettosa e leale”. [viii]

Certo, chi sceglie questo genere di percorso avrà già acquisito un’impostazione di un certo tipo, visto che si tratta di un’esperienza volontaria. Però molto incide il clima spersonalizzante e gerarchico su cui si fonda l’istituzione militare e l’insistenza autoreferenziale sul fatto che sarebbe una ‘preparazione’ a 360 gradi (didattica, psico-attitudinale, atletica e perfino nutrizionale [ix]), lasciando intendere che solo in uniforme e stando in riga tutto ciò sia davvero possibile.

Un altro leit-motiv propagandandistico di questi addestramenti pre/para-militari è l’insistenza sul concetto di ‘sfida’ (spesso declinato nella forma inglese challenge). Non a caso, infatti, nella pagina web introduttiva della Nissolino Academy Bootcamp si sottolinea:

«…l’opportunità di confrontarsi per 12 giorni con i ritmi della vita militare, sfidando costantemente se stessi e i loro compagni di squadra. Il Nissolino Academy Bootcamp è riservato ai giovani più meritevoli che mostreranno spirito di iniziativa, impegno, forza, costanza e collaborazione». [x]  

Che il ‘confronto’ non si riduca per forza ad una ‘sfida’, oppure che lo spirito d’iniziativa e di collaborazione non siano affatto una prerogativa di chi veste la divisa, non sfiora nemmeno la mente degli addestratori militari. Un altro elemento attrattivo consiste poi nel presentare questi massacranti dodici giorni d’immersione nella realtà degli sturmtruppen come se si trattasse d’una vacanza impegnativa ma, tutto sommato, quasi ludica.  Leggiamo infatti:

«Questa è la tua occasione per dimostrare quanto vali. Credi in te stesso, non perdere di vista l’obiettivo e tira fuori tutta la determinazione che hai…senza dimenticare di divertirti!». [xi]  

Non a caso nello stesso testo si utilizzano termini come camouflage (“occultamenti, travestimenti e altri accorgimenti ingannevoli”); orienteeringricerca di un certo numero di obiettivi elencati in una mappa, attraverso la scelta del percorso più breve») oppure softairattività ludico-ricreativa basata sulla simulazione di azioni militari, senza tuttavia essere violenta. I ragazzi indosseranno dispositivi di protezione individuale e utilizzeranno riproduzioni di vere armi da fuoco che sparano piccoli pallini di plastica biodegradabili, totalmente innocui…»).  Un grande ed appassionante gioco a squadre, insomma. Una specie di campo-scuola a metà fra campeggio estivo e formazione scoutistica, dove si sparano allegramente proiettili di plastica in attesa di sparare, col tempo, quelli un po’ meno degradabili ed un po’ più letali… Altro che partecipazione ai campi estivi per educare alla pace ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti! Lì s’impara il “movimento tattico”, si forma alla “leadership” e si prepara ad attività “multitasking”, accrescendo nei fortunati giovani partecipanti il “livello di ambizione”.

Che dire? Quello che mi preoccupa non è tanto il ‘camouflage’ da meritorio ente formativo di un ente privato che addestra a pagamento i nostri giovani a diventare bravi ed ubbidienti soldatini. Il vero problema è la pervasiva militarizzazione della società, della cultura e perfino del linguaggio quotidiano, cui in troppi si stanno assuefacendo, senza battere ciglio. Imparare ad ubbidire agli ordini e ad eliminare fisicamente gli avversari non può essere frutto di una ‘formazione’, ma piuttosto il risultato di una crescente deformazione ideologica ed etica, cui vanno contrapposti ben altri valori ed obiettivi. Concludo quindi con le parole di don Milani:

«E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all’obiezione che all’obbedienza. L’obiezione in questi 100 anni di storia l’han conosciuta troppo poco. L’obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l’han conosciuta anche troppo…». [xii]

© 2021 Ermete Ferraro


N o t e :

[i]  Vedi: https://www.raiplay.it/programmi/lacaserma

[ii] Ermete Ferraro, “ ‘A caserma nunn’è na scola ”, Napoli , quotidiano gratuito, 30.01.2121 > https://www.quotidianonapoli.it/2021/01/30/a-caserna-nunn-e-na-scola/?fbclid=IwAR1bDftCDTq0vnmY4Ebcq0HkpxAM6nFusARax6V7d3iLmgKyGY81wQTi50U

[iii] Vedi: https://www.nissolinoacademy.it/

[iv] Vedi: https://www.nissolinoacademy.it/nissolino-academy-bootcamp/?fbclid=IwAR2ZzLFtInF7kDoUM7UdL7y7dcPIXk0MSm7AfYQDAD0OrXe5tWpE16xi68Y

[v]   Ibidem

[vi]  Ibidem

[vii]  https://www.nissolinoacademy.it/vita-militare/

[viii] Cfr. art. 5, comma 1, del Regolamento  di Disciplina militare > https://www.peacelink.it/pace/a/76.html

[ix] Cfr. https://www.nissolinoacademy.it/vita-academy/

[x]  Vedi: https://www.nissolinoacademy.it/nissolino-academy-bootcamp-esperienza-vita-militare/

[xi]   Ibidem

[xii]  https://www.famigliacristiana.it/articolo/l-obbedienza-non-e-piu-una-virtu-il-testo-di-don-lorenzo-milani.aspx

VAXTRUPPEN…

Leggere sui giornali gli articoli relativi alle ‘strategie sanitarie’ [i] adottate dal governo italiano in materia di lotta al Covid-19 risulta estremamente istruttivo per chi si occupi di ‘analisi critica del discorso’ o, comunque, abbia una minima sensibilità nei confronti delle modalità comunicative dei media. È da oltre un anno e mezzo, infatti, che la pandemia da cui stiamo tentando di uscire viene presentata come una sorta di epico scontro tra il malvagio ed insidioso virus coronato (con tutte le sue trasformistiche mutazioni) ed una task force politico-tecnico-scientifica impegnata strenuamente e indefessamente nel contrastarlo e sconfiggerlo.

Il fatto è che il linguaggio bellico ha talmente intriso la narrazione di questa gravissima crisi sanitaria (con le sue conseguenze anche sul piano sociale, economico e politico) che a chi dovrebbe fare informazione sembra ormai quasi impossibile utilizzare un lessico medico o, quanto meno, di divulgazione scientifica degli aspetti preventivi e terapeutici dell’epidemia virale. Da quando al vertice della prode squadra è stato messo un generale di corpo d’armata, con tanto di penna sul cappello e medaglie al petto, indubbiamente si è rafforzata l’impronta militarista della crociata anti-covid.

Uno dei suoi punti centrali, inoltre, è stato l’evidente orientamento a colpire, oltre e forse più che il virus, tutti/e coloro che non condividono l’idea che la vaccinazione di massa sia l’unica via per uscire dalla crisi pandemica o che, comunque, non ritengono una sufficiente garanzia le esternazioni delle autorità sanitarie nazionali ed internazionali. L’andamento ondivago e contraddittorio delle dichiarazioni dei soloni di turno, d’altronde, non era certo il modo migliore per rassicurare i cittadini, che continuano a nutrire legittimi dubbi su tante questioni, che vanno dai rischi collaterali all’opportunità di vaccinare anche i ragazzi, dall’efficacia temporale dei vaccini alla validità e positività di un mix vaccinale.

Eppure, sfogliando le pagine del quotidiano il Mattino, [ii] tutti i dubbi in proposito appaiono inesistenti o pretestuosi, di fronte al ‘dovere’ di sottoporsi alla vaccinazione. A proposito di tono militarista, già in prima pagina il giornale ci parla di un piano per trovare i disertori”. Basta voltar pagina per trovarsi davanti, a corredo del titolo dell’articolo di taglio alto di seconda, la fiera espressione La battaglia contro il Covid. In terza pagina poi ci s’informa che è in corso un’iniziativa pubblicitaria, con spot su televisioni e social, trionfalmente denominata: “Coi vaccini vinciamo”: “Una campagna che, mentre prosegue quella vaccinale, chiederà ai cittadini di veicolare un messaggio di rinascita, attraverso un gesto simbolico: il segno della ‘V’ di Vaccino e di Vittoria”. [iii]   Sulla stessa pagina campeggia un articolo che riferisce della conferenza stampa di Draghi sulla “libertà di scelta” relativa ai richiami vaccinali, dove però si riferisce anche del monito lanciato dal generalissimo Figliuolo, secondo il quale occorre “…cercare in maniera attiva gli over 60… ad oggi ne mancano circa 2,8 milioni all’appello” [iv], L’autore dell’articolo, forse preoccupato che il tono non fosse abbastanza marziale, ha così chiosato: “Una nutrita schiera di renitenti con cui, in tutta evidenza, qualcosa non sta funzionando […] Il punto quindi è che quasi tre milioni di persone vanno cercate, trovate e in certi casi convinte a ricevere il vaccino contro il Covid…”.    Non si parla ancora di ‘rastrellamenti’ casa per casa, ma poco ci manca.  Due pagine dopo, su ‘Il Mattino’ si continua a battere sullo stesso tasto. In questo caso è Gigi Di Fiore che nel suo articolo scrive preoccupato di una “fuga dai vaccini”, commentando che “Ai no vax si sono aggiunti i boh vax.[v]

Ma è nella cronaca di Napoli che il quotidiano raggiunge il vertice della retorica bellica. L’articolo di Ettore Mautone sulla “lotta al Covid” già nel titolo lancia addirittura un appello a “Stanare i disertori”. Si riferisce che anche la Regione Campania sta pianificando una vera e propria strategia “per reclutare i dispersi […] Azioni da mettere in campo…per reclutare chi non si è ancora vaccinato tra gli over 60”. [vi]   L’approccio militarista agli interventi di contrasto alla pandemia da Covid-19, dunque, non solo continua ma si consolida. L’insoddifazione delle autorità governative e regionali per non aver conseguito del tutto gli obiettivi che si erano prefissati, infatti, sembra sfogarsi in modo stizzoso quanto autoritario su coloro che non hanno obbedito disciplinatamente alle loro direttive. Ecco, allora, che nel miglior caso vengono qualificati come ‘dispersi’, mentre in quello di rifiuto palese come ‘renitenti’ e perfino ‘disertori’. Questi ‘fuggiaschi’ andrebbero a tutti i costi ‘convinti’, ‘reclutati’ e, se necessario, ‘stanati’ da dove si nascondono, facendosi forti dell’art. 32 della Costituzione, in base al quale: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Ma, a quanto pare, nulla sembra fermare le ‘VaxTruppen’ del generale Figliuolo. A meno che il buon senso, le elementari norme di democrazia ed il rispetto delle persone non abbiano la meglio sulla loro ridicola arroganza e sul vergognoso atteggiamento subalterno dei media.


[i] Ermete Ferraro (2021), “Strategie sanitarie…”, il Dialogo, 03.03.2021 > https://www.ildialogo.org/elezioni/dibattito_1614758540.htm

[ii]   Cfr. IL MATTINO, ediz. Di Napoli, 19.06.2021 >

[iii]  “Col vaccino vinciamo”: ecco gli spot su tv e social, ivi, p. 3

[iv]  Francesco Malfetano, “Richiami, libertà di scelta. Draghi: ma io farò il mix”, ivi, p. 3

[v]  Gigi Di Fiore, “Napoli, fuiga dai vaccini. La Regione chiude 2 hub”, ivi, p. 5

[vi]  Ettore Mautone, “Vaccini, canali social e medici di famiglia ‘Stanare i disertori’ “, ivi, p. 22


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