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Un’Europa sempre più verde

Dopo il clamoroso successo dei Verdi a livello europeo – che porta il loro schieramento (Group of Greens/ European Free Alliance) a svolgere un ruolo di rilievo nel Parlamento dell’U.E. – in molti si sono comprensibilmente chiesti perché mai il partito verde italiano, con la sua magra percentuale del 2.32%, sia rimasto invece il fanalino di coda. Se infatti si escludono risultati ancora più magri – come quello dell’Ungheria (2.18%) oppure quelli dei Paesi che si attestano attorno o addirittura al di sotto dell’1% (come: Slovenia, Malta, Grecia ed Estonia) – è purtroppo evidente che le ultime prestazioni elettorali dei Verdi italiani, pur registrando una certa crescita dei voti, sono però deludenti ed ininfluenti.

Qualche politologo o commentatore ha provato a dare una spiegazione di questo preoccupante fenomeno, che dopo le elezioni europee ci presenta un’Italia in maggioranza di colore sì ‘verde’, ma nell’accezione introdotta dalla Lega di Salvini, quanto di più lontano può esserci da un movimento ecologista. Se si osserva una cartina, quindi, è impossibile non notare che i Verdi si sono affermati ancor di più in alcune realtà mitteleuropee – come Germania e Francia – e sono significativamente in crescita in altre aree centrali e nordiche, come Austria, Belgio. Lussemburgo, Finlandia, Irlanda e Danimarca. Viceversa, ad eccezione di Spagna e Portogallo, l’affermazione del progetto ecologista dei Verdi stenta ancora ad affermarsi nell’Europa mediterranea.

Una lettura dei risultati elettorali l’ha tentata Mao Valpiana, storico esponente del Movimento Nonviolento italiano, candidato in Europa Verde nella circoscrizione nord-est.

«Nella penisola, anche a causa dello sbarramento al 4%, i Verdi non hanno avuto eletti, hanno raccolto oltre 600 mila voti, fermandosi al 2,3% dei consensi. In Italia hanno prevalso il timore, la paura, la chiusura, il voto maggioritario è andato al partito negazionista della crisi climatica. Questo è un fatto politicamente molto grave e preoccupante. […] Il tema cruciale della campagna elettorale, in Europa, era la politica climatica e ambientale, e i verdi hanno riscosso la fiducia degli elettori. Non a caso anche tra gli italiani all’estero i Verdi sono la quarta formazione politica scelta». [i]

Tale analisi delle ragioni del non-voto verde in Italia mi sembra in larga parte condivisibile. È evidente infatti che inseguire il cosiddetto ‘voto utile’ ha portato i nostri concittadini a premiare ancora una volta i partiti maggiori e le coalizioni di quelli minori. Certo, il timore di sprecare il proprio voto, ma anche la chiusura verso un messaggio di profondo cambiamento della mentalità potrebbero essere stati dei motivi per cui i Verdi italiani non sono riusciti a raccogliere i consensi necessari ad esprimere almeno un proprio esponente al Parlamento europeo. Ma si tratta solo di scarsa motivazione degli elettori, oppure il problema vero è altrove, cioè nella capacità effettiva che gli eredi del ‘sole che ride’ hanno di rappresentare un riferimento chiaro ed affidabile?

Greta si è fermata ad Eboli?

L’amico Valpiana – cui mi legano decenni di comuni battaglie antimilitariste e nonviolente – si sbilancia in un accenno di analisi sociologica, affermando:

«… nel nostro paese prevale ancora il voto per un interesse personale, mentre oltralpe il voto è legato ad un interesse collettivo…» [ii].  

Mi sembra onestamente uno stereotipo piuttosto scontato e banale, che attribuisce ai popoli d’oltralpe un idealismo politico ed una coscienza civica assai superiore a quella del comune homo italicus (soprattutto se meridionale, da sempre bollato col marchio del ‘familismo amorale’ e simili luoghi comuni…). Dall’insistenza sull’affermazione del candidato verde sud-tirolese e dall’accenno al dato che in alcune zone del nord-est italiano si è sfiorato il 10% di consensi, in effetti, mi sembra di avvertire una scarsa fiducia nella possibilità che il movimento ecologista possa affermarsi al di sotto dell’area cispadana. Ma è davvero il caso di tirare in ballo la mai sopita contrapposizione tra la cultura ‘collettiva’ mitteleuropea ed una visione individualista ed anarcoide che sarebbe tipica dei ‘sudisti’? I risultati elettorali conseguiti in Italia da formazioni politiche minori come La Sinistra, +Europa e Verdi – schiacciati nella morsa di un centro-nord a maggioranza leghista e di un meridione prevalentemente pentastellato – mostrano più in generale quanto purtroppo sia poco radicata una visione politica alternativa a quella rappresentata dall’attuale maggioranza populista-identitaria. Mi sa quindi che c’entra poco l’interesse collettivo cui si riferiva Valpiana, dal momento che, pur con alcune interessanti eccezioni – l’onda verde suscitata in particolare tra i giovani dalla protesta ecologista senza se e senza ma, incarnata dalla figura di Greta Thunberg, si è fermata molto prima di giungere alla fatidica Eboli…

Le ragioni sono diverse ed alcuni anni fa qualcuno aveva provato ad analizzarle in modo più scientifico, impostando un’accurata ricerca su alcune ipotesi di lavoro. Si tratta di uno studio comparativo svolto alla fine del 2017 da Zack P. Grant e James Tilley – dal significativo titolo “Terreno fertile: come spiegare le variazioni nel successo dei Verdi europei” – nel quale si utilizzano una grande quantità di dati elettorali, relativi a 32 Paesi nel corso di 45 anni, per verificare le cause dell’affermazione dei Verdi, a partire da alcune differenti teorie.

«I partiti verdi vanno bene nelle società con conflitti post-materialisti causati da alti livelli di ricchezza o dalla presenza di una tangibile controversia ambientale […] Mentre i partiti tradizionali possono scalzare i giovani partiti verdi adottando la questione ambientale, questo effetto è invertito una volta che i Verdi sono sopravvissuti a un certo numero di elezioni». [iii]

La ricerca parte dalla distinzione tra le tre possibili fonti di tale successo: domanda da parte degli elettori, vincoli istituzionali ed opportunità politica fornita dagli stessi partiti tradizionali. Nel primo caso, la crescita dei voti verdi sarebbe attribuibile allo sviluppo economico e/o allo sviluppo dell’energia nucleare, mentre l’aumento della disoccupazione agirebbe in senso contrario. Nel secondo caso, invece, il decentramento politico-amministrativo e l’impiego di un sistema elettorale proporzionale giocherebbe a favore dei Verdi. Infine, prendendo in esame le opportunità politiche, la sesta ipotesi vedrebbe la crescita elettorale dei partiti della sinistra radicale inversamente proporzionale a quella dei quelli verdi, laddove la settima ed ultima sottolinea che una strategia ‘accomodante’ da parte dei partiti più importanti svantaggerebbe quelli verdi, mentre strategie di netta contrapposizione li rafforzerebbero.

Dove il gira-sole non ride

Osservo che, pur trattandosi di una seria ricerca, i suoi risultati corrispondono solo in parte alla travagliata vicenda dei Verdi italiani. Essi sono effettivamente nati nella seconda parte degli anni ’80 sull’onda della protesta antinucleare ed è pur vero che in una realtà sociale contrassegnata dalla crisi economica e dalla disoccupazione l’affermazione di un progetto politico caratterizzato da priorità ambientaliste risulta difficile. Ė peraltro innegabile che una realtà amministrativa accentrata come quella italiana, caratterizzata per molti anni anche da un sistema elettorale maggioritario e che premiava le coalizioni, non ha sicuramente agevolato formazioni minoritarie come i Verdi.  Qui però i punti di contatto con lo studio in questione si esauriscono, anche se non è da escludersi che strumentali aperture ‘ambientaliste’ da parte dei tradizionali partiti italiani abbiano sottratto ulteriormente consensi ad una formazione spiccatamente ambientalista. La vera questione, il suo nodo critico, riguarda invece l’identità dei Verdi del ‘sole che ride’ o, per meglio dire, l’immagine che essi hanno saputo trasmettere (e lasciare di sé) agli Italiani.

Nel suo articolo, Mao Valpiana attribuisce la colpa della loro mancata affermazione di Europa Verde – pur in presenza di un’indiscutibile green wave – a tre fattori principali. Il primo è quello riconducibile al sistema elettorale, col suo sbarramento al 4%. Il secondo è l’oscuramento mediatico da cui sarebbero stati penalizzati. Il terzo, e più importante, è che:

«…l’esito generale, in Italia, invece, ha rispecchiato le previsioni di una campagna elettorale molto nazionale, compressa nella politica interna, dove i temi europei non erano presenti, e ciò contribuirà ad isolare ancor più il nostro paese nell’Unione». [iv]

Pur dando per scontato che un ‘vaso di coccio’ come quello degli ecologisti è comunque penalizzato in una competizione con ‘vasi di ferro’ e che i media tendono da sempre ad ignorare o a banalizzare le battaglie dei Verdi, non si può negare d’altronde che se la sensibilità dell’elettorato italiano nei confronti delle tematiche ambientaliste resta piuttosto limitata, la responsabilità è anche di chi, in questi anni, ha fatto ben poco per accrescerla. L’aver distinto nettamente le battaglie di natura ecologista da quelle socio-economiche è stato, a mio giudizio, un grave errore dei Verdi italiani, che ha implicitamente rafforzato il luogo comune secondo il quale l’ambientalismo è fatto per chi ha la pancia piena e non ha bisogni primari da soddisfare.

Che occuparsi di salvaguardia dell’ambiente sia un vezzo radical-chic, infatti, era e resta un’opinione che avrebbe dovuto essere smentita coi fatti più che a parole, evidenziando il nesso profondo tra devastazione del patrimonio naturale ed avidità di chi persegue solo il profitto e respinge ogni interesse collettivo. È vero che la recente campagna elettorale italiana per le Europee ha avuto un taglio troppo ‘interno’, escludendo temi-chiave di natura transnazionale ed internazionale e richiudendosi in una visione identitario-protezionista. Ma una realtà prevalentemente ecologista come i Verdi avrebbe comunque dovuto cogliere (e denunciare) il legame fra politiche securitarie ed identitarie e conseguente chiusura ad ogni vincolo/accordo internazionale a tutela dell’ambiente naturale, sottoposto alla stessa logica di mercificazione e sfruttamento selvaggio cui sono condannati gli esseri umani.

Daltonismo o miopia politica?

Scrive Valpiana che: «…il tema cruciale della campagna elettorale, in Europa, era la politica climatica e ambientale, e i verdi hanno riscosso la fiducia degli elettori».[v]  

Sarebbe però ingenuo – o addirittura fuorviante – far credere che una proposta politica incentrata sul contrasto al cambiamento climatico e sull’urgenza di uscire dalle fonti energetiche fossili non abbia alcun rapporto con una trasformazione economico-sociale radicale e molto più ampia, in Europa e a livello globale. Ė proprio quello che alcuni partiti verdi europei di grande successo hanno viceversa sottolineato nei loro commenti, come nel caso di Terry Reintke, parlamentare europea eletta tra i Grünen tedeschi:

«Ovviamente la crisi climatica darà una priorità, soprattutto perché lo spazio per intervenire è molto breve. Ma è un’analisi troppo ristretta dire che il sostegno fosse solo per questo. Le persone hanno votato per noi in gran numero anche perché siamo un partito molto credibile in tema di democrazia, di stato di diritto e di diritti umani. Consideriamo l’Unione europea non solo un’unione economica ma un’unione di valori. Essa deve essere più equa e socialmente giusta. Questa sarà una priorità per noi nelle trattative». [vi]

Nel commento di Mao Valpiana, poi, si parla del rischio di ‘daltonismo’ politico, che confonderebbe l’opzione verde con quella ‘rossa’ della sinistra, lasciando intendere che questo equivoco ne avrebbe condizionato negativamente i risultati elettorali.

«Sostenere che la Sinistra e i Verdi sono la stessa cosa, è come non saper distinguere il rosso dell’alt e il verde del via libera al semaforo: un errore clamoroso. I Verdi sono riuniti nella famiglia Grunen/Ale (Alleanza Libera Europea), mentre la Sinistra confluisce nel Gruppo Gue/Ngl (Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica); sono due formazioni distinte, con programmi, storie e prospettive politiche differenti, anche se vi possono essere molte convergenze programmatiche». [vii]

È evidente che verdi e sinistra sono due soggetti distinti, ma è altrettanto evidente che non esiste nessuna autentica green revolution che non passi per il superamento dell’attuale modello di sviluppo, fondato su un capitalismo selvaggio e senza regole, fonte di sempre crescenti disuguaglianze, di pesanti violazioni dei diritti umani e d’insidiose minacce alla pace.  Non ha senso difendere l’ambiente senza impedire anche che si perpetui la logica predatoria che ne minaccia le risorse e gli equilibri naturali. Si tratta in questo caso non di ‘daltonismo’ ma – come ho sottolineato in un precedente articolo [viii] – di una diffusa forma di miopia politica, che impedisce di vedere le cose in una prospettiva più ampia, costringendo a limitarsi ad una visione ristretta e parziale della realtà.

I Verdi italiani hanno sprecato troppo tempo a prendere le distanze dalla sinistra o – anticipando i Cinquestelle – a dichiararsi né di destra né di sinistra, pur di non compromettere la possibilità di entrare in amministrazioni locali, regionali ed al governo. Ma questa politica ondivaga ed opportunista non ha pagato se, comunque, non ha impedito a questa formazione politica di scomparire progressivamente dalla scena, a partire dalla seconda metà degli anni ’90. E non perché, nel frattempo, gli altri partiti avessero effettivamente assorbito e fatto proprio il messaggio dei verdi, rendendone pleonastica o inutile la presenza. Neppure perché l’associazionismo ambientalista era diventato, di fatto, l’interlocutore delle istituzioni, accrescendo il peso di questa nuova lobby a discapito del partito verde.  La crisi dei Verdi italiani ha avuto ben altre cause ed è dal riconoscimento di questi punti di fragilità che bisogna partire, se si vuole rilanciare un soggetto verde credibile e capace di un vero radicamento nella nostra società.

Un movimento eco-socio-pacifista

Condivido in pieno l’intervento di Mao Valpiana quando rivendica ai Verdi – una delle poche organizzazioni politiche transnazionali e collegate da un progetto in larga parte comune – l’identità non solo ambientalista, ma anche ecopacifista e nonviolenta. Rilanciare in Italia il soggetto politico verde, infatti, significa riallacciarlo alla sua storia, alle sue radici di movimento federativo e dal basso, che si batteva non solo per una politica ecologica, ma anche per l’ecologia della politica. Ma in che modo e con quali mezzi è possibile riprendere questo percorso?

«Sappiamo che i mezzi, il metodo di lavoro, gli strumenti che utilizziamo, sono tanto importanti quanto il fine. Dunque dobbiamo adottare il metodo della nonviolenza anche nei rapporti e nell’organizzazione interna (cosa che non abbiamo visto in campagna elettorale) […] Oggi il nostro unico leader è il bel simbolo elettorale che ci ha uniti. Le leadership non sono quelle costruite a tavolino, o per diritto di presenza, o con una mozione. La vera leadership emerge naturalmente, ha una sua forza propria, non si inventa. O c’è o non c’è. Quando c’è è espressione del potere di tutti, ed è sempre una leadership collettiva. […] Pace con la natura e pace tra le persone e i popoli, può essere la sintesi del nostro programma. Non c’è ecologia senza pace, e non c’è pace senza ecologia. La giustizia ambientale e la giustizia sociale trovano una risposta comune nella politica di disarmo: reperire risorse dalla drastica riduzione delle spese militari, per finanziare le politiche ambientali, sociali e gli strumenti necessari alle soluzioni nonviolente dei conflitti. Ecologia e Nonviolenza sono le due gambe sulle quali deve camminare il nostro progetto politico». [ix]

Bisogna sottolineare che il malinconico tramonto del nostro ‘Sole che ride’ va ricondotto soprattutto alla rincorsa ad un successo elettorale fragile, guidato da una leadership personalistica, accentratrice e che non ha saputo far maturare una guida condivisa e collettiva. Ciò non ha agevolato l’effettivo radicamento sul territorio dei gruppi locali iniziali e di quelli creati successivamente, spesso secondo logiche puramente strumentali ed elettoralistiche. La presenza verde non era stata costante e visibile neppure negli anni in cui il “non-partito” verde riscuoteva un discreto successo. Ovviamente, in seguito, è stata quasi del tutto oscurata dal tramonto della sua ‘stella-guida’ e si è quasi polverizzata negli anni successivi, delegando di fatto l’istanza ecologista alle associazioni ambientaliste (che sono altro) ed al trasformismo camaleontico dei partiti tradizionali.

Ammettiamolo: recuperare anni d’inerzia, di rassegnazione e di silenzio non è per nulla facile, ma è comunque possibile. La condizione indispensabile, però, è l’abbandono delle strategie minimaliste di chi persegue in modo miope solo i risultati elettorali, riprendendo invece lo slancio ideale e civile caratteristico d’un progetto globale, pur radicalmente alternativo al comune sentire. C’è bisogno di guardare al futuro senza rinnegare il passato, di energie nuove che si mettano in gioco, d’impegno continuativo sul territorio e di rinnovato entusiasmo. Il recente Manifesto dei Verdi Europei è un documento prezioso in tal senso, in quanto ci presenta un progetto politico estremamente compiuto e non settoriale, nel quale la difesa del Pianeta in pericolo si coniuga con quella delle persone e dei loro diritti umani, civili e sociali.

«Preservare l’ambiente è anche un problema sociale. Il danno ambientale colpisce in modo spesso sproporzionatamente pesante coloro che stanno già lottando, come le comunità a basso reddito ed i paesi poveri, per non parlare delle generazioni future. I progetti per le grandi opere devono essere implementati solo dopo adeguate consultazioni con le popolazioni locali. Noi siamo per la giustizia ambientale. La transizione ad un’economia verde non si verificherà dal giorno alla notte e non sarà sempre facile. I lavoratori e le regioni hanno bisogno di una giusta transizione verso mezzi di sussistenza sostenibili. Dovrebbe essere istituito uno speciale schema europeo per finanziare la riqualificazione e la creazione di nuovi posti di lavoro, fornendo assistenza sociale ed alleviando i timori». [x]

Progetto eco-solidale e nonviolento

Rilanciare il progetto verde anche in Italia, a mio avviso, non va inteso come un modo per cogliere una situazione internazionalmente favorevole ed un’accresciuta sensibilità ai problemi del cambiamento climatico. Sarebbe un’operazione politicamente miope ed eticamente poco sostenibile. Riproporre nella sua globalità la proposta alternativa dei Verdi, viceversa, richiede uno sforzo culturale per uscire dal provincialismo della politica nostrana, molta determinazione e strategie comunicative ben precise. Questo soprattutto in una fase storica in cui prevalgono le semplificazioni strumentali e la banalità degli slogan, mentre le ideologie sono scalzate da un pensiero ‘debole’ dietro cui, in effetti, si cela l’omologazione del pensiero unico, agevolata soprattutto tra i giovani dal subdolo dominio del ‘grande fratello’ mediatico.

«C’è un largo potenziale in un’economia equa, sociale, collaborativa e che si faccia carico delle persone. Nuove forme di economia possono conciliare la ricerca del profitto con l’inclusione sociale e la democrazia politica. Le normative europee dovrebbero consentire strumenti alternativi, come le cooperative, la raccolta diffusa di fondi e l’imprenditorialità sociale. Tutti dovrebbero avere accesso alle risorse condivise – note come ‘beni comuni’ […] Le comunità in tutta l’Europa dovrebbero essere incoraggiate a sviluppare alternative sostenibili ed accessibili ai correnti ruoli dominanti dell’economia di mercato e delle sue lobbies. Il prodotto interno lordo è una misura inadeguata del progresso sociale. Noi vogliamo integrarlo con parametri alternativi, che riflettano le preoccupazioni sociali ed ambientali». [xi]

I Verdi non possono ripresentarsi agli Italiani solo come i portatori del verbo ambientalista, trascurando di dire la loro su problematiche sociali fondamentali come il contrasto alla disoccupazione, la sicurezza delle comunità o la questione migratoria. Un’economia ‘verde’ non dovrebbe essere soltanto ecologicamente più ‘sostenibile’ (termine ormai diventato ambiguo…) ma soprattutto alternativa alla logica del profitto, dell’accumulazione di capitali e dello sfruttamento parallelo delle risorse, umane ed ambientali. Il rischio, in caso contrario, è quello di restare afoni e poco incisivi, politicamente ibridi ed elettoralmente del tutto ininfluenti.

La partecipazione sociale, il decentramento amministrativo, il rispetto delle differenze, il rifiuto delle discriminazioni e di ogni forma di razzismo vanno di pari passo con la realizzazione di una società non più viziata da una visione antropocentrica, rispettosa della biodiversità, aperta al mondo ma non globalizzata, solidale e comunitaria ma senza rigurgiti nazionalisti.  Una società nonviolenta, dove i conflitti non si esorcizzano ma si risolvono in modo creativo e non distruttivo. Una comunità capace di costruire relazioni pacifiche e, allo stesso tempo, di opporsi fermamente al perverso intreccio fra produzione ed esportazione di armamenti e proliferazione di conflitti armati.

«L’Europa ha bisogno di essere più attiva nella ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti, sia prossimi sia esterni. Vogliamo investire pesantemente nella prevenzione civile dei conflitti, nella mediazione, nella riconciliazione e nel mantenimento della pace.  Affrontare le cause alla radice del conflitto è più facile e più umano che occuparsi delle conseguenze. Ci opponiamo allo spostamento dei fondi europei per finalità militari. Una sicurezza ed una stabilità durevoli non possono essere costruite con le armi». [xii]

Come allargare la base dei Verdi

Uno degli errori che, a mio giudizio, sono stati compiuti da chi ha guidato per un decennio i Verdi italiani è stato quello di chiudersi in una struttura di partito centralizzato ed autoreferenziale, dopo aver affermato (con un’ironia che oggi scopriamo quasi profetica…): “i partiti sono partiti”.  Quello strumentale cambio di rotta, infatti, comportò da un lato il rifiuto dell’ideologia verde (e quindi di quella visione globale che fa parte del pensiero ecologista), in nome di un pragmatismo anti-intellettualistico. Dall’altro, ha indotto a costruire un partito sulla misura del suo leader, contraddicendo clamorosamente ciò che si era predicato a lungo a proposito della ‘ecologia della politica’ e, quindi, del rifiuto dei discutibili e sbrigativi metodi di controllo del potere in una tradizionale forza politica.

Un altro errore che vorrei sottolineare, affinché non si ripeta, è stato quello di sottovalutare il contributo che potrebbe venire ad una forza politica verde dal rapporto con interlocutori esterni, ma credibili ed attivi sul territorio. Mi riferisco ovviamente alle spesso travagliate relazioni col mondo dell’associazionismo ambientalista e protezionista (a sua volta sospettoso nei confronti di un ‘partito’ che avrebbe potuto fagocitarlo), ma anche all’assenza totale di rapporti di collaborazione con le organizzazioni pacifiste, nonviolente ed anti-globalizzazione, con le associazioni del mondo del consumerismo, della cooperazione e della solidarietà sociale, nonché con le realtà ecclesiali di base.  

Il terzo errore che riscontro è stato quello di oscillare – una volta costituiti i Verdi come partito – tra una gestione accentrata ed una federativa. Un elementare principio di rispetto delle diversità e tipicità di ogni realtà regionale e locale, infatti, richiedeva una struttura decentrata e federale. Questo giusto principio, però, è stato frainteso, come se si trattasse d’una sorta di strutturazione ‘feudale’, laddove ogni organismo regionale veniva reso praticamente autonomo, ma sottoposto alla guida attenta di un ‘vassallo’ del principe. Il risultato è stato l’azzeramento del confronto democratico, ma parallelamente l’assenza di un effettivo coordinamento politico del partito nazionale, che ha selezionato la sua dirigenza non su criteri qualitativi, ma solo in base alla fedeltà a chi lo guidava a livello nazionale.

Quest’analisi che si riferisce al passato dei Verdi non ha alcuna finalità polemica, ma solo l’intento di contribuire ad evitare che l’auspicabile rilancio in Italia di un soggetto politico verde possa ricorrere nuovamente a formule sbagliate, come il leaderismo, l’opacità organizzativa e l’opportunismo un po’ cinico di chi cerca scorciatoie per affermarsi.

La centralità della crisi climatica e l’urgenza di una svolta energetica sono e restano questioni basilari per i Verdi. Bisogna però ripartire da un’agenda politica più ampia ed articolata, evitando di alimentare la strumentale contrapposizione tra le istanze ambientaliste e quelle socio-economiche. Il Manifesto dei Verdi Europei mi sembra già un buon documento da cui partire, senza dimenticare quelli che sono i quattro ‘pilastri’ dei Verdi a livello internazionale: Saggezza ecologica, Giustizia Sociale, Democrazia dal basso e Nonviolenza.[xiii]  Non bisogna assolutamente trascurare, infine, il grande ed autorevole contributo che le Chiese Cristiane (cattolica, ortodossa e riformate) stanno dando da decenni all’approfondimento del pensiero ecologista ed al collegamento tra la ‘salvaguardia del Creato’ e le altre due fondamentali dimensioni evangeliche della Pace e della Giustizia.

Anche il rapporto dei Verdi con la Sinistra, pur tenendo conto delle ovvie differenze ideologiche, dovrebbe diventare meno superficiale più attento e produttivo, non di certo per mettere insieme frettolosamente traballanti e poco convincenti coalizioni elettorali (come già successo in passato), bensì per contrastare sia l’ondata nazional-populista e neo-fascista che sta pesantemente inquinando la politica italiana, sia il neo-liberismo che ha contagiato a lungo sia la destra sia la sinistra moderata del nostro Paese.

Allargare la base potenziale dei Verdi a soggetti diversi ma coerenti, dunque, dovrebbe essere un obiettivo strategico da perseguire con costanza, senza dimenticare però che l’attuale struttura organizzativa della Federazione è ridotta da tempo ad una scatola vuota e scarsamente significativa. Il primo impegno da perseguire, quindi, resta la costruzione di una struttura nazionale decentrata e federale, ma non per questo meno efficiente, in cui finalmente ci si possa confrontare democraticamente, decidendo insieme il percorso da compiere ed i mezzi da utilizzare più coerenti con le finalità perseguite.

Chiudo con parole che sintetizzano la profetica proposta di Alex Langer, figura esemplare dell’ecopacifismo italiano, che dopo tanti anni può ancora illuminarci nella ricerca della strada giusta:

«Per prevenire il suicidio dell’umanità e per assicurare l’ulteriore abitabilità del nostro pianeta e la convivenza tra i suoi esseri viventi”, è necessaria una “svolta” che deve puntare a “opportunità reali di auto-sviluppo” per cui diventano imprescindibili “processi di disarmo e smilitarizzazione ed un enorme sforzo teso alla riduzione della violenza, dell’eccessiva competizione, della miseria, della distruzione».[xiv]


N O T E


[i] Mao Valpiana, Dopo le elezioni europee, dove vanno i verdi italiani? Un contributo al dibattito, 12.06.2019  > https://www.pressenza.com/it/2019/06/dopo-le-elezioni-europee-dove-vanno-i-verdi-italiani-un-contributo-al-dibattito/

[ii]  ibidem

[iii] Zack Grant & James Tilley, “Fertile soil: explaining variation in the success of Green parties”, West European Politics,

Volume 42, 2019 – Issue 3 (pp. 495-516) > https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/01402382.2018.1521673 (trad. mia).

[iv] Valpiana, op. cit.

[v]  Ibidem

[vi] Emma Graham Harrison, “A quiet revolution sweeps Europe as Greens become a political force”, The Guardian, 2 June 2019 > https://www.theguardian.com/politics/2019/jun/02/european-parliament-election-green-parties-success (trad. mia).

[vii]  Valpiana, op. cit

[viii]  Ermete Ferraro, “Oftalmologia politica” (03.02.2019) > https://ermetespeacebook.blog/2019/02/03/oftalmologia-politica/

[ix]  Valpiana, op. cit.

[x]  European Green Party, 2019 Manifesto as adopted by EGP Council, Berlin, 23 – 25 November 2018, p. 5 > https://europeangreens.eu/sites/europeangreens.eu/files/Adopted%20%20EGP%20Manifesto%202019.pdf

[xi]  Ibidem, p. 8

[xii] Ibidem, pp. 13-14

[xiii] Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/Green_politics  e https://www.globalgreens.org/who-we-are

[xiv] Davide Musso, “Una vita più semplice – Alla ri-scoperta di Alex”, Altreconomia, n. 62, Giugno 2005 > https://altreconomia.it/una-vita-piu-semplice-alla-ri-scoperta-di-alex-ae-62-2/


© 2019 Ermete Ferraro

Liberazione, lotta e riconciliazione

Questo 25 aprile, sebbene il clima politico italiano sia sempre più avvelenato da seminatori di odio e da antistorici rigurgiti fascisti, in fondo non è diverso da tutti gli altri. Sfilate, deposizioni di corone d’alloro, discorsi in piazza: insomma, celebrazioni.  Una parola di etimo incerto, che richiama un momento corale, in cui molte persone si ritrovano insieme per rendere onore a qualcosa o qualcuno.

«Il latino ‘celebrare’ ha come primo significato quello di ‘frequentare, affollare’. La celebrazione scaturisce quindi dall’assembramento di persone – le quali, per evoluzione lineare del termine, finiscono per onorare ciò che le aggrega, per rendere solenne l’evento. Già questa è un’immagine meravigliosa, che ci racconta dei primi modi in cui si sono strutturate le umane liturgie».[i]

Il guaio è che, come tutte le liturgie, la ritualità ufficiale rischia di spegnere il senso vero di ciò che dovrebbe essere anche una festa, irrigidendolo nella commemorazione che, come suggerisce la parola stessa, rischia di esaurirsi nel ricordo d’un evento passato. Un secondo aspetto che mi piace poco di questo tipo di celebrazione è che momenti corali e di popolo finiscono spesso per essere istituzionalizzati, concentrando l’attenzione su atti simbolici e formali, solitamente delegati a rappresentanti ufficiali e troppo spesso ricondotti alla retorica militarista tipica delle parate.

Da ormai 73 anni in questo giorno ricordiamo l’anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ma tale celebrazione ha stentato a diventare una vera Festa nazionale. Non si tratta di voler attribuire a questa dizione ufficiale [ii] il senso di una ricorrenza che coinvolga tutti allo stesso modo, in una specie di simbolico e consolatorio ‘volemose bene’. La questione vera è se celebrare la resistenza alla dittatura fascista ed al nazismo debba rimanere un momento di separazione ideologica, o se invece l’affermazione della coscienza democratica e dei valori costituzionali debba piuttosto diventare un patrimonio comune intorno a cui ritrovarsi.

Insomma, è la vecchia storia della sterile contrapposizione fra conflitto e pace, secondo cui la pacificazione sarebbe l’eliminazione del conflitto, come se si trattasse di qualcosa da esorcizzare. Ma è vero l’esatto contrario: il conflitto non solo è ineliminabile – in quanto frutto di una diversità che va tutelata e non repressa – ma, tutto sommato, è perfino positivo, nella misura in cui diventa elemento propulsore del cambiamento.  Ciò che bisogna perseguire, allora, non è tanto l’eliminazione del conflitto quanto il superamento delle soluzioni violente e distruttive ad esso, cercando metodi diversi per superare i conflitti in modo creativo, costruttivo e nonviolento.

Manifestazione neofascista

Lo so: mai come in questo periodo vediamo messi in discussione i pilastri stessi dell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza, sintetizzati in quella Carta costituzionale che ripetutamente sta subendo attacchi e tentativi di snaturamento. Mi rendo conto inoltre che l’avanzata di una destra becera, populista e nazionalista costituisce una seria minaccia ai valori che la Costituzione considera una sorta di ‘bene comune’. Il mio, infatti, non vuol essere un appello moralistico a mettere da parte divisioni che pur ci sono, in nome d’un generico pacifismo. Ciò che sostengo è un modo d’inquadrare l’affermazione di quei valori che faccia di quel drammatico conflitto non solo l’occasione per rileggere la storia passata, ma anche per offrire prospettive davvero diverse al nostro futuro.

Quando spiego ai miei interlocutori che aderisco ad un movimento pacifista come il M.I.R. [iii], che fa della riconciliazione il suo elemento identificativo, noto che questa parola suscita curiosità, ma anche un vago sospetto. Certo, la matrice ‘spirituale’ del M.I.R. spiega il ricorso a tale termine, ma resta ancora molto da chiarire sul senso vero della riconciliazione, concetto facilmente banalizzabile come ricerca della pacificazione a tutti i costi, per un anelito etico-religioso alla concordia ed alla benevolenza.

La verità è che con tale parola si intende evocare non solo la caritas cristiana (col suo assai impegnativo richiamo all’amore per i nemici), ma anche altri concetti più politici, come quello della Ahimsa gandhiana e le proposte di ricercatori per la pace come Johan Galtung [iv], relative alla mediazione, al peace-building ed altre tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti. Fin dall’immediato dopoguerra, nel mondo della scuola italiana, a partire dalla proposta alternativa di Maria Montessori [v], si sono sempre più diffuse esperienze di educazione alla pace e per la pace.[vi] Ai nostri ragazzi – anche se in modo un po’ generico e talvolta equivoco – da decenni proponiamo comunque soluzioni non distruttive ai conflitti, che partano dall’analisi della loro natura e facciano ricorso a concetti come quello di empatia. Eppure a questi positivi insegnamenti rivolti ai più piccoli non è paradossalmente mai corrisposto un effettivo progresso nelle nostre pratiche quotidiane di mediazione, di riconciliazione e di pacificazione.

Continuiamo testardamente a guardare alla pace come assenza di guerra ed alla riconciliazione come eliminazione del conflitto. Ma si tratta solo di una diffusa ignoranza delle tecniche nonviolente o di una voluta banalizzazione dell’impegno per la pace, come se fosse una sentimentale missione da ‘anime belle’? Il concetto fondamentale da chiarire, secondo me, è quello di lotta. Se si continua a considerare la nonviolenza come un sistema per sfuggire alla lotta, invece che un modo alternativo – e spesso vincente – di praticarla, non faremo passi avanti. Allo stesso modo, se scambiamo ancora la riconciliazione per un infantile ‘facciamo la pace’, a prescindere dai conflitti vissuti e dalle ferite provocate, non andremo da nessuna parte.  La lotta nonviolenta va qualificata principalmente come resistenza al male, all’ingiustizia, alla violenza, al sopruso. Una resistenza per niente ‘passiva’, che ha utilizzato le armi della non-collaborazione, del boicottaggio, dell’opposizione e della disobbedienza civile. Eppure la celebrazione della Resistenza al nazifascismo raramente ha fatto riferimento a metodi alternativi a quelli della lotta armata, sebbene già praticati – in modo più o meno consapevole – da tanti Italiani nel loro processo di liberazione dal giogo della dittatura e dalle atrocità della guerra.[vii]

Speriamo allora che questo 25 aprile 2019 possa aprire un modo nuovo, diverso, per fare memoria degli orrori della dittatura e per celebrare la libertà riconquistata a caro prezzo 74 anni fa. Certo, la lotta contro tutte le manifestazioni di fascismo, di razzismo e di militarismo guerrafondaio deve restare viva ed attiva e dovrà vederci sempre più uniti e determinati. Va invece cambiato, a mio avviso, l’approccio tradizionale ad essa e la scelta delle metodologie di resistenza civile da praticare. L’Italia ha bisogno di una riconciliazione vera, che non è certo quella di chi ripete l’ipocrita ritornello “scurdammoce ‘o ppassato”, ma la ricerca di un dialogo che trasformi il conflitto senza negarlo, superandone progressivamente i traumi ed intersecando l’impegno per lo sviluppo e la difesa dei diritti umani con quello per il disarmo, contro la guerra ed il militarismo.

«Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame».[viii]

Queste parole, pronunciate 36 anni fa dal nostro presidente Sandro Pertini, ci ricordano che la strada della Liberazione era e resta ancora molto lunga.

Rifacendoci a quel nobile appello, smettiamola quindi di dar credito a chi contrappone un generico ‘popolo’ ad altrettanto vaghe ‘élites’, per schivare le contraddizioni d’un capitalismo aggressivo, che rischia però di ridurre in povertà un crescente numero di suoi potenziali ‘consumatori’. Riprendiamo con forza la lotta per la liberazione dalla violenza quotidiana, dalle disuguaglianze stridenti, dalla riduzione della sovranità dei cittadini, dalle crescenti minacce alla loro salute ed alla sicurezza, frutto di un modello di sviluppo predatorio, anti-ecologico ed iniquo.  Liberiamoci anche da ogni forma di discriminazione, di pernicioso nazionalismo mascherato da sovranismo e dalla pretesa normalizzazione degli equilibri geo-strategici voluti dal complesso militare-industriale, che moltiplicano i conflitti armati convenzionali ma al tempo stesso rievocano l’incubo di una guerra nucleare. Liberiamoci, infine, dal luogo comune che pretende di risolvere i conflitti utilizzando le stesse armi di chi aggredisce e prevarica sugli altri. Non è un compito facile, ma dobbiamo riuscire a far capire che, come già dal 1984 ammoniva Galtung: “Ci sono alternative!” [ix]  

© 2019 Ermete Ferraro


N O T E

[i] “Celebrare” in: https://unaparolaalgiorno.it/significato/C/celebrare

[ii]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Anniversario_della_liberazione_d%27Italia

[iii] Vedi i principi del M.I.R.  Movimento Internazionale della Riconciliazione – branca italiana dell’I.F.O.R. , che ha pubblicato anche un libro con le edizioni Qualevita, dal titolo “Teoria e pratica della Riconciliazione” – in: https://www.miritalia.org/

[iv] Sul metodo ‘Transcend’ proposto da Galtung vedi: http://serenoregis.org/2018/11/30/transcend-galtung-mediazione-soluzione-di-conflitti-1958-2018-johan-galtung/

[v]  Maria Montessori, Educazione e Pace, 1949 > http://www.operanazionalemontessori.it/editoria/catalogo-e-acquisti/libri-e-riviste/educazione-e-pace-detail

[vi]  Vedi sul tema il mio recente saggio: Ermete Ferraro, Una pace da costruire (2018) > https://ermetespeacebook.blog/2018/09/22/una-pace-da-costruire/

[vii] Ci sono tante esperienze di resistenza nonviolenta citate da numerosi testi, fra cui: Enrico Peyretti, La Resistenza nonviolenta al nazifascismo in Italia, (2006), in Peacelink > https://www.peacelink.it/storia/a/14371.html . Cfr. anche il mio saggio sulle Quattro Giornate di Napoli: Ermete Ferraro, “La resistenza napoletana e le ‘quattro giornate’: un caso storico di difesa civile e popolare”, in: Una strategia di pace:la difesa popolare nonviolenta, a cura di A. Drago e G. Stefani, FuoriTHEMA, 1993. Vedi anche: Idem, Le Quattro Giornate come difesa civile e popolare, Agoravox Italia, 2013 > https://www.agoravox.it/Le-quattro-giornate-di-Napoli-come.html

[viii] Citazione da un discorso tenuto nel 1983 dal presidente Sandro Pertini > https://le-citazioni.it/frasi/197604-sandro-pertini-battetevi-sempre-per-la-liberta-per-la-pace-per/

[ix]  Johan Galtung, There are alternatives!: Four Roads to Peace and Security (1984) > https://www.amazon.com/There-are-alternatives-roads-security/dp/0851243932

4 Aprilante…anni 70 !


Perché 70 anni di Alleanza Atlantica sono 70 di troppo.

Sette decenni di ‘protezione’ non richiesta

Il 4 aprile 2019 la NATO (Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico [i]) compie 70 anni. Nel 1949, proprio in quella data, fu infatti costituita a Washington dai suoi 12 Paesi fondatori come alleanza militare, che avrebbe dovuto difenderci da un ipotetico attacco armato contro gli stati europei e nord-americani, fronteggiando un’ipotetica minaccia militare da parte dell’Unione Sovietica. Eppure già da allora essa non si opponeva ad un’analoga coalizione militare, dal momento che il Patto di Varsavia [ii] fu sottoscritto dall’U.R.S.S. e da altri sette paesi comunisti solo sei anni dopo, nel 1955, proprio per contrapporsi alla preesistente Alleanza Nord-Atlantica.

Oggi, settant’anni dopo, quel Trattato non ha comunque alcun senso, essendo sparito dal 1991 l’antagonista da cui avrebbe dovuto proteggerci. Questo però non ha impedito alla NATO – comprendente nel frattempo 29 membri – di diventare ancor più aggressiva e di allargare i propri interventi molto al di fuori del territorio di sua competenza. La finalità stessa di quell’Alleanza – non più strettamente difensiva né con un ambito d’intervento delimitato – era in effetti già stata modificata nel 1999, grazie all’ambiguo “nuovo concetto strategico”.

« Esso mette in grado una NATO trasformata di contribuire al contesto di sicurezza in evoluzione, sostenendo la sicurezza e la stabilità con la forza del suo impegno collettivo per la democrazia e per la risoluzione pacifica delle dispute. Il Concetto strategico guiderà la politica di sicurezza e di difesa dell’Alleanza, i suoi criteri operativi, l’assetto delle sue forze convenzionali e nucleari e l’organizzazione della difesa collettiva, e sarà via via sottoposto a revisione alla luce della evoluzione del contesto di sicurezza…» [iii]

La prevalenza dei concetti strategici di ‘stabilità’ e ‘sicurezza’ su quello di  ‘difesa’ e di ‘risoluzione pacifica’ delle controversie internazionali, infatti, serviva a legittimare anche ciò che non era stato previsto nel trattato istitutivo, rendendo così l’Alleanza più flessibile ed estendendone i confini.

A 70 anni dalla sua costituzione la NATO conferma la sua natura di patto militare – al di là delle belle parole sulla cooperazione e la pace – presentandosi come l’unica ‘protezione’ sia contro l’integralismo islamico sia contro le mire ‘aggressive’ della Russia.

«Priorità odierna – dichiara il generale Scaparrotti  [finora Comandante Supremo Alleato in Europa] – è quella che le infrastrutture europee siano potenziate e integrate per permettere alle forze Usa/Nato di essere rapidamente posizionate contro «l’aggressione russa». La Nato sotto comando Usa prosegue così da settant’anni di guerra in guerra. Dalla guerra fredda, quando gli Stati Uniti mantenevano gli alleati sotto il loro dominio, usando l’Europa come prima linea nel confronto nucleare con l’Unione Sovietica, all’attuale confronto con la Russia provocato dagli Stati Uniti fondamentalmente per gli stessi scopi». [iv]

A Washington, dunque, il prossimo 4 aprile si riuniscono i 29 ministri degli Esteri dei Paesi aderenti alla NATO per festeggiarne i sette decenni di esistenza e per rinsaldarne i vincoli, compreso ovviamente quello che li impegna a compensare adeguatamente la ‘protezione’ che i rispettivi popoli subiscono da altrettanti anni, sotto forma di occupazione militare del loro territorio, espropriazione della loro stessa autonomia e sudditanza totale agli USA.

I ‘70 candelotti esplosivi’ di cui parlava Dinucci nel brano citato sembrano rimarcare la quasi ineluttabilità quell’ingombrante ‘protezione’ di stampo quasi mafioso, il cui prezzo nel frattempo è diventato sempre più alto, incidendo sulla crescita dei bilanci della difesa dei singoli stati. Bisogna fare chiarezza sul ruolo strategico della NATO e sulle conseguenze della sua invadenza militare, che limita la sovranità nazionale, occupa militarmente i territori e ne minaccia la sicurezza. Ecco perché 70 anni di occupazione alleata sono 70 di troppo !

Napoli nel controllo USA del Mediterraneo

Lo stemma del Comando Alleato del Sud Europa (JFC Naples)

Napoli – all’interno di una delle regioni più militarizzate d’Italia – dal 1951 è stata sede del Comando sud-europeo della NATO (AFSOUTH, poi JFC), al cui vertice c’è sempre stato lo ammiraglio statunitense che comanda la VI Flotta della US Navy, competente per Mediterraneo, Atlantico ed Africa.

Ebbene, da noi è diffusa un’antica locuzione che richiama la fatidica data di nascita dell’Alleanza Nord- Atlantica: “Quattro aprilante, giorni quaranta”. Nella cultura popolare, infatti, le condizioni meteorologiche rilevate il 4 di aprile condizionerebbero i seguenti quaranta giorni, circostanza peraltro parzialmente avallata anche da alcuni studi scientifici. [v] In questo caso – direbbe Totò – si è voluto proprio esagerare, in quanto circa 70 anni di subalternità ai ‘liberatori alleati’ sono troppi anche per un territorio assuefatto da secoli ad occupazioni straniere di ogni tipo.

Il mio impegno antimilitarista risale agli anni ’70, ma è soprattutto dal 1999 che cerco di approfondire la natura e le conseguenze dell’occupazione militare della Campania e dell’area metropolitana di Napoli, che non solo non ha prodotto alcun risultato positivo, ma ha esercitato (e continua ad avere) un pesante impatto sociale, politico ed ambientale sul nostro territorio. In un articolo del 2013, ad esempio, avevo già evidenziato come quella che era chiamata Campania Felix sia purtroppo diventata da molto tempo una Campania Bellatrix.

«Se disegniamo una rudimentale figura, che abbia come lati: (i) Bagnoli – Licola (20 km); (ii) Licola – Gricignano  (35 km); (iii) Gricignano – Lago Patria (35 km); (iv) Lago Patria – Capodichino (30 km); (v) Capodichino – Bagnoli  (15 km), il  perimetro del nostro “Pentagono” campano misura 135 chilometri. Trattandosi d’un pentagono irregolare, la misura della relativa superficie andrebbe ricavata diversamente, ma ipotizzando un lato medio di 27 km (135:5) ed applicando la formula relativa, scopriamo che l’area circoscritta dal perimetro di questa occupazione militare è di circa 1.254 kmq, ossia la decima parte dell’intero territorio regionale. Eppure il fatto che otto installazioni non italiane presidino ed occupino militarmente un decimo della Campania – sommandosi alle 50 dell’Esercito Italiano, alle 5 dell’Aeronautica Militare ed a ben due porti militari e nucleari – non sembra costituire un problema per la maggior parte dei suoi cittadini. Sarà perché questo genere d’informazioni circolano poco e si fatica molto a farle conoscere. Sarà perché da anni le persone si sono abituate a vedere soldati col mitra che presidiano strade, tribunali e perfino discariche…» [vi]

La NATO non solo da 70 anni è di casa a casa nostra, ma ha progressivamente trasformato il nostro territorio nel centro operativo della sua strategia di controllo dell’area mediterranea, balcanica e nord-africana Tutto ciò avviene nel silenzio complice – se non compiaciuto – di chi ci governa dal secondo dopoguerra, calpestando l’art. 11 della Costituzione in nome di quella protezione che gli USA ci hanno fatto pagare a caro prezzo, ma ora ci costa anche di più. 

In un successivo approfondimento del 2015 ho coniato quattro parole per sintetizzare i vari aspetti di questa sudditanza politico-militare: CondanNATO, ContamiNATO, AlleNATO e MariNATO. Se il primo falso-participio evocava la ‘condanna’ che dal 1945 ci obbligherebbe a rimanere colonia di chi ci aveva ‘liberato’; il secondo alludeva invece al sottovalutato impatto ambientale della militarizzazione-nuclearizzazione di terra, mare ed aria. Gli altri due termini si riferivano alle continue esercitazioni militari congiunte, di cui Napoli e la Campania sono il comando operativo più che lo scenario, ed alla crescente caratterizzazione mediterranea della strategia della NATO, che coinvolge  soprattutto Campania e Sicilia.

«Questo redivivo Regno delle Due NATO mantiene infatti la sua indiscussa capitale nella Città Metropolitana di Napoli (in cui ricadono lo stesso capoluogo ma anche l’intera area domiziano-giulianese), ma si allarga fino a comprendere le basi alleate e statunitensi sparse nella Trinacria, da quella aerea principale di Sigonella al MUOS di Niscemi, passando per Augusta, Trapani, Pantelleria e Lampedusa […] E’ impossibile ignorare l’ingombrante presenza di quell’esercito di occupazione che, dalla fine della seconda guerra mondiale, continua a ‘proteggerci’ , da Aviano  fino a Trapani. Così come dovrebbe essere difficile non notare che l’Italia stessa, anche a prescindere dalle truppe USA e NATO che vi si sono stanziate, è già uno di per sé uno dei paesi più militarizzati al mondo…» [vii].

Dalle favole alla realtà dei fatti

La propaganda ‘atlantista’ ci ha ammannito una serie di storie prive di fondamento e che cozzano con la vera Storia. La celebrazione del settantennio della NATO offre adesso un’ulteriore occasione per tali celebrazioni retoriche, ma proprio per questo dobbiamo assolutamente demistificare quelle distorte narrazioni, alla luce dei fatti piuttosto che degli spot mediatici. In un volantino preparato per la manifestazione antimilitarista napoletana in occasione di tale ‘ricorrenza’, abbiamo cercato di sintetizzare così tale messaggio alternativo:

«VI HANNO RACCONTATO CHE:

•      La NATO in questi anni avrebbe garantito la convivenza pacifica in Europa e nell’area medio-orientale, ‘difendendoci’ da potenziali invasioni e dalle guerre. Ma  in questi decenni la NATO è intervenuta militarmente in vari scenari di guerra (Bosnia, Serbia, Kosovo, Afghanistan, Libia…), coinvolgendo anche l’Italia.

•      La NATO – con la sua stessa presenza – avrebbe difeso  l’indipendenza e la sicurezza dell’Italia e degli altri Stati suoi alleati. Ma la militarizzazione del territorio e dei mari italiani riduce  di fatto la nostra sovranità, mette a rischio pace e sicurezza e tradisce l’art. 11 della Costituzione.

•      Comandi, basi, aeroporti e porti controllati o gestiti dalla NATO non avrebbero alcun impatto sulla salute degli abitanti e sull’ambiente in cui si trovano, ragion per cui non di sarebbe nulla di cui preoccuparsi. Ma la presenza militare NATO – comprendente impianti radar, bunker atomici, natanti a propulsione nucleare – mette in pericolo la sicurezza e la salute dei residenti ed è fonte d’inquinamento ambientale.

•      L’Italia contribuirebbe troppo poco al finanziamento dell’Alleanza Atlantica, per cui è stata richiamata a prevedere una spesa maggiore per la Difesa e per gli armamenti, di cui è tra i primi esportatori. Ma nel 2018 l’Italia ha speso per la Difesa ben 25 miliardi di euro (1,4 del PIL), aumentando il relativo bilancio del 4% rispetto al 2017.

•      L’ipotesi dell’uscita dell’Italia dalla NATO sarebbe  improponibile e anticostituzionale, per cui non ci resta che rimanere vincolati all’Alleanza Atlantica. Ma la nostra permanenza nella NATO – da quasi 30 anni alleanza non più difensiva – contrasta con l’art. 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come…risoluzione delle controversie internazionali». [viii] 

Eppure perfino importanti pubblicazioni non certo di parte, come il TIME, avevano già rilevato la ‘obsolescenza’ dell’Alleanza Atlantica, costretta a rincorrere i propri partner per farsi pagare il ‘pizzo’ per la sua protezione ed a reinventarsi nemici e scenari aggressivi pur di giustificare la propria permanenza. In un suo breve saggio del 2012, il politologo Ishaan Tharoor scriveva:

«Ma  il XXI secolo avrà ancora bisogno della NATO? […] La NATO è più rilevante che mai. E’ l’alleanza militare più forte e più di successo del mondo. Ed ora, di fronte alle nuove sfide per la sicurezza, noi l’abbiamo adattata. [Eppure è]…un’organizzazione che cerca una ragione per esistere. Ben lungi dal rappresentare la forza coordinata dell’Occidente, la NATO è diventata il simbolo della sua fragilità […] Una retorica audace ed e una nuova fantastica residenza non cambieranno il fatto che, in definitiva, la sfida che la NATO sta fronteggiando non è quella di una chiara minaccia esterna, ma la sua stessa mancanza…» [ix]

La crisi che sta attraversando, però, non le impedisce affatto di alzare il tiro e di allargare ulteriormente la sua sfera d’influenza, puntando soprattutto su nuovi ‘alleati’ est-europei, rafforzando la sua strategia anti-islamista ed inseguendo nuove ‘guerre umanitarie’.

«Queste attività hanno trasformato la fine della Guerra Fredda da un’opportunità unica per la nuova diplomazia e lo sviluppo pacifico in una nuova era di tensione globale, circondando la Russia e la Cina, creando così le condizioni per una nuova Guerra Fredda, facendo a pezzi le norme legali internazionali, in particolare circa la sovranità nazionale, ed introducendo le false nozioni di “guerra umanitaria” […] Le contraddizioni tra gli Stati della NATO non possono nascondere questo obiettivo comune e l’espansione territoriale permanente della NATO serve a questi scopi. […] Attraverso la modernizzazione completa ed il previsto dispiegamento di nuove armi nucleari da parte degli Stati Uniti, in seguito allo scioglimento del trattato INF, la corsa agli armamenti nucleari sarà alimentata ad un livello mai visto da decenni. Inoltre, la prima strategia di attacco della NATO è una minaccia per il pianeta nel suo insieme». [x]

In tutto il mondo, dagli USA al Regno Unito, dal Belgio alla Germania, dalla Danimarca al Canada [xi], questo ‘quattro aprilante’ 2019 vedrà centinaia di manifestazioni contro l’arroganza di chi da 70 anni ha imposto la sua ‘protezione’, cercando ancora di farci credere orwellianamente che “War is Peace” . Ma protestare non basta. Come nel caso della crisi ecologica, testimoniare in prima persona i valori della nonviolenza attiva, praticarne le già sperimentate strategie di resistenza, contro-informare ed educare alla pace è assolutamente indispensabile. Bisogna però anche mobilitarsi – sempre più collettivamente e non episodicamente – per riaffermare con decisione il diritto di ogni persona e comunità a battersi per l’indipendenza, i diritti umani, la sicurezza e la pace. Cioè proprio per quei valori che 70 anni di Alleanza Atlantica hanno finora calpestato fingendo di difenderli.  

La guerra e la follia nucleare si debbono e si possono fermare, ma bisogna farlo insieme, demistificando in primo luogo il mito della NATO che ci protegge.

© 2019 Ermete Ferraro


Note

[i] Cfr. voce ‘N.A.T.O’ in: en.wikipedia > https://en.wikipedia.org/wiki/NATO  con: ‘Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord’ in it.wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_del_Trattato_dell%27Atlantico_del_Nord#Paesi_fondatori

[ii] Vedi voce ‘Patto di Varsavia’ in: it.wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Patto_di_Varsavia

[iii] L’evoluzione della N.A.TO. – Nuovo concetto strategico (normativa), Centro Studi per la Pace > http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=natoconcept99

[iv] Manlio Dinucci, “Le 70 candeline (esplosive) della NATO”, il manifesto, 02.04.2019 > https://ilmanifesto.it/le-70-candeline-esplosive-della-nato/

[v] Adriano Mazzarella (UniNa), “Quattro aprilante giorni quaranta?…Quasi sì”, Campania Live (04.04.2014) >  http://www.campanialive.it/articoli-meteo.asp?titolo=Quattro_aprilante_giorni_quaranta?._..Quasi_s%C3%AC__

[vi] Ermete Ferraro (2013), Campania Bellatrix”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2013/03/20/campania-bellatrix/

[vii] Ermete Ferraro (2015), “Nato per combattere”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2015/07/28/nato-per-combattere/

[viii] ‘Rete contro la guerra e il militarismo-Campania’  e ‘Napoli Città di Pace’ (a cura di), 70 anni di NATO. 70 anni di troppo! , Aprile 2019.

[ix] Ishaan Tharoor, “Il declino dell’Occidente”, TIME (20.05.2012) > http://www.time.com/time/subscriber/article/0,33009,2115075,00.html  (trad. mia; citato e commentato in: Ermete Ferraro (2012), “L’obsolescenza della NATO, un relitto del passato”, Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2012/06/14/lobsolescenza-della-nato-un-relitto-del-passato/ )

[x] Kate Hudson, “NATO: 70 Years Too Many” (29.03.2019), Stop the War Coalition > http://www.stopwar.org.uk/index.php/news-comment/3325-nato-70-years-too-many (trad. Mia)

[xi] Un quadro delle iniziative anti-Nato è reperibile sul sito della rete internazionale  No To Nato > https://www.no-to-nato.org/ . A Napoli sono previste due iniziative: la prima si svolgerà  sabato 6 aprile davanti al Comando NATO di Lago Patria (Giugliano-NA) ed è organizzata dal ‘Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione del territorio-Campania’ (https://www.facebook.com/events/2240389926212478/ ); la seconda, nel pomeriggio dello stesso giorno, si terrà a via Toledo- Largo Berlinguer a cura della ‘Rete contro la guerra e il militarismo- Campania’ e da ‘Napoli Città di Pace’ (https://www.facebook.com/events/1215556915295188/ ).

Ansie…e Gretel

E’ dagli anni ’70 che mi occupo di antimilitarismo e disarmo nucleare e dalla metà degli anni ’80 di ambientalismo ed alternative ecologiche. Ormai giunto all’età della pensione, ritengo legittimo fare un bilancio di decenni d’impegno ecopacifista, passando in rassegna le tante battaglie che mi hanno visto coinvolto direttamente o che io stesso ho contribuito a promuovere. Ebbene, pur tenendo conto che credo di aver fatto quanto era nelle mie possibilità e di aver lealmente collaborato anche con soggetti che non rispecchiavano del tutto la mia formazione di base, cristiana e nonviolenta, devo ahimé constatare che – ad oltre quarant’anni dalla mia prima scelta radicale come obiettore di coscienza – il panorama socio-culturale, economico e politico ( per non parlare di quello ambientale) appare forse ancor più fosco e preoccupante di allora.

Non si tratta della solita lamentazione delle persone anziane né dello scontento di chi prova delusione per ciò che non è riuscito a realizzare. Il mio non è tanto un senso di frustrazione o d’insoddisfazione personale quanto la semplice, eppur dolorosa, constatazione che, dopo questi anni d’impegno, gran parte degli obiettivi perseguiti purtroppo non sono stati raggiunti. Ciò mi sembra vero sia per quelli che hanno ispirato il lavoro socioculturale, iniziato come obiettore in servizio civile presso il centro comunitario della ‘Casa dello Scugnizzo’ e proseguito nei seguenti otto anni di lavoro sociale di comunità e negli altrettanti come amministratore sociale dell’omonima Fondazione, sia per quanto ho cercato di realizzare in dieci anni d’impegno politico istituzionale nei Verdi e nei successivi venti, vissuti da attivista ambientalista ed ecopacifista.

La ‘società liquida’ così ben disegnata da Zigmund Bauman – con la sua tendenza all’individualismo, al consumismo, al pensiero debole ed alla omogeneizzazione delle idee –  da parecchio tempo ha avuto la meglio sullo sforzo di coniugare l’etica con la politica, battendosi per finalità di sviluppo umano e civile e non di progresso esclusivamente tecnologico e di vorace ‘crescita’ economica.  Alla pur accresciuta consapevolezza teorica dei limiti (ecologici prima ancora che etici) che si frappongono alla corsa sfrenata dell’umanità verso quest’ultimo obiettivo, infatti, non mi sembra che abbia fatto seguito una presa di coscienza tale da arrestare questo impeto suicida, fratricida e biocida. Tale drammatica situazione, come ben sappiamo, mette in forse il futuro stesso dell’umanità, sia per la folle ripresa della corsa agli armamenti nucleari, sia per la palese incapacità dei governi di contrastare davvero i cambiamenti climatici, dovuti all’irresponsabile impatto antropico sugli ecosistemi. L’impegno dei movimenti pacifisti e di quelli ambientalisti, purtroppo, non sembra aver sortito grandi risultati né modificato in modo profondo e significativo i modelli comportamentali ed i valori morali della gente comune, spingendola a cambiare rotta in prima persona ed a negare il proprio consenso a chi non ne rappresenta da tempo gli interessi. L’auspicata ‘rivoluzione dal basso’ non ha fatto seguito al penoso disfacimento delle organizzazioni politiche tradizionali. Ne consegue che, pur registrandosi una crescita di soggetti e realtà associative impegnate ad opporsi ad un modello autoritario, iniquo ed insostenibile di società e di economia, non si è sviluppata in modo significativo l’alternativa che in tanti auspicavamo potesse contrapporle scelte improntate  ai valori della nonviolenza, della giustizia sociale e del rispetto degli equilibri ecologici.

La protesta contagiosa di Greta Thunberg

Il primo e più evidente segno di ribellione ad un paradigma socio-economico in apparenza ineluttabile – frutto del pensiero unico e della rassegnazione di soggetti passivizzati e spersonalizzati dalla massificazione mediatica – è incredibilmente venuto invece dalla risoluta battaglia ‘senza se e senza ma’ di una ragazza svedese dalle idee molto chiare e dalla testa dura. Greta Thunberg è diventata in brevissimo tempo un’icona, un simbolo, una bandiera per milioni di persone che sembravano finora rassegnate o sconfitte. Il fenomeno Greta, con la sua profonda valenza emotiva, sembrerebbe aver coinvolto paradossalmente grandi e piccoli, studenti e intellettuali, ambientalisti e sostenitori della crescita, in un liberatorio grido comune contro chi minaccia il futuro dei nostri ragazzi. Certo, gran parte di quest’ondata neo-ecologista è frutto d’un imprevedibile quanto fragile impeto mediatico ed è quindi soggetta a ritrarsi non appena dagli appelli accorati all’impegno globale si dovrà passare alle molto meno gratificanti e popolari scelte alternative hic et nunc. Non mi sembra però una ragione per minimizzare o banalizzare l’effetto dirompente del ‘grido di dolore’ partito da quella sedicenne che non crede più alle promesse dei ‘grandi’ (per età e per carica) ed invita tutti a mobilitarsi per difendere il Pianeta e chi vuole continuare ad abitarlo.

Confesso che mi ha fatto pena vedere come radicate realtà associative e partitiche di matrice ambientalista stiano ora cercando di cavalcare l’imprevedibile nouvelle vague ecologista scaturita dalla base, implicitamente confessando la propria sconfitta ma tentando di ridarsi quel ruolo trainante che, almeno in Italia, hanno perso da molto tempo. Ovviamente non c’è nulla di male nel rivendicare e rilanciare le battaglie pregresse, collegandole a mobilitazioni spontanee e finora sfuggite ad ogni organizzazione. Rivedere ovunque milioni di persone scese in piazza – molti dei quali giovani da molti di noi dati per ‘persi’ alla causa ambientalista – non può che ridarci speranza ed aprire nuove prospettive. Sappiamo bene, d’altra parte, quanto gli entusiasmi dei nostri figli spesso durino poco e quando invece dipendano da stimoli mediatici di corto respiro ed assai poco prevedibili. Le manifestazioni di massa e gli appelli, in ogni caso, non possono cadere nel vuoto e devono trovarci pronti a ripartire, possibilmente insieme e in modo coordinato, con un percorso di opposizione all’attuale modello di sviluppo, per costruire alternative concrete e credibili.

Non si tratta di sventolare le soluzioni di una spesso equivoca green economy né di accontentarsi di una ‘nicchia ecologica’ dentro la quale far confluire esperienze di coltivazione ed allevamento ‘biologici’ o di energia ‘pulita’, quasi si trattasse di lodevoli eccezioni che confermano la regola. Bisogna piuttosto creare una coscienza ambientale diffusa, alimentare ‘buone pratiche’ e stimolare i giovani a lottare per il loro futuro, ma senza fingere ipocritamente di non sapere che questo modello di produzione e consumo è frutto d’una logica ben precisa ed è controllato da equilibri politici e geo-strategici cui in tanti non sembrano disposti a rinunciare. Il vecchio slogan ‘agire localmente e pensare globalmente’ è allora quanto mai appropriato ed attuale.  Un impegno personale e collettivo dal basso appare indispensabile e nessuna mobilitazione di massa, da sola, può rimpiazzarlo. E’ altresì vero che rilanciare le battaglie ambientaliste non basta a farci uscire dall’imbuto nel quale ci siamo cacciatati, scegliendo in troppi di sostenere le ragioni di quella ristretta minoranza che ha risorse e potere per imporre violentemente il proprio dominio alla stragrande maggioranza degli esseri umani. Il fatto che le piazze si riempiano di giovani che rivendicano il loro diritto al futuro deve farci piacere, perché prelude ad una nuova stagione dell’ambientalismo ma soprattutto perché è un chiaro segnale della rivendicazione di un protagonismo per troppo tempo soffocato dallo stile di vita individualista e consumista nel quale gran parte di loro sono stati educati. La lezione di Greta è importante anche perché ricorda ai giovani come lei che si ha diritto a pretendere che gli adulti mettano finalmente in pratica decenni di promesse a vuoto, ma a patto che in prima persona si sappiano fare scelte nette e radicali, attuando il saggio monito a gandhiano ad essere noi per primi il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo.

Copertina di ‘Apocalittici e integrati di Umberto Eco

A mio avviso, però, ci sono tre aspetti meno positivi che emergono da queste imponenti mobilitazioni globali per garantire un futuro all’umanità. Il primo (senza ovviamente prendersela con la ragazza svedese…) mi sembra l’insistenza eccessiva su una prospettiva antropocentrica da cui si inquadrano le allarmanti problematiche ambientali, confermando un’ottica che – incurante degli appelli di tanti ecologisti e dello stesso Papa Francesco – non riesce a prescindere da una morale puramente utilitaristica e strettamente umana.  Il secondo limite di questo pur entusiasmante boom d’interesse in campo ambientalista mi sembra scaturire dai ragionamenti antitetici tipici della cultura occidentale, mirabilmente evidenziato già negli anni ’60 da Umberto Eco.  La fastidiosa, quanto rituale, contrapposizione degli ‘apocalittici’ agli ‘integrati’, infatti, ci ripropone una società dove non avviene mai una sintesi ed in cui si alternano irrazionalmente spinte contrapposte. L’insistenza talvolta un po’ truce e catastrofica sulle minacce al ‘futuro’ dell’umanità ritrova infatti spazio e slancio, ma ciò avviene in una società ancora in larga parte anestetizzata dai media, inebetita dalla corsa ai consumi e mentalmente prona ad un pensiero unico che rende sempre più omologate le culture, cancellando le diversità e tacitando le coscienze. L’antitesi pura e semplice fra la rassegnazione degli integrati ed il terrore degli apocalittici, anche in questo caso, potrebbe portarci pericolosamente fuori pista. E questo non perché l sviluppo alternativo ipotizzato rivesta un carattere ‘profetico’ – aspetto invece positivo – bensì perché l’utopia deve comunque incarnarsi sempre in un contesto di realtà, offrendo strumenti concreti ed indicando vie praticabili per andare in quella direzione ‘ostinata e contraria’.

Questa insistenza sull’ansia, sul terrore per una catastrofe prossima ventura, infine, costituisce il terzo limite che credo vada superato. La paura, da sempre, non produce frutti buoni. Al contrario, alimenta talvolta spesso meccanismi di egoistica autodifesa che possono trasformarsi in reazioni irrazionali, violente ed incontrollabili.  Superare la paura del cambiamento, si sa, è un passo fondamentale per trasformare il mondo, a partire dal nostro orticello quotidiano. Cambiare solo perché si ha paura, viceversa, è un movente molto parziale, che si rivela spesso controproducente. Come osservano molti psicologi, infatti, la paura – oltre a paralizzarci – può impedirci di vedere con chiarezza ciò di cui abbiamo davvero bisogno oppure potrebbe nutrire paranoie, che sfociano nella ricerca di ‘nemici’ da combattere più che di strutture e modalità cui opporci. Nessuna rivoluzione – compresa quella ‘verde’ – sarà mai un ‘pranzo di gala’, per citare una celebre frase di Mao Zedong, in quanto richiede impegno continuo, sforzi personali, inevitabili conflittualità e pesanti sacrifici. Pensare che essa possa essere alimentata solo dal terrore della fine imminente, però,  ritengo che sia una pericolosa illusione ed un’irrazionale tentazione.

Quando cercavo un titolo da dare a questo mio scritto mi è sorta spontanea l’associazione d’idee tra il nome della ormai celeberrima sedicenne svedese che è diventata la leader del nuovo movimento contro i cambiamenti climatici e quello di una bambina che, insieme col fratello, era protagonista di una non meno celebre fiaba dei fratelli Grimm.  Chi, infatti, non conosce la cupa vicenda di Hansel e Gretel, abbandonati dai genitori in un fitto bosco e poi finiti nelle grinfie di una orribile strega, che li allevava per poi potersene cibare? Ebbene, mi è venuto spontaneo il parallelo con la Greta di oggi, che si sente altrettanto drammaticamente abbandonata dagli adulti – colpevoli ed irresponsabili – nel folto di una oscura foresta fatta d’inquinamento e piaghe ambientali, in preda alla voracità maligna di un falso sviluppo che porta alla distruzione ed alla morte. Volendo continuare nella metafora, è il caso di notare che la ‘casa’ che ospita quell’essere malefico e mortifero risulta però esteriormente attraente, fatta com’è di tanti dolciumi invitanti, proprio come invitanti sono nella realtà le seduzioni del consumismo sfrenato e della crescita senza limiti né remore.  A tutto ciò bisognerebbe allora contrapporre un vero progetto, non reazioni istintive né paure paralizzanti. La strega di un falso sviluppo – energivoro iniquo e incompatibile con gli equilibri ecologici – va combattuta ritorcendole contro le sue stesse armi. Al ‘riscaldamento globale’ del forno nel quale stanno per essere gettati, Hansel e Gretel alla fine condanneranno proprio la megera che li teneva prigionieri, annullandone così per sempre la malefica seduzione.  Si tratta di un riferimento puramente allegorico, certo, ma penso che possa comunque farci riflettere sulla necessità di lavorare insieme per uscire finalmente dalla maledizione di un finto ed allettante benessere, fondato però sulla depredazione delle risorse e sullo sfruttamento di tanti esseri umani.

© 2019 Ermete Ferraro   

Biocidio e guerre

L’eredità di Caino

A. Melari – CAINO E ABELE

Uno dei passi fondamentali della Bibbia – quello da cui sembra derivare indirettamente la tremenda catena di violenza e sopraffazione che ha caratterizzato l’Umanità dai tempi più antichi – è il racconto dell’uccisione di Abele da parte di suo fratello Caino. Nell’Antico Testamento, infatti, si fa risalire il primo omicidio alla furiosa vendetta del primogenito di Adamo ed Eva, “lavoratore della terra”, geloso nei confronti del secondogenito, “pastore di greggi”, i cui doni sarebbero stati graditi da Dio, contrariamente a quelli dell’agricoltore Qàyin.

Il fratricidio – di cui questi nel brano mostrava di non essersi affatto pentito – porterà sì alla maledizione divina nei confronti di Caino, condannato a vagare “ramingo e fuggiasco”, ma anche all’affermazione solenne che nessuno avrebbe però avuto il diritto di ucciderlo, allungando la catena della vendetta e delle morti violente.

Ovviamente questo testo biblico [i] va letto ed interpretato come metafora di qualcos’altro rispetto ad una semplice, sebbene drammatica, rivalità tra i primi fratelli della storia, così come anche l’apparentemente immotivata predilezione del Signore per l’allevatore nomade Hèvel nonandrebbe certo presa alla lettera, ma esegeticamente compresa [ii].

Ebbene, vorrei utilizzare questo nodale episodio della narrazione veterotestamentaria per risalire alle radici antropologicamente più remote del nesso inscindibile fra uccisione dell’altro ed inquinamento-distruzione della terra, ossia fra omicidio e biocidio.

« [9] Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». [10] Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! [11] Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. [12] Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». [13] Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? [14] Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere. [15] Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato». [iii]

A prescindere dalle ovvie interpretazioni storico-antropologiche sul conflitto fra le originarie civiltà nomadi e pastorali e quelle, più evolute, agricolo-stanziali, ciò che più colpisce di questo racconto biblico è il rapporto di causa-effetto tra l’avvenuta soppressione della vita d’un fratello e la ‘maledizione’ del suolo sul quale ne è stato sparso il sangue innocente.

«Si osservi come nel racconto il rapporto con il fratello sia considerato perno del rapporto con

Dio e con il suolo…Tutta la civiltà porta il peso della colpa di Caino: la città (4,17), la vita pastorale (20), la musica (21) e la metallurgia (22). Non significa che tutto sia opera di violenza. Ma l’ombra della violenza si stende su tutta l’opera della civilizzazione umana. L’idea di civilizzazione e di progresso portano con sé una ambiguità di fondo che le connota talvolta come attività guidate dal pretto desiderio (del mangiare, o del sopraffare)». [iv]

Il seme velenoso della violenza, insomma, avrebbe da allora inquinato e compromesso non solo le relazioni interpersonali ma anche il rapporto tra la discendenza di Adàm e la Terra da cui è stato generato (in ebr.: ‘adamàh).

Ecco perché bisogna ribadire che tra la guerra, madre di tutte le violenze, e lo sfruttamento predatorio ed iniquo delle risorse del nostro Pianeta sussiste un legame antico e profondo, che richiede una visione più ampia e complessiva di ciò che dovremmo fare per uscire dalla quell’atavica ‘maledizione’ (ebr.: ‘arar) e per ristabilire la compromessa pace tra uomo e natura.

«Uno dei punti qualificanti, più volte ribadito da Papa Francesco nella sua enciclica “ Laudato sì’ ”, è proprio il concetto di interconnessione fra le varie sfere riguardanti i comportamenti umani, e quindi tra la violenza sulla natura e quella sull’uomo. “La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi.” [5]. Egli ci parla quindi dell’“intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta”, esprimendo “la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso [6]…» [v]

Combattere la guerra. Fermare il biocidio.

Mai come in questi giorni avvertiamo quanto il richiamo al più elementare buon senso possa venire dai più piccoli. Negli anni ’80 fu la decenne Samantha Smith a denunciare la minaccia della guerra atomica; poi c’è stato il grande discorso all’ONU della tredicenne Malala Yousafzai in difesa dei diritti umani ed ora a far discutere ed a smuovere gli animi è l’accorato appello della quindicenne svedese Greta Thumberg, che ci esorta a mobilitarci contro i cambiamenti climatici.

Di fronte ad un’umanità sempre più irresponsabile e figlia di Caino –  e che, sul suo esempio, si ostina irresponsabilmente ed arrogantemente a ribattere: “Non sono mica il custode di mio fratello!”  (Gen 4:9) – le voci di queste ragazze si sono alzate con una forza e un’incidenza impressionante, richiamandoci al dovere di ‘custodire’ la terra che ci è stata affidata e di proteggere i fratelli dalla violenza di chi pensa di esserne il padrone incontrastato, non esitando sia a mettere in pericolo la vita stessa, sia a calpestare senza scrupoli i diritti di quelli che ha la pretesa di dominare.

Mai come in questi giorni, d’altra parte, si avverte anche quanto sia stato – e sia ancora – del tutto insufficiente limitarsi ad una generica protesta o a un impegno parziale (solo pacifista o solo ecologista), non riuscendo a cogliere l’intima connessione tra la violenza bellica, perpetuata dal complesso militare-industriale, e quella che coinvolge gli equilibri ambientali, mietendo sempre più vittime e compromettendo il futuro stesso del genere umano.

Ecco perché è indispensabile che finalmente si realizzi la saldatura tra ecologismo e pacifismo, chiamando a raccolta tutte le forze che si oppongono non solo alla devastazione del Pianeta ma anche alla persistente logica di sfruttamento delle sue risorse ambientali ed umane. Eppure c’è ancora chi pensa che si possa perseguire la liberazione delle persone dal bisogno e dall’ingiustizia dal sistema capitalista senza invertire radicalmente il paradigma economico ed ecologico che giustifica ed esalta quel tipo di ‘sviluppo’.  Allo stesso modo, c’è anche chi s’illude di contrastare (o, peggio ancora, di ‘mitigare’) le drammatiche conseguenze ambientali di una visione predatoria e accentratrice delle risorse della Terra senza mettere in discussione il ‘sistema’ che garantisce politicamente –  e difende militarmente – quel modello economico, a costo di farci ripiombare nell’incubo di una guerra da cui nessuno potrebbe uscire vincitore.

La semplicità sconcertante con cui ragazze come Samantha, Malala ed ora Greta hanno affrontato a muso duro i grandi della terra e condannato la loro follia omicida ci stimola dunque a prendere coscienza di quanto poco noi adulti abbiamo fatto finora per salvaguardare il diritto dei nostri figli ad avere un futuro meno oscuro e minaccioso. Non tutto è compromesso, anche se siamo decisamente arrivati sull’orlo del baratro, ma è giunto il momento di riprendere in mano quel pezzo di potere che ci consente, insieme, di essere ‘custodi’ dei nostri fratelli e della nostra madre Terra.

Il termine ‘biocidio’ – dal nostro osservatorio di meridionali – ci riporta alla mente le lotte della gente comune (madri, contadini, pastori, imprenditori responsabili…) contro l’inquinamento del suolò, dell’acqua e dell’aria causato dal micidiale connubio tra speculazione, sfruttamento e criminalità organizzata, non a caso realizzato proprio nei territori socialmente fragili, oggetto da secoli di occupazione manu militari e di espropriazione della sovranità della gente locale.

Nei vocabolari della lingua italiana il termine ‘biocidio’ è banalmente spiegato come “strage di animali” [vi], ma ovviamente si tratta di molto più e di ben altro rispetto ad un semplice inquinamento ambientale da sostanze chimiche e biologiche ‘sterilizzanti’, che dovrebbero svolgere un’azione tossica solo nei confronti di microrganismi dannosi. [vii] 

Ad essere stati minacciati, infatti, non sono stati funghi o batteri nocivi, bensì la sicurezza e la salute degli esseri umani, compromesse da un inquinamento massiccio di terre una volta fertili a causa dello smaltimento criminale di enormi quantità di veleni generati dal nostro assurdo modello di sviluppo. In questo senso, proprio come “distruzione della vita”  il lemma ‘biocide’ lo troviamo ad esempio tra i significati riportati dall’Oxford Living Dictionary [viii]. Ancor più esplicita è la spiegazione offerta da un altro sito inglese, nel quale si trova scritto che:

«Biocidio può anche riferirsi alla distruzione della vita, una specie di ‘omnicidio’ che colpisce ogni realtà vivente, non solo gli esseri umani; chi si augura che ogni cosa nel mondo intero o universo rischi l’estinzione è definito ‘biocida’, o persona portatrice di ideologie ‘biocide’». [ix]

Ma quale biocidio è più disastroso di una guerra, soprattutto se è condotta utilizzando armi chimiche, batteriologiche o nucleari? Che senso ha, allora, condannare severamente come criminali irresponsabili coloro che inquinano e devastano i nostri territori ma non fare lo stesso con chi – uccidendo per mestiere e progettando strumenti bellici sempre più letali – incarna lo spirito di Caino e ne riversa la ‘maledizione’ su tutta la Terra?

Mobilitarsi contro il cambiamento climatico, ma per cambiare modello di sviluppo

«La lotta per la giustizia ambientale e climatica sta diventando uno strumento di ricomposizione per molte delle vertenze che caratterizzano il nostro paese: dalle grandi opere alla devastazione dei territori; dai presidi in difesa della sanità pubblica alle lotte per un welfare universale che non crei più la falsa dicotomia tra diritto alla salute e diritto al lavoro; fino ai movimenti contro la guerra, intesa come regolamento di conti all’interno delle élites dominanti e strumento di predazione di risorse…». [x]

Questo corposo e significativo periodo apre il manifesto lanciato dalle organizzazioni che hanno convocato un’assemblea nazionale a Napoli, in preparazione del corteo che si terrà a Roma il prossimo 23 marzo. Non posso fare a meno di condividere questa impostazione, sperando che si riesca finalmente a collegare in una rete virtuosa ed attiva tutti i soggetti che si oppongono agli scempi ambientali ma anche ai ricatti occupazionali ed alla minaccia di chi usa la guerra per assicurare il proprio controllo su risorse viste come mero oggetto di sfruttamento.

E’ pur vero, d’altra parte, che sussiste il rischio di portare avanti un’opposizione fondata sui doverosi NO a devastazione speculazione e violenza, senza però offrire una chiara alternativa a quel sistema di cui un po’ tutti ormai facciamo parte e che, anche inconsapevolmente, contribuiamo quotidianamente a mantenere in piedi. 

«…al controllo sulla vita imposto ai lavoratori e alle lavoratrici, schiacciati dal nostro sistema produttivo, si affianca la messa a morte delle comunità confinate ai margini della produzione. L’altra faccia del controllo biopolitico sul lavoro è la necropolitica del capitalismo armato a Sud. Diciamolo meglio: il capitalismo è il virus che oggi infetta le nostre comunità; il biocidio è la malattia che si contrae a contatto con quel virus; è lo sviluppo patologico del capitalismo laddove esso sia in diretta contraddizione con la vita; il cambiamento climatico è il più trasversale dei sintomi di questa malattia».[xi]

Sono affermazioni altrettanto sottoscrivibili, in quanto individuano la causa prima delle politiche biocide nel modello capitalista di produzione e di consumo. Anche in questo caso, però, bisogna stare attenti a non oggettivare troppo la radice di tutti i mali, equiparandola ad un ‘virus’ che produce di per sé conseguenze patologiche, così come la Bibbia faceva con il fratricidio di Caino, considerato sorgente di ogni futura violenza e sopraffazione.

Il cambiamento climatico – si diceva – è solo il ‘sintomo’ più evidente, preoccupante e trasversale di una ‘malattia’ che ha ridotto l’uomo e la natura a merce e che ha sottoposto ogni relazione – da quelle interpersonali a quelle internazionali – alla logica del profitto e del dominio. Contrastare questo fenomeno, allora, è sicuramente prioritario – così come lo è lottare contro la preoccupante escalation degli armamenti nucleari – ma non sufficiente. Bisogna proporre una vera alternativa, che contrapponga lo sviluppo umano alla crescita, invertendo il paradigma antropocentrico e predatorio e mettendo in primo piano il rispetto degli equilibri ecologici. Ed è proprio alle leggi della natura – come la biodiversità e la simbiosi – che l’umanità dovrebbe ispirarsi, per stabilire un modello di società attento alla reciprocità, alla solidarietà ed alla valorizzazione delle diversità.

«Non può esserci progresso e crescita culturale e sociale, economica e produttiva che non abbia al centro l’ecologia […] e contestualmente non è pensabile una tutela della natura, della biodiversità , della storia, della cultura e dei suoi valori che non sia strettamente legata alla realizzazione di un mondo di equa distribuzione delle risorse, di pace, di solidarietà…». [xii]   

Rifondare la società su principi e valori alternativi è sicuramente molto più impegnativo che cercare di arginare o contrastare i cambiamenti climatici. Ma senza affrontare alla radice il modello di produzione e consumo e quello di approvvigionamento e distribuzione dell’energia non andremo molto lontano.

Ecopacifismo ed antimilitarismo per opporsi alla violenza istituzionalizzata

Nella nostra cultura politica questi due termini hanno una diffusione molto limitata e troppo spesso vengono interpretati in maniera poco corretta. Oltre un secolo di mobilitazioni contro la tragedia della guerra, a quanto pare, non è bastato a far superare, da un lato, il concetto del tutto insufficiente di ‘pace negativa’ (nel senso di mera assenza di conflitti armati) e, dall’altro, l’interpretazione del rifiuto del sistema militare come rivendicazione di un diritto civile o affermazione di un’obiezione esclusivamente etica.

Non parliamo poi del termine ‘ecopacifismo’ che, nel migliore dei casi, è considerato semplice sommatoria d’un impegno in campo ambientale col perseguimento di obiettivi di pace e disarmo. Nel citato documento troviamo scritto che:

«Sono i governi… a decidere le priorità d’investimento nel paese, ma possiamo essere noi a cambiare la scala gerarchica dettata dalle grandi lobby, facendo rete, lottando e resistendo dal basso» [xiii]

E’ un’affermazione condivisibile ma, a mio avviso, ogni resistenza dal basso alle gerarchie imposte da chi comanda deve necessariamente tener conto che gli equilibri (o meglio, gli squilibri…) economici e sociali a livello globale sono assicurati proprio da un complesso militare-industriale che li difende. Allo stesso modo, non si dovrebbero sottovalutare i danni ambientali e sociali della militarizzazione del territorio e, soprattutto, deve essere chiaro che le guerre – in particolare quelle condotte tecnologicamente – sono di per sé una minaccia continua alla sicurezza, alla salute ed alla stessa sopravvivenza d’intere popolazioni.

Già otto anni fa, a proposito dell’esigenza di saldare le lotte ambientaliste con quelle pacifiste, avevo scritto:

«Non ha quindi senso…perseguire un’astratta eco-sostenibilità dell’economia, se essa continua ad essere assoggettata alla logica d’un capitalismo globalizzato e pervasivo, che ricorre sempre più spesso alla strategia bellica quando l’aggressione ‘pacifica’ e neocolonialista del mercato non basta più. Allo stesso modo, mi sembra evidente che non basta manifestare contro guerre ed invasioni armate se non ci si sa opporre anche ad un modello di sviluppo predatorio, nemico della natura e dei suoi equilibri almeno quanto lo è della giustizia e della pace. Sarebbe una vera follia pensare che – come sottolinea uno studioso catalano – ci si possa opporre ad un’aggressione militare o a dittature pensando che ciò non abbia a che fare con la battaglia per modelli più sostenibili di energia oppure con un’agricoltura non più dominata dalle monoculture e dall’accentramento delle risorse alimentari del nostro pianeta».[xiv]

La “triade” ambiente/sviluppo/attività militari – di cui aveva parlato il peace researcher Johan Galtung già negli anni ’80  [xv]– avrebbe richiesto una strategia unitaria, sì da contrapporre al modello violento di economia e società uno sviluppo equo, ecocompatibile e nonviolento. In quel mio saggio, poi, ricordavo interessanti impostazioni ed esperienze del movimento verde ed alcune proposte di “ecologia sociale”, diffuse nei decenni scorsi in ambito europeo ed anche italiano.

«Ecologismo sociale e pacifismo hanno (o dovrebbero avere) molti elementi in comune: la difesa della coerenza fra mezzi e fini; la pace come via per la sostenibilità; l’antibellicismo e l’antimilitarismo; il ricorso all’azione diretta nonviolenta e alla disobbedienza civile; il perseguimento della giustizia sociale, la difesa della democrazia partecipativa..[xvi]   

Un approfondimento sul concetto di ‘ecopacifismo’, oltre che nel saggio citato, ho cercato di farlo in un successivo ‘Manuale’, pubblicato nel 2014 come referente nazionale di V.A.S. , cui rinvio. [xvii]  Ciò che vorrei sottolineare, però, è che occorre accrescere e diffondere la consapevolezza dello stretto legame fra la devastazione ambientale, dovuta ad un sistema economico ingiusto e non sostenibile, e la minaccia costituita non solo dai conflitti bellici in atto e dalla criminale corsa agli armamenti atomici, chimici e batteriologici, ma anche dalla crescente militarizzazione del territorio, che impone un modello autoritario e violento, espropria la sovranità delle comunità locali e ne mette a repentaglio la salute e la sicurezza.

Ecco perché ritengo che il pacifismo ecologico non possa fare a meno della componente antimilitarista, che si oppone fermamente alla struttura militare in quanto gerarchica, nemica della democrazia ed asservita agli interessi dominanti, come ribadisce il filosofo Fernando Savater.

«L’antimilitarismo è una forma di intervento politico che pretende di farla finita con l’attuale predominio del militare sul civile, come primo passo di una mutazione essenziale dello Stato contemporaneo e di una radicalizzazione efficace della democrazia. I suoi obiettivi immediati comprendono movimenti nonviolenti di pressione sociale – anche se non sempre legali – contro la corsa agli armamenti, la politica dei blocchi militari, la proliferazione delle armi atomiche, le intenzioni di espansione bellica e, in generale, qualsiasi crescita del potere e della influenza delle istituzioni militari della vita pubblica […] In ultima analisi, considerato che il sistema militare appoggia e si appoggia, sostiene ed è sostenuto dalla disuguaglianza economica, dallo sfruttamento del lavoro dei più da parte dei meno, etc. … l’antimilitarismo si confronta anche con l’incistamento cronico dell’ingiustizia sociale». [xviii]

L’assemblea nazionale di Napoli del 3 marzo e la grande manifestazione a Roma del successivo 23 possono essere un primo passo per cominciare ad operare questa indispensabile sintesi politica tra le tante lotte contro speculazioni e saccheggio dei singoli territori ed una complessiva proposta di alternativa ecologica, economica e sociale all’attuale modello di sviluppo.

Può essere anche, ce lo auguriamo, un’occasione per cominciare ad operare una saldatura tra movimenti contro le devastazioni ambientali ed il biocidio e quelli che si battono contro la guerra e la militarizzazione del territorio, in un’ottica ecopacifista ed antimilitarista.


[i]  Vedi: Genesi, 4: 1-16

[ii] Sull’episodio cfr. Appunti di esegesi , P.F.T.I.M.  pp. 24-28 >http://www.pftim.it/ppd_pftim/7/materiale/Esegesi.pdf

[iii] Gen 4: 9-15

[iv] Appunti di esegesi , cit., p. 28

[v]  Ermete Ferraro, “Difendere sorella terra, nostra casa comune” (29.07.2015), Agoravox Italia > https://www.agoravox.it/Difendere-sorella-terra-nostra.html

[vi] Cfr., ad es. quello Hoepli > https://dizionari.repubblica.it/Italiano/B/biocidio.html

[vii]  Vedi definizione di ‘biocida’ in Treccani > http://www.treccani.it/vocabolario/biocida/

[viii]  Cfr. “biocide” in Oxford Living Dictionaries > https://en.oxforddictionaries.com/definition/biocide

[ix]  “Biocide” in Definitions > https://www.definitions.net/definition/BIOCIDE

[x]  Manifesto per l’Assemblea nazionale “Per la giustizia climatica e ambientale – il Sud chiama alla mobilitazione” (Napoli – 3 marzo 2019) >  https://www.facebook.com/events/2255482508045020/

[xi] Ibidem

[xii]  Antonio D’Acunto, “Rifondare l’Utopia” (2014), in Alla ricerca di un nuovo umanesimo – Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli, la Città del Sole, 2016, pp. 269

[xiii]Per la giustizia climatica e ambientale”,  cit.

[xiv]  Ermete Ferraro,  “Ecopacifismo: visione e missione” (2011), GandhiTopia.org > http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione

[xv]  Johan Galtung, Ambiente sviluppo e attività militari, Torino, E.G.A., 1986

[xvi]  Xosé Maria Garcia Villaverde : “Ecopacifismo: unha proposta”, Cos pes na terra (rivista galiziana) > http://www.cospesnaterra.info/index.php?option=com_content&task=view&id=168  (trad. mia)

[xvii]  Ermete Ferraro,  L’Ulivo e il Girasole – Manuale ecopacifista di V.A.S. , scaricabile all’indirizzo > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d  – Vedi anche: Ermete Ferraro, “Credere, Rinverdire e Combattere” (2018), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2018/11/18/credere-rinverdire-e-combattere/

[xviii] Fernando Savater, Las razones del antimilitarismo y otras razones, Barcelona, Editorial Anagrama, 1998, p. 87 (trad. mia)

© 2019 Ermete Ferraro

Credere, rinverdire e combattere?

Il neo-ambientalismo dei Grigioverdi

a1332f42-7f51-4824-bb30-910d15832a0906MediumLa notizia risale a pochi giorni fa. Si è svolta il 13 e 14 novembre a Roma, presso la Scuola Ufficiali, la Terza Conferenza Internazionale sull’Ambiente, organizzata dall’Arma dei Carabinieri, cui hanno preso parte il Ministro dell’Ambiente Costa e il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Nistri.  Il convegno era suddiviso in tre sezioni dal titolo ecologicamente accattivante: il valore della biodiversità; la conservazione della biodiversità; l’attività di polizia a tutela della biodiversità. [i] Non è certo strano, a questo punto, che un ecopacifista come me si sia sentito stimolato ad approfondire il senso di questo incontro e, soprattutto, la logica più ampia che da qualche anno ha portato incredibilmente a collegare le problematiche ambientali con le finalità e competenze del Ministero della difesa. Nel suo intervento, dopo aver candidamente ammesso che la salute e la sicurezza della popolazione dovrebbero essere ‘preservati’ dalle attività militari, la Ministra Trenta ha elogiato gli sforzi che sono stati compiuti per “abbattere l’impatto energetico” delle attività di sua competenza e per migliorare il loro livello di “sostenibilità”.

«Vogliamo fare in modo che tutto sia perfettamente nella norma e che la salute e la sicurezza dei cittadini, nonché le esigenze ambientali del territorio, siano perfettamente preservati da quella che è un’attività necessaria per le Forze Armate e per il Paese […] Ad oggi, sono numerosi i programmi di riqualificazione energetica che abbiamo realizzato […] per abbattere l’impatto energetico delle nostre attività peculiari. Il bilancio di queste collaborazioni è stato finora senza dubbio positivo, perché oltre a garantire importanti risultati in termini di ottimizzazione delle risorse energetiche, hanno consentito un prezioso affinamento dei livelli tecnologici del sistema difesa e di sostenibilità dello strumento militare stesso». [ii]

Pur sorvolando sul modo ambiguo con cui, anche in questo caso, si fa ricorso al termine ‘sostenibilità’ (per sua natura viziato dal limite di essere fluido, elusivo ed opaco, come ho già avuto modo di sottolineare [iii] ) le argomentazioni della Ministra sembrerebbero, più che un riconoscimento di merito, un’excusatio non petita per l’innegabile impatto, non solo energetico, che le attività militari da sempre hanno esercitato sull’ambiente e su coloro che abitano in territori da esse interessati, o meglio occupati.

Sul sito dei Carabinieri – organizzatori della Conferenza – la questione era già stata affrontata, sostituendo il concetto di sostenibilità con quello ancor più vago e sfuggente di armonizzazione.

«Quando siamo in presenza di due interessi dotati di pari rango costituzionale come quello alla difesa militare e quello alla tutela dell’ambiente l’uno non può avere preminenza sull’altro. Proprio per questo il rapporto tra attività militari e protezione ambientale è argomento particolarmente rilevante e complesso. L’approccio della Difesa in materia si fonda sul perfezionamento di strumenti normativi finalizzati ad armonizzare le esigenze operative ed addestrative con quelle della salvaguardia ambientale e dei territori interessati dalla presenza di attività militari, come pure sulla realizzazione di concrete azioni preventive e correttive a tutela della salute e dell’ambiente».[iv]

E’ evidente che, in presenza di più interessi salvaguardati dalla nostra Costituzione, bisogna evitare che uno prevalga sull’altro. Mentre però è indiscutibile che, secondo l’art. 9, “ la Repubblica (…)  tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, l’art. 52 della nostra Carta costituzionale recita: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Esso prosegue parlando d’un  “servizio militare… obbligatorio, nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge” e specificando che “L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”. Resta comunque arbitrario identificare il valore costituzionale della ‘difesa’ con quella di tipo militare. Ad affermarlo non sono io – che dell’opposizione al militarismo ed alla guerra ho fatto oggetto di circa quaranta anni d’impegno – ma la stessa legislazione italiana e vari pronunciamenti nel merito della Corte Costituzionale, come si riconosceva già 12 anni fa in un documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri relativo alla Difesa civile non armata e nonviolenta.

«In particolare […] si è già segnalato che sia la legge 230 del 1998 sia la legge 64 del 2001 espressamente dichiarano che il servizio civile «risponde al dovere di difesa» e «concorre alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari». E’ appena il caso di precisare che queste formule legislative sono state in più occasioni considerate costituzionalmente legittime dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, che ha contribuito ad estendere il concetto di difesa oltre i contorni della sola difesa militare [..] Si può quindi oggi senza dubbio affermare che quando la Costituzione fa riferimento al «dovere di difesa» intende rapportarsi a più forme di adempimento: sia in senso militare ed armato, sia in senso disarmato e non militare (perciò “civile”» .[v] 

Ecologisti con elmetto e mimetica

mimeticaL’Italia è arrivata un po’ tardi all’affermazione d’un nesso tra attività militari e tutela dell’ambiente. Questa ambigua operazione mediatica (che ho sintetizzato con la metafora della ‘mimetica’ dei soldati, che serve a ben altro che a far sentire quelli che l’indossano in armonia col contesto naturale… ) ha origine fuori dal nostro Paese. Basta visitare i siti web di altri ministeri della difesa per imbattersi in varie perorazioni dell’importanza delle forze armate nella salvaguardia ambientale. Cominciamo dalla vicina Francia, sul cui sito del Ministère des Armées si legge:

«Il Ministero della Difesa ha una particolare responsabilità nel campo dell’ambiente. Esso infatti occupa importanti spazi naturali, possiede il primo parco immobiliare dello Stato, sfrutta le installazioni classificate per la protezione dell’ambiente, definisce, mette in opera e gestisce la fine vita dei sistemi d’arma […] (Il Piano d’Azione ambientale interforze) persegue vari obiettivi: – Integrare la dimensione ambientale all’interno degli equipaggiamenti di difesa; – smantellare i materiali materiale nel rispetto dell’ambiente; preservare la biodiversità dei terreni militari; – mettere in opera infrastruttura ed attività rispettose dell’ambiente». [vi]

Ciascuno di questi punti viene esemplificato con le azioni promosse per ridurre l’impatto ambientale degli armamenti, i notevoli consumi energetici ed i pericolosi ‘rifiuti’ prodotti dalla ‘rottamazione’ di armi, veicoli, natanti e velivoli in uso alla ‘difesa nazionale’. Altri obiettivi dichiarati sono il miglioramento della gestione dei consumi energetici degli immobili militari e le iniziative per conciliare le attività di addestramento nei poligoni di tiro con la tutela della flora e della fauna. La preoccupazione della Défense d’Oltralpe per la salvaguardia della biodiversità dei tanti siti occupati (di cui ben 41.000 ettari d’interesse naturalistico) è davvero toccante. Peccato però che nelle svariate convenzioni avviate per salvare quei territori dall’impatto delle attività militari (in Francia come anche in Italia) si badi più al risparmio delle risorse energetiche e ad una generica protezione ambientale che a garantire sicurezza e salute agli abitanti di quei territori…

Se ci spostiamo in Canada, si nota che quel governo federale afferma il suo impegno nel “rinverdire la Difesa” .

«La Difesa (DND) assegna un’alta priorità al suo programma ambientale ed è impegnata a condurre le sue operazioni in modi tali da proteggere la salute umana e l’ambiente. Il Ministero continua la sua evoluzione come organizzazione responsabile e sostenibile, affrontando i problemi ambientali passati e continuando a cercare opportunità per mantenere la salubrità dell’ambiente in futuro […] La DEES (Strategia Ambientale ed Energetica della Difesa) fornisce una Chiara visione ed identifica obiettivi concreti per ridurre gli impatti ambientali relative alle attività della Difesa. Il Ministero, insieme con le Forze Armate, si adopererà per adempiere quattro obiettivi-chiave: – meno spreco energetico; energia più pulita; una ridotta impronta ambientale della Difesa; prestazioni energetiche ed ambientali meglio gestite». [vii]

Anche in questo caso, dietro la ‘foglia d’acero’ dell’ambientalismo e della cura della salute dei Canadesi sembrerebbero celarsi interessi economici, relativi al risparmio di risorse finanziarie, e politici, allo scopo di minimizzare l’innegabile impatto ambientale delle attività militari.

Che cosa propongono nel merito i loro potenti vicini statunitensi ? Anche in questo caso le dichiarazioni di principio non mancano. Sul sito del Dipartimento della Difesa USA si leggono le seguenti affermazioni.

«Il DOD – pur non sostenendo una formale mission dedicata alla ricerca sul cambiamento globale, sta sviluppando politiche e piani per gestire e rispondere agli effetti del cambiamento climatico sulle missioni della Difesa, sulle risorse e sull’ambiente operativo […]  Il DOD è responsabile della gestione ambientale di centinaia di installazioni in tutti gli Stati Uniti e deve continuare a incorporare considerazioni geostrategiche ed energetiche nella pianificazione della forza, nello sviluppo dei requisiti e nei processi di acquisizione […] Il programma di ricerca CRREL risponde alle necessità dei militari, ma gran parte della ricerca avvantaggia anche il settore civile ed è finanziata da clienti non militari». [viii]

Rispetto al consueto pragmatismo statunitense, il tono dell’omologo Ministero dell’Australia a proposito della ‘gestione ambientale’ è solo apparentemente più ispirato e non autoreferenziale.

« La difesa riconosce che è un custode dell’ambiente ed è impegnata nella gestione ambientale sostenibile. L’ambiente è un fattore critico per le capacità dell’ADF e deve essere protetto per garantire che le attività di difesa possano essere sostenute nel futuro. La strategia ambientale per la difesa del 2016 […] si concentra su cinque obiettivi strategici per gestire le sfide e le opportunità ambientali attuali ed emergenti.[…] Obiettivo strategico 1: La difesa fornirà un territorio sostenibile relativamente alle aree, le attività e le attività marittime, terrestri e aerospaziali della Difesa; Obiettivo strategico 2: la difesa comprenderà e gestirà i suoi impatti ambientali; Obiettivo strategico 3: La difesa ridurrà al minimo i futuri rischi di inquinamento e gestirà i rischi di contaminazione esistenti; Obiettivo strategico 4: La difesa migliorerà l’efficienza del suo consumo di risorse e rafforzerà la sicurezza delle risorse; Obiettivo strategico 5: La difesa riconoscerà e gestirà i valori del patrimonio immobiliare della Difesa». [ix]

Un generale a 5 stelle a difesa dell’ambiente

costaTornando alla Terza Conferenza sull’Ambiente organizzata dall’Arma dei Carabinieri, ritengo comunque interessante cercare di capirne la strutturazione e l’obiettivo, non tanto sul piano culturale e scientifico, quanto per comprendere meglio la strategia ‘ambientalista’ delle forze armate italiane. Ci aiuta un articolo apparso sul sito de La Dea della Caccia, che si autodefinisce “il magazine delle passioni venatorie, natura ambiente e non solo”. Per fare onore all’impegnativo titolo dato al convegno: “Biodiversità: motore della vita sulla Terra” , esso ne prevedeva la trattazione su tre piani: il suo valore, la sua conservazione e l’attività di polizia a sua tutela.

Come si vede, i lavori avevano un taglio molto specifico e scientifico ed inoltre non era solo rituale l’intervento alla Conferenza del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa – ex Comandante in Campania del Corpo Forestale dello Stato, che il governo Renzi volle forzosamente militarizzare, traslocandolo all’interno della Benemerita e rinominandolo ‘Carabinieri per l’Ambiente’. A questo “generale a 5 Stelle” ho già dedicato una nota sul mio blog [x], ma non posso fare a meno di sottolineare che, quattro anni fa,  fu l’allora Comandante Regionale della Forestale Sergio Costa:

«…ad insorgere e ad invitare senza mezze parole dal suo profilo Facebook a farsi sentire. “Da oggi in poi, fintanto che il Governo non cambierà idea, io avrò sul mio profilo Fb lo stemma del Corpo Forestale dello Stato e non lo cambierò. Aiutate il CfS e scrivete sul profilo Facebook del Premier Matteo Renzi che non concordate sul progetto”». [xi]

Fatto sta che colui che aveva dichiarato: «Siamo l’unica forza di polizia specializzata nei settori di ambiente e natura e questo deriva dal fatto che veniamo preparati sin da giovani. Una peculiarità che perderemmo se finissimo nella polizia o nei carabinieri» [xii]  nel 2016 è poi diventato Generale di Brigata dei Carabinieri e nel 2018 è stato designato dal M5S a ricoprire il delicato ruolo di Ministro dell’Ambiente. Dello stemma della Forestale – col suo motto “Pro natura opus et vigilantia” – resta ormai solo il ricordo, che l’iniziativa ‘ambientalista’ intrapresa dai Carabinieri cerca però di rilanciare in qualche modo, anche con una certa enfasi retorica.

«La causa più rilevante di perdita di biodiversità è la distruzione o l’alterazione di habitat, nonché il prelievo illegale di specie animali e vegetali in natura. Quindi l’attività di controllo e di contrasto finalizzata a prevenire e reprimere i crimini ambientali contribuisce in modo significativo alla tutela della biodiversità. In materia ambientale l’attività preventiva è senza dubbio decisiva per evitare la perdita di biodiversità in quanto la repressione, seppur inevitabile, interviene successivamente all’azione criminale che ha cagionato il danno alle componenti ambientali che, quasi sempre, risultano irreparabilmente compromesse generando, a volte, anche rischi concreti per la salute pubblica. Altrettanto fondamentale, per la tutela dell’ambiente, è una capillare e mirata attività di educazione ambientale. In questo ambito l’Arma dei Carabinieri, da sempre attenta alle esigenze dei territori e prossima alle popolazioni rurali e montane, svolge un ruolo importante per aiutare a comprendere e rispettare consapevolmente l’ambiente e, nel contempo, agisce con prontezza e fermezza  per contrastare le illegalità sia di tipo organizzato che comune, anche quando i reati hanno una matrice internazionale…». [xiii]

E’ qui evidente il taglio conferito al Convegno, il cui aspetto più rilevante è quello inerente alle attività di polizia a tutela dell’ambiente, sul piano sia preventivo sia repressivo. Tutto bene, però va detto che questa specifica finalità dei Carabinieri non giustifica né la militarizzazione di un preesistente corpo civile di polizia giudiziaria, né autorizza le Forze Armate nel loro insieme a fregiarsi del titolo di difensori dell’ambiente, i cui equilibri ecologici sono viceversa pesantemente compromessi proprio dalle attività militari, per non parlare di quelle esplicitamente belliche.

Tutela ecologica VS devastazione ambientale

poligoniFa quindi amaramente sorridere che, in quel contesto, la ministra Trenta abbia disinvoltamente dichiarato:

«Potrebbe sembrare un paradosso, ma se le aree su cui insistono da 50/60 anni molti poligoni militari sono oggi considerate Siti di Interesse Comunitario e rappresentano molto spesso un polmone verde per le regioni che le ospitano, la ragione è da ravvisarsi anche nel fatto che esse sono state interdette a quella edilizia speculativa che ha invece devastato tante zone pregiate del nostro territorio, soprattutto in prossimità delle coste». [xiv]

Ebbene sì, onorevole professoressa e capitana della riserva, quello da lei enunciato è effettivamente un paradosso, che vorrebbe farci credere che le tante aree impiegate per devastanti ed inquinanti esercitazioni militari sarebbero considerate di interesse naturalistico proprio in quanto ‘protette’ dalla rassicurante presenza militare. Continuando in tale assurdo sillogismo, ne deriva che, per tutelare i valori ambientali di tanti territori del nostri Paese, la soluzione più efficace sarebbe quella di assoggettarli a sempre nuove servitù militari…!

La triste verità, invece – per citare un articolo apparso nel 2015 sul sito dell’UNRIC (un organismo dell’UNU) – è che “l’ambiente è una vittima della guerra troppo spesso dimenticata[xv]. La tragica realtà che abbiamo tuttora davanti agli occhi, ci dimostra che, mutuando il titolo d’un saggio francese di ecologia politica, “la natura è un campo di battaglia[xvi] sul quale si esercitano le forze oscure di un capitalismo selvaggio e cinico, che non esita a ricorrere al ‘razzismo ambientale’,  colpendo soprattutto i più marginali, ed a ‘finanzializzare’ cinicamente perfino la crisi ecologica.

«La ‘riservatezza’ sulle questioni militari […] ha contribuito a tenere il pubblico all’oscuro dei gravissimi problemi che il moderno ‘approccio militare’ ai conflitti pone non solo alle comunità umane, ma agli equilibri (sempre più instabili) dell’ecosistema Terra. Pur essendo poco o per nulla finanziato, si sta gradualmente sviluppando un filone di ricerca grazie al quale si cerca di approfondire la relazione tra guerra e ambiente, tenendo conto non solo della guerra ‘guerreggiata’, ma dell’intero sistema che – coinvolgendo tutti i settori della società – contribuisce alla preparazione materiale, tecnica, umana della guerra, e scarica sugli ecosistemi le conseguenze di tale preparazione. La guerra, quindi, vista non solo come evento o serie di eventi, ma come un processo sistemico che cattura, trasforma e infine degrada (termodinamicamente) enormi quantità di materia e di energia (oltre che di denaro) sottraendole ad altri destini e producendo materiali inquinanti e tossici per tutte le forme di vita sulla Terra».[xvii]

Alla faccia della tutela della biodiversità! Le aree occupate dai militari per i loro ‘giochi di guerra’ e gli stessi mari dove si esercitano pericolosi natanti sono oggetto di molteplici forme d’inquinamento ambientale, da quello da residui tossici a quello chimico, dall’acustico all’elettromagnetico, fino a giungere al più insidioso e pervasivo: la contaminazione nucleare.

«Ironia della storia, il pianeta non è meglio difeso e protetto da coloro che si autoproclamano suoi difensori, ossia le forze armate, Il loro peso ed il loro impatto nel deterioramento del mondo non può che aggravare le crisi ambientali che conosciamo, crisi capaci di innescare nuovi conflitti. I militari fanno parte del problema prima di far parte, eventualmente, della soluzione […] Pensare in funzione della biodiversità vuol dire integrare il fatto che più dell’80% dei conflitti armati scoppiati tra il 1950 ed il 2000 si situano nelle zone più ricche e diversificate quanto a specie protette». [xviii]

La demistificazione che Ben Cramer – il polemologo francese docente all’Università di Parigi – fa dell’ossimoro che presenta i militari come difensori dell’ambiente, lo porta a formulare anche alcuni suggerimenti per fermare più credibilmente questa preoccupante corsa verso l’autodistruzione. Oltre a “climatizzare il Pianeta”, provvedendo ad arrestare con mezzi bio-ingegneristiche il riscaldamento globale, bisogna “ripulire l’atmosfera” ma soprattutto occorre “uscire dalla logica MAD”, la follia della ‘mutua distruzione assicurata’ che fatalmente accompagna l’escalation nucleare. Per Cramer, insomma, bisogna non solo riconvertire, riciclare e cambiare modello di sviluppo, ma soprattutto “disinquinare smilitarizzando” senza rinunciare ad “ecologizzare la difesa”.

«Il clima paranoico, col crescendo di odi e sovrapproduzione di nemici, rischia non soltanto di militarizzare le nostre società, ma parallelamente rischia di interferire con lo sviluppo, l’approfondimento e la connessione dei valori ecologisti e pacifisti». [xix]

Per un approccio ecopacifista

green-dove-1A questo punto mi sembra chiaro che bisogna demistificare lo pseudo-ambientalismo delle Forze armate, pur riconoscendo la funzione di un organo civile e qualificato di polizia ambientale, capace di prevenire e di reprimere i reati in materia. Non basta però smascherare i goffi tentativi di camuffamento dei militari, che usano la mimetica per farsi credere difensori della natura e farci dimenticare la loro pesante impronta ecologica sulla terra, i mari ed i cieli del nostro Paese.

Bisogna infatti rilanciare in Italia un forte ed unitario movimento ecologista tuttora latitante e spesso compromesso da posizioni ambigue e di comodo. Soprattutto, credo che sia assolutamente necessario collegare le battaglie ambientaliste con quelle pacifiste, come ho affermato in precedenti interventi e nel mio opuscolo dal titolo ‘L’Ulivo e il Girasole’, nel quale chiarivo anche i principi fondamentali di un approccio ecopacifista, in Italia ancora poco conosciuto e ancor meno praticato.

«L’ecopacifismo non è la pura e semplice sommatoria di obiettivi programmatici e di azioni pratiche relative alle lotte per la difesa degli equilibri ecologici e per l’opposizione al militarismo ed alla guerra. Con questo termine andrebbe invece caratterizzata un’impostazione etico-politica ed un programma costruttivo globale nei quali la nonviolenza attiva si manifesti sia nella salvaguardia dell’ambiente naturale e di tutte le forme di vita, sia nella ricerca di soluzioni costruttive e non armate ai conflitti […] Vi sono…alcune battaglie in cui la saldatura fra le due componenti del binomio ecopacifista risultano più evidenti. Sono quella contro la corsa agli armamenti e la moltiplicazione di scenari bellici, apportatori di morte ma anche di enormi disastri ambientali; quella contro il nucleare civile e militare; quella contro la globalizzazione che annienta le diversità biologiche ed umane, sottoponendo l’economia alla tirannia del profitto e militarizzando sempre più le società».[xx]

Ritengo infatti che solo un’impostazione ecopacifista possa farci uscire dall’equivoco che i vari Ministeri della Difesa si occupino di difendere l’ambiente e che a salvare il Pianeta ed i suoi equilibri ambientali possano essere quei soggetti la cui c.d. missione è invece tra le prime cause di sprechi energetici, di inquinamento del Pianeta e di devastazione e contaminazione dell’ambiente, oltre a sottrarre risorse sempre maggiori agli investimenti sociali, educativi e sanitari.

Se, infatti, è auspicabile che i militari si decidano finalmente a ridurre la loro ‘impronta ecologica’, bisogna però smascherare il pericoloso imbroglio di chi cerca di farli passare ora per amorevoli boy scout, ora per una versione aggiornate delle disneyane ‘giovani marmotte’.

L’ecopacifismo, per citare un docente catalano di ecologia politica:

«È una relazione sistemica essenziale che deve essere evidenziata e affrontata prima che sia troppo tardi. Significa anche che i precetti della cultura della pace devono diventare parte dell’ambientalismo e che i precetti ambientali devono diventare parte del pacifismo e dell’antimilitarismo. La questione va ben al di là di quella che potrebbe essere un’alleanza tattica tra i movimenti sociali per la giustizia globale». [xxi]

Non ci resta, allora, che demistificare l’ecologismo in salsa grigioverde, contrapponendogli un movimento ecologista e pacifista unito, più consapevole del proprio ruolo e, soprattutto, capace di mobilitare la coscienza di tanti giovani, che dovrebbero diventare protagonisti del loro futuro e, prima ancora, adoperarsi affinché il loro futuro non sia compromesso irrimediabilmente dal suicidio iperconsumista e dalla persistente follia della guerra.


N O T E 

[i] “Difesa e ambiente: al via la terza conferenza internazionale” (13.11.2018)  in: Ministero della Difesa> https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Difesa-e-ambiente-al-via-la-terza-conferenza-internazionale-.aspx

[ii] Ibidem   (sottolineature mie)

[iii] Ermete Ferraro, “L’insostenibile leggerezza della sostenibilità” (15.05.2015), AgoraVox Italia > https://www.agoravox.it/L-insostenibile-leggerezza-della,63977.html

[iv]  Ebe Pierini, “Difesa e ambiente” (26.11.2017), Carabinieri.it > http://www.carabinieri.it/editoria/natura/la-rivista/home/tematiche/ambiente/difesa-e-ambiente  (sottolineature mie)

[v] Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ufficio nazionale per il Servizio Civile, La Difesa civile non armata e nonviolenta (DCNAN), Roma, 30.01.2006 > http://www.serviziocivile.gov.it/media/561235/DCNAN-30-gen-06.pdf  (sottolineature mie)

[vi]  Environnement , Ministère de la Défense > https://www.defense.gouv.fr/sga/le-sga-en-action/developpement-durable/environnement  (traduzione e sottolineature  mie)

[vii] National Defence and Canadian Armed Forces, Greening Defence  > http://www.forces.gc.ca/en/business-environment/index.page  (traduzione e sottolineature mie)

[viii] Department of Defense, Global Change.gov > https://www.globalchange.gov/agency/department-defense (traduzione e sottolineature mie).  Che il Pentagono USA sia il principale inquinatore a livello mondiale è rivelato dall’articolo: “Environmentalists are Ignoring the Elephant in the Room: U.S. Military is the World’s Largest Polluter” (22.05.2017) by Washington’s Blog > https://www.globalresearch.ca/environmentalists-are-ignoring-the-elephant-in-the-room-u-s-military-is-the-worlds-largest-polluter/559159. Un altro interessante articolo americano sul rapporto fra militari ed ambiente è sintetizzato in: Gar Smith, “The Environmental Destruction Wrought by War” , An excerpt adapted from: GAR SMITH, The War and Environment Reader.September 20, 2017 > http://www.earthisland.org/journal/index.php/articles/entry/environmental_destruction_war/

[ix]  Dept. of Defence, Environmental Management, Australian Govt – DOD > http://www.defence.gov.au/Environment/ (traduzione mia)

[x]  Ermete Ferraro, “Generale, quelle 5 stelle…” (11.06.2018), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.com/2018/06/11/generale-quelle-5-stelle/

[xi]  Enrico Ferrigno, “Abolizione della Forestale, il Comandante regionale arringa su Fb: ‘Protestate con Renzi’ “ (24.07.2014), Il Mattino > https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/forestale_comandante_costa_terra_fuochi-512999.html

[xii] Carmelo Leo, “Sergio Costa ministro dell’Ambiente: è il generale che ha combattuto la Terra dei fuochi” (31.05.2018), la Repubblica > https://www.repubblica.it/ambiente/2018/05/31/news/sergio_costa_ministro_ambiente_governo_conte-197374509/

[xiii] “3^ Conferenza internazionale sull’ambiente ‘Biodiversità: motore della vita sulla terra’ (09.11.2018), La Dea della Caccia > https://www.ladeadellacaccia.it/index.php/3-conferenza-internazionale-sullambiente-biodiversita-motore-della-vita-sulla-terra-55212/  (sottolineature mie)

[xiv] “Difesa e ambiente” in: Ministero della Difesa, cit.

[xv]  Cfr. https://www.unric.org/fr/action2015-cop21/3636-lenvironnement-une-victime-de-la-guerre-trop-souvent-oublieeUn interessante ed accurato studio comparativo sul rapporto tra militarizzazione dei siti e protezione ambientale in tre Paesi (Francia, Regno Unito e U.S.A.) è: Peter Coates, “Defending Nation, Defending Nature? Militarized Landscapes and Military Environmentalism in Britain, France, and the United States”, Environmental History, Volume 16, Issue 3, 1 July 2011, Pages 456–491 > https://academic.oup.com/envhis/article/16/3/456/457490

[xvi] Razmigh Keucheyan, La nature est un champ de bataille, Essai d’écologie politique, La Découverte > https://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index-La_nature_est_un_champ_de_bataille-9782355220586.html (traduzione mia)

[xvii]  Elena Camino, “Guerra, ambiente, nonviolenza” (23.05.2016),  Torino, Centro Studi Sereno Regis > http://serenoregis.org/2016/05/23/guerra-ambiente-nonviolenza-elena-camino/

[xviii]  Ben Cramer, Guerre et Paix…et Ecologie – Les risques de la militarisation durable, éd. Yves Michel, 2014, pp. 20 …. 26 (trad. mia); vedi anche il suo articolo del 2016 “Pour un état d’urgence démocratique”: > http://www.yvesmichel.org/pour-un-etat-durgence-democratique-par-ben-cramer/

[xix] Cramer, op. cit., p. 234

[xx]  Ermete Ferraro,  L’Ulivo e il Girasole – Manuale per un progetto di coordinamento delle azioni ecopacifiste di VAS Onlus-APS. Napoli, 2014, ISSUU.COM  pubblicato come e-book e scaricabile all’indirizzo: https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d p. 4.   Vedi anche: Idem, “Ecopacifismo: visione e missione” (12.11.2011),  postato sulla pagina di E.F in: GandhiTopia (India) > http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione

[xxi] David Llistar i Bosch, “Convergence of environmentalism and antimilitarism. Metabolism, geopolitics and anti-cooperation” ,  Generalitat de Catalunya, Per la Pau – Peace in Progress , N° 5 (Nov. 2010) > http://www.icip-perlapau.cat/e-review/issue-5-november-2010/convergence-environmentalism-and-antimilitarism-metabolism-geopolitics-and-anti-cooperation.htm

© 2018, Ermete Ferraro

UNA PACE DA COSTRUIRE (*)

international_day_of_peace-900x450 Ci siamo scordati la pace?

Il 21 settembre è la data in cui dal 1981, per iniziativa dell’O.N.U., si celebra la Giornata Internazionale della Pace [i]. E’ però evidente che in Italia tale iniziativa ha avuto ancora una volta scarso rilievo, sia mediatico sia in termini di eventi. Basta infatti consultare un qualsiasi motore di ricerca su Internet per accorgersi che, fatta eccezione per l’emittente televisiva di San Marino, Radio Monte Carlo, il tg di Sky24 e qualche rivista specializzata, ben pochi quotidiani, radio e televisioni hanno recepito e ricordato tale data. Oltre alla mostra ‘Colors of Peace’ all’esterno del Colosseo, una mostra di libri sulla pace a Cervia, una biciclettata ambiental-pacifista a Foggia, una sessione di Yoga a Padova ed un incontro pacifista a Palermo, si sono conseguentemente registrate ben poche iniziative riconducibili a questa ricorrenza.

Sarà forse l’infausta (ma significativa…) coincidenza di data dell’International Peace Day  con la Giornata Mondiale dell’Alzheimer, ma la sensazione che se ne ricava è che l’interesse e l’impegno per l’educazione alla pace – come avviene del resto anche con la ricerca sulla pace e con la stessa azione per la pace – stia progressivamente calando.  E’ senz’altro cosa buona e giusta che si ponga in primo piano il fenomeno della preoccupante diffusione a livello mondiale del morbo di Alzheimer  (un tipo di demenza che provoca gravi problemi con la memoria, il pensiero ed il comportamento), aggiornando le nostre conoscenze sui possibili interventi preventivi e terapeutici per fronteggiarlo. Mi sembra invece assai meno positivo che ragionare sulla pace coinvolga sempre meno persone, anche in ambito formativo, alimentando la strana sensazione che riguardo ad una questione così centrale per l’intera umanità si registri una preoccupante tendenza alla perdita della memoria sulla tragedia dei conflitti bellici, alla carenza di riflessioni sulla pace e ad una ridotta attenzione alla promozione di comportamenti di pace.

Il rispetto di ricorrenze, celebrazioni ed anniversari, si sa, non è necessariamente indice di un crescente investimento della società, della cultura e delle istituzioni educative sui quegli specifici temi. Paradossalmente, anzi, potremmo trovarci di fronte all’ipocrita esaltazione una tantum di valori che nei fatti, nella vita quotidiana, non trovano invece un reale apprezzamento né un’effettiva valorizzazione. Ciò premesso, penso che non dobbiamo sottovalutare il peso di questo innegabile calo di tensione nella formazione delle nuove generazioni a pensieri, sentimenti e comportamenti che mettano al centro la pace ed il superamento dei conflitti in chiave nonviolenta. Dopo la stagione della superficialità e del qualunquismo ideologico – che ha fatto registrare nei decenni scorsi la diffusione nelle scuole di progetti di educazione alla pace spesso raffazzonati e contradittorii –  ci troviamo oggi nella fase in cui le problematiche della pace stanno quasi scomparendo dall’orizzonte educativo, dominato da ben altri obiettivi e dallo sviluppo diversi ‘skills. E’ infatti dal 2006 che l’U.E. ha indicato a tutti i paesi membri quali dovrebbero essere le otto “competenze chiave per l’apprendimento permanente” [ii] :   1) comunicazione nella madrelingua;  2) comunicazione nelle lingue straniere;  3) competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia;  4) competenza digitale;  5) imparare a imparare;  6) competenze sociali e civiche; 7) spirito di iniziativa e imprenditorialità;  8) consapevolezza ed espressione culturale.  Ma che fine hanno fatto le conoscenze e le competenze riguardanti la pace?

Competenze nei conflitti o conflitti di competenze ?

 imagesE’ abbastanza evidente che – fatta eccezione per le ‘competenze sociali e civiche’ , quelle che chiamiamo ‘di cittadinanza’ –  nell’elenco delle priorità formative manca un riferimento esplicito a quelle che abbiano a che fare con la crescita della consapevolezza della natura dei conflitti e con la promozione della pace come alternativa concreta alla violenza personale e strutturale che affligge la nostra realtà. Leggendo con attenzione i documenti del Ministero dell’Istruzione italiano (MIUR), ed in particolare le famose ‘Indicazioni’ del 2012, apprendiamo certamente  che la formazione scolastica dovrebbe sviluppare negli studenti adeguate competenze civico-sociali, ma non si va oltre la genericità di tali affermazioni.

«L’educazione alla cittadinanza viene promossa attraverso esperienze significative che consentano di apprendere il concreto prendersi cura di se stessi, degli altri e dell’ambiente e che favoriscano forme di cooperazione e di solidarietà. Questa fase del processo formativo è il terreno favorevole per lo sviluppo di un’adesione consapevole a valori condivisi e di atteggiamenti cooperativi e collaborativi che costituiscono la condizione per praticare la convivenza civile. Obiettivi irrinunciabili dell’educazione alla cittadinanza sono la costruzione del senso di legalità e lo sviluppo di un’etica della responsabilità, che si realizzano nel dovere di scegliere e agire in modo consapevole e che implicano l’impegno a elaborare idee e a promuovere azioni finalizzate al miglioramento continuo del proprio contesto di vita, a partire dalla vita quotidiana a scuola […] È attraverso la parola e il dialogo tra interlocutori che si rispettano reciprocamente, infatti, che si costruiscono significati condivisi e si opera per sanare le divergenze, per acquisire punti di vista nuovi, per negoziare e dare un senso positivo alle differenze così come per prevenire e regolare i conflitti». [iii]

Si tratta senz’altro di obiettivi importanti e sicuramente positivi per la crescita umana e civica dei nostri ragazzi. Magari non particolarmente congruenti con le altre sette competenze chiave – che invece ribadiscono il primato di una società che esalta la comunicazione in senso mediatico, le tecnologie informatiche e perfino l’imprenditorialità, ma sono pur sempre validi riferimenti per l’educazione della persona e del cittadino. Valori come l’attenzione all’ambiente, la solidarietà, la legalità ed il senso di responsabilità, in effetti, rimangono molto importanti nello sviluppo di quella che viene chiamata educazione alla ‘convivenza civile’. Fatto sta che alla conflict resolution si accenna solo nell’ultima parte del testo citato ed il discorso sembra ristretto ai pur fondamentali aspetti del ‘dialogo’ interpersonale e del ‘rispetto’ reciproco, facendo solo un fugace riferimento alla questione che è invece centrale: come “prevenire e regolare i conflitti”. [iv]

Educazione vs maleducazione alla pace?

Già nel 2008 mi era capitato di approfondire l’approccio nostrano a tali problematiche e le mie riflessioni erano confluite in un saggio, il cui significativo titolo è lo stesso di questo paragrafo. [v] Purtroppo, dopo dieci anni la situazione non mi sembra migliorata, per cui la quasi totalità delle osservazioni che facevo allora possono essere riproposte ancor oggi. Con l’aggravante che se allora bisognava stare attenti alle mistificazioni di quella che definivo ‘maleducazione alla pace’, adesso l’interesse nei confronti di tali problematiche da parte delle istituzioni scolastiche – e ahimè degli stessi docenti… – appare ulteriormente scemato.

imagesNella ‘scuola Pon-Pon’ , tutta presa dalla digitalizzazione dell’insegnamento [vi], dalla diffusione del c.d. ‘pensiero computazionale’ e dal martellante consolidamento a suon di test della priorità di alcune discipline-chiave sulle altre, restano evidentemente sempre meno spazio tempo e risorse da dedicare a percorsi formativi riguardanti la risoluzione dei conflitti in chiave nonviolenta. Viceversa, non ci sono certo mancati in questi anni gli inviti all’esaltazione retorica degli anniversari della ‘Grande Guerra’ e si è manifestata la sempre più invadente presenza dentro le istituzioni scolastiche di realtà che fanno capo al sistema militare e ad una concezione esclusivamente bellica della ‘difesa’.[vii]  E’ chiaro allora che su questo terreno accidentato – anche a causa della progressiva scomparsa di solidi fondamenti ideologici che contrastino col pensiero unico liberista ed ora anche nazionalista –  i progetti che puntano sull’educazione alla pace stentano ad attecchire, seppur non mancano iniziative significative come quella sulle “scuole smilitarizzate” lanciata nel 2013 da Pax Christi [viii], con l’appoggio di altre realtà cattoliche come i Missionari Saveriani [ix] dei movimenti nonviolenti e di altre voci libere.

Il problema di fondo è che in Italia manca una cultura diffusa su queste problematiche; diventano sempre di meno le realtà formative ed accademiche che si occupano di peace research;  troppo spesso la stessa educazione alla pace è stata spesso confusa con una moralistica educazione alla convivenza civile o, peggio, con la formazione dei giovani ad evitare i conflitti, piuttosto che ad affrontarli in modo alternativo e creativo. Nel saggio del 2008, dunque, mi era parso necessario puntualizzare che:

« L’educazione per la pace è orientata soprattutto agli esiti del processo formativo, cioè alla realizzazione di comportamenti individuali e di gruppo che consentano relazioni nonviolente e, in generale, un progressivo superamento della violenza nei rapporti, dal micro al macro livello.

L’educazione alla pace si occupa maggiormente della formazione ad una cultura pacifica alternativa, intesa sia come insieme di conoscenze e tecniche specifiche, sia come repertorio di tematiche e spunti per un lavoro educativo che si proponga il superamento della distruttività dei conflitti.

La pace nella educazione ­ secondo il noto studioso norvegese Magnus Hassvelsrud ­ è un processo di miglioramento delle inter­relazioni in ambito specificamente educativo, all’interno di un profondo cambiamento delle strutture socio­educative, così da poter parlare di “educazione alla pace” senza cadere in contraddizione». [x]

Fermo restando che tutti i tre approcci andrebbero perseguiti, mi rendo conto che nella scuola italiana di oggi sarebbe forse opportuno puntare soprattutto al primo. Educare per la pace, infatti, non richiede un investimento di tempo e risorse particolarmente gravoso né implica la presenza di formatori altamente qualificati. L’attenzione prevalente agli esiti della formazione (relazioni prive di violenza, consapevolezza della violenza indiretta e strutturale oltre che di quella diretta ed immediatamente percepibile) potrebbe infatti coinvolgere docenti di varie materie in progetti collettivi ed interdisciplinari, assecondando anche l’impulso al coordinamento dell’azione educativa e finalizzandola a comportamenti pacifici.

Competenze di pace vs spinta alla competizione

 E’ evidente che una società sempre più competitiva, iniqua e violenta non asseconderà mai davvero un’educazione alla pace che formi le nuove generazioni alla cooperazione, alla solidarietà ed al superamento della violenza. La scuola – dobbiamo esserne consapevoli – è lo specchio dei modelli di sviluppo e di convivenza presenti nella società, ma ciò non ci deve impedire d’inserirci nelle contraddizioni insite in tale rapporto. Ecco perché, per evitare di scadere in un moralismo generico quanto improduttivo, credo sia utile rifarsi anche in questo ambito alle sei ‘competenze per l’E.P.’ proposte nel 1999 dall’UNICEF, citate nel mio saggio e riproposte nel 2012 dalla stessa organizzazione. [xi]:  

  • Identificare ed implementare soluzioni per risolvere i conflitti;

  • identificare ed evitare situazioni a rischio;

  • dare una valutazione critica delle soluzioni violente proposte ordinariamente dai media;

  • opporre resistenza ai condizionamenti da parte di coetanei e adulti a fare ricorso a comportamenti violenti;

  • diventare mediatori nelle situazioni di conflitto;

  • contrastare ogni forma di pregiudizio ed accrescere l’accettazione e l’apprezzamento della diversità». [xii]

Ebbene, se nelle nostre aule riuscissimo a seguire, anche parzialmente, questo percorso educativo credo che si farebbero molti passi avanti nella costruzione di una scuola diversa, capace di mettere in crisi dal basso l’ipocrisia di chi promuove nei fatti una mentalità competitiva e selettiva e, di conseguenza, comportamenti miranti all’individualismo, al successo, all’affermazione dell’io sul noi, alla scissione dell’educazione formale dalle scelte etiche.

Mi sembra quindi che sia arrivato il momento di rimboccarci le maniche, perché nessuna riforma della scuola (si autodefinisca o meno ‘buona’…) potrà impedirci di svolgere il nostro autentico ruolo di educatori, troppo spesso sopravanzato dalle preoccupazioni derivanti da un insegnamento che, alla faccia della sbandierata ‘autonomia’, diventa sempre più standardizzato, tecnologizzato ed eterodiretto. Basta documentarsi opportunamente, collegarsi ad altri docenti che lavorano in tal senso e promuovere nuove occasioni formativi e di confronto delle esperienze, come quella realizzata due anni fa nel piccolo e virtuoso comune di Monteleone di Puglia, [xiii] , in occasione della quale ho dato il mio piccolo contributo, con una presentazione sulla comunicazione nonviolenta [xiv] e successivamente sull’approccio ecopacifista.

nonviolenza Concludo riportando quanto scrivevo dieci anni fa, tuttora valido, a proposito della metodologia più idonea al perseguimento di un’educazione alla pace che non resti sconnessa dal contesto formativo, ma caratterizzi il nostro lavoro di docenti e lasci una traccia effettiva nei nostri studenti.

« 1) L’E.P. dovrebbe sempre essere presentata come educazione alla gestione positiva dei conflitti, proprio per non cadere nell’equivoco che la violenza è il prodotto naturale del conflitto e che per vivere pacificamente dobbiamo far finta che i conflitti non esistano, col rischio di alimentare l’idea un po’ manichea che la colpa sia sempre dei “cattivi” di turno.

2) La prima cosa da fare, per dimostrarsi davvero nonviolenti, credo che sia dichiarare apertamente (i latini usavano il verbo “con­fiteri”) le proprie convinzioni, ideologiche o religiose che siano, da cui scaturisce la nostra proposta educativa. In caso contrario, si cade nell’illuministica concezione che la verità sia auto­evidente, alla luce della ragione, e che basti quindi “spiegare” i diritti dell’uomo, oppure la negatività delle guerre o anche i meccanismi di sfruttamento dell’uomo e della natura, perché ne derivino conseguenze positive. Su un pensiero “debole” o un relativismo etico, ne sono convinto, non si costruisce una credibile educazione per la pace, che ha bisogno di solide convinzioni. Tutt’al più, si promuove una generica ed un po’ superficiale cultura pacifista.

3) Si dovrebbe evitare di presentare l’E.P. solamente come una questione di relazioni pacifiche, poiché un rapporto più rispettoso, armonico ed equilibrato tra individui è sicuramente il fondamento di una modalità pacifica di convivenza civile, ma non esaurisce certo le potenzialità di un’alternativa nonviolenta, che investe anche il livello intermedio (gruppi, comunità, relazioni fra individui e istituzioni) ed il macro­livello (relazioni internazionali,modelli di sviluppo, sistemi di difesa.  4) Un altro errore da non compiere è quello di scindere le questioni riguardanti la pace da quelle concernenti l’ambiente, dimenticandosi che i disastri ambientali sotto gli occhi di tutti sono frutto della stessa logica predatoria e di dominio che scatena i conflitti bellici, e che questi ultimi trovano spesso un movente nella pretesa di accaparrarsi fondamentali risorse naturali, dal petrolio alla stessa acqua…».

Le risorse per documentarsi non mancano, a partire dall’esaustiva biblio-sitografia (sia pur in inglese) cui rinvia la rubrica ‘Get involved’ del sito ufficiale della Giornata Internazionale della Pace.[xv]  Possiamo poi utilizzare manuali come il testo di Gabriella Falcicchio sui ‘profeti scomodi’ della Nonviolenza [xvi],  raccolte di esperienze come il libro ‘Percorsi di Pace…dal Sud’ [xvii],  la sezione bibliografica specifica curata dal Centro Sereno Regis di Torino [xviii] oppure testi come quelli di Daniele Novara sulla trasformazione nonviolenta dei conflitti. [xix]

Beh, se per il 21 settembre non siete riusciti ad organizzare qualcosa anche nella vostra classe, non preoccupatevene. Vuol dire che la Giornata Internazionale della Pace è comunque servita a ricordarci che abbiamo altri 364 giorni all’anno per fare qualcosa che serva ad educare i nostri ragazzi/e a costruire, insieme, alternative pacifiche, dal micro al macro livello.[xx]


N O T E

[i] Info su: https://internationaldayofpeace.org/

[ii] Vedi: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=LEGISSUM%3Ac11090

[iii] Cfr. https://dida.orizzontescuola.it/news/competenze-chiave-l%E2%80%99apprendimento-permanente-e-di-cittadinanza

[iv]  Cfr. Ermete Ferraro, Quali competenze di chiede l’Europa? (2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/03/15/quali-competenze-ci-chiede-leuropa/

[v]  Ermete Ferraro, “Educazione vs maleducazione alla pace?” (2008), Peacelink >https://www.peacelink.it/pace/docs/2873.pdf

[vi]  Ermete Ferraro, Un’impronta digitale sulla scuola (2016) > https://ermetespeacebook.com/2016/11/13/unimpronta-digitale-sulla-scuola/

[vii] Sulla questione della ‘militarizzazione della scuola’ vedi, tra gli altri, i seguenti articoli:  https://www.articolo21.org/2018/04/loccupazione-militare-delle-scuole/https://www.agoravox.it/Scuole-e-militarizzazione-La-lunga.html  – https://ilmanifesto.it/diciamo-no-alla-militarizzazione-della-scuola-pubblica/

[viii] Vedi il progetto “Scuole militarizzate” > http://www.paxchristi.it/?p=6983

[ix]  Franco Ferrario, “Smilitarizziamo le scuole!” (2014), Missione Oggi > https://saveriani.it/missioneoggi/archivio-m-o/item/smilitarizziamo-le-scuole

[x]  E. Ferraro, Educazione vs maleducazione… cit., p. 2

[xi] UNICEF, Violence prevention and peace building (2012) > https://www.unicef.org/lifeskills/index_violence_peace.html

[xii]  Ferraro, op. cit. p. 3

[xiii]  Vedi il volume: Raffaelo Saffioti, Piccoli Comuni fanno grandi cose! Il Centro internazionale per la la Nonviolenza ‘Mahatma Gandhi’ di Monteleone di Puglia, Pisa, Gandhi Edizioni, 2018 > https://www.peacelink.it/pace/a/45595.html

[xiv] Ermete Ferraro e Anna De Pasquale, Una grammatica della pace per comunicare senza violenza (2018) > https://ermetespeacebook.com/2018/02/17/una-grammatica-della-pace-per-comunicare-senza-violenza/

[xv] Vai alla pagina > https://internationaldayofpeace.org/get-involved/

[xvi]  Gabriella Falcicchio, Profeti scomodi, cattivi maestri – Imparare a educare con e per la nonviolenza, Bari, La meridiana, 2018

[xvii]  Rosaria Ammaturo, Gianpaolo Petrucci, Eugenio Scardaccione, Percorsi di Pace… dal Sud, Bari, Edizioni dal Sud, 2014

[xviii] http://serenoregis.org/archivio/educazione-alla-pace/

[xix] Daniela Novara, La grammatica dei conflitti. L’arte maieutica di trasformare la contrarietà in risorse, Sonda, 2011

[xx] A tal proposito, vedi anche il Manuale: La pace – S’insegna e s’impara – Linee guida per l’educazione alla pace ed alla cittadinanza glocale,  a cura di: Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, MIUR, Coordinamento Enti Locali per la Pace, Scuole per la Pace, Tavola per la Pace > https://www.usr.sicilia.it/attachments/article/955/Linee%20Guida%20Pace%20Cittadinanza.pdf


 (*) ERMETE FERRARO (Napoli 1952) è stato operatore sociale di gruppo e di comunità e dal 1984 insegna lettere nelle scuole medie, dove è stato anche referente per la legalità, l’educazione alla pace ed il disagio.  Primo obiettore di coscienza nonviolento a Napoli, ha svolto (1975-77) il servizio civile alternativo presso la ‘Casa dello Scugnizzo’, di cui è stato successivamente anche amministratore. Da allora è impegnato nella ricerca per la pace, l’educazione alla pace e l’azione per la pace, come attivista di varie organizzazioni nonviolente (L.O.C. , M.N., ),  membro e ricercatore dell’I.P.R.I. e referente nazionale per l’ecopacifismo di V.A.S. Onlus-APS.  Attualmente è referente per Napoli e consigliere nazionale del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione).  E’ autore di un libro sull’educazione linguistica per la pace , di vari saggi sulla difesa popolare nonviolenta e di molti altri articoli su: disarmo, smilitarizzazione e nonviolenza attiva. > www.ermeteferraro.org

Hanno fatto Trenta, non facciano 31

2-giugno-2017Oggi, 2 giugno 2018, uno dei primi atti ufficiali e pubblici degli esponenti del nuovo governo giallo-nero all’indomani del suo insediamento è certamente la partecipazione alla tradizionale parata militare per la Festa della Repubblica. E’ vero: sono decenni che i pacifisti protestano contro questa retorica e costosa esibizione militarista, ricordando che oggi si festeggia, appunto, la nascita della nostra Repubblica (democratica, fondata sul lavoro e che ripudia la guerra) e non di certo le Forze Armate che ne rappresenterebbero semmai solo l’aspetto ‘difensivo’ e che, fra l’altro, la loro ‘festa’ già l’hanno celebrata sette mesi fa.  Niente. Nessuno ha mai ascoltato questo accorato appello del movimento per la Pace, un po’ perché la retorica da parata evidentemente un po’ ci aggrada (il ventennio fascista qualche traccia, anche simbolica, l’ha lasciata…), un po’ perché la voce della frammentata realtà antimilitarista e nonviolenta del nostro Paese è talmente flebile che, forse, noi stessi ci meraviglieremmo se qualcuno ci stesse davvero a sentire…

Quest’anno, poi, la solita ‘parata’ romana del 2 giugno sembra assumere un significato particolare, sia in considerazione del fatto che la figura del Presidente della Repubblica, dopo il travagliato parto governativo, è emersa con maggiore rilievo e peso, sia perché l’immagine del nuovo Esecutivo a trazione pentastellato-leghista appare oggettivamente caratterizzata dal ritorno del nazionalismo e delle sue parole d‘ordine. Non dimentichiamo, poi, che tra le Autorità nella tribuna d’onore della Parata ci sarà anche la nuova ministra della Difesa, la prof.ssa Elisabetta Trenta, esperta di sicurezza e di ‘intelligence’. Come si fa a non notare che il c.d. ‘governo del cambiamento’ – che alla componente femminile ha finora riservato solo cinque posti – ha  sostituito l’ex ministra Pinotti (laureata in lettere ed ex educatrice dell’AGESCI) sì con un’altra donna, però molto più ‘qualificata’ in campo militare?

« Nel suo cv si segnala l’incarico di vicedirettore del master in Intelligence e sicurezza dell’Università Link Campus di Roma. L’esponente 5 Stelle è stata “ricercatrice in materia di sicurezza e difesa presso il Centro Militare di Studi Strategici”. E per nove mesi, su incarico del Ministero degli Affari Esteri, “è stata Political Advisor dei Comandanti della Itjtf in Iraq. Ha rivestito anche il ruolo di esperta in governance nell’Unità di assistenza alla Ricostruzione di Thi Qar”. Dal 1998 – si legge sempre nella sua scheda – Trenta “è stata responsabile di molti progetti di sviluppo e assistenza alla governance sia in Italia che all’estero, dove ha coordinato interventi come quello per l’assistenza ai City Council della provincia di Thi Qar (Iraq) o quello per il rafforzamento delle competenze del Ministero dell’Interno in Libano”. E’ stata inoltre “Country Advisor per la Missione Leonte in ambito Unifil in Libano nel 2009 e ha partecipato ad attività militari e civili, in Italia e all’estero, su incarico del Ministero della Difesa”. [i]

trentaNon c’è che dire: un eccellente curriculum. Peccato che abbia a che fare più con le competenze militari che con quelle di natura sociale, civile ed ambientale che dovrebbero caratterizzare un’organizzazione politica di base, fondata nel 2009 sulle cinque priorità: “acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia[ii].  Ebbene, confesso che la metamorfosi da Movimento 5 Stelle a Movimento 5 Stellette mi preoccupa non poco. Piazzare alla Difesa una docente specializzata in “intelligence and security” non mi sembra una svolta nel ministero chiave per una riconversione civile della spesa militare. Mandare al Palazzo Baracchini di via XX Settembre una ricercatrice del Centro Militare di Studi Strategici, impegnata peraltro in varie  ‘missioni’ in Libano ed in Iraq, non appare per niente un segnale di discontinuità con la nostra tradizionale politica di subalternità ai ‘comandi supremi’ USA e NATO, bensì la conferma dei finanziamenti alle nostre spedizioni militari in giro per mondo, fra le quali alcune risalgono addirittura al 1948 (Palestina), al 1978 (Libano), 1979 (Egitto-Sinai), al 1999 (Kosovo) ed al 2005 (Cipro). Queste sono solo le ‘neverending missions’ per conto dell’ONU, ma non bisogna dimenticare quelle tuttora in corso di natura diversa, , come: Libano (dal 2006) ed Afghanistan (dal 2015). [iii]  Ebbene sì: siamo un paese di santi, poeti e navigatori ma sicuramente anche di ‘missionari’, non più con l’abito bianco e la croce ma con la mimetica e l’elmetto. Basta leggere un esauriente articolo di qualche mese fa – con relative infografiche – per comprendere che il nostro impegno militare all’estero era (e a quanto pare è) destinato a crescere, con gli annessi oneri finanziari e con conseguenze politiche facilmente immaginabili.

«Come confermato dal ministro della Difesa Roberta Pinotti in un’intervista a Repubblica l’obiettivo per il 2018 è di rafforzare l’impegno nel continente. Il 15 gennaio il ministro, parlando alle commissioni riunite Difesa ed Esteri di Senato e Camera ha presentato il progetto del governo spiegando che si è deciso di “rimodulare l’impegno nelle aree di crisi geograficamente più vicine e che hanno impatti più immediati rispetto ai nostri interessi strategici” e in questo senso il Sahel, ha aggiunto, rappresenta “una regione di preminente valore strategico per l’Italia”. E infatti a ben vedere nel futuro dell’Italia non c’è solo il Niger. Ma ben altri sette Paesi, alcuni dei quali sono partner di lunga data come Libia, Egitto, Gibuti e Somalia, mentre altri sono vere e proprie new entry:  Sahara occidentale, Tunisia, Repubblica centrafricana e Niger appunto.» [iv]  

Solo per le prossime spedizioni è prevista una spesa aggiuntiva di quasi 83 milioni di euro, ma non c’è da dubitare che la nuova ministra – forse per onorare il suo cognome – ritenga anche lei che si debba proseguire su tale strada, visto che “Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno”, come si suol dire, citando senza saperlo un’arguta espressione di Pio X, riferita alla sua nomina di nuovi cardinali. [v] Eppure è proprio questo il nodo: se ormai i cinquestelle hanno “fatto Trenta” non sembra proprio il caso di insistere in questa direzione, soprattutto se, sull’altra faccia della medaglia della militarizzazione della società e del territorio, ci ritroviamo la faccia barbuta di Matteo Salvini, leader della Lega Nord, come Ministro degli Interni.

Niente da eccepire, per carità. Che un leader politico che si è sempre riempito la bocca di parole come ‘sicurezza’, strizzando l’occhio alle ‘forze dell’ordine’ ed auspicando che abbiano finalmente mano libera, approdasse al Viminale era ovvio, perfino scontato. Ciò che preoccupa chi non segue gli stessi parametri securitari, militaristi ed autoritari della destra, modello ‘law and order’ , è però che le priorità del nuovo responsabile degli Interni sono fin troppo chiare: chiusura dei campi rom, espulsione degli immigrati irregolari e blocco dei flussi, rimpatrio degli occupanti di case abusivi e, naturalmente, aumento per le forze di Polizia. [vi]  Non dimentichiamo poi che nel Contratto di Governo, sottoscritto dalla strana coppia giallo-nera e che adesso il premier Conte dovrà attuare – oltre alle previsioni di nuove dotazioni per le forze dell’ordine, (fra cui quelle pistole ‘taser’ denunciate da Amnesty come a rischio di violazione dei diritti umani [vii]) –  c’è anche un paragrafo nel quale si conferma il principio della legittimità comunque dell’autodifesa del proprio domicilio, da sempre invocata dalle destre, sullo spicciativo modello ‘fai-da-te’ dei soliti pistoleri americani:

«In considerazione del principio dell’inviolabilità della proprietà privata, si prevede la riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare, eliminando gli elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa) che pregiudicano la piena tutela della persona che ha subito un’intrusione nella propria abitazione e nel proprio luogo di lavoro.» [viii]

salvini-ministro-dellInternoCon poche parole, a quanto pare, si stanno per cancellare secoli di garanzie di rispetto dei diritti umani civili e sociali, avviando rapidamente la nostra Italia verso un’ulteriore militarizzazione della società ed una visione poliziesca della sicurezza. Ma tutto questo, ci ha assicurato il capo politico M5S, “non è né di destra né di sinistra”, e noi non possiamo fare a meno di credergli, mutuando la celebre espressione dell’Antonio scespiriano: “…perché Di Maio è uomo d’onore”.  [ix]  Abbiamo, del resto, un Parlamento pieno di questi nuovi “onorevoli” – pentastellati e leghisti – e non possiamo non credere a priori alla loro voglia di ‘cambiamento’, anche se ci deve concedere di nutrire qualche dubbio sul senso in cui esso sta dirigendosi…

Certo, qualcuno potrebbe chiedersi anche come mai un governo definito “giallo-verde” ed il cui co-leader Di Maio è capo d’un movimento che ispirava a materie ‘ecologiche’ ben 4 delle sue 5 stelle, abbia invece speso poco più di tre paginette sulle cinquantotto del famoso ‘Contratto per il governo del cambiamento’. Il suo capitolo 4, infatti, ha un titolo molto promettente (“Ambiente, green economy e rifluti zero”), ma – a parte le premesse iniziali di sapore ecologista e qualche precisazione un po’ didascalica sul concetto di ‘risorsa rinnovabile’ e di ‘economia circolare’ – gli impegni veri e propri sono abbastanza circoscritti. Riguardano in particolare; a) la riduzione e raccolta differenziata dei rifiuti, con una loro gestione ‘a filiera corta’; b) un programma di mappatura e bonifica dei siti a rischio amianto; c) la manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo, come prevenzione dei disastri idro-geologici e riduzione dei rischi sismici; d) la lotta allo spreco di suolo e l’impegno per la ‘rigenerazione urbana’; e) il contrasto al cambiamento climatico mediante interventi che spingano sul risparmio energetico e le fonti rinnovabili; f) provvedimenti specifici, infine, sono individuati per zone a rischio ambientale come la pianura Padana (?!), le aree metropolitane e l’ILVA di Taranto, in quest’ultimo caso senza indicare quali provvedimenti s’intenda effettivamente adottare né sciogliere il dilemma che contrappone la salvaguardia ambientale e della salute alla salvaguardia dell’occupazione ed al ventilato “sviluppo industriale del Sud”. [x]

costaBeh, non ci resta allora che stare a vedere cosa ci aspetta nei prossimi mesi o anni, sperando che almeno in questo settore l’inserimento nella squadra di governo di Sergio Costa – stimabile ed esperto comandante napoletano della Forestale poi promosso a generale dei Carabinieri per l’Ambiente della Campania  – costituisca almeno una garanzia di serietà nella lotta alle ecomafie ed agli sporchi affari di chi gioca con la salute della collettività e l’integrità del territorio. Espresso questo apprezzamento da ambientalista,  come ecopacifista consentitemi però di sottolineare la scellerata follia di chi nel 2016 decretò l’assorbimento d’un Corpo – autonomo e civile – di polizia ambientale all’interno dell’Arma dei Carabinieri, di fatto militarizzandone e burocratizzandone in modo irresponsabile le insostituibili funzioni operative di presidio del territorio. Basterà un integerrimo ufficiale come Costa promosso a Ministro per dare credibilità al piuttosto vago programma ambientale del governo Conte? Dobbiamo augurarcelo, ma non dimentichiamo che da oggi – festa della Repubblica nata dalla Resistenza – comincia un periodo in cui siamo tutti/e chiamati a vigilare sugli esiti democratici e sociali di questo ambiguo ‘ cambiamento’. Se non altro per evitare che, fatto Trenta, cerchino di fare anche trentuno…

© 2018 Ermete Ferraro

——– N O T E —————————————————————————-

[i] “Chi è Trenta, il nuovo Ministro della Difesa”  > http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2018/06/01/chi-elisabetta-trenta-nuovo-ministro-della-difesa_MdtADDTcG0y7yRv5E7KBIK.html?refresh_ce

[ii] “Movimento 5 Stelle”, Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_5_Stelle#cite_note-21

[iii] “Missioni militari italiane all’estero”, Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Missioni_militari_italiane_all%27estero

[iv] Alberto Bellotto, “Missioni militari italiane all’estero: le novità del 2018”, 11.01.2018,  Gli occhi della guerra >http://www.occhidellaguerra.it/missioni-militari-italiane-allestero-le-novita-del-2018/

[v] “Perché si dice abbiamo fatto 30, facciamo 31” > http://www.lettera43.it/it/comefare/curiosita/2017/01/27/perche-si-dice-abbiamo-fatto-30-facciamo-31/6779/  In effetti la frase originaria del Papa era: “Tanto è trenta che trentuno”

[vi] Cfr.: https://www.tpi.it/2018/06/01/salvini-ministro-interno/

 

[vii] “Sperimentazione delle pistole taser: la posizione di Amnesty International Italia” (23.03.2018) > https://www.amnesty.it/sperimentazione-delle-pistole-taser-la-posizione-amnesty-international-italia/

[viii] “La legittima difesa nel contratto di governo», Armi e tiro  (18.05.2018) > http://www.armietiro.it/la-legittima-difesa-nel-contratto-di-governo-9728

[ix] W. Shakespeare, Julius Caesar, atto III scena III – Cfr.: http://shakespeare.mit.edu/julius_caesar/julius_caesar.3.2.html

[x] Movimento 5 Stelle – Lega, Contratto per il governo del Cambiamento – Cap. 4 “Ambiente, green economy e rifiuti zero” (pp. 10-13) > https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/18/governo-m5s-lega-il-contratto-di-governo-versione-definitiva-del-testo/4364587/

Ri-auguri scomodi…

images (1)Cari amici ed amiche,

come don Tonino Bello oltre venti anni fa, avverto anche io il bisogno di non rivolgervi i soliti “auguri innocui, formali, imposti dalla routine del calendario”. Il santo Vescovo allora chiarì che gli risultava davvero impossibile dire a qualcuno ‘Buon Natale’ senza al tempo stesso arrecargli disturbo, senza infastidirlo con degli auguri che, venendo da un cristiano, non possono che essere scomodi.  Il fatto è che abbiamo da tempo smarrito il vero senso del Natale ed il senso rivoluzionario della nascita del ‘Dio con noi’. Preferiamo intenerirci davanti al Bemmeniello del presepe – o peggio incantarci davanti agli stupidi simboli del Christ-massa, fatto di babbinatale renne, pupazzi di neve e befane – anziché cogliere il vero senso della Natività. Ebbene, don Tonino allora ci augurò che essa riuscisse a darci “…la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali” . Sferzò la “coscienza ipocrita” di quei finti cristiani, augurandogli:

“ …di sentirsi dei vermi ogni volta che la (loro) carriera diventa idolo della (loro) vita, il sorpasso il progetto dei (loro) giorni, la schiena del prossimo strumento delle (loro) scalate.”

Venti anni dopo, purtroppo, constato che ci sono ancor meno persone disposte ad accettare il suo provocatorio augurio, preferendo piuttosto “respingerlo al mittente come indesiderato”.  Sempre di meno, infatti, mi sembrano coloro che riescono a cogliere l’attualità delle sue parole:

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame”.

Oggi più che mai, alla “sonnolenta tranquillità” della maggioranza continua ad aggiungersi il “complice silenzio” di tanti che non vogliono vedere né capire ciò che succede intorno a loro, anche se ignorarlo è ormai davvero difficile in un mondo sempre più globalizzato e dominata dai media. Non mi riferisco del resto solo ai grandi problemi mondiali (dal riscaldamento globale alla desertificazione di sempre maggiori aree; dalla cinica speculazione finanziaria alla crescita del divario tra ricchi e poveri; dalla minaccia nucleare alla più generale corsa agli armamenti) ma anche a quelli che ognuno di noi vive spesso in prima persona. Parlo delle piccole e grandi ingiustizie quotidiane, delle violenze palesi e sottili, delle discriminazioni di un razzismo montante, dei cambiamenti imposti dall’alto come le uniche soluzioni possibili, del conformismo che porta le persone ad omologarsi acriticamente al pensiero dominante. Si direbbe che tutto ci scivoli addosso senza suscitarci una sana (e santa) reazione di indignazione, di riscossa, di resistenza. Sembra, insomma, che ci abbiano vaccinato anche contro le reazioni allergiche alle falsità, alle ingiustizie ed alle disuguaglianze…

imagesSia che si tratti di problemi ambientali che ci riguardano da vicino, oppure di malasanità vissuta in prima persona, di modelli pseudo-educativi spacciati per ‘buona scuola’, della mercificazione del lavoro e perfino del tempo libero o anche della cancellazione di ogni diversità ed originalità in nome della libertà, le reazioni che si notano sono sempre meno significative e decise. Quelli ai quali, come a me, capita spesso di opporsi, denunciare, protestare, rivendicare e fare resistenza, restano quindi sempre più isolati, visto che tanti altri preferiscono distrarsi, girare la testa da un’altra parte, far finta di non comprendere o, peggio ancora, hanno già scelto di conformarsi supinamente allo status quo. Ecco perché anche io – da cristiano ma anche da ecologista e da pacifista – vorrei indirizzare a tutti/e voi i miei scomodi e fastidiosi auguri. Voglio farvi perciò gli auguri per un Natale che non compiaccia il perbenismo ipocrita di chi si ostina a non capire che il Cristo che festeggiamo è sì venuto a liberarci dal male, ma che la risposta ai troppi mali che ci circondano dobbiamo sforzarci di darla noi, in prima persona, con l’esempio e con la lotta nonviolenta, se non vogliamo diventarne complici.

Auguriamoci dunque anche noi che “gli angeli che annunciano la pace portino guerra alla sonnolenta tranquillità”, svegliando dal torpore e dall’inerzia chi ha dimenticato (e fatto dimenticare) che non c’è Natale senza un’autentica rinascita della coscienza.

 

L’Obiezione non va in pensione…

314cd209cbfdb73c432928129db7d098_LRicorre oggi il 45° anniversario dell’approvazione della legge n. 772 del 15.12.1972 [i] che introdusse in Italia il diritto di obiezione di coscienza, o meglio la possibilità di rifiutare il servizio militare e di prestare un servizio civile ‘sostitutivo’.  Allora io avevo 20 anni, frequentavo il secondo anno di ‘lettere moderne’ alla Federico II di Napoli e non avevo ancora fatto esperienze di militanza politica, anche se nutrivo una profonda repulsione per il militarismo e mi ero già avvicinato alle idee nonviolente, grazie a letture ed approfondimenti personali. L’approvazione della ‘Legge Marcora’ – come fu a lungo chiamata dal nome del suo ispiratore e primo firmatario, ex partigiano cattolico e parlamentare democristiano – costituì per me una svolta epocale. Finalmente potevo manifestare il mio totale dissenso nei confronti della guerra e del servizio di leva che serviva ad addestrarsi ad essa. Finalmente la mia istintiva repulsione verso la formazione alla pratica bellica e la perversa logica militarista poteva essere dichiarata apertamente. Finalmente, da cattolico, potevo rispondere “No, grazie!” a chi, al termine degli studi universitari, mi avrebbe nuovamente intimato con la classica cartolina rosa di andare a ‘servire la patria’ in armi, senza però finire processato per renitenza alla leva. Finalmente potevo ripetere con don Milani che bisogna:

 “…avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.” [ii]

La mia Never Ending Story di antimilitarista ed ecopacifista iniziò a Napoli quando, dopo varie ricerche, scoprii che era attivo un gruppo di attivisti di matrice nonviolenta e, da quell’anno, entrai a farne parte, spedendo al Ministero della Difesa la mia domanda di obiezione di coscienza. Poi due anni di ‘militanza’ nonviolenta seguiti da altrettanti di servizio civile alternativo presso la storica Casa dello Scugnizzo [iii] fondata da Mario Borrelli, diventando così primo obiettore

servizio civile 1975

Ermete, al centro, al primo corso per obiettori di coscienza presso la Casa dello Scugnizzo (1975)

nonviolento napoletano e formatore di altri obiettori.  Da quel 1972, giusto quarantacinque anni di presenza in questo variegato movimento, nel corso dei quali sono stato attivista di base – ma anche responsabile a livello locale, regionale e nazionale, della Lega degli Obiettori di Coscienza (L.O.C.) [iv], del Movimento Nonviolento (M.N.) [v] , del Movimento Internazionale della Riconciliazione (M.I.R.) [vi] , nonché collaboratore dell’ Istituto Italiano per la Ricerca sulla Pace (I.P.R.I.) [vii], referente nazionale per l’ecopacifismo di Verdi Ambiente e Società (V.A.S.) [viii] ed attivista del Comitato Pace Disarmo e Smilitarizzazione della Campania (C.P.D.S.C.) [ix] . Quasi mezzo secolo di convinta, testarda, appassionata testimonianza dei valori della pace come fine e come mezzo, dell’azione nonviolenta  come metodo politico e della difesa civile nonviolenta come alternativa concreta ed efficace agli orrori della guerra e al complesso militare-industriale che la promuove.

Già cinque anni fa ho cercato di sintetizzare questa lunga esperienza in un articolo [x], per cui eviterò di ripetere ricordi e considerazioni presenti in quel mio scritto di allora, cui rinvio chi avesse voglia di leggerlo. Quel che vorrei riprendere oggi, in occasione del 45° anniversario della legge che ha segnato così a lungo e profondamente la mia vita, è una breve riflessione sulla deriva militarista e

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Ermete distribuisce volantini ai soldati davanti al Distretto Militare di Napoli (1973) e durante una Marcia della Pace Perugia-Assisi (1978)

bellicista alla quale siamo costretti ad assistere; una degenerazione di cui i giovani d’oggi non sembrano affatto consapevoli, narcotizzati dal pensiero unico che ha cancellato le idee insieme con le ideologie, ma anche asserviti ad una nuova pericolosa logica. Non si tratta più solo della deprecabile accettazione acritica del principio della ‘obbedienza cieca, pronta, assoluta’ – contro cui si scagliava don Milani [xi] – ma la più subdola convinzione che, ormai, alternative vere non ci siano e che, tutto sommato, il nostro sia ‘il migliore dei mondi possibili’.  Essere obiettori non può limitarsi al rifiuto di un servizio militare obbligatorio che già da 12 anni è stato eliminato (in realtà solo sospeso…), col doppio effetto di promuovere l’esercito di mestiere e di affossare o.d.c. e servizio civile alternativo. Si tratta infatti d’un atteggiamento mentale più generale e complessivo, che antepone la valutazione etica e socio-politica dei fini e dei mezzi a qualsiasi altro criterio di scelta. Parlarne 45 anni dopo significa inevitabilmente  essere diventati più vecchi e brontoloni, ma sfido chiunque a contraddire la mia affermazione come frutto di pessimismo senile o di abituale sfiducia nei riguardi delle nuove generazioni.

La colpa dello smarrimento della capacità – e della voglia – di obiettare in base alla propria coscienza e di opporre il proprio ‘signornò’ alle tante, troppe, brutture e storture che caratterizzano la nostra società, piuttosto, mi sembra ascrivibile alla diffusione d’una più generale mentalità conformista ed acritica, che privilegia l’adattamento all’esistente alla lotta per il possibile. Al ricorso ad un pensiero sempre-più-debole, che induce a svalutare o smarrire del tutto i valori essenziali e fondanti e ad accontentarsi di rincorrere l’affermazione personale o, tutt’al più, familiare. Soprattutto, ad una mancanza di proposte profondamente, ma anche concretamente, alternative ad un ‘sistema’ irremovibile ed irrinunciabile. Ricordo che parole come il verbo obiettare ed il sostantivo obiezione derivano etimologicamente:

 “…dal lat. obiectāre gettare incontro, opporre, deriv. di obiĕctus, part. pass. di obicĕre, comp. di ŏb ‘contro’ e iacĕre ‘scagliare’.” [xii] .

E’ utile precisare che il prefisso latino ‘ob-’ denota semanticamente non solo opposizione a qualcosa (contro), ma anche anticipazione (verso, in vista di ) di qualcosa di antitetico a ciò che si rifiuta. A distanza di 45 anni, purtroppo, ho la sconfortante sensazione che alla maggioranza dei nostri ragazzi non sia chiaro né il primo dato (a che cosa opporsi, perché opporsi e come farlo efficacemente) né il secondo (quali obiettivi perseguire in alternativa e quali mezzi impiegare per raggiungerli coerentemente). Se questa mia sensazione rispondesse a verità, sarebbe comunque ingiusto imputarne la colpa esclusivamente ai giovani, senza assumerci le nostre pesanti, innegabili, responsabilità.

LOCIn 45 anni, mi sembra che lo stesso movimento italiano per la pace – pur tenendo conto dei suoi oggettivi limiti, dovuti ad evidenti diversità ideologiche di fondo e a differenti storie –  non sia stato capace di uscire dall’alternativa paralizzante tra testimonianza personale ed impegno politico attivo, continuando ad oscillare tra iniziative di diffusione di idee e principi generali e mobilitazioni contro specifici eventi bellici. Un secondo peccato originale, a mio giudizio, è stato quello di essere raramente riusciti a coniugare i tre elementi fondamentali per una cultura alternativa (ricerca sulla pace, educazione alla pace ed azione per la pace). Il terzo grosso limite, infine, credo sia stato quello di contrapporre in modo schematico una nonviolenza solo ideologica, di stampo laico e libertario, a quella di natura etico-religiosa. Si è così perpetuata una frattura originaria a tutto vantaggio di chi, in questi anni, sovente si è opportunisticamente appropriato del pacifismo per  propri fini ed in modo strumentale. Il risultato, 45 anni dopo, è sotto gli occhi di tutti: aumento delle spese militari, professionalizzazione delle forze armate, permanenza e potenziamento della NATO nel nostro Paese, sviluppo dell’industria bellica e militarizzazione del territorio. I ‘pacifisti’, ancora frammentati ed ultimamente tendenti ad accontentarsi di obiettivi minimali e simbolici in materia di difesa civile, non costituiscono da tempo un polo di attrazione per i giovani, trasformandosi in un mesto aggregato di ex-combattenti per la pace e di reduci delle campagne nonviolente.

Che fare? Come uscire da questa penosa sensazione d’ineluttabile declino di una realtà che avrebbe potuto fare la differenza nella nostra politica ed imprimerle una svolta autenticamente alternativa? Ovviamente non dispongo di soluzioni ideali né di formule magiche per recuperare tempo e spazio perduti in questi ultimi decenni. Sono però convinto – come ho detto e scritto in altre occasioni – che il rilancio del movimento pacifista in Italia debba coinvolgere altre componenti, a partire dalle organizzazioni ecologiste e dalle realtà che fanno politica dal basso, sperimentando modalità di azione diverse  e più creative. L’ecopacifismo – sul quale mi sono in particolare soffermato [xiii]  è a mio avviso il terreno che maggiormente consente di unire le forze il un progetto comune. Ci sono poi le battaglie portate avanti da associazioni e centri sociali ed altre esperienze di autogestione e di opposizione collettiva a violenze e soprusi, che potrebbero utilmente contribuire a risvegliare la coscienza di tanti giovani dalla rassegnazione e dall’adattamento in cui li si vorrebbe far sprofondare. Essere obiettori, infatti, significa rifiutarsi di collaborare con qualsiasi realtà di violenza, d’ingiustizia e di oppressione, opponendosi attivamente ma anche contrapponendo ad esse un programma costruttivo che delinei e progetti l’alternativa a ciò che si rifiuta. La globalizzazione e la possibilità di acquisire consapevolezza di tutte le problematiche che ci circondano avrebbero potuto contribuire alla maturazione della coscienza personale ed alla mobilitazione collettiva. Fatto sta che le fin troppe informazioni che si accavallano nel nostro cervello grazie a TV e social media hanno purtroppo conseguito l’effetto opposto, facendoci sentire insignificanti ed impotenti, affievolendo il nostro senso di responsabilità e neutralizzando così volontà e capacità di reagire.

images (1)Anche in questo caso ritengo che si bisogna tornare all’ammaestramento di don Milani, quando ci ammoniva:  

“Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.” [xiv]  

Oggi, ovviamente, si tratta in primo luogo di obiettare e far obiettare alla guerra e a chi ce la impone, contrabbandandola come legittima difesa ed infischiandosene del suo ripudio costituzionale sia come “offesa alla libertà degli altri popoli”, sia come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. [xv]  Ma si tratta anche di opporre i nostri decisi NO a tante altre scelte politiche, da quelle di devastazione ambientale a quelle di speculazione finanziaria; dalle decisioni che aggravano il divario sociale e le ingiustizie alle quelle che privano sempre più le persone della loro libertà di scegliere e di contare come cittadini responsabili. Ecco perché l’obiezione di coscienza resta tuttora un fondamentale strumento di lotta nonviolenta, insieme alle altre tecniche quali la non-collaborazione, il boicottaggio, lo sciopero e la creazione di organi paralleli di gestione popolare. Ecco perché non dobbiamo permettere che il senso d’impotenza  ci pervada, rendendoci complici o comunque spettatori passivi. Mai come oggi, quindi, è tempo di obiettare, opponendo però ai nostri NO scelte alternative e costruttive. Quanto a me, tra un anno dovrò anch’io andare, come si suol dire, in quiescenza.   Certo è che per me l’obiezione…non andrà mai in pensione!

N O T E —————————————————————————————–

[i] Legge n. 772 del 15 dicembre 1972 “Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza” > http://www.serviziocivile.gov.it/menutop/normativa/legge/legge-15-dicembre-1972-n-772-norme-per-il-riconoscimento-dellobiezione-di-coscienzaabrogata-dallart-23-della-legge-8-luglio-1998,-n-230/

[ii] Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici  (1965) > https://www2.units.it/cusrp/presentazioni/milani_giudici.html

[iii] Vedi: http://www.casadelloscugnizzo.it/casa-dello-scugnizzo/ . Leggi anche: Ermete Ferraro, “L’epopea di don Vesuvio” in: Luciano SCATENI- Ermete  FERRARO, SCUGNIZZI. Dalla strada alla  dignità di persone nelle esperienze della nave scuola ‘Caracciolo’ e della ‘Casa  dello Scugnizzo,  (pp. 47-81), Napoli: Intra Moenia

[iv] Vedi : https://it.wikipedia.org/wiki/Obiezione_di_coscienza_in_Italia

[v]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_nonviolento ed anche http://nonviolenti.org/cms/

[vi]  Vedi: https://www.miritalia.org/storia/

[vii] Vedi: https://uia.org/s/or/en/1100054944  Vedi anche: https://wikivisually.com/wiki/Mario_Borrelli e https://www2.units.it/cusrp/presentazioni/UniPax/UniPax_08.pdf

[viii]  Vedi: http://www.vasonlus.it/?page_id=45634

[ix]  Vedi: http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/indices/index_39.html

[x]  Ermete Ferraro, Oggi e sempre obiezione! (16.12.2012)  >    https://ermetespeacebook.com/2012/12/16/oggi-e-sempre-obiezione/

[xi]  Don L. Milani, op. cit

[xii] Vedi: https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=obiettare

[xiii] Vedi: Ermete Ferraro, L’ulivo e il girasole, manuale per un coordinamento delle iniziative ecopacifiste, Napoli, VAS, 2014 > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d

[xiv] Don L. Milani, op. cit.

[xv]  Costituzione Repubblica Italiana, art. 11 > https://www.senato.it/1025?sezione=118&articolo_numero_articolo=11