Liberazione, lotta e riconciliazione

Questo 25 aprile, sebbene il clima politico italiano sia sempre più avvelenato da seminatori di odio e da antistorici rigurgiti fascisti, in fondo non è diverso da tutti gli altri. Sfilate, deposizioni di corone d’alloro, discorsi in piazza: insomma, celebrazioni.  Una parola di etimo incerto, che richiama un momento corale, in cui molte persone si ritrovano insieme per rendere onore a qualcosa o qualcuno.

«Il latino ‘celebrare’ ha come primo significato quello di ‘frequentare, affollare’. La celebrazione scaturisce quindi dall’assembramento di persone – le quali, per evoluzione lineare del termine, finiscono per onorare ciò che le aggrega, per rendere solenne l’evento. Già questa è un’immagine meravigliosa, che ci racconta dei primi modi in cui si sono strutturate le umane liturgie».[i]

Il guaio è che, come tutte le liturgie, la ritualità ufficiale rischia di spegnere il senso vero di ciò che dovrebbe essere anche una festa, irrigidendolo nella commemorazione che, come suggerisce la parola stessa, rischia di esaurirsi nel ricordo d’un evento passato. Un secondo aspetto che mi piace poco di questo tipo di celebrazione è che momenti corali e di popolo finiscono spesso per essere istituzionalizzati, concentrando l’attenzione su atti simbolici e formali, solitamente delegati a rappresentanti ufficiali e troppo spesso ricondotti alla retorica militarista tipica delle parate.

Da ormai 73 anni in questo giorno ricordiamo l’anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ma tale celebrazione ha stentato a diventare una vera Festa nazionale. Non si tratta di voler attribuire a questa dizione ufficiale [ii] il senso di una ricorrenza che coinvolga tutti allo stesso modo, in una specie di simbolico e consolatorio ‘volemose bene’. La questione vera è se celebrare la resistenza alla dittatura fascista ed al nazismo debba rimanere un momento di separazione ideologica, o se invece l’affermazione della coscienza democratica e dei valori costituzionali debba piuttosto diventare un patrimonio comune intorno a cui ritrovarsi.

Insomma, è la vecchia storia della sterile contrapposizione fra conflitto e pace, secondo cui la pacificazione sarebbe l’eliminazione del conflitto, come se si trattasse di qualcosa da esorcizzare. Ma è vero l’esatto contrario: il conflitto non solo è ineliminabile – in quanto frutto di una diversità che va tutelata e non repressa – ma, tutto sommato, è perfino positivo, nella misura in cui diventa elemento propulsore del cambiamento.  Ciò che bisogna perseguire, allora, non è tanto l’eliminazione del conflitto quanto il superamento delle soluzioni violente e distruttive ad esso, cercando metodi diversi per superare i conflitti in modo creativo, costruttivo e nonviolento.

Manifestazione neofascista

Lo so: mai come in questo periodo vediamo messi in discussione i pilastri stessi dell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza, sintetizzati in quella Carta costituzionale che ripetutamente sta subendo attacchi e tentativi di snaturamento. Mi rendo conto inoltre che l’avanzata di una destra becera, populista e nazionalista costituisce una seria minaccia ai valori che la Costituzione considera una sorta di ‘bene comune’. Il mio, infatti, non vuol essere un appello moralistico a mettere da parte divisioni che pur ci sono, in nome d’un generico pacifismo. Ciò che sostengo è un modo d’inquadrare l’affermazione di quei valori che faccia di quel drammatico conflitto non solo l’occasione per rileggere la storia passata, ma anche per offrire prospettive davvero diverse al nostro futuro.

Quando spiego ai miei interlocutori che aderisco ad un movimento pacifista come il M.I.R. [iii], che fa della riconciliazione il suo elemento identificativo, noto che questa parola suscita curiosità, ma anche un vago sospetto. Certo, la matrice ‘spirituale’ del M.I.R. spiega il ricorso a tale termine, ma resta ancora molto da chiarire sul senso vero della riconciliazione, concetto facilmente banalizzabile come ricerca della pacificazione a tutti i costi, per un anelito etico-religioso alla concordia ed alla benevolenza.

La verità è che con tale parola si intende evocare non solo la caritas cristiana (col suo assai impegnativo richiamo all’amore per i nemici), ma anche altri concetti più politici, come quello della Ahimsa gandhiana e le proposte di ricercatori per la pace come Johan Galtung [iv], relative alla mediazione, al peace-building ed altre tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti. Fin dall’immediato dopoguerra, nel mondo della scuola italiana, a partire dalla proposta alternativa di Maria Montessori [v], si sono sempre più diffuse esperienze di educazione alla pace e per la pace.[vi] Ai nostri ragazzi – anche se in modo un po’ generico e talvolta equivoco – da decenni proponiamo comunque soluzioni non distruttive ai conflitti, che partano dall’analisi della loro natura e facciano ricorso a concetti come quello di empatia. Eppure a questi positivi insegnamenti rivolti ai più piccoli non è paradossalmente mai corrisposto un effettivo progresso nelle nostre pratiche quotidiane di mediazione, di riconciliazione e di pacificazione.

Continuiamo testardamente a guardare alla pace come assenza di guerra ed alla riconciliazione come eliminazione del conflitto. Ma si tratta solo di una diffusa ignoranza delle tecniche nonviolente o di una voluta banalizzazione dell’impegno per la pace, come se fosse una sentimentale missione da ‘anime belle’? Il concetto fondamentale da chiarire, secondo me, è quello di lotta. Se si continua a considerare la nonviolenza come un sistema per sfuggire alla lotta, invece che un modo alternativo – e spesso vincente – di praticarla, non faremo passi avanti. Allo stesso modo, se scambiamo ancora la riconciliazione per un infantile ‘facciamo la pace’, a prescindere dai conflitti vissuti e dalle ferite provocate, non andremo da nessuna parte.  La lotta nonviolenta va qualificata principalmente come resistenza al male, all’ingiustizia, alla violenza, al sopruso. Una resistenza per niente ‘passiva’, che ha utilizzato le armi della non-collaborazione, del boicottaggio, dell’opposizione e della disobbedienza civile. Eppure la celebrazione della Resistenza al nazifascismo raramente ha fatto riferimento a metodi alternativi a quelli della lotta armata, sebbene già praticati – in modo più o meno consapevole – da tanti Italiani nel loro processo di liberazione dal giogo della dittatura e dalle atrocità della guerra.[vii]

Speriamo allora che questo 25 aprile 2019 possa aprire un modo nuovo, diverso, per fare memoria degli orrori della dittatura e per celebrare la libertà riconquistata a caro prezzo 74 anni fa. Certo, la lotta contro tutte le manifestazioni di fascismo, di razzismo e di militarismo guerrafondaio deve restare viva ed attiva e dovrà vederci sempre più uniti e determinati. Va invece cambiato, a mio avviso, l’approccio tradizionale ad essa e la scelta delle metodologie di resistenza civile da praticare. L’Italia ha bisogno di una riconciliazione vera, che non è certo quella di chi ripete l’ipocrita ritornello “scurdammoce ‘o ppassato”, ma la ricerca di un dialogo che trasformi il conflitto senza negarlo, superandone progressivamente i traumi ed intersecando l’impegno per lo sviluppo e la difesa dei diritti umani con quello per il disarmo, contro la guerra ed il militarismo.

«Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame».[viii]

Queste parole, pronunciate 36 anni fa dal nostro presidente Sandro Pertini, ci ricordano che la strada della Liberazione era e resta ancora molto lunga.

Rifacendoci a quel nobile appello, smettiamola quindi di dar credito a chi contrappone un generico ‘popolo’ ad altrettanto vaghe ‘élites’, per schivare le contraddizioni d’un capitalismo aggressivo, che rischia però di ridurre in povertà un crescente numero di suoi potenziali ‘consumatori’. Riprendiamo con forza la lotta per la liberazione dalla violenza quotidiana, dalle disuguaglianze stridenti, dalla riduzione della sovranità dei cittadini, dalle crescenti minacce alla loro salute ed alla sicurezza, frutto di un modello di sviluppo predatorio, anti-ecologico ed iniquo.  Liberiamoci anche da ogni forma di discriminazione, di pernicioso nazionalismo mascherato da sovranismo e dalla pretesa normalizzazione degli equilibri geo-strategici voluti dal complesso militare-industriale, che moltiplicano i conflitti armati convenzionali ma al tempo stesso rievocano l’incubo di una guerra nucleare. Liberiamoci, infine, dal luogo comune che pretende di risolvere i conflitti utilizzando le stesse armi di chi aggredisce e prevarica sugli altri. Non è un compito facile, ma dobbiamo riuscire a far capire che, come già dal 1984 ammoniva Galtung: “Ci sono alternative!” [ix]  

© 2019 Ermete Ferraro


N O T E

[i] “Celebrare” in: https://unaparolaalgiorno.it/significato/C/celebrare

[ii]  Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Anniversario_della_liberazione_d%27Italia

[iii] Vedi i principi del M.I.R.  Movimento Internazionale della Riconciliazione – branca italiana dell’I.F.O.R. , che ha pubblicato anche un libro con le edizioni Qualevita, dal titolo “Teoria e pratica della Riconciliazione” – in: https://www.miritalia.org/

[iv] Sul metodo ‘Transcend’ proposto da Galtung vedi: http://serenoregis.org/2018/11/30/transcend-galtung-mediazione-soluzione-di-conflitti-1958-2018-johan-galtung/

[v]  Maria Montessori, Educazione e Pace, 1949 > http://www.operanazionalemontessori.it/editoria/catalogo-e-acquisti/libri-e-riviste/educazione-e-pace-detail

[vi]  Vedi sul tema il mio recente saggio: Ermete Ferraro, Una pace da costruire (2018) > https://ermetespeacebook.blog/2018/09/22/una-pace-da-costruire/

[vii] Ci sono tante esperienze di resistenza nonviolenta citate da numerosi testi, fra cui: Enrico Peyretti, La Resistenza nonviolenta al nazifascismo in Italia, (2006), in Peacelink > https://www.peacelink.it/storia/a/14371.html . Cfr. anche il mio saggio sulle Quattro Giornate di Napoli: Ermete Ferraro, “La resistenza napoletana e le ‘quattro giornate’: un caso storico di difesa civile e popolare”, in: Una strategia di pace:la difesa popolare nonviolenta, a cura di A. Drago e G. Stefani, FuoriTHEMA, 1993. Vedi anche: Idem, Le Quattro Giornate come difesa civile e popolare, Agoravox Italia, 2013 > https://www.agoravox.it/Le-quattro-giornate-di-Napoli-come.html

[viii] Citazione da un discorso tenuto nel 1983 dal presidente Sandro Pertini > https://le-citazioni.it/frasi/197604-sandro-pertini-battetevi-sempre-per-la-liberta-per-la-pace-per/

[ix]  Johan Galtung, There are alternatives!: Four Roads to Peace and Security (1984) > https://www.amazon.com/There-are-alternatives-roads-security/dp/0851243932

Biocidio e guerre

L’eredità di Caino

A. Melari – CAINO E ABELE

Uno dei passi fondamentali della Bibbia – quello da cui sembra derivare indirettamente la tremenda catena di violenza e sopraffazione che ha caratterizzato l’Umanità dai tempi più antichi – è il racconto dell’uccisione di Abele da parte di suo fratello Caino. Nell’Antico Testamento, infatti, si fa risalire il primo omicidio alla furiosa vendetta del primogenito di Adamo ed Eva, “lavoratore della terra”, geloso nei confronti del secondogenito, “pastore di greggi”, i cui doni sarebbero stati graditi da Dio, contrariamente a quelli dell’agricoltore Qàyin.

Il fratricidio – di cui questi nel brano mostrava di non essersi affatto pentito – porterà sì alla maledizione divina nei confronti di Caino, condannato a vagare “ramingo e fuggiasco”, ma anche all’affermazione solenne che nessuno avrebbe però avuto il diritto di ucciderlo, allungando la catena della vendetta e delle morti violente.

Ovviamente questo testo biblico [i] va letto ed interpretato come metafora di qualcos’altro rispetto ad una semplice, sebbene drammatica, rivalità tra i primi fratelli della storia, così come anche l’apparentemente immotivata predilezione del Signore per l’allevatore nomade Hèvel nonandrebbe certo presa alla lettera, ma esegeticamente compresa [ii].

Ebbene, vorrei utilizzare questo nodale episodio della narrazione veterotestamentaria per risalire alle radici antropologicamente più remote del nesso inscindibile fra uccisione dell’altro ed inquinamento-distruzione della terra, ossia fra omicidio e biocidio.

« [9] Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». [10] Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! [11] Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. [12] Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». [13] Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? [14] Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere. [15] Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato». [iii]

A prescindere dalle ovvie interpretazioni storico-antropologiche sul conflitto fra le originarie civiltà nomadi e pastorali e quelle, più evolute, agricolo-stanziali, ciò che più colpisce di questo racconto biblico è il rapporto di causa-effetto tra l’avvenuta soppressione della vita d’un fratello e la ‘maledizione’ del suolo sul quale ne è stato sparso il sangue innocente.

«Si osservi come nel racconto il rapporto con il fratello sia considerato perno del rapporto con

Dio e con il suolo…Tutta la civiltà porta il peso della colpa di Caino: la città (4,17), la vita pastorale (20), la musica (21) e la metallurgia (22). Non significa che tutto sia opera di violenza. Ma l’ombra della violenza si stende su tutta l’opera della civilizzazione umana. L’idea di civilizzazione e di progresso portano con sé una ambiguità di fondo che le connota talvolta come attività guidate dal pretto desiderio (del mangiare, o del sopraffare)». [iv]

Il seme velenoso della violenza, insomma, avrebbe da allora inquinato e compromesso non solo le relazioni interpersonali ma anche il rapporto tra la discendenza di Adàm e la Terra da cui è stato generato (in ebr.: ‘adamàh).

Ecco perché bisogna ribadire che tra la guerra, madre di tutte le violenze, e lo sfruttamento predatorio ed iniquo delle risorse del nostro Pianeta sussiste un legame antico e profondo, che richiede una visione più ampia e complessiva di ciò che dovremmo fare per uscire dalla quell’atavica ‘maledizione’ (ebr.: ‘arar) e per ristabilire la compromessa pace tra uomo e natura.

«Uno dei punti qualificanti, più volte ribadito da Papa Francesco nella sua enciclica “ Laudato sì’ ”, è proprio il concetto di interconnessione fra le varie sfere riguardanti i comportamenti umani, e quindi tra la violenza sulla natura e quella sull’uomo. “La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi.” [5]. Egli ci parla quindi dell’“intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta”, esprimendo “la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso [6]…» [v]

Combattere la guerra. Fermare il biocidio.

Mai come in questi giorni avvertiamo quanto il richiamo al più elementare buon senso possa venire dai più piccoli. Negli anni ’80 fu la decenne Samantha Smith a denunciare la minaccia della guerra atomica; poi c’è stato il grande discorso all’ONU della tredicenne Malala Yousafzai in difesa dei diritti umani ed ora a far discutere ed a smuovere gli animi è l’accorato appello della quindicenne svedese Greta Thumberg, che ci esorta a mobilitarci contro i cambiamenti climatici.

Di fronte ad un’umanità sempre più irresponsabile e figlia di Caino –  e che, sul suo esempio, si ostina irresponsabilmente ed arrogantemente a ribattere: “Non sono mica il custode di mio fratello!”  (Gen 4:9) – le voci di queste ragazze si sono alzate con una forza e un’incidenza impressionante, richiamandoci al dovere di ‘custodire’ la terra che ci è stata affidata e di proteggere i fratelli dalla violenza di chi pensa di esserne il padrone incontrastato, non esitando sia a mettere in pericolo la vita stessa, sia a calpestare senza scrupoli i diritti di quelli che ha la pretesa di dominare.

Mai come in questi giorni, d’altra parte, si avverte anche quanto sia stato – e sia ancora – del tutto insufficiente limitarsi ad una generica protesta o a un impegno parziale (solo pacifista o solo ecologista), non riuscendo a cogliere l’intima connessione tra la violenza bellica, perpetuata dal complesso militare-industriale, e quella che coinvolge gli equilibri ambientali, mietendo sempre più vittime e compromettendo il futuro stesso del genere umano.

Ecco perché è indispensabile che finalmente si realizzi la saldatura tra ecologismo e pacifismo, chiamando a raccolta tutte le forze che si oppongono non solo alla devastazione del Pianeta ma anche alla persistente logica di sfruttamento delle sue risorse ambientali ed umane. Eppure c’è ancora chi pensa che si possa perseguire la liberazione delle persone dal bisogno e dall’ingiustizia dal sistema capitalista senza invertire radicalmente il paradigma economico ed ecologico che giustifica ed esalta quel tipo di ‘sviluppo’.  Allo stesso modo, c’è anche chi s’illude di contrastare (o, peggio ancora, di ‘mitigare’) le drammatiche conseguenze ambientali di una visione predatoria e accentratrice delle risorse della Terra senza mettere in discussione il ‘sistema’ che garantisce politicamente –  e difende militarmente – quel modello economico, a costo di farci ripiombare nell’incubo di una guerra da cui nessuno potrebbe uscire vincitore.

La semplicità sconcertante con cui ragazze come Samantha, Malala ed ora Greta hanno affrontato a muso duro i grandi della terra e condannato la loro follia omicida ci stimola dunque a prendere coscienza di quanto poco noi adulti abbiamo fatto finora per salvaguardare il diritto dei nostri figli ad avere un futuro meno oscuro e minaccioso. Non tutto è compromesso, anche se siamo decisamente arrivati sull’orlo del baratro, ma è giunto il momento di riprendere in mano quel pezzo di potere che ci consente, insieme, di essere ‘custodi’ dei nostri fratelli e della nostra madre Terra.

Il termine ‘biocidio’ – dal nostro osservatorio di meridionali – ci riporta alla mente le lotte della gente comune (madri, contadini, pastori, imprenditori responsabili…) contro l’inquinamento del suolò, dell’acqua e dell’aria causato dal micidiale connubio tra speculazione, sfruttamento e criminalità organizzata, non a caso realizzato proprio nei territori socialmente fragili, oggetto da secoli di occupazione manu militari e di espropriazione della sovranità della gente locale.

Nei vocabolari della lingua italiana il termine ‘biocidio’ è banalmente spiegato come “strage di animali” [vi], ma ovviamente si tratta di molto più e di ben altro rispetto ad un semplice inquinamento ambientale da sostanze chimiche e biologiche ‘sterilizzanti’, che dovrebbero svolgere un’azione tossica solo nei confronti di microrganismi dannosi. [vii] 

Ad essere stati minacciati, infatti, non sono stati funghi o batteri nocivi, bensì la sicurezza e la salute degli esseri umani, compromesse da un inquinamento massiccio di terre una volta fertili a causa dello smaltimento criminale di enormi quantità di veleni generati dal nostro assurdo modello di sviluppo. In questo senso, proprio come “distruzione della vita”  il lemma ‘biocide’ lo troviamo ad esempio tra i significati riportati dall’Oxford Living Dictionary [viii]. Ancor più esplicita è la spiegazione offerta da un altro sito inglese, nel quale si trova scritto che:

«Biocidio può anche riferirsi alla distruzione della vita, una specie di ‘omnicidio’ che colpisce ogni realtà vivente, non solo gli esseri umani; chi si augura che ogni cosa nel mondo intero o universo rischi l’estinzione è definito ‘biocida’, o persona portatrice di ideologie ‘biocide’». [ix]

Ma quale biocidio è più disastroso di una guerra, soprattutto se è condotta utilizzando armi chimiche, batteriologiche o nucleari? Che senso ha, allora, condannare severamente come criminali irresponsabili coloro che inquinano e devastano i nostri territori ma non fare lo stesso con chi – uccidendo per mestiere e progettando strumenti bellici sempre più letali – incarna lo spirito di Caino e ne riversa la ‘maledizione’ su tutta la Terra?

Mobilitarsi contro il cambiamento climatico, ma per cambiare modello di sviluppo

«La lotta per la giustizia ambientale e climatica sta diventando uno strumento di ricomposizione per molte delle vertenze che caratterizzano il nostro paese: dalle grandi opere alla devastazione dei territori; dai presidi in difesa della sanità pubblica alle lotte per un welfare universale che non crei più la falsa dicotomia tra diritto alla salute e diritto al lavoro; fino ai movimenti contro la guerra, intesa come regolamento di conti all’interno delle élites dominanti e strumento di predazione di risorse…». [x]

Questo corposo e significativo periodo apre il manifesto lanciato dalle organizzazioni che hanno convocato un’assemblea nazionale a Napoli, in preparazione del corteo che si terrà a Roma il prossimo 23 marzo. Non posso fare a meno di condividere questa impostazione, sperando che si riesca finalmente a collegare in una rete virtuosa ed attiva tutti i soggetti che si oppongono agli scempi ambientali ma anche ai ricatti occupazionali ed alla minaccia di chi usa la guerra per assicurare il proprio controllo su risorse viste come mero oggetto di sfruttamento.

E’ pur vero, d’altra parte, che sussiste il rischio di portare avanti un’opposizione fondata sui doverosi NO a devastazione speculazione e violenza, senza però offrire una chiara alternativa a quel sistema di cui un po’ tutti ormai facciamo parte e che, anche inconsapevolmente, contribuiamo quotidianamente a mantenere in piedi. 

«…al controllo sulla vita imposto ai lavoratori e alle lavoratrici, schiacciati dal nostro sistema produttivo, si affianca la messa a morte delle comunità confinate ai margini della produzione. L’altra faccia del controllo biopolitico sul lavoro è la necropolitica del capitalismo armato a Sud. Diciamolo meglio: il capitalismo è il virus che oggi infetta le nostre comunità; il biocidio è la malattia che si contrae a contatto con quel virus; è lo sviluppo patologico del capitalismo laddove esso sia in diretta contraddizione con la vita; il cambiamento climatico è il più trasversale dei sintomi di questa malattia».[xi]

Sono affermazioni altrettanto sottoscrivibili, in quanto individuano la causa prima delle politiche biocide nel modello capitalista di produzione e di consumo. Anche in questo caso, però, bisogna stare attenti a non oggettivare troppo la radice di tutti i mali, equiparandola ad un ‘virus’ che produce di per sé conseguenze patologiche, così come la Bibbia faceva con il fratricidio di Caino, considerato sorgente di ogni futura violenza e sopraffazione.

Il cambiamento climatico – si diceva – è solo il ‘sintomo’ più evidente, preoccupante e trasversale di una ‘malattia’ che ha ridotto l’uomo e la natura a merce e che ha sottoposto ogni relazione – da quelle interpersonali a quelle internazionali – alla logica del profitto e del dominio. Contrastare questo fenomeno, allora, è sicuramente prioritario – così come lo è lottare contro la preoccupante escalation degli armamenti nucleari – ma non sufficiente. Bisogna proporre una vera alternativa, che contrapponga lo sviluppo umano alla crescita, invertendo il paradigma antropocentrico e predatorio e mettendo in primo piano il rispetto degli equilibri ecologici. Ed è proprio alle leggi della natura – come la biodiversità e la simbiosi – che l’umanità dovrebbe ispirarsi, per stabilire un modello di società attento alla reciprocità, alla solidarietà ed alla valorizzazione delle diversità.

«Non può esserci progresso e crescita culturale e sociale, economica e produttiva che non abbia al centro l’ecologia […] e contestualmente non è pensabile una tutela della natura, della biodiversità , della storia, della cultura e dei suoi valori che non sia strettamente legata alla realizzazione di un mondo di equa distribuzione delle risorse, di pace, di solidarietà…». [xii]   

Rifondare la società su principi e valori alternativi è sicuramente molto più impegnativo che cercare di arginare o contrastare i cambiamenti climatici. Ma senza affrontare alla radice il modello di produzione e consumo e quello di approvvigionamento e distribuzione dell’energia non andremo molto lontano.

Ecopacifismo ed antimilitarismo per opporsi alla violenza istituzionalizzata

Nella nostra cultura politica questi due termini hanno una diffusione molto limitata e troppo spesso vengono interpretati in maniera poco corretta. Oltre un secolo di mobilitazioni contro la tragedia della guerra, a quanto pare, non è bastato a far superare, da un lato, il concetto del tutto insufficiente di ‘pace negativa’ (nel senso di mera assenza di conflitti armati) e, dall’altro, l’interpretazione del rifiuto del sistema militare come rivendicazione di un diritto civile o affermazione di un’obiezione esclusivamente etica.

Non parliamo poi del termine ‘ecopacifismo’ che, nel migliore dei casi, è considerato semplice sommatoria d’un impegno in campo ambientale col perseguimento di obiettivi di pace e disarmo. Nel citato documento troviamo scritto che:

«Sono i governi… a decidere le priorità d’investimento nel paese, ma possiamo essere noi a cambiare la scala gerarchica dettata dalle grandi lobby, facendo rete, lottando e resistendo dal basso» [xiii]

E’ un’affermazione condivisibile ma, a mio avviso, ogni resistenza dal basso alle gerarchie imposte da chi comanda deve necessariamente tener conto che gli equilibri (o meglio, gli squilibri…) economici e sociali a livello globale sono assicurati proprio da un complesso militare-industriale che li difende. Allo stesso modo, non si dovrebbero sottovalutare i danni ambientali e sociali della militarizzazione del territorio e, soprattutto, deve essere chiaro che le guerre – in particolare quelle condotte tecnologicamente – sono di per sé una minaccia continua alla sicurezza, alla salute ed alla stessa sopravvivenza d’intere popolazioni.

Già otto anni fa, a proposito dell’esigenza di saldare le lotte ambientaliste con quelle pacifiste, avevo scritto:

«Non ha quindi senso…perseguire un’astratta eco-sostenibilità dell’economia, se essa continua ad essere assoggettata alla logica d’un capitalismo globalizzato e pervasivo, che ricorre sempre più spesso alla strategia bellica quando l’aggressione ‘pacifica’ e neocolonialista del mercato non basta più. Allo stesso modo, mi sembra evidente che non basta manifestare contro guerre ed invasioni armate se non ci si sa opporre anche ad un modello di sviluppo predatorio, nemico della natura e dei suoi equilibri almeno quanto lo è della giustizia e della pace. Sarebbe una vera follia pensare che – come sottolinea uno studioso catalano – ci si possa opporre ad un’aggressione militare o a dittature pensando che ciò non abbia a che fare con la battaglia per modelli più sostenibili di energia oppure con un’agricoltura non più dominata dalle monoculture e dall’accentramento delle risorse alimentari del nostro pianeta».[xiv]

La “triade” ambiente/sviluppo/attività militari – di cui aveva parlato il peace researcher Johan Galtung già negli anni ’80  [xv]– avrebbe richiesto una strategia unitaria, sì da contrapporre al modello violento di economia e società uno sviluppo equo, ecocompatibile e nonviolento. In quel mio saggio, poi, ricordavo interessanti impostazioni ed esperienze del movimento verde ed alcune proposte di “ecologia sociale”, diffuse nei decenni scorsi in ambito europeo ed anche italiano.

«Ecologismo sociale e pacifismo hanno (o dovrebbero avere) molti elementi in comune: la difesa della coerenza fra mezzi e fini; la pace come via per la sostenibilità; l’antibellicismo e l’antimilitarismo; il ricorso all’azione diretta nonviolenta e alla disobbedienza civile; il perseguimento della giustizia sociale, la difesa della democrazia partecipativa..[xvi]   

Un approfondimento sul concetto di ‘ecopacifismo’, oltre che nel saggio citato, ho cercato di farlo in un successivo ‘Manuale’, pubblicato nel 2014 come referente nazionale di V.A.S. , cui rinvio. [xvii]  Ciò che vorrei sottolineare, però, è che occorre accrescere e diffondere la consapevolezza dello stretto legame fra la devastazione ambientale, dovuta ad un sistema economico ingiusto e non sostenibile, e la minaccia costituita non solo dai conflitti bellici in atto e dalla criminale corsa agli armamenti atomici, chimici e batteriologici, ma anche dalla crescente militarizzazione del territorio, che impone un modello autoritario e violento, espropria la sovranità delle comunità locali e ne mette a repentaglio la salute e la sicurezza.

Ecco perché ritengo che il pacifismo ecologico non possa fare a meno della componente antimilitarista, che si oppone fermamente alla struttura militare in quanto gerarchica, nemica della democrazia ed asservita agli interessi dominanti, come ribadisce il filosofo Fernando Savater.

«L’antimilitarismo è una forma di intervento politico che pretende di farla finita con l’attuale predominio del militare sul civile, come primo passo di una mutazione essenziale dello Stato contemporaneo e di una radicalizzazione efficace della democrazia. I suoi obiettivi immediati comprendono movimenti nonviolenti di pressione sociale – anche se non sempre legali – contro la corsa agli armamenti, la politica dei blocchi militari, la proliferazione delle armi atomiche, le intenzioni di espansione bellica e, in generale, qualsiasi crescita del potere e della influenza delle istituzioni militari della vita pubblica […] In ultima analisi, considerato che il sistema militare appoggia e si appoggia, sostiene ed è sostenuto dalla disuguaglianza economica, dallo sfruttamento del lavoro dei più da parte dei meno, etc. … l’antimilitarismo si confronta anche con l’incistamento cronico dell’ingiustizia sociale». [xviii]

L’assemblea nazionale di Napoli del 3 marzo e la grande manifestazione a Roma del successivo 23 possono essere un primo passo per cominciare ad operare questa indispensabile sintesi politica tra le tante lotte contro speculazioni e saccheggio dei singoli territori ed una complessiva proposta di alternativa ecologica, economica e sociale all’attuale modello di sviluppo.

Può essere anche, ce lo auguriamo, un’occasione per cominciare ad operare una saldatura tra movimenti contro le devastazioni ambientali ed il biocidio e quelli che si battono contro la guerra e la militarizzazione del territorio, in un’ottica ecopacifista ed antimilitarista.


[i]  Vedi: Genesi, 4: 1-16

[ii] Sull’episodio cfr. Appunti di esegesi , P.F.T.I.M.  pp. 24-28 >http://www.pftim.it/ppd_pftim/7/materiale/Esegesi.pdf

[iii] Gen 4: 9-15

[iv] Appunti di esegesi , cit., p. 28

[v]  Ermete Ferraro, “Difendere sorella terra, nostra casa comune” (29.07.2015), Agoravox Italia > https://www.agoravox.it/Difendere-sorella-terra-nostra.html

[vi] Cfr., ad es. quello Hoepli > https://dizionari.repubblica.it/Italiano/B/biocidio.html

[vii]  Vedi definizione di ‘biocida’ in Treccani > http://www.treccani.it/vocabolario/biocida/

[viii]  Cfr. “biocide” in Oxford Living Dictionaries > https://en.oxforddictionaries.com/definition/biocide

[ix]  “Biocide” in Definitions > https://www.definitions.net/definition/BIOCIDE

[x]  Manifesto per l’Assemblea nazionale “Per la giustizia climatica e ambientale – il Sud chiama alla mobilitazione” (Napoli – 3 marzo 2019) >  https://www.facebook.com/events/2255482508045020/

[xi] Ibidem

[xii]  Antonio D’Acunto, “Rifondare l’Utopia” (2014), in Alla ricerca di un nuovo umanesimo – Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, Napoli, la Città del Sole, 2016, pp. 269

[xiii]Per la giustizia climatica e ambientale”,  cit.

[xiv]  Ermete Ferraro,  “Ecopacifismo: visione e missione” (2011), GandhiTopia.org > http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione

[xv]  Johan Galtung, Ambiente sviluppo e attività militari, Torino, E.G.A., 1986

[xvi]  Xosé Maria Garcia Villaverde : “Ecopacifismo: unha proposta”, Cos pes na terra (rivista galiziana) > http://www.cospesnaterra.info/index.php?option=com_content&task=view&id=168  (trad. mia)

[xvii]  Ermete Ferraro,  L’Ulivo e il Girasole – Manuale ecopacifista di V.A.S. , scaricabile all’indirizzo > https://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d  – Vedi anche: Ermete Ferraro, “Credere, Rinverdire e Combattere” (2018), Ermete’s Peacebook > https://ermetespeacebook.blog/2018/11/18/credere-rinverdire-e-combattere/

[xviii] Fernando Savater, Las razones del antimilitarismo y otras razones, Barcelona, Editorial Anagrama, 1998, p. 87 (trad. mia)

© 2019 Ermete Ferraro

La Civiltà del Sole come Ecotopia

di Ermete Ferraro (*)

 

I – L’UTOPIA CONCRETA DI UN ‘PRAGMATICO IDEALISTA’

antonio 4Sono trascorsi tre anni e mezzo da quando si è spenta la luminosa stella di Antonio D’Acunto, l’ingegnere napoletano settantaquattrenne che ha lasciato un segno notevole nella recente storia del movimento ecologista italiano, sia da consigliere regionale della Campania, sia come instancabile animatore di esperienze ambientaliste di base. L’Amministrazione Comunale di Napoli ha voluto giustamente onorarne la memoria con targa e medaglia, intitolandogli il nuovo Parco Ecologico di Piscinola. Il Sindaco de Magistris, nel corso della sua commemorazione ufficiale, lo dipinse sinteticamente come: «…un uomo mite, generoso, umile, un passionario, un gran combattente. Un uomo perbene. Un amico[i]  Anche un giornalista come Antonio Piedimonte lo ricordò con toni commossi nel suo articolo intitolato “Quel guerriero sorridente  che regalò alla Campania l’energia solare”, accostandolo fra l’altro ad un altro ecologista scomparso:

«…[con] Antonio Iannello, un altro grande protagonista della storia dell’ambientalismo che insieme con D’Acunto – amico e sodale – formò una straordinaria coppia di guerrieri, pacifici quanto inarrestabili. Due pragmatici idealisti, due giganti dalle cui spalle in molti hanno potuto scrutare un futuro diverso, magari non sempre realizzabile (a volte quasi mai) ma di sicuro migliore e perciò in grado di dare nuova forza alla speranza.» [ii]

Diversamente da quanto ho fatto in altre occasioni, volendone onorare la memoria da amico prima ancora che da collaboratore [iii] , ora però vorrei approfondire soprattutto la sua straordinaria ‘idea-chiave’, quella Civiltà del Sole sulla quale s’imperniava il testo della legge regionale d’iniziativa popolare della Campania n. 1/2013 di cui D’Acunto è stato primo firmatario[iv]] e presentatore ed alla quale è improntato il progetto che, in suo nome, continua a portare avanti la Rete associativa che egli ha fondato e presieduto. [v] Il rischio è che a questa pur suggestiva espressione nella mente degli interlocutori non corrispondano concetti chiari e precisi. Antonio D’Acunto, della cui profetica visione faceva parte questo concetto, non amava le frasi ad effetto ma vuote. Con questa efficace formula, infatti, egli aveva saputo sintetizzare un complesso percorso ideologico, frutto di decenni di militanza ambientalista e di riflessioni teoriche. Ecco perché cercherò di chiarirne il significato, esplicitando il profondo messaggio eco-sociale che D’Acunto ha voluto lasciarci in eredità.

CamPhRe2145cE’ evidente che quella espressione evocava “La città del Sole” , titolo dell’opera che il filosofo calabrese Tommaso Campanella scrisse nel 1602 [vi], ma – al di là dei facili riferimenti ai classici della letteratura ‘utopica’, da Platone a Thomas More, dallo stesso Campanella a Francis Bacon, da Fénelon a Swift, passando per Thoreau e giungendo ai giorni nostri – l’intento di D’Acunto era ben altro. Nei suoi scritti è rintracciabile una solida cultura filosofica e non mancano riferimenti al pensiero degli antichi, in particolare ai Presocratici, ma la sua teorizzazione della Civiltà del Sole aveva una finalità politica, nel senso più nobile del termine. Il suo intento era infatti eminentemente civile, cioè orientato alla concreta realizzazione di una società alternativa a quella attuale, resa invivibile da un modello di sviluppo energivoro ed anti-ecologico.

«E’ in questa profondissima innaturalità la causa della totale insostenibilità dell’attuale sviluppo e della società ad esso connessa. La Civiltà del Sole, con il pensiero la cultura e la scienza che la formano, è il necessario nuovo cammino dell’umanità per il suo progredire e il suo ritrovarsi con la natura.» [vii]

Le considerazioni filosofiche, scientifiche e tecnologiche di D’Acunto, dunque, perseguono sempre una finalità estremamente concreta e pragmatica: indicare un percorso di transizione ad una società rispettosa degli equilibri naturali, ma al tempo stesso rivolta al vero progresso dell’umanità. In questa sua “ricerca di un nuovo umanesimo” la Civiltà del Sole si pone come la stella polare da seguire.

II – DALLE DISTOPIE ALL’ALTERNATIVA ECOTOPICA 

Alcuni studiosi si sono soffermati sul fiorire, nella seconda metà del secolo scorso, di testi riguardanti le utopie ecologiche ma anche il loro contrario, le distopie di cui si è occupata la letteratura fantascientifica e fantapolitica, da Bradbury ad Huxley, da Orwell a Burgess. [viii]

«La constatazione delle disfunzioni e delle rotture ecologiche del mondo è un elemento centrale dell’orizzonte del pensiero e dell’ideologia dominante della società contemporanea […]  La critica pessimista e radicale all’impulso tecnologico appare in numerosi scritti distopici, ispirando più tardi nuove forme di progetto sociale che potremmo qualificare come ecotopici. […] L’utopia non può dunque essere definita come la costruzione immaginaria in contrapposizione alla società reale, ma è espressione della coscienza che una società ha d’istituire la sua stessa ragion d’essere.» [ix]

copertina-civilitas-solis2.jpgAnche la Civiltà del Sole proposta da Antonio D’Acunto non era affatto una mera ipotesi teorica né una fantasticheria idealista bensì un meditato progetto, che nasceva dalla dolente consapevolezza dell’insostenibilità d’un modello di socialità e di rapporto con la natura che, alimentato dal fideismo scientista e dal capitalismo imperante, ci è stato finora imposto come l’unico paradigma possibile. Ciò che egli si è sforzato di dimostrare nei suoi scritti, quindi, non era solo la necessità di abbandonare quanto prima un modello energetico vetusto, inquinante e giunto ormai alle soglie dell’esaurimento delle risorse fossili cui attinge. Ciò che in essi risalta, piuttosto, è l’esigenza  di una conversione ecologica più generale, che ci porti fuori dalla logica dello sfruttamento e del consumo, a loro volta dominati dall’accentramento/controllo delle risorse energetiche.

«La sostenibilità sta solo nel sole, e nel sole sta l’unica cura per la disintossicazione termica, chimica e fisica del Pianeta.  Prima si comincia, prima si attiva questo percorso verso la sostenibilità, e poi verso la rigenerazione del Pianeta. […] E’ banalmente vero tutto ciò, ma detto così esso resta completamente dentro la filosofia limitata e superata che ci portiamo dietro quando affrontiamo la questione dell’energia solare: il pensare ad essa come fonte sostitutiva dell’energia fossile. La rivoluzione dell’energia solare, allo stesso tempo ad essa connaturale e da perseguire, sta invece nella radicale modificazione dell’attuale sistema produttivo, economico, sociale, culturale e politico. Data l’entità della popolazione umana….è sicuramente importante la quantità di energia, ma l’organizzazione della sua produzione e distribuzione e le conseguenze che ne derivano possono costituire il nuovo vero progresso dell’umanità.» [x]

Nell’auspicato avvenire del Sole, insomma, per D’Acunto c’era non solo l’affermazione di una prospettiva ambientalista, ma anche il recupero del messaggio comunista ed eco-socialista che guarda al Sol dell’avvenire, cioè ad una rivoluzione globale, che sappia cambiare radicalmente le modalità di produzione, di distribuzione e di consumo.

«Il sole richiama…una fondamentale rottura, un’inversione radicale rispetto al percorso energetico  passato dell’umanità…; passare dalla concentrazione di potenza alla diffusione capillare dei centri di produzione. La rivoluzione necessaria sta nella filosofia che lo spazio, la superficie del Pianeta, è la fonte fondamentale  dell’energia per l’umanità. […] Poiché in un sistema di tipo solare non sono concepibili isole di potenza, il sistema delle grandi linee di trasmissione non avrebbe più ragione di esistere: con l’equivalente della superficie compromessa dalle sole grandi linee di trasmissione si produrrebbe, con un sistema solare, tutta l’energia necessaria all’Italia di oggi !» [xi]

Bisogna tener conto, d’altra parte, che ci sono tuttora non poche resistenze culturali e sociali alla diffusione di modalità alternative di produzione, distribuzione e consumo dell’energia. Non manca soltanto una “cultura del solare”; spesso si avverte una scarsa consapevolezza del rapporto esistente fra la questione energetica e le quelle di natura sociale ed economica, ad essa intimamente correlate. Si rischia di perpetuare l’equivoco dell’antitesi fra ecologia ed economia, confermando l’idea che di modello economico ce n’è uno solo. Ogni sforzo per salvaguardare gli equilibri ecologici e difendere l’ambiente diventa pertanto un attentato oscurantista allo sviluppo, alla scienza, al progresso tecnologico e, in ultima analisi, alla stessa civiltà. Ecco perché ha fatto bene D’Acunto ha sottolineare l’importanza di quest’ultima parola, ancorandola però ad un paradigma – teorico e pratico – profondamente diverso, quello “solare”.

III – UNA TRANSIZIONE CONSAPEVOLE, GLOBALE E  DAL BASSO  

downloadCercare la modalità giusta di transizione ad una società ecologica richiede una grande capacità di guardare avanti, di essere ‘visionari’, ma anche di mantenersi sul piano della concretezza e di proporre un percorso comprensibile e praticabile. E’ sicuramente vero – e D’Acunto lo sapeva molto bene – che di tempo a disposizione ormai non ce ne resta molto. E‘ però altrettanto vero che nessun vero cambiamento è possibile se non si riesce a disseminarne pazientemente i principi basilari e a dimostrare che non si tratta di decisioni delegabili ad un vertice politico più o meno illuminato, ma di scelte che ci riguardano tutti e tutti i giorni, come persone e come comunità.

«Come conciliare un’impronta ecologica radicalmente ridotta con l’attuale pluralità delle nostre società e del loro tessuto economico? Cercare una via d’uscita è cambiare sguardo: partendo da dove siamo, senza negare i nostri disaccordi sulle soluzioni da apportare, prendendo in considerazione una pluralità di vie di sperimentazione, dalle micro-esperienze cittadine di permacultura fino alla produzione industriale ultratecnologica, passando per i sentieri dell’economia sociale e solidale.» [xii]

E’ proprio ciò che ha proposto D’Acunto, quando affermava:

«Appare del tutto chiaro che l’ inerzia del sistema materiale ma anche materiale del pensare comune oggi esistente richiama comunque anche la ricerca di soluzioni capaci di rispondere quali alternative credibili al sistema energivoro ed accentratore di oggi […] La coscienza della preziosità dell’energia e la conseguente razionalizzazione e ottimizzazione della sua produzione e del suo uso costituiscono perciò un percorso fondamentale dell’umanità e permeano l’identità di una nuova civiltà: la Civiltà del Sole.» [xiii]

Nella sua visione ecotopica questo nuovo mondo assume certamente i connotati ideali di una società finalmente riconciliata con la natura e i suoi valori, ma anche la complessità d’un ‘sistema’ globale che, a partire dalla rivoluzione ‘solare’, rivoluzioni tutti i parametri del vivere civile, dal lavoro all’edilizia, dalle scelte economiche a quelle riguardanti una democrazia partecipata e dal basso, pacifica e solidale. E’ impossibile allora non citare D’Acunto quando il suo messaggio assume il tono profetico – direi perfino poetico – del Vate che ha sguardo lungo e riesce ad intravedere una realtà futura.

« Nella civiltà del Sole la città respira come da natura e cresce nella bellezza della sua immagine[…] La campagna e l’agricoltura ritrovano l’identità perduta, generatrice e non distruttrice di risorse. Cambiano urbanistica e architettura del nuovo. Case fabbriche e luoghi sociali sono progettati e costruiti per essere energeticamente autosufficienti. Contro gli sprechi cambiano i materiali e le tecnologie impiegate. Cambiano la mobilità e il trasporto, privato e pubblico, riformulati sul solare e sulle sue derivazioni. Crescono, con la specifica tecnologia, la capacità rigenerativa della materia, il ricircolo, la sinergia e la simbiosi anche funzionali con la depurazione delle acque. Un’identità nuova del lavoro e della sua funzione sociale e collettiva trova nel rivoluzione del solare una grande centralità […] L’intera economia si libera dai vincoli del ricatto e della dipendenza dal mercato del combustibile e delle fonti energetiche, e lo scambio internazionale si attiva non sui vincoli della bilancia commerciale e sulla speculazione monetaria, ma sull’interesse reciproco e solidale. Le comunità locali…diventano i fattori delle scelte, con la capacità di acquisire la giusta energia sufficiente per le proprie necessità, di scambiarsela a bassa tensione… non hanno più ragion d’essere né le lobbies nucleari né le grandi guerre, militari politiche ed economiche per l’oro nero e per il gas naturale… » [xiv]

E’ a questa palingenesi eco-socialista che D’Acunto ha sempre e coerentemente teso, teorizzando ed illustrando la sua Civitas Solis, ma anche impegnandosi in prima persona, secondo la regola aurea dell’ambientalismo: “Thinking Globally, Acting Locally”. [xv]

IV – BIODIVERSITA’, SOLIDARIETA’, EQUITA’, AUTOSUFFICIENZA

D’Acunto ha sempre affiancato alle sue considerazioni sulle caratteristiche dell’auspicata Civiltà del Sole una particolare attenzione al concetto di tutela e promozione della Biodiversità, al punto da intitolare ad entrambi la Rete associativa che ha fondato e presieduto. A questo basilare pilastro del suo progetto ecologista, non a caso, è stata dedicata la prima sezione del suo volume, intitolata appunto “Amare e ritrovare la perduta biodiversità”.

« La sfida ambientalista è sicuramente a tutto campo: dalla ridefinizione del lavoro come costruzione dell’arricchimento dei valori dell’umanità, alla teoria e alla prassi di una nuova economia fondata sull’ecologia. Ma la sfida ambientalista deve essere soprattutto la sfida della biodiversità; non l’uomo al centro del Pianeta, ma la sua illimitata ricchezza di esseri viventi, animali e vegetali, all’interno dei suoi scenari incommensurabili di paesaggi, di luci e di colori. L’ambientalismo, come filosofia e cultura della biodiversità, assume perciò questa valenza: costruire il futuro di un’umanità non necessariamente infelice e sola in un inerte ed informe Pianeta, ma espressione di vita tra l’infinita moltitudine delle altre[xvi]

biodiversita'Non è difficile avvertire, nel tono lirico che D’Acunto assumeva quando parlava della Natura, tutto l’amore e, direi, la venerazione che provava nei confronti dell’indicibile bellezza e perfezione di ciò che gli uomini di fede chiamano Creato. Egli, pur da laico, ne ha sempre avvertito il profondo richiamo e, al di là di riflessioni scientifiche e di ogni credo religioso, con la sua insistenza sul valore centrale della biodiversità, ritengo che egli sia stato uno splendido interprete dello spirito francescano racchiuso nel ‘Cantico delle creature’.

« Tale filosofia rafforza la coscienza di come un territorio sia limitato e prezioso, nell’identità della sua  biodiversità, della sua cultura e delle sue potenzialità: è la filosofia dell’ottimizzazione, anche scientifica e tecnologica, dell’uso del territorio…» [xvii]

Questa stessa filosofia, oltre a manifestare una solidarietà biocentrica con tutti gli esseri viventi, manifesta una solidale apertura anche verso le generazioni successive, preservando le risorse finora dissipate dallo sfruttamento capitalista e dalla civiltà predatoria, violenta e consumistica che ne è derivata.

«La Civiltà del Sole parla…in misura sempre più elevata alle generazioni successive. Ad esse non sottrae risorse: il sole infatti conserva e vice la sua identità e la sua infinita bontà e potenza per un tempo illimitato, indipendentemente da ciò che l’uomo fa.[…] La Civiltà del Sole crea un percorso illimitato e crescente di solidarietà con quelle ad essa successive […] I raggi del sole trasformano ogni spazio di verde che salviamo o che rigeneriamo in naturale farmaco  per la cura dell’avvelenamento da anidride carbonica…La Terra ritrova la sua salute se le restituiamo la sua bellezza: più si afferma la Civiltà del Sole, più si allontana il rischio del collasso mortale del Pianeta, e più esso diventa meravigliosamente bello. » [xviii]

Non si può fare a meno di notare che la filosofia ecologista di D’Acunto assume in questi casi  accenti profondamente morali, ma anche estetici. Il valore etico della solidarietà con chi verrà dopo di noi, infatti, si fonde con la considerazione dello stretto legame tra lo stato di ‘salute’ della nostra Terra e la sua ‘bellezza’. Questo inscindibile. connubio tra bontà e bellezza era già presente nel pensiero classico attraverso il concetto greco di kalokagathìa [xix], ma lo ritroviamo anche nella visione biblica, in particolare quando Dio guarda ciò che ha creato e lo definisce con טוֹב (TOV ) aggettivo ebraico traducibile appunto sia come bello sia come buono, in quanto evoca l’idea di armonia e di perfezione.[xx]

download (1)Ma il Sole è da considerare ‘buono’ anche perché è giusto, poiché offre luce e calore – e quindi energia – a tutti gli esseri viventi, senza differenze e senza nessun vantaggio per se stesso. Per citare ancora D’Acunto:

«Il sole dona i suoi raggi a tutto il Pianeta e lo fa in rapporto alla vita esistente nelle sue singole parti: ovvero ogni parte del Pianeta ha creato la vita in rapporto a ciò che il sole le ha donato. Nella Civiltà del Sole non può che essere questo il primo principio di ogni modello di società, estirpando ogni radicamento di espropriazione, fortissimamente presente…» [xxi]

L’ultimo punto sul quale bisogna soffermarsi, se si vuole comprendere il pensiero di Antonio D’Acunto – è il concetto di autosufficienza energetica. Se è vero, come c’insegna la storia, che conflitti e guerre sono sempre stati originati dalla volontà di accaparrarsi ed accentrare nelle propre mani le risorse naturali e di dominare anche così gli altri popoli, è evidente che la Civiltà del Sole dovrà invertire radicalmente questa tendenza. In quello che potremmo chiamare  il ‘programma costruttivo’ di D’Acunto, infatti, affiora spesso la prospettiva di una ‘autosufficienza’ delle comunità locali, che non significa affatto chiusura identitaria bensì capacità di soddisfare i propri bisogni con le risorse del proprio territorio. E’ un concetto, per l’appunto, simile a quello del Swadeshi [xxii] predicato e praticato da Gandhi nella sua rivoluzione nonviolenta dell’India.

«Nella Civiltà del Sole…nessuna comunitàpuò pretendere il soddisfacimento del proprio fabbisogno energetico con energia proveniente da altre comunità: ogni comunità deve attivarsi per la propria autosufficienza energetica, ciò naturalmente sia in un contesto di corretta, organica e funzionale armonia tra le comunità adiacenti, sia in un concretamente fattibile percorso di transizione. […] La filosofia della cultura e della diffusione dell’energia solare ha la sua genesi ed attuazione nelle scelte globali che si sono fatte e che si fanno per il territorio, in un’ineludibile coniugazione, armonia e tutela della sua identità naturalistica, storica, culturale, economica e produttiva.» [xxiii]

V – UN DECALOGO PER LA CIVILTA’ DEL SOLE

Dai passi citati emergono con evidenza alcuni concetti fondamentali, che sono un po’ le colonne portantI della Civiltà del Sole, che vanno però intesi strategicamente, secondo una logica progressività. Proverò quindi a sintetizzare queste idee fondanti in una sorta di ‘decalogo’.

  1. Prendere coscienza della totale insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e della società ad esso connessa e da esso condizionata, recuperando la valenza positiva del concetto di limite (del territorio, delle risorse…), dal quale scaturisce la preziosità dei beni ambientali e la conseguente necessità di prestare molta attenzione all’esauribilità delle risorse naturali ed alla fragilità degli equilibri naturali.
  2. Orientarsi verso un cambiamento radicale, inteso però come percorso/cammino/progresso verso un modello alternativo, che porti l’umanità a ritrovarsi con la natura.
  3. Adottare preliminarmente una seria strategia di disintossicazione termica, chimica e fisica del Pianeta, condizione indispensabile per una sua rigenerazione ecologica, voltando decisamente pagina rispetto alla ‘civiltà del petrolio’.
  4. Scegliere le fonti energetiche rinnovabili come rivoluzione del nostro modello di produzione distribuzione e consumo, vetusto iniquo ed energivoro, anziché come banale ed opportunistica sostituzione delle fonti fossili in esaurimento o in crisi.
  5. Rompere radicalmente con modalità centralizzate e verticistiche, in campo energetico ma anche in ambito sociale, economico e politico.
  6. Razionalizzare / ottimizzare la produzione e l’uso dell’energia e di territorio, facendo ricorso alla saggezza delle soluzioni forniteci dalla stessa Natura: riciclo della materia, sinergia, simbiosi.
  7. Introdurre una profonda rivoluzione anche dei rapporti economici e sociali all’interno della società, con un’identità nuova del lavoro e della sua funzione sociale e collettiva, passando dal circolo vizioso del consumo individuale, iniquo e senza limiti alla logica virtuosa dell’interesse reciproco e solidale.
  8. Salvaguardare e promuovere il fondamentale valore ecologico della biodiversità, tenendo conto che la stessa limitatezza del territorio e delle sue risorse lo rende prezioso, per cui dovremmo adottare un’ottica non più egoisticamente antropocentrica, ma rispettosa della natura ed aperta a tutte le forme di vita.
  9. Adottare un ambientalismo ecosociale, che valorizzi la solidarietà (tra pari e con le generazioni future) e persegua l’equità, restituendo salute e bellezza alla nostra Terra, che il Sole illumina e nutre in modo indistinto, e quindi fruibile da tutti.
  10. Orientare le scelte economiche verso uno sviluppo ecosostenibile ed autocentrato, opposto a quello della centralizzazione e controllo delle risorse, per valorizzare le risorse del territorio e tutelare l’identità e l’autosufficienza economica delle comunità.  

E’ interessante osservare che questo articolato paradigma ambientalista è riscontrabile anche in altri contesti, come progetto ecosostenibile che coniughi un’alternativa energetica con una prospettiva pacifica. E’ il caso, ad esempio, del ‘dodecalogo’ elaborato nel 2017 dalla Tamera Holistic Peace Research Centre, un’organizzazione portoghese impegnata nella promozione di una modalità energetica autonoma, rigenerativa e decentrata, L’ecovillaggio di Tamera è già dotato di un impianto solare da 20 kW, ma soprattutto sta sperimentando un suo sviluppo alternativo, fondato su fonti energetiche locali, integrate ed autosufficienti, e sulla eliminazione di ogni forma di spreco. [xxiv]

Un utile riferimento, per approfondire la tematica del rapporto tra ‘rivoluzione energetica’ e cambiamento del paradigma socio-economico nel senso di una democrazia partecipata e giusta, è un articolo di Burke e Stephens, in conclusione del quale leggiamo:

« Come trasformazioni sociali, le transizioni energetiche giuste, democratiche ed ecologiche richiedono un impegno a costruire la capacità della comunità per una governance energetica democratica, evitando nel contempo il perpetuarsi delle molte ingiustizie sociali ed ecologiche dei sistemi energetici dominanti esistenti. […] La democrazia energetica apre la possibilità di forme rinnovate e rinnovabili di democrazia, create attraverso impegni più approfonditi e più inclusivi con lo sviluppo di un futuro energetico rinnovabile. Se la politica energetica diffusa esprime ragionevolmente le potenzialità di un’energia rinnovabile e di un rinnovato potere politico in un momento di emergenza climatica, allora la democrazia energetica fornisce una risposta piena di speranza e tempestiva.» [xxv]

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E’ proprio dalla sperimentazione di tante ‘buone pratiche’ come questa – in Europa come nel resto del Pianeta – che il luminoso progetto ecosociale di Antonio D’Acunto trae nutrimento e conferma. La Civiltà del Sole non è l’utopia di un visionario ma la sola prospettiva per uscire dal disastro ambientale e socio-politico nel quale siamo immersi, la cui gravità spesso paralizza ogni sforzo per uscirne. Ci vuole tutto l’ottimismo della volontà che alimentava l’instancabile azione di D’Acunto per reagire allo sconforto in modo proattivo e creativo. All luce della sua grande lezione – di vita oltre che di pensiero – noi della Rete per la Civiltà del Sole e della Biodiversità continueremo perciò sulla strada da lui tracciata, nella speranza che siano sempre di più quelli che vorranno dare menti braccia e gambe al suo e nostro progetto.

Concludo citando un’efficace e sintetica frase di Giorgio Nebbia, altro maestro dell’ambientalismo e grande amico di Antonio:

«La diffusione della cultura e della consapevolezza della insostenibilità dell’attuale società può essere un’occasione per metterne in discussione le fondamenta stesse, violente ed egoistiche. E per cercare nuovi modelli di rapporti produttivi e di rapporti internazionali, governati dalla soggezione alle uniche leggi che non si possono violare, quelle della natura. La realizzazione di una società meno insostenibile può essere una straordinaria occasione per cercare nuovi valori di solidarietà e di giustizia.» [xxvi]

—– N O T E —————————————————————————–

[i] Luigi de Magistris, discorso commemorativo  in Sala Giunta del Municipio di Napoli (27.02.2015) > cfr. servizio televisivo di Marina Galiano sulla commemorazione ufficiale di A. D’Acunto per la webt tv del Comune di Napoli >> https://www.youtube.com/watch?v=ZHf0IFUp4C8

[ii] Antonio E. Piedimonte, “Quel guerriero sorridente che regalò alla Campania l’energia solare”, Corriere del Mezzogiorno, 29.12.2014 > https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/14_dicembre_29/quel-guerriero-sorridente-che-regalo-campania-l-energia-solare-7a875576-8f5d-11e4-958d-cb5be19f6659.shtml

[iii] Ermete Ferraro, Ciao, Antonio… (31.12.2014) > https://ermetespeacebook.com/2014/12/31/ciao-antonio/ . Vedi anche il mio contributo biografico su A.D.A., posto a prefazione del libro postumo che ne raccoglie i tanti articoli pubblicati sul suo blog: Ermete Ferraro, Lo cunto di d’Acunto – Le stagioni nel sole di un profeta laico, in: Antonio D’Acunto, Alla ricerca di un nuovo umanesimo . Armonia tra uomo e natura nella lotta politica, a cura di Francesco D’Acunto, Napoli, La Città del Sole, 2015 > http://www.lacittadelsole.net/d-acunto.html

[iv] Leggi in: http://www.sito.regione.campania.it/leggi_regionali2013/lr01_2013vigente.pdf

[v] Visita il sito web della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità (RCCSB) > http://www.laciviltadelsole.org/

[vi] Tommaso Campanella, La città del Sole (1602), Milano, Feltrinelli, 2014

[vii] A. D’Acunto,  “La Civiltà del Sole”, introduzione agli articoli su questo tema in:  Alla ricerca di un nuovo umanesimo, cit., p.193

[viii]  V. ad es. : R. Bradbury, Fahrenheit451 (1955); A. Huxley, Brave New World (1932); G. Orwell, Nineteen Eighty-Four (1949); A. Burgess, Clockwork Orange (1962)

[ix]  Jean-Paul Déleage, “Utopies et dystopies écologiques”,  Ecologie & politique, 2008/3 n° 37 , pp.33-43 > https://www.cairn.info/revue-ecologie-et-politique1-2008-3-page-33.htm (trad. mia).

[x] A. D’Acunto,  “La Civiltà del Sole” (maggio 2010), in op. cit. , p. 200

[xi] Ibidem, pp. 201-202

[xii] “Description” del libro: Christian Arnsperger et Dominique Bourg, Ecologie intégrale : pour une société permacirculaire, Paris, P.U.F., 2017 > https://www.franceculture.fr/oeuvre/ecologie-integrale-pour-une-societe-permacirculaire  (trad. mia)

[xiii] A. D’Acunto, op. cit, p. 203

[xiv] Ibidem , pp. 203-204

[xv]  Non è ancora chiara l’origine di questa nota espressione, attribuita a persone diverse, dall’urbanista scozzese Patrick Geddes  (1915) al fondatore degli Amici della Terra  David Brower (1969);  dal biologo francese René Dubos (1972) fino al ‘futurista’ Frank Feather (1979)

[xvi] A. D’Acunto, “La sfida della biodiversità per una nuova egemonia culturale dell’ambientalismo” (feb. 2010), in op. cit, p. 63

[xvii]  Idem, “Il territorio, limitato e prezioso, e la Civiltà del sole” (dic. 2010) , ibidem, p. 209

[xviii] Idem,  “La Civiltà del Sole la Civiltà del Petrolio” (mag, 2012), in op.cit. , pp. 216-217

[xix]  Cfr.la voce su Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Kalokagathia , ma anche: “La bellezza come dono divino  Kalokagathia”, in Treccani > http://www.treccani.it/export/sites/default/scuola/lezioni/scienze_umane_e_sociali/BELLEZZA_ARTE_1_lezione_c.pdf

[xx] Carmine Di Sante, “Bellezza e bontà: quale relazione secondo la Bibbia?”, N.P.G. (Note di Pastorale Giovanile), 22.08.1999 > http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4023:bellezza-e-bonta-quale-relazione-secondo-la-bibbia&catid=310:npg-annata-1999&Itemid=207

[xxi] A. D’Acunto, “La Civiltà del Sole e la Civiltà del Petrolio”, cit., p.218

[xxii] Cfr. “Movimento Swadeshi” in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_Swadeshi ; vedi anche: Siby K. Joseph,  “Understanding Gandhi’s Vision of Swadeshi”, mkgandhi.org  > https://www.mkgandhi.org/articles/understanding-gandhis-vision-of-swadeshi.html

[xxiii] A. D’Acunto, “Da Nimby a Ymby for us” (feb. 2014), op. cit. , p. 223

[xxiv] “Producing energy in a culture of peace – Tamera, Portugal leads the way” (ago. 2017),  Ecolise.eu > http://www.ecolise.eu/producing-energy-in-a-culture-of-peace-tamera-portugal-leads-the-way/

 [xxv] Matthew J. Burke, Jennie C. Stephens, “Political power and renewable energy futures: A critical review”, Energy Research & Social Science, 35 (2018) 78-93 > https://reader.elsevier.com/reader/sd/77FE4C355DC8BE7A68F391D622B06F57F3CC9790A354041B4D8162094CF43690568699CBE4B09332D121E75D51EB2687

[xxvi]  Giorgio Nebbia, ” Pensieri su Gaia”, (mag.. 2014)  > http://giorgio-nebbia.blogspot.com/2014/05/sm-3260-pensieri-su-gaia.html#more

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© 2018 by Ermete Ferraro (Presidente della ‘Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità)

SE SI SOGNA INSIEME…

downloadA maggio di due anni fa è nata a Napoli un’importante esperienza di organizzazione di base, impegnata attivamente e volontaristicamente a diffondere una cultura alternativa ed nuovo modello di sviluppo. Sono trascorsi giusto due anni, infatti, da quando è stata ufficialmente costituita la Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, aggregazione di referenti associativi ed individuali che già si erano impegnati, nei due anni precedenti, contro il ritorno del nucleare e perché la proposta di legge regionale popolare su “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” diventasse una legge quadro della nostra Regione.

Il bello è che quello spontaneo aggregato era anche riuscito nella sua mission impossible, superando alla grande l’ostacolo di ben tre commissioni consiliari e di un’assemblea consiliare dove la maggioranza dei voti era saldamente in mano ai partiti di centrodestra.

Fu così che, forti della vittoria ottenuta con l’approvazione all’unanimità di quella che diventava in tal modo la legge regionale n.1 del 2013, noi del Comitato Promotore decidemmo di dar vita ad un organismo associativo che, a questo punto, concentrasse il proprio impegno sull’effettiva attuazione di una legge di fatto rivoluzionaria.

Sapevamo benissimo, infatti, che dietro la faccia bonaria dell’unanimismo bipartisan si celava il solito volto di una classe politica conservatrice e moralmente compromessa, abituata ad affossare ogni innovazione e a difendere gli interessi delle varie lobbies cui è legata.

Noi eravamo stati lo scomodo e fastidioso topolino che, per un attimo, aveva fatto arretrare l’elefante del centro-destra campano, lasciando peraltro un po’ spiazzato anche il fragile centro-sinistra, poco abituato ad uno stile bottom-up di fare politica e spesso ambiguo proprio sulle questioni ambientali. Ecco perché , fin da subito, il sistema si è subito messo in moto per affossare la neonata legge sul solare, dapprima mutilandola con emendamenti in sede di bilancio, in seguito ignorandola sfacciatamente.

sole4Sono stati, questi, due anni di totale disapplicazione di una norma che avrebbe invece potuto davvero segnare una netta svolta in Campania, avviandone una rapida solarizzazione e, al tempo stesso, affrontando le sue piaghe ambientali ed occupazionali in modo creativo e propositivo.

E’ sempre antipatico recriminare, ma in certi casi diventa un dovere civile. In questo periodo, infatti, ben poche voci si sono levate in difesa della disattesa legge regionale n.1/2013, che è diventata il monumento all’ipocrisia di una classe politica timorosa e miope, oltre che prona verso certi interessi consolidati. Se si fa eccezione per i consiglieri regionali del PD Antonio Marciano (correlatore della legge) ed Antonio Valiante (autore di un’interrogazione a Caldoro); per il Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris ed suo Vice, Tommaso Sodano e per l’attuale Vice Presidente della Città Metropolitana, Elena Coccia, si direbbe che ben pochi esponenti politici abbiano sentito il dovere di prendere posizione, schierandosi in favore della legge e contro chi ha cercato in ogni modo di annullare la volontà dei cittadini, azzerando di fatto quanto era stato deliberato dallo stesso organo legislativo regionale.

A distanza di due anni, d’altra parte, registriamo con piacere che la competizione elettorale per le regionali in Campania ha finalmente suscitato nuovo interesse per quella che noi abbiamo deciso di chiamare, a buon titolo, la Legge d’Acunto.  Tre candidati presidenti su cinque (Salvatore Vozza per Sinistra al Lavoro, Valeria Ciarambino per il Movimento Cinque Stelle, e Marco Esposito per la lista civica meridionalista MO! Campania) hanno infatti inserito nei loro programmi elettorali il rilancio di questo provvedimento legislativo, di cui evidentemente hanno colto l’importanza e sulla cui attuazione ci auguriamo che vorranno adoperarsi in futuro.

pirasoleNoi della R.C.C.S.B., d’altra parte, non siamo certo rimasti immobili a piangerci addosso, ma abbiamo sviluppato in questi due anni una serie d’iniziative autogestite, lanciando appelli e messaggi anche su questioni apparentemente collaterali, come la necessità di misure di vero contrasto al cambiamento climatico, la salvaguardia della nostra costituzione, l’opposizione al funesto decreto Sblocca Italia ed alle sue devastanti conseguenze per l’ambiente.

Questi ventiquattro mesi di attività della nostra Rete ci hanno visti impegnati costantemente sul territorio, con assemblee, manifestazioni pubbliche ed interventi nelle scuole.

Abbiamo lanciato e fatto sottoscrivere da un migliaio di cittadini una petizione sul clima, con la quale proponiamo nuovi standard (5% d’incremento del verde, 60% di riduzione della CO2, 50% per le fonti rinnovabili, 50% destinato al risparmio ed efficientamento energetico).

Abbiamo svolto iniziative formative e seminariali in alcune scuole napoletane (la SMS Viale delle Acacie del Vomero ed il Liceo Don L. Milani di S. Giovanni a Teduccio).

Abbiamo partecipato come Rete anche ad altre iniziative sociali, come“Miseria Ladra” (promossa da Libera e dal Gruppo Abele); professionali come varie assemblee di architetti ed ingegneri; di promozione di una green economy come i Green Days ed Energy Med, ambedue promossi dall’amministrazione comunale di Napoli.

Abbiamo anche partecipato ad un “Training Camp” dell’A.N.C.I. (Ercolano, apr. 2013) ed alla manifestazione #Fiumeinpiena (Napoli, nov. 2013) ma, soprattutto, abbiamo organizzato in prima persona una quantità d’impegnativi e significativi eventi, a partire dal convegno su “La legge più bella” (Salerno, mag. 2013), cui hanno fatto seguito: la I Conferenza Regionale sui Piani Solari Comunali (Salerno, ott. 2013); l’assemblea “Dalle ecoballe alle piramidi del Sole” (Napoli, Sala Nugnes del Cons. Comunale, nov. 2013).

Il secondo anno è stato contrassegnato da un’iniziativa a tutela della Reggia di Carditello (gen. 2014) e dall’Assemblea per il primo anniversario della LR 1/2013 (Napoli, feb. 2014). Si sono poi registrati altre iniziative pubbliche, come il volantinaggio di denuncia durante EnergyMed (mar. 2014);  l’Assemblea del Soci della RCCSB (apr. 2014); l’intervento ad un incontro di ingegneri ed architetti (Pozzuoli, mag. 2014), un successivo intervento al convegno sulle Eccellenze Campane (Napoli, giu. 2014) e, soprattutto, il fondamentale evento “Diamo un calcio alle ecoballe!”, svolto a Giugliano in Campania nello stesso mese.  Dopo la pausa estiva hanno fatto seguito altre iniziative della Rete, fra cui: l’intervento di una delegazione della Rete alla Convention del Patto dei Sindaci (Napoli, Castel dell’Ovo, set. 2014); la colorita manifestazione “C’è un brutto clima…” (Piazza Gesù Nuovo, set. 2014); la partecipazione ai cortei-manifestazioni contro Sblocca Italia (Roma, Montecitorio, ott. 2014 e Napoli, Bagnoli, nov. 2014) ed altre iniziative simili.

antonio 4Purtroppo il mese di dicembre ha segnato un pesante momento di arresto a questo entusiastico attivismo della Rete. La grave perdita del suo fondatore ed ispiratore, Antonio D’Acunto, ha colpito duramente tutti coloro che lo hanno seguito in questa incredibile avventura, molti dei quali lo conoscevano da decenni, condividendone le grandi battaglie civili, sociali ed ambientaliste che hanno caratterizzato la vita di questo vero profeta della “civiltà del sole”.

L’associazione, orfana del suo leader , ha voluto quindi ricordarlo e rendergli omaggio con una commossa e partecipata commemorazione pubblica, tenuta nella Sala giunta di Palazzo S. Giacomo, alla presenza del Sindaco de Magistris e dell’Assessore all’Ambiente Sodano.

Ma il vero modo per onorare D’Acunto è stata la nostra determinazione nel continuarne la difficile battaglia, senza poter più contare sulla sua carismatica personalità, proseguendo comunque nei contatti con la stessa Amministrazione Comunale di Napoli, con la quale era già stata avviata una proficua collaborazione per realizzare un evento propedeutico alla Biennale del Sole e della Biodiversità nel Mediterraneo, prevista esplicitamente dalla legge 1/2013.

Un altro impegno che ci siamo assunti è stato quello di contribuire con proposte originali alla redazione dello Statuto della Città Metropolitana di Napoli, facendo tesoro delle indicazioni che lo stesso D’Acunto aveva avanzato, già molti anni fa, per realizzare una svolta fondata sul suo progetto di Ecopolis.

L’ intitolazione ad Antonio di un parco didattico da realizzare a Marianella  – voluta dal Sindaco – ci ha indotti poi a considerare con attenzione le indubbie opportunità che questa decisione offre,  confrontandoci con i cittadini di quel quartiere e con la stessa ASIA Napoli, autrice di quel progetto di eco-parco.

biodiversita'Le nostre ultime attività, come dicevo prima prima, sono state rivolte a mantenere aperto il dialogo con i partiti che si sono presentati alle elezioni regionali ed in particolare con i candidati alla Presidenza della Campania. Siamo infatti convinti che il pur fondamentale ed indispensabile lavoro di base dell’Associazione non può essere disgiunto da un impegno a coinvolgere i referenti istituzionali (Comune, Città Metropolitana e Regione) in un percorso virtuoso e “alla luce del sole”, proprio per interrompere il ciclo vizioso della crescente e pericolosa frattura fra i cittadini e coloro che dovrebbero rappresentarli, che si aggiunge a quella tra le comunità locali e la loro terra.

Ecco perché, dopo due anni, possiamo presentarci a testa alta di fronte a chiunque, forti della nostra coerenza e dell’autonomia nella quale abbiamo operato, rivendicando il diritto all’attuazione di una legge troppo a lungo disattesa e ribadendo le ragioni, ideali ma anche concrete, di una svolta epocale verso quella“civiltà del sole” che non è assolutamente un’utopia.

Dobbiamo peraltro ammettere che, mai come in questo momento, tutto sembra andare in senso completamente opposto, per cui il nostro sforzo può apparire ingenuo e velleitario. La verità è che mai come adesso, invece, c’è bisogno di idee chiare, alternative e sanamente costruttive, per uscire dalle sabbie mobili d’un nuovo verticismo autoritario e centralista e di un ulteriore, sciagurato, attacco all’integrità dell’ambiente naturale, in nome del profitto e di un falso progresso.

Mai come adesso c’è bisogno di dire dei “no” chiari e netti (a decreti perniciosi come lo Sblocca Italia ed alla pericolosa revisione della Costituzione, che cancellerebbe il diritto delle Regioni ad intervenire in materie-cardine come l’energia). Servono però anche dei “sì” altrettanto decisi, in particolare a provvedimenti di vero contrasto ai cambiamenti climatici, a progetti di vera economia verde, ad un impulso alla rapida diffusione delle fonti energetiche alternative, contrastando però ogni operazione speculativa, nel rispetto dei valori del territorio e della diversità biologica.

I principi base su cui si fonda la filosofia della legge D’Acunto, infatti, sono sia di natura ambientale (tutela della terra, ricorso ad energie pulite rinnovabili e diffuse, salvaguardia della biodiversità), sia d’ispirazione sociale ed economica (avvio di un’economia decentrata, eco-sostenibile e fonte di nuove occasioni di lavoro e di vero sviluppo delle comunità locali).

 

Ebbene, non sono ovviamente in grado di dire se la nostra piccola Rete, orfana di Antonio D’Acunto, riuscirà in questa sua ambiziosa missione, dal momento che porta avanti un modello che va in totale controtendenza rispetto alle idee più diffuse e non può certo contare sul sostegno di lobbies e di sponsor politici. So soltanto che noi della rete bio-solare ci crediamo fermamente e quindi il nostro impegno andrà costantemente in quella direzione.

Non si tratta di vagheggiare retoricamente il“sol dell’avvenir” ma di operare concretamente e collettivamente per realizzare “l’avvenire del Sole”, in quanto nucleo di una nuova civiltà, più giusta ed ecologica. Perché, come recita un noto proverbio, d’incerta paternità ma molto efficace: “Se si sogna da soli è solo un sogno. Se si sogna insieme è la realtà che comincia”.

(c) 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com.)