DIFESA CIVILE. SI’, MA QUALE? 

Che ci faccio qui?

Il 16 marzo scorso, in occasione del deposito alla Corte di Cassazione del testo della proposta di legge d’iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta[i], è stata scattata questa fotografia dei rappresentanti delle associazioni e organizzazioni aderenti alle sue tre Reti promotrici.  

C’ero anch’io, presidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), ma curiosamente ero l’unico del gruppo che non guardava avanti, verso l’obiettivo del fotografo, bensì lateralmente, suscitando l’impressione di una sorta di spaesamento, come se mi stessi chiedendo – per mutuare il titolo dell’ottima trasmissione di Corrado Iacona – “Che ci faccio qui?”. In effetti qualcosa aveva attirato altrove la mia attenzione al momento dello scatto ma, a volerci scorgere un significato più profondo, quel particolare può essere visto come la metafora iconica della mia posizione ‘fuori dal coro’.

Quando nel 2014 fu presentata la prima proposta di legge d’iniziativa popolare su “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta[ii], largamente ripresa nel testo attuale, già allora espressi il mio disagio per quella che mi sembrava una versione minimalista ed ambigua di una vera difesa alternativa alla militare (civile, sociale, popolare e nonviolenta), che aveva ispirato per decenni il movimento pacifista italiano ed al cui sviluppo effettivo del progetto contribuì soprattutto Antonino Drago.

In un articolo per il mio blog, datato novembre 2014 [iii], infatti, manifestai dubbi e perplessità nel merito di quel testo e sul metodo con cui era stato frettolosamente imbastito, ricorrendo ironicamente ad espressioni del teatro di Eduardo de Filippo per sottolinearne gli aspetti problematici.

Oggi, dopo 12 anni, rileggere quell’articolo mi fa ancora più male. Di fronte all’incalzare della militarizzazione della cultura della formazione e della società ed al rifiorire di assurde pulsioni guerrafondaie, l’evidente crisi del movimento per la pace – al quale purtroppo non è bastato coagularsi intorno ad una rete unitaria per diventare più autorevole ed efficiente – mi sembra il risultato tangibile d’una lunga e pericolosa stasi di riflessioni ed azioni. Una stasi che ha portato fatalmente a banalizzare le originarie proposte antimilitariste, adattandole conseguentemente ad un lessico da realpolitik, senza che per questo farle diventare davvero più realistiche ed efficaci.

‘Altra’ e ‘alternativa’ non sono sinonimi

Il testo presentato lo scorso marzo in Cassazione, sul quale vanno raccolte 50.000 firme di cittadini a sostegno di quella legge d’iniziativa popolare, conserva purtroppo gli stessi limiti della precedente proposta, con la differenza che, nel frattempo, il quadro nazionale ed internazionale è molto cambiato, mettendo sempre più allo scoperto il nervo di una difesa esclusivamente militare, sempre più professionale e tecnologica. Un modello difensivo forse meno retoricamente paludato, ma rispondente alle ferree regole di un efficientismo aziendale [iv], per di più in un drammatico contesto geopolitico in cui sembra tramontata l’autorevolezza degli organismi di mediazione sovranazionali, mentre cresce a vista d’occhio l’arroganza militarista e l’aggressività bellicista, con sfoggio di un lessico violento a tutti i livelli.

Va avanti, in effetti, una strategia comunicativa che alterna tentativi di ‘civilizzazione’ della difesa militare con pulsioni alle militarizzazione delle istituzioni civili, alimentando la confusione e aprendo a vari scenari possibili, nazionali ed internazionali

L’istituzione d’una Rete unitaria per la pace e il disarmo avrebbe dovuto non solo coagulare le azioni sparse di tante organizzazioni in un progetto unitario di opposizione a questa incalzante deriva guerrafondaia, ma anche consentire una riflessione comune seria e articolata su un indispensabile ‘programma costruttivo’, da elaborare condividere e diffondere, tenendo conto, fra l’altro, di una realtà socioculturale sempre più ostica e poco sensibile alle visioni globali.

Diluire le proprie proposte, però, non era e non è la soluzione. Non lo è neppure svendere decenni di studi e riflessioni sull’efficacia – oltre che sulla validità etica – di un’autentica difesa civile non armata e nonviolenta, in cambio dell’ipotetico riconoscimento legislativo di un dipartimento governativo che si occupi di una forma ‘complementare’ di difesa, in quanto non armata e non strettamente militare.

Eppure la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), insieme con la Consulta Nazionale per il Servizio Civile (CNESC) e la Campagna Sbilanciamoci! hanno deciso comunque di ripresentare questa proposta, senza un vero confronto sulla sua validità e coerenza, ad un anno dalla scadenza della legislatura e senza preventivo coinvolgimento delle forze politiche che dovrebbero sostenerla, una volta avallata da 50.000 firme ed incardinata nell’agenda parlamentare.

Ecco perché, con una costruttiva lettera – a mia firma ma condivisa dall’intero Consiglio Nazionale del MIR – abbiamo cercato chiarire la nostra imbarazzante posizione all’interno della RIPD, chiedendo di aprire una discussione franca, anche se tardiva, su quel testo, a partire dalle ‘obiezioni’ avanzate pubblicamente [v]da Antonino Drago, autorevole esperto italiano di Difesa Popolare Nonviolenta.

 «Già nell’art. 1 della LIP si afferma: “la difesa civile, non armata e nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, protezione e gestione non armata dei conflitti, [è] complementare alle forme di difesa militare”. Nella relazione introduttiva alla PdL si parla poi di “… forme di difesa civile basate su principi non armati e nonviolenti, integrando tali strumenti nelle proprie politiche di sicurezza nazionale […] L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono risposte civili…”. Ebbene, il fatto di aver definito la difesa civile e nonviolenta –l’aggiunta del termine “non armata” – mediante aggettivi quali “complementare”, “integrato”, “affiancata” nei confronti della tradizionale difesa basata sulle forze armate è il primo punto critico, da cui sorge legittimamente il dubbio che ad una visione alternativa se ne sia de facto sostituita una più ambigua e compromissoria» [vi].

Immagine pubblica e sostanza effettiva…

A quell’appello, però, non a fatto seguito un’adeguata risposta ed anche qualche altra timida voce di dissenso è stata subito messa a tacere, in nome di un’adesione acritica e passiva a decisioni assunte verticisticamente, ma che rischiano di compromettere la credibilità stessa del movimento per la pace ed in particolare della sua componente tradizionalmente nonviolenta.

Nella conferenza stampa di presentazione pubblica e lancio pubblicitario della L.I.P. – tenuta in Senato il 6 luglio 2026 [vii] – i relatori intervenuti hanno piuttosto  insistito sugli elementi che accomunano in modo un po’ generico le persone che odiano la ferocia della guerra ed aspirano a modalità difensive e di resistenza non armate. La prof.ssa De Cesare ha ribadito il no al riarmo, alla retorica militarista e alla logica bellica. L’attore Ascanio Celestini ha giustamente ricordato come anche in Italia la resistenza abbia spesso assunto le caratteristiche di una difesa civile, disarmata e popolare.

Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, ha inquadrato la proposta come uno strumento per aprire un nuovo scenario, attuando l’art. 52 della Costituzione e contribuendo a costruire strutture di pace. Ha insistito, inoltre, sull’esigenza di “mettere sotto un unico cappello quello che c’è già”, sebbene – a dire il vero – i tre obiettivi individuati (prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti) allo stato attuale siano lontani dall’essere stati già affrontati organicamente ed efficacemente.

Guido Marcon (Sbilanciamoci!) ha parlato di dialogo, riconciliazione, disobbedienza civile e resistenza, lamentando l’assenza dell’ONU ma ipotizzando a livello italiano una difesa alternativa che integri servizio civile e ‘corpi civili di pace’. Rossano Salvatore (CNESC), infine, ha insistito sul valore del servizio civile ed ha fatto appello a ripartire da ciò che si è già fatto, ma nella cornice di un Dipartimento specifico che coordini la difesa civile con le preesistenti struttura della protezione civile nazionale e del corpo (militarizzato)dei Vigili del Fuoco.

Insomma, in quella conferenza stampa si è parlato molto dello scenario e della possibile trama dell’azione scenica da svolgervi, ma poco del copione che è statp scelto per questo portare avanti compito. Si è mantenuto non a caso un ‘low profile’, lasciando intendere che la legge proposta sarebbe in fondo una necessaria razionalizzazione di ciò che c’è già, guardandosi bene viceversa dall’insistere sulla carica alternativa, antimilitarista e nonviolenta insita in una difesa civile, sociale e popolare degna di questo nome.

Peccato davvero, perché il comprensibile realismo di un ‘programma costruttivo’ non mi sembra che giustifichi una versione annacquata ed ambigua di quella vera alternativa difensiva che, invece, sarebbe l’unica seria motivazione per uscire dalle secche della rassegnazione e dell’adattamento ad una deriva militarista, riarmista e bellicista.

La stessa campagna di rilancio dell’obiezione di coscienza, a mio avviso, potrebbe essere compromessa da questo totale investimento sulla normalizzazione legislativa di una difesa solo ‘altra’, per di più col rischio che un eventuale fallimento della sua sottoscrizione si riverberi negativamente su tutto il movimento italiano per la pace oppure che, una volta giunta sui banchi del Parlamento, quella zoppicante proposta venga ulteriormente azzoppata e cinicamente fagocitata dalla logica perversa del complesso militare-industriale.

Non era questa “l’aggiunta nonviolenta” di cui parlava Aldo Capitini, che avrebbe nutrito seri dubbi sulla strumentale banalizzazione di quella nonviolenza alla cui teoria e pratica aveva dedicato i suoi fondamentali contributi ed alla quale dovrebbero comunque ispirarsi, anche al loro interno, coloro che si fregiano di quel titolo.


[i] https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf

[ii] https://www.difesacivilenonviolenta.org/la-proposta-di-legge/

[iii] https://ermetespeacebook.blog/2014/11/23/nonviolenza-o-nonvolenza/

[iv] Cfr. alcuni miei precedenti articoli, fra cui: https://ermetespeacebook.blog/2021/04/03/piano-di-ripresa-militar-industriale/    https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/

[v] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/05/16/nonviolenzala-legge-sulla-difesa-popolare-non-protegge-lobiezione/8388182/

[vi]   Dalla lettera inviata il 12 maggio 2026 dal MIR Italia alla Segreteria della Campagna “Un’altra difesa è possibile

[vii]  https://retepacedisarmo.org/2026/un-altra-difesa-e-possibile-accelera-la-raccolta-verso-lobiettivo-delle-50-000-firme-necessarie-per-il-deposito-del-testo-di-legge/

© Ermete Ferraro, 2026

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