Black Friday (not) for Future

Ed eccoci di nuovo al convulso e parossistico rituale del Black Friday, il poco augurante ‘venerdì nero’ che costituisce il fulcro della religione del consumismo, il cui impeto sembra ben poco frenato dal clima pre-emergenziale evocato dai media sulla recrudescenza del maledetto virus. Ci vuol ben altro, a quanto pare, per arrestare o comunque ridurre la smania spendereccia di tanti/e che continuano a sentirsi irresistibilmente attirati dalla lusinga dell’acquisto compulsivo sì, però a prezzo ridotto… Una sorta di ebrezza dionisiaca, la celebrazione d’un culto pagano che accomuna un po’ tutti nella ricerca dell’appagamento d’un irrefrenabile impulso all’acquisto, all’accumulo di merci, all’accaparramento di beni materiali.

La parola magica è ‘sconti’, suadente richiamo delle sirene del consumismo che ci evita di fare i conti con le nostre reali esigenze, con le risorse che ci possiamo effettivamente permettere di spendere e con ogni remora – etica e/o ecologica – sull’utilità pratica ed il reale valore di quell’improbabile corsa all’oro del benavere, scambiato per benessere. D’altra parte, fra ‘saldi’ più o meno dichiarati ed altre forme di sconti e risparmi proposti quasi in tutti i mesi dell’anno, questa fissazione per il culto del famigerato venerdì nero non è neanche facilmente spiegabile. Eppure si direbbe che in troppi siano ancora convinti che si tratti di un’occasione imperdibile, come risulta anche da un articolo.

Un recente sondaggio su un campione di 1000 partecipanti promosso dal portale di codici sconto Discoup.com non lascia margine di dubbio: gli italiani hanno adottato il Black Friday e lo considerano a tutti gli effetti l’evento di shopping più importante dell’anno. Del resto, i dati rilevati parlano di un trend in crescita costante per il nostro paese. Nel 2018 gli italiani hanno effettuato 2.240.000 ricerche finalizzate ad acquisti nell’ultimo weekend di novembre. Nel 2019 e 2020 tale valore è aumentato rispettivamente fino a 2.740.000 e 3.550.000. Per il 2021 si stima una crescita del giro di affari pari al 20% con oltre 4.300.000 di utenti della rete interessati a effettuare acquisti in occasione del Black Friday. [i]

Come si possa confondere la ‘normalità’ da recuperare col ritorno alla soddisfazione senza limiti di tali impulsi consumistici non mi sembra facilmente spiegabile. Né gli allerta sanitari sui rischi legati agli assembramenti né le remore ambientaliste sulla conciliabilità di questi ritmi di consumo una pur blanda transizione ecologica, a quanto pare, possono qualcosa contro la pandemia da ‘emporovirus’, con la conseguente febbre del venerdì nero. La crescente diffusione degli acquisti online qualche problema, ovviamente, sta provocando agli esercenti di attività commerciali, ma non abbastanza da compromettere la celebrazione del tradizionale rito novembrino. Insisto su questa terminologia anche perché condivido quanto ha scritto in merito Luigino Bruni.

 Il black friday […] è una festa specifica del culto capitalistico consumista, ma è agganciata ad una festa della religione precedente, il thanksgiving, di cui sta prendendo il posto (il black friday è nato quasi un secolo fa come il giorno dopo il Ringraziamento, ora il Ringraziamento è diventato la vigilia del «venerdì nero»). La religione capitalistica sta dunque facendo col cristianesimo quello che questo aveva fatto in Europa con i culti romani e indigeni […] La promessa della salvezza eterna del cristianesimo è stata sostituita dallo sconto. Una piccola salvezza, ma molto più a portata di mano e concreta del paradiso e del purgatorio. Salvezza universale per tutti, molto cattolica e poco protestante, perché qui ci si salva solo con le opere, non serve la fede… [ii]

L’acuta analisi dell’editorialista di ‘Avvenire’ – docente di economia politica e coordinatore del progetto ‘Economia di condivisione – ci ricorda che lo spreco di risorse personali e collettive, una volta considerato un ‘vizio’, grazie alla politica ed alle istituzioni economiche, è da tempo diventato una virtù, un comportamento perfino da promuovere, in quanto incentivo alla ‘crescita’ del Paese.

Non deve allora stupirci se nelle liturgie comunicative del black friday non vi sia alcun riferimento alla qualità dei consumi, nessun cenno a quali prodotti acquistare; nessuna parola sugli aspetti ambientali, sull’impatto di quei consumi scontati sul pianeta. Come se non avessimo appena avuto il sostanziale fallimento della Cop26, come se le ragazze e i ragazzi da anni non ci stessero chiedendo di cambiare consumi e stili di vita, come se non ce lo chiedesse la Terra, come se non ce lo chiedesse Francesco… [iii]

E in effetti non ci stupiamo affatto dell’interessata complicità dei media nella diffusione di una mentalità scevra da qualsiasi preoccupazione di natura etica, si tratti dell’impronta ecologica negativa del consumismo sul Pianeta oppure della distorsione economica connessa ad una sovrapproduzione che si alimenta della fede in una parallela crescita dei consumi stessi. Altro che ‘Festa del Ringraziamento’! Gli uomini dell’antropocene non soltanto non si ritengono in dovere di ringraziare (Dio, la Natura o ciò che più vi piace) per le enormi risorse di cui fruiscono, ma sembrano tuttora convinti che sfruttarle senza limiti sia la cosa migliore da fare per assicurare la loro ‘crescita’.  

…La “cultura dell’ipersconto” spinge i marchi a produrre troppe scorte poiché sanno che saranno in grado di spostarle una volta che le festività natalizie si avvicineranno. Generalmente, le aziende pianificano di produrre troppe scorte nella speranza di catturare ogni possibile cliente […] E anche le emissioni create dalle vendite del Black Friday sono alte. La ricerca di money.co.uk ha scoperto che gli acquirenti potrebbero emettere oltre 386.243 tonnellate di emissioni di carbonio nel 2021. Questo è l’equivalente di 215.778 voli di andata e ritorno tra Londra e Sydney e lo stesso peso di 3.679 balene blu. [iv]

Altrettanto impietosa è l’analisi di un altro articolo sul Black Friday, che si sofferma in particolare sull’impronta ecologica disastrosa del fast fashion e, più in generale, dell’intero comparto dell’abbigliamento, tenuto conto dell’impatto abnorme della sua produzione, packaging e trasporto.

Quest’anno la moda è la categoria che riceverà più intenzioni di acquisto, il 41% (Directia e Mediaspot). Secondo i dati della Banca Mondiale, questo settore è responsabile del 10% delle emissioni globali totali, più dei voli internazionali e delle spedizioni marittime messe insieme. Inoltre, questo tipo di prodotti di solito finiscono in discarica. In Spagna non viene riciclato nemmeno il 10% dell’abbigliamento, e in Europa è meno del 25% (Greenpeace).[v]

L’insinuante quanto incalzante pubblicità sulle varie possibilità di ‘riciclare’ capi di abbigliamento ed altri prodotti acquistati ma poco o niente utilizzati, infine, chiude il cerchio di questa fallace ‘economia circolare’. “Non lo usi: mettilo in vendita”, suggerisce tendenziosamente il demone del consumismo, cercando non solo di far sentire i suoi seguaci ‘non colpevoli’, ma addirittura suggerendo che possono trasformarsi quasi in benefattori dell’umanità, recuperando peraltro denaro, da investire subito in nuovi acquisti. Peccato però che la metaforica circonferenza di questa insostenibile ‘economia circolare’ sia ricavabile solo moltiplicando per 2π il raggio dello sfruttamento delle risorse naturali e della manodopera umana…

Sarà sufficiente allora – come consigliano alcuni – puntare su ‘acquisti verdi’ o sulla compensazione dell’impatto ambientale piantando nuovi alberi? Basterà davvero – come sembra consigliarci un articolo apparso su ‘la Repubblica’ [vi] – rivolgersi a prodotti informatici più riciclabili e magari funzionanti ad energia solare? Francamento penso che ogni scorciatoia proposta abbia il solo effetto di farci sentire un po’ meno responsabili, senza però smorzare la sete consumistica che purtroppo attanaglia gran parte di noi. Far diventare ‘verde’ il nostro solito ‘venerdì nero’ è una tentazione piuttosta subdola a cui credo che bisogna resistere. Non basta certamente una riverniciatura della solita logica per cambiare le cose. C’è bisogno invece d’una vera e propria ‘metànoia’, un cambiamento mentale profondo che ci faccia uscire dalla fallace circolarità produzione-consumo-produzione, in modo da cambiare sia il nostro stile di vita sia il modello di sviluppo che diamo per scontato. E nessuno… ‘sconto’ ulteriore potrà aiutarci a farlo.


[i] Redazione, “Il Black Friday è in arrivo. Cosa ne pensano gli Italiani”, Riviera24.it,  https://www.riviera24.it/2021/09/il-black-friday-e-in-arrivo-cosa-ne-pensano-gli-italiani-714065/

[ii] Luigino Bruni, “Black friday e religione del consumo. Come beni senz’anima”, Avvenire, 26.11.2021 > https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/come-beni-senzanima

[iii] Ibidem

[iv] “Do you know the true cost of your Black Friday purchases?”, Euronews, 19.11.2021 > https://www.euronews.com/green/2021/11/19/do-you-know-the-true-cost-of-your-black-friday-purchases (trad. mia)

[v] “Black Friday: its environmental impact”, The Planet App > https://theplanetapp.com/black-friday-environmental-impact/?lang=en (trad. mia)

[vi] Jaime D’Alessandro, “Un Black Friday più green? Così l’elettronica punta sul riciclo e sfida l’obsolescenza”, la Repubblica, 25.11.2021 > https://www.repubblica.it/green-and-blue/2021/11/25/news/black_friday_green-327656548/

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