Divagazioni sul numero 20

Ci siamo arrivati. Allo scatenarsi dei fuochi d’artificio ed al saltellare allegro dei tappi di spumante è entrato trionfalmente il 2020. Non solo il nuovo anno – ché ogni anno è nuovo quando inizia… – ma quello che si presenta con un aspetto più regolare, grazie alla ripetizione di quel numero 20 che non passa certo inosservata.  Ad uno come me non può non suggerire l’associazione mentale col c.d. Piano 20-20-20, sintesi delle misure previste dal Protocollo di Kyoto, recepite nella Direttiva 2009/29/CE che entrò in vigore nel giugno 2009, con validità dal gennaio 2013 fino al 2020. Probabilmente molti se lo saranno dimenticato, ma allora si prevedeva di ridurre le emissioni di gas serra del 20 %, di alzare al 20 % la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e di portare al 20 % il risparmio energetico: il tutto entro il 2020. Già, si prevedeva… Ora che al 2020 siamo arrivati non dovrebbe sfuggirci quanto quelle previsioni – peraltro non certo radicali – siano lontanissime dall’essersi avverate, con conseguenze di cui solo i ciechi e gli stolti possono non rendersi conto.

Ma torniamo al nostro numero ‘speciale’. Eggià, perché – dopo una rapida incursione in Internet – ho scoperto che si tratta di un numero dalle molteplici – anche se comprensibilmente poco conosciute – qualità. Oltre ad essere pari (e fin qui ci eravamo arrivati tutti), le sue proprietà matematiche sono – scusate il bisticcio-  davvero … numerose. Si tratta infatti di un numero abbondante (cioè minore della somma dei suoi divisori interi); semiperfetto (in quanto è la somma di alcuni suoi elementi: 10 + 5 + 4 + 1 =20) ; risulta dalla somma di due quadrati, 20 = 22 + 42; è un componente delle c.d. terne pitagoriche (12, 16, 20), (15, 20, 25), (20, 21, 29), (20, 48, 52), (20, 99, 101); è un numero pratico (poiché tutti gli interi da 1 a 19 possono essere scritti come somma dei suoi divisori); è congruente (essendo un numero naturale che rappresenta l’area di un triangolo rettangolo che ha per lati tre numeri razionali) e, infine, è addirittura uno dei numeri malvagi (e qui non chiedetemi una spiegazione, perché sarebbe superiore alle mie modestissime competenze in ambito matematico).

Messa da parte la matematica, mi sono quindi brevemente addentrato nel mondo misteriosofico delle varie interpretazioni ‘numerologiche’. Ho appreso, in questo caso, che la sequenza due e zero rinvierebbe all’insieme delle caratteristiche di ciascuna cifra: la prima indicante la dualità, l’armonia e l’equilibrio e la seconda Dio e l’universo, con effetto moltiplicante del secondo sul primo simbolo. Ne deriva dunque un forte valore ‘relazionale’, sebbene interpretazioni diverse conferiscano invece al numero venti una carica irrazionale, rinviando agli aspetti più oscuri dell’animo umano, fra i quali il sospetto e la malizia. Nella Smorfia napolitana il significato più noto è quello della “festa” ma, anche in questo caso, non si fa in tempo a rallegrarsi per questa piacevole scoperta che vi compaiono altri significati associati, meno positivamente univoci, come ad es.: le montagne, la brace, la colomba, il coniglio, la pulizia, il tovagliolo e perfino…la reliquia. É pur vero che tra la popolare Cabala partenopea e la dotta Qabalah ebraica c’è una bella differenza di profondità. In questa seconda chiave interpretativa, infatti, 20 in ebraico corrisponde, secondo la ghematria, alla lettera kaf (כ); si scrive עשרים  (essrìm) e la somma delle lettere che formano questa parola è uguale a 620, che a sua volta corrisponde allo stesso valore numerico della parola della prima sephirot: כתר (che appunto si legge keter, comincia col kaf e significa appunto ‘corona’, cui peraltro rinvia la forma del grafema).

A questo punto forse è meglio se torno nel mio campo di più stretta competenza, cioè all’ambito linguistico, per dare risposta alla domanda, solo apparentemente banale: ma perché il numero 20 si chiama ‘venti’? Qual è l’etimologia di questa parola e che rapporto ha con altre lingue? Ebbene, mentre parecchi già sanno che l’italiano venti (così come il francese vingt, lo spagnolo veinte, il portoghese vinte ed il provenzale e catalano vint) derivano tutti dal latino viginti, il greco eícosi, l’inglese twenty o il tedesco zwanzig sembrerebbero avere altra origine. Invece esiste una latente base comune per tutte queste forme, derivante dal loro substrato indoeuropeo. ‘Venti’, infatti, non indica altro che due volte dieci, per cui il capostipite comune di tutte queste forme è il termine sanscrito DVI (due) unito a DAÇATI (dieci) contratto in DAÇI, con interposta una N eufonica. Ecco che tutto parte dall’indoeuropeo *DVINÇATI, giungendo fino a noi nelle varie forme citate, sia neolatine sia di ceppo greco e germanico. L’unica lingua che ha conservato l’impronta originaria è douăzeci in rumeno che, pur appartenendo al ceppo neolatino, mostra con trasparenza maggiore la sua etimologia.

Bene. Adesso che sappiamo tutto o quasi sul numero 20, che l’anno appena entrato ci presenta addirittura raddoppiato (ma si sa, a Capodanno si beve un po’ troppo…), la smetto di fantasticare tra le nuvole delle elucubrazioni e torno purtroppo coi piedi per terra, continuando comunque…a dare i numeri.

  • I primi pesanti dati sulle vittime dei botti di questo Capodanno, ad esempio, ci informano che si contano 1 morto e 500 feriti, di cui 44 gravi. Tra i feriti i minori di 12 anni sono 68 e 59 quelli tra i 12 e i 18 anni (fonte: RAI Televideo).  
  • Un altro dato, molto più allarmante, è che in aggiunta alle 70 bombe atomiche americane già presenti in Italia, presso la base di Ghedi (BS) – come si sapeva peraltro già dal 2014 (fonte: Espresso-la Repubblica) – è probabile che gli USA trasferiscano dalla Turchia nella stessa base italiana ben altre 50 testate nucleari (fonte: Contropiano e il manifesto). 
  • Per quanto riguarda il magico piano 20-20-20 citato prima, invece, il documento United in Science indica che: “… nel 2018 sono state emesse 37mila tonnellate di anidride carbonica, una cifra da record. La concentrazione di questo gas ha raggiunto le 407,8 ppm. I dati preliminari raccolti nel 2019 suggeriscono che i livelli potrebbero raggiungere e superare le 410 ppm entro la fine dell’anno […] il gruppo inter-governativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Ipcc) indica che già tra undici anni rischiamo di varcare la soglia limite di 1,5 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali, scatenando una “catastrofe globale”. (fonte: internazionale.it)
  • L’Agenzia giornalistica Italia (AGI) ci fa sapere che: “Secondo la più recente nota trimestrale dell’Istat, pubblicata il 18 dicembre e relativa al terzo quarto del 2019 (luglio-settembre di quest’anno), il tasso di disoccupazione a livello nazionale (età 15-64 anni) è pari al 9,8 per cento e corrisponde a più di due milioni e mezzo di residenti in Italia che cercano un lavoro ma non lo trovano”.
  • Nell’Unione Europea – secondo una ricerca di Feantsa e della Fondazione Abbé Pierre – almeno 700 mila uomini e donne dormono ogni notte per strada o in rifugi d’emergenza ogni notte. Si stima che il numero dei senzatetto, negli ultimi 10 anni, sia aumentato addirittura del 70 per cento.

Potrei continuare ancora per molto, ma non me la sento di mandare per traverso a qualcuno il cotechino con le lenticchie o i cannelloni col ragù. Certo è che con i numeri bisogna andarci piano e, soprattutto, imparare a leggerli più in profondità e meno come se fossero semplici ed insignificanti cifre. Non voglio farla troppo  lunga e perciò concludo con una significativa citazione: alcuni brani dal celebre “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”, scritto da Giacomo Leopardi nel 1832.

«…Passeggere: A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore: Io? non saprei.

Passeggere: Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Venditore: No in verità, illustrissimo.

Passeggere: E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore: Cotesto si sa.

Passeggere: Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore: Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere: Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore: Cotesto non vorrei. […]

Passeggere: Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore: Appunto.

Passeggere: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura…».

Io però al caso non ci credo e invece sono convinto che dipende molto da noi rendere la vita migliore e soprattutto che quella passata, che già conosciamo, dovrebbe renderci capaci di dare un senso diverso a quella futura. Mi permetto dunque di modificare il finale scritto da Leopardi, concludendo così:

«Coll’anno nuovo, ognuno di noi s’impegnerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore: Speriamo…»

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.