Quaresima di Quarantena…

Ci voleva la pandemia di Covid-19 per scoprire che le parole ‘quarantena’ e ‘quaresima’ sono sovrapponibili.

La loro etimologia è la stessa, provenendo entrambi dall’aggettivo numerale ordinale latino quadragesima (quarantesima), a sua volta derivato dal cardinale quadraginta (quaranta). In realtà i lunghi e monotoni giorni che tutti noi stiamo trascorrendo in questa surreale sospensione della vita ordinaria sono di più, ma sarebbe strano non coglierne la coincidenza col periodo quaresimale che precede la Pasqua cattolica (12 aprile), che precede quella ortodossa (19 aprile) e rientra nella settimana che caratterizza la Pesach ebraica (8-16 aprile).

Quaranta, si sa, è un numero sacro, con un’enorme valenza simbolica, soprattutto nelle culture che hanno attinto alla tradizione sapienziale biblica, prendendo spunto dalla sua interpretazione cabalistica e gematrica della realtà. Come altri numeri ‘speciali’, infatti, più che indicare una quantità aritmeticamente precisa e definita, allude a qualcosa di più profondo: un periodo di attesa, di purificazione, di rinnovamento. Indica il tempo della ‘conversione’, della decisione di cambiare idea (in greco: metànoia) e quindi anche strada, rappresentando quindi il tempo della transizione a qualcosa di veramente nuovo.

«Il primo riferimento al numero 40 si trova nel libro della Genesi. Dio dice a Noè: “Tra sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti; sterminerò dalla terra ogni essere che ho fatto” (Genesi 7, 4) […] Nel libro dei Numeri troviamo ancora il numero 40, questa volta come tipo di penitenza e punizione imposta al popolo di Israele per aver disobbedito a Dio. Il popolo ha dovuto errare nel deserto per 40 anni perché una nuova generazione potesse ereditare la Terra Promessa […]  Nel libro di Giona si legge che “Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: ‘Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta’….” (Giona 3, 4-5). […] Il profeta Elia, prima di incontrare Dio sul monte Oreb, viaggiò per quaranta giorni: “Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb” (1 Re 19, 8). […] Prima di iniziare il suo ministero pubblico, Gesù “fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame” (Matteo 4, 1-2)….». [i]

Per gli Ebrei, 40 rappresentava sostanzialmente il tempo di una generazione, ma perciò stesso il passaggio (pesach) ad una nuova vita, ad una ciclica ri-generazione, ad una ri-nascita. Per comprendere il simbolismo di questo ed altri numeri nella tradizione culturale e religiosa del popolo d’Israele, però, bisogna tener conto del fatto che essi erano indicati utilizzando le lettere dell’alfabeto ebraico, considerate a loro volta sacre e dense di significati. Nel caso del numero 40, il segno che lo contraddistingue corrisponde alla tredicesima delle sue 24 lettere, la Mem/Mim, che può essere scritta in forma sia aperta sia chiusa e che a sua volta derivava dal grafema fenicio Mem, indicante l’acqua, simbolo di purificazione.

«La lettera (ebraica) MEM oltre al numero 40 indica con la sua forma il ventre materno e anche una sorgente di acqua. I quaranta giorni così rappresentano un periodo determinato che racchiude un avvenimento o un’esperienza che si prolunga nel tempo, ma che è aperto alla vita[…]40 giorni e 40 notti Mosè rimase sul monte (Es. 24,18); Elia camminò per 40 giorni e 40 notti nel deserto per sfuggire all’ira della regina Gezabele (1 Re,19,8) […] 40 sono il massimo dei colpi di verga per le punizioni corporali (Deut. 25, 3). Nel Nuovo Testamento il numero 40 si trova 22 volte… [ii]

Queste divagazioni numerologiche ci portano anche al significato della parola ‘quarantena’, intesa come periodo di purificazione da un male fisico:

«Periodo di segregazione e di osservazione al quale vengono sottoposti persone, animali e cose ritenuti in grado di portare con sé o trattenere i germi di malattie infettive, spec. esotiche; così detto dalla durata originaria di quaranta giorni, che in passato si applicava rigorosamente soprattutto a chi (o a ciò che) proveniva per via di mare, in tempi moderni è stato ridotto a seconda delle varie malattie, in rapporto al relativo periodo d’incubazione e alle pratiche di disinfezione…» [iii]

Questa parola è risuonata talmente tante volte in questi giorni che ci è diventata familiare, evocando periodi bui della nostra storia, segnati tragicamente da guerre, pestilenze ed altri eventi funesti, alla cui fine d’altronde sembra alludere, riportandoci al senso della ‘quaresima’ come duro esercizio di conversione e di rigenerazione. In un articolo di otto anni fa, sottolineavo i due pilastri biblici sui quali poggia la ricostruzione di una vita purificata e quindi rinnovata: il pentimento (ebr.: nacham) e la conversione (ebr: shuw).  Certo, sarebbe arbitrario utilizzare il riferimento a questi due ingredienti del cammino etico che segnano il passaggio (pesach) alla rinascita (cristianamente parlando, alla Resurrezione) come chiave di lettura dell’epidemia che sta affliggendo quasi metà della popolazione mondiale. D’altra parte, se non vogliamo essere miopi, faremmo bene ad impiegare un po’ del tempo che si sta improvvisamente dilatando davanti ai nostri occhi per riflettere di più su questa strana ‘Quaresima di quarantena’. E non certamente per far riecheggiare deprecabili visioni pseudo-religiose, evocanti catastrofi e punizioni divine, per ricondurre questa penosa esperienza collettiva ad un proprio assunto di base. bensì per cogliere le opportunità che ci dà questa inopinata e tremenda interruzione della nostra ‘normalità’ . Non voglio cadere nella stessa tentazione, perciò non intendo offrire spiegazioni né trarre edificanti insegnamenti da quanto stiamo vivendo. Sarebbe però un vero peccato se lo stravolgimento del nostro comune modo di vivere, di produrre, di consumare e di relazionarci non ci spingesse ad interrogarci su ciò che in esso vi è di profondamente sbagliato. Non per forza in senso strettamente morale, ma quanto meno di mancato raggiungimento delle stesse finalità iniziali, di ‘errore’ appunto.

Quei parametri del ‘progresso’ sono talmente radicati

che quasi non riusciamo più a scorgerne i pur evidenti limiti intrinseci. Parlo di uno ‘sviluppo’ unidirezionale,  e praticamente illimitato, verso un ‘avanti’ tanto assoluto quanto indefinito (pro-gredior). Una visione antropocentrica più che autenticamente umanistica che, sebbene smentita da tante negative esperienze storiche, non sembra aver intaccato la smisurata fiducia nella Scienza, che avrebbe dovuto cancellare i dogmi della fede ma li ha solo sostituiti con altri assiomi indiscutibili. Un modello di riferimento caratterizzato da due sole dimensioni: aumento, come accumulazione quantitativa, cioè una corsa verso l’alto, e crescita, intesa come corsa in avanti). Esso presuppone un’aspra conflittualità reciproca (il plautino prima che hobbesiano “homo homini lupus”) ed un insanabile conflitto con la ‘natura’, percepita come limite da superare più che come madre cui affidarsi, con rispetto e devozione.  Lo aveva ben compreso l’ecopacifista Alex Langer, che già nel 1990 scriveva:

«Serve una vera e propria “conversione ecologica” per rendere compatibile la nostra presenza e il nostro impatto sul pianeta con le basi naturali della vita. Si tratta di riequilibrare equilibri profondamente turbati. Forse bisognerebbe passare dal “modello olimpico” (“citius, altius, fortius”) oggi prevalente, che si nutre di competizione, a forme di sviluppo duraturo, sostenibile, equilibrato (sobrietà, rigenerabilità). Ci occorre, insomma, il contrario del “motto olimpico”: lentius, profundius, levius. […]  Non si tratta di mettere una nuova scienza sul trono […] Piuttosto ci occorre un nuovo sapere e una nuova determinazione per limitare i danni. Forse è più urgente un non-fare, più che suggerimenti su cosa fare […] Il “limite”, oltre che naturale, è storico e culturale: dove/come fissarlo e come riempire lo spazio da qui al limite, è scelta politica, sociale, etica, culturale. Non l’Utopia, ma le tante “utopie concrete” (parziali, sperimentali, correggibili)».  [iv]

che quasi non riusciamo più a scorgerne i pur evidenti limiti intrinseci. Parlo di uno ‘sviluppo’ unidirezionale,  e praticamente illimitato, verso un ‘avanti’ tanto assoluto quanto indefinito (pro-gredior). Una visione antropocentrica più che autenticamente umanistica che, sebbene smentita da tante negative esperienze storiche, non sembra aver intaccato la smisurata fiducia nella Scienza, che avrebbe dovuto cancellare i dogmi della fede ma li ha solo sostituiti con altri assiomi indiscutibili. Un modello di riferimento caratterizzato da due sole dimensioni: aumento, come accumulazione quantitativa, cioè una corsa verso l’alto, e crescita, intesa come corsa in avanti). Esso presuppone un’aspra conflittualità reciproca (il plautino prima che hobbesiano “homo homini lupus”) ed un insanabile conflitto con la ‘natura’, percepita come limite da superare più che come madre cui affidarsi, con rispetto e devozione.  Lo aveva ben compreso l’ecopacifista Alex Langer, che già nel 1990 scriveva:

Oggi, trent’anni dopo, la pandemia di Covid-19 ha drammaticamente posto tanti e pesanti limiti alla nostra frenetica ed incurante ‘crescita’. Ha frenato bruscamente la nostra smania di ‘fare’, costringendoci a cambiare i nostri tempi e luoghi di vita. Ci ha imposto ciò che avrebbe potuto – e forse dovuto- diventare una nostra scelta, facendoci provare, nostro malgrado, ritmi esistenziali più lenti, inducendoci a riflettere in modo più profondo sulla realtà che ci circonda ed imponendoci modalità e relazioni meno formali e più leggere.

Ma proprio perché non scaturisce da una nostra decisione consapevole, questo cambiamento ci risulta a mala pena tollerabile, una ‘quaresima’ da sopportare più o meno pazientemente. Una fastidiosa pausa, in attesa di riprendere prima possibile la nostra ‘normalità’, magari ancor più velocemente, puntando più in alto e con maggior forza e determinazione. Penso che sarebbe un ulteriore ‘peccato’ (sbaglio di direzione), un’altra sconfortante prova di quanto poco abbiamo imparato da questa tragedia mondiale. Non dovremmo infatti mettere in ‘quarantena’ la nostra smania di andare avanti e in alto ad ogni costo, ma cambiare davvero strada, come ci ha suggerito Papa Francesco nella sua memorabile riflessione, in una piazza San Pietro deserta e spazzata dalla pioggia:

«In questo nostro mondo, che Tu Signore ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato». [v]

Che questa Quaresima di Quarantena ci aiuti a prendere coscienza che i valori da perseguire non sono quelli che si contrattano in Borsa, ma tutto ciò che arricchisce davvero la nostra comune umanità, di cui questa epidemia ci ha già mostrato alcuni positivi esempi.


Note

[i] https://it.aleteia.org/2018/02/14/perche-la-quaresima-dura-40-giorni/

[ii] https://www.gionata.org/quaranta-un-numero-pieno-di-significati-nella-bibbia/

[iii] http://www.treccani.it/vocabolario/quarantena/

[iv] Alex Langer, LA “CURA PER LA NATURA”: DA DOVE SORGE E A COSA PUÒ PORTARE. 9 TESI E ALCUNI APPUNTI (1990), https://www.alexanderlanger.org/it/148/465  Vedi anche: Alexander Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio, Palermo 2011

[v] http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20200327_omelia-epidemia.html


© 2020 Ermete Ferraro

Ma Oz è il padre dei Wiz ?

Un Mago più influente di Harry Potter

Non avrei mai pensato che il vecchio e un po’ farlocco Mago di Oz fosse tanto importante ed autorevole. Eppure, di recente, mi è giunta notizia della classifica dei film ‘più influenti’ di tutta la storia del cinema, realizzata da due ricercatori italiani, che hanno utilizzato un loro specifico algoritmo per condurre in porto quest’indagine.

«Livio Bioglio e Ruggero G. Pensa, due informatici dell’Università di Torino [hanno] stilato la classifica delle pellicole cinematografiche di maggior successo dopo aver valutato quelle più citate tra le oltre 47mila contenute nella banca dati di Amazon (Internet MovieDatabase, IMDb).[…] ‘Il Mago di Oz’ è il film più influente della storia del cinema […] Il podio è completato, nell’ordine, da ‘Star Wars’ e ‘Psycho’…». [i]

Non ho la minima idea di come il loro algoritmo li abbia portati a giungere a tali conclusioni, che però mi sembrano condivisibili se teniamo conto dell’enorme popolarità raggiunta nel tempo da queste tre ‘colonne’ della filmografia e delle loro innumerevoli citazioni in altri film. Mi ha però sorpreso che il primo posto su questo ‘podio’ informatico sia stato tributato alla pellicola diretta nel 1939 daVictor Fleming [ii]che, seppure gradevolissima e d’indubbio successo, resta una fiaba piuttosto datata e rivolta principalmente ai bambini, essendo ispirata al noto libro dello scrittore statunitense L. Frank Baum “Il meraviglioso mago di Oz”, dato alle stampe la bellezza di 118 anni fa.[iii] 

Il secondo aspetto un po’ sorprendente di questa classifica è il climax registrabile analizzando le preferenze del pubblico e degli addetti ai lavori, dal momento si nota una gradualità discendente dalla visione luminosa, ottimistica, onirica e fiabesca del primo classificato al tono bellicoso ed avveniristico del fantascientifico ‘Guerre Stellari’, sprofondando infine nell’atmosfera oscura, terrificante e malata del mitico giallo diretto da Alfred Hitchcock. E poi, che cosa hanno in comune questi tre film per avere influenzato così profondamente i gusti della gente? Soprattutto, come mai in un mondo ipertecnologico, cinico e poco attratto dai ‘sogni’ è stata prescelta una storia fiabesca e zuccherosa come quella della piccola Dorothy che aiuta i suoi tre fantastici amici ad ottenere ciò che più desiderano?

In effetti, anche la saga cinematografica di ‘StarWars’, realizzata da George Lucas a partire dal 1977, pur appartenendo ovviamente al genere fantascientifico, presenta elementi fantasy e ci ripropone il classico, eterno, scontro fra le forze del bene e quelle del male. Certo, non si tratta di potenti maghi e di streghe cattive, bensì dei Jedi, che mantengono ordine e pace nella Galassia, opponendosi ai malvagi Sith. Del resto, fu lo stesso Lucas ad osservare che il suo stile era ben diverso da quello della classica narrazione da science-fiction, dal momento che: 

«Da bambino leggeva molta fantascienza, ma, invece di leggere autori tecnici e di fantascienza hard come Isaac Asimov, era interessato a HarryHarrison e a un approccio fantastico, surreale al genere…». [iv]

Assai più difficile, invece, è stabilire un parallelismo tra la fiaba di Dorothy, nuova Alice nel Paese delle Meraviglie del magico regno di Oz, e la Marion protagonista di ‘Psyco’, coinvolta in una tormentata storia d’amore che la porterà a finire tragicamente i suoi giorni nel terrificante motel di un giovane omicida schizofrenico. Qui, infatti, il conflitto tra buoni e cattivi è già tutto insito nella psiche malata di Norman Bates, col suo ‘doppio’ femminile materno, alimentando un horror-thriller dove Eros e Thanatos s’intrecciano in una sceneggiatura cupa e disperata. [v]

Insomma, se nel primo film prevaleva l’ottimismo dello happy end e nella saga di ‘Star Wars’ la contesa tra Bene e Male restava comunque aperta,  ‘Psyco’ , viceversa,  era dominata da una pulsione negativa e mortale. In tutti i tre casi, peraltro, ci riferiamo a ‘classici’ piuttosto stagionati (rispettivamente, del 1939, 1977 e 1960). Il fatto che oggi i tre film siano stati selezionati come i più  ‘influenti’, però, lascerebbe pensare ad un inconscio tentativo di sfuggire alla violenza psicopatica che caratterizza la nostra realtà attuale, rifugiandosi in un mondo dove una bambina riesce a sconfiggere le forze del male ed a restituire ai suoi compagni di viaggio la speranza e la fiducia in se stessi.

Il viaggio onirico di Dorothy ed i suoi simbolismi

Dorothy coi suoi amici: lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta ed il Leone codardo

Ricordo che, da piccolo, la lettura de ‘Il Mago di Oz’ mi affascinò molto ma, al tempo stesso, mi lasciò sconcertato. Fatto sta che del libro di Baum risulta più difficile tentare di una lettura metaforica, cosa sicuramente più agevole per quello di Carroll. Eppure ritengo (e non sono il solo) che anche la fantastica avventura di Dorothy si presti ad interpretazioni meno banali di quella fiabesca. Un significato simbolico, infatti, affiora abbastanza evidentemente se solo riflettiamo alle caratteristiche dei protagonisti della storia, mettendo per un attimo da parte gli antagonisti magici della bambina e dei suoi strani amici. Una loro lettura psicologica, infatti, ci fa scoprire che quei personaggi, al termine del racconto, non si ‘trasformano’ magicamente in qualcosa di diverso da ciò che erano già, ma piuttosto prendono coscienza di se stessi e delle proprie potenzialità, mortificate dalla paura e dall’insoddisfazione. Mi sembra di scorgere, quindi, la metafora della ‘liberazione’ dall’infelicità di chi va cercando fuori di sé ciò che in effetti già possiede, di cui il sedicente Mago di Oz non è l’autore, semmai l’involontario facilitatore. La stessa Dorothy acquista coscienza di quanto siano preziosi quelli che la circondano nella sua fattoria nel Kansas solo dopo aver compiuto il suo simbolico‘viaggio’ in una dimensione avventurosa, grazie alla quale scopre e valorizza le sue indubbie capacità.

Anche altri hanno tentato un’interpretazione psicologica del fairy tale di Baum, individuando alcuni elementi significativi chevanno ben oltre la lettura meramente fiabesca della storia.

«Il Regno di Oz, dal quale Dorothy cerca di andar via per tornare a casa, può rappresentare quel luogo intimo dove ogni uomo rielabora le esperienze personali solo con se stesso […] Oz inoltre è il simbolo dell’oncia, unità di misura, per cui Il Regno di Oz è anche il luogo in cui si dà un peso, in cui si misura e si dà un valore, dove si distingue tra bene e male, dove si riflette su ciò che è stato per arricchirsi di un nuovo peso per affrontare e misurare ciò che sarà. Possiamo dire che è il luogo della coscienza». [vi]

In questa impegnativa chiave di lettura, i buffi personaggi che Dorothy incontra – e coi quali si reca nel Regno di Smeraldo a chiedere aiuto a quello che tutti credono un potente Mago – rappresentano tre simbolici esempi di ‘carenza’, cioè di mancanza di qualcosa da cui di solito gli esseri umani fanno derivare la loro insoddisfazione ed infelicità, senza rendersi conto che ciò di cui vanno incerca lo hanno già dentro di sé.

« Lo spaventapasseri che vorrebbe avere un cervello rappresenta la leggerezza di pensiero e d’azione, l’uomo di latta che vorrebbe avere un cuore rappresenta l’incapacità di amare, di provare passioni e di interessarsi; mentre il leone che vorrebbe avere più coraggio rappresenta l’incapacità dell’uomo di saper cogliere a proprio favore le situazioni, di “rischiare” o provare realizzando il pensiero in azioni,l’incapacità di cogliere la vita come una occasione (ob-cadere cadere avanti). Solo alla fine del “viaggio” queste tre peculiarità dell’uomo possono dirsi realizzate». [vii]

Ecco allora cheil racconto acquista una luce diversa e, proprio come i suoi protagonisti, ci rivela aspetti nascosti ed inconsapevoli del suo messaggio. Dietro la fantasticheria di Baum arriviamo a scorgere un significato più profondo, che rinvia all’esigenza che ogni persona segua un percorso che la porti alla consapevolezza di ciò che è, superando il limite frustrante del desiderio di ciò che si vorrebbe essere, e magari scoprendo alla fine che le due cose coincidono. Il desiderio, appunto. Un’innegabile e potente fonte di tensione per la realizzazione delle proprie potenzialità, ma anche un limite doloroso da superare, per non restare inchiodati all’aspirazione di qualcosa che resta fuori di noi e tende costantemente a sfuggirci.

«La figura di Dorothy come l’Anima […] realizza, nel senso di presa di coscienza, il suo stato di meccanicità nei tre“corpi” Gurdjeffiani: corpo mentale (spaventapasseri), corpo emozionale/astrale(uomo di latta) e corpo fisico (leone). Questi tre, non appena compaiono nel cammino, sono infatti infelici dell’essere incapaci di “utilizzarsi […] Il percorso giunge a termine quando Oz […]  fa realizzare ad ognuno di essi che in realtà loro già possedevanole stesse qualità che cercavano: altro profondo insegnamento spirituale». [viii]

Un’interpretazione simile è riscontrabile in un altro articolo, dove però si sottolinea anche che la fiabesca avventura narrata da Baum possa essere letta come il percorso educativo attraverso il quale ogni individuo arriva a sviluppare le sue tre fondamentali competenze personali e sociali (cognitiva, emotiva e pragmatica).

«Chi conosce la storia del Mago di Oz,ricorderà perfettamente che il Mago non regala nulla che i bizzarri personaggi non abbiano già in sé. Nel corso delle peripezie per raggiungere la Città di Smeraldo dove risiede il Mago, lo Spaventapasseri dimostra di avere un intuito fine ed efficace, il Boscaiolo di Latta mostra solidarietà e compassione per i suoi amici e il Leone Codardo affronta con grande valore molti pericoli. Insomma, la formazione accompagna a risvegliare, stimolare e riscoprire abilità e competenze che abbiamo dentro di noi…» [ix]

Un mondo nuovo ‘oltre l’Arcobaleno

“Somewhere, over the Rainbow…”

Ritengo però che, andando oltre un’interpretazione in chiave psicologica o pedagogica, si possa tentare una lettura ‘sociologica’ di questo libro/film che, secondo la ricerca citata, è stato addirittura valutato “il più influente di sempre”. E’ la nostra stessa società, a mio avviso, che presenta le carenze lamentate da quei quattro personaggi in cerca di Mago. Ad essere messo in discussione mi sembra pertanto l’attuale modello di sviluppo, caratterizzato da un crescente materialismo e consumismo che, paradossalmente, diventano sempre più fonte d’infelicità. Le nostre ‘sviluppatissime’ comunità, infatti, sembrano afflitte dall’incalzante peso proprio di queste tre dimensioni negative: l’incapacità di pensare criticamente la realtà, di provare sentimenti empatici e di affrontare con determinazione le sfide del nostro tempo. L’attuale società, insomma, sembra aver perso il cervello il cuore ed il coraggio che sarebbero invece necessari ad invertire la rotta, prima che sia troppo tardi. La stessa Dorothy può essere allegoricamente interpretata come l’esigenza di sfuggire ad una realtà limitata ma, al tempo stesso, di recuperare il valore del ‘ritorno a casa’, ai valori essenziali, dopo essere diventati più consapevoli e sicuri di sé.

Il nostro personaggio-chiave,il ‘wonderful Wizard of Oz’, mi sembra incarnare invece il simbolo di un’autorità esterna dalla quale la gente attende fideisticamente la soluzione dei propri problemi, salvo poi scoprire che dietro la rutilante scenografia magica si cela nient’altro che un ometto insignificante e vile, impotente ad esaudire i desideri degli altri, ma  ben attento a difendere la propria posizione ed a conservare il potere. A questo punto, non è difficile scorgere dietro quel Mago fasullo il prototipo dell’uomo politico, alla cui ben costruita apparenza ed autorità non corrisponde né un’effettiva capacità né una reale autorevolezza. L’immagine, insomma, di un personaggio pubblico, il leader, dal quale tutti si aspettano che escogiti soluzioni ‘magiche’ a beneficio degli altri, scoprendone viceversa la grettezza morale e la ricerca del proprio esclusivo interesse. 

Tale lettura,a mio avviso, potrebbe esserci utile a prendere coscienza che un vero cambiamento non può essere frutto di alchimie di vertice, ma solo dell’assunzione diretta di responsabilità, di scelte personali e collettive che sappiano portare avanti la società (il latino: pro-gredior). Ma ciò è possibile solo a condizione che ciascuno sappia tirare fuori di il meglio di sé, liberandosi da quanto che ne impedisce la realizzazione (sviluppo vuol dire scioglimento dei legami che ci avviluppano, che ci avvolgono, da cui l’inglese development e lo spagnolo desarollo). Andare oltre il mito scientista ed illuminista del progresso come naturale ed irreversibile percorso evolutivo dell’umanità, a questo punto, mi sembra un primo passo verso uno sviluppo autentico. Perché esso si realizzi, infatti, dobbiamo diventare consapevoli dei limiti e condizionamenti che ci tengono ‘avviluppati’, trovando dentro di noi la forza di cambiare le cose, senza ostinarci a cercarla in formule magiche esterne, di natura economica o politica che siano. In questo senso, riflettere su una narrazione fiabesca come ‘Il Mago di Oz’  si rivela un modo per maturare la nostra coscienza e per aiutarci a costruire, insieme con gli altri, un mondo con più cervello, più solidarietà e più coraggio.

« Se al termine della sua avventura Dorothy ritrova casa e perfino un po’ se stessa, di identità riconquistate, o “maschere” infine portate con orgoglio, il film resta pieno. Sono quelle insicurezze o carenze umane celate sotto fattezze “animali” o irreali, nascoste dietro la consistenza di materiali in apparenza freddi (latta) o apparentemente deboli (paglia), di creature ancora ignare delle reali potenzialità e di uomini più autentici dei maghi che impersonano. Un racconto per bambini certamente, ma rivolto anche a tanti adulti non “maturati” o magari ancora in cerca di se stessi. Un’allegoria “infantile” che all’epoca segnava il cuore dei più piccoli ma corroborava in egual modo i grandi negli anni bui del dopo depressione, facendo loro ritrovare fiducia nel “colore” poco prima che un nuovo “grigio” (stavolta bellico) si abbattesse su tutti». [x]

Anche i nostri tempi ci appaiono sempre più bui e cupi, dobbiamo dunque diventare consapevoli che tocca anche a noi ridare alla vita il colore della fiducia, della speranza e dell’amore. Certo, non basta introdurre alcune scene colorate in un pellicola che resta in bianco e nero. Bisogna diventare  capaci di sognare un mondo realmente diverso e di trarre da dentro di noi la vera luce, andando quindi ‘oltre l’arcobaleno’, di cui essa è solo la scomposizione. E questo perché, concludendo colla celeberrima frase della nota canzone cantata nel film da Judy Garland-Dorothy:

“Somewhere over the rainbow / Skies are blue / And the dreams that you dare to dream really do come true” [xi].

© 2018 Ermete Ferraro


[i] “Secondo un algoritmo, Il Mago di Oz è il film più influente di sempre” (30.11.2018), Skytg24 > https://tg24.sky.it/tecnologia/2018/11/30/mago-oz-film-piu-influente.html

[ii]  Vedi: “The Wizard of Oz”, in Wikipedia   > https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wizard_of_Oz_(1939_film)

[iii]  Vedi: “L. F. Baum”, in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/L._Frank_Baum

[iv] “George Lucas Interview Circa April 1977”, originaltrilogy.com, 16 dicembre 2010 , in: https://it.wikipedia.org/wiki/Guerre_stellari

[v]  Cfr. Antonio Pettierre,  ‘Psyco di Alfred Hitchcock’ , Ondacinema  >  http://www.ondacinema.it/film/recensione/psyco_hitchcock.html

[vi] Francesco Scatigno, “Il simbolismo de Il Mago di Oz’ (22.11.2008), Il Mago di Oz – Controinformazione per la Consapevolezza sociale > http://www.magozine.it/simbolismo-de-il-mago-di-oz/ 

[vii] Ibidem

[viii] Fabrizio Angeloro, commento all’articolo precedente, ivi

[ix]  Antonella Bastone, “I doni del Mago di Oz per la formazione”, Tesionline-Psicologia> https://psicologia.tesionline.it/psicologia/article.jsp?id=27125

[x]  Andrea L., “75 anni di Oz” (05.12.2013), Blogo > http://www.cineblog.it/post/347089/75-anni-di-oz

[xi]Over the Rainbow (anche nota con il titolo Somewhere Over the Rainbow) è una canzone scritta da Harold Arlen con testi di E.Y. Harburg. La versione originale è cantata da Judy Garland per il film Il mago di Oz del 1939. Il titolo significa letteralmente “Oltre l’arcobaleno”. “ > https://it.wikipedia.org/wiki/Over_the_Rainbow