LAVARSENE SPESSO LE MANI…

C’è carenza di… ‘I care’

In una delle sue espressioni più belle e citate – tratta dalla famosa “Lettera ai giudici”, don Lorenzo Milani esortava genitori e maestri ad: «…avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni; che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio; che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto…» [i] A questa è facile appaiare un’altra sua frase molto celebre: «Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande ‘I care’. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario del motto fascista ‘Me ne frego’…».[ii]

Sappiamo tutti che oggi, mezzo secolo dopo, molte cose sono cambiate, soprattutto per nel grado di maturazione della coscienza – etica prima che politica – degli Italiani. L’educazione alla responsabilità, in famiglia come a scuola, non appare la preoccupazione prevalente di questi tempi, caratterizzati da un’insistenza quasi fastidiosa sui diritti, come se essi fossero possibili in sé, senza che qualcuno adempia ai doveri che sono l’altra faccia della cittadinanza.

Non a caso don Milani sottolineava che il motto dei ragazzi/e della scuola popolare di Barbiana era l’opposto di quel ‘Me ne frego’che la propaganda mussoliniana aveva fatto assurgere a parola d’ordine collettiva, slogannel quale concentrare l’arroganza violenta, sprezzante e ‘celodurista’ del fascismo.

«Uno dei campi dove misurare questa lunga continuità è il linguaggio, e anche alcune idee strutturali del modo di pensare il rapporto tra “Io individuale” e “Noi collettivo” […] È lungo l’asse temporale che sta tra il Mussolini agitatore e dirigente socialista dei primi anni del Novecento, fino alla definizione dell’identità collettiva italiana con cui si costruisce in forma consolidata il regime […] che quel linguaggio prende corpo definitivamente».[iii]

Del resto, ciò che lo stesso Duce, definendo tale “orgoglioso motto squadrista”, ebbe a proclamare: «…sunto di una dottrina non soltanto politica: è l’educazione al combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comporta, è un nuovo stile di vita italiano» [iv], era retaggio dell’arditismo risalente già al primo dopoguerra, che purtroppo sembra resistere tuttora nel mondo militare.

«Per chi cerca una data precisa si può individuare il periodo che va dall’estate del 1917 a quella successiva. Il 29 luglio 1917, infatti, il reparto degli Arditi viene istituito su disposizione di Vittorio Emanuele III come corpo speciale d’assalto con un addestramento largamente superiore a quello dei normali soldati […] Curiosità: il motto sopravvive al nono reggimento d’assalto paracadutisti, considerato il reparto diretto discendente degli Arditi ormai sciolti. Recita così: “Me ne frego del dolore / Me ne frego della fatica / Me ne frego dei sacrifici / Me ne frego della mia ideologia politica o del mio credo religioso / perché faccio quello che l’autorità militare mi ordina di fare”…».[v]

Che l’invito a ‘fregarsene’ di tutto, nel nome dell’obbedienza cieca agli ordini superiori, resti attuale in ambito militare, francamente non mi sorprende più di tanto. La retorica militarista è da sempre intessuta di pose eroiche, proclami arditi e dichiarazioni di sprezzo del pericolo. Basti pensare che come motto dei Carabinieri permane: “Usi a obbedir tacendo e tacendo morir”! Ma, mentre oggi la propaganda con le stellette è esercitata in modo opportunamente meno plateale, lo spirito del vecchio ‘menefreghismo’ fascista sembra aver contagiato, e non da oggi, larghi strati della cosiddetta ‘società civile’.

Antidoti al menefreghismo

L’esortazione milaniana ad educare i giovani a sentirsi “ognuno responsabile di tutto”, appellandosi alla coscienza individuale ed al rifiuto dell’obbedienza cieca, non sembra infatti esser stata raccolta da genitori e docenti che avrebbero dovuto farla propria, dimostrandolo in prima persona già con l’esempio. Eppure a questa auspicabile ‘pedagogia della responsabilità’ non mancano certo agganci, oltre che nel comune sentire di quello che si è autodefinito spesso un ‘popolo di cuore’ e di ‘brava gente’, nella tradizione cristiana dell’amore vicendevole e della coscienza individuale, ma anche in quella laica e socialista della solidarietà di classe e dello spirito cooperativo.

Eppure, più passa il tempo più cresce la sensazione che i problemi e le sofferenze altrui si limitino ormai a sfiorare la nostra conoscenza – forse affollandola troppo a causa del bombardamento mediatico – ma senza penetrare profondamente in quella con-scientia che stimola una sensazione empatica di reale vicinanza e com-passione col nostro prossimo. Un esempio classico di richiamo etico-politico alla responsabilità – in modo specifico in ambito ambientale, è il noto libro di Hans Jonas “Il principio responsabilità”, nel quale si approfondisce tale imperativo a considerare con estrema attenzione le conseguenze future di certe scelte sulla collettività, facendo leva sul quel “dovere della paura” che non è viltà, ma indispensabile precauzione.

«Sarebbe naturalmente meglio…poter affidare la causa dell’umanità al diffondersi di una vera ‘coscienza’, animata dal necessario idealismo politico, che… si facesse volontariamente carico, per i propri discendenti e, nello stesso tempo, per i contemporanei bisognosi di altri popoli, delle rinunce che una posizione privilegiata non impone ancora […] Sperarvi è proprio di una fede che in effetti conferirebbe al ‘principio speranza’ un senso completamente nuovo, in parte più modesto, in parte più grandioso». [vi]

Altro che ‘me ne frego’ !  La preoccupazione per l’interesse collettivo – generata da una sana paura per le conseguenze di scelte potenzialmente o effettivamente pericolose – è la molla per mobilitare le coscienze in favore del bene comune, troppo spesso minacciato dall’indifferenza, dal disinteresse e dalla rassegnata passività. Ovviamente non sarebbe giusto generalizzare. Proprio in occasione della tragica pandemia che ci ha colpiti, infatti, sono stati messi in luce anche aspetti positivi e virtuosi del comportamento individuale e collettivo, improntati appunto a quel ‘I care’ predicato e praticato da don Milani.

Il guaio è che l’overdose informativa, legata alla comunicazione massificata, generalizzata e pervasiva dei media, anziché renderci tutti più responsabili di ciò che ci capita intorno, spesso ha funzionato esattamente al contrario, accrescendo il senso d’impotenza dei singoli nei confronti di problematiche ritenute troppo grosse e pesanti per potersene fare carico e sentirsi direttamente interpellati nelle scelte. Sentirci tutti più informati e ‘connessi’ dovrebbe indurci all’azione, alla condivisione, alla partecipazione. Ma il martellamento mediatico sulle sciagure che colpiscono l’umanità – dai vicini ai popoli più remoti del pianeta – fa scattare spesso una reazione di rifiuto di una corresponsabilità avvertita come eccessiva e non sostenibile. Se ci aggiungiamo la diffusa mentalità edonistico-egoistica, frutto d’un individualismo sfrenato e della chiusura nel mero interesse personale, il quadro resta preoccupante.

Ecco perché dovremmo cercare nuovi antidoti a tale diffuso menefreghismo, senza però tralasciare quelli classici, che affondano sia nelle filosofie antiche (riassunte nel motto terenziano “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”) [vii] , sia nelle tradizioni etico-religiose, come nel caso del concetto induista e buddista di karuna (compassione/empatia) o di quello ebraico (hesed), cristiano (oiktirmòs) ed islamico (rahamìm) di ‘misericordia’.[viii]

Lavarsene le mani, da Pilato in poi

Eppure non mancherebbero le occasioni per sentirci in sintonia con le sofferenze degli altri, facendo nostri il loro dolore e la loro rabbia per ingiustizie e violenze che essi subiscono quotidianamente.  Quella stessa informazione quotidiana, che a dosi eccessive rischia di anestetizzare le coscienze anziché smuoverle, è sicuramente la fonte primaria per venirne a conoscenza e diventare più consapevoli di tante problematiche sociali, sanitarie economiche ed ecologiche.  Eppure, almeno in ambito cristiano, basterebbe prestare la dovuta attenzione alle parole che ci vengono rivolte da Papa Francesco, che ripetutamente ha lanciato accorati appelli affinché si superi finalmente la cultura dell’indifferenza che sta pervadendo in nostro mondo, sempre più connesso ma paradossalmente sempre più diviso.

«… si insinua un pericolo: “Dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente…che si trasmette a partire dall’idea che la vita migliora se va meglio a me, che tutto andrà bene se andrà bene per me. Si parte da qui e si arriva a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull’altare del progresso […] la risposta dei cristiani nelle tempeste della vita e della storia non può che essere la misericordia: l’amore compassionevole tra di noi e verso tutti, specialmente verso chi soffre, chi fa più fatica, chi è abbandonato… Non pietismo, non assistenzialismo, ma compassione, che viene dal cuore […] non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi […] Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità […] Non è ideologia, è cristianesimo…». [ix]

Del resto la storia della Salvezza – come leggiamo nel Nuovo Testamento – non è priva di episodi di vigliaccheria, indifferenza, incomprensione e tradimento. Lo stesso Gesù ha dovuto insistere con chi lo seguiva sulla centralità della misericordia e sulla totale estraneità di ogni atteggiamento e comportamento indifferente ed egoista alla buona notizia che Egli stava portando. Un esempio classico è la parabola conosciuta come ‘del buon Samaritano’ [x], nella quale ci vengono presentati due pii ‘uomini di Dio’ (un sacerdote ed un levita) che, di fronte ad una persona rapinata, percossa e lasciata a terra ‘mezza morta’, si girano dall’altra parte, lo “scansano” e “passano oltre”.

L’unico ad “averne compassione”, invece, è un samaritano, considerato un eretico, il quale non si limita a ‘vederl0’, ma gli si avvicina, gli presta i primi soccorsi e lo porta in una locanda, dove se ne prende cura in ogni modo. Il testo greco di Luca rende con efficacia il contrasto tra il comportamento indifferente del sacerdote e del levita, per i quali è adoperato il verboντιπαρέρχομαι (“passare oltre dal lato opposto”), e quello compassionevole e misericordioso del samaritano, per il quale Luca usa i verbi σπλαγχνίζομαι (che fa riferimento ad una sensazione ‘viscerale’, intima, di compassione), προσέρχομαι (farsi vicino, avvicinarsi), καταδέω (fasciare, prestare primo soccorso) ed πιμελέομαι (prendersi cura di qualcuno).

Il ‘prossimo’ (termine latino nel quale ricorre la preposizione greca προσ (accanto, vicino) non è chi ci sta già vicino, ma colui al quale noi ci avviciniamo, evitando di girare lo sguardo e di passare dal lato opposto (ἀντι), lavandoci le mani di ciò che gli è capitato. Già, anche questa è un’espressione proverbiale che ci riporta alla narrazione evangelica. Dopo la cattura di Gesù – in seguito al tradimento di Giuda – quasi tutti gli apostoli e discepoli scapparono via terrorizzati, le folle osannanti precedenti si trasformarono in turba urlante che ne reclamava la morte e perfino Pietro lo rinnegò ripetutamente.

Ma l’origine dell’espressione citata è l’episodio in cui il procuratore romano, Ponzio Pilato, dopo inutili tentativi di evitarne la condanna – appigliandosi a cavilli che oggi chiameremmo politico-burocratici – pressato dalla folla e timoroso di una rivolta, ne sentenziò infine la pena capitale, cercando però di prendere le distanze da una decisione che in fondo non condivideva: «Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani (“πενίψατο τς χερας”) davanti alla folla: “Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!”.…» [xi]

L’indifferenza di chi ‘non c’entra’

La pandemia da Coronavirus ha esasperato problemi, disparità, ingiustizie e violenze preesistenti, mettendo a nudo piaghe che troppo spesso abbiamo fatto finta di non vedere e che ci siamo ben guardati dal curare.  Menefreghismo ed indifferenza – lo abbiamo visto – non nascono oggi, ma sono frutto di secoli di atteggiamenti largamente diffusi e di familismo amorale. È lunga ed ininterrotta, infatti, la tradizione popolare delle esortazioni più o meno velate a ‘farsi gli affari propri’, a ‘non impicciarsi’, a ‘non vedere, sentire e parlare’.  C’è anche un’espressione napolitana che racchiude efficacemente in sé quest’anti-morale che si autogiustifica prendendo le distanze da ogni problematica ‘spinosa’: “Ma che tengo ’a vedé?”.[xii]  Possiamo tradurla approssimativamente con “Ma che ho a che vedere”, verbo che ci ricorda appunto la parabola evangelica citata. Per ‘fare’ qualcosa per il prossimo , infatti, dovremmo prima sforzarci di ‘vederlo’, ma ciò è impossibile se siamo noi stessi a girarci dall’altra parte ed a spostarci sul lato opposto della strada comune.

Potrebbe sembrare un esempio di strafottenza molto attuale, ma basta leggere i primi capitoli di Genesi per imbattersi nel primo clamoroso caso d’ipocrita e sfacciata presa di distanza da un tragico evento. Caino aveva appena ammazzato a tradimento il suo unico fratello Abele quando il Signore lo interpellò, provocandone l’evasiva risposta: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano (custode) di mio fratello?».[xiii] Il verbo ebraico שָׁמַר (shamar) è traducibile in vari modi: guardare, osservare, prendersi carico di-, proteggere, custodire, occuparsi di- ecc., ma tutti riconducibili al milaniano ‘I care’, cioé interessarsi agli altri e prendersene cura.

Dopo milioni di anni l’umanità resta afflitta da piaghe mai sanate: fame, malattie da sottosviluppo, assurde discriminazioni etnico-razziali e di altro genere, stridenti ingiustizie economiche e sociali, feroci violenze interpersonali ma anche istituzionalizzate, irresponsabile distruzione di ecosistemi, guerre feroci e sanguinose.  Questa pandemia ha evidenziato ed aggravato ulteriormente quelle piaghe, ma non le ha certo generate. Eppure la raccomandazione universalmente diramata alle popolazioni dalle autorità, in occasione di questa drammatica emergenza socio-sanitaria, oltre a quella dell’ossimorico “distanziamento sociale”, è stata: “Lavatevi spesso le mani!”.

Per carità, nulla da eccepire sul piano di un’accorta prevenzione igienico-sanitaria, ma decisamente insignificante sul piano etico essendo, per usare un’efficace espressione inglese, “too little, too late”. Radio, televisioni e ‘social’ ci hanno martellato più volte al giorno con questo genere di messaggi, inducendo i genitori ed insegnanti a fare lo stesso con i loro figli ed alunni e – visto che c’erano – pubblicizzando noti preparati igienizzanti per le mani. Giusta prudenza, sicuramente, ma resta il dubbio che tale imperativo possa essere interpretato come una larvata esortazione anche a…lavarcene le mani.  Chiudersi nei propri interessi personali, estraniandosi dai problemi altrui, non è certo una soluzione ma solo una vile fuga dalla realtà.

Dal lockdown all’apertura all’altro

Durante questi tristi mesi di lockdown, mentre stavamo chiusi al sicuro nelle nostre case ci siamo scordati di troppi che non hanno un tetto sulla testa. Mentre sospendevamo le nostre attività lavorative, ci siamo dimenticati di chi il lavoro non ce l’aveva neanche prima e di chi rischiava di perdere anche le misere opportunità precedenti. Mentre tutto si fermava, dai trasporti alle attività industriali e commerciali, nel mondo si è continuato tranquillamente a fare guerre ed a produrre e vendere armi. Mentre noi e i nostri figli ci dedicavamo ad abbondanti abluzioni, milioni di persone hanno continuato a bere l’acqua fetida dai fiumi o dai pozzi, strappandola in qualche modo a terre sempre più aride e desertificate. Mentre noi…

A questo punto mi sembra di sentire una voce che, anche oggi, replica sprezzante: “Ma mica siamo noi i custodi dei nostri fratelli?”. Una voce che risuona anche nelle piccole azioni quotidiane – e apparentemente innocenti – di chi si rinfresca la casa espellendo all’esterno nubi di calore, di chi non si fa scrupolo d’inquinare l’aria con gas nocivi, di chi pesca in modo irresponsabile, di chi brucia ogni giorno rifiuti anche tossici, di chi si esalta allo spettacolo delle truppe che sfilano e degli aviogetti che sfrecciano nel cielo, facendo finta di non sapere che, oltre la retorica patriottarda, c’è la realtà del militarismo e della guerra, che divorano risorse sottraendole ai veri ed urgenti bisogni della gente.

Attenti: lavarsene le mani, come se non si trattasse di problemi nostri, non solo non gioverà agli altri ma non aiuterà neppure noi stessi. Il principio della responsabilità e la voce della coscienza devono trovare sempre più spazio in una società egoista, individualista e classista, in nome del bene comune e della nostra comune umanità. Non aspettiamoci neppure che siano ‘gli altri’ ad occuparsene, ma iniziamo noi a muoverci in quella direzione, consapevoli del nostro essere “ognuno responsabile di tutto”.


Note

[i] Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici, 1965 > https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_e.htm

[ii] Ibidem

[iii] David Bidussa, “Me ne frego. Il fascismo iniziò dal linguaggio e poi si fece Stato. E non l’abbiamo mai rimosso”, il Fatto Quotidiano (14.05.2019) > https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/05/14/il-fascismo-inizio-dal-linguaggio/5176793/

[iv] Corrado Castiglione, “Cent’anni di me ne frego”, Il Mattino (17.10.2018) > https://www.ilmattino.it/blog/batman_e_di_destra/manuale_politichese_giornalismo_politica_giornalese_corrado_castiglione-4045669.html

[v] Ibidem

[vi] Hans Jonas, Das Prinzip Veranwortung, Frankfurt/M, 1979. Traduzione italiana: Il principio responsabilità, Torino, Einaudi, 2002, p. 191

[vii]  Publio Terenzio Afro, Eautontimoroumenos (Il punitore di se stesso), v. 77 (165 a.C)

[viii]  Cfr. Valentina Dordolo, “L’uso del termine ‘misericordia’ nell’Antico e Nuovo Testamento”, Endoxa (21.11.2016) > https://endoxai.net/2016/11/21/luso-del-termine-misericordia-nellantico-e-nel-nuovo-testamento/  e: Gadi Luzzatto Voghera, “…misericordia”, Moked (11.12.2015) > https://moked.it/blog/2015/12/11/misericordia-6/

[ix] Brani tratti dall’omelia di Papa Francesco nella Chiesa di S. Spirito in Sassia (19.04.2020) >  http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20200419_omelia-divinamisericordia.html

[x] Cfr. Luca, 10: 25-37 > http://www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&Cerca=Cerca&Versione_CEI2008=3&Versione_CEI74=1&Versione_TILC=2&VersettoOn=1&Citazione=Lc%2010,25-37

[xi] Matteo 27:24 (testo CEI).

[xii]  A tal proposito cfr. una canzone del cantante napolitano Alberto Selly, proprio con questo titolo > https://www.youtube.com/watch?v=kj5tFFBR46E

[xiii] Gen. 4: 9


© 2020 Ermete Ferraro

DAL P.I.L. ALLA F.I.L.: LA FELICITA’ COME INDICE DI SVILUPPO

Ho letto di recente un interessante articolo sul TIME Magazine (The Pursuit of Happiness, by Jyoli Thottam
(http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2126639,00.html#ixzz2BesKl0pY) che ripropone una questione non nuova, ma poco trattata nel nostro Paese. E’ possibile – o addirittura necessario – mandare in pensione il vecchio e scricchiolante criterio economicista del P.I.L.  (prodotto interno lordo), tuttora impiegato come principale indice di progresso di uno stato?   E’ dagli anni ’60, a dire il vero, che viene posto il problema di un modello di sviluppo alternativo a
quello attuale. Un esempio di come questo interrogativo fosse riuscito a contagiare perfino un candidato alla presidenza degli USA è il memorabile discorso che Robert Kennedy tenne nel 1968 all’Università del Kansas, affermando tra l’altro:
“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.”
http://www.terranauta.it/video/41/robert_kennedy_discorso_sul_pil.html
Penso che sia difficile esprimere più efficacemente quanto risulti inutile – se non dannoso – ancorare le speranze di progresso di una comunità ad uno strumento ingannevole e parziale come il PIL. Il guaio è che nei decenni trascorsi dal discorso di Bob Kennedy e dalle proposte di tanti studiosi di uno sviluppo alternativo – più equo ed ecologico ma anche più decentrato e partecipato
– la situazione non è affatto cambiata. Al contrario, archiviati bruscamente gli entusiasmi e la speranza di costruire dal basso un mondo più giusto, pacifico, solidale e attento agli equilibri ambientali, ci siamo trovati sempre più prigionieri d’un modello ultraliberista di sviluppo. Una volta che sono stati messi sbrigativamente da parte i profeti dell’ecologismo e del pacifismo, così come i
teorici di una società socialista ed autogestionaria, si è quindi imposta in modo ancor più pervasivo e totalizzante la logica del PIL come indice unico del successo e dell’affermazione collettivi.
Ritengo che un merito della cultura americana, nel confronto con quella europea, risiede nella chiarezza talvolta brutale ed apparentemente semplicistica del suo modo di argomentare. Mentre noi troppo spesso ci incartiamo in discorsi bizantinamente fumosi e contorti, gli analisti statunitensi sono solitamente più espliciti nelle loro affermazioni, ad esempio quando dividono il mondo in
‘vincenti’ e ‘perdenti’ oppure non esitano a porre l’accumulazione dei beni materiali come scopo dell’esistenza umana. Eppure anch’essi non intendono rinunciare ai valori basilari sui quali sono stati costruiti gli States, per cui devono comunque fare i conti con il moralismo calvinista dei loro Founding Fathers. A loro, infatti, si deve l’inserimento nella Dichiarazione d’Indipendenza dei 13
Stati Uniti d’America (1776) della nota affermazione:«Noi riteniamo che sono per sé stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti ci sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità
L’autrice dell’articolo del che ho citato all’inizio (un’indiana trapiantata nel Texas, capo corrispondente di TIME dall’Asia meridionale) memore di questo assioma dell’american way of life ma consapevole anche dell’esponenziale crescita di persone infelici, insicure e frustrate negli USA e negli altri paesi cosiddetti “sviluppati”, guarda con un certo interesse alla diffusione d’un indice di
valutazione del progresso umano diverso dal solito PIL. Il modello in esame, seppur distante in tutti i sensi, è quello del piccolo stato asiatico del Bhutan, un “idilliaco regno buddista” dove da molto tempo è stato ufficializzato il GNH (Gross National Happiness, ovvero la “Felicità Interna Lorda”) come alternativa al pressante materialismo occidentale.
Il Buthan ha cominciato ad usare la F.I.L. come una più larga e sfumata unità di misura del progresso nazionale piuttosto che del prodotto interno lordo – scrive la Thottam – […] Esso, in altre parole, sta sperimentando il Paradosso di Easterlin, così chiamato in riferimento all’economista americano Richard Easterlin, il quale ha stabilito per primo che oltre una certa soglia, la crescita
dei redditi non genera felicità.”  L’audace soluzione sperimentata dal Bhutan, aggiunge la giornalista, consiste nella sua decisione di costruire “dalla base” l’edificio di una convivenza civile mirata alla felicità, i cui “4 pilastri” portanti sono: uno sviluppo economico sostenibile, la conservazione dell’ambiente naturale, la salvaguardia della cultura ed il buon governo. La prima cosa che viene spontanea alla mente è che non si tratta certamente di principi nuovi, visto che di equità economico-sociale, di tutela ecologica, di difesa dei valori culturali e d’onestà amministrativa si parla già da un bel po’. La seconda cosa che viene da pensare è che la “civiltà” di cui sembriamo tanto fieri – al punto da imporla anche agli altri – è la dimostrazione evidente di quanto questi quattro principi etici possano essere calpestati proprio in nome del controllo delle risorse e dell’esercizio del potere.
Per valutare il livello di felicità degli abitanti del Bhutan sono state poste, fra l’altro, domande del tipo di: Sull’aiuto di quante persone potete contare nel caso che vi ammaliate?  Con quale frequenza parlate di spiritualità coi vostri ragazzi? Quando è stato che avete trascorso del tempo socializzando coi vostri vicini? Quanto vi sentite a vostro agio col vostro livello d’indebitamento familiare?  In base a domande del genere, il punteggio della FIL di quella lontana popolazione asiatica ha raggiunto due terzi di quello massimo. Ma dove penseremmo di collocarci noi europei, e più specificamente noi italiani, se ci toccasse rispondere a questo genere di sondaggio? Che punteggio potrebbe aggiudicarsi una comunità nella quale la solidarietà sta perdendo sempre più
il proprio ruolo di cemento sociale, dei valori spirituali ormai ci si vergogna quasi di parlare e sicurezza e stabilità familiare stanno diventando dei miti?  Lo statunitense Joseph Stiglitz, vincitore di un Premio Nobel per l’economia, è citato nell’articolo come uno dei più convinti critici della validità del PIL per valutare lo sviluppo di uno stato. Egli ha affermato infatti che la crisi attuale ci ha costretti a renderci conto di quanto ingannevole sia stato quest’indice sullo stesso terreno
economico. E’ proprio essa, quindi, che ci ha resi più consapevoli del fatto che il PIL non solo, per citare ancora Kennedy, misura tutto meno ciò che rende la vita degna di essere vissuta, ma anche che questo indice non riesce a spiegarci neppure la stessa crisi economica, frutto di una ricchezza virtuale come un “fantasma”.
Esiste però da oltre 50 anni una realtà internazionale, l’O.E.C.D. (Organization for  Economic Co-operation and Development ), che si autodefinisce un organismo: obiettivo, aperto, solido, coraggioso, pionieristico ed etico, con la quale collabora anche Stglitz. E’ proprio l’OECD, c’informa l’articolo di TIME, che ha provato a mettere insieme, a livello mondiale, i dati statistici relativi ad indici non solo economici, per formulare un indicatore alternativo del benessere. “Your Better Life Index( cioè: “il vostro indice di miglior vita”) utilizza un sito web dotato di uno strumento accattivante, che consente a ciascuno di fare una personale graduatoria degli elementi cui dare valore, elaborando poi i dati di questa scelta e ricavandone un’indicazione di gradimento rispetto ai
vari stati. Gli 11 “topics” presi in considerazione sono naturalmente anche di natura materiale (casa, reddito, lavoro), ma puntano soprattutto al benessere personale e collettivo (comunità, educazione, ambiente, impegno sociale, salute, soddisfazione rispetto alla propria vita, sicurezza ed equilibrio tra vita e lavoro). Dalla loro combinazione, grazie al programma del sito citato, è possibile confrontare le proprie priorità con le caratteristiche della  realtà in cui si vive ed ipotizzare in quale posto potremmo vivere meglio.
Sono convinto però che queste interessanti ingegnerie statistiche non rappresentino una vera alternativa alla cultura pervasiva ed assillante del consumismo e dell’individualismo estremo, caratteristici di una società tardo capitalista come la nostra. Ci vuole ben altro che un fantasioso indice di felicità, pur apprezzabile, per cambiare davvero le nostre vite sempre più grigie,
omologate e precarie. Non sono sufficienti le innovative inchieste di cui parla l’articolo del TIME, attraverso le quali i governi del Canada, del Regno Unito o degli USA tentano di sondare il livello di soddisfazione e di benessere dei loro cittadini. Non bastano non perché non hanno una validità statistica, ma perché c’è bisogno di un reale cambiamento, un’autentica “metànoia” evangelica, per
liberarci dalla schiavitù di valori che non valgono nulla e dall’accettazione d’un modello che non ci lascia nessuna vera scelta. Formule come quella del GPI (Genuine Progress Indicator ) – adottata da alcuni degli States fra cui il Maryland ed il Vermont – non sono certo l’alternativa, anche se meritoriamente si preoccupano di misurare “se il progresso economico produca o meno una
prosperità sostenibile”.
Una delle affermazioni principali dell’alternativa nonviolenta gandhiana riguarda in rapporto tra economia ed etica ed il Mahatma si è espresso molto chiaramente in proposito: “L’economia che ignori o non consideri i valori morali è menzognera. L’estensione della legge della nonviolenza all’ambito dell’economia non significa nulla di meno che l’introduzione di valori morali, da prendere in considerazione nel regolare le attività economiche” (Young India, 1924, p.421). Se è vero che, per citare ancora Gandhi, la felicità si realizza “…quando ciò che si pensa, si dice e si fa sono in armonia”, la prima cosa da fare è uscire dal circolo vizioso di una cultura che ha spezzato l’unità della persona e quella tra l’uomo ed il suo ambiente, sia fisico sia sociale. L’economia liberista e
quella di condivisione sono due categorie opposte, come ha spiegato Joseph C. Kumarappa, uno dei principali collaboratori di Gandhi in campo economico:      “Lo spirito di condivisione porterà alla pace, alla soddisfazione e alla fratellanza, mentre l’attuale economia porta alla violenza […] l’economia dell’impresa sviluppata in Occidente si considera puramente scienza della ricchezza e dell’efficienza, malgrado alcuni filosofi abbiano cercato d’inserirvi valori umani […] Caratteristico dell’economia capitalista è l’orgoglio di possedere, mentre l’unicità del ‘sarvodaya’ risiede nel raddoppiare la gioia grazie alla condivisione delle cose con gli altri e nel dimezzare le ragioni del dolore grazie all’empatia del nostro prossimo”. (J. C. Kumarappa, Economia di condivisione, Pisa, Centro Gandhi, 2011, p. 37).
Qualcuno forse dirà che sono impostazioni ingenue e moralistiche e che non c’è nulla d’inconciliabile tra la ricerca del benessere materiale ed il perseguimento della felicità. La verità è che secoli di “progresso” individualistico e di “sviluppo” produttivistico hanno reso l’umanità sempre più egoista e conflittuale e, conseguentemente, sempre più infelice. Non basta quindi un semplice
“raddrizzamento “ di un modello ritenuto indiscutibile, ma bisogna davvero voltare pagina, facendo scelte inequivocabili fra il mondo del “ben-avere” e quello del “benessere”, cercando soprattutto di raggiungere quella coerenza tra pensieri parole ed azioni senza la quale, come diceva il Mahatma, non esiste felicità.
© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )