
Un’altra comune parola che mostra i segni d’una lunga e travagliata storia semantica – avendo cambiato notevolmente il proprio significato nel corso dei secoli – è SERVO, coi suoi più frequenti derivati verbale (SERVIRE), sostantivale (SERVIZIO) e aggettivale (SERVILE).
Tutto comincia con la probabile radice indoeuropea *swer-, il cui senso originario era quello di serbare, custodire, sorvegliare-, come attesta il sostantivo servo nella sua accezione primitiva di “guardiano delle greggi”.
«Il nuovo senso di ‘schiavo’ sarà venuto a servus quando l’ufficio di guardare, custodire, fu affidato ai prigionieri di guerra. Da servus l’it. servo-a, friul. sierf, fr. serf , prov. sers, sp. siervo» [i].
Dalla stessa base sono inoltre scaturiti – mediante l’apposizione di vari prefissi preposizionali – i verbi latini e neolatini CON-SERBARE/CONSERVARE, OB-SERBARE/OSSERVARE e RE-SERBARE/RISERVARE, che però mantengono l’accezione originaria di ‘custodire’ e ‘proteggere’, sia che si tratti di confezionare conserve di pomodoro e di frutta, sia di far rispettare una legge o un diritto acquisito. Eppure il sostantivo latino SERVUS ed i suoi principali derivati per noi restano indissolubilmente connessi ai concetti di schiavitù, servizio obbligato o addirittura forzato, lavoro umile e faticoso cui viene assoggettato chi dipende da altri[ii].
Sebbene sia stata più recentemente nobilitata dal significato di azione in cui qualcuno si mette volontariamente ed altruisticamente al ‘servizio’ degli altri, questa parola continua però a risuonare sgradevolmente, evocando un mondo di padroni che possono disporre a loro piacimento di coloro che – o perché prigionieri di guerra oppure secondo una visione razzista e violenta – sono stati sottomessi e resi schiavi, privandoli pertanto della libertà e di ogni possibilità di scelta. Nel contesto della tradizione religiosa, cristiana e non, questo concetto è ricorrente e significativo. Il vocabolo greco λειτουργία /liturgìa, ad esempio, inizialmente indicava l’obbligo, imposto in questo caso ai cittadini ricchi, di finanziare servizi ed opere pubbliche, diventando in seguito “il complesso delle cerimonie di culto nella sua interezza.[iii] Molto similmente, infatti, nel mondo cristiano si è diffuso il significato di ‘servizio’ come culto divino, così come lo stesso appellativo ‘servo’ ha acquisito dignità proprio grazie al messaggio evangelico, che ne ha nobilitato il significato riportandolo a quello primitivo, ma in un senso più fraterno di dedizione volontaria e di ‘amore oblativo’.
Diversa appare la tradizione vetero-testamentaria e quella islamica, che sottolineano comunque uno stato di fedeltà, dipendenza e sottomissione reverenziale alla volontà divina.
«Il termine ebraico per indicare «servo» è ‘ebed […] un vocabolo che è presente ben 800 volte nell’Antico Testamento (268 nella forma «Servo del Signore/Dio»). Notiamo subito che, alla base, c’è il verbo ‘abad che significa sia «servire», sia «coltivare» la terra (Genesi 2,15), sia la fedeltà al Signore, sia il culto liturgico (anche nel mondo protestante si usa talora il termine «servizio» per designare la celebrazione comunitaria). Proprio per questa varietà di significati è facile intuire che non è corretta la riduzione della parola ‘ebed a indicare uno statuto di schiavitù; anzi, in molti casi è un titolo onorifico che denota una carica rilevante, quasi da «ministro», suppone una missione affidata da Dio» [iv].
Fatto sta che il vocabolo ebraico עֶבֶד /‘eved– sia pur usato in varie sfumature semantiche – è riconducibile alla condizione di ‘schiavo’, proprio perché il verbo עָבַד /’aved significava ‘lavorare per altri’, rinviando al concetto di ‘legame’, ‘vincolo’, e quindi di lavoro forzato, svolto in condizione di assoggettamento e dipendenza. La radice semitica *ABD – comune anche all’arabo عَبْد /abd significava infatti sia ‘servire’ sia ‘adorare’, implicando comunque subalternità e sottomissione, ovviamente più comprensibile quando ci si rivolgeva a Dio onnipotente.
In una visione religiosa, tenendo conto delle centinaia di volte in cui ricorre nell’A.T. il vocabolo ebraico ‘EVED, l’interpretazione che se ne può dare resta sicuramente variegata, senza però perdere del tutto – come accade peraltro nella tradizione islamica – l’accezione di ‘servizio’ come qualcosa che si rende, dovutamente, a chi è superiore. Peraltro, nella traduzione greca della Bibbia ebraica – detta ‘dei Settanta’ – lo stesso vocabolo per 81 volte è stato tradotto con δοῦλός/doùlos che, come si spiega nel relativo articolo della “Blue Letter Bible”[v], deriva dalla radice δέω, che designava l’atto di ‘legare’, ‘assoggettare’, ‘rendere schiavo’. Anche nella originaria versione in lingua greca del Nuovo testamento, il concetto di ‘servo’ è reso quasi sempre allo stesso modo, mentre risulta meno utilizzato il sinonimo greco διάκονος /diàkonos – poi in latino tradotto col vocabolo minister/ministro, viceversa ampiamente presente nel Nuovo Testamento e nella terminologia liturgica cristiana ed evangelica. Anche in questo caso -etimologicamente parlando – si tratta di sostantivi rinvianti alla figura del ‘servitore’ [vi], sebbene il termine latino sia paradossalmente diventato in seguito titolo onorifico e segno di potere, in barba al pur evidente riferimento a minus/meno contrapposto a magis/ più, basandosi sul quale il magister/maestro dovrebbe essere considerato superiore al minister/ministro…

La verità è che le parole di Gesù – riportate dagli Evangeli – ci parlano di ben altro. Non di rispetto e paura reverenziale né di sottomissione totale e forzata, bensì di amore fraterno, dedizione e rifiuto del dominio. Lo stesso Figlio di Dio, infatti, afferma con chiarezza di non essere venuto “per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Matteo 20,28[vii] Marco 10,45[viii]). Lo ha dimostrato quasi platealmente chinandosi a lavare i piedi ai discepoli (Giovanni 13,14[ix]) e lo ha aveva predicato costantemente, affermando che il servizio di cui parlava è testimonianza e manifestazione concreta dell’amore verso Dio ed il prossimo.
Sacrificio e gratuità restano dunque elementi cardine di questa diakonìa, cui sono tuttora chiamati tutti quelli che credono in Lui e nella sua ‘buona notizia’. Un servizio che non richiede ricompensa né reciprocità, ma amore incondizionato verso il prossimo, soprattutto se è povero, sofferente, emarginato e maltrattato. La logica umana viene quindi del tutto capovolta, come è sintetizzato dal versetto di Matteo 20,26-28, nel quale Gesù afferma “Tra voi non sarà così; ma chiunque vorrà essere grande tra voi, sarà vostro servitore“[x]. In fondo è quasi un ritorno al primitivo significato, che designava il compito di ‘custodire’, ‘proteggere’ e ‘serbare’ le persone e le cose cui siamo legati, non certo da catene ma dall’amore.
NOTE
[i] Voce “serbare” in Dante Olivieri, Dizionario Etimologico Italiano, Milano Ceschina, 1961. V. anche la stessa voce in Etimo.it https://www.etimo.it/?term=servo
[ii] Cfr. la voce ‘servo’ nei principali dizionari: https://www.treccani.it/vocabolario/servo/ – https://dizionari.repubblica.it/Italiano/S/servo.html – https://it.wiktionary.org/wiki/servo –
[iii] Cfr. https://unaparolaalgiorno.it/significato/liturgia
[iv] G. Ravasi, ‘EBED: servo, ‘Famiglia Cristiana’ (25.03.2021) https://www.famigliacristiana.it/riflessioni/ravasi/ebed-servo-chq9b01q
[v] https://www.blueletterbible.org/lexicon/g1401/lxx/lxx/0-1/
[vi] Cfr. la voce ‘diàkonos’ in Blue Letter Bible https://www.blueletterbible.org/lexicon/g1249/mgnt/mgnt/0-1/
[vii] “…ὥσπερ ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου οὐκ ἦλθεν διακονηθῆναι ἀλλὰ διακονῆσαι καὶ δοῦναι τὴν ψυχὴν αὐτοῦ λύτρον ἀντὶ πολλῶν”
[viii] “καὶ γὰρ ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου οὐκ ἦλθεν διακονηθῆναι ἀλλὰ διακονῆσαι καὶ δοῦναι τὴν ψυχὴν αὐτοῦ λύτρον ἀντὶ πολλῶν”
[ix] “εἰ οὖν ἐγὼ ἔνιψα ὑμῶν τοὺς πόδας ὁ κύριος καὶ ὁ διδάσκαλος καὶ ὑμεῖς ὀφείλετε ἀλλήλων νίπτειν τοὺς πόδας·”
[x] “οὐχ οὕτως δέ ἔσται ἐν ὑμῖν ἀλλ᾽ ὃς ἐὰν θέλῃ ἐν ὑμῖν μέγας γενέσθαι ἔστω ὑμῶν διάκονος”
© 2026 Ermete Ferraro













Cari amici ed amiche,
Sia che si tratti di problemi ambientali che ci riguardano da vicino, oppure di malasanità vissuta in prima persona, di modelli pseudo-educativi spacciati per ‘buona scuola’, della mercificazione del lavoro e perfino del tempo libero o anche della cancellazione di ogni diversità ed originalità in nome della libertà, le reazioni che si notano sono sempre meno significative e decise. Quelli ai quali, come a me, capita spesso di opporsi, denunciare, protestare, rivendicare e fare resistenza, restano quindi sempre più isolati, visto che tanti altri preferiscono distrarsi, girare la testa da un’altra parte, far finta di non comprendere o, peggio ancora, hanno già scelto di conformarsi supinamente allo status quo. Ecco perché anche io – da cristiano ma anche da ecologista e da pacifista – vorrei indirizzare a tutti/e voi i miei scomodi e fastidiosi auguri. Voglio farvi perciò gli auguri per un Natale che non compiaccia il perbenismo ipocrita di chi si ostina a non capire che il Cristo che festeggiamo è sì venuto a liberarci dal male, ma che la risposta ai troppi mali che ci circondano dobbiamo sforzarci di darla noi, in prima persona, con l’esempio e con la lotta nonviolenta, se non vogliamo diventarne complici.
In questi giorni Napoli si prepara a festeggiare ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato. San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto un’importanza centrale rispetto alla sua stessa azione pastorale, di cui si sa ben poco.
Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianus, caratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (il lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, ie perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:
Però, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Tra le celebrazioni che precedono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, infatti, mi è capitato di leggere che l’Arcivescovo di Napoli ha presieduto questo 17 settembre una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy.
ei giorni che stiamo vivendo, uno degli aggettivi che si sprecano è ‘felice’. Generalmente lo si riferisce al Natale, sebbene sia a sua volta un aggettivo e non un nome, in quanto abbreviazione dell’espressione latina ‘dies natalis’: giorno della nascita. Del resto anche in ‘festa/e’ – altra parola solitamente accoppiata a ‘felice’ – si nasconde un aggettivo, poiché il ‘dies festus’ degli antichi Romani indicava una giornata di gioia pubblica, di giubilo, da un antica radice sanscrita che ci riporta ad un senso di condivisione e di accoglienza. Tornando a ‘felice’, anche la ricerca dell’origine di questo attributo ci porta ad una radice sanscrita, da cui è derivato il verbo greco ‘fyo’, il cui significato è produrre, generare, tanto che da esso derivano sia ‘fecondo’ sia ‘feto’. Augurare a qualcuno un ‘felice Natale’, pertanto, significa auspicare che a questa persona la Nascita per eccellenza (dalla quale anche nel nostro laico mondo continuiamo a calcolare gli anni) risulti feconda, apporti cose buone e produca frutti positivi.
anto premesso, lasciatemi dire che un Natale inteso come ulteriore occasione per affollare strade e negozi non è il modo migliore di celebrarlo, e non lo è neppure il fatto che ad affollarsi siano chiese o mostre presepiali. Cancellare la scintillante veste scenografica, iconografica o musicale del Natale, del resto, sarebbe un’assurdità e io, da buon napoletano, non propongo nulla di simile, anche perché ridurre la ‘forma’ di una festa non equivale a valorizzarne il ‘contenuto’. Penso solo che non dovremmo lasciare che quest’ultimo, con i suoi significati e valori, sia sempre più banalizzato e strumentalizzato per vendere prodotti e gadget vari o per dare un po’ d’ossigeno al settore turistico. Il fatto che questo Natale registri temperature sensibilmente superiori alle medie stagionali parrebbe un altro motivo per affollarci nelle strade, nei magazzini, nei cinema ed in tutti gli altri luoghi in cui crediamo di doverlo ‘celebrare’. Sarebbe però da sciocchi non renderci conto che tali anomalie climatiche sono il risultato di una dissennata politica energetica e d’un modello di sviluppo consumistico e predatorio verso le risorse della Terra e l’esistenza di tanti esseri, umani e non. Ma allora che razza di Natale vogliamo festeggiare, se tradiamo il principio stesso di questa parola, che sottende l’idea di ‘nascita’ e quindi di ‘vita’?
a prima considerazione che faccio è che non possiamo ‘celebrare’ il Natale senza soffermarci sul messaggio di vita che ce ne viene. La nostra sta diventando sempre più una cultura di morte, come sottolineavo in un mio articolo su “Oiko-nomia vs Death-Economy” (2). Certo, ognuno è libero di fare le sue scelte e d’impostare come crede la propria esistenza. Credo però che non si debba fare memoria del momento in cui Dio si è fatto uomo per salvarci utilizzando modalità che tradiscano questa scelta di vita e di riconciliazione. Durante le festività natalizie si registrano eccidi di animali, stragi di persone per incidenti e per guerre, violazioni delle più elementari norme di rispetto della natura e delle sue leggi. E’ di soli due giorni fa il bombardamento di una scuola di Damasco, nel quale sono morte 49 persone e si sono registrati più di 200 feriti. All’inizio di dicembre, in California è stata compiuta un’assurda strage di disabili (14 morti e 18 feriti) che stavano preparandosi a festeggiare il Natale. Per non parlare poi delle ordinarie stragi di animali sacrificati senza scrupolo ai nostri luculliani cenoni, evitare le quali non richiede una particolare determinazione e forza di volontà, visto che la stessa L.A.V. ci ricorda che “Se ogni italiano mangiasse vegetariano una volta alla settimana per un anno risparmieremmo la vita a 12 milioni di animali. Pesci esclusi.” (3) Né le feste delle altre religioni sono molto più rispettose del mondo animale, se i giornali ci riportano di vere e proprie ‘mattanze’ che insanguinano le celebrazioni nei paesi islamici e perfino in quelli di tradizione induista. Ebbene, proviamo almeno a bandire da questo Natale ciò che richiama la morte e la distruzione, dalle armi giocattolo regalate ai piccoli agli esplosivi in miniatura che dovrebbero allietarlo, ma l’anno scorso hanno mandato in ospedale 251 persone (361 nel 2013), con gravi ferite o mutilazioni.
poi ricordiamo che non ci può essere Natale se non proteggiamo la Natura, rispettandone i ritmi e le leggi biologiche e salvaguardando il prezioso tesoro della biodiversità. Questa parola finalmente circola di più e sta diffondendo una maggiore consapevolezza della complessa ricchezza della vita, ma anche della sua fragilità. Un autentico profeta della tutela e promozione della biodiversità naturale è stato il mio grande amico e maestro Antonio D’Acunto, la cui scomparsa – circa un anno fa – ha privato i suoi tanti amici ed estimatori di una guida insostituibile. E proprio con le profetiche ed acute parole di Antonio, raccolte in un volume appena pubblicato, concludo questa riflessione sul collegamento tra Natale e Natura. E’ una lezione di vita e di speranza in un mondo dove quest’ultima non sia distrutta né biecamente sfruttata dall’uomo, bensì ‘celebrata’ in tutta la sua sacralità. Per Francesco d’Assisi era il modo per onorare il Padre attraverso i ‘frati’ e le ‘sore’ dei quali – ci ha ricordato il Papa – siamo stati fatti dominatori ma solo amorevoli ‘custodi’. (4)


Gli allegri musicanti che eseguono“Stars and Stripes Forever”, infatti, sono l’accattivante biglietto da visita delle forze armate più potenti del mondo con 2.825.000 militari, 1.600 navi, 22.700 aerei, 7.200 testate nucleari capaci di armare duemila missili intercontinentali, 3.450 missili da sommergibile e 1.750 bombardieri. Quella stessa U.S. Navy, inoltre, costituisce il nerbo delle truppe ‘alleate’ schierate sul fianco sud-est dell’Europa, che hanno il loro centro strategico nel Comando Integrato NATO di Napoli-Lago Patria (JFC Naples)