…E PACE SULLA TERRA

paceinterraForse non ci facciamo più caso, ma “natale” è un aggettivo sostantivato, non un nome. Dies natalis  in latino indicava sia il giorno della nascita sia la sua ricorrenza, ovvero ciò che noi chiamiamo “compleanno”. Va precisato che in data assai prossima a quella del nostro Natale – coincidente col Solstizio d’inverno – gli antichi Romani già festeggiavano il “Sole Invitto”(Dies natalis Solis Invicti), culto introdotto nel 274 dall’imperatore Aureliano e riconfermato da Costantino. Fu proprio quest’ultimo, dopo la conversione al Cristianesimo, che trasformò quella celebrazione pagana del Sole invincibile nella ricorrenza della nascita di Gesù Cristo.

Da allora sono passati quasi 1700 anni, eppure per molti Natale resta un nome pieno di fascino ma sostanzialmente vuoto, in quanto progressivamente svuotato del suo senso più profondo. Certo, non celebriamo più la maestà invincibile del Sole – sebbene sia innegabile che la nostra stessa vita dipenda da quella stella intorno a cui il nostro pianeta continua a girare – ma abbiamo anche smarrito il senso del sacro che ammantava il giorno della nascita terrena di Chi è venuto di persona a salvare il mondo che Egli stesso aveva creato.

Si direbbe che il grande mistero dell’incarnazione di Dio sia diventato non solo impenetrabile (aggettivo dietro cui si cela comunque una ricerca di senso e di valore), ma sempre più evanescente per un mondo che ha rinunciato ai grandi interrogativi e si accontenta di ciò che esperimenta giorno per giorno. E la nostra esperienza, purtroppo, ci racconta di un Natale ridotto a mera interruzione dell’attività lavorativa, una vacanza che – etimologicamente – suggerisce più un vuoto che un nuovo contenuto. Ma – come ci ha ricordato recentemente il grande Benigni – il Signore ci ha detto (non ‘comandato’: l’ebraico devarìm significa ‘parole’) di ricordare il giorno del Sabato per santificarlo. Un Sabato inteso solo come riposo festivo, come interruzione del ritmo lavorativo, non è sufficiente. Esso dovrebbe essere valorizzato, purificato, consacrato (ebr. qadèsh), per dare un senso nuovo e diverso a quel vuoto. In caso contrario – e lo constatiamo proprio nel periodo natalizio – tale ‘vacanza’ è riempita solo dall’esasperazione del nostro abituale consumismo, per cercare di rendere indimenticabile con spese e regali un giorno che dovrebbe ricordarci ben altro.

Non intendo replicare la solita lamentazione sulla perdita della sacralità del Natale, ma credo che basta sfogliare un giornale o guardare la TV per accorgersi che è difficile cogliere un senso diverso dietro una festività ridotta da tempo a convulsa fiera delle vanità e, più recentemente, ad occasione per rilanciare i consumi in periodo di recessione…
Si direbbe che più si accendono le luci delle luminarie natalizie e meno luce penetra dentro di noi. Più riempiamo queste giornate di regali e pranzi sontuosi e meno ci sentiamo soddisfatti di come questi 2014 anni ci hanno trasformati. Il nostro Natale, insomma, è diventato metafora d’una religiosità abitudinaria e banalizzata, nei confronti della quale già dallo scorso anno si era alzata la voce di Papa Francesco: «…se nel Natale Dio si rivela non come uno che sta in alto e che domina l’universo, ma come Colui che si abbassa, significa che per essere simili a Lui noi non dobbiamo metterci al di sopra degli altri, ma anzi abbassarci, metterci al servizio, farci piccoli con i piccoli e poveri con i poveri». http://www.tempi.it/papa-francesco-il-natale-e-il-segno-che-dio-si-e-schierato-con-l-uomo-per-risollevarlo-dai-peccati#.VJcTDsAKA .

Natale dovrebbe essere il momento forte dell’anno in cui ci ricordiamo di Chi ci ha salvati, lasciando a noi uomini un messaggio di amore, di fratellanza e di servizio: la ‘buona notizia’ (eu-angelon) di speranza, fondata sulla fede e generatrice di carità, che dovrebbe illuminare questa festa molto più di tante sfavillanti luminarie. Ma è davvero così?

“E’ Natale e a Natale si può fare di più” : risuonano nelle orecchie le zuccherose parole di una nota canzone composta, guarda caso, proprio come spot pubblicitario per un’azienda dolciaria. Ma la verità è che non si tratta tanto di “fare di più”, semmai di fare diversamente, di deciderci finalmente a cambiare rotta, ad invertire la marcia. Dovremmo sforzarci di “essere di più”,  preoccupandoci assai meno di ‘avere’ e di ‘apparire’, pilastri sui quali, viceversa, si fonda la nostra società ed il suo modello di sviluppo. Se invece per noi Natale resta solo una pausa o, al più, una toccante rievocazione non aspettiamoci che riesca a ‘santificarci’, perché in tal caso non ne coglieremmo il senso profondo, la sacralità, ricadendo fatalmente nel vuoto di una semplice vacantia.

Quella magica parola, inoltre, ci evoca l’idea di una vita che comincia. Il verbo latino nascere, infatti, che deriva da quello greco ghìgnomai, a sua volta riconducibile alla radice indoeuropea *GN, che ci parla di generazione, che qualcosa che inizia ed è quindi in divenire.

Ebbene, se non riusciremo a fare del Natale un vero momento di ri-generazione, di ri-nascita, sprecheremo un altro anno della nostra vita, di cui avremo solo ripercorso l’orbita temporale – proprio come la Terra intorno al Sole invitto – senza però che nulla cambi dentro e fuori di noi.

Ecco perché dovremmo tutti cogliere quest’occasione – pur nella sua ritualità, spesso sinonimo di abitudine e di tradizione – per sforzarci di far rinascere in questo mondo stanco e disilluso una speranza di cambiamento, di mentalità prima ancora che di azione. Nella liturgia greca-ortodossa, la “metànoia” – il termine evangelico che indica tale cambiamento profondo nel modo di pensare e di sentire – corrisponde anche ad un gesto rituale. Si tratta di un inchino profondo, per toccare la terra con la mano destra a dita unite, che vengono poi baciate e con cui si traccia il segno di croce.

Ovviamente è solo un gesto ma, nella sua simbolicità, ci suggerisce almeno due cose. La prima è che, per cambiare davvero, dobbiamo fare lo sforzo di abbassarci al livello della terra – come ci raccomandava Papa Francesco – in modo da ricordarci della nostra creaturalità, in quanto figli di Adàm/adamàh, rispecchiata in latino dalla parola homo, derivante da humus.

La seconda è che la terra toccata con la mano, in segno di ricongiungimento con la nostra origine, deve però essere santificata e riempita di senso e vivificata dallo Spirito (ebr.: Ruah), come nell’atto creativo iniziale. Abbassarsi e al tempo stesso elevarsi mi sembra quindi un’efficace sintesi del Natale come atto di fede nel Dio che si è fatto creatura per riportare “in excelsis” le sue creature.

Comunque si voglia tradurre la seconda parte del testo greco del noto passo di Luca 2:14 «Δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκία» è però evidente che il messaggio evangelico associa la proclamazione di gloria a Dio con la pace sulla terra e con quella eudokìa che è stata intesa ora come ‘buona volontà’, ora come ‘benevolenza’ tra gli uomini.

In ogni caso, di pace e benevolenza credo che questa nostra Terra abbia davvero bisogno, visto che l’umanità, pur essendo comparsa negli ultimi minuti della sua cronologia, si ostina testardamente a minacciarne la distruzione o, quanto meno, a provocare assurdamente la propria estinzione.

Il guaio è che i giornali e gli altri media ci hanno abituato a rassegnarci ad un mondo in cui le immagini dei babbinatale, dei regali e del rituale ‘volemose bene’ natalizio si alternano un po’ cinicamente a quelle di popolazioni sterminate dalla fame, dalle malattie e dalla guerra, condannate senza dubbio dall’intolleranza omicida dei nuovi Caini, ma anche dall’indifferenza apatica e rassegnata che troppo spesso ci caratterizza ai nostri giorni.

Natale, ho ricordato all’inizio, è in fondo solo un attributo riferito a sostantivo ‘giorno’, ma questo non significa che esso debba trascorrere invano, senza lasciare traccia dentro e fuori di noi. Il fatto che rimanga spesso la pura e semplice celebrazione d’una ricorrenza annuale è purtroppo segno che il messaggio evangelico – col suo richiamo alla ‘nascita’ – non riesce più a suggerirci che quel termine non rievoca un evento in sé compiuto ma evoca piuttosto un inizio, un’evoluzione,

Ecco perché auguro a tutti – e naturalmente prima a me stesso – di saper recuperare il senso pieno e vero del Natale, in modo da iniziare un anno d’impegno – sociale, ecologico e politico – ricaricati da un messaggio di vera Pace, quella che ci dà la forza di cambiarci e di cambiare.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com

PREGHIERA

"Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Dissipa le rughe. Fascia le ferite che l’egoismo ha tracciato sulla sua pelle. Restituiscile il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze le hanno strappato, e riversa sulle carni inaridite anfore di profumo. Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiaggie di bitume. Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace." don Tonino Bello, Missione, p. 115

Ogni anno che trascorre, lo confesso, vivo con crescente distacco e quasi con fastidio l’atmosfera pseudonatalizia filtrata da manifesti, jingles radiofonici e televisivi e ammuina da shopping. Il fatto è che basta guardarsi intorno per accorgersi che un po’ tutto, dall’ambito più prossimo a quello universale, continua purtroppo ad andare "in direzione ostinata e contraria" rispetto a quella ri-nascita e a quella con-versione di cui il Natale non può non essere segno. Quando tutto sembra andare per il verso sbagliato, allora, è forte la tentazione di lasciarsi andare allo sconforto, o quanto meno all’amarezza della delusione di fronte ad un’umanità inguaribilmente malata di meschinità e diffidenza, accecata dall’egoismo e paralizzata dalla propria stessa violenza. Però è una tentazione cui, da Cristiani, non dobbiamo assolutamente cedere, altrimenti tradiremmo la fede, la speranza e la carità di cui dovremmo essere testimoni in questo "mondo". Sta di fatto che due millenni di cristianesimo non sembrano proprio averlo cambiato in meglio, se l’immagine che ne riceviamo, in conclusione di questo duemilanono ‘anno di grazia’, è quella di un pianeta sempre più compromesso, minacciato nei propri equilibri ecologici e dove guerre ed altre sciagure sono il frutto avvelenato di avidità ed ingiustizie sempre più stridenti. Ecco perché le poetiche e profetiche parole di don Tonino Bello rappresentano "anfore di profumo" versato sulle piaghe dolenti di questa umanità che Cristo lo ha lasciato appeso ai crocifissi nei muri ma non lo ha fatto davvero entrare nel proprio cuore. Sono una preghiera autentica e profonda, che ci aiuta a guardare più in alto delle nostre moderne torri di babele e più in là del nostro meschino io. Sono un’invocazione cui, nella nostra presunzione, ci siamo disabituati, che ci aprono ad una prospettiva che non sia fuga dalla realtà o rinuncia all’azione, ma fiduciosa adesione a quello "Spirito di Dio" che è già dentro di noi e può darci la forza di non cedere, di non arrenderci. Dobbiamo sforzarci di riscoprire, nonostante tutto, quel "sorriso di bellezza" che cancella le brutture di un mondo sempre più vecchio e privo di speranza. Dobbiamo lasciarci invadere il cuore dalla "dolente presenza" di quel grande spirito che gli Indiani d’America identificavano con quella natura che noi ‘civilizzati’ abbiamo solo saputo violare, inquinare e trasformare in "viscida desolazione". Scriveva già Tacito, mettendo questa frase in bocca ad un fiero capo "barbaro", che la civiltà dei romani aveva fatto il deserto e poi lo aveva chiamato pace (…solitudinem faciunt et pacem appellant…). E’ lo stesso "deserto" evocato da don Tonino, che, con l’aiuto dello Spirito Santo, siamo però chiamati a trasformare in un giardino, dove l’albero della giustizia saprà dare frutti di pace vera. In questa vigilia di Natale, grazie all’esortazione di questo eccezionale vescovo, sentiamo che la forza per operare un autentico miracolo non dobbiamo cercarla in noi, nella nostra volontà e coerenza, ma nella nostra capacità di chiedere, umilmente, al Padre di diventare – come pregava Francesco d’Assisi – un "istrumento" della Sua volontà e della Sua pace. Amén e buona ri-nascita…!

(c) 2009 Ermete Ferraro

“NEL DESERTO PREPARATE LA VIA AL SIGNORE…” (Is 40,3)

 

ג  ×§×•Ö¹×œ קוֹרֵא–בַּמִּדְבָּר, פַּנּוּ דֶּרֶךְ יְהוָה; יַשְּׁרוּ, בָּעֲרָבָה, מְסִלָּה, לֵאלֹהֵינוּ.

Questo versetto di Isaia, ripreso a proposito della predicazione di Giovanni il Battezzatore nella seconda domenica d’Avvento (Lc 3, 1-6), ci costringe ad interrogarci sul ruolo dei Cristiani come “profeti” Ad essi, infatti, è stata affidata la missione non solo di annunciare il regno di Dio ad alta voce (vedi l’espressione ebraica: KAL-KORA’ ), ma anche di preparare fattivamente la radicale trasformazione dell’esistente, esemplificata da alcune operazioni: predisporre una strada nel deserto, colmare le valli, spianare montagne e colline, appianare il terreno accidentato e scosceso.

Luca ha riportato in modo diverso la citazione d’Isaia, riferendosi a Giovanni come “voce di uno che grida nel deserto…” (“vox clamantis in deserto…”), ingenerando qualche equivoco interpretativo. Non si tratta dunque di un’esortazione a lanciare il proprio invito a vuoto, strillando nel silenzio e nella solitudine del deserto, ma d’un appello a trasformare quel deserto in un luogo praticabile e percorribile, al tempo stesso la strada di Dio (DEREK YHWH) e verso il nostro Dio (LE-ELOHINU).  Il fatto è che il Suo regno non può essere solo pre-annunciato dalle parole del pro-phetes (chi pre-dice), poiché nell’annuncio è insito l’inizio di un cambiamento.  Anche la parola che in lingua ebraica designa il profeta (NAVIY) è connessa al verbo NAVA’ e significa: effondere, annunziare, comunicare. E’ evidente, però, che la figura vetero-testamentaria del profeta ci mostra qualcosa di più di quella di un semplice “portavoce” della divinità, in quanto egli ha sempre rappresentato una vera e propria svolta nella storia del popolo cui è stato inviato.

Due millenni fa Giovanni uscì dal deserto per anticipare la venuta del Figlio di Dio, percorrendo tutta la regione del Giordano e “predicando un battesimo di conversione”. Che tale cambiamento dovesse risultare sostanziale e radicale appariva chiaro già dal suo invito, rivolto alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, a compiere “opere degne della conversione”, dal momento che si avvicinava per loro il giudizio e che “ogni albero che non porta buon frutto sarà tagliato e buttato nel fuoco” (cfr. Lc 3, 7-8).

Oggi come allora, non serve a nulla esorcizzare questo richiamo esibendo le proprie credenziali, come facevano gli Israeliti, che tentavano di rassicurarsi da soli ripetendosi “Abbiamo Abramo per padre”, oppure come facciamo noi Cristiani quando vogliamo auto-convincerci che basta far parte di una chiesa per salvarci l’anima.  Il profeta, infatti, non può essere scambiato per un semplice messaggero né per un ispettore mandato a verificare le nostre referenze o la validità del nostro biglietto per la vita eterna. Il profeta è chi sente dentro di sé la spinta pressante a diffondere la parola di Dio e a prepararne l’attuazione, hic et nunc, mediante una conversione vera, senza se e senza ma, le cui “opere” diventino di per sé testimonianza del regno di Dio, in quanto realizzazione della sua volontà.

La Chiesa ci ha insegnato che ciascuno di noi ha ricevuto fin dal battesimo il carisma, cioè la grazia, di diventare re, sacerdote e profeta, ma mi sembra evidente che non siamo riusciti a prendere sul serio quest’affermazione. Il fatto è che troppo spesso restiamo radicati nella convinzione che, semmai, il ruolo che potrebbe riguardarci è quello di chi governa/amministra gli altri, mentre le funzioni sacerdotale e profetica riguarderebbero pochi individui speciali (e quindi diversi), che abbiano ricevuto una particolare “vocazione” ad occuparsi di questioni religiose.

Ne consegue che una fede del genere non ha prodotto quei “buoni frutti” che il Signore si aspetta da ciascuno di noi e che, duemila anni dopo, non solo i deserti sono rimasti tali, ma la nostra esistenza sembra affetta da un ulteriore processo di “desertificazione”, che ha inaridito ancor più le coscienze e accresciuto quelle disparità che avremmo già dovuto far sparire dalla faccia della terra.

E’ legge di natura – e per i credenti di Dio – che le montagne vengano erose e le valli colmate dai sedimenti delle alture. Noi uomini, viceversa, dopo tanto tempo e in barba al nostro preteso progresso, siamo riusciti solo ad aumentare le disparità economiche e sociali ed a compromettere seriamente gli equilibri ecologici del Pianeta, poiché abbiamo scambiato arrogantemente il mandato divino a custodire il creato ed a provvedere ai nostri simili con un’autorizzazione a dominare dispoticamente la natura e i nostri simili.

Viviamo allora questo periodo di Avvento come un’occasione per riflettere su tutti i nostri errori – personali e sociali – e per provare a mettere in pratica un’autentica “conversione”. Non si tratta solo di operare un netto cambiamento di prospettiva e di mentalità, come suggerisce la parola greca “metànoia”, bensì di una vera rivoluzione interiore che deve produrre concreti frutti di pace e di giustizia, di servizio e di misericordia, di speranza e di fiducia.

Insomma, è arrivato davvero il momento di essere, tutti, re sacerdoti e profeti di un Regno che non è di questa terra ma che in questa terra abbiamo il dovere di rendere visibile e tangibile.