UN DIBATTITO… “FUMOSO

di  Ermete Ferraro

Com’era prevedibile, l’Ordinanza del Comune di Napoli che proibisce di fumare nei parchi pubblici, in presenza di minori o di donne incinte, ha suscitato un dibattito confuso e maledettamente… fumoso tra coloro che, innegabilmente, sono costretti ogni giorno a sopravvivere in mezzo alle contraddizioni assurde di questa città.

Certo, i media hanno opportunamente sottolineato che si tratta del primo provvedimento del genere adottato da un Comune italiano, ma la stessa novità e originalità di questa ordinanza, fortemente voluta dall’assessore all’ambiente di Napoli, il verde Gennaro Nasti, sembra essersi paradossalmente ritorta – come un boomerang – contro un’Amministrazione Comunale che fa quotidianamente notizia per la l’invivibilità quasi totale di questa città.

La cosa strana, però, è che mentre la “maglia nera” conferita a Napoli per i suoi demeriti ambientali, come ho fatto notare in un precedente post , non ha provocato nessuna reazione sdegnata, preoccupata né arrabbiata, questa storia del fumo proibito nei giardini pubblici napoletani sembra aver suscitato invece un vero vespaio di commenti, che vanno dall’ironia più sottile alle accuse pesanti, dalla tradizionale diffidenza verso qualsiasi regolamentazione alla reazione stizzita contro ogni forma di proibizionismo.

Ma come? – si chiedono molti cittadini, intervenendo polemicamente nel dibattito – Con tutti i problemi che ha Napoli  (dal traffico impazzito all’emergenza rifiuti, dalle disfunzioni delle amministrazioni pubbliche all’eterna tragedia della disoccupazione…) il Comune va a preoccuparsi proprio di chi si fuma una sigaretta in santa pace all’aria aperta? E poi – rincarano malignamente altri commentatori – dato e non concesso che si tratti di un provvedimento giusto, come accidenti pensa di fare l’assessore Nasti a garantire l’applicazione di un simile divieto in una città dove, si sa, non si rispetta niente e nessuno?

Insomma – sembra quasi di poter leggere nei "fumetti" che escono dalla bocca o dalla testa di tanti napoletani – "Ma ‘o Cumune ‘e Napule nun teneva propeto nient’ato a che penzà?"…

Ebbene, ci troviamo di fronte al classico ragionamento sballato di chi reagisce a ciò che non gli piace o non lo convince usando il sarcasmo, il paradosso e la retorica popolare della contrapposizione speciosa di un fatto ad un altro che col primo ha ben poco a che fare. Posso anche capire la reazione infastidita chi è contrario per principio ad ogni forma di proibizione e di repressione delle proprie libertà, in nome di un individualismo sempre più comune in una società liberale, liberista e libertaria che rifiuta l’idea stessa di controllo dello stato in ambiti considerati ‘personali’.  Mi urta, invece, l’ipocrisia di chi non ha il coraggio di contestare la validità del provvedimento in sé, ma si arrampica al solito pretesto di tutte le altre cose che non funzionano e che non hanno trovato finora soluzioni credibili.

Alludere alla strumentalità di questa decisione – lasciando intendere che serve all’assessore  verde solo per farsi un po’ di comoda pubblicità sui media – oppure sbandierare l’inquinamento da traffico o l’insoluta querelle della "munnezza" di cui non si sa come liberarsi, infatti, è un modo strumentale di argomentare, che c’entra ben poco con la sostanza di un’ordinanza di proibisce di affumicare allegramente anche l’aria delle già insufficienti aree verdi napoletane, appestando lattanti, bambini che giocano, donne incinte, vecchietti enfisematosi e giovani e meno giovani appassionati del jogging e del ciclismo.

Il problema del fumo passivo esiste ed è, finalmente, sempre più chiaro anche a tanti italiani che prima pensavano che arrostirsi ed incatramarsi i polmoni fosse un problema di esclusiva competenza di chi fuma. E’ fin troppo evidente che l’aria che respiriamo è avvelenata da ben altre fonti d’inquinamento del fumo di tabacco, ma quest’ovvia constatazione nulla toglie all’esigenza di scoraggiare simili abitudini, deleterie e nocive per la salute propria e degli altri, utilizzando in primo luogo l’educazione e l’informazione, ma non escludendo affatto anche la strada della regolamentazione di ciò che riguarda la convivenza civile.

Qualcuno ha osservato che, in certi casi, basta un po’ di creanza e di buon senso. Certamente è da auspicare che la molla che impedisce di nuocere agli altri sia quella di un saldo convincimento morale, piuttosto che del timore della repressione, che a Napoli, peraltro, funziona comunque assai poco.

Ciò non impedisce di accogliere con soddisfazione questo innovativo e saggio provvedimento, a tutela della salute pubblica, che ha precedenti solo in alcune città degli Stati Uniti (tra cui Dallas, Sacramento, San Diego). E non ci impedisce neppure di sperare che la stessa Amministrazione Comunale di Napoli sappia andare oltre questo simbolico "fiore all’occhiello", decidendosi ad affrontare con più serietà e fermezza altri tipi d’inquinamento (dell’aria, del mare, del territorio e perfino dell’etere…) che ci pongono purtroppo agli ultimi posti in materia di vivibilità urbana.

Se questo, come in altri casi, non succederà, abbiamo tutto il diritto di protestare e di criticare chi ci amministra. Ma, per favore, non facciamo finta di credere che se non si attuasse il divieto di fumare nei parchi (fra l’altro quasi a costo zero…) si potrebbero realizzare ben altri provvedimenti per la salute e l’ambiente !

 

di erferraro • Inviato su Senza categoria • Contrassegnato da tag

bandiera4 Novembre 1918-2007

 “Dov’è la vittoria…?”

                di Ermete Ferraro 

     Per le autorità militari e civili il 4 novembre, una volta “Festa delle Forze Armate”, è diventato il giorno della festa dell’unità nazionale.  Sembrava evidentemente poco politically correct continuare ad invitare gli Italiani a festeggiare quella “inutile strage” (Benedetto XV), che era costata 650 mila morti e un milione di mutilati e feriti. Come opportunamente si ricorda nell’appello lanciato dal Movimento Nonviolento, erano assai più degli abitanti di Trento e Trieste, i territori ottenuti con la cosiddetta “vittoria”, fra l’altro già concessi dall’Austria all’Italia in cambio della non belligeranza.

E allora meglio parlare di “festa dell’unità nazionale”, come se si trattasse di qualcosa che può essere assicurato dalle forze armate, nel frattempo trasformate in attività da professionals, una volta fallito miseramente anche il mito dell’esercito di popolo.

Una persona di media intelligenza, però, stenta a comprendere che cosa c’entra la difesa dell’integrità e dell’identità nazionale (espressione, peraltro, abbastanza ridicola in tempi di totale e spietata globalizzazione…) con un’ulteriore crescita delle spese militari, a discapito ovviamente di quelle sociali e per opere civili.

“Quest’anno  – ricorda il citato Movimento Nonviolento – le previsioni di spesa per la difesa (finanziaria, bilancio difesa, missioni internazionali, programmi sistemi d’arma) arrivano ad oltre 23 miliardi e 800 milioni di spesa: 20 miliardi e 900 milioni in bilancio, più 1 miliardo 550 milioni stanziato dalla finanziaria dell’anno scorso per le armi ad alto contenuto tecnologico, più altri 600 milioni in finanziaria 2008 tra finanziamenti al reclutamento dei professionisti e del finanziamento per gli Eurofighter e le fregate Freem. A questa somma vanno aggiunti gli oltre 800 milioni per il mantenimento delle missioni militari all’estero (compreso l’Afghanistan!)”.

C’è bisogno di commenti? A qualcuno sfugge forse che questi 24 miliardi di Euro previsti dal documento di programmazione economica della Repubblica Italiana (quella che “ripudia le guerre”…), sono sottratti alle vere esigenze di uno sviluppo più giusto, sostenibile e solidale?

Ebbene, allora protestiamo, ognuno come può, contro la retorica militarista e contro il bellicismo giustificato dalla presenza in alleanze strategiche che non hanno nemmeno più un avversario che le giustifichi.

Protestiamo, con tutta l’indignazione possibile, contro chi continua a mettersi la Costituzione Italiana sotto i piedi, blaterando del ruolo insostituibile dei militari nei compiti di protezione civile e di peace-keeping ! Finiamola di far finta di credere che un esercito, una marina ed un’aeronautica professionalizzati servano per aiutare le popolazioni alluvionate o per un’interposizione pacifica tra belligeranti!

Lunedì 5 novembre, presso il Castelnuovo di Napoli, si terrà un importante convegno sulla tragedia dei militari colpiti dai devastanti effetti dell’uranio impoverito, l’arma che le nostre forze armate hanno contribuito ad impiegare nelle precedenti "missioni di pace", in particolare nella ex-Jugoslavia e che si è drammaticamente rivolta, come un boomerang, contro soldati più o meno inconsapevoli.

Anche in quella sede io cercherò di esserci, per esprimere lo sdegno di chi, come me, da trent’anni condivide l’efficace affermazione di Tolstoj, nel suo capolavoro "Guerra e pace", secondo la quale: "le guerre non si vincono, le guerre si perdono e basta".

 Domani, perciò, diamo tutti un segnale di "ripudio della guerra",  di riprovazione totale di quella "inutile strage" di quasi mezzo secolo fa e, soprattutto, di dissenso nei confronti di un governo di centro-sinistra che investe 24 miliardi delle risorse comuni per mantenere in piedi un complesso militare-industriale che è la causa stessa delle guerre cui pretenderebbe di dare una risposta.

 

NAPOLI E L’ALTARE DELLA PACE

di Ermete Ferraro

 

Mi è molto piaciuta l’espressione adoperata dal cronista del quotidiano IL MATTINO per descrivere l’affollata e partecipe piazza Plebiscito, teatro della significativa cerimonia ecumenica che ha concluso la tre giorni d’incontri del Meeting delle Religioni per la Pace.

 Di fronte alle migliaia di napoletani che seguivano commossi gli interventi dei massimi esponenti di tutte le fedi, accomunati nella preghiera per la pace, di cui questo autentico dialogo è il primo segno concreto, il giornalista ha parlato di un simbolico “altare della pace”.  La mente, per associazione d’idee, è corsa subito al retorico “Altare della Patria”, il marmoreo “Vittoriano” che, insieme col corpo del “milite ignoto”, custodisce anche i segni ed i rituali di un mondo diviso, sempre in conflitto e nel quale ogni “patria” ha preteso di essere la sola degna del rispetto degli uomini e della protezione di Dio.

Ebbene, credo che il contraltare di un palco che riuniva le varie confessioni cristiane, insieme con ebrei, buddisti, islamici ed altri ancora, in una solenne dichiarazione di rifiuto della religione come schermo per nazionalismi e conflitti bellici, possa effettivamente identificarsi in questa efficace espressione.

Da quella piazza, dall’abbraccio festoso di tanti napoletani fieri di esserci, ho sentito salire al cielo qualcosa di più di preghiere e canti comuni.  Dalle parole dell’Arcivescovo di Napoli, del Patriarca di Costantinopoli e dello stesso Presidente della Repubblica Italiana, infatti, si è levata non solo una promessa di continuare sulla via del dialogo inter-religioso e della mediazione diplomatica, ma anche la solenne proclamazione della Nonviolenza come l’unica ed autentica prospettiva per i credenti.

“Napoli insegna anche la pace” : è il titolo del corsivo di Gino Battaglia sulla prima pagina dell’edizione napoletana di oggi de “la Repubblica”, che sottolinea la notevole partecipazione popolare a quello che non è stato solo un riuscito evento mediatico, ma un appuntamento che l’incalzare della cronaca nera e della sotto-politica strillata non riusciranno facilmente a cancellare nella memoria della nostra Città.

“Lo spirito di Assisi”, evocato in piazza Plebiscito, sembra che stia incarnandosi davvero in una Chiesa in cui religiosi e laici stanno diventando sempre più sensibili alla stretta connessione fra giustizia, pace e salvaguardia del creato, proprio nello spirito di Francesco d’Assisi  e seguendo quella prospettiva che Benedetto XVI aveva già efficacemente definita “ecologia della pace”.

Il rischio è quello di cadere nel solito equivoco di riprovare o applaudire le scelte fatte dalla Chiesa (o, in questo caso, dalle Chiese) come se a noi laici non spettasse il ruolo principale, cioè quel protagonismo che solo ci può far diventare veri “costruttori di pace”.

Le scelte quotidiane come quelle epocali, infatti, non passano solo per i proclami di chi ci governa o dei pastori che pur hanno l’enorme responsabilità di guidarci. Senza la nostra convinta adesione personale ad un piano di pace (quello che Gandhi chiamava “programma costruttivo”), purtroppo serviranno a poco anche le manifestazioni di protesta e l’opposizione attiva alla militarizzazione ed alle smanie guerrafondaie.

Ci vuole ben altro di uno sventolio di bandiere arcobaleno per riuscire a coprire una realtà sempre più nera, su cui si riaffacciano gli spettri della guerra fredda e del riarmo nucleare, mentre ogni giorno muoiono migliaia di persone, tra cui donne e bambini, sui vari scenari di guerre locali, o per le devastazioni e gli ‘effetti collaterali’ di quelle già finite.

La pace non è un concetto astratto o una pia aspirazione. E’ la concreta utopia di chi, qui e ora –  anche in questa Napoli martoriata dalla quotidiana violenza della criminalità e di troppe esistenze precarie e dure – decide di scegliere e di non farsi coinvolgere dalla logica perversa di chi ha rinunciato a cambiare il mondo, cominciando da se stesso, e quindi vi si adatta come può.

I “costruttori di pace” non sono persone pacifiche, ma uomini e donne che hanno capito che il conflitto è il pane quotidiano di chi fa della responsabilità la propria parola d’ordine.

I “costruttori di pace” sono quelli che devono prima abbattere a martellate muri d’incomprensione reciproca ed ai cui spesso tocca di forzare situazioni di equivoco compromesso “pro bono pacis”.

I “costruttori di pace” sono quelli che, certo, credono che si tratti di un dono di Dio, ma non per questo l’aspettano passivamente, come se quella pace dovesse esserci calata dal cielo “c’’o panaro”, come si dice nella mia città, dove secoli di fatalismo ci hanno resi troppo spesso rassegnati ed inerti.

Allo “spirito di Assisi” – commenta Gino Battaglia in chiusura del suo articolo – sta sovrapponendosi quello che chiama “lo spirito di Napoli”: uno spirito “mediterraneo”, interculturale, popolare, dolente ma ricco di speranza, che sembra porre le premesse per un cammino comune delle religioni verso una prospettiva di dialogo e di nonviolenza.

Me lo auguro di cuore e, con me, se lo augurano i tanti napoletani che hanno visto la loro città rivivere in questi giorni una speranza più forte della rassegnazione.

 

Leggo e ripropongo il post di  Raqqash il ottobre 20, 2007 18:45

NO al DDL che trasforma la libera espressione della rete
 in testate giornalistiche.


I siti e i blog sono libera espressione democratica non paragonabile alle testate giornalistiche registrate al Registro Operatori Comunicazione che devono osservare l’apposita legge sulla stampa.

Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre.
Nessun ministro si è dissociato.

La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro.

Chiediamo al Consiglio dei Ministri di ritirare il DDL che imporrebbe l’iscrizione al ROC anche dei semplici blog.


Mi raccomando di far girare il più possibile questo messaggio e di pubblicarne il testo sui vostri siti o blog.
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MAGLIA AZZURRA E MAGLIA NERA

maglianera                                                 di Ermete Ferraro

 

Sempre maglie sono. Solo che per quelle azzurre della Napoli Calcio il cuore d’una gran quantità di abitanti di questa città batte forte, si emoziona e si appassiona fino all’eccesso, mentre per la maglia nera per l’ambiente urbano, assegnata “dedecoris causa” al Comune di Napoli, non sembra siano in molti a preoccuparsi.

Per chi – come me –  vi sta lavorando da quasi trent’anni, in un modo o nell’altro, perché la qualità della vita e la consapevolezza ambientale e sociale raggiungessero livelli molto più apprezzabili, dovete ammetterlo, c’è di che farsi cadere le braccia!

Ma come: un sacco di discorsi, documenti, progetti, stanziamenti, interventi, riorganizzazioni strutturali e questo è il risultato? Una città che viene decorata sul campo da diversi quotidiani del titolo di “vergogna nazionale” e di “fanalino di coda” della qualità ambientale in Italia! Una capitale storica dell’Europa meridionale che si dimostra tra le meno sostenibili in assoluto, perdendo d’un colpo ben 24 posizioni e classificandosi quindi come una delle peggiori metropoli dove vivere!

Il rapporto “Ecosistema Urbano 2008” (basato sulla ricerca svolta da Legambiente ed Istituto “Ambiente Italia”, insieme con Il Sole 24ore) riporta Napoli addirittura al 91° posto della classifica generale, vale a dire in penultima posizione: praticamente pronta alla retrocessione in serie minore.

C’è qualcuno che ha fatto barricate, lanciato molotov o occupato strade per protestare con rabbia contro questa situazione di crescente degrado? Nei bar, alle fermate dei bus, nelle piazze o altrove qualcuno ha commentato duramente questo primato al contrario? Si sono forse creati comitati, gruppi spontanei ed organizzazioni per chiedere la rimozione immediata degli “allenatori” di questa vergogna nazionale?

No, evidentemente non se ne frega nessuno, se non qualche sparuto gruppetto di ambientalisti ancora non del tutto integrati nel “sistema urbano” di una città che sta colando a picco mentre nella metaforica sala da ballo, da una parte, si continua allegramente a sprecare, inquinare, speculare, cementificare e, dall’altra, ad organizzare originali quanto inutili e costosi “eventi” mediatici per coprire il vuoto d’idee e di coerenza…

La raccolta differenziata raggiunge appena il 6% delle abnormi tonnellate di munnezza che questa città riesce a produrre. Ben 4 litri di preziosa acqua potabile ogni 10 si perdono per strada, scialacquando  – è il caso di dire – un patrimonio che andrebbe invece tutelato e saggiamente distribuito. Percentuali incredibili di polveri sottili, insieme ai mefitici gas di scarico, c’intossicano l’aria un giorno sì e un giorno sì, proprio come i tortellini dello spot pubblicitari.

E poi, vogliamo parlare delle aree verdi che avrebbero dovuto far respirare meglio e di più i napoletani, oppure della robusta “cura di ferro” che avrebbe dovuto finalmente snellire il macroscopico traffico veicolare, in una città assuefatta alla  convivenza col caos, il frastuono e l’impossibilità di tempi certi per spostarsi?

Eppure, dove stanno gli striscioni, i cori grintosi, le piogge di lettere ed e-mail ai giornali, la voce popolare che si levi contro questa condanna, apparentemente senza fine, per cui Napoli sembra dover essere insignita della fascia di “Miss Invivibilità”?

“Risposta non c’è…” – cantavamo una volta col Bob Dylan di “Blowing in the Wind”.  Il fatto è che qualcuno, invece, dovrebbe proprio darcele quelle risposte, superando l’assordante silenzio di chi ci amministra ormai da vent’anni, ma ha sempre più problemi a sbandierare lo slogan del rinascimento napoletano. Uno slogan che stride maledettamente con le condizioni da basso medioevo nelle quali i veri napoletani continuano a sopravvivere, con i cuori sempre più protesi a quelle maglie azzurre che dovrebbero farci scordare le troppe maglie nere che ci hanno cucito addosso. 

 

di erferraro • Inviato su Senza categoria • Contrassegnato da tag

BURMACOTTAGGIO: BOICOTTARE CHI SI ARRICCHISCE IN MYANMAR

                                 di Ermete Ferraro

 

Una delle forme più concrete di opposizione nonviolenta ad un regime oppressivo e sanguinario, lo sappiamo da tempo, è il boicottaggio della sua economia e, in particolare, la cessazione dei rapporti commerciali tra il proprio Paese e quello che reprime ogni forma di opposizione e cancella i diritti umani (visita il sito: www.equonomia.it).

Nel caso di Myanmar (ex Birmania o Burma) è già presente una rete di denuncia e di controinformazione, attivata anche in Italia da organizzazioni pacifiste, del commercio equo e solidale e sindacali. Nello specifico, è il caso della CISL, che ha lanciato un appello insieme a Greenpeace, Legambiente e WWF (visita: http://htm.cisl.it/sito/contenuti/BIRMANIA/Birmania.htm) e di specifiche campagne (come quella pubblicizzata su: http://www.birmaniademocratica.org/Home.aspx ), che ci stanno aiutando a scoprire quanti – e quanto grandi –  interessi economici ci siano stati (e ci siano tuttora), anche in Italia, al punto di aver impedito che l’opinione pubblica scoprisse le malefatte di una dittatura militare che da 45 anni paralizza la Birmania.

Meglio di tante chiacchiere e appelli ad una teorica solidarietà con la lotta nonviolenta dei cittadini di Myanmar e delle migliaia di monaci buddisti – repressa violentemente ma rimasta comunque un punto di non ritorno per quell’ottuso regime – ecco allora che possiamo fare, tutti, qualcosa per far cambiare le cose in quella terra martoriata.

Dal sito http://www.global-unions.org/burma , ad esempio, ho estrapolato questo elenco di aziende che, pur non essendo necessariamente italiane, sono molto conosciute e praticate dai consumatori italiani:

3M – Minnesota Mining and Manufacturing Company

Acer

Alcatel – Alcatel Shanghai Bell (reply from company available)

Bellotti spa
Best Tours

Caterpillar
Chevron
Cosco Holdings
Daewoo International Corporation
DHL Worldwide Express

Euroteck
GlaxoSmithKline
Hitachi
Hyundai Corporation
Italian-Thai Development Plc

Mitsubishi 

Nestlè

Nouvelles frontières
Pfaff Industrie
Qantas
Samsung Corporation
Schindler Group – Jardine Schindler
Siemens (reply from company available)
Suzuki

Swatch Group – Omega (reply from company available)
SWIFT 
 (reply from company available).
Total
(reply from company available)
Toyota Tsusho

Viaggi Avventure nel Mondo

Come vedete, si tratta di note aziende orientali legate al mondo degli auto-motoveicoli (Daewoo, Hiunday, Mitsubishi, Suzuki, Toyota), ma anche di diffuse marche di carburanti (Chevron, Total). Ci sono poi conosciuti marchi di elettronica e telecomunicazioni ( 3M-Minnesota, Alcatel, Samsung, Siemens) ed altri relativi a prodotti molto diffusi (dagli ascensori Schindler agli orologi Swatch-Omega, fino ai moltissimi “tour operators” e relative società aereee (Quantas, Best Tour, Nouvelles Frontières, etc.).

 

 

L’ARPIA BIRMANA

                                       di Ermete Ferraro 

Potenza dei media! In pochi giorni siamo riusciti a scoprire tre cose: 1) che esistono ancora i Birmani; 2)  che da 45 anni sono sottoposti a una dittatura militare inesorabile e 3) che c’è voluta una rivolta nonviolenta, guidata da migliaia di monaci perché questo fosse possibile…

E’ dai tempi della rivoluzione gandhiana che l’umanità ha scoperto e chiarito l’incredibile forza della resistenza nonviolenta ad un regime ingiusto e repressivo, eppure sono ancora troppo pochi quelli che sono riusciti a superare il banale stereotipo del rifiuto della violenza e della lotta armata come vigliaccheria o rinuncia a reagire, riuscendo invece a percepirne l’enorme potenzialità come strategia alternativa e costruttiva.

In questi giorni, le colorate ed incerte immagini via internet della strabiliante processione pacifica dei monaci buddisti birmani per le strade della capitale del Myanmar –  uno stato di cui molti, diciamolo, ignoravano perfino l’esistenza – sembrano aver improvvisamente risvegliato nelle nostre coscienze un’idea che l’attuale esasperante appiattimento dei valori e delle convinzioni tende invece a cancellare. Non si tratta solo della nostalgica riscoperta del fatto che, come si scandiva un tempo nei cortei, “el pueblo unido jamas sarà vencido!”, ma soprattutto dell’evidenza di una ferrea volontà di opporsi alla violenza e all’ingiustizia, rifiutandosi di accettarla e di collaborare con essa.

Certo, il regime militare di Myanmar  – dopo giorni di attonita sorpresa – ha brutalmente reagito, reprimendo violentemente la pacifica manifestazione di centinaia di migliaia di Birmani che non intendono rassegnarsi, e che vedono in quei monaci buddisti il segno di una riscossa morale e civile. La fin troppo prevedibile repressione di una dittatura che circa venti anni fa aveva già fatto quasi 3000 morti, si è quindi scatenata, colpendo innanzitutto quegli uomini di pace e poi chiunque cercasse di portare in tutto il mondo le immagini di un popolo che non si lascia intimidire e che vuole sfidare la violenza brutale del regime militare su un terreno profondamente diverso e per lei impraticabile.

Ora nulla può restare più come prima e – al di là della solidarietà verbale, un po’ ipocrita e impacciata al popolo di Myanmar –  la comunità internazionale non ha più nessuna scusa per far finta di niente, lasciando che quell’ottusa dittatura continui ad avere compiacenti coperture, con la scusa che si tratta di “affari interni” di quello sventurato paese, o peggio che goda dell’assenza d’informazione e di libertà, finora essenziali per non essere disturbata da intromissioni.

Nel 1956 uscì nelle sale cinematografiche, e fu presentato a Venezia, un film giapponese che si rivelò un capolavoro e diventò un classico: il suo titolo era “L’arpa birmana” (The Burmese Harp). Raccontava di un soldato giapponese – anima umile e mite e da sempre contrario alla guerra –  che era solito accompagnare le loro canzoni col suono triste della sua arpa. Mizushima, dopo la disfatta militare del suo paese in Birmania, decide di dare una svolta radicale alla sua esistenza. Diserta e diventa monaco buddista, consacrandosi totalmente alla missione di dare raccogliere i poveri resti dei caduti in battaglia, per dar loro sepoltura e, con quel gesto di religiosa pietà, per lanciare anche un inequivocabile messaggio di pace e di riconciliazione.

Le drammatiche – ma per certi versi epiche – immagini che ci sono giunte in questi giorni da Myanmar mi riportano alla mente quel famoso film, ridando nuova centralità alla forza della verità e all’efficacia indiscutibile della lotta nonviolenta, quel satyagraha di cui Gandhi è stato non solo il massimo teorico, ma anche il più importante ed efficace sperimentatore.

Il divieto di assembramento introdotto dalla giunta militare, come vediamo giorno per giorno,  non è riuscito affatto a fermare studenti e monaci buddisti. Al contrario, stanno aprendosi crepe all’interno della stessa giunta di governo e dell’esercito sulla repressione violenta della protesta disarmata di migliaia di birmani, che continuano anche in queste ore a mettere in pericolo la propria incolumità, affollando vie e piazze per protestare contro i militari. Intanto si è finalmente mossa l’ONU, col suo inviato, ed i governi dei vari paesi stanno valutando prudentemente – dopo anni di complice silenzio – se fare qualcosa in più che inviare equivoci messaggi di solidarietà.

Ciò che conta, però, è che la mostruosa dittatura militare – quella che nel titolo ho chiamato, con un gioco di parole,  "l’arpìa birmana" – è ormai in crisi, priva di unità al suo interno ed incapace di spegnere l’incendio pacifico che divampa a Myanmar, e che non può più essere nascosto.

Sarebbe tragico se quello cui stiamo assistendo non fosse di nessun insegnamento anche per noi, qui e ora. Per spezzare la rassegnazione all’inevitabilità della violenza e della guerra dobbiamo allora leggere quello che sta succedendo nell’ex-Birmania come un potente richiamo alla forza della resistenza nonviolenta, nella convinzione che riguarda anche noi e ricordando che, come affermava Gandhi:

"La non-violenza e la viltà vanno male insieme. Posso immaginare un uomo completamente armato che in fondo sia un vile. Il possesso delle armi sottintende un elemento di paura, se non di viltà. Ma la vera non-violenza è impossibile, se non si possiede un autentico coraggio."
 

LINGUE LIQUIDATE E LINGUE SOFFOCATE…

di Ermete Ferraro

 

Fra tante notizie stravaganti, inutili o di scarso interesse, sui giornali di oggi ne è comparsa, stranamente, una su una questione di cui i “media” abitualmente si occupano molto poco.

 “Nel mondo muoiono due lingue al mese”, strilla il titolo di un diffusissimo quotidiano gratuito nazionale, spiegando che l’allarme dei linguisti si riferisce ad una ricerca svolta dal “National Geographic”, in collaborazione col “Living tongues institute for endangered languages”).

Ebbene sì: anche se pochi lo sanno – e soprattutto ben pochi ne parlano- ogni due settimane scompare definitivamente una lingua, insieme con l’ultima persona in grado di parlarla. Si tratta di una strage silenziosa (e mai aggettivo fu più adatto…), le cui vittime non sono, come si potrebbe credere, stranissimi linguaggi di luoghi sperduti e disabitati, bensì interi repertori di civiltà, interi patrimoni culturali prima marginalizzati e poi spazzati via dalla globalizzazione galoppante.

Ovviamente, le lingue più fragili sono quelle prive di qualsiasi documentazione scritta, che assomigliano tanto a quei poveri barboni che vengono trovati morti per strada, senza niente che ne permetta almeno l’identificazione o la comprensione del perché sono finiti così tristemente.

Basti pensare alle 231 lingue aborigene australiane o alle 113 della tradizione andina ed amazzonica, la cui sopravvivenza è seriamente minacciata dalla predominanza dell’inglese.

Come cercano inutilmente di farci sapere da decenni sia gli studiosi dell’Istituto citato dal quotidiano  (www.livingtongues.org), sia tanti altri importanti centri di ricerca e di azione eco-linguistica (cito solo il noto “Ethnologue”: www.ethnologue.com, prezioso repertorio linguistico frutto del lavoro del S.I.L  www.sil.org ), non si tratta però di fatalità né di fatti privi d’importanza.

Le lingue minoritarie sono costantemente rimpiazzate da quelle dominanti, sotto il profilo politico, economico e socio-culturale. Ecco perché i due idiomi che scompaiono ogni mese si portano via con sé centinaia di generazioni di conoscenze tradizionali, codificate in quelle lingue definite “ancestrali”. Il risultato di questa strage di saperi è che, allo stato, la metà circa delle lingue presenti attualmente sul nostro pianeta sono destinate a dissolversi nel nulla entro il prossimo secolo, ad una velocità che supera quella di estinzione di qualsiasi altra realtà vivente, come risulta evidente dalla tabella che accompagna lo studio di David Harrison “When Language Die”, pubblicato nel 2007 dalla S.I.L.

Più del 40% delle lingue attuali sarà scomparso tra cento anni, mentre  percentuali molto minori di tipologie in via d’estinzione riguardano i pesci (5%), le piante (8%), gli uccelli (11%) ed i mammiferi (18%).  Ma attenzione, se facciamo benissimo a preoccuparci della sparizione progressiva di queste forme di vita animali e vegetali, e quindi dell’allarmante perdita di biodiversità che minaccia la sopravvivenza del nostro stesso pianeta, non possiamo pensare che la scomparsa di intere tradizioni e patrimoni etno-linguistici sia del tutto ininfluente nell’economia generale degli equilibri mondiali.

Da anni, non a caso, ho cercato di approfondire questo aspetto particolare dell’ecologia – chiamato appunto “ecologia linguistica” – nella profonda convinzione che sottovalutare questi fenomeni di cancellazione delle identità culturali sia un grave errore. Un errore che, purtroppo, conferma la frattura esistente tra una visione esclusivamente scientifica dell’ecologia (che si ferma allo studio della perdita di diversità biologica ed a soluzioni da contrapporvi per riequilibrare il carico ambientale del pianeta) ed una che, invece, potremmo chiamare “ecologia umana”, a sua volta comprensiva di quella “social ecology” di cui abbiamo tanto bisogno.

Ho affrontato questo aspetto in un mio breve saggio e per leggerlo, essendo inedito, basta accedere alla pagina della bio-biblio-sitografia del mio website (www.ermeteferraro.it/aboutme.htm ) e cliccare sul titolo “Voci soffocate”(2004). In questo scritto ho chiarito quello che credo sia un impegno prioritario per chiunque abbia a cuore che la predominanza massificante ed omogeneizzante di un unico modello socio-culturale non spazzi via ogni diversità culturale ed ogni possibilità stessa di pensiero divergente da quello dominante.

Nello stesso saggio ho sottolineato, poi, che non ci sono solo le lingue che il SIL definisce “moribonde”, ma anche quelle messe in pericolo e/o seriamente danneggiate dalla globalizzazione dei cervelli, prima ancora che delle merci.  E’ il caso di lingue anche importanti e per nulla “minoritarie”, come il nostro Napoletano, per le quali è indispensabile una legge di tutela e di valorizzazione, senza la quale continueremo ad assistere al tragico declino di un intero mondo di pensieri, di sentimenti e di comportamenti, e non solo ad un mucchio di parole “dialettali”.

Ma questa è un’altra storia, e ne parlerò un’altra volta.

Chi voglia approfondire subito questo problema, può comunque consultare il sito dell’Istituto Linguistico Campano (www.ilc.it ), leggendo e commentando anche gli articoli "postati" sul suo blog.

 

di erferraro • Inviato su Senza categoria • Contrassegnato da tag

NON FIORONI, MA OPERE DI BENE…

                                                                                            di Ermete Ferraro

 

E’ francamente sconcertante constatare che la c.d. riforma “progressista” della scuola  – che segue a ruota la precedente riforma c.d. “conservatrice” – riesca a produrre ulteriore confusione e contraddizioni nella mente di chi anche questo settembre è andato a scuola convinto di essere un insegnante, scoprendo però che sono nuovamente cambiate le regole del gioco. E’ sicuramente apprezzabile che chi guida la scuola italiana si preoccupi di evitare l’invecchiamento – e relativa sclerosi – del cervello dei docenti, mantenendolo costantemente sveglio e in esercizio con questi giochini di attenzione e di prontezza.

A Napoli, l’attitudine che probabilmente si vorrebbe suscitare nei docenti con questi “test” sarebbe sintetizzata più efficacemente citando il detto popolare: “attaccà ‘o ciuccio addò vô ‘o patrone”, visto che l’aggiornamento previsto per un docente sembra consistere principalmente nell’adeguamento del proprio lessico professionale alle direttive del Ministro in carica.

Vero è che oggi non va più di moda parlare di “direttive” e di “programmi” in senso prescrittivo, ma piuttosto  – senz’altro più elegantemente e democraticamente…- di “indicazioni nazionali ”.  La sostanza, però, non cambia ed anche io – come migliaia di docenti vecchi e nuovi, esperti o incerti, stagionati o alla prima esperienza – in questi giorni mi sono trovato a spendere parecchie ore nella lettura, interpretazione e commento del Documento del Ministro della P.I.      Ebbene, al di là della condivisione di alcune premesse ed affermazioni generali e dell’ovvia soddisfazione per il superamento di alcune “trovate” della precedente responsabile dell’Istruzione (tornata pubblica, se non altro nell’intestazione del Ministero), lo sconcerto mi ha assalito ben presto, di fronte a queste ennesime indicazioni. Lasciando stare le possibili considerazioni critiche sul suo impianto generale e sulla strutturazione dei cicli, mi colpisce la sconcertante incongruenza tra premesse dichiarate e proposte avanzate.

Già il precedente governo di centrodestra era stato capace di partorire una riforma della scuola italiana che, ben lungi dall’enfatizzare valori tradizioni e specificità nazionali, aveva addirittura ridotto le ore d’insegnamento della lingua italiana, cancellato di fatto la storia antica dalla scuola media e sbriciolato la vecchia “Educazione Civica” in una miriade di “educazioni” frammentarie, da ospitare, non si sa come, in un curricolo orario che non le prevedeva affatto.

Il Ministro Fioroni, invece, aveva esordito presentando la sua riforma della riforma con alcuni suggestivi slogans, fra i quali tutti ricordano quello sul ritorno all’apprendimento della grammatica, della storia e della geografia, in sostituzione delle “tre I” morattiane.  Molti docenti, allora, avevano tirato un bel sospiro di sollievo, sperando di tornare ad una centralità di saperi e competenze meno artificiosamente tecnologiche e globalizzanti e più vicine al contesto reale di tanti nostri alunni. Un contesto, non dimentichiamolo, in cui non l’Inglese, ma l’Italiano, continua troppo spesso ad essere la prima lingua straniera comunitaria; in cui l’Informatica s’identifica per tanti studenti quasi solo con i videogiochi del computer, per non parlare poi dell’Impresa, che a molti fa venire in mente, più che la creazione di qualificati posti di lavoro, la quasi eroica sfida che un sacco di persone devono affrontare ogni giorno per trovarlo, un lavoro qualsiasi…

Ecco, però, che se vai a leggerti bene le Indicazioni Nazionali dell’onorevole Fioroni, scopri invece che alla scuola media la grammatica è già data per appresa dagli alunni durante gli anni delle elementari; che l’unica storia che sembra oggetto di studio alle medie e quella che va dal Medioevo ad oggi, dedicando al ‘900 addirittura l’intero terzo anno, e che la revisione dei programmi di geografia di un governo “progressista” ha addirittura messo in ombra gli aspetti più specificamente “economici” di tale disciplina.

Dopo aver parlato tanto della centralità della “grammatica”, nei programmi del triennio delle medie sembrano sparite del tutto la fonologia, la morfologia e l’analisi della struttura e delle funzioni della frase semplice.  Vogliamo davvero far finta che siano già state imparate alle elementari, quando la realtà quotidiana ci presenta sempre più casi in cui occorre partire dall’alfabetizzazione di base degli alunni?

E poi, si dedica ben poco spazio alle evoluzioni lessicali della lingua italiana ed allo studio del processo comunicativo e dei suoi disturbi, finendo col mettere definitivamente in soffitta l’impostazione che vedeva nello studio delle lingue soprattutto l’occasione per una più generale educazione alla comunicazione.

Mi sembra assurdo che la presentazione delle vicende storiche e della loro lettura critica nella scuola media continui a dare per scontata la conoscenza delle civiltà antiche e classiche, come se bastasse un’infarinatura “elementare” su queste fondamentali epoche storiche, pressati dall’urgenza di focalizzare l’attenzione sul solo Novecento, anche a costo di non comprenderne le radici nel periodo illuminista e nelle varie “rivoluzioni” tecnologiche e nelle precedenti scoperte geografiche.

Ancora più paradossale è che questa nuova riforma della scuola di base finisca col mutilare la Geografia proprio del suo aspetto più stimolante e critico, cioè quello economico, non mettendo neppure in discussione il fatto che di modelli di sviluppo ce ne sono tanti e che scoprire le diversità geografiche non è solo una questione di differenze territoriali e/o culturali, ma anche di disparità e disuguaglianze stridenti.  E’ solo un caso, oppure si cerca di esorcizzare la constatazione che quello che accettiamo supinamente da un secolo è la causa prima delle ingiustizie, dei conflitti armati e dei disastri ambientali, trattati come fenomeni a parte, cui porre saggiamente rimedio, magari grazie al provvidenziale progresso tecnologico-scientifico?

Insomma, ci voleva proprio un governo di centrosinistra per dare la mazzata definitiva all’insegnamento dell’Italiano come “educazione linguistica”, a quello della Storia come percorso complesso e concatenato di cui la contemporaneità è solo il punto d’arrivo provvisorio, ed a quello della Geografia come introduzione ad una mentalità consapevole e critica sul concetto di sviluppo e sul problematico rapporto uomo-ambiente?

Ma, dopo tutto (per parafrasare una nota canzone di Bennato): Sono solo indicazioni…

 

 

 

 

di erferraro • Inviato su scuola • Contrassegnato da tag

LAVAVETRI E LAVACOSCIENZE

                                   di  Ermete FERRARO

 

Ogni volta che apro il quotidiano, durante le vacanze estive, ho sempre la strana sensazione di trovarmi davanti il giornale dell’anno prima, o forse di qualche anno fa, tanto le notizie e la loro esposizione in versione “estiva” tendono ad assomigliarsi spaventosamente. Che so: i soliti incendi boschivi, i soliti delitti inspiegabili, il solito gossip sulle vacanze dorate dei VIPs, le solite polemiche balneari tra leaders di partito, e via discorrendo.

Eppure, anche in questo monotono e provinciale quadro della c.d. “informazione”, talvolta spunta qualche vicenda un po’ particolare o quanto meno originale. Naturalmente anche questo rientra nel teatrino sempre aperto della politica nostrana, il cui “cartellone” estivo non può fare a meno di prevedere il lancio improvviso di questioni serie, che in quel clima si trasformano però in “querelles” un po’ stupide, ma capaci di punzecchiare i vari esponenti della scena politica.

Ecco allora che questi si sentono di fatto costretti a dire la loro nel merito, salvo verificare subito dopo che si tratta di un punto di vista del tutto diverso, se non opposto, rispetto a quello di coloro che dovrebbero esserne gli alleati di coalizione o, addirittura, i compagni di partito: aspetto questo che lascia molto soddisfatti i giornalisti “provocatori”, ma un po’ meno quelli che credevano di aver scelto un’alleanza che avesse un minimo di coerenza al suo interno.

Beh, questa volta è toccato alla vicenda dell’assessore-sceriffo di Firenze, che ha deciso di bandire i lavavetro dagli incroci della sua città, probabilmente in nome della sicurezza nazionale e prospettando il loro immediato arresto, in flagranza di spugna insaponata ed aggeggio per detergere i parabrezza…

Per chi non mi conosce, mi tocca precisare che, sebbene io sia tollerante ed accogliente per natura e per scelta politica, non sono affatto dell’idea che ogni abuso o attività irregolare o illegale possa essere…lavata via utilizzando il comodo – ed ipocrita – detergente del buonismo giustificazionista che, anche in questo caso, è venuto a galla, sia tra gli amministratori ed esponenti di partito, sia tra la gente comune intervistata dai media.

Non ho mai pensato che trincerarsi dietro il pietismo dei “poverino, che cos’altro potrebbe fare?” servisse a qualcosa, se non a perpetuare abusi e illeciti, includendoli nell’orizzonte rassicurante, ma piuttosto farisaico, di una “società civile” che non vuole prendersela con gli anelli più deboli della catena, ma che d’altra parte si guarda bene dal prendere di petto i burattinai e gli “anelli forti” delle varie attività illegali o marginali, che ci siamo ormai maledettamente abituati a considerare parte del panorama cittadino.

Sta di fatto, però, che questa “querelle” sui lavavetri – ovviamente dando per scontato che si tratti sempre e soltanto di “extracomunitari” o di etnie nomadi – puzza parecchio di demagogia xenofoba e, per il risalto che ha avuto sui media a causa della prevista imputabilità penale di chi compie tali attività, ha alimentato una giostra di cretinate amministrative e di assurdità giuridiche.

Ma come – si chiede giustamente il cittadino qualunque di una città come Napoli – viviamo in mezzo ad ogni tipo di abusi, illegalità e vere e proprie violenze quotidiane e c’è chi se la piglia con stranieri e zingari che cercano di fare soldi lavando i vetri delle auto ai semafori? E poi, addirittura arrestarli !…

Siamo assediati ogni giorno da grosse ed ingombranti auto che, dopo averci rubato l’aria, ci rubano anche i marciapiedi, i passaggi pedonali, gli scivoli per disabili ed ogni spazio rimasto libero, e noi ce la prendiamo con chi "estorce" qualche centesimo per lavare via insettini, polvere e fango dai loro preziosi parabrezza ?

Nelle nostre strade e piazze si compra e si vende abusivamente, si espongono alimenti senza precauzioni igieniche, si vendono cibi scaduti, si spaccia droga e si continua a praticare il parcheggio abusivo; si scippa e ci si lancia allegramente bottiglie tra ubriachi e c’è chi lancia l’allarme per le torme di rumeni e marocchini che presidiano i semafori con le loro spugne gocciolanti?

Dice: sì, ma dietro quei poveracci c’è il racket che ci si arricchisce! C’è la delinquenza organizzata che pianifica e spartisce il territorio fra quei dannati della terra, sfruttandone la miseria… Perbacco, che acume! Che inflessibile senso della legalità! Peccato, però, che Lorsignori se ne siano accorti solo adesso, dopo aver tollerato per decenni il contrabbando di sigarette, i parcheggiatori abusivi, lo spaccio, la vendita abusiva per strada di qualunque cosa immaginabile – dalle armi ai fuochi d’artificio, dai telefonini ed ai computers portabili rubati ad alimenti di dubbia origine ed igienicità…

Peccato che non si siano accorti, invece, di tutti gli onesti negozianti che non rilasciano gli scontrini fiscali; dei prestigiosi luminari della medicina che i soldi degli onorari – ovviamente non fatturati – li lasciano toccare solo alle loro segretarie; delle operazioni finanziarie di dubbia liceità, delle speculazioni edilizie e finanziarie e di mille altri traffici ed imbrogli sotto gli occhi di chi tutti.

A quanto pare, però, va tutto bene. Resta solo da fare pulizia dei lavavetro abusivi ai semafori ed abbiamo ristabilito la legalità…!

Ma perché non proviamo, invece, a lavare un po’ i vetri appannati e sporchi dei palazzi del potere? Perché non cominciamo a ristabilire innanzitutto un po’ di quella "trasparenza" amministrativa di cui troppo spesso si avverte la mancanza, tra privilegi di casta, compromessi, favoritismi e corruzione?  Il fatto è che alla "glasnost" di un’amministrazione pubblica intesa come "casa di vetro" tanti politici – e tanti cittadini che li hanno votati – preferiscono piuttosto "lavarsi la coscienza" con provvedimenti assurdi e improvvisati, oppure semplicemente "lavarsene le mani", cercando di non impicciarsi troppo di quello che gli succede intorno.

 

 

 

 

 

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