RESPONSABILITA’ VS RASSEGNAZIONE (1)

imagesE’ da un po’ che mi sento poco stimolato a scrivere qualcosa. Eppure gli argomenti e gli spunti non mancano, come sa bene chi voglia dare almeno un’occhiata ai quotidiani e non sia del tutto “out” rispetto ad una serie di fatti di cronaca, politica e non, che i media ci sbattono in faccia. Quello che sembra essere sopravvenuto, nel mio caso, non è disinteresse per ciò che sta capitando, semmai una specie di saturazione, stanchezza e fastidio per una realtà che avverto sempre più lontana ed ostica. Una sorta di rigetto verso il miscuglio di malignità e d’imbecillità che sembra caratterizzare il nostro tempo, dal quale il futuro sembra essere stato bandito e la responsabilità cancellata.
Lo so, è una valutazione pesante. Ma il fatto di essere in prima persona coinvolto ed impegnato in ambienti e situazioni molto diverse – la scuola, l’ambientalismo, il lavoro sociale quello nell’ambito della chiesa – se non mi consente impossibili generalizzazioni, mi permette di guardarmi attorno in modo più ampio, ovviamente all’interno del tormentato contesto territoriale ed umano nel quale mi tocca di vivere.
E’ questa, infatti, la prima domanda che sorge spontanea, e non credo solo nella mia testa: è mai possibile che in questo bene/maledetto pizzo della Terra si siano concentrate tutte le contraddizioni, le inefficienze e le malefatte dell’umana specie, vanificando di fatto condizioni ambientali e risorse umane che potrebbero essere considerate ideali? Sui nostri capi pende forse qualche arcana e remota maledizione, visto che tutto sembra andare per il verso contrario, a dispetto di premesse favorevoli?
Ovviamente la situazione è molto più complessa di ciò che appare e certi problemi sono chiaramente sintomo di mali molto più ampi, diffusi e generalizzati. Allo stesso modo, alla faccia del catastrofismo che trasuda dalle cronache, è innegabile l’esistenza d’una realtà alternativa: attiva, laboriosa e combattiva, fatta di tante persone “toste”, che non hanno nessuna intenzione di mollare e che persistono nel loro quotidiano impegno, anche se pochi sembrano accorgersene e se nessuno le gratifica di un qualsiasi riconoscimento.
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RESPONSABILITA’ VS RASSEGNAZIONE (2)

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Sta di fatto, comunque, che svegliarsi ogni giorno in una città come Napoli e dover uscire la mattina per andare a fare (o cercare…) il proprio lavoro è molto più stressante e frustrante di quanto accadrebbe in altri posti dove ogni cosa non costituisce un problema e non si è costretti a cominciare sempre daccapo…
Non mi riferisco a questioni pesantemente strutturali come la disoccupazione endemica, una pervasiva criminalità organizzata oppure la struttura urbanistica asfittica di una città saccheggiata e depredata. Non sto pensando neppure ai terribili rischi sismici e vulcanici che, anche di recente, qualcuno ha voluto sbattere sul muso di troppi distratti ed incoscienti abitanti di un territorio di cui non riescono a diventare davvero cittadini, abituati come sono ad esorcizzare tutti i rischi – dalle catastrofi c.d. naturali agli incidenti sul lavoro – facendo ricorso a rituali scaramantici e rispolverando un fatalismo atavico.
Mi riferisco piuttosto alle quotidiane piaghe che affliggono il corpo di Napoli: il traffico convulso ed irrazionale, l’abusivismo a tutti i livelli, il pressappochismo colpevole di troppi tecnici ed amministratori pubblici, la dispersione scolastica, il caos degli ospedali e le mille altre facce di una precarietà esistenziale assurta a regola di vita ed accompagnata da una generalizzata fuga dalla responsabilità e dal rigore morale.
Eppure non è che manchino stimoli positivi ed appelli autorevoli, a partire da quelli della Chiesa e di tante istituzioni e realtà associative che si spendono quotidianamente per invertire questa tendenza e per prefigurare scenari diversi per le nostre comunità. Fatto sta che esortazioni ed ipotesi alternative non sono sempre accompagnate da azioni continuative e, al tempo stesso, capaci di coinvolgere sempre più persone in un processo di cambiamento che tutti sembrano ritenere necessario, ma non per questo riesce a diventare una prospettiva credibile e concreta.
Che fare allora? Non esistono certo formule né ricette valide e sicure, ma penso sia evidente che il primo elemento sul quale occorre far leva è il richiamo alla dignità, personale e collettiva, di chi non si sia rassegnato definitivamente a tale situazione. E’ un po’ come quando un insegnante deve darsi una strategia educativo-didattica per affrontare i sempre più frequenti casi in cui alunni/e provino un autentico rifiuto della scuola, per le sue regole, per le sue proposte e per i suoi valori.
E’ inutile ricorrere a prediche, minacce o lusinghe: il contrasto è troppo marcato ma, d’altra parte, non è possibile che la scuola rinunci al suo compito formativo o, peggio, si rassegni ad inseguire la realtà, magari ricorrendo a segnali ambivalenti. Il primo passo non può essere che quello della disponibilità e dell’apertura alle esigenze di questi minori ed al loro disagio. Ma poi bisogna trovare il modo per riattivare le loro risorse personali ed il senso di autostima di ciascuno/a, proprio perché la dignità è la base per un comportamento più autonomo e responsabile, e nel contempo meno condizionato da un ambiente sfavorevole e malsano.
Allo stesso modo, probabilmente, bisognerebbe affrontare le problematiche della nostra città, cominciando a restituire ai suoi abitanti la dignità di cittadini che contano, che sono interpellati prima di decidere, che non debbano sentirsi né blanditi né minacciati, ma autenticamente serviti da chi si è proposto per rappresentarli ed amministrarli. Ecco perché la responsabilità personale ed il senso della comunità restano obiettivi irrinunciabili per un uscire dalla palude della rassegnazione e recuperare la speranza in un futuro possibile.

© 2010 ERMETE FERRARO

RESISTENZA NONVIOLENTA CONTRO LA NUOVA BARBARIE

NONAZIIn questi giorni Napoli ricorda la gloriosa pagina della sua storia (le “Quattro Giornate”) come il caso clamoroso di una città disperata e lacerata dalla guerra e dall’occupazione militare che, già nel 1943, seppe liberarsi – da sola e definitivamente – dal feroce giogo nazi-fascista.
Sotto i ponti sono passati ormai decenni di subdolo revisionismo storico, di smarrimento progressivo dell’identità antifascista e di cancellazione della memoria stessa della resistenza popolare alla barbarie nazista. Basta guardarsi intorno e gettare un’occhiata ai giornali per verificare, d’altra parte, che Napoli è ancora caratterizzata dal degrado – non solo urbanistico-ambientale ma anche sociale e culturale – e dallo spegnersi della coscienza civile e comunitaria, a causa di troppi anni di malgoverno bipartisan e conseguente rigurgiti di qualunquismo e populismo.
Se poi s’inquadra la situazione napoletana nel contesto di un’irrisolta – ora addirittura negata – “questione meridionale” e di un’allarmante deriva neoconservatrice, c’è davvero poco da stare allegri, soprattutto se non riesce finora a profilarsi nessuna credibile alternativa. Ma al male non c’è mai un limite preciso, e non è detto che al termine di una discesa ci sia il piano e non un’altra penosa discesa…
Per restare alla cronaca politica di Napoli, ad esempio, di nuovo c’è che a Materdei – una delle basi della resistenza popolare delle Quattro Giornate e quartiere in cui dal dopoguerra ad oggi opera e “resiste” anche la “Casa dello Scugnizzo” di Mario Borrelli – ha dovuto recentemente subire l’onta dell’occupazione di un vecchio convento da parte dell’organizzazione neofascista “CasaPound Italia”, che da quella fatiscente roccaforte ha ritenuto di lanciare vetuste parole d’ordine e messaggi demagogici, facendo leva però su questioni tragicamente gravi ed irrisolte come quella della casa.
Ecco allora che in questi stessi giorni – in occasione dell’anniversario delle Q.G. di Napoli – sono scesi in piazza migliaia di cittadini, associazioni e movimenti per protestare contro questa presenza inquietante e provocatoria in un quartiere tradizionalmente antifascista. Sono sfilati cortei, sono a caso utilizza il linguaggio dei movimenti antagonisti (centro occupato, autogestione dei servizi etc.) per sventolare su un quartiere disastrato e dimenticato vecchie bandiere e finte intransigenze.
Il guaio è che se c’è chi vorrebbe fare “ ‘o gàllo ‘ncopp’’a munnézza “ è perché – dopo decenni di chiacchiere, promesse e rutilanti progetti di risanamento e recupero ambientale e sociale – di “munnezza” (in senso proprio e in quello traslato…) nei quartieri popolari ce n’è ancora troppa.
Certo, che a troneggiare sui rifiuti sia ora un gallo nero è senza dubbio cosa grave ed evidente segno che “mala tempora currunt”.  Credo però che non possiamo fare a meno d’interrogarci su che fine hanno fatto, nel frattempo, sia quelli che blateravano del Nuovo Rinascimento di Napoli, sia quegli altri che andavano sbandierando alternative più o meno radicali.
Il diritto alla casa ed al lavoro non sono rivendicazioni rivoluzionarie, ma semplici presupposti del vivere civile ed ovvi antidoti ad una endemica mentalità clientelare e malavitosa. Quando Mario Borrelli, negli anni ’50 e ’60, portò avanti testardamente – e costantemente isolato – le sue lotte con la gente e per la gente, perché si assicurassero un’educazione decente ai ragazzi di strada e case vivibili ai baraccati – non aveva in mente nessuna rivoluzione epocale, ma un elementare principio di sviluppo civile della comunità e di rispetto dei basilari diritti umani.
Eppure, più di quarant’anni dopo, c’è ancora qualcuno che pensa di poter cavalcare la tigre di disagio incancrenito della popolazione dei quartieri popolari, costantemente tradita dalla peggiore politica e cinicamente strumentalizzata, per affermare con toni populisti improbabili avanguardie.
Certo, fanno bene i cittadini e le realtà collettive di Materdei a scandalizzarsi per una presenza neofascista strumentale e provocatoria, ma è meglio mettersi in testa che il tempo degli slogans è passato e che alle farneticazioni neonaziste non si può più rispondere con vecchie e consunte parole d’ordine di segno opposto, pretendendo, ancora una volta, di parlare in nome della “gente”.
La verità è che “la gente” non sa che diavolo farsene delle chiacchiere, se poi i fatti le smentiscono puntualmente, tradendo la sua fiducia e confermando tragicamente l’atavico qualunquismo del “fanno schifo tutti quanti” !
E’ certamente legittimo indignarsi se – a 65 anni dal crollo del fascismo – c’è ancora chi crede di poter lanciare da un convento occupato proclami in stile “repubblica sociale”, rimasticando un anticapitalismo autarchico mescolato con un mai sopito razzismo e nazionalismo di fondo, adoperando toni tra la dissacrazione futurista e la vecchia retorica da figli della lupa. Ma lasciatemi dire anche che il vero problema non è – se ancora qualcuno non se n’è accorto – il manipolo di audaci avanguardisti che realizzano “occupazioni non conformi” di stabili che il Comune si è scordato da decenni e cui nessuno si è degnato finora di trovare destinazioni “sociali”.
Il problema reale credo che sia, invece, quello di una ritornante ed incalzante barbarie – come giustamente la chiama lo storico della nonviolenza Giuliano Pontara. Essa è figlia di quella nazifascista e contro di essa l’unica cosa da fare (più che urlare o scrivere sui manifesti…) è organizzare una resistenza vera, popolare civile e nonviolenta, proprio come quella delle Quattro Giornate di cui festeggiamo l’ennesimo, ma ormai vuotamente retorico, anniversario.
La “nuova barbarie nazista”, cui il citato ricercatore per la pace contrappone la necessaria riscossa dell’antibarbarie – è sinteticamente riassumibile in 8 punti:
  1. la lotta per la supremazia mondiale
  2. il diritto assoluto del più forte
  3. lo svincolamento della politica da qualsiasi limite morale
  4. l’elitismo
  5. il disprezzo per i deboli
  6. la glorificazione della violenza
  7. il culto dell’obbedienza assoluta
  8. il dogmatismo fanatico.
Ebbene, basta rileggere questo elenco con un po’ di attenzione per accorgersi che di specificamente e storicamente classificabile come “nazista” resta ben poco (l’elitismo, l’obbedienza cieca, il dogmatismo…), mentre è evidente che il “pensiero unico” impostoci dal modello americano, nella versione globalizzata dal “Grande Fratello” mediatico, si ritrova tutto negli altri cinque punti… Insomma, dopo oltre mezzo secolo dalla nostra “liberazione” dal nazifascismo, quello che i cosiddetti “Alleati” ci hanno lasciato in eredità sono centinaia di basi militari ed i capisaldi di una civiltà contrabbandata come “democratica”, ma frutto di un’ideologia improntata all’imperialismo mondiale, al trionfo del forte “vincente” sul debole “perdente” ed all’esaltazione della guerra e della violenza come indispensabili strumenti per combattere e schiacciare il nemico di turno della c.d. “Libertà”, cui altri – sotto l’egida statunitense e NATO – vanno intitolando “case” e “partiti”…
E la Sinistra ? In Italia ed in Europa, più che interrogarsi leninianamente sul “Che fare?”, se è capace di sana autocritica, può ormai solo chiedersi: “Che cosa avremmo dovuto fare?”.
E il variopinto mondo dell’associazionismo, delle organizzazioni di volontariato, delle mille sigle che hanno banalizzato e “onlusizzato” il lavoro sociale di base a forza di progetti e di convenzioni e gare d’appalto, che diavolo di fine hanno fatto ? Lo stesso associazionismo cattolico-operaio, una volta saldamente radicato nei quartieri popolari napoletani, dove sarà mai finito?
In aree come quella di Materdei si tocca con mano il trasformismo dei vecchi notabili democristiani e social-opportunisti, riciclatisi in una mediocre classe dirigente locale – destrorsa e meridional-leghista – sulla quale si vanno non a caso a sovrapporre i neo-avanguardisti, che sono andati a scomodare il modernismo del povero Ezra Pound per darsi una verniciata alternativa e romantica.
Uno degli aforismi attribuiti a Pound, sul quale mi sento di concordare, è : “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui." E’ per questo che,per contrastare la neo-barbarie in cui viviamo, possiamo solo contrapporre la nostra ferma determinazione a lottare per le idee (di giustizia sociale, di etica della politica, di dissacrazione della violenza e di disobbedienza civile all’ingiustizia e alla guerra) nelle quali crediamo davvero.
 

“UNHAPPY, UNLOVED AND OUT OF CONTROL”

 

“Infelici, non amati e fuori controllo…”

                      di Ermete Ferraro

 

E’ questo il titolo “sparato” sulla copertina dell’ultimo numero dell’edizione europea del settimanale “TIME”, sormontato da un volto da adolescente arrabbiato, giusto al centro della bandiera britannica. Il sottotitolo dell’articolo (“Mean Streets” di Catherine Mayer) esplicita il riferimento alla “epidemia di violenza, criminalità e ubriachezza” che sta colpendo la gioventù inglese, costringendo un po’ tutti ad interrogarsi sulle vere cause della devianza minorile.

Se stessi al governo sarei davvero preoccupata, non delle bombe terroristiche ma proprio di questo” – ha dichiarato in proposito Camila Batmangelidih, fondatrice dell’organizzazione “Kids Company”, creata nel 1996 per sostenere i “ragazzi soli”, cioè quelli che vengono su senza poter contare su un genitore o un tutore che se ne assuma la responsabilità. Da recenti inchieste (promosse da IPPR, UNICEF, WHO) è emersa infatti una situazione disastrosa, che vede il Regno Unito al primo posto della classifica del disagio giovanile, con un 27% di quindicenni inglesi che si sono già ubriacati 20 o più volte; un 35% della stessa età che ha fatto uso di droghe c.d. “leggere” ed un 40% di ragazze (contro un 35% di ragazzi) che hanno già avuto rapporti sessuali, per il 15% senza nessuna precauzione. Negli ultimi tre anni, infine, un’analoga percentuale di minorenni (37%) sono stati protagonisti di atti di violenza.

Ma che cosa sta succedendo? E poi, come vanno le cose da noi?

Certo, chi vive come me in una città-problema come Napoli – e lavora in mezzo ai ragazzi di un quartiere popolare del suo centro antico – lo sa bene che le cose vanno male e, nella percezione della gente, sempre peggio. Certo, i teenagers inglesi saranno più frequentemente “fatti”, violenti e maggiormente portati al teppismo di gruppo tipico delle bande giovanili, ma purtroppo i ragazzi costretti a convivere col degrado umano e sociale dei nostri vicoli non stanno certo meglio né reagiscono in maniera molto diversa.

“Infelici, non amati e ormai fuori controllo” – recita il titolo dell’articolo del TIME – facendo al tempo stesso una denuncia allarmata ma anche una preoccupata diagnosi  di una situazione contrassegnata dall’abbandono dei giovani a se stessi, alle loro frustrazioni ed alla loro cieca rabbia contro tutto e tutti.

Basterebbe capovolgere quel titolo per darsi una risposta: i nostri ragazzi (siano nati a Liverpool o ad Arzano…) hanno bisogno di qualcuno che gli restituisca la speranza, che sappia amarli ma anche ristabilire quei “limiti” che sono tragicamente stati spazzati via dal colpevole lassismo di chi aveva troppi sensi di colpa per esercitare il ruolo di padre/madre e di maestro/maestra.  Già, perché non può essere “felice” un ragazzo che si trovi ad esercitare una libertà irresponsabile o diritti cui non corrispondano doveri, ma piuttosto chi sa di essere amato ed accettato, ma proprio per questo è stato inserito in un contesto di regole e garanzie sociali.

Mi venivano in mente le parole di don Luigi Merola – il prete-coraggio di Forcella – che è venuto venerdì scorso a parlare coi ragazzi della mia scuola della sua esperienza di uomo e di sacerdote che non si vuole arrendere all’odiosa e stupida violenza della camorra.  Guardavo quel centinaio di facce mentre seguivano, sinceramente colpiti e provocati dall’affascinante discorso di chi ha saputo guardare negli occhi il degrado economico, sociale e morale della sua parrocchia, denunciandolo, ribellandosi e cercando di avviare delle alternative concrete all’interno della comunità di cui era stato chiamato ad essere il “pastore”.

Certo, fra i ragazzini plaudenti c’erano anche figli di pregiudicati, bambini cresciuti nell’assenza totale di valori e di riferimenti certi, “soggetti difficili”, come si usa dire, di cui mi capita spesso di occuparmi come operatore socio-educativo, che vanno dall’estremo dell’apatia rassegnata e passiva a quello di una rabbia violenta e di comportamenti oppositivi e devianti.

Eppure mi è sembrato che quegli applausi e quei sorrisi alle battute di don Luigi fossero in qualche modo sinceri e, in qualche modo, liberatori.

I ragazzi hanno bisogno di figure autorevoli, di persone coerenti, di gente affidabile e, soprattutto, di genitori e insegnanti che si sforzino di fare il loro difficile mestiere.

Certo, l’alone del “personaggio” venuto a trovarli ha giocato il suo ruolo fascinatorio, ma io so bene – perché lo sperimento ogni giorno, in mezzo a delusioni e momenti di sconforto – che quei ragazzi hanno ancora dentro qualcosa di buono e di grande, che va tirato fuori e rianimato, prima che sia troppo tardi.

Cesare Moreno, il maestro di strada che ho citato nel mio intervento in occasione dell’Epifania, augurava a noi professori di avere una voce “forte, suadente e sicura”, per farci ascoltare “nel chiasso di una civiltà che rumoreggia”. 

Sì, caro Cesare, è proprio vero: “montagne di arroganza, cattive maniere, presunzione e aggressività” seppelliscono la gioia di vivere e di crescere di troppi giovani. Ed è proprio per questo che dobbiamo avere la pazienza di aspettare che “i fiori sboccino quando ancora le gemme sono sepolte sotto il letame” .

Di fronte a ragazzi “infelici, non amati e senza controllo” non servono le strategie di una mentalità esclusivamente “sicuritaria”, preoccupata solo di arginare gli effetti devastanti del disagio, ma non di affrontarne e rimuoverne le cause.

Per fare gli educatori bisogna avere fiducia – scriveva don Lorenzo Milani – perché “non si può fare l’educatore e non fidarsi. Prima di tutto perché è un obbligo morale, un impegno davanti a Dio […] e poi perché un educatore ha sempre delle soddisfazioni piccole o grandi e sa vedere i segni di speranza e di onestà dove gli altri non vedono…” (1965).

E allora via: domani è lunedì e comincia un’altra settimana di questa avventura educativa, con i suoi alti e bassi, con le sue sorprese belle e brutte. D’altra parte, per citare ancora don Milani, per chi fa questo mestiere “…prenderlo in tasca è il suo destino e il suo dovere, ma non sempre, qualche volta lo prendono in tasca gli altri e il ragazzo malvisto  da tutti si rivela un gran galantuomo, un adulto generoso e leale…”

E così sia !

 

 

VERSO LA “WELFARE CHURCH” ?

                                                   di Ermete Ferraro 

  Un articolo apparso su “la Repubblica” di lunedì 17 dicembre ha il merito di aver affrontato un problema molto delicato, di cui però si parla poco: il ruolo della Chiesa come “sostituto” di uno Stato sempre più latitante e carente in campo assistenziale.

Mentre altri media sembrano solitamente interessati più che altro a sottolineare i “privilegi” fiscali e le “attenzioni” riservate da chi ci governa ai soggetti che orbitano nel mondo cattolico, lasciando intravedere interessi più o meno legittimi dietro questo modo compiacente di trattare con esso, va riconosciuto a “Repubblica” – e soprattutto a Curzio Maltese che ha firmato l’articolo – il merito di aver trattato con chiarezza ed efficacia il vero problema sotteso al “grande obolo di Stato” alla Chiesa.

Non si tratta tanto, in effetti, del lobbyismo dei vescovi o della rincorsa delle forze politiche al voto dei cattolici (che, a quanto pare, incide ormai in misura piuttosto ridotta…), bensì di un “…tacito patto per cui, mentre lo stato smantella pezzo per pezzo il welfare, la chiesa s’incarica …di tappare le falle più evidenti e arginare la massa crescente degli esclusi, senza più diritti, garanzie, protezione”.

Chi vive nelle grandi città, in particolar modo,conosce bene il popolo di poveri e derelitti che ne affolla le strade (immigrati irregolari, senzatetto, vagabondi, nomadi, tossici, alcolisti, ex-carcerati, disoccupati storici, vecchi soli e abbandonati, malati di mente…), cui i servizi di assistenza pubblica offrono poco o nulla. Viceversa, il volontariato e gli enti benefici e di “caritas” della Chiesa cattolica sembrano restare quasi i soli a dare loro una qualche risposta, in termini di accoglienza, ricovero, solidarietà e conforto, materiale e morale.

Se, da un lato, ciò dimostra che l’unica istituzione che “regge” nel nostro Paese rimane quella fondata sui principi evangelici e sui pilastri di una fede che da due millenni sa ancora diventare speranza e concreta carità, d’altra parte non si può fare a meno di riflettere sulla sconfitta di uno stato sempre meno capace di garantire diritti e doveri per essere la forza dei deboli, cioè la manifestazione istituzionale di una comunità degna di questo nome.

Lo smantellamento progressivo del welfare state – grazie ad una visione ultraliberista che ha aggiunto solo nuove povertà a quelle tradizionali – avrebbe dovuto, almeno in teoria, trovare un risvolto ed un ammortizzatore in politiche sociali fondate sul principio di sussidiarietà, e quindi sulla territorializzazione delle competenze assistenziali e sull’apertura ai soggetti del terzo settore. La realtà, sotto gli occhi di tutti, mostra invece gli effetti perversi della globalizzazione dell’emarginazione sociale e d’un inverecondo e strumentale ricorso al mondo variegato del non profit, senza riconoscergli alcun protagonismo reale, ma solo per turare le falle di politiche sociali sempre più carenti. Al contrario, logiche burocratiche ed aziendali hanno coinvolto anche il terzo settore, costringendolo ad inseguire appalti e commesse pubbliche, nel mentre stanno sconvolgendo lo spirito del volontariato ed il tradizionale protagonismo delle realtà sociali di base.

Sul fronte delle c.d. “emergenze sociali” (espressione che suona particolarmente ipocrita e falsa…) lo Stato italiano,quindi, si affida quasi totalmente e senza vergogna, allo zelo ed alla buona volontà delle caritas parrocchiali, delle congregazioni religiose e delle realtà cattoliche (siano esse ‘storiche’, come la San Vincenzo  o più recenti e combattive, come la Comunità di S. Egidio).

Di fronte a questo dato incontrovertibile, chi come me ha lavorato dagli anni ‘70 dapprima come operatore sociale di base, poi come responsabile di una fondazione-onlus ed ora come operatore socio-pastorale parrocchiale, può solo avvertire un profondo disagio. “Nella società spappolata dagli egoismi” – per citare Curzio Maltese – il ruolo di supplenza della chiesa cattolica sta raggiungendo livelli tali che tocca proprio ai veri cattolici contestare la penosa resa di uno stato che si riconosce inetto a garantire le sue funzioni istituzionali ed ha imboccato da tempo la comoda strada basata sulla formula “soldi in cambio di servizi”. Il fatto è che la “caritas” che spetta alla Chiesa dovrebbe essere ben altra cosa e non può nè deve configurarsi in un banale ruolo di sostituzione di competenze che restano pubbliche e proprie degli enti locali.

Basta leggere l’enciclica “Deus caritas est” di S.S. Benedetto XVI (sono sue le parole in corsivo) per comprendere che si tratta di una risposta ad una necessità immediata, dettata dall’amore e dalla attenzione del cuore, che costituisce un atto gratuito, disinteressato e privo di scopi diversi. Questo servizio ai fratelli nel bisogno, benché spontaneo e finalizzato ad attuare il precetto della carità cristiana, non esclude comunque né la competenza professionale, né attività di programmazione di tale intervento, di collaborazione  con altre realtà socio-assistenziale e di previdenza (sia nel senso di “prevenzione” del bisogno, sia di previsione delle conseguenze positive e dei limiti stessi dell’intervento). Chi svolge un servizio del genere – ammonisce il S. Padre – deve però resistere a due tentazioni opposte: quella della superbia di chi pretenderebbe di sostituirsi a Dio e quella della rassegnazione sfiduciata, di fronte alla sproporzione tra impegno profuso e risultati ottenibili. Alla prima si dovrebbe rispondere con l’umiltà cristiana e alla seconda grazie alla virtù della speranza e con l’esercizio della pazienza.

                                                                                                                               

Mi permetto umilmente di aggiungere che chi si occupa di caritas dovrebbe anche evitare la  “superbia” di credere che si possa sostituire con atti di carità cristiana un lavoro sociale programmato, professionalmente qualificato ed adeguatamente finanziato col denaro di tutti.  Allo stesso modo, poi, credo che non dovrebbe nemmeno “rassegnarsi” ad  accettare supinamente la distruzione di uno modello di stato che si basi sulla giustizia e sulla solidarietà. 

Certo, una chiesa fondata sul Vangelo di Cristo è sicuramente dei poveri e per i poveri, ma è anche chiamata a proclamare la giustizia e la pace, perché: “…Se è vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, deve anche schiodare tutti coloro che vi sono appesi; noi oggi siamo chiamati a un compito dalla portata storica senza precedenti: ‘Sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi’ (Isaia 58,6)…” (don Tonino Bello, Alla finestra la speranza – lettere di un vescovo, Milano: San Paolo, 2002, p. 57).

Ecco perché sono convinto che bisogna superare, da cristiani e da cittadini, la tentazione di perdere la “speranza” che la specifica missione di chi crede possa essere davvero realizzata, e che occorre eliminare l’equivoco di chi scambia la “pazienza” evangelica per una forma un po’ vile di sopportazione dei mali che avvelenano la nostra società.

Ecco perché, in occasione del santo Natale, vorrei chiudere queste considerazioni prendendo in prestito da don Tonino Bello uno dei suoi “scomodi auguri” : “Gli angeli che annunziano la pace portino guerra alla (n)ostra sonnolenta tranquillità, incapace di vedere che, a poco più di una spanna e con l’aggravante del (n)ostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfrutta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano i popoli allo sterminio per fame…”. (ivi, p.109).

    

LAVAVETRI E LAVACOSCIENZE

                                   di  Ermete FERRARO

 

Ogni volta che apro il quotidiano, durante le vacanze estive, ho sempre la strana sensazione di trovarmi davanti il giornale dell’anno prima, o forse di qualche anno fa, tanto le notizie e la loro esposizione in versione “estiva” tendono ad assomigliarsi spaventosamente. Che so: i soliti incendi boschivi, i soliti delitti inspiegabili, il solito gossip sulle vacanze dorate dei VIPs, le solite polemiche balneari tra leaders di partito, e via discorrendo.

Eppure, anche in questo monotono e provinciale quadro della c.d. “informazione”, talvolta spunta qualche vicenda un po’ particolare o quanto meno originale. Naturalmente anche questo rientra nel teatrino sempre aperto della politica nostrana, il cui “cartellone” estivo non può fare a meno di prevedere il lancio improvviso di questioni serie, che in quel clima si trasformano però in “querelles” un po’ stupide, ma capaci di punzecchiare i vari esponenti della scena politica.

Ecco allora che questi si sentono di fatto costretti a dire la loro nel merito, salvo verificare subito dopo che si tratta di un punto di vista del tutto diverso, se non opposto, rispetto a quello di coloro che dovrebbero esserne gli alleati di coalizione o, addirittura, i compagni di partito: aspetto questo che lascia molto soddisfatti i giornalisti “provocatori”, ma un po’ meno quelli che credevano di aver scelto un’alleanza che avesse un minimo di coerenza al suo interno.

Beh, questa volta è toccato alla vicenda dell’assessore-sceriffo di Firenze, che ha deciso di bandire i lavavetro dagli incroci della sua città, probabilmente in nome della sicurezza nazionale e prospettando il loro immediato arresto, in flagranza di spugna insaponata ed aggeggio per detergere i parabrezza…

Per chi non mi conosce, mi tocca precisare che, sebbene io sia tollerante ed accogliente per natura e per scelta politica, non sono affatto dell’idea che ogni abuso o attività irregolare o illegale possa essere…lavata via utilizzando il comodo – ed ipocrita – detergente del buonismo giustificazionista che, anche in questo caso, è venuto a galla, sia tra gli amministratori ed esponenti di partito, sia tra la gente comune intervistata dai media.

Non ho mai pensato che trincerarsi dietro il pietismo dei “poverino, che cos’altro potrebbe fare?” servisse a qualcosa, se non a perpetuare abusi e illeciti, includendoli nell’orizzonte rassicurante, ma piuttosto farisaico, di una “società civile” che non vuole prendersela con gli anelli più deboli della catena, ma che d’altra parte si guarda bene dal prendere di petto i burattinai e gli “anelli forti” delle varie attività illegali o marginali, che ci siamo ormai maledettamente abituati a considerare parte del panorama cittadino.

Sta di fatto, però, che questa “querelle” sui lavavetri – ovviamente dando per scontato che si tratti sempre e soltanto di “extracomunitari” o di etnie nomadi – puzza parecchio di demagogia xenofoba e, per il risalto che ha avuto sui media a causa della prevista imputabilità penale di chi compie tali attività, ha alimentato una giostra di cretinate amministrative e di assurdità giuridiche.

Ma come – si chiede giustamente il cittadino qualunque di una città come Napoli – viviamo in mezzo ad ogni tipo di abusi, illegalità e vere e proprie violenze quotidiane e c’è chi se la piglia con stranieri e zingari che cercano di fare soldi lavando i vetri delle auto ai semafori? E poi, addirittura arrestarli !…

Siamo assediati ogni giorno da grosse ed ingombranti auto che, dopo averci rubato l’aria, ci rubano anche i marciapiedi, i passaggi pedonali, gli scivoli per disabili ed ogni spazio rimasto libero, e noi ce la prendiamo con chi "estorce" qualche centesimo per lavare via insettini, polvere e fango dai loro preziosi parabrezza ?

Nelle nostre strade e piazze si compra e si vende abusivamente, si espongono alimenti senza precauzioni igieniche, si vendono cibi scaduti, si spaccia droga e si continua a praticare il parcheggio abusivo; si scippa e ci si lancia allegramente bottiglie tra ubriachi e c’è chi lancia l’allarme per le torme di rumeni e marocchini che presidiano i semafori con le loro spugne gocciolanti?

Dice: sì, ma dietro quei poveracci c’è il racket che ci si arricchisce! C’è la delinquenza organizzata che pianifica e spartisce il territorio fra quei dannati della terra, sfruttandone la miseria… Perbacco, che acume! Che inflessibile senso della legalità! Peccato, però, che Lorsignori se ne siano accorti solo adesso, dopo aver tollerato per decenni il contrabbando di sigarette, i parcheggiatori abusivi, lo spaccio, la vendita abusiva per strada di qualunque cosa immaginabile – dalle armi ai fuochi d’artificio, dai telefonini ed ai computers portabili rubati ad alimenti di dubbia origine ed igienicità…

Peccato che non si siano accorti, invece, di tutti gli onesti negozianti che non rilasciano gli scontrini fiscali; dei prestigiosi luminari della medicina che i soldi degli onorari – ovviamente non fatturati – li lasciano toccare solo alle loro segretarie; delle operazioni finanziarie di dubbia liceità, delle speculazioni edilizie e finanziarie e di mille altri traffici ed imbrogli sotto gli occhi di chi tutti.

A quanto pare, però, va tutto bene. Resta solo da fare pulizia dei lavavetro abusivi ai semafori ed abbiamo ristabilito la legalità…!

Ma perché non proviamo, invece, a lavare un po’ i vetri appannati e sporchi dei palazzi del potere? Perché non cominciamo a ristabilire innanzitutto un po’ di quella "trasparenza" amministrativa di cui troppo spesso si avverte la mancanza, tra privilegi di casta, compromessi, favoritismi e corruzione?  Il fatto è che alla "glasnost" di un’amministrazione pubblica intesa come "casa di vetro" tanti politici – e tanti cittadini che li hanno votati – preferiscono piuttosto "lavarsi la coscienza" con provvedimenti assurdi e improvvisati, oppure semplicemente "lavarsene le mani", cercando di non impicciarsi troppo di quello che gli succede intorno.

 

 

 

 

 

di erferraro Inviato su Senza categoria Contrassegnato da tag