CONSUMMATUM EST…

                             di Ermete FERRARO

                                      E così siamo al "day after". Gli Italiani hanno fatto le loro scelte, o almeno hanno cercato di scegliere, tra chi si era candidato a guidare il paese per i prossimi cinque anni. Lo hanno fatto, è vero, dopo una campagna vacua e superficiale, condotta da forze politiche che cercavano soprattutto di rassicurare un elettorato stanco, deluso e demotivato. Lo hanno fatto, certamente, dopo aver constatato sempre più che sotto gli slogans ad effetto e i palchi imbandierati e rutilanti dei comizi c’era solo un grande vuoto ed una banale struttura di metallo e legno, unica cosa solida e concreta e, al tempo stesso, metafora involontaria dei veri interessi che si nascondono sotto la pesante sovrastruttura dei partiti. Sta di fatto che una netta maggioranza degli Italiani ha imboccato una strada precisa, almeno in termini di opzione elettorale fra le uniche due vie praticabili che gli si erano profilate davanti, sebbene questa stessa scelta risulti oggi molto meno chiara in termini politici più concreti.

Tra due leaders che si presentavano rassicuranti ed interclassisti, ad esempio, quella maggioranza ha scelto chi risultava più credibilmente conservatore, stabilizzatore e capace di tenere sotto controllo la propria eterogenea coalizione. Tra un progetto che poneva la "crescita" economica e la "modernizzazione" al primo posto, subordinando a queste due paroline magiche il pur necessario riequilibrio delle disparità sociali, ed il programma di chi ha da sempre puntato esplicitamente ad un liberismo sempre più accentuato e a tratti demagogico, ovviamente l’elettorato ha optato per il secondo. Non è certo un caso che altri tipi di priorità – da quella ambientale a quella relativa agli equilibri internazionali; dalle decisioni connesse alle scelte energetiche e produttive a quelle necessarie per dare reale potere dei cittadini; dalle politiche verso i migranti alle spese militari – siano state lasciate accuratamente fuori dalla porta dai due contendenti in lizza. Tutto ciò che potesse apparire una svolta, una scelta di parte, una decisione netta, quindi, non ha trovato posto nei programmi delle due coalizioni maggiori, che evidentemente lo consideravano qualcosa di residuale, da lasciare ai "minori", alle c.d. frange "estreme" e "radicali", che dopo queste elezioni sono state effettivamente spazzate via senza scrupoli da quel Parlamento dove si dovrebbe decidere il presente ed il futuro dell’Italia.

Eppure i nodi veri sono proprio quelli che non si è voluto far giungere al pettine. Basta ricordare gli slogans ed i rituali di questa campagna elettorale, le "tribune" e le interviste televisive dei protagonisti di quest’ultima tornata di votazioni, per rendersi conto che i principali problemi, le fondamentali scelte, le reali alternative, sono rimaste del tutto estranee al dibattito politico. Si è fatto un gran parlare di tasse da ribassare, di salari e pensioni da aumentare, di detrazioni e bonus  fiscali da introdurre, di lavoratori stranieri da accogliere o respingere al mittente, di priorità di spesa pubblica e di riforme istituzionali. Eppure mi sembra che chi ha affrontato le questioni vere siano stati piuttosto alcuni servizi televisivi eccezionalmente chiari ed eloquenti, come ad esempio quelli della rubrica di Rai3 "Report" . Essi, infatti, hanno messo impietosamente il dito nella piaga dell’intreccio perverso tra classe politica, potentati finanziari e preteso "antistato" mafioso, soprattutto in materia di gestione dei fondi per lo sviluppo, di gestione del business dei rifiuti e di rilancio della stagione degli appalti miliardari.  E non sono nemmeno mancati in questi mesi ottimi servizi giornalistici, che ci hanno sbattuto davanti agli occhi il prezzo assurdo di devastanti conflitti armati nei quali siamo stati irresponsabilmente trascinati, oppure incisivi réportages sulla tragedia ambientale in cui anche l’Italia – insieme agli altri partners europei ed occidentali – sta recitando la sua parte, contravvenendo ai protocolli internazionali e lasciandosi coinvolgere in un’escalation di consumismo selvaggio e di disastroso spreco di risorse naturali ed umane.

Pensate: perfino una coraggiosa rivista missionaria ("Comboni-fem") di marzo aveva lanciato accorati appelli a non cadere nel tranello di chi vuol farci credere che il c.d. "biocarburante" ricavato dal mais possa risolvere la crisi petrolifera attuale, rivelando che: "Sembra la soluzione ideale per salvare capra e cavoli: continuare a sprecare energia, visto che adesso sappiamo ottenerla dalla terra in modo rinnovabile. Ma c’è qualcuno, come sempre, che paga per tutto…". E anche sul numero del 27.3.08 di "TIME" – il più noto magazine statunitense – già dalla didascalia della significativa copertina – non esitava a fustigare "il mito dell’energia pulita", sottolineando che "…i  politici ed il mondo dei grandi affari stanno spingendo verso i biocarburanti come l’etanolo estratto dal mais, come alternative al petrolio. Ciò che tutti questi stanno realmente facendo è alzare il prezzo degli alimenti e peggiorare il riscaldamento globale, e voi pagate per questo…". Si tratta solo di un piccolo esempio della sostanziale mancanza di sintonia tra chi cerca, in qualche modo, di metterci sull’avviso rispetto allo stretto legame coi problemi locali delle grandi priorità globali  (vedi anche il bell’articolo di Mario Tozzi "Una perla preziosa", sul numero di aprile del mensile "Messaggero di Sant’Antonio") e chi invece continua ad agitarci davanti agli occhi il feticcio di una "crescita" illimitata e illimitabile, o a rinverdire il mito di un P.I.L., della cui falsità e pericolosità sanno ormai qualcosa perfino i ragazzini della scuola media dove insegno. Eppure ormai molti non fanno più una piega di fronte a quest’alluvione di assurdità, come, ad esempio, quelle sparate irresponsabilmente da varie forze politiche – anche su fronti contrapposti – sull’esigenza di un immediato ritorno all’energia nucleare oppure le "ecoballe" sulla necessità assoluta di mandare in fumo rifiuti che, viceversa, potrebbero diventare una risorsa eccezionale per un’economia alternativa.

Chi si candidava a governarci, però, ha preferito continuare a blaterare di tasse, salari e "bonus", bombardandoci di slogans banali ed insignificanti (ideati evidentemente da chi è più abituato a vendere automobili o bibite), in modo da coprire l’assoluto vuoto di proposte concrete per chi, ad esempio, va ogni giorno a fare la spesa alimentare. Un consumatore sempre più tartassato e che, come ci hanno spiegato gli autori del servizio trasmesso il 13 aprile dalla citata rubrica di Rai3 "Report" , sembra ormai diventato, suo malgrado, il compiacente complice di un assurdo affare speculativo, che non solo colpisce le sue stesse tasche e ne minaccia la salute, ma sta anche devastando l’ambiente e distruggendo la biodiversità.

E adesso? E adesso – dopo aver cercato d’inghiottire il boccone amaro di una sinistra mandata in esilio per punizione e di una destra che ha trionfato anche grazie al populismo becero e protestatario del secessionismo leghista – non ci resta che prepararci ad una dura stagione di lotte, sperando che il purgatorio cui si è condannata la sinistra italiana, appena ha smesso di essere nutrita dai movimenti di base per ingessarsi nel ruolo di governo, non trasformi in inferno la situazione interna dell’Italia ed il suo ruolo negli equilibri internazionali. Non ci resta che sperare che la gente comune cominci ad aprire gli occhi sulla rapina delle risorse di base che gli si sta prospettando – a cominciare dall’acqua – e sui piani di chi vorrebbe renderci sempre più colonia dei potenti della Terra e, al tempo stesso, guardia armata di chi sta peggio di noi. E questo in nome di una globalizzazione data per indispensabile e inevitabile, che sta maledettamente semplificando tutto quello che può, dal pensiero unico e dalla sua espressione sempre meno pluri-linguistica alle monocolture agricole ed alle tecnologie che fanno quasi a meno dell’uomo.

Hanno voluto farci credere che parlare di decrescita, di disarmo, di opposizione al nucleare, di economia alternativa e comunitaria, di mondialismo equo e solidale e di energie alternative fosse una questione riservata a pochi estremisti "radicali" e si sono quindi affannati a chiudere queste opzioni fuori dal recinto del gioco parlamentare e di governo. A quanto pare ci sono riusciti, ma questo rende tutto più chiaro e ci costringe a guardare il faccia chi davvero ha governato e governerà l’Italia e l’Europa per i prossimi anni. E non sono certo gli omini che si agitano nel teatrino dei pupi dei partiti, ma piuttosto i nuovi signori feudali che controllano le risorse energetiche e quelle finanziarie, che dominano i mercati internazionali e quelli locali, che decidono quanto valga la pena di spendere per una guerra, in termini di vite umane e di denaro sprecato, solo in base al parametro del confronto costi-benefici.

E’ contro queste (apparentemente non-criminali) "cosche" multinazionali che dobbiamo esercitare la nostra resistenza, personale e collettiva, sempre più decisamente e  consapevolmente, riprendendoci il potere di chi non si accontenta della possibilità di decidere cosa e chi votare, ma anche e soprattutto cosa mangiare, cosa comprare, come muoversi sul territorio e che cosa sia degno di essere finanziato con le nostre tasse. Certo, è una strada molto più difficile stretta e problematica, se solo la confrontiamo con quella di chi pensa che una croce su un simbolo sia il massimo di partecipazione civica e politica che gli si possa richiedere. Eppure non ne vedo altre più credibili, se davvero vogliamo diventare più protagonisti del nostro futuro e meno sudditi di uno scellerato complesso militare-industriale che si serve di un perverso sistema di potere.

Come cristiano, d’altra parte, mi resta sempre la fede che le forze del male "non praevalebunt"; la speranza che la gente si decida una buona volta non solo a ragionare con la propria testa, ma anche col cuore; ed anche la "carità" di chi sa che non sono le chiacchiere che convertiranno la gente (nel senso etimologico di farle cambiare strada), ma piuttosto l’esempio concreto, coerente e coraggioso di chi sa fare scelte di giustizia e di pace e la solidarietà fraterna di una comunità di veri persuasi. In quello che dico non c’è nulla di "integralista" e nemmeno una rinuncia "movimentistica" alla strada ordinaria della democrazia rappresentativa, che per dieci anni ho invece praticato di persona e che non penso assolutamente vada lasciata in pasto ai professionisti e mestieranti della politica. C’è solo la volontà di affermare che non si fa politica solo in quel modo e che quindi ogni cittadino deve sentirsi responsabile di tutto ciò che gli succede intorno E’ proprio quello che oltre 40 anni fa insegnava un grande maestro come don Milani, quando ribadiva che bisogna: "…avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù ma la più subdola delle tentazioni;[…] che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutti".  Ecco, lasciamoci guidare da questo principio e cominciamo, già da oggi, a stare molto attenti a quello che facciamo ogni giorno e a come lo facciamo, convinti come siamo che non c’è delega né obbedienza istituzionale che tenga di fronte al nostro dovere di persone chiamate a rispondere delle nostre scelte.

“UNHAPPY, UNLOVED AND OUT OF CONTROL”

 

“Infelici, non amati e fuori controllo…”

                      di Ermete Ferraro

 

E’ questo il titolo “sparato” sulla copertina dell’ultimo numero dell’edizione europea del settimanale “TIME”, sormontato da un volto da adolescente arrabbiato, giusto al centro della bandiera britannica. Il sottotitolo dell’articolo (“Mean Streets” di Catherine Mayer) esplicita il riferimento alla “epidemia di violenza, criminalità e ubriachezza” che sta colpendo la gioventù inglese, costringendo un po’ tutti ad interrogarsi sulle vere cause della devianza minorile.

“Se stessi al governo sarei davvero preoccupata, non delle bombe terroristiche ma proprio di questo” – ha dichiarato in proposito Camila Batmangelidih, fondatrice dell’organizzazione “Kids Company”, creata nel 1996 per sostenere i “ragazzi soli”, cioè quelli che vengono su senza poter contare su un genitore o un tutore che se ne assuma la responsabilità. Da recenti inchieste (promosse da IPPR, UNICEF, WHO) è emersa infatti una situazione disastrosa, che vede il Regno Unito al primo posto della classifica del disagio giovanile, con un 27% di quindicenni inglesi che si sono già ubriacati 20 o più volte; un 35% della stessa età che ha fatto uso di droghe c.d. “leggere” ed un 40% di ragazze (contro un 35% di ragazzi) che hanno già avuto rapporti sessuali, per il 15% senza nessuna precauzione. Negli ultimi tre anni, infine, un’analoga percentuale di minorenni (37%) sono stati protagonisti di atti di violenza.

Ma che cosa sta succedendo? E poi, come vanno le cose da noi?

Certo, chi vive come me in una città-problema come Napoli – e lavora in mezzo ai ragazzi di un quartiere popolare del suo centro antico – lo sa bene che le cose vanno male e, nella percezione della gente, sempre peggio. Certo, i teenagers inglesi saranno più frequentemente “fatti”, violenti e maggiormente portati al teppismo di gruppo tipico delle bande giovanili, ma purtroppo i ragazzi costretti a convivere col degrado umano e sociale dei nostri vicoli non stanno certo meglio né reagiscono in maniera molto diversa.

“Infelici, non amati e ormai fuori controllo” – recita il titolo dell’articolo del TIME – facendo al tempo stesso una denuncia allarmata ma anche una preoccupata diagnosi  di una situazione contrassegnata dall’abbandono dei giovani a se stessi, alle loro frustrazioni ed alla loro cieca rabbia contro tutto e tutti.

Basterebbe capovolgere quel titolo per darsi una risposta: i nostri ragazzi (siano nati a Liverpool o ad Arzano…) hanno bisogno di qualcuno che gli restituisca la speranza, che sappia amarli ma anche ristabilire quei “limiti” che sono tragicamente stati spazzati via dal colpevole lassismo di chi aveva troppi sensi di colpa per esercitare il ruolo di padre/madre e di maestro/maestra.  Già, perché non può essere “felice” un ragazzo che si trovi ad esercitare una libertà irresponsabile o diritti cui non corrispondano doveri, ma piuttosto chi sa di essere amato ed accettato, ma proprio per questo è stato inserito in un contesto di regole e garanzie sociali.

Mi venivano in mente le parole di don Luigi Merola – il prete-coraggio di Forcella – che è venuto venerdì scorso a parlare coi ragazzi della mia scuola della sua esperienza di uomo e di sacerdote che non si vuole arrendere all’odiosa e stupida violenza della camorra.  Guardavo quel centinaio di facce mentre seguivano, sinceramente colpiti e provocati dall’affascinante discorso di chi ha saputo guardare negli occhi il degrado economico, sociale e morale della sua parrocchia, denunciandolo, ribellandosi e cercando di avviare delle alternative concrete all’interno della comunità di cui era stato chiamato ad essere il “pastore”.

Certo, fra i ragazzini plaudenti c’erano anche figli di pregiudicati, bambini cresciuti nell’assenza totale di valori e di riferimenti certi, “soggetti difficili”, come si usa dire, di cui mi capita spesso di occuparmi come operatore socio-educativo, che vanno dall’estremo dell’apatia rassegnata e passiva a quello di una rabbia violenta e di comportamenti oppositivi e devianti.

Eppure mi è sembrato che quegli applausi e quei sorrisi alle battute di don Luigi fossero in qualche modo sinceri e, in qualche modo, liberatori.

I ragazzi hanno bisogno di figure autorevoli, di persone coerenti, di gente affidabile e, soprattutto, di genitori e insegnanti che si sforzino di fare il loro difficile mestiere.

Certo, l’alone del “personaggio” venuto a trovarli ha giocato il suo ruolo fascinatorio, ma io so bene – perché lo sperimento ogni giorno, in mezzo a delusioni e momenti di sconforto – che quei ragazzi hanno ancora dentro qualcosa di buono e di grande, che va tirato fuori e rianimato, prima che sia troppo tardi.

Cesare Moreno, il maestro di strada che ho citato nel mio intervento in occasione dell’Epifania, augurava a noi professori di avere una voce “forte, suadente e sicura”, per farci ascoltare “nel chiasso di una civiltà che rumoreggia”. 

Sì, caro Cesare, è proprio vero: “montagne di arroganza, cattive maniere, presunzione e aggressività” seppelliscono la gioia di vivere e di crescere di troppi giovani. Ed è proprio per questo che dobbiamo avere la pazienza di aspettare che “i fiori sboccino quando ancora le gemme sono sepolte sotto il letame” .

Di fronte a ragazzi “infelici, non amati e senza controllo” non servono le strategie di una mentalità esclusivamente “sicuritaria”, preoccupata solo di arginare gli effetti devastanti del disagio, ma non di affrontarne e rimuoverne le cause.

Per fare gli educatori bisogna avere fiducia – scriveva don Lorenzo Milani – perché “non si può fare l’educatore e non fidarsi. Prima di tutto perché è un obbligo morale, un impegno davanti a Dio […] e poi perché un educatore ha sempre delle soddisfazioni piccole o grandi e sa vedere i segni di speranza e di onestà dove gli altri non vedono…” (1965).

E allora via: domani è lunedì e comincia un’altra settimana di questa avventura educativa, con i suoi alti e bassi, con le sue sorprese belle e brutte. D’altra parte, per citare ancora don Milani, per chi fa questo mestiere “…prenderlo in tasca è il suo destino e il suo dovere, ma non sempre, qualche volta lo prendono in tasca gli altri e il ragazzo malvisto  da tutti si rivela un gran galantuomo, un adulto generoso e leale…”

E così sia !

 

 

CINESI E…..CINISMO

   di Ermete Ferraro

 Come è accaduto mesi fa in Myanmar, ora succede nel Tibet che l’opinione pubblica internazionale sia messa di fronte ad un momento forte di una lotta per la democrazia e i diritti umani,che dura già da molto tempo fra l’indifferenza generale.

Anche in questo caso, il governo cinese, oggetto delle proteste, non ha esitato a mostrare il suo feroce volto dittatoriale e militarista, impedendo in ogni modo l’esercizio dei diritti umani e civili fondamentali e reprimendo sanguinosamente l’anelito alla libertà di un intero popolo, ancora una volta interpretato dai pacifici monaci buddisti, che hanno deciso di uscire dai loro templi per diventare il punto di riferimento per una resistenza civile e nonviolenta.

La circostanza che la ribellione dei Tibetani interferisca pesantemente con l’apertura di quei Giochi Olimpici che per la Cina rappresentano un’incredibile ed insostituibile vetrina internazionale, ovviamente, ha complicato ancor più le cose, inducendo gli organismi diplomatici ed i governi occidentali ai soliti contorsionismi verbali per dire e non dire, per condannare senza emettere sentenze. Insomma, per evitare di compromettere i propri interessi economici connessi  ai loro “bisinìss“ con la Cina, quasi sempre in rapida espansione.

Solo pochi politici, a casa nostra, hanno scelto di parlare più chiaramente, affermando – come nel caso di Angelo Bonelli (S.A.) – che:  “…ciò che sta accadendo in Tibet è inaccettabile: interessi economici e commerciali sostengono il governo cinese, responsabile di gravi violazioni dei diritti umani sul proprio territorio: governi e imprenditori hanno infatti ragionato secondo il principio ‘pecunia non olet’, mentre in Cina vengono calpestati i diritti attraverso l’uso della violenza  […] La comunità internazionale  non deve far sentire la propria voce solo attraverso dichiarazioni di routine ma ha l’obbligo di attuare subito misure concrete. I Giochi olimpici vanno fermati o quantomeno sospesi finché nel Paese non verrà ripristinata la democrazia: quest’importantissima competizione non può diventare una passerella per un governo che calpesta in modo gravissimo i diritti umani”. (http://www.sinistrarcobaleno.it/tag/tibet/).

 Un ecopacifista come l’amico Antonio D’Acunto, nel suo editoriale per la rivista online dell’associazione VAS (www.verdiambienteesocietà.it) , si è associato all’appello al boicottaggio di un evento sportivo che, per sua natura, è incompatibile con la repressione  violenta di cui è protagonista il governo cinese.  "Possono svolgersi le Olimpiadi a Pechino mentre corrono violenze, repressioni e sangue a Lhasa e vengono calpestati fondamentali diritti umani nella intera Cina?  – si chiede D’Acunto – Può il Mondo in nome di una farisea indipendenza dello sport dalla politica assistere a presunte imprese atletiche, ignorando quello che avviene nel Paese che ospita tali competizioni? Se ciò avvenisse, gli inni nazionali dei Paesi partecipanti sarebbero le voci della colpevole indifferenza o forse anche la copertura a tali vergognosi crimini contro l’Umanità e la Natura e corresponsabili di essi, come avvenne per molti Paesi nel 1936 con la Germania nazista e l’Italia fascista. Tutti abbiamo l’obbligo morale di contribuire a che ciò non avvenga.[…] La Cina, ovvero il suo apparato di potere, con le Olimpiadi si gioca tutto ed un fallimento di esse sarebbe la debacle totale: uno sfruttamento abnorme dell’Uomo sull’Uomo – mistificato nella grande speranza umana di Comunismo – e dell’uomo sull’ambiente, con un saccheggio di risorse naturali ed un abnorme inquinamento di esse è stato fatto in funzione di questa scadenza. E’ questo un fatto fondamentale che potrebbe, o meglio può ancora, dare un potere enorme di contrattazione a chi positivamente vuole affrontare le grandissime violazioni oggi presenti in Cina – in tema di Democrazia, della Biodiversità Culturale, della Non-Violenza, dei Diritti Umani, della Natura e dell’Ambiente…"

olimpechino Quando si fanno questi discorsi, c’è sempre qualcuno che obbietta: sì, vabbè, bisogna difendere i principi: ma noi comuni mortali che cosa possiamo fare? Ebbene, la prima da fare è non scordarci che siamo in campagna elettorale e che, da cittadini-elettori, abbiamo tutto il diritto-dovere di chiedere ai nostri referenti politici di schierarsi senza ambiguità e senza cinismo su questa terribile vicenda.  Ci hanno già rubato il diritto di sceglierci i rappresentanti in Parlamento. Cerchiamo almeno di far pesare la nostra ferma volontà di non votare quelle forze politiche che non abbiano il coraggio di esprimere un chiaro dissenso nei confronti del sistema di potere cinese, mettendo in atto tutte le possibili forme di opposizione nonviolenta (non-collaborazione, boicottaggio ed altre forme di dissociazione e pressione) nei riguardi di chi reprime nel sangue ogni affermazione di diritti umani e d’identità culturale, linguistica e religiosa.

Anche il mondo dello sport, come quello della politica e dell’economia, ha il dovere di non nascondersi dietro il dito delle frasi di circostanza e delle condanne verbali, dissociandosi dalla celebrazione dei Giochi Olimpici in un momento così grave. Ognuno di noi può "giocare la sua parte", manifestando il proprio dissenso verso il genocidio del popolo tibetano e ricorrendo anche al boicottaggio di quel "made in China" che ha invaso i nostri mercati, drogando di fatto le stesse dinamiche commerciali e stuzzicando gli appetiti di tanti imprenditori senza scrupoli.

Certo, lo stesso Dalai Lama, attraverso il suo portavoce presso l’U.E., si è espresso contro un boicottaggio dei Giochi che non aiuterebbe il Tibet, se non si riuscisse a discutere sulla questione tibetana in sé ed a trovare soluzioni opportune, frutto di mediazioni diplomatiche e non di scontri di piazza. D’altra parte, però, ritengo che occorra chiarezza da parte di tutti, per evitare che le scene di violenta repressione di un movimento civile – nell’ex- Birmania prima e adesso nel Tibet – finiscano col cedere rapidamente il posto a quelle, fantasmagoriche, di Olimpiadi diventate simbolo della colpevole indifferenza internazionale. La bandiera nera con le cinque manette intrecciate – che tutti abbiamo visto sventolare in mano ad un coraggioso manifestante – è un segno fin troppo chiaro perché possiamo far finta di ignorare ciò che sta accadendo in Cina, ricorrendo a valutazioni opportunistiche con evidente…cinismo.

‘A RISCHIO DI PACE’

(Messaggio di Pasqua del Patriarca Michel Sabbah)


Fratelli e sorelle, Cristo è risorto. Buona e santa festa di Pasqua. E’ la mia ultima Pasqua con voi. Avendo compiuto 75 anni, presto mi ritirerò. Ma continuerò ad accompagnarvi nelle mie preghiere ed a condividere con voi le vostre gioie e le vostre pene, in questa santa città di Gerusalemme. E, con ogni persona di buona volontà, continuerò ad agire per la giustizia e per la pace, affinché questa terra e tutti i suoi abitanti ritrovino sicurezza e tranquillità, nella presenza di Dio Onnipotente, pieno d’amore e di misericordia. Assicuro la mia preghiera e la mia amicizia a tutti i fedeli di tutte le nostre chiese di Gerusalemme, ed anche a tutti i credenti nelle differenti religioni presenti su questa terra: ebrei, musulmani, cristiani, drusi e la comunità dei Baha’i. Cristo è risorto! Domando a Dio di riempire i vostri cuori della gioia e la speranza della Resurrezione. Viviamo tutti su una terra santa, terra di Rivelazione di Dio all’umanità, terra di redenzione e di riconciliazione dei popoli tra loro e con Dio, un Dio che ascolta e perdona. E ciononostante, purtroppo, questa terra rimane una terra di sangue, ignorante della sua vocazione e incapace di accoglierla. In queste ultime settimane, le vicende di Gaza e le centinaia di vittime cadute dall’inizio di un assedio imposto a più di un milione di abitanti, le giovani vittime di questo recente attentato perpetrato in una Yeshiva di Gerusalemme, le incursioni incessanti dei militari israeliani nelle città palestinesi malgrado gli accordi con l’Autorità Palestinese, e l’assassinio di numerosi giovani, tra cui i quattro giovani di Betlemme uccisi una settimana fa dentro la loro casa, tutto questo non è che una spirale di violenza disumana e inutile, da qualunque parte essa provenga. D’altra parte, la semplice analisi dei fatti mostra che questa violenza non ha portato alla sicurezza voluta. Questa violenza disumana e inutile è un attentato alla dignità umana, quella di colui che uccide, come quella di colui che è ucciso. Tutto questo è contrario alla vita nuova che noi celebriamo con la festa di Pasqua. Gli Stati, le persone, gli israeliani e i palestinesi, dopo più di un secolo di conflitto e di violenza devono rendersi conto che oggi gli eserciti non riescono più a difendere i loro popoli. Essi li espongono al contrario a maggiore violenza, paura e insicurezza, perché i deboli e gli oppressi traggono la forza in loro stessi e arrivano a sfidare le potenze di questo mondo. È tempo di comprendere le lezioni della storia e di rientrare nelle strade di Dio; è tempo per gli Stati ed i responsabili politici di accettare la loro vocazione: costruire le società e non demolirle. Ora, la violenza demolisce, non costruisce. In più, creandoci, Dio ha dato a ciascuno di noi una parte della sua bontà, rendendoci tutti capaci di costruire delle società in cui riconoscersi tutti fratelli e sorelle, creature dello stesso Dio, aventi gli stessi diritti e gli stessi doveri. E la violenza non è una buona via per raggiungere questo scopo. Siamo tutti creature dello stesso Dio uno e unico, che ci chiama a diventare santi e perfetti come lui (Mt 5, 48).
Nonostante e a fianco di questo, esistono nelle due società, israeliana e palestinese, centinaia di migliaia di persone che gridano: pace, Pace!, e che aspirano alla ‘pace ora’. Allo stesso modo esistono anche, nelle due parti, degli estremisti, prigionieri delle loro ideologie, che pensano di poter o dovere uccidere il loro fratello in nome di Dio, mentre Dio dice a tutti: ama il tuo prossimo come te stesso. Abbiamo bisogno di capi capaci di fare la pace, perché essa è l’unico mezzo d’imporre un limite all’estremismo e di cominciare una vera azione in favore della sicurezza. Dire che la pace è un rischio che non si può prendere, significa dire che siamo destinati a restare sulle strade della violenza e della morte. Resta ai capi di scegliere tra i due, la pace o l’estremismo, che cresce sempre causando sempre più insicurezza. Abbiamo bisogno di capi pronti a pagare con la loro vita il prezzo della pace, non di capi che danno l’ordine di uccidere e di assassinare, e mandano ad ammazzare o ad essere ammazzati. San Paolo ci disse: "Non avete ricevuto uno spirito di schiavi per ricadere nella paura" (Rm 8,15), ma lo spirito di Dio, per essere forti della forza di Dio e del suo amore. Pasqua è la celebrazione del trionfo di Cristo sulla morte e sul peccato. A tutti Dio accorda la grazia di poter vincere il male in sé stessi e in quelli che ci attorniano. Accorda a tutti noi la forza di poter trasformare il rancore e la morte in fiducia, in amicizia e vita abbondante, frutto della resurrezione. Noi crediamo in Dio. Egli è buono e la sua bontà finirà per vincere sul male degli uomini che non cessano di dire: noi costruiamo e vogliamo la sicurezza, mentre non cessano di ridurre la sicurezza ad un miraggio. È tempo di prendere nuove misure di sicurezza che rispettino la persona e la conducano verso la pace, non verso la morte. Fratelli e sorelle, termino la mia missione come Patriarca ma continuerò a pregare e a camminare con voi per le vie ardue della giustizia e della pace, A tutti, auguro una vita nuova piena dello Spirito di Dio, della sua forza e del suo amore.

+ Michel Sabbah, Patriarca Gerusalemme, 17 marzo 2008
  Il testo è stato tratto dal sito: BoccheScucite – voci dalla Palestina occupata

END THE WAR !

pacifism" Cinque anni fa  gli Stati Uniti d’America lanciarono una criminale invasione dell’Iraq. Cinque anni più tardi sono morti più di un milione di Iracheni. Sono morti almeno 4000 americani. Centinaia di migliaia sono stati gravemente feriti. Milioni di persone sono state sradicate. La distruzione di un paese. L’annullamento del controllo della legge. Per far cosa? In questo quinto anniversario unitevi al treno della pace di Nader e Gonzalez. Il treno della pace che giungerà al suo traguardo tra sei mesi. Per portare a casa, via dall’Iraq, le nostre truppe. Per restituire agli Iracheni il loro paese . Per restituire agli Iracheni il loro petrolio. Andiamo via. E quando annunciamo che stiamo andando via in sei mesi, certi che toccheremo il fondo dell’insurrezione e metteremo insieme i tre gruppi – Sciiti, Sunniti e Curdi – per un Iraq unificato.  Essi dovranno venire insieme. Perchè l’alternativa è un totale bagno di sangue. Ma, per prima cosa, dobbiamo andar via. Dobbiamo stabilire una data certa di sei mesi. Nader e Gonzalez vogliono stabilire questa data certa. Clinton, Obama e McCain non vogliono farlo. Nader e Gonzalez vogliono portare le compagnie petrolifere statunitensi fuori dall’Iraq. Clinton, Obama e McCain non vogliono farlo. Nader e Gonzalez vogliono portare tutte le basi statunitensi fuori dall’Iraq. Clinton, Obama e McCain non vogliono farlo. Nader e Gonzalez vogliono tagliare il gonfiato e distruttivo bilancio miliare . Clinton, Obama e McCain non vogliono farlo. Clinton, Obama e McCain. Nader e Gonzalez. Come la notte e il giorno. la guerra e la pace. Che cosa c’è di meglio per fare ammenda, in questo quinto anniversario?  Lavorare per la pace. Unirsi al treno della pace di Nader e Gonzalez  […] Lavorate per la pace. Unitevi a Ralph Nader e Matt Gonzalez, che fin dall’inizio si sono opposti a questa guerra. e lavorate con i gruppi pacifisti in tutti il mondo per farla terminare…"

Questa è la mia traduzione italiana del testo dell’articolo – intitolato "Day and Night" – inserito mercoledì 19 marzo sul blog elettorale dei candidati ecopacifisti alla Presidenza ed alla Vice-Presidenza degli Stati Uniti d’America, Ralph Nader e Matt Gonzalez. Ho ritenuto importante, dato l’argomento, offrire un mio piccolo contributo alla causa di questi due coraggiosi leaders verdi statunitensi, postando questo breve commento, pubblicato sullo stesso sito (www.votenader.org):

" Caro Ralph, come vecchio attivista per la pace e l’ambiente e come appartenente al movimento verde italiano, sono completamente d’accordo con la vostra posizione sull’Iraq. Abbiamo bisogno di un autentico cambiamento nelle nostre politiche estere, a cominciare da un serio taglio delle spese militari, sia negli stati Uniti sia in Italia. Mi unisco idealmente al "treno della pace Nader/Gonzalez" e ti ringrazio per il tuo impegno per la pace e la giustizia.  Ermete Ferraro, Napoli (Italia)

 

 

 

“Milìteri cauntri “:

ad Aviano una falla all’oleodotto militare

                                         di ERMETE FERRARO

Nella nostra “biùtiful cauntri” può accadere che un intero territorio regionale sia diventato nel corso di 14 anni di gestione “straordinaria” una discarica di rifiuti, urbani e…interurbani.

Può anche capitare che sull’intero territorio nazionale sia stato consentito da decenni ai militari di esercitare una sorta di diritto di occupazione (detto "servitù militare), nei cui confronti nessuna normativa civile può porre limiti o esercitare reali controlli.

L’ultimo disastro ambientale conosciuto – perché di molti altri non trapela nulla… – è dovuto all’incidente che il 10 marzo scorso ha causato una grossa falla nell’oledotto militare che porta il kerosene dalla base militare di Camp Darby a quella di Aviano (Pordenone).

Pensate: il cosiddetto “Pol-Nato” parte da La Spezia, è lungo la bellezza di 1000 chilometri ed attraversa addirittura 6 regioni, 17 province e 136 comuni (fonte Min. Difesa). La gestione di questa specie di pericoloso serpente sotterraneo, pur controllata dalla stessa Difesa, è stata affidata ad una ditta italiana, la “Ig spa”, a sua volta controllata dalla multinazionale petrolifera francese “Tchnip”. Secondo il magistrato – precisa la Nuova Ecologia- vanno chiarite in particolare le cause del pesante ritardo con cui si è dato l’allarme, che si è ripercosso sull’avvio degli interventi per fronteggiare l’inquinamento.
I portavoce dei comitati No Dal Molin, contrari al raddoppio della base Usa a Vicenza, hanno esplicitamente parlato di disastro militare. «Questo disastro – affermano – è stato prodotto da un’installazione militare. Due fiumi gravemente inquinati, il terreno di ricarica della falda acquifera più grande del nord Italia imbevuto di kerosene, fauna e vegetazione minacciati dalla chiazza inquinante rilasciata dall’oleodotto…».Image44

C’è chi ha parlato di “attentato”, chi di incidente imprevedibile: quello che è certo è che siamo di fronte ad un ennesimo episodio in cui l’ambiente naturale – e la stessa sicurezza delle popolazioni locali – viene messa a repentaglio da un disastro di dimensioni ancora poco chiare, ma che richiederà centinaia di milioni di euro solo per valutare il danno.

La Campania, proprio come il Veneto, è sottoposta da decenni ad una vera militarizzazione del territorio, del mare e perfino dell’aria. Nella sola città di Napoli sono concentrati il Comando strategico per il sud-Europa della NATO ed il Comando Supremo Europeo della US Navy, per non parlare dei natanti nucleari che allietano spesso il nostro porto e  degli impianti e delle basi disseminati per la nostra Regione, ovviamente sottoposti a stretto segreto militare e sottratti ai controlli ambientali ordinari.

Di fronte a quest’assurda minaccia alla pace ed alla sicurezza ben poche voci si levano e quelle poche sono subito tacciate di allarmismo irresponsabile, se non di eco-terrorismo. Per i nostri politici, è chiaro, problemi e priorità sono ben altre e, soprattutto, non bisogna disturbare il manovratore né fargli troppe domande su dove ci sta portando.

Mi sembra un ottimo motivo per fare proprio il contrario, esercitando il diritto democratico a controllare chi pretende di governare in nostro nome. Ecco perché bisogna pretendere che chi ci chiede il voto sia molto chiaro ed esplicito su questi temi, assumendosi le proprie responsabilità e smettendola una buona volta di demonizzare ogni forma di dissenso.

 

 

 

 

 

SINISTRA ARCOBALENO: MA E’ LA SOMMA CHE FA IL TOTALE…?

di Ermete Ferraro

 

Non posso farci niente, ma leggendo i 14 punti del programma de "la Sinistra – l’Arcobaleno" mi si rafforza nella mente l’idea di un "cartello" elettorale più che di un’effettiva aggregazione, capace di far trasparire una visione comune dell’alternativa che si propone agli italiani. Per carità, nulla da eccepire alla sostanza dei punti programmatici (fatta eccezione per alcuni non identificabili con la mia identità e sensibilità di credente, che non ho mai considerato un abito da indossare o di cui spogliarmi quando mi fa comodo), piuttosto la semplice constatazione che presentare una proposta composita e multicolore è ben diverso dal proporre qualcosa i cui vari colori riescano davvero a fondersi in una luce comune.

Si rischia, in questo ultimo caso, di proporre un programma più "arlecchino" che "arcobaleno", che nasce dalla pura e semplice giustapposizione delle impostazioni e priorità di ciascuna componente della coalizione, facendo bene attenzione al peso elettorale di ciascuna e riservando a ciascun "colore" solo lo spazio spettante, come accade quando di giunge ad una sorta di compromesso o di accordo a tavolino tra soggetti che restano diversi, pur sentendosi comunque legati da un patto di collaborazione.  Attenzione, chi mi conosce sa bene quanto ci tengo alla "diversità culturale" di ogni persona e/o gruppo, che non si annulla certo quando l’una o l’altro decidono di cercarsi dei "compagni di strada". Il fatto è che non penso che questo stare insieme debba ridursi a ciò che, col linguaggio aziendalista di moda, potremmo chiamare una joint venture. E questo per la semplice ragione, pratica oltre che etica, che una coalizione di questo tipo non riuscirebbe ad essere molto credibile né riuscirebbe ad attirare consensi tra chi cerca qualcosa di veramente nuovo ed alternativo, per uscire dall’apatia e dallo sconforto provocati da una politica sempre più alla deriva.

Ripeto, non si tratta di essere o meno d’accordo con l’uno o l’altro aspetto del programma: non si tratta dei dieci comandamenti e nessuno è tenuto a condividere ogni affermazione allo stesso modo e con la stessa convinzione. Il vero problema è che – come vado ripetendo da un bel po’ di tempo, ma con scarso successo – la semplice sommatoria di istanze civili, sociali, ambientali e di pace non costituisce un vero e proprio "programma costruttivo" – per citare Gandhi – perché solo una comunanza d’intenti ed una reale integrazione delle proposte può dar luogo ad un soggetto politico davvero alternativo. Già se si considera il solo aspetto del collegamento tra battaglie pacifiste ed ecologiste, il fatto di metterle insieme non dà necessariamente origine ad una proposta autenticamente "ecopacifista". Essa, infatti, può nascere dall’individuazione di una matrice comune – ad esempio, l’idea di sfruttamento e di colonizzazione – che da qualche millennio ha reso l’uomo violento verso la natura almeno quanto lo è stato verso i suoi simili. Non ne parliamo, poi, se a questa dimensione ci si limita ad addizionare quella della lotta per la giustizia sociale (propria della sinistra storica) oppure le istanze libertarie dei movimenti per i diritti civili. Non è sempre vero che, per citare Totò, "è la somma che fa il totale", almeno nel senso che una pura logica combinatoria di elementi diversi non è sufficiente a dare un risultato complessivo soddisfacente.

cuorearcobalenoSe manca il collante di un modello di sviluppo profondamente diverso, che abbia il coraggio di parlare di "decrescita"; se non si vuole proporre un tipo di convivenza civile che sappia puntare più sulla "comunità" che sulla "società"; se si continua a depurare ipocritamente il pacifismo della componente antimilitarista, per non sfidare apertamente il complesso militare-industriale con una strategia di difesa civile e di resistenza nonviolenta; se la tutela dei diritti individuali perpetua il mito illuminista di un liberalismo che sa diventare libertario, ma rifugge inorridito da ogni limite etico e da una vera solidarietà; se, insomma, ci si limitasse a far convivere in un programma elettorale istanze che non prefigurino una visione globale altra ed un modo differente di fare politica, beh, possiamo pure appoggiare e votare questa coalizione, ma corriamo il rischio di scontare, prima o poi, le riserve mentali di ciascuno e la mancanza di un’effettiva unità.

E’ un po’ brutto mettersi a fare dei conti, ma se di somma si deve trattare forse non è poi tanto secondario soffermarsi su alcune valutazioni e considerazioni. Ai diritti dei lavoratori sono stati dedicati 3 punti su 14 (sicurezza, lotta alla precarietà, salari fisco e redistribuzione del reddito); altri 2 punti si occupano dei diritti civili (laicità ed autodeterminazione femminile); seguono poi altri 3 aspetti tipicamente ‘verdi’ (pace e disarmo, patto per il clima, investimenti per il risanamento ambientale). Alle tematiche sociali care alla Sinistra (servizi sociali e sanitari, diritto alla casa, inclusione degli stranieri, investimenti sulla formazione, difesa della democrazia e tutela del diritto all’informazione) sono dedicati i rimanenti 6 punti, che vanno a sommarsi ai primi 3. Risultato? Nove + tre + due = quattordici: un totale che somma le varie istanze, dosando gli ingredienti della coalizione, ma non offre una chiave di lettura comune che consenta d’inserirle in un progetto unitario di società.

Basterebbe leggersi il testo della fondamentale "Carta della Terra" per avere un’idea concreta e precisa di ciò che significa non limitarsi a sommare dei punti, ma cercare una logica alternativa a quella da cui ci lasciamo portare avanti per inerzia. In quel documento si parla di scelte, di radicali modifiche, di responsabilità universale, di rapporto tra locale e globale, di rispetto dell’integrità ecologica e di sviluppo equo e solidale. Certo, si parla anche di diritti, ma non si tacciono i valori e non ci si vergogna di usare parole come rispetto, armonia, nonviolenza, celebrazione della vita. Come ecopacifista, infine, lasciatemi dire che i 3 punti riservati al ‘verde’ in questo arcobaleno non solo sono pochi, ma neppure tanto incisivi. Parlare solo di disarmo nucleare, di tagli alle spese per armamenti e di riconversione civile, infatti, non basta a configurare un’alternativa nonviolenta credibile né ad escludere presenti e futuri coinvolgimenti dell’Italia in vecchi e nuovi scenari di guerra. Rifiutare l’energia nucleare, riproponendo fonti rinnovabili e pulite, ripubblicizzare i servizi idrici e combattere i reati ambientali è sì una valida proposta di priorità, ma non affronta il nodo di un modello di sviluppo energivoro e predatorio, né gli contrappone un’alternativa a livello di produzione e di consumo. E’ giusto, infine, rifiutare la logica delle ‘grandi opere’ in nome degli investimenti per il trasporto pubblico, la raccolta differenziata dei rifiuti ed altre pratiche virtuose ed ecologiche, ma non mi pare che si cerchi di andare oltre le priorità, per configurare il volto di un Paese e di un territorio dove si scelga di vivere con ritmi e modalità alternative, badando all’essenziale e bandendo il consumismo e la frenesia di uno sviluppo malato di "crescita".

Ma forse mi sbaglio e il programma diffuso dai media e sugli stessi siti della Sinistra Arcobaleno, per amore di sintesi, ha omesso un’introduzione più ampia e generale. Forse c’è ancora tempo per evitare che i vari colori di questo arcobaleno lascino intravedere le cuciture un po’ affrettate che li tengono insieme. Forse il dibattito è appena iniziato e non c’è nessuna intenzione di soffocarlo, anche a costo di far nascere prematura ed un po’ squilibrata questa nuova creatura. Sinceramente lo spero, anche se l’assenza dal dibattito di alcuni nomi storici che hanno segnato in Italia il cammino di una coalizione rosso-verde non mi sembra un segnale molto positivo. Staremo a vedere ma, intanto, come primo gesto concreto di unione, prima che sia troppo tardi per farlo, battezziamo in modo meno ambiguo questa creatura, levando quei due orribili e cacofonici articoli (la Sinistra e l’ Arcobaleno) che stanno lì quasi a sottolineare che si tratta di una somma che non riesce a farsi totale…

 

ARCOBALENO O ARCA-BALENA ?

                                                                                                                               di  Ermete Ferraro

Evviva! E’ nata la coalizione-raggruppamento-cartello che unisce la Sinistra storica con la tradizione ambientalista dei Verdi, il cui leader ha esultato, definendo "utile" il voto dato "a un soggetto che ha nel simbolo i colori della pace e come obiettivo la tutela dell’ambiente". Beh, a dire il vero, non è che l’aggettivo "utile" sia proprio il massimo per lanciare la nuova formazione politica. Sappiamo però che il vocabolario della politica e i concetti che dovrebbero stare dietro le parole si sono irrimediabilmente ristretti, per cui pare proprio che ci tocca accontentarci d’un codice linguistico vago, approssimativo e sbrigativo.

Il fatto che votare per "la Sinistra – l’Arcobaleno" risulti utile, comunque, sembrerebbe proprio ciò che interessa alla maggioranza di quelli che le hanno dato vita, e che adesso si alternano a fare i complimenti intorno alla culla della neonata, lasciando però trasparire qualche imbarazzo e cautela, dettati forse dalla necessità di prendere tempo, per capire meglio… a chi assomigli la pargoletta…  Una delle poche cose certe di questa creatura è che l’hanno battezzata con due nomi, uno femminile e l’altro maschile, tanto per non scontentare nessuno. Anche il suo logo risulta da una sintesi grafica, in cui appaiono, in basso, delle onde iridate, mentre nel semicerchio superiore sembrerebbe essersi esaurita la fantasia dei creatori, che non hanno saputo trovare niente di meglio che scriverci il doppio nome di cui sopra, rigorosamente in caratteri rossi e verdi, su sfondo bianco. Nutro qualche sospetto che Pecoraro Scanio abbia tentato di farvi collocare un sole-che-ride, ma qualcuno certamente gli avrà fatto notare che così il nuovo logo avrebbe acquisito un’inquietante somiglianza col simbolo del partito socialdemocratico di una volta.  Per non parlare del fatto che, a quel punto, PRC e PCI si sarebbero sentiti in dovere d’inserire anche loro una falcetta-e-martellino da qualche parte, con prevedibili conseguenze negative sul piano grafico.

Dunque, vediamo un po’ gli elementi che abbiamo finora a disposizione per esprimere un giudizio. (1) Votare la Sinistra – l’Arcobaleno  (forse sarebbe meglio chiamarla "Sinistrarcobaleno", per snellire un po’ questo nome composto, come si fa con Pierpaolo o Giambattista…) è qualcosa di utile; (2) si tratta di un’alleanza il cui simbolo ricorda la pace e l’ambiente e, secondo una dichiarazione del neo-leader Bertinotti, (3) lascia trasparire "la grande ambizione di cambiare la società". Beh, mi sa che è ancora troppo poco per riuscire a trascinare le masse, inducendole a votare per la neonata formazione, soprattutto se si tiene conto che i primi provvedimenti che il leader dei Verdi si è sentito di proporre, a mo’ di esemplificazione, sono state le leggi per le unioni civili e per il conflitto d’interessi…  Sarà probabilmente solo una sensazione, ma nella generale confusione di elezioni politiche le cui vicende sono iniziate con l’accusa rivolta dalla coalizione conservatrice a quella "democratica" di volergli copiare il programma, ho l’impressione che anche a Sinistra del PD le idee non siano troppo chiare. O, peggio ancora, che non si ritenga nemmeno tanto "utile" chiarirle agli elettori, ai quali si chiede piuttosto un’adesione "a pelle", istintiva – come dire? – "senza se e senza ma"…

sinistra_arcobaleno_thumbnailPer carità, non fraintendetemi. Da nonviolento ed ecopacifista storico, personalmente apprezzo molto sia il nome sia il simbolo della nuova formazione. Da primo eletto a Napoli dei Verdi (nel lontano 1987), e come primo e unico capogruppo circoscrizionale (nel 1995) di una formazione denominata "Verdepace-Arcobaleno", nessuno più di me può condividere questa scelta, che mi ricorda pure l’esperienza napoletana dell’associazione "Verdarcobaleno", iniziata proprio in quegli anni insieme con l’amico Antonio D’Acunto, ultimo consigliere regionale dei "Verdi Arcobaleno".  Quello che mi convince di meno non è infatti né il logo iridato (che mi riporta col pensiero a tante battaglie antimilitariste e pacifiste), né la parola "Sinistra" (che semmai mi ricorda la breve, ma positiva, esperienza che ho fatto da primo presidente "verde" di una Circoscrizione napoletana, alla guida di una…minoranza che potrebbe oggi tranquillamente identificarsi nella nuova formazione politica).

A lasciarmi poco convinto, semmai, è l’evidente fretta e superficialità con cui è stato concluso il ciclo di un processo che pur durava da molti anni, senza evidente successo, sol perché ormai non restava altro tempo da perdere e le elezioni bussavano già alle porte. Ecco, è proprio questa "utilità" troppo strumentale ed assai poco attenta alla maturazione effettiva del processo stesso che adesso suscita qualche perplessità, costringendomi a pormi qualche domanda scomoda e politicamente scorretta su fini e sui mezzi della nuova coalizione rosso-verde. Il predetto Antonio D’Acunto, in un suo recente editoriale on-line sul sito nazionale dell’Associazione VAS, ha fatto importanti osservazioni in proposito, scrivendo: "Oggi nasce la Sinistra l’Arcobaleno: la questione per molti della sinistra e della cultura ambientalista è se esso è la sommatoria, l’escamotage elettorale, di alcune forze politiche o anche di singoli politici, in grandissima difficoltà, per salvare la loro presenza alla Camera ed al Senato, oppure è il reale avvio, la vera nascita di un grande soggetto politico, sì di un Partito Nuovo, che sappia fondere la storia, i valori, i bisogni della Sinistra politica con l’Ecologia; il Mondo di oggi con le Future Generazioni, la Salvezza dell’Uomo con quella del Pianeta, con l’attualità di un programma chiaro e forte che vada in tale direzione."

Ecco: il vero problema mi sembra che sia proprio questo e non può essere certo eluso facendo ricorso a slogans elettorali o a frasi ad effetto. Se ci troviamo effettivamente di fronte ad una vera scelta, ad una reale novità nel panorama politico, ci saranno senz’altro quelli che D’Acunto chiamava "segnali netti, chiari nei contenuti e nella rappresentatività" , indice evidente di "un rinnovamento profondo che deve valere per l’insieme de la Sinistra l’Arcobaleno".  In caso contrario, invece, ci troveremmo ahimé di fronte ad una pura e semplice trovata elettorale, un’alleanza sotto forma di "arca-balena", "utile" solo a salvare i Pinocchi e i Geppetti di turno, ma il cui richiamo risulterebbe ovviamente molto debole e che quindi sconterebbe l’ambiguità e la strumentalità di una pseudo-scelta.

Attenzione allora: i cittadini comuni, i giovani soprattutto, sono maledettamente stanchi e delusi. Non hanno bisogno di spot di facciata, ma di una chiarezza e coerenza diventate merci sempre più rare in quella specie di mercatino rionale della politica in cui siamo costretti a scegliere. Se invece "la Sinistra-l’Arcobaleno" saprà emergere da questo clima di "saldi di fine stagione" e se riuscirà a proporre qualcosa di veramente nuovo e convincente, che faccia leva sul protagonismo e la partecipazione diretta, sono certo che le adesioni  a questo progetto alternativo diventeranno sempre più numerose e convinte. Auguriamoci che così sia !

 

CIAO, MARIO…!

borrelli3Lettera a Mario Borrelli

di Ermete Ferraro

Ciao Mario! Ieri sera, nella “tua” vecchia parrocchia di Mater Dei non eravamo in tanti a ricordarti, e comunque neanche ai tuoi funerali, giusto un anno fa e nella stessa chiesa, c’erano tutti quelli che pur devono molto alla tua incredibile esperienza di padre e di maestro. D’altra parte non sarebbe bastato il Duomo se fossero intervenuti alla santa messa in tuo ricordo le centinaia di ex-scugnizzi tuttora sparsi per il mondo, di ex-baraccati, di ex-prostitute, per non parlare delle migliaia di lavoratori, disoccupati, donne, vecchi e bambini ai quali la “Casa dello Scugnizzo” ed il Centro Comunitario di Materdei hanno offerto per 57 anni non solo uno spazio unico per stare insieme, ma un’accoglienza solidale e fattiva, un’occasione inostituibile per crescere come persone, come gruppo e come comunità.

Un anno fa a darti l’ultimo saluto, oltre a parenti e amici ed a noi vecchi amici e collaboratori della Fondazione, c’erano stati alcuni di quelli  che hanno condiviso almeno una tappa della tua fantastica avventura, come: Tonino Drago, Giuliana Martirani, Samuele Ciambriello, Geppino Fiorenza, Donatella Trotta, ed a rappresentare la Chiesa di Napoli era venuto un vicario episcopale, latore e lettore di un messaggio del Cardinale. Ieri, invece, erano presente tra noi il Sindaco Jervolino e l’assessore Cardillo, per testimoniare di persona il riconoscimento, sia pur tardivo, di una città che ha il brutto vizio di dimenticare i grandi uomini ai quali ha dato i natali e che, proprio come hai fatto tu, l’hanno fatta conoscere in tutto il mondo, …

Enrico Cardillo, in un articolo pubblicato dal “MATTINO” dopo la tua morte, così ti descriveva: “Tu, famoso nel mondo come apostolo dei poveri, non violento ma straordinariamente carismatico nell’organizzare e sostenere le lotte per la casa, il lavoro, l’autoriduzione di affitti insostenibili, la salute durante il colera, l’aumento del pane, l’istruzione pubblica gratuita, la pace nel mondo. Poi vennero anche film e libri che narravano la tua storia, quella di Don Vesuvio, il prete degli scugnizzi”. E poi ricordava le decine di personaggi che ti hanno incrociato in quegli anni eccezionali, tra cui Luigi e Donato Greco, Mariella La Falce, Felice e Mariella Pignataro, Tonino Drago, Giovanni Tammaro, Claudio Ciambelli, Paolo Giannino, Goffredo Fofi, Luciano Carrino, Massimo Menegozzo, Piero Cerato, Geppino Fiorenza, Vittorio Dini, Fabrizia Ramondino, Domenico De Masi, Enrico Pugliese, Percy Allum, Giuliana Martirani e tanti altri. Un mondo “alternativo” che oggi ci sembra quasi incredibile, composto di pediatri di base e animatori socioculturali, di fisici e giudici, di scrittori e sociologi, di credenti e non credenti, tutti uniti però dalla voglia di cambiare la loro realtà “dal basso” (allora di diceva così, anche se oggi questa espressione suona ormai un po’ strana…).

Beh, quello che è certo è che “in basso”, tra gli “ultimi” ci sei rimasto tu per mezzo secolo, in quella che Cardillo, sempre nel suo articolo, definiva la “Napoli degli esclusi, dei più poveri, di quelli cui vengono negati i diritti” e che tanto “doveva al tuo insegnamento forte e non violento”.  Eppure quella “città che ti deve tanto” non era realmente presente ai tuoi funerali né, ieri, al ricordo dell’anniversario della tua morte, che ha spento la tua esistenza terrena ad Oxford, dove vivevi ormai da circa dieci anni. Come si dice di solito in questi casi: “nemo propheta in patria”…? Non lo so, ma d’altra parte non è un certo un caso se, invece, il prestigioso “TIMES” di Londra ti ha riservato un lungo articolo, nel quale racconta “…Don Vesuvio, la Tigre di Napoli, il Santo di Napoli, il “Provocatore”, definendoti “visibile trionfo di dedizione cristiana e di una determinazione che non si lascia piegare dalle avversità” e ricordando il tuo “senso di convinzione senza compromessi”. Non è un caso nemmeno che l’altrettanto prestigiosa LSE (London School of Economics) – dove negli anni caldi 1968-70 conseguisti una laurea magistrale in “amministrazione sociale” – abbia pubblicamente celebrato il tuo percorso di operatore sociale d’avanguardia, laddove la nostra Università ed altre istituzioni accademiche non hanno ricordato neppure con una riga la scomparsa di un grande figlio di Napoli, il solo che sia riuscito a mettere d’accordo la teologia con la sociologia, la ricerca storica con una pionieristica peace research, il gusto genuino per la tradizione del popolo napoletano col netto rifiuto di ogni forma di folklore che, in nome del profitto, inchiodi Napoli alla sua squallida “filosofia della miseria”.

E poi, dov’era – un anno fa come anche ieri – quella “chiesa del dissenso” che ti haMario ed io visto protagonista per anni, come primo direttore della rivista “IL TETTO” e come instancabile animatore di quel “Coordinamento dei gruppi volontari”, che riuscì a riunire a Materdei le migliori espressioni del mondo cattolico più impegnato, dei gruppi nonviolenti e per l’obiezione di coscienza e di quelle “comunità di base” di cui resta solo un pallido ricordo? Ti sarà bastato il messaggio inviato al tuo funerale dall’attuale Arcivescovo  per cancellarti dalla memoria tanti anni di freddezza, di gelido distacco, di diffidenza malcelata, che ti hanno seguito nel tuo difficile percorso da “outsider” di tutte le istituzioni, fossero ecclesiastiche ma anche civili e politiche?  E che fine hanno fatto quelli che oggi si sciacquano la bocca con termini come welfare community o empowerment, ma non sanno (o hanno preferito scordarsi…) che per decenni sei stato tu il solo riferimento internazionale nel piccolo mondo antico dell’assistenzialismo nostrano, e che i tuoi saggi che parlavano di “coscientizzazione e sviluppo comunitario” li hai scritti quando qui da noi neppure si parlava di “politiche sociali” …?

Simona Petricciuolo, in un suo articolo su di te pubblicato su “IL MATTINO”, ha scritto: ” Borrelli ha dimostrato che era possibile svincolarsi da tutti i poteri, lui che da sacerdote, per seguire al meglio la propria vocazione, si è dovuto svincolare anche da quello della Curia, e fare qualcosa di concreto per aiutare che ne aveva bisogno”. Mi sembra che effettivamente abbia saputo cogliere quanto sia stata sempre difficile e contro-corrente ogni tua scelta, anche quando era quella di essere “semplicemente un cristiano”, come dichiarasti in una tua vecchia intervista alla BBC, respingendo “con impazienza” – per citare ancora “THE TIMES” – la tendenza a trasformarti già in vita in “santo virtuale”… Eppure non facile tentazione, visto che per anni sei stato considerato quasi un super-eroe, grazie al libro di Morris West – citato perfino dalla moglie del presidente degli USA, Eleanor Roosvelt – al film in bianco e nero su “Don Vesuvio”, alle centinaia di articoli ed interviste radiotelevisive, alla tua stessa fama di esperto internazionale di sviluppo e di pace, invitato a far da relatore per la comunità Europea, per la Nazioni Unite e in decine di forum mondiali sull’educazione alla pace.

Sai una cosa, Mario? In questa prima settimana di Quaresima mi è tornato spesso alla mente il termine “incarnazione”, parola-chiave della tua esistenza religiosa e laica al tempo stesso. L’amore senza timore per Dio; la vera solidarietà ( che può essere solo da uguali) verso la sofferenza dei fratelli; la speranza operosa nel cambiamento; la sete di giustizia e di pace; la difesa d’ufficio dei diritti dei più deboli e degli ultimi – che sono poi il centro vivo della “buona notizia” di Gesù – avevano per te l’esigenza di “incarnarsi”, di diventare realtà concreta (e sofferenza vera…) qui e ora. Nessuno più di te amava le parole e la loro magia, e questa era una delle cose che – insieme con la scelta dei poveri – mi hanno fatto sempre sentire vicino a te, al tuo gusto filologico, alla tua ricerca d’insospettabili collegamenti tra concetti e parole… Eppure hai scritto, presentando un libro di Francesco de Notaris: “…Il dilemma è sapere che cosa significa la nostra parola, da dove parte e cosa vuole… Ci siamo fatti prigionieri della parola. La parola si è staccata dalla persona come strumento o paravento o difesa. Chi parla quando nessuno vuol sentire parla a se stesso. E se uno parla a se stesso, perchè parla? […] La Parola si è fatta carne e si è tuffata nel nulla e si è nascosta tra gli uomini nel silenzio e nel dolore e si è fatta luce, forza, sostegno, speranza concreta e resurrezione. I rami sono le radici del cielo, come le radici sono i rami della terra. Rifacciamoci con fatica e dolore le nuove radici anche se l’albero sta imputridendo, da liberi e giusti e solidali con tutti quelli cui la storia degli umani ha riservato lo stesso disumano destino sociale”.

Ecco, tu sei riuscito effettivamente a vivere libero, giusto e solidale con tutti quelli che il nostro disumano “progresso” ha lasciato e continua a lasciare indietro, soprattutto in quest’epoca di globalizzazione selvaggia e di religione iperliberista del materialismo, che  emargina sempre più chi non regge il passo e finisce con l’inciampare, mentre di “buoni samaritani” ce ne sono rimasti molto pochi, e alla carità cristiana si è preferito sostituire l’assistenza burocratica o lo pseudo-volontarismo del non-profit”…

Quando Donatella Trotta t’intervistò, per il “MATTINO”, seppe cogliere in te: “…un lampo nello sguardo dalla trasparenza dell’ acquamarina rimasto aguzzo: ad evocare un’antica, indomita focosità stemperata soltanto dall’età e dai…capelli bianchi”. Ed è effettivamente difficile non ricordare i tuoi incredibili occhi azzurri, che trapanavano l’interlocutore con lo sguardo indagatore e un po’ sfottitore che non hai mai perso, e che affiora perfino nella tua ultima intervista davanti ad una telecamera, che ora abbiamo trasformato in un film per ricordarti meglio alle nuove generazioni. “Del resto – commentava la giornalista – [Borrelli] non ha mai avuto peli sulla lingua l’ex “Don Vesuvio” che più di cinquant’anni fa scelse di intrecciare concretamente la propria vita di sacerdote oratoriano e fine studioso con gli scugnizzi orfani del dopoguerra napoletano, con i baraccati e le puttane senza diritti, vivendo e combattendo con loro on the road al di là di ogni convenzione, da scomodo e ribelle prete-scugnizzo e polemico avventuriero di Dio, vagabondo tra i vagabondi e maieuta caparbio e insofferente a qualunque forma di sopraffazione e iniquità dell’uomo sull’uomo”.

Effettivamente tu sei stato tutto questo:  “sacerdote e fine studioso” ma anche “scomodo e ribelle prete-scugnizzo”. Anche la definizione di “polemico avventuriero di Dio” ti sarebbe piaciuta, perché diametralmente opposta a quella colorita definizione di “filibustiere di Dio” con cui spesso gratificavi uno dei rappresentanti di quella “chiesa con la ‘c’ minuscola” da cui ha sempre preso le distanze. Anche “vagabondo tra i vagabondi” rende bene gli anni da te vissuti intensamente tra carbonai, operai, baraccati, girando con la tua “chiesa mobile” dove c’era lo spazio per le “guarattelle” così come per il Santissimo, e dove il latino, il napoletano e l’inglese si erano sposati incredibilmente in una comunicazione in cui la parola serviva davvero a testimoniare la verità.

Ciao, Mario! Ci manchi, mi manchi tanto… Non voglio affatto trasformarti in un “santino” – anche perché so che mi prenderesti a male parole –  ma spero tanto che questo mio ricordo riesca a raggiungerti e a farti sentire quanto abbiamo ancora bisogno del tuo esempio, della tua profondità di pensiero, della tua ironia, delle tue provocazioni, come quando hai dichiarato, nell’ultima intervista che vedremo presto come film, che il futuro non ha senso, se non ha radici nel nostro personale presente, concetto che bene esprimevi anche nella presentazione al libro di De Notaris:

“Se i semi del nostro futuro non sono nel nostro presente passeremo alla storia come muti testimoni di una città morta. Quale alternativa resta al ‘silenzio della ragione’ ? La protezione dei santi morti che tardano a fare miracoli o dei santi vivi che non sentono la responsabilità di operarli?. La speranza non può esaurirsi in un futuro di cose da possedere ma in un futuro di uomini disposti a cambiarsi. Se permane un’atmosfera di emergenza, di anormalità, di eccezionalità,di escatologia, di messianismo sociale, i piani futuri saranno concepiti in un contesto di dipendenza e di servitù.”

  Aiutaci, Mario, stacci vicino, soprattutto in questo periodo di continue e artificiose “emergenze”, per costruire insieme, dal basso, quel “futuro di uomini disposti a cambiarsi”, senza aspettare miracoli né nuovi messianismi. Forse così riusciremo davvero a proseguire il lavoro che hai portato avanti per tanto tempo, testardamente e controcorrente, e dimostreremo di aver capito la tua lezione. Ciao, Mario, e grazie!

        Ermes

CENT’ANNI DI SOLITUDINE…

Ad un secolo esatto dalla nascita, il pittore

 Guglielmo Ferraro nel ricordo del figlio Ermete. 

L’otto febbraio ricorrevano esattamente 100 anni dalla nascita del pittore Guglielmo Ferraro, mio padre, morto nel novembre del 1988, quasi venti anni fa ed il cui autoritratto accompagna queste righe.

Non mi è facile parlarne qui e adesso, come non è stato facile finora, trovando le parole giuste per ricordarlo degnamente e rispettando, al tempo stesso, quella sua caratteristica riservatezza di persona schiva, timida, umile.

Un uomo, un padre ed un’artista di poche parole, che ha attraversato quasi in punta di piedi gli ottanta anni della sua vita, da vero signore, in mezzo al chiasso, alla volgarità ed all’esibizionismo di un ambiente nel quale sembrava essere capitato quasi per caso e dove si sentiva a disagio.

Cent’anni di solitudine: il titolo del famoso romanzo di Gabriel Garcia Marquez mi è venuto automaticamente alla mente ripercorrendo questo secolo che ci divide dalla nascita di mio padre Guglielmo. Ma attenzione: si tratta di una solitudine che non va letta come mancanza di riferimenti, di affetti, di agganci con la realtà, ma piuttosto nel senso di oggettiva estraneità ad un mondo che egli avvertiva sempre più lontano dalla propria concezione dell’arte, più prossima a quella umanistica e, al tempo stesso, ad una sua visione quasi religiosa, come rilettura personale della realtà.DSCN1498

 “Ferraro rappresenta il caso singolare di un pittore che rifugge da ogni formula e da schemi e schermi dell’inflazione modernistica – scriveva il maestro Domenico Spinosa, presentando il catalogo della sua personale del 1974 – [il visitatore] avrà la rara occasione di poter accostare un pittore che opera, che ha sempre operato, con la coscienza e la religiosa fiducia di un buon artigiano […] Una presenza…questa di Ferraro, singolare e confortevole; una pausa rilassante e rasserenante in mezzo a tanta confusione: un’affermazione di rara compostezza artistica e morale, sincera e umana fra tanti sfiatati annunzi di miracolistici eventi. Nel gran vuoto e nel gran silenzio che si lascia indietro il vaniloquio degli istrioni di turno, la voce di Ferraro così sommessa e – nella apparenza – così dimessa, acquista il valore di un richiamo a quanto di autentico e generoso impegno possa tendere l’interesse dell’uomo…”

 Ecco, “la coscienza e la religiosa fiducia di un buon artigiano”: in questa efficace sintesi del suo vecchio amico e collega Mimì Spinosa – persona peraltro molto diversa da lui, sia caratterialmente sia artisticamente – mi sembra che rispecchi fedelmente la vita e l’opera di Guglielmo Ferraro.

E bene gli si attagliano anche altri attributi utilizzati in questa presentazione: la sua presenza, umana e pittorica, ha effettivamente costituito una “pausa rasserenante e confortante” nel caos di un’arte troppo spesso urlata provocatoriamente, gettata in faccia al suo smarrito e confuso fruitore. La “compostezza artistica e morale” di mio padre Guglielmo – come testimoniato da Spinosa – è stata infatti la cifra stessa della sua vita, caratterizzata dalla sincerità dell’ “autentico e generoso impegno”  di chi,  però, ha scelto di mantenere “sommessa” la propria voce.

“Guglielmo Ferraro è temperamento riflessivo, pacato e ben disposto alla concezione lirica delle cose dipinte…” – osservava acutamente il critico Eolo Serao, cogliendone la poetica di pittore per cui l’osservazione e la riflessione erano sempre e comunque il primo, indispensabile, passo per poter poi trasfigurare liricamente la realtà, che si trattasse di quella di una persona, di un paesaggio oppure delle “cose” suggestivamente e un po’ misteriosamente composte in unità nelle sue tante nature morte…

Di “vibratili sensibilità e controllata moderazione” ebbe a scrivere invece un altro critico d’arte, Armando Miele, riuscendo a cogliere sia la sua volontà di rifuggire da ogni esasperata e falsata visione di ciò che cade sotto i nostri sensi, sia l’innata tendenza ad una moderazione che nasceva dal rispetto della realtà e dall’istintiva repulsione verso ogni forma di esagerazione e di plateale esibizionismo.

“Conosco la sua pittura: in essa trovo l’uomo con le sue delicatezze, con i suoi silenzi, con le sue meditazioni – osservava il critico Piero Girace – […] Ha una sua poesia genuina e la esprime in modo compiuto, nella disciplina della forma, con una colorazione soave…”

Sì, mio padre era una persona con una “delicatezza” e d’una compostezza decisamente estranee al suo – e a maggior ragione al nostro – tempo. La sua “genuinità” era frutto di un rigore formale della “fiducia del buon artigiano” e della “francescana umiltà” di cui parlava Spinosa, che non lo hanno mai abbandonato, anche quando ha avuto l’onore di esporre in contesti artistici prestigiosi, come la Biennale di Venezia, la Quadriennale di Roma, il Premio “Michetti” o le tante edizioni della Mostra Nazionale d’Arte Sacra.

La stessa genuinità ed umiltà che lo hanno accompagnato nel corso dei suoi tanti anni d’insegnamento, prima come assistente all’Accademia di Belle Arti e poi come titolare della cattedra di Ornato disegnato al Liceo Artistico di Napoli.

Ricordo che, da bambino, il suo “studio” m’incuteva uno strano timore reverenziale, col grande cavalletto, la tavolozza multicolore, le centinaia di quadri e tavolette esposte ed accatastate, gli strani oggetti che mi apparivano, quasi surreali, disposti sul tavolo in attesa di essere fissati su tela o compensato dallo sguardo assorto e penetrante e dalla pennellata densa di mio padre.

Ricordo il suo impegno, minuzioso e infaticabile, nel cercare in quei tubetti di colori ad olio – di cui mi par quasi di avvertire ancora l’odore caratteristico, sposato a quello dell’acquaragia… – l’alchimia giusta per far rivivere, ricreandola, la realtà di una veduta, il volto di una donna o la fisicità immobile di frutti, fiori, oggetti e perfino pesci e uccelli, visti come soggetti da studiare e ri-produrre…

Da ragazzo sono stato spesso a far compagnia alla sua tranquilla solitudine nello studio di via Ribera, o l’ho accompagnato nei suoi frequenti giri quando si trattava di andare a catturare la natura della realtà all’aperto, in occasione delle cosiddette “estemporanee di pittura”.

L’ho seguito spesso nella sua scoperta della strana atmosfera silenziosa ed operosa dei cantieri navali nel porto di Napoli. Sono rimasto a fissarne i movimenti quando, dietro il suo cavalletto portatile, scrutava panorami e scorci di Forio d’Ischia, di Baia oppure di Agnano, quasi se se ne stesse nutrendo per poterli restituire agli altri attraverso la sua pittura, come un’ape che estrae dai  fiori il loro nettare, per trasformarlo in qualcosa di simile ma anche di profondamente diverso.

L’ho guardato mentre studiava un volto, le venature di una mano, la piega di un abito – in occasione di uno dei suoi molti ritratti – cercando di cogliere fino in fondo l’espressione, il sorriso e la stessa fisicità di chi stava pazientemente posando per lui da ore, guardando a sua volta quella figura alta, distinta, assolutamente seria e distaccata eppure così dolce.

Me lo ricordo bene, con i pennelli tra le dita macchiate di colore, col viso velato ogni tanto dagli sbuffi di fumo quando tra le sue dita compariva la punta incandescente di una sigaretta, che interrompeva periodicamente il lavoro della mano, assorbendolo in una contemplazione ancora più assorta del soggetto che aveva davanti.

Questo succedeva sia che si trattasse delle sue modelle "dal segno un po’ tedesco" (S. Ortolani), o di una delle sue nature morte "…dense e gustose, ove le tonalità dei verdi bottiglia rilucono gravi, conferndo un’aura misteriosa al dipinto" (P. Girace), oppure ancora dei suoi paesaggi "…così gentilmente primitivi, e pur carichi di sollecitazioni naturalistiche" colti dalla sua "assorta e delicata visione" che produceva "una bella veduta, precisa e ariosa", secondo le parole del critico Carlo Barbieri.

Ebbene, Guglielmo Ferraro ha attraversato i suoi 80 anni di vita guardando il mondo, la realtà, come un grande repertorio di meravigliose immagini da cogliere e restituire poeticamente agli altri, dopo essersene imbevuto profondamente. Ha comunicato, come insegnante, questa magia della forma e del colore a generazioni di allievi dell’Accademia-Liceo di via Costantinopoli, restando però anche lì un po’ spaesato in quel contesto rumoroso, brusco, agitato, attraversato dalla scontentezza e dai fremiti ribellistici dei ragazzi degli anni ’60 e ’70 e, sul versante dei docenti, dal sensazionalismo rutilante delle provocazioni artistiche, tipiche dell’informale e della pop-art.

Ha vissuto silenziosamente le amarezze di chi non si è mai rassegnato alla trasformazione del mondo dell’arte in un grande "mercato", dal quale si è sempre ritratto con la dignitosa fermezza di chi credeva in quello che faceva ma, d’altra parte, non aveva nessuna intenzione di polemizzare o di rivendicare nient’altro che la propria libertà di coscienza e di azione. Ha mantenuto sempre il low profile di chi, con modestia ma consapevolmente, fa il proprio dovere fino in fondo, senza aspettarsi gratificazioni personali dall’apprezzamento degli altri.

C’è una bella ma poco conosciuta "lettera agli artisti" che Giovanni Paolo II scrisse nel 1999, nella quale il Papa ad un certo punto affermava che: "nel modellare un’opera, l’artista esprime di fatto se stesso a tal punto che la sua produzione costituisce un riflesso singolare del suo essere, di ciò che è e di come lo è…" . Ebbene, questo è certamente vero per mio padre Guglielmo, , che ha sempre conservato quello "stupore" di cui parla più avanti lo stesso Papa, come dell’unico atteggiamento adeguato "…di fronte alla sacralità della vita e dell’essere umano […] La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente. E’ invito a gustare la vita e a sognare il futuro".

Guglielmo Ferraro, al di là delle tante opere manifestamente classificabili come "arte sacra", ha saputo infatti cogliere quel richiamo alla bellezza trascendente della stessa realtà, di fronte alla quale c’è sempre da stupirsi e che l’arte ci aiuta a riscoprire, come se la vedessimo per la prima volta. Come uomo, come docente e come padre ha conservato lo stesso naturale ritegno, lo stesso distacco che non era freddezza né rigidità, ma un modo per rifugiarsi in un mondo tutto suo, poestico e un po’ nostalgico, da cui usciva fuori talvolta, insospettabilmente, con vecchie canzoni napoletane o con caustiche battute e fulminanti giochi di parole…

Sono passati vent’anni dalla sua morte ed egli è sempre presente nella mia casa, nella mia famiglia, attraverso i molti quadri che ne ricoprono le pareti, facendo compagnia ai libri che mi hanno accompagnato in questi anni. E’ una presenza discreta ma calda, come quando era ancora fra noi, che fin da allora mi ha dato sicurezza, stabilità e valori saldi in cui credere, anche a costo di fare scelte "alternative", rischiando come lui la solitudine della diversità. Per questo gli sono grato e, nel rispetto della taciturna riservatezza che gli era propria, cercherò di ricordarlo come merita. 

Cercherò di ricordarlo soprattutto a chi ha completamente cancellato dalla memoria un’intera generazione di pittori napoletani del Novecento, dotati di gusto e di finezza artistica, ma sovrastati dalla volgarità barocca di troppi pinturicchi folkloristici e, al tempo stesso, da troppi artisti smaniosi di cavalcare un’avanguardia diventata presto post-avanguardia, senza essere riuscita a comunicare praticamente nulla al cuore e alla mente dei suoi ‘spettatori’.    

 Forse così, dopo questi cent’anni di solitudine, scopriremo che in realtà di veri artisti e maestri del colore a Napoli ne abbiamo avuti davvero tanti, e che riscoprirne l’opera significa anche rivalutarne la personalità e l’originalità.