DISPERSIONE, DISAGIO…segue (2)

Anche nel corso di questo ‘anno scolastico mi sono occupato di "disagio e dispersione" nella scuola media dove insegno da un bel po’, e alla fine ho provato a tracciare un bilancio di questo mio specifico impegno, che comportava sia il monitoraggio delle assenze frequenti o addirittura della totale inosservanza dell’obbligo di frequenza scolastica da parte di una buona fetta di alunni/e, sia la verifica delle situazioni più problematiche sul piano della socializzazione e del comportamento, tipiche di quel famoso "disagio" scolastico. In ambedue i casi, naturalmente, non si trattava solo di analizzare questi fenomeni, ma anche di porvi rimedio, intervenendo nel modo più opportuno ed efficace. Ebbene, mentre comprendere le origini remote e le cause specifiche di comportamenti del genere risulta abbastanza agevole, soprattutto a chi abbia un minimo di competenza sociale, quello che senza dubbio resta invece più difficile è trovare la chiave giusta per dare delle risposte chiare, univoche e concrete a quelle situazioni di disagio, peraltro sempre più diffuso e trasversale. Io penso che la nostra società sia viziata da due gravi peccati d’origine: il primo è l’influenza negativa esercitata dai vaghi sensi di colpa di genitori ed altre figure adulte nei confronti dei bambini, che finisce per condizionare pesantemente, se non per inficiare del tutto, un’azione educativa degna di questo nome, perpetuando il lassismo di chi, non sapendo più proporre valori e modelli comportamentali in modo credibile, rinuncia del tutto a farlo. Il secondo "peccato originale" credo sia legato ad uno stile di vita sempre più globalizzato e monoculturale, che è riuscito a fondere la tradizionale disattenzione per il futuro – tipica di chi è abituato da secoli a vivere alla giornata e ad apparire più che essere – con lo scellerato consumismo indotto chi è riuscito a mercificare tutto e ad esaltare la soddisfazione del piacere individuale come unico parametro di scelta, azzerando ovviamente ogni forma di etica e di solidarietà di gruppo

.Se si dà un occhiata ai tanti progetti che – nel nostro Paese come all’estero – tentano di contrastare il drammatico binomio disagio/dispersione, appare chiaro che essi si pongono nella maggior parte dei casi come un "correttivo" e/o una "integrazione" a quel modello educativo e didattico considerato "di base", considerando tali interventi come un modo per superare il "disadattamento" dei minori e per aiutarli ad "inserirsi" meglio proprio in quella società che ha prodotto quegli stessi guasti. Il progressivo, e sicuramente preoccupante, aumento dei tassi di questi "disadattati" alla scuola, però, ci costringe a chiederci se il nostro compito di educatori sia proprio quello, o se invece non sia il caso di guardare oltre una "normalità" che ogni anno risulta meno…normale.  Ad esempio: un ragazzino non riesce proprio a seguire un discorso, a capire un testo anche breve, ad esprimere quello che pensa e che sente? Niente paura: gli diamo un po’ di attività sportiva in più, lo mettiamo davanti al monitor di un computer oppure rispolveriamo il vecchio e vituperato "avviamento professionale", mandandolo in qualche laboratorio artigianale ad imparare un mestiere… Il "minore" in questione non riesce ad entrare a scuola in orario ed a restare decentemente per alcune ore tra i suoi coetanei; non ce la fa proprio a rispettare le regole collettive; si esprime solo in maniera aggressiva e senza alcun rispetto per le cose e le persone? Bene: lo facciamo frequentare per meno tempo e secondo regole diverse, alleggerendogli il carico didattico e magari facendogli fare soprattutto quello che già sa fare, così almeno non si scoccia…

DISPERSIONE, DISAGIO…segue (3)

 Ma siamo proprio sicuri che questa sia la strada giusta? Non è, per caso, che stiamo solo cercando di "rimuovere" il problema senza neppure provare a trovare una soluzione insieme con i ragazzi che pretendiamo di aiutare, assecondandone e cristallizzandone invece il disadattamento ? "Beh, sapientone – avverto che qualcuno mi sta dicendo a questo punto – tu invece che cosa diavolo hai da proporre?".  Mi dispiace se la mia risposta non risulta all’altezza dell’analisi, ma sinceramente – e, col passare degli anni posso aggiungere, umilmente – ammetto di non conoscere la soluzione giusta sempre e comunque né, del resto, mi sogno di rigettare del tutto le attuali strategie "rieducative". Sto solo chiedendomi se non sia un po’ da farisei affrontare il disagio scolastico come se fosse una malattia che colpisce il corpo sano della comunità scolastica, ed alla quale ci si debba precipitare a rispondere con "rimedi" che assomigliano troppo  quei farmaci che dovrebbero curare i guasti che quella stessa società continua a generare senza scrupoli né ripensamenti.  Per carità: dieci anni di animazione socio-culturale con ragazzini "a rischio" mi hanno insegnato che "fare" qualcosa è importante e che le "attività", soprattutto se svolte nella giusta dinamica di gruppo, sono indispensabili per avviare un percorso formativo che non sia mummificato negli schemi di una scuola che sembrerebbe sempre diversa e agitata da continue riforme, ma che stranamente, e in buona sostanza, riesce comunque a restare sempre la stessa da decenni. Il fatto è che le "attività", i "progetti" servono a poco – se non a nulla – quando non si sia nemmeno cominciato ad aprire un dialogo educativo degno di questo nome, affrontando il nodo stesso del disagio, che è quello relazionale.

Finché i ragazzi e le ragazze non impareranno a trovare dentro di sé le parole giuste per esprimere il loro malessere, per comprenderne le ragioni e per condividerle con altri – siano essi compagni o figure adulte di riferimento – ritengo estremamente improbabile che si riesca a ricostruire rapporti che troppo stesso si limitano a reprimere o ad esasperare la conflittualità, senza affrontarla per trovare soluzioni costruttive e non distruttive. In tal senso mi è stato molto utile il percorso formativo che ho seguito recentemente sulla "mediazione scolastica", un approccio che utilizza il gioco, le attività e qualsiasi altra tecnica di animazione come strumenti per educare i ragazzi/e a capire e gestire le proprie emozioni, ad affrontare apertamente i conflitti e a contrattare con gli altri delle soluzioni che non saranno forse le migliori in astratto, ma nascono dal rispetto reciproco e da obiettivi condivisi e comuni. Ovviamente un approccio del genere appartiene ad una mentalità che privilegia una visione "behaviorista" dell’educazione, ma non credo che escluda un’impostazione che faccia leva, invece, su valori morali e sullo sviluppo di una coscienza individuale e collettiva. Quello che è certo è che non possiamo più restare immobili, continuando a descrivere ed analizzare problematiche che sono state già abbondantemente affrontate, ma che non abbiamo la minima idea di come fronteggiare.  Non è tanto questione di che cosa far fare o non far fare ai troppi ragazzini/e che – per usare una colorita espressione napoletana – "schifano"  quella scuola dalla quale si sentono "schifati". L’unica risposta valida, credo, è concentrata nel celebre "I CARE", di cui don Milani aveva fatto la sua bandiera pedagogica. Proviamo a fargli sentire che a noi, invece, importa molto di loro e che siamo davvero al loro servizio per aiutarli a trovare la strada migliore per uscire dal disagio. Proviamo ad ascoltarli ed a capirli, senza condannarli o giustificarli a priori, e forse le cose andranno meglio.

UNA SICUREZZA…MANU MILITARI ?

di Ermete Ferraro

La parola d’ordine di questi giorni è "sicurezza". Viene tirata in ballo a proposito ed a sproposito. Se ne parla riguardo alle centrali nucleari ma anche alle discariche. La si invoca contro la delinquenza organizzata, però pure per esorcizzare la "minaccia" degli zingari e degli stranieri irregolari o senza occupazione. Più il clima appare dominato dall’insicurezza (del lavoro, del costo della vita, del tempo atmosferico, delle riserve energetiche, del futuro dei giovani, e via enumerando…) tanto più, in nome della sicurezza, sembra che si sia disposti ad accettare qualsiasi cosa. Eppure questa psicosi dell’insicurezza ci sta tirando addosso provvedimenti ancora più preoccupanti, che mortificano la convivenza civile ordinaria in nome della straordinarietà e del ricorso ad una progressiva militarizzazione delle città e della vita quotidiana. Insomma, pur di vederci restituita l’agognata sicurezza, stiamo sprofondando nelle sabbie mobili della sospensione delle garanzie democratiche e di un autoritarismo insidioso e vagamente sudamericano. Etimologicamente parlando, sicurezza significa: stato di chi è senza preoccupazioni. Il guaio è che sembra maledettamente improbabile che il ripristino di questo stato edenico possa scaturire dalla adozione di leggi speciali e dall’impiego di truppe armate nelle nostre città. Eugenio Scalfari, in un suo recente corsivo su la Repubblica, ha scritto: "Bisogna denunciare e fermare la militarizzazione della vita pubblica italiana della quale l’esempio più clamoroso si è avuto con i provvedimenti decisi dal Consiglio dei ministri  […] per distrarre l’attenzione dalle urgenze vere che angustiano gran parte delle famiglie italiane. […] Tanto grave è l´insicurezza delle nostre città da render necessario il coinvolgimento dell’Esercito: questo è il messaggio lanciato dal governo. E insieme ad esso l´eccezionalità fatta regola: si adotta con una legge ordinaria una misura che presupporrebbe la dichiarazione di una sorta di stato d´assedio, di pericolo nazionale" .

Eggià: i militari sono chiamati a coprire le vergogne di una politica inetta ed impotente e ad avallare un clima da guerra civile. Come se non bastassero i 23 miliardi di euro stanziati in bilancio per la "difesa" in senso strettamente militare, si continua a distribuire risorse ad una miriade di organizzazioni para-militari e ad impiegare le forze armate in compiti che spetterebbero semmai alla protezione civile o ad altri organismi di gestione ordinaria, a partire dagli enti locali. Il messaggio di chi ci governa è molto chiaro: è tempo di decidere e di agire. Chi si oppone o boicotta le decisioni governative è un criminale. Il concetto di "area militare", quindi, è applicabile a qualsiasi impianto o installazione, anche civile, che rivesta importanza per l’economia e per la sicurezza. Se non si tratta di un vero e proprio "stato d’assedio" non so proprio come possa essere considerato tutto ciò.  Che fare? Per chi, come me, si batte da decenni contro la militarizzazione del territorio e della vita civile, davvero mala tempora currunt ! Verrebbe la voglia di dare un calcio a tutto e scaricare la colpa su chi ha voluto questo governo ma anche su chi ne ha reso possibile l’ascesa con la propria incapacità di rappresentare un’alternativa piuttosto che un percorso più soft alla dittatura del pensiero unico e del libero mercato globalizzato. Ma questo non cambierebbe nulla. La risposta è organizzare una resistenza civile e nonviolenta a decisioni che stanno dando il colpo definitivo ad una già moribonda ordinarietà, in nome dell’eccezionalità dei Commissari e dei Generali, chiamati a decidere per tutti o meglio, ad imporre le decisioni assunte dai politici. Inutile precisare che questi, a loro volta, sono supinamente inclini a fare la volontà dei veri poteri forti: quelli dell’economia globalizzata e della finanza onnipotente.  Ecco perché non possiamo accettare passivamente che qualcuno decida sopra e oltre le nostre teste, esercitando, se necessario, il diritto di disobbedire a leggi e provvedimenti che calpestano la Costituzione, i trattati internazionali e la stessa democrazia. Si tratti di discariche ed inceneritori oppure di recenti smanie nucleariste che vorrebbero cancellare la volontà del popolo italiano, nessuno potrà costringerci ad accettare passivamente che la forza del diritto diventi il diritto della forza…!
 

FAO, FARINA E FORZE (ARMATE)

 

                                                                                                         DI ERMETE FERRARO 

  

Su tutti i quotidiani abbiamo letto i commenti poco entusiasti al vertice della FAO che si è chiuso a Roma nei giorni scorsi. Si è parlato esplicitamente di fallimento di questo rituale incontro dei “potenti della terra”, che ha mostrato solo quanto in realtà siano impotenti di fronte ad una tragedia che riguarda oltre 860 milioni di affamati.

Tutti gli organi d’informazione hanno sottolineato che, in un mondo che va a due velocità, agli sprechi assurdi di una parte minoritaria continuano a corrispondere le morti per fame di oltre il 15% dell’umanità. Il direttore della FAO, il senegalese Jacques Diouf, si è chiesto un po’ retoricamente. come si possa spiegare alla gente di buon senso che non è stato possibile trovare 30 miliardi di dollari all’anno per nutrire quei 862 milioni di affamati, ma ovviamente non si è dato una risposta.

Secondo gli obiettivi del Millennio, entro il 2015 si sarebbe dovuto dimezzare questo spropositato esercito di “morti di fame”, ma la realtà mostra proprio il contrario, visto che la crisi alimentare è stata ulteriormente peggiorata dai cambiamenti climatici, dalla produzione dissennata di biocarburanti e dalla diffusione a macchia d’olio di produzioni transgeniche (OGM), che producono danni irreversibili sia sul piano ambientale sia su quello socio-economico.

Il guaio è che quella parte del mondo che produce 300 milioni di obesi ha troppi interessi da difendere per poter affrontare seriamente le proprie contraddizioni. Il problema, infatti, non è solo come produrre più derrate alimentari (secondo il segretario generale dell’ONU, dovrebbero aumentare del 50% ), ma di modello di sviluppo, di accesso alle risorse e di scelte che vanno in tutt’altra direzione, come nel caso dell’odiosa speculazione sul prezzo dei cereali e di investimenti in settori di morte anziché di vita.

Le scelte di morte, è appena il caso di precisarlo, sono i 1.200 miliardi di dollari “investiti” in spese militari nel 2006, secondo il “SIPRI YEARBOOK 2007”, dal quale si può ricavare facilmente che l’Italia occupa l’8° posto nella classifica dei paesi che investono di più nella cosiddetta “difesa”.

Ebbene sì: la nostra  amata (o armata…?) “Repubblica democratica fondata sul lavoro” sta spendendo in questo sciagurato modo 23 miliardi di euro, secondo la finanziaria 2008, ed è dal 2006 responsabile del 3% delle spese mondiali per la difesa. Negli ultimi due anni – hanno sottolineato opportunamente fonti pacifiste – la spesa militare è cresciuta del 20%, e con il nuovo governo di centrodestra sembra destinata ad essere ulteriormente aumentata. Il quadro è completo se riflettiamo anche sul fatto che – nel periodo 2002-06 – l’Italia ha occupato addirittura il 7° posto nella scellerata hit-parade degli esportatori di armi (il 2,4% del totale mondiale) e che l’italiana “Finmeccanica” detiene lo stesso posto nella classifica delle maggiori aziende mondiali che producono armamenti, con un fatturato di 9.800 milioni di dollari.

Silvio Berlusconi, intervenendo al vertice della FAO, ha affermato che “E’ tempo delle azioni, non delle parole”. Bene. Il problema è di quali azioni stiamo parlando. Se la risposta agli 862 milioni di “morti di fame”, che potrebbero essere sfamati con 30 miliardi di dollari l’anno, è che 1.200 miliardi di dollari per spese militari non sono abbastanza, beh, siamo di fronte a “cattive azioni”…!

Se la risposta del leader brasiliano Lula a quello che egli stesso ha definito “insulto all’umanità” devono essere le produzioni di biocarburanti e l’uso massivo di OGM, siamo ancora davanti a “cattive azioni”.

Basti pensare che l’Unione Europea ha usato 2,85 milioni di ettari per coltivare colza e altri OGM per biocarburanti. Pero, se su quei terreni avesse coltivato invece mais o frumento a scopo alimentare, senza utilizzare prodotti transgenici, si sarebbe potuto avere un raccolto pari a 68 milioni di tonnellate di grano, cioè cibo per 373 milioni di persone per un anno…

Ecco perché c’è bisogno di ben altro tipo di azioni, di scelte diametralmente opposte, di un nuovo ed alternativo modello di sviluppo, che arresti la spirale micidiale della “crescita” a tutti i costi e che persegua l’obiettivo di una pace che può essere frutto solo della giustizia e non può mai essere disgiunta dalla salvaguardia del Creato.

 

BENTORNATO, MARIO ! (1)

Bentornato, Mario ! (1) 

Caro Mario,

questa volta ti scrivo per esprimerti la mia gioia per il tuo ritorno tra noi. Un ritorno "virtuale", certo, ma non meno commovente e profondo, che ti ha finalmente riportato in mezzo a noi e ti ha permesso d’incontrare, dopo tanti anni, tanti tuoi vecchi amici e compagni di strada. Sabato scorso, tra i velluti e gli stucchi dorati del teatro "Mercadante", non solo abbiamo finalmente potuto vederti e parlare di te, ma ci siamo anche anche sentiti per tre ore tuoi interlocutori. Eh già, come recitava il titolo della manifestazione ("Parliamone con Mario") in quella sala non c’erano solo le impalpabili immagini della tua intervista a Moreno Alessi, ma c’eri proprio tu, con il tuo sguardo sfottitore, con la tua inconfondibile mimica, con le tue pause da incallito attore di una vita da film.

Sabato mattina è avvenuto un piccolo miracolo. Per alcune ore la macchina del tempo ci ha riportati indietro, a quegli incredibili anni ’60 e ’70, ed intorno a te si sono materializzati decine di personaggi che hanno scritto, insieme con te, tante pagine fondamentali di una storia di Napoli che ben pochi conoscono e che deve ancora essere studiata compiutamente. Dissoltesi le immagini evocatrici del filmato in cui tu ti raccontavi in prima persona, nulla più mi sembrava come un’ora prima e sono certo che tutti i presenti si sono sentiti effettivamente immersi in una realtà che ha ormai ben pochi punti in comune con quella attuale. Una realtà di fede solida, popolare e laica; di proposte profetiche per turbare gli equilibri ipocriti dei benpensanti di sempre; di lavoro sociale, sanitario e educativo "dal basso", animato da speranze incrollabile e da convinzioni trascinanti. Altro che alternanza tra pensiero debole e pensiero unico! Altro che volontariato col bollino blu e concertazione tra istituzioni e terzo settore! Altro che "committenza pubblica", con tanto di gare di appalto, associazione temporanee d’impresa, protocolli d’intesa e via burocratizzando…!

Il tuo ripercorrere quegli anni – dal seminario all’avventura notturna in mezzo agli scugnizzi, dalla "chiesa mobile" alle lotte con i baraccati, dagli studi londinesi al radicamento della tua casa dello scugnizzo come centro di sviluppo comunitario – ci ha riportati bruscamente ad un’epoca in cui si parlava poco di "progetti" ma molto di "Progetto"; poco di sedicenti "organismi rappresentativi" ma assai di più più di protagonismo popolare. Anni in cui il verbo "servire" – fosse coniugato in chiave evangelica o marxista – aveva ancora un senso compiuto. Anni in cui si sentiva che "schierarsi" non era una scelta faziosa ma un dovere etico, prima ancora che politico e che, come diceva don Milani, la stessa obbedienza (religiosa, di partito, di ruolo…) non era più una virtù, bensì uno schermo per non decidere con la propria testa, secondo ragione e coscienza.

Dopo quelle immagini che ti ri-evocavano così efficacemente, ho visto l’assessore Cardillo vistosamente commosso; ho sentito il sindaco Jervolino emotivamente coinvolta da un messaggio che l’interpellava come cristiana e come napoletana; ho sentito serpeggiare in sala una sensazione comune di rimpianto per quel periodo eroico, privo di dubbi e di compromessi, in cui non si stava tanto a studiare le strategie, ma si agiva e ci si comprometteva, si obiettava duramente ma, al tempo stesso, si lavorava in prima persona per costruire alternative credibili e funzionali. Le belle testimonianze che hanno seguito il riconoscimento pubblico dell’Amministrazione Comunale di Napoli nei tuoi confronti (una medaglia d’oro consegnata al tuo omonimo nipote), hanno ripreso con intensità ed efficacia questo clima non tanto di ricordo, quanto di recupero di quello spirito che don Sturzo avrebbe definito "libero e forte" e che tu hai saputo "incarnare" così bene nel tuo lavoro con gli ultimi di quella eduardiana "Napoli milionaria", che non sarebbe mai più stata come prima della guerra.  (SEGUE…)

BENTORNATO, MARIO! (2)

Tonino Drago – vero profeta della nonviolenza e tuo collaboratore in quella "ricerca sulla pace" di cui sei stato di fatto l’antesignano in Italia – ha sottolineato giustamente proprio questo aspetto della "solidarietà popolare" e della "religiosità popolare", che sono andate appannandosi progressivamente, scavando un solco sempre più profondo tra le due Napoli. E la giornalista Donatella Trotta ha ricordato non a caso che tu – difensore del diritto alla casa delle prostitute delle baracche del Porto – in una delle tue ultime interviste hai duramente denunciato la "prostituzione" che serpeggia sempre più verso il potere in tutte le sue forme. Sul palco del Mercadante, con sullo sfondo il tuo viso provocatore, si sono alternati tanti tuoi vecchi "compagni", dall’ex-animatore della Mensa dei Bambini Proletari Geppino Fiorenza al già prete-operaio Giovanni Tammaro; dai due mitici "fratelli Greco" dei Centri Sanitari Popolari a Gianni Attademo, da sempre impegnato con i minori a rischio. Ed in sala ti applaudivano – e un po’ si applaudivano – tanti altri amici di quei tempi, da Edoardo Petrone a Mirella Pignataro; da Lanfranco Genito a quelli che hanno lavorato con te dagli anni ’70, come Sergio Minichini, Patrizia di Matteo, Gigi Bucci ed io stesso. Il ricordo più sentito, però, è stato quello del tuo ex-scugnizzo Salvatore Di Maio, ora importante dirigente comunale, che ha aperto e concluso questo incontro in cui abbiamo parlato di te e con te.

Da quel filmato tu sei emerso come ti abbiamo conosciuto, irridente ed autoironico, pienamente consapevole di tutto quanto hai fatto ma al tempo stesso capace di smitizzarti da solo, al punto da dire che quando si è liberi davvero ci si sente più leggeri, meno indispensabili, capaci di riconoscersi dei "fessi" qualunque. Penso che sia il tuo modo colorito per parafrasare la nota frase di S. Paolo, quando invitava i seguaci di Cristo a fare tutto il loro dovere, riconoscendosi però, alla fine, solo dei "servi inutili". Beh, caro Mario, dopo questo incontro con te io, come credo anche altri, mi sono sentito davvero tale, ma ho anche assaporato il piacere ed il grande privilegio di esserti stato vicino per parecchi anni e di averti avuto come maestro.

Ciao e grazie per quello che ci hai lasciato e che – è una promessa – sapremo far fruttificare.

Ermes

 

ROM SINTO…

bandiera rom

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di erferraro • Inviato su Senza categoria • Contrassegnato da tag

SOSTIENE CALISE…

                                                    di  Ermete FERRARO 

Nel suo articolo di fondo su IL MATTINO di domenica 4 maggio, Mauro Calise offre ai lettori una serie di spiegazioni sul "perché la sinistra arretra", a partire dal crollo del partito laburista britannico alle ultime amministrative, in cui scorge un parallelismo con la débacle del centrosinistra in Italia, seguita dal passaggio del Comune di Roma – come ora succede nella City of London – nelle mani di un esponente della destra.

Se un po’ tutta l’Europa, eccezion fatta per la Spagna di Zapatero, sta passando bruscamente, ma nettamente, a governi ed amministrazioni locali conservatrici o peggio, sostiene Calise, non basta prendersela coi pur evidenti errori dei leaders, dimostratisi incapaci "d’intercettare i mutamenti nel clima di opinione e nella base sociale dei rispettivi paesi". C’è qualcosa di più profondo ed importante, dice, e passa ad elencare le cause della disfatta di quelle socialdemocrazie europee che, 15 anni fa, avevano invece interrotto il decennio conservatore dominato dall’asse Reagan-Tatcher.

Il primo fattore- sostiene Calise – sarebbe la scomparsa delle storiche "fratture" socio-economiche su cui si era fondato allora il consenso dei partiti socialisti e socialdemocratici. Il secondo motivo è individuato nel passaggio dalle "salde radici popolari" dei partiti storici alle più "volubili motivazioni populiste" degli elettori attuali. Il terzo, e decisivo, elemento sarebbe infine la ricerca di soluzioni rapide e radicali alle sfide e contraddizioni della globalizzazione, preferibilmente "affidandosi alle qualità taumaturgiche di un leader". Mentre non risulta del tutto estranea alla sinistra storica anche una tendenza latente al populismo, proprio contro lo scoglio della mancanza di una  "leadership autorevole e indiscutibile di un capo" – storica prerogativa della destra – sarebbero invece andate ad infrangersi le coalizioni di centrosinistra in Europa.

Sostiene Calise, insomma, che la sinistra avrebbe perso la sfida con le rinascenti forze di destra sostanzialmente perché: (1) i suoi esponenti non hanno saputo accorgersi che le vecchie barriere ideologico-territoriali sono cadute da un bel po’; (2) sono rimasti radicati ad un modello tradizionale e popolare di partito, in un mondo sempre più caratterizzato dal populismo e, (3) non hanno a disposizione "capi" autorevoli e credibili da contrapporre a quelli esibiti dalla destra, notoriamente più proclive ad affidarsi a "guide" indiscusse.

Confesso che dopo quest’acuta analisi mi sento ancora più confuso di prima. Pensate: nella mia ingenuità ritenevo che la batosta della sinistra italiana fosse imputabile al fatto che, proprio per mimetizzarsi troppo con la realtà circostante, non riuscisse a porsi come credibile ed autentica alternativa ad un sistema economico responsabile, a livello planetario, di catastrofi ecologiche, conflitti bellici e spaventose ingiustizie sociali . E invece no – sostiene Calise – la sinistra ha perso perché è rimasta ancorata alle vecchie ideologie, non si è mostrata abbastanza opportunista e populista e, soprattutto, non ha saputo far leva su autentici "capi", come richiederebbe la realtà attuale, caratterizzata al tempo stesso da "volubili motivazioni" ma portata ad affidarsi a "uomini forti", dotati di un’indiscutibile e taumaturgica leadership.

Pensate: prima credevo addirittura che la sfida del partito democratico al centro-destra fosse fallita perché è piuttosto improbabile, oltre che poco coerente, pretendere di sconfiggere i neoliberisti  proprio sul loro terreno, sbandierando slogan su progresso, ordine e riduzione del peso normativo dello stato, ma finalmente ora capisco che il centro-sinistra ha perso perché non è stato abbastanza bravo ad "intercettare i mutamenti nel clima di opinione e nella base sociale dei rispettivi paesi", un simpatico giro di parole per dire che non è stato sufficientemente trasformista e opportunista.

Figuratevi un po’: mi ero convinto che la vera e propria liquefazione della sinistra comunista ed ambientalista – e della stessa coalizione arcobaleno che pretendeva di rappresentarla – fosse ascrivibile all’assenza di un vero progetto che riuscisse finalmente a far comprendere come giustizia, pace ed ecologia sono ingredienti di un’unica alternativa all’arroganza di quel complesso militare-industriale che non esita a scatenare guerre senza fine pur di salvaguardare a tutti i costi il ruolo di consumatori illimitati e sfrenati detenuto dal 25% del genere umano, a danno del restante 75%.  E invece ecco che Calise lascia intendere che la crisi della sinistra è ormai fatale, visto che – dopo il crollo dei due blocchi di riferimento economico e politico – la sua tradizionale "riserva di caccia…si è ridotta al lumicino", per cui non si comprende più il senso di un’opzione rivoluzionaria, e perfino di quella riformista, in un contesto che, evidentemente, gli appare il migliore dei mondi possibili…

Eppure fuori dall’Italia, e perfino nella stessa culla del capitalismo globalizzato, le analisi sono piuttosto diverse, se è vero che l’autorevolissima rivista TIME – fatto rivoluzionario nella sua lunga storia editoriale – è uscita nell’ultimo numero di Aprile contornata di verde – anziché del tradizionale colore rosso – con un’efficace copertina dedicata all’approfondito servizio di Bryan Walsh su: "Come vincere la guerra contro il riscaldamento globale". Ad un futuro più verde e più pulito sono dedicati anche altri servizi dalla Germania, dal Giappone e dagli stessi Stati Uniti d’America, tutti centrati sull’assoluta necessità di dare priorità a scelte inequivocabilmente ed irrevocabilmente volte alla lotta ad un disastro ambientale frutto di scelte sbagliate e miopi.  Mentre da noi i Verdi spariscono quasi del tutto, diluiti in una coalizione che non li ha visti né protagonisti né capaci d’iniziativa, le massime organizzazioni multinazionali – alcune delle quali responsabili di scelte rivelatesi catastrofiche – si stanno spudoratamente dipingendo di verde, cercando di dimostrare che combattere il global warming non equivale affatto a recessione economica, blocco dello sviluppo e degli stessi profitti, perché basta maggiore efficienza e lungimiranza per riparare i danni fatti finora da quello stesso modello di sviluppo.

Prosperità economica ed azioni in difesa dell’ambiente – sostiene il ministro tedesco dell’ambiente- non sarebbero quindi affatto in contraddizione, bensì "mutualmente dipendenti". In nome del "futuro del pianeta", d’altra parte, si sfidano gli stessi contendenti alla nomination presidenziale negli USA, cercando di rimediare a decenni di sdegnoso disinteresse per le conseguenze mondiali di un modello di sviluppo energivoro e consumistico.  Di "Guerra Giusta"  in nome dell’ambiente parla addirittura il Segretario Generale dell’ONU, che nel suo articolo su TIME afferma che un pianeta più verde sarà anche un pianeta più giusto e pacifico, dal momento che "il fondamento della pace e della sicurezza per tutti i popoli sta nella sicurezza economica e sociale, ancorata ad uno sviluppo sostenibile […] Più che mai prima, le soluzioni devono collegare il locale ed il globale".

E allora? A noi Italiani tocca inseguire l’evaporazione delle ideologie classiche in nome del pragmatismo trasformista di una società sempre più priva di riferimenti e convinzioni e sempre più alla ricerca di capi da seguire, oppure cogliere la nuova sensibilità mondiale sui problemi dell’ambiente per rilanciare un’alternativa vera, evitando anche che il cinismo corrente finisca col presentarci Shell, Toyota ed altre multinazionali come i veri leaders di un ambientalismo che promette spudoratamente botti piene e mogli ubriache?  Vogliamo lasciarci trascinare dal provincialismo leghista e neofascista di chi accomuna gli immigrati ed i parassiti meridionali in nome di una riscossa di chi sta bene e vuole stare sempre meglio, alla faccia di chi resta indietro, oppure vogliamo provare nuovamente a ritessere i fili di un progetto di sviluppo più equo e solidale, dove la necessaria scelta della "decrescita" non deve suonare come un inutile autolesionismo, ma piuttosto come una volontà di cambiare davvero le regole del gioco?  Vogliamo forse lasciarci irretire da nuovi, improbabili, "uomini della Provvidenza" che ci rassicurino e ci evitino di scegliere da soli, oppure vogliamo costruire dal basso una nuova democrazia,  più condivisa e partecipativa e fondata sullo spirito comunitario?

A noi la scelta. ma non dimentichiamo mai che il primo principio di una vera ecologia è quello della responsabilità personale e che nessun "capo" né tendenza culturale né organizzazione ci esime dal ragionare con la nostra testa e dal decidere secondo coscienza.

 

25 aprile: LIBERAZIONE E LIBERTA’

Liberazione e Libertà

                     di Ermete Ferraro

Si è celebrata ieri la Festa della Liberazione, ricorrenza che dopo 63 anni continua ad alimentare rozze polemiche in un’Italia dove, in nome di quella “libertà” che sembra essere diventata la “casa” di neoconservatori ed ex fascisti, si persevera nel revisionismo storico, che proprio il senso di quella storica data vorrebbe cancellare dalla memoria degli Italiani.

Ma non è di questo che voglio occuparmi. Cercherò, invece, di far luce sul senso dello stesso vocabolo libertà, sempre più “parola-attaccapanni” usata cinicamente per appenderci abiti vecchi e nuovi e di qualsiasi colore (si va dal bianco al nero, passando per l’azzurro, il verde ed il rosso…).

Come sempre, mi lascio aiutare dall’analisi etimologica, perché l’esperienza mi ha insegnato che se ricercano attentamente le origini di un vocabolo, spesso si arriva a comprenderne il senso più profondo, nascosto, molto spesso ormai perduto.

Ebbene, in Italiano l’aggettivo LIBERO ed il corrispondente nome astratto LIBERTA’ sono ovviamente simili alla corrispondenti espressioni neolatine (es.: Fra.: LIBRE/LIBERTE – Spa: LIBRE/LIBERTAD – Rum: LIBER/LIBERTATE), tutte derivate dal Lat: LIBER- /LIBERTAS, a loro volta riconducibili ai vocaboli greci: ELEUTHEROS/ELEUTHERIA e, in ultima analisi, alla radice indoeuropea *LEUDHO.

Un discorso a parte va fatto per le espressioni inglesi (FREE/ FREEDOM) o tedesche (FREI/ FREIHEIT), che invece ci riportano a più antiche e comuni forme germaniche (es.: Got.: FREIS), a loro volta ispirate alla radice sanscrita: *PRIYAH /*PRIJATI.

La differenza semantica fra le parole di ceppo latino e quelle di ceppo germanico è che la sequenza *LEUDHO > ELEUTHEROS > LIBER ci riporta ad un’origine per così dire “gentilizia” (nel senso che la radice indeuropea esprime come significato-base quello di “popolo”, “gens”), mentre la sequenza *PRIYAH > FREIS > FREI/FREE  lascia intravedere un significato più “affettivo” (poiché il senso della radice indiana è “amato”, “caro”, cui s’ispira anche la parola germanica parallela FRIEDE, che significa “pace”).

Insomma, mentre nella tradizione latina e neolatina l’aggettivo /LIBERO/ è riconducibile semanticamente soprattutto al concetto giuridico e civile di “privo di vincoli”, “non schiavo” e quindi “indipendente” (in quanto “appartenente al popolo”, di “nobile nascita”), in quella germanico-anglosassone l’accento cade piuttosto su un legame affettivo e sentimentale (amato, che sta in pace…). Una sorta di compromesso logico fra le due famiglie linguistiche, d’altra parte, è riscontrabile nel fatto che in lingua latina /LIBERI/ indicava non a caso sia i cittadini dotati di diritti e non soggetti a schiavitù, ma significava anche “figli”, membri di un gruppo familiare non solo per diritto, ma anche per profondi legami affettivi. Credo che questo approfondimento etimologico non sia inutile, visto che ci riporta ad un dilemma etico-religioso fondamentale, intimamente connesso al significato stesso della parola “libero” e del concetto stesso di “libertà”.

La domanda è, infatti: quest’ultima è per noi soltanto un termine giuridico, che sancisce la nostra indipendenza da vincoli e legami esterni (cosa peraltro da sottovalutare affatto, visto che proprio per la liberazione, personale e collettiva, tante persone hanno combattuto nei secoli, hanno  consacrato la propria vita e spesso non hanno esitato ad affrontare la morte…), o questa parola riesce a richiamarci anche ad un senso più intimo, interiore ed affettivo del nostro rapporto con gli altri?  Sono convinto che a risposta ce l’abbia già data duemila anni fa Gesù Cristo, rispondendo al legalismo ipocrita dei farisei, che lo incalzavano con le loro provocazioni: <<“Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”  Gli risposero: “Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire ‘Diventerete liberi’?” Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato […] se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero” …>> (Gv 6,31 ss).

Sono passati due millenni, e di una una civiltà che si definisce "cristiana", eppure ci sono ancora troppi convinti che "la Legge" e la loro condizione di cittadini garantiscano ed assicurino la loro libertà, data per acquisita una volta per sempre. Il guaio è che, come per quei Farisei,  per molti essere liberi è un concetto puramente giudico e formale, che non comporta nessuno sforzo personale né una scelta morale spesso difficile. Io penso invece che, credenti o no, faremmo meglio a di smetterla di crederci liberi solo per diritto di nascita. E non perché secoli di civiltà giuridica non ci abbiano ormai convinti che nasciamo liberi cittadini e non sudditi; esseri umani autonomi, capaci di libero arbitrio e non “pupi” manovrati da fili in mano ad altri, ma piuttosto perchè è pericoloso considerare la libertà uno status acquisito una volta per sempre.  E’ la stessa storia dell’uomo a dimostrarci  che si tratta di una condizione molto fragile e delicata, che richiede a tutti noi di essere, ogni giorno, protagonisti della nostra liberazione, senza mai dimenticarci dei troppi fratelli che, tuttora, sono soggetti a vecchie e nuove schiavitù.

Evidentemente, oggi come allora, non ci basta dichiararci “figli di Abramo” oppure “cittadini di uno Stato democratico” per essere davvero liberi, se la nostra libertà non è alimentata dalla verità e dall’amore e se la nostra civiltà resta contraddistinta dalla mistificazione e dalla rivalità. Ecco perché recuperare il significato "affettivo" della parola connesso alla radice germanica può aiutarci anche a comprendere finalmente che non potrà mai esserci libertà senza pace né pace senza libertà.

 

 

di erferraro • Inviato su Senza categoria • Contrassegnato da tag

EARTH DAY 2008

CHE IL "GIORNO DELLA TERRA"

NON DURI…UN GIORNO.

                                                  di Ermete Ferraro

Il 22 EarthLove2 aprile, a partire dal 1970, si celebra il “Giorno della Terra”, promosso ed organizzato dall’ Earth Day Network (EDN), la quale ha costruito in questi 38 anni d’impegno ecologista una rete che raccoglie 17.000 organizzazioni in 174 stati.  La mission di E.D.N. consiste nel: “…far crescere e diversificare il movimento ambientalista a livello mondiale, e di mobilitarlo come un più efficace veicolo per la promozione di un pianeta sano e sostenibile. Perseguiamo la nostra finalità istitutiva mediante l’educazione, l’impegno politico, eventi e l’attivismo dei consumatori”.

Nel documento citato , si precisa che uno degli obiettivi perseguiti da questa organizzazione-ombrello è quello di allargare il concetto stesso, e quindi la definizione, di “ambiente”, per includervi tutte le questioni che toccano la nostra salute, le comunità ed il loro ambiente di vita, come ad es. “…l’inquinamento delle acque, il degrado degli edifici scolastici, i trasporti pubblici, l’accesso al lavoro, le crescenti percentuali di malattie come l’asma ed il cancro, l’assenza di finanziamenti per parchi e spazi ricreativi…” , come chiaramente indicato nel documento dal titolo “Urban environment Report” . Ebbene, anche in Italia sarà celebrata questa data del 22 aprile per sensibilizzare grandi e piccoli all’acquisizione di una coscienza ecologica che non si limiti ad una confusa e generica consapevolezza dei rischi che l’umanità sta affrontando a causa del suo pessimo rapporto con l’ambiente naturale, ma giunga a dare a ciascuna persona – e quindi ad ogni comunità – concrete indicazioni teoriche e strumenti pratici per una vera e propria “conversione ecologica”, a tutti i livelli.

Il rischio ambientale peggiore, infatti, è che si continui ad oscillare sterilmente tra quelle due opposte concezioni – che in tempi non sospetti Umberto Eco definiva “apocalittici” e “integrati” – in base alle quali il nostro rapporto con l’ambiente è ormai irrimediabilmente compromesso o, al contrario, non esiste una questione ecologica che non possa essere risolta adeguandosi alle nuove realtà socio-economiche ed ambientali e, soprattutto, che non si possa risolvere usando al meglio la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica.

Nel suo dossier-natura “Una perla preziosa”, pubblicato sulla rivista “Messaggero di Sant’Antonio” (aprile 2008), Mario Tozzi (noto geologo, ricercatore e giornalista TV) ci conduce per mano a scoprire come vivere secondo natura è molto più facile e…naturale di quanto possa sembrarci, avvolti come siamo dagli inutili ed ingombranti incarti di una civiltà sprecona, energivora e fondata sul dominio più che sull’uso delle risorse. “Sopravvivere al limite”, spiega Tozzi, è stato per millenni il vero problema per tanti esseri umani, costretti a resistere con tutto il proprio ingegno ad un ambiente spesso sfavorevole e, in certi casi, lo è ancora oggi per tante comunità che devono adattarsi ad una natura poco ospitale.

Al polo opposto, ci sono milioni di uomini che stanno letteralmente depredando la Terra, di cui pur sono figli, e che ormai sembrano non poter fare a meno di uno stile di vita assurdo ed irrazionale. Mario Tozzi fa riferimento, in particolare, al nostro modo di abitare e di vivere quotidianamente e commenta: “Ad osservarle bene, le nostre case di occidentali ricchi sono un monumento al paradosso energetico e non direi neppure che sono veramente tecnologicamente avanzate” . Dopo aver elencato una serie di provvedimenti da lui stessi assunti per rendere meno pesante l’impronta ambientale della sua stessa casa, a partire dall’eliminazione di ogni spreco energetico, egli ci indica nel paragrafo "Alla ricerca della sobrietà" il modo più idoneo per migliorare – e al tempo stesso rendere più efficiente – quel nostro microcosmo “sprecone oltre ogni misura”.

Anche la scuola – come la casa – è per tanti di noi l’ambiente di vita quotidiano: il nostro vero “oikos” , dal quale dobbiamo necessariamente partire per fare “oiko-logìa” più che per parlarne accademicamente quanto inutilmente. Non è certo un caso che uno dei punti qualificanti del programma proposto da E.D.N. sia proprio quello dedicato non solo all’educazione ambientale – che troppo spesso noi italiani consideriamo come una pura e semplice aggiunta al curriculum scolastico, una materia in più da far studiare – bensì un vero e proprio percorso di formazione alla consapevolezza ecologica e di sperimentazione di un modo alternativo di vivere e di consumare. Basta cliccare sulla pagina “Green Schools” del sito di E.D.N., infatti, per accedere ad un accattivante itinerario di conoscenze e di azioni, di saperi e di competenze, per rendere “più verdi” le nostre scuole. Si va dall’informazione per rendere più sana la refezione scolastica alle indicazioni per il vero e proprio “curriculum” degli studi; dalle nozioni di base di educazione civico-politica a quelle sulle attività ludiche e ricreative più adatte.

Partire da questo microcosmo domestico e scolastico mi sembra davvero una buona idea per celebrare anche questo “Earth Day”, ma credo anche che non sia il caso di perdere di vista le nostre priorità più ampie ed i valori su cui esse di poggiano. Ecco perché, se è opportuno che ognuno faccia la sua parte dove meglio e più riesce ad ottenere dei risultati tangibili, penso che non è possibile fare a meno d’interrogarsi sul nostro ruolo di esseri umani su questa Terra sempre più minacciata da chi dovrebbe sentirsene figlio. Se è vero che “Adàm” (“uomo” in ebraico) è solo il maschile di “Adamà” (cioè “terra” nella stessa lingua), dobbiamo seriamente chiederci perché siamo giunti al punto da rinnegare questo vincolo che ci lega ad essa, come figli ad una madre.

“Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,19-23), ci ricordava l’articolo di Dario Bossi su “Ecologia e Missione” su “Comboni-fem” dello scorso Marzo, citando San Paolo e stimolando chi è credente a non considerare l’ecologia una disciplina scientifica da studiare, ma piuttosto un “nuovo paradigma per interpretare il mondo”. Come ci ammonisce il teologo Leonardo Boff, il vero credente è chiamato a recuperare il valore sacro delle “relazioni” che ci legano alla Terra, rifacendosi alla fisica quantistica, secondo la quale tutto è strutturato in campi di energia interattivi, per cui ogni parte resta costantemente in comunicazione con il tutto.

E’ il solo modo perché i Cristiani si decidano davvero a comprendere, con la mente – ma anche col cuore e con la volontà – che il “giorno della Terra” viene tutti i giorni e che la sua “liberazione” procede di pari passo con quella dei tanti esseri umani di cui il Signore dice, nel libro dell’Esodo (3,7-8): “Ho udito il grido del mio popolo. Per questo sono sceso a liberarlo”, versetto che Boff così parafrasava nell’articolo citato: “Ho udito un silenzio preoccupante, innaturale. Per questo sono sceso, per restituire voce e vita a questa terra ferita”.

Buon “giorno della terra” a tutti !