EGIZIA…MA ITALIANA

RICORDO DI MIA MADRE, EGIZIA NISI

Chi mi conosce sa che non sono un appassionato di rimembranze e che ricordare tempi passati non mi viene certo spontaneo, piantato come sono nel presente ed attento al futuro, sia personale sia collettivo, solo nella misura in cui io mi sento responsabile di doverlo costruire qui e ora. Però il prossimo undici ottobre è una data troppo importante. Esattamente un secolo fa, infatti, nacque al Cairo (Egitto) Egizia Nisi, che 28 anni dopo giunse in Italia con la sua famiglia e, dopo altri 7 anni, sposò a Napoli Guglielmo Ferraro. Da quel matrimonio – di cui restano poche foto in bianco e nero – siamo nati, a distanza di quattro anni, mia sorella Adriana ed io. Mi è dunque difficile non tornare con la mente ad una delle due persone che hanno contato di più nella mia formazione e che hanno mi lasciato un’impronta con gli anni che passano sempre più evidente. Su mio padre Guglielmo, pittore e docente al Liceo Artistico di Napoli, mi sono già soffermato in uno scritto del 2008 (“Cent’anni di solitudine”). Vorrei adesso parlare di mia madre, nel centesimo anniversario della nascita, per alimentarne il caro ricordo e risentirne, anche per poco, l’amorevole e ferma vicinanza.

Egizia: certo che con questo nome (come col mio, del resto…)  non si passa inosservati. Quella bambina bruna, nata nella capitale egiziana il 10 ottobre1912,  terzogenita di due emigrati italiani (Francesco Nisi, un costruttore nato a Taranto, ed Alice de Biasi, una giovane di origine bellunese) era stata così battezzata forse per ribadire che la sua patria era ormai diventata l’antica terra dei faraoni, a quel tempo ancora parte dell’impero ottomano. Non che i coniugi Nisi avessero mai rinnegato una virgola della loro schietta e convinta italianità, sancita da un matrimonio che aveva unito due persone culturalmente molto diverse, ma fiere di appartenere alla prospera comunità degli Italiani d’Egitto. Oggi è difficile immaginare, o ancor più condividere, modi di pensare e di agire facilmente etichettabili come colonialisti. Ma essi andrebbero comunque contestualizzati in quel particolare momento, in senso spaziale e temporale, che però solo pochi hanno provato a raccontare. Suppongo che il timore di risultare politicamente scorretti o di apparire nostalgici abbia frenato molti altri dall’intraprendere la scrittura di questo pur interessante capitolo della storia italiana. Un capitolo volutamente ‘rimosso’, sia in quanto ci vede nel ruolo di migranti sia, diciamolo, d’interessati e privilegiati ospiti d’una terra nobile ed antica, ma a quel tempo subalterna agli Europei, dopo essersi liberata dal lungo e pesante dominio dei Turchi.

Qualcuno, dicevo, ci ha provato. Penso a libri come:  L’Italia e l’Egitto dalla rivolta di Arabi Pascià all’avvento del Fascismo di Romain Rainero e Luigi Serra (Marzorati Editore. Milano, 1991); “Oltre il mito. L’Egitto degli Italiani (1917-47)”  di Marta Petricioli (Bruno Mondadori,2007) oppure “Il chilometro d’oro. Il mondo perduto degli Italiani d’Egitto” di Daniel Fishman (Guerini e Associati, 2006). In quest’ultimo, fra l’altro, troviamo scritto: “In quale posto si possono trovare musulmani, copti, turchi cattolici, ciprioti, italiani, inglesi, ebrei, francesi, marocchini, maltesi, polacchi, circassi, ortodossi, rumeni, russi, sudanesi? In Egitto, nella prima metà del secolo scorso. Una situazione oggi utopica di pacifica convivenza tra razze, etnie, religioni differenti è quella del cosiddetto Chilometro d’Oro, una striscia di terra nella capitale egiziana…”

In quale altro posto, d’altra parte, un focoso e spicciativo giovanotto pugliese avrebbe potuto – oltre un secolo fa – decidere di metter su famiglia con una schiva giovane veneta, figlia di un ex garibaldino?  Ed infatti fu  proprio nella popolosa e multietnica capitale dell’allora Vicereame d’Egitto che famiglie provenienti da due Italie molto diverse decisero di unire le loro sorti di agiati immigrati. La vita del ramo cairotadei Nisi poteva dirsi infatti decisamente agiata, grazie ai privilegi coloniali ed all’indiscussa intraprendenza del capofamiglia nel settore delle costruzioni, a quel tempo in grande espansione. Come chiarisce il libro della Petricioli, la numerosa comunità italiana stabilitasi in Egitto nell’Ottocento ( che superò poi le  50.000 persone) aveva raggiunto un diffuso benessere, grazie soprattutto al ruolo significativo che vi svolsero commercianti, industriali e costruttori italiani.

Ebbene, mia madre è nata e cresciuta in questo vivace ambiente cosmopolita, dove all’arabo della popolazione locali si mescolavano e sovrapponevano gli accenti dei tanti altri ‘signori-ospiti’ del tempo (in primo luogo inglesi ma anche francesi e perfino greci e polacchi…). Mi sembra quasi di vedere la piccola Egizia mentre passeggiava coi genitori (l’azzimato papà Ciccio con baffi e barba e mamma Alice con cappello e veletta di rigore…) per le affollate e rumorose strade e piazze della capitale. Fu lì che frequentò dapprima la scuola delle suore francescane missionarie – stabilitesi al Cairo già 150 anni fa – e poi il liceo scientifico italiano, imparando a parlare disinvoltamente in francese ed inglese, ma anche nell’arabo dei Misraìm, gli abitanti di quella terra che ci ostiniamo a chiamare Egitto, utilizzando la deformazione greco-latina di un’antica denominazione locale. Dentro la grande casa dei Nisi, invece, continuavano ad echeggiare gli strascicati accenti pugliesi intervallati da quelli frenetici dei veneti, evitando comunque di creare problemi ai quattro figli (due maschi e due femmine) che erano invece tenuti ad esprimersi in un idioma che fosse garanzia  della loro schietta ‘italianità’.  Nel 1914, quando mia madre aveva solo due anni, scoppiò la prima guerra mondiale e l’Egitto diventò un Sultanato, sottoposto al protettorato inglese. Quando lei terminava le scuole elementari, nel 1922, quegli stessi Inglesi dovettero concedergli l’indipendenza e sul trono egiziano – sormontato dalla bandiera verde con falce di luna e tre stelle bianche – salì Fu’ad I, già Sultano dal 1917.

L’ampia e luminosa casa dei Nisi – per quanto ricordo dei racconti che me ne facevano – era costantemente frequentata da altri esponenti della comunità italiana (fra cui un celebre medico, il dottor Cerqua) ma anche dalle amicizie dei miei nonni, fra cui la madrina greca di mia zia Norma, una coppia di strambi profughi polonaises, dei simpatici giovani ebrei che raccontavano barzellette …sugli Ebrei, imprenditori egiziani, professionisti francesi…  Da quei ricordi – che come altri hanno alimentato nel tempo e col lievito della nostalgia ciò che la Petricioli ha chiamato “il mito” degli Italoegiziani – emergeva un modo di vivere agiato e spensierato, che non si faceva poi tanti scrupoli di esercitare un indiscusso potere, seppur benevolo e paternalista, sui tanti “servi” di casa o sugli operai dei cantieri edili, prevalentemente scuri sudanesi, da sempre già asserviti ai dominanti arabi.

Mia madre aveva però un carattere particolare ed era poco attratta dalla mondanità delle feste e degli spettacoli teatrali. Alle ‘pellicole’ di Chaplin e Keaton, proiettate nel primo cinema all’aperto del Cairo – il Garden Groppi – ed alle passeggiate domenicali in centro, con rituale consumazione di squisiti dolci nell’omonima pasticceria italiana, lei preferiva la lettura dei suoi cari romanzi ed un’intensa pratica sportiva, che andava dal nuoto al tennis.  E proprio su un campo di terra rossa  – ricordava lei stessa – le era capitato di giocare una memorabile partita nientemeno col giovanissimo principe Farūq, che nel 1936 successe al padre Fu’ad I sul trono d’Egitto. Egizia aveva allora 24 anni ma la bella vita del tempo non le bastava. Aveva un sogno: avrebbe voluto diventare un’archeologa, desiderio nato dopo un’appassionante ed avventurosa esperienza di “missione archeologica” nel deserto, al seguito d’autorevoli egittologi italiani ed inglesi. Il guaio era che i suoi genitori non erano disposti a seguirla su questa impervia strada – per loro poco adatta ad una giovane italiana  – e il loro diniego la lasciò turbata e scontenta.

La lontana madrepatria, da una dozzina d’anni, era diventata nel frattempo sinonimo d’un altro mito, quello nazionalista e colonialista del fascismo mussoliniano. Le ragazze italiane del Cairo erano state allora educate nel culto della trinomio Dio, Patria e Famiglia e nella retorica del fascistissimo Credere, Obbedire e Combattere, il motto della Gioventù Italiana del Littorio.  La giovane Egizia aveva partecipato anche lei, poco convinta, alle trionfali parate paramilitari ed alle esibizioni ginniche del Sabato fascista, che al Cairo si sommava in modo un po’ surreale ai richiami dei muezzìn per il Venerdì dei Mussulmani ed alle tradizioni della cattolica Domenica, da trascorrere in famiglia ed in chiesa. Non erano certo le rigide sfilate in camicetta bianca e gonna a cappellino nero che potevano appassionare una come lei, che avrebbe preferito viaggiare, studiare all’università ed avventurarsi in ardite ricerche archeologiche sul campo. Forse quell’elettrizzante clima nazionalista e maschio del primo decennio fascista – accresciuto dall’orgoglio dell’emigrato che assiste all’affermazione internazionale della sua Patria – andava bene per i fratelli Giuseppe e Leonardo, peraltro attratti soprattutto dalla “bella vita” notturna del Cairo, dalle gite in comitiva sulla fiammante decappottabile Overland e dalle tante attività sportive e ricreative allora disponibili per i giovanotti “di buona famiglia”. Lo stesso clima familiare, dominato dalla matriarcale e poco imparziale autorità della bellunese nonna materna, non la lasciava contenta, per cui spesso le capitava di rifugiarsi in qualche stanza a leggere i suoi amati libri ed a fantasticare sul suo futuro…

La dichiarazione di guerra del 10 giugno del 1940, segnò quello che nei racconti dei miei familiari era significativamente contrassegnato come “l’inizio della fine”. Quel Mussolini che – come ricorda Galeazzo Ciano nei suoi Diari –  aveva elegantemente proclamato: “…per fare grande un popolo bisogna portarlo al combattimento magari a calci in culo….”, aveva ormai deciso che l’Impero italico doveva scuotersi dal dominio delle ” …democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente”.  “Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. – aveva  tuonato il Duce, strabuzzando gli occhi dal balcone di palazzo Venezia –  L’ora delle decisioni irrevocabili […] È la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra…”.  Quella fatidica ora, a quanto pare, avrebbe coinvolto anche il destino di tante famiglie italiane d’Egitto – tra cui i Nisi – improvvisamente travolte da una situazione di aperto conflitto, che mal si conciliava con la loro presenza ‘ostile’ in un protettorato britannico. I fratelli di mia madre, che avevano deciso di restare in Egitto, furono infatti presi come prigionieri e rinchiusi nel campo di concentramento inglese di Fayed, una zona desertica vicino Ismailìa. I beni mobili ed immobili degli Italiani, in ogni caso, furono sequestrati e parte della famiglia Nisi (nonno Francesco, nonna Alice e le due figlie Norma ed Egizia) furono costretti a ripercorrere malinconicamente, su un piroscafo, quel Mediterraneo che li doveva riportare in Patria. Una Patria che scoprirono assai diversa da quella esaltata dai giornali e dalla radio fascista; un Paese molto meno prospero e felice, dove la retorica guerrafondaia ed i bollettini trionfalistici non riuscivano a nascondere la cupa sensazione che ci si stesse avviando verso la catastrofe … La famiglia Nisi, fortunosamente rimpatriata portando con sé solo quel poco che gli era possibile e consentito, tentò di ritrovare le sue radici a Taranto, ma gli stessi parenti del posto consigliarono a mio nonno di trasferirsi a Napoli, dove le opportunità di ricostruirsi un’esistenza decente maggiori. Egizia e la sua famiglia cambiarono allora molte volte domicilio ed ella decise di prendere subito la situazione in mano. La maturità conseguita nel liceo scientifico del Cairo e le sue competenze amministrative (contabilità, dattilografia, stenografia), unite al fatto di parlare agevolmente tre lingue oltre l’italiano, le consentirono di trovare abbastanza facilmente un impiego in banca. La bianca mole marmorea del palazzo della Banca Nazionale del Lavoro di via Roma, già sede della Previdenza Sociale fascista, diventò così il suo posto di lavoro, dove finiva col trascorrere gran parte della sua pesante giornata. La conoscenza con mio padre ci fu solo dopo, quando egli era impiegato come disegnatore alla Breda Aeronautica, ma coltivava da lungo tempo la sua attività di artista, diplomato in Pittura alla R. Accademia di Belle Arti di Napoli. In quello stesso ex-convento di via Bellini – ristrutturato da Enrico Alvino – mio padre avrebbe trascorso il resto della sua attività come assistente all’Accademia e docente all’annesso Liceo Artistico.

La storia della mia famiglia è stata segnata da quel brusco ritorno alla realtà di un’Italia dalla quale gli uomini venivano progressivamente – in alcuni casi fatalmente – risucchiati verso i fronti di guerra, lasciando le donne a prenderne il posto un po’ in tutte le attività lavorative quotidiane. La situazione economica era molto difficile. Altrettanto difficile era trovare una casa decente e non troppo cara dove abitare. I miei genitori, che si erano sposati nel 1947, si stabilirono nel quartiere collinare del Vomero, prendendo infine domicilio nel palazzo di via Luca Giordano che ha alle spalle l’antica villa vomerese dell’umanista Giovanni Pontano, ora come allora circondata dal chiassoso borgo mercatale di Antignano.   In quella casa ho trascorso la mia prima infanzia, nella quale mia madre Egizia ha mantenuto una calda presenza, purtroppo riservata ad alcune parti della giornata, impegnata com’era nel suo lavoro che la vedeva uscire prima delle otto, tornare velocemente per il pranzo e poi ridiscendere con la funicolare a via Toledo, per far poi ritorno a sera inoltrata. Il suo attivismo frenetico, la debilitante malattia di sua madre, la difficile e lunga convivenza con la sorella nubile, sommate alle quotidiane difficoltà  di una donna che si divideva tra casa e ufficio, hanno messo lungamente a dura prova la sua tenacia e la risolutezza del suo carattere. La sua concretezza e praticità l’hanno sempre portata a caricarsi sulle spalle la gestione familiare, alla quale un artista un po’ svagato come mio padre dava invece un contributo molto ridotto. Eppure quello che ricordo di più di mia madre è il suo smagliante sorriso, la sua loquacità mai chiacchierona, il suo vivace interesse per ciò che la circondava, il suo innato e testardo senso della giustizia. Lo spirito di avventura della sua giovinezza al Cairo non l’ha mai abbandonata, manifestandosi ad esempio nella decisione – negli anni ’60 – di prendere la patente e di guidare subito l’automobile. Ciò, fronteggiando le diffidenze e la pigrizia istintiva di papà Guglielmo, fu peraltro il movente dei tanti, lunghi, viaggi estivi che, a bordo di una di queste vecchie auto, ci hanno visti in giro per la Penisola e poi per tutta l’Europa, senza prenotazioni e senza le sicurezze e garanzie di chi viaggia oggi…

Anche la sue fierezza di Italiana d’Egitto non l’ha mai abbandonata, senza rimpianti nostalgici del bel tempo passato ma come consapevolezza di far parte di coloro che hanno radici multietniche, avendo condiviso per anni una cultura ‘europea’ più che italiana ed uno stile di vita dinamico e stimolante. Il senso del dovere è stato il suo costante riferimento, anche quando la sua vita aveva preso una rotta imprevista e non certo corrispondente ai suoi sogni di ragazza. La “Banca del Lavoro” – come la chiamavamo noi – è stata il suo lavoro e la sua casa per quasi 30 anni, impedendole purtroppo di essere madre a tempo pieno, ma dandole la soddisfazione di sentirsi     una donna autonoma ed evoluta, stimata dai colleghi d’ufficio e capace di assumere sempre nuovi incarichi, pure non potendo raggiungere quei livelli di dirigenza allora preclusi alle donne. Lavoro e famiglia sono stati i suoi solidi pilastri, quelli che hanno sempre dettato le sue scelte di vita, precludendone però altre pur desiderate. Ma vivere responsabilmente significa scegliere e la ragazza ventottenne, bruna e timida, sbarcata in Italia dopo una giovinezza trascorsa in Egitto lo sapeva bene. La Napoli dei rifugi antiaerei e della borsa nera l’aveva accolta nel peggiore dei modi e l’impossibilità di vivere una vita familiare indipendente dalla famiglia condizionò pesantemente la sua esistenza di donna libera. Ha saputo però prendere in mano la situazione – afferrandola come il volante della nostra prima Millecento – per guidarci tutti verso una vita tranquilla, segnata dalla sua presenza premurosa ed intensa.  Quando, a scuola, mi capitava di farne il nome parlando coi miei compagni, leggevo nei loro volti la sorpresa e la curiosità. L’importanza di chiamarsi Egizia – per parafrasare il titolo della nota commedia di Oscar Wilde – è stato qualcosa che mi ha trasmesso e che ha accompagnato anche la mia vita, facendomi sentire quanto contasse anche per me “the importance of being… Ermes”. L’importanza di accettare una diversità che nasce dal sentirsi un po’ fuori posto e tempo, pur condividendo in pieno l’esistenza comune, e che porta ad essere molto esigenti con se stessi, prima ancora che con gli altri.  Al di là di alcuni tratti somatici ereditati da mia madre, peraltro, sento che molto di lei è in me. A distanza di 26 anni dalla sua morte (dopo alcuni anni di sofferenze, affrontate ancora una volta con coraggio e fermezza), avverto che sia lei sia mio padre Guglielmo continuano a vivere dentro di me, ispirando le mie scelte ed indicandomi la strada giusta. Mia mamma, d’altra parte, era poco napoletana anche nella sua religiosità poco ritualistica e nella scarsa simpatia per la tradizione della frequente ‘visita’ ai propri defunti al cimitero. Anche in questo mi sento a lei molto vicino, nella convinzione che i nostri cari non siano lì dentro e che non abbiamo bisogno dei nostri fiori. Però quest’anno credo che farò eccezione e andrò a farle una visita al “Nuovissimo”, per stare un po’ insieme a lei e farla partecipe di questo mio breve ricordo. Solo un piccolo flash, che mi ha però costretto ad uscire per un po’ dal binario del presente per ripercorrere qualche momento della mia vita con lei, realizzandone l’importanza ed assaporando la gratitudine per questo dono.

 © 2012 Ermete Ferraro  (https://ermeteferraro.wordpress.com ).

N.B. – L’immagine è riproduzione di un ritratto, eseguito da mio padre Guglielmo.

ETIMOLOGICAMENTE PARLANDO…

“…..Se noi, consapevoli dell’eredità insita in ogni parola, esaminassimo  i nostri vocabolari, scopriremmo che dietro ogni parola si nasconde un mondo, e chi pratica le parole… dovrebbe sapere che mette in moto dei mondi, che scatena forze polivalenti…”

Heinrich Boll, 1958 (Nobel per la letteratura)

Il titolo di questo post è anche quello del progetto che ho proposto alla scuola media dove insegno, per l’a.s. 2012/13, utilizzando in almeno una classe affidatami l’ora settimanale di ‘approfondimento di lettere’.  E’ un modo per sperimentare un approccio attivo ed innovativo alla riflessione linguistica già prevista dal curricolo della scuola media puntando, in questo caso, sulla scoperta da parte degli alunni/e delle enormi risorse lessicali della lingua italiana. Tutto questo non soltanto in chiave di arricchimento del vocabolario, obiettivo che resta prioritario, ma anche di scoperta dell’evoluzione dell’Italiano, avviando i ragazzi/e delle medie alla ricerca etimologica.

Mi sono sempre meravigliato della scarsa attenzione prestata dalla scuola italiana a questi specifici aspetti della formazione linguistica degli studenti, soprattutto se si tiene conto che esiste una antica e consolidata tradizione di studio del latino e del greco e che in Italia sono state portate avanti in questo campo ricerche molto autorevoli. Il guaio è che lo studio dell’origine delle parole e della loro evoluzione semantica è stato costantemente confinato a livello universitario, senz’alcuna ricaduta sulla formazione linguistica di base dei nostri ragazzi. Non c’è niente di peggio, secondo me, per rendere questo campo di studi un polveroso esercizio accademico, un approfondimento glottologico sicuramente importante, ma del tutto privo di interesse per la maggioranza degli studenti ed anche di chi, dentro o fuori della scuola, vorrebbe forse capire qualcosa di più della propria lingua.

Ho recentemente ripetuto la ricerca su Internet, sperando di trovarvi esperienze recenti di avvio alla ricerca etimologica nella scuola italiana, ma la situazione non mi sembra affatto cambiata. Ciò vale anche per altri Paesi di cultura latina, come la Francia o la Spagna, dove – per quanto ne so – mancano progetti scolastici che vadano in tale direzione. Paradossalmente, per reperire esperienze didattiche di avvio all’etimologia per studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado bisogna spostarsi negli USA.  Ci sono stati e ci sono, infatti, molteplici progetti educativi statunitensi che valorizzano questo strumento di approfondimento linguistico, utilizzando una metodologia d’insegnamento seria ed affidabile, ma anche stimolante e coinvolgente.

Lo stesso termine “etimologia” è un importante oggetto di studio, dal momento che ci rinvia ad una ricerca del senso “vero” (etymòs) delle parole che usiamo, quanto meno nel senso di “originario”. Ci si lascia intravedere, infatti, sia la possibilità di scavare dentro di esse per trovarvi le radici più antiche e comuni, ma anche di ripercorrere l’affascinante evoluzione nel tempo della loro forma e del loro significato. In una società dove le parole stanno progressivamente smarrendo il loro senso, sostituite da slogan, frasi fatte e ‘netichette’ , credo invece che ci sia un gran bisogno di riscoprire il valore ed il significato degli strumenti di comunicazione linguistica. Si tratta, fra l’altro, di un ambito particolarmente adatto a  stuzzicare l’interesse dei ragazzi/e, abituandoli a riflettere su ciò che dicono e scrivono, ma anche ad indagare scientificamente sul senso autentico delle parole.  Da questa ricerca, infatti, emergeranno spesso le assurdità e le contraddizioni di tante nostre espressioni, ma anche divertenti aneddoti sull’origine di certi termini e paradossali stravolgimenti del senso di altre parole. La possibilità di analizzare la propria lingua con metodi che ne evidenziano la struttura interna, infine, credo che sia di grande utilità per la scoperta di collegamenti meno evidenti tra vocaboli e che rappresenti, soprattutto, una grossa risorsa, offerta agli allievi, perché riescano da soli ad avvicinarsi al senso di parole ancora sconosciute.

Presentando il mio progetto, ho chiarito allora che esso non ha solo lo scopo d’accrescere le conoscenze  linguistiche degli alunni/e, ma che persegue anche i seguenti obiettivi didattici:

1)           una reale competenza nel decifrare i segni linguistici, per ricavarne informazioni di grande utilità pratica, ai fini della comunicazione, prima ancora che dello studio delle discipline linguistico-letterarie;

2)           un obiettivo didattico di natura interdisciplinare, in quanto l’approccio etimologico alla propria lingua ne rivela sia gli aspetti storici sia quelli geografici. La scoperta dei ricorrenti meccanismi di formazione e trasformazione delle parole rappresenta inoltre un utile strumento nello studio delle lingue straniere;

3)           un ulteriore obiettivo collaterale, poiché l’introduzione all’etimologia dei vocaboli italiani è un fondamentale strumento di approccio alla lingua latina, finalizzandone lo studio.

Per quanto riguarda l’organizzazione del progetto “Etimologicamente parlando…” , ho previsto di svilupparlo nel corso delle 30 ore disponibili (una alla settimana) con la seguente articolazione:

(a)         parte introduttiva > per chiarire la materia oggetto dello studio e per fornire agli alunni/e gli strumenti lessico-grammaticali di base  per intraprendere una ricerca etimologica;

(b)         seconda parte > incentrata sull’approfondimento dei prefissi, dei suffissi e di tutti gli elementi che modifichino il concetto di base, contenuto in nuce nella radice della parola;

(c)         terza parte > dedicata alla ricerca degli elementi radicali di origine latina, greca e  germanica più ricorrenti nella formazione del vocabolario della lingua italiana;

(d)         quarta e ultima parte > applicativa di quanto appreso, dedicata a concrete esercitazioni all’analisi etimo- semantica di parole molto frequenti del lessico italiano, ma anche di termini desueti e letterari.

Il progetto utilizzerà per la sua attuazione gli abituali sussidi didattici (lavagna, computer di classe e/o LIM, appunti forniti fotocopiati agli alunni/e o dettati in aula, cartelloni riassuntivi, testi scolastici d’Italiano e  dizionari della lingua italiana). Prevedo di avvalermi anche di sussidi bibliografici specifici (manuali, dizionari etimologici…) ed anche fonti multimediali (fornendo collegamenti a siti specifici (per esercizi e giochi linguistici) ed a schede che pubblicherò sul mio sito-web scolastico (Schoolbook).

Sul piano metodologico, seguirà un approccio didattico attivo e coinvolgente, alternando le lezioni frontali col lavoro di gruppo, momenti di discussione, attività  ludiche e vere e, soprattutto, con una sorta di lavoro ‘sul campo’. Avvierò vere e proprie indagini etimologiche a tema (es.: nomi e/o cognomi, denominazione delle discipline scolastiche e/o degli sport, terminologia sanitaria, alimentare, lessico giuridico-costituzionale) e pubblicizzerò le ricerche etimologiche realizzate dal gruppo-classe mediante una pubblicazione finale (cartacea e/o multimediale).

Chiudo ricordando che “parola” – etimologicamente parlando – deriva dal latino “parabola”, a sua volta calco del greco: “parabolé”. Ogni parola, quindi, è qualcosa che viene ‘lanciata’ (gr.: bàllo ) e che percorre una traiettoria (parà) prima di giungere a destinazione. Questo termine ci ricorda anche le parabole evangeliche e la loro capacità di cogliere il segno, utilizzando però una strada metaforica e narrativa.  Bene, se col mio progetto riuscirò a ripercorrere la storia racchiusa dentro una semplice parola avrò sicuramente fatto qualcosa di utile…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 

IL PECCATO DELLE ARMI

« Cosa possiamo fare contro la guerra? Naturalmente sempre difendere il messaggio della pace, coscienti che la violenza non risolve mai un problema, e rafforzare le forze della pace. […] Direi anche che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare, invece dell’importazione delle armi che è un peccato grave si dovrebbe importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni da accettare ognuno nella sua alterità e dobbiamo quindi nel mondo rendere visibili il rispetto delle religioni, gli uni degli altri, rispetto dell’uomo come creatura di Dio, l’amore del prossimo come fondamentale per tutte le religioni». http://www.korazym.org/index.php/attivita-del-papa/2-il-papa/2998-la-conferenza-stampa-di-benedetto-xvi-durante-il-volo-per-beirut-testo-integrale.html   

   Questa netta e coraggiosa dichiarazione di Benedetto XVI, pronunciata giorni fa nella conferenza stampa in occasione della sua partenza per il Libano, è stata riportata da molti quotidiani e notiziari radiotelevisivi, però pochi sono stati i commenti su queste inequivocabili parole del Papa. Evidentemente è meglio glissare su quest’affermazione, tanto più autorevole in quanto il suo autore non è un semplice missionario o un attivista nonviolento, ma il massimo esponente del Cattolicesimo. La frase estrapolata dall’intervista rispondeva ad una domanda relativa al conflitto siriano: non si trattava quindi d’un generico monito sul piano etico contro il commercio d’armi, bensì d’un chiaro riferimento al nuovo bagno di sangue alimentato dalla dittatura di Assad, ma anche da quelli che lucrano su quel conflitto, piazzando cinicamente armi ad entrambi i contendenti. Senza vendita di armamenti la guerra non potrebbe continuare, ha argomentato il Pontefice, e perciò l’export di armi è un oggettivo e grave peccato. Direi che, mai come in questo caso, il termine “peccato mortale” suona particolarmente appropriato, visto che non si tratta solo di un’azione spregevole sul piano morale e religioso, ma d’un vero e proprio attentato alla stessa vita. Il primo imperativo morale per un cristiano di fronte a questa strage di vite umane, quindi, dovrebbe essere rifuggire da questo peccato e farsi portatore di idee di pace. Le uniche proposte per un credente nel Vangelo di Cristo, ha ribadito Benedetto XVI,  non possono mai essere distruttive, ma creative, rispettose e fondate sull’amore.

Da pacifista, devo dire che ho particolarmente apprezzato questa dichiarazione, che suona come condanna senza se e senza ma della più disastrosa delle attività economiche mondiali, purtroppo tutt’altro che in crisi in questo pur travagliato periodo. Non si tratta infatti di un’argomentazione sottile e sopra le righe né di un’affermazione rivestita di veli diplomatici. Il Capo della Chiesa Cattolica ha affermato  – stavo per dire “papale papale”…- che chi importa (ed esporta) strumenti di guerra commette un grave peccato. Che non si tratti di un concetto neutro mi pare evidente, soprattutto se ci fermiamo un attimo a riflettere  sulla mostruosità dell’attuale corsa agli armamenti e sulla devastante diffusione di focolai di guerra ovunque. La classifica mondiale dei “peccatori” contro la vita e la pace resta tuttora guidata dagli Stati Uniti, i cui verdi bigliettoni recano da sempre impresso il blasfemo motto “In God we trust” (Noi crediamo in Dio).  Da recenti dati del SIPRI (http://www.sipri.org/yearbook/2012/files/SIPRIYB12Summary.pdf ) emerge con evidenza che le esportazioni di armi degli USA (che per il 2011 sono stati in testa anche alla classifica delle spese militari, con l’incredibile cifra di 711 miliardi di dollari…) rappresentano addirittura il 30% del totale di questo dannato traffico. Segue a ruota la Federazione Russa col 24%, ma poi si scende (si fa per dire…) al 9% di Germani a ed all’8% della Francia. Secondo l’autorevole istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma, la cattolica Italia si piazza comunque nona in questa peccaminosa “top 10” di mercanti d’armi, esibendo per di più con deprecabile fierezza anche il suo ottavo posto nella classifica mondiale delle aziende produttrici di strumenti di morte. Esso è stato infatti detenuto nel 2010 dall’azzurra Finmeccanica, con 14.410 milioni di dollari di fatturato in vendita di armamenti ed un profitto netto di 738 milioni di dollari (solo un quarto di quello portato a casa dalla statunitense Lockeed Martin).

Quasi quarant’anni fa Alberto Sordi fu protagonista e regista del film “Finché c’è guerra c’è speranza”, nel quale interpretava magistralmente il ruolo di Pietro Chiocca, un commerciante di pompe idrauliche ‘convertitosi’ al molto più lucroso mestiere di mercante d’armi, col quale manteneva nel lusso la sua esosa famigliola. Eppure proprio dalla moglie e dai figli gli arriverà una reazione di sdegnato disprezzo, quando un noto quotidiano ne sbatterà la foto sulle sue pagine, accanto allo sferzante titolo “Ho incontrato un mercante di morte”. Ma Pietro Chiocca non ci sta e reagisce duramente e smaschera la loro ipocrita ed egoistica reazione,concludendo con queste parole: « Perché vedete… le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono. Ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra che vogliono vogliono vogliono e non si accontentano mai! Le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano! …Costano molto, e per procurarsele qualcuno bisogna depredare!  Ecco perché si fanno le guerre!…».

Ebbene, in questo squallido mondo di mercanti d’armi e di tanti che su di quest’odioso traffico hanno fondato e fondano la loro prosperità, ben venga la chiarezza di chi, semplicemente e senza giri di parole, ha dichiarato dall’alto della propria autorevolezza che tutto ciò è un “grave peccato”, che va quindi condannato. Ancor più apprezzabile mi è parso che il Pontefice non si sia limitato a deprecare l’esportazione di armamenti, ma abbia auspicato che i cristiani diventino finalmente esportatori di idee di pace, di rispetto delle diversità, di slancio creativo. Certo, questo significa che da parte della Chiesa Cattolica ci si aspetterebbe la stessa, lodevole, chiarezza e coerenza anche in altre circostanze. Ad esempio, nel caso dell’Italia, respingendo l’untuosa protezione da parte di politici che ostentano la loro bigotteria solo quando si tratta di aborto o d’eutanasia, senza però minimamente preoccuparsi di proporre e votare atti di aggressione armata e di esaltare la nostra industria bellica. Certo, la guerra ed il commercio di armi sono un peccato. Peccato però che, a quanto pare, nessuno sembra essersene accorto…

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

APPROFONDIAMO L’APPROFONDIMENTO

 Forse non molti ci hanno fatto caso, ma il verbo “approfondire” e la corrispondente forma sostantivata “approfondimento” si presentano come parole scomponibili in un monema lessicale (“fondo”, dal latino “fundus”) e ben due monemi modificanti, costituiti dalle preposizioni latine “ad” e “pro”. La prima esprime generalmente direzione e/o fine di un’azione, mentre la seconda indica principalmente un vantaggio derivante dall’azione stessa. Etimologicamente parlando, ne consegue che si dovrebbe parlare in modo appropriato di “approfondimento” a tre condizioni: (a) se si tratta di un’attività di studio o ricerca che va effettivamente a fondo in una questione; (b) se essa persegue un fine preciso e (c) se da quest’azione deriva un vantaggio per chi la compie.

Ho fatto questa premessa linguistica per tentare di comprendere quale altro significato sia stato invece attribuito al termine “approfondimento“ nel vocabolario MIUR-Italiano, un’opera di cui molti docenti continuano purtroppo ad avvertire l’esigenza. E’ ormai da tre anni, infatti, che l’ultima riforma della scuola secondaria di primo grado (vedi DPR 89/2009), ha introdotto questa bizzarra incognita nell’equazione inventata per sconvolgere la cattedra di lettere nel triennio delle medie, sia per banale comodità di calcolo (8 per 2 fa18), sia per l’ovvia finalità di tagliarne comunque il personale. Da allora, docenti e dirigenti scolastici sono stati lasciati in preda al dubbio più profondo sulla sua funzione, utilità ed applicazione della famigerata “ora di approfondimento di lettere”, aggiunta alle 29 curricolari che gli alunni sono tenuti a svolgere settimanalmente. A tal proposito, vi consiglio caldamente di leggere un divertente quanto acuto articolo, pubblicato due anni fa sul blog di una spiritosa collega di lettere (http://ildiariodimurasaki.blogspot.it/2010/04/ approfondimento-delle-materie.html ), ma da allora la situazione è ben lungi dall’essersi evoluta positivamente.

Lasciamo stare l’evidente impossibilità di fornire uno straccio di spiegazione logica sulla riduzione dell’insegnamento di ben quattro discipline fondamentali (italiano, storia, geografia ed educazione civica) da undici a nove ore, facendo però spuntare dalle rovine di questa decurtazione (66 ore in meno all’anno) siffatta, misteriosa, ora settimanale aggiuntiva di “approfondimento” delle medesime materie. Ciò ovviamente ha costretto parecchie  migliaia d’insegnanti ad interrogarsi – senza peraltro venirne a capo…- su questo nuovo busillis ministeriale, angosciati in effetti molto più dagli aspetti pratici della questione (come diavolo formare le cattedre così modificate e quali docenti “gratificare” con questo nuovo dono del ministero?), che da interrogativi di ordine metodologico-didattico e/o da rivendicazioni relative alle loro stessa professionalità. Da tre anni, quindi, la creatività di presidi e professori si sta sbizzarrendo a cercare la soluzione meno devastante a questo problema, oscillando tra l’estremo maligno d’ipotesi passibili di condanna da parte dell’ONU per apartheid (cioè attribuire sadicamente agli ultimi arrivati il totale del monte ore di “approfondimento”, facendo loro svolgere 18 ore di lezione in 18 classi diverse…) e quello buonista di trovate il più possibile “salomoniche”, che comportano però complessi e spesso astrusi calcoli algebrici per cercare di spalmare questo scomodo pacchetto di ore sull’intero contingente dei prof di lettere, anche a costo di distruggere l’unitarietà e la coerenza della cattedra per la quale essi sono stati nominati, in base a concorsi e/o abilitazioni ad hoc.

Per uscire un po’ dalla querelle sul senso di questa modifica e dalla ricerca dell’interpretazione autentica delle successive circolari applicative del MIUR, allora, avevo ingenuamente pensato che analizzare semanticamente la parola in questione avrebbe potuto aiutarmi a capirne meglio il senso. Ho consultato allora dizionari cartacei ed informatici, per confrontarne le definizioni che,  sommate a quanto ho detto in premessa, mi hanno fatto giungere a questa conclusione. Con “apprendimento” dovrebbe designarsi un’azione – mirata (ad) ed efficace (pro) – volta a studiare a fondo un argomento; ad analizzare i suoi aspetti; ad esaminare a fondo/sviscerare una questione, senza trascurare l’esigenza – altrettanto semanticamente fondata –  di rendere più intensa e meno superficiale tale conoscenza.

Il guaio è che questa sintetica definizione non solo non ci aiuta a dare un senso all’introduzione dell’ “ora di approfondimento di lettere” nella scuola media ma, al contrario, ne svela impietosamente la totale assurdità. Essa, infatti, non sembra rispondere a nessuno dei tre requisiti connessi alla sua etimologia ed alle possibili spiegazioni di tale lemma. Non si tratta, secondo me, né di un intervento didattico che renda più profondo lo studio delle discipline letterarie né, tanto meno, di un’azione davvero mirata ed efficace . I sinonimi utilizzati dai dizionari (studiare a fondo, esaminare, analizzare, sviscerare…) avrebbero un senso, infatti, solo se a svolgere questa operazione fossero gli stessi docenti che svolgono le ore curricolari di lettere. Il ricorso ad altri insegnanti – al di là d’illusorie pretese e pie intenzioni di ‘coordinamento’ – a mio avviso rende di fatto impossibile  approfondire l’insegnamento di qualcosa che non si conosce nemmeno e da cui non sia stato possibile, per esperienza diretta, trarre un adeguato feedback.

Prima ancora di come approfondire, a mio modesto avviso, sarebbe legittimo chiedersi perché approfondire, cioè a quale esigenza degli alunni sarebbe opportuno rispondere. In questo caso, viceversa, assistiamo da anni al disperato tentativo di dare un qualche senso ad un’intrusione del tutto immotivata nel processo educativo e didattico di un/a collega. Stando così le cose, le possibili soluzioni al problema sono state finora sostanzialmente due: (a) approfittare di quest’ora aggiuntiva per svolgere aspetti della programmazione ordinaria che spesso restano incompiuti o non svolti per niente, come l’educazione civico-sociale oppure l’analisi testuale; (b) introdurre di straforo nuovi contenuti alla stessa programmazione, come ad es. il latino oppure l’esercitazione alle prove nazionali Invalsi.

In entrambi i casi, però, mi sembra davvero difficile parlare di un vero “approfondimento”. Nel primo si tratta solo di un anomalo e spesso raffazzonato ‘recupero’ di pezzi del programma di lettere trascurati o poco sviluppati a causa della riduzione dell’orario d’insegnamento. Nel secondo, invece, o si lascia impropriamente spazio al docente ‘mordi e fuggi’ d’approfondimento la possibilità di andarsene per conto proprio, senza coerenza effettiva con le altre 9 ore di lettere, oppure lo si usa strumentalmente per fargli svolgere il ruolo di ‘trainer’ a quei test d’italiano che, anno dopo anno, stanno finendo col monopolizzare l’attenzione di scuole che, guarda caso, proprio sulla qualità dei  loro risultati si preparano ad essere ‘valutate’.

Insomma, da questo mio tentativo di approfondire la questione emerge per absurdum tutta la superficialità e faciloneria di chi ci governa ma, lasciatemelo dire, anche di una classe docente che si sta progressivamente disabituando a riflettere sul senso del proprio lavoro e sulla modificazione genetica cui la scuola è stata sottoposta nell’ultimo decennio. Anche in questo caso, infatti, l’unica motivazione ufficiale delle controriforme governative è il solito ritornello “Ce lo chiede l’Europa”. Ma siamo proprio sicuri che la richiesta di rendere più efficiente e qualificata la scuola italiana abbia qualcosa a che vedere con operazioni come l’introduzione di un’ora anomala in un curricolo di lettere precedentemente mutilato?  Per caso, non è che questa bruttura è solo il frutto, marcio, della solita “concertazione” fra sindacati e datori di lavoro, per strappare comunque dei risultati in termini quantitativi, trascurando del tutto gli aspetti qualitativi di questi compromessi?

Come mai, altrimenti, nessuno sembra accorgersi che, spezzetta oggi e spezzetta domani, la cattedra di lettere – che tanti docenti hanno tanto sudato ad ottenere – è stata ormai ridotta ad una sorta di bricolage didattico, sulla quale i dirigenti scolastici hanno carta bianca?

Sono domande serie ed impegnative, ma il mio – come quello della citata Murasaki – è solo un modesto blog e non una sede formale di discussione. Per adempiere questo compito, a dire il vero, non sono poi tanto sicuro che servano le solite tavole tra ‘esperti’ ed i dibattiti nei quali si recita abitualmente  il solito, squallido, ‘gioco delle parti’.

Quello che è certo, comunque, è che questo argomento richiederebbe un ulteriore…approfondimento.

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“FAR WASTE” ovvero: anche la NATO produce munnèzza

 In una delle mie ricerche su Internet, riguardanti il comando NATO di Napoli ed il suo prossimo trasferimento nel nuovo quartier generale di Lago Patria, mi sono imbattuto per caso in un testo intitolato: “Notification of Intent (NOI) to issue an Invitation for International Bidding (IFIB) for JFC Naples- Lago Patria Giugliano , Italy – Waste Collection and Disposal Services”. (Vedi: http://aco.nato.int/resources/site1832/J8public/IFIB%20ACO-NAP%2012-21%20NOI%20letter%20dtd%2016%20Aug%2012%20signed%20copy.pdf)

Non si tratta ovviamente d’un documento top secret sui piani strategici della NATO nel Sud Europa ma, molto più banalmente, di un bando per gara d’appalto internazionale (ref: ACO-NAP-12-31), relativo all’assegnazione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti che saranno prodotti nella nuova struttura NATO nel prossimo anno. Il bando completo – che sarà pubblicato sul sito istituzionale (www.aco.nato.int/page136374522.aspx ) il 17 settembre prossimo, con scadenza 29.10.2012 – prevede una gara su base annua (Gennaio-Dicembre 2013), con possibilità di rinnovo per un ulteriore quadriennio. Il prezzo base fissato per questo servizio è pari a 290.000 euro annui, con previsione d’un contratto quinquennale che impegni 1.450.000 euro totali.

Se non si trattasse di un appalto della NATO per un servizio di raccolta e smaltimento RSU da svolgersi nel comune di Giugliano in Campania (NA) – uno dei più disastrati proprio sotto questo profilo – la questione forse non meriterebbe di essere presa in considerazione. Tenuto conto del fatto che le strutture militari alleate e statunitensi in Campania sono da decenni del tutto autonome per qualsiasi tipo di fornitura e servizio interno – con scarsissima o nulla ricaduta sull’economia locale dei territori da esse “protette” – non è poi tanto strano che i nostri cari Alleati si siano attrezzati per conto proprio per un’esigenza ambientale basilare come quella della eliminazione dei cospicui rifiuti prevedibilmente prodotti dalla maxi-struttura costruita presso il Lago Patria. Essa, infatti, è destinata ad ospitare nei suoi 330.000 mq di superficie totale, (di cui 60.000 edificati) ben 2.500 militari residenti e, comunque, a sostenere l’impatto d’un bacino di residenti, a vario titolo e tempo, probabilmente quasi doppio. Se dividiamo la somma prevista annualmente dall’amministrazione NATO per questo appalto (Euro 290.000) per un numero di persone grosso modo intermedio fra quelle residenti e quelle orbitanti intorno al comando JFC di Lago Patria (cioè 3.500), il costo annuo del servizio risulta pari a 82,86 euro pro capite.

A questo punto mi è venuto spontaneo confrontare questa cifra con quella impegnata dal Comune di Giugliano in Campania (nel cui territorio ricade il JFC) per finanziare l’analogo servizio di raccolta e smaltimento dei RSU. Ebbene, nel Piano Comunale apposito, varato nel 2008, (http://www.comune.giugliano.na.it/allegati/578Piano_di_raccolta.pdf ) erano stati previsti questi parametri: una spesa annua di Euro  8.420.167  (di cui il 75% per il personale – il  3% per le attrezzature ed il 22% per gli automezzi), allo scopo di coprire con tale servizio un territorio urbano che si estende  per ben 94 km2, con un numero di abitanti pari a circa 120.000 unità, che producono mediamente 512 kg di rifiuti ciascuno. Il costo medio per abitante (8.420.167/120.000) risultava allora di 70,16 euro pro capite. Dal confronto emergerebbe una cifra assai inferiore a quella prevista dall’amministrazione NATO, però le cose non stanno esattamente in questo modo.

Da un articolo pubblicato su un sito web, infatti, si evince che il servizio appaltato dal Comune di Giugliano alla ditta Senesi e del cui contratto si chiede la rescissione per inadempienza della stessa, costa invece ben 15.702.000 euro annui per il 2012 (cioè quasi l’87% in più rispetto alla cifra prevista 4 anni fa) con una spesa media per abitante di ben 130,85 euro e, a quanto pare, con una qualità complessiva del tutto insufficiente.

“Siamo di fronte ad un servizio che è eufemistico definire inefficiente. Siamo di fronte ad un servizio che non viene effettuato,ma che viene regolarmente pagato. Non mi risulta, infatti, che alla Senesi siano state fatte pervenire contestazioni da parte degli uffici comunali. Non ho notizie di decurtazioni, pur dovute, a fronte dei servizi non fatti”, afferma il capogruppo del Pd Nicola Pirozzi. Rincara la dose Antonio Poziello, consigliere comunale e membro della Commissione Rincara la dose Antonio Poziello, consigliere comunale e membro della Commissione Ambiente e Territorio: “La situazione è paradossale. La Senesi sta ottenendo il pagamento di servizi che non solo non fa, ma che in tutta evidenza non ha mai pensato di dover fare. Altrimenti come spiegare che non ha, se non forse sulla carta, i mezzi necessari ad effettuare lo spazzamento meccanico, il lavaggio stradale, ecc.”. (http://www.corradogabriele.net/2012/04/24/giugliano-rifiuti-pd-chiede-la-rescissione-del-contratto-con-la-senesi/ ).

Non entro ovviamente nel merito di questa diatriba sulla qualità del servizio d’igiene pubblica giuglianese, di cui non ho esperienza diretta e che riflette ovviamente anche polemiche politico-amministrative. Non posso fare a meno di rilevare, però, che sui media italiani e perfino sulla stampa estera il nome del Comune di Giugliano in Campania o di altri comuni del napoletano e del casertano, proprio nell’ambito della gestione dei rifiuti, negli ultimi anni è stato spesso associato ad analisi assai poco lusinghiere sulle ecomafie e sul pesante intervento della camorra nella disgraziata “terra dei fuochi”. Basti pensare alle varie ed approfondite inchieste di un team catalano (http://www.ceecec.net/case-studies/waste-crisis-in-campania-italy/ ) o agli articoli pubblicati da quotidiani spagnoli come El Mundo (http://www.elmundo.es/elmundo/2011/06/30/ internacional/1309463302.html ), francesi come Libération (http://www.liberation.fr/ tribune/010185538-l-italie-ses-dechets-son-beton-ses-mafias ) inglesi come The Independent (http://www.independent.co.uk/news/world/europe/italys-toxic-waste-crisis-the-mafia-ndash-and-the-scandal-of-europes-mozzarella-799289.html ), tedeschi come Der Spiegel ( http://www.spiegel.de/international/europe/the-garbage-of-naples-how-the-mafia-helped-send-italy-s-trash-to-germany-a-681469.html ) o addirittura arabi, come Al Jazeera (http://www.aljazeera.com/ indepth/inpictures/2012/02/2012220145919672749.html ).

Il fatto è che nella nostra “biùtiful cauntri” , che una volta era chiamata Campania Felix, da decenni si è concentrato il malaffare, distruggendo, cementificando ed intossicando un territorio eccezionale e rendendolo uno dei più consolidati feudi della mafia internazionale.

Eppure proprio in questa capitale della munnézza , assurta a lucrativo bisinìss malavitoso, ha deciso d’insediarsi il nuovo comando sud-europeo dell’Alleanza Atlantica, presso quel Lago Patria la cui bellezza è costantemente deturpata da scarichi abusivi di ogni genere, come più volte denunciato dalle associazioni locali e dallo stesso WWF (http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=23117 ).

Dal 2013 una popolazione di 2.500 persone abiterà in continuità questa blindata cittadella della NATO, con la previsione di una presenza meno regolare di militari e civili quasi pari. La quantità e qualità dei rifiuti che saranno prodotti da questo nuovo e denso agglomerato di quasi 5.000 nuovi non-cittadini di Giugliano giustifica quindi la gara di appalto per la loro raccolta e smaltimento “in conformità con leggi e regolamenti in vigore in Italia”, come peraltro si specifica nel bando. Sarà interessante scoprire le condizioni contrattuali di questo appalto, i requisiti per parteciparvi e le altre informazioni che saranno pubblicate sul sito aco-nato.int. Sta di fatto, però, che questa opportunità non sarà sfuggita a chi da troppo tempo, diciamo così, già controlla il settore rifiuti… Fatto sta che i cittadini di Giugliano in Campania stanno attualmente pagando, per un analogo servizio d’igiene urbana, molto di più e con risultati evidentemente assai scadenti. Staremo a vedere, allora, se i nostri cari “Alleati” riusciranno ad assicurarsi un servizio di gestione dei rifiuti molto più efficiente, spendendo annualmente quasi 50 euro in meno per ciascun abitante.

Se ciò accadrà vorrà dire che, ancora una volta, la gente della Campania si scoprirà ospite a casa sua e, soprattutto, constaterà che i “poteri forti” sanno farsi rispettare. Diceva Marco Antonio nel “Julius Caesar” di Shakespeare: “Brutus is an honourable man; So are they all, all honourable men…”. Anche in questo caso, state sicuri, fra “gente d’onore” s’intenderanno sicuramente…

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NATO’ CERCA…CASALESI

Mi sono ricordato del titolo di un vecchio film dell’irresistibile Antonio de Curtis – “Totò cerca casa” – leggendo l’articolo di Rosaria Capacchione su IL MATTINO del 3 agosto, che faceva seguito ad un analogo servizio del giorno prima. In queste pagine della coraggiosa giornalista napoletana ho trovato la conferma di quello che, in modo indiretto e meno preciso, già sapevo e che, insieme agli altri attivisti del Comitato Pace e Disarmo Campania, avevamo da tempo denunciato. Il trasferimento del Comando sud-europeo della NATO a Lago Patria, nel comune di Giugliano in Campania, ha portato e porterà vantaggi solo alla Camorra e, specificamente, all’onnipotente clan dei Casalesi, che – in barba ad arresti e sequestri di beni – continua a dominare indisturbato su questa parte della Campania Infelix .

“…non è nel cuore della finanza a stelle e strisce che è nascosto il tesoro dei Casalesi…. è invece sotto gli occhi di tutti, a disposizione di chiunque voglia vederlo: a Casal di Principe, San Cipriano, Villa Literno, Lago Patria, Licola, Varcaturo, Pozzuoli, lungo il tracciato urbanistico che collega la provincia di Caserta alla zona flegrea, lo stesso che accoglie l’enclave americana di Nato e US Navy” – spiega con chiarezza l’articolo. (R. Capacchione, “Sanzioni ai Casalesi: agli americani vietato abitare nelle case dei boss. Altolà della Casa Bianca ai fitti degli alloggi dei militari Us Navy e Nato” – IL MATTINO, 3 agosto 2012, p.39  http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=212167&sez=CAMPANIA  ).  Ma che tipo di business trattano i vertici ed i militari ‘alleati’ e statunitensi con i mammasantissima dei Casalesi? La Capacchione è molto esplicita in proposito: “E’ un tesoro fatto di mattoni, appartamenti e villette date in fitto a prezzi da capogiro (dagli 800 ai 1500 euro al mese) e fuori mercato, agli uffici logistici dei due comandi. Immobili a disposizione dei militari che non hanno trovato spazio nella cittadella di Gricignano o a ridosso del Carney Park…”.

In effetti, come giustamente ci tiene a ricostruire la giornalista, la contiguità dei militari Nato e americani con la Camorra non è certo cosa di questi ultimi tempi. La famiglia Zagaria era già stata implicata nel 2006 addirittura nei lavori del cantiere della base radar NATO di Licola (Giugliano in Campania-NA), coinvolgendo nell’inchiesta un alto ufficiale dell’Aeronautica militare, in qualità di direttore dei lavori. L’anno dopo fu scoperto un intero isolato di villette “casalesi” a Casal di Principe e quello appresso fu la stessa US Navy a doversi inventare strategicamente delle indagini sulla qualità dell’acqua di 107 appartamenti occupati da militari statunitensi riconducibili alla famiglia del boss casalese Giuseppe Setola. La pericolosità dell’acqua non fu dimostrata da analisi successive, ma se non altro si riuscì a sfrattarli da quei compromettenti villini. L’ultimo episodio di tre mesi fa – villette abusive al Lago Patria, affittate dal clan Mallardo a militari inglesi e irlandesi in forze al contiguo Comando NATO – è stata evidentemente la goccia che ha fatto traboccare il vaso…

Dallo stesso Presidente degli Stati Uniti, infatti, già il 24.07.2011 era partito un segnale di allarme contro la pervasività della Camorra, con un indiretto richiamo agli americani che con essa facevano disinvoltamente affari. Al Dipartimento del Tesoro, in quella circostanza, Obama chiese di prevedere “sanzioni aggiuntive contro i suoi (della Camorra) membri e sostenitori”. Il 1° agosto 2012 (e quindi un anno dopo) un provvedimento esecutivo dello stesso Dipartimento sembrerebbe aver reso tangibile quel segnale.

“In riferimento a questa autorità, il Dipartimento dei Tesoro sta intraprendendo un’azione contro la Camorra, identificando e designando cinque capi-chiave. L’azione di oggi congela ogni tipo di patrimonio che essi possano avere sotto la giurisdizione degli Stati Uniti e proibisce ogni transazione con loro da parte di persone degli USA. Questi sforzi proteggono il sistema finanziario statunitense dalle organizzazioni criminali transnazionali ed espone e contrasta le azioni degli individui che stanno sostenendo la Camorra o agendo in suo nome.” (U.S. Dept. of Treasury, Press Center, “Treasury Sanctions Members of Camorra”, 1.8.2012).

I cinque boss indicati nel provvedimento esecutivo del Tesoro USA (Mario Caterino, Giuseppe Dell’Aquila, Paolo Di Mauro, Antonio Iovine e Michele Zagaria) non avranno probabilmente patrimoni da confiscare negli Stati Uniti, come spiegava la giornalista del Mattino, ma sono senz’altro i “pupari” delle innumerevoli transazioni relative a vendite e locazioni d’immobili alle numerose schiere di militari usa e nato che hanno deciso da decenni di fare dell’area flegrea e giuglianese la base operativa per le loro strategie di guerra. Bloccarne gli affari in quella che già negli anni ’90 avevo chiamato “la Provincia di Nàtoli” non sarà cosa facile, visto che possono ricorrere a centinaia di associati e prestanome, ma è comunque un primo scacco al perverso intreccio fra criminalità organizzata e guerra organizzata.

Ovviamente quello che è emerso finora evidenzia soltanto i rapporti tra singoli individui e camorristi, con la finalità di assicurarsi per se stessi e le proprie famiglie un’abitazione, possibilmente vicina al loro particolare “posto di lavoro”. Le cose diventerebbero molto più interessanti e significative se, come è già successo nel 2006, si riuscisse a dimostrare che il bisinìss dei Casalesi non si limita a piazzare a prezzi elevati e in modo poco trasparente appartamenti e villette a soldatini inglesi e turchi di servizio alla NATO, ma riguarda anche gli appalti per le colossali opere realizzate da essa per far sorgere in riva al Lago Patria un mega-comando di 5 piani fuori terra e due sotterranei, con 85 chilometri quadri di superficie pavimentata e 3 kmq di spazi verdi. Un complesso impressionante per dimensioni ed importanza, che – guarda caso… – è stato realizzato proprio nel vicereame del Casalesi, come già era successo per la base logistica USA di Gricignano di Aversa e la stazione radar di Licola.

Noi del Comitato Pace e Disarmo Campania ci siamo chiesti più volte – ma era una domanda evidentemente retorica… – perché diavolo dei patiti dell’igiene e della sicurezza come inglesi ed americani avessero deciso di stabilirsi proprio in una delle aree più inquinate in assoluto e ad alta densità criminale. La risposta, oggi più di ieri, mi sembra abbastanza evidente. Se Totò, quindi, si limitava a “cercare casa”, la Nato a quanto pare cerca invece i Casalesi per trovare alloggio nella Provincia di cui essi sono i novelli proconsoli. Del resto, per citare ancora il principe de Curtis: “Il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il  dopoguerra fa la borsa nera, la borsa nera rifà il denaro, il denaro rifà la  guerra.”  Ecco, appunto…

(C) 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

OIKO-NOMIA VS DEATH-ECONOMY

Scrivendo un precedente articolo sul concetto di “economia di morte” e sulle sue implicazioni (https://ermeteferraro.wordpress.com/ 2011/12/13/ thanatoikonomia-death-economy) mi ero ispirato ad un’originale contributo di Sergio Altieri, uno scrittore ‘noir’, per riportare il discorso all’attualità del disastro finanziario che sta travolgendo stati e mercati.

Quella che allora avevo chiamato thanato-oikonomìa, conferendo una tragicità greca all’espressione inglese death-economy, mi sembrava infatti la concettualizzazione di una realtà sotto gli occhi di tutti. Una realtà in cui l’economia è diventata “un algoritmo ineluttabile verso il baratro”, caratterizzata com’è da una guerra infinita che si autoalimenta e, parallelamente, dalla crisi mortale degli stati, trascinati nella spirale stagnazione-inflazione-recessione-depressione-collasso.

Il trionfo del “profitto a ogni costo, con ogni mezzo, contro ogni ostacolo” – per citare ancora Altieri – è del resto strettamente connesso all’escalation guerrafondaia che manipola l’opinione pubblica con una sorta di guerra psicologica, per meglio dimostrare l’ineluttabilità di quella guerreggiata. In questo senso, l’economia in sé, almeno come viene comunemente rappresentata, è diventata sinonimo di death-economy. E questo perché da troppo tempo non è più un mezzo per assicurare vita, sicurezza e benessere (nel senso più ampio, sintetizzato dal temine ebraico shalom ), bensì un pernicioso strumento di morte e di distruzione.

Ci ripensavo leggendo l’appello “Furto d’informazione”,  pubblicato da il manifesto del 24.7.2012, i cui sottoscrittori denunciano la “sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione d’informazioni a danno dell’opinione pubblica” , riferendosi alla diffusa rappresentazione degli sbocchi alla crisi economica attuale come “comportamenti obbligati (‘non-scelte’)”. I firmatari dell’appello, fra l’altro, sottolineano che una controversa dottrina economica come il neoliberalismo, ritenuta da molti quanto meno corresponsabile della crisi, viene invece assunta “come autoevidente, sottraendo a milioni di cittadini la nozione della sua opinabilità e impedendo la formazione di un consenso informato, presupposto della sovranità democratica”. Questo martellante ”pensiero unico” – che orwellianamente viene diffuso dai media come la dottrina – è di fatto alla base della visione d’economia che ci viene propinata come se fosse vangelo, costringendo chi dissente a recitare il ruolo di pericoloso eretico e sovversivo.

Eppure, come illustra un interessante articolo a pag. 6 dello stesso numero del quotidiano, basterebbe tornare alle radici greche del termine “economia” per scoprire che quella di cui oggi si parla e straparla è altra cosa. Edoardo Vanni – nella sua nota titolata “In senso della misura. Le lezioni di economia di quei soloni dei greci”- ci aiuta a restituire senso e sostanza a quest’abusata parola, riportandoci semanticamente alla sua origine ed alla sua antinomia con un altro termine greco, molto più vicino alla nostra accezione attuale di “economia”. La distinzione che facevano gli antichi Greci, ci ricorda, era fondamentalmente tra “oikonomìa” (attinente, come dice il nome, alla gestione della casa, della famiglia, della comunità, e comunque legata al valore d’uso) e “krémata”, un concetto connesso invece al mondo delle cose materiali e quindi al valore di scambio, configurabile quindi come “arte di accumulare ricchezza”.

Ebbene, la polis greca riuscì allora a realizzare un obiettivo che oggi sembra irreale: dare un metron, cioè una misura, un limite, all’arricchimento smisurato ed al profitto incontrollato, in nome del primato della politica e dell’interesse collettivo sulla “crematistica” e sostenendo la superiorità del  valore d’uso su quello di scambio. In questo senso, conclude Vanni, i Greci possono ancora darci lezioni ed insegnarci che non può esistere una vera “oikonomìa” senza garanzia del bene comune e, soprattutto, senza il primato della politica.

Fatta questa premessa, parlare di Death-Economy, cioè di economia di morte, appare con evidenza un controsenso semantico, un vero e proprio ossimoro. La stessa tradizionale contrapposizione fra ecologia ed economia andrebbe forse rivista, se al secondo termine restituiamo il senso originario di gestione dei beni comuni della collettività, regolato da quel metron che porta in sé il concetto ecologico ed etico di ‘limite’, sia soggettivo sia oggettivo, all’accumulo di ricchezza.

Le leggi (nomìa) che regolano la produzione e la distribuzione della ricchezza in qualunque collettività (oikos) dovrebbero avere origine, infatti, proprio da quel senso della misura che impone limiti precisi all’arricchimento sfrenato di alcuni a danno di altri e dell’intera comunità.  Non si tratta di una visione utopica ed ideale, ma piuttosto di un’impostazione alternativa che ha radici “antiche come le montagne”, per citare una nota espressione di Gandhi, non a caso teorizzatore del sarvodaya (trad.: “bene di tutti”, lo “sviluppo comune”) inteso proprio come “economia di condivisione”.

“Lo spirito di condivisione porterà alla pace, alla soddisfazione e alla fratellanza, mentre l’attuale economia porta alla violenza, che alla fine ci conduce diritti alle bombe atomiche– scriveva già nel lontano 1945 Joseph C. Kumarappa, definito “l’economista di Gandhi” – […] In un’economia sarvodaya sottolineeremo i valori umani anche in riferimento ai prezzi e ai costi, piuttosto di usare questi ultimi come guida per la produzione materiale. […]Caratteristico dell’economia capitalista è l’orgoglio del possedere, mentre l’unicità del sarvodaya risiede nel raddoppiare la gioia grazie alla condivisione delle cose con gli altri e nel dimezzare le ragioni dolore  grazie all’empatia del nostro prossimo […] Sarvodaya, con la condivisione della vita, è l’unica soluzione all’egoismo materiale che può portare alla distruzione della civiltà…” (J. P. Kumarappa, Economia di condivisione, Pisa: Centro Gandhi, 2011, P.37).

L’alternativa tra economia di condivisione e di vita ed economia di morte, dunque, era già ben chiara quasi 70 anni fa. Si tratta di una contrapposizione che affonda nella polis dei Greci ed arriva fino agli economisti alternativi come Barry Commoner, secondo il quale “Possiamo ricavare una lezione fondamentale dalla natura: niente può sopravvivere sul pianeta se non diventa parte cooperativa di un tutto più vasto e globale” (B. Commoner, Il cerchio da chiudere, Milano: garzanti, 1987, p.60).

Chiudere il cerchio dell’economia ecologica e nonviolenta, insomma, vuol dire rivedere la nostra stessa idea di economia, giungendo a quella “Eco-economy” di cui ha parlato Lester R. Brown nel suo omonimo libro del 2001. Già dieci anni fa, infatti, egli denunciava che l’attuale economia “sta distruggendo i sistemi che la sostengono e dilapidando le risorse che costituiscono il suo capitale naturale. Le domande dell’espansione economica, così come sono strutturate oggi, stanno superando le capacità produttive degli ecosistemi…” (L. R. Brown, Eco economy – Una nuova economia per la Terra, Milano: Editori Riuniti, 2003, p.30).  Costruire una nuova economia di vita e sconfiggere quella di morte, allora, è la sfida fondamentale per chi vive la tragedia attuale di una folle ricchezza che produce povertà e di uno sviluppo che genera sottosviluppo. E’ un imperativo categorico per chi non si rassegna ad accettare supinamente che i beni comuni siano accaparrati da pochi e che questi ultimi possano scatenare guerre per difendere i loro assurdi privilegi, dando così un’immagine chiara, sebbene fosca, di ciò che s’intende per “economia di morte”. Eppure il problema è molto più antico e altrettanto antica ne è la consapevolezza e la sfida all’ineluttabilità di una visione “krematista” più che propriamente “eco-nomica” del mondo.

“Fin dove volete arrivare, ricchi, con le vostre insane brame? Volete forse essere i soli ad abitare la Terra? Perché cacciate colui con cui avete in comune la natura e pretendete di possedere per voi la natura? La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri: perché, ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? La natura che tutti partorisce poveri, non conosce ricchi. […] La natura dunque ignora le distinzioni quando nasciamo, le ignora quando moriamo. Ci crea tutti uguali….” (Ambrogio, Naboth, 12,53 , Milano-Roma 1985, pp.131-33).

Le parole di uno dei più grandi “dottori della Chiesa” –  scritte intorno al 390 d.C.- e quindi 1600 anni fa, ispirandosi a sua volta alla triste storia di Naboth, raccontata nel I Libro dei Re – ci riportano ad una saggezza antica che l’umanità ha smarrito, ma che deve assolutamente recuperare. Prima che sia troppo tardi e che la logica della distruzione e della morte prevalgano su quella della costruzione comune e della vita.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

PROVE TECNICHE DI BUON…VICI-NATO

Non c’è che dire. Il Servizio Affari Pubblici del Comando NATO di Napoli e la dott. Diana Sodano, Responsabile delle Relazioni con la comunità, ce la stanno proprio mettendo tutta nel loro “sforzo di sensibilizzazione della comunità locale” residente in quel di Giugliano, dove sta per trasferirsi in pompa magna il Quartier Generale Alleato per il Sud Europa (JFC Naples, ex-AFSouth).

Hanno cominciato naturalmente con i più piccoli, ospitando alcuni alunni d’un paio di scuole locali (il 7 e l’11 maggio ed il 15 giugno scorsi) presso il Comando Alleato di Napoli, il Centro Radar di Licola e perfino al Carney Park di Quarto. La strategia comunicativa dello Staff napoletano della NATO aveva già cercato contatti diretti con alcuni cittadini giuglianesi, accogliendoli il 4 aprile nella nuova sede di Lago Patria “per agevolare la comprensione della comunità locale verso i suoi prossimi nuovi ‘vicini’ di Lago Patria”. Ed ora ecco che, nientedimeno, è lo stesso Staff a recarsi in visita all’Ospedale “San Giuliano”, per incontrarvi i responsabili sanitari ed il personale.  Lo scorso 11 luglio, infatti, la delegazione del JFC – guidata dall’immancabile dott.ssa Sodano – si è recata al locale presidio ospedaliero, descritto dalla nota sul sito JFC come “un’eccellenza nell’area di Giugliano, anche perché fornisce servizi di emergenza 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 e…vanta la fornitura di cure avanzate in cardiologia, ortopedia, chirurgia, ginecologia e terapia intensiva”.

E’ davvero un bene che il comunicato stampa della NATO ci fornisca queste utili informazioni, visto che il normale cittadino avrebbe difficoltà a reperirle direttamente, visto che il “San Giuliano” non dispone di un proprio sito web e vi si accede solo mediante il sito dell’ASL NA 2 Nord (http://www.aslnapoli2nordservizionline.it/it/san-giuliano-giugliano ) Ad esser sinceri, l’impressione non è proprio quella d’una struttura “di eccellenza”, visto che l’anno scorso la stessa Azienda Sanitaria decise di chiuderne i reparti di Urologia e di Gastroenterologia, suscitando peraltro la vivace reazione del Sindaco Giovanni Pianese. In una nota del 28 aprile 2011, lo ‘storico’ primo cittadino giuglianese – così si esprimeva. ““E’ l’ennesimo atto scellerato di una strategia in ambito ospedaliero lontana dalle esigenze della gente e del territorio. Questa Amministrazione raccoglie il grido di dolore del presidio ospedaliero San Giuliano che è punto di riferimento per 300mila utenti del territorio, rilanciandone con forza e determinazione l’importanza e l’utilità…” (http://www.comune.giugliano.na.it/index.php?param=n&idparam=732&anno=2011&mese=04 ).

In effetti, consultando le pagine dedicate al “San Giuliano” si evince che quei due reparti ora non ci più, mentre restano operativi quelli di: Ostetricia e Ginecologia, Ortotraumatologia, Medicina Interna, Cardiologia-UTIC, Rianimazione e Terapia Intensiva, Patologia Clinica e Radiologia, oltre naturalmente al Pronto Soccorso ed alla Farmacia ospedaliera.

I militari NATOletani hanno incontrato la dr.ssa Anna Punzo, che ne è il Direttore Sanitario, e si sono intrattenuti “…con i dirigenti ospedalieri, i capi dei dipartimenti e dei medici, nella speranza di accrescere la comprensione reciproca e di continuare a sviluppare il rapporto tra la comunità della NATO e la comunità italiana locale”. Nel corso di questi cordiali colloqui, la dr.ssa Punzo ha dichiarato: “Ho atteso a lungo l’opportunità d’incontrarmi con i rappresentanti NATO e confido che questo trasferimento del personale della NATO verso la nuova base che si trova a Lago Patria rappresenterà un grande miglioramento per l’intera area. Spero di accrescere il rapporto e gli scambi di amicizia tra il mio staff e la comunità della NATO”.(http://www.jfcnaples.nato.int/page372603230.aspx ).

A quanto pare la sua attesa è stata coronata da successo e ne siamo felici per lei. Un po’ più difficile da accettare, invece, è la sua azzardata affermazione che il trasloco sulle rive del Lago Patria del più grande ed importante comando militare dell’Europa meridionale sia classificabile come “un grande miglioramento” per un’area che è tra le più inquinate ed avvelenate d’Europa, da sempre controllata dalla camorra ed abbandonata al degrado ambientale e sociale. Sono cose ormai risapute e che la NATO e la US Navy conoscono benissimo, avendo svolto varie indagini nella zona, come con precisione riferiva il col. Giampiero Angeliin una intervista a “TERRA”:

“Nelle zone di Acerra, Regi Lagni e Castelvolturno è documentata la presenza di ogni tipo di inquinante chimico. Le certezze scientifiche ci sono. Gli americani hanno fatto un monitoraggio sull’acqua (in zona sorgono basi Usa, ndr): hanno rilevato solo il tetraclorotoluene nell’acqua. Hanno fatto una relazione sul rischio per la salute e hanno dichiarato questo rischio inaccettabile. E i valori da loro riscontrati sono molto più bassi rispetto a quelli trovati ad Acerra e Castelvolturno…” (http://www.terranews.it/news/2010/02/%C2%ABecco-come-i-casalesi-mi-hanno-avvelenato%C2%BB ).

Il col. Angeli, militare in pensione, in questi anni ha fatto di tutto per sollevare l’attenzione sulla sua sconcertante vicenda sanitaria, come indicatore di una situazione intollerabile di aggressione al territorio del litorale casertano ed ai suoi abitanti.

“…Nel dicembre scorso, ha inviato una petizione popolare alle massime cariche dello Stato per sollecitare provvedimenti «di massima urgenza a tutela della salute pubblica nelle province di Napoli e Caserta», territori dove per anni sono stati sversati milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, metalli pesanti, polveri d’abbattimento fumi, olii minerali, piombo, fanghi industriali (smaltiti nelle campagne come fertilizzanti: 40mila tonnellate, inchiesta “Madre Terra 1” del 2004 della Procura di S. M. Capua Vetere a Castelvolturno e Villa Literno). Ma anche cromo, nikel, rame (utilizzati come concime per i pomodori, come rivelato dall’inchiesta del 2004 della Procura di Rieti tra Lazio, Toscana e Campania). Nella petizione è altresì ricordato che nell’audizione del 21 dicembre del 2005 presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, i dirigenti della Sogin dichiararono che «in molte zone caratteristiche e ben note (…) abbiamo riscontrato una presenza di diossina centomila volte superiore ai limiti del decreto n. 471». La pubblicazione Siti contaminati (2008) dell’Arpac, l’Agenzia regionale per l’ambiente, riporta le analisi effettuate negli ex mattatoi comunali di Marcianise, S. Nicola la Strada, Villaricca, Melito: i campioni sono risultati tutti positivi per presenza di diossine, furani, policlorobifenili e, a Marcianise, anche per berillio e stagno. Le richieste della petizione hanno il solo scopo di poter avere, dopo oltre vent’anni, certezza sulle conseguenze sulla salute pubblica degli errori della pubblica amministrazione e dei crimini dell’ecomafia. A oggi non ha avuto alcuna risposta.”  (ivi).

Ebbene, date queste premesse, crede davvero, la responsabile sanitaria dell’ospedale “San Giuliano”, che l’arrivo di migliaia di militari della NATO in zona ne migliorerà le condizioni ambientali e socio-economiche? E’ proprio sicura che la presenza di un mega-comando bellico – corredato di enormi ed inquinanti antenne per telecomunicazioni e che presenta 85 chilometri quadrati di superficie coperta con due misteriosi piani interrati sottostanti –  sia il tipo di installazione che renderà Giugliano più sicura e più salubre? Non sta forse sottovalutando, quanto meno, l’accresciuto impatto del traffico veicolare in un’area già ampiamente congestionata, nonché quello degli scarichi fognari e dei rifiuti in una zona condannata ad ospitare svariate discariche (abusive ed ufficiali) ed ora perfino un orribile inceneritore?

“Vedo molto positivamente lo spostamento della base NATO in questo settore” ha dichiarato il Prof. Nunzio Tricarico, Capo del Dipartimento di Chirurgia “, per un reciproco scambio di relazioni in campo sia medico e sociale, sperando in una buona collaborazione e sostegno.” (http://www.jfcnaples.nato.int/page372603230.aspx ).

Evidentemente il prof. Tricarico è una persona fiduciosa ed ottimista, visto che non mi risulta che l’esperienza di decenni d’ingombrante presenza della NATO sul territorio napoletano abbia mai fatto registrare alcun elemento di “collaborazione” e tanto meno di supporto o di “reciproco scambio” tra le autorità sanitarie militari ‘alleate’ e statunitensi e quelle locali. D’altra parte, gli ‘americani’ hanno il loro ospedale militare a qualche decina di chilometri di distanza, presso la base della US Navy di Gricignano di Aversa (CE) e lo stesso Comando sarà certamente dotato quanto meno di ambulatorio medico e pronto soccorso.

In un mio precedente contributo su quello che definivo “un preoccupante neo-NATO” (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/04/30/lago-patria-un-preoccupante-neo-nato/ ) ho già manifestato chiaramente quelli che ritengo siano i rischi per la sicurezza, per la salute e per l’ambiente che deriveranno dalla ormai prossima apertura del Comando AFSouth 2000 di Lago Patria. La strisciante strategia della NATO per rassicurare i residenti e per accreditarsi come il cordiale “vicino della porta accanto”, quindi, mi sembrano solo dei goffi e un po’ ruffiani tentativi di “captatio benevolentiae” da parte della comunità locale, peraltro già tendente alla rassegnazione dopo decenni di dominazione mafiosa e di promesse elettorali tradite.

Non basterà però quest’accattivante strategia di… “buon viciNATO” per convincere i residenti e l’opinione pubblica che l’arrivo degli “Alleati” sulle rive del Lago Patria di scipioniana memoria (https://ermeteferraro.wordpress.com/2011/12/26/ingrata-patria ) – renderà più “felix” quella Campania che è dalla fine della guerra sotto la loro occupazione militare e che si è trasformata nel cuore della loro strategia guerrafondaia.

Pare che proprio Scipione l’Africano abbia affermato che:“Hosti non solum dandam esse viam ad fugiendum, sed etiam muniendam” (Al nemico non solo bisogna concedere una via per scappare, ma anche rendergliela sicura ). Beh, quello che è certo è che chi ha progettato una mega-base militare vicino alla sua “ingrata patria”, pur essendo teoricamente un ‘alleato’ e non un ‘nemico’, non ci ha concesso una sicura via di fuga dal pericolo di guerra.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

LA LEZIONE DI SYRIZA

Lo slogan elettorale di SY.RIZ.A. – la Coalizione della Sinistra Radicale che si è presentata alle ultime elezioni politiche in Grecia – è: “Ανοιγουμε δρομο στην ελπιδα”, che significa: “Apriamo la strada alla speranza”. E’ indubbiamente un motto difficile da far accettare a chi sta vivendo sulla sua pelle una crisi economico-politica particolarmente grave. Eppure, e proprio per questo, l’esortazione di SYRIZA a sperare in un vero cambiamento è stata accolta positivamente da oltre un quarto degli elettori greci, consentendo l’elezione di ben 71 deputati della Coalizione, che diventa il secondo partito nel Parlamento.

Non ho nessuna intenzione di lanciarmi in commenti su questa significativa svolta ellenica né voglio atteggiarmi a politologo senza averne la qualificazione. Da ecopacifista, però, non posso fare a meno di sottolineare come SYRIZA sia riuscita a far convivere le tradizionali istanze della sinistra socialista (giustizia retributiva, tassazione dei profitti finanziari, nazionalizzazione delle banche, abolizione dei privilegi fiscali, diritto alla salute per tutti, recupero dei contratti collettivi e lotta alla precarietà occupazionale etc.), con quelle dei movimenti per la democrazia dal basso e pacifisti (tutela dei diritti umani e socio-sanitari dei migranti, laicità dello stato, opposizione alla privatizzazione della sanità e dell’istruzione, diritto all’obiezione di coscienza, chiusura delle basi straniere ed uscita dalla NATO, taglio delle spese militari etc.).

C’è però un aspetto che non emerge dalla sintesi del programma in 40 punti, diramata da SYRIZA ed ovviamente ripresa da tutti i media, probabilmente senza nemmeno andarsi a guardare il programma originale: la posizione della coalizione della sinistra radicale greca sulle principali questioni ambientali. Anche i punti programmatici riguardanti la pace ed il disarmo, nella sintesi – pubblicata tra l’altro su: http://web.rifondazione.it/home/index.php/12-home-page/7794-programma-di-syriza  – risultano meno significativi, se estrapolati da un’impostazione più globale.

Sì, è vero. Il Programma elettorale pubblicato sul sito ufficiale di SYRIZA ( http://www.syriza.gr/ ) è scritto rigorosamente ed esclusivamente in lingua greca, elemento che non invita esattamente a cimentarsi in “versioni” in italiano, soprattutto in questi delicati tempi di maturità…  E’ pur vero che per capire qualcosa di più bisogna fare qualche piccolo sforzo e, in questo senso, un grande aiuto viene da programmi di traduzione rapida (seppur molto approssimativa) come Google Translator e simili, reperibili facilmente sul web.

I punti del corposo “programma” (sì, in greco di dice proprio così…) sui quali mi sono soffermato sono stati, ovviamente il n° 1 (Programma per la Politica Estera e di Difesa) ed il n° 7 (Posizioni programmatiche per l’Ambiente e la Qualità della Vita).  All’impostazione pacifista di SYRIZA avevo già accennato prima, citando i punti della sintesi che parlano – senza se e senza ma – di tagli alle spese militari, obiezione di coscienza, smilitarizzazione dei corpi di polizia, chiusura delle basi militari e fuoriuscita della Grecia dall’Alleanza Atlantica. Leggendo il testo integrale del programma, però, emergono aspetti più interessanti, fra cui la considerazione che in campo internazionale la diplomazia deve prevalere sui rapporti gestiti dalla Difesa, la difesa dei diritti del popolo palestinese, o anche il totale rigetto dell’idea stessa delle cosiddette “guerre umanitarie” o “per la democrazia”.  Al punto 6 di questo capitolo, ad esempio troviamo scritto: “Noi crediamo che la nuova dottrina della NATO e il piano per il cosiddetto “scudo antimissile” aumenti il rischio di guerra, in particolare nella nostra regione. La Grecia dovrebbe collaborare con altri paesi per impedire l’attuazione di questi piani. Perseguiremo il ritiro immediato della forza greca in Afghanistan e in altre missioni militari della NATO o dell’Unione Europea. Rimane stabile e irreversibile posizione strategica per noi la necessità di disimpegnarsi dalla NATO. Siamo consapevoli delle difficoltà di questa posizione. Ma crediamo che gli sviluppi internazionali confermano la correttezza della nostra posizione.”  Tale posizione di SYRIZA è del resto contenuta nel titolo stesso del capitolo sulla politica di difesa, che dovrà essere, appunto: “…nuova, indipendente, attiva e pacifica”

Dove invece la sintesi programmatica in 40 punti tace del tutto, mentre sarebbe stato opportuno  mettere in luce questi aspetti, è il citato settimo capitolo, dedicato alle questioni ambientali e relative alla qualità della vita, e quindi a quell’ecosocialismo che è di fatto una delle componenti fondamentali della coalizione greca.

Il primo paragrafo di questa trattazione, infatti, si apre con una frase emblematica: “L’energia è un bene comune” e prosegue indicando le priorità per una politica energetica eco-sostenibile, a partire dal risparmio energetico (“Il principale obiettivo della politica energetica è quello di risparmiare energia e aumentare l’efficienza energetica in tutti i settori”) e dalla pianificazione di risorse energetiche alternative (“In aggiunta a quanto sopra, SYRIZA / EKM s’impegna a sviluppare un programma a lungo termine di pianificazione energetica, per ridurre la produzione da combustibili fossili e le emissioni di gas serra e per la penetrazione delle fonti rinnovabili, al fine di diversificare radicalmente il modello energetico”).

Certo, il programma si sofferma soprattutto sugli aspetti sociali della questione energetica (prezzo popolare delle risorse, incentivi per i singoli e disincentivi per i grandi consumatori (“…la questione dei prezzi dell’energia per i consumatori residenziali deve essere determinato non dal mercato ma dalle priorità sociali…”). E’ però il caso di sottolineare che SYRIZA si caratterizza anche per una proposta autenticamente eco-sostenibile, facendo appello alle istituzioni accademiche, di ricerca e scientifico-tecnologiche affinché la Grecia possa dotarsi di un moderno sistema di produzione e distribuzione di energia, ricorrendo principalmente alle fonti rinnovabili e diffuse. E’ scritto infatti:

“In questo contesto, l’uso del suolo nelle zone rurali terrà conto della necessità di produrre energia da fonti rinnovabili, per quanto possibile, a seconda delle caratteristiche specifiche di ciascuna regione geografica, della necessità per la gestione e la distribuzione dell’energia prodotta inizialmente a livello locale, e parallelamente della necessità d’integrare tutte le varie unità decentrate nel sistema energetico nazionale  […] Nel complesso, si prescrive uno standard di autosufficienza energetica, di sicurezza e di gestione decentrata…”

Si tratta proprio delle priorità che da anni si sono dati gli ambientalisti italiani, ed in particolare noi del Comitato Campano che ha promosso la legge regionale popolare sulla cultura e diffusione dell’energia solare. L’autosufficienza energetica, unita con la gestione decentrata e ‘locale’ delle fonti naturali e rinnovabili, infatti, sono il punto centrale per chi vuole diffondere una visione totalmente alternativa, al tempo stesso rispettosa della natura e profondamente democratica.

Un altro punto importante, che troviamo nel programma di SYRIZA, è la: “…..ricerca e sviluppo di forme alternative di tecnologie delle energie rinnovabili e sistemi di stoccaggio dell’energia prodotta da sistemi solari ed eolici”,  poiché ogni comunità deve puntare all’autosufficienza energetica, evitando costosi ed inutili trasferimenti di energie lungo reti spesso lunghissime e fonte di enormi sprechi, oltre che occasione di accaparramento di risorse che sono di tutti.

Bene, ho la sensazione che se anche in Italia fossimo capaci di costituire una vera coalizione di forze alternative – socialiste autogestionarie, pacifiste ed ambientaliste – le cose potrebbero cambiare davvero, e nel senso giusto.  Purtroppo il quadro della nostra realtà politica è molto più desolante e deprimente ed anche chi, qui in Italia, inneggia all’esperimento di SYRIZA, in effetti si guarda bene dall’uscire dal proprio misero orticello elettorale.  Ma anche noi abbiamo diritto a quella “speranza” di cui la coalizione della sinistra radicale greca ha saputo farsi portatrice, perché un sistema finanziario multinazionale, strettamente legato al complesso militare-industriale, non si sconfigge certo col velleitarismo dei gruppuscoli o col cinico trasformismo dei partiti, ma piuttosto con un’ampia e significativa alleanza di chi crede ancora, e fermamente, nella giustizia, nella pace ed in uno sviluppo davvero ecologico.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

L’OBSOLESCENZA DELLA NATO, UN RELITTO DEL PASSATO

Non capita tutti i giorni di aprire le pagine di TIME magazine e di trovarvi un articolo intitolato “Il declino dell’Occidente”  (http://www.time.com/time/subscriber/article/ 0,33009,2115075,00.html ).       La cosa che colpisce subito, per la sua chiarezza, è l’eloquente sottotitolo di questo breve saggio di Ishaan Tharoor, pubblicato il 28 maggio scorso : “Mentre la NATO si riunisce a Chicago, l’alleanza militare più grande del mondo sta svanendo nell’obsolescenza?”.

Opperbacco! – avrebbe esclamato Totò – ma pochi giorni fa la NATO non aveva forse festeggiato trionfalmente il suo 63° compleanno, e la sua portavoce europea non aveva augurato al Comando alleato di Napoli altri sei decenni di attività? Ebbene sì, secondo l’analisi del giornalista di TIME il mega-summit di Chicago e la stessa avveniristica e miliardaria edificazione di una nuova sede, in acciaio e vetro, di fronte al vecchio quartier generale alleato di Bruxelles, non sarebbero altro che l’immagine di ciò che la NATO “spera di diventare”, cioè una realtà “adatta alle esigenze del XXI secolo”. “Ma  il XXI secolo avrà ancora bisogno della NATO? – si chiede retoricamente Tharoor, continuando nel suo metaforico parallelo tra l’Alleanza Atlantica e la sua vecchia sede, definita “un grigiastro relitto di un’altra era, sopravvissuto alla Guerra Fredda ed alla disintegrazione dell’URSS”.

“La NATO è più rilevante che mai. E’ l’alleanza militare più forte e più di successo del mondo. Ed ora, di fronte alle nuove sfide per la sicurezza, noi l’abbiamo adattata “ – ha dichiarato all’intervistatore Anders Forh Rasmussen, il suo Segretario Generale “dagli occhi color cobalto”, che è poi passato a snocciolare i successi attribuibili agli interventi militari alleati in Libia, in Afghanistan, nel Kosovo, sulle coste della Somalia e nello spazio aereo sul Mar Baltico. Il redattore del TIME osserva però che questa è l’iimmagine dall’interno della NATO, mentre dall’esterno è quella di “…un’organizzazione che cerca una ragione per esistere. Ben lungi dal rappresentare la forza coordinata dell’Occidente, la NATO è diventata il simbolo della sua fragilità”. Il motivo di ciò, secondo Tharoor, va ricercato soprattutto nella crisi finanziaria, che ha provocato in Europa vari tagli ai bilanci della difesa, costringendo Washington a chiedersi se gli alleati d’oltre-oceano stanno facendo la loro parte, visto che gli Europei, nel caso della Libia, pur avendo “guidato la carica”, non avrebbero combinato nulla “…se gli Stati Uniti non avessero fatto il lavoro pesante dietro le quinte”.

Ora che l’Amministrazione Obama sta annunciando che i suoi piani strategici si stanno allontanando dallo scenario mediorientale e mediterraneo e che la spesa militare dei paesi asiatici si prevede superiore a quella dell’Europa, la NATO – afferma il giornalista senza tanti giri di parole – “sta diventando un relitto del passato […] Con gli europei impegnati a disputare a Chicago della “difesa intelligente” – uno slogan della NATO affinché i paesi di tutto il continente mettano in comune risorse militari in un’epoca di austerità – è chiaro che i tradizionali alleati occidentali degli USA cercheranno di fare meno con meno.”  L’analista della prestigiosa rivista americana, a tal proposito cita Ian Bremmer, un politologo della Columbia University che ha scritto un libro significativamente intitolato “Ogni nazione per sé: vincitori e perdenti nel mondo dei G-zero” , nel quale afferma che le questioni geopolitiche stanno diventando sempre più guidate dagli interessi dell’economia, piuttosto che da quelli della ‘sicurezza’.  La stessa “impotenza di fronte alla sanguinosa guerra civile in Siria” – insiste Tharoor – è la dimostrazione che la campagna militare in Libia era solo “…l’eccezione che non conferma alcuna regola”.

La conclusione dell’articolo è altrettanto dura verso chi s’illude – o comunque vorrebbe convincere gli altri – che la NATO abbia ancora un futuro davanti a sé.: “I difensori della NATO sostengono che l’Alleanza, in quanto gruppo di democrazie affini, ha quanto meno un ruolo ideologico. Ma altre democrazie in crescita, come l’India e il Brasile, hanno poco interesse a farsi immischiare in un’organizzazione creata durante la Guerra Fredda per rafforzare la politica estera degli Stati Uniti. Una retorica audace ed e una nuova fantastica residenza non cambieranno il fatto che, in definitiva, la sfida che la NATO sta fronteggiando non è quella di una chiara minaccia esterna, ma la sua stessa mancanza…”.
Che dire? Cosa mai si potrebbe aggiungere di fronte ad una diagnosi e ad una prognosi così spietate? La  crescente militarizzazione del territorio italiano da parte della NATO e degli Stati Uniti e la sua finalizzazione alla cosiddetta “difesa intelligente”, stando così le cose, appaiono ancor di più un demenziale, irresponsabile ed augurabilmente inutile spreco di denaro della collettività, solo per tenere in piedi un complesso militar-industriale affamato di commesse e privo di scrupoli.  Questo non significa affatto che la NATO non sia più una minaccia alla pace ed alla sicurezza e che i venti di guerra che stanno spirando in questi giorni siano solo delle brezze senza conseguenze. E’ però importante che un commentatore d’un autorevole rivista statunitense possa affermare senza peli sulla lingua che la NATO è solo l’anacronistico relitto del passato di una “superpotenza” che sta perdendo credibilità e forza come catalizzatrice delle democrazie occidentali, di fronte a cambiamenti geopolitici ed economici che prospettano ben altri scenari.

“MAKE NATO HISTORY !”  recitava un vecchio slogan degli antimilitaristi. Beh, a quanto pare – per prendere in prestito  il titolo dell’autobiografia di Vittorio Gassman – si direbbe proprio che anche la NATO abbia “un grande avvenire dietro le spalle”…    

© 2012 Ermete Ferraro ( https://ermeteferraro.wordpress.com  )