EGIZIA…MA ITALIANA

RICORDO DI MIA MADRE, EGIZIA NISI

Chi mi conosce sa che non sono un appassionato di rimembranze e che ricordare tempi passati non mi viene certo spontaneo, piantato come sono nel presente ed attento al futuro, sia personale sia collettivo, solo nella misura in cui io mi sento responsabile di doverlo costruire qui e ora. Però il prossimo undici ottobre è una data troppo importante. Esattamente un secolo fa, infatti, nacque al Cairo (Egitto) Egizia Nisi, che 28 anni dopo giunse in Italia con la sua famiglia e, dopo altri 7 anni, sposò a Napoli Guglielmo Ferraro. Da quel matrimonio – di cui restano poche foto in bianco e nero – siamo nati, a distanza di quattro anni, mia sorella Adriana ed io. Mi è dunque difficile non tornare con la mente ad una delle due persone che hanno contato di più nella mia formazione e che hanno mi lasciato un’impronta con gli anni che passano sempre più evidente. Su mio padre Guglielmo, pittore e docente al Liceo Artistico di Napoli, mi sono già soffermato in uno scritto del 2008 (“Cent’anni di solitudine”). Vorrei adesso parlare di mia madre, nel centesimo anniversario della nascita, per alimentarne il caro ricordo e risentirne, anche per poco, l’amorevole e ferma vicinanza.

Egizia: certo che con questo nome (come col mio, del resto…)  non si passa inosservati. Quella bambina bruna, nata nella capitale egiziana il 10 ottobre1912,  terzogenita di due emigrati italiani (Francesco Nisi, un costruttore nato a Taranto, ed Alice de Biasi, una giovane di origine bellunese) era stata così battezzata forse per ribadire che la sua patria era ormai diventata l’antica terra dei faraoni, a quel tempo ancora parte dell’impero ottomano. Non che i coniugi Nisi avessero mai rinnegato una virgola della loro schietta e convinta italianità, sancita da un matrimonio che aveva unito due persone culturalmente molto diverse, ma fiere di appartenere alla prospera comunità degli Italiani d’Egitto. Oggi è difficile immaginare, o ancor più condividere, modi di pensare e di agire facilmente etichettabili come colonialisti. Ma essi andrebbero comunque contestualizzati in quel particolare momento, in senso spaziale e temporale, che però solo pochi hanno provato a raccontare. Suppongo che il timore di risultare politicamente scorretti o di apparire nostalgici abbia frenato molti altri dall’intraprendere la scrittura di questo pur interessante capitolo della storia italiana. Un capitolo volutamente ‘rimosso’, sia in quanto ci vede nel ruolo di migranti sia, diciamolo, d’interessati e privilegiati ospiti d’una terra nobile ed antica, ma a quel tempo subalterna agli Europei, dopo essersi liberata dal lungo e pesante dominio dei Turchi.

Qualcuno, dicevo, ci ha provato. Penso a libri come:  L’Italia e l’Egitto dalla rivolta di Arabi Pascià all’avvento del Fascismo di Romain Rainero e Luigi Serra (Marzorati Editore. Milano, 1991); “Oltre il mito. L’Egitto degli Italiani (1917-47)”  di Marta Petricioli (Bruno Mondadori,2007) oppure “Il chilometro d’oro. Il mondo perduto degli Italiani d’Egitto” di Daniel Fishman (Guerini e Associati, 2006). In quest’ultimo, fra l’altro, troviamo scritto: “In quale posto si possono trovare musulmani, copti, turchi cattolici, ciprioti, italiani, inglesi, ebrei, francesi, marocchini, maltesi, polacchi, circassi, ortodossi, rumeni, russi, sudanesi? In Egitto, nella prima metà del secolo scorso. Una situazione oggi utopica di pacifica convivenza tra razze, etnie, religioni differenti è quella del cosiddetto Chilometro d’Oro, una striscia di terra nella capitale egiziana…”

In quale altro posto, d’altra parte, un focoso e spicciativo giovanotto pugliese avrebbe potuto – oltre un secolo fa – decidere di metter su famiglia con una schiva giovane veneta, figlia di un ex garibaldino?  Ed infatti fu  proprio nella popolosa e multietnica capitale dell’allora Vicereame d’Egitto che famiglie provenienti da due Italie molto diverse decisero di unire le loro sorti di agiati immigrati. La vita del ramo cairotadei Nisi poteva dirsi infatti decisamente agiata, grazie ai privilegi coloniali ed all’indiscussa intraprendenza del capofamiglia nel settore delle costruzioni, a quel tempo in grande espansione. Come chiarisce il libro della Petricioli, la numerosa comunità italiana stabilitasi in Egitto nell’Ottocento ( che superò poi le  50.000 persone) aveva raggiunto un diffuso benessere, grazie soprattutto al ruolo significativo che vi svolsero commercianti, industriali e costruttori italiani.

Ebbene, mia madre è nata e cresciuta in questo vivace ambiente cosmopolita, dove all’arabo della popolazione locali si mescolavano e sovrapponevano gli accenti dei tanti altri ‘signori-ospiti’ del tempo (in primo luogo inglesi ma anche francesi e perfino greci e polacchi…). Mi sembra quasi di vedere la piccola Egizia mentre passeggiava coi genitori (l’azzimato papà Ciccio con baffi e barba e mamma Alice con cappello e veletta di rigore…) per le affollate e rumorose strade e piazze della capitale. Fu lì che frequentò dapprima la scuola delle suore francescane missionarie – stabilitesi al Cairo già 150 anni fa – e poi il liceo scientifico italiano, imparando a parlare disinvoltamente in francese ed inglese, ma anche nell’arabo dei Misraìm, gli abitanti di quella terra che ci ostiniamo a chiamare Egitto, utilizzando la deformazione greco-latina di un’antica denominazione locale. Dentro la grande casa dei Nisi, invece, continuavano ad echeggiare gli strascicati accenti pugliesi intervallati da quelli frenetici dei veneti, evitando comunque di creare problemi ai quattro figli (due maschi e due femmine) che erano invece tenuti ad esprimersi in un idioma che fosse garanzia  della loro schietta ‘italianità’.  Nel 1914, quando mia madre aveva solo due anni, scoppiò la prima guerra mondiale e l’Egitto diventò un Sultanato, sottoposto al protettorato inglese. Quando lei terminava le scuole elementari, nel 1922, quegli stessi Inglesi dovettero concedergli l’indipendenza e sul trono egiziano – sormontato dalla bandiera verde con falce di luna e tre stelle bianche – salì Fu’ad I, già Sultano dal 1917.

L’ampia e luminosa casa dei Nisi – per quanto ricordo dei racconti che me ne facevano – era costantemente frequentata da altri esponenti della comunità italiana (fra cui un celebre medico, il dottor Cerqua) ma anche dalle amicizie dei miei nonni, fra cui la madrina greca di mia zia Norma, una coppia di strambi profughi polonaises, dei simpatici giovani ebrei che raccontavano barzellette …sugli Ebrei, imprenditori egiziani, professionisti francesi…  Da quei ricordi – che come altri hanno alimentato nel tempo e col lievito della nostalgia ciò che la Petricioli ha chiamato “il mito” degli Italoegiziani – emergeva un modo di vivere agiato e spensierato, che non si faceva poi tanti scrupoli di esercitare un indiscusso potere, seppur benevolo e paternalista, sui tanti “servi” di casa o sugli operai dei cantieri edili, prevalentemente scuri sudanesi, da sempre già asserviti ai dominanti arabi.

Mia madre aveva però un carattere particolare ed era poco attratta dalla mondanità delle feste e degli spettacoli teatrali. Alle ‘pellicole’ di Chaplin e Keaton, proiettate nel primo cinema all’aperto del Cairo – il Garden Groppi – ed alle passeggiate domenicali in centro, con rituale consumazione di squisiti dolci nell’omonima pasticceria italiana, lei preferiva la lettura dei suoi cari romanzi ed un’intensa pratica sportiva, che andava dal nuoto al tennis.  E proprio su un campo di terra rossa  – ricordava lei stessa – le era capitato di giocare una memorabile partita nientemeno col giovanissimo principe Farūq, che nel 1936 successe al padre Fu’ad I sul trono d’Egitto. Egizia aveva allora 24 anni ma la bella vita del tempo non le bastava. Aveva un sogno: avrebbe voluto diventare un’archeologa, desiderio nato dopo un’appassionante ed avventurosa esperienza di “missione archeologica” nel deserto, al seguito d’autorevoli egittologi italiani ed inglesi. Il guaio era che i suoi genitori non erano disposti a seguirla su questa impervia strada – per loro poco adatta ad una giovane italiana  – e il loro diniego la lasciò turbata e scontenta.

La lontana madrepatria, da una dozzina d’anni, era diventata nel frattempo sinonimo d’un altro mito, quello nazionalista e colonialista del fascismo mussoliniano. Le ragazze italiane del Cairo erano state allora educate nel culto della trinomio Dio, Patria e Famiglia e nella retorica del fascistissimo Credere, Obbedire e Combattere, il motto della Gioventù Italiana del Littorio.  La giovane Egizia aveva partecipato anche lei, poco convinta, alle trionfali parate paramilitari ed alle esibizioni ginniche del Sabato fascista, che al Cairo si sommava in modo un po’ surreale ai richiami dei muezzìn per il Venerdì dei Mussulmani ed alle tradizioni della cattolica Domenica, da trascorrere in famiglia ed in chiesa. Non erano certo le rigide sfilate in camicetta bianca e gonna a cappellino nero che potevano appassionare una come lei, che avrebbe preferito viaggiare, studiare all’università ed avventurarsi in ardite ricerche archeologiche sul campo. Forse quell’elettrizzante clima nazionalista e maschio del primo decennio fascista – accresciuto dall’orgoglio dell’emigrato che assiste all’affermazione internazionale della sua Patria – andava bene per i fratelli Giuseppe e Leonardo, peraltro attratti soprattutto dalla “bella vita” notturna del Cairo, dalle gite in comitiva sulla fiammante decappottabile Overland e dalle tante attività sportive e ricreative allora disponibili per i giovanotti “di buona famiglia”. Lo stesso clima familiare, dominato dalla matriarcale e poco imparziale autorità della bellunese nonna materna, non la lasciava contenta, per cui spesso le capitava di rifugiarsi in qualche stanza a leggere i suoi amati libri ed a fantasticare sul suo futuro…

La dichiarazione di guerra del 10 giugno del 1940, segnò quello che nei racconti dei miei familiari era significativamente contrassegnato come “l’inizio della fine”. Quel Mussolini che – come ricorda Galeazzo Ciano nei suoi Diari –  aveva elegantemente proclamato: …per fare grande un popolo bisogna portarlo al combattimento magari a calci in culo….”, aveva ormai deciso che l’Impero italico doveva scuotersi dal dominio delle ” …democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente”.  “Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. – aveva  tuonato il Duce, strabuzzando gli occhi dal balcone di palazzo Venezia –  L’ora delle decisioni irrevocabili […] È la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra…”.  Quella fatidica ora, a quanto pare, avrebbe coinvolto anche il destino di tante famiglie italiane d’Egitto – tra cui i Nisi – improvvisamente travolte da una situazione di aperto conflitto, che mal si conciliava con la loro presenza ‘ostile’ in un protettorato britannico. I fratelli di mia madre, che avevano deciso di restare in Egitto, furono infatti presi come prigionieri e rinchiusi nel campo di concentramento inglese di Fayed, una zona desertica vicino Ismailìa. I beni mobili ed immobili degli Italiani, in ogni caso, furono sequestrati e parte della famiglia Nisi (nonno Francesco, nonna Alice e le due figlie Norma ed Egizia) furono costretti a ripercorrere malinconicamente, su un piroscafo, quel Mediterraneo che li doveva riportare in Patria. Una Patria che scoprirono assai diversa da quella esaltata dai giornali e dalla radio fascista; un Paese molto meno prospero e felice, dove la retorica guerrafondaia ed i bollettini trionfalistici non riuscivano a nascondere la cupa sensazione che ci si stesse avviando verso la catastrofe … La famiglia Nisi, fortunosamente rimpatriata portando con sé solo quel poco che gli era possibile e consentito, tentò di ritrovare le sue radici a Taranto, ma gli stessi parenti del posto consigliarono a mio nonno di trasferirsi a Napoli, dove le opportunità di ricostruirsi un’esistenza decente maggiori. Egizia e la sua famiglia cambiarono allora molte volte domicilio ed ella decise di prendere subito la situazione in mano. La maturità conseguita nel liceo scientifico del Cairo e le sue competenze amministrative (contabilità, dattilografia, stenografia), unite al fatto di parlare agevolmente tre lingue oltre l’italiano, le consentirono di trovare abbastanza facilmente un impiego in banca. La bianca mole marmorea del palazzo della Banca Nazionale del Lavoro di via Roma, già sede della Previdenza Sociale fascista, diventò così il suo posto di lavoro, dove finiva col trascorrere gran parte della sua pesante giornata. La conoscenza con mio padre ci fu solo dopo, quando egli era impiegato come disegnatore alla Breda Aeronautica, ma coltivava da lungo tempo la sua attività di artista, diplomato in Pittura alla R. Accademia di Belle Arti di Napoli. In quello stesso ex-convento di via Bellini – ristrutturato da Enrico Alvino – mio padre avrebbe trascorso il resto della sua attività come assistente all’Accademia e docente all’annesso Liceo Artistico.

La storia della mia famiglia è stata segnata da quel brusco ritorno alla realtà di un’Italia dalla quale gli uomini venivano progressivamente – in alcuni casi fatalmente – risucchiati verso i fronti di guerra, lasciando le donne a prenderne il posto un po’ in tutte le attività lavorative quotidiane. La situazione economica era molto difficile. Altrettanto difficile era trovare una casa decente e non troppo cara dove abitare. I miei genitori, che si erano sposati nel 1947, si stabilirono nel quartiere collinare del Vomero, prendendo infine domicilio nel palazzo di via Luca Giordano che ha alle spalle l’antica villa vomerese dell’umanista Giovanni Pontano, ora come allora circondata dal chiassoso borgo mercatale di Antignano.   In quella casa ho trascorso la mia prima infanzia, nella quale mia madre Egizia ha mantenuto una calda presenza, purtroppo riservata ad alcune parti della giornata, impegnata com’era nel suo lavoro che la vedeva uscire prima delle otto, tornare velocemente per il pranzo e poi ridiscendere con la funicolare a via Toledo, per far poi ritorno a sera inoltrata. Il suo attivismo frenetico, la debilitante malattia di sua madre, la difficile e lunga convivenza con la sorella nubile, sommate alle quotidiane difficoltà  di una donna che si divideva tra casa e ufficio, hanno messo lungamente a dura prova la sua tenacia e la risolutezza del suo carattere. La sua concretezza e praticità l’hanno sempre portata a caricarsi sulle spalle la gestione familiare, alla quale un artista un po’ svagato come mio padre dava invece un contributo molto ridotto. Eppure quello che ricordo di più di mia madre è il suo smagliante sorriso, la sua loquacità mai chiacchierona, il suo vivace interesse per ciò che la circondava, il suo innato e testardo senso della giustizia. Lo spirito di avventura della sua giovinezza al Cairo non l’ha mai abbandonata, manifestandosi ad esempio nella decisione – negli anni ’60 – di prendere la patente e di guidare subito l’automobile. Ciò, fronteggiando le diffidenze e la pigrizia istintiva di papà Guglielmo, fu peraltro il movente dei tanti, lunghi, viaggi estivi che, a bordo di una di queste vecchie auto, ci hanno visti in giro per la Penisola e poi per tutta l’Europa, senza prenotazioni e senza le sicurezze e garanzie di chi viaggia oggi…

Anche la sue fierezza di Italiana d’Egitto non l’ha mai abbandonata, senza rimpianti nostalgici del bel tempo passato ma come consapevolezza di far parte di coloro che hanno radici multietniche, avendo condiviso per anni una cultura ‘europea’ più che italiana ed uno stile di vita dinamico e stimolante. Il senso del dovere è stato il suo costante riferimento, anche quando la sua vita aveva preso una rotta imprevista e non certo corrispondente ai suoi sogni di ragazza. La “Banca del Lavoro” – come la chiamavamo noi – è stata il suo lavoro e la sua casa per quasi 30 anni, impedendole purtroppo di essere madre a tempo pieno, ma dandole la soddisfazione di sentirsi     una donna autonoma ed evoluta, stimata dai colleghi d’ufficio e capace di assumere sempre nuovi incarichi, pure non potendo raggiungere quei livelli di dirigenza allora preclusi alle donne. Lavoro e famiglia sono stati i suoi solidi pilastri, quelli che hanno sempre dettato le sue scelte di vita, precludendone però altre pur desiderate. Ma vivere responsabilmente significa scegliere e la ragazza ventottenne, bruna e timida, sbarcata in Italia dopo una giovinezza trascorsa in Egitto lo sapeva bene. La Napoli dei rifugi antiaerei e della borsa nera l’aveva accolta nel peggiore dei modi e l’impossibilità di vivere una vita familiare indipendente dalla famiglia condizionò pesantemente la sua esistenza di donna libera. Ha saputo però prendere in mano la situazione – afferrandola come il volante della nostra prima Millecento – per guidarci tutti verso una vita tranquilla, segnata dalla sua presenza premurosa ed intensa.  Quando, a scuola, mi capitava di farne il nome parlando coi miei compagni, leggevo nei loro volti la sorpresa e la curiosità. L’importanza di chiamarsi Egizia – per parafrasare il titolo della nota commedia di Oscar Wilde – è stato qualcosa che mi ha trasmesso e che ha accompagnato anche la mia vita, facendomi sentire quanto contasse anche per me “the importance of being… Ermes”. L’importanza di accettare una diversità che nasce dal sentirsi un po’ fuori posto e tempo, pur condividendo in pieno l’esistenza comune, e che porta ad essere molto esigenti con se stessi, prima ancora che con gli altri.  Al di là di alcuni tratti somatici ereditati da mia madre, peraltro, sento che molto di lei è in me. A distanza di 26 anni dalla sua morte (dopo alcuni anni di sofferenze, affrontate ancora una volta con coraggio e fermezza), avverto che sia lei sia mio padre Guglielmo continuano a vivere dentro di me, ispirando le mie scelte ed indicandomi la strada giusta. Mia mamma, d’altra parte, era poco napoletana anche nella sua religiosità poco ritualistica e nella scarsa simpatia per la tradizione della frequente ‘visita’ ai propri defunti al cimitero. Anche in questo mi sento a lei molto vicino, nella convinzione che i nostri cari non siano lì dentro e che non abbiamo bisogno dei nostri fiori. Però quest’anno credo che farò eccezione e andrò a farle una visita al “Nuovissimo”, per stare un po’ insieme a lei e farla partecipe di questo mio breve ricordo. Solo un piccolo flash, che mi ha però costretto ad uscire per un po’ dal binario del presente per ripercorrere qualche momento della mia vita con lei, realizzandone l’importanza ed assaporando la gratitudine per questo dono.

 © 2012 Ermete Ferraro  (https://ermeteferraro.wordpress.com ).

N.B. – L’immagine è riproduzione di un ritratto, eseguito da mio padre Guglielmo.

QUEI FAVOLOSI…ANNI SESSANTA

Quando si arriva a spegnere 60 candeline è difficile non fermarsi un attimo a riflettere sulla dozzina di lustri che ci è lasciati alle spalle. Anche a me è toccato nei giorni scorsi di raggiungere questa importante tappa ed i tanti parenti ed amici che mi hanno affettuosamente inviato i loro auguri mi hanno ulteriormente indotto a farne un breve bilancio. Per natura, a dire il vero, non mi sento molto portato ad indulgere ai ricordi e tanto meno alle nostalgie, per cui la mia vita è saldamente ancorata al presente. Ciò non implica, però, una rinuncia a dare una sbirciata alla strada percorsa e ad utilizzare il passato come indispensabile feedback, così da verificare se e quanto ci sia bisogno di modificare la rotta della propria navigazione.

Nel mio post precedente, non a caso, mi ero soffermato sul periodo quaresimale come occasione per pentirsi e per convertirsi, invertendo radicalmente la direzione se ci accorgiamo che stiamo andando a ruota libera e che abbiamo sbagliato strada. Personalmente – pur dovendo constatare che non sono certo mancati errori ed omissioni in questi 60 anni – mi ritrovo soddisfatto di una vita che, citando Neruda, “confesso che ho vissuto” abbastanza serenamente, senza problemi seri e raggiungendo buona parte degli obiettivi che mi ero prefisso. So che questo può apparire frutto di poca modestia e di carente senso autocritico. Eppure, in una realtà in cui pare che tutti si lamentino, rimpiangano occasioni perdute e si dispiacciano per i loro errori di valutazione, non credo che costituisca peccato dichiararsi sostanzialmente soddisfatti della propria esistenza, sempre che non ce se ne attribuisca impropriamente il merito e si sappia ringraziare Chi ci ha offerto occasioni, opportunità e sostegno per renderla non solo degna d’essere vissuta, ma anche di qualche utilità per le persone che abbiamo avuto la ventura d’incontrare sul nostro cammino.

Se guardo retrospettivamente ai miei 60 anni non posso certo trascurare i ‘favolosi anni ’60 ‘ rievocati nostalgicamente da tante trasmissioni televisive e, recentemente, evocati perfino nei temi svolti da alcuni miei alunni, per i quali peraltro si tratta di un’era paleozoica…. Data la mia cronica smemoratezza e la tenera età, infatti, ricordo ben poco degli otto anni che ho attraversato del decennio precedente. Ecco perché, incuriosito in particolare da quel 1952 che mi ha visto nascere, sono andato a consultarne la cronologia dei fatti principali sul web, scoprendo che è stato un anno politicamente assai turbolento (manifestazioni per una Trieste non ancora italiana, assassinio del direttore della Fiat, proposte di leggi più repressive sull’ordine pubblico ed approvazione della famigerata Legge Scelba, repressione di ogni manifestazione contro la visita dell’allora comandante della NATO, espulsione della corrispondente in Italia della “Pravda” sovietica, varo della c.d. “legge truffa” sul sistema maggioritario…). Nel 1952, poi, il mondo della cultura registrava la morte di Benedetto Croce ma anche l’ascesa di scrittori come Gadda, Comisso, Caproni, Pavese, Pratolini, Cassola e Fenoglio e si affermavano anche due scrittrici come Anna Banti e Natalia Ginsburg. Nasceva in quell’anno la Rizzoli cinematografica e nei cinema riscuotevano grandi successi i film di Fellini, Steno, De Sica e Monicelli, In campo sportivo, infine, spiccavano i successi ciclistici di Coppi e quelli calcistici della Juventus, mentre la canzone italiana era segnata dalla vittoria a Sanremo di “Vola colomba” cantata da Nilla Pizzi, che non a caso svolazzava sul campanile della cattedrale triestina di S. Giusto…

Dopo 60 anni, anche se pochi ormai ricordano la questione di ‘Trieste italiana’ ed il pesante clima da guerra fredda con l’Unione Sovietica, la politica internazionale ci vede comunque ancora saldamente schierati con gli Stati Uniti e subalterni ad una NATO che, nel frattempo, da 20 anni non ha più antagonisti cui opporsi istituzionalmente. Quanto alla politica interna, è di fatto prigioniera della nuova ed assurda legge truffa elettorale (il c.d. “Porcellum”) né è scomparsa la visione poliziesca e militarizzata dell’ordine pubblico, che porta oggi a presidiare in tenuta di guerra non solo piazze e palazzi del potere, ma perfino discariche ed inceneritori. Il mondo della cultura italiana – si tratti di letteratura, teatro o cinema – non appare proprio in ottima salute (i romanzi più venduti del 2011, con tutto il rispetto, sono quelli di Camilleri, Faletti e Fabio Volo ed il film italiano più gettonato dai critici è “Habemus Papam” di Moretti…) ma anche quello dello sport è diventato ormai un gigantesco, drogato e tentacolare business, in cui la quantità degli eventi e la loro risonanza copre troppo spesso la non eccezionale qualità delle prestazioni.

Il fatto è che ogni paragone e parallelo, dopo sei decenni, se evidenzia le ovvie e notevoli differenze nel modo di vivere quotidiano e nella mentalità comune, finisce anche per farci scorgere ferite ancora aperte, questioni irrisolte ed annosi conflitti sociali che parevano sopiti, ma sono stati risvegliati da una pesante ed iniqua crisi economica.

Anche i ‘favolosi anni Sessanta’, del resto, appaiono tali solo in un ricordo sbiadito e nostalgico. Se, ad esempio, si cercano sul web i fatti salienti del 1962 – l’anno in cui io terminavo la scuola elementare… – emergono infatti notizie positive (gratuità dei libri scolastici per il primo e secondo ciclo, lancio del primo satellite per telecomunicazioni Europa-USA, apertura del Concilio Vaticano II, istituzione di una commissione d’inchiesta sulla mafia, grandi successi cinematografici dei film di Visconti, Antonioni e Pasolini…) ma anche preoccupanti segnali sul fronte interno ed internazionale (sale la tensione fra operai metalmeccanici e la Fiat, precipita l’aereo che trasportava il manager Eni Enrico Mattei, sanguinosi scontri di piazza sulla crisi a Cuba, Dario Fo e Franca Rame devono lasciare ‘Canzonissima’, in seguito alle censure della Rai…). Oggi, dopo mezzo secolo, a dire il vero non è che la situazione sia più brillante. Si tagliano i fondi per l’istruzione pubblica; si rinnega l’intuizione che costò la vita a Falcone e Borsellino, cassando il reato di favoreggiamento esterno della mafia; in piazza, a protestare contro i continui interventi militari ‘alleati’, si sono sempre meno persone e, per scandalizzare qualcuno in televisione, c’è bisogno che il profeta Celentano attacchi il Vaticano fra una canzonetta e l’altra di un festival di Sanremo che non vede vincitori Modugno e Villa, ma Emma Arisa e Noemi…

Ma state tranquilli, non ho nessuna intenzione di passare in rassegna anche i decenni successivi né di rievocare i miei anni ’70, ’80 e ’90. Mi è bastato affacciarmi un po’ alle vicende del nostro recente passato per rendermi conto che la vita di ciascuno di noi è stata sicuramente condizionata dagli avvenimenti e dal pensiero di un certo periodo, ma dipende soprattutto dalle scelte che facciamo, giorno dopo giorno, sempre che cerchiamo di non perdere la bussola e di non lasciarci disorientare da mode e modi correnti.

Ecco perché, citando ancora “Confesso che ho vissuto” di Neruda, concludo che se è vero che: “…lo scrittore giovane non può scrivere senza questo sussulto di solitudine, anche se fittizio, così come lo scrittore maturo non farà nulla senza il sapore di umana compagnia, di società…” riconosco che anche per me gli anni giovanili sono stati spesso anni di solitudine. Da essi, però, è maturata la ricerca di socialità e di “umana compagnia” che sta alla base del mio impegno, educativo sociale e politico, degli anni successivi. Quell’impegno a farsi carico di tutto e di tutti che don Milani sintetizzava nel suo “I care” e che continua a farmi da guida in anni in cui la dimensione sociale e collettiva rischia di essere sommersa da quella individualistica ed utilitaristica.

Auguri, quindi, a tutti quelli che credono ancora nell’ottimismo della volontà, l’unica cosa che può rendere davvero favolosi i nostri anni, presenti e futuri.

© 2012 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )