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UNA NUOVA ‘URBANISTICA MILITARE’
La prima e la seconda espressione richiamano i suggestivi titolo e sottotitolo di un libro [i] scritto nel 2010 da Stephen Graham, docente di geografia e di sociologia urbana all’Università inglese di Newcastle [ii], tradotto due anni dopo anche in francese [iii], ma di cui non mi risulta che ci sia una versione italiana.[iv] Del resto non c’è da meravigliarsi, visto che da noi parlare di smilitarizzazione del territorio e della società civile resta un terreno su cui ben pochi si arrischiano. La tendenza prevalente sembra invece quella che asseconda l’atmosfera da assedio armato, che è diventata per molti un aspetto cui non possiamo fare altro che abituarci. L’intrecciarsi nelle grandi città di fenomeni di violenza da parte della criminalità organizzata, delle sigle terroristiche e di alcuni gruppi più o meno organizzati di ‘insorgenti’ o semplicemente di tifoserie scalmanate, infatti, è sovente presentato come una emergenza da fronteggiare con mezzi drastici, in nome della tutela della sicurezza dei cittadini. Con i risultati da anni sotto gli occhi di tutti, anche se perlopiù distratti.
La realtà vera è piuttosto diversa e la narrazione da parte dei principali media di città in preda a minoranze violente e potenzialmente destabilizzanti è servita finora soltanto a far montare artificialmente lo stato di allerta, agevolando la militarizzazione del territorio urbano e la riproposta di politiche securitarie che, paradossalmente, mettono a repentaglio proprio la libertà dei cittadini che pretendono di difendere. Su questo aspetto peraltro mi sono già soffermato recentemente in un articolo sulle risposte alternative alla minaccia terroristica [v], ma in effetti la questione è molto più ampia e me ero già occupato negli anni scorsi, a proposito delle reiterate ‘operazioni’ di controllo della città di Napoli e del territorio campano da parte di corpi militari [vi].
Il fatto è che – pur a prescindere dalla mia naturale reazione come antimilitarista nonviolento –non posso fare a meno di notare che ogni occasione è buona per invocare il presidio dei soldati come soluzione a tutte le dinamiche sociali urbane, dalla legittima protesta dei cittadini contro ingiustizie e scempi ambientali ai potenziali rischi per la sicurezza in occasione dei grandi eventi, poco importa se si tratta di celebrazioni religiose come il Giubileo oppure di campionati di calcio ed altre attrazioni sportive. Non ne parliamo poi se anche bande di ragazzini in odore di camorra si mettono a sparacchiare per le strade o se si verificano brogli e losche manovre in occasione delle elezioni. Ecco che immediatamente si alzano voci agitate – invero non solo da destra… – che reclamano un maggiore monitoraggio del territorio ed una più significativa presenza di soldati in assetto di guerra davanti a scuole, tribunali, monumenti e seggi. Eppure dovrebbe essere evidente che le nostre città sono state messe già ampiamente sotto assedio da parte di blindati e truppe speciali, che ci ricordano in modo impressionante le immagini degli scenari di guerra mediorientale che ci vengono presentati dai servizi di giornali e televisioni.
Soprattutto non dovremmo dimenticare che questa pericolosa tendenza a militarizzare le città italiane risale a molti anni fa, e precisamente alle scenografiche ‘operazioni’ varate dai vari governi in carica dagli anni ’90 in poi. Si tratta di: Forza Paris (Sardegna 1992-97), Vespri Siciliani (Sicilia 1992-98); Riace (Calabria 1994-95); Partenope (Campania 1994-96); Salento (Puglia 1995); Partenope 2 (Campania 1996-98), fino ad arrivare all’attuale Strade Sicure (Italia 2008 ad oggi). Insomma, abbiamo immagazzinato ormai quasi un quarto di secolo d’interventi in grigioverde in materia di pubblica sicurezza, con risultati pressoché nulli, eppure c’è chi continua ad invocare nuovi provvedimenti del genere. Le ‘stellette’ continuano da 24 anni a ‘guardarci’, presidiando strade, cattedrali e perfino discariche, ma direi che l’unico risultato tangibile sia stata un’insidiosa sovrapposizione delle forze armate ai corpi di polizia, statale e locale, già esistenti e tra loro spesso scoordinati, che finora ha fatto salire la pressione emotiva dei cittadini ‘assediati’ piuttosto che abbassarla.
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I QUATTRO CONFLITTI DELLE CITTA’ ASSEDIATE
E’ bene partire dall’analisi socio-ambientale che Stephen Graham ha fatto di questo fenomeno, riscontrando quattro aspetti che caratterizzano l’assedio militare del territorio urbano su cui si è a lungo soffermato.
“Possono essere identificate quattro lotte correlate relative alla città come luogo strategico […] La prima riguarda la “urbanizzazione della stessa guerra”. C’è un intensificarsi dell’ interesse militare verso il ruolo delle città come i siti chiave in cui si stanno combattendo i conflitti militari e geopolitici.[…] Le forze USA e NATO stanno prendendo in tal modo un rinnovato interesse per operazioni militari sul terreno urbano (MOUT) grazie a consistenti investimenti in tecnologie di guerriglia urbana, simulazioni ed esercitazioni militari in città esistenti […] Con sistemi di reti di computer a gestione elettrica sulle 24 ore, che forniscono i canali principali della città contemporanee, gli strateghi militari stanno implementando tecniche MOUT con una serie di tattiche di allargamento infrastrutturali e di guerra cibernetica…”.[vii]
Sono proprio queste tecniche di cyberwar che consentono di ‘assediare’ militarmente le città, sottoponendole ad un controllo totale delle sue risorse strategiche, dalle reti idriche, elettriche ed informatiche fino alle strutture sanitarie.
Il secondo aspetto conflittuale evidenziato da Graham è quello che definisce: “incontro del terrorismo urbano con le città interconnesse”. Le organizzazioni terroristiche – come ha tragicamente dimostrato l’episodio dell’11 settembre – hanno dovuto adattarsi all’assetto altamente tecnologico delle attuali metropoli, sfruttando per i loro attacchi una realtà cinterconnessa in reti e dove tutto si fonda sulla mobilità di persone e macchine, delle immagini e dei media, della finanza e dei capitali che sposta.
“Gli attacchi hanno anche sfruttato la logica intensamente concentrata dello sviluppo urbano globale. La potenza iconica del grattacielo – per un secolo simbolo di ‘progresso’ urbano e di modernizzazione – è stata immediatamente capovolta. Da icona di potere, progresso e dinamismo dell’America urbana, esso si è tramutato in un simbolo di fragilità, che costituisce la profonda vulnerabilità nel paesaggio urbano…” [viii]
Il terzo fronte di lotta si riferisce più direttamente alla “militarizzazione delle società civili urbane”, in quanto l’assottigliarsi delle differenze tra tecnologie civili e militari, insieme all’incidenza crescente della criminalità ed alla polarizzazione socio-economica delle nostre società, contribuiscono di fatto a diffondere questa modalità. Il risultato è che le nostre città stanno diventando sempre più siti dove si applicano sistemi di controllo militare che fino a qualche decennio fa sarebbero stati impensabili. Qui Graham cita i sistemi di localizzazione tramite GPS, di controllo della telefonia mobile e di monitoraggio tramite videocamere, che certamente si prestano a rintracciare trasgressori e delinquenti, ma anche a tener d’occhio gli spostamenti di immigrati e di soggetti ritenuti ‘a rischio’.
“Le decine di milioni di sistemi televisivi a circuito chiuso nelle strade cittadine sono stati rapidamente digitalizzati e computerizzati, per abilitarli a segnalare automaticamente eventi ‘insoliti’ ed i volti scannerizzati di coloro che sono ritenuti pericolosi dallo stato, dalla polizia o dagli agenti locali della sicurezza.” [ix]
Questa pervasiva cultura del controllo poliziesco, peraltro, sta assumendo anche altri preoccupanti aspetti, che vanno dall’uso di databases genomici fondati sul DNA ad ancor più insidiosi esperimenti di ricerca su una neo-lombrosiana predisposizione di alcuni soggetti all’aggressività ed alla devianza sociale. Sta proliferando insomma- ammonisce Graham – un armamentario di tecniche di difesa urbana, controllate da centri di commando militare che vanno diffondendosi, soprattutto negli Stati Uniti, in nome della ‘sicurezza nazionale’.
Il quarto ed ultimo pilastro di questa militarizzazione della società consiste, secondo il ricercatore inglese, nella “guerra d’assedio urbano post-moderna”, finalizzata a fronteggiare i frequenti conflitti urbani guidati dai movimenti anti-globalizzazione.
“La città è sia il primo luogo per il coordinamento economico e politico della globalizzazione, sia uno dei terreni-chiave (insieme al cyberspazio) dove una varietà di gruppi d’opposizione alle ortodossie neo-liberali delle tendenze dominanti alla globalizzazione possono affinare la loro resistenza…” [x]
Ciò dipende – argomenta Graham – dalla stessa natura delle città come luogo fisico dove confluiscono e trovano sede movimenti sociali, organizzazioni non governative, ‘media’ indipendenti ed altri gruppi che sfidano e tentano si sovvertire i processi economici e socio-culturali dominanti. Al tempo stesso, le città sono il luogo dove si trovano riuniti i simboli stessi di questi processi, dalle banche alle catene di distribuzione alimentare ed ai negozi che espongono i più noti marchi commerciali.
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LA DIMENSIONE URBANA DELLA MILITARIZZAZIONE
Anche altri ricercatori si sono soffermati sulla conflittualità insita nel ruolo che le realtà urbane moderne rivestono e, di conseguenza, sulla tendenza di chi vuole contrastarne la potenziale ‘pericolosità’ a sottoporre le città ad un ferreo controllo militare. Il GESI (Grupo de Estudios en Seguridad Intenacional) dell’Università di Granada, ad esempio, ha sottolineato proprio questo aspetto. In un articolo di Katarina Svitkova, ad esempio, la dimensione urbana del processo di militarizzazione parte da un assunto:
“Le città sono, per loro stessa natura, inclini a manifestazioni di violenza politica e vulnerabile ai disastri di vario genere. Come nodi di popolazione, infrastrutture, investimenti, centri di potere politico ed economico e punto di connessione delle reti di innovazione e di informazione, le aree urbane servono come spina dorsale dell’economia capitalistica globale di oggi. Allo stesso tempo, gli effetti negativi dei rischi e minacce contemporanee tendono a moltiplicarsi nelle città; sia esso il terrorismo, la criminalità organizzata e tutti i tipi di violenza politica, tra cui i conflitti armati […] Come causa e conseguenza ad un tempo, abbiamo assistito a una ‘securitarizzazione’ senza precedenti ed alla militarizzazione degli spazi urbani …” [xi]
Il micidiale assalto alla discoteca di Orlando (Florida) e le preoccupazioni per incidenti e possibili attentati in occasione dei Campionati Europei di Calcio a Parigi e delle prossime Olimpiadi di Rio de Janeiro ci stanno dando una prova tangibile di questo clima d’assedio. Gli stessi Giochi Olimpici di Londra di quattro anni fa, si ricorda nell’articolo citato, hanno comportato misure estreme, come navi da guerra sul Tamigi, cecchini schierati sui tetti e droni che sorvolavano la città. Anche in quel caso, fra l’altro, invece d’impiegare le tradizionali unità antisommossa dei corpi di polizia, si scelse di ricorrere a corpi speciali militari, alimentando la preoccupante impressione di territori urbani in stato d’assedio
“ Le notevoli spese di pubblica sicurezza, così come le implicazioni sociali, politiche e materiali sulle città e le loro popolazioni sono indiscutibili. Allo stesso tempo, le reazioni violente alle manifestazioni pubbliche da parte delle autorità governative hanno sollevato preoccupazioni; intanto la linea di demarcazioni fra le funzioni di polizia e quelle funzioni militari è stata ulteriormente offuscata dai soggetti appartenenti a società di sicurezza private. In sintesi, una miscela senza precedenti di attori colpisce ormai la sicurezza dei cittadini su più livelli geografici. La natura urbana della violenza politica corrente trasforma città in teatri di conflitti civili e militari e sfida il paradigma tradizionale della sicurezza nazionale.” [xii]
L’aspetto più significativo che emerge, infatti, è la totale inutilità di questo straordinario apparato guerresco per fronteggiare attacchi terroristici ad obiettivi non-convenzionali (come metropolitane, discoteche, teatri, stadi…), solo di recente diventati tragici obiettivi per blitz condotti spesso da gruppuscoli isolati, che talvolta si fregiano delle sigle più famose in un assurdo meccanismo di franchising del terrore. Altrettanto evidente è che un massiccio dispiegamento di blindati, con migliaia di agenti e soldati in assetto di guerra, non riesce ad impedire nemmeno gli assalti vandalici di ultras pseudo-sportivi, come è accaduto di recente con gli scalmanati hooligans inglesi a Marsiglia. Ecco allora che i cosiddetti ‘effetti collaterali’ di questo processo di assedio militare delle nostre città finiscono col prevalere sui risultati che si dichiara di voler conseguire, privandoci delle libertà costituzionali cui abbiamo diritto in nome di una equivoca ‘sicurezza nazionale’.
“ La nuova urbanistica militare è furtiva ed insidiosa. I suoi circuiti e gli effetti-boomerang operano al di là del controllo democratico, per minare a loro volta i diritti democratici al dissenso. Soprattutto, i suoi vari elementi cooperano a costituire subdolamente una nuova nozione di ‘normale’ vita urbana. Questo si basa sulla sorveglianza preventiva, la criminalizzazione del dissenso, l’eviscerazione dei diritti civili e l’ossessiva sicurizzazione della vita quotidiana, per sostenere società sempre più disuguali. La prima sfida per coloro che lottano contro tali tendenze, pertanto, è dimostrare che non si tratta d’un dato inevitabile, insito nella natura delle cose. “ [xiii]
La militarizzazione della dimensione urbana, ha scritto Mike Davies – un altro studioso statunitense che ha analizzato la situazione di una metropoli come Los Angeles – è frutto della concezione della città come ‘fortezza’, che si è sviluppata nei tardi anni ’60. Nel precedente controllo sociale delle politiche liberali, egli afferma, la repressione era bilanciata da qualche tentativo di riforma, mentre nei decenni successivi si è registrata una vera e proprio ‘guerra civile’, che contrapponeva gli interessi espressi dalla classe media all’assistenza alle sacche urbane di povertà. La conseguenza, negli USA, è stata la “distruzione dello spazio pubblico” – già privatizzato da megastrutture commerciali e direzionali – erodendo poco alla volta gli spazi di democrazia nelle città e demarcando un netto confine sociale fra quartieri popolari e centrali. [xiv]
Le stesse forse di polizia, negli USA ma anche in Europa, stanno militarizzandosi sempre più e, come osserva Andre Damon in un suo articolo, assistiamo nelle nostre città ad una ‘banalizzazione’ delle forze paramilitari in funzione di polizia che, negli Stati Uniti, viene alimentata dal trasferimento di ben 4,3 miliardi di dollari in forniture militari ai corpi di polizia. Lo slogan utilizzato in questi casi è “Dai combattenti bellici a coloro che combattono la criminalità” , ma la verità è che le tattiche di aggressione militare finora utilizzate all’estero sono di fatto impiegate nelle attività repressive interne. [xv] Si tratta di una tendenza ampiamente seguita anche in paesi europei come la Francia ed il Belgio [xvi], ma – come si notava prima – anche in Italia. Non è un caso che nel settembre del 2008 si è tenuto all’università di Venezia un seminario su: “Militarizzazione del territorio, diritti e governo locale” [xvii] , coordinato da importanti accademici come Domenico Patassini e Antonio Papisca, per riflettere sul discutibile connubio “sicurezza-presenza militare”.
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QUALCHE RIFLESSIONE FINALE
La prima conclusione che si può trarre è che ormai la vecchia distinzione tra ‘sicurezza interna’ e ‘sicurezza esterna’ è stata eliminata, in nome del controllo del territorio, in primo luogo urbano, nei confronti delle minacce che potrebbero mettere a rischio grandi impianti strategici, centri finanziari e perfino quelle che una volta erano solo strutture ricreative (teatri, stadi etc.). Il corollario di questo nuovo teorema sulla sicurezza ‘tout court’ è che si è annullato anche il criterio di distinzione tra operazioni di polizia ed operazioni militari, sia militarizzando di fatto i corpi di polizia, sia facendo spesso intervenire in città l’esercito ed altri corpi speciali delle forze armate, con mansioni di ripristino della pubblica sicurezza ma anche di presidio preventivo di siti strategici o comunque ‘sensibili’.
Da tale premessa – che utilizza largamente e quasi sempre strumentalmente ogni minaccia, da quella terroristica a quella dell’insorgenza politica, fino alla violenza degli ultras sportivi – da alcuni decenni è derivata una strisciante militarizzazione degli spazi urbani, sottoposti a controlli non solo tradizionali (piantonamento di edifici, verifica dell’identità di potenziali sospetti e così via), ma via via sempre più tecnologicamente avanzati e pervasivi (intercettazioni, monitoraggio con telecamere, perquisizioni e verifiche scannerizzate di soggetti ed oggetti, profilazione biologica ed altre modalità di controllo incrociato dei dati personali).
Il terzo aspetto di rilievo di questa urbanistica militare è che il territorio cittadino – già ampiamente sottoposto alla privatizzazione di tante sue parti, spesso controllate anche da corpi di sorveglianza privata e monitorate telematicamente – è diventato sempre meno il luogo d’incontro della comunità e sempre più terreno soggetto ad un vero e proprio assedio militare. Al tempo stesso, la loro stessa natura di centro pulsante dello sviluppo economico e socio-culturale di un Paese ma anche di luogo geometrico delle contraddizioni sociali, politiche, etniche e religiose – ha reso le città, soprattutto su scala metropolitana, un terreno di battaglia dove ogni genere di dissenso si scontra con l’ordine costituito in forme spesso violente e devastanti. Scrive a tal proposito Albert Orta, un ricercatore del Centro Studi per la Pace della Catalogna:
“Ogni volta di più, la guerra non si manifesta tanto nei campi di battaglia, foreste o deserti, bensì in supermercati, palazzi per uffici, metropolitane, sale da concerto o distretti industriali o finanziari. Sono questi gli spazi del giorno per giorno, della vita quotidiana, quelli che bisogna proteggere. Di fatto, non è soltanto lo spazio che deve essere protetto/vigilato, ma anche le persone che lì s’incontrano, ed è qui che entrano in gioco i mezzi di vigilanza massiva: dato che la minaccia s’incontra da tutte le parti, in tutti gli spazi della vita d’ogni giorno, bisogna vigilare tutte le persone che li occupano. La conseguenza di questa trasformazione è la militarizzazione dello spazio urbano, un processo spesso esente da controllo democratico, mentre si criminalizza il dissenso e il dibattito pubblico è minato per motivi di sicurezza. Lo stato di emergenza cessa di essere un’eccezione e diventa permanente, con i pericoli connessi, come riportato, tra gli altri, da Amnesty International.” [xviii]
A questo punto occorre porre argine a questo preoccupante fenomeno, che ci fa sentire assediati a casa nostra in nome di libertà da tutelare, la prima delle quali è proprio quella di muoversi e di vivere il proprio territorio, d’incontrarsi con chi si vuole e dove si vuole, ma anche di manifestare dissenso ed opposizione a chi governa nelle forme più diverse, purché senza violenza. La sicurezza non può essere un concetto da sbandierare retoricamente, se poi il risultato è quello di farci sentire tutti meno sicuri, più controllati e progressivamente privati del diritto alla riservatezza personale.
Ecco perché bisogna opporsi decisamente a chi soffia sul fuoco già divampante delle contraddizioni di società sempre più inique, invocando blindati e truppe speciali in assetto di guerra. Il più delle volte si tratta delle stesse persone che auspicano una maggiore facilità nel procurarsi armi per autodifesa o sostiene con entusiasmo l’impiego di corpi di sorveglianza privata e società di vigilanza.
Le armi non ci rendono più sicuri, così come le forze armate – al di là della loro già discutibile funzione in una società che ripudi la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali – non saranno certo lo strumento per ristabilire la sicurezza nelle nostre città. Ha scritto una volta Leonardo Sciascia che “La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini”. Meditiamo su questo concetto e regoliamoci di conseguenza.
NOTE ______________________________________
[i] Stephen Graham (2011), Cities Under Siege :The New Military Urbanism, Verso, London/New York, 2011 > https://libcom.org/files/Graham,%20Stephen%20%20Cities%20Under%20Siege.%20The%20New%20Military%20Urbanism_0.pdf (trad. mia).
[ii] Cfr. http://www.ncl.ac.uk/apl/staff/profile/stevegraham.html#background
[iii] Stephen Graham (2012) , Villes sous contrôle. La militarisation de l’espace urbain, Paris, La Découverte, coll. «Cahiers libres», 2012 > https://lectures.revues.org/9021
[iv] In italiano, un articolo interessante si può leggere a questo indirizzo: http://www.nogeoingegneria.com/effetti/politicaeconomia/nato-2020-le-guerre-future-saranno-allinterno-delle-citta/
[v] Ermete Ferraro (2016) , Risposte nonviolente al terrorismo (22.05.16) > https://ermetespeacebook.com/2016/05/22/risposte-nonviolente-al-terrorismo/
[vi] Ermete Ferraro (2008) , Una sicurezza ‘manu militari’ (15.06.2008) > https://ermetespeacebook.com/2008/06/15/una-sicurezzamanu-militari/ ; Idem (2014) , E le stellette stanno a guardare… (07.02.2014) > https://ermetespeacebook.com/2014/02/07/e-le-stellette-stanno-a-guardare/; Idem (2014), E le stellette stanno a guardare…2 (09.07.2014) > https://ermetespeacebook.com/2014/07/09/e-le-stellette-stanno-a-guardare-2/
[vii] Stephen Graham (2002), “Urbanizing war – Militarizing cities. The city as strategic site”, Archis #3, 2002 > http://volumeproject.org/urbanizing-war-militarizing-cities-the-city-as-strategic-site/ (Trad. mia)
[viii] Ibidem
[ix] Ibidem
[x] Ibidem
[xi] Katarina Svitkova (2013) , “Militarization of Cities: The Urban Dimension of Contemporary Security”, in Seguridad Internacional, GESI, Univ. de Granada, 03.11.2013 > http://www.seguridadinternacional.es/?q=en/content/militarization-cities-urban-dimension-contemporary-security (trad. mia)
[xii] Ibidem
[xiii] Stephen Graham (2013), “Foucault’s boomerang: the new military urbanism”, Open Security , 14.02.2013 > https://www.opendemocracy.net/opensecurity/stephen-graham/foucault%E2%80%99s-boomerang-new-military-urbanism (trad. mia)
[xiv] Cfr. Mike Davies (1992), Fortress Los Angeles – The Militarization of Urban Spaces in: City of Quartz: Excavating the Future in L.A., New York, Vintage Books, pp.154-180 > http://friklasse.dk/files/Fortress%20Los%20Angeles%20-%20The%20Militarization%20of%20Urban%20Space%20-%20Davis.pdf
[xv] Cfr. Andre Damon (2014), “Aux USA, la police paramilitare se banalise dans les villes”, in Wikistrike.com (04.07.2014) > http://www.wikistrike.com/2014/07/aux-usa-la-police-paramilitaire-se-banalise-dans-les-villes.html
[xvi] Cfr. Sam La Touch, http://le-blog-sam-la-touch.over-blog.com/militarisation-de-la-soci%C3%A9t%C3%A9-fran%C3%A7aise-et-patrouille-de-drones e Lode Vanoost, http://daardaar.be/rubriques/societe/linquietante-militarisation-de-la-police-anversoise/
[xvii] Cfr. http://www.citta-amica.org/convegno%20aree%20militari.pdf
[xviii] Albert Orta (2016), “Ciudades en guerra: ¿hacia un urbanismo militar?”, Catalunyaplural.cat , El Diario, Barcelona (20.03.2016) > http://www.eldiario.es/catalunya/adios_a_las_armas/seguridad_interior-seguridad_exterior-espacio_urbano-terrorismo_6_495610474.html (trad. mia)
© 2016 Ermete Ferraro (http://ermetespeacebook.com )
In un precedente articolo dello scorso novembre
Era questo il sottotitolo del libro che Alberto L’Abate e Lorenzo Porta hanno curato nel 2008 sul tema “L’Europa e i conflitti armati”
Già nel mio contributo di un anno fa, richiamando un contributo di Eli McCarthy (docente di studi sulla pace all’Università statunitense di Georgetown) cercavo di chiarire quali sarebbero le soluzioni possibili per indurre le popolazioni locali a resistere nonviolentemente all’integralismo islamista ed alle sue operazioni terroriste. In quell’occasione, infatti, citavo gli otto punti della sua proposta
Qualche volta mi chiedo perché non sono come tanti altri amici che, beati loro, riescono ad occuparsi di una sola questione, per cui il loro impegno è certamente più continuativo ed efficace. Il fatto è che la mia natura mi porta a stabilire delle relazioni fra le cose di cui mi capita di occuparmi, per ragioni di lavoro o per scelta personale. Ciò comporta che, fin dagli anni ’70, il mio impegno non si è limitato all’opposizione a guerra e militarismo in chiave di obiezione di coscienza, resistenza nonviolenta e difesa alternativa. Già allora, infatti, non mi sfuggivano gli aspetti sociali e quelli ambientali connessi ai conflitti bellici e questo mi ha consentito di approfondire la mia analisi e d’impegnarmi, in seguito, anche in questi altri due ambiti d’azione.
Navigando in Internet ho verificato di non essere il solo che è rimasto colpito dalla chiusa dello
Ciò che si propone ai giovani, e non solo a loro, è una società globalizzata dove tutto è connesso in rete, tutto è monitorabile da lontano, tutto si può fare ovunque e in qualunque momento, magari contemporaneamente… “Non è fantastico?”, ci chiede un ammiccante Pif dallo spot della TIM, lasciando intendere che è solo una domanda retorica. Ebbene no. Io, ad esempio, non trovo affatto ‘fantastico’ che il massimo della libertà che ci viene concessa sia quella di non scegliere, e quindi di fare a meno di decidere con la nostra testa e la nostra coscienza. Non mi sembra per niente una prospettiva esaltante quella di raggiungere la pace dei sensi – e dell’intelletto – alla luce degli onnipresenti schermi di un qualsiasi Big Brother. Non riesco proprio ad appassionarmi né all’idea che lasciar scegliere agli altri per noi sia la soluzione migliore né a quella, altrettanto delirante, che non dobbiamo più prenderci il disturbo di scegliere, dal momento che ormai possiamo avere ogni cosa. Avere tutto – ci avrebbe ammonito Fromm – equivale ad accettare di non essere più nulla. E questo non è per niente ‘fantastico’, anche se sta diventando terribilmente reale…..
Dopo la positiva esperienza dello scorso anno, anche per il 2015-16 ho deciso di riproporre nella scuola dove insegno Lettere un’attività extracurricolare consistente in un Corso di lingua e cultura napoletana. Una volta approvato dal Collegio dei docenti, il progetto “Napulitanamente” si avvia quindi a ripartire, con la previsione di 18 ore di laboratorio teorico-pratico, con certificazione finale delle competenze raggiunte da ciascuno dei partecipanti a questa innovativa esperienza. Il fatto che ne abbiano diffusamente parlato sia media radio-televisivi (fra cui addirittura il secondo canale della televisione francese France2 e la rete cattolica nazionale TV 2000), sia quotidiani e periodici a stampa ed online (ad es. Il Mattino, La Repubblica, Roma, Italia Oggi, Orizzonte Scuola etc.), ovviamente mi fa molto piacere. Mi avrebbe però fatto ancora più piacere se il mio esempio fosse stato seguito da altri docenti (di Lettere come me ma anche di altre discipline), così da allargare la cerchia degli studenti coinvolti in tale azione di salvaguardia e valorizzazione del Napoletano. Purtroppo a battersi per una sua regolamentazione grammaticale ed ortografica e per il riconoscimento della sua piena dignità di lingua si direbbe che siano rimasti solo gli appassionati della cultura napoletana, a partire da coloro che non hanno mai smesso di scrivere in Napoletano le loro poesie, i loro testi teatrali o quelli legati alle composizioni musicali.
ei giorni che stiamo vivendo, uno degli aggettivi che si sprecano è ‘felice’. Generalmente lo si riferisce al Natale, sebbene sia a sua volta un aggettivo e non un nome, in quanto abbreviazione dell’espressione latina ‘dies natalis’: giorno della nascita. Del resto anche in ‘festa/e’ – altra parola solitamente accoppiata a ‘felice’ – si nasconde un aggettivo, poiché il ‘dies festus’ degli antichi Romani indicava una giornata di gioia pubblica, di giubilo, da un antica radice sanscrita che ci riporta ad un senso di condivisione e di accoglienza. Tornando a ‘felice’, anche la ricerca dell’origine di questo attributo ci porta ad una radice sanscrita, da cui è derivato il verbo greco ‘fyo’, il cui significato è produrre, generare, tanto che da esso derivano sia ‘fecondo’ sia ‘feto’. Augurare a qualcuno un ‘felice Natale’, pertanto, significa auspicare che a questa persona la Nascita per eccellenza (dalla quale anche nel nostro laico mondo continuiamo a calcolare gli anni) risulti feconda, apporti cose buone e produca frutti positivi.
anto premesso, lasciatemi dire che un Natale inteso come ulteriore occasione per affollare strade e negozi non è il modo migliore di celebrarlo, e non lo è neppure il fatto che ad affollarsi siano chiese o mostre presepiali. Cancellare la scintillante veste scenografica, iconografica o musicale del Natale, del resto, sarebbe un’assurdità e io, da buon napoletano, non propongo nulla di simile, anche perché ridurre la ‘forma’ di una festa non equivale a valorizzarne il ‘contenuto’. Penso solo che non dovremmo lasciare che quest’ultimo, con i suoi significati e valori, sia sempre più banalizzato e strumentalizzato per vendere prodotti e gadget vari o per dare un po’ d’ossigeno al settore turistico. Il fatto che questo Natale registri temperature sensibilmente superiori alle medie stagionali parrebbe un altro motivo per affollarci nelle strade, nei magazzini, nei cinema ed in tutti gli altri luoghi in cui crediamo di doverlo ‘celebrare’. Sarebbe però da sciocchi non renderci conto che tali anomalie climatiche sono il risultato di una dissennata politica energetica e d’un modello di sviluppo consumistico e predatorio verso le risorse della Terra e l’esistenza di tanti esseri, umani e non. Ma allora che razza di Natale vogliamo festeggiare, se tradiamo il principio stesso di questa parola, che sottende l’idea di ‘nascita’ e quindi di ‘vita’?
chi pensa di festeggiare la Vita esaltando nei fatti una cultura di morte e di sfruttamento credo che vada contrapposta una visione assai diversa del Natale. E qui viene subito alla mente la bellissima lettera di don Tonino Bello, gli “auguri scomodi” d’un vero Pastore alla sua comunità. Il nocciolo di questo messaggio alternativo è che non si può celebrare il Natale dell’Emmanuele (in ebr.: ‘Dio con noi’) fingendo di non leggervi un invito a tutelare la vita in tutte le sue forme, un’esortazione all’accoglienza fraterna del bisognoso e dello straniero, uno stimolo a rifiutare una pace che non sia frutto della giustizia, ma ipocrita accettazione dello status quo. “Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate…” (1) . Un altro nesso logico che troppo spesso scordiamo – e che finiamo quindi col tradire – è quello tra ‘Natale’ e ‘Natura’. La radice è chiaramente la stessa e ci rinvia al concetto di ‘nascita’, riconducibile all’antica radice ‘GN’ che indica la generazione. Ma ciò che è stato generato ha anche un Genitore, per cui danneggiare o distruggere la Natura equivale a disprezzare Chi l’ha creata.
a prima considerazione che faccio è che non possiamo ‘celebrare’ il Natale senza soffermarci sul messaggio di vita che ce ne viene. La nostra sta diventando sempre più una cultura di morte, come sottolineavo in un mio articolo su “Oiko-nomia vs Death-Economy” (2). Certo, ognuno è libero di fare le sue scelte e d’impostare come crede la propria esistenza. Credo però che non si debba fare memoria del momento in cui Dio si è fatto uomo per salvarci utilizzando modalità che tradiscano questa scelta di vita e di riconciliazione. Durante le festività natalizie si registrano eccidi di animali, stragi di persone per incidenti e per guerre, violazioni delle più elementari norme di rispetto della natura e delle sue leggi. E’ di soli due giorni fa il bombardamento di una scuola di Damasco, nel quale sono morte 49 persone e si sono registrati più di 200 feriti. All’inizio di dicembre, in California è stata compiuta un’assurda strage di disabili (14 morti e 18 feriti) che stavano preparandosi a festeggiare il Natale. Per non parlare poi delle ordinarie stragi di animali sacrificati senza scrupolo ai nostri luculliani cenoni, evitare le quali non richiede una particolare determinazione e forza di volontà, visto che la stessa L.A.V. ci ricorda che “Se ogni italiano mangiasse vegetariano una volta alla settimana per un anno risparmieremmo la vita a 12 milioni di animali. Pesci esclusi.” (3) Né le feste delle altre religioni sono molto più rispettose del mondo animale, se i giornali ci riportano di vere e proprie ‘mattanze’ che insanguinano le celebrazioni nei paesi islamici e perfino in quelli di tradizione induista. Ebbene, proviamo almeno a bandire da questo Natale ciò che richiama la morte e la distruzione, dalle armi giocattolo regalate ai piccoli agli esplosivi in miniatura che dovrebbero allietarlo, ma l’anno scorso hanno mandato in ospedale 251 persone (361 nel 2013), con gravi ferite o mutilazioni.
poi ricordiamo che non ci può essere Natale se non proteggiamo la Natura, rispettandone i ritmi e le leggi biologiche e salvaguardando il prezioso tesoro della biodiversità. Questa parola finalmente circola di più e sta diffondendo una maggiore consapevolezza della complessa ricchezza della vita, ma anche della sua fragilità. Un autentico profeta della tutela e promozione della biodiversità naturale è stato il mio grande amico e maestro Antonio D’Acunto, la cui scomparsa – circa un anno fa – ha privato i suoi tanti amici ed estimatori di una guida insostituibile. E proprio con le profetiche ed acute parole di Antonio, raccolte in un volume appena pubblicato, concludo questa riflessione sul collegamento tra Natale e Natura. E’ una lezione di vita e di speranza in un mondo dove quest’ultima non sia distrutta né biecamente sfruttata dall’uomo, bensì ‘celebrata’ in tutta la sua sacralità. Per Francesco d’Assisi era il modo per onorare il Padre attraverso i ‘frati’ e le ‘sore’ dei quali – ci ha ricordato il Papa – siamo stati fatti dominatori ma solo amorevoli ‘custodi’. (4)
SOL PERCHÉ l’attenzione globale resta focalizzata sul terrorismo più che sui terribili scenari che si prospettano a livello ambientale, non possiamo accettare che l’opinione pubblica non sia cosciente che alla Conferenza di Parigi sul Clima ci stiamo giocando gran parte del nostro futuro. Del resto, non sembra esserci sufficiente coscienza neppure del fatto che lo stesso terrorismo ha origine in fenomeni per nulla estranei al modello di sviluppo attuale ed al disastro che sta provocando sugli ecosistemi, comportando cambiamenti climatici a livello planetario. I Grandi della Terra (che come USA e CINA del nostro pianeta sono soprattutto i più grandi inquinatori) hanno pochi giorni per raggiungere un’intesa sui provvedimenti da adottare per contrastare i cambiamenti climatici globali. Ma è in gioco la Terra e l’intera umanità, non la supremazia di uno Stato o di una federazione rispetto agli altri, per cui una tal partita deve coinvolgere tutti noi, che non possiamo restarne spettatori. Anche se i media insistono sugli accordi di vertice raggiungibili in quella sede, dobbiamo quindi far sentire la nostra voce, possibilmente anche a nome di tanti altri esseri non umani, che non hanno alcuno strumento per far valere il loro diritto alla vita. Ecco perché agli appelli a far presto e bene – fra cui quello, accorato, di Papa Francesco sulla ‘cura della casa comune’ – dovrebbero seguire scelte inequivocabili, non compromessi pasticciati o mere promesse.
SOL PERCHÉ ci mostrano il Sole come la causa del riscaldamento globale e dei suoi guasti ambientali, non dobbiamo vederlo come un nemico. Esso, al contrario, è la fonte stessa della vita del nostro pianeta e la nostra più grande risorsa energetica. Questa verità è di per sé evidente e, del resto, perfino gli stati più inquinatori – fra cui USA e Cina – stanno facendo grandi progressi in direzione di una valorizzazione di questa immensa risorsa energetica. Ma mentre i ‘grandi’ possono permettersi di premere contemporaneamente sul pedale sia delle fonti fossili sia di quelle rinnovabili, a partire proprio dal solare, agli stati minori non è facile seguirne l’esempio. Svanita bruscamente l’illusione dell’energia nucleare, troppo spesso si sta ripiegando sulla folle politica delle trivellazioni, per raschiare il fondo del ‘barile’ delle risorse fossili. Però la stessa rivoluzione del Solare non può essere confusa con la pura e semplice diffusione della tecnologia fotovoltaica, se la costruzione di centrali solari ed il fiorire selvaggio d’impianti del genere non tengono conto del loro impatto ambientale o non modificano le modalità di produzione e distribuzione dell’energia elettrica. Sebbene realtà geopolitiche enormi come il Brasile o la stessa Cina si dichiarino pronte a ricavare sempre più energia dal Sole, non è detto che si realizzi una vera rivoluzione ‘elio-centrica’, se il modello produttivo e distributivo resterà centralizzato e porterà l’ambiguo marchio delle majors dell’inquinamento globale. Il rischio d’un nuovo colonialismo energetico – sfruttando il sole con megacentrali nei deserti del nord-Africa per esportare elettricità magari in Germania – potrebbe in effetti avere conseguenze negative, confermando un modello predatorio causa di danni e conflitti.



Quanno aggio accummenciato a faticà ô pruggetto “Napulitanamente” facevo ‘o prufessore ‘e lettere int’’a šcola media “Sogliano” a Porta Capuana e tenevo durece anne mancante.