DIFESA CIVILE. SI’, MA QUALE? (3)

Napoli Città di Pace. O anche no…


In occasione della ricerca per il mio precedente articolo di questa serie ho scoperto per caso che la Conferenza 2026 dei Comandanti del Multinational CIMIC Group l’organismo della NATO per il coordinamento della difesa civile con quella militare – si era tenuta lo scorso giugno a Palazzo Salerno, nel cuore della mia Napoli, che nella sua area metropolitana non a caso ‘ospita’ il Joint Forces Command dell’Alleanza Atlantica per l’area europea sud-orientale. Sono una persona abbastanza informata e non estranea a questa tematica, ma non ne avevo notizia semplicemente perché i media (nazionali e locali) si erano ben guardati dal pubblicizzare quell’importante incontro internazionale, ad eccezione degli organi informativi della NATO e del ministero della difesa e di un paio di giornali online .
Ancora una volta Napoli – per statuto ‘Città di Pace’ – è stata inconsapevole sede d’incontri di natura militare ad alto livello, senza che qualcosa trapelasse di questa intensa attività di confronto strategico e senza che si alzasse una voce per denunciare il paradosso d’un vertice sulla cooperazione civile-militare svolto nella totale ignoranza della società civile e, forse, degli stessi organi consiliari civici.
Non c’è però da meravigliarsi. La sedicente “cooperazione” tra forze armate dei paesi membri del CIMIC ed istituzioni civili ha sempre avuto una natura unidirezionale, esaltando il ruolo dirigente delle prime mentre considera le seconde un mero “supporto” collaterale, utile sì, ma in posizione oggettivamente subordinata. Da più di 25 anni la NATO, in nome della sicurezza e della deterrenza, insiste subdolamente su una relazione non conflittuale né alternativa della “difesa civile” nei confronti dell’apparato militare, ma solo in vista di quella “difesa totale” che sta provocando una graduale militarizzazione della società civile.
Nel precedente articolo ho citato la sintesi della Conferenza di Napoli, ma ora vorrei approfondirne il lessico, per cui provo a sottolineare alcune espressioni contenute in quel documento , dove tra le righe s’intravede tale insidiosa tendenza, smentendo così la rosea visione d’una collaborazione paritaria e di reciproco interesse.

Un lessico un po’…cimico

  1. «La cooperazione civile-militare non si limita al semplice coordinamento. Si tratta di una capacità militare che favorisce la comprensione, la pianificazione, il processo decisionale e l’efficacia operativa in contesti complessi». Anche se si parla di cooperazione, quindi, solo la “capacità militare” può assicurare l’efficienza operativa che richiede “pianificazione”, ma soprattutto attivazione d’un “processo decisionale”. Al di là del lessico burocratico, si lascia intendere che a decidere su tale materia restano sempre e comunque le forze armate, che avrebbero capacità e competenza per farlo.
  2. «L’edizione di Napoli ha affrontato alcune delle sfide più rilevanti per il futuro del CIMIC, tra cui l’intelligenza artificiale, l’analisi e la valutazione dell’ambiente civile, nonché la prontezza in termini di deterrenza e difesa». Già l’utilizzo del termine challenges, cioè “sfide”, suona già piuttosto marziale, ma ciò che desta sospetto è soprattutto il collegamento tra uso militare della “intelligenza artificiale” e “analisi e valutazione dell’ambiente civile”, che apre scenari di pervasivo controllo della società. Inoltre, il termine “prontezza” (in inglese: readiness), unito a concetti quali “deterrenza” e “difesa”, evoca precari equilibri strategici, ipotetiche minacce alla sicurezza nazionale ed internazionale, e dunque preoccupanti scenari di guerra, cui ci si dovrebbe opporre riarmandosi e praticando un’ossimorica “difesa preventiva”.
  3. «Uno dei principali risultati della conferenza è stato riaffermare la centralità della comprensione dell’ambiente civile. Popolazioni, istituzioni, infrastrutture critiche, vulnerabilità, dinamiche sociali ed autorità locali non sono elementi di sfondo: esse plasmano direttamente l’ambiente operativo e influenzano le modalità di pianificazione e conduzione delle attività militari. Per questo motivo, il CIMIC deve continuare a supportare i comandanti trasformando le informazioni di natura civile in una comprensione rilevante, tracciabile e contestualizzata. Nelle operazioni contemporanee, una comprensione tempestiva della dimensione civile contribuisce a una pianificazione migliore, a processi decisionali più informati e a una maggiore coerenza operativa». L’espressione apparentemente neutra “comprensione dell’ambiente civile” rivela che l’universo militare resta un corpo separato dalla società civile, le cui dinamiche ed istituzioni si sforza di capire, ma per i suoi scopi. Questa “osservazione” richiede infatti vari strumenti d’indagine, non tanto per “ambientare” democraticamente le forze armate nella società, quanto per pianificare e svolgere meglio le loro attività. Tali informazioni in ambito civile, infatti, dovrebbero portarle ad una comprensione “rilevante, tracciabile e contestualizzata”, tre aggettivi che, nel contesto militare, lasciano trasparire un controllo pervasivo della società.
  4. «La CUCC 2026 ha inoltre evidenziato il ruolo dell’intelligenza artificiale e degli strumenti digitali come potenziali fattori abilitanti per l’analisi CIMIC. Gli strumenti basati sull’IA possono supportare l’organizzazione, la correlazione e l’interpretazione di grandi volumi di informazioni sull’ambiente civile, contribuendo alla consapevolezza situazionale, all’analisi della resilienza e al supporto alle decisioni. […] la capacità di interpretare la dimensione civile rimane fondamentale per la pianificazione e la cooperazione militare». Il riferimento al ruolo dell’I.A. e della digitalizzazione come “fattori abilitanti per l’analisi del CIMIC” conferma che i processi di raccolta ed elaborazione di enormi quantità d’informazioni servono alla NATO ad “interpretare” la dimensione civile non tanto per relazionarsi con essa in forma cooperativa, quanto per esercitare un controllo su di essa.
  5. «La comprensione dell’ambiente civile, l’analisi basata sull’IA, il giudizio umano, il contributo dei sottufficiali e la prontezza multinazionale non sono temi separati. Fanno parte di un unico percorso: sviluppare il CIMIC come capacità militare rilevante per scenari di sicurezza complessi». In altre parole, la recente conferenza di Napoli dei comandanti del Multinational CIMIC Group non era un rituale incontro di coordinamento operativo per rafforzare la cooperazione civile-militare, ma l’occasione per riaffermare il ruolo di tale organismo nell’inglobare le istituzioni civili in una strategia militare più complessiva e totalizzante.

Ebbene, se sul piano iconico, il logo verdazzurro del CIMIC raffigura due mani che si stringono solidalmente, non lasciamoci però ingannare dalla suggerita parità tra la componente civile e quella militare, che il motto sottostante “MILITES CIVISQUE ALACRITER” cerca ulteriormente di avvalorare. E non solo perché quella frase latina presenta un banale errore di grammatica (dovrebbe essere, infatti: “Milites civesque alacriter”, cioè “Militari e civili alacremente”), ma perché la prontezza operativa suggerita dall’avverbio sembra attribuita solo all’efficienza delle istituzioni militari.
Insomma, nel momento in cui ben tre coordinamenti per la pace, il disarmo ed il servizio civile stanno svolgendo una campagna per portare in Parlamento una legge d’iniziativa popolare che dovrebbe istituzionalizzare la difesa civile e non armata – improvvidamente qualificata come “complementare” di quella militare – questi allarmanti segnali d’integrazione a senso unico delle istituzioni civiche nelle strategie della NATO andrebbero colti quanto meno con maggiore attenzione.


© 2026 Ermete Ferraro

DIFESA CIVILE. SI’, MA QUALE? (2)

‘Civilizzare’ la difesa armata?

Nella prima parte della mia analisi dei limiti della proposta di legge d’iniziativa popolare sulla “Difesa Civile, Non-armata e nonviolenta” [i] ho cercato di argomentare quali siano le mie perplessità a riguardo, Ma quando si parla di ‘difesa civile’ – soprattutto se la maggioranza delle persone cui ci si rivolge, in particolare le più giovani, finora non ne hanno mai letto o saputo nulla – è opportuno fare riferimento a casi concreti, esperienze attuali e pratiche correnti.  Infatti, basta dare una scorsa ai siti web di alcuni ministeri della difesa, in particolare degli stati dell’Unione Europea, per farsi un’idea di quale significato e valore sia stato finora a livello istituzionale, a questa particolare, ma ancora poco usuale, espressione.

Ovviamente le lingue di riferimento (e le rispettive traduzioni in italiano) complicano un po’ il riferimento ai casi citati, eppure risulta comunque chiaro che l’attributo ‘civile’, unito al sostantivo ‘difesa’, nella quasi totalità dei casi esprime più che altro una componente ‘non armata’ di quella funzione. Solitamente, in effetti, non si propone di ricorrere a una modalità alternativa (o comunque parzialmente sostitutiva) rispetto a quella propria degli apparati delle forze armate, con le loro consolidate tipologie organizzative e strategie militari. Si tratta semmai di prevedere, per motivi di opportunità e di controllo, anche l’istituzione ed organizzazione di funzioni aggiuntive ad essi ‘complementari’, differenti ma sostanzialmente integrative di quelle svolte dai militari. Lo scopo, più o meno dichiarato, è quello di evitare che le forze armate si accollino compiti non strettamente istituzionali, preferendo delegarli a reparti formati da volontari o personale civile, adibiti a compiti burocratici, sanitari e di protezione della popolazione da eventi bellici, calamità naturali ed altre gravi emergenze.

Bundeswehr Űber Alles

Il primo caso che prendo in esame è quello della Repubblica Federale Tedesca, dove la consultazione del sito della Bundeswehr (le forze armate federali) chiarisce la logica entro la quale il governo tedesco ha già inserito la ‘difesa civile’.

«La Strategia Nazionale di Sicurezza 2023 ha definito l’obiettivo di una politica di Sicurezza Integrata, come compito dell’insieme della società. “L’interazione collaborativa di tutti i rilevanti attori, risorse e strumenti che, combinandosi, possono garantire in modo comprensivo la sicurezza del nostro Paese e rafforzarlo nei confronti e contro minacce esterne”. Il Piano Operativo per la Germania è una componente militare essenziale per la difesa complessiva della Germania. Esso combina gli elementi-chiave militari della difesa nazionale e collettiva coi necessari servizi di supporto civile. La responsabilità principale del Piano operativo per la Germania è affidata al Comando delle forze congiunte della Bundeswehr» [ii]. Nella stessa pagina del sito troviamo più avanti altre precisazioni.

«Un elemento essenziale del Piano Operativo per la Germania è fare da ponte tra gli elementi chiave militari della difesa nazionale e collettiva ed i necessari servizi di supporto civile.  Un elemento centrale del Piano Operativo per la Germania consiste nell’integrare le componenti militari chiave della difesa nazionale e collettiva coi necessari servizi di supporto civile, al fine di garantire un sostegno reciproco che coinvolga l’intero apparato statale ai vari livelli di escalation: in tempo di pace, in situazioni di minaccia ibrida, in caso di crisi e in guerra. Ciò comporta, da un lato, il supporto militare alla preparazione civile in vista di un eventuale conflitto e, dall’altro, il contributo civile alla pianificazione della difesa militare. Il piano comprende processi e responsabilità, ad esempio per quanto riguarda la cooperazione della Bundeswehr con enti civili o governativi in ​​situazioni di emergenza» [iii].

Le espressioni-chiave utilizzate nei testi citati (ribadendo peraltro che la “responsabilità principale” delle operazioni congiunte resta comunque in capo alle forze armate) sono: sicurezza integrata”, “interazione collaborativa”, “difesa complessiva/totale”, “difesa nazionale e collettiva”, “supporto civile”, “sostegno reciproco”, “cooperazione della BW con enti civili e governativi”. Risalta l’utilizzo d’un lessico improntato ad una visione integrata, e quindi totale, della difesa, mantenendo però un rapporto ancillare delle funzioni civili rispetto a quelle bellico-militari.

Se si vuole conoscere la struttura organizzativa della ‘difesa integrata’ nella R.F.T., la risposta è in un’altra pagina del sito citato [iv], dove si evidenzia un’arbitraria quanto allarmante commistione delle funzioni relative alla protezione ambientale (Bundesamt für Infrastruktur, Umweltschutz und Dienstleistungen der Bundeswehr) con quelle della logistica e della sussistenza (Verpflegungsamt der Bundeswehr) e dei Vigili del Fuoco (Brandschutzamt der Bundeswehr), collegandole a quelle degli uffici che si occupano del personale civile della difesa e dei militari tedeschi impegnati all’estero. Da tale semplice elenco risulta evidente la militarizzazione già in atto nella R.F.T. d’importanti organismi di natura non militare, come i corpi di protezione civile e difesa dal fuoco e addirittura di enti statali che si occupano di protezione dell’ambiente.

Liberté, égalité…Vive les Armées!

Nella Repubblica Francese, al di là della presenza d’un rilevante personale civile, prevalentemente nel settore amministrativo e logistico – già all’interno delle Forze Armate è comunque già in atto una ‘difesa civile’ integrata con quella militare. Formalmente, la Sécurité Civile (Protezione Civile, Corpo dei Pompieri, etc.) sarebbe una realtà istituzionale gestita dal Ministero degli Interni, che si occupa prevalentemente di protezione della popolazione da catastrofi, altre crisi ed emergenze [v]. A supporto della ‘difesa civile’ così intesa – come avviene anche in Italia – la legislazione francese ha previsto però anche interventi di natura militare, ad esempio per svolgere funzioni di ‘pubblica sicurezza’. Viceversa, le stesse norme assicurano un supporto degli organismi di protezione civile alle operazioni militari, ovviamente sotto il coordinamento (cioé il comando) delle forze armate.

«Il ministro dell’interno riceve dal ministro della difesa, per lo sviluppo e l’attuazione dei suoi mezzi, il sostegno dei servizi e dell’infrastruttura delle forze armate e, in particolare, per il mantenimento dell’ordine pubblico, l’eventuale appoggio delle forze militari. Nelle zone dove si sviluppano operazioni militari, e su decisione del Governo, il comando militare designato a tale scopo diventa responsabile dell’ordine pubblico ed esercita il coordinamento delle misure di difesa civile con le operazioni militari. In caso di minaccia riguardante una o più installazioni prioritari della difesa, il comando militare designato a tale scopo può essere incaricato, per decreto del consiglio dei ministri, della responsabilità dell’ordine pubblico e del coordinamento delle misure di difesa civile con le misure militari di difesa interna del o dei settori di sicurezza delimitati attorno a queste installazioni dal Presidente della Repubblica in sede di consiglio di difesa e di sicurezza nazionale»[vi].

Se visitiamo il sito web del Ministero della Difesa francese [vii], al di là della designazione del servizio militare (volontario e selettivo) col titolo neutro di “Servizio Nazionale”, troviamo poi una pagina dedicata specificamente alla “Politica delle Risorse Umane militari e civili”, dove ci sono altre interessanti affermazioni.

«Nel quadro di una professionalizzazione delle forze armate giunta a maturità, la politica delle risorse umane riafferma i principi e fondamenti inerenti all’identità del ministero, tra i quali figurano al primo posto la complementarietà tra civili e militari e l’importanza delle logiche di ambito […] Politiche comuni ai militari e ai civili. La mescolanza statutaria (personale militare e civile) è una particolarità strutturale del ministero delle forze armate. A dispetto di queste differenze statutarie, le due popolazioni che operano insieme e concorrono alla riuscita delle missioni affidate al ministero, beneficiano di politiche che sono loro comuni» [viii].  

In questo caso, le espressioni-chiave riscontrate sono: “coordinamento delle misure di difesa civile con le operazioni militari”, “complementarietà tra civili e militari”, “politiche comuni ai militari e ai civili”.

La Spagna gioca in “Defensa Nacional Integrada”

Va riconosciuto che il governo del Regno di Spagna, soprattutto nella fase più recente, sta cercando positivamente di sottrarsi alla perversa logica riarmista, militarista e bellicista che contamina anche i paesi della U.E. Le forze armate spagnole, s’altra parte, restano tradizionalmente un’istituzione forte e autorevole, integrata nella NATO e difficilmente sottraibile alle sue verticistiche direttive. Andando a cercare informazioni sul sito del Ministerio de Defensa, infatti, troviamo alcuni riferimenti utili alla nostra ricerca.

«Integrazione della difesa e della protezione civile nella difesa nazionale. Gli sforzi militari volti a proteggere il territorio e le popolazioni degli alleati devono essere affiancati da una solida preparazione civile, capace di ridurre le potenziali vulnerabilità e mitigare i rischi, sia in tempo di pace che durante crisi o conflitti. Come già evidenziato, tale preparazione civile assolve tre funzioni essenziali: garantire la continuità dell’azione di governo, assicurare l’erogazione di servizi essenziali alla popolazione e fornire supporto civile alle operazioni militari. È dunque evidente che la resilienza deve fondarsi su una stretta cooperazione tra attori civili e militari: un modello reciprocamente vantaggioso, tanto in tempo di pace quanto in situazioni di crisi […] Ma come possiamo integrare questi due aspetti della resilienza, quello civile e quello militare? Esistono numerosi esempi in tal senso. Le esercitazioni rappresentano un paradigma eccellente e un metodo efficace per mettere alla prova la preparazione nazionale. A questo proposito, costituiscono un modello ideale per sperimentare le risposte a situazioni di emergenza su larga scala, come attacchi a sorpresa dagli effetti devastanti o scenari di guerra ibrida. È dunque fondamentale includere elementi di preparazione civile nelle esercitazioni militari, integrandoli a ogni livello: dalle esercitazioni di gestione delle crisi a livello strategico fino alle attività addestrative di livello tattico» [ix].

Non è casuale che i riferimenti per queste affermazioni hanno a che fare con le indicazioni della NATO in merito all’integrazione militare-civile in vista di una difesa totale, come dimostra anche l’esempio citato poco dopo. L’esercitazione Steadfast Defender 2024 — il più grande dispiegamento militare della NATO dalla fine della Guerra Fredda — è stata infatti portata ad esempio di “mobilitazione massiccia di truppe e mezzi militari attraverso diversi Paesi [in] stretto coordinamento con le autorità civili — in particolare per quanto riguarda trasporti, logistica e infrastrutture — sottolineando così la necessità di garantire la resilienza delle infrastrutture civili e la continuità dei servizi essenziali» [x].

Nei brani citati, ancora una volta, vanno sottolineate espressioni-chiave come: “integrazione della difesa e della protezione civile nella difesa nazionale”, “stretta cooperazione tra attori civili e militari”, “preparazione civile nelle esercitazioni militari”, “garantire la resilienza delle infrastrutture civili e la continuità dei servizi essenziali”.

Per gli inglesi ‘resilience’ fa rima con ‘defence’

Il Regno Unito (U.K.) – fedele e zelante membro della NATO, ma non più dell’Unione Europea – ha alle spalle una lunga tradizione militarista, che gli deriva ovviamente dalla sua storia imperiale. Anche sul sito del Ministry of Defence, pertanto, non mancano riferimenti alla dottrina dell’Alleanza atlantica in materia d’integrazione della difesa militare con quella ‘civile’. La parola-chiave, in questo caso, è “resilienza”, in nome della quale il governo britannico nel luglio 2025 ha appunto adottato il suo “Piano d’Azione per la Resilienza” e ha partecipato all’OSCE Forum for Security Co-operation, che si è tenuto a Vienna tre mesi dopo, intervenendovi con un suo delegato.

«Il Regno Unito accoglie con favore l’iniziativa della Finlandia di convocare questo tempestivo Dialogo sulla sicurezza dedicato alla resilienza attraverso una sicurezza globale e integrata. Sosteniamo pienamente l’enfasi posta sulla cooperazione civile-militare quale pilastro strategico della difesa nazionale. […] Consideriamo la resilienza non semplicemente come un meccanismo di risposta, bensì come un sistema proattivo e integrato che abbraccia governo, imprese, società civile e singoli cittadini. La nostra strategia privilegia la prevenzione, la preparazione, la risposta e il ripristino, garantendo la continuità delle funzioni sociali essenziali anche in condizioni di forte stress. Tale modello trova riscontro nella nostra Revisione strategica della difesa del 2025, che sottolinea l’importanza dell’integrazione civile-militare per la salvaguardia della sicurezza nazionale […] dalla difesa cibernetica e la protezione delle infrastrutture alla sanità pubblica e alla comunicazione in situazioni di crisi […] Nell’attuale panorama delle minacce — caratterizzato da tattiche ibride, disinformazione e diplomazia coercitiva — la resilienza rappresenta un imperativo strategico. Il Regno Unito apprezza l’approccio multidimensionale dell’OSCE e l’enfasi posta dal Codice di condotta sul controllo democratico delle forze armate. Consideriamo la cooperazione civile-militare non solo una risorsa per la difesa, ma anche un punto di forza democratico» [xi].

Nel testo citato troviamo espressioni-chiave ricorrenti, come: “sicurezza globale e integrata”, “cooperazione civile-militare”, “salvaguardia della sicurezza nazionale”, anche perché il riferimento comune è il documento-guida di 62 pagine nel quale, all’inizi degli anni 2000, la NATO ha enunciato la sua “Dottrina per la pianificazione, la condotta e la valutazione della cooperazione civile-militare (CIMIC) nel contesto delle operazioni congiunte alleate[xii], fonte esplicita delle politiche adottate dal Regno Unito e da altri paesi membri in materia d’integrazione delle attività militari e civili in un concetto globale e totalizzante di ‘difesa’.

Va sottolineato, a tal proposito, che il “Multinational CIMIC Group” della NATO (MNCG, composto da contingenti militari italiani, greci, ungheresi, portoghesi, rumeni e sloveni, con sede a Treviso) dal 2024 è comandato da un ufficiale italiano: il Col. Piero Furlan. Non posso Al termine della 19^ Conferenza dei vertici dell’organizzazione (che si è tenuta nel giugno 2026 proprio nella mia Napoli, presso il Comando NATO di Giugliano-Lago Patria,) è stata diramata, tra l’altro, questa dichiarazione:

«La comprensione dell’ambiente civile, l’analisi basata sull’intelligenza artificiale, il giudizio umano, il contributo dei sottufficiali e la prontezza multinazionale non sono temi distinti. Fanno parte di un unico percorso: sviluppare il CIMIC come capacità militare rilevante per scenari di sicurezza complessi. Attraverso il CUCC 2026, il Multinational CIMIC Group continua a mettere in rete persone, esperienze e competenze all’interno della comunità CIMIC della NATO, trasformando il confronto professionale in indirizzo operativo» [xiii].  

“Civil-militärt försvar”: risposta integrata svedese come deterrenza

Uno dei paesi sempre più allineati a questa dottrina è il Regno di Svezia, che anche recentemente ha ribadito sul sito del suo Ministero della Difesa (dotato di uno specifico ministro responsabile) che “la difesa civile e le attività correlate si fondano sulla preparazione della società a gestire le crisi e mirano a proteggere la popolazione, salvaguardare le funzioni sociali essenziali e contribuire alla capacità delle Forze armate svedesi di rispondere a un attacco armato – sia prima che durante una situazione di allerta rafforzata o in caso di guerra[xiv].

Da poco (giugno 2026) il Governo svedese ha anche pubblicato un corposo rapporto di 42 pagine sul tema della c.d. “difesa totale”, cui ovviamente rimando [xv], limitandomi a citare alcuni brani più significativi del terzo capitolo.

«Il sistema di difesa totale della Svezia comprende attività militari (difesa militare) e attività civili (difesa civile). Esso si fonda sulle risorse collettive della società. Difendere la Svezia e i suoi alleati da attacchi armati, nonché salvaguardare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale del Paese, non è solo un compito militare, ma una responsabilità dell’intera società. La difesa totale richiede il contributo personale di tutti i residenti; ciò presuppone una popolazione partecipe, per cui ci si attende che ciascuno offra il proprio contributo […] La difesa totale della Svezia deve possedere una forza, una composizione, una struttura di comando, una prontezza operativa e una capacità di tenuta tali da fungere da deterrente contro la guerra, svolgendo così una funzione preventiva e di mantenimento della pace. Una difesa totale svedese solida, dotata di capacità difensive credibile, rafforza la difesa collettiva della NATO e, di conseguenza, la complessiva capacità di deterrenza» [xvi].

Ritorna, in modo martellante, la visione d’una difesa globalizzante, che abbraccia e coordina le attività di natura militare e civile, per di più col pretesto di rendere partecipe e responsabile l’intera società e, ancor più paradossalmente, di promuovere la deterrenza contro la guerra cui invece i cittadini sono chiamati a prepararsi…

In questo caso le espressioni-chiave riscontrabili sono: “responsabilità dell’intera società”, “contributo personale”, “prontezza operativa e capacità di tenuta”, “funzione preventiva e di mantenimento della pace”.

“Sivilt-militært samarbeid”: la cooperazione difensiva in Norvegia

Non è molto diversa la situazione del fratello Regno di Norvegia, sul cui sito del Ministero della Difesa troviamo una pagina specifica del “Dipartimento per la Sicurezza e la Cooperazione Civile-Militare”, che a sua volta fa riferimento ad una specifica “Sezione per la Cooperazione nella Difesa Totale”. Per il periodo 2025-2036, inoltre, il Governo norvegese ha stilato un “Piano a lungo termine della Difesa”, da cui traggo il seguente brano.

«È necessario un approccio che coinvolga l’intero apparato statale per migliorare la resilienza della società di fronte a minacce di natura militare e non militare. La cooperazione internazionale e la collaborazione tra enti governativi, imprese e popolazione – nell’ambito del concetto norvegese di difesa totale – costituiscono una priorità. La cooperazione civile-militare è parte integrante dell’impegno norvegese in materia di difesa»[xvii].

Se il messaggio non fosse stato abbastanza chiaro, un’esposizione dettagliata di cosa comporta la cooperazione difensiva norvegese la troviamo in un documento del 2018, a firma congiunta del ministro della difesa e di quello della giustizia e pubblica sicurezza, intitolato appunto: “Supporto e Cooperazione. Una descrizione della difesa totale in Norvegia”.

«Esiste una netta distinzione tra responsabilità civili e militari, fondata su solide fondamenta politiche e costituzionali. Il Governo ha la responsabilità generale di garantire la sicurezza (security) pubblica e nazionale. Le autorità e gli enti civili sono responsabili di assicurare la sicurezza (safety) pubblica. Le Forze armate norvegesi hanno la responsabilità primaria di preservare l’indipendenza e i diritti sovrani della Norvegia, nonché di mantenere la sicurezza (security) nazionale, difendendo il Paese da attacchi esterni. Tuttavia, la preparazione alle emergenze e la gestione delle crisi – sia in ambito civile che militare – sono interdipendenti; e una cooperazione costante è quindi indispensabile. La cooperazione civile-militare è importante anche per ottimizzare l’impiego delle risorse complessive della società, contribuendo così a una buona gestione economica» [xviii].

Non mi soffermo oltre sulle affermazioni del governo norvegese sulla “difesa totale”, di cui si riconosce che le radici costituzionali sono piuttosto dubbie, sostenendo però di non poterne fare a meno. Tutto, ovviamente, per assicurare quella sicurezza che in italiano sembrerebbe un concetto unico, mentre in lingua inglese si articola più compiutamente in due differenti vocaboli: safety e security, come peraltro ho avuto modo di chiarire in un precedente articolo.[xix] L’intera sezione 4 del testo citato è dedicata al “Ruolo della Società Civile nella Difesa Totale” e, anche in questo caso, le espressioni-chiave sono: “preparazione olistica e coordinata nel settore civile”, “dipendenza delle forze armate dal supporto civile”.

L’alfabeto della ‘difesa totale’

Questa rapida carrellata sulle modalità concrete di attuazione della ‘difesa civile’ nei paesi dell’E.U., a partire da una concezione sicuramente ‘altra’ piuttosto che ‘alternativa’ rispetto alla tradizionale difesa armata di natura militare, dovrebbe farci riflettere di più e meglio sul senso di  proposte legislative che, pur ipotizzando qualcosa di diverso, rischiano comunque di avvalorare l’omologazione dell’Italia al modello globale di ‘difesa totale’ dettato dalla NATO ai paesi membri col citato acronimo CIMIC, ossia avvalendosi di una strumentale ‘”Cooperazione Civile-Militare”.

L’analisi linguistica dei testi citati, peraltro, mette in luce un lessico piuttosto omogeneo da parte dei governi degli Stati presi in esame, col ricorrente l’impiego delle parole-chiave già evidenziate che ora provo ad elaborare, ordinandole alfabeticamente e ricordando gli attributi che le accompagnano.

  • Contributo è un termine di sapore vagamente morale, riferito retoricamente a ciò che ogni ‘persona’ potrebbe (e, si lascia intendere, dovrebbe) fare per la sicurezza collettiva.
  • Cooperazione è la seconda importante key-word, intesa come collaborazione (non esattamente paritetica…) tra attori civili e militari in materia di difesa.
  • Complementarietà indicherebbe, almeno in teoria, un rapporto orizzontale e biunivoco tra civile e militare, che viene però contraddetto dal seguente termine:
  • Coordinamento, vocabolo in apparenza neutro, che indica invece un rapporto unidirezionale fra i due attori, affidando alle istituzioni militari il compito di co-ordinare le misure di difesa civile con le operazioni militari già programmate.
  • Difesa la parola più centrale e basilare di tutte – è accompagnata da un poker di attributi, che la qualificano come: collettiva, complessiva, nazionale, preventiva e totale. E questoper sottolineare che si tratta di un concetto ‘globale’, peraltro ben diverso da quello tradizionale, in quanto ossimoricamente fa appello alla ‘preventività’ della risposta ad un’ipotetica minaccia.
  • Dipendenza: apparentemente da parte dei governi s’insiste su quella delle forze armate nei riguardi del ‘supporto civile’, ma è evidente la posizione ancillare di quest’ultimo nei confronti dell’organizzazione e controllo da sempre esercitati in tale ambito dalle forze armate.
  • Integrazione/interazione, pur non essendo sinonimi, alludono entrambi alla ricerca di una visione comune e complessiva della difesa nazionale, inglobando al suo interno la protezione civile e finendo quindi col militarizzarne di fatto le attività.
  • Preparazione/Prontezza, sebbene anche in questo caso non si tratti di sinonimi in senso stretto, traducono il concetto anglosassone di Preparadness/Readyness, che non indica tanto la fase di formazione preliminare degli attori ad un’azione congiunta civile-militare, quanto un efficientistico stato di prontezza ad intervenire hic et nunc laddove insorgano emergenze di vario genere o si temano attacchi armati.
  • Resilienza è un’altra delle parole-attaccapanni di moda, che servono a giustificare un po’ di tutto, con scarsa precisione semantica e finalità quanto meno ambigue. Essendomene occupato in un articolo di alcuni anni fa, rinvio ad esso per approfondirne il senso[xx]. Mi limito piuttosto a rilevare che questo termine è riferito specificamente alle ‘infrastrutture civili’ e alla ‘continuità dei servizi essenziali’, dando importanza alle istituzioni ed ai servizi più che alla salvaguardia dell’assetto democratico- costituzionale dello stato da ‘difendere’.
  • Responsabilità: è attribuita strumentalmente alla ‘intera società’, come se i decisori del modello di difesa, ma anche della protezione civile, fossero davvero i cittadini, o quanto meno gli organismi a loro più prossimi, anziché complesse strutture gerarchiche di natura militare.
  • Salvaguardia è una parola un po’ ambigua quando viene riferita alla ‘sicurezza nazionale’. Se questa viene assunta come un valore prioritario e indiscutibile, infatti, le ipotetiche minacce ad essa consentono l’adozione di interventi ‘eccezionali’, nel senso che – come ci racconta sempre più spesso la cronaca politica – possono fare eccezione alle normative ordinarie e perfino aggirare le garanzie costituzionali.
  • Sicurezza – come abbiamo visto concetto assai estensibile ed arbitrariamente interpretabile – è la principale motivazione e giustificazione per provvedimenti autoritari, repressivi ed antidemocratici, oltre che per una progressiva sterzata verso un ordinamento che ingloba nella c.d. ‘difesa totale’ finalità, compiti ed obiettivi eterogenei, in nome di una loro dichiarata interdipendenza. Gli attributi più comuni che la definiscono sono appunto: globale e integrata.
  • Sostegno/Supporto sono sostantivi simili che, accompagnati da un aggettivo come reciproco, lascerebbe intendere che l’intervento dei civili (volontari o personale retribuiti che siano) non comporti un mero servizio reso alle funzioni e strutture militari che ne avvertano il bisogno. Ma il comune prefisso su- dei due termini, che rinvia alla preposizione latina sub, indica invece una sostanziale subalternità di una componente della difesa nei confronti dell’altra.

Concludendo, se qualcuno vuole meritoriamente far conoscere, diffondere e proporre concretamente la teoria e la pratica d’un modello di difesa davvero ‘civile’, alternativa e quindi contrapposta a quella militare, non dovrebbe cadere nella trappola di ricorrere a soluzioni pasticciate e di compromesso, né dovrebbe chiedere ad altri di sostenere proposte legislative quanto meno poco chiare.

Questa mia mia breve rassegna di come i nostri partner europei e NATO intendono nei fatti l’integrazione fra difesa civile e militare, così come la denuncia dell’ambiguità semantica del lessico utilizzato per farla apparire indispensabile, vuol essere pertanto un personale contributo ad una necessaria presa di coscienza delle palesi contraddizioni che il movimento per pace italiano rischia di pagar caro.


Note

[i] Cfr. Ermete Ferraro, Difesa civile. Sì, ma quale? (1) 08.07.2026. https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/

[ii] Bundeswehr, Working together for defence. Operational Plan for Germany. A core military element of overall defence. https://www.bundeswehr.de/en/organization/bundeswehr-joint-force-command/missions/operational-plan-for-germany (trad. mia).

[iii] Ibidem

[iv] Bundeswehr, Infrastructure, Environmental Protection and Services. https://www.bundeswehr.de/en/organization/infrastructure-environmental-protection-and-services

[v] Cfr. Wikipedia, voce “Sécurité civile en France”. https://fr.wikipedia.org/wiki/S%C3%A9curit%C3%A9_civile_en_France

[vi] République Française, Code de la défense, Titre II : Défense civile (Articles L1321-1.2). https://www.legifrance.gouv.fr/codes/section_lc/LEGITEXT000006071307/LEGISCTA000006151474/ -(trad. mia)

[vii] Ministére del Armées et des Anciens Combattants. https://www.defense.gouv.fr/

[viii] Ivi, Secrétariat général pour l’administration, Politique RH militarie et civile. https://www.defense.gouv.fr/sga/au-service-armees/ressources-humaines/politique-rh-militaire-civile (trad. mia)

[ix] Ministerio de Defensa, Portal de CESEDEN, IEEE., Miguel Ángel Pérez Franco, Gabinete Técnico de JEMAD, IEEE. Resiliencia y defensa nacional: la fortaleza de la sociedad civil en la nueva realidad geopolítica europeaResiliencia y defensa nacional: la fortaleza de la sociedad civil en la nueva realidad geopolítica europea. https://www.defensa.gob.es/ceseden/-/ieee/resiliencia-y-defensa-nacional-sociedad-civil  (trad. mia).

[x] Ibidem

[xi] Gov.UK, Ministry of Defence, Resilience through Comprehensive Security: UK statement to the OSCE. https://www.gov.uk/government/speeches/resilience-through-comprehensive-security-uk-statement-to-the-osce (trad. mia)

[xii] NATO Standard AJP-3.19, Allied Joint Doctrine for Civil-Military Cooperation, Edition B, Version 1, June 2025. https://assets.publishing.service.gov.uk/media/685a8bdce9509f1a908eb108/AJP_3_19_EdB_CIMIC.pdf

[xiii] Multinational CIMIC Group, After CUCC 2026: turning dialogue into direction. https://cimicgroup.org/after-cucc-2026-turning-dialogue-into-direction/

[xiv] Government Offices of Sweden, Civil defence. https://www.government.se/government-policy/civil-defence/ (trad. mia)

[xv] Cfr. The Swedish Defence Commission’s interim report on the current state of Sweden’s total defence and the security situation, June 2026. https://www.government.se/contentassets/999b43e37fc84384827d09156be6a65f/report-the-swedish-defence-commissions-interim-report-on-the-current-state-of-swedens-total-defence-and-the-security-situation-june-2026.pdf

[xvi] Ivi, 3. Total defence, p. 20 (trad. mia)

[xvii]  Norwegian Ministry of Defence, The Norwegian Defence Pledge Long-term Defence Plan 2025–2036. https://www.regjeringen.no/contentassets/0faae3f9efcf4c2fa0f43e2a15bfbc1d/en-gb/pdfs/the-norwegian-defence-pledge.pdf (trad. mia)

[xviii] Norwegian Ministry of Defence – Norwegian Ministry of Justice and Public Security, Support and Cooperation. A description of the total defence in Norway. https://www.regjeringen.no/contentassets/5a9bd774183b4d548e33da101e7f7d43/support-and-cooperation.pdf

[xix] Ermete Ferraro, Etimostorie #15: SICUREZZA (01.12.2024).  https://ermetespeacebook.blog/2024/12/01/etimostorie-15-sicurezza/

[xx] Ermete Ferraro, Etimostorie #9 – RESILIENZA (12.03.2023)        https://ermetespeacebook.blog/2023/03/12/etimostorie-9-resilienza/


© 2026  Ermete Ferraro

Risposte nonviolente al terrorismo

  1.  Il quadro di riferimento

green dove 1In un precedente articolo dello scorso novembre [i]  mi ero occupato della praticabilità – oltre che della necessità – di forme di resistenza al terrorismo alternative a quelle cui ci hanno voluto assuefare, come se rispondere alle stragi con stragi ancora maggiori fosse l’unica possibilità. In quello intervento, in particolare, mi ero soffermato sul clima di paura, d’insofferenza e di reazione che si era creato dopo i tragici fatti di Parigi, sottolineando come il terrorismo abbia messo a dura prova le nostre fragili sicurezze, inducendo nella maggioranza delle persone un istintivo meccanismo di autodifesa dall’oscura minaccia al nostro stesso modello di vita. La guerra mondiale ‘a pezzetti’, l’insidioso stragismo ‘della porta accanto’ e la ripugnante strategia del terrore, infatti, hanno  suscitato reazioni isteriche. Hanno evocato i peggiori incubi della nostra società globalizzata ed omogeneizzata dal pensiero unico; troppo radicata nel proprio modello di sviluppo per accorgersi delle proprie contraddizioni e, soprattutto, per ammettere che la sua non è l’unica modalità socio-economica e culturale possibile. Ebbene, sei mesi dopo, quel clima di paura e di sospetto sta continuando a generare mostri, alimentando la prevedibile ascesa delle destre nazionaliste e xenofobe e colpendo tutti quelli che, per fuggire a guerre e miseria, ingrossano le file dei migranti nella nostra Europa. Gli ultimi convulsi avvenimenti –sul piano sia del conflitto armato che infiamma il Medio Oriente, sia dei presunti attacchi terroristici di questi giorni – stanno quindi riaprendo una ferita mai rimarginatasi, gettando altra benzina sul fuoco.

Il fatto è che bisogna sì reagire ad un progetto ferocemente integralista e fondato su morte e distruzione, ma bisogna farlo nella maniera esattamente opposta, con le modalità creative e costruttive che la nonviolenza attiva può indicarci. L’alternativa alla barbarie – quella degli attentati ma anche quella dei bombardamenti sui civili – può fondarsi solo su strategie opposte alle logiche di morte, dal momento che “la violenza è il problema, mai la soluzione” [ii]. Il guaio è che l’opinione pubblica continua a restare in preda agli imbonitori della difesa militare, secondo i quali le nostre città diventerebbe più sicure con blindati nelle piazze e soldati armati di mitra agli incroci. Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti: la gente si sente ancora più in pericolo in questo clima di guerra quotidiana, che non ci difende affatto dal terrorismo ma, al contrario, ne realizza proprio la finalità principale, che è quella di spargere ovunque paura e diffidenza. Peraltro, come sottolineavo già in un  intervento dell’aprile 2015 [iii] , la martellante propaganda anti-islamista di questi mesi ha sortito l’unico risultato di generare un estremismo jihadista ancor più feroce, evocando un assurdo clima da crociata e radicalizzando conflitti che erano, fra l’altro, frutto di scelte sbagliate delle potenze occidentali. Eppure si continua a considerare il terrorismo come un fenomeno del tutto indipendente, contro il quale si possono solo assumere provvedimenti drastici per difendere la nostra preziosa ‘civiltà’. Gli interventi armati contro l’avanzare dell’estremismo islamista – che fino a poco tempo fa si evitava pudicamente di denominare ‘guerra’ – si stanno perciò concretizzando sempre più, come se fossero davvero un rimedio all’instabilità politica, alla repressione del dissenso, alle operazioni terroristiche, alla povertà ed all’abbandono che affliggono intere popolazioni, il cui disperato e massiccio esodo verso i nostri confini e le nostre coste sembrerebbe l’aspetto che più ci preoccupa di tale drammatica situazione.

Il fatto è che, al di là della deprecabile malafede di chi ha finora attizzato il fuoco dei conflitti interni ed internazionali e adesso si atteggia a pompiere della situazione, credo che vada sempre tenuto presente il principio ippocrateo: “primum non nocere” . Ecco perché, pur volendo prescindere da considerazioni etiche e dal rifiuto di principio della guerra come metodo di risoluzione delle controversie e dei conflitti, dobbiamo comunque deciderci a prendere atto che anni e anni d’interventi militari negli infiammati scenari mediorientali hanno solo aggravato la situazione, che vede sempre più giovani disperati arruolarsi nelle milizie di Da’ish (ad-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāqi wa sh-Shām).                 Cerchiamo almeno di non far finta che si tratta di forze oscure o di fenomeni che trascendono la nostra realtà. Non siamo di fronte alla ferocia di Lord Voldemort e dei suoi Mangiamorte e pertanto non ci servono bacchette, pozioni o formule magiche per esorcizzare tali inquietanti presenze. Interventi armati e politiche sicuritarie e xenofobe rappresentano le solite ricette fallimentari ed antidemocratiche di chi si ostina a non voler vedere la realtà di un mondo lacerato da ingiustizie, divisioni e violenze. Per contrastarle, però, bisogna che il movimento pacifista, italiano ed internazionale,  impari a contrapporre ad esse soluzioni realmente alternative e nonviolente, sviluppando la ricerca sulla pace, promuovendo esperienze di educazione alla pace e compiendo azioni concrete e quotidiane per la pace.

  1. Prevenzione, difesa nonviolenta, corpi civili di pace

1185067_720472841312856_467797743_nEra questo il sottotitolo del libro che Alberto L’Abate e Lorenzo Porta hanno curato nel 2008 sul tema “L’Europa e i conflitti armati” [iv]. A distanza di otto anni ritengo che quelle proposte restino sostanzialmente valide, anche se lo scenario internazionale è indubbiamente mutato, e non certo in meglio. In sintesi, la loro tesi è che, essendoci varie forme di terrorismo (ad es. ‘di Stato’ o ‘dal basso’), le risposte devono ovviamente essere flessibili, in quanto l’opposizione antimilitarista alla guerra va bene nel primo caso, mentre nel secondo è il caso di ricorrere a strategie di difesa popolare nonviolenta sul territorio, alla mediazione sociale ed alla progettazione partecipata di interventi rivolti ai migranti. Credo che anche adesso le soluzioni alternative perseguibili debbano tener conto di questo trinomio, prevenendo tutte le azioni che alimentano i conflitti, praticando le numerose tecniche della D.P.N. ed allargando l’intervento dei corpi civili di pace. Per prima cosa però, dovremmo demistificare i diffusi luoghi comuni che provocano reazioni inconsulte, come quelli che amplificano la portata degli attacchi terroristici e delle stragi, facendoceli avvertire come un’incombente minaccia alla nostra sicurezza. In un recente articolo sul Washington Post, infatti, questo mito negativo viene sfatato da due studiosi del norvegese P.R.I.O. (Peace Research Institute Oslo), dimostrando che la violenza  esercitata dagli estremisti islamici ha colpito in primo luogo i loro stessi correligionari e connazionali.

 <<I Musulmani stanno combattendo principalmente l’uno contro l’altro, non contro l’Occidente. Mentre gli attacchi nei confronti dei non-Musulmani  comprensibilmente attirano di più l’attenzione dei ‘media’ occidentali, la stragrande maggioranza delle insurrezioni islamiste stanno colpendo i governi nei Paesi a maggioranza musulmana. Infatti, nel corso degli ultimi tre anni, più del 90% delle vittime in tutte le guerre civili sono nei Paesi musulmani, in particolare in Siria, ma anche in Afghanistan e Iraq…>> [v]

Dovremmo smetterla di lanciare gridi allarmistici e pensare piuttosto ad evitare che ogni intervento occidentale si trasformi in ulteriore impulso a nuovi conflitti armati. Se è vero che la fragorosa comparsa sulla scena dell’ ISIS  ha cambiato la nostra visione del terrorismo, dobbiamo però prendere atto che, come osservava Jean-Marie Müller in un editoriale dello scorso novembre:

<<…Da’ish non è lo Stato che pretende d’essere, ma si tratta d’una organizzazione strutturata militare e politica che occupa certi territori e svolge azioni belliche in Iraq ed in Siria. Pertanto, Da’ish non verrà a fare la guerra in Francia e la Francia non progetta alcun intervento sul terreno mediorientale […] Il problema è che proprio la cultura che domina le nostre società è strutturata in base all’ideologia della violenza necessaria, legittima ed onorevole. Disarmare il terrorismo vuol dire disarmare prima quest’ideologia, così da costruire una cultura fondata su un’etica di rispetto, di fraternità e di nonviolenza. Poiché il vero realismo è quello di chi vede nell’estrema ignominia della violenza terroristica l’evidenza della nonviolenza. ‘Il sangue – diceva Victor Hugo – si lava con le lacrime, non col sangue’ …>> [vi]

Ma demistificare il terrorismo mediatico di chi ci vuol fare sentire minacciati nella nostra sicurezza e nella nostra stessa identità socio-culturale è solo il primo passo. Bisogna poi comprendere a fondo il fenomeno terroristico e le sue cause e distinguerlo dalla guerra, che è ben altra cosa. Per citare ancora un noto teorico della nonviolenza come Müller:

<<Il terrorismo non è la guerra. La sua strategia, viceversa, pone come postulato il rifiuto della guerra. Ciò che caratterizza la guerra è la reciprocità delle azioni decise ed intraprese da ciascuno dei due avversari. Ora, per la precisione, di fronte all’azione dei terroristi nessuna azione reciproca può essere intrapresa dai decisori opposti. Questi si trovano infatti nella incapacità di rispondere colpo su colpo a un avversario senza volto e che si nasconde…>> [vii]

Ecco perché, argomenta Müller, alla retorica antiterrorista che parla di ‘negazione del valore della vita umana’ si dovrebbe replicare che, conseguentemente, per sconfiggere il terrorismo di dovrebbe agire con la più grande prudenza e nel massimo rispetto della vita, non certamente i base alla logica mortifera della guerra.

<<Difendere la civiltà, in primo luogo, vuol dire rifiutare di lasciarsi contaminare da questa ideologia. Ciò esige che si rinunci alle operazioni militari che implicherebbe inevitabilmente che si ammazzino degli innocenti […]Pertanto, una volta riconosciuto questo diritto e questo dovere di legittima difesa, la vera questione è sapere quali sono i mezzi legittimi ed efficaci di questa difesa […] Ma per vincere il terrorismo è il caso di sforzarsi di comprenderne le cause e gli obiettivi  […] Per sradicare il terrorismo bisogna sforzarsi di comprenderne le radici storiche, sociologiche ed ideologiche che l’alimentano. […] Se il terrorismo non è la guerra, può ugualmente essere un mezzo di continuare la politica. Possiede allora la propria coerenza ideologica, la propria logica strategica e la propria razionalità politica.  Allora non serve a niente negarlo, brandendo la sua intrinseca immoralità. Dal momento in cui sarà riconosciuta la dimensione politica del terrorismo, diventerà possibile cercare la soluzione politica che esso esige. La maniera più efficace per combattere il terrorismo è privare i suoi autori delle ragioni politiche che essi invocano per giustificarlo [..] Da quel momento, per vincere il terrorismo non è la guerra che bisogna fare, ma è la giustizia che bisogna costruire>> [viii]

Prevenzione, dunque, significa cambiare radicalmente le nostre politiche, che di guerre e terrorismo spesso sono la causa prima, ma anche comprendere le dinamiche di questi fenomeni violenti, per poi fronteggiarli con interventi di matrice opposta. Il guaio è che tali soluzioni alternative risultano quasi pressoché sconosciute a quelle stesse popolazioni che dovrebbero metterle in atto, ma non ne conoscono i principi teorici, le strategie pratiche né le esperienze già realizzate in tal senso.  La difesa civile nonviolenta (D.P.N.), infatti, è di fatto ignota non solo alla gente comune, ma perfino alla maggioranza degli studiosi di questioni internazionali . D’altra altra parte, il ruolo dei corpi civili di pace (C.C.P. ) viene spesso ignorato oppure scambiato con la cooperazione internazionale o con azioni volontaristiche ed umanitarie portate avanti negli scenari bellici.  Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza e di prospettare alcune possibilità per uscire dal circolo vizioso guerra-terrorismo-guerra.

  1. Quali risposte nonviolente al terrorismo?

guerramedioorienteGià nel mio contributo di un anno fa, richiamando un contributo di Eli McCarthy (docente di studi sulla pace all’Università statunitense di Georgetown) cercavo di chiarire quali sarebbero le soluzioni possibili per indurre le popolazioni locali a resistere nonviolentemente all’integralismo islamista ed alle sue operazioni terroriste. In quell’occasione, infatti, citavo gli otto punti della sua proposta [ix], sintetizzabili ulteriormente nei seguenti interventi in loco:

  1. Diminuire le risorse umane, attraverso politiche che dissuadano la persone dall’unirsi alle organizzazioni come l’ISIS, venendo loro incontro con l’offerta di opportunità che rispondano ai loro veri bisogni economici, sociali e culturali;
  2. Promuovere la nascita di gruppi di cittadini per dare più peso alla società civile, riducendo il potere sanzionatorio militare e poliziesco sulla comunità locale;
  3. Ridurre l’intoccabilità di certi principi, mettendo in discussione la sostenibilità etica e religiosa sia delle azioni terroristiche, sia della repressione violenta nei confronti delle donne e delle minoranze interne;
  4. Ridurre le risorse materiali, stimolando la gente del posto a rifiutare o ritardare il pagamento di tasse che alimentino quel regime;
  5. Creare istituzioni alternative e svolgere iniziative di resistenza e non-collaborazione attuando azioni tipiche del repertorio della DPN.

Che qualcosa si stia lentamente muovendo lo si deduce da alcuni segnali positivi, provenienti da aree di crisi come il Pakistan, dove cresce l’opposizione alle risposte violente del governo e finalmente maturano risposte alternative, come quelle proposte da Rwadan Tehreek, il movimento per la tolleranza, che ha organizzato uno sciopero della fame ed un sit-in davanti all’edificio dell’assemblea del Punjab. Secondo il presidente musulmano dell’organizzazione, Abdullah Malik:

<<Il Governo deve attuare una politica di lungo periodo rivedendo il suo programma, cancellando le leggi che spingono all’odio e annunciando una politica globale per demilitarizzare la società. Le autorità devono bandire tutti i tipi di armi e adempiere alla loro responsabilità costituzionale di garantire sicurezza e protezione a tutti i cittadini.>> [x]

Purtroppo l’incalzare degli eventi è tale che non possiamo accontentarci di questi timidi segnali di conversione alla resistenza nonviolenta. Occorre quindi che i paesi occidentali – a partire da quelli dell’Unione Europea – facciano scelte alternative ed intraprendano da subito azioni concrete per invertire la rotta. Un prezioso ‘decalogo’ in tal senso ce lo ha fornito il nostro Nanni Salio, in un articolo apparso a novembre 2015 sul sito del Centro Studi Sereno Regis di cui è stato l’animatore ed il direttore fino alla sua scomparsa, lo scorso febbraio. In questo scritto egli elencava le seguenti dieci azioni alternative:

 1. Interrompere il flusso di armi ai belligeranti  

2. Interrompere i finanziamenti ai gruppi jihadisti

3Affrontare con decisione e concretamente i problemi dei rifugiati, migranti, profughi.  

4. Offrire valide alternative ai giovani immigrati nei paesi occidentali, che vivono in condizioni di degrado e disagio sociale.

5. Avviare processi di negoziato e dialogo con le controparti…

6. Affrontare con serietà, impegno e decisione la questione Israele-Palestina…

7. Istituire una commissione Verità e Riconciliazione per facilitare i negoziati e indagare sulle responsabilità storiche passate e recenti …

8Lavorare alla costruzione di una confederazione del Medio Oriente, sulla falsariga di altre confederazioni già esistenti

9Coordinare azioni di polizia internazionale, che non sono guerra in senso stretto, per individuare e catturare i responsabili degli attentati e processarli

10Avviare processi di ricostruzione partecipata, per rimediare ai gravi danni inflitti alle popolazioni civili con i bombardamenti. >> [xi]

Come si vede, anche in questo caso si tratta di ripercorrere i sentieri delle strategie nonviolente, arrestando innanzitutto il flusso di armi e denaro ai belligeranti, aprendosi a politiche di accoglienza e integrazione dei migranti e studiando provvedimenti di politica estera che si diano l’obiettivo di sanare i conflitti, mediare tra le parti e contribuire a ricostruire le comunità locali, decimate e sconvolte da anni di guerra e di stragi.

C’è poi da ricordare l’articolo che il noto attivista quacchero statunitense George Lakey pubblicò nel gennaio 2015 sulla rivista online Waging Nonviolence, in cui proponeva ed argomentava “Otto modi per difendersi nonviolentemente dal terrorismo”.  Anche in questo caso ne riporto sinteticamente il contenuto:

  1. Costruzione di alleanze e l’infrastruttura di sviluppo economico. La povertà e il terrorismo sono indirettamente collegati. Lo sviluppo economico può ridurne il reclutamento e guadagnare alleati, soprattutto se lo sviluppo è fatto in modo democratico….

 2. Ridurre l’emarginazione culturale. Come la Francia, la Gran Bretagna ed altri paesi hanno imparato, emarginare un gruppo all’interno della propria popolazione non è sicuro o sensato; terroristi crescono in queste condizioni. Questo è vero anche a livello globale….

 3. Protesta nonviolenta / campagne tra i difensori, ed inoltre mantenimento della pace civile e disarmato. Il terrorismo avviene in un contesto più ampio e quindi ne è influenzato . Alcune campagne di terrore sono fallite perché hanno perso il sostegno popolare…

4Educazione ed addestramento al conflitto. Ironia della sorte, il terrore spesso si verifica quando una popolazione cerca di sopprimere i conflitti invece di sostenere la loro espressione. Una tecnica per ridurre il terrore, quindi, è quella di diffondere un atteggiamento pro-conflitto e le competenze nonviolente che sostengono le persone impegnate in un conflitto, per dare piena voce alle loro rimostranze…

5Programmi di recupero post-terrorismo. Non tutte le forme di terrore possono essere prevenute, come accade per il crimine. Tenete conto che i terroristi spesso hanno l’obiettivo di aumentare la polarizzazione….

6. La polizia come ufficiali di pace: l’infrastruttura di norme e leggi. Il lavoro di polizia può diventare molto più efficace attraverso una maggiore politica di comunità e la riduzione della distanza sociale tra la polizia e i quartieri che essa serve. In alcuni paesi questo richiede una ri-concettualizzazione della polizia, da difensori della proprietà del gruppo dominante ad autentici agenti di pace …

7. Cambiamenti di politica e il concetto di comportamento sconsiderato. Talvolta i governi fanno scelte che invitano – quasi vanno cercando – una risposta terrorista … .. Per proteggersi dal terrore, i cittadini di tutti i paesi hanno bisogno di ottenere il controllo dei loro governi e costringerli a comportarsi di conseguenza.

8. Negoziazione. Di frequente i governi dicono: “Noi non negoziamo con i terroristi”, ma quando lo fanno spesso stanno mentendo. I governi hanno sovente ridotto o eliminato il terrorismo proprio attraverso la negoziazione e le capacità di negoziazione continuano a diventare sempre più sofisticate…>> [xii]

Concludendo, è evidente che da noi in Italia c’è ancora molto da fare perché si apra un vero confronto sulle strategie più efficaci per contrastare il terrorismo con modalità alternative. Il movimento per la pace, purtroppo, si presenta frammentato e quindi ancora più debole, mentre le significative esperienze di ricerca sulla pace e di educazione alla pace finora attuate rischiano di essere sommerse dallo strisciante indottrinamento bellicista, giunto massicciamente anche nelle scuole. Eppure, proprio per questo, bisogna che dai movimenti antimilitaristi e nonviolenti ripartano segnali chiari di mobilitazione civile, d’impegno quotidiano, di dialogo finalizzato ad un’azione comune.

Quel che è certo è che bisogna partire dalla formazione al pensiero nonviolento e dall’addestramento alle tecniche della nonviolenza attiva. Mi sembra altrettanto evidente, poi, che bisogna costruire anche un patto tra pacifisti ed ecologisti, perché guerra e terrorismo costituiscono un gravissimo pericolo per l’ambiente naturale e le comunità locali, dal momento che, come affermavo già un anno fa:

 <<… le catastrofi umanitarie corrispondono quasi sempre a quelle ecologiche, essendo frutto della stessa violenza cieca ed irresponsabile>> [xiii]

Ecco perché pace, giustizia e salvaguardia della ‘casa comune’ – come ci ha ricordato Papa Francesco nella sua ultima enciclica – sono strettamente collegate e richiedono risposte organiche. E’ indispensabile infatti che gli uomini facciano pace tra loro ma anche con la natura, ma purtroppo le cose vanno diversamente:

<<La politica e l’economia tendono ad incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Ma quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme d’interazione orientate al bene comune. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono le guerre o accordi ambigui, dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e aver cura dei più deboli…>> [xiv]

Al messaggio di morte e distruzione che vengono da guerre e terrorismo, dunque, bisogna contrapporre risposte di vita, relazioni più giuste ed una difesa della casa comune dell’umanità, che già 700 anni fa l’Alighieri definiva: “l’aiuola che ci fa tanto feroci”. [xv]     La ferocia dei terroristi è la stessa delle guerre e della sistematica distruzione degli ecosistemi ed ha la stessa origine. La nonviolenza è l’unica soluzione possibile da adottare, prima che sia troppo tardi.

NOTE ———————————————————–

[i]  Ermete Ferraro (2015), “Resistere, nonviolentemente “, Ermete’s Peacebook, novembre 2015 > https://ermetespeacebook.com/2015/11/19/resistere-nonviolentemente/

[ii]  Monde sans Guerre et sans Violence (2015), “La violence est le probleme, jamais la solution” > https://www.pressenza.com/fr/2015/11/la-violence-est-le-probleme-jamais-la solution

[iii]  Ermete Ferraro (2015),”La colomba verde ed il califfo nero”, Ermete’s Peacebook, Aprile 2015 > https://ermeteferraro.wordpress.com/2015/04/02/la-colomba-verde-e-il-califfo-nero/

[iv] Alberto L’Abate, Lorenzo Porta (2008), L’Europa e i conflitti armati, Firenze, University Press > vedi e-book ( https://books.google.it/books?id=bmw04syro0wC&printsec=frontcover&dq=L%27Europa+e+i+conflitti+armati&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiQyeCS5erMAhWBFRQKHRmzCngQ6AEIHTAA#v=onepage&q=L’Europa%20e%20i%20conflitti%20armati&f=false )

[v] Nils Petter Gledisch and Ida Rudolfsen  (2016), “Are Muslim contries more violent ?”, Washington Post, 05.16.2016 > https://www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2016/05/16/are-muslim-countries-more-violent/ (traduz. mia).

[vi] Jean-Marie Müller (2015), “La France est-elle en guerre?”, MIR France, 18.11.2015 http://mirfrance.org/MIR/?p=295 (traduz. mia)

[vii]  Ibidem

[viii] Ibidem

[ix] Eli McCarthy (2015), “ISIS: Nonviolent Resistance?” , Huffington Post > http://www.huffingtonpost.com/eli-s-mccarthy/isis-nonviolent-resistance_b_6804808.html   (traduz. mia)

[x] Alessandro Graziadei (2016), “Pakistan: una risposta nonviolenta al terrorismo”, Unimondo, 222.02.2016 > http://www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Conflitti/Pakistan-una-risposta-nonviolenta-al-terrorismo-155592

[xi] Giovanni Salio (2015), “I due terrorismi  e le alternative della nonviolenza”, (20.11.2015) >  http://serenoregis.org/2015/11/20/i-due-terrorismi-e-le-alternative-della-nonviolenza-nanni-salio/

[xii] George Lakey (2015), “8 ways to defend against terror nonviolently”, Waging Nonviolence (22.01.2015) > http://wagingnonviolence.org/feature/8-ways-defend-terror-nonviolently/ (traduz. mia)

[xiii] Ferraro (2015), “La colomba verde e il califfo nero”, cit.

[xiv] Papa Francesco (2015), Laudato si’ – Lettera enciclica sulla cura della casa comune, n. 198 >   http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

[xv] Dante Alighieri, Divina Commedia – Paradiso, XXII, v. 151

4 NOVEMBRE: NON FESTA MA LUTTO

Accorinti--180x140E’ stato questo uno dei primi slogan della mia militanza antimilitarista – scusate il bisticcio…- ed è sempre risuonato istintivamente dentro di me ad ogni ritorno di questa fatidica data. Sì, lo so che l’antimilitarismo non si porta più e che, al massimo, ci si può dichiarare genericamente “per la pace” (“pacifisti” è già troppo impegnativo…).  Il fatto è che quando cominciano ad riapparire sui muri i soliti manifesti con soldati sorridenti e bambini che sventolano bandierine tricolori mi viene una specie di prurito, una vera e propria reazione allergica alla retorica patriottarda che ci affligge da oltre 90 anni, collegando senza giusto motivo la celebrazione dell’Unità d’Italia ed il legittimo orgoglio nazionale alla esaltazione delle Forze Armate.

Questa c.d. “Festa” segue da decenni veri e propri rituali, che si trascinano stancamente e mettono a dura prova la fantasia dei disegnatori dei suddetti manifesti i quali, nel dubbio, riprendono un’iconografia trita e ritrita, fatta di bandiere che garriscono al vento, scie aeree di frecce tricolori, stellette stilizzate e simile ciarpame. Anche le celebrazioni vere e proprie seguono da sempre un rituale consolidato, fatto di alzabandiera, compunti omaggi a base di corone d’alloro ai troppi monumenti ai Caduti, solenni discorsi di circostanza, parate militari ed esposizioni di uniformi di tutti i tipi.  Eggià, perché sarà pur vero che si celebra l’Unità d’Italia, ma è altrettanto vero che a quanto pare nessuno è riuscito finora ad unificare almeno in parte i tanti corpi militari o militarizzati della nostra “Repubblica che ripudia la guerra”.

Parafrasando la nota poesia “’A livella” di Totò, qualcuno potrebbe dire che: “Ogn’anno, il 4 novembre, c’è l’usanza / per i Caduti sventolar bandiere. / Ognuno l’add’’a fa’ chesta crianza / ognuno l’add’a ave’ chistu penziero…”  Però, scusatemi, io non ci riesco proprio a rivolgere il mio pensiero ad un’Italia dipinta come la patria delle forze armate e non degli Italiani.  E con me tanti altri che non riescono ad entusiasmarsi di fronte alle periodiche sfilate di sferraglianti carri armati e che non apprezzano affatto che le nostre piazze e perfino le nostre discariche siano presidiate da truppe in assetto di guerra, come se stessimo a Damasco o Kabul anziché a Napoli o Palermo.

La verità è che il lento logoramento del tempo, la crisi di qualsiasi ideologia e la subdola strategia di chi ha fatto fuori il servizio militare di leva (e al tempo stesso l’obiezione di coscienza) per sostituirli con la “professione soldato” e con un insipido e generico “servizio civile nazionale” hanno di fatto cancellato anni di lotte antimilitariste, di battaglie per affermare la difesa popolare nonviolenta e per la riconvertire l’industria bellica.

La verità è che il nostro beneamato Paese è tuttora tra i primi esportatori mondiali di armamenti ed uno dei più supini alleati in tutte le avventure belliche degli ultimi decenni, regolarmente spacciate per “missioni umanitarie”, o quanto meno come operazioni di “peacekeeping”.

La verità è che solo negli ultimi 10 anni , di questi  “missionari” in armi su vari fronti (dalla Somalia al Ruanda, dalla Bosnia al Libano, dal Kosovo all’Iraq ed all’ Afghanistan) ben 120 italiani, in prevalenza giovani, ci hanno lasciato la vita, allargando la tragica lista dei “caduti”.  Stando all’intollerabile ipocrisia delle versioni ufficiali, però,  –in questi casi si tratterebbe di “caduti di non-guerra”, se non di “martiri” della libertà e della pace…

In questo 4 novembre 2013, l’unica voce di rappresentante del popolo italiano che – fascia tricolore a tracolla sulla maglietta rossa – ha voluto farla finita col coro bipartisan dei politici italioti è stato il neo-sindaco di Messina, Renato Accorinti.    “Si svuotino gli arsenali, strumenti di morte – ha dichiarato nel corso del suo intervento, rivolgendo anche un appello ai sindaci di tutti i comuni italiani – e si colmino i granai, fonte di vita. Il monito che lanciava Sandro Pertini sembra ancora ad oggi cadere nel vuoto. Nulla da allora è cambiato. L’Italia, paese che per la Costituzione ‘ripudia’ la guerra, continua a finanziare la corsa agli armamenti ed a sottrarre drasticamente preziose e necessarie risorse per le spese sociali, la scuola, i beni culturali, la sicurezza. Il rapporto 2013 dell’Archivio Disarmo su ‘La spesa militare in Italia’  documenta come l’Italia abbia speso per l’anno 2013, e spenderà per il 2014 e il 2015, oltre 20 miliardi di euro per il comparto militare (oltre un ulteriore miliardo per le missioni internazionali) a fronte di una drammatica crescita della povertà sociale…” (http://nonviolenti.org/cms/news/356/238/4-novembre-a-Messina-il-Sindaco-con-la-fascia-tricolore-e-la-bandiera-arcobaleno/).

Il Sindaco Accorinti – di fronte ad un imbarazzato pubblico di ufficiali e carabinieri in alta uniforme – ha avuto il coraggio civile di dire pubblicamente ciò che molti Italiani pensano, sottolineando che c’è poco da festeggiare in un Paese dove ci sono nove milioni e mezzo di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Che c’è poco da sventolar bandiere laddove il territorio è stato sempre di più militarizzato, svendendo la sovranità nazionale a chi quasi 70 anni fa ci ha occupato in armi per ‘liberarci’ dai nazisti e continua tuttora ad occuparci in nome di un’equivoca ‘libertà’, che non scaturirà mai dai voli micidiali dei ‘droni’ né dalla rete satellitare e radar che pretenderebbe di controllare tutto e tutti.

Il primo cittadino di Messina è stato il primo amministratore locale che ha colto l’occasione per smascherare il “re nudo” della spesa militare italiana e della subalternità alle logiche USA e NATO che hanno trasformato regioni come la Sicilia e la Campania in portaerei protese sul Mediterraneo e sul Vicino Oriente, trasformando le nostre città  in  “plessi” distaccati del Pentagono.

Dobbiamo allora ringraziare questo anomalo sindaco in T-shirt e fascia tricolore perché non ha voluto accodarsi ai rituali omaggi pseudo-patriottici ed ha invece ricordato ai suoi concittadini – e con loro a tutti gli Italiani – che il “ripudio” della guerra, previsto esplicitamente dall’art. 11 della Costituzione, non può rimanere un’affermazione teorica e vuota, in totale contraddizione con le scelte della politica in materia di difesa.

L’unico modo per onorare i troppi morti in guerra (e nelle recenti non-guerre…) è ripetere con don Milani che “ognuno è responsabile di tutto” e che nessuno può sottrarsi al dovere di rispondere alla propria coscienza. Ecco perché il 4 novembre deve restare una giornata di lutto e di ricordo, ma non deve essere contrabbandato come una “festa” o come celebrazione della “giornata dell’unità nazionale”.

Come cristiano, poi, non posso che ricordare l’appello di don Milani quando scriveva:  “Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano…”  (http://www.panarchy.org/donmilani/obbedienza.html)

L’avvelenamento che ci viene inflitto dal militarismo non è più come quello di una volta, retoricamente nazionalistico e dichiaratamente guerrafondaio, ma proprio per questo è ancora più subdolo. Il volto buono delle Forze Armate – raffigurato dai soldati che soccorrono popolazioni terremotate o distribuiscono latte ai bambini nei luoghi di conflitto bellico – è una pericolosa e continua mistificazione, un imbroglio degno del bispensiero del “Big Brother” orwelliano, per farci credere che “la guerra è pace” e che essere dei buoni italiani significa fare il tifo per alpini, marò e paracadutisti.

Il 4 novembre può essere solo la prosecuzione del contiguo 2 novembre: un giorno di lutto per commemorare i tanti, troppi, nostri fratelli che sono morti, sacrificati sull’altare della patria, o meglio, della mostruosa assurdità delle “inutili stragi” di ieri e di oggi.

paolicelli

Il 4 novembre, per me, è anche l’occasione per ricordare  con rimpianto un’importante figura di obiettore di coscienza, ecopacifista e nonviolento, Massimo Paolicelli,  morto pochi giorni fa, dopo 30 anni d’infaticabile ed entusiastico impegno antimilitarista e disarmista. Purtroppo Massimo è finito prima di poter vedere il sindaco di Messina che mostrava la bandiera della pace – su cui era scritto “L’Italia ripudia la guerra” – davanti ai carabinieri impettiti  nell’omaggio ai Caduti. Peccato: ne sarebbe stato felice e si sarebbe messo anche lui a sventolare festosamente quel simbolo di tante lotte pacifiste.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

Digressione

Premetto che ho un’abitudine che ritengo positiva: evito di sentenziare, parlando o scrivendo, su cose che non conosco a sufficienza e che non ho approfondito. Per uno come me, che di problemi connessi alla pace ed alla nonviolenza si occupa dai lontani anni ’70, è difficile, però, non prendere posizione su una questione scottante come quella riguardante l’opposizione al regime siriano e le prospettive d’un intervento militare esterno, che tanti continuano ad evocare come ‘la’ soluzione.

Eppure non è facile assumere una decisione, quando si è costretti a farlo all’interno della capziosa scelta obbligata tra democrazia e pace, sulla quale lo stesso movimento pacifista italiano, già non molto in salute, recentemente sembra essersi spaccato in due tronconi.

Mi viene in mente Ulisse e la sua mitica ed ingegnosa sfida alle sirene, che avrebbero voluto farlo naufragare attirandolo tra Scilla (“colei che dilania”) e Cariddi  (“colei che risucchia). Lo scaltro Odisseo se la cavò facendosi legare e turare le orecchie, in modo da riuscire a guardare in faccia le due mostruose creature, resistendo però alle loro tentazioni.

Nel mio piccolo, anch’io allo stesso modo non vorrei farmi trascinare in un’assurda scelta fra la Scilla di un intervento armato e la Cariddi di una neutralità che scivoli nella complicità col regime di Assad.  Mi sembra infatti abbastanza evidente che la questione siriana, come viene posta dalla maggioranza dei media, sia l’ennesima dimostrazione del solito, subdolo, armamentario di propaganda bellicista travestita da reazione internazionale ad un regime sanguinario. Proprio su questo particolare aspetto mi sono recentemente soffermato in due articoli sulle “Psy-Ops” che il complesso militare-industriale organizza da sempre, utilizzando le sofisticate armi della guerra psicologica e reclutando insospettabili alleati perfino in campo opposto (1).

Sono peraltro convinto che simili tecniche non siano estranee neppure alla propaganda dei pacifisti a senso unico, sempre pronti ad additare i complotti interventisti dell’imperialismo dei petrodollari, ma troppo reticenti sulle feroci dittature cui le rispettive popolazioni tentano di opporsi, spesso in modo diretto e nonviolento. Ecco perché un po’ tutti, come Ulisse, per non farci ammaliare dalle sirene delle contrapposte propagande, dobbiamo demistificare le loro campagne mediatiche, evitando di cadere nella trappola di chi utilizza una sorta di ricatto psicologico per farci propendere per una o per l’altra soluzione. Scegliere tra due mezze verità, infatti, significa accettare comunque almeno una mezza menzogna. Ma per chi crede che la Nonviolenza sia “la forza della verità” (il gandhiano satyagraha) questa non è certo la soluzione giusta.

Fra la dilaniante Scilla di una pelosa solidarietà coi ribelli, che puntualmente culmina in un’illegittima e violenta aggressione armata allo ‘stato canaglia’ di turno, e la risucchiante Cariddi di un antimperialismo    ‘a prescindere’, che finisce però col legittimare le peggiori dittature, sono convinto che esista una terza possibilità. L’alternativa sia all’interessato interventismo militare sia al colpevole disimpegno negazionista va cercata in ciò che, da decenni, i pacifisti hanno chiamato ‘difesa popolare nonviolenta’, intendendo con questa formula la resistenza civile non armata e sociale di un’intera popolazione al proprio regime dittatoriale, così come ad un’occupazione militare straniera. Il vero problema è che il dibattito avviato positivamente in Italia sulla difesa popolare nonviolenta (DPN) e sulle tante esperienze storiche di resistenza popolare e dal basso a regimi ed occupazioni, alla fine degli anni ’90, si è purtroppo arenato nelle secche di un’incostituzionale controriforma governativa, sulla quale nessuna forza politica ha mai detto una parola. L’abolizione del servizio di leva, infatti, ha scardinato l’ipotesi pazientemente costruita di una componente strettamente civile e nonviolenta delle difesa italiana, facendo sparire in un sol colpo sia gli obiettori di coscienza sia l’ipotesi d’un servizio civile finalizzato alla DPN. In questo quadro – ottimamente sintetizzato in un articolo di Antonino Drago pubblicato anche sul sito di Peacelink (2),  non c’è da meravigliarsi se il dibattito su questa reale alternativa alla difesa ed alla resistenza armata si è progressivamente spento tra gli stessi pacifisti, restando invece confinato al livello teorico di una “ricerca sulla pace” esclusivamente accademica. Lo stesso termine “nonviolenza” ha da troppo tempo cominciato a perdere la sua valenza alternativa, riducendosi ad una semplice etichetta politicamente neutra o, nei casi peggiori, diventando imbarazzante copertura per discutibili istituzioni internazionali, spesso foraggiate da fondazioni, multinazionali e perfino ministeri della difesa.  Mentre i veri nonviolenti perdevano tempo prezioso a disquisire sulla soluzione migliore, dibattendo ad esempio tra “difesa sociale” e “difesa nonviolenta”, una spregiudicata cricca d’intellettuali si è di fatto appropriata questo termine, non più come idea rivoluzionaria e globale, bensì come denominazione di comodo, che offrisse una sponda “pacifista” alle strategie interventiste dei governi “alleati”. A tal proposito, è quanto meno sconcertando scoprire che due delle più autorevoli istituzioni americane intitolate alla nonviolenza – l’Albert Einstein Istitution, il cui leader è Gene Sharp, e l’International Center for Nonviolent Conflict (ICNC), guidata dal finanziere miliardario Peter Ackerman, sono regolarmente finanziate dalle maggiore Corporations, da Fondazioni come la Ford se non, direttamente, da istituzioni patriottiche legate al Pentagono. (3) 

E’ fin troppo evidente il rischio che questo ambiguo sostegno di ambienti finanziari e militaristi alla strategia nonviolenta finisca con lo screditare del tutto le proposte di simili istituzioni, anche quando – come nel caso del guru nonviolento Gene Sharp – esse restino comunque ancorate al rifiuto della resistenza armata e degli interventi militari stranieri. (4)  Questa, però, non è una buona ragione per rinunciare alla ricerca di una strategia davvero popolare, sociale e nonviolenta per sostenere l’insurrezione dei Siriani contro il regime di Assad, pur escludendo categoricamente ogni implicazione in un nuovo, assurdo, intervento bellico in Siria.

Un’utile scheda, curata da Davide Berruti per “Unimondo” può aiutarci a riconoscere le caratteristiche di un’autentica alternativa alla difesa armata, ciò che la rende “difensiva”, “popolare” e “nonviolenta”.  Contrariamente a quanto vorrebbe farci credere una retorica propaganda neo-risorgimentale e ‘partigiana’  (che in Italia sembra accomunare in modo preoccupante la destra ‘liberale’ a quello che resta della sinistra parlamentare, contagiando perfino alcuni pacifisti nostrani), la verità è che un intervento esterno in Siria non agevolerebbe per nulla il “movimento di liberazione” in atto in quel paese, ma innescherebbe reazioni ‘a catena’ ancor più preoccupanti ed imprevedibili.

“Diversamente da quanto accade oggi, quando in presenza di guerre che l’Occidente combatte quasi esclusivamente in territorio straniero, la “difesa” dei diritti umani e della democrazia appare un concetto non sempre distinto dagli interessi di tipo economico o politico. Ecco dunque che la prima condizione che si deve verificare affinché si possa parlare di DPN è che si tratti inequivocabilmente di azioni di “difesa”. D’altra parte la forza di mobilitazione nei casi di intervento all’estero è senz’altro minore e sempre più spesso i sistemi di reclutamento sono basati su incentivi di tipo economico e/o a campagne di sensibilizzazione di tipo nazionalistico e retorico. Questo contraddice con il secondo elemento fondamentale della DPN, ovvero il fatto che sia “popolare” oltre che civile, nel senso che viene avvertita come un impegno condiviso da tutti. Questa è la diretta conseguenza del primo termine “la difesa”: un evento così drammaticamente importante che non può essere delegato ad una struttura esterna (tanto meno privata come nel caso di eserciti di mercenari o “agenzie private di sicurezza”) ma deve essere assunta dall’intera popolazione come impegno primario e fondamentale. Solo su queste basi teoriche il risultato sarà una difesa “efficace” in quanto diffusa, radicata, ampia e completa…” (5)

Ecco perché sono convinto che un intervento straniero nel conflitto siriano, per di più armato e sponsorizzato da chi ha fin troppo evidenti interessi in quello scenario, non potrebbe in nessun modo configurarsi come sostegno all’autentica resistenza nonviolenta di quella popolazione e ad una nuova ‘primavera araba’. Si configurerebbe infatti come un oggettivo appoggio all’ala più militarista ed islamista di quel movimento, seguendo lo sciagurato copione già troppo spesso messo in scena in quel contesto geo-strategico.

E’ altrettanto chiaro, d’altra parte, che non è più sufficiente prendersela col complotto imperialista guidato dagli USA, con la complicità degli stati arabi fidati e dei soliti ‘falchi’ europei. Smascherare le strategie palesi ed occulte di chi vuole l’ennesima guerra è un passaggio necessario, ma non può esaurire la proposta di chi si oppone ad essa ma non vuol chiudere gli occhi di fronte alla dura repressione che si è abbattuta sugli oppositori al regime di Assad.

Ha fatto bene Jean-Marie Muller – un altro ‘maestro’ della Nonviolenza – a dichiarare, nel luglio del 2011:

 “ L’ingerenza politica s’impone. L’urgenza è ripensare l’azione della comunità internazionale in materia di prevenzione e gestione dei conflitti e di sperimentare i metodi dell’intervento civile e nonviolento, aprendo uno spazio politico in cui possano esprimersi le iniziative di pace delle società civili…” (6)

Il guaio è che, in questi mesi, dall’insurrezione inizialmente disarmata e spontanea di tanti Siriani si è passati alla rappresentanza ufficiale del movimento da parte d’un autoproclamato “Esercito di Liberazione della Siria”, sempre più armato ed eterodiretto dai ‘soliti noti’, che non esitano ad utilizzare le armi della guerra psicologica per accrescere la tensione in quell’area e l’allarme degli stati vicini. Resoconti da quel Paese, benché parziali se non palesemente manovrati dai servizi segreti, sono puntualmente e supinamente ripresi dai media nostrani, che puntano sull’emotività per legittimare immancabili “interventi  militari umanitari”.

Solidarizzare con la legittima reazione alla lunga e pesante dittatura baathista, però, non deve impedirci di notare che quest’ennesima ‘primavera araba’ – al di là del palese sostegno occidentale – sta sviluppando ancora una volta preoccupanti spiriti islamisti, aprendo scenari che hanno poco a che vedere con la “democrazia” di cui si fanno interessate paladine le potenze occidentali.

Ha ragione, allora, ad indignarsi Johan Galtung – un altro dei ‘padri’ storici della terza via nonviolenta – quando in un recente articolo ha dichiarato:

“Siamo tutti disperati nell’assistere alle orribili uccisioni, alla sofferenza di chi è privato di tutto, dell’intero popolo. Ma che fare?Potrebbe essere che l’ONU, e i governi in generale, abbiano la tendenza a ripetere sempre lo stesso errore di mettere il carro davanti ai buoi? La formula che usano generalmente è:[1] Liberarsi del n° 1 come responsabile chiave, usando sanzioni; quindi [2] Cessate-il-fuoco, appellandosi alle parti, o intervenendo, imponendo; [3] Negoziato fra tutte le parti legittime; e quindi [4] Una soluzione politica quale compromesso fra le varie posizioni…”  (7)

L’ONU si ostina a seguire sempre lo stesso copione ma, per il celebre peace researcher, sarebbe opportuno invertire quella sequenza, partendo dall’ultimo punto (la soluzione politica), per poi giungere all’armistizio, seguito dall’uscita di scena di Assad. Ma poi, argomenta Galtung, chi ha detto che di soluzione ce n’è solo una? Moltiplichiamo il dialogo tra la popolazione siriana, promuovendolo con l’utilizzo di “facilitatori” dell’ONU, di veri esperti in mediazione popolare, e la forza della creatività avrà la meglio. Ciò che bisogna assolutamente evitare, però, è che si continui a cercare una soluzione con le braccia cariche di armi, alimentando odi e scontri quotidiani. Una soluzione si può sempre trovare ma, ammonisce Galtung:

Non con la violenza. Chiunque vinca sarà profondamente inviso agli altri, in una casa e una regione così profondamente divisa contro se stessa. Non con sanzioni, indipendentemente da quanto profonde e ampie, con la partecipazione di Russia e Cina. È come punire una persona con microbi e il suo sistema immunitario che sta lottando all’interno perché ha la febbre. Più il paziente è debole, più è contagioso. Quel che viene in mente è una soluzione svizzera. Una Siria, federale, con autonomie locali, addirittura a livello di villaggio, con sunniti, sciiti e curdi che intrattengano rapporti con i propri affini attraverso i confini. Un peacekeeping internazionale, anche per proteggere le minoranze. E non-allineata, il che esclude basi straniere e flussi di armi, ma non esclude affatto un arbitraggio obbligatorio per le Alture del Golan (e l’assetto post-giugno 1967 in generale), con lo status di membro ONU in gioco per Israele.” (8)

In un suo articolo su“Waging Nonviolence” Erik Stoner – giornalista e blogger nonviolento, membro del direttivo statunitense della War Resisters’ League – si è soffermato sulla “disciplina nonviolenta come chiave per il successo della rivolta in Siria”. In questo contesto, Stoner cita i risultati di una ricerca americana che, dopo aver analizzato 100 campagne nonviolente dal 1900 al 2006, è giunta alla conclusione che la presenza di un’ala armata di un movimento non accresca le possibilità di riuscita di una rivolta, come dimostra una tabella, da cui si evince che l’assenza di violenza in una campagna porta al 60% le probabilità della sua riuscita, contro il 46% dell’ipotesi contraria.

“ Questo non dovrebbe sorprendere, perché non solo i movimenti nonviolenti che hanno un braccio armato  riducono la probabilità di defezioni dalle forze armate, ma essi, storicamente, riducono anche la partecipazione popolare alla lotta, che è invece la chiave del successo per le campagne nonviolente.“ (9)

Purtroppo, in Italia, la ricerca sulle alternative nonviolente risulta del tutto inadeguata alla necessità di propagare i principi e le tecniche della Nonviolenza in un contesto purtroppo caratterizzato ancora da una diffusa ignoranza in materia o, peggio, da un uso strumentale di questo termine. Ancor più inadeguata, però, appare la capacità, da parte dei movimenti nonviolenti sopravvissuti, di aggiornare le proprie analisi e strategie ad un contesto in continuo cambiamento, collegandosi opportunamente alle grandi organizzazioni pacifiste ed antimilitariste internazionali. Ovviamente il rischio è che istituzionalizzare troppo la ricerca sulla pace e sulla risoluzione nonviolenta dei conflitti possa attirare, come negli Stati Uniti, le interessate attenzioni di chi ha bisogno di una sponda nei movimenti alternativi, per cui non esita a finanziare tali istituzioni e non certo per filantropia.

Quello che assolutamente va evitato è che il già debole movimento pacifista italiano continui scioccamente a frammentarsi, lasciandosi costringere alla scelta tra la Scilla d’una solidarietà che diventi intervento armato, e la Cariddi della dietrologia antiamericana, da cui scaturisca la negazione della dittatura e del diritto stesso dei siriani ad autodeterminarsi. Ecco perché, per quanto mi riguarda, non firmerò alcun appello o documento che non faccia chiarezza sulla questione siriana nel senso che ho cercato d’illustrare finora, sottovalutando la forza della nonviolenza come alternativa sia a nuove ed assurde avventure militari “umanitarie”, sia ad una grave mancanza di solidarietà verso il popolo siriano, su cui si sta esercitando la violenza contrapposta e devastante del regime di Assad e dei suoi oppositori armati e foraggiati dall’estero.

Concludo con una nota più lieve, ricordando un mio articolo sul blog risalente a ben due anni e mezzo fa, intitolato “Cos’‘e pazze!” (10)  nel quale parlavo di un episodio originale e significativo, avvenuto ad Emasa (l’attuale città siriana di Homs) nel 64 a.C. e tuttora ricordato e celebrato dalla tradizionale “Festa dei Pazzi”. Quando questa bella città, vicina a Palmira, stava per essere occupata dalle legioni romane guidate da Pompeo, il locale consiglio escogitò una curiosa soluzione. I cittadini di Emesa avrebbero dovuto fingersi tutti pazzi, comportandosi in modo stravagante e perfino rivoltante, allo scopo di far sentire profondamente a disagio i conquistatori stranieri. La trovata fu messa in atto con grande fantasia e partecipazione popolare, diventando di fatto un ingegnosa manifestazione di resistenza civile e disarmata all’arroganza dell’imperialismo romano. Purtroppo servì solo a ritardarne la conquista dell’impero seleucide e della stessa città di Emasa/Homs, ma costituì un precedente storico davvero molto significativo.

La vera sfida della “pazzia” nonviolenta, oggi come allora, s’ispira alla creatività piuttosto che alla distruttività, alla fantasia delle menti libere anziché alla violenza di chi sa solo ripetere i propri tragici errori.

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  1. E. Ferraro (2012), Quando la guerra si fa con le parole  > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/04/psy-ops-quando-la-guerra-si-fa-con-le-parole/ ) e Idem (2012), Quando la pace si fa con le parole  > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/02/11/peacedu-vs-psyops-quando-la-pace-si-fa-con-le-parole/
  2. A. Drago (2005), L’ingresso della Difesa Popolare Nonviolenta (DPN) nella legislazione italiana  > http://www.peacelink.it/disarmo/a/13056.html
  3. Cfr. quattro articoli di S. Bramhall, pubblicati a Marzo 2012 sul suo sito The Most Revolutionary Act , il primo dei quali s’intitola: “Perché la CIA finanzia l’addestramento alla nonviolenza?” > http://stuartbramhall.aegauthorblogs.com/2012/03/10/iwhy-the-cia-funds-nonviolence-training/ .
  4. Leggi e vedi l’intervista a Gene Sharp del 5.2.2012 di Channel 4 > http://www.channel4.com/news/gene-sharp-people-power-is-syriasweapon
  5. D. Berruti, Difesa Popolare Nonviolenta (scheda) > http://www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Difesa-popolare-nonviolenta/(desc)/show). Vedi anche, in inglese, l’interessante scheda pubblicata sul sito di ‘Nonviolence International’, un network statunitense di realtà nonviolente, fondato dal palestinese M. Awad > http://www.nonviolenceinternational.net/seasia/whatis/book.php?style=pfv
  6. J.M. Muller (2011), Quand le vent de la liberté souffle sur la Syrie > http://nonviolence.fr/spip.php?article578&var_recherche=Syrie
  7. J. Galtung (2012), Syria > http://www.transcend.org/tms/2012/03/syria > traduz ital. in > http://serenoregis.org/2012/03/siria-johan-galtung/.
  8. Ibidem
  9. E. Stoner (2011), Nonviolent discipline key to success in Syria > http://wagingnonviolence.org/2011/11/nonviolent-discipline-key-to-success-in-syria/#more-13471
  10. E. Ferraro (2009), Cos’’e pazze! > https://ermeteferraro.wordpress.com/2009/10/04/cose-pazze/

© 2012 Ermete Ferraro > https://ermeteferraro.wordpress.com

NOI E LA SIRIA: tra Scilla e Cariddi

FINISCE CHE CI CACCIANO PURE DALLA NATO…!

Sono seriamente preoccupato. Ho letto che l’Italia, dal 2008 al 2009, è passata dall’ottavo al decimo posto nella classifica internazionale delle spese militari. Vabbé, c’è la crisi. Però non era un buon motivo per tagliare proprio sulla difesa, riducendo la sua voce nel bilancio e scendendo a meno di 30 miliardi di euro…!
Eppure ce lo avevano raccomandato, quelli della NATO, di non “tagliare” troppo ! Rasmussen, il segretario generale, era stato chiarissimo a tal proposito. “…tagli troppo pesanti mettono a rischio la sicurezza futura e potrebbero anche avere implicazioni economiche negative”. E invece niente. Per non stare a sentire le solite critiche dei disfattisti, mentre gli USA continuano a fare il loro dovere, spendendo il 4,7% del PIL, noi italiani abbiamo fatto ancora una volta una figuraccia, scendendo al 1,5%, meno ancora della spesa media degli europei, che già non raggiunge il 2% !
Naturalmente i pacifisti hanno trovato da ridire anche su questo. Dicono che le spese militari mondiali – secondo il SIPRI – sarebbero aumentate del 6% rispetto al 2008 e che, nel caso degli Stati Uniti, in nove anni sono aumentate quasi del 50%. Embé, che cosa dovrebbero fare gli USA? Starsene a lesinare sulla spesa militare proprio quando i fronti si aprono da tutte le parti?
La verità è che loro hanno tenuto saldamente il primo posto nelle classifiche mondiali, mentre noi rischiamo di finire in serie B, tra quei paesi sottosviluppati che non sanno investire nella propria sicurezza, mettendo in pericolo anche il nostro sviluppo e la stessa civiltà occidentale…
Finora siamo riusciti almeno a restare nella “top ten”, ma se ci lasciamo andare ancora finisce che ci cacciano pure dalla NATO. E poi, che razza di figura ci facciamo con i nostri ‘cugini’ d’oltralpe, che hanno speso 52,3 miliardi di euro? Perfino l’Arabia Saudita ha speso più di noi (33,8) e, d’altra parte, lo dicono pure i giornali che stiamo diventando dei rammolliti pacifisti, visto che negli stessi nove anni, abbiamo ridotto il nostro budget della difesa del 13,3%…
Dice: nel 2009 ogni italiano, grande o piccolo, ha speso 500 euro a testa per le nostre forze armate.
E che c’è di strano in questo? Cosa volete che siano 500 miserabili euro di fronte alla sicurezza del nostro Paese? Gli americani sborsano ogni anno più di 1700 euro ciascuno e nessuno si permette di dire che è troppo! E poi, si fa presto a dire “taglia”… Lo ha detto pure il ministro La Russa che non può mica tagliare sul personale della difesa, e allora finisce che la scure si abbatte sugli investimenti e sulle spese indispensabili. Che dite? Che è stato previsto di mandare a casa 130 mila insegnanti nei prossimi tre anni? E fanno bene! Che ce ne facciamo di tutti questi sedicenti maestri, che accampano solo diritti e che stanno sempre a lamentarsi per questo e per quello? Quello che è certo è che quest’anno stiamo scendendo a poco più di 20 miliardi, cioè appena l’1,3% del bilancio attuale, e c’è chi vorrebbe ancora protestare…! Se non si può ridurre il personale della difesa (appena 185mila uomini e donne, quelli sì che meritano il nostro grazie…) va sicuramente a finire che si dovrà tagliare sugli armamenti. Già li sento i soliti antimilitaristi del cavolo! “Vuol dire che non compreremo più i 131 cacciabombardieri F35 che costano tanto alle casse dello Stato”. Ma di che cosa blaterano quei cretini? Si tratta solo di 13 miliardi e mezzo di euro, da pagare entro il 2016 in comode rate. Mica possiamo andare in giro con i vecchi caccia dell’ultima guerra, che diavolo!
E dire che nel 2009 noi italiani abbiamo fatto invece un’ottima figura con l’industria bellica, visto che le esportazioni di armi italiane sono aumentate del 61% per un valore di 4 miliardi e 900 milioni, grazie anche alle banche che hanno investito saggiamente nel futuro di un’Italia forte!
Bah, meno male che c’è stata la parata militare del 2 giugno e abbiamo potuto rifarci un po’ gli occhi con la sfilata dei nostri bravi soldati ! Oddìo, li chiamiamo soldati, ma effettivamente c’è qualcosa di vero nel fatto che 90 mila militari su 185 mila oscillano fra il grado di generale e quello di sottufficiale. Ma, in fondo, che c’è di strano se abbiamo delle forze armate che per metà sono fatte di comandanti ? Vuol dire che sono un personale molto qualificato, anche se vanno dicendo che soltanto 25 mila uomini sono realmente preparati ed operativi per le missioni di pace che svolgiamo all’estero. E poi, basta con questa vecchia storia dei 40 mila marescialli non qualificati che restano nelle caserme! La colpa è solo di chi per decenni ha voluto demagogicamente l’ “esercito di popolo”, mentre ora abbiamo decisamente cambiato rotta e, non per vantarci, facciamo la nostra figura sui principali scenari di guerra…cioè di ‘ristabilimento della pace’. E per questo non facciamoci mettere sotto dai disfattisti di sempre e gridiamo a una voce: “Viva i Bersaglieri!”
(C) 2010 Ermete FERRARO