PROPOSTE…DISARMANTI

 
Mercoledì scorso ho partecipato all’ incontro caratterizzato da quest’originale titolo, organizzato a Napoli dal “Tavolo Campano per gli Interventi Civili di pace”, in occasione del 29 maggio, in cui si celebra la “Giornata del Peacekeeping”.  Era da un bel po’ che dalla parti nostre non si parlava esplicitamente e qualificatamente di nonviolenza, transarmo, interventi di difesa civile, e non potevo certo mancare a questo appuntamento. E’ stata anche un’occasione per ascoltare interventi molto interessanti (come quello del prof. Pizzigallo della “Federico II” e di Fashid dell’Assopace), per riascoltare la profetica testimonianza di padre Alex Zanotelli, ma anche per incontrare dopo parecchio tempo l’amico e maestro Antonino Drago, che da alcuni anni insegna “Scienze della Pace” all’Università di Pisa e a quella di Firenze.
Le “proposte disarmanti” di cui si è parlato riguardavano in particolare il ruolo dei “Corpi Civili di Pace” (istituiti nel 1991 e confermati nel 2001 dal Parlamento Europeo, ma rimasti lettera morta, fatta eccezione per pochi stati, primo dei quali la Repubblica Federale Tedesca), altre iniziative di formazione alla nonviolenza e la promozione della “Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza” , che partirà fra 127 giorni e cui hanno finora aderito personaggi come Rigoberta Menchù, Evo Morales, Isabel Allende, Josè Saramago, Adolfo Perez Esquivel, Zubin Metha, Arun Gandhi e tanti altri.
Purtroppo non eravamo in molti a quell’incontro e pochi eravamo anche stamane, quando ci siamo visti nella “cappella della pace” di Pax Christi Napoli, per una delle cinque giornate di formazione agli “interventi civili di pace”, finalizzati alla prevenzione e trasformazione dei conflitti. Non è bastato, evidentemente, fare appello alla necessità di approfondire l’addestramento alla soluzione civile e nonviolenta dei conflitti per incuriosire e coinvolgere nuovi soggetti, benché spesso siano già impegnati e attivi in vari campi, dal volontariato alla cooperazione internazionale, dalla educazione alle battaglie per la pace e la salvaguardia dell’ambiente.
La frustrazione che deriva dalle mancate risposte a proposte formative del genere è ovvia, ma – come abbiamo verificato oggi, analizzando modalità e funzioni di uno strumento psico-sociale molto utile per chi si voglia preparare adeguatamente ad un intervento di pace – bisogna superare la naturale delusione e chiedersi quale aspetto del processo abbiamo trascurato o sottovalutato.
Il problema è che c’è troppa gente intorno a noi che ha perso la voglia di formarsi, di confrontarsi e di rivedere le proprie categorie mentali, per cui guarda con diffidenza a questi momenti di analisi e discussione, avvertendoli come una perdita di tempo un po’ accademica, una sovrastruttura teorica inutile o addirittura dannosa, nella misura in cui potrebbe ritardare o condizionare la prassi.
Eppure sappiamo bene, perché ce l’ha insegnato l’esperienza, che l’attivismo spontaneista non porta a risultati efficaci e stabili, se manca un training serio ad interventi alternativi in aree per loro natura conflittuali, che richiedono capacità di ascolto e di analisi della situazioni, ma anche conoscenza di tecniche e strumenti e capacità di gestione delle stesse azioni.
Fare interventi civili di pace, insomma, non può identificarsi con un’operatività volontaristica e velleitaria, ma richiede riflessione, addestramento ed organizzazione. Ovviamente bisogna stare attenti a non cadere nella tentazione opposta: quella, per intenderci, che ha sviluppato a livello internazionale molte esperienze accademiche di peace studies, cristallizzando spesso l’azione per la pace negli stadi della ricerca sulla pace e dell’educazione alla pace e facendola scivolare in una dimensione troppo mentalista e poco funzionale alla pratica.
Da noi in Italia – anche se sono non molti a saperlo – possiamo vantare esperienze coraggiose e qualificate sia di studi sulla pace sia di interventi di pace. Bisogna riprenderle e coordinarle, superando artificiose barriere tra matrici religiose e laiche del pacifismo, tra convinti della nonviolenza e chi non lo è. Bisogna rilanciare un movimento il più possibile unitario, facendo leva su esperienze di azioni civili di mediazione di pace che non rinuncino a diventare qualcosa di meno informale, ma si pongano l’obiettivo di strutturare un’organizzazione realmente alternativa alla difesa armata ed al peacekeeping militarizzato. “Ci sono alternative”, ripetiamo testardamente con Galtung, anche se la pseudo-informazione ed il pensiero unico vorrebbero convincerci del contrario…

TOGLIERE LE BASI ALL’INDIFFERENZA…

          DI ERMETE FERRARO
Sabato 14 marzo a Napoli c’è stata una manifestazione nazionale contro la guerra e le basi militari. Il primo elemento che l’ha caratterizzata è stato l’assordante silenzio dei media e la sonnacchiosa indifferenza d’una città narcotizzata sia dalle emergenze quotidiane di chi ha problemi, sia dal diffidente menefreghismo dei benestanti .
Nell’Antisala dei Baroni, al Maschio Angioino, di mattina c’erano quasi solo gli ‘addetti ai lavori’ a partecipare all’assemblea“Togliere le basi alla guerra”, per cui il confronto, utile e necessario dopo un lungo vuoto d’iniziative, ha riguardato quasi esclusivamente vecchi e più recenti militanti antimilitaristi e pacifisti, napoletani ma anche siciliani, liguri e veneti.
Nel pomeriggio, il colorato e vivace corteo – partito da piazza del Gesù Nuovo e diretto alla Stazione Marittima – ha sì raccolto un universo variegato ed alternativo (giovani dei centri sociali, militanti umanisti, eco pacifisti, aderenti ad organizzazioni cattoliche e missionarie…), ma è sfilato in mezzo ad una Napoli addormentata, distratta ed incapace d’identificarsi nelle pur gravi problematiche che erano al centro della manifestazione.
Militarizzazione crescente del territorio, rischio nucleare, pericoli di una nuova escalation che ci riporti alla guerra atomica, subalternità di governi ed amministrazione alle logiche guerrafondaie della NATO, degli Stati Uniti e della stessa Unione Europea…beh, non si trattava mica di questioncelle secondarie né delle fisime di qualche estremista pacifista. Tanto meno si trattava di problemi che non hanno niente a che fare con quelli quotidiani che angosciano i cittadini di Napoli e della Campania. Eppure era palpabile la tradizionale strafottenza di una comunità che da anni piange sui suoi guai, ma non riesce proprio a dargli un nome e a fare qualcosa per scrollarseli di dosso…   (SEGUE)

TOGLIERE LE BASI DELL’INDIFFERENZA (2)

Prima ancora di “togliere le basi alla guerra”, allora, bisognerebbe forse cominciare – tutti insieme – a buttar giù le basi culturali, sociali e politiche di un modo assurdamente individualistico di vivere i problemi, che impedisce di coglierne la dimensione collettiva e, soprattutto, l’ottica preventiva che impedisce di aspettare che le questioni ci cadano addosso per cominciare a muoverci. Gà, bisognerebbe proprio iniziare col togliere le basi dell’indifferenza, della diffidenza indistinta verso la politica tradizionale e quella alternativa, della tenace ed inspiegabile resistenza della gente al cambiamento.
Chi vive ogni giorno in una Napoli occupata da basi e comandi militari, nuclearizzata dalla presenza di portaerei e sottomarini, presidiata per la strada e nelle discariche da militari armati, non può considerare normale tutto ciò.
Chi è cittadino di un comune, di una provincia e di una regione dove le decisioni sono sempre calate dall’alto, senza un minimo di rispetto per la volontà reale della gente, non può certo pensare che questa sia democrazia.
Chi vive quotidianamente il contrasto tra la crescente difficoltà di sopravvivere ad una crisi occupazionale, ambientale e sociale e lo sperpero oltraggioso ed arrogante dei nuovi ricchi, non può ritenere che tutto questo abbia qualcosa a che fare con la normalità.

Ecco perché bisognerebbe coniugare ancor di più di prima le lotte antimilitariste ed antinucleari con quelle per la difesa della risorsa acqua, per la tutela degli ecosistemi – urbani e non -minacciati, per un modello di sviluppo e di energia che sia l’esatto contrario di quello attuale, in nome dell’ambiente ma anche della giustizia e di una visione comunitaria, equa e solidale di convivenza civile.
Però tutte queste restano solo parole, se non ci rimbocchiamo le maniche e se, ciascuno nel proprio ambito oltre che dentro le proprie organizzazioni, non cominciamo a “contestare” questo sistema di morte nelle nostre scelte di tutti i giorni. Ritirare i propri soldi dalle ‘banche armate’, fare obiezione fiscale alle spese militari, fare ricorsi ed altri atti di disobbedienza civile contro scelte suicide come il nucleare, cambiare stile di vita e testimoniare giorno per giorno l’alternativa in cui crediamo, educando i nostri figli a fare lo stesso: questa è la strada. Bisogna però anche protestare, manifestare, ritornare a fare politica in prima persona. Come si diceva negli anni ’70: “meglio attivi che radioattivi”

CIAO, MARIO…!

borrelli3Lettera a Mario Borrelli

di Ermete Ferraro

Ciao Mario! Ieri sera, nella “tua” vecchia parrocchia di Mater Dei non eravamo in tanti a ricordarti, e comunque neanche ai tuoi funerali, giusto un anno fa e nella stessa chiesa, c’erano tutti quelli che pur devono molto alla tua incredibile esperienza di padre e di maestro. D’altra parte non sarebbe bastato il Duomo se fossero intervenuti alla santa messa in tuo ricordo le centinaia di ex-scugnizzi tuttora sparsi per il mondo, di ex-baraccati, di ex-prostitute, per non parlare delle migliaia di lavoratori, disoccupati, donne, vecchi e bambini ai quali la “Casa dello Scugnizzo” ed il Centro Comunitario di Materdei hanno offerto per 57 anni non solo uno spazio unico per stare insieme, ma un’accoglienza solidale e fattiva, un’occasione inostituibile per crescere come persone, come gruppo e come comunità.

Un anno fa a darti l’ultimo saluto, oltre a parenti e amici ed a noi vecchi amici e collaboratori della Fondazione, c’erano stati alcuni di quelli  che hanno condiviso almeno una tappa della tua fantastica avventura, come: Tonino Drago, Giuliana Martirani, Samuele Ciambriello, Geppino Fiorenza, Donatella Trotta, ed a rappresentare la Chiesa di Napoli era venuto un vicario episcopale, latore e lettore di un messaggio del Cardinale. Ieri, invece, erano presente tra noi il Sindaco Jervolino e l’assessore Cardillo, per testimoniare di persona il riconoscimento, sia pur tardivo, di una città che ha il brutto vizio di dimenticare i grandi uomini ai quali ha dato i natali e che, proprio come hai fatto tu, l’hanno fatta conoscere in tutto il mondo, …

Enrico Cardillo, in un articolo pubblicato dal “MATTINO” dopo la tua morte, così ti descriveva: “Tu, famoso nel mondo come apostolo dei poveri, non violento ma straordinariamente carismatico nell’organizzare e sostenere le lotte per la casa, il lavoro, l’autoriduzione di affitti insostenibili, la salute durante il colera, l’aumento del pane, l’istruzione pubblica gratuita, la pace nel mondo. Poi vennero anche film e libri che narravano la tua storia, quella di Don Vesuvio, il prete degli scugnizzi”. E poi ricordava le decine di personaggi che ti hanno incrociato in quegli anni eccezionali, tra cui Luigi e Donato Greco, Mariella La Falce, Felice e Mariella Pignataro, Tonino Drago, Giovanni Tammaro, Claudio Ciambelli, Paolo Giannino, Goffredo Fofi, Luciano Carrino, Massimo Menegozzo, Piero Cerato, Geppino Fiorenza, Vittorio Dini, Fabrizia Ramondino, Domenico De Masi, Enrico Pugliese, Percy Allum, Giuliana Martirani e tanti altri. Un mondo “alternativo” che oggi ci sembra quasi incredibile, composto di pediatri di base e animatori socioculturali, di fisici e giudici, di scrittori e sociologi, di credenti e non credenti, tutti uniti però dalla voglia di cambiare la loro realtà “dal basso” (allora di diceva così, anche se oggi questa espressione suona ormai un po’ strana…).

Beh, quello che è certo è che “in basso”, tra gli “ultimi” ci sei rimasto tu per mezzo secolo, in quella che Cardillo, sempre nel suo articolo, definiva la “Napoli degli esclusi, dei più poveri, di quelli cui vengono negati i diritti” e che tanto “doveva al tuo insegnamento forte e non violento”.  Eppure quella “città che ti deve tanto” non era realmente presente ai tuoi funerali né, ieri, al ricordo dell’anniversario della tua morte, che ha spento la tua esistenza terrena ad Oxford, dove vivevi ormai da circa dieci anni. Come si dice di solito in questi casi: nemo propheta in patria”…? Non lo so, ma d’altra parte non è un certo un caso se, invece, il prestigioso “TIMES” di Londra ti ha riservato un lungo articolo, nel quale racconta …Don Vesuvio, la Tigre di Napoli, il Santo di Napoli, il “Provocatore”, definendoti “visibile trionfo di dedizione cristiana e di una determinazione che non si lascia piegare dalle avversità” e ricordando il tuo “senso di convinzione senza compromessi”. Non è un caso nemmeno che l’altrettanto prestigiosa LSE (London School of Economics) – dove negli anni caldi 1968-70 conseguisti una laurea magistrale in “amministrazione sociale” – abbia pubblicamente celebrato il tuo percorso di operatore sociale d’avanguardia, laddove la nostra Università ed altre istituzioni accademiche non hanno ricordato neppure con una riga la scomparsa di un grande figlio di Napoli, il solo che sia riuscito a mettere d’accordo la teologia con la sociologia, la ricerca storica con una pionieristica peace research, il gusto genuino per la tradizione del popolo napoletano col netto rifiuto di ogni forma di folklore che, in nome del profitto, inchiodi Napoli alla sua squallida “filosofia della miseria”.

E poi, dov’era – un anno fa come anche ieri – quella “chiesa del dissenso” che ti haMario ed io visto protagonista per anni, come primo direttore della rivista “IL TETTO” e come instancabile animatore di quel “Coordinamento dei gruppi volontari”, che riuscì a riunire a Materdei le migliori espressioni del mondo cattolico più impegnato, dei gruppi nonviolenti e per l’obiezione di coscienza e di quelle “comunità di base” di cui resta solo un pallido ricordo? Ti sarà bastato il messaggio inviato al tuo funerale dall’attuale Arcivescovo  per cancellarti dalla memoria tanti anni di freddezza, di gelido distacco, di diffidenza malcelata, che ti hanno seguito nel tuo difficile percorso da “outsider” di tutte le istituzioni, fossero ecclesiastiche ma anche civili e politiche?  E che fine hanno fatto quelli che oggi si sciacquano la bocca con termini come welfare community o empowerment, ma non sanno (o hanno preferito scordarsi…) che per decenni sei stato tu il solo riferimento internazionale nel piccolo mondo antico dell’assistenzialismo nostrano, e che i tuoi saggi che parlavano di “coscientizzazione e sviluppo comunitario” li hai scritti quando qui da noi neppure si parlava di “politiche sociali” …?

Simona Petricciuolo, in un suo articolo su di te pubblicato su “IL MATTINO”, ha scritto: Borrelli ha dimostrato che era possibile svincolarsi da tutti i poteri, lui che da sacerdote, per seguire al meglio la propria vocazione, si è dovuto svincolare anche da quello della Curia, e fare qualcosa di concreto per aiutare che ne aveva bisogno”. Mi sembra che effettivamente abbia saputo cogliere quanto sia stata sempre difficile e contro-corrente ogni tua scelta, anche quando era quella di essere “semplicemente un cristiano”, come dichiarasti in una tua vecchia intervista alla BBC, respingendo “con impazienza” – per citare ancora “THE TIMES” – la tendenza a trasformarti già in vita in “santo virtuale”… Eppure non facile tentazione, visto che per anni sei stato considerato quasi un super-eroe, grazie al libro di Morris West – citato perfino dalla moglie del presidente degli USA, Eleanor Roosvelt – al film in bianco e nero su “Don Vesuvio”, alle centinaia di articoli ed interviste radiotelevisive, alla tua stessa fama di esperto internazionale di sviluppo e di pace, invitato a far da relatore per la comunità Europea, per la Nazioni Unite e in decine di forum mondiali sull’educazione alla pace.

Sai una cosa, Mario? In questa prima settimana di Quaresima mi è tornato spesso alla mente il termine “incarnazione”, parola-chiave della tua esistenza religiosa e laica al tempo stesso. L’amore senza timore per Dio; la vera solidarietà ( che può essere solo da uguali) verso la sofferenza dei fratelli; la speranza operosa nel cambiamento; la sete di giustizia e di pace; la difesa d’ufficio dei diritti dei più deboli e degli ultimi – che sono poi il centro vivo della “buona notizia” di Gesù – avevano per te l’esigenza di “incarnarsi”, di diventare realtà concreta (e sofferenza vera…) qui e ora. Nessuno più di te amava le parole e la loro magia, e questa era una delle cose che – insieme con la scelta dei poveri – mi hanno fatto sempre sentire vicino a te, al tuo gusto filologico, alla tua ricerca d’insospettabili collegamenti tra concetti e parole… Eppure hai scritto, presentando un libro di Francesco de Notaris: …Il dilemma è sapere che cosa significa la nostra parola, da dove parte e cosa vuole… Ci siamo fatti prigionieri della parola. La parola si è staccata dalla persona come strumento o paravento o difesa. Chi parla quando nessuno vuol sentire parla a se stesso. E se uno parla a se stesso, perchè parla? […] La Parola si è fatta carne e si è tuffata nel nulla e si è nascosta tra gli uomini nel silenzio e nel dolore e si è fatta luce, forza, sostegno, speranza concreta e resurrezione. I rami sono le radici del cielo, come le radici sono i rami della terra. Rifacciamoci con fatica e dolore le nuove radici anche se l’albero sta imputridendo, da liberi e giusti e solidali con tutti quelli cui la storia degli umani ha riservato lo stesso disumano destino sociale”.

Ecco, tu sei riuscito effettivamente a vivere libero, giusto e solidale con tutti quelli che il nostro disumano “progresso” ha lasciato e continua a lasciare indietro, soprattutto in quest’epoca di globalizzazione selvaggia e di religione iperliberista del materialismo, che  emargina sempre più chi non regge il passo e finisce con l’inciampare, mentre di “buoni samaritani” ce ne sono rimasti molto pochi, e alla carità cristiana si è preferito sostituire l’assistenza burocratica o lo pseudo-volontarismo del non-profit”…

Quando Donatella Trotta t’intervistò, per il “MATTINO”, seppe cogliere in te: “…un lampo nello sguardo dalla trasparenza dell’ acquamarina rimasto aguzzo: ad evocare un’antica, indomita focosità stemperata soltanto dall’età e dai…capelli bianchi”. Ed è effettivamente difficile non ricordare i tuoi incredibili occhi azzurri, che trapanavano l’interlocutore con lo sguardo indagatore e un po’ sfottitore che non hai mai perso, e che affiora perfino nella tua ultima intervista davanti ad una telecamera, che ora abbiamo trasformato in un film per ricordarti meglio alle nuove generazioni. “Del resto – commentava la giornalista – [Borrelli] non ha mai avuto peli sulla lingua l’ex “Don Vesuvio” che più di cinquant’anni fa scelse di intrecciare concretamente la propria vita di sacerdote oratoriano e fine studioso con gli scugnizzi orfani del dopoguerra napoletano, con i baraccati e le puttane senza diritti, vivendo e combattendo con loro on the road al di là di ogni convenzione, da scomodo e ribelle prete-scugnizzo e polemico avventuriero di Dio, vagabondo tra i vagabondi e maieuta caparbio e insofferente a qualunque forma di sopraffazione e iniquità dell’uomo sull’uomo”.

Effettivamente tu sei stato tutto questo:  “sacerdote e fine studioso” ma anche “scomodo e ribelle prete-scugnizzo”. Anche la definizione di “polemico avventuriero di Dio” ti sarebbe piaciuta, perché diametralmente opposta a quella colorita definizione di “filibustiere di Dio” con cui spesso gratificavi uno dei rappresentanti di quella “chiesa con la ‘c’ minuscola” da cui ha sempre preso le distanze. Anche “vagabondo tra i vagabondi” rende bene gli anni da te vissuti intensamente tra carbonai, operai, baraccati, girando con la tua “chiesa mobile” dove c’era lo spazio per le “guarattelle” così come per il Santissimo, e dove il latino, il napoletano e l’inglese si erano sposati incredibilmente in una comunicazione in cui la parola serviva davvero a testimoniare la verità.

Ciao, Mario! Ci manchi, mi manchi tanto… Non voglio affatto trasformarti in un “santino” – anche perché so che mi prenderesti a male parole –  ma spero tanto che questo mio ricordo riesca a raggiungerti e a farti sentire quanto abbiamo ancora bisogno del tuo esempio, della tua profondità di pensiero, della tua ironia, delle tue provocazioni, come quando hai dichiarato, nell’ultima intervista che vedremo presto come film, che il futuro non ha senso, se non ha radici nel nostro personale presente, concetto che bene esprimevi anche nella presentazione al libro di De Notaris:

“Se i semi del nostro futuro non sono nel nostro presente passeremo alla storia come muti testimoni di una città morta. Quale alternativa resta al ‘silenzio della ragione’ ? La protezione dei santi morti che tardano a fare miracoli o dei santi vivi che non sentono la responsabilità di operarli?. La speranza non può esaurirsi in un futuro di cose da possedere ma in un futuro di uomini disposti a cambiarsi. Se permane un’atmosfera di emergenza, di anormalità, di eccezionalità,di escatologia, di messianismo sociale, i piani futuri saranno concepiti in un contesto di dipendenza e di servitù.”

  Aiutaci, Mario, stacci vicino, soprattutto in questo periodo di continue e artificiose “emergenze”, per costruire insieme, dal basso, quel “futuro di uomini disposti a cambiarsi”, senza aspettare miracoli né nuovi messianismi. Forse così riusciremo davvero a proseguire il lavoro che hai portato avanti per tanto tempo, testardamente e controcorrente, e dimostreremo di aver capito la tua lezione. Ciao, Mario, e grazie!

        Ermes

“VIENI AVANTI, CHRETIEN !”

                                                di Ermete Ferraro

Ricordate la vecchia ma celebre battuta che introduceva gli sketch dei fratelli De Rege?  Quella frase, rivolta dalla "spalla" al protagonista comico ("Vieni avanti, cretino!")  mi è curiosamente tornata in mente stamattina, mentre riflettevo sull’evangelo di questa domenica, dedicato al brano di Matteo sulle "Beatitudini".

Il fatto è – ma pochi lo sanno –  che il termine spregiativo "cretino"  è nato dalla deformazione del francese "chrétien", come offesa ai Cristiani che avevano preso sul serio quelle affermazioni programmatiche di Gesù  e cercavano di testimoniare concretamente e tangibilmente la propria fede , applicando alla vita quotidiana la "pazzia" dell’evangelo. D’altra parte, parliamoci chiaro, senza una vera "metànoia", cioè un cambiamento radicale del nostro abituale modo di pensare e di agire, ci vuole effettivamente un bel coraggio a proclamare "beati" i poveri, gli afflitti, gli affamati e i perseguitati! Come diavolo ci verrebbe in testa, altrimenti, di esaltare l’umiltà, la mitezza, la misericordia, la purezza interiore, la sete di giustizia e di pace in un mondo in cui chi non è arrogante, prepotente, sospettoso e violento sembra destinato a soccombere miseramente? Insomma, bisogna essere proprio dei "chrétiens" per chiamare beate le vittime di un contesto ingiusto e oppressivo, invitandole perfino a "rallegrarsi ed esultare" !

Mi è poi venuto in mente che l’espressione italiana magari !(resa ancora più fedelmente dal napoletano " ‘mmacàro" ) non è altro che la ripresa letterale dell’esclamazione greca che l’evangelista Matteo volle ripetere ben nove volte per proclamare le "beatitudini" secondo Gesù di Nazareth, la nuova tavola dell’unica legge che conta, quella dell’amore.  Il passo evangelico di questa domenica, infatti, ci ripresenta il discorso-chiave della sua predicazione, ritmato nella lingua greca da quel martellante "makarioi"  che si pronuncia proprio: makàrii…. Probabilmente il termine ebraico-aramaico usato originariamente da Matteo era מאשר  (meushàr), il cui suono risulta abbastanza simile a quello dell’aggettivo greco (M-SH-R/ M-K-R) e che significa: "felice", "approvato". La traduzione italiana, figlia di quella latina ma un po’ meno fedele, è stata "beati", la cui etimologia si può forse far risalire alla radice di "bene"/"buono", nel senso di "colmi di beni.

E di quali beni, poi, sarebbe poi colmato il Chrétien? Esattamente di tutte quello che noi chiameremmo normalmente "guai", "sciagure", "sventure" e via elencando; parole indicanti qualcosa che nessuno mai si augurerebbe: povertà, afflizione, bisogno, persecuzione… Siamo onesti! Chi di noi si rivolgerebbe ad un’altra persona esclamando: "Magari tu fossi povero, afflitto, affamato e perseguitato!" senza attendersi in risposta qualche espressione assai poco evangelica? Eppure è proprio questa logica paradossale, questa "follia" evangelica, questa incredibile "stoltezza" che dovrebbe contraddistinguere i veri cristiani.     Lo  ribadiva chiaramente san Paolo nella seconda lettura di questa domenica, tratta dalla prima lettera ai Corinzi: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stoltezza per confondere i sapienti; Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignorabile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio." (I Cor 1,27ss)

La "buona notizia" di Gesù Cristo è resa efficacemente in questa apparentemente paradossale chiave di lettura, l’unica che ci può indurre ad aspettarci serenamente ciò che nessuno mai si augurerebbe e che, è bene chiarirlo, non diventa automaticamente buono solo perché può fungere da strumento della nostra santificazione. Il discorso di Cristo non è affatto l’esaltazione della sofferenza patita né può in alcun modo giustificare coloro che affliggono il loro prossimo e  lo lasciano  nella fame e nella sete, oppure che fanno le guerre e perseguitano chi gli è d’intralcio. Anche se la versione di Matteo sembrerebbe rinviarci ad una giustizia futura e ad un riequilibrio trascendente, la verità è che il regno di Dio lo dobbiamo realizzare ,già su questa terra, noi figli di quell’Adam che dalla terra (adamà) prese il suo nome.

Il programma alternativo di questo regno è tanto semplice quanto assurdo per la nostra mentalità: dobbiamo diventare: "poveri in spirito", cioè umili, ma anche "miti", "misericordiosi", "puri di cuore", "operatori di pace". Attenzione: nessuno dice che dobbiamo andarci a cercare masochisticamente afflizioni, sofferenze, disprezzo, diffamazioni ed insulti, ma il guaio è che sappiamo bene che chi decide di imboccare la "porta stretta" di Gesù, seguendolo su questa difficile strada, ha ottime probabilità di tirarsi addosso, una dopo l’altra, queste spiacevoli conseguenze… 

E allora facciamoci reciprocamente coraggio, perchè sappiamo bene, da duemila anni, che "il mondo" è pronto a ridicolizzarci e a trattarci da cretini se soltanto proviamo a mettere in pratica ciò in cui crediamo e se non rinunciamo a testimoniarlo con la nostra vita di tutti i giorni. E magari  ci riuscissimo davvero !…

TERRA: CASA COMUNE DELLA FAMIGLIA UMANA

          di Ermete Ferraro 

Il primo gennaio, dichiarato da molto tempo “giornata mondiale della pace”, anche per questo 2008 è contrassegnato da un significativo messaggio di fine d’anno del Papa. Già lo scorso anno, come referente per l’ecopacifismo di VAS, ebbi modo di sottolineare – in una lettera indirizzata all’arcivescovo di Napoli, l’importanza del riferimento di S.S. Benedetto XVI alla necessità di una vera “ecologia della pace” (vedi: http://www.vasnapoli.org/Lettera%20Card.%20Sepe%20-%20ecopax.htm).

Anche il messaggio di quest’anno – “Famiglia umana, comunità di pace” – mi sembra in linea con una visione religiosa che sa farsi globale, riuscendo a portare il magistero della Chiesa dall’ambito etico, e specificamente evangelico, a quello che tocca, in modo significativamente integrato, i temi dello sviluppo, della pace e dell’ambiente.

Leggendo attentamente le parole del Papa, infatti, si comprende quanto sarebbe sciocco e banale confinarne il significato nel contesto della “riscossa” cattolica sul problema della famiglia, contrassegnata dal Family Day spagnolo. Il richiamo al primo e fondamentale nucleo dell’aggregazione sociale mi sembra dettato, piuttosto, dalla volontà di lanciare un ennesimo appello ai cristiani – ed ai credenti più in generale – perchè facciano davvero la loro parte per costruire dal basso la pace, partendo proprio dall’ambito primario della convivenza e, per contrasto, del conflitto.

“Per questo la famiglia è la prima e insostituibile educatrice alla pace”chiarisce Benedetto XVI, specificando più avanti che “…il lessico familiare è un lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l’uso del vocabolario della pace […] Pertanto, chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto familiare rende fragile la pace nell’intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale « agenzia » di pace”.

Che il richiamo alla centralità della difesa della famiglia – come progetto esistenziale più che come pura e semplice istituzione –  non sia fine a se stesso è dimostrato dai paragrafi successivi del testo pontificio, che utilizzano la realtà familiare come parametro di riferimento per spaziare su questioni molto più ampie e globali, come l’intera comunità umana, il suo rapporto con l’ambiente naturale di cui fa parte, il modello di sviluppo economico ed il rischio di una escalation del militarismo e del bellicismo, che minacciano – insieme con le emergenze ambientali – la stessa sopravvivenza umana e la pace mondiale.

Non si tratta di questioni distinte, è il caso di ribadire, perché da decenni ormai il magistero della Chiesa Cattolica – in sintonia ecumenica con le altre confessioni cristiane – mi sembra rimasto il solo che riesce a coniugare costantemente il trinomio che dovrebbe contrassegnare un progetto davvero alternativo: giustizia, pace e salvaguardia del creato. Ecco allora che l’ecologia della pace si integra, anche in questo caso, con un’analisi inequivocabile dei rischi di un’economia iniqua, sempre più globalizzata ed incapace di discostarsi dal profitto a tutti i costi.

Pur confermando il “primato” dell’uomo su tutto il creato, Benedetto XVI ammonisce che: “La famiglia ha bisogno di una casa, di un ambiente a sua misura in cui intessere le proprie relazioni. Per la famiglia umana questa casa è la terra, l’ambiente che Dio Creatore ci ha dato perché lo abitassimo con creatività e responsabilità. Dobbiamo avere cura dell’ambiente: esso è stato affidato all’uomo, perché lo custodisca e lo coltivi con libertà responsabile, avendo sempre come criterio orientatore il bene di tutti”. Non si può fare a  meno d’improntare le scelte ecologiche ad una necessaria gradualità ma, precisa il Papa:  “Prudenza non significa non assumersi le proprie responsabilità e rimandare le decisioni; significa piuttosto assumere l’impegno di decidere assieme e dopo aver ponderato responsabilmente la strada da percorrere, con l’obiettivo di rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio…”.

Un significativo banco di prova della volontà di questa auspicabile “metànoia”, aggiunge il Pontefice, è proprio quello delle scelte energetiche: “Una duplice urgenza, a questo riguardo, si pone ai Paesi tecnologicamente avanzati: occorre rivedere, da una parte, gli elevati standard di consumo dovuti all’attuale modello di sviluppo, e provvedere, dall’altra, ad adeguati investimenti per la differenziazione delle fonti di energia e per il miglioramento del suo utilizzo. I Paesi emergenti hanno fame di energia, ma talvolta questa fame viene saziata (proprio) ai danni dei Paesi poveri…”.

Per uscire dal consumismo devastante dei nostri tempi, però, occorre cambiare profondamente i nostri stili di vita e, giustamente, il Papa sottolinea che il luogo dove questo può diventare possibile, in prima istanza, è proprio l’ambito di una famiglia che sappia ridiventare modello di convivenza civile e di comportamenti sani e responsabili:  “… la famiglia fa un’autentica esperienza di pace quando a nessuno manca il necessario, e il patrimonio familiare — frutto del lavoro di alcuni, del risparmio di altri e della attiva collaborazione di tutti — è bene gestito nella solidarietà, senza eccessi e senza sprechi.”  Un “patrimonio trascendente di valori”, vissuto e condiviso all’interno della famiglia, diventa così il mezzo migliore perché i giovani imparino a gestire saggiamente sia i beni materiali, sia le relazioni sociali. L’etica familiare non è disgiunta, infatti, da quella cui dovrebbero sottostare anche le relazioni economiche, poiché, afferma con forza Benedetto XVI :”Occorre …tenere in debito conto l’esigenza morale di far sì che l’organizzazione economica non risponda solo alle crude leggi del guadagno immediato, che possono risultare disumane”.

Le stesse relazioni internazionali, laddove si spegne l’impulso etico di una visione fraterna dei rapporti interpersonali e sociali, vengono sottomesse all’iniqua legge del più forte: “Nella famiglia dei popoli si verificano molti comportamenti arbitrari, sia all’interno dei singoli Stati sia nelle relazioni degli Stati tra loro. Non mancano poi tante situazioni in cui il debole deve piegare la testa davanti non alle esigenze della giustizia, ma alla nuda forza di chi ha più mezzi di lui”.  La prima è fondamentale situazione in cui gli organismi di arbitrato internazionale devono ristabilire le regole è, ovviamente, quella dell’assurda corsa agli armamenti e del proliferare di conflitti armati su tutti gli scenari mondiali. Su questo il Papa lancia un accorato appello alla: “…mobilitazione di tutte le persone di buona volontà per trovare concreti accordi in vista di un’efficace smilitarizzazione, soprattutto nel campo delle armi nucleari. […] sento il dovere di esortare le Autorità a riprendere con più ferma determinazione le trattative in vista dello smantellamento progressivo e concordato delle armi nucleari esistenti”.

Questo denso e significativo messaggio per la giornata mondiale della pace 2008 si conclude con un’esortazione che – come ecopacifista e come cattolico – mi sento di sottoscrivere, in occasione di questo Capodanno:

"… invito ogni uomo e ogni donna a prendere più lucida consapevolezza della comune appartenenza all’unica famiglia umana e ad impegnarsi perché la convivenza sulla terra rispecchi sempre di più questa convinzione da cui dipende l’instaurazione di una pace vera e duratura. Invito poi i credenti ad implorare da Dio senza stancarsi il grande dono della pace".

Auguri di pace e bene a tutti !

 

(*) L’immagine che accompagna questo post è stata tratta dal sito: www.earthrainbownetwork.com/Archives2003/imag

.
 

 

bandiera4 Novembre 1918-2007

 “Dov’è la vittoria…?”

                di Ermete Ferraro 

     Per le autorità militari e civili il 4 novembre, una volta “Festa delle Forze Armate”, è diventato il giorno della festa dell’unità nazionale.  Sembrava evidentemente poco politically correct continuare ad invitare gli Italiani a festeggiare quella “inutile strage” (Benedetto XV), che era costata 650 mila morti e un milione di mutilati e feriti. Come opportunamente si ricorda nell’appello lanciato dal Movimento Nonviolento, erano assai più degli abitanti di Trento e Trieste, i territori ottenuti con la cosiddetta “vittoria”, fra l’altro già concessi dall’Austria all’Italia in cambio della non belligeranza.

E allora meglio parlare di “festa dell’unità nazionale”, come se si trattasse di qualcosa che può essere assicurato dalle forze armate, nel frattempo trasformate in attività da professionals, una volta fallito miseramente anche il mito dell’esercito di popolo.

Una persona di media intelligenza, però, stenta a comprendere che cosa c’entra la difesa dell’integrità e dell’identità nazionale (espressione, peraltro, abbastanza ridicola in tempi di totale e spietata globalizzazione…) con un’ulteriore crescita delle spese militari, a discapito ovviamente di quelle sociali e per opere civili.

“Quest’anno  – ricorda il citato Movimento Nonviolento – le previsioni di spesa per la difesa (finanziaria, bilancio difesa, missioni internazionali, programmi sistemi d’arma) arrivano ad oltre 23 miliardi e 800 milioni di spesa: 20 miliardi e 900 milioni in bilancio, più 1 miliardo 550 milioni stanziato dalla finanziaria dell’anno scorso per le armi ad alto contenuto tecnologico, più altri 600 milioni in finanziaria 2008 tra finanziamenti al reclutamento dei professionisti e del finanziamento per gli Eurofighter e le fregate Freem. A questa somma vanno aggiunti gli oltre 800 milioni per il mantenimento delle missioni militari all’estero (compreso l’Afghanistan!)”.

C’è bisogno di commenti? A qualcuno sfugge forse che questi 24 miliardi di Euro previsti dal documento di programmazione economica della Repubblica Italiana (quella che “ripudia le guerre”…), sono sottratti alle vere esigenze di uno sviluppo più giusto, sostenibile e solidale?

Ebbene, allora protestiamo, ognuno come può, contro la retorica militarista e contro il bellicismo giustificato dalla presenza in alleanze strategiche che non hanno nemmeno più un avversario che le giustifichi.

Protestiamo, con tutta l’indignazione possibile, contro chi continua a mettersi la Costituzione Italiana sotto i piedi, blaterando del ruolo insostituibile dei militari nei compiti di protezione civile e di peace-keeping ! Finiamola di far finta di credere che un esercito, una marina ed un’aeronautica professionalizzati servano per aiutare le popolazioni alluvionate o per un’interposizione pacifica tra belligeranti!

Lunedì 5 novembre, presso il Castelnuovo di Napoli, si terrà un importante convegno sulla tragedia dei militari colpiti dai devastanti effetti dell’uranio impoverito, l’arma che le nostre forze armate hanno contribuito ad impiegare nelle precedenti "missioni di pace", in particolare nella ex-Jugoslavia e che si è drammaticamente rivolta, come un boomerang, contro soldati più o meno inconsapevoli.

Anche in quella sede io cercherò di esserci, per esprimere lo sdegno di chi, come me, da trent’anni condivide l’efficace affermazione di Tolstoj, nel suo capolavoro "Guerra e pace", secondo la quale: "le guerre non si vincono, le guerre si perdono e basta".

 Domani, perciò, diamo tutti un segnale di "ripudio della guerra",  di riprovazione totale di quella "inutile strage" di quasi mezzo secolo fa e, soprattutto, di dissenso nei confronti di un governo di centro-sinistra che investe 24 miliardi delle risorse comuni per mantenere in piedi un complesso militare-industriale che è la causa stessa delle guerre cui pretenderebbe di dare una risposta.

 

NAPOLI E L’ALTARE DELLA PACE

di Ermete Ferraro

 

Mi è molto piaciuta l’espressione adoperata dal cronista del quotidiano IL MATTINO per descrivere l’affollata e partecipe piazza Plebiscito, teatro della significativa cerimonia ecumenica che ha concluso la tre giorni d’incontri del Meeting delle Religioni per la Pace.

 Di fronte alle migliaia di napoletani che seguivano commossi gli interventi dei massimi esponenti di tutte le fedi, accomunati nella preghiera per la pace, di cui questo autentico dialogo è il primo segno concreto, il giornalista ha parlato di un simbolico “altare della pace”.  La mente, per associazione d’idee, è corsa subito al retorico “Altare della Patria”, il marmoreo “Vittoriano” che, insieme col corpo del “milite ignoto”, custodisce anche i segni ed i rituali di un mondo diviso, sempre in conflitto e nel quale ogni “patria” ha preteso di essere la sola degna del rispetto degli uomini e della protezione di Dio.

Ebbene, credo che il contraltare di un palco che riuniva le varie confessioni cristiane, insieme con ebrei, buddisti, islamici ed altri ancora, in una solenne dichiarazione di rifiuto della religione come schermo per nazionalismi e conflitti bellici, possa effettivamente identificarsi in questa efficace espressione.

Da quella piazza, dall’abbraccio festoso di tanti napoletani fieri di esserci, ho sentito salire al cielo qualcosa di più di preghiere e canti comuni.  Dalle parole dell’Arcivescovo di Napoli, del Patriarca di Costantinopoli e dello stesso Presidente della Repubblica Italiana, infatti, si è levata non solo una promessa di continuare sulla via del dialogo inter-religioso e della mediazione diplomatica, ma anche la solenne proclamazione della Nonviolenza come l’unica ed autentica prospettiva per i credenti.

“Napoli insegna anche la pace” : è il titolo del corsivo di Gino Battaglia sulla prima pagina dell’edizione napoletana di oggi de “la Repubblica”, che sottolinea la notevole partecipazione popolare a quello che non è stato solo un riuscito evento mediatico, ma un appuntamento che l’incalzare della cronaca nera e della sotto-politica strillata non riusciranno facilmente a cancellare nella memoria della nostra Città.

“Lo spirito di Assisi”, evocato in piazza Plebiscito, sembra che stia incarnandosi davvero in una Chiesa in cui religiosi e laici stanno diventando sempre più sensibili alla stretta connessione fra giustizia, pace e salvaguardia del creato, proprio nello spirito di Francesco d’Assisi  e seguendo quella prospettiva che Benedetto XVI aveva già efficacemente definita “ecologia della pace”.

Il rischio è quello di cadere nel solito equivoco di riprovare o applaudire le scelte fatte dalla Chiesa (o, in questo caso, dalle Chiese) come se a noi laici non spettasse il ruolo principale, cioè quel protagonismo che solo ci può far diventare veri “costruttori di pace”.

Le scelte quotidiane come quelle epocali, infatti, non passano solo per i proclami di chi ci governa o dei pastori che pur hanno l’enorme responsabilità di guidarci. Senza la nostra convinta adesione personale ad un piano di pace (quello che Gandhi chiamava “programma costruttivo”), purtroppo serviranno a poco anche le manifestazioni di protesta e l’opposizione attiva alla militarizzazione ed alle smanie guerrafondaie.

Ci vuole ben altro di uno sventolio di bandiere arcobaleno per riuscire a coprire una realtà sempre più nera, su cui si riaffacciano gli spettri della guerra fredda e del riarmo nucleare, mentre ogni giorno muoiono migliaia di persone, tra cui donne e bambini, sui vari scenari di guerre locali, o per le devastazioni e gli ‘effetti collaterali’ di quelle già finite.

La pace non è un concetto astratto o una pia aspirazione. E’ la concreta utopia di chi, qui e ora –  anche in questa Napoli martoriata dalla quotidiana violenza della criminalità e di troppe esistenze precarie e dure – decide di scegliere e di non farsi coinvolgere dalla logica perversa di chi ha rinunciato a cambiare il mondo, cominciando da se stesso, e quindi vi si adatta come può.

I “costruttori di pace” non sono persone pacifiche, ma uomini e donne che hanno capito che il conflitto è il pane quotidiano di chi fa della responsabilità la propria parola d’ordine.

I “costruttori di pace” sono quelli che devono prima abbattere a martellate muri d’incomprensione reciproca ed ai cui spesso tocca di forzare situazioni di equivoco compromesso “pro bono pacis”.

I “costruttori di pace” sono quelli che, certo, credono che si tratti di un dono di Dio, ma non per questo l’aspettano passivamente, come se quella pace dovesse esserci calata dal cielo “c’’o panaro”, come si dice nella mia città, dove secoli di fatalismo ci hanno resi troppo spesso rassegnati ed inerti.

Allo “spirito di Assisi” – commenta Gino Battaglia in chiusura del suo articolo – sta sovrapponendosi quello che chiama “lo spirito di Napoli”: uno spirito “mediterraneo”, interculturale, popolare, dolente ma ricco di speranza, che sembra porre le premesse per un cammino comune delle religioni verso una prospettiva di dialogo e di nonviolenza.

Me lo auguro di cuore e, con me, se lo augurano i tanti napoletani che hanno visto la loro città rivivere in questi giorni una speranza più forte della rassegnazione.

 

BURMACOTTAGGIO: BOICOTTARE CHI SI ARRICCHISCE IN MYANMAR

                                 di Ermete Ferraro

 

Una delle forme più concrete di opposizione nonviolenta ad un regime oppressivo e sanguinario, lo sappiamo da tempo, è il boicottaggio della sua economia e, in particolare, la cessazione dei rapporti commerciali tra il proprio Paese e quello che reprime ogni forma di opposizione e cancella i diritti umani (visita il sito: www.equonomia.it).

Nel caso di Myanmar (ex Birmania o Burma) è già presente una rete di denuncia e di controinformazione, attivata anche in Italia da organizzazioni pacifiste, del commercio equo e solidale e sindacali. Nello specifico, è il caso della CISL, che ha lanciato un appello insieme a Greenpeace, Legambiente e WWF (visita: http://htm.cisl.it/sito/contenuti/BIRMANIA/Birmania.htm) e di specifiche campagne (come quella pubblicizzata su: http://www.birmaniademocratica.org/Home.aspx ), che ci stanno aiutando a scoprire quanti – e quanto grandi –  interessi economici ci siano stati (e ci siano tuttora), anche in Italia, al punto di aver impedito che l’opinione pubblica scoprisse le malefatte di una dittatura militare che da 45 anni paralizza la Birmania.

Meglio di tante chiacchiere e appelli ad una teorica solidarietà con la lotta nonviolenta dei cittadini di Myanmar e delle migliaia di monaci buddisti – repressa violentemente ma rimasta comunque un punto di non ritorno per quell’ottuso regime – ecco allora che possiamo fare, tutti, qualcosa per far cambiare le cose in quella terra martoriata.

Dal sito http://www.global-unions.org/burma , ad esempio, ho estrapolato questo elenco di aziende che, pur non essendo necessariamente italiane, sono molto conosciute e praticate dai consumatori italiani:

3M – Minnesota Mining and Manufacturing Company

Acer

Alcatel – Alcatel Shanghai Bell (reply from company available)

Bellotti spa
Best Tours

Caterpillar
Chevron
Cosco Holdings
Daewoo International Corporation
DHL Worldwide Express

Euroteck
GlaxoSmithKline
Hitachi
Hyundai Corporation
Italian-Thai Development Plc

Mitsubishi 

Nestlè

Nouvelles frontières
Pfaff Industrie
Qantas
Samsung Corporation
Schindler Group – Jardine Schindler
Siemens (reply from company available)
Suzuki

Swatch Group – Omega (reply from company available)
SWIFT 
 (reply from company available).
Total
(reply from company available)
Toyota Tsusho

Viaggi Avventure nel Mondo

Come vedete, si tratta di note aziende orientali legate al mondo degli auto-motoveicoli (Daewoo, Hiunday, Mitsubishi, Suzuki, Toyota), ma anche di diffuse marche di carburanti (Chevron, Total). Ci sono poi conosciuti marchi di elettronica e telecomunicazioni ( 3M-Minnesota, Alcatel, Samsung, Siemens) ed altri relativi a prodotti molto diffusi (dagli ascensori Schindler agli orologi Swatch-Omega, fino ai moltissimi “tour operators” e relative società aereee (Quantas, Best Tour, Nouvelles Frontières, etc.).

 

 

L’ARPIA BIRMANA

                                       di Ermete Ferraro 

Potenza dei media! In pochi giorni siamo riusciti a scoprire tre cose: 1) che esistono ancora i Birmani; 2)  che da 45 anni sono sottoposti a una dittatura militare inesorabile e 3) che c’è voluta una rivolta nonviolenta, guidata da migliaia di monaci perché questo fosse possibile…

E’ dai tempi della rivoluzione gandhiana che l’umanità ha scoperto e chiarito l’incredibile forza della resistenza nonviolenta ad un regime ingiusto e repressivo, eppure sono ancora troppo pochi quelli che sono riusciti a superare il banale stereotipo del rifiuto della violenza e della lotta armata come vigliaccheria o rinuncia a reagire, riuscendo invece a percepirne l’enorme potenzialità come strategia alternativa e costruttiva.

In questi giorni, le colorate ed incerte immagini via internet della strabiliante processione pacifica dei monaci buddisti birmani per le strade della capitale del Myanmar –  uno stato di cui molti, diciamolo, ignoravano perfino l’esistenza – sembrano aver improvvisamente risvegliato nelle nostre coscienze un’idea che l’attuale esasperante appiattimento dei valori e delle convinzioni tende invece a cancellare. Non si tratta solo della nostalgica riscoperta del fatto che, come si scandiva un tempo nei cortei, “el pueblo unido jamas sarà vencido!”, ma soprattutto dell’evidenza di una ferrea volontà di opporsi alla violenza e all’ingiustizia, rifiutandosi di accettarla e di collaborare con essa.

Certo, il regime militare di Myanmar  – dopo giorni di attonita sorpresa – ha brutalmente reagito, reprimendo violentemente la pacifica manifestazione di centinaia di migliaia di Birmani che non intendono rassegnarsi, e che vedono in quei monaci buddisti il segno di una riscossa morale e civile. La fin troppo prevedibile repressione di una dittatura che circa venti anni fa aveva già fatto quasi 3000 morti, si è quindi scatenata, colpendo innanzitutto quegli uomini di pace e poi chiunque cercasse di portare in tutto il mondo le immagini di un popolo che non si lascia intimidire e che vuole sfidare la violenza brutale del regime militare su un terreno profondamente diverso e per lei impraticabile.

Ora nulla può restare più come prima e – al di là della solidarietà verbale, un po’ ipocrita e impacciata al popolo di Myanmar –  la comunità internazionale non ha più nessuna scusa per far finta di niente, lasciando che quell’ottusa dittatura continui ad avere compiacenti coperture, con la scusa che si tratta di “affari interni” di quello sventurato paese, o peggio che goda dell’assenza d’informazione e di libertà, finora essenziali per non essere disturbata da intromissioni.

Nel 1956 uscì nelle sale cinematografiche, e fu presentato a Venezia, un film giapponese che si rivelò un capolavoro e diventò un classico: il suo titolo era “L’arpa birmana” (The Burmese Harp). Raccontava di un soldato giapponese – anima umile e mite e da sempre contrario alla guerra –  che era solito accompagnare le loro canzoni col suono triste della sua arpa. Mizushima, dopo la disfatta militare del suo paese in Birmania, decide di dare una svolta radicale alla sua esistenza. Diserta e diventa monaco buddista, consacrandosi totalmente alla missione di dare raccogliere i poveri resti dei caduti in battaglia, per dar loro sepoltura e, con quel gesto di religiosa pietà, per lanciare anche un inequivocabile messaggio di pace e di riconciliazione.

Le drammatiche – ma per certi versi epiche – immagini che ci sono giunte in questi giorni da Myanmar mi riportano alla mente quel famoso film, ridando nuova centralità alla forza della verità e all’efficacia indiscutibile della lotta nonviolenta, quel satyagraha di cui Gandhi è stato non solo il massimo teorico, ma anche il più importante ed efficace sperimentatore.

Il divieto di assembramento introdotto dalla giunta militare, come vediamo giorno per giorno,  non è riuscito affatto a fermare studenti e monaci buddisti. Al contrario, stanno aprendosi crepe all’interno della stessa giunta di governo e dell’esercito sulla repressione violenta della protesta disarmata di migliaia di birmani, che continuano anche in queste ore a mettere in pericolo la propria incolumità, affollando vie e piazze per protestare contro i militari. Intanto si è finalmente mossa l’ONU, col suo inviato, ed i governi dei vari paesi stanno valutando prudentemente – dopo anni di complice silenzio – se fare qualcosa in più che inviare equivoci messaggi di solidarietà.

Ciò che conta, però, è che la mostruosa dittatura militare – quella che nel titolo ho chiamato, con un gioco di parole,  "l’arpìa birmana" – è ormai in crisi, priva di unità al suo interno ed incapace di spegnere l’incendio pacifico che divampa a Myanmar, e che non può più essere nascosto.

Sarebbe tragico se quello cui stiamo assistendo non fosse di nessun insegnamento anche per noi, qui e ora. Per spezzare la rassegnazione all’inevitabilità della violenza e della guerra dobbiamo allora leggere quello che sta succedendo nell’ex-Birmania come un potente richiamo alla forza della resistenza nonviolenta, nella convinzione che riguarda anche noi e ricordando che, come affermava Gandhi:

"La non-violenza e la viltà vanno male insieme. Posso immaginare un uomo completamente armato che in fondo sia un vile. Il possesso delle armi sottintende un elemento di paura, se non di viltà. Ma la vera non-violenza è impossibile, se non si possiede un autentico coraggio."