E LE STELLETTE STANNO A GUARDARE….(2)

RIFIUTI: MILITARI IN AZIONE A NAPOLIIl quotidiano IL MATTINO ha recentemente dedicato un’intera pagina all’analisi che Antonio Menna ha fatto dell’imbarazzante flop dell’impiego delle forze armate in compiti di pattugliamento e controllo della cosiddetta Terra dei fuochi. [1]  Eppure fino a pochi mesi fa gran parte dei media avevano accolto entusiasticamente – talora con un pizzico di militaresco orgoglio – la notizia di una sorta di “spedizione armata” contro le forze oscure che avvelenano con discariche abusive e roghi tossici  l’ex Campania Felix. Sta di fattoche, giunti ad un primo consuntivo, essa si è rivelata una mission impossible, una battaglia persa, un grottesco buco…nel fuoco.

Già lo scorso febbraio ho pubblicato un post con stesso titolo di questo, per denunciare l’assurdità di uno stato che –  non riuscendo ad impedire che centinaia di migliaia di suoi cittadini siano avvelenati ed uccisi impunemente dalla pratica di sversamenti e incendi di rifiuti, legali e illegali, in un territorio presidiato in armi dalla camorra – pensava di risolvere un problema di tale portata inviandovi qualche centinaio di soldati in assetto di guerra. Al di là della mia scarsa simpatia per qualunque operazione militare e per qualsiasi forma di militarizzazione del territorio, l’idea che cercavo di manifestare in quella nota era che si trattava comunque di un’operazione costosa ed inutile, e quindi di un piano destinato a fallire miseramente.

Orbene, il citato articolo del principale quotidiano del Mezzogiorno, a distanza di quasi cinque mesi, in effetti conferma ciò che già da allora era prevedibile. Al tempo stesso, però, si guarda bene dal prendere le distanze da una decisione governativa rivelatasi palesemente sballata e deviante, limitandosi a commentare che “non bastano esercito e leggi, i piromani sono immigrati”.  Opperbacco! Ma davvero le teste d’uovo dei ministeri dell’Interno e della Difesa erano convinte che l’invio di Sturmtruppen con blindati e pattugliamenti stile Bagdad avrebbe consentito l’arresto in fragranza di reato di qualche boss locale? Dice: hanno arrestato solo polacchi, africani, armeni, rom, perfino afghani mentre appiccavano il fuoco a cataste di rifiuti. Beh, chi diavolo si aspettavano che i nostri solerti soldatini potessero beccare con le mani nei fiammiferi, se non i soliti poveracci e disperati che per quattro soldi farebbero qualsiasi cosa?  Come al solito, insomma, anche questa volta “volano gli stracci”, mentre in realtà ben poco è cambiato in quella Terra dei Fuochi  che indica un’area di quasi 1100 chilometri quadrati, con 57 comuni ed una popolazione di due milioni e mezzo di abitanti, a cavallo tra la provincia di Napoli e quella di Caserta.

Adesso questi dati vengono sì ricordati, ma solo per giustificare l’esito di un’operazione fallita, cui finora però quasi tutti avevano applaudito, come se non ne conoscessero la portata e le oggettive difficoltà. E, soprattutto, come se non si rendessero conto che in un Paese dove già operano ben cinque corpi nazionali di polizia giudiziaria (con l’aggiunta di quelli di polizia provinciale e municipale), l’ultima cosa da fare sarebbe stata proprio impiegare per tali funzioni le Forze Armate, ovviamente da coordinare con tutte le altre sotto il comando congiunto di Questure, Prefetture e del 2° Comando Forze di Difesa, con sede a S. Giorgio a Cremano (NA).

Certo, i dati snocciolati dai giornali sono significativi: in tre mesi ci sarebbero stati la bellezza di 1878 pattugliamenti (25 pattuglie al giorno, per 7 giorni su 7 e per 24 ore su 24), che hanno portato a controllare ben 7000 persone ed a fermarne 43 per sversamenti e/o roghi di rifiuti. Però ugualmente i conti non tornano. Quando l’apposito decreto fu varato si parlava di 850 militari che sarebbero stati impegnati in questa operazione, stanziando a tal fine ben 2 milioni di euro, quasi uno a testa per ogni abitante di quell’area. Ora invece ci si riferisce a solo un centinaio di soldati (appartenenti al Reggimento «Cavalleggeri Guide» di Salerno ed alla Brigata «Garibaldi», già responsabile del Raggruppamento Campania per l’operazione «Strade Sicure»), sottolineando tra le righe la sproporzione tale forza e l’enormità del territorio da presidiare. Da un articolo dello scorso aprile del“Corriere del Mezzogiorno”, però, forse si riesce a capire qualcosa di più: «I militari, appartenenti ai reparti della Brigata «Garibaldi», sono giunti in rinforzo agli oltre 540 soldati del 19 reggimento già impegnati sulle territorialità delle città di Napoli e Caserta per la lotta alla malavita e da oggi per completare il contingente a disposizione delle Prefetture contro i reati ambientali…» [2]  E’ vero che 100 più 540 non fa 850, ma se non altro ci avviciniamo alla reale consistenza di questa italiota “strafexpedition”, che avrebbe dovuto reprimere e perfino prevenire  la tragica catena di interramenti e roghi di rifiuti ma è riuscita solo a far arrestare pastori afghani, zingari di varie etnie, braccianti africani senza lavoro ed altri esemplari di bassa e malpagata manovalanza al servizio dei soliti noti. Essi sono solo l’ultimo anello di una catena criminale che parte da una diffusa e radicata economia parallela – ovviamente illegale e controllata da chi detta legge in ben altro modo su quel territorio – ma a quanto pare questa constatazione non aveva avuto alcun peso nella decisione di mobilitare le forze armate per fronteggiare un obiettivo sbagliato nel modo sbagliato.

E’, in fondo, ciò che spiega, nell’intervista a Il Mattino, il Com. Sergio Costa: « Ci sono più facce nella vicenda Terra dei fuochi, ci sono i rifiuti interrati, che avvelenano la terra e le falde acquifere, e ci sono i roghi, che appestano l’aria. Sono fenomeni diversi ma hanno un elemento comune, si tratta dell’economia illegale del territorio. Perché si dà fuoco ai rifiuti? Come nasce un rogo tossico? Non si tratta di teppisti o di piromani, salvo qualche raro caso. Il rogo è l’elemento finale di una catena di interessi. L’area tra Napoli e Caserta, non a caso, è nota per essere la capitale del tarocco[…]. Qui c’è una economia diffusa, sommersa, che sfugge al fisco e a qualunque norma. I rifiuti industriali di una economia illegale possono essere smaltiti legalmente? Certo che no. Allora si attiva lo smaltimento clandestino, che ha come ultimo anello l’interramento o il rogo».[3]  Le osservazioni del comandante per la Campania del Corpo Forestale dello Stato non fanno una piega, ma non mi si venga a raccontare che queste cose non si sapessero benissimo anche prima! Egli stesso, fra l’altro, osserva che era prevedibile che le uniche persone colte ad appiccare fuochi sarebbero state  «…le ultime ruote del carro. Gente disperata, spesso vagabonda […]Un rom, un immigrato, un barbone. Uno che non ha nulla da perdere e che,m per dieci euro, lancia un fiammifero e scappa. Ha senso scagliarsi contro l’ultimo ingranaggio e non elaborare una strategia d’insieme per attaccare il fenomeno alla radice? » [4] 

Ecco, appunto: che senso può avere il fatto che, insieme con quei roghi di rifiuti, si siano bruciati anche un paio di milioni di euro per giocare a far la guerra alla malavita organizzata, col brillante risultato di arrestare solamente qualche disgraziato?  Che razza di Stato è quello che ricorre a centinaia di militari in assetto di guerra – trasformando quella che una volta chiamavano Terra di Lavoro in una specie di Afghanistan nostrano – sovrapponendoli alle forze di polizia senza neppure a cavare un ragno dal buco?  Forse è il caso di ricordare ancora una volta  che il territorio interessato – quei circa 1200 chilometri quadrati compresi tra le province di Caserta e di Napoli – è lo stesso che nel mio precedente articolo  chiamavo Campania Bellatrix: una delle zone già più militarizzate d’Europa, nel quale insistono già 8 installazioni militari non italiane (fra NATO e US Navy), in aggiunta alle 5 dell’Aeronautica Militare, alle 50 dell’Esercito Italiano, ivi compreso anche un bel porto militatizzato e nuclearizzato.[5]  Quei due milioni di euro, allora, non sarebbero stati più utili per rafforzare l’attività ordinaria dei preesistenti organi di polizia giudiziaria – e soprattutto della Forestale – anziché consolidare l’immagine della Campania come una terra di frontiera?

«Chi poteva pensare che bastassero cento soldati per controllare efficacemente una zona vastissima, di proporzioni sterminate, con aree interne nascoste?Si tratta di misure insufficienti…» commenta invece sconsolato il notista de Il Mattino. Bene, bravo! Ma allora che cosa pensa che si dovrebbe fare? Inviare in loco un contingente di Alpini, come il Libano, o forse sarbbe meglio impiegare i nostri marines della Brigata San Marco?  Magari li si potrebbe far sbarcare coi loro mezzi anfibi sulla spiaggia di Baia Domizia, oppure si potrebbero impiegare addirittura gli uomini del Comando Sud-Europeo della NATO di Lago Patria per un blitz interforze denominato Waste Dumping Endeavour…  Ma allora perché non mobilitare anche i boy scout, i vigilantes che presidiano le banche o i gruppi paramilitari della “Serenissima” ? L’importante che vestano una divisa e soprattutto che girino armati, perché – come tutti ben sanno – l’economia illegale e la criminalità organizzata hanno notoriamente paura delle uniformi e sono debellate con i fucili…

Ma forse è meglio che mi fermi qui. C’è il rischio che qualcuno, incapace di cogliere l’ironia, mi prenda sul serio e presenti in Parlamento un nuovo decreto legge.

© 2014  Ermete Ferraro > https://ermeteferraro.wordpress.com

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[1] Antonio Manna. Fuochi tossici in aumento. “Vince l’economia illegale”. Non bastano esercito e leggi, i piromani sono immigrati, IL MATTINO, 5 luglio 2014, p.8; cfr. anche  la versione ridotta online dell’articolo su: http://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/terra_dei_fuochi_flop_dei_militari_vince_l39economia_illegale/notizie/784198.shtml

[2] http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2014/8-aprile-2014/terra-fuochi-scattano-controllidei-cento-soldati-esercito–22338250428.shtml

[3] A. Manna, art. cit.

[4] Ibidem

[5] Cfr. https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/02/07/e-le-stellette-stanno-a-guardare/

#sereniunaccidente!

cielo serenoL’etimologia dell’aggettivo “sereno” risale all’antica radice sanscrita svar-, indicante il cielo luminoso e quindi lo stesso sole (greco: seír; seírios = splendente). Si è così passati dal significato letterale (cielo privo di nuvole) a quello metaforico, che caratterizza in una persona l’assenza di preoccupazioni, la tranquillità di spirito.

In questi ultimi tempi l’aggettivo sereno più che alla condizione del cielo, ci fa pensare all’ormai proverbiale frase di Matteo Renzi,, che invitò il suo predecessore, ancora in carica, appunto a “stare sereno”. Ormai tutti sappiamo quanto il povero Enrico Letta potesse fidarsi di simili rassicurazioni, provenienti da chi si stava preparando a succedergli, per cui si sono poi sprecate nei commenti politici le citazioni ironiche della famigerata frase renziana. D’altra parte, tutto ciò che il nostro giovane premier fa e dice suona come una continua esortazione agli Italiani a stare sereni, a non preoccuparsi, a fidarsi di chi li sta così abilmente e celermente guidando verso le auspicate riforme. Il precedente citato, però, non ci tranquillizza affatto. Ci sia consentito allora di nutrire qualche dubbio sulle “magnifiche sorti e progressive” che ci attenderebbero e di preoccuparci per ciò che il carro armato dell’ottimismo della volontà del governo Renzi sta calpestando sotto i suoi cingoli, in quanto ostacolo alla marcia trionfale di chi ha deciso – a tutti i costi – di “cambiare verso”. Per carità: cambiamento e volontà di decidere non sono di per sé delle brutte parole, anzi. Però la storia c’insegna che c’è da diffidare quando un leader si autoproclama salvatore della patria e comincia a scambiare il proprio progetto politico con l’obiettivo del Paese e la propria tabella di marcia con le tappe della palingenesi dello Stato.

Eppure basta visitare sul sito web di Matteo Renzi la pagina dedicata agli slogan scelti alle primarie del PD dello scorso dicembre per rendersi conto dell’indubbia forza mediatica che scaturisce dalla semplificazione concettuale tra fautori del cambiamento e quelli che rappresenterebbero il vecchio modo di fare politica. I manifesti della sua fortunata campagna “Cambia verso” rappresentano icasticamente questa contrapposizione, rozza ma efficace, tra un mondo vetusto e marcio – caratterizzato da: raccomandazioni, lamentele, paura, conservazione, burocrazia, arroccamento nel palazzo. chiusura e tendenza a perdere bene…-  ed il Brave New World di cui egli si fa profeta e paladino. Un mondo positivamente connotato da termini come: bravura, cambiamento, coraggio, futuro, semplicità, strada, apertura e vittoria…

Si capisce allora che, proprio grazie alla semplificazione logica e terminologica tipica dell’orwelliana Neolingua, diventa difficile opporsi a tale scoppiettante programma di cambiamento senza sentirsi etichettare come persone che cercano biecamente di mettere i bastoni tra le ruote del carro del progresso. Se le riforme renziane sono l’incarnazione di questa svolta epocale, la manifestazione concreta dell’apertura al cambiamento ed al futuro, chi mai potrebbe opporsi ad esse senza passare per fautore di una politica timorosa e conservatrice, schierata in difesa degli interessi consolidati della casta politica, di quella burocratica o di entrambi?

Ecco perché sull’allegorico carro del carnevale renziano, a poco alla volta, ci stanno salendo in tanti, cedendo alle sirene del suo indubbio successo – mediatico ed elettorale – ma anche alla paura di restare isolati nella contestazione di una svolta che appare al tempo stesso decisa e rapida.

Il guaio è che non bastano gli inviti a stare sereni per dissipare la sgradevole sensazione che la irresistibile ascesa dell’astro renziano stia spazzando via non soltanto le resistenze di pavidi e conservatori, ma anche le regole del gioco democratico ed il concetto stesso di riforma.

Cambiare non significa di per sé migliorare. Innovare vuol dire far cose nuove, non necessariamente cose giuste. Svoltare è un verbo altrettanto neutro, limitandosi ad indicare un cambio di direzione, senza offrire garanzie sul fatto che quella nuova sia auspicabile.

Il brillante entusiasmo e l’attivismo scoutistico del nostro presidente del consiglio – che non a caso in testa alla sua biografia cita una frase di Baden Powell – sono senz’altro lodevoli, soprattutto se vanno a sconvolgere una realtà politica innegabilmente stagnante e deludente. Non possono però sostituire la chiara indicazione di dove si vuole andare, del perché e del modo in cui s’intende farlo, cioè del reale orientamento di una svolta che è necessaria, ma non sufficiente.

Ecco perché io – e con me tanti amici e compagni – non ci sentiamo affatto sereni né, d’altra parte,  vogliamo lasciarci rasserenare, metaforicamente parlando, dall’assunzione dei tipici farmaci tranquillanti della propaganda. E’ sereno un cielo sgombro da nuvole, mentre noi non riusciamo a capire perché dovremmo restare buoni e tranquilli mentre un governo non eletto, frutto di una maggioranza bastarda, possa sentirsi autorizzato a mettere pesantemente le mani sull’assetto costituzionale della nostra repubblica, sconvolgendo composizione e compiti del parlamento, scippando alle regioni le competenze loro affidate e profilando un modello di stato in cui il potere risulterebbe sempre più accentrato e tendente al presidenzialismo.

Non riusciamo a comprendere neppure perché mai dovremmo restare sereni quando si varano disinvoltamente decreti che snaturano profondamente il concetto di ‘reato ambientale’ o che alzano il tiro dell’opposizione alle energie rinnovabili, proprio mentre aumentano gli scempi contro l’ambiente e, in altri paesi, si scommette invece sul solare.

Non ci sentiamo per niente tranquilli, nonostante le esortazioni renziane, mentre in Italia la politica continua ad inseguire il mito di una crescita che, a nostro parere, non solo non sarebbe una cura della crisi, ma rischierebbe di trasformarsi in proliferazione tumorale nel già compromesso tessuto sociale di un paese profondamente spaccato in due.

Ancor meno ci lascia sereni la strisciante militarizzazione del territorio e della società civile, che si riflette anche in folli scelte di riarmo (vedi capitolo F 35) e nelle preoccupanti conferme della posizione leader della nostra Italia che “ripudia la guerra” proprio nel campo della produzione ed esportazione di micidiali sistemi d’arma.

Non capiamo, infine, per qual motivo dovremmo accettare tranquillamente, nel nome delle cosiddette riforme, lo smantellamento progressivo dell’organizzazione dello stato, le privatizzazioni in ogni campo, le liberalizzazioni selvagge, la solita politica delle grandi opere, la riduzione delle garanzie sindacali, la codificazione del lavoro precario e la pericolosa tendenza alla deregulation.

Con queste grosse nuvole che si addensano sulle nostre teste, caro Renzi, non puoi proprio aspettarti che restiamo serenamente a guardare mentre la tua gioiosa macchina da guerra passa come un rullo compressore sulle prevedibili resistenze di chi non vuol cambiare affatto, ma anche sulle legittime aspettative di chi chiede rispetto per le garanzie costituzionali e giusta attenzione per i temi sensibili di una sinistra degna di questo nome.

Le nubi oscure del centralismo, del decisionismo presidenzialista, dell’intolleranza sprezzante per le critiche non ci consentono una serenità che, comunque, sarebbe pericolosa per qualsiasi cittadino che non voglia affidare acriticamente una delega in bianco a chi lo governa o amministra, smettendo di sentirsi un soggetto attivo e responsabile.  La foschia di una visione europeista che – austerità a parte – accetta tutto del modello attuale e cerca solo di cavalcarlo, inoltre, non ci fa scorgere nessuna prospettiva nuova nella nostra partecipazione ad un’Unione Europea che conferma la sua vocazione mercantile e burocratica, anziché aprirsi alle esigenze delle persone e delle comunità.

I cirro-cumuli di una politica estera italiana che resta schiacciata sull’indiscutibile leadership USA e sulla sovranità limitata riservata ai paesi membri della NATO, infine, ci rendono assai poco sereni anche sulle prospettive di coesistenza pacifica nel bacino del Mediterraneo, in Medio Oriente ed ora anche nell’Europa orientale.

Più che continuare a chiedere agli Italiani di “cambiare verso”, Matteo Renzi dovrebbe finalmente spiegarci verso cosa va il suo cambiamento. Ce lo faccia capire, magari smettendo l’aria tra arrogante e supponente che lo caratterizza e stando a sentire un po’ di più i suoi interlocutori. Se non altro quelli che non si sentono ormai talmente sereni da aver smesso di ragionare, di farsi domande e di proporre alternative.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

ECOSOCIALISMO? SÍ, GRAZIE !


Progresso o sviluppo?ecosocialismo

 La lettura dell’ottimo articolo di Antonio D’Acunto “Necessità ed urgenza di un egemonico nuovo soggetto politico Eco–Progressista, fondato sul primato dell’Ecologia” [1] risulta particolarmente stimolante. Vorrei quindi intervenire nel merito, a partire da una prima osservazione riguardante il titolo. La mia deformazione ‘linguistica’ m’induce a ribadire che ritengo molto più accettabile il termine ‘sviluppo’ rispetto a ‘progresso’, con gli attributi e le forme verbali che derivano in ambedue i casi. E’ proprio il mio spirito ecologista che mi fa privilegiare il primo vocabolo, che già nella sua etimologia rinvia ad un processo di liberazione, di apertura, di realizzazione delle potenzialità mortificate (“de-viluppo”, appunto; in inglese ed in francese development, in spagnolo desarollo). La parola “progresso”, invece, racchiude nel suo DNA etimologico una visione sostanzialmente anti-ecologica, contraddicendo il nodo fondamentale di questo approccio, cioè il tener conto dei naturali limiti ad ogni genere di sviluppo e prefigurando un illuministico processo di avanzamento inarrestabile del sapere e del potere umano.

Ecco perché penso che quel nuovo soggetto politico – che l’amico D’Acunto ed io auspichiamo – sarebbe meglio definito dall’aggettivo ‘eco-sociale’ piuttosto che da ‘eco-progressista’. Questa definizione, inoltre, richiamerebbe alla mente un ben preciso pensiero teorico, legato al concetto di ‘ecologia sociale’ ed alle riflessioni e proposte avanzate da autori come Barry Commoner, Murray Boockchin, Wolfgang Sacht, Serge Latouche, Arturo Escobar e Michael Löwi. [2]

I principi fondamentali di questo approccio così sintetizzabili: (a) interdipendenza ed unità nella diversità; (b) decentramento e democrazia diretta; (c) centralità dell’idea di cittadinanza attiva e responsabile: (d) visione liberatrice della tecnologia; (e) impostazione sociale del lavoro; (f) visione filosofica improntata ad un ‘naturalismo dialettico’ e fondata su un’etica ecologica.

2. Un’alternativa ecosocialista  al neo-liberismo antiecologico

L’analisi di D’Acunto prende le mosse dall’indubbio successo elettorale di Renzi e del ‘Renzismo’, mettendone però  in discussione l’effettiva rappresentanza della maggioranza degli Italiani. Anche se il PD targato Renzi ha ricevuto il 40% dei voti – si argomenta –  in termini puramente matematici il suo peso elettorale effettivo non supera un reale 20% dei consensi, visto che il restante 80% ha fatto altre scelte o non ha votato per nulla. A voler considerare il peso specifico in termini politici dell’attuale governo di coalizione, aggiunge D’Acunto, si arriva alla rappresentanza massima di 3 Italiani su 10,  4 se si considera anche l’appoggio di Berlusconi alle riforme istituzionali. E’ per questo motivo che non andrebbe enfatizzato il ‘successo’ di quello che, innegabilmente, resta il partito di maggioranza, per evitare che una visione trionfalistica legittimi il PD ed il suo rampante lìder maximo come il soggetto egemone ed assoluto protagonista della politica italiana.

E’ di per sé preoccupante che la ‘sinistra’ vinca nel nostro Paese solo se fa suoi una visione ed un linguaggio neo-liberali, ad esempio cavalcando gli sconti sulle tasse ed il tema del rilancio dei consumi. Se ci aggiungiamo, come sottolinea D’Acunto, che nella visione renziana manca non solo una prospettiva ecologica, ma anche una minima attenzione alle questioni ambientali, c’è da essere ancor più preoccupati. Non si cerca nemmeno più di mascherare il progressismo consumista con l’aggiunta prudenziale del concetto un po’ vago di ‘sostenibilità’, ma ci si lascia andare ad un ottimismo fuori luogo, trascurando le problematiche legate ad un modello di sviluppo distorto, energivoro, distruttore dell’ambiente, indifferente alla salute delle comunità e dei lavoratori.

Ancor più grave, pertanto, risulta la mancanza in Italia d’un soggetto politico che riesca a coagulare ed organizzare le tante battaglie combattute ogni giorno per difendere i diritti sociali, i beni comuni e l’integrità dell’ambiente naturale. Non parlo ovviamente d’una lista messa insieme all’ultimo momento né della una stanca riproposizione della pur fondamentale esperienza del movimento verde. Mi riferisco ad una realtà politica che sappia davvero coniugare la necessaria critica ad un modello di sviluppo dato per scontato ed imprescindibile con un serio programma costruttivo, capace quindi di proporre un’alternativa ecosocialista, ispirata ai principi prima elencati.

D’Acunto cita nel suo articolo un grande pensatore ecopacifista come Kenneth Boulding, il quale già nel lontano 1966 affermava che per credere in un’infinita ‘crescita esponenziale’ bisogna essere dei pazzi o degli economisti…[3]  Vorrei aggiungere allora che una visione alternativa a quella sostanzialmente liberale dell’attuale PD dovrebbe avvalersi anche del contributo della teoria e prassi della nonviolenza attiva e del pacifismo antimilitarista, come da tempo vado ripetendo. [4]

« Ma qui c’è anche l’assoluta necessità…..di un progetto politico  radicalmente alternativo al renzismo. Un progetto che, proprio perché parte dall’Ecologia e dalle sue leggi, affronta la crisi di oggi nelle cause di fondo che l’hanno generata, ricreando le condizioni per il benessere dell’Umanità nella sua globalità e del Pianeta, nell’infinita sua Biodiversità e Bellezza. Un progetto che parte dalla ricerca costante di  scelte e tecnologie per soddisfare i bisogni di oggi, che non solo non sottraggono valori al futuro, ma generano al contrario potenziali arricchimenti; cioè una Civiltà del Sole e della Biodiversità, costruita sull’Amore ed il Rispetto per il Pianeta,  per la sua Bellezza, e per le sue forme di Vita…» [5]

3. Teoria e prassi dell’Ecosocialismo in Europa e nel mondo

Una simile coalizione della sinistra ecologista non sarebbe affatto un caso isolato a livello internazionale, dal momento che esistono da parecchi anni molti esempi di partiti che – ad esempio in Europa – già si definiscono ‘ecosocialisti’. E’ il caso degli Alternatifs francesi, della Izquierda Unida in Spagna (con Esquerra unida i Alternativa in Catalogna), di Os Verdes in Portogallo, dell’Alleanza della Sinistra Verde nei paesi scandinavi, della Linke in Germania e, soprattutto, di Syriza  in Grecia[6], che ha raccolto oltre il 26% dei voti alle Europee.

Buona parte di essi hanno aderito al Congresso della Sinistra Europea, tenuto a Madrid il 14 dicembre 2013, sottoscrivendo una mozione sull’ecosocialismo [7], che faceva seguito ad un manifesto comune, approvato nel febbraio del 2013, intitolato “18 tesi sull’ecosocialismo” [8] , oltre che alla fondamentale Dichiarazione Ecosocialista di Belèm, datata 2007 [9].

Nella mozione comune, fra l’altro, troviamo scritto:

«Questa mancanza di considerazione sia per la biosfera sia per le condizioni di vita umane s’incarna nelle soluzioni capitaliste alla crisi, che favoriscono la ‘crescita verde’ ed il ritorno all’estrazione di forme convenzionali e non convenzionali di combustibili fossili […]così come i grandi progetti multinazionali nocivi nell’ambito delle energie rinnovabili – eolico, solare e biomasse – che degradano i paesaggi, le terre agricole e le foreste […]L’ecosocialismo, ossia la trasformazione sociale ed ecologica, si trova alla congiunzione dell’ecologia anti-capitalista con i movimenti di sinistra antiproduttivisti […] è una nuova sintesi per fronteggiare la doppia sfida delle crisi sociale ed ambientale- che hanno le stesse radici […]Esso implica il ricorso a radicalità concrete ed a misure che noi chiamiamo ‘pianificazione ecologica’, basata sulla redistribuzione delle ricchezze esistenti ed un sistema di produzione radicalmente differente, che tenga conto dei limiti ambientali, che si basi sul rigetto di ogni forma di dominazione ed oppressione, così come sulla sovranità popolare…» [10]

Le ‘18 Tesi per l’Ecosocialismo’ [11] esplicitano i punti fermi di tale approccio, chiarendo che esso è:

ü      un’alternativa concreta e radicale, «…per fondare una nuova economia dei bisogni e della sobrietà, preservare il clima, l’ecosistema e la biodiversità»;

ü      una nuova sintesi politica a sinistra, tra «un’ecologia necessariamente anticapitalista ed un socialismo che si è sbarazzato delle logiche produttiviste […]tenendo conto dei bisogni umani e dei limiti del pianeta»;

ü      un rinnovamento del socialismo, che «…ci obbliga a pensare in modo nuovo ciò che è veramente progresso umano, nella prospettiva della preservazione dell’ecosistema»;

ü      un modello alternativo di produzione, con una profonda revisione di quello attuale sulla base «…di quelle che chiamiamo le 4 R: rilocalizzazione dell’attività, reindustrializzazione ecologica, riconversione dell’industria e redistribuzione del lavoro […]nella ricerca di filiere ‘verdi’, al fine di ridurre la nostra dipendenza dalle risorse esauribili (eco-costruzione, efficacia energetica, ristrutturazione termica, energie rinnovabili…)» ;

ü      una rivoluzione che nasce da questa profonda riconversione, per cui «…le lotte debbono convergere» e occorre «lottare e resistere per inventare», visto che c’è bisogno che i cittadini si sentano direttamente coinvolti nella sperimentazione di alternative concrete e sappiano essere attivi anche nella «disobbedienza civile nonviolenta»;

ü      un’applicazione della pianificazione ecologica, che «…dà la possibilità di organizzare la deviazione verso in altro modello di sviluppo, interrogando i nostri bisogni e riorientando produzione, scambio e consumo, in virtù della loro utilità sociale ed ecologica»;

ü      una rivoluzione internazionalista ed universalista, perché le decisioni sono ormai su scala planetaria ed altrettanto globale deve essere quindi la risposta ad ogni forma di sfruttamento del Pianeta e dei popoli. «Il progetto eco socialista deve poter essere portato avanti da un forum mondiale, che ne faccia il fine della rivoluzione cittadina del nostro tempo».

D’Acunto sostiene che un simile movimento dovrebbe basarsi «…su contenuti fondamentali del modello di sviluppo: l’energia eternamente rinnovabile del Sole, il valore infinito ed insostituibile della Biodiversità, l’acqua fondamentale bene comune, la tutela della materia contro inceneritori e discariche, la salvaguardia  del territorio,  del paesaggio, del percorso del cammino dell’uomo espresso dai beni archeologici storici e culturali, la pace e la solidarietà, la democrazia e la partecipazione e, unificante del tutto, la centralità del valore del lavoro per tutti come crescita dell’Umanità e  creazione di benessere reale collettivo, nei suoi bisogni fondamentali materiali ed immateriali.» [12]

Mi sembra un’ottima sintesi di ciò che dovrebbe far parte del programma di questo nuovo soggetto politico eco socialista, che trovo peraltro perfettamente in linea con le enunciazione appena citate del Manifesto di questo movimento, diffuso non solo in Europa ma anche in America Latina.

4. Che fare, qui ed ora?

Quando si enunciano delle prospettive politiche così impegnative la prima domanda che sorge spontanea è: ma noi, in prima persona, che cosa possiamo fare perché si realizzi quanto abbiamo ipotizzato?   D’Acunto ha già dato una prima ed importante risposta a tale quesito:

« Occorre profondere  passione ed impegno, se si vuole che gli ideali, i valori, i  contenuti di merito che tanti di noi abbiamo portato e continuiamo a portare non restino nei limiti di molto importanti vittorie di opposizione, ma sul piano generale mere, astratte  enunciazioni. Per me,  naturalmente,  pensare a un nuovo soggetto politico, non significa assolutamente pensare a ridurre il valore e la portata della immensa moltitudine dei soggetti collettivi associativi e di movimento, di cui tanti di noi facciamo parte né ad una captazione strumentale di essi. Al contrario, significa pensare a ricreare e rafforzare condizioni… perché esse abbiano un ruolo decisivo nelle scelte.» [13]

Non bisogna necessariamente pensare ad un nuovo partito politico, aggiunge, ma bisogna assolutamente evitare le aggregazioni elettorali dell’ultima ora, talvolta strumentalizzando il bisogno di cambiamento per riproporre personalità ed esperienze superate. Le ultime elezioni europee, in tal senso, hanno purtroppo dimostrato che la sinistra dei partiti non ha compreso ancora la dura lezione delle precedenti consultazioni elettorali. I movimenti e la c.d. ‘società civile’ non sono solo ingredienti innovativo e più stimolanti da aggiungere ad un piatto riscaldato, solo per renderlo più appetibile. C’è bisogno piuttosto di organizzare, in modo serio ed efficace,  l’opposizione ad un modello di sviluppo che sta impoverendo sempre più persone e distruggendo sempre più la biodiversità naturale.  Il rinnovamento – per certi aspetti la rivoluzione – dell’ecosocialismo non può essere ridotta a mere alleanze tattiche tra forze politiche o a programmi elettorali sempre più vaghi. Occorre creatività, buona volontà, disponibilità a rompere vecchi schemi, ma anche capacità di rendere tale alternativa praticabile e, prima ancora, diffusa e consapevole.

«Come costruire questa organizzazione, che significa anche schemi, burocrazia e regole senza nulla togliere alla grande  ricchezza della moltitudine degli affluenti, necessariamente di gran lunga oltre le forze politiche che possono aiutarne la nascita,  è urgente ricerca non solo teorica e politica, ma soprattutto sperimentale.»[14]

Concordo totalmente con D’Acunto su questa prospettiva di dialogo costruttivo tra i vari movimenti e tra questi e le forze politiche preesistenti, perché si giunga ad una vera coalizione, nel rispetto della specificità delle singole proposte ma nella ricerca di un comune denominatore. Esso non può essere che una svolta radicale nel modello di produzione e di consumo, che parta da una pianificazione ecologica per scrivere le nuove regole di una società più equa e rispettosa degli ecosistemi di cui noi uomini facciamo parte. Redistribuire la ricchezza e fare pace con la natura è un obiettivo troppo alto perché lo si possa ridurre solo a formule elettoralistiche. Occorre far crescere la coscienza di tutti sull’insostenibilità ecologica di questo sviluppo, ma anche costruire le basi – teoriche e pratiche – per un’alternativa ecosocialista ed ecopacifista. Bisogna pensare ed agire – quì ed ora – affinchè, per citare un teorico dell’ecosocialismo come Michael Löwi:

«Lotta alla mercatizzazione del mondo e difesa dell’ambiente, resistenza alla dittatura delle multi nazioni e lotta per l’ecologia siano intimamente legati nella riflessione e la pratica del movimento mondiale contro la mondializzazione capitalista-liberale.»[15]

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com)

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[1]Antonio D’Acunto, Necessità e urgenza di un egemonico nuovo soggetto politico eco-progressista, fondato sul primato dell’ecologia, Giugno 2014 > http://www.terraacquaariafuoco.it/index.php/component/content/article/2-non-categorizzato/90-la-necessita-e-l-urgenza-di-un-egemonico-nuovo-soggetto-politico-eco-progressista-fondato-sul-primato-della-ecologia )

[2] Cfr. su Wikipedia le voci > http://it.wikipedia.org/wiki/Ecosocialismo , http://en.wikipedia.org/wiki/Eco-socialism , http://fr.wikipedia.org/wiki/%C3%89cosocialisme , http://en.wikipedia.org/wiki/Social_ecology , http://fr.wikipedia.org/wiki/%C3%89cologie_sociale , http://socialecologylondon.wordpress.com/

[3] Vedi anche: K. Boulding, Towards a New Economics: Critical Essay on Ecology, Distribution and Other Themes, Edward Elgard, 1992

[4] Cfr. alcuni miei articoli sull’argomento > https://ermeteferraro.wordpress.com/2011/12/13/ecopacifismo-visione-e-missione/ ; https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/03/16/riscatto-mediterraneo/ ; http://issuu.com/ermeteferraro/docs/manuale_ecopacifismo_vas_2_83d43f9735930d ; https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/05/31/ctraltcanc-esercitare-il-controllo-creare-alternative-cancellare-la-guerra/

[5] Antonio D’Acunto, art. cit.

[6] Cfr. un mio articolo del giugno 2012 > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/06/25/le-lezione-di-syriza/

[7] http://ecosocialisme.com/2013/12/17/motion-proposee-par-le-parti-de-gauche-fr-alliance-rouge-verte-dk-syriza-gr-bloco-port-die-linke-all-sur-les-questions-ecologiques/

[8] http://ecosocialisme.com/2013/02/07/premier-manifeste-des-assises-18-theses-pour-lecosocialisme/

[9] http://ecosocialistnetwork.org/Wordpress/wp-content/uploads/2012/03/Declaration-Belem-it.pdf

[10] Vedi testo cit. alla nota 6 (traduz. mia)

[11] Sintetizzo di seguito il testo cit. alla nota 9 (traduz. mia dei passi virgolettati)

[12] D’Acunto, op.cit.

[13] D’Acunto, op. cit.

[14] Ibidem

[15] Michael Löwi, Qu’est-ce que l’écosocialisme?> http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article656

CTR+ALT+CANC (Esercitare il controllo + Creare alternative +Cancellare la guerra)

CTR ALT CANCLo scorso 26 aprile si è svolta a Bruxelles una “giornata di preparazione ed azione” contro  la vendita di armi ed ‘lobbismo’ dei fabbricanti di armamenti sugli organi dell’Unione Europea. La campagna – denominata “CTR+ALT+EU” – è stata organizzata dall’organizzazione pacifista belga Agir pour la Paix per denunciare ad un’opinione pubblica, da sempre poco informata su questi temi, che : “ I fabbricanti di armi ed i loro lobbisti sono molto vicini alle istituzioni europee, in quanto le aiutano a definire le loro leggi, a vendere le loro armi ed a beneficiare delle sovvenzioni europee, sotto il ‘coperchio’ dell’aiuto allo sviluppo delle nuove tecnologie’…”.[1]

Lasciando stare l’iniziativa belga e tornando a noi, il silenzio dei media su questi temi risulta invece davvero assordante. Siamo appena usciti dalla tornata elettorale per l’elezione del nuovo Parlamento Europeo ma, per caso, ricordate che qualcuno dei candidati italiani – di qualsiasi partito – si sia soffermato almeno un po’ su una questione così importante per la sicurezza e la pace dei cittadini della vecchia Europa? In questa campagna si è parlato poco, in generale, delle politiche dell’Unione, dal momento che l’unica preoccupazione sembrava essere quella di coltivare il proprio orticello e le proprie alleanze a livello interno, ma soprattutto si è evitato accuratamente di affrontare questioni scottanti come quella della difesa e degli equilibri internazionali.

Solo qualche forza politica, come la Lista Tsipras, ha accennato – nell’ultimo punto del suo programma – alla “abolizione degli accordi economici e militari”[2] . Il Partito Democratico si è premurato d’inserire nel suo programma elettorale l’affermazione che:  “L’Europa deve unire le proprie risorse in tema di difesa, sviluppo, commercio e diplomazia, per massimizzare gli effetti positivi della sua politica estera…”[3], mentre nel programma del Partito Socialista Europeo (cui il PD aderisce), non si trova neppure questo vago riferimento.[4]

Altrettanto ambigua – ma più prevedibilmente – è la posizione del Partito Popolare Europeo, nel cui Manifesto è stata inserita quest’affermazione: “L’unione Europea deve…potenziare ed accrescere l’efficienza della sua politica estera. Guadagniamo forza attraverso un’azione coordinata. à Il PPE intende potenziare le prerogative dell’Europa in materia di affari esteri, sicurezza e difesa, rafforzando la sua capacità di agire nel mondo.” [5]

Nessun riferimento alle questioni della pace e del disarmo è possibile reperire nei sintetici 7  punti del programma per l’Europa del Movimento 5 Stelle , mentre qualcosa di più dettagliato lo troviamo nel programma elettorale dei Verdi Europei: “ Grazie ai Verdi , una parte più importante del bilancio dell’UE sta per essere consacrata alla prevenzione dei conflitti attraverso lo Strumento di stabilità e di pace. Noi abbiamo sostenuto anche l’idea di un Corpo della pace dell’UE e di un Istituto europeo per la pace. Noi siamo contrari al finanziamento della ricerca militare da parte del bilancio europeo [… ]Il commercio europeo delle armi, comprese le tecnologie di sorveglianza, esporta insicurezza nelle regioni come il Medio ed Estremo Oriente. I Verdi vogliono ridurre questo commercio ed impedire l’esportazione di armi, che può essere utilizzata contro i movimenti di liberazione e di protesta civica”. [6]

La triste e scomoda verità – come ha messo in luce la Campagna Europea di Banche Armate – è che: “L’Unione Europea (UE) assicura un quarto delle esportazioni mondiali di armi. Alcuni Stati sono particolarmente coinvolti: la Francia e la Gran Bretagna si disputano da anni la terza posizione a livello mondiale dietro la Russia e gli Stati Uniti; altri paesi, tra cui la Germania, la Spagna e l’Italia occupano a loro volta una collocazione rilevante in questo commercio.” [7]

A tal proposito, Giorgio Beretta, scrivendo per il portale Unimondo, sottolineava che, dopo il calo del 2010, gli ordinativi ai paesi dell’Unione Europea per esportazioni di sistemi militari nel 2011sono addirittura aumentati del 18,3% , superando i 37,5 miliardi di euro. Alcuni Stati europei non hanno reso noti i dati richiesti, mentre l’allora governo ‘tecnico’ di Monti: “…forse per adeguarsi allo standard tedesco […] ha pensato di manipolare un po’ le cifre. A fronte degli oltre 2,6 miliardi di consegne riportate nella Relazione governativa nazionale, i funzionari governativi hanno riferito all’UE solo poco più di 1 miliardo…” [8]

Insomma, sembrerebbe proprio che il ruolo dei mercanti d’armi (e quindi di morte) all’interno dell’Europa sia l’ultimo dei problemi. Si direbbe che ben pochi si preoccupino che la nostra Unione – presentata trionfalisticamente negli spot televisivi come la realtà che ha garantito la pace negli ultimi 60 anni –  appaia sì priva di una politica comune di difesa, ma comunque molto solidale nel difendere gli interessi di chi produce ed esporta strumenti per fare le guerre. Del resto, non è certo un caso che Papa Francesco abbia recentemente affermato, con la consueta chiarezza evangelica: “Tutti parlano di pace, tutti dichiarano di volerla, ma purtroppo il proliferare di armamenti di ogni genere conduce in senso contrario. Il commercio delle armi ha l’effetto di complicare e allontanare la soluzione dei conflitti, tanto più perché esso si sviluppa e si attua in larga parte al di fuori della legalità…” [9]  Lo stesso Pontefice, il 15 maggio, è tornato sull’argomento, auspicando: ‘…che la comunita’ internazionale dia luogo ad una nuova stagione di impegno concertato e coraggioso contro la crescita degli armamenti e per la loro riduzione”.[10]

Control-Arms-80-governi-partecipano-alla-consultazione-sostegno-di-Ban-Ki-Moon1_mediumIn Italia, comunque, le campagne contro lo strapotere degli armivendoli ci sono da anni, anche se ben pochi ne parlano, come è facile immaginare. Oltre quella denominata Banche Armate – promossa da Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia [11] – c’è infatti ControllArmi , promossa dalla Rete Italiana per il Disarmo[12]  e ci sono anche le puntuali ricerche condotte da Archivio Disarmo, che il 14 maggio scorso ha organizzato un importante convegno a Roma, sul tema: “Italia/Europa: politica di difesa e prospettive di pace”[13].

Questo però non significa che gli Italiani siano consapevoli dello scandalo dei miliardi che il nostro Paese spende per le armi e di quelli che guadagna vendendole, all’interno di un quadro istituzionale europeo dove, in teoria, esisterebbero già trattati e convenzioni.

“Resta il fatto che a 14 anni dall’entrata in vigore del Codice di Condotta (aggiornato nel 2008 dalla Posizione Comune sulle esportazioni di sistemi militari) non si è ancora in grado di conoscere con certezza dalla Relazione UE né i paesi destinatari né la precisa tipologia dei sistemi d’arma esportati dai singoli stati membri. E’ una questione non irrilevante per la sicurezza comune e che andrebbe sollevata sia nei parlamenti nazionali che al parlamento europeo: soprattutto ora che è entrata in vigore la direttiva comunitaria che “semplifica l’interscambio di materiali d’armamento all’interno dell’UE” che rischia di ridurre ulteriormente le informazioni e la trasparenza in materia di esportazioni di armi.” [14]

Date queste premesse, risulta un’enorme contraddizione non solo che il premio Nobel per la pace sia stato recentemente attribuito all’U.E. ma, soprattutto, che si sia continuato anche di recente a sbandierare l’immagine dell’Europa come garanzia di pace e di sicurezza.

Da un altro interessante articolo [15] apprendiamo, ad esempio, che il 90% dei ‘consulenti’esterni al Parlamento Europeo proviene dal mondo delle industrie, molte delle quali sono, guarda caso, legate alla produzione di armamenti. Li chiamano advisory groups ma il loro ruolo, più che  ‘consigliare’ gli europarlamentari, pare proprio sia quello di fare lobbying, influenzando pesantemente le decisioni comunitarie.

Certo, l’Europa si è già data strumenti legislativi di controllo, come la Decisione 2010/336 del Consiglio, nella quale si prevede che debbano: “…incoraggiare gli Stati membri dell’ONU a sviluppare e migliorare competenze nazionali e regionali per attuare controlli efficaci sul trasferimento di armi, al fine di assicurare che il futuro ATT, quando entrerà in vigore, sia quanto più possibile efficace.”[16].  Per conseguire tale risultato, questo atto normativo prevede che il progetto di ‘seminari regionali’ sia finanziato con un milione e mezzo di euro, anche se – a dire il vero –  nessuno sembra essersi finora accorto della loro effettiva funzione…

E’ il caso di sottolineare poi che l’Unione Europea, sebbene sia allineata alle normative internazionali e si avvalga della normativa internazionale e degli esperti dell’ONU (UNIDIR), paradossalmente non è stata a lungo in grado di ratificare direttamente il Trattato sul Commercio delle Armi (Arms Trade Treaty – ATT) [17], in quanto non è ufficialmente membro delle Nazioni Unite, ragion per cui ha dovuto seguire un percorso piuttosto contorto per adeguarvisi, come nota Gianluca Farsetti in un suo articolo dello scorso febbraio.[18]

Anche nella mia Napoli sono state svolte alcune iniziative pubbliche, per diffondere la campagna contro l’intreccio perverso tra politica e commercio di armi, promossa dal tenace missionario comboniano padre Alex Zanotelli. Egli infatti ha lo sempre denunciato con forza, rilanciando recentemente una petizione per chiedere trasparenza su una questione così grave, che sembra aver registrato non solo ‘pressioni’ lobbistiche, ma vere e proprie tangenti ai partiti (cfr. il mio precedente articolo: https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/12/08/noli-me-tangere/).

“Dobbiamo sostenere la Procura di Napoli ,di Busto Arsizio e di Roma perché possano continuare la loro indagine per permetterci di capire gli intrecci tra il commercio delle armi e la politica. Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere la verità su questo misterioso intreccio. E’ in gioco la nostra stessa democrazia. Soprattutto ora che l’Italia sta investendo somme astronomiche in armi. […] Noi cittadini italiani abbiamo il diritto di sapere se quella pratica è continuata in questi ultimi 20 anni. In questi anni l’industria bellica italiana è cresciuta enormemente. Abbiamo venduto armi, violando tutte le leggi, a paesi in guerra come Iraq e Iran e a feroci dittature da Mobutu a Gheddafi, che hanno usato le nostre armi per reprimere la loro gente….”[19]

Per concludere, su questa sconcertante vicenda occorre davvero che Italia ed Europa “cambino verso” – per prendere in prestito lo slogan del PD alle ultime elezioni – in modo da assicurare trasparenza e coerenza nelle scelte.  Continuando a citare alcune frasi ricorse in quest’ultima, brutta, campagna per il Parlamento Europeo, potremmo dire allora che: “Ce lo chiedono i nostri figli”, proprio perché – come recita uno slogan della Sinistra tedesca –  “L’Europa può essere diversa: sociale, pacifica, democratica”.

E’ inutile nasconderselo: il quadro politico emerso da queste elezioni europee non è certo incoraggiante, presentando un primato dei partiti popolari moderati ed una forte crescita delle forze politiche di destra e populiste. Ecco perché, come ho sintetizzato nel titolo, credo che sia arrivato il momento di azionare i tre fatidici tasti del computer della politica: CTR (esercitare il controllo); ALT (promuovere alternative) e, soprattutto, CANC (cancellare la guerra). E’ ora d’iniziare anche noi, fin da subito, la nostra lobbying dal basso – in nome del disarmo e della pace – nei confronti di coloro che abbiamo contribuito ad eleggere europarlamentari.

Ce lo chiedono i nostri figli.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOTE :

[1]  http://agirpourlapaix.be/26-04-journee-de-preparation-daction-crtlalteu/

[2] http://www.oltremedianews.com/rubriche/lista-tsipras-ecco-il-programma

[3]https://s3.amazonaws.com/PDS3/allegati/programma%20pd%20europa_DEF_Layout%201_1.pdf

[4] http://www.europaquotidiano.it/wp-content/uploads/2014/05/europee_programmaPse1.pdf

[5] http://dublin2014.epp.eu/wp-content/uploads/2014/03/Manifesto-with-cover-IT.pdf

[6] http://europeangreens.eu/sites/europeangreens.eu/files/Manifeste%20Commun%202014_0.pdf

[7] http://www.banchearmate.it/CampagnaEuropea.rtf

[8] https://www.facebook.com/notes/stop-the-war/sempre-pi%C3%B9-armi-europee-nel-mondo-litalia-cosa-fa/10151372841614404

[9]http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/30461_Papa_Francesco__Commercio_armi_e_migrazioni_forzate_mettono_a_rischio_la_pace.php#.U4nMXXLV9cQ

[10]http://www.asca.it/news-Papa__condanno_proliferazione_e_commercio_armi__Pace_bene_globale-1388034.html

[11] http://www.banchearmate.it/home.htm

[12] http://www.disarmo.org/rete/index.html

[13]http://www.archiviodisarmo.it/images/Programma%20seminario%2014%20maggio%202014.pdf

[14] https://www.facebook.com/notes/stop-the-war/sempre-pi%C3%B9-armi-europee-nel-mondo-litalia-cosa-fa/10151372841614404 (cit.)

[15] http://www.lettera43.it/politica/lobby-nell-unione-europea-gli-advisory-group-danno-la-linea_43675124988.htm

[16] http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/;jsessionid=YPQsTKFWG7v492g0RDrpvDQy4QR2pyxGWdKXc89s97BNVYhQ9RBk!-1548291755?uri=CELEX:32010D0336   Altra documentazione sulla regolamentazione europea del controllo delle armi è reperibile all’indirizzo internet: http://europa.eu/legislation_summaries/foreign_and_security_policy/cfsp_and_esdp_implementation/ps0012_it.htm

[17] Cfr. http://www.un.org/disarmament/ATT/

[18]http://www.rivistaeuropae.eu/esteri/esterni/lunione-europea-e-larms-trade-treaty-att/

[19] http://www.ildialogo.org/appelli/MaleOscuro_1369771177.htm

PORCA MISERIA!

miseriaSono stato recentemente invitato alla presentazione di ‘Miseria ladra’, lodevole campagna promossa da Libera e dal Gruppo Abele “per combattere la povertà e per l’inclusione sociale”, cui hanno già aderito centinaia di associazioni e diverse amministrazioni comunali. Al Dormitorio Pubblico di Napoli si sono alternati i rappresentanti di varie realtà locali impegnate in tal senso, ma il mio intervento ha richiesto una premessa. Non era così scontato, infatti, che un esponente d’una Rete associativa che si occupa di energie alternative portasse la sua adesione ad un’iniziativa del genere. A prescindere dalle mie motivazioni personali (da trent’anni mi occupo di lavoro sociale di base e sono tuttora impegnato nella Caritas della mia parrocchia) ho cercato quindi di spiegare perché un impegno ambientalista ed ecopacifista non può prescindere da quello sociale e da una visione solidaristica della società.

Dal dépliant distribuito alla conferenza apprendiamo che, secondo il rapporto ISTAT del 2012, quasi 10 milioni d‘italiani si trovano in condizione di povertà relativa e quasi 5 in stato di povertà assoluta. Un italiano su tre – per Eurostat – risulta a rischio povertà ed ancora più preoccupante è il dato secondo il quale i minori indigenti sono ormai quasi un milione, con un’impennata anche della dispersione scolastica, giunta al 18,2%. Il 63% delle famiglie è stata costretta a ridurre la spesa per alimenti ed il 40% deve vivere in condizioni definite di “deprivazione materiale”. I ‘senza fissa dimora’, infine, sono circa 50.000, ma la situazione si aggrava ogni giorno di più.

Ebbene, di fronte a questi sconfortanti dati statistici, la prima ed ovvia reazione è quella di prendercela con i “governi ladri”, cioè col mix di corruzione, cinismo e disinteresse per la condizione reale dei cittadini che da troppo tempo sembra caratterizzare la classe politica italiana, alimentando una comprensibile reazione di sfiducia e diffidenza verso chi ci amministra.    E’ innegabile che le responsabilità maggiori siano imputabili alle scelte di chi si è alternato finora al governo centrale e nelle giunte locali, ma ritengo comunque semplicistico e qualunquistico prendersela solo con chi ha direttamente gestito il denaro pubblico. Penso infatti che il vero nodo del problema non sia tanto l’individuazione dei responsabili ‘in solido’ del progressivo depauperamento delle persone e delle realtà collettive, quanto la ricerca dei meccanismi economici e sociali che caratterizzano un modello di sviluppo che genera solo ingiustizia, sfruttamento e miseria, per non parlare dei conflitti che suscita, in ambito nazionale ed internazionale .

E’ evidente che disuguaglianza e precarietà alimentano le mafie, che ne traggono evidenti e crescenti utili, esasperando il processo di degrado sociale e fomentando la corruzione politica. Sarebbe però ipocrita puntare il dito solo contro mafiosi e camorristi, facendo finta che la struttura stessa della società – quella che una volta si chiamava establishment – non sia marcia e di per sé causa di degrado morale e di devastazione ambientale, prima ancora che di devianza criminale.

Insomma, la violenza che pervade ed inquina la nostra società, acuendo disuguaglianze e rendendo incerto il futuro delle nuove generazioni, è quella sottesa ad un modello di sviluppo predatorio, iniquo ed antiecologico. L’analisi fatta da Libera non manca di ribadirlo nell’opuscolo citato, sottolineando opportunamente che: “criminalità organizzata, corruzione e distruzione ambientale si rafforzano, a scapito dei diritti, della coesione sociale e della partecipazione dei cittadini, sempre più dipendenti dalle istituzioni”.

Ciò che, a mio avviso, non emerge abbastanza chiaramente è che da una società fondata sullo sfruttamento illimitato delle risorse naturali e degli esseri umani, che violenta la natura proprio come le persone, non c’è da aspettarsi nulla di diverso. Ecco perché una scelta chiaramente e radicalmente ecologista comporta il superamento del modello di sviluppo dominante e dello stesso concetto di ‘crescita’, che si dà troppo spesso per scontato, come se si trattasse di un dato neutro. Eppure dovremmo ormai esserci resi conto quella crescita –  se non è sottoposta ai limiti posti dalla stessa natura e dalla morale umana – non è affatto indipendente dalla violenza che colpisce sia la prima sia la seconda, nella scientistica convinzione – o meglio, presunzione… – che c’è sempre un rimedio a tutti i guai che stiamo producendo sul nostro Pianeta.

La dantesca “aiuola che ci fa tanto feroci” sta subendo il peso maggiore di questa continua sfida alle leggi di natura, alla ricerca sfrenata dell’arricchimento di pochi, che porta con sé il depauperamento dei più, e del potere di alcuni su tutto e tutti, che genera dipendenza e marginalità in chi è costretto a subirlo. Ecco perché non possiamo illuderci di rendere meno ingiusta la nostra società senza una radicale svolta nel senso d’un modello economico e sociale alternativo all’attuale.

“Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo,che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello“scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”[…]Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro,come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza…”  (Francesco, Evangelii gaudium, 53-54)

Quelle di Papa Francesco sono parole chiare e forti: la miseria e l’emarginazione non sono effetti collaterali dello sviluppo, ma negazione d’un autentico sviluppo. I nostri stili di vita consumistici sono la causa stessa dello sfruttamento di larga parte dell’umanità, non certamente un obiettivo da consolidare e, peggio ancora, da esportare nei c.d. ‘paesi sottosviluppati’, come si vorrebbe far credere. Se poi usciamo dall’ottica d’un etica e di una politica rigidamente antropocentriche e consideriamo con più attenzione gli immani disastri e gli squilibri ecologici che questo modello di sviluppo sta provocando, credo che la necessità di uno stretto rapporto tra impegno sociale e quello ambientale risulti ancora più evidente.

Libera e le altre realtà che hanno lanciato la campagna ‘Miseria ladra’ propongono una strada da percorrere insieme. Le indicazioni sono sostanzialmente tre: (a) uscire dalla crisi “tutti insieme”, per difendere “l’interesse generale, restituendo speranza nel futuro” ; (b) costruire un “percorso partecipato ed una rete di pari tra pari”, per lanciare una nuova proposta sul welfare; (c) porre in atto “strumenti concreti di contrasto alla povertà”, in un’ottica di confronto con le istituzioni e di partecipazione.  Questo percorso comune è stato poi concretizzato in “10 misure per rendere illegale la povertà”, che chi aderisce alla campagna dovrebbe condividere: (1) fondo sociale per la non autosufficienza; (2) moratoria sui crediti di Equitalia e banche; (3) pagamenti certi della pubblica amministrazione verso chi fornisce beni e servizi; (4) agricoltura sociale e risanamento idro-geologico, riconvertendo il sistema produttivo ed energetico; (5) sospensione degli sfratti esecutivi per i più bisognosi; (6) destinazione sociale del patrimonio immobiliare sfitto delle città; (7) residenza presso i municipi dei soggetti senza fissa dimora; (8) introduzione del reddito minimo di cittadinanza; (9) difesa dei beni comuni e ‘pubblicizzazione’ dei servizi essenziali; (10) rinegoziazione del debito pubblico.

Ebbene, si tratta di proposte concrete e condivisibili, che si possono certamente sottoscrivere. Ciò che mi sembra manchi in questo percorso, invece, è una prospettiva più chiara e netta di un’alternativa da costruire, più che di una ‘terapia’ cui sottoporre il sistema attuale. La questione centrale, a mio avviso, non è“rendere illegale la povertà”  quanto rendere illegale lo sfruttamento, che sta alla base del sistema economico che in troppi ormai considerano l’unico, in quanto sarebbe privo di alternative credibili. Sfruttare le risorse naturali è l’altra faccia di un modello che sfrutta le persone e si sostiene grazie all’imperialismo economico e militare. Può forse sembrare un’affermazione troppo netta e schematica, ma credo che sia finito il tempo dei giochi di parole e delle razionalizzazioni che cercano di conciliare cose inconciliabili.

Certo, la mia formazione cristiana e nonviolenta mi ha abituato a percorrere tutte le strade intermedie ed a perseguire tutte le soluzioni che possano mediare nei conflitti. Mi ha però insegnato anche che non si può servire Dio ed il denaro (“οὐ δύνασθε θεῷ δουλεύειν καὶ μαμμωνᾷ” Mt. 6,24) e che la logica dell’arricchimento e la corsa al potere creano solo poveri e marginali. Lo stesso peccato originale è frutto dell’arroganza umana, che non vuole riconoscere limiti e persegue l’onnipotenza a tutti i costi, con la tragica conseguenza di considerare la sottomissione degli altri e della stessa Terra come il prezzo da pagare per la propria affermazione.

Quella che il Papa chiama ‘globalizzazione dell’indifferenza’, allora, non si combatte solo con misure ‘compensative’, come fondi sociali, moratorie dei debiti, sospensione degli sfratti o revisioni del debito pubblico. Sono provvedimenti certamente necessari a rompere la nostra colpevole indifferenza, ma non sufficienti a smantellare i muri d’ingiustizia che creano esclusione e subordinazione. Più ‘strutturali’, come si diceva una volta, mi sembrano invece sia l’indicazione ad agire in direzione dell’agricoltura sociale e del risanamento ambientale, opponendosi al dissesto idrogeologico ed alle minacce alla biodiversità naturale, sia la difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici essenziali, restituendo loro la natura collettiva e sociale. Sottrarre le risorse ambientali ed i beni comuni alla logica dell’accaparramento e del controllo, infatti, è il primo passo per costruire una società in cui lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno diventi la sola e vera garanzia dello sviluppo di tutti.

La Civiltà del Sole, di cui io e tanti altri stiamo cercando di diffondere i principi, cerca appunto di affermare non solo l’importanza fondamentale d’una riconversione energetica verso le fonti pulite, rinnovabili e diffuse, ma anche un modello di società più decentrata, comunitaria ed autosufficiente. Ecco perché non possiamo disinteressarci della marginalità sociale e delle vecchie e nuove povertà, dal momento che un modello alternativo di sviluppo sarebbe la risposta più globale anche ad esse. Oltre 300 anni fa Tommaso Campanella scriveva: “Più naturale è il dominio e la comunità dove il bene è più comune a tutti: e violento è più, dove è manco comune.”, sintetizzando così il principio su cui si basava la sua utopica ‘Città del Sole’. Per passare dall’impoverimento a quello che in inglese si chiama empowerment (emancipazione, crescita di potere…) è necessario quindi fare delle scelte alternative ad un modello fondato sul dominio che non rispetta né la natura né la comunità umana.  Il vero ladro di diritti, infatti, non è la miseria ma il sistema iniquo che la genera ed al quale dobbiamo opporci, se vogliamo non solo promuovere l’inclusione sociale ma costruire davvero ‘il bene comune’.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

LA SOSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

costituzione RIUno dei tanti, scoppiettanti, giochi di parole dell’ottimo Alessandro Bergonzoni mi ha ispirato questo titolo come sintetica fotografia di quello che ci sta capitando, ma di cui forse non ci stiamo rendendo veramente conto.  Del resto, quella di sostituirci sotto gli occhi con qualcosa di profondamente nuovo e diverso ciò cui siamo abituati – e che magari ci fa anche quotidianamente brontolare – non è proprio una novità nel nostro Belpaese. Sono anni, infatti, che i nostri politici stanno giocando spericolatamente – e spudoratamente – con le parole, destituendole del loro significato ordinario per attribuirgli un senso del tutto differente, se non opposto, a quello iniziale.

Ecco, ad esempio, che questa orwelliana “Neolingua” ha sostituito un vocabolo oggettivamente sgradevole come “guerra” col tranquillizzante e buonista “missione di pace”. Ecco che si può tranquillamente tacciare come “conservatori” coloro che cercano di proteggere dall’aggressione ciò che resta dell’ambiente naturale, nel mentre si qualificano “riforme” una serie di provvedimenti che, un pezzo alla volta, stanno smantellando quel che resta dello Stato Sociale e delle conquiste civili degli ultimi sessanta anni. Il fatto è che, in quest’ottica capovolta e perversa, le parole sono messe al servizio d’un ben preciso progetto di s-naturamento, che non riguarda solo il nostro ambiente di vita, ma anche il senso profondo di ciò che ci succede intorno, quello che una volta i filosofi chiamavano Weltanshauung (“visione del mondo”).

Per ovvi motivi, a questa subdola operazione non si poteva sottrarre quello strumento fondamentale del nostro riconoscerci come cittadini di uno stato, che è la Costituzione. Tale termine, come quello usato in precedenza, cioè ”Statuto”, ha non a caso la stessa radice di “Stato” e di “istituzioni”, richiamando i principi primi su cui poggia la convivenza civile in un certo contesto socio-politico. Principi che, manco a dirlo, dovrebbero comunque mantenersi “stabili”, anche se un democrazia non può mai essere “statica” in assoluto. Tutto, in effetti, può essere legittimamente sottoposto a “ri-forma”, a patto che le modifiche intervengano davvero sulla “forma” delle cose e non sulla loro sostanza che, etimologicamente, è quanto sta “sotto” e ne costituisce il fondamento.

Nel corso di questi ultimi decenni la classe politica italiana ha già fatto troppi danni, che sono sotto gli occhi di tutti, ed abbiamo anche già assistito alla grottesca pretesa che proprio chi ha provocato i guai si presenta, senza ritegno, come “salvatore della patria” e “riparatore dei torti”. Non ci fa più specie, ormai, che i media continuino a farci sfilare sotto gli occhi ministri, massimi dirigenti dello Stato e grandi industriali che ci spiegano come e qualmente andrebbero risolti gli annosi problemi dell’Italia, come se loro non c’entrassero per nulla e fossero solo dei severi osservatori esterni.  Non riusciamo più neanche a indignarci quando chi ci sta ingannando da anni si presenta nuovamente a chiederci il voto, in nome del rinnovamento e della lotta alle caste.

Però dovrebbe esserci un limite alla spudoratezza, ed è quello della salvaguardia di quei pochi punti fermi che credevamo e speravamo restassero indiscutibili della nostra Carta costituzionale. Così però non è stato e, alla luce della riforma prevista dall’ultimo disegno di legge del governo Renzi, dobbiamo quindi preoccuparci dei sostanziali stravolgimenti cui sta per essere sottoposta. La verità è che un mix di forze palesi ed occulte non solo ci stanno scippando violentemente non solo decenni di conquiste dovute alla partecipazione democratica, ma ci stanno anche cambiando radicalmente lo Stato sotto gli occhi.

La “Sostituzione della Repubblica Italiana”, sebbene in atto da un bel po’ in modo latente, sta ora venendo prepotentemente alla luce a causa del convulso ed arrogante attivismo del nostro attuale Presidente del Consiglio, cui va riconosciuto peraltro di non aver neppure tentato di nascondere le proprie effettive intenzioni, pur se condite dai rutilanti fuochi d’artificio della sua autopropaganda. Sarebbe comunque sciocco attribuire a Renzi la “contro-riforma” costituzionale che adesso sta assumendo una fisionomia chiara, se non altro perché un simile progetto centralista, presidenzialista e decisionista risale quanto meno agli anni ’80 del secolo scorso. A quei tempi, chi come Craxi provò a cambiare bruscamente le regole del gioco dovette però fronteggiare veti contrapposti e sensibilità ideologiche molto più accese. Oggi invece sembra che ormai “tutto fa brodo”, come si diceva una volta, per cui temo che siano diminuiti enormemente coloro i quali si preoccupano davvero che il nostro Paese resti “di sana e robusta Costituzione”, anziché scimmiottare maldestramente le istituzioni altrui e gli altri sistemi elettorali. Soprattutto, temo che non siano rimasti in molti quelli che sono disposti ad opporsi “senza se e senza ma” a chi vorrebbe omologarci al  pensiero unico che ci sta colonizzando da troppi anni, asservendoci così ad un “nuovo ordine mondiale” deciso al vertice da chi vuol continuare a spadroneggiare incontrastato sul nostro povero pianeta.

Allora, più che davanti ad una “revisione costituzionale”, ci troviamo di fronte ad un vero golpe anti-costituzionale che, più che dare solidi e chiari fondamenti di equità e vera partecipazione democratica al confuso ed equivoco federalismo su cui si è estenuantemente dibattuto negli ultimi anni, sceglie di cancellarlo con un colpo di spugna, riportandoci al centralismo più bieco in nome della “razionalizzazione” della macchina statale e burocratica e dell’immancabile spending review.

Beh, non c’è nulla di male a combattere sprechi e malgoverno, anzi si tratta di una precondizione per qualsiasi seria riforma. Ciò che non va, in questo caso, è che sembra proprio che si consideri la stessa democrazia come uno “spreco” che non possiamo più concederci il lusso di conservare…  Dietro il savonaroliano zelo del fiorentino Renzi, che afferma di scagliarsi contro le resistenze delle varie caste che impediscono il rinnovamento, affiora più che altro la spicciativa tendenza a dare un bel calcio a tutti gli ostacoli alla “de-forma” autoritaria della nostra Repubblica. Con lo stesso tono efficientista e decisionista con cui egli ha voluto dimezzato i metri quadrati delle stanze dei dirigenti pubblici, ad esempio, ha cercato di dimezzare anche…le Camere del nostro Parlamento. Con la stessa grinta con cui ci ha spiegato che possiamo fare benissimo a meno delle province, vorrebbe ora farci credere che, in fondo, potremmo forse fare a meno delle stesse regioni, le cui competenze sono, non a caso, massicciamente ridotte nel suo disegno di legge.

Parole inglesi prima di moda come devolution, ma anche concetti più italianamente pregnanti come quello di “sussidiarietà”, sembrerebbero essere stati ricoperti dal polverone mediatico di chi – sommando il ruolo di leader di partito a quello di premier – sta proseguendo come un panzer la sua crociata laica per “restringere” lo stato, facendo fuori partiti, istituzioni ed altre realtà di un tessuto sociale assai più complesso di quello che vorrebbe farci credere.  Termini come “semplificazione” , peraltro, non da ora sono stati sbandierati come pretesto per preoccupanti manovre di ben altra sostanza politica, ma adesso appare sempre più chiaro che il “Bispensiero” e la “Neolingua” profetizzati sessant’anni fa da Orwell nel suo “1984” sono diventati il pane quotidiano della nostra attuale politica.  Alla base del Newspeak imposto dal regime del Big Brother orwelliano, non a caso, c’era proprio questo meccanismo di riduzione, abbreviazione e pretesa semplificazione del linguaggio, per sterilizzarlo da ogni idea e meglio controllare la comunicazione. Non è un caso neppure che il Double-Thinking (Bispensiero) cui s’ispirava la lingua dell’Ingsoc/Socing fosse fondato proprio sulla capacità di espellere ogni dissonanza fra forma e contenuto delle parole, introducendo corrispondenze prima improponibili tra il loro significante e significato, consentendo che la propaganda sostituisse il ragionamento e l’assurdo la logica. La verità è che, con la scusa di “semplificazioni”, “razionalizzazioni” e “standardizzazioni”, stanno anestetizzando le diversità culturali e politiche, cercando di addormentare lo spirito critico e la razionalità. Ma, come scriveva il grande Goya già alla fine del XVIII secolo “el sueño de la razòn produce monstruos”….

Vi sembra che sto esagerando? Beh, basta leggere con un po’ di attenzione il testo del DdL costituzionale del governo Renzi presentato alla Camera dei Deputati (che porta la data del 12 marzo ma è stato poi modificato il 31 marzo) per rendersi conto di cosa ci stanno preparando. Ovviamente l’attenzione finora è stata focalizzata quasi interamente sulla de-forma del Senato, prima spazzato via, poi trasformato in Assemblea di secondo livello degli enti locali ed infine restituito al rango di “Senato delle Autonomie”. Bene, bravi! Dopo più di mezzo secolo abbiamo finalmente eliminato il c.d. “bicameralismo perfetto” e lasciato spazio alle autonomie. Peccato che, nel frattempo, alla devolution sia nel frattempo succeduta l’attuale “de-devolution”, in nome di un rinato centralismo che guarda con sospetto alle autonomie locali, considerandole un fastidioso impatto allo “sviluppo”.  In buona sostanza, comunque, quello che esce dal disegno legislativo a firma Renzi è una Repubblica che per ora  resta sì “parlamentare”, ma dove il Parlamento è stato ridotto alla Camera dei Deputati – il vero organo legislativo ed il solo che rappresenti gli elettori – con l’integrazione di un’assemblea di secondo livello, che può decidere di esaminare o meno le leggi approvate dalla Camera. Ma laddove essa decida di discutere ed eventualmente modificarne alcune che ricadano in una casistica particolare (dettagliata all’art. 70 del DdL), non è neanche detto che la Camera debba attenersi a questi atti, visto che può procedere comunque  con la loro definitiva approvazione a maggioranza assoluta. In una Repubblica in cui i Deputati faranno le leggi (votando la fiducia al governo, il bilancio, la ratifica dei trattati internazionali e la dichiarazione di guerra…) il Senato resterebbe poco più d’un organo consultivo e di mera rappresentanza di enti locali e regioni.  Ciò prefigura un parlamento sempre più single, incalzato da un Governo sempre più decisionista e protagonista anche del processo legislativo, attraverso proposte e decreti, che dovrebbero essere discusse in tempi ridotti. Nel caso del Senato, addirittura, essi si riducono a 30 giorni dalla presentazione del testo alla Camera, con un periodo massimo di altri 10 giorni per deliberare eventuali modifiche (nel testo iniziale di parlava esclusivamente di “pareri”…).

Dice: sì, però così le autonomie locali assumono un maggior peso e viene loro rinosciuta una maggior rappresentanza a livello nazionale. Beh, non è così. A prescindere dal fatto che Presidenti delle Regioni e Sindaci dei Comuni Capoluogo saranno impegnati un bel po’ a Roma per le sedute del c.d. “Senato delle Autonomie” (situazione che mi ricorda vagamente il richiamo forzato a Parigi dai propri feudi della nobiltà, voluto da quel grande decentratore del Re Sole…), la mazzata più pesante il piano-Renzi l’ha data infatti proprio alle Regioni ed alla loro effettiva autonomia.

L’articolo 117 della Costituzione Italiana, anche se troppo poco se ne parla in giro, è stata infatti la principale vittima della de-devolution prossima ventura. Il testo ancora in vigore prevedeva che la distribuzione delle competenze tra Stato centrale e Regioni fosse scandita secondo tre livelli: ambiti di esclusiva potestà dello Stato; materie in cui era possibile una competenza di entrambi e, conseguentemente, una “legislazione concorrente”; ed infine questioni di competenza regionale, cioè materie cui la Costituzione non avesse già attribuito la competenza allo Stato.  Nel secondo caso, quello oggettivamente più controverso, la ratio era la seguente: “Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.”. Ebbene, il governo ha ritenuto che anche in questo caso fosse opportuno “semplificare” ed ha quindi decapitato di netto questa seconda possibilità, avocando a sé tutte le competenze fondamentali, con buona pace del decentramento e della sussidiarietà !  Il fatto che i punti dell’art. 117 della nuova “Sostituzione della Repubblica Italiana” in cui si elencano le competenze esclusive dello Stato vadano dalla lettera “a” alla “z” è di per sé già sintomatico. Possiamo quindi ritenerci fortunati che l’alfabeto italiano non comprenda anche le lettere “j”, “k”, “w”, “x” e “y”, altrimenti la potestà statale avrebbe potuto ulteriormente debordare, invadendo perfino territori di ambito strettamente territoriale e locale…

Con l’approvazione del DdL Renzi, quindi, alle Regioni – oltre “la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato” (espressione che comunque dice tutto e niente)  resterà assai poco su cui deliberare e legiferare, il che renderà ancora più vuoti ed inutili i loro carrozzoni burocratici e clientelari, ma spazzerà via anche ogni traccia, più che di federalismo, di puro e semplice decentramento.  Uno Stato che si riprende in mano il commercio con l’estero, la sicurezza del lavoro, l’istruzione e la formazione professionale, la ricerca scientifica e tecnologica, la tutela della salute e della protezione civile, i beni culturali e tanti altri ambiti di gestione del territorio è, oggettivamente, un’entità antistorica e mostruosa, generata certamente dal “sonno delle Regioni” ma soprattutto dal delirio di onnipotenza di chi da tempo vagheggia una repubblica presidenziale e per niente federativa.

La reconquista del dominio incontrastato su “produzione, trasporto e distribuzione dell’energia (punto “v” del nuovo testo dell’art. 117) costituisce uno degli ambiti-chiave della “sostituzione repubblicana”, un fondamentale settore strategico che viene sottratto alla dialettica democratica ed alla scelte degli stessi cittadini. Sono anni, peraltro, che i governi cercano di riprendersi le competenze in materia energetica, in modo da poter fornire le opportune garanzie alle potentissime lobbies delle fonti fossili, che hanno finora impedito all’Italia di portare avanti una vera svolta, non solo nel senso di quella che siamo abituati a sentir chiamare green economy, ma soprattutto nella direzione della consapevolezza di quanto l’autonomia energetica sia legata anche al rispetto del territorio e ad uno sviluppo decentrato, rendendo protagoniste e più responsabili le comunità locali. Invece di procedere a grandi passi verso la “civiltà del sole” e la rivoluzione dal basso delle “rinnovabili”, i nostri governanti vogliano inchiodarci a scelte energetiche che non sono solo scellerate sul piano ambientale, ma anche subalterne a logiche tipiche di un modello di sviluppo iniquo e predatorio.  Noi della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità abbiamo sperimentato in prima persona che cosa significa cercare di rompere gli equilibri e gli ordini costituiti per restituire alle regioni ed agli enti locali il potere di decidere in modo davvero autonomo delle loro risorse energetiche. La legge regionale d’iniziativa popolare su “Cultura e diffusione dell’energia solare in Campania” – che noi abbiamo promossa e per la quale abbiamo raccolto circa 20.000 firme di cittadini – è infatti l’unico esempio di legislazione regionale in materia energetica che nasca dalla volontà popolare e non da alchimie partitiche consiliari. Non a caso, infatti, una volta approvata all’unanimità dal Consiglio Regionale della Campania, la L.R. n. 1 del 18.02.2013 è stata subito boicottata dalla stessa Giunta Regionale, che ne determinò dopo poco più di un mese la modifica con diversi emendamenti, mentre il Governo cercava di far risultare addirittura anticostituzionale una legislazione regionale in materia.  Ecco perché, se da un lato non ci meraviglia che il potere centrale stia di nuovo cercando di esautorare gli enti locali, privandoli con legge costituzionale di ogni competenza in ambito energetico, dall’altro siamo convinti che bisogna alzare forte la voce contro questo ennesimo colpo alla partecipazione democratica. Come il Marchese del Grillo, il governo si rivolge ancora una volta ai cittadini italiani con la sprezzante frase pronunciata dal bravissimo Alberto Sordi nel film di Monicelli : “Ah, me dispiace. Ma io so’ io, e voi nun siete un c…o!”. Beh, è arrivato il momento di dimostrare a Lorsignori che anche noi…siamo noi e che non ci lasceremo imbavagliare da nessuno! In caso contrario, daremo ragione a chi, per dirla con Pino Daniele, è convinto che anche la Costituzione Italiana “…é ‘na Carta sporca, e nisciuno se ne ‘mporta”….

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

“…TUTTI GIU’ PER TERRA !”

earthday Chi non ricorda il classico girotondo che si faceva da bambini e che terminava proprio con queste parole? Beh, allora erano pronunciate festosamente, ma non si può negare che oggi esse risuonino piuttosto inquietanti, con quel loro apocalittico riferimento: “casca il mondo, casca la terra”… Recentemente, peraltro, ho appreso dalla mia ultimogenita – amante del dark – che quell’ingenuo girotondo infantile avrebbe avuto in effetti un’origine assai poco allegra, traducendo una diffusa “nursery rhime” inglese dell’Ottocento (Ring-a-ring-a-roses), a sua volta ispirata alla ‘grande pestilenza’ che colpì duramente quel Paese alla metà del XVII secolo. Ma lasciamo stare la peste del ‘600 e veniamo ai giorni nostri, in cui – anziché delle “roses” (cioè le macchie rosa’ che allora comparivano sulla pelle degli appestati, preludendo ai bubboni) faremmo invece bene a preoccuparci del grave e costante arrossamento che stiamo provocando al nostro Pianeta, continuando a surriscaldarne l’atmosfera in modo irresponsabile. Certo, non è che così facendo davvero “casca la Terra”, ma non c’è dubbio che ne stiamo fatalmente compromettendo la vivibilità, avviandoci spensieratamente verso una catastrofe annunciata. Oggi ricorre la “Giornata della Terra” e, ancora una volta, da varie parti si lanciano accorati appelli a salvare il Pianeta azzurro da questa terribile minaccia. Fra i moniti più autorevoli va sicuramente annoverato quello della Commissione di scienziati nominata dall’ONU, che ha affermato senza tanti giri di parole: “Solo una spinta a livello globale nei prossimi 25 anni potrà evitare i disastrosi effetti del cambiamento climatico” . Non è che qui in Italia se ne sia parlato e scritto molto, ma lo si apprende leggendo un articolo su TIME del 13 aprile scorso, disponibile anche sull’edizione online della nota rivista  (http://time.com/60769/global-warming-ipcc-carbon-emissions/ ). L’ IPCC (Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico), ha infatti ribadito che, per contenere i peggiori effetti di questo fenomeno, è indispensabile che i governi adottino misure sempre più efficaci a ridurre le emissioni di anidride carbonica. Questo autorevole consesso scientifico ( non di certo composto da sfegatati ambientalisti…) ha sottolineato che: “Le emissioni globali di gas serra devono essere ridotte del 40% al 70% rispetto al 2010 entro la metà del secolo, al fine di porre un limite al fatto che la temperatura media globale aumenti di 2 ° C o 3,6 ° F, al di sopra dei livelli preindustriali. Un aumento della temperatura superiore a 2 º C provoca effetti drastici, compreso il crollo di lastre di ghiaccio, l’estinzione massiva di piante e animali, scarsità di cibo e di acqua ed eventi meteorologici estremi…” (cfr. il testo del comunicato stampa su: http://www.ipcc.ch/pdf/ar5/pr_wg3/20140413_pr_pc_wg3_en.pdf ).

Il rapporto predisposto dall’IPCC, fra l’altro, ammonisce i responsabili degli Stati, chiamati a decidere nel merito, che l’inazione sarebbe davvero fatale, visto che – nel periodo 2000-2010 – le emissioni sono cresciute assai più velocemente che nei tre decenni precedenti. Non si tratta delle minacciose previsioni di apocalittici ‘profeti di sventura’, ma di pura e semplice constatazione della realtà, che però dovrebbe renderci tutti/e più attivi e reattivi di fronte all’inerzia e ai colpevoli ritardi di chi governa. Ed è sempre il TIME magazine, nell’edizione cartacea europea del 14 aprile, a lanciare l’allarme, pubblicando una breve scheda nella quale si sintetizzano i cinque punti-chiave del citato IPCC. 1) Danni ambientali. Il cambio climatico ha già pesantemente alterato gli standard migratori, fatto fuori alcune specie e reso più difficile la coltivazione dei cereali, per non parlare dello scioglimento dei ghiacciai e della progressiva scomparsa del Mar Glaciale Artico. 2) Ripercussioni sociali. Si evidenzia che la conflittualità sociale è destinata a crescere laddove le persone sono costrette a fronteggiare una pesante riduzione delle risorse. Si chiarisce poi che “tale violenza, a sua volta, renderà ancora più difficile dare risposte al riscaldamento globale”. 3) Crisi economica. Se non si riuscirà ad impedire l’aumento globale della temperatura di 2 gradi centigradi – ammonisce la Commissione – anche la produzione mondiale ne risentirà, con un tasso di calo previsto intorno al 2% all’anno. 4) Impatto sui poveri. E’ evidente, si osserva, che i Paesi “in via di sviluppo” saranno colpiti più duramente, nella misura in cui i suddetti cambiamenti climatici ne peggioreranno le condizioni di povertà. Essi infatti si troveranno a combattere contro un ulteriore aggravamento di fenomeni già presenti, come malnutrizione, sete, malattie ed alti tassi di mortalità. 5) Riduzione del danno. Il  fatto è che denunciare gli effetti deleteri del cambiamento climatico non basta. Il rapporto quindi ribadisce che tutto dipende da come si saprà rispondere al riscaldamento globale, per ridurre il danno ed evitare che le cose vadano sempre peggio. Non so quanto le raccomandazioni di quegli scienziati – il cui studio è stato promosso dalle Nazioni Unite – riuscirà davvero a smuoverci dalla nostra pigra e rassegnata routine. Sappiamo però che senza una sostanziale riduzione delle emissioni tossiche per la nostra atmosfera non c’è scampo. E’ per questo che, come ha efficacemente commentato il Prof. Edenhofer, co-presidente dell’IPCC e noto scienziato tedesco: “We need to move away from business as usual.”, espressione traducibile approssimativamente con: “E’ necessario che ci smuoviamo dal nostro abituale modo di essere”.

Eggià, perché la cosa più difficile è proprio uscire dal nostro solito tenore di vita, rinunciando alla vecchia e comoda equazione “Più è meglio” e convertendoci finalmente a scelte alternative ed a stili di vita che siano socialmente responsabili e compatibili con le esigenze ambientali. L’etica della responsabilità non è certo patrimonio esclusivo dei credenti, ma è comunque importante che dalle Chiese si alzi la voce contro un modello di sviluppo che ci sta portando alla catastrofe, coinvolgendo l’intera biosfera in quest’assurdo suicidio dell’umanità. Ecco perché fa piacere constatare che anche Papa Francesco, nella sua recente esortazione apostolica, ha richiamato i credenti in Cristo ad una netta svolta in senso ecologico: “Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto, e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità. La terra è la nostra casa comune e tutti siamo fratelli…” (Evangelii Gaudium, n. 183 – p, 145-5). Ecco: amare la Terra, non soltanto tutelarne gli equilibri per non colpire il nostro interesse. Credo che sia giunto il tempo che i Cristiani imparino ad uscire da un’asfittica prospettiva antropocentrica e comincino ad interrogarsi sulla loro responsabilità verso la dantesca “aiuola che ci fa tanto feroci” (Par. XXII,151). Amare la Terra vuol dire impedire con tutte le nostre forze che egoismo, avidità ma anche pigrizia ci lascino proseguire sulla solita strada, adoperandoci in prima persona per essere il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo, per citare le profetiche parole del Mahatma Gandhi. E allora diamoci da fare affinché cresca e si diffonda sempre più la consapevolezza di questa drammatica situazione, anche facendo appello ai cittadini perché sappiano richiamare chi li governa al rispetto delle scelte che possono e devono farci invertire la rotta. A tal proposito, anche la Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità (www.laciviltàdelsole.org ) – il network associativo di cui faccio parte – ha cercato di operare in tal senso. Ha infatti lanciato su Change.org una petizione al Consiglio della U.E. (http://www.change.org/petitions/l-europa-contribuisca-alla-salvezza-del-clima-del-pianeta?fb_action_ids=10203450119803495&fb_action_types=change-org%3Arecruit&fb_ref=__TjnuZfVDqD ), affinché deliberasse l’adozione degli obiettivi 60-50-50 (rispettivamente per la riduzione emissioni di CO2, l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili e la diminuzione dei consumi energetici). Dopo il rinvio delle decisioni degli organismi europei, ed in vista delle prossime scadenze internazionali, – fra cui il summit dell’ONU sul clima – abbiamo però ritenuto necessario attivare una nuova e aggiornata petizione anche a livello internazionale. (https://secure.avaaz.org/en/petition/Council_of_the_European_Union_European_Commission_European_Council_Europe_lets_contribute_to_the_salvation_our_climate/?dunzSab&pv=0 ).

Firmarla è solo il primo passo per un cambiamento che ci riguarda tutti e dipende da ciascuno di noi. Perché la posta in gioco è molto alta e non possiamo più permetterci di fare infantili girotondi per rinviare all’infinito decisioni improcrastinabili. E’ un impegno che dobbiamo assumerci, tutti. Prima che, fuor di metafora, “caschi la Terra”…. © 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

UOMINI “CON IL SOLE IN TASCA” ?

soleinmanoMentre ascoltavo, durante la colazione, la consueta rubrica di notizie e commenti di Radio 3 Rai, mi ha colpito una frase che si riferiva al modo con cui sembra che Berlusconi amasse descriversi: una persona “con il sole in tasca”. Era la prima volta che mi capitava di sentire questa espressione e, incuriosito, ho fatto una piccola ricerca su Internet. Ho così scoperto che, oltre ad essere un modo di dire tipico dell’ex premier, essa era diventata addirittura il titolo di una sua elogiativa biografia scritta nel 2009 da Sandro Bondi (“Il sole in tasca”) e, nel 2012, d’un romanzo ‘fantapolitico’ di Cesare de Marchi: (“L’uomo con il sole in tasca”).

Lasciando da parte Berlusconi ed il suo immaginario rapimento da parte delle nuove B.R., quest’originale modo di dire non mi suggerisce tanto l’idea dell’imprenditore “baciato dalla fortuna”. Nella mia mente affiora piuttosto l’immagine di quelle brave persone che – consapevoli del poco tempo che resta ai combustibili fossili sui quali hanno costruito le proprie fortune e le nostre disgrazie – stanno già fregandosi le mani al pensiero di come potranno ora allungarle anche sulle energie rinnovabili e, in particolare, su quella solare.  Non è proprio come quando corvi e sciacalli sono stati intercettati a sghignazzare cinicamente tra loro sulle ‘opportunità’ che il terremoto dell’Aquila offriva ai loro affari, ma poco ci manca…

La cosa peggiore di certe pseudo-conversioni alle risorse energetiche pulite e naturali è che, ancora una volta, lorsignori tenteranno gattopardescamente di cambiare tutto per non cambiare niente, proseguendo indisturbati sulla strada della speculazione e dello sfruttamento dei beni comuni. Ne abbiamo peraltro già tanti esempi a livello internazionale e, d’altra parte, dopo quello che sono riusciti a combinare con l’accaparramento di una risorsa vitale come l’acqua, non ho dubbi che potentati e lobbies nostrane si getteranno a capofitto anche nel bisinìs delle rinnovabili. Questo stesso nome, infatti, è per loro simbolo di palingenesi, di personale rinnovamento. Una specie di evangelica metànoia, con la differenza che tale operazione, anziché ricordarci la  celebre ‘caduta da cavallo’ di Saulo/Paolo a Damasco, assomiglia piuttosto ad un furbesco ‘cambio di cavallo’ in corsa, cui da tempo anche la nostra politica ci ha abituato.

Il solo fatto che interessanti opuscoli educativi ed accattivanti spot pubblicitari che propongono una svolta ecologica verso la sostenibilità ambientale siano talora prodotti o sponsorizzati da colossi del petrolio come la Exxon o la BP la dice lunga sulla tendenza delle multinazionali dell’oro nero a ri-convertirsi – almeno in parte – all’oro giallo del sole e a quello azzurro dell’acqua e del vento.  Il fatto è che se a parlarci di “futuro”, di “crescita sostenibile” e di “biodiversità” sono le ‘grandi sorelle’ del petrolio è proprio il caso di preoccuparci e di chiederci cosa diavolo stiano progettando…

Da noi in Campania (” ‘o Paese d”o Sole”….) il valore della legge popolare che da un anno siamo riusciti a far approvare dal Consiglio regionale – e per la cui attuazione continuiamo a batterci – non risiede solo nella scelta decisa e coraggiosa del Sole e delle altre rinnovabili come fonte di energia per i prossimi decenni. E’ anche e soprattutto una profonda alternativa nel modello di sviluppo e di consumi, accompagnata dalla rivendicazione dell’autonomia energetica delle comunità locali, salvaguardando comunque la biodiversità dei territori, che perfino le ‘rinnovabili’ potrebbero mettere a repentaglio, se fossero usate con la solita logica predatoria e speculativa.  Ecco perché noi della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità  ci preoccupiamo che nessuno giunga a mettersi “il sole in tasca” per privatizzarne la benefica potenza, controllandone la captazione e la distribuzione. Ecco perché non ci sta bene che si continui a consumare prezioso suolo agricolo, tappezzandolo di pannelli fotovoltaici, o che si costruiscano “cattedrali solari” nel deserto, come è successo recentemente in California, quando invece le alternative ci sono e vanno cercate nelle aree degradate ed inquinate, che dalla rivoluzione del solare sarebbero riscattate.

“Ma se il Sole lassù è di tutti / tu lo sai…” – come cantava nel 1966 Stevie Wonder – non dobbiamo quindi consentire che ci sia spazio per chi vorrebbe specularci su, appropriandoselo e monetizzandone la gratuita e democratica energia. Il testo originale inglese della canzone citata (A Place in the Sun)  tra l’altro diceva: “Cause there’s a place in the sun / Where there’s hope for ev’ryone”, ossia: “Perché c’è un posto al sole / dove c’è speranza per tutti”.  E’ compito degli ambientalisti veri evitare che quel ‘sole di tutti’ sia rinchiuso nelle celle (sia pure fotovoltaica…) d’una prigione dorata, per essere distribuito solo grazie ad onerose intermediazioni.

In effetti, già ottocento anni fa san Francesco innalzava la sua lode a Dio, insieme con tutte le sue creature e “spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione”.  Ebbene, questa radiante bellezza, questo divino splendore, dovrà restare una risorsa per l’umanità e le altre creature, che nessuno ha il diritto di appropriarsi e di monopolizzare. Proprio perché “il sole è di tutti” , evitiamo che imprenditori spregiudicati possano vantarsi di essere “uomini col sole in tasca” ed a nessuno speculatore sia consentito di cancellare, in nome del proprio interesse, la “speranza per tutti” che deriva da quell’energia pulita, disponibile e diffusa ovunque.

“Here comes the sun, and I say / It’s all right”, cantavano  i Beatles ed anch’io ribadisco che “va tutto bene”. Basta che impediamo ai soliti noti di ficcarsi il sole nelle loro tasche.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

TETTI SOLARIZZATI, MA TESTE DA ILLUMINARE…

Ho la fortuna d’insegnare in una scuola media che è uno dei 27sole-bio istituti scolastici napoletani prescelti per l’installazione di impianti fotovoltaici per produrre energia elettrica da fonte solare.   Nel 2010 il progetto comunale riguardava 42 scuole della città, ipotizzando un risparmio di emissioni di CO2 pari a 2.800 tonnellate in venti anni. L’11.1.2010, infatti, la Regione Campania – applicando un finanziamento previsto dal D.M. 21.5.2002 –  aveva emanato il decreto dirigenziale n. 3, col quale accordava al progetto “Scuole Solarizzate” del Comune di Napoli un contributo di quasi 868.320 Euro, pari al 20% dell’investimento totale previsto (4.341.600 Euro). Nel successivo capitolato d’appalto, però, la somma è stata ridotta a 2.822.040 Euro, per cui l’investimento si è limitato solo a 27 istituti cittadini, con un finanziamento regionale sceso a 408.300 Euro, a seguito del dirottamento dei restanti 460.000 Euro per un progetto sui parchi.   Il progetto, pur ridimensionato, resta comunque significativo. Esso prevede infatti che dai 390 kWp installati sulle 27 scuole napoletane si ottenga una produzione di energia pari a 535.500 kW per anno, evitando in tal modo d’immettere in atmosfera 416 tonnellate di CO2  annue, vale a dire 8.320 tonnellate in 20 anni.

A distanza di 4 anni, però, dell’effettiva attuazione di quel progetto si sa piuttosto poco, a parte che – con delibera di giunta del 9.2.2012 – ne è stato approvato il ‘completamento’. Lo stesso presidente della quinta municipalità di Napoli, da me invitato a partecipare ad un incontro pubblico sull’argomento, tenuto lo scorso 2 aprile proprio nella mia scuola, ha candidamente ammesso di non avere dati precisi nemmeno sui tre istituti scolastici di sua competenza. Certo, in ogni scuola ‘solarizzata’ è stato installato un tabellone luminoso, dal cui display è possibile ricavare informazioni sulla potenza dell’impianto, l’energia prodotta e l’inquinamento da CO2 evitato. Si tratta però d’un monitoraggio parziale dei risultati dell’operazione realizzata dal Comune di Napoli che, soprattutto, riduce la questione a meri dati tecnici, che peraltro nessuno si preoccupa di portare a conoscenza delle comunità locali, che in tal modo non viene informata né coinvolta.  Nel corso dell’incontro cui accennavo prima, infatti, è apparso chiaro è che la consapevolezza di genitori e docenti in materia – anche in una scuola collocata in un contesto socio-culturalmente ed economicamente evoluto – resta piuttosto limitata. Gli impianti fotovoltaici installati nelle scuole, insomma, restano qualcosa che sta “sui tetti” di quelle realtà educative, ma forse non è mai sceso dentro le menti ed i cuori di coloro che ne sono i fruitori. Del resto, anche questo termine risulta improprio, visto che l’energia elettrica prodotta dai pannelli solari non viene utilizzata direttamente dagli utenti di ciascun istituto scolastico, ma è immessa in rete, alimentandone il flusso unificato e centralizzato, come un ruscello che si perda in un grande fiume.

Nella locandina che pubblicizzava l’incontro ho inserito, rielaborandolo, il logo di un’associazione statunitense (Solar Schools – http://www.nrdc.org/about/ ), il cui sintetico ed efficace slogan è: “Powering classrooms, empowering communities”. Ho provato a tradurlo con “Dare energia alle aule, dare più potere alle comunità”, per sottolineare che un programma di solarizzazione delle scuole non dovrebbe mai essere banalizzato come un mero investimento o una ‘modernizzazione’ tecnologica.

Dietro la valorizzazione e diffusione dell’energia solare – avremmo voluto spiegare anche ai tanti genitori e docenti della mia scuola che purtroppo non sono intervenuti all’incontro – c’è in realtà un cambiamento epocale, una vera e propria rivoluzione, non solo energetica.  E’ quella “Civiltà del Sole” di cui la Rete associativa di cui faccio parte da tre anni si fa divulgatrice e promotrice, denunciando ambiguità e ritardi delle istituzioni, che purtroppo stanno rallentando l’attuazione dell’innovativa legge popolare su cui abbiamo raccolto circa 20.000 firme e che siamo riusciti a far approvare dalla Regione Campania poco più di un anno fa.

Il fatto è, comunque, che una ‘civiltà del sole’ non si basa soltanto sulla crescita quantitativa della percentuale di energia ricavata da fonti rinnovabili, ma richiede un profondo cambiamento degli stili di vita, del rapporto con l’ambiente naturale e di effettive e diffuse ‘buone pratiche’ nei consumi domestici, nei trasporti e in tanti altri aspetti della nostra realtà quotidiana.  Non serve a molto, infatti, solarizzare i tetti degli edifici se chi vi abita e vi lavora continua a comportarsi come ha sempre fatto, sprecando elettricità in mille modi.  Chi abbia dimestichezza con gli uffici, e quindi anche con le scuole, sa bene che troppo spesso corridoi ed aule restano inutilmente illuminate anche con una luce esterna più che sufficiente. Che la miriade di apparecchi elettrici ed elettronici (computer, lavagne elettroniche, fotocopiatrici, stampanti, fari delle palestre etc.) rimangono frequentemente accesi o comunque in posizione di ‘stand by’ . Che il riscaldamento centralizzato funziona talvolta anche con 23 gradi di temperatura esterna, costringendo alunni ed insegnanti a spalancare le finestre – sotto le quali i termosifoni sono spesso collocati – e quindi disperdendo assurdamente calore nell’aria. Ma tutto ciò è l’evidente contrario di quel risparmio energetico che, insieme all’efficienza, dovrebbe invece rappresentare per una comunità consapevole l’obiettivo principale da conseguire, fra l’altro a costo zero. Recenti studi in Germania hanno quantificato lo spreco energetico, dovuto alle apparecchiature elettriche lasciate in ‘stand by’ attorno ai 20 TW/h. Si tratterebbe nientemeno che di venti mila miliardi di wattora che l’incuria degli utenti riesce a sperperare ogni anno, con l’aggravante che ciò avviene per alimentare apparecchiature elettriche… spente!

Ricerche e studi in proposito non mancano certo e sono concordi nel denunciare questo spreco assurdo di risorse energetiche, frutto di abitudini sbagliate e di diffusa ignoranza. Eppure una delle ragioni per cui le scuole sono state prescelte come sede per impianti fotovoltaici ritengo sia stata proprio la loro caratterizzazione educativa, la loro valenza formativa. Se ci guardiamo un po’ intorno, però, non mi pare che questo obiettivo sia stato raggiunto. Il consumismo sfrenato della nostra civiltà si alimenta in buona parte col consumo spensierato di energia elettrica (pensiamo solo al proliferare di cellulari, smart-phone, tablet , i-pad ed altri costosi aggeggi).Ecco perché la diffusione d’impianti fotovoltaici e di altre fonti energetiche alternative e rinnovabili (eolico, geotermico etc.) non può e non deve diventare il pretesto per ammantare di ecologia un uso irrazionale delle risorse o, peggio, per continuare a credere che la scienza e la tecnologia risolveranno tutti i nostri problemi.

E’ pur vero, d’altra parte, che ci sono tantissime esperienze di educazione ambientale sia all’estero (USA, GB, Germania, Paesi Scandinavi…) sia in Italia, che fanno leva proprio sul ruolo formativo della scuola per promuovere conoscenze migliori e per promuovere buone pratiche.   Guai se il sole arrivasse solo ai pannelli installati sui tetti delle scuole, senza giungere ad ‘illuminare’ anche le teste di studenti, docenti ed altri lavoratori che vi trascorrono mediamente sei ore al giorno! Ancor meglio sarebbe se l’energia del sole così raccolta servisse ad alimentare le stesse scuole, dando senso all’efficace slogan citato prima. Fornire direttamente energia alle aule sarebbe il primo importante passo, cui dovrebbe comunque seguire il secondo: dare più potere alle comunità locali, decentrando le risorse energetiche e facendole gestire direttamente a chi vive in quel territorio.

Il guaio è che questi non sono obiettivi che si raggiungono schiacciando un bottone. Ci vuole convinzione e tenacia, ma soprattutto la consapevolezza che, per parafrasare don Milani, dobbiamo tutti agire come se ogni cosa dipendesse da noi. Ecco, nel milaniano “I CARE” mettiamoci anche l’impegno affinché ciascuno faccia quanto può, al suo livello, per realizzare davvero l’auspicata  “Civiltà del Sole’.

© 2014 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.worpress.com )

 

“RISCATTO MEDITERRANEO” ?

RISCATTO MEDITERRANEOL’amico Alfio Rizzo, di VAS Lombardia, mi ha sollecitato a dare un mio contributo – sia pure da lontano – alla presentazione a Magenta (MI) del libro di Gianluca Solera dallo stimolante titolo “Riscatto Mediterraneo – Voci e luoghi di dignità e resistenza”. Purtroppo la distanza ed impegni precedenti mi hanno impedito di essere presente a quell’incontro e, inoltre, confesso che non conoscevo in precedenza né l’autore né il libro, per cui il mio modesto apporto avrebbe potuto essere riferito solo alle mie idee ed esperienze personali come ecopacifista meridionale.

Devo dire che, cercando notizie su internet, ho scoperto che tra Gianluca Solera e me ci sono alcuni interessanti punti in comune. Basta scorrerne la biografia sul suo sito web, ad esempio, per imbattersi in questa auto-presentazione: ”Sono per storia personale, esperienza professionale e impegno civile un uomo di frontiera, che ama dialogare, costruire ponti, affrontare crisi e conflitti senza pregiudizi, e portare la società in movimento nelle istituzioni.” (http://gianlucasolera.it/info/ ). Già questo me lo rende molto vicino, ma continuando la lettura ho scoperto anche altre analogie, come il suo impegno nei Verdi, la cultura cattolica di base, l’attivismo eco sociale ed ambientalista, l’adesione ai principi nonviolenti e, quindi, ad una visione ecopacifista di fondo.

Fatta questa premessa, vorrei però esplicitare ora il mio pensiero sulle questioni di cui si occupa il libro di Solera – di cui finora conosco solo la presentazione – cioè il tipo di “riscatto mediterraneo” cui stiamo assistendo in questi anni, nei quali si rincorrono convulsamente bagliori di “primavere arabe” ed una tragica escalation di conflitti armati e di militarizzazione di quello stesso Mediterraneo.

Scrive l’autore nell’introduzione:“Un viaggio nel Mediterraneo che ritorna al centro della Storia, perché tutto è cambiato dopo la Primavera araba, per noi e per loro. Una narrazione letteraria che racconta di coloro che hanno preso in mano il futuro, sfidando morte e ingiustizia. Con le rivoluzioni arabe e i movimenti contro crisi e austerità che le ha accompagnate, questa parte del mondo è diventato il fulcro del cambiamento, dove si sperimenta un nuovo progetto di civilizzazione. […] Un libro che invita a sperare che il futuro immaginato nelle piazze delle città del Mediterraneo sia l’inizio di un percorso sociale, culturale e politico comune. Più giusto, più onesto, più democratico, più creativo. Più mediterraneo.” (http://gianlucasolera.it/category/italiano/).

Credo che la posizione che emerge dal libro sia abbastanza articolata e risenta più della diretta esperienza dell’autore (che vive spesso al Cairo ed ha una formazione ‘internazionale’) che di una rigida posizione ideologica. La centralità ed importanza di quanto sta cambiando nella regione nordafricane ed in quella sud-europea ha indubbiamente una grande importanza e dovrebbe farci riflettere molto di più sugli scenari che si stanno aprendo. Ma è proprio per questo che, come ecopacifista, ho buttato giù alcune considerazioni generali.

Parlare di “primavere arabe” significa ricorrere ad una convenzione linguistica – e quindi anche ideologica – secondo la quale le popolazioni dei paesi del vicino e medio Oriente, accomunate dalla fede islamica pur nelle sue molte sfaccettature, si sarebbero liberate (oppure avrebbero cercato di farlo) da una situazione socio-politica di tipo autoritario, spesso con connotazioni di controllo militare del potere e/o d’integralismo religioso. Tali processi sarebbero stati avviati attraverso mobilitazioni popolari dal basso, auto dirette, nutrite da una legittima ribellione in difesa dei diritti civili e politici e/o per un’autonomia nazionale rispetto ad egemonie esterne. Purtroppo questo quadro è vero solo in parte. In molti casi, viceversa, le rivolte contro il dominio dispotico dei vari “raìs” e delle milizie che li affiancavano non sono state originate da spinte autonome, ma pesantemente influenzate da impulsi e finanziamenti da parte di soggetti esterni, interessati a modificare gli assetti geo-politici nello scacchiere mediorientale.

Certo, l’espressione “primavere arabe” evoca in me  – da vecchio nonviolento – un istintivo consenso nei confronti di rivoluzioni che, oltre ad essere frutto della crescita di una coscienza popolare diffusa e di una ricerca di un comune interesse, siano anche ispirate ai principi del rifiuto della violenza armata e, quindi, al ricorso a tecniche di resistenza nonviolenta, di disobbedienza civile, di creazione di organi di autogestione in alternativa ai governi autoritari in carica. Questo è effettivamente successo in vari casi (dai tempi dell’Iran a quelli delle prime rivolte egiziane) ma non mi sembra il genere di trasformazione in atto nella maggioranza degli stati islamici per i quali si è continuato ad usare tale termine. Elementi di tipo etnico, tribale, confessionale (es. conflittualità tra sunniti e sciiti), economico e politico (nel senso d’influenze legate a schieramenti ed alleanze esterne agli interessi specifici di una determinata popolazione/stato) hanno condizionato alcune “rivolte spontanee”, così come i traffici palesi e nascosti di armamenti ne hanno armato il braccio operativo, annullando la loro autenticità popolare e spegnendo sul nascere esperienze di resistenza nonviolenta o comunque non armata.

primavera arabaPerché si possa davvero parlare di “primavere arabe”, da un punto di vista ecopacifista, penso sarebbe necessario che tali insurrezioni-rivoluzioni rispondessero a dei criteri caratteristici di una visione complessivamente democratica, ma anche ecologista e pacifista. L’autonomia energetica, il rispetto della diversità biologica ma anche di quella culturale, il rifiuto del militarismo, la tutela dei diritti umani fondamentali, la ricerca di modalità partecipative, federaliste e autogestionarie di governo, per fare alcuni esempi, non dovrebbero essere pertanto delle variabili indipendenti per valutare positivamente questi movimenti. Viceversa, modelli di potere verticisti, autoritari, militaristi, etero-diretti e del tutto indifferenti agli equilibri ecologici mi sembrano poco consoni ad una logica di autentico sviluppo e di alternativa socio-politica.

La visione espressa nelle passate “Feste della Biodiversità” di Napoli – e che come VAS Campania stiamo continuando a portare avanti – pone l’accento su almeno tre elementi fondamentali:   (a) lo spostamento del baricentro verso una solidarietà effettiva dei paesi delle due sponde del Mediterraneo (superando l’attuale visione “carolingia” dell’Europa e focalizzando attenzione verso il Sud);  (b) il rilancio delle battaglie per salvaguardare realmente la biodiversità, con le connesse problematiche climatiche ed energetiche;    (c) la progressiva liberazione del Mediterraneo dalla pesante ipoteca del controllo militare da parte della NATO, ma anche il superamento di un’anacronistica conflittualità fra mondo ‘occidentale’ e paesi islamici, in nome di una solidarietà fondata sul rifiuto di ogni integralismo e militarismo, pur nel rispetto – e addirittura della valorizzazione – delle diversità culturali e linguistiche. Io stesso mi sono interessato di questi aspetti, soffermandomi su di essi soprattutto in chiave di “ecologia linguistica” e di analisi critica del “pensiero unico” che la globalizzazione ha indotto, provocando quelle che Vandana Shiva chiamava “monoculture della mente”.

Uno dei problemi strettamente connessi a questa visione alternativa della solidarietà euro-mediterranea – in chiave socio-culturale ma anche ecopacifista – credo che sia quello del “colonialismo energetico” di cui – nel silenzio generale – si stanno rendendo responsabili gli stati leader europei (come la Germania) oltre a superpotenze come gli USA. Da ambientalisti, ovviamente, siamo tutti molto favorevoli ad una rapida e vasta espansione delle energie rinnovabili ed in particolare di quella solare. Viceversa, operazioni neocoloniali come quella dello sfruttamento dei deserti nord-africani con megaimpianti stranieri, per accaparrarsi quantitativi enormi di energia solare captata con campi fotovoltaici, pannelli a concentrazione o con sistemi di solare termodinamico, dovrebbero invece incontrare la ferma opposizione di chi non pensa che sostituire il sole al petrolio possa essere un modo diverso per sfruttare i paesi africani, utilizzando fra l’altro metodiche contrarie al principio dell’autonomia energetica dei territori e reti elettriche sempre più lunghe ed energeticamente ‘dispersive’.

 L’ultimo punto che vorrei ribadire è quello relativo alla salvaguardia del Mediterraneo e della sua impareggiabile biodiversità da ogni forma di inquinamento e compromissione ecologica. Le recenti proteste di VAS contro le assurde e pericolose operazioni di “distruzione” in mare di grossi quantitativi di agenti chimici tolti alla Siria, o anche contro le navi cariche di scorie nucleari che solcano il “Mare Nostrum” e di cui non si hanno notizie precise (vedi il caso La Spezia) sono alcuni esempi di azioni nelle quali tutta la nostra Associazione dovrebbe forse sentirsi più attivamente coinvolta e partecipe. Lo stesso discorso si potrebbe fare per il serio rischio ambientale e socio-sanitario connesso al gran numero di natanti militari a propulsione nucleare (portaerei, incrociatori, sottomarini…) che solcano il Mediterraneo ed approdano indisturbati nei nostri porti civili. In questo senso, mi sembra opportuno rilanciare la battaglia (di democrazia prima che ecologica) per rendere trasparenti i piani di emergenza, già obbligatori per legge. Ma bisogna anche lottare per impedire questo incredibile traffico di micidiali centrali nucleari galleggianti in un Paese che per due volte ha respinto il nucleare civile ma subisce passivamente il dominio di un complesso militare-industriale che minaccia la sicurezza e la stessa pace.

Spero che Gianfranco Solera trovi un po’ di tempo per leggere queste mie osservazioni e, peraltro, sono certo che egli condivida gran parte delle preoccupazioni che ho manifestate. Ecco perché mi riprometto di leggere quanto prima il suo libro, che ha senz’altro il merito di puntare l’attenzione al contesto mediterraneo al quale – perfino in periodo di elezioni europee – sembra invece che noi italiani non sappiamo prestare la dovuta attenzione, preferendo guardare a Berlino ed a Bruxelles piuttosto che all’altra sponda del Mare Nostrum.

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