Tour romagnolo-veneto (1)

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rimo giorno del tour romagnolo-veneto che interrompe il tradizionale soggiorno estivo a Baia Murena e la routine delle vacanze ‘residenziali’ con un qualcosa di diverso e un po’ più movimentato. Partenza alle 8,30 e, via Cassino, immissione nell’autosole fino a Bologna, con un paio di soste intermedie per rifocillarsi. Il tempo è bello e non troviamo traffico, perfino nel tratto dopo Firenze, notoriamente più critico. Bologna ci accoglie un po’ sonnacchiosa, con la sua aria vecchiotta ed i suoi incredibili filari di porticati. Per strada passeggiano soprattutto stranieri, immigrati orientali e qualche sparuta comitiva di biondi ragazzotti locali. Suggestiva e un po’ english la chiesa-convento di San Francesco, con i suoi archi rampanti dell’abside, i suoi colori un po’ cupi ed il giardinetto esterno con annessi barboni e vecchiette.. Molto più imponente e luminosa la cattedrale di San Petronio, con le cappelle affrescate e l’originale ‘pendolo di Foucault’, un po’ spaesato in mezzo a decine di santi e madonne… La piazza maggiore è sempre bella e suggestiva, col suo palazzo comunale, la fontana del Nettuno e la facciata incompiuta del duomo, ma c’è qualcosa che lascia la sensazione di un po’ triste, probabilmente la mancanza di gran parte dei bolognesi, senza la romorosa vicacità dei quali Bologna non è la stessa. Una tangenziale ci porta fuori dai viali della città, in direzione di Ravenna e, nel caso specifico, di Faenza. Qui infatti abbiamo prenotato da una settimana un albergo, in attesa di compiere il devoto pellegrinaggio a Solarolo, cittadina natale della Laura Pausini, il cui solo pensiero fa sorridere la mia Irene, pausiniana sfegatata, dal cui suggerimento, in effetti, è nata l’idea di questo tour romagnolo, poi esteso al Veneto. In speranzosa e fidente attesa di questa ‘epifanìa’, fatichiamo non poco a trovare il nostro albergo, percorrendo più volte le ‘rotonde’ che collegano il simpatico e accogliente centro di Faenza con i comuni circostanti, tra cui Granarolo e, appunto, Solarolo-Pausini… Dopo esserci rinfrescati nelle due belle camere del residence, ci aspetta una cena con tortellini al ragù e in altre preparazioni gustose, che è un modo per entrare appieno nel clima di questa Romagna che ci accoglie cordiale nella patria della ceramica, cui è dedicato perfino un museo, che visiteremo domani. Verdi pascoli (voglio vedere se riesco a incontrare la Lola granaroliana…) maioliche artistiche e musica…Non c’è che dire: è un bel mix!

di erferraro Inviato su Senza categoria Contrassegnato da tag

CARITAS IN VERITATE

 
“Coniugare la carità con la verità” è l’intento che si è proposto S.S. Benedetto XVI nella sua ultima enciclica, il cui titolo capovolge l’espressione paolina “veritas in caritate” (Ef 4,15) e, seguendo questa parola d’ordine, affronta da tutti i punti di vista quel concetto di “populorum progressio” che Paolo VI ebbe il merito di analizzare già nel 1967.
1.      La prima questione affrontata dal Papa è il rapporto inscindibile tra carità cristiana e giustizia, nella convinzione che: “Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è « inseparabile dalla carità » intrinseca ad essa.” (6). La ricerca del “bene comune”, infatti, comporta la giustizia perché: “La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l’autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale d’amore che vince il male con il bene”  (ivi). Il sottosviluppo, quindi, dipende dalla “…mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli” visto che, argomenta il pontefice, “la società sempre più globalizzata ci rende vicini ma non ci rende fratelli” (19).A distruggere ricchezza e produrre nuova povertà, inoltre, contribuiscono certamente “l’esclusivo obiettivo del profitto (…) gli effetti deleteri di un’attività finanziaria…per lo più speculativa (…) la corruzione e l’illegalità” e qui Benedetto XVI non manca di additare un’altra causa paradossale d’impoverimento, ossia quegli “aiuti internazionali…spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità che si annidano sia nella catena dei soggetti donatori sia in quella dei fruitori” (19-31-22). La verità, prosegue il Papa, è che purtroppo lo Stato ha smesso di svolgere il suo ruolo di garanzia sociale, dovendo “far fronte alle limitazioni che alla sua sovranità frappone il nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale, contraddistinto anche da una crescente mobilità dei capitali finanziari e dei mezzi di produzione materiali ed immateriali”, e pertanto l’auspicio è un “meglio calibrato ruolo dei pubblici poteri” che accresca “una partecipazione più sentita alla res publica da parte dei cittadini” in modo da superare “situazioni di degrado umano oltre che di spreco sociale” (24).
 
2.      Il secondo aspetto toccato dall’enciclica è quello del rapporto tra sviluppo e cultura. I due rischi estremi, quello dell’”eclettismo culturale” derivante da un diffuso relativismo e quello dell’ “appiattimento culturale e dell’omologazione degli stili di vita (…) convergono nella separazione della cultura dalla natura umana (…) Quando questo avviene, l’umanità corre nuovi pericoli di asservimento e di manipolazione.” (26) Il rispetto per la vita – aggiunge il Papa – è particolarmente importante, perché “l’apertura alla vita è al centro di un vero sviluppo” (28). Allo stesso modo va garantito il rispetto della libertà religiosa, se non si vuole incorrere nel “danno che il « supersviluppo »  procura allo sviluppo autentico, quando è accompagnato dal «sottosviluppo morale »…” (29) . Premesso che “la dignità della persona e le esigenze di giustizia (…) richiedono una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini” (32), Benedetto XVI ricorda che “la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato” (35) ed ammonisce che “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale. (…) L’economia globalizzata sembra privilegiare la prima logica, quella dello scambio contrattuale, ma direttamente o indirettamente dimostra di aver bisogno anche delle altre due, la logica politica e la logica del dono senza contropartita.” Bisogna perciò evitare di leggere in modo deterministico la stessa globalizzazione, di cui vanno corrette “ le disfunzioni, anche gravi, che introducono nuove divisioni tra i popoli e dentro i popoli e fare in modo che la ridistribuzione della ricchezza non avvenga con una ridistribuzione della povertà o addirittura con una sua accentuazione (…) orientando “la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione” (42).
 
3.      L’articolata analisi del Pontefice passa quindi ad affrontare il delicato rapporto tra lo sviluppo dell’uomo e la salvaguardia dell’ambiente naturale. Questo è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera (…) La natura è a nostra disposizione non come « un mucchio di rifiuti sparsi a caso », bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l’uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per custodirla e coltivarla” (Gn 2,15).”(48). Bisogna evitare, ribadisce Benedetto XVI sia il neo-panteismo paganeggiante di chi considera la natura più importante della stessa persona umana… (sia)la sua completa tecnicizzazione, perché l’ambiente naturale non è solo materia di cui disporre a nostro piacimento, ma opera mirabile del Creatore, recante in sé una “grammatica” che indica finalità e criteri per un utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario (…) L’uomo interpreta e modella l’ambiente naturale mediante la cultura, la quale a sua volta viene orientata mediante la libertà responsabile, attenta ai dettami della legge morale ”(48). Il Papa, dunque, condanna severamente l’accaparramento delle risorse energeticheed auspica, al contrario, un netto miglioramento dell’efficienza energetica e la promozione di energie alternative, stimolando una responsabilità globale che porti ad un governo responsabile della natura (…) con l’obiettivo di rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino» In questo ambito, particolare importanza ha l’adozione di nuovi stili di vita(49-50). L’enciclica entra successivamente in un ambito fondamentale: il rapporto tra sviluppo e pace:Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali, così come il degrado ambientale, a sua volta, provoca insoddisfazione nelle relazioni sociali. (…)Inoltre, quante risorse naturali sono devastate dalle guerre! La pace dei popoli e tra i popoli permetterebbe anche una maggiore salvaguardia della natura. L’accaparramento delle risorse, specialmente dell’acqua, può provocare gravi conflitti tra le popolazioni coinvolte. Un pacifico accordo sull’uso delle risorse può salvaguardare la natura e, contemporaneamente, il benessere delle società interessate…”. (51)
 
4.      Il documento passa poi a delineare un modello di società più equa e solidale che veda la ‘famiglia umana’ impegnata in un discernimento cui la fede cristiana può fornire le indispensabili basi etiche, evitando gli opposti atteggiamenti laicisti e fondamentalisti cui assistiamo si solito, in quanto: “…l’esclusione della religione dall’ambito pubblico come, per altro verso, il fondamentalismo religioso, impediscono l’incontro tra le persone e la loro collaborazione per il progresso dell’umanità…” (55-56). Questa “collaborazione feconda tra credenti e non credenti” è il primo punto fermo, cui segue la proposta di una visione complessiva in cui “…il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa(58). Quanto poi alla “cooperazione allo sviluppo”, il Pontefice ammonisce i paesi c.d. “sviluppati” a non utilizzare gli “aiuti” per ribadire una loro “presunta superiorità culturale” e come uno strumento per “…mantenere un popolo in uno stato di dipendenza e perfino favorire situazioni di dominio locale e di sfruttamento all’interno del Paese aiutato” (58). D’altronde, aggiunge Benedetto XVI:  “Le società in crescita devono rimanere fedeli a quanto di veramente umano c’è nelle loro tradizioni, evitando di sovrapporvi automaticamente i meccanismi della civiltà tecnologica globalizzata…” (59). L’unica molla della cooperazione internazionale, quindi, deve essere soltanto la solidarietà sociale, discorso strettamente connesso con quello delle migrazioni, fenomeno molto complesso sul piano economico, sociale e culturale, ma che richiede comunque un approccio umanitario e solidaristico. Ecco perché il Papa sottolinea con forza che: “…tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione…” (63). Una società più equa e solidale, prosegue l’enciclica, non può non tener conto del “nesso diretto tra povertà e disoccupazione” e perciò il Papa lancia un appello: “ per « una coalizione mondiale in favore del lavoro decente » e richiama le stesse organizzazioni sindacali “…alla loro necessaria azione di difesa e promozione del mondo del lavoro, soprattutto a favore dei lavoratori sfruttati e non rappresentati, la cui amara condizione risulta spesso ignorata dall’occhio distratto della società…” (64). Tra le caratteristiche di una società diversa, ma già in parte presenti ed operanti, il Papa ricorda alcune significative esperienze, quali quella della microfinanza (65) e le battaglie incentrate sulla responsabilità sociale del consumatore (66), strettamente collegata a quella sobrietà cui più volte la Chiesa ha richiamato i Cristiani. Un ulteriore pilastro di questa alternativa è, per Benedetto XVI, la necessaria ed irrimandabile “… riforma sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale”  dal momento che urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale (che) dia finalmente attuazione ad un ordine sociale conforme all’ordine morale e a quel raccordo tra sfera morale e sociale, tra politica e sfera economica e civile che è già prospettato nello Statuto delle Nazioni Unite.” (67)
 
5.      All’impropria e semplicistica identificazione dello sviluppo con il progresso tecnologico è dedicata l’ultima parte dell’enciclica “Caritas in veritate”.  La tecnica – spiega Benedetto XVI – non può essere fine a se stessa. ” Il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica, divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe l’umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l’essere e la verità. (…) Ma la libertà umana è propriamente se stessa, solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale…” (68-70). La stessa costruzione della pace – aggiunge il Papa – rischia pericolosamente di essere “…considerata come un prodotto tecnico, frutto soltanto di accordi tra governi o di iniziative volte ad assicurare efficienti aiuti economici”, con l’aggravante che questo processo diventa una forzatura tutt’altro che pacifica, nella misura in cui spesso trascura di “… sentire la voce e guardare alla situazione delle popolazioni interessate per interpretarne adeguatamente le attese…” (72). Oltre che dall’“assolutismo della tecnica”, un altro rischio deriva anche dalla “accresciuta pervasività dei mezzi di comunicazione sociale”, laddove non siano un autentico strumento di promozione umana e sociale, nonché da quel “riduzionismo neurologico”, che semplifica materialisticamente la complessità della natura umana, mortificandone la crescita spirituale (76) e bloccandone lo slancio verso un “umanesimo integrale”.
 
Da questo rapido, ma non superficiale, excursus dell’ultima enciclica della massima autorità spirituale del cristianesimo cattolico mi sembra che emerga una visione certamente non nuova, ma sicuramente coerente ed alternativa della prospettiva sociale per i credenti del XXI secolo. Che non si tratti di qualcosa di nuovo si evince dall’impostazione dello stesso Benedetto XVI, che ci tiene a ribadire il legame che lo lega alla tradizione sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum di Leone XIII del 1891 fino ad oggi, passando per la Pacem in terris di Giovanni XXIIII (1963), la Populorum Progressiodi Paolo VI (1967) e la Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II (1987).
Che si tratti di una silloge assolutamente originale e innovativa della dottrina sociale cattolica, peraltro, si ricava dal richiamo continuo all’attualità e particolarità dei problemi e dei fenomeni che costituiscono il terreno su cui la fede deve cimentarsi, coniugandosi con la ragione e non limitandosi a promuovere la “carità” senza il richiamo ad una “verità” rivelata e stabile.
Al di là di qualche residua compiacenza antropocentrica e di un’affermazione del progresso come crescita, che onestamente non mi sento di condividere (secondo la quale: “La vocazione al progresso spinge gli uomini a « fare, conoscere e avere di più, per essere di più »…”(18) ) ritengo che ci troviamo di fronte ad una proposta significativamente alternativa e, nei fatti, molto più innovativa di tante fumose ed ambigue analisi di una sinistra che ha perso le proprie coordinate e che sta scontando la propria incoerenza opportunistica, travestita da “Realpolitik”.
L’analisi dell’attuale momento storico e della società presente è svolta con lucidità e consapevolezza dei problemi: basti pensare a questioni come quella del bene comune”, contrapposto al profitto assurto a unica motivazione di un’economia sempre più speculativa e finanzia rizzata; al giudizio sulla globalizzazione come fonte di omologazione culturale e di crescita delle disuguaglianze socio-economiche, oppure all’importanza degli stili di vita per una società più sobria, giusta e rispettosa della natura.
Quello che mi sembra ancora più importante è la proposta in positivo – e nell’ottica cristiana – di un modello di sviluppo alternativo, il cui obiettivo sia quello di una società equa, solidale, pacifica ed autenticamente umana. Le coordinate di questa proposta, infatti, possono così essere sintetizzate: 
  1. Collaborazione tra credenti e non credenti vs laicismo e fondamentalismo;
  2. Ruolo dei pubblici poteri per ristabilire il “bene comune”la giustizia vs preponderanza del profitto economico-commerciale e finanziario;
  3. Sviluppo caratterizzato da relazionalità, comunione e condivisione vs “supersviluppo” che porta con sé un “sottosviluppo morale”;
  4. Rapporto corretto e responsabile tra sviluppo umano e salvaguardia dell’ambiente naturale, a partire da “nuovi stili di vita” vs tecnocrazia, sfruttamento ambientale ed accaparramento delle risorse vitali ed energetiche;
  5. Solidarietà sociale, cooperazione autentica, lavoro “decente” e rispetto dei diritti dei migranti vs lavoro sfruttato e/o precario e “mercificazione” e mancata tutela dei migranti;
  6. Umanesimo integrale vs assolutismo della tecnica, riduzionismo “neurologico” e mortificazione della dimensione spirituale.
Non si tratta del “manifesto” di una nuova rivoluzione, ma solo perché la vera rivoluzione è già stata proclamata 2009 anni fa da quel Gesù di Nazareth che ci ha portato la “buona notizia” di un Dio che si fa uomo per farci diventare come Lui. Concluderi con un’ultima citazione dell’enciclica: “La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l’una e l’altra come dono permanente di Dio. La disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i fratelli e verso una vita intesa come compito solidale e gioioso.(…) Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio…”
 
 
 
 
 
 

CLAN-DESTINATI A GRANDI COSE…

pacchetto-sicurezzaSmFinalmente! Il “paccotto sicurezza” è stato approvato, con le sue indispensabili restrizioni verso immigrati, dissidenti, accattoni e chiunque minacci la nostra tranquillità di persone perbene, che vogliono restare “sicure” (da lat. Se + cura, cioè “senza preoccupazioni”).

Eggià, perché quale preoccupazione potrà più turbarci, ora che sarà fatta piazza pulita degli immigrati clandestini, dei “writers” e di altri sediziosi del genere?  Di cosa dovremo più darci pensiero ora che le nostre strade saranno presidiate – oltre che da polizia, carabinieri, guardie di finanza, agenti della municipale, vigilantes e militari in assetto di combattimento – anche dalle nuove “ronde” civiche e da agguerrite signore armate di spray al peperoncino?
Si sa, una “ronda non fa primavera”, però è innegabile che la qualità della nostra vita quotidiana subirà un netto miglioramento, senza tante fastidiose presenze tra i piedi, tra cui gli immancabili zingari che, oltre a mendicare ed a suonare strazianti melodie con la fisarmonica, vanno perfino a ficcarsi nel bel mezzo delle ordinarie sparatorie fra camorristi nostrani…
Oddìo, basta girare per il centro antico di Napoli per rendersi conto che ad ogni “puntone di vico” c’era già una regolare “ronda” autogestita delle “famiglie” dominanti su quel territorio, senz’altro più attiva ed efficiente di dozzine di postazioni di telecamere per la “videosorveglianza”, sorte come funghi nelle strade ma sulla cui funzionalità nessuno metterebbe la mano sul fuoco…
Però adesso che è stato approvato il “paccotto sicurezza” possiamo stare davvero tranquilli. Qualcuno ha mormorato che il governo Berlusconi l’ha dovuto fare perché aveva le mani “Legate”, ma sono solo stupide provocazioni di chi si ostina a proteggere clandestini e sediziosi, pur sapendo che questo minaccia la “homeland security”.  Pensate: c’è gente che addirittura vorrebbe liberamente manifestare contro centrali nucleari e discariche di rifiuti, contro basi militari ed inceneritori, come se esprimere il dissenso e fare resistenza civile fossero diritti!
Tié! Beccatevi questa manganellata o, a scelta, una spruzzata di peperoncino o un candelotto lacrimogeno… Basta col buonismo catto-comunista! Ci voleva un po’ di sano cattivismo “celodurista” contro tutti quelli che tramano di nascosto (lat. “clam”, da cui “clan-destinus”) contro chi pensa solo alla libertà del popolo e soprattutto al “popolo della libertà”.
E poi, che figura vorrebbero farci fare con i “Grandi della Terra” che si riuniranno proprio qui da noi, sotto l’egida del nostro Primo Premier? Figurarsi se, anche in questo caso, i soliti disfattisti catto-comunisti si sono lasciati sfuggire l’occasione per gridare allo scandalo, solo perché il governo ha stanziato 400 milioni di euro per lo svolgimento del G8, mentre per la lotta contro la fame e la miseria nel mondo ha sganciato soltanto 321,8 milioni…
Ma che razza di ragionamenti sono questi? Volete mettere un evento storico come il G8 all’Aquila (ex La Maddalena…) con la malnutrizione infantile o le condizioni di vita sub-umane di alcune regioni della Terra?   I “clan” degli otto leaders mondiali, coloro da cui dipendono i “destini” di tutti noi, mica potevamo ospitarli in un motel e sfamarli in un autogrill !  
E poi, che cosa c’entrano i 321 milioni di euro destinati alla lotta alla fame nel mondo con questi discorsi di ben altro livello? Dice: però per le spese militari l’Italia ha speso nel 2008 ben 40,6 miliardi di dollari, piazzandosi all’ottavo posto in classifica… Ebbé, non siamo forse nel G8 ? E allora non possiamo mica fare i pidocchiosi proprio con le spese per la “difesa”; anzi, siamo orgogliosi che la Finmeccanica si sia piazzata al 9° posto a livello mondiale per le vendite di armi, con transazioni commerciali per 9.850 milioni di dollari ed un profitto di 713 milioni di dollari!
La verità è che il disfattismo dei catto-comunisti vuole soltanto gettare fango sul governo e sostiene per questo chi mina alle basi la democrazia e la sicurezza nazionale: lavavetri rumeni, venditori senegalesi di CD, zingari suonatori ambulanti e graffitari impenitenti!
Ma noi, i veri Italiani, ce ne freghiamo di queste provocazioni e andiamo avanti senza esitazioni, perché, lo sappiamo bene, siamo clan-destinati a Grandi Cose !

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Valsi o Invalsi? Questo è il problema…

“Signore oltremodo corpulento”; “emerito magistrato”; “ricorrere al massimo luminare, al vecchio clinico…”; “Come il sommo entrò nella camera, il letargo del Fossadoro pareva essersi fatto ancora più greve; e l’ansimare più stentato”; “con le dovute cautele, comunicò il perentorio responso…: embolo cerebrale, prognosi infausta…”, “Quale non fu la stupefazione dell’Albrizzi….”; “Il Marasca, intrepido arrampicatore universitario…”; “Domeneddìo, che disastro. Il prestigio di un clinico sommo…messo a repentaglio così!”; “…se l’integerrimo magistrato, d’illustra famiglia patrizia, diventasse lo zimbello della piazza…”; “Tiriamogli pure il collo alla sua diagnosi…”;  “A palazzo Fossadoro…urgevano le telefonate di circostanza…”
E’ con questo linguaggio forbito e desueto che hanno dovuto fare i conti i quattordicenni di Napoli e di Rho, di Rimini e di Canicattì, chiamati ieri a svolgere la “prova nazionale” di Italiano per gli alunni di terza media, elaborata dall’Invalsi e programmata – insieme con quella di matematica –  come quarta prova dell’ “esame di stato conclusivo del primo ciclo dell’istruzione secondaria”.
Sì, una volta si chiamava “licenza media”, ma forse non rendeva in modo abbastanza solenne e togato quella che, dopo l’abolizione dell’esame di quinta elementare, deve apparire una tappa basilare del curricolo della nuova scuola gelminiana.
Chiusi per un’ora nelle loro aule e rigidamente monitorati, ragazzi e ragazze abbronzati e accaldati si sono trovati di fronte due pagine di prosa del genere, un testo “tratto e adattato” da Le notti difficili di Dino Buzzati. Quel che è certo è che “difficile” per loro è stata questa giornata di prova nazionale d’Italiano, che partiva dal gustoso ma non certo orecchiabile racconto buzzatiano per verificarne la comprensione a vari livelli, chiedendo di rispondere ai 17 quesiti previsti.
Devo ammettere che io e gli altri docenti d’Italiano della mia scuola – segregati nella sala dei professori durante questa pretenziosa “National examination”, in attesa di prestare invece assistenza alla successiva prova di matematica – siamo stati colti da profonda “stupefazione” nel leggere il testo proposto ai nostri sventurati alunni/e.
Pur riconoscendo umilmente che non toccava certo a noi discutere quanto deciso dai “massimi luminari” del Ministero della (pubblica) Istruzione, devo riconoscere che non siamo riusciti a trattenere la sgradevole sensazione che, probabilmente, stavolta i “sommi” avessero esagerato…
Non ho potuto verificare di persona – dato il veto opposto alla nostra presenza in aula durante la somministrazione della prova d’Italiano – ma mi è stato riferito che l’occhio degli alunni appariva vitreo ed inespressivo di fronte a queste 75 righe di testo. Sospetto che ci sia qualche esagerazione, ma qualcuno mi ha raccontato che “come entrò nell’aula, il letargo di alcuni ragazzi pareva essersi fatto ancora più greve e l’ansimare più stentato…”.
D’altra parte, leggendo gli items relativi al racconto anche noi docenti non abbiamo potuto evitare d’esclamare all’unisono: “Domeneddìo, che disastro!”, convinti come eravamo che questo benedetto test dell’Invalsi stesse seriamente “mettendo a repentaglio” la licenza media di un bel po’ dei nostri sprovveduti e poco acculturati ragazzi.
Domande come l’A3 (“Con quale espressione sostituiresti ‘di riflesso’? A. Nonostante ciò, B. Di conseguenza; C. Notoriamente, D. In teoria “) hanno, infatti, lasciato anche noi piuttosto perplessi, ma non avevamo ancora letto la domanda A10 (“Che cosa indicano i puntini di sospensione all’interno del discorso del professor Marasca? A. Il pensiero sottinteso, non detto dal prof. Marasca; B. La rabbia trattenuta del prof. Marasca; C. Le parole del prof. Marasca che la contessa non riesce a sentire; D. Il rispetto del prof. Marasca verso la contessa”)…..
Ma non finisce qui! La prova continuava con un altro testo di una cinquantina di righe in cui, con un linguaggio meno ricercato, si offrivano “Consigli per il domani ai giovani (e ai genitori)”, tra cui la  seguente, acuta, osservazione: Nella società globale del 2000 dobbiamo perdere l’ossessione del posto fisso ad ogni costo ed acquisire il ‘virus’ dell’internazionalità ed il gusto della mobilità professionale”.
Dopo aver amabilmente ricordato ai ragazzi che il primo elemento di successo nella società in rapida trasformazione” è “la capacità di esprimersi con un ricco ed articolato vocabolario”poiché “la maggiore difficoltà che si incontra nel ‘riciclare’ lavoratori anziani o nel formare lavoratori giovani è il loro ‘povero’ italiano”,l’autore dello scritto sancisce, con grande originalità, che: Subito dopo una buona conoscenza della lingua madre, l’inglese è oggi lo strumento determinante per comunicare con il resto del mondo”, senza trascurare peraltro di consigliare lo studio di altre lingue – come il russo, il cinese e l’arabo – motivando tale originale proposta col fatto che sono “molto utili per i nuovi mercati dell’Est e del Sud”.
Ma che belle parole…La Gelmini e lo stesso Berlusconi non avrebbero potuto esprimere meglio questo alato concetto dello studio delle lingue come risorsa per l’impiego. Scusate, volevo dire “per la mobilità professionale”, indicata giustamente come un imprescindibile valore cui fare sempre riferimento in una società “globale” e “in rapida trasformazione”.
Ma sì: basta con questa stupida “ossessione del posto fisso ad ogni costo” ! Oggi occorre “riciclare” lavoratori anziani (proprio come il vetro rotto e la carta straccia…) e formare giovani lavoratori che però, ahimé!, esibiscono spesso un italiano troppo “povero”, visto che leggono molto poco e poiché tra le loro letture difficilmente troviamo Buzzati…
I nostri ragazzi – suggerisce allora il secondo testo proposto – devono assolutamente lasciarsi contagiare dal “virus dell’internazionalità” e la scuola dovrebbe sollecitare in loro  il “gusto della mobilità professionale”. Solo così, grazie al loro “ricco e articolato vocabolario” italiano ed alla conoscenza di un paio di lingue (l’inglese ed il cinese, ad esempio) essi potranno realizzare il loro radioso futuro di lavoratori emigranti…
Alcuni malevoli hanno raccontato che, subito dopo questa prova nazionale d’Italiano, alla sede del Ministero e dell’Invalsi “urgevano molte telefonate di circostanza”, ma si tratta solo delle solite esagerazioni di chi pretenderebbe di far diventare l’integerrima  ministra Gelmini “lo zimbello della piazza”

LA CASA DELLA SOLIDARIETA’

 
Conosco e stimo il prof. Amato Lamberti, docente a Sociologia della Federico II ed ex-presidente della Provincia di Napoli. Le nostre strade si sono più volte incrociate in questi ultimi vent’anni. Oltre a condividerne l’interesse ad approfondire il tessuto sociale che sta dietro i fenomeni criminali che caratterizzano la Campania, ho sempre apprezzato la sua capacità di coniugare l’impegno di docente e di ricercatore con la volontà d’incidere in prima persona sul terreno amministrativo e politico, in un movimento alternativo e propositivo come quello dei Verdi degli anni ’80.
Su Facebook – dove ci siamo incontrati di nuovo in tempi recenti – Lamberti ha lanciato ora un’iniziativa, utilizzando una delle pagine tematiche di quest’affollata community, per proporre una sorta di cantiere in cui provare a costruire insieme una “casa della solidarietà”.
L’intento è raccogliere intorno a questo denominatore comune (già nei termini contraltare alla berlusconiana “casa della libertà”) tutti coloro che “…ancora credono che ‘un altro mondo è possibile’ e che […] vorrebbero con le loro idee, le loro proposte, le loro iniziative, rendere migliore e più giusta la società, realizzando se stessi e i loro sogni, in tutti i campi. Coloro che si battono per l’energia pulita, per l’aria pulita, per l’acqua sana e nelle mani della gente, per fermare il consumo dissennato del territorio,per una industria responsabile, per uno sviluppo sostenibile.”
Ovviamente ho subito aderito a questo nuovo gruppo di discussione su FB, sia perché ne condivido largamente le finalità, sia perché mi sembra che questo momento particolare della storia politica italiana – che vede ulteriormente messo a rischio il pluralismo e quasi azzerata la capacità propulsiva dei movimenti antagonisti a questo sistema economico e di potere – richieda iniziative coraggiose anziché inutili lamentazioni, imprecazioni o recriminazioni.
E’ pur vero, d’altra parte, che questo penoso capitolo non può essere sbrigativamente liquidato, senza tentare un’analisi dei fattori che hanno determinato tale sconfortante risultato, esaltando sempre più l’individualismo cinico e baro dei ‘valori’ finanziari e condannando alla semi-estinzione ogni tentativo di porre al centro ben altri “Valori”, per dimostrare che“un altro mondo è possibile”.
I soggetti cui Lamberti lancia questo appello sono: “…non solo i delusi del mondo della sinistra e dell’ambientalismo, ma tutto il mondo dell’associazionismo laico e cattolico che tutti i giorni combattono per vedere riconosciuti i pieni diritti di cittadinanza ai soggetti più deboli ed emarginati…”.
Come potrebbe non sottoscrivere queste parole uno come me, che da trent’anni si è dato da fare per testimoniare in prima persona un’alternativa nonviolenta, ambientalista, eco-sociale e di sviluppo comunitario dal basso? Mi sento perfettamente inquadrato nel target ideale della sua proposta, sia come educatore ed operatore sociale di base, sia come attivista eco-pacifista che ha speso dieci anni per affermare non solo una politica ecologica, ma anche un’ecologia della politica.
Eppure c’è qualcosa che non mi convince del tutto. Non è certo la denominazione scelta per questa proposta, che stranamente riprende proprio il titolo che io stesso diedi, parecchi anni fa, al progetto che sintetizzava l’azione sociale della storica “Casa dello Scugnizzo” di Napoli, dove ho a lungo operato e di cui ho avuto l’onore e l’onere di essere presidente per otto anni.
E’ piuttosto il termine “cantiere” che mi lascia un po’ freddo, forse perché mi ricorda esperienze simili, quasi sempre deludenti e spesso strumentali, di convergenza di aree politiche diverse in un soggetto elettorale, per far fronte all’ennesima “batosta” e/o diaspora.
Mi lascia perplesso anche l’appello al mondo di un generico “associazionismo”, che in questi ultimi vent’anni – come Lamberti sa bene – si è geneticamente modificato, diventando un contenitore indifferenziato dove trovano posto volontariato e impresa sociale, aziendalismo cooperativista e opportunismo da furbetti del quartierino.
Mi sbaglierò, ma anche l’appello a chi cerca di “rendere migliore e più giusta la società” e a chi persegue “uno sviluppo sostenibile” mi suona un tantino generico e “politically correct”, forse per abbracciare il maggior numero di soggetti, a scapito però di un’indispensabile chiarezza.
La prospettiva d’una società solo un po’ più giusta e sostenibile – mi permetto di osservare a chi, come Amato, sa bene che non sono un estremista – rischia di avallare l’idea che, tutto sommato, non sono affatto necessarie svolte significative e scelte nette. Lo stesso concetto di “sviluppo economico sostenibile” è una specie di ossimoro, perché senza una vera “decrescita” e senza un modello profondamente alternativo di sviluppo umano e comunitario non cambia nulla.
L’altro mondo possibile – di cui parla Lamberti – non può essere che un mondo “altro”, fondato su valori e priorità del tutto opposte a quelle correnti. La stessa “solidarietà” – mi consenta l’amico Lamberti – non è una merce acquisibile come le altre, ma nasce da una logica alternativa a quella del mercato e dell’interesse individualistico che il liberismo ci ha abituati a considerare normale.
Sappiamo bene, infatti, che i soggetti non nascono “deboli ed emarginati”, ma sono resi tali da una società che esalta fanaticamente l’affermazione dei “vincenti” e che scarta impietosamente i “perdenti”, come se fossero le inevitabili “scorie” di un irrefrenabile processo evolutivo.
Un’altra piccola nota vorrei farla sull’uso un po’ convenzionale dei termini “laico e cattolico”, a proposito dell’universo dell’associazionismo cui il gruppo fa appello. Da cristiano-cattolico devo dissentire da questa banale e stantia contrapposizione, che non tiene conto né del fatto che i vari soggetti politici provenienti dal cattolicesimo hanno scelto da decenni la laicità come valore e che, in ogni caso, essere “laici” non significa smarrire le proprie radici ed i propri valori fondamentali, bensì affermarli nel rispetto del pluralismo di una società democratica e multiculturale.
Ciò premesso, ribadisco il mio sincero interesse per un confronto che non si fermi alla virtualità di una comunità della Rete, ma cominci a far dialogare persone in carne ed ossa e, perché no, gruppi che vogliano aderire a questo positivo richiamo a “fare rete” sul territorio, prima che nei cartelli elettorali.

IL POLIPO DELLA LIBERTA’

 polipo della libertà
Rieccoci alle elezioni. Le più fiacche, banali e sconclusionate degli ultimi decenni. Orfane d’idee, di un dibattito degno di questo nome e di ogni mordente che possa davvero motivare gli italiani. Tra trionfalismi ed autolesionismi, ipercopertura mediatica ed assenza d’informazioni, provincialismi molto provinciali ed europeismi molto poco europei, l’unica cosa che sembra certa è che il carrozzone del centrodestra berlusconiano gode di ottima salute, sondaggiato e omaggiato dai suoi fans e indirettamente favorito dai suoi stessi oppositori e detrattori.
Questi ultimi, infatti, non riescono proprio a parlare di qualcosa che non riguardi Colui che ormai chiama se stesso “il presidente del consiglio” (usando la terza persona come Giulio Cesare…), alimentandone la paranoia ma, al tempo stesso, le manie di grandezza.
Ma occupiamoci piuttosto del maxi-partito cui ha saputo dar vita, azzerando dopo decenni quello che restava della destra tradizionale, ma anche del liberalismo classico e del conservatorismo cattolico. Ecco allora che ciò che una volta era definito un “POLO ”, grazie al banale ma efficace raddoppiamento della prima sillaba, è magicamente diventato il “POPOLO” della Libertà: un efficace Trade Mark, capace di rispondere a due esigenze al tempo stesso.
La prima è quella di evocare negli Italiani il modello di Partito di massa, quasi del Partito nazionale – con una buona dose di populismo vagamente sudamericano – mentre la seconda, ancora più pratica, è quella di candidare il PdL a forza maggioritaria e trainante del “Partito Popolare Europeo”,  per meglio condizionarlo e guidarlo, come Ipse dixit.
La verità è che tale contenitore elettorale sembra meno tranquillo e pacificato di quanto vorrebbe farci credere il suo duce. Sotto l’apparenza unanimistica ed elettoralisticamente omogenea, in effetti, ribollono scontenti e ripicche, mugugni e propositi di rivalsa, opportunismi e consueti doppiogiochismi.
Ciò che conta, d’altra parte, è che alleati vecchi e nuovi sembrano allineati e coperti dietro il loro condottiero, ciascuno con le proprie priorità ed i propri referenti elettorali, ma tutti protesi verso una vittoria che sembrerebbe ampiamente scontata.
Ma la “gioiosa macchina da guerra” del centrodestra, anziché suggerire una partecipazione autenticamente popolare, mi sembra lasci intravedere una sorta di OGM elettorale, una creatura artificiale, frutto d’ingegneria genetica, la cui salute e tenuta nel tempo è tutta da verificare.
Se penso alla grossa “testa” che ne costituisce il vertice decisionale, unita ai molteplici ma poco robusti terminali elettorali che da essa si dipartono, mi verrebbe piuttosto da parlare di POLIPO DELLA LIBERTA’ , una preoccupante creatura che unisce l’inconsistenza ideologica di un mollusco alla tenacia tentacolare di un pericoloso predatore.
Una lunga serie di “ex” (liberali, repubblicani, socialisti e socialdemocratici, destro-nazionalisti e democristiani), uniti a federalisti e forzitalioti della prima ora, rappresentano in effetti gli otto tentacoli di questa strana creatura, il cui referente comune sarebbe la “libertà”.  Ma di quale libertà stiamo parlando? Quella per cui hanno combattuto gli Italiani che hanno “buttato il sangue”, metaforicamente o meno, per costruire le basi della nostra Repubblica, o piuttosto la determinata volontà di avere le mani libere, per continuare a realizzare impunemente e senza troppi fastidi i propri affari, più o meno sporchi…?
L’unica libertà che conta per questo popolo-polipo sembra quella di chi non vede l’ora di sbarazzarsi una buona volta di giornalisti e magistrati; di cassare disinvoltamente leggi e normative che ostacolano la libera imprenditorialità; di imbonire la mente delle persone di luoghi comuni sulla sicurezza, sul rischio-immigrati, sulla necessità di far ripartire la crescita, sull’indispensabilità di grandi opere multimiliardarie e sulla necessità di semplificare la dialettica politica e, quindi, di prefettizzare le istituzioni e di militarizzare il territorio.
Ecco, questo “polipo della libertà” lo vedrei bene “affogato”, come il classico “purpo” della tradizione culinaria partenopea. Mi asterrei, però, dal consumarne l’altrettanto tradizionale “bròro”, sicuro come sono che si rivelerebbe un brodo di coltura concentrato di ciò che, da anni, sta avvelenando la nostra repubblica ed azzerando la vera democrazia.   

PROPOSTE…DISARMANTI

 
Mercoledì scorso ho partecipato all’ incontro caratterizzato da quest’originale titolo, organizzato a Napoli dal “Tavolo Campano per gli Interventi Civili di pace”, in occasione del 29 maggio, in cui si celebra la “Giornata del Peacekeeping”.  Era da un bel po’ che dalla parti nostre non si parlava esplicitamente e qualificatamente di nonviolenza, transarmo, interventi di difesa civile, e non potevo certo mancare a questo appuntamento. E’ stata anche un’occasione per ascoltare interventi molto interessanti (come quello del prof. Pizzigallo della “Federico II” e di Fashid dell’Assopace), per riascoltare la profetica testimonianza di padre Alex Zanotelli, ma anche per incontrare dopo parecchio tempo l’amico e maestro Antonino Drago, che da alcuni anni insegna “Scienze della Pace” all’Università di Pisa e a quella di Firenze.
Le “proposte disarmanti” di cui si è parlato riguardavano in particolare il ruolo dei “Corpi Civili di Pace” (istituiti nel 1991 e confermati nel 2001 dal Parlamento Europeo, ma rimasti lettera morta, fatta eccezione per pochi stati, primo dei quali la Repubblica Federale Tedesca), altre iniziative di formazione alla nonviolenza e la promozione della “Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza” , che partirà fra 127 giorni e cui hanno finora aderito personaggi come Rigoberta Menchù, Evo Morales, Isabel Allende, Josè Saramago, Adolfo Perez Esquivel, Zubin Metha, Arun Gandhi e tanti altri.
Purtroppo non eravamo in molti a quell’incontro e pochi eravamo anche stamane, quando ci siamo visti nella “cappella della pace” di Pax Christi Napoli, per una delle cinque giornate di formazione agli “interventi civili di pace”, finalizzati alla prevenzione e trasformazione dei conflitti. Non è bastato, evidentemente, fare appello alla necessità di approfondire l’addestramento alla soluzione civile e nonviolenta dei conflitti per incuriosire e coinvolgere nuovi soggetti, benché spesso siano già impegnati e attivi in vari campi, dal volontariato alla cooperazione internazionale, dalla educazione alle battaglie per la pace e la salvaguardia dell’ambiente.
La frustrazione che deriva dalle mancate risposte a proposte formative del genere è ovvia, ma – come abbiamo verificato oggi, analizzando modalità e funzioni di uno strumento psico-sociale molto utile per chi si voglia preparare adeguatamente ad un intervento di pace – bisogna superare la naturale delusione e chiedersi quale aspetto del processo abbiamo trascurato o sottovalutato.
Il problema è che c’è troppa gente intorno a noi che ha perso la voglia di formarsi, di confrontarsi e di rivedere le proprie categorie mentali, per cui guarda con diffidenza a questi momenti di analisi e discussione, avvertendoli come una perdita di tempo un po’ accademica, una sovrastruttura teorica inutile o addirittura dannosa, nella misura in cui potrebbe ritardare o condizionare la prassi.
Eppure sappiamo bene, perché ce l’ha insegnato l’esperienza, che l’attivismo spontaneista non porta a risultati efficaci e stabili, se manca un training serio ad interventi alternativi in aree per loro natura conflittuali, che richiedono capacità di ascolto e di analisi della situazioni, ma anche conoscenza di tecniche e strumenti e capacità di gestione delle stesse azioni.
Fare interventi civili di pace, insomma, non può identificarsi con un’operatività volontaristica e velleitaria, ma richiede riflessione, addestramento ed organizzazione. Ovviamente bisogna stare attenti a non cadere nella tentazione opposta: quella, per intenderci, che ha sviluppato a livello internazionale molte esperienze accademiche di peace studies, cristallizzando spesso l’azione per la pace negli stadi della ricerca sulla pace e dell’educazione alla pace e facendola scivolare in una dimensione troppo mentalista e poco funzionale alla pratica.
Da noi in Italia – anche se sono non molti a saperlo – possiamo vantare esperienze coraggiose e qualificate sia di studi sulla pace sia di interventi di pace. Bisogna riprenderle e coordinarle, superando artificiose barriere tra matrici religiose e laiche del pacifismo, tra convinti della nonviolenza e chi non lo è. Bisogna rilanciare un movimento il più possibile unitario, facendo leva su esperienze di azioni civili di mediazione di pace che non rinuncino a diventare qualcosa di meno informale, ma si pongano l’obiettivo di strutturare un’organizzazione realmente alternativa alla difesa armata ed al peacekeeping militarizzato. “Ci sono alternative”, ripetiamo testardamente con Galtung, anche se la pseudo-informazione ed il pensiero unico vorrebbero convincerci del contrario…

ELEGANTEMENTE SEMPLICI

sfrancescoFOL2Sull’ultimo numero di Resurgence” (la bella rivista ambientalista inglese che ospita contributi di studiosi del calibro di Fritjof Capra, James Lovelock, Noam Chomsky, Vandana Shiva…), Satish Kumar – che ne è il direttore – ha scritto un editoriale dal titolo “Elegante semplicità”.
Il nocciolo del problema,  di cui peraltro si occupano vari articoli di questo numero della rivista (254 * May June 2009), è l’esigenza di resistere alla schiavitù delle tendenze e delle mode, considerate giustamente come l’antitesi della sostenibilità, in quanto causa di problemi economici ed ambientali.
Viceversa, argomenta Kumar: “la semplicità è parte della ‘saggezza perenne’ promossa da molti grandi pensatori ed utopisti. […]La semplicità è una qualità positiva: quando le cose sono semplici sono ben fatte, durano indefinitamente, sono fatte con piacere e danno piacere quando sono usate. E’ stato E. F. Schumacher a dire: ‘Qualsiasi stupido può fare cose complicate, però ci vuole un genio per fare cose semplici’…”
Ecco, appunto: siamo effettivamente circondati da pazzi che creano cose e situazioni complicate ed intricate, dalle quali non riusciamo più a liberarci e di cui diventiamo irrimediabilmente schiavi. La moda e la tirannia di ciò che ‘fa tendenza’ sono solo due aspetti di una generale visione distorta della vita e delle sue priorità. Il fatto è che la nostra società, in nome del benessere e della libertà, ha generato mostri che minacciano ogni giorno il nostro benessere psicofisico e ci privano della libertà di essere noi stessi.
La semplicità, osserva Kumar, richiede meno egoismi, complicazioni e preoccupazioni per le apparenze e, invece, più immaginazione e creatività ed una maggiore attenzione alla sostanza delle cose. Naturalmente la maggior parte delle persone sono convinte che una società avanzata e sviluppata debba necessariamente avere certe caratteristiche e che i problemi personali, sociali ed ambientali che abbiamo davanti agli occhi siano soltanto spiacevoli effetti collaterali di un inarrestabile e lineare progresso.
La verità – benché difficile da digerire – è che i nostri attuali stili di vita, orientati al consumismo e a mode effimere, sono oggettivamente alla base della triplice crisi del nostro tempo, che investe non solo l’ambito ecologico, ma anche quello socio-economico e spirituale. Lo sfruttamento intensivo e contro natura delle risorse del nostro pianeta, infatti, provoca catastrofi ambientali, ma è fonte anche di povertà ed ingiustizia e sta minando le basi stesse di una convivenza basata su valori etici che rendano la vita degna di essere vissuta ed impediscano agli esseri umani di sentirsi soli ed infelici.
Non è un caso che le principali religioni stiano ponendo nuovamente al centro del loro messaggio di rinnovamento e di speranza valori come l’umiltà, la semplicità e la sobrietà, indicandoli come il solo antidoto ad una crisi planetaria, ma anche interiore e comunitaria.
“La moderazione non è solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità – ha scritto Benedetto XVI nel Messaggio per la giornata della pace 2009 – E’ ormai evidente che soltando adottando uno stile di vita sobrio , accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile.”
Anche se a molti non piace sentirselo dire, bisogna allora insistere sul fatto che l’attuale crisi di un’economia e di una finanza artificiali e drogate ci sta dando, suo malgrado, la possibilità di non persistere diabolicamente nell’errore, ma di perseguire un’autentica conversione a U, in direzione di un modo di vivere più sano, più giusto e più semplice, riscoprendo la bellezza delle cose naturali e dei rapporti diretti e solidali.
A tal proposito, segnalo che a Napoli è iniziato oggi – e proseguirà fino a domenica 24 – il VI convegno per la formazione e l’impegno sociale dell’O.F.S. (Ordine Francescano Secolare), dedicato significativamente al tema: “Francescanamente per il Bene Comune. Le responsabilità e il contributo della politica”.   
 

VADE RETRO, DECRETINO !

 GAZZELLA UFFICIALE
Ci sono momenti in cui ci si sente talmente depressi che cresce la tentazione di non reagire neppure, di lasciarsi cadere le braccia… Si avverte nell’aria una preoccupante sensazione di crescente imbarbarimento dei rapporti civili e sociali, ma quello che sgomenta di più è la sensazione che ogni cosa, anche la più grave, venga ormai assorbita dal materasso d’indifferenza nel quale sembra che ci siamo distesi, un po’ per pigrizia mentale, un po’ per rassegnazione e conformismo.
L’impressione che se ne ricava è che la vecchia antitesi di Umberto Eco tra “apocalittici” ed “integrati” sia ormai un lontano ricordo per chi, sprofondando sempre più nella melmosa palude di un’acquiescenza imbarazzata ad un sistema apparentemente senza alternative, non si preoccupa nemmeno più di simulare un’opposizione o una parvenza di coerenza tra idee e azioni.
I pochi che,come me, cercano di parlare ancora di decrescita, di energie rinnovabili e pulite, di difesa non armata, di tutela della diversità biologica e culturale, di finanza etica, di partecipazione diretta dei cittadini e di altre tematiche una volta considerate “alternative”, più che “apocalittici” sembrano essere diventati i classici “prophetae clamantes in deserto”.
Eppure non bisogna essere dei rivoluzionari per rendersi conto che ciò che avviene intorno a noi è molto più di una serie di decisioni consequenziali alla scelta politica di fondo che la maggioranza degli elettori italiani hanno fatto, diventando inquilini della “casa delle libertà” e trovandosi ora irregimentati come “popolo della libertà”. Non credo che si tratti solo di normale e democratica alternanza di governi, ma di una preoccupante omologazione della nostra classe politica ad un modello standardizzato di società e di democrazia e, in fondo, ad un pensiero pressoché unico e pervasivo, nella sua devastante banalità.
La cosa più odiosa, dal mio punto di vista, è che questa mutazione genetica della nostra gente – che la sta privando di qualsiasi originalità e specificità culturale ed etico-politica – la sta rendendo di fatto anche incapace di cogliere le profonde contraddizioni tra le decisioni assunte dal governo ed i pretesi “valori” che sarebbero alla base di quelle scelte.
Solo la penetrazione nelle nostre menti del subdolo “bis-pensiero” preconizzato da Orwell più di 60 anni fa, infatti, può spiegare il fatto che in nome della libertà si decidano provvedimenti liberticidi; in nome del progresso si insista su scelte scientificamente e tecnologicamente fallimentari e, in nome della sicurezza e della pace, si vadano ad imboccare strade che portano esattamente dalla parte opposta, alimentando insicurezza e uno stato di guerra infinita.
La marea montante di diffidenza, di paura, di sospetto che sembrerebbe giustificare una serie di provvedimenti palesemente contrari ai diritti umani fondamentali, d’altra parte, è la dimostrazione che gli Italiani si stanno bloccando in un’ottica ristretta e miope, che li porta a chiudere gli occhi sulla perniciosa e supina dipendenza del nostro Paese dai centri di potere mondiali, per aprirli invece sulla presunta “minaccia” derivante da una società multietnica e multiculturale, che peraltro è già una realtà incontrovertibile a livello internazionale.
Rimbambiti dai “talk show” e dal voyeurismo delle fattorie e delle case-del-grande-fratello, sembra infatti che non vogliano accorgersi che il vero “Big Brother” ci spia, ci controlla e ci condiziona ogni giorno e in ogni circostanza, riducendoci a pedine passive di un progetto che prevede l’unica libertà di consumare e di spendere, senza neanche riuscire a garantire che tutto ciò sia reso possibile da un lavoro decente e minimamente stabile e da un ambiente di vita minimamente salubre e sicuro.
Beh, che il diritto alla salute, allo studio, al lavoro, all’accoglienza e alla partecipazione democratica non stessero di casa nella “casa delle libertà” lo avevamo già capito da un po’. Sarebbe stato legittimo attendersi, d’altra parte, una reazione più apprezzabile e ferma al tentativo di trasformare il nostro Paese in uno stato poliziesco e militarizzato, dove perfino discariche ed inceneritori per smaltire la nostra assurda spazzatura consumistica possono essere imposti “manu militari”. in nome della sicurezza nazionale !
Certo. un po’ tutti lo avevamo già capito che la Carta costituzionale della nostra repubblica non andava a genio ai nostri governanti e perfino a qualche loro predecessore, però non sembrava così scontato che in Italia si potesse calpestare impunemente la Costituzione, le normative ordinarie ed i regolamenti liberamente scelti, in nome di una decisionalità di vertice ed a colpi di decreti, accordi di programma in deroga e commissariamenti straordinari anche di materia ordinarie.
La “prefettizzazione“ della politica sembrerebbe essere la via maestra imboccata dagli ultimi governi per risolvere i problemi dell’ordine pubblico, quelli ambientali e quelli sociali, alla faccia del diritto ad un normale confronto democratico e, ovviamente, di qualunque coinvolgimento reale dei cittadini in decisioni che pur li toccano molto da vicino. Provvedimenti come il respingimento preventivo dei flussi di migranti (clandestini e profughi che siano), l’istituzione di corpi di polizia paralleli a quelli ufficiali e perfino la decisione di ritornare all’infausta opzione nucleare, del resto, possono essere imposti solo bypassando i percorsi legislativi ordinari ed adottando a ripetizione la soluzione dei decreti-legge, meglio ancora se blindati da un voto di fiducia. Non che il dibattito parlamentare risulti molto più esaltante ed edificante… Quello che è certo è che agire per le vie brevi rafforza la sensazione di un esecutivo forte e coeso ed evita anche all’opposizione penosi contorsionismi verbali per raggiungere discutibili mediazioni, anziché dare sul serio battaglia contro questo genere di provvedimenti.
Ma, a quanto pare, qualcosa si sta muovendo. Di fronte all’anticostituzionale decisione governativa di costruire nuove centrali nucleari in Italia, senza il previsto consenso delle Regioni, perfino un personaggio di vertice come il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, ha dichiarato rabbiosamente: “Credo che dovranno ingegnarsi molto a immaginare le forme di occupazione militare del territorio, perché la ribellione della Puglia sarà rabbiosa e radicale".
Perbacco! Forse qualcuno si sta accorgendo, anche se un po’ tardi, che il preteso “federalismo” del centro-destra è solo un pretesto per arricchire i ricchi ed impoverire i poveri e che militarizzare la politica è già prassi consolidata, ma comunque meglio tardi che mai! Vuol dire che quelli come noi si sentiranno un po’ meno soli a combattere contro la civiltà delle discariche e del nucleare, a contrastare l’imbarbarimento della convivenza civile e ad opporsi alla distruzione programmatica di ogni competenza statale in materie essenziali come la sanità, l’educazione e i servizi sociali.
 Bando quindi alla depressione e cerchiamo di reagire, di resistere, in nome di quei valori che non si contrattano in borsa e che ci costringono a prendere delle decisioni e fare delle scelte. Forse non saremo in tanti o comunque non abbastanza per cambiare le cose, ma facciamo sapere al popolo dei “decretini” che su noi non possono e non potranno mai contare !
 

MAI PIU’ CHERNOBYL !

DSCN1596“Sognando Chernobyl…” – canta Adriano Celentano, facendo da colonna sonora alla manifestazione antinucleare di Napoli, intervallato da altre canzoni che vanno da “Times are Changing” del sempreverde Bob Dylan a “Chernobyl 10 anni dopo” di Pippo Pollina.
E’ sabato pomeriggio del 25 aprile: a Piazza del Gesù Nuovo a Napoli il “Comitato campano NO AL NUCLEARE” sta animandouna delle 17 iniziative italiane per il “Chernobyl Day”.
Manifestazioni analoghe si sono svolte, tra il 25 ed il 26 aprile, in 200 città del mondo, sia per commemorare le centinaia di migliaia di vittime della tragedia che colpì Chernobyl (Ucraina) esattamente 23 anni fa, a causa dell’esplosione di uno dei reattori di quella centrale nucleare, sia per lanciare un forte appello ai cittadini perché si mobilitino anche in Italia contro il nucleare.
Quel 26 aprile 1986, infatti, iniziò la più grande catastrofe tecnologica ed industriale di tutti i tempi: un disastro ambientale e socio-sanitario che non ha mai smesso di fare vittime e le cui inaudite ed irreversibili conseguenze per la salute colpiranno anche le prossime generazioni. 
“L’ex segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, ha stimato che più di 7 milioni di persone sono state gravemente colpite dalla catastrofe, mentre l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) persiste nel riconoscere la ridicola cifra di un cinquantina di vittime, coinvolgendo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) in una scandalosa complicità con gli interessi dell’industria dell’energia atomica a minimizzare i rischi” – ha dichiarato Antonio D’Acunto, leader storico dell’ambientalismo napoletano e presidente onorario di VAS-Campania.
Il Comitato NO AL NUCLEARE – che ha una pagina internet su Facebook e di cui fanno parte varie componenti del movimento campano per l’alternativa eco-sociale – ha organizzato questo animato pomeriggio del 25 aprile anche come ideale prosecuzione delle manifestazioni per l’anniversario della Liberazione. 
DSCN1599 “La decisione di ignorare il referendum popolare che ha bandito il nucleare e di prendere unilateralmente accordi con la Francia per la costruzione di 4 nuove centraliha sottolineatoinfatti Tommaso Musicò, dell’ANPI Provincialeè grave anche perché va contro la volontà popolare, espressasi nel referendum contro il nucleare, ed è anticostituzionale, in quanto scavalca le prerogative riconosciute dalla Carta alle Regioni e agli enti locali.“ 
I 1500 volantini e le centinaia di adesivi antinucleari distribuiti dimostrano che i Napoletani non sono insensibili a questo appello, e la presenza in piazza di vari esponenti politici (fra cui il candidato delle sinistre per la presidenza della Provincia di Napoli, Tommaso Sodano, e l’Assessore provinciale all’Agricoltura e Protezione Civile, il verde Francesco E. Borrelli) indica una rinnovata attenzione a questa problematica, troppo a lungo esorcizzata. 
“Il Comitato continuerà a svolgere la sua azioni di controinformazione e di sensibilizzazione ha dichiarato Ermete Ferraro, responsabile nazionale VAS per l’ecopacifismo e membro del Comitato campano Pace e Disarmo – per impedire che l’oblio, la disinformazione e la menzogna consentano che vada avanti quello che abbiamo definito ‘l’imbroglio nucleare’. Vogliamo discutere con i cittadini e spiegargli che la scelta nucleare, oltre che gravemente rischiosa e strettamente connessa con l’escalation degli armamenti atomici, è anche profondamente inutile e dannosa, perché sottrae immani risorse al bilancio dello stato ed ostacola le uniche vere alternative energetiche, che sono il risparmio e l’utilizzo di fonti rinnovabili e pulite. “