Un Mago più influente di Harry Potter

Non avrei mai pensato che il vecchio e un po’ farlocco Mago di Oz fosse tanto importante ed autorevole. Eppure, di recente, mi è giunta notizia della classifica dei film ‘più influenti’ di tutta la storia del cinema, realizzata da due ricercatori italiani, che hanno utilizzato un loro specifico algoritmo per condurre in porto quest’indagine.
«Livio Bioglio e Ruggero G. Pensa, due informatici dell’Università di Torino [hanno] stilato la classifica delle pellicole cinematografiche di maggior successo dopo aver valutato quelle più citate tra le oltre 47mila contenute nella banca dati di Amazon (Internet MovieDatabase, IMDb).[…] ‘Il Mago di Oz’ è il film più influente della storia del cinema […] Il podio è completato, nell’ordine, da ‘Star Wars’ e ‘Psycho’…». [i]
Non ho la minima idea di come il loro algoritmo li abbia portati a giungere a tali conclusioni, che però mi sembrano condivisibili se teniamo conto dell’enorme popolarità raggiunta nel tempo da queste tre ‘colonne’ della filmografia e delle loro innumerevoli citazioni in altri film. Mi ha però sorpreso che il primo posto su questo ‘podio’ informatico sia stato tributato alla pellicola diretta nel 1939 daVictor Fleming [ii]che, seppure gradevolissima e d’indubbio successo, resta una fiaba piuttosto datata e rivolta principalmente ai bambini, essendo ispirata al noto libro dello scrittore statunitense L. Frank Baum “Il meraviglioso mago di Oz”, dato alle stampe la bellezza di 118 anni fa.[iii]
Il secondo aspetto un po’ sorprendente di questa classifica è il climax registrabile analizzando le preferenze del pubblico e degli addetti ai lavori, dal momento si nota una gradualità discendente dalla visione luminosa, ottimistica, onirica e fiabesca del primo classificato al tono bellicoso ed avveniristico del fantascientifico ‘Guerre Stellari’, sprofondando infine nell’atmosfera oscura, terrificante e malata del mitico giallo diretto da Alfred Hitchcock. E poi, che cosa hanno in comune questi tre film per avere influenzato così profondamente i gusti della gente? Soprattutto, come mai in un mondo ipertecnologico, cinico e poco attratto dai ‘sogni’ è stata prescelta una storia fiabesca e zuccherosa come quella della piccola Dorothy che aiuta i suoi tre fantastici amici ad ottenere ciò che più desiderano?
In effetti, anche la saga cinematografica di ‘StarWars’, realizzata da George Lucas a partire dal 1977, pur appartenendo ovviamente al genere fantascientifico, presenta elementi fantasy e ci ripropone il classico, eterno, scontro fra le forze del bene e quelle del male. Certo, non si tratta di potenti maghi e di streghe cattive, bensì dei Jedi, che mantengono ordine e pace nella Galassia, opponendosi ai malvagi Sith. Del resto, fu lo stesso Lucas ad osservare che il suo stile era ben diverso da quello della classica narrazione da science-fiction, dal momento che:
«Da bambino leggeva molta fantascienza, ma, invece di leggere autori tecnici e di fantascienza hard come Isaac Asimov, era interessato a HarryHarrison e a un approccio fantastico, surreale al genere…». [iv]
Assai più difficile, invece, è stabilire un parallelismo tra la fiaba di Dorothy, nuova Alice nel Paese delle Meraviglie del magico regno di Oz, e la Marion protagonista di ‘Psyco’, coinvolta in una tormentata storia d’amore che la porterà a finire tragicamente i suoi giorni nel terrificante motel di un giovane omicida schizofrenico. Qui, infatti, il conflitto tra buoni e cattivi è già tutto insito nella psiche malata di Norman Bates, col suo ‘doppio’ femminile materno, alimentando un horror-thriller dove Eros e Thanatos s’intrecciano in una sceneggiatura cupa e disperata. [v]
Insomma, se nel primo film prevaleva l’ottimismo dello happy end e nella saga di ‘Star Wars’ la contesa tra Bene e Male restava comunque aperta, ‘Psyco’ , viceversa, era dominata da una pulsione negativa e mortale. In tutti i tre casi, peraltro, ci riferiamo a ‘classici’ piuttosto stagionati (rispettivamente, del 1939, 1977 e 1960). Il fatto che oggi i tre film siano stati selezionati come i più ‘influenti’, però, lascerebbe pensare ad un inconscio tentativo di sfuggire alla violenza psicopatica che caratterizza la nostra realtà attuale, rifugiandosi in un mondo dove una bambina riesce a sconfiggere le forze del male ed a restituire ai suoi compagni di viaggio la speranza e la fiducia in se stessi.
Il viaggio onirico di Dorothy ed i suoi simbolismi

Ricordo che, da piccolo, la lettura de ‘Il Mago di Oz’ mi affascinò molto ma, al tempo stesso, mi lasciò sconcertato. Fatto sta che del libro di Baum risulta più difficile tentare di una lettura metaforica, cosa sicuramente più agevole per quello di Carroll. Eppure ritengo (e non sono il solo) che anche la fantastica avventura di Dorothy si presti ad interpretazioni meno banali di quella fiabesca. Un significato simbolico, infatti, affiora abbastanza evidentemente se solo riflettiamo alle caratteristiche dei protagonisti della storia, mettendo per un attimo da parte gli antagonisti magici della bambina e dei suoi strani amici. Una loro lettura psicologica, infatti, ci fa scoprire che quei personaggi, al termine del racconto, non si ‘trasformano’ magicamente in qualcosa di diverso da ciò che erano già, ma piuttosto prendono coscienza di se stessi e delle proprie potenzialità, mortificate dalla paura e dall’insoddisfazione. Mi sembra di scorgere, quindi, la metafora della ‘liberazione’ dall’infelicità di chi va cercando fuori di sé ciò che in effetti già possiede, di cui il sedicente Mago di Oz non è l’autore, semmai l’involontario facilitatore. La stessa Dorothy acquista coscienza di quanto siano preziosi quelli che la circondano nella sua fattoria nel Kansas solo dopo aver compiuto il suo simbolico‘viaggio’ in una dimensione avventurosa, grazie alla quale scopre e valorizza le sue indubbie capacità.
Anche altri hanno tentato un’interpretazione psicologica del fairy tale di Baum, individuando alcuni elementi significativi chevanno ben oltre la lettura meramente fiabesca della storia.
«Il Regno di Oz, dal quale Dorothy cerca di andar via per tornare a casa, può rappresentare quel luogo intimo dove ogni uomo rielabora le esperienze personali solo con se stesso […] Oz inoltre è il simbolo dell’oncia, unità di misura, per cui Il Regno di Oz è anche il luogo in cui si dà un peso, in cui si misura e si dà un valore, dove si distingue tra bene e male, dove si riflette su ciò che è stato per arricchirsi di un nuovo peso per affrontare e misurare ciò che sarà. Possiamo dire che è il luogo della coscienza». [vi]
In questa impegnativa chiave di lettura, i buffi personaggi che Dorothy incontra – e coi quali si reca nel Regno di Smeraldo a chiedere aiuto a quello che tutti credono un potente Mago – rappresentano tre simbolici esempi di ‘carenza’, cioè di mancanza di qualcosa da cui di solito gli esseri umani fanno derivare la loro insoddisfazione ed infelicità, senza rendersi conto che ciò di cui vanno incerca lo hanno già dentro di sé.
« Lo spaventapasseri che vorrebbe avere un cervello rappresenta la leggerezza di pensiero e d’azione, l’uomo di latta che vorrebbe avere un cuore rappresenta l’incapacità di amare, di provare passioni e di interessarsi; mentre il leone che vorrebbe avere più coraggio rappresenta l’incapacità dell’uomo di saper cogliere a proprio favore le situazioni, di “rischiare” o provare realizzando il pensiero in azioni,l’incapacità di cogliere la vita come una occasione (ob-cadere cadere avanti). Solo alla fine del “viaggio” queste tre peculiarità dell’uomo possono dirsi realizzate». [vii]
Ecco allora cheil racconto acquista una luce diversa e, proprio come i suoi protagonisti, ci rivela aspetti nascosti ed inconsapevoli del suo messaggio. Dietro la fantasticheria di Baum arriviamo a scorgere un significato più profondo, che rinvia all’esigenza che ogni persona segua un percorso che la porti alla consapevolezza di ciò che è, superando il limite frustrante del desiderio di ciò che si vorrebbe essere, e magari scoprendo alla fine che le due cose coincidono. Il desiderio, appunto. Un’innegabile e potente fonte di tensione per la realizzazione delle proprie potenzialità, ma anche un limite doloroso da superare, per non restare inchiodati all’aspirazione di qualcosa che resta fuori di noi e tende costantemente a sfuggirci.
«La figura di Dorothy come l’Anima […] realizza, nel senso di presa di coscienza, il suo stato di meccanicità nei tre“corpi” Gurdjeffiani: corpo mentale (spaventapasseri), corpo emozionale/astrale(uomo di latta) e corpo fisico (leone). Questi tre, non appena compaiono nel cammino, sono infatti infelici dell’essere incapaci di “utilizzarsi […] Il percorso giunge a termine quando Oz […] fa realizzare ad ognuno di essi che in realtà loro già possedevanole stesse qualità che cercavano: altro profondo insegnamento spirituale». [viii]
Un’interpretazione simile è riscontrabile in un altro articolo, dove però si sottolinea anche che la fiabesca avventura narrata da Baum possa essere letta come il percorso educativo attraverso il quale ogni individuo arriva a sviluppare le sue tre fondamentali competenze personali e sociali (cognitiva, emotiva e pragmatica).
«Chi conosce la storia del Mago di Oz,ricorderà perfettamente che il Mago non regala nulla che i bizzarri personaggi non abbiano già in sé. Nel corso delle peripezie per raggiungere la Città di Smeraldo dove risiede il Mago, lo Spaventapasseri dimostra di avere un intuito fine ed efficace, il Boscaiolo di Latta mostra solidarietà e compassione per i suoi amici e il Leone Codardo affronta con grande valore molti pericoli. Insomma, la formazione accompagna a risvegliare, stimolare e riscoprire abilità e competenze che abbiamo dentro di noi…» [ix]
Un mondo nuovo ‘oltre l’Arcobaleno’

Ritengo però che, andando oltre un’interpretazione in chiave psicologica o pedagogica, si possa tentare una lettura ‘sociologica’ di questo libro/film che, secondo la ricerca citata, è stato addirittura valutato “il più influente di sempre”. E’ la nostra stessa società, a mio avviso, che presenta le carenze lamentate da quei quattro personaggi in cerca di Mago. Ad essere messo in discussione mi sembra pertanto l’attuale modello di sviluppo, caratterizzato da un crescente materialismo e consumismo che, paradossalmente, diventano sempre più fonte d’infelicità. Le nostre ‘sviluppatissime’ comunità, infatti, sembrano afflitte dall’incalzante peso proprio di queste tre dimensioni negative: l’incapacità di pensare criticamente la realtà, di provare sentimenti empatici e di affrontare con determinazione le sfide del nostro tempo. L’attuale società, insomma, sembra aver perso il cervello il cuore ed il coraggio che sarebbero invece necessari ad invertire la rotta, prima che sia troppo tardi. La stessa Dorothy può essere allegoricamente interpretata come l’esigenza di sfuggire ad una realtà limitata ma, al tempo stesso, di recuperare il valore del ‘ritorno a casa’, ai valori essenziali, dopo essere diventati più consapevoli e sicuri di sé.
Il nostro personaggio-chiave,il ‘wonderful Wizard of Oz’, mi sembra incarnare invece il simbolo di un’autorità esterna dalla quale la gente attende fideisticamente la soluzione dei propri problemi, salvo poi scoprire che dietro la rutilante scenografia magica si cela nient’altro che un ometto insignificante e vile, impotente ad esaudire i desideri degli altri, ma ben attento a difendere la propria posizione ed a conservare il potere. A questo punto, non è difficile scorgere dietro quel Mago fasullo il prototipo dell’uomo politico, alla cui ben costruita apparenza ed autorità non corrisponde né un’effettiva capacità né una reale autorevolezza. L’immagine, insomma, di un personaggio pubblico, il leader, dal quale tutti si aspettano che escogiti soluzioni ‘magiche’ a beneficio degli altri, scoprendone viceversa la grettezza morale e la ricerca del proprio esclusivo interesse.
Tale lettura,a mio avviso, potrebbe esserci utile a prendere coscienza che un vero cambiamento non può essere frutto di alchimie di vertice, ma solo dell’assunzione diretta di responsabilità, di scelte personali e collettive che sappiano portare avanti la società (il latino: pro-gredior). Ma ciò è possibile solo a condizione che ciascuno sappia tirare fuori di il meglio di sé, liberandosi da quanto che ne impedisce la realizzazione (sviluppo vuol dire scioglimento dei legami che ci avviluppano, che ci avvolgono, da cui l’inglese development e lo spagnolo desarollo). Andare oltre il mito scientista ed illuminista del progresso come naturale ed irreversibile percorso evolutivo dell’umanità, a questo punto, mi sembra un primo passo verso uno sviluppo autentico. Perché esso si realizzi, infatti, dobbiamo diventare consapevoli dei limiti e condizionamenti che ci tengono ‘avviluppati’, trovando dentro di noi la forza di cambiare le cose, senza ostinarci a cercarla in formule magiche esterne, di natura economica o politica che siano. In questo senso, riflettere su una narrazione fiabesca come ‘Il Mago di Oz’ si rivela un modo per maturare la nostra coscienza e per aiutarci a costruire, insieme con gli altri, un mondo con più cervello, più solidarietà e più coraggio.
« Se al termine della sua avventura Dorothy ritrova casa e perfino un po’ se stessa, di identità riconquistate, o “maschere” infine portate con orgoglio, il film resta pieno. Sono quelle insicurezze o carenze umane celate sotto fattezze “animali” o irreali, nascoste dietro la consistenza di materiali in apparenza freddi (latta) o apparentemente deboli (paglia), di creature ancora ignare delle reali potenzialità e di uomini più autentici dei maghi che impersonano. Un racconto per bambini certamente, ma rivolto anche a tanti adulti non “maturati” o magari ancora in cerca di se stessi. Un’allegoria “infantile” che all’epoca segnava il cuore dei più piccoli ma corroborava in egual modo i grandi negli anni bui del dopo depressione, facendo loro ritrovare fiducia nel “colore” poco prima che un nuovo “grigio” (stavolta bellico) si abbattesse su tutti». [x]
Anche i nostri tempi ci appaiono sempre più bui e cupi, dobbiamo dunque diventare consapevoli che tocca anche a noi ridare alla vita il colore della fiducia, della speranza e dell’amore. Certo, non basta introdurre alcune scene colorate in un pellicola che resta in bianco e nero. Bisogna diventare capaci di sognare un mondo realmente diverso e di trarre da dentro di noi la vera luce, andando quindi ‘oltre l’arcobaleno’, di cui essa è solo la scomposizione. E questo perché, concludendo colla celeberrima frase della nota canzone cantata nel film da Judy Garland-Dorothy:
“Somewhere over the rainbow / Skies are blue / And the dreams that you dare to dream really do come true” [xi].
© 2018 Ermete Ferraro
[i] “Secondo un algoritmo, Il Mago di Oz è il film più influente di sempre” (30.11.2018), Skytg24 > https://tg24.sky.it/tecnologia/2018/11/30/mago-oz-film-piu-influente.html
[ii] Vedi: “The Wizard of Oz”, in Wikipedia > https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wizard_of_Oz_(1939_film)
[iii] Vedi: “L. F. Baum”, in Wikipedia > https://it.wikipedia.org/wiki/L._Frank_Baum
[iv] “George Lucas Interview Circa April 1977”, originaltrilogy.com, 16 dicembre 2010 , in: https://it.wikipedia.org/wiki/Guerre_stellari
[v] Cfr. Antonio Pettierre, ‘Psyco di Alfred Hitchcock’ , Ondacinema > http://www.ondacinema.it/film/recensione/psyco_hitchcock.html
[vi] Francesco Scatigno, “Il simbolismo de Il Mago di Oz’ (22.11.2008), Il Mago di Oz – Controinformazione per la Consapevolezza sociale > http://www.magozine.it/simbolismo-de-il-mago-di-oz/
[vii] Ibidem
[viii] Fabrizio Angeloro, commento all’articolo precedente, ivi
[ix] Antonella Bastone, “I doni del Mago di Oz per la formazione”, Tesionline-Psicologia> https://psicologia.tesionline.it/psicologia/article.jsp?id=27125
[x] Andrea L., “75 anni di Oz” (05.12.2013), Blogo > http://www.cineblog.it/post/347089/75-anni-di-oz
[xi] “Over the Rainbow (anche nota con il titolo Somewhere Over the Rainbow) è una canzone scritta da Harold Arlen con testi di E.Y. Harburg. La versione originale è cantata da Judy Garland per il film Il mago di Oz del 1939. Il titolo significa letteralmente “Oltre l’arcobaleno”. “ > https://it.wikipedia.org/wiki/Over_the_Rainbow
La notizia risale a pochi giorni fa. Si è svolta il 13 e 14 novembre a Roma, presso la Scuola Ufficiali, la Terza Conferenza Internazionale sull’Ambiente, organizzata dall’Arma dei Carabinieri, cui hanno preso parte il Ministro dell’Ambiente Costa e il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Nistri. Il convegno era suddiviso in tre sezioni dal titolo ecologicamente accattivante: il valore della biodiversità; la conservazione della biodiversità; l’attività di polizia a tutela della biodiversità.
L’Italia è arrivata un po’ tardi all’affermazione d’un nesso tra attività militari e tutela dell’ambiente. Questa ambigua operazione mediatica (che ho sintetizzato con la metafora della ‘mimetica’ dei soldati, che serve a ben altro che a far sentire quelli che l’indossano in armonia col contesto naturale… ) ha origine fuori dal nostro Paese. Basta visitare i siti web di altri ministeri della difesa per imbattersi in varie perorazioni dell’importanza delle forze armate nella salvaguardia ambientale. Cominciamo dalla vicina Francia, sul cui sito del Ministère des Armées si legge:
Tornando alla Terza Conferenza sull’Ambiente organizzata dall’Arma dei Carabinieri, ritengo comunque interessante cercare di capirne la strutturazione e l’obiettivo, non tanto sul piano culturale e scientifico, quanto per comprendere meglio la strategia ‘ambientalista’ delle forze armate italiane. Ci aiuta un articolo apparso sul sito de La Dea della Caccia, che si autodefinisce “il magazine delle passioni venatorie, natura ambiente e non solo”. Per fare onore all’impegnativo titolo dato al convegno: “Biodiversità: motore della vita sulla Terra” , esso ne prevedeva la trattazione su tre piani: il suo valore, la sua conservazione e l’attività di polizia a sua tutela.
Fa quindi amaramente sorridere che, in quel contesto, la ministra Trenta abbia disinvoltamente dichiarato:
A questo punto mi sembra chiaro che bisogna demistificare lo pseudo-ambientalismo delle Forze armate, pur riconoscendo la funzione di un organo civile e qualificato di polizia ambientale, capace di prevenire e di reprimere i reati in materia. Non basta però smascherare i goffi tentativi di camuffamento dei militari, che usano la mimetica per farsi credere difensori della natura e farci dimenticare la loro pesante impronta ecologica sulla terra, i mari ed i cieli del nostro Paese.





Di fronte al muro di gomma che ha finora smorzato ogni critica o distinguo, l’unica soluzione praticabile ci è sembrata quella di fare appello direttamente ai cittadini di quel Comune che, con la modifica al proprio Statuto nel marzo 2017, si è autoproclamato “Città di Pace e di Giustizia”.
Del resto, che le nostre forze armate non si occupino solo di presidiare strade e discariche o di soccorrere terremotati ed alluvionati è dimostrato dal fatto che i nostri militari sono impegnati attualmente in 50 ‘missioni’ attive in 21 paesi esteri, con l’impiego di 6.000 soldati ed una spesa di 900 milioni di euro (gen – set. 2018), come sintetizza un recente articolo su lenius.it
Giusto cinquant’anni fa moriva Aldo Capitini, il maggior esponente italiano del pensiero nonviolento. Correva il 1968, un anno indimenticabile che ha lasciato una traccia indelebile nella storia di tanti di noi che il mezzo secolo lo hanno superato già da un po’. Icastico simbolo di quella ‘rivoluzione culturale’ che sembrava preludere ad una vera e propria rivoluzione economica e politica, il Sessantotto ha rappresentato la cifra d’un cambiamento epocale, non generazionale, nel quale la figura di Capitini si era collocata in modo eccentrico, ma autenticamente rivoluzionario.
Il concetto stesso di ‘persuasione’ – una delle parole-chiave utilizzate da Capitini fin dagli anni Trenta – mi sembra particolarmente significativo se vogliamo comprendere la sua particolare visione ‘religiosa’. E’ infatti un termine che evidenzia un processo di lento avvicinamento alla verità più che una fede acritica ed assoluta. In tempi di totale smarrimento di ogni riferimento ideologico o, viceversa, di insidiose tendenze all’integralismo religioso, dunque, direi che l’insegnamento di Capitini riesce ancora ad indicarci una via diversa verso una visione ‘aperta’ e costruttiva dell’impegno politico. La ‘persuasione’ capitiniana, infatti, non è frutto di un indottrinamento ideologico, ma piuttosto un non facile percorso verso la ricerca attiva – non contemplativa – della verità, che fa appello alla coscienza individuale per poi portarla a diventare coscienza collettiva, la sola che può operare la trasformazione dal basso della società.
Viviamo in tempi difficili. Ancor più ostici se ci si pone una prospettiva che metta al centro la pace, la giustizia ed il dialogo. Tecnocrazia, finanziarizzarione dell’economia, cinismo politico, divaricazione crescente delle differenze socio-economiche e crescita incontrollata della violenza a tutti i livelli – dall’interpersonale all’internazionale – non lasciano davvero molto spazio alla speranza in un mondo diverso e sembrano mortificare gli sforzi di chi si ostina a cercare di cambiarlo dal basso. Una ‘maleducazione permanente’, inoltre, sembrerebbe essersi impossessata della nostra sempre più veloce e virtuale comunicazione, ridotta a freddo scambio mediatico, aspro scontro polemico e divulgazione di menzogne spacciate per dati di fatto. Il movimento per la pace, a sua volta, già da molto tempo si dibatte tra divisioni interne ed appare bloccato dall’oggettiva difficoltà di trasmettere – e soprattutto di testimoniare – un messaggio profondamente alternativo in un contesto caratterizzato dal pensiero unico e dalla normalizzazione della violenza, da quella personale a quella degli eserciti. Che fare, allora? La risposta ce l’ha data lo stesso Capitini, esortandoci a non isolarci, a cercare la collaborazione degli altri, a ragionare in una prospettiva comunitaria.
Gandhi si è fermato a Napoli?
La reazione spontanea dei novelli seguaci di Bapu, al di là dell’ammirazione per la rivoluzione che quel vecchietto testardo quanto sorridente è riuscito a scatenare in India, credo sia efficacemente riassumibile nell’ingenua quanto irriverente domanda che il più colto fra loro gli pone:
Ebbene, di fronte al suo saggio invito alla tolleranza, che pur partiva da premesse rigorose e testimoniate con coerenza eroica fino alla morte, credo che non ci resti che comportarci di conseguenza. Quelli che Gandhi chiamava ‘esperimenti con la verità’ possono e devono contagiarci qui e ora, spingendoci a cercare insieme la strada più idonea per sconfiggere la distruttività della lotta armata e delle guerre con la forza costruttiva di una resistenza che sa fare a meno della violenza, senza essere mai viltà o rassegnazione passiva all’ingiustizia.
Ci siamo scordati la pace?
E’ abbastanza evidente che – fatta eccezione per le ‘competenze sociali e civiche’ , quelle che chiamiamo ‘di cittadinanza’ – nell’elenco delle priorità formative manca un riferimento esplicito a quelle che abbiano a che fare con la crescita della consapevolezza della natura dei conflitti e con la promozione della pace come alternativa concreta alla violenza personale e strutturale che affligge la nostra realtà. Leggendo con attenzione i documenti del Ministero dell’Istruzione italiano (MIUR), ed in particolare le famose ‘Indicazioni’ del 2012, apprendiamo certamente che la formazione scolastica dovrebbe sviluppare negli studenti adeguate competenze civico-sociali, ma non si va oltre la genericità di tali affermazioni.
Nella ‘scuola Pon-Pon’ , tutta presa dalla digitalizzazione dell’insegnamento
Concludo riportando quanto scrivevo dieci anni fa, tuttora valido, a proposito della metodologia più idonea al perseguimento di un’educazione alla pace che non resti sconnessa dal contesto formativo, ma caratterizzi il nostro lavoro di docenti e lasci una traccia effettiva nei nostri studenti.
L’estate sta finendo – ci ripeteva una vecchia canzone – e la maggioranza degli italiani è già tornata alle proprie attività ordinarie, siano esse di studio, di lavoro, domestiche o di altro genere. L’estate sta finendo, certo, ma per molte persone da settembre non è cambiato nulla, visto che la loro esistenza continua (e continuerà…) a trascinarsi nella miseria, nella precarietà e nella continua, talvolta disperata, ricerca di come andare avanti. Si tratta ovviamente dei tanti poveri che vivono nelle nostre città – quegli ‘invisibili’
Basti pensare che qui vivono migliaia d’immigrati in prevalenza irregolari, le cui condizioni di vita sono ai limiti del sopportabile e la cui presenza è vissuta con crescente diffidenza dai cittadini. Le statistiche parlano ottimisticamente di circa 4.000 persone straniere (il 15% dei residenti), con una stragrande prevalenza di immigrati provenienti dai Paesi dall’Africa sub-sahariana, in primo luogo Nigeria e Ghana, ma anche Liberia, Costa d’Avorio, Togo, Sierra Leone, Sudan e Niger. Si tratta di circa il 60% degli ‘ospiti’ di questa città, che vi abitano in modo spesso precario e che da essa quotidianamente si spostano nei dintorni, per continuare a sopravvivere in qualche modo. Un quadro di tale preoccupante situazione – cui il precedente governo aveva deciso di guardare con più attenzione, attivando un piano d’interventi coordinati da un commissario straordinario, ce l’offriva un articolo di alcuni mesi fa:
E’ questo il “buio oltre la siepe” cui metaforicamente mi riferisco nel titolo, citando il capolavoro della scrittrice statunitense Nelle Harper Lee.
visibilità saranno del tipo omologato alla normativa in vigore (UNI EN 471) e saranno distribuiti quanto prima ad altrettanti immigrati probabilmente attraverso una storica realtà locale impegnata nel sostegno materiale e morale agli immigrati, il Centro Fernandes di Castel Volturno
Questo scritto è il seguito ideale del precedente post, in quanto sintesi della settimana che ho trascorso in Romania con mia moglie Anna e la minore delle tre figlie, Chiara. Infatti la mia scherzosa esplorazione delle affinità elettive – quanto meno sul piano linguistico – tra Napolitani e Romeni si chiudeva così: “Comunque, quando tornerò dal mio viaggetto in Romania, vi farò sapere se questa somiglianza ha funzionato anche per me e per la mia famiglia.” 






Anche questa estate, per interrompere la solita villeggiatura estiva al mare, abbiamo deciso di fare un piccolo viaggio. Il criterio dell’alternanza Italia-estero ci ha fatto optare questa volta per una settimana in Romania. Perché proprio là? Beh, oltre ad essere uno stato per noi ancora inesplorato, non nego che l’antica Dacia eserciti tuttora un certo fascino sia per la sua storia sia per il suo territorio, ricco di affascinanti paesaggi e di interessanti testimonianze artistiche. Non posso negare neppure che uno dei motivi della curiosità che la Romania esercita su di me risiede anche nella sua lingua: un curioso impasto di latinità miracolosamente conservata nei secoli e di influssi molto eterogenei, che vanno dal tedesco al turco, dagli idiomi slavi al francese.
Molti di voi sicuramente ricordano certe barzellette di una volta, che incominciavano proprio come il titolo che ho dato a questo mio post vacanziero. Si tratta anche in questo caso di una breve storiella, ma lo scopo non è quello di fare ridere con battute un po’ stereotipate sui vizi di questo o quel popolo, ma piuttosto di un modo per mostrare concretamente che un napoletano ed un romeno sono comunque destinati a capirsi, e non solo per l’abitudine di gesticolare o per lo spirito salace che ne accomuna il modo di esprimersi. Va bene, direte voi, ma in questo dialogo che cosa c’entra l’italiano? Ecco, appunto, non c’entra per niente, visto che la lingua napolitana non è affatto un dialetto dell’italiano ma un idioma neolatino del tutto autonomo e, se permettete, con una storia ancora più lunga di quello che ci hanno abituato a considerare ‘nazionale’ e praticamente unico, sol perché da un secolo e mezzo il meridione della nostra penisola è diventata colonia di chi allora lo ha conquistato. Ma, anche in questo caso, bando alle disquisizioni di natura storico-politica per lasciar spazio alla conversazione tra il medico romeno Tudor Popescu e l’infermiere napolitano Vicienzo Russo, con l’avvertenza che la grafia usata per il romeno, come vedrete, comprende qualche lettera un po’ diversa, ma facilmente assimilabile.
Qui la storiella finisce, ma spero che vi abbia dato sufficiente dimostrazione di come un napolitano potrebbe tranquillamente chiacchierare con un romeno. Sarà un caso se la bandiera della Repubblica Napolitana del 1799 è proprio uguale a quella romena?… Comunque, quando tornerò dal mio viaggetto in Romania, vi farò sapere se questa somiglianza ha funzionato anche per me e per la mia famiglia.
E’ appena terminato l’anno scolastico e docenti e studenti, un po’ preoccupati, si chiedono già cos’altro li aspetti dopo le vacanze estive. Il nuovo governo lega-stellato confermerà la linea della c.d. Buona Scuola’ renziana o si cambierà musica? In attesa di risposte a questo dilemma, comunque, c’è chi da almeno tre anni è in attesa di altro e sgomita per assicurare all’Italia la sede per la ‘scuola militare europea’. Il colmo dell’onore, per lorsignori, sarebbe se questa scelta ricadesse su Napoli, che già da due secoli ospita la storica ‘Reale Accademia Militare’ della Nunziatella, fondata da Ferdinando IV di Borbone nel 1787, il cui motto è appunto: “Preparo alla vita e alle armi”. In effetti nessuno dei media ne sta parlando, sia perché su tali argomenti è sempre difficile avere notizie, sia anche perché è un bel po’ che dall’Europa non giungono notizie nel merito. Le ultime dichiarazioni ufficiali del governo italiano risalgono a marzo dello scorso anno, quando l’allora Ministra della Difesa Pinotti, al termine della riunione di Bruxelles del Consiglio difesa ed esteri della U.E., dichiarò fra l’altro:
Notizie vere e proprie non ci sono (o quanto meno non sono state diffuse), ma alla storica Scuola Militare napoletana che da 230 anni domina l’altura di Pizzofalcone si continua strenuamente a sperare in un futuro europeo. Qualche segnale positivo per i vertici militari italiani c’era comunque stato, sia pure indirettamente, visto che il 7 novembre 2017 il generale Claudio Graziano, il nostro attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa, era stato nominato Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea (E.U.M.C.).
Nella parte narrativa della delibera di Giunta 461/2015 si precisava a tal proposito:
Ora, pur considerando che l’autore del pezzo, Gianandrea Gaiani, dirige il periodico ‘Analisi difesa’ e collabora con vari istituti di formazione militare, queste considerazioni lasciano trapelare una soddisfazione che va ben oltre la semplice cronaca. Ma bisogna ammettere che su questa subdola operazione (non a caso da me intitolata ‘Bastardi di Pizzofalcone’…) non si è ancora sentita una voce critica o, comunque, un commento che manifestasse dubbi sia sulla sua discutibile legittimità, sia sulla sua preoccupante valenza politica. Unica eccezione è stato un articolo apparso il 20 novembre 2017 su ‘Contropiano’ , nel quale si stigmatizzava il comportamento ambiguo dell’Amministrazione Comunale, manifestando anche una legittima ansietà per le prevedibili conseguenze dell’escalation militarista della città di Napoli.
Appare evidente che ‘ospitare’ già il Comando euro-africano della NATO e quello della VI Flotta statunitense non è sembrato sufficiente a chi ci (s)governa. Già in un mio articolo del 2013 mi ero soffermato sulla pesante coltre grigioverde calata su tutta la Campania, ed in particolare sull’area compresa fra Napoli e Caserta.