GUERRA DI…LIBIERAZIONE?

Emanuele Filiberto Duca d'AostaFino ad un paio di giorni fa, sulle pagine dei nostri quotidiani regnava il silenzio sulla ‘missione’ militare in Libia che l’Italia si appresta non solo a svolgere con grande zelo, ma addirittura a dirigere sul piano operativo. Solo alcuni giornali, come Secolo XIX e Corriere della Sera, ci hanno informato in merito a questa operazione – segreta ma non troppo – raccogliendo più che altro le indiscrezioni trapelate grazie ad un articolo del Wall Street Journal. Un generale americano, comandante delle forze speciali in Africa, infatti, sosteneva in un’intervista che “…è già operativo a Roma un Coalition Coordination Center, in sigla CCC, un comitato di coordinamento della coalizione che combatte l’Isis. Il CCC è una «war room» in piena regola dove si pianifica l’intervento, dove si fanno simulazioni, e da dove, in futuro, si guideranno le azioni.[i]   Naturalmente i vertici politici si sono affrettati a smentire che si aspetta solo l’ok dell’ONU, dopo che il governo libico (quale?) avrà formalizzato una richiesta di aiuto militare alla coalizione, di fatto già presente da tempo sul territorio libico e comprendente anche francesi, inglesi americani e, forse, olandesi. Lo stesso Ministro degli esteri Gentiloni, d’altra parte, confermava che: «Il livello di pianificazione e di coordinamento è a un livello molto avanzato e va avanti da parecchie settimane» [ii], così come risulta chiaro il senso del recente accordo fra Italia ed USA sull’utilizzo dei droni armati di stanza alla base aerea siciliana di Sigonella.

Qualcuno, sicuramente, si sarà chiesto come diavolo è possibile che ci stiamo di fatto preparando ad intervenire militarmente in Libia senza uno straccio di ratifica da parte del Parlamento, custode della sovranità popolare? E’ vero che in questi ultimi tempi è stato molto occupato a discutere di unioni di fatto ed adozioni non di diritto, ma come mai nessuno ha ritenuto ancora che esso avesse qualcosa di dire anche sulle pericolose unioni militari di fatto e sulle nostre illegittime ‘adozioni’ degli equilibri politici d’un altro stato? La risposta è nelle precisazioni di Fiorenza Sarzanini che, in un articolo di qualche giorno fa sul ‘Corriere’, ci spiegava che il nocciolo della questione sono i c.d.”decreti missione”, grazie ai quali l’Italia si tiene le mani libere da fastidiosi passaggi parlamentari.   “Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, lo ha ribadito ieri nel corso del Consiglio supremo di difesa, sollecitando anche la rapida approvazione del decreto che ogni anno finanzia e fornisce copertura giuridica alle missioni all’estero. Le norme già varate consentono infatti di evitare il voto delle Camere, prevedendo esclusivamente un’informativa del governo alle commissioni Esteri e Difesa. Il tempo stringe, gli alleati sono già sul campo, Roma ha assicurato che «farà la propria parte» nella guerra ai terroristi dell’Isis. E dunque schiererà le navi già in attività di perlustrazione del Mediterraneo, un aereo cisterna, i Tornado di stanza a Trapani, anche due sommergibili. E potrà contare sulle basi militari del Sud, compresa Pantelleria dove da tempo sono insediati numerosi militari statunitensi”. [iii]

E chi se ne frega se la Costituzione della nostra Repubblica, all’art. 11, recita che: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…” , sancendo poi, all’art. 52, che: “L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica…” ? L’escamotage è stato facilmente trovato, per cui la sovranità del Parlamento è ancora una volta aggirabile coi giochi di parole in Neolingua di chi sembra propenso a ripudiare la Costituzione più che la guerra. Le operazioni in Libia, conseguentemente, sono state coperte dal segreto militare e dietro il centro di coordinamento italiano della coalizione è più volte spuntata la sigla dell’A.I.S.E (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), quella ‘intelligence de Noantri’ su cui mi sono già soffermato a proposito della fiction televisiva che ne rivelava ai più l’esistenza.[iv]  Il Sole 24 Ore – ripreso dal quotidiano britannico The Guardian , peraltro, aveva già rivelato che ormai da settimane erano stati inviati in Libia 40 agenti segreti ed una cinquantina di ‘forze speciali operative’. Sta di fatto, comunque, che il piano di smantellamento della Costituzione avviato da Renzi aveva già previsto – per ridurre fastidiosi intralci alle decisioni governative – che anche l’art. 78 (“Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari” ) fosse modificato dalla previsione che tale dichiarazione spetti esclusivamente alla Camera dei Deputati Dal 3 marzo, però, sugli organi d’informazione si è ricominciato a parlare dell’intervento militare italiano in Libia, complice un’intervista all’ambasciatore USA che lodava il governo Renzi e lo esortava ad investire di più su questa ‘missione’, riconoscendo all’Italia la richiesta leadership ma, al tempo stesso, accollandogliene gli oneri che ne derivano. Questa esternazione ha molto infastidito il nostro premier , che – pur fiero dell’ investitura a condottiero d’un intervento armato in nord Africa senza precedenti – si è sentito tirare palesemente per la giacca, per cui si è affrettato a gettare acqua sul fuoco.

Ma intanto quotidiani come la Repubblica avevano già rotto l’imbarazzato silenzio mediatico, rivelando la portata straordinaria di questa sconcertante avventura bellica del nostro Paese.  In un articolo di Gianluca Di Feo, infatti, si squadernavano i dati relativi a piani segreti ma non troppo, informandoci che: “Di sicuro, si prepara un’operazione massiccia, la più grande mai realizzata dal 1943. Da mesi gli stati maggiori stanno elaborando piani su piani, ipotizzando un vertice italiano che gestirà uno schieramento di forze europee. La previsione minima è di 3mila militari, la massima supera i 7 mila. I due terzi saranno forniti dal nostro Paese. L’allestimento richiede circa un mese. Ma un primo contingente potrebbe muoversi nel giro di dieci giorni per prendere il controllo di un aeroporto. In ogni caso, la fase iniziale sul campo sarà interamente affidata a truppe italiane.[v]   Altro che operazione di polizia internazionale! Non sembra, del resto, che gli stessi servizi segreti siano riusciti a mantenere segreta quest’ ingombrante spedizione che, a distanza di 105 anni, ci riporta tristemente all’Italietta colonialista di Giolitti, schierata contro l’Impero Ottomano. Ed infatti è difficile nascondere operazioni che prevedono l’invio di portaelicotteri coi marò del San Marco, con al seguito altre navi per rifornimenti . E’ difficile anche negare che gli aeroporti meridionali siano da tempo stati allertati per la partenza di cacciabombardieri e che la base di Pantelleria, come conferma l’articolo di Repubblica : “servirà come scalo per il ponte aereo di elicotteri e cargo.” [vi] . Sarà pur vero che noi Italiani ci siamo abituati a tutto, compresi i blindati coi militari in assetto di guerra nelle nostre piazze. Ma far passare l’invio in Libia di 5.000 soldati come una normale operazione  è poco credibile, né può passare inosservato lo schieramento di mezzi aeronavali che poco hanno a che fare con l’ipotesi di un semplice ‘presidio’ di quei territori.  Ecco perché uno stizzito Renzi – di fronte alle notizie riportate dai giornali – ha dichiarato che: Su questo terreno ci vuole prudenza. Nessuna fuga in avanti. La situazione è troppo delicata perché ci si lasci prendere da accelerazioni “ [vii]

Certo, ci vuole prudenza. Peccato però che lo stesso Renzi stia scalpitando da mesi per ottenere la guida italiana di questa spedizione bellica, cercando di sottrarsi ad un confronto con un Parlamento peraltro fin troppo disattento in proposito. Peccato poi che l’Italia risulti palesemente preoccupata del futuro dei propri affari in Libia più di quanto lo sia di andarsi a cacciare nell’ennesima, pericolosissima, avventura militare, in barba alla Costituzione e ad un secolo di storia che a quanto pare non ci ha insegnato nulla. Non bisogna fare ‘fughe in avanti’, d’accordo. Ma questo non significa che il governo debba proseguire indisturbato a giocare alla guerra o al ‘piccolo 007’, mentre i media non devono fare troppo rumore su tali operazioni, solo per non disturbare il manovratore. Sulla stessa ‘Stampa’, fra l’altro,  è stato pubblicato un articolo che “fa i conti” sull’intervento italiano in Libica, con l’aiuto di ‘analisti militari indipendenti’ , che appaiono piuttosto perplessi nel merito. Infatti l’autore, Luigi Grassia, si chiede prudentemente: “Se l’Italia dovesse fare la guerra in Libia, o per dirla in modo più accettabile: mandare un corpo di stabilizzazione che rischia anche di dover combattere contro l’Isis, quante forze potrebbe mettere in campo? “ [viii]. La risposta è che questa eufemistica ‘stabilizzazione’  ci costerebbe cara, anche se uomini e mezzi ci sarebbero pure. Per cui l’articolista, con una punta di scetticismo, conclude: “… qui si tratta solo di numeri, di potenzialità. Che poi questi numeri possano tradursi in un intervento militare in Libia è tutta un’altra questione”. [ix]  Ebbene, fra clangori di guerra e dichiarazioni più o meno diplomatiche e prudenti di politici ed ‘analisti’, cosa dicono e cosa fanno i pacifisti di fronte a quest’ultima minaccia del complesso militare-industriale che rischia di coinvolgerci in prima persona in un conflitto bellico senza precedenti? E, soprattutto, come reagiscono gli Italiani, di fronte ai quali si è agitato a lungo lo spettro della minaccia ISIS unita a quella della pretesa ‘invasione’ da parte dei profughi? In questo campo, in particolare, la mistificazione è stata massiccia, visto che – come ci ricorda un articolo de ‘il Manifesto’, nel 2015 l’Italia ha speso 800 milioni di euro per accogliere i rifugiati, a fronte di 1 miliardo e mezzo spesi per inutili e dannose ‘missioni’ all’estero.[x]

La verità è che per reagire efficacemente – al di là di comunicati e prese di posizione –  il movimento per la pace italiano deve ritrovare la forza per superare antiche divisioni che ne frammentano l’azione. Ciò non significa affatto chiudere gli occhi davanti alle differenze nelle analisi o nelle strategie di azione. Dico soltanto che è arrivato il momento di andare oltre la politologia teorica – che ci fa sentire appagati dalla comprensione delle dinamiche in corso – per manifestare in piazza e gridare chiaro e forte non solo il nostro dissenso, ma anche la nostra proposta antimilitarista e nonviolenta. Da un secolo le alternative alla guerra esistono e sono senz’altro più efficaci, come dimostrano vari studi accademici in proposito. Bisogna però far capire alla gente che pacifismo non è passività, bensì resistenza nonviolenta, accompagnata da educazione alla pace e concreta azione per la pace, in tutte le sue dimensioni. Ecco perché condivido ciò che scrive Mao Valpiana sull’urgenza di offrire risposte alternative a quest’assurda avventura militare in Libia: Bisogna intervenire, ma con obiettivi, strategia e mezzi giusti. Esistono altre strade. Il caos libico non accetta scorciatoie. Occorre agire per mettere in sicurezza vite umane, spegnere il fuoco, ma senza produrre ulteriori vittime. Sono tante le cose da fare: la ricostruzione dell’assetto statuale libico, sostenendo con la diplomazia e la politica l’iniziativa per un accordo tra le parti e per un’azione internazionale sotto egida Onu di contrasto all’Is; la valorizzazione e la partecipazione della società civile; il coinvolgimento della Lega araba e dell’Organizzazione degli stati africani, anche al fine di mettere alle strette Qatar e Arabia saudita che finanziano le guerre in corso; bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi, lo sfruttamento dei disperati; garantire da parte dell’Europa assistenza umanitaria ai profughi; mettere in campo un’operazione di salvataggio”. [xi]  L’Italia ripudia la guerra e francamente credo che pochi Italiani – nonostante il martellamento mediatico sul pericolo ISIS – credano davvero che quella che si sta preparando sia una guerra di… libierazione. Ma ripudiare la guerra non può significare starsene con le mani in mano seguendo alla televisione l’evolversi degli eventi. Bisogna quindi obiettare con forza al militarismo che invade le nostre strade e penetra fin nelle scuole dei nostri figli e proclamare che la forza collettiva e diffusa della nonviolenza è l’unica via per uscirne.

NOTE _____________________________________________

[i]  F. Grignetti, “A Roma la war room anti-Isis che guiderà le azioni alleate in Libia” , Il Secolo XIX 02.03.2016) http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2016/03/02/ASqQmFoB-guidera_azioni_alleate.shtml

[ii]  Ivi

[iii] Fiorenza Sarzanini, “Intervento il Libia: ok a missioni segrete dei corpi speciali” , Corriere della Sera 16.02.2016) http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_25/intervento-libia-ok-missioni-segrete-nostri-corpi-speciali-ccd07350-dc03-11e5-b9ca-09e1837d908b.shtml

[iv]  Ermete Ferraro, Ragion di Stato…Maggiore, http://ermetespeacebook.com/2015/01/16/ragion-di-stato-maggiore/

[v]  Gianluca Di Feo, “Libia, nuclei d’assalto e sostegno dal mare: Italia pronta all’intervento”, la Repubblica 04.03.2016  http://www.repubblica.it/esteri/2016/03/04/news/il_dossier_il_primo_contingente_potrebbe_muoversi_entro_10_giorni_ma_restano_i_dubbi_sul_quadro_legale_e_sugli_obiettivi-134727115/

[vi]  Ivi

[vii] Fabio Martini, “Renzi sceglie la prudenza: ‘Il Libia niente fughe in avanti”, La Stampa 04.03.2015 https://www.lastampa.it/2016/03/04/italia/politica/renzi-sceglie-la-prudenza-in-libia-niente-fughe-in-avanti-yz4nLVtxDSmrIuGy9Xue0H/pagina.html

[viii] Luigi Grassia, “Intervento in Libia: gli analisti fanno i conti” , La Stampa, 04.03.2015 https://www.lastampa.it/2016/03/04/esteri/intervento-in-libia-gli-analisti-fanno-i-conti-dOXIk5FNBsAbGKfuwtvV9L/pagina.html

[ix]  ivi

[x]  Ignazio Masulli, “Le due guerre dell’Europa”, il Manifesto 03.03.2016, p. 5 (cfr. http://ilmanifesto.info/edizione/il-manifesto-del-03-03-2016/ )

[xi]  Mao Valpiana, “Il Libia la storia si ripete ma un’altra difesa è possibile”, Huffington Post 04.03.2016  http://www.huffingtonpost.it/mao-valpiana/in-libia-la-storia-si-ripete-ma-unaltra-difesa-e-possibile_b_9381754.html

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© 2016 Ermete Ferraro ( http://ermetespeacebook.com  )

NATO PER COMBATTERE

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    L’amm. Mark Ferguson, Comandante US Navy Europa-Africa e JFC Naples

    CONDAN-NATO

E poi dice che uno si fissa sulle stesse questioni. Ma come diavolo si fa a non tornarci su quando siamo di fronte ad una escalation guerrafondaia, al centro della quale c’è anche la nostra Napoli, e praticamente nessuno ne parla?

Come si fa a far finta di niente, mentre dal cuore della nostra regione partono ripetuti segnali di accelerazione del processo di militarizzazione e bellicizzazione di un’Europa sempre più divisa su tutto, ma supinamente subalterna alle strategie atlantiche?

In questi mesi a Napoli i media – nazionali e locali – ci hanno informato su tutto, dalla ristrutturazione dello stadio alle iniziative per la stagione turistica, dalla chiusura per assemblea di qualche sito archeologico all’abortito ‘village’ del lungomare.  Nessuna informazione, però, riguardava alcune importanti decisioni che prevedono la leadership strategica del Comando NATO del Sud Europa (JFC Naples), che dalla sede storica di Bagnoli, si è trasferito da dicembre 2012 nel mega- Quartier Generale di Lago Patria (Giugliano-NA), sotto la guida d’un ammiraglio che, guarda caso, è anche a capo del Comando U.S. Navy per l’Europa e l’Africa [1].

Se si sfogliano i quotidiani più importanti, infatti, non c’è quasi traccia dell’incalzante processo di trasformazione di un comando periferico nel polo del rilancio della strategia bellica della NATO sull’Europa mediterranea, i Balcani e l’Africa. Eppure non si tratta di piani top secret da non divulgare, visto che gli stessi siti web del JFC Naples e del Comando Europeo [2] non fanno certo mistero dei suoi progetti, ma piuttosto ne esaltano la portata con trionfalistici comunicati stampa e perfino con video promozionali [3].

L’unica notizia che abbia vagamente a che fare con l’ulteriore consolidamento delle strutture militare nell’area napoletana è apparsa in questi giorni su Il Mattino [4] e riguarda l’ampliamento della storica Accademia della Nunziatella, che si candida a diventare “Scuola Militare Europea” .

Un chiaro segnale di ‘normalizzazione’ del sistema militare, presentato peraltro dalla giunta de Magistris come una pura e semplice ‘permuta’ con un altro immobile, banalizzandone la portata.  Ma mentre l’accademia militare della Nunziatella [5] – particolarmente cara al capo di gabinetto del Sindaco di Napoli, che ne è ex allievo – sfratta una caserma della Polizia per allargarsi ancor di più sulla Palepoli di Pizzofalcone, a poche decine di chilometri, nel giulianese, i molto più informali militari della NATO – senza spadino e cappellino borbonico – si esercitano incessantemente alla pratica dei loro giochi di guerra, sempre più teleguidati e ipertecnologici.

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    Veduta dall’alto del complesso JFC , presso Lago Patria (Giugliano NA)

     

Ciò che risulta strano è che anche quelli che ritengono che la NATO sia un imprescindibile baluardo della democrazia e della sicurezza in questi mesi non si siano spesi nel tessere le lodi delle operazioni militari che stanno rendendo Napoli e la Campania la succursale del Pentagono sullo scacchiere strategico sud-orientale. Nulla. E’ come se un avveniristico complesso di 7 piani (2 dei quali interrati), spalmato su 330.000 mq di superficie, progettato per un numero di militari che va da 2.500 a 5.000 unità e che ospita il secondo comando supremo dell’Alleanza Atlantica dopo quello di Bruxelles [6] fosse una struttura qualsiasi, magari un po’ ingombrante ma priva di particolare importanza.

Eppure, dal dicembre 2012 in cui il nuovo quartier generale è stato inaugurato, i due comandanti che si sono susseguiti non hanno certo nascosto la loro intenzione di “far ruggire il leone” che fa da stemma al JFC Naples , trasformandolo sempre più in un “warfighting headquarters”, un vero e proprio comando per operazioni belliche [7].

Eppure non è che due anni e mezzo di manovre militari e di operazioni sul mare per terra e nel cielo potessero passare inosservate, anche se politici nazionali, amministratori locali ed operatori dei media preferiscono nascondere la testa nella sabbia. Da anni, infatti, essi si guardano bene dall’informare i cittadini di quel che succede nel triangolo della morte compreso fra Capodichino, Licola e Gricignano, di cui ho parlato in un mio precedente articolo [8], sicuramente non meno pericoloso della famigerata Terra dei fuochi con cui, guarda caso, in parte coincide.

Eppure è da sedici anni (1999) che dall’ex Comando dell’AFSouth di Bagnoli (Allied Forces Southern Europe) si sono dirette le operazioni militari della Kosovo Force (6000 uomini di 29 paesi aderenti alla NATO [9].

Eppure è da un decennio (2005) che, dal Quartier generale di Napoli, la stessa NATO offre benevolmente il suo supporto militare anche all’Unione Africana, per “costruire la sua architettura di sicurezza” [10]. Per non parlare di altre ‘missioni’ pilotate dal comando napoletano, come la Stabilisation Force (SFOR-IFOR) che da altrettanti anni essa guida a Sarajevo [11] , con collegamenti anche con l’Ufficio di Collegamento NATO di Skopje [12] e quello di Belgrado [13], al cui vertice dal 2014 c’è un generale italiano.

Eppure, dalla fine del XX secolo a questi 15 anni del successivo, il Comando Sud-Europeo della NATO è stato a capo di ben 11 operazioni ‘alleate’, dietro i cui fantasiosi nomi si celavano minacciose esercitazioni belliche, volte a consolidare il controllo su tutta l’area mediterranea balcanica ed africana.[14]  Sforzo attivo, Protettore unificato, Raccolto essenziale, Garante determinato, Occhio d’aquila, Guardiano congiunto e simili non erano infatti titoli di videogiochi, ma i retorici nomi in codice di quei dispendiosi giochi di guerra della NATO.

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    Stemma dell’esercitazione NATO”Trident Juncture 2015″

D’altra parte, l’ultima operazione si è appena conclusa il mese scorso. Essa, per la prima volta, ha visto il JFC di Napoli addirittura in trasferta a Cincu, una cittadina della Romania centrale, dove un migliaio di soldati ‘alleati’ hanno partecipato – dal 17 al 28 giugno –  all’operazione Trident Joust 15 (Torneo del Tridente ‘15). Il suo scopo era: “…mettere alla prova l’abilità del Comando Interforze di Napoli nel condurre un’operazione di difesa collettiva per conto dell’Alleanza”, come ha dichiarato l’Amm. Ferguson, Comandante  sia il JFCNP sia il CNE-CNA [15].  Ed ecco che, subito dopo le meritate vacanze estive, i vertici della NATO hanno  pensato bene di aprire il nuovo anno bellico con un’altra spettacolare operazione interforze: “…la più vasta esercitazione militare dal 2002, che metterà insieme più di 36.000 persone d’una trentina di paesi, alleati e partners, così come organizzazioni internazionali e non-governative nei tre paesi del suo fianco sud (Spagna, Portogallo ed Italia […] Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e dalla fine della Guerra fredda, la NATO aveva progressivamente abbandonato l’organizzazione di grandi esercitazioni in Europa, privilegiando la preparazione delle di forze di ‘spedizione’ per intervenire su crisi lontane, come in Afghanistan, dove ha diretto per tredici anni la forza internazionale d’assistenza alla sicurezza (ISAF) .”[16]

Nonostante l’importanza quasi storica di questa nuova avventura militare, gli organi di (dis)informazione non se ne sono per nulla occupati, fatta ovviamente eccezione per i pochi giornalisti che ci mettono al corrente delle ‘grandi manovre’ pianificate e svolte dai nostri cari Alleati, con la partecipazione della nostra Repubblica che, pur ‘ripudiando la guerra’, è sempre in prima fila nelle loro sedicenti operazioni di peace-keeping.

E’ il caso degli articoli che Manlio Dinucci pubblica regolarmente su il manifesto ed altri giornali cartacei ed online, per aggiornarci sull’escalation delle operazioni NATO.

Già all’inizio di giugno, infatti, egli sottolineava la portata della nuova operazione Trident Juncture 2015 (‘Giuntura del Tridente 2015’), scrivendo che “…il Jfc Naples svolge il ruolo di comando ope­ra­tivo della «Forza di rispo­sta» Nato, il cui comando gene­rale appar­tiene al Coman­dante supremo alleato in Europa (sem­pre un gene­rale Usa nomi­nato dal Pre­si­dente). La pro­ie­zione di forze a sud va ben oltre il Nor­da­frica: lo chia­ri­sce lo stesso Coman­dante supremo, il gen. Breed­love, annun­ciando che «i mem­bri della Nato svol­ge­ranno un grande ruolo in Nor­da­frica, Sahel e Africa subsahariana» [17]

In un successivo servizio – apparso sempre su il manifesto – Dinucci ci spiegava che quella che si terrà dal 28 settembre al 6 novembre prossimi non è un’esercitazione come le altre, se si tiene conto della forza militare impegnata (“oltre 230 unità ter­re­stri, aeree e navali e forze per le ope­ra­zioni spe­ciali di oltre 30 paesi alleati e part­ner, con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 140 aerei da guerra, più le indu­strie mili­tari di 15 paesi per valu­tare di quali altre armi ha biso­gno l’Alleanza”) [18], ma anche delle sue finalità strategiche  (“In tale qua­dro si inse­ri­sce la «Tri­dent Junc­ture 2015», che serve a testare la «Forza di rispo­sta» (40mila effet­tivi), soprat­tutto la sua «Forza di punta» ad altis­sima pron­tezza ope­ra­tiva. La TJ15 mostra «il nuovo accre­sciuto livello di ambi­zione della Nato nel con­durre la guerra moderna con­giunta», pro­vando di essere «una Alleanza con fun­zione di guida»[19].

  1. MARI-NATO 

campania armata

“Campania Bellatrix” – elaborazione grafica di E. Ferraro

Dalle aspre montagne dell’Afghanistan, quindi, lo scenario bellico si è spostato sempre più a sud, nel bacino del Mediterraneo,  dove la NATO deve fronteggiare nuove sfide, alcune delle quali peraltro sono frutto proprio della disgraziata politica imperialistica degli USA, che ha profondamente destabilizzato i precari equilibri preesistenti.

Ecco allora che la militarizzazione crescente della Campania – insieme ovviamente a quella della Sicilia – rientra in un ben preciso piano di controllo dell’area mediterranea ed africana. Questo redivivo Regno delle Due NATO mantiene infatti la sua indiscussa capitale nella Città Metropolitana di Napoli (in cui ricadono lo stesso capoluogo ma anche l’intera area domiziano-giulianese), ma si allarga fino a comprendere le basi alleate e statunitensi sparse nella Trinacria, da quella aerea principale di Sigonella al MUOS di Niscemi, passando per Augusta, Trapani, Pantelleria e Lampedusa [20].

Ma noi Italiani siamo troppo impegnati a seguire le peripezie del fu-centrosinistra e del fu-centrodestra per occuparci di queste sciocchezze.  Non c’è dubbio che l’aumento dell’IVA o un ulteriore slittamento dell’età pensionabile siano questioni che attirano molta più attenzione di quelle concernenti la trasformazione del meridione della penisola in un’incontrollabile portaerei, sul cui ponte di comando c’è saldamente il solito ammiraglio americano con due berretti [21].

E’ però impossibile ignorare l’ingombrante presenza di quell’esercito di occupazione che, dalla fine della seconda guerra mondiale, continua a ‘proteggerci’ , da Aviano  fino a Trapani. Così come dovrebbe essere difficile non notare che l’Italia stessa, anche a prescindere dalle truppe USA e NATO che vi si sono stanziate, è già uno di per sé uno dei paesi più militarizzati al mondo, recentemente sceso al 67° posto, ma sempre davanti ad altri Paesi europei come la Polonia (74°), la Spagna (84°), il Belgio (85°), la Germania (87°) o l’Irlanda (108°) [22].

L’Indice Globale della Militarizzazione – che assomma i dati relativi alle spese militari, al personale impiegato nel settore ed agli armamenti dispiegati – vede non a caso nella sua assai poco lodevole Top Ten, al 9° posto, nientemeno la Grecia, con la vicina Turchia piazzata al 24° posto a livello globale.  Forse con un po’ di attenzione avremmo capito qualcosa in più della recente crisi greca, che è sicuramente di natura economica, ma che ha pesato assai più sul piano politico-strategico, visto il ruolo chiave che la repubblica ellenica occupa nella NATO.

Però parlare di queste cose è poco trendy. Giornali e radio-televisioni preferiscono il gossip politicante e le veline governative su come tutto va per il meglio nel nostro Bel Paese.  A quanto pare bisogna lasciare le notizie sulle guerre prossime venture ai ‘gufi’ di professione e ad altri profeti di sventura, che spesso sono gli stessi che mettono in guardia anche contro i cambiamenti climatici e le loro cause o denunciano il nostro devastante modello di sviluppo, energivoro ed antiecologico.

Certo: in una decina di giorni di Settembre una trentina di Paesi, compreso il nostro,  manderanno allegramente in fumo milioni di preziose risorse economiche – probabilmente con gravi ricadute anche ambientali – solo per dar prova della propria capacità di distruzione e di controllo del territorio, del mare e del cielo. Ma cosa rappresenta questo di fronte alla ripresa dell’anno scolastico, alle riforme costituzionali, all’IMU sulle scuole parificate ed alle alleanze per portare l’Italia alla ‘crescita’?

Stiamo attenti, però, che il minaccioso ‘Tridente’ brandito dal mitologico dio NATO non laceri solo l’economia – come ha già fatto con la Grecia – ma anche la nostra stessa sicurezza.

NOTE

[1] http://cne-cna-c6f.dodlive.mil/

[2] www.jfcnaples.nato.int/  – http://www.jfcbs.nato.int/trident-juncture.aspx

[3] http://www.ac.nato.int/page5931922/the-air-part-of-nato-joint-exercise-ttrident-juncture-2015.aspxhttps://www.youtube.com/watch?v=9f_w3MWbm-U

[4] http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/nunziatella_scuola_militare_napoli/notizie/1485546.shtml

[5] http://www.esercito.difesa.it/organizzazione/aree-di-vertice/comando-per-la-formazione-specializzazione-e-dottrina-dell-esercito/Accademia-Militare/Nunziatella

[6] Ermete Ferraro, Un preoccupante Neo-Nato (30.4.2012) > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/04/30/lago-patria-un-preoccupante-neo-nato/ ),

[7] Idem , Fa’ ruggire il leone (11.5.2012) > https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/05/11/fa-ruggire-il-leone/

[8] Idem, Campania Bellatrix (20.3.2013) > http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_11270.html

[9] http://www.aco.nato.int/kfor.aspx

[10] http://www.jfcnaples.nato.int/current_operations/ns2au.aspx

[11] http://www.jfcnaples.nato.int/hqsarajevo.aspx

[12] http://www.jfcnaples.nato.int/hqskopje.aspx

[13] http://www.jfcnaples.nato.int/operations_mlo_belgrade.aspx

[14] http://www.jfcnaples.nato.int/page71815316.aspx

[15] JFC Naples will for the first time base out to another location – the Shooting Range at Cincu >   http://actmedia.eu/daily/jfc-naples-will-for-the-first-time-base-out-to-another-location-the-shooting-range-at-cincu/58532 (traduz. mia). Vedi anche: Nato trasferisce il il quartier generale sud da Napoli in Romania > http://it.sputniknews.com/italia/20150507/357678.html#ixzz3h6qP0sKy

[16]  http://www.7sur7.be/7s7/fr/1505/Monde/article/detail/2395316/2015/07/15/L-Otan-sur-le-pied-de-guerre.dhtml (traduz. mia)

[17] Manlio Dinucci, La NATO lancia il tridente (16.6.2015 ) > http://ilmanifesto.info/la-nato-lancia-il-tridente/  

[18] Idem , La U.E. si arruola nella NATO (21.7.2015) > http://ilmanifesto.info/la-ue-si-arruola-nella-nato/

[19] Ibidem

[20] Cfr. Mappa delle basi militari in Italia > http://www.ansuitalia.it/Sito/index.php?mod=read&id=1266847177  e http://www.difesaonline.it/index.php/it/13-notizie/mondo/2720-la-sicilia-sta-per-diventare-la-base-piu-importante-della-nato . Vedi pure l’articolo di Antonio Mazzeo, Al via la campagna contro le basi NATO e Usa in Sicilia > http://www.disarmiamoli.org/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=335

[21] Sulla questione del “Two hats Commander” cfr. http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a526085.pdf

[22] Fonte: Jan Grebe, Global Militarization Index 2014 > https://www.bicc.de/uploads/tx_bicctools/141209_GMI_ENG.pdf – Sulla militarizzazione della Grecia cfr. anche: Σε ρόλο ΝΑΤΟικού εκπαιδευτή οι Ενοπλες Δυνάμεις  (Le forze armate nel ruolo di formatore NATO) > http://www.rizospastis.gr/story.do?id=8515264  10.7.15

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© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

RAGION DI STATO…MAGGIORE

Stemma_AISEIl 12 e 13 gennaio RaiUno ha trasmesso, in due serate, la miniserie “Ragion di stato”, una  coproduzione cinematografica Rai Fiction – Cattleya, il cui soggetto e sceneggiatura sono di Laura Ippoliti e Andrea Purgatori, con la regia di Marco Pontecorvo.

Non si può fare a meno di notare che si tratta di un genere nuovo per la televisione italiana, un’inedita spy-fiction ambientata negli anni ’90 tra Italia, Libano e Afghanistan, che vede come protagonisti Luca Argentero e Anna Foglietta. Essi, nei panni di due 007 dell’AISE, i nostri servizi segreti militari, trattano per una tregua che costerà ad uno degli uomini in divisa la cattura in un’imboscata, contrastati dalle trame dei bad guys della CIA e dello stesso AISE.

Nella conferenza stampa di presentazione della miniserie, visto il periodo infuocato in cui essa si è trovata ad uscire sugli schermi italiani, sceneggiatore e regista hanno subito precisato che non c’è alcuna attinenza con le attuali vicende del terrorismo islamico e che, viceversa, il film intende mostrare un aspetto positivo del nostro spionaggio, che spesso è riuscito a salvare la vita di ostaggi italiani.

 “Qui si parla di come agisce un Paese in missioni di pace. Non ci sono attinenze con i fatti di Parigi, se non che da quei paesi provengono i terroristi. I servizi hanno accettato di giocare lo stesso ruolo che giocano con le fiction che si fanno in altri Paesi. […]I nostri servizi negli ultimi 10 anni hanno portato a casa decine e decine di ostaggi, non solo italiani e mai a pagamento, sia chiaro, come qualcuno vuole far credere. I nostri servizi oggi funzionano, non hanno più l’elemento di deviazione del passato”. (https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/tv/2015/01/09/argentero-007-tra-italia-e-afghanistan_1ba7da54-d290-4da1-adbf-645e2f67249e.html ).

Bene, visto che non mi occupo di critica cinematografica ma del processo di progressiva militarizzazione del nostro Paese, vorrei partire proprio da quest’ultima dichiarazione, che mi suona come la classica excusatio non petita. L’intento dello sceneggiato, infatti, è quello di farci mettere l’occhio nella serratura della nostra Intelligence, ma solo per mostrarci come deviazioni e doppi giochi siano l’eccezione alla regola nei Servizi segreti, come peraltro succederebbe nei paesi in cui classicamente sono ambientate le spy stories , ad esempio gli USA, ragion per cui si conferma che “i Buoni” sono comunque destinati a prevalere, come è giusto che sia.

Certo: si trama, ci si spia reciprocamente, si organizzano complotti e depistaggi, si flirta con terroristi e mercanti di morte, si eliminano senza tanti scrupoli le pedine scomode del gioco ma, alla fine, chi vince è la componente sana, democratica, leale e corretta dei Servizi , quella fedele allo Stato ed ai suoi valori. E qui la musica sale, le bandiere sventolano ed i cittadini, commossi, dovrebbero avvertire l’orgoglio di essere “Italiani: brava gente”, che non rinuncia ai sentimenti e che difende la pace…

Credo però che“Ragion di stato”, pur partendo da questo propagandistico assunto, suo malgrado, abbia il merito di aprirci gli occhi su una realtà intricata e feroce, che è poi quella che alimenta tutte le guerre e ne consente la continuazione. Basta solo non lasciarsi distrarre dalla love story tra il Capitano Rosso e Rania, moglie di uno dei tanti feroci ‘signori della guerra’ libanesi, che l’AISE impiega come mediatore per ottenere la liberazione di uno dei suoi uomini presi in ostaggio.

E sufficiente non lasciarsi coinvolgere dall’ambigua relazione fra lo stesso Rosso e la sua amica e superiore Stella, ‘analista’ degli stessi servizi, che vive una sua disinvolta relazione omosessuale. Oppure ancora dalla condizione di ‘schiava’ di lusso che Rania è costretta a vivere fin da ragazza col marito Rashid, per cui l’intervento di Rosso diventa per lei un’occasione di liberazione personale, ma anche di guarigione per la figlioletta sordomuta.

Se spazziamo via dalla fiction questi ed altri elementi diciamo così sentimentali e ci concentriamo invece sulla sua trama di fondo, mi sa che il mondo dei servizi segreti italiani che ne affiora risulta tutt’altro che rassicurante. E non solo perché emergono al suo interno rivalità, camarillas e complotti  – come quello tra il buon ammiraglio Massa ed il cattivo generale Ranieri, che sembrano riflettere specularmente i contrasti tra il buon capo della CIA Charlie ed il suo infido rappresentante in Italia Bundy. La verità che lo sceneggiato ci schiude, pur con grande prudenza, è assai più dura ed inconfessabile: i servizi segreti non hanno mai smesso di foraggiare mercanti d’armi e terroristi, proprio per consentire ai nostri cari ‘liberatori’ di lottare contro estremisti, dittatori e terroristi.

La “ragion di stato” , espressione che compare solo alla fine della seconda puntata, è appunto quella che – alla faccia dell’apparente vittoria all’interno dell’AISE della componente sentimentale, democratica ed indipendente contro quella dei cinici spioni filoamericani – porterà a rilasciare il mercante d’armi e di terrore libanese Rashid, già trionfalmente catturato e quindi neutralizzato, in modo che possa continuare a fungere da ambiguo ‘mediatore’ tra gli stati e le bande armate dei terroristi che egli stesso rifornisce.

Chi ha guardato fino in fondo il film, infine, ha avvertito forse come me che la storia ha tutt’altro che il classico happy end, visto che ci lascia quanto meno in dubbio il sogghigno finale del ‘buon’ ammiraglio Massa, reintegrato saldamente nel suo incarico, mentre spia la coppia Rosso-Rania, nascosti nella casa al mare del capitano…

Ma che cos’è in realtà l’AISE, di cui milioni di italiani ignoravano finora anche l’esistenza? Se visitiamo il sito web della nostra ‘sicurezza nazionale’, apprendiamo che:

“L’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE) ha il compito di ricercare ed elaborare tutte le informazioni utili alla difesa dell’indipendenza, dell’integrità e della sicurezza della Repubblica dalle minacce provenienti dall’estero. In particolare sono di competenza dell’AISE:

le attività di informazione per la sicurezza che si svolgono al di fuori del territorio nazionale, a protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia; l’individuazione e il contrasto al di fuori del territorio nazionale delle attività di spionaggio dirette contro l’Italia e le attività volte a danneggiare gli interessi nazionali; le attività di contro- proliferazione di materiali strategici.

L’AISE risponde al Presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il Ministro della difesa, il Ministro degli affari esteri e il Ministro dell’interno per le materie di rispettiva competenza.”( http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/chi-siamo/organizzazione/aise.html ).

L’attuale Direttore dell’AISE è Alberto Manenti, ufficiale dell’Esercito Italiano, già vice del precedente capo, il gen. Adriano Santini. La sua nomina, voluta dal presidente del consiglio Renzi, risale al 24 aprile del 2014 e varie fonti sottolineano che egli è considerato un esperto analista ed uno dei più maggiori conoscitori del Servizio che è stato chiamato a guidare. Sul suo conto, però, circolano anche indiscrezioni sulla sua presunta implicazione in vari affaires, come riferisce un articolo sul quotidiano “Europa”:

“Il nome di Manenti è comparso molte volte nei retroscena che hanno riguardato i servizi segreti negli ultimi vent’anni (Telekom Serbia, Nigergate). Recentemente è spuntato nelle carte relative all’inchiesta Finmeccanica, citato da Lorenzo Borgogni, ex capo delle relazioni esterne della multinazionale” (http://www.europaquotidiano.it/2014/04/18/chi-e-alberto-manenti-nuovo-direttore-dellaise-il-servizio-segreto-esterno/ ).

Beh, nessuno pensa che il capo di un servizio di spionaggio e contro-spionaggio debba essere un ingenuo idealista (anche se lo sceneggiato tenderebbe ad accreditare tale versione buonista), ma probabilmente il nostro premier avrebbe potuto evitare di nominarne direttore un sospettato di relazioni ‘ufficiose’ con la nostra chiacchierata multinazionale degli armamenti.

Il vero problema, ancora una volta, non sono i nomi ma la funzione di questi servizi e, come abbiamo visto, l’AISE, pur con la dovuta discrezione,  riconosce il suo ruolo spionistico, sia pure – ovviamente- in difesa dei supremi interessi dello Stato…

Il motto latino “Intellego et tueor” (“Capisco e proteggo”) che si legge nel cartiglio sotto lo stemma dell’AISE è la sintesi della sua attività di “intelligence”, il cui fine sarebbe la sicurezza nazionale, ossia la protezione di noi cittadini da minacce da cui altrimenti non potremmo difenderci.

Il fatto è che la stessa fiction di RaiUno ci svela, anche se un po’ in filigrana, che molte di queste minacce sono alimentate proprio da chi dalle guerre trae la sua principale fonte di arricchimento e di potere. I vari ‘warlords’, certamente, i tanti dittatori e le solite organizzazioni terroristiche, ma in primo luogo quel complesso militare-industriale che da sempre alimenta i conflitti e li fa dilagare a macchia d’olio, per avere l’opportunità di vendere armi e d’inviare eserciti in difesa della pace e della libertà.

Il centro operativo dell’AISE si trova nel romano Forte Braschi, che ha già ospitato i precedenti servizi segreti italiani, i cui soli nomi (SIM, SIFAR, SID, SISMI) evocano vicende assai poco chiare, complotti e deviazioni. Guardandolo dall’alto, questo ‘Pentagono de’ Noantri’ (http://progettoforti.wix.com/progettoforti#!forte-braschi/c5wc ) ha un aspetto meno regolare e militare di quanto ci aspetteremmo, ma all’interno di quella cittadella dell’intelligence militare italiana si celano sicuramente molte cose che non solo i cittadini normali ignorano (altrimenti che razza di servizi segreti sarebbero…?), ma che forse è meglio che nessuno venga mai a sapere.

Insomma, questa CIA all’amatriciana che esce dallo sceneggiato convince poco, ma bisogna ammettere che  ‘Ragion di stato’ – non so quanto deliberatamente – è riuscita ad aprire un po’ gli occhi degli Italiani su chi davvero è nella cabina di regia dei principali conflitti mediorientali.  Guardiamoci dunque da dittatori sanguinari e da feroci califfi nerovestiti, ma soprattutto guardiamoci meglio attorno, perché, in nome di quella maledetta ‘ragion di stato’ si sono consumati e si continuano a consumare i peggiori misfatti ed i più insidiosi attacchi alla pace.

Non si tratta delle ‘paranoie complottiste’ ridicolizzate dai media, ma della semplice constatazione di come non ci sia bisogno di nuovi provvedimenti d’emergenza per ridurre la nostra già limitatissima libertà di pensiero, di parole e di azione dall’intromissione del Big Brother orwelliano.

Milioni di telecamere, complessi sistemi d’intercettazione di massa delle telecomunicazioni, cyber-spionaggio ed altre subdole forme di ‘monitoraggio’ ci hanno ormai assoggettati ad un controllo pervasivo, alla faccia della tanto sbandierata privacy. Bande magnetiche delle cards, sofisticati servizi informatici ed altri intrecci di dati sensibili consentono a chi ci sorveglia di spiare vita morte e miracoli di ciascuno di noi. Ma questo non è il vero e solo problema. Militari in assetto di guerra perlustrano le strade e sorvegliano impianti e perfino discariche di rifiuti. La militarizzazione del territorio, dei mari e del cielo è un dato di fatto impressionante, al quale però ci stiamo pian piano abituando…

Quanto al rapporto fra la classe politica e queste forze esterne, esso è quanto meno opaco, se non compromesso e viziato da decenni di deviazioni e corruzioni. Il complesso militare, del resto, è per sua natura impermeabile ai controlli, allergico alla democrazia e sfuggente ad ogni monitoraggio.

Ma se i custodi della nostra democrazia devono essere questo tipo di servizi segreti, credo allora che sia legittimo chiederci con i nostri progenitori latini: “Quis custodiet custodes?”.

© 2015 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NONVIOLENZA O NONVOLENZA ?

  1. DCNGli esami non finiscono mai

Mi sembra normale che quando uno come me arriva a 62 anni  (di cui 42 trascorsi occupandosi di obiezione di coscienza, antimilitarismo, difesa popolare nonviolenta, ricerca sulla pace, educazione alla pace, ecopacifismo…) s’interroghi su cosa sia rimasto di quelle riflessioni, proposte e campagne e, soprattutto, su cosa abbiano effettivamente prodotto.

Questo doveroso bilancio, però, non mi porta a bilanci positivi né a considerazioni ottimistiche sulla capacità del movimento pacifista e nonviolento d’incidere sul tessuto sociale e sulla cultura del nostro Paese. Infatti, se confronto l’entusiasmo e la vivacità di pensiero ed azione che lo caratterizzavano negli anni ’70-’80 con la grigia realtà attuale – contrassegnata dal pensiero unico in campo economico ma anche in materia di difesa, e dalla preoccupante debolezza di un’organizzazione dei gruppi alternativi a tale piattezza ideologico-politica – non c’è davvero da stare allegri…

Lo so, fare confronti col passato è roba da vecchi, ma è anche vero che la nostalgia dei ‘laudatores temporis acti’ non mi appartiene. La verità è che anch’io, come tanti attivisti nonviolenti di una volta, ho cercato da molti anni di percorrere strade nuove, senza rinnegare nulla dell’originaria matrice antimilitarista, ma cercando di costruire un percorso coerente anche se nuovo. Nel mio caso si è trattato di coniugare la scelta dell’azione nonviolenta con quella dell’ecologismo e dell’impegno sociale, unendomi ad un movimento più ampio per l’alternativa in un’ottica ecopacifista. Non so se sono riuscito a realizzare qualcosa di buono in questa direzione, però credo aver conservato alcune convinzioni fondamentali sulle possibili alternative all’attuale modello di difesa.

Come obiettore di coscienza – uno dei primi a Napoli e nel meridione – ho sempre pensato che un modello profondamente diverso di difesa non dovesse restare un’utopia da anime belle, ma piuttosto partire da un servizio civile che, oltre ad essere utile alla collettività, servisse a diffondere la ‘coscienza dell’obiezione’ alla difesa armata. Un impegno civile generalizzato, insomma, che ponesse le basi per organizzare la difesa non armata, la cui natura fosse ‘civile’e ‘sociale’, ma soprattutto nonviolenta, nei fini e nei mezzi.

Il grande lavoro portato avanti da Antonino Drago ed altri – sul piano teorico della ricerca e formazione dei giovani ma anche della costruzione di basi legislative e politiche perché l’Italia diventasse uno dei primi Stati a dotarsi di un sistema difensivo quanto meno aperto alla prospettiva del transarmo – è stato purtroppo vanificato dalla manovra governativa che ha privato questo promettente movimento della sua stessa base. L’istituzione del servizio militare professionale (con la legge n. 331/2000 ed D.Lgs. n. 251/2001 che la rende operativa) e la “sospensione” a tempo indeterminato del servizio obbligatorio di leva (mediante la successiva legge n. 226/2004) hanno posto una pietra tombale non certo sulle forze armate, bensì sull’obiezione di coscienza al servizio militare e sul servizio civile che ne costituiva la visibile e crescente alternativa.

Il XXI secolo ha aperto così la strada alla pratica dell’esercito professionale, con ciò non premiando affatto le battaglie antimilitariste e pacifiste ma, al contrario, demolendo quanto era stato fino ad allora costruito in direzione di una difesa della Patria con strumenti di pace anziché di guerra.  Ovviamente ne ha risentito tutto il Movimento, che da allora si è sfrangiato, perdendo il contatto col territorio, rappresentato dagli obiettori, e cominciando a dissolversi nelle acque stagnanti di una generica cultura della pace , sospesa tra tentazioni accademiche, mediazioni politiche e malinconica testimonianza di un’alternativa mancata. Ma ora sembrerebbe esserci, finalmente, una novità…

  1. “Te piace ‘o presebbio?” 

Il rilancio di un modello alternativo di difesa, intorno al quale sembrerebbe essersi ricompattato il movimento per la pace, va salutato come una delle poche cose positive in un decennio profondamente negativo. Un periodo contrassegnato dal pericoloso moltiplicarsi ed intrecciarsi degli scenari di guerra, dall’arroganza invadente della militarizzazione del territorio e del mare e dalla perdita progressiva della consapevolezza che esiste una credibile possibilità di scindere il concetto di ‘difesa’ da quello di ‘forze armate’. Pensiero unico, pragmatismo anti-ideologico e crescente globalizzazione del complesso militare-industriale hanno da tempo spazzato via ogni opposizione e contestazione a questo sistema di morte, che ormai non si ha ritegno a chiamare col suo vero nome: “guerra globale”.

Ecco perché rilanciare un progetto di difesa popolare nonviolenta, mobilitando l’opinione pubblica a sostegno della campagna nazionale Un’altra difesa è possibile, era sembrata un’occasione unica per contrastare questa generalizzata tendenza al disimpegno – ideologico e pratico –  in materia di difesa. Sostenere una proposta di legge popolare, inoltre, è parso forse anche il modo migliore per ricompattare il frammentato arcipelago pacifista, recuperando un tema forte del programma costruttivo nonviolento, che non può certo limitarsi all’opposizione a questa o quella missione militare o intervento armato.

Il fatto è che questo disegno di legge, che pur dovrebbe motivare e mobilitare gruppi locali ed organizzazioni nazionali, mi sembra nato in modo poco condiviso, senza un reale confronto e con una certa fretta di concludere, peraltro poco giustificata a fronte dell’assordante silenzio che ha caratterizzato gli ultimi 15 anni in materia di proposte alternative alla difesa militare.

Sarà la mia atavica tendenza ad obiettare a rendermi ipercritico e mi dispiace che questa mia considerazione possa apparire ingenerosa verso chi si è sforzato di riallacciare le file del movimento pacifista, offrendogli una bandiera comune dietro cui marciare più compatto. Il fatto è che non ho perso il vizio di andare oltre l’apparenza, non certo per spirito di polemica ma perché sono abituato a riflettere criticamente su ciò che mi viene proposto, prima di farlo mio per poi propagandarlo agli altri.

Ecco perché, con tutta la buona volontà, non riesco ad appassionarmi a questa proposta di legge sulla “difesa civile, non armata e nonviolenta”, lanciata il 25 aprile a Verona e presentata il 21 settembre a Firenze, ma il cui articolato sono riuscito a leggere solo ad ottobre. Pur considerando le difficoltà per un movimento ancora fragile di farla circolare sul territorio nazionale, lasciatemi dire che per una legge che ambisce ad essere popolare e che dovrebbe raccogliere 50.000 firme di sottoscrizione non è stato il migliore esordio…  Ora però che tutto è pronto ci si chiede un’adesione fattiva, collaborando uniti e compatti alla diffusione di questa proposta legislativa, data per scontata come la migliore possibile, o quanto meno come la più realistica.

In questi giorni – sarà per l’approssimarsi delle festività o per il trentennale della morte di Eduardo De Filippo – mi torna in mente la sua più nota commedia, “Natale in casa Cupiello”, ed in particolare il celeberrimo scambio di battute tra padre e figlio a proposito del presepe di sughero e cartapesta che Luca Cupiello è tutto intento a costruire, mentre intorno a lui la famiglia sta andando a pezzi. Alla ricorrente, pressante ed accattivante domanda del padre “Te piace ‘o presebbio?”, nonostante minacce e lusinghe la risposta di Tommasino resta inesorabilmente la stessa: “Non mi piace!”.

Ebbene, non penso che la replica antipatica e dispettosa di un ragazzo pigro e viziato possa adattarsi a me, che non sono né giovane né fannullone. Sta di fatto che, di fronte all’esibizione di questo presebbio legislativo, tirato su in fretta e frutto di troppe mediazioni, mi viene spontaneo rispondere “Non mi piace”.  Certo, non lo faccio col tono irritante e provocatorio di Nennillo, ma solo – e con rammarico – perché non condivido buona parte dell’impianto di quella proposta di legge. Attenzione: non si tratta di contrapporre la visione rigorista di un purismo nonviolento ad un’impostazione più flessibile tipica della Realpolitik. La mia ‘obiezione’ a quel disegno di legge nasce invece da considerazioni estremamente realistiche, anche se è impossibile non intravedere in esso una visione minimalista e generalista del pacifismo che non ho mai condiviso.

  1. Questi fantasmi…

Al di là dell’ovvia difficoltà di mettere insieme opinioni e valutazioni diverse, cercando l’accordo attraverso quella mediazione che è di per sé una tecnica nonviolenta, ciò che non mi convince è l’impostazione di fondo della proposta, poco alternativa e molto ‘di facciata’. In altre parole, invece di proporre una strada praticabile per cominciare a realizzare la Nonviolenza come risposta ai conflitti armati ed al militarismo, mi sembra che sia prevalsa una tendenza alla “nonvolenza”. Con questo neologismo mi riferisco ad un’impostazione sostanzialmente rinunciataria, che preferisce accontentarsi di un surrogato a buon mercato anziché puntare alla sostanza della questione, che è il progressivo superamento della tradizionale difesa armata, attraverso la costituzione di una componente civile, popolare e nonviolenta di quella stessa difesa.

Aggirare gli ostacoli, si sa, è una delle caratteristiche della politica che gli inglesi chiamano ‘politics’, giustamente distinguendola dalla ‘Policy’ con la maiuscola, dove idee e convinzioni hanno la meglio.  Ciò premesso, senza essere rigoristi o addirittura sofisti, bisogna però dire che c’è un limite oggettivo alla pur necessaria richiesta di consensi ed è il rispetto del vecchio principio ippocrateo: “Primum non nocere”.  In altre parole, pur riconoscendo l’esigenza di mediare politicamente per portare a casa almeno un risultato parziale, non credo sia opportuno perseguire un obiettivo che, in prospettiva, si possa rivelare non solo poco utile, ma addirittura dannoso rispetto al fine che ci si propone.

Non vorrei apparire retorico né polemico e, proprio per non limitarmi al secco “non mi piace” di cui sopra, sintetizzo di seguito le mie obiezioni al testo sotto il quale ci si chiede di raccogliere le firme di consenso da parte di cittadini troppo spesso del tutto indifferenti alle questioni della difesa, o quanto meno poco preparati a cogliere differenti impostazioni su ciò che possa definirsi come una difesa ‘altra’.

  1. A mio parere, il primo – e principale – errore consiste nel voler far dipendere questa “difesa civile, non armata e nonviolenta” dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, istituendo tale Dipartimento come una delle dépendences di Palazzo Chigi. E’ uno sbaglio già fatto in passato col ‘Dipartimento della Protezione Civile’ e con quello ‘della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale’, conferendo di fatto al Premier la responsabilità diretta in settori chiave di quella che dovrebbe costituire l’ossatura di una difesa alternativa, civile ma principalmente ‘popolare’ (attributo che, forse non a caso, è scomparso dalla denominazione).
  2. Il corollario di questa scelta, a mio avviso, è ancora più grave. In barba alle petizioni di principio dell’art. 1 della proposta di legge (che parla di “riconoscere a livello istituzionale una forma di difesa alternativa a quella militare”), mi sembra che in tal modo la Difesa con la maiuscola resti palesemente confermata come quella di cui si occupa l’omonimo ministero, una materia quindi esclusivamente militare, con tanto di stellette e di greca…
  3. Il secondo tragico errore di cui la proposta si fa portatrice è l’affiancamento ai “Corpi Civili di Pace” (la cui definizione peraltro resta affidata ad una legge finanziaria omnibus, la n. 147/2013, in cui si parla anche di parcheggi, traghetti, efficienza energetica e di tutt’altro…) di un “Istituto di Ricerca sulla Pace e il Disarmo”. Quest’ultimo – ripreso al successivo comma quattro dello stesso art. 1 – verrebbe in tal modo a dipendere dal Dipartimento citato e dal finanziamento pubblico, dando vita un monstruum giuridico prima ancora che politico. Una cosa, infatti, è ipotizzare che la ricerca sulla pace ed i peace studies, seppur gestiti da istituzioni autonome, possano ricevere contributi pubblici, statali o regionali che siano; ben altro significa rendere la peace research in Italia un terreno di esclusiva competenza governativa, privandola così della necessaria indipendenza e libertà di pensiero e di azione.
  4. Uno dei più tragici errori che si siano fatti è stato quello di centralizzare e rendere governativa la Protezione Civile, che viceversa avrebbe dovuto diventare un organismo decentrato, popolare, diffuso ovunque, finalizzato in primo luogo alla prevenzione ed alla difesa civile. La stessa materia, del resto, è rimasta in parte attribuita a quello che, non a caso, si chiama “Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile”, ma che fa capo al Ministero dell’Interno. Va sottolineato, inoltre, che alle forse armate italiane – in primis all’esercito e specificamente all’Arma dei Carabinieri – sono state sempre più attribuite, impropriamente, funzioni di protezione e difesa civile e perfino di tutela ambientale, complicando ulteriormente il già intricato rapporto inter-istituzionale fra tali realtà diverse, ai fini di un loro indispensabile coordinamento operativo.
  5. Il Dipartimento che si occupa del ‘Servizio Civile Nazionale’ – nato nel 2001 sulle ceneri del servizio civile degli obiettori di coscienza – è stato istituito in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, accentrando anche in questo caso competenze che sarebbero state più logicamente da attribuire alle Regioni ed agli Enti Locali, trattandosi di un’opportunità di svolgere un’attività volontaria di solidarietà sociale, ma anche di concreta formazione al lavoro ed alla cittadinanza attiva. In tal caso, però, l’accentramento ha sortito il risultato di una frammentazione e dispersione in mille rivoli dell’impegno dei giovani in servizio civile che, non essendo sorretto da alcun progetto effettivo, risulta quindi insignificante ed ininfluente. Ripetere tale esperienza con la ‘difesa civile e non armata’ sarebbe difficile, vista la maggiore specificità dell’ambito d’impiego dei giovani, ma resterebbe comunque confermata la scarsa coesione con il territorio e la visione verticistica e marginale di tale settore.
  6. L’istituzione del ‘Consiglio Nazionale della difesa civile, non armata e nonviolenta’ – previsto dall’art.1, comma 3, punto 3 della PdL – verrebbe quindi a creare un altro organismo pletorico e di difficile gestione, dovendo coordinare l’azione di organismi dipendenti dalla Presidenza del Consiglio e altri due Ministeri (Interno e Difesa), per non parlare di quello degli Esteri, che sarebbe comunque tirato in ballo dalla pasticciata commistione fra ‘Corpi Civili di Pace’ e missioni di volontari civili cooperanti anche all’estero, “nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto” (art. 1, comma 2, punto 1).

MANI DI PACE

  1. Non ti pago
  1. A questo nuovo Dipartimento sono stati attribuiti compiti istituzionali che, come si usa dire, farebbero tremare le vene ai polsi a ben più robuste organizzazioni. Fra di essi, infatti, troviamo: la difesa della Costituzione; la creazione di piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta; attività di ricerca per la pace, sul disarmo, la riconversione civile delle industrie belliche; “la giusta e duratura risoluzione dei conflitti”; il contrasto del degrado sociale, culturale ed ambientale e perfino la difesa della “integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni cagionati dalle calamità naturali” (cfr. art. 1, comma 4). A parte il fatto che si tratta di compiti vaghi e spesso esorbitanti nella competenza di altri dicasteri – ad esempio quello del lavoro e delle politiche sociali oppure dell’ambiente – che cosa  significa attribuire questa congerie di funzioni ad un organo governativo appena istituito e per il quale si prevede un finanziamento annuo di appena 100 milioni di euro? Siamo di fronte ad una scherzosa boutade oppure al pressappochismo politico cui siamo fin troppo abituati, fatto di retoriche dichiarazioni di principio cui non fa seguito alcun risultato concreto?
  2. L’art. 2 della PdL si occupa di come reperire questa cospicua somma da stanziare sul capitolo dell’istituenda difesa civile, per la quale viene appunto costituito un apposito ‘fondo’. I suddetti 100 milioni, per l’anno 2015, sarebbero ricavati decurtando le spese sostenute dal Ministero della Difesa per l’acquisto di nuovi sistemi d’arma. Ebbene, è noto che il Bilancio di questo ministero per il 2014 ammonta a circa 23 miliardi di euro. Ciò premesso, il capitolo relativo alla DCNN rappresenterebbe circa lo 0,43% degli stanziamenti per la Difesa oppure, se ci si riferisse esclusivamente agli investimenti (pari a 3 miliardi e 220 milioni), i 100 sottratti costituirebbero un risparmio di poco più del 3%….
  3. Le altre due fonti di finanziamento del Dipartimento DCNN che sono state ipotizzate dalla proposta legislativa sono: (a) la facoltà di destinare a tale fine una quota del 6‰ dell’IRPEF, per cui il contribuente dovrebbe esercitare una ‘opzione fiscale’ in sede di dichiarazione dei redditi; (cf.art. 3, comma 1); (b) un corrispondente risparmio, derivante “dai meccanismi di revisione e razionalizzazione della spesa pubblica di cui alla missione ‘Difesa e sicurezza del territorio’ del bilancio statale […] nonché dai risparmi derivanti dalla dismissione delle caserme e presidi di pertinenza del demanio militare”(art. 4, comma 1). Peccato che sulla c.d. ‘opzione fiscale’ in Parlamento giacciano – dal 1989 al 2006 – svariate mozioni e proposte di legge, nessuna delle quali è mai stata presa in considerazione, mentre nel febbraio del 1993 si è registrata perfino un’ordinanza in senso negativo della Corte Costituzionale. Per quanto riguarda poi la citata missione ‘Difesa e sicurezza del territorio’, da quello che capisco riguarda i soli Carabinieri e prevede per i vari capitoli di spesa oltre 5 miliardi e mezzo di euro, 4 dei quali però sono già stati accantonati.
  1. Ditegli sempre di sì ? 

Concludo questa lunga – e per qualcuno forse spiacevole – analisi del testo di legge popolare oggetto della campagna lanciata dal movimento pacifista con una domanda e una considerazione personale. La domanda, sintetizzata nel titolo di questo paragrafo, è ancora una volta ispirata al teatro di Eduardo. Ma è proprio vero che di fronte ad un pur auspicabile progetto alternativo si debba sempre e comunque dire di sì? Io ritengo che una persona responsabile debba dare il proprio consenso solo se davvero convinta e, per quanto ho esposto finora, è chiaro che il testo della proposta sulla DCNN non mi ha convinto. Non lo nascondo: la circostanza che a sottoscrivere quella proposta siano le componenti più significative di quel movimento pacifista e nonviolento di cui mi sento ancora parte mi crea un certo disagio. Purtroppo ciò non è sufficiente a farmi accantonare le mie obiezioni, non per presunzione o testardaggine, ma solo perché penso sinceramente che una legge simile – ammesso che si riesca a raccogliere 50.000 firme di sottoscrizione popolare e che il Parlamento non lasci languire nei suoi archivi e che addirittura venga approvata – rischierebbe di trasformarsi in una parodia all’italiana della difesa popolare nonviolenta cui la gran parte del movimento aspira da decenni.

Non si tratta di contrapporre un massimalismo ideologico al minimalismo di chi vuole comunque portare a casa un risultato concreto. Il fatto è che, a mio avviso, una DCNN ridotta ad un servizio marginale per entità ed insignificante per qualità, finirebbe paradossalmente col consolidare ulteriormente la Difesa tradizionale. Intanto si sarebbe graziosamente concesso un simbolico contentino a quei rompiscatole dei pacifisti, confinandoli nella riserva della loro sperimentazione da laboratorio di qualche esperienza di peacekeeping e di difesa civile, a patto di lasciare inalterato il 99% del modello militare di difesa.

Un governo così illuminato ed aperto ne uscirebbe consolidato, il Parlamento potrebbe vantarsi di aver varato una storica legge di riforma della difesa e un gruppetto di ricercatori e formatori per la pace avrebbe finalmente trovato un finanziamento per le proprie attività accademiche. Tutti contenti allora? Non direi proprio, visto che non si sarebbe posta neanche una pietruzza nell’ingranaggio del complesso militare-industriale, ma si sarebbe fatta un’operazione un po’ gattopardesca, lasciandolo perfettamente intatto.

Se poi lo scopo prevalente di questa campagna è, tutto sommato, quello di rilanciare il movimento pacifista e di diffondere la conoscenza dell’azione nonviolenta come risoluzione alternativa dei conflitti, perché mai dovremmo mobilitarci intorno a dei tavolini di raccolta delle firme piuttosto che farlo nelle scuole, nelle strade  o nelle fabbriche?

Spero che questa mia analisi non rispecchi solo il mio pensiero e che si possano percorrere strade diverse o, quanto meno, lanciare una campagna per una legge più qualificata sulla DPN. Del resto, parafrasamdo lo slogan della campagna, è vero anche che “Un’altra legge è possibile”…

© Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

E LE STELLETTE STANNO A GUARDARE….(2)

RIFIUTI: MILITARI IN AZIONE A NAPOLIIl quotidiano IL MATTINO ha recentemente dedicato un’intera pagina all’analisi che Antonio Menna ha fatto dell’imbarazzante flop dell’impiego delle forze armate in compiti di pattugliamento e controllo della cosiddetta Terra dei fuochi. [1]  Eppure fino a pochi mesi fa gran parte dei media avevano accolto entusiasticamente – talora con un pizzico di militaresco orgoglio – la notizia di una sorta di “spedizione armata” contro le forze oscure che avvelenano con discariche abusive e roghi tossici  l’ex Campania Felix. Sta di fattoche, giunti ad un primo consuntivo, essa si è rivelata una mission impossible, una battaglia persa, un grottesco buco…nel fuoco.

Già lo scorso febbraio ho pubblicato un post con stesso titolo di questo, per denunciare l’assurdità di uno stato che –  non riuscendo ad impedire che centinaia di migliaia di suoi cittadini siano avvelenati ed uccisi impunemente dalla pratica di sversamenti e incendi di rifiuti, legali e illegali, in un territorio presidiato in armi dalla camorra – pensava di risolvere un problema di tale portata inviandovi qualche centinaio di soldati in assetto di guerra. Al di là della mia scarsa simpatia per qualunque operazione militare e per qualsiasi forma di militarizzazione del territorio, l’idea che cercavo di manifestare in quella nota era che si trattava comunque di un’operazione costosa ed inutile, e quindi di un piano destinato a fallire miseramente.

Orbene, il citato articolo del principale quotidiano del Mezzogiorno, a distanza di quasi cinque mesi, in effetti conferma ciò che già da allora era prevedibile. Al tempo stesso, però, si guarda bene dal prendere le distanze da una decisione governativa rivelatasi palesemente sballata e deviante, limitandosi a commentare che “non bastano esercito e leggi, i piromani sono immigrati”.  Opperbacco! Ma davvero le teste d’uovo dei ministeri dell’Interno e della Difesa erano convinte che l’invio di Sturmtruppen con blindati e pattugliamenti stile Bagdad avrebbe consentito l’arresto in fragranza di reato di qualche boss locale? Dice: hanno arrestato solo polacchi, africani, armeni, rom, perfino afghani mentre appiccavano il fuoco a cataste di rifiuti. Beh, chi diavolo si aspettavano che i nostri solerti soldatini potessero beccare con le mani nei fiammiferi, se non i soliti poveracci e disperati che per quattro soldi farebbero qualsiasi cosa?  Come al solito, insomma, anche questa volta “volano gli stracci”, mentre in realtà ben poco è cambiato in quella Terra dei Fuochi  che indica un’area di quasi 1100 chilometri quadrati, con 57 comuni ed una popolazione di due milioni e mezzo di abitanti, a cavallo tra la provincia di Napoli e quella di Caserta.

Adesso questi dati vengono sì ricordati, ma solo per giustificare l’esito di un’operazione fallita, cui finora però quasi tutti avevano applaudito, come se non ne conoscessero la portata e le oggettive difficoltà. E, soprattutto, come se non si rendessero conto che in un Paese dove già operano ben cinque corpi nazionali di polizia giudiziaria (con l’aggiunta di quelli di polizia provinciale e municipale), l’ultima cosa da fare sarebbe stata proprio impiegare per tali funzioni le Forze Armate, ovviamente da coordinare con tutte le altre sotto il comando congiunto di Questure, Prefetture e del 2° Comando Forze di Difesa, con sede a S. Giorgio a Cremano (NA).

Certo, i dati snocciolati dai giornali sono significativi: in tre mesi ci sarebbero stati la bellezza di 1878 pattugliamenti (25 pattuglie al giorno, per 7 giorni su 7 e per 24 ore su 24), che hanno portato a controllare ben 7000 persone ed a fermarne 43 per sversamenti e/o roghi di rifiuti. Però ugualmente i conti non tornano. Quando l’apposito decreto fu varato si parlava di 850 militari che sarebbero stati impegnati in questa operazione, stanziando a tal fine ben 2 milioni di euro, quasi uno a testa per ogni abitante di quell’area. Ora invece ci si riferisce a solo un centinaio di soldati (appartenenti al Reggimento «Cavalleggeri Guide» di Salerno ed alla Brigata «Garibaldi», già responsabile del Raggruppamento Campania per l’operazione «Strade Sicure»), sottolineando tra le righe la sproporzione tale forza e l’enormità del territorio da presidiare. Da un articolo dello scorso aprile del“Corriere del Mezzogiorno”, però, forse si riesce a capire qualcosa di più: «I militari, appartenenti ai reparti della Brigata «Garibaldi», sono giunti in rinforzo agli oltre 540 soldati del 19 reggimento già impegnati sulle territorialità delle città di Napoli e Caserta per la lotta alla malavita e da oggi per completare il contingente a disposizione delle Prefetture contro i reati ambientali…» [2]  E’ vero che 100 più 540 non fa 850, ma se non altro ci avviciniamo alla reale consistenza di questa italiota “strafexpedition”, che avrebbe dovuto reprimere e perfino prevenire  la tragica catena di interramenti e roghi di rifiuti ma è riuscita solo a far arrestare pastori afghani, zingari di varie etnie, braccianti africani senza lavoro ed altri esemplari di bassa e malpagata manovalanza al servizio dei soliti noti. Essi sono solo l’ultimo anello di una catena criminale che parte da una diffusa e radicata economia parallela – ovviamente illegale e controllata da chi detta legge in ben altro modo su quel territorio – ma a quanto pare questa constatazione non aveva avuto alcun peso nella decisione di mobilitare le forze armate per fronteggiare un obiettivo sbagliato nel modo sbagliato.

E’, in fondo, ciò che spiega, nell’intervista a Il Mattino, il Com. Sergio Costa: « Ci sono più facce nella vicenda Terra dei fuochi, ci sono i rifiuti interrati, che avvelenano la terra e le falde acquifere, e ci sono i roghi, che appestano l’aria. Sono fenomeni diversi ma hanno un elemento comune, si tratta dell’economia illegale del territorio. Perché si dà fuoco ai rifiuti? Come nasce un rogo tossico? Non si tratta di teppisti o di piromani, salvo qualche raro caso. Il rogo è l’elemento finale di una catena di interessi. L’area tra Napoli e Caserta, non a caso, è nota per essere la capitale del tarocco[…]. Qui c’è una economia diffusa, sommersa, che sfugge al fisco e a qualunque norma. I rifiuti industriali di una economia illegale possono essere smaltiti legalmente? Certo che no. Allora si attiva lo smaltimento clandestino, che ha come ultimo anello l’interramento o il rogo».[3]  Le osservazioni del comandante per la Campania del Corpo Forestale dello Stato non fanno una piega, ma non mi si venga a raccontare che queste cose non si sapessero benissimo anche prima! Egli stesso, fra l’altro, osserva che era prevedibile che le uniche persone colte ad appiccare fuochi sarebbero state  «…le ultime ruote del carro. Gente disperata, spesso vagabonda […]Un rom, un immigrato, un barbone. Uno che non ha nulla da perdere e che,m per dieci euro, lancia un fiammifero e scappa. Ha senso scagliarsi contro l’ultimo ingranaggio e non elaborare una strategia d’insieme per attaccare il fenomeno alla radice? » [4] 

Ecco, appunto: che senso può avere il fatto che, insieme con quei roghi di rifiuti, si siano bruciati anche un paio di milioni di euro per giocare a far la guerra alla malavita organizzata, col brillante risultato di arrestare solamente qualche disgraziato?  Che razza di Stato è quello che ricorre a centinaia di militari in assetto di guerra – trasformando quella che una volta chiamavano Terra di Lavoro in una specie di Afghanistan nostrano – sovrapponendoli alle forze di polizia senza neppure a cavare un ragno dal buco?  Forse è il caso di ricordare ancora una volta  che il territorio interessato – quei circa 1200 chilometri quadrati compresi tra le province di Caserta e di Napoli – è lo stesso che nel mio precedente articolo  chiamavo Campania Bellatrix: una delle zone già più militarizzate d’Europa, nel quale insistono già 8 installazioni militari non italiane (fra NATO e US Navy), in aggiunta alle 5 dell’Aeronautica Militare, alle 50 dell’Esercito Italiano, ivi compreso anche un bel porto militatizzato e nuclearizzato.[5]  Quei due milioni di euro, allora, non sarebbero stati più utili per rafforzare l’attività ordinaria dei preesistenti organi di polizia giudiziaria – e soprattutto della Forestale – anziché consolidare l’immagine della Campania come una terra di frontiera?

«Chi poteva pensare che bastassero cento soldati per controllare efficacemente una zona vastissima, di proporzioni sterminate, con aree interne nascoste?Si tratta di misure insufficienti…» commenta invece sconsolato il notista de Il Mattino. Bene, bravo! Ma allora che cosa pensa che si dovrebbe fare? Inviare in loco un contingente di Alpini, come il Libano, o forse sarbbe meglio impiegare i nostri marines della Brigata San Marco?  Magari li si potrebbe far sbarcare coi loro mezzi anfibi sulla spiaggia di Baia Domizia, oppure si potrebbero impiegare addirittura gli uomini del Comando Sud-Europeo della NATO di Lago Patria per un blitz interforze denominato Waste Dumping Endeavour…  Ma allora perché non mobilitare anche i boy scout, i vigilantes che presidiano le banche o i gruppi paramilitari della “Serenissima” ? L’importante che vestano una divisa e soprattutto che girino armati, perché – come tutti ben sanno – l’economia illegale e la criminalità organizzata hanno notoriamente paura delle uniformi e sono debellate con i fucili…

Ma forse è meglio che mi fermi qui. C’è il rischio che qualcuno, incapace di cogliere l’ironia, mi prenda sul serio e presenti in Parlamento un nuovo decreto legge.

© 2014  Ermete Ferraro > https://ermeteferraro.wordpress.com

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[1] Antonio Manna. Fuochi tossici in aumento. “Vince l’economia illegale”. Non bastano esercito e leggi, i piromani sono immigrati, IL MATTINO, 5 luglio 2014, p.8; cfr. anche  la versione ridotta online dell’articolo su: http://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/terra_dei_fuochi_flop_dei_militari_vince_l39economia_illegale/notizie/784198.shtml

[2] http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2014/8-aprile-2014/terra-fuochi-scattano-controllidei-cento-soldati-esercito–22338250428.shtml

[3] A. Manna, art. cit.

[4] Ibidem

[5] Cfr. https://ermeteferraro.wordpress.com/2014/02/07/e-le-stellette-stanno-a-guardare/

CTR+ALT+CANC (Esercitare il controllo + Creare alternative +Cancellare la guerra)

CTR ALT CANCLo scorso 26 aprile si è svolta a Bruxelles una “giornata di preparazione ed azione” contro  la vendita di armi ed ‘lobbismo’ dei fabbricanti di armamenti sugli organi dell’Unione Europea. La campagna – denominata “CTR+ALT+EU” – è stata organizzata dall’organizzazione pacifista belga Agir pour la Paix per denunciare ad un’opinione pubblica, da sempre poco informata su questi temi, che : “ I fabbricanti di armi ed i loro lobbisti sono molto vicini alle istituzioni europee, in quanto le aiutano a definire le loro leggi, a vendere le loro armi ed a beneficiare delle sovvenzioni europee, sotto il ‘coperchio’ dell’aiuto allo sviluppo delle nuove tecnologie’…”.[1]

Lasciando stare l’iniziativa belga e tornando a noi, il silenzio dei media su questi temi risulta invece davvero assordante. Siamo appena usciti dalla tornata elettorale per l’elezione del nuovo Parlamento Europeo ma, per caso, ricordate che qualcuno dei candidati italiani – di qualsiasi partito – si sia soffermato almeno un po’ su una questione così importante per la sicurezza e la pace dei cittadini della vecchia Europa? In questa campagna si è parlato poco, in generale, delle politiche dell’Unione, dal momento che l’unica preoccupazione sembrava essere quella di coltivare il proprio orticello e le proprie alleanze a livello interno, ma soprattutto si è evitato accuratamente di affrontare questioni scottanti come quella della difesa e degli equilibri internazionali.

Solo qualche forza politica, come la Lista Tsipras, ha accennato – nell’ultimo punto del suo programma – alla “abolizione degli accordi economici e militari”[2] . Il Partito Democratico si è premurato d’inserire nel suo programma elettorale l’affermazione che:  “L’Europa deve unire le proprie risorse in tema di difesa, sviluppo, commercio e diplomazia, per massimizzare gli effetti positivi della sua politica estera…”[3], mentre nel programma del Partito Socialista Europeo (cui il PD aderisce), non si trova neppure questo vago riferimento.[4]

Altrettanto ambigua – ma più prevedibilmente – è la posizione del Partito Popolare Europeo, nel cui Manifesto è stata inserita quest’affermazione: “L’unione Europea deve…potenziare ed accrescere l’efficienza della sua politica estera. Guadagniamo forza attraverso un’azione coordinata. à Il PPE intende potenziare le prerogative dell’Europa in materia di affari esteri, sicurezza e difesa, rafforzando la sua capacità di agire nel mondo.” [5]

Nessun riferimento alle questioni della pace e del disarmo è possibile reperire nei sintetici 7  punti del programma per l’Europa del Movimento 5 Stelle , mentre qualcosa di più dettagliato lo troviamo nel programma elettorale dei Verdi Europei: “ Grazie ai Verdi , una parte più importante del bilancio dell’UE sta per essere consacrata alla prevenzione dei conflitti attraverso lo Strumento di stabilità e di pace. Noi abbiamo sostenuto anche l’idea di un Corpo della pace dell’UE e di un Istituto europeo per la pace. Noi siamo contrari al finanziamento della ricerca militare da parte del bilancio europeo [… ]Il commercio europeo delle armi, comprese le tecnologie di sorveglianza, esporta insicurezza nelle regioni come il Medio ed Estremo Oriente. I Verdi vogliono ridurre questo commercio ed impedire l’esportazione di armi, che può essere utilizzata contro i movimenti di liberazione e di protesta civica”. [6]

La triste e scomoda verità – come ha messo in luce la Campagna Europea di Banche Armate – è che: “L’Unione Europea (UE) assicura un quarto delle esportazioni mondiali di armi. Alcuni Stati sono particolarmente coinvolti: la Francia e la Gran Bretagna si disputano da anni la terza posizione a livello mondiale dietro la Russia e gli Stati Uniti; altri paesi, tra cui la Germania, la Spagna e l’Italia occupano a loro volta una collocazione rilevante in questo commercio.” [7]

A tal proposito, Giorgio Beretta, scrivendo per il portale Unimondo, sottolineava che, dopo il calo del 2010, gli ordinativi ai paesi dell’Unione Europea per esportazioni di sistemi militari nel 2011sono addirittura aumentati del 18,3% , superando i 37,5 miliardi di euro. Alcuni Stati europei non hanno reso noti i dati richiesti, mentre l’allora governo ‘tecnico’ di Monti: “…forse per adeguarsi allo standard tedesco […] ha pensato di manipolare un po’ le cifre. A fronte degli oltre 2,6 miliardi di consegne riportate nella Relazione governativa nazionale, i funzionari governativi hanno riferito all’UE solo poco più di 1 miliardo…” [8]

Insomma, sembrerebbe proprio che il ruolo dei mercanti d’armi (e quindi di morte) all’interno dell’Europa sia l’ultimo dei problemi. Si direbbe che ben pochi si preoccupino che la nostra Unione – presentata trionfalisticamente negli spot televisivi come la realtà che ha garantito la pace negli ultimi 60 anni –  appaia sì priva di una politica comune di difesa, ma comunque molto solidale nel difendere gli interessi di chi produce ed esporta strumenti per fare le guerre. Del resto, non è certo un caso che Papa Francesco abbia recentemente affermato, con la consueta chiarezza evangelica: Tutti parlano di pace, tutti dichiarano di volerla, ma purtroppo il proliferare di armamenti di ogni genere conduce in senso contrario. Il commercio delle armi ha l’effetto di complicare e allontanare la soluzione dei conflitti, tanto più perché esso si sviluppa e si attua in larga parte al di fuori della legalità…” [9]  Lo stesso Pontefice, il 15 maggio, è tornato sull’argomento, auspicando: ‘…che la comunita’ internazionale dia luogo ad una nuova stagione di impegno concertato e coraggioso contro la crescita degli armamenti e per la loro riduzione”.[10]

Control-Arms-80-governi-partecipano-alla-consultazione-sostegno-di-Ban-Ki-Moon1_mediumIn Italia, comunque, le campagne contro lo strapotere degli armivendoli ci sono da anni, anche se ben pochi ne parlano, come è facile immaginare. Oltre quella denominata Banche Armate – promossa da Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia [11] – c’è infatti ControllArmi , promossa dalla Rete Italiana per il Disarmo[12]  e ci sono anche le puntuali ricerche condotte da Archivio Disarmo, che il 14 maggio scorso ha organizzato un importante convegno a Roma, sul tema: “Italia/Europa: politica di difesa e prospettive di pace”[13].

Questo però non significa che gli Italiani siano consapevoli dello scandalo dei miliardi che il nostro Paese spende per le armi e di quelli che guadagna vendendole, all’interno di un quadro istituzionale europeo dove, in teoria, esisterebbero già trattati e convenzioni.

“Resta il fatto che a 14 anni dall’entrata in vigore del Codice di Condotta (aggiornato nel 2008 dalla Posizione Comune sulle esportazioni di sistemi militari) non si è ancora in grado di conoscere con certezza dalla Relazione UE né i paesi destinatari né la precisa tipologia dei sistemi d’arma esportati dai singoli stati membri. E’ una questione non irrilevante per la sicurezza comune e che andrebbe sollevata sia nei parlamenti nazionali che al parlamento europeo: soprattutto ora che è entrata in vigore la direttiva comunitaria che “semplifica l’interscambio di materiali d’armamento all’interno dell’UE” che rischia di ridurre ulteriormente le informazioni e la trasparenza in materia di esportazioni di armi.” [14]

Date queste premesse, risulta un’enorme contraddizione non solo che il premio Nobel per la pace sia stato recentemente attribuito all’U.E. ma, soprattutto, che si sia continuato anche di recente a sbandierare l’immagine dell’Europa come garanzia di pace e di sicurezza.

Da un altro interessante articolo [15] apprendiamo, ad esempio, che il 90% dei ‘consulenti’esterni al Parlamento Europeo proviene dal mondo delle industrie, molte delle quali sono, guarda caso, legate alla produzione di armamenti. Li chiamano advisory groups ma il loro ruolo, più che  ‘consigliare’ gli europarlamentari, pare proprio sia quello di fare lobbying, influenzando pesantemente le decisioni comunitarie.

Certo, l’Europa si è già data strumenti legislativi di controllo, come la Decisione 2010/336 del Consiglio, nella quale si prevede che debbano: “…incoraggiare gli Stati membri dell’ONU a sviluppare e migliorare competenze nazionali e regionali per attuare controlli efficaci sul trasferimento di armi, al fine di assicurare che il futuro ATT, quando entrerà in vigore, sia quanto più possibile efficace.”[16].  Per conseguire tale risultato, questo atto normativo prevede che il progetto di ‘seminari regionali’ sia finanziato con un milione e mezzo di euro, anche se – a dire il vero –  nessuno sembra essersi finora accorto della loro effettiva funzione…

E’ il caso di sottolineare poi che l’Unione Europea, sebbene sia allineata alle normative internazionali e si avvalga della normativa internazionale e degli esperti dell’ONU (UNIDIR), paradossalmente non è stata a lungo in grado di ratificare direttamente il Trattato sul Commercio delle Armi (Arms Trade Treaty – ATT) [17], in quanto non è ufficialmente membro delle Nazioni Unite, ragion per cui ha dovuto seguire un percorso piuttosto contorto per adeguarvisi, come nota Gianluca Farsetti in un suo articolo dello scorso febbraio.[18]

Anche nella mia Napoli sono state svolte alcune iniziative pubbliche, per diffondere la campagna contro l’intreccio perverso tra politica e commercio di armi, promossa dal tenace missionario comboniano padre Alex Zanotelli. Egli infatti ha lo sempre denunciato con forza, rilanciando recentemente una petizione per chiedere trasparenza su una questione così grave, che sembra aver registrato non solo ‘pressioni’ lobbistiche, ma vere e proprie tangenti ai partiti (cfr. il mio precedente articolo: https://ermeteferraro.wordpress.com/2013/12/08/noli-me-tangere/).

“Dobbiamo sostenere la Procura di Napoli ,di Busto Arsizio e di Roma perché possano continuare la loro indagine per permetterci di capire gli intrecci tra il commercio delle armi e la politica. Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere la verità su questo misterioso intreccio. E’ in gioco la nostra stessa democrazia. Soprattutto ora che l’Italia sta investendo somme astronomiche in armi. […] Noi cittadini italiani abbiamo il diritto di sapere se quella pratica è continuata in questi ultimi 20 anni. In questi anni l’industria bellica italiana è cresciuta enormemente. Abbiamo venduto armi, violando tutte le leggi, a paesi in guerra come Iraq e Iran e a feroci dittature da Mobutu a Gheddafi, che hanno usato le nostre armi per reprimere la loro gente….”[19]

Per concludere, su questa sconcertante vicenda occorre davvero che Italia ed Europa “cambino verso” – per prendere in prestito lo slogan del PD alle ultime elezioni – in modo da assicurare trasparenza e coerenza nelle scelte.  Continuando a citare alcune frasi ricorse in quest’ultima, brutta, campagna per il Parlamento Europeo, potremmo dire allora che: “Ce lo chiedono i nostri figli”, proprio perché – come recita uno slogan della Sinistra tedesca –  “L’Europa può essere diversa: sociale, pacifica, democratica”.

E’ inutile nasconderselo: il quadro politico emerso da queste elezioni europee non è certo incoraggiante, presentando un primato dei partiti popolari moderati ed una forte crescita delle forze politiche di destra e populiste. Ecco perché, come ho sintetizzato nel titolo, credo che sia arrivato il momento di azionare i tre fatidici tasti del computer della politica: CTR (esercitare il controllo); ALT (promuovere alternative) e, soprattutto, CANC (cancellare la guerra). E’ ora d’iniziare anche noi, fin da subito, la nostra lobbying dal basso – in nome del disarmo e della pace – nei confronti di coloro che abbiamo contribuito ad eleggere europarlamentari.

Ce lo chiedono i nostri figli.

© 2014 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

NOTE :

[1]  http://agirpourlapaix.be/26-04-journee-de-preparation-daction-crtlalteu/

[2] http://www.oltremedianews.com/rubriche/lista-tsipras-ecco-il-programma

[3]https://s3.amazonaws.com/PDS3/allegati/programma%20pd%20europa_DEF_Layout%201_1.pdf

[4] http://www.europaquotidiano.it/wp-content/uploads/2014/05/europee_programmaPse1.pdf

[5] http://dublin2014.epp.eu/wp-content/uploads/2014/03/Manifesto-with-cover-IT.pdf

[6] http://europeangreens.eu/sites/europeangreens.eu/files/Manifeste%20Commun%202014_0.pdf

[7] http://www.banchearmate.it/CampagnaEuropea.rtf

[8] https://www.facebook.com/notes/stop-the-war/sempre-pi%C3%B9-armi-europee-nel-mondo-litalia-cosa-fa/10151372841614404

[9]http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/30461_Papa_Francesco__Commercio_armi_e_migrazioni_forzate_mettono_a_rischio_la_pace.php#.U4nMXXLV9cQ

[10]http://www.asca.it/news-Papa__condanno_proliferazione_e_commercio_armi__Pace_bene_globale-1388034.html

[11] http://www.banchearmate.it/home.htm

[12] http://www.disarmo.org/rete/index.html

[13]http://www.archiviodisarmo.it/images/Programma%20seminario%2014%20maggio%202014.pdf

[14] https://www.facebook.com/notes/stop-the-war/sempre-pi%C3%B9-armi-europee-nel-mondo-litalia-cosa-fa/10151372841614404 (cit.)

[15] http://www.lettera43.it/politica/lobby-nell-unione-europea-gli-advisory-group-danno-la-linea_43675124988.htm

[16] http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/;jsessionid=YPQsTKFWG7v492g0RDrpvDQy4QR2pyxGWdKXc89s97BNVYhQ9RBk!-1548291755?uri=CELEX:32010D0336   Altra documentazione sulla regolamentazione europea del controllo delle armi è reperibile all’indirizzo internet: http://europa.eu/legislation_summaries/foreign_and_security_policy/cfsp_and_esdp_implementation/ps0012_it.htm

[17] Cfr. http://www.un.org/disarmament/ATT/

[18]http://www.rivistaeuropae.eu/esteri/esterni/lunione-europea-e-larms-trade-treaty-att/

[19] http://www.ildialogo.org/appelli/MaleOscuro_1369771177.htm

NOLI ME…TANGERE

zanotelli e armiChi mi conosce sa che da tempo mi batto perché le battaglie ecologiste dei movimenti ambientalisti e quelle contro la guerra e la militarizzazione portate avanti dai movimenti pacifisti trovino finalmente la necessaria saldatura, in un’ottica “ecopacifista”. [1] Una questione  specifica di cui mi sono occupato è stata la denuncia del rischio nucleare connesso alla presenza di natanti a propulsione nucleare in vari porti italiani, fra cui quello di Napoli, rispetto alla quale la mia associazione (V.A.S.-Verdi Ambiente e Società) è stata firmataria di una diffida e poi di una denuncia alla magistratura e all’opinione pubblica, anche attraverso un dossier pubblicato dal sito del Comitato Pace e Disarmo Campania, cui VAS aderisce da anni. [2]  Nello stesso coordinamento pacifista mi sono interessato a lungo anche della militarizzazione del territorio della città di Napoli (da Bagnoli ad Agnano, da Nisida a Capodichino) e dell’ex- Campania Felix [3], oggi costellata di basi ‘alleate’ e statunitensi e sede del Comando della NATO per il Sud-Europa e l’Africa.

Credo che il solo fatto di mettere insieme questi problemi, considerando la loro pesante incidenza sul piano ambientale – in termini d’inquinamento dei terreni, dell’aria, del mare e dell’etere – basti a dimostrare che militarismo e guerra sono del tutto opposti al perseguimento di una prospettiva di sviluppo equo, solidale ed ecologicamente compatibile.  Se consideriamo anche l’impatto sociale, economico e politico della corsa agli armamenti e dei disastri che si porta appresso, in termini di sottrazione di risorse produttive alla società civile e di corruzione della classe politica dirigente, la necessità di una diffusione del messaggio ecopacifista mi pare che risulti ancora più urgente.

“La violenza ha dominato e pervaso la storia umana. C’è motivo di ricordarlo anche in questa rubrica perché ogni conflitto, ogni scontro, ha avuto cause ed effetti ambientali. Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi…” […]  Questo sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti. La pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace.”  [4]

Ebbene, se c’è un “valore monetario della pace” –  come scriveva Giorgio Nebbia –  è difficile non sottolineare quanto possa incidere negativamente il valore monetario della guerra, la cui nefasta influenza è stata denunciata spesso ed a vari livelli, dagli organismi ONU sul disarmo alle prese di posizione d’inascoltati profeti della pace come padre Alex Zanotelli. Lo stesso Magistero della Chiesa Cattolica e delle altre Chiese cristiane si è spesso pronunciato contro la corsa agli armamenti e la sua intrinseca ingiustizia nei confronti dei poveri della Terra, ai quali sottrae risorse di vita per distribuire frutti di morte. Giusto tre mesi fa Papa Francesco ha lanciato un nuovo, inequivocabile, appello contro la corsa agli armamenti e il commercio – legale o meno – di sistemi d’arma:  ”Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là è davvero una guerra o è una guerra commerciale  per vendere queste armi, o è per incrementarne il commercio illegale? […] No al commercio e alla proliferazione delle armi. Preghiamo perché cessi subito la violenza e la devastazione in Siria e si lavori con rinnovato impegno per una giusta soluzione del conflitto fratricida.” [5]  Un anno prima, il precedente pontefice, Benedetto XVI, era stato altrettanto esplicito: “Direi …che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare; invece dell’importazione delle armi che è un peccato grave si dovrebbe importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni da accettare ognuno nella sua alterità…” [6]

L’appello lanciato da padre Zanotelli su “Il Dialogo” [7]  s’intitola non a caso “Manovra e armi: il male oscuro”, in quanto i traffici illeciti legati al commercio delle armi e la diffusa connivenza di politici corrotti con i mercanti di morte sono effettivamente un morbo pestilenziale, che dovrebbe essere sradicato con le inchieste degli organi d’informazione e di quelli giudiziari. Ciò che occorre, però, è soprattutto un’effettiva crescita della consapevolezza dei cittadini ed azioni di obiezione di coscienza contro tali metodi di gestione del denaro pubblico e chi li pratica, contando sull’impunità e la complice copertura dei media. Le 5.000 firme di sottoscrizione all’appello del missionario comboniano che, instancabilmente, promuove da tempo una campagna di controinformazione e di sostegno ai magistrati napoletani che indagano sull’intreccio perverso fra commercio di armamenti e tangenti ai partiti, sono quindi un positivo segnale di crescita della consapevolezza. E’ pur vero che sembra che la maggioranza degli Italiani continui a credere alla favola delle ‘missioni di pace’ ed alla necessità di riarmo del nostro Paese, nonostante il fatto che i pesanti costi di questa politica assurda e criminale siano ormai da anni sotto gli occhi di tutti.

Nel suo documento, p. Alex Zanotelli ricordava alcune forniture sulle quale i sospetti di corruzione dei politici sono risultati più chiari. È il caso dei 566 milioni di euro per 12 elicotteri Agusta Westland; dei 5 miliardi di euro per fregate fornite al governo del Brasile; dei 18 milioni di euro per 6 elicotteri procurati al governo di Panama e di altri venduti all’Indonesia. Si tratta, complessivamente, di affari miliardari sui quali – secondo le ipotesi al vaglio della magistratura napoletana – sarebbero state concordate tangenti agli esponenti di vari partiti per centinaia di milioni di euro.  Si tratterebbe quindi di una sporca “decima”, intascata da gente che dovrebbe governarci e rappresentarci in Parlamento ma sembra non avere scrupoli a lucrare sulla vendita di navi, velivoli ed altri sistemi d’arma, fra l’altro messi spesso a disposizione di regimi violenti e totalitari.  Il ‘pizzo’ su questi micidiali congegni sarebbe pari ad una percentuale oscillante tra il 10 ed il 15% degli importi, ma la differenza rispetto alle tangenti su appalti e forniture cui ci siamo purtroppo già abituati è che il costo di questa corruzione è ancora più grave.  Se un “ritorno” del 10 o più percento su dei lavori pubblici o sugli acquisti della pubblica amministrazione  è indubbiamente non solo un grave reato ma anche una sporca operazione a danno dei cittadini, sta di fatto che il prodotto o la realizzazione finale di un simile appalto saranno comunque da essi utilizzabili, in termini di beni e servizi. Nel caso delle vendite di armi, invece, gli interessi veri della collettività sono colpiti ancor di più duramente, sottraendole risorse che potrebbero essere spese altrimenti, senza offrirle assolutamente nulla in cambio.

Ecco perché come ambientalista, oltre che come pacifista, ho condiviso e sottoscritto l’accorato appello di padre Alex e, come rappresentante dell’associazione V.A.S.  ho anche firmato un documento contro il rifinanziamento delle c.d. ‘missioni all’estero’ . Mi vergogno di essere cittadino di uno Stato che dovrebbe costituzionalmente “ripudiare la guerra”, ma che non si tira mai indietro quando si tratta di allinearsi all’imperialismo bellicista della NATO e degli USA.  I 27 miliardi di euro stanziati nel 2012 per la Difesa sono già una cifra assurda per un Paese in cui l’economia e l’occupazione sono travolti dalla crisi ed i tassi di povertà stanno pericolosamente salendo. Però se a questo aggiungiamo la follia di altri 17 miliardi destinati all’acquisto di 131 cacciabombardieri F35  è evidente che bisogna assolutamente fare qualcosa, non solo come testimonianza di buon senso prima ancora che di voglia di pace e giustizia, ma anche come segnale ad una classe politica che non ci rappresenta e che persevera ‘diabolicamente’ in quello che, citando Benedetto XVI,  in un altro mio articolo ho chiamato  “il peccato delle armi”. [8]

Tanto per fare un esempio, ricordo che ogni anno in Italia, per colpa di migliaia d’incendi,  finiscono in cenere 20.000 ettari di territorio. A prescindere dalle responsabilità di questo assurdo scempio delle nostre risorse, in particolare di quelle boschive, c’è da chiedersi quanti di questi danni si sarebbero potuti evitare grazie all’intervento di aerei ed elicotteri della protezione civile, ormai ridotti a livelli numerici preoccupanti. Ebbene, mentre i Canadair della flotta antincendi della nostra repubblica sono passati da 33 a 14 unità (più 5 in manutenzione a rotazione), a quanto pare il nostro Governo non ha proprio saputo fare a meno di acquistare altri sei micidiali cacciabombardieri, al modico prezzo di 120 milioni di euro ciascuno…..[9]

Un altro caso assurdo è la costruzione del M.U.O.S., un megaimpianto per comunicazioni strategiche via satellite impiantato dal governo USA sul territorio di Niscemi (Caltanissetta). Si tratta di un mostro del Warfare tecnologico, le cui conseguenze per la salute e l’ambiente sono state ampiamente documentate, ma sulla cui installazione le nostre autorità di governo sono apparse ancor più supinamente subalterne del solito. [10]  Ebbene, mentre il nostro territorio è militarmente invaso da stazioni radar, basi e comandi strategici più o meno integrati ed aeroporti che fanno da base a micidiali raid aerei nel bacino del Mediterraneo e nell’area mediorientale, non si riesce invece a rilanciare e tutelare l’agricoltura né ad impedire che la nostra terra sia avvelenata da scarichi tossici, discariche abusive e non, impianti inquinanti ed altre fonti di distruzione dell’ambiente naturale e della sua preziosa biodiversità.

Al suddetto “peccato delle armi” va aggiunto, d’altra parte, quello non meno grave della corruzione e della speculazione , che ne moltiplica gli effetti micidiali non solo per la sicurezza e la pace, con una ricaduta negativa per la nostra economia e per ogni cittadino.  Se teniamo conto che in Italia gli occupati sono 22 milioni e 350 mila [11] potremmo ad esempio calcolare che il recente acquisto di 6 nuovi F35 – al prezzo di 720 milioni di euro –  viene a costare ad ogni singolo lavoratore italiano 33 euro, 3 dei quali probabilmente destinati alle solite tangenti !

E’ arrivato il momento di dire basta e di mobilitarsi perché si faccia luce sul denaro sporco che – secondo l’inchiesta ancora aperta – da anni affluirebbe nelle tasche di singoli corrotti e nelle casse di parecchi partiti, in cambio di commesse miliardarie ai mercanti di morte e della devastazione del territorio. E’ tempo, soprattutto, di far sentire la nostra voce – con forza e determinazione – nei confronti di quelle forze politiche che ci chiedono il voto ad intervalli sempre più ravvicinati. facendo appello alla nostra fiducia, anche se continuano puntualmente a tradirla ed a tradire gli interessi veri della collettività.  Il “male oscuro” dei vergognosi traffici sulle armi deve finire e il farmaco che può curarlo è la diffusione d’una forte coscienza morale e civile, l’unica cosa che nessuna tangente potrà mai comprare.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )


[1] Il mio primo risale al 2002, quando la rivista “Verde Ambiente”, in un numero speciale, pubblicò un mio articolo dal titolo: “Quale ecopacifismo?”. Sono ritornato sulla questione nel 2007 e nel 2011, con due editoriali sul sito VAS nazionale intitolati “Il signornò degli ecopacifisti”  e “Ecopacifismo: visione e missione” . Quest’ultimo è stato poi ripreso anche su da un sito web nonviolento a diffusione internazionale (http://www.gandhitopia.org/profiles/blogs/ecopacifismo-visione-e-missione).

[2] E. Ferraro, A propulsione antinucleare, http://www.pacedisarmo.org/pacedisarmo/articles/art_7655.html

[4] G. Nebbia, Pace e ambiente (set. 2011),  www.vasonlus.it

[11] http://www.istat.it/it/

Incontro pubblico su armi e tangenti, tenuto presso il Municipio di Napoli l'11.12.2013 (Nella foto: p. Alex Zanotelli, Angelica Romano, Ermete Ferraro ed Elena Coccia (vice presidente Consiglio Comunale di Napoli)

Incontro pubblico su armi e tangenti, tenuto presso il Municipio di Napoli l’11.12.2013 (Nella foto: p. Alex Zanotelli, Angelica Romano, Ermete Ferraro ed Elena Coccia (vice presidente Consiglio Comunale di Napoli)

4 NOVEMBRE: NON FESTA MA LUTTO

Accorinti--180x140E’ stato questo uno dei primi slogan della mia militanza antimilitarista – scusate il bisticcio…- ed è sempre risuonato istintivamente dentro di me ad ogni ritorno di questa fatidica data. Sì, lo so che l’antimilitarismo non si porta più e che, al massimo, ci si può dichiarare genericamente “per la pace” (“pacifisti” è già troppo impegnativo…).  Il fatto è che quando cominciano ad riapparire sui muri i soliti manifesti con soldati sorridenti e bambini che sventolano bandierine tricolori mi viene una specie di prurito, una vera e propria reazione allergica alla retorica patriottarda che ci affligge da oltre 90 anni, collegando senza giusto motivo la celebrazione dell’Unità d’Italia ed il legittimo orgoglio nazionale alla esaltazione delle Forze Armate.

Questa c.d. “Festa” segue da decenni veri e propri rituali, che si trascinano stancamente e mettono a dura prova la fantasia dei disegnatori dei suddetti manifesti i quali, nel dubbio, riprendono un’iconografia trita e ritrita, fatta di bandiere che garriscono al vento, scie aeree di frecce tricolori, stellette stilizzate e simile ciarpame. Anche le celebrazioni vere e proprie seguono da sempre un rituale consolidato, fatto di alzabandiera, compunti omaggi a base di corone d’alloro ai troppi monumenti ai Caduti, solenni discorsi di circostanza, parate militari ed esposizioni di uniformi di tutti i tipi.  Eggià, perché sarà pur vero che si celebra l’Unità d’Italia, ma è altrettanto vero che a quanto pare nessuno è riuscito finora ad unificare almeno in parte i tanti corpi militari o militarizzati della nostra “Repubblica che ripudia la guerra”.

Parafrasando la nota poesia “’A livella” di Totò, qualcuno potrebbe dire che: “Ogn’anno, il 4 novembre, c’è l’usanza / per i Caduti sventolar bandiere. / Ognuno l’add’’a fa’ chesta crianza / ognuno l’add’a ave’ chistu penziero…”  Però, scusatemi, io non ci riesco proprio a rivolgere il mio pensiero ad un’Italia dipinta come la patria delle forze armate e non degli Italiani.  E con me tanti altri che non riescono ad entusiasmarsi di fronte alle periodiche sfilate di sferraglianti carri armati e che non apprezzano affatto che le nostre piazze e perfino le nostre discariche siano presidiate da truppe in assetto di guerra, come se stessimo a Damasco o Kabul anziché a Napoli o Palermo.

La verità è che il lento logoramento del tempo, la crisi di qualsiasi ideologia e la subdola strategia di chi ha fatto fuori il servizio militare di leva (e al tempo stesso l’obiezione di coscienza) per sostituirli con la “professione soldato” e con un insipido e generico “servizio civile nazionale” hanno di fatto cancellato anni di lotte antimilitariste, di battaglie per affermare la difesa popolare nonviolenta e per la riconvertire l’industria bellica.

La verità è che il nostro beneamato Paese è tuttora tra i primi esportatori mondiali di armamenti ed uno dei più supini alleati in tutte le avventure belliche degli ultimi decenni, regolarmente spacciate per “missioni umanitarie”, o quanto meno come operazioni di “peacekeeping”.

La verità è che solo negli ultimi 10 anni , di questi  “missionari” in armi su vari fronti (dalla Somalia al Ruanda, dalla Bosnia al Libano, dal Kosovo all’Iraq ed all’ Afghanistan) ben 120 italiani, in prevalenza giovani, ci hanno lasciato la vita, allargando la tragica lista dei “caduti”.  Stando all’intollerabile ipocrisia delle versioni ufficiali, però,  –in questi casi si tratterebbe di “caduti di non-guerra”, se non di “martiri” della libertà e della pace…

In questo 4 novembre 2013, l’unica voce di rappresentante del popolo italiano che – fascia tricolore a tracolla sulla maglietta rossa – ha voluto farla finita col coro bipartisan dei politici italioti è stato il neo-sindaco di Messina, Renato Accorinti.    “Si svuotino gli arsenali, strumenti di morte – ha dichiarato nel corso del suo intervento, rivolgendo anche un appello ai sindaci di tutti i comuni italiani – e si colmino i granai, fonte di vita. Il monito che lanciava Sandro Pertini sembra ancora ad oggi cadere nel vuoto. Nulla da allora è cambiato. L’Italia, paese che per la Costituzione ‘ripudia’ la guerra, continua a finanziare la corsa agli armamenti ed a sottrarre drasticamente preziose e necessarie risorse per le spese sociali, la scuola, i beni culturali, la sicurezza. Il rapporto 2013 dell’Archivio Disarmo su ‘La spesa militare in Italia’  documenta come l’Italia abbia speso per l’anno 2013, e spenderà per il 2014 e il 2015, oltre 20 miliardi di euro per il comparto militare (oltre un ulteriore miliardo per le missioni internazionali) a fronte di una drammatica crescita della povertà sociale…” (http://nonviolenti.org/cms/news/356/238/4-novembre-a-Messina-il-Sindaco-con-la-fascia-tricolore-e-la-bandiera-arcobaleno/).

Il Sindaco Accorinti – di fronte ad un imbarazzato pubblico di ufficiali e carabinieri in alta uniforme – ha avuto il coraggio civile di dire pubblicamente ciò che molti Italiani pensano, sottolineando che c’è poco da festeggiare in un Paese dove ci sono nove milioni e mezzo di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Che c’è poco da sventolar bandiere laddove il territorio è stato sempre di più militarizzato, svendendo la sovranità nazionale a chi quasi 70 anni fa ci ha occupato in armi per ‘liberarci’ dai nazisti e continua tuttora ad occuparci in nome di un’equivoca ‘libertà’, che non scaturirà mai dai voli micidiali dei ‘droni’ né dalla rete satellitare e radar che pretenderebbe di controllare tutto e tutti.

Il primo cittadino di Messina è stato il primo amministratore locale che ha colto l’occasione per smascherare il “re nudo” della spesa militare italiana e della subalternità alle logiche USA e NATO che hanno trasformato regioni come la Sicilia e la Campania in portaerei protese sul Mediterraneo e sul Vicino Oriente, trasformando le nostre città  in  “plessi” distaccati del Pentagono.

Dobbiamo allora ringraziare questo anomalo sindaco in T-shirt e fascia tricolore perché non ha voluto accodarsi ai rituali omaggi pseudo-patriottici ed ha invece ricordato ai suoi concittadini – e con loro a tutti gli Italiani – che il “ripudio” della guerra, previsto esplicitamente dall’art. 11 della Costituzione, non può rimanere un’affermazione teorica e vuota, in totale contraddizione con le scelte della politica in materia di difesa.

L’unico modo per onorare i troppi morti in guerra (e nelle recenti non-guerre…) è ripetere con don Milani che “ognuno è responsabile di tutto” e che nessuno può sottrarsi al dovere di rispondere alla propria coscienza. Ecco perché il 4 novembre deve restare una giornata di lutto e di ricordo, ma non deve essere contrabbandato come una “festa” o come celebrazione della “giornata dell’unità nazionale”.

Come cristiano, poi, non posso che ricordare l’appello di don Milani quando scriveva:  “Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano…”  (http://www.panarchy.org/donmilani/obbedienza.html)

L’avvelenamento che ci viene inflitto dal militarismo non è più come quello di una volta, retoricamente nazionalistico e dichiaratamente guerrafondaio, ma proprio per questo è ancora più subdolo. Il volto buono delle Forze Armate – raffigurato dai soldati che soccorrono popolazioni terremotate o distribuiscono latte ai bambini nei luoghi di conflitto bellico – è una pericolosa e continua mistificazione, un imbroglio degno del bispensiero del “Big Brother” orwelliano, per farci credere che “la guerra è pace” e che essere dei buoni italiani significa fare il tifo per alpini, marò e paracadutisti.

Il 4 novembre può essere solo la prosecuzione del contiguo 2 novembre: un giorno di lutto per commemorare i tanti, troppi, nostri fratelli che sono morti, sacrificati sull’altare della patria, o meglio, della mostruosa assurdità delle “inutili stragi” di ieri e di oggi.

paolicelli

Il 4 novembre, per me, è anche l’occasione per ricordare  con rimpianto un’importante figura di obiettore di coscienza, ecopacifista e nonviolento, Massimo Paolicelli,  morto pochi giorni fa, dopo 30 anni d’infaticabile ed entusiastico impegno antimilitarista e disarmista. Purtroppo Massimo è finito prima di poter vedere il sindaco di Messina che mostrava la bandiera della pace – su cui era scritto “L’Italia ripudia la guerra” – davanti ai carabinieri impettiti  nell’omaggio ai Caduti. Peccato: ne sarebbe stato felice e si sarebbe messo anche lui a sventolare festosamente quel simbolo di tante lotte pacifiste.

© 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

21 settembre, Giornata internazionale della pace

1185067_720472841312856_467797743_nUn appello a riflettere e ad impegnarsi per la pace

E’ sempre positivo che qualcuno ci richiami alla mente che non esistono solo le nostre preoccupazioni quotidiane, i disagi vissuti in prima persona, i problemi nei quali siamo immersi.

E’ un bene che qualcuno ci ricordi ogni tanto che i problemi non sono soltanto quelli di cui ci parlano continuamente – talvolta in modo ossessivo –  i media e che, anche in quei casi, il ruolo  che possiamo giocare nella loro soluzione è molto più che essere passivi spettatori di eventi più grandi di noi e sui quali non possiamo influire in alcun modo.

Il messaggio del Segretario generale dell’O.N.U. in occasione della Giornata internazionale della Pace – 21 settembre 2013, ([1]) al di là della ritualità tipica di qualsiasi celebrazione periodica, quest’anno sembra assumere una particolare importanza. A nessuno sfugge, infatti, che nei giorni scorsi si è pericolosamente sfiorata una drammatica crisi, non solo nell’area interessata direttamente o indirettamente dal conflitto siriano, ma addirittura a livello mondiale.

Allo stesso modo, credo che a nessuno sia sfuggito quanto sia stato di capitale importanza, in tale frangente, l’accorato appello contro la guerra lanciato da Papa Francesco, simile a quelli lanciati in passato dai suoi predecessori eppure reso incisivo ed efficace da una concretezza ed autorevolezza del tutto particolari.

Il richiamo alla riflessione, personale e collettiva, sull’educazione alla nonviolenza da parte del Segretario delle Nazioni Unite – un organismo percepito sempre meno all’altezza del suo ruolo di garante della sicurezza e della pace sul nostro pianeta – potrebbe suonare come una conferma dell’impotenza di un organo di arbitrato paralizzato da veti contrapposti e poco autorevole. Eppure ritengo che l’appello a riaffermare la fiducia nei mezzi pacifici di risoluzione delle controversie internazionali – “ripudiando” la guerra come soluzione, come c’impone di fare proprio la Costituzione Italiana – non sia un segno di debolezza , bensì l’affermazione di una visione della pace che non sia solo il contrario di quella guerra, ma un processo più ampio e globale, che coinvolga tutti/e, a tutti i livelli ed a partire dal basso.

Tra le vittime dei conflitti armati – sulle quali Ban Ki-moon c’invita a riflettere – ricordiamoci che in qualche modo ci siamo anche noi, nella misura in cui la prima guerra che ci colpisce tutti/e indistintamente è quella contro la verità, la giustizia e la solidarietà umana. Lottare per diffondere e migliorare l’istruzione non basta, anche se è indispensabile. In un mondo avvelenato da menzogne e mistificazioni della realtà non è sufficiente saper leggere e scrivere, per cui l’educazione di cui parla il Segretario dell’O.N.U. non può essere banalizzata come una pura e semplice istruzione. Essa richiede invece un insegnamento molto più profondo, perché affonda nelle nostre coscienze e ci propone un modello di vita dove i conflitti non spariscono per magia, ma sanno cercare e percorrere soluzioni creative anziché distruttive.

Ecco perché ai nostri figli e nipoti abbiamo sì il dovere d’insegnare i valori non negoziabili della pace, della tolleranza, del rispetto reciproco, dell’inclusione e dell’equità – come egli ci ha suggerito di fare – ma dobbiamo soprattutto praticare, qui e ora, queste grandi virtù, al tempo stesso laiche e profondamente religiose.

“Combattere” per la pace, per “difendere” l’importanza di risoluzioni non armate ai conflitti, non comporta alcuna contraddizione in termini. La pretesa delle forze armate di mantenere il monopolio sul concetto stesso di “difesa” – anche in Italia dove sul piano teorico e normativo si erano fatti grandi passi avanti – è infatti alla base della generale ignoranza nei riguardi delle pur numerosissime e spesso vincenti esperienze di difesa civile, popolare e nonviolenta.

Ritengo che plagiare l’opinione pubblica, insistendo ostinatamente sul ricatto secondo il quale l’unica alternativa agli interventi armati sarebbe un colpevole disinteresse per le vittime di quei conflitti, sia la prima e manifestazione di una diffusa mentalità bellicista che debba essere  “combattuta” da chi crede nella nonviolenza attiva e nell’educazione alla pace.

In un mondo che – come aveva lucidamente profetizzato George Orwell 65 anni fa ([2])– utilizza sempre più una subdola Neolingua, per farci credere che le operazioni di guerra sono ‘missioni di pace’ e che garantire con le leggi privilegi e disparità piuttosto che parità e giustizia si configuri come una ‘riforma’ , non c’è da meravigliarsi se la mente delle persone rischia di essere contagiata dal ‘bispensiero’  che rende razionali anche le cose più assurde.

Nessuna meraviglia, inoltre, anche che il movimento per la pace appaia sempre meno adeguato a fronteggiare le sfide di una pervasiva militarizzazione del territorio e della società e di quei conflitti armati che sono il frutto velenoso del crescente peso del complesso militar-industriale sulle scelte economiche e politiche mondiali.

Premesso questo preoccupante quadro generale, c’è ancora qualcosa che possiamo fare?

L’ecopacifismo come risposta al militarismo ed allo sfruttamento ambientale

Già alcuni anni fa sono tornato sulla necessità di riproporre l’Ecopacifismo come un gandhiano “programma costruttivo”, capace di costituire un’alternativa sia a quel “Military-Industrial Complex” di cui si parla apertamente dal secondo dopoguerra, sia al modello di sviluppo antropocentrico, predatorio, energivoro  ed iniquo che caratterizza la maggioranza delle nostre società. In quell’occasione scrivevo:

“I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato  che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.” ([3])

Impegnarsi contro una globalizzazione basata sulla conferma delle disparità e sulla ‘monocoltura delle menti’ prima ancora che dei campi, mi sembrava e continua a sembrarmi il modo migliore per lavorare per la pace e per il rispetto delle diversità biologiche, ma anche culturali. La proposta che scaturiva da quell’articolo di due anni fa risentiva dell’attualità e partiva non a caso dalla lotta al nucleare – civile ma anche militare – per suggerire un percorso comune al movimento ambientalista ed a quello pacifista e nonviolento. I temi dell’etica ambientale (tutela della biodiversità, difesa della Terra dall’aggressione di uno sviluppo suicida, lotta ad ogni inquinamento, compreso quello elettromagnetico…) si armonizzano bene con quelli dell’opposizione ad un sistema dominato dalle “banche armate”, che militarizza la società e la ricatta contrabbandando come fonte di “sicurezza” quelli che sono solo apparati di morte. Ecco perché mi sento di riproporre con forza un ecopacifismo che sappia coniugare l’impegno per il disarmo e la difesa nonviolenta con quello per un mondo che riscopra la Terra come un bene inestimabile da custodire e non da sfruttare.

In quell’articolo ricordavo la testimonianza a tal proposito – proprio in occasione di un precedente 21 settembre – di Giorgio Nebbia, il quale scriveva: Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo, non un solo giorno in cui, da qualche parte, le truppe di stati o le milizie o gruppi armati non abbiano fatto sentire il rumore di cannoni o di mitragliatrici. […]Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi.[…]
3000 miliardi di euro all’anno sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti; la pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace”. [[4]]

Oggi –  in un clima ancora pervaso dagli isterismi bellicisti di coloro che sembrano ispirarsi all’opzione opposta – in cui la guerra è figlia dell’ingiustizia e di un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente – quello che possiamo augurarci, aderendo all’appello del Segretario Generale dell’O.N.U., è che l’umanità prenda finalmente coscienza del tragico connubio fra militarismo e sfruttamento dell’uomo e del Pianeta in cui vive.

E’ quello che abbiamo espresso ancora una volta, come ecopacifisti di VAS e come attivisti della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità, partecipando alla manifestazione contro la guerra che si è tenuta lo scorso 7 settembre, davanti alla chiesa Cattedrale di Napoli (vedi foto).  La strada da percorrere è ancora lunga e le forze in campo sembrano insufficienti, ma non dobbiamo dimenticare che, come diceva Gandhi: “Non esiste una via alla pace, la pace è la via”. A chi, come l’attuale ministro italiano della “difesa” ha neolinguisticamente affermato che “per amare la pace bisogna armare la pace”  dobbiamo contrapporre la determinazione di chi sa bene che – per citare il Papa – “la guerra porta alla guerra” e che l’impegno quotidiano per la pace, la giustizia e la salvaguardia dell’ambiente è la sola e vera alternativa.

© 2013, Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 


IL PRINCIPE DELLA PACE (שַׂר־שָׁלֹֽום )

imagesCAXBNCX7In un articolo di poco più di tre mesi fa (“Il peccato delle armi”- 15.09.2012), citavo in apertura alcune parole del discorso che Papa Benedetto XVI aveva pronunciato nel corso della conferenza stampa in occasione della sua visita a Beirut: “ Cosa possiamo fare contro la guerra? Naturalmente sempre difendere il messaggio della pace, coscienti che la violenza non risolve mai un problema, e rafforzare le forze della pace. […] Direi anche che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione della armi la guerra non potrebbe continuare…”.

Erano, quelle del Pontefice, espressioni molto esplicite di condanna di quello che definiva un “peccato grave”, cioè dell’infame commercio di armi che alimenta le guerre e dalle guerre è alimentato, in una tragica catena che non accenna a spezzarsi. Basta, infatti, dare solo uno sguardo ad un sito che censisce i conflitti armati in corso (http://www.guerrenelmondo.it/?page=static1258218333) per scoprire che nel solo anno che si sta chiudendo la guerra è divampata in ben 24 stati dell’Africa (con 111 tra milizie e gruppi combattenti coinvolti); in 15 stati dell’Asia (con 89 gruppi armati); in 8 stati della nostra Europa (con 57 milizie in armi); in 8 stati del c.d. Medio Oriente (con 92 gruppi combattenti) e perfino in 5 stati dell’America del Sud (con 24 cartelli della droga e milizie varie). In totale, quindi, solo nel 2012 ben 60 stati hanno subito e stanno subendo, in un modo o nell’altro, la piaga dei conflitti armati, con l’utilizzo di ben 372 milizie armate e gruppi separatisti coinvolti…! 

In un recente documento, intitolato “Un Natale armato” il missionario comboniano P. Alex Zanotelli ha messo il dito anche sulla piaga dell’assurda e colpevole incoerenza di chi governa il nostro Paese, ricordando a tutti noi che: “Nel 2000 l’Italia aveva promesso all’ONU che avrebbe versato lo 0,7% del suo PIL per sconfiggere la povertà. L’Italia , all’ultimo posto nella graduatoria, ha disonorato in questi dodici anni gli impegni presi arrivando allo 0,2% del PIL mentre spende il 2% del PIL in armi. Siamo giunti così alla follia di spendere, lo scorso anno, 26 miliardi di euro (dati SIPRI) a cui bisogna aggiungere 15 miliardi di euro per gli F-35. Si tratta di 41 miliardi di euro: una vera e propria manovra! Nessun taglio alle armi, anzi la Difesa avrà un miliardo in più da spendere nell’acquisto di sofisticati strumenti di morte. Mentre  il governo Monti ha tagliato fondi alla scuola, alla sanità, al terzo settore….”.

La nota di P. Zanotelli si conclude esprimendo una comprensibile amarezza per il silenzio della C.E.I di fronte ad una politica “…che sceglie ancora una volta la morte invece della vita”, amarezza e sconforto che è difficile non condividere, se solo si pensa alla “buona notizia” di pace e di riconciliazione che portò due millenni fa quel Gesù di Nazareth di cui abbiamo appena, festosamente, ricordato la nascita. La verità è che il “Natale armato” di chi ci governa non ha niente a che fare col Natale di Colui che è stato chiamato“Principe della Pace” (שַׂר־שָׁלֹֽום  Ser-Shalôm) – Is 9,6). E’ vero che lo stesso Gesù rispose a Pilato che l’interrogava: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). Questo non vuol dire però questo mondo non abbia bisogno della Sua pace, come affermò in un’altra occasione, ma piuttosto che la pace di questo mondo è ben altra cosa da quella che Egli ci proponeva, frutto dell’amore fraterno e della riconciliazione. ( “Εἰρήνην ἀφίημι ὑμῖν εἰρήνην τὴν ἐμὴν δίδωμι ὑμῖν οὐ καθὼς ὁ κόσμος δίδωσιν ἐγὼ δίδωμι ὑμῖν” > “Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo io ve la do…” – Gv 14,27). In che cosa consista la “Shalôm –Eiréne” di Gesù, e quindi di quale “Regno” egli sia Principe, ce lo spiega invece san Paolo, in un passo della sua lettera ai Romani: Il regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole. (Rom 14,17-19).

Fatta questa premessa, credo che sia importante riflettere su quanto ha voluto comunicarci S.S. Benedetto XVI nel suo tradizionale messaggio di fine d’anno, in occasione della Giornata Mondiale della Pace 2013. Anche in questo documento troviamo espressioni inequivocabili di “ripudio della guerra”, alle quali però troppi Cristiani – e specificamente Cattolici – sembrano dare da troppo tempo solo il valore simbolico di “predica” natalizia… Eppure il Papa è molto chiaro:

“L’etica della pace è etica della comunione e della condivisione. È indispensabile, allora, che le varie culture odierne superino antropologie ed etiche basate su assunti teorico-pratici meramente soggettivistici e pragmatici, in forza dei quali i rapporti della convivenza vengono ispirati a criteri di potere o di profitto, i mezzi diventano fini e viceversa, la cultura e l’educazione sono centrate soltanto sugli strumenti, sulla tecnica e sull’efficienza…” .

Non mi sembra che qui si parli in generale o metaforicamente: ai credenti viene proposta un’etica profondamente alternativa a quella mercantile e tecnocratica che ci viene presentata ormai come l’unica alla quale dovremmo adattarci. Potere e profitto, così come tecnica ed efficienza sono i due binomi ai quali s’ispira “questo mondo”, ma da essi non scaturirà altro che oppressione e guerra!

Le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali. Ora, va considerato che questi diritti e doveri sono fondamentali per la piena realizzazione di altri, a cominciare da quelli civili e politici.  Tra i diritti e i doveri sociali oggi maggiormente minacciati vi è il diritto al lavoro…”

Quest’altro brano del Messaggio del Papa è ancora più esplicito e si riferisce proprio alla ferrea convinzione – disseminata da quasi tutti i media , compresi molti che si dichiarano cattolici – che la crisi attuale sia superabile solo mediante una “crescita economica” che premi proprio il profitto, anche a costo di spazzare via i diritti e doveri sociali, insieme con le reti di solidarietà che cercano di arginarne in qualche modo i guasti per la società, a partire dai più deboli e fragili.

Sia uno sviluppo integrale, solidale e sostenibile, sia il bene comune esigono una corretta scala di beni-valori, che è possibile strutturare avendo Dio come riferimento ultimo.[…] Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica – che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze – sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico…”

Quest’ultimo passo del messaggio per la Giornata della Pace 2013 ci offre un altro importante spunti di riflessione ed una netta risposta alle citate “ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia”. L’unico “sviluppo” che un Cristiano può e deve perseguire – ci dice il Pontefice – non può che essere “integrale” (cioè di tutta la persona), “solidale” (in quanto fondato su solidi legami di fratellanza e d’aiuto reciproco) e “sostenibile” (ossia attento agli equilibri sociali come a quelli ambientali). Il suo obiettivo non può essere, quindi, che il “bene comune”, radicato in quella “comunione e condivisione” che sono l’esatto opposto dei criteri liberisti incentrati su “potere e profitto”.

Anche questa volta le parole di Benedetto XVI suonano condanna della guerra, frutto delle “crescenti disuguaglianze” e della sete di potere ed auspicio per una visione altra dello sviluppo umano e sociale, basato su un “nuovo modello economico”. Purtroppo, sappiamo già che – passati i brindisi augurali ed i fuochi pirotecnici – il dibattito nel nostro Paese tornerà stancamente sui soliti temi, perpetuando la banalità del male e diffondendo sempre più l’orwelliano “bispensiero” di chi chiama pace la guerra e giustizia la disuguaglianza sociale.

Se chi ha appena ricordato la nascita dell’Uomo-Dio  non saprà accogliere anche le parole scomode di chi oggi parla in Suo nome, sarà inutile farci gli auguri per quello che difficilmente sarà un anno davvero “nuovo”. Ma io e pochi “folli” come me ci crediamo ancora e per questo chiudo citando quanto suggeriva il “passeggere” leopardiano al “venditore di almanacchi “: – Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?…-
Auguri!

(c) 2013 Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )