“Ognuno è ebreo di qualcuno… oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”
PRIMO LEVI
La nonviolenza non è acquiescenza né complicità
Il M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) è la branca italiana dell’I.F.O.R. (Int’l Fellowship of Reconciliation), organizzazione nonviolenta internazionale di matrice spirituale, fondata nel 1919, di cui hanno fatto parte anche alcuni premi Nobel per la pace, come Albert Luthuli, Martin Luther King jr. e Adolfo Perez Esquivel. La branca italiana del M.I.R. è attiva fin dagli anni ’50 e ne hanno fatto parte molti attivisti per la pace di matrice religiosa ecumenica, fra cui i primi obiettori di coscienza e, per quanto riguarda la sede di Napoli, ricercatori e docenti universitari nonviolenti come Antonino Drago e Giuliana Martirani. Oltre a promuovere da molti anni incontri che facilitino il dialogo islamico-cristiano, l’IFOR e lo stesso MIR Italia hanno aderito varie iniziative di solidarietà con popolo palestinese. Lo stesso concetto di ‘riconciliazione’ – centrale per questo movimento – è fondato su due pilastri, ‘verità’ e ‘ giustizia’, ed indica comunque il risultato di un lungo processo di recupero di relazioni infrante dalla violenza e dall’oppressione, che non esclude affatto la resistenza nonviolenta a chi ne è artefice. La riconciliazione, quindi, non equivale ad una pura e semplice ‘rappacificazione’, ma ha senso solo se si ristabiliscono giustizia e verità, anche attraverso forme di lotta che utilizzino tecniche nonviolente come la disobbedienza civile, la non-collaborazione, la resistenza passiva ed attiva ed il boicottaggio. Ecco perché il M.I.R. si schiera con il popolo palestinese, vittima di una colonizzazione violenta da parte di un regime violento, antidemocratico e profondamente militarista e guerrafondaio come quello israeliano.
L’embargo militare come lotta nonviolenta
L’embargo è una sanzione a politiche che vanno contro la pace, la giustizia e la verità – quali l’occupazione militare, l’apartheid, la militarizzazione della società civile e le politiche securitarie come veicolo di oppressione – e consiste nel blocco degli scambi commerciali, in primo luogo ovviamente quelli riguardanti gli armamenti. Si tratta appunto di embargar (in spagnolo: ostacolare, impedire) la manifestazione più concreta dell’aggressività e dell’oppressione di un’entità statale su una minoranza interna o su un altro stato sovrano e, al tempo stesso, di bloccare i flussi di denaro che derivano dal commercio di sistemi d’arma sempre più micidiali e sofisticati. In effetti, col termine ‘embargo’ ci si riferisce anche ad altri tipi di relazioni, solo apparentemente più innocue, come gli scambi commerciali di altri generi, ma anche quelli accademici e scientifici. Mai come adesso, infatti, il militarismo ed il sistema più ampio del complesso militare-industriale, sono intimamente connessi con settori in teoria civili – come la ricerca scientifica, tecnologica e perfino farmaceutica – in quanto molte di queste ‘invenzioni’ hanno una duplice veste, di cui quella di tipo bellico e securitario sono quasi sempre il terminale. Ovviamente l’embargo non è una tecnica di difesa e resistenza civile e popolare in senso stretto, in quanto può essere deciso solo da entità statuali o internazionali, come misura punitiva verso chi si rende colpevole di crimini, discriminazioni ed altre forme di repressione contro una popolazione assoggettata militarmente. Bisogna però sottolineare che si tratta di una misura che organismi nazionali o internazionali decideranno di adottare solo se dalla società civile del paese oppresso e di altri con questo solidali saranno realizzare azioni dirette, azioni di lobbying, campagne di controinformazione e di sensibilizzazione e pressioni da parte di autorevoli organismi anche non-governativi. Ecco perché l’embargo – in special modo quello militare – rientra appieno tra le iniziative che un movimento nonviolento per la pace come il M.I.R. può e deve sostenere a tutti i livelli.
Le relazioni dello Stato d’Israele con U.S.A., U.E. ed Italia.
Ogni discorso su Israele deve tener conto della sua importanza geopolitica e delle relazioni internazionali che hanno consentito da parte dei suoi governi la sistematica violazione del diritto internazionale, garantendone l’impunità e rafforzandone la posizione. Gli Stati Uniti hanno da sempre accordato ad Israele sostegno politico incondizionato, lauti finanziamenti diretti e indiretti ed un’imponente collaborazione tecnico-scientifica col settore militare ed il commercio di apparati bellici. La U.E., a sua volta, ha agevolato e promosso scambi con Israele di tecnologie militari e sicuritarie, del tutto incurante delle gravi e ripetute violazioni dei diritti umani e della escalation provocata dal macroscopico riarmo di uno stato nazionalista di meno di 8,5 milioni di abitanti, che però detiene armamenti nucleari, è al 17° posto nel mondo per importazioni di armi ed al 7° posto tra gli esportatori di armi verso gli stati europei. Non è quindi fuori luogo parlare di gravi complicità dell’U.E. con il regime oppressivo e discriminatorio d’Israele, che consente di fatto l’impunità dei suoi crimini ed il mancato accoglimento delle legittime richieste del popolo palestinese, vittima di un’annessione territoriale e di un’ostilità preconcetta ad ogni riconoscimento dei propri diritti. Anche l’Italia – oltre ad essere il 3° destinatario delle esportazioni di sistemi d’arma da parte del governo israeliano – è stata troppo a lungo silente, succube e complice. Non si tratta, come nel caso dell’Europa, solo di un sostegno indiretto per motivi di non ingerenza o dovuto alla propria collocazione geopolitica. Si registra infatti anche una collaborazione crescente col sistema militare-industriale israeliano, spesso mascherata da cooperazione commerciale, scientifica o a livello accademico.
Perché sostenere l’embargo militare verso Israele?
Intervento di Ermete Ferraro (MIR Napoli) al webinar del 12 maggio 2021 c/o BDS Campania
Un movimento pacifista, antimilitarista e nonviolento come il M.I.R. non può in alcun modo chiudere gli occhi sullo scenario israelo-palestinese, perché niente può giustificare decenni di occupazione militare, di violenta apartheid e di controllo militare e poliziesco dei territori palestinesi annessi e/o controllati. Ancora più grave, per un movimento d’ispirazione spirituale ed inter-religiosa, è poi il ricorso assurdo e blasfemo alla religione – nella sua forma più integralista – per giustificare comportamenti ispirati al suprematismo, alla discriminazione ed alla segregazione del popolo palestinese. Nessuna riconciliazione sarà dunque possibile senza che si ristabilisca verità e giustizia, ma questo dipende dal fatto che ogni stato, prima ancora degli organismi sovranazionali, si schieri in modo inequivoco a fianco delle lotte dei Palestinesi per ottenere uguali diritti, ritornare nei territori occupati, ricongiungersi con i propri fratelli profughi e con i tanti prigionieri politici. Sono esattamente i quattro obiettivi che si propone la richiesta di embargo militare verso Israele, illustrata con ampia documentazione nel Dossier pubblicato e diffuso da B.D.S.
Il secondo motivo per appoggiare questo provvedimento – manifestando la solidarietà internazionale con concrete pressioni ed azioni dirette – è che Israele, oltre a doversi fare carico della propria responsabilità per crimini e violazioni perpetrati, è diventato simbolo di una pericolosa e pervasiva militarizzazione della società e di un controllo poliziesco della sua popolazione. Non è certo un caso che gran parte delle esportazioni israeliane verso l’Italia ed altri paesi dell’U.E. riguardino non soltanto tecnologie propriamente ed esclusivamente belliche (sistemi d’arma, droni killer ed altri strumenti di morte), ma anche strumenti di controllo delle frontiere, di profilazione della popolazione e di spionaggio civile e militare. L’U.E. ne ha fatto largo uso proprio per arginare i flussi migratori dal sud e dal vicino oriente (vedi operazioni FRONTEX ed EMSA) e questi apparati fanno parte anche delle strategie della NATO e della crescente politica europea di difesa militare comune.
Il terzo motivo per appoggiare come organizzazione per la pace l’embargo militare verso Israele è che, insieme ad altre sanzioni commerciali, al boicottaggio dei suoi prodotti ed al disinvestimento di fondi bancari che la sostengono, è il solo mezzo per disinnescare una tensione geopolitica che ci riguarda abbastanza da vicino e che alimenta ulteriori odi, contrapposizioni ed ostilità in quello stesso scenario. Demistificare luoghi comuni, smascherare collaborazioni sotterranee fra apparati di difesa, centri di ricerca e potenti lobbies industriali, infatti, è il solo modo per recidere il nodo di un sistema che si alimenta di violenza bellica e che esporta ovunque questo perverso intreccio militare-civile.
Le armi alimentano i conflitti bellici ma sono anche fonte di pesante aggressione al territorio, all’ambiente ed agli equilibri ecologici. Come oppositori alla guerra e come antimilitaristi, dunque, non possiamo chiudere gli occhi di fronte a situazioni che richiedono un’opposizione ferma e comune degli ecopacifisti di tutto il mondo. Non ci sono, fra l’altro, solo le armi convenzionali ed il crescente peso di quelle nucleari, ma anche le nuove minacce che provengono da tecnologie belliche che utilizzano strumenti di guerra chimica e batteriologica, telematica, cibernetica e spaziale. Perfino la pandemia da Covid-19 ha incredibilmente accresciuto il peso delle ambigue collaborazioni fra settori industriali civili e militari, attirando anche in Italia ingenti finanziamenti per tecnologie ibride e produzioni solo in parte riservate al settore civile (ad es. la robotica, le reti informatiche, gli strumenti di riconoscimento facciale etc.).
Bisogna che questo appello all’embargo militare nei confronti d’Israele giunga ai governi, ma prima ancora ai popoli in nome dei quali decidono, perché non è possibile far finta di niente e girarsi dall’altra parte. In questo intricato ed annoso conflitto sarebbe da vigliacchi tirarsi fuori con la scusa che non ci riguarda, in primo luogo perché ciò non è vero, ed anche perché i veri nonviolenti non possono non lottare per la verità e la giustizia, anche quando perseguono la riconciliazione e la pace. Però l’embargo ed altre forme di mobilitazione devono essere appoggiate non a parole, bensì con azioni concrete – istituzionali e dal basso – in difesa del popolo palestinese e per la vera sicurezza internazionale, che non deriva dalla corsa agli armamenti ma dalla smilitarizzazione della società e dalla riconversione civile delle industrie che producono solo morte e distruzione.
Immagine dall’articolo sul ‘Recovery Plan armato’ della Rete Italiana Pace e Disarmo
Dopo l’esaltante euforia interpartitica dei trionfali esordi, sembra che l’entusiasmo per il Governissimo presieduto da Mario Draghi cominci a smorzarsi. A mano a mano che i nodi arrivano al pettine, mettendo in discussione l’adesione acritica che aveva contagiato sindacati movimenti e associazioni, inizia ad appannarsi l’immagine, brillante quanto artificiosa, dell’esecutivo ‘di salvezza nazionale’ o, per riferirsi alla crisi pandemica, di ‘salute pubblica’. I suoi pilastri – unità, competenza, efficienza, determinazione – si sono dimostrati piuttosto fragili, non tanto per i pur prevedibili terremoti all’interno d’una maggioranza eterogenea, quanto per le sue intrinseche contraddizioni. Eppure avevamo assistito ad un vero e proprio plebiscito di consensi, con manifestazioni di fiducia espresse dai vertici di Legambiente ma anche da buona parte della Confindustria, dalla Lega salviniana fino a larga parte di ciò che rimane della sinistra.
Insomma, sembrava che la ‘discontinuità’ fosse un requisito essenziale perché il nuovo governo producesse i frutti attesi, ma le novità registrate finora, quando ci sono, sembrano andare in ben altra direzione. Il piatto forte – sul quale peraltro era stata costruita la crisi del precedente governo – resta naturalmente il ‘Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza’, dalla cui gestione delle risorse finanziarie dipenderebbe l’uscita dal tunnel deprimente della crisi socio-sanitaria ed economica che continua a stringerci nella sua morsa. C’era sul tavolo una programmazione che evidenziava già criticità e contraddizioni, ma l’esecutivo Draghi le ha messe ancor più in luce, ficcando un po’ di tutto in quell’appetitoso calderone da 200 miliardi. Eppure qualcuno ha sostenuto che la positività del Piano Draghi rispetto a quello di Conte consisterebbe nella sua capacità di unire le riforme agli investimenti.
Fare attenzione a che razza di ‘riforme’ stanno preparando è il vero problema visto che da tempo la ‘Neolingua’ della politica ci ha abituato alla deformazione del senso delle parole, e quindi alla mistificazione dei concetti. Già dalla nomina dei ministri, parecchi si erano chiesti ad esempio se la persona più adatta a guidare l’auspicata ‘transizione ecologica’ fosse un vertice della nostra principale azienda che produce ed esporta armamenti. O se la persona più indicata a ricoprire il ruolo di Ministro dello Sviluppo Economico fosse un leghista ultraliberale e filo-atlantista. Lo ‘sviluppo’ perseguito da questo governo, in effetti, non ha molto a che vedere non solo con la sbandierata svolta ambientalista, ma anche con una visione globalmente alternativa del rapporto tra attività produttive, integrità del territorio e riequilibrio socio-economico.
Ecco che, con la pubblicazione del PNRR, ora tutto quanto appare piùchiaro. Da quell’atteso ed accattivante uovo di Pasqua spuntano diverse sgradevoli sorprese, che colpiscono anche i più fiduciosi. Infatti, come già era stato preannunciato da altri soggetti meno inclini ad inchinarsi preventivamente al governissimo Draghi, l’istruttiva lettura del suo ‘Piano’ ha portato a galla preoccupanti elementi che, nel mentre hanno poco a che vedere con la ‘resilienza’, indicano piuttosto che la sedicente ‘ripresa’ perseguita si riferisce in larga misura al meno ecologico e civile dei settori produttivi: quello che fa capo al complesso militar-industriale. Lo scrive chiaramente la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), lamentando fra l’altro che le sue proposte alternative sono rimaste del tutto inascoltate. «…una parte dei fondi del Recovery Plan verrebbe destinata per rinnovare la capacità e i sistemi d‘arma a disposizione dello strumento militare. Un tentativo …di lavaggio verde dell’industria delle armi […] Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali” […] Per il Senato “occorre, inoltre, promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca”…». [i]
Sì, rinnovare, incrementare, promuovere, dialogare sarebbero bei verbi se si parlasse di sviluppare un’economia ecosostenibile, decentrata, alimentata da fonti energetiche rinnovabili, capace di mobilitare le risorse giovanili e di arrestare una globalizzazione selvaggia e senza scrupoli. Verbi ambigui ed ipocriti se invece si fa riferimento al turpe mercato delle armi, al progresso tecnologico applicata agli strumenti per uccidere e reprimere, a ‘filiere industriali’ che grondano sangue… Come osservano i commentatori della RIPD, l’ambito militare non viene coinvolto nel PRRR per alcuni aspetti collaterali del sistema di difesa nazionale previsti dal vecchio Piano, come il rafforzamento della sanità o l’efficienza energetica degli immobili. Il referente diretto ed esplicito di una fetta dei fondi europei è proprio l’industria finalizzata allo ‘strumento militare’, peraltro già ‘beneficiaria’ del 18% degli investimenti pluriennali 2017-2034. Ciò significa che il governo Draghi – dichiaratosi da subito europeista ma anche prode sostenitore della Nato – ritiene che la ‘ripresa’ dell’Italia si promuove anche favorendo il riarmo bellico.
A quanto pare – scrivono gli ‘Antimilitaristi Campani’ nel loro recente opuscolo – la pandemia: «…non ha fermato né i conflitti in corso, né la corsa agli armamenti. Anzi, lo stesso Covid-19 … viene utilizzato nella propaganda delle grandi potenze in concorrenza tra loro per il dominio dei mercati e delle aree d’influenza […] Anzi, la morsa di questa crisi sistemica sembra accelerare lo scontro e l’attivismo guerrafondaio…e l’unico settore economico che continua a crescere è quello delle armi […] Questa corsa agli armamenti rischia di portarci verso…un nuovo conflitto mondiale che, considerato l’enorme arsenale nucleare in dotazione a nove paesi (circa 14.465 testate), porterebbe l’umanità e il pianeta verso la catastrofe». [ii]E proprio di questa visione intimamente guerrafondaia si alimenta la crescente militarizzazione del territorio e delle istituzioni civili, resa ancor più evidente anche dalla nomina a Commissario nazionale per l’emergenza sanitaria del generale Francesco Paolo Figliuolo, esperto di logistica militare ma ««anche ex-comandante delle forze Nato in Bosnia e nel Kosovo. Una presenza inquietante, unita a quella di un Capo della Protezione Civile Nazionale che non ha esitato a dichiarare: “Siamo in guerra, servono norme di guerra”. [iii]
Il Capo della Protezione Civile Nazionale, Curcio, ed il Commissario Emergenza Covid, gen. Figliuolo
Come si può tollerare che – dopo un anno – non solo si continua ad usare infelici metafore belliche per parlare di un virus, con espressioni da bollettini di guerra, ma addirittura la si evochi in modo così esplicito? Una spiegazione ce l’aveva già data Susan Sontag, quando scriveva: «La guerra è una delle poche attività umane a cui la gente non guarda in modo realistico; ovvero valutandone i costi o i risultati. In una guerra senza quartiere, le risorse vengono spese senza alcuna prudenza. La guerra è pura emergenza, in cui nessun sacrificio sarà considerato eccessivo […] Trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate. I malati diventano le inevitabili perdite civili di un conflitto e vengono disumanizzate…» [iv] L’impiego deliberato di ‘strategie sanitarie’ fondate sulla militarizzazione della sanità, quindi, serve a renderci tutti più acritici ed acquiescenti, enfatizzando il ruolo delle forze armate a danno di quella stessa protezione civile di cui Fabrizio Curcio è il massimo esponente nazionale. Come scrivevo in una precedente nota, infatti: «…alla ‘mobilitazione’ delle forze armate in ogni loro versione possibile (poliziotti, necrofori, infermieri, medici, costruttori di strutture emergenziali, ricercatori, etc.), è corrisposta la pressante richiesta rivolta alla popolazione civile di restare sempre più immobili, possibilmente a casa propria, evitando qualsiasi attività e/o manifestazione sociale e collettiva …» [v]
Il solo modo per non farsi abbindolare da tale mistificante visione ‘mimetica’ delle politiche sanitarie, allora, è da un lato informarsi (anzi, contro-informarsi) e dall’altro rivendicare le libertà fondamentali, costituzionalmente garantite ad ogni cittadino, che nessun commissario a quattro stelle può azzerare col pretesto dell’emergenza sanitaria. Il secondo passo da fare è aprire gli occhi sul ‘pacco’ pasquale che il governo Draghi ha preparato agli Italiani. Il PNRR nasconde fra le sue righe una quota assurda d’investimenti nel settore non solo militare, ma anche bellico. «Infatti, le linee d’intervento dirette alla digitalizzazione della P.A., alla transizione verso l’industria 4.0, all’innovazione e digitalizzazione delle P.M.I, alle politiche industriali di filiera, ecc. hanno l’obiettivo di finanziare lo sviluppo e l’espansione di tecnologie in campi strategici (Cloud computing, Cyber-security, Artificial Intelligence, robotica, microelettronica…) per loro stessa natura ‘dual use’ militare-civile…» [vi]
Vediamo quindi che una larga fetta del PNRR, apparentemente rivolta alla ‘modernizzazione’ tecnologica del nostro apparato produttivo e delle telecomunicazioni, ha lasciato ampio spazio di manovra alla ricerca, produzione ed esportazione di strumenti di guerra, che vanno da aerei ed elicotteri ad idrogeno agli strumenti di spionaggio e controspionaggio come quelli per il monitoraggio satellitare o anche agli sviluppi della robotica o la digitalizzazione dei sistemi logistici per la Marina. Per contro, degli oltre 200 miliardi destinati dalla U.E. a finanziare l’ex ‘Recovery Plan’, soltanto 19,72 sono stati effettivamente destinati al comparto sanità, di cui meno di 8 all’assistenza sanitaria territoriale, sempre più depauperata da dissennate politiche privatistiche ed ospedaliere, le cui carenze sono state evidenziate drammaticamente dalla pandemia da Covid-19.
Il solo settore dell’industria bellica, intanto, continua a macinare lauti profitti. Il Rapporto SIPRI pubblicato a dicembre 2020, infatti, riferisce che: «Le vendite di armie servizi militari, da parte delle 25 società più grandi del settore, hanno totalizzato 361 miliardi di dollari nel 2019, l’8,5% in più rispetto al 2018 […] Tra queste, l’italiana ‘Leonardo’, in dodicesima posizione, che con 11,1 miliardi ha superato il colosso franco-tedesco Airbus […] L’Italia è il nono paese esportatore di armi e copre il 2,1% delle esportazioni globali. Durante i 30 anni di applicazione della legge 185/90, che regola l’export militare […] sono state autorizzate esportazioni di armi dall’Italia per un valore di circa 100 miliardi di euro […] Una riprova…che per l’industria militare italiana, che esporta il 70% della propria produzione, e per i governi che ne difendono gli interessi, ‘pecunia non olet’: se per fare profitti si devono fornire gli strumenti alla repressione interna, in barba ai sempre agitati diritti umani, oppure alimentare guerra, poco male!»[vii]
La voce dei movimenti pacifisti ed antimilitaristi italiani inizia a farsi sentire. Ancora sommessamente, ma cominciando a contrastare le bugie che hanno caratterizzato questa persistente fase di emergenza, caratterizzata da una visione centralista e decisionista del ruolo del governo, ma anche da una strisciante militarizzazione di quasi tutte le funzioni civili istituzionali. Anche la parte più attendista del movimento ambientalista italiano, di fronte alla realtà vera del PNRR, non ha potuto fare a meno di constatare che le scelte operate hanno ben poco a che fare con la sbandierata ‘transizione ecologica’. Infatti, non solo non si mette minimamente in discussione l’attuale modello di sviluppo, ma si insiste assurdamente sulla ripresa di quella ‘crescita’ che è alla base delle devastazioni ambientali e del saccheggio del territorio, con evidenti ripercussioni anche sanitarie oltre che sul clima. Ecco perché si rende necessario un raccordo ‘ecopacifista’ tra i due movimenti, ben sapendo che la principale fonte di consumo energetico, ma anche di disastroso impatto sull’ambiente, è legato al complesso militar-industriale. Quello che, secondo un tragico circolo vizioso, si nutre di risorse per fare le guerre che le potenze proclamano per accaparrarsene il controllo.
Ecco perché c’è bisogno di una mobilitazione ecopacifista per smascherare la visione buonista delle forze armate come garanti della sicurezza e perfino della salute dei cittadini. Bisogna proclamare con forza che il sistema militare è quanto di più estraneo ad una ‘transizione ecologica’, come ha giustamente fatto la Rete Italiana Pace e Disarmo nel suo recente comunicato: «La produzione e il commercio delle armi impattano enormemente sull’ambiente. Le guerre (oltre alle incalcolabili perdite umane) lasciano distruzioni ambientali che durano nel tempo. Ne consegue che la lotta al cambiamento climatico può avvenire solo rompendo la filiera bellica e che il lavoro per la pace è anche un contributo al futuro ecologico». [viii]Il futuro dell’umanità e del nostro Pianeta, non può essere affidato nelle mani di chi è stato addestrato a fare la guerra, a considerare il territorio come qualcosa da controllare ‘manu militari’ e a degradare i beni naturali al livello di mere risorse di cui impadronirsi, anche a costo di morti e distruzione. No, non siamo in guerra e dobbiamo invece obiettare a chi vorrebbe imporci un modello militarizzato e centralistico di protezione civile e non ha mai accettato, benché ratificato anche a livello costituzionale, che la difesa può (e deve) essere soprattutto civile, popolare, non-armata e nonviolenta. [ix]
[viii] RIPD, “Il Recovery Plan armato del governo Draghi…”, cit.
[ix] “Infatti l’articolo 8 della legge 106/2016 ribadisce un concetto importante sull’identità del Servizio civile universale “finalizzato, ai sensi degli articoli 52, primo comma, e 11 della Costituzione, alla difesa non armata della patria e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica”. Ossia, nel solco delle precedenti normative (L.230/98 e L. 64/2001) e delle ripetute sentenze della Corte Costituzionale, anche questa riforma ribadisce che la difesa del Paese cammina (dovrebbe camminare) su due gambe: la difesa miliare e la difesa civile, non armata e nonviolenta” (Pasquale Pugliese, “Servizio civile come formazione alla difesa civile, non armata e nonviolenta. Per tutti”, in: Vita, 16.10.2016 > http://www.vita.it/it/blog/disarmato/2016/10/16/il-servizio-civile-come-formazione-alla-difesa-civile-non-armata-e-nonviolenta-per-tutti/3751/
E così Draghi ce l’ha fatta.Tomo tomo, il Governatore per eccellenza è riuscito a mettere insieme tutto ed il contrario di tutto. Con la paterna benedizione del Presidente della Repubblica – e grazie alla genialata dell’ineffabile leader di Italia Viva e Vegeta – Draghi sta dando vita, appunto, al suo personale governissimo, con quasi tutti dentro. C’è chi lo ha chiamato di ‘salvezza nazionale’, anche se non è chiaro da chi o cosa dovrebbero salvare la nostra amata nazione tutti i partiti presenti in parlamento, che ora si affollano in maggioranza, eccezion fatta, paradossalmente, per i nazionalisti di Fratelli d’Italia. Erano mesi che ci sentivamo raccomandare che per sconfiggere il maledetto virus bisogna in primo luogo evitare gli assembramenti. Eppure a non mantenere auspicabili distanze di sicurezza e ad assembrarsi indecorosamente come ‘minions’ plaudenti, sono stati proprio quei politici che dovevano darci l’esempio…
La seconda regola anti-Covid era quella d’indossare la mascherina. In questo caso, però, non possiamo rimproverare nulla alla nostra classe politica. Bisogna ammettere che tutti quelli che hanno partecipato alle consultazioni hanno accuratamente celato il loro vero volto dietro la maschera sterile della ‘responsabilità’, facendo a gara ad esaltare la statura da statista del premier del governissimo ‘di salute pubblica’. Tutti allineati e coperti, da Salvini ai residui di quella che una volta si chiamava sinistra, rigorosamente in abito scuro e mascherina patriottica, con sovrano sprezzo del pericolo di smentirsi clamorosamente, confidando forse nella smemoratezza di quel ‘popolo’ di cui pur si riempiono la bocca.
Le norme anti-pandemia prescrivono di lavarsi le mani frequentemente. Ma, anche in questo caso, non possiamo imputare nulla ai nostri rappresentanti in parlamento, dal momento che quasi tutti se ne sono ampiamente lavate le mani. Tanto, a risolvere i nostri problemi, vecchi e nuovi, penserà comunque il prodigioso ‘Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza’. Anche se qualsiasi coperta, si sa, non può essere tirata da tutte le parti, senza finire per scoprire qualcuno. E poi non dimentichiamo che c’è pure il MES, sulla cui prossima e indispensabile venuta ogni giorno profetizzano i MESsia di turno, gridando nel deserto di qualsiasi opposizione, o quanto meno dubbio, sulla sua effettiva provvidenzialità.
E intanto Draghi, sornione eppure accattivantissimoverso gli interlocutori, si prepara a varare il suo esecutivo, lasciando intendere che decide solo lui nomi e ruoli al suo interno, mescolando tecnocrati e teste d’uovo con esponenti politici. Ovviamente qualche contentino, il professor Governissimo me, doveva pur concederlo alla folla di partiti acclamanti alle sue porte, che agitava ramoscelli d’ulivo o, nel caso di Renzi, di palma made in Arabia. Uno dei più clamorosi premi di consolazione graziosamente concessi dal premier è stata l’istituzione del ‘Ministero della Transizione Ecologica’, che ha magicamente sbloccato le resistenze del grillo straparlante e dei suoi seguaci, che hanno gridato al miracolo. Beh, se si tiene conto che a concedere questo preteso ‘presidio ambientalista’ è stato uno dei più potenti esponenti di quella economia capitalista che ha massacrato e sta ancora massacrando l’ambiente, se non di un miracolo si tratta quanto meno di qualcosa di sorprendente…
Peccato che quella stessa operazione, nella Francia macroniana abbia fatto clamorosamente fiasco, mostrandosi per quello che era: una foglia (verde, ok) posta pudicamente sopra le vergogne di uno sviluppo predatorio e di una crescita irresponsabilmente illimitata. Più che altro una penosa ‘transazione ecologica’, che può accontentare gli ambientalisti da salotto e gli im-prenditori del greenwashing, ma che non ha proprio nulla della ‘transizione’ verso un modello di sviluppo alternativo. Cosa ancora più evidente se si considera che non esiste conversione ecologica che non comprenda anche una riconversione delle spese militari in investimenti civili per risanare l’ambiente, anche per difenderlo dai suoi veri nemici: lo sfruttamento delle risorse e delle persone e la devastazione provocata dalle guerre e dalla loro folle preparazione.
Ma Supermario sa bene che cosa può concedere e cosa no. Tracciando il perimetro della sua ingombrante maggioranza e qualificandola come ‘europeista’ ed ‘atlantista’ non ha certamente parlato a caso. L’Europa carolingia che non si smentisce mai (si tratti di migranti o di esportazione di armi), sta infatti perseguendo da molti anni la visione di una ‘difesa comune’, che però non sarebbe affatto sostitutiva dei lacci onerosi che ci vincolano alla NATO, ma addirittura aggiuntiva ed integrativa dell’indiscutibile patto atlantico. In piena pandemia, ad esempio, la Germania della nostra cara Angela nel 2021 spenderà nel settore della difesa ben 53 miliardi, ossia il 3% in più dell’anno precedente. Come se il Covid si contrastasse con missili e carrarmati.
A dire il vero, anche in Italia una bella fetta del PNRR (un pianoche, più che la ripresa dopo una crisi insita nell’anglicismo ‘Recovery’, sembra evocare i ‘ricoveri’ di bellica memoria…) sarà destinata – ma evitando discretamente di nominarla – proprio ad investimenti nel settore della difesa. Si tratta di 236 milioni che si aggiungono al già previsto stanziamento per il periodo 2021-2017 di oltre un miliardo e mezzo. E questo in un Paese che già spende per le forze armate più di 26 miliardi del proprio bilancio ed impegna 5.560 nostri ‘missionari armati’ in ben 34 operazioni internazionali. Peccato che di questo i media nostrani preferiscono non parlare, impegnati come sono ad elogiare Mario Draghi e il suo ‘governissimo me’.
Non vorrei che si equivocasse su ciò che sto per scrivere. Nonostante la mia lunga esperienza di pacifista ed antimilitarista, non voglio sostenere la tesi che la natura della struttura militare sia intrinsecamente fascista, ma soffermarmi su alcune considerazioni suggeritemi dalla lettura dell’opuscolo di Umberto Eco su “Il fascismo eterno”. [i] All’inizio egli racconta che, da ragazzo, aveva “imparato che la libertà di parola significa libertà dalla retorica” [ii] , per cui eviterò di cadere in questo vizio, limitandomi a confrontare le tesi di questo libello con quanto storia ed esperienza ci hanno insegnato sul militarismo.
Quando il giovane Umberto apprese dalla folla festante che la guerra era finita, la sua prima reazione fu quasi di sconcerto:
“La pace mi diede una sensazione curiosa. Mi era stato detto che la guerra permanente era la condizione normale per un giovane italiano…”[iii].
Ecco un primo elemento di riflessione. La guerra come ‘normalità’, come elemento imprescindibile della storia umana, è uno dei miti che hanno alimentato per secoli la retorica nazionalista della ‘nazione in armi’, disposta a sacrificare la ‘meglio gioventù’ sull’altare del culto della bellicosità come virtù. L’analisi di Eco si sofferma sui confini tra il fascismo italiano ed altre forme di totalitarismo, per evitare semplificazioni e generalizzazioni che non aiutano a capirne la specificità, ad esempio, rispetto al nazismo, col quale pur ha sempre condiviso proprio la “liturgia militare”.
“Il fascismo non era una ideologia monolitica,ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni […] L’immagine incoerente che ho descritto […] era un esempio di sgangheratezza politica ed ideologica. Ma era una ‘sgangheratezza ordinata’, una confusione strutturata. Il fascismo era filosoficamente scardinato, ma dal punto di vista emotivo era fermamente incernierato ad alcuni archetipi…”[iv]
Lo studioso è quindi andato alla ricerca di tali elementi fondanti, per enucleare e poi fissare le caratteristiche tipiche e strutturali di ciò che ha chiamato alla tedesca Ur-Fascismo, o ‘fascismo eterno’, mappandone una sorta di DNA. Ebbene, ritengo che alcuni di questi suoi ‘archetipi’ riguardino anche il militarismo ed i suoi ‘valori’, sebbene di recente purgati dagli aspetti più retorici e stridenti con l’assetto democratico. L’Italia non è un paese dichiaratamente militarista, ma bisogna prendere coscienza che alcuni di questi elementi autoritari, in forme certamente più subdole, non sono mai scomparsi del tutto. Dobbiamo farlo prima che sia troppo tardi per riconoscerli e per contrastarli.
Tradizione vs modernismo
I primi due aspetti messi in luce da Umberto Eco, come tipici del ‘fascismo eterno’, sono “il culto della tradizione” – che rinvia a ‘rivelazioni’ senza tempo e ad autorità assolute – ed il conseguenziale “rifiuto del modernismo”, da non confondere però col progresso tecnologico.
“…Non ci può essere avanzamento del sapere. La verità è stata annunciata una volta per tutte […] Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo. Sia i fascisti sia i nazisti adoravano la tecnologia […] Tuttavia, sebbene il nazismo fosse fiero dei suoi successi industriali, la sua lode della modernità era solo l’aspetto superficiale di una ideologia basata sul ‘sangue’ e la ‘terra’ (Blut und Boden) …” [v]
È facile riscontrare questi due elementi caratteristici dell’U-F anche nella visione militarista. I cosiddetti “valori etico-militari”, pur adattati ai tempi nuovi, restano infatti ancorati ad un patriottismo più nostalgico dei fasti passati che proiettato verso il futuro. La persistente caratterizzazione delle forze armate come unico strumento di ‘difesa della Patria’, inoltre, si nutre proprio di quella ideologia un po’ pagana che lega tragicamente la terra al sangue.
“La Patria, la disciplina militare e l’onore militare rappresentano i pilastri dell’etica militare. Oltre questi valori fondamentali per la realtà motivazionale del militare possiamo elencarne tanti altri che non sempre sono semplice corollario ai primi […] patriottismo, spirito di sacrificio, […] aspirazione alla gloria, coraggio […] abnegazione, amor proprio, tradizioni […] Tornando alla Patria, essa può essere ben definita come il bene supremo di tutta la collettività e può chiedere il sacrificio del singolo per il bene di tutti (‘dulce et decorum est pro patria mori’, così Orazio). [vi]
Un inveterato luogo comune del militarismo era (e nonostante tutto rimane) la convinzione che sacrificare la propria vita per la Patria sia più importante e nobile che spenderla, da vivi, contribuendo giorno per giorno al benessere di chi la abita. Essa peraltro viene considerata come una sorta di patrimonio acquisito da proteggere più che una realtà dinamica ed aperta da promuovere. Difendere la ‘tradizione’, pertanto, diventa un impegno prioritario, per conservare integro lo spirito nazionale, preservandolo da contaminazioni straniere e da insidiose tendenze moderniste. Scriveva a tal proposito il gen. Tortora, già Consigliere del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare:
“A rendere diverse le Forze Armate rispetto al pubblico impiego in genere, elevandole al di sopra delle altre Istituzioni, è soprattutto la Tradizione […] I miti dell’eroe, del martire […] i riti delle cerimonie e delle celebrazioni militari, in cui la memoria è rispettata ed il passato costantemente riattualizzato; i simboli della bandiera, dell’uniforme, dei distintivi di grado […] gli usi, legati ad un codice di comportamento non scritto, ma non per questo meno sentito e vincolante. Quelli appena descritti sono elementi di un culto laico, compendiati in un insieme di consuetudini interiorizzate […] Seguire la tradizione, persuasi del suo valore, preserva i principi etici correlati alla vita militare, al punto che la tradizione assurge ad autonomo principio etico”. [vii]
Sono parole troppo chiare per richiedere spiegazioni o commenti, anche se forse un alto ufficiale si esprimerebbe oggi con minore enfasi retorica, pur senza rinnegare quegli alati principi… Del resto, come scriveva Eco, una cosa è la ricerca della modernità sul piano tecnologico – che per le forze armate è ovviamente un obiettivo irrinunciabile affinché il c.d. ‘strumento militare’ non risulti inefficace ed obsoleto – ; ben altro è invece l’accettazione del modernismo, percepito come Weltanshauung radicalmente opposta al tradizionalismo, ossia come un atteggiamento mentale progressista ed anticonformista, sempre alla ricerca del nuovo e del diverso.
“La scommessa delle forze armateè quella di mantenere una forte stabilità morale derivante dalla tradizione, senza farne un alibi per una pigra e retriva conservazione dell’esistente, bensì per mantenersi salde e unite, in un panorama mondiale sottoposto a continui rivolgimenti politici, economici e sociali “. [viii]
Il ‘mimetismo’, che nelle forze armate italiane non attiene solo alla modalità di abbigliamento dei soldati ma anche al tentativo, talvolta maldestro, di non tagliarsi fuori del tutto dalla realtà contemporanea, ha più recentemente indotto i loro vertici a correggere un po’ il tiro, come si percepisce leggendo un testo scritto nel 2010 dal generale Camporini, allora Capo di S.M. della Difesa:
“Parlare di Patria, parlare di sacrificio, e ancor più di sacrificio della vita appare oggi di un’attualità forte e, contemporaneamente, di una lontananza culturale e sociale quasi inconcepibile […] Le Forze Armate…sono state e sono tuttora ‘portatrici sane’ di quei valori etici che una parte della nostra società non dico abbia smarrito ma, forse, ha più o meno consapevolmente messo al margine dei propri comportamenti […] Ecco perché appare indispensabile coltivare e promuovere l’etica come principale fattore di coesione ed efficacia, a garanzia dell’assolvimento dei compiti propri delle Forze Armate”. [ix]
Il linguaggio si aggiorna, ma i principi fondamentali restano, confermati dal riferimento nel primo caso alla necessità di “una forte stabilità morale” e nel secondo alla ‘etica militare’ come “principale fattore di coesione” nazionale.
Attivismo vs intellettualismo
La seconda antitesi che per U. Eco caratterizza il ‘fascismo eterno’ è quella tra l’azione, esaltata quasi come valore in sé, e l’intellettualismo. “L’arte della guerra”- per mutuare l’espressione del suo più famoso ed antico teorico, il cinese Sun-Tsu – è basata sì sulla strategia, ma l’ingrediente fondamentale resta sempre e comunque l’azione. Il fascismo, in particolare, ha insistito sulla celebrazione dell’azione bellica in contrapposizione all’atteggiamento statico dell’intellettuale, inetto e perso nelle sue astratte teorizzazioni.
“Per questo occorre molta fede e pochissime teorie […] più che dei programmi esistono dei compiti, più che delle formule esistono dei cambiamenti, più che dei filosofi si vogliono dei soldati…” [x]
Il fatto è che la cultura è (o almeno dovrebbe essere) riflessione, spirito critico, ricerca di verità non stabilite una volta per tutte, confronto con ciò che è diverso e nuovo. Viceversa, nella sua esaltazione dell’omologazione (non a caso i soldati indossano l’uniforme…), il ‘militarismo eterno’ è invece proteso verso l’azione, guarda con sospetto alle differenze e considera il disaccordo un’intollerabile infrazione al codice della disciplina fondata sul quella obbedienza che, secondo il l’art. 5 del Regolamento di disciplina militare:
“consiste nella esecuzione pronta, rispettosa e leale degli ordini attinenti al servizio e alla disciplina, in conformità al giuramento prestato”.[xi]
Discutere è un verbo che mal si addice a chi milita in un’organizzazione verticistica, gerarchica e dove si giura obbedienza ai superiori. Mettere qualcosa in discussione, di conseguenza, è più che un’infrazione alla disciplina. È una forma di rottura dell’ordine costituito, una pericolosa insubordinazione e, sostanzialmente, la causa di una discordia che indebolisce l’insieme del ‘corpo’, rappresentando quindi un vero e proprio tradimento.
“la cultura è sospetta nella misura in cui viene identificata con atteggiamenti critici […] il sospetto verso il mondo intellettuale è sempre stato un sintomo di Ur-Fascismo” […] Lo spirito critico opera distinzioni, e distinguere è segno di modernità. Nella cultura moderna, la comunità scientifica intende il disaccordo come strumento di avanzamento delle conoscenze. Per l’Ur-Fascismo il disaccordo è tradimento”.[xii]
Ecco perché il militarismo non richiederà mai ai suoi uomini di ‘pensare’ (compito riservato a chi comanda), bensì di limitarsi ad eseguire gli ordini ricevuti in modo pronto ed efficiente, senza se e senza ma.
“La specificità dell’ordinamento militare deriva dalle peculiari esigenze operative e strutturali delle forze armate. A differenza infatti delle altre branche dell’amministrazione dello Stato che producono soprattutto atti formali, l’organizzazione militare produce, particolarmente in caso di impiego, un’attività di carattere operativo, che come tale non è sottoponibile a veri e propri controlli giuridici di legittimità o di convenienza. […] Esistono inoltre esigenze specifiche fondamentali che l’ordinamento militare deve soddisfare, quali l’immediata esecuzione degli ordini in operazionie il mantenimento di un’elevata coesione nell’organismo, per evitare sbandamenti nelle condizioni di tensione estrema in cui può trovarsi in combattimento. Per poter essere efficiente l’organismo militare fa ricorso a particolari valori anche simbolici – l’onore, il dovere, lo spirito di sacrificio, lo spirito di corpo e così via – e a un sistema gerarchico…” [xiii]
Nazionalismo xenofobo vs internazionalismo
Il terzo ‘archetipo’ costituente l’identità dell’Ur-Fascismo delineato da Umberto Eco è ovviamente il nazionalismo, sul quale ogni regime del genere affonda le basi ideologiche, eche legittima l’assetto militarista come legittima difesa dell’identità di un popolo da presunti attacchi alla propria autodeterminazione. È la stessa motivazione che, affondando le radici nella viscerale paura degli ‘altri’ – percepiti come ostili soprattutto se ‘diversi’ ideologicamente e culturalmente – ha consentito al militarismo di essere parte integrante delle dottrine social-nazionali e nazional-popolari.
Il ‘fascismo eterno’ – spiegava Eco – tende in genere a “far appello alle classi medie frustrate”, a disagio per le crisi economiche ma ancor più terrorizzate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni e, aggiungerei per attualizzare, dalle presunte ‘invasioni’ dei popoli del terzo mondo. Per spingere questa frustrata e provata classe media a reagire, però, c’è sempre bisogno di creare ed esaltare un’identità collettiva, da contrapporre ai ‘nemici’ della patria.
“A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese. È questa l’origine del ‘nazionalismo’. Inoltre, gli unici che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici. Così, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi è l’ossessione per il complotto, possibilmente internazionale […] Il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia”. [xiv]
Benché il complesso militare-industriale, soprattutto negli ultimi decenni, risulti sempre più legato ad interessi economici multinazionali, e nonostante il fatto che – al di là dei conflitti tra gli imperialismi delle superpotenze – il sistema militare abbia assunto forme organizzative sempre più inter-nazionali, come nel caso della NATO o della perseguita ‘difesa comune’ europea, il militarismo eterno resta connesso alle tradizionali ideologie nazionaliste.
“Il nazionalismo è l’ideologia dello stato nazionale, afferma che le nazioni esistono e presentano caratteristiche esplicite e peculiari, che i valori e gli interessi nazionali hanno la priorità su tutti gli altri, e che le nazioni devono essere politicamente indipendenti e sovrane. […] Nella sua versione più radicale, il nazionalismo subordina ogni valore politico a quello nazionale, pretende di essere l’unico interprete e difensore legittimo dell’interesse nazionale e considera ogni tipo di conflitto sociale o di competizione politica una minaccia per la solidarietà nazionale […] Il nazional-populismo […] sta crescendo anche in molti paesi dell’Europa centrale e occidentale come reazione ai fenomeni di spaesamento e de-territorializzazione causati dai processi di globalizzazione e di integrazione sopranazionale”. [xv]
Dai ‘fascismi’ del secolo scorso ai ‘sovranismi’ attuali, infatti, permane una costante l’impulso a far ricorso allo ‘strumento militare’ come autodifesa dalla denunciata preponderanza e/o invadenza da parte di avversari esterni. Perfino le dottrine militari più recenti, con minore enfasi retorica, non rinunciano mai ad identificare le forze armate con l’unica vera garanzia dell’indipendenza ed unità nazionale, il solo baluardo nei confronti di avversari sempre nuovi e sempre potenzialmente aggressivi. Certo, una volta si dichiarava che i soldati difendevano con la propria stessa vita i ‘sacri confini della Patria’. Oggi tali confini sono ormai diventati labili e non più legati ad un determinato territorio, per cui la nuova concezione della ‘difesa’ non è più rivolta ad un’astratta ‘terra patria’ e, più realisticamente, mira a salvaguardare, ovunque e comunque, ‘interessi nazionali’. Il sistema militare ha pertanto adattato la mission ai nuovi scenari globalizzati, come si nota anche in recenti affermazioni del nostro Ministero della difesa.
“Il fine ultimo della politica nazionale di sicurezza internazionale e difesa è la protezione degli interessi vitali e strategici dell’Italia. Tale obiettivo richiede che sia assicurata la difesa dello Stato e della sua sovranità, che sia perseguita la costruzione di una stabile cornice di sicurezza regionale e che si operi per facilitare la creazione di un ambiente internazionale favorevole. Sebbene multiformi strumenti d’azione intergovernativa potranno essere impiegati dal Governo per il raggiungimento di tali obiettivi, la capacità delle Forze armate di difendere l’Italia e i suoi interessi rimangono centrali”.[xvi]
C’è un’evidente tendenza, inoltre, a confondere il mondialismo auspicato dai pacifisti con una concezione globalizzata del mondo. Ma mondialismo non è affatto sinonimo di globalizzazione, tanto è vero che la macchina da guerra del complesso militare-industriale diventa sempre più plurinazionale e gli ‘interessi’ che si propone di difendere sono in effetti asserviti all’imperialismo economico delle finanziarie e delle multinazionali.
‘Vita per la lotta’ vs ‘lotta per la vita’
“Per l’Ur-Fascismo non c’è lotta per la vita, ma piuttosto ‘vita per la lotta’. Il pacifismo è allora collusione col nemico,il pacifismo è cattivo perché la vita è una guerra permanente[…] …dal momento che i nemici debbono e possono essere sconfitti, ci dovrà essere una battaglia finale, a seguito della quale il movimento avrà il controllo del mondo. Una simile soluzione finale implica una successiva era di pace, un’età dell’oro che contraddice il principio della guerra permanente. Nessun leader fascista è mai riuscito a risolvere questa contraddizione”.
[Umberto Eco, op. cit., p.34]
Viene spontaneo, a questo punto, pensare alla Neolingua orwelliana ed al Bispensiero di cui si faceva portatrice, mediante il quale risolveva tale evidente contraddizione ricorrendo al noto quanto paradossale slogan: “La Guerra è Pace”.Del resto, quante volte abbiamo effettivamente sentito politici e militari ripeterci frasi di questo tenore, battezzando annose e costose spedizioni armate all’estero come ‘missioni di pace’ o classificando gli stessi soldati addirittura come ‘peace-keepers’? Come ponevo in evidenza in un mio precedente scritto, il pudore nel chiamare la guerra col suo nome ed il mistificante tentativo di mimetizzare le finalità delle forze armate hanno indotto gli attuali strateghi a ricorrere a contorti espedienti logici e verbali.
“Se non sapessimo che si parla di come far guerra in modo più efficace, potremmo pensare che si sta trattando del core business di un’azienda e dei modi per fronteggiarne i competitors. Ma poiché il tabù costituzionale impedisce di pronunciare e scrivere quest’antica e terribile parola, ecco che si parla ipocritamente solo di ‘conflitti’, come se essi fossero tutti armati e avessero intenti distruttivi come le azioni belliche. Il secondo trucco neolinguistico è ricorrere spesso agli eufemismi, grazie ai quali si discute di ‘missioni’ per non usare il termine ‘spedizioni di guerra’; di ‘cooperazione’ anziché di alleanze militari; di ‘strumento militare’ invece che di ‘forze armate’; di ‘scenari’ piuttosto che di ambiti d’intervento armato. Il documento si sofferma ad illustrare le ‘aree di crisi’, indicando i ‘teatri operativi’ nei quali si progetta di svolgere operazioni militari, i cui targets/bersagli da tempo non sono più gli eserciti avversari, ma la popolazione civile e le infrastrutture fondamentali. È proprio questo il senso dell’enigmatica espressione fighting among the people, una delle chiavi che ci aiutano a capire come la guerra sia ormai profondamente cambiata e la sua natura diventi sempre più dirompente e pervasiva”. [xvii]
In un mondo dove gli equilibri ecologici sono in grave crisi e dove le disuguaglianze socio-economiche e socio-culturali risultano sempre più stridenti, quella che allora Eco chiamava ‘lotta per la vita’ dovrebbe essere una priorità assoluta di gran parte dell’umanità. Come si legge in un articolo, che non è stato pubblicato su un pericoloso bollettino rivoluzionario ma dal quotidiano della Confindustria, che citava il Rapporto Oxfam 2019:
“A dieci anni dall’inizio della crisi finanziaria i miliardari sono più ricchi che mai e la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. L’anno scorso soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale. […] Il trend è netto e sembra inarrestabile. Una situazione che tocca soltanto i paesi in via di sviluppo? No, perché anche in Italia la tendenza all’aumento della concentrazione delle ricchezze è chiara”. [xviii]
Ebbene, in una realtà dove le risorse di metà della popolazione mondiale sono state accaparrate da meno di trenta individui, la lotta per la sopravvivenza è non solo una possibilità, ma perfino una necessità. In un pianeta i cui abitanti continuano irresponsabilmente a mettere a rischio la sopravvivenza stessa del genere umano – e già da ora stanno subendo le tremende conseguenze del riscaldamento globale – anche lottare per difendere la propria esistenza, prima che sia troppo tardi, è diventato un diritto. Ma proprio il timore di una reazione di massa ad un modello di sviluppo intrinsecamente iniquo ed antiecologico induce chi invece ne beneficia spudoratamente a mobilitare le forze armate a presidio dei propri interessi minacciati. In tal modo si alimenta ancora una volta il vecchio luogo comune militarista che esalta retoricamente la ‘vita per la lotta’, ipotizzando nei fatti una non dichiarata ‘guerra permanente’ contro i nemici di turno. In tale prospettiva, pur non potendo più credibilmente ricorrere a due degli archetipi tipici dell’Ur-Fascismo – la pagana mitologia dell’eroe ed il necrofilo culto della morte – il militarismo non ha mai rinunciato completamente a coltivarne il senso, in alcuni contesti ammantandosi anche d’integralismo religioso, col tragico risultato che, come commentava Eco, se tali nuovi eroi si dichiarano “impazienti di morire […] gli riesce più di frequente far morire gli altri”.
Culto della tradizione, attivismo anti-intellettualista, nazionalismo xenofobo e mito eroico della ‘vita per la lotta’: ecco il triste poker di elementi che caratterizzano intimamente quell’Ur-Militarismus contro il quale è indispensabile opporre non solo una motivata obiezione di coscienza, ma anche la comune ricerca di alternative nonviolente ed ecosocialiste.
Concludo citando un classico, alcuni brani tratti da “Militarismus und Antimilitarismus”, un saggio pubblicato da Karl Liebnecht nel lontano 1907 ma che, a distanza di oltre un secolo, si rivela comunque profondamente attuale.
“Militarismo! Pochi slogan sono usati così spesso nel nostro tempo, e quasi nessuno descrive qualcosa di così intricato, sfaccettato, un fenomeno così interessante e significativo nella sua origine ed essenza, nei suoi mezzi ed effetti, un fenomeno che è così profondo nell’essenza dell’ordine sociale di classe ma può tuttavia assumere forme così straordinariamente diverse anche all’interno dello stesso ordine sociale, a seconda delle particolari condizioni naturali, politiche, sociali ed economiche dei singoli stati e aree […] La storia del militarismo è allo stesso tempo la storia delle tensioni politiche, sociali, economiche e culturali generali tra stati e nazioni, nonché la storia delle lotte di classe all’interno dei singoli stati e delle unità nazionali[…] Da tutto ciò deriva la necessità non solo di combattere, ma anche di combattere specificamente il militarismo. Una struttura così ramificata e pericolosa può essere afferrata solo da un’azione altrettanto ramificata, energica, grande, audace che insegue senza sosta il militarismo in tutti i suoi nascondigli […] La storia, la conoscenza sociale e quelle esperienze parlano un linguaggio veramente chiaro quando si tratta di antimilitarismo. E il momento è giusto”.[xix]
[i] Umberto Eco, Il fascismo eterno, Roma, GEDI, 2020 (testo scritto nel 1995 e già pubblicato nel 2017 da ‘La nave di Teseo’, Milano)
[x] Gamberini G., “Sistematizzare la fede”, Il Popolo d’Italia, 04.04.1928, cit. in E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 151
[xi] V. art 5 del Regolamento di Disciplina Militare – D.P.R del 11/07/1986 n. 545
Veicolato dai social media, sta circolando su Internet un breve video, prodotto e diffuso dalla Web tv del nostro Ministero della difesa il cui significativo titolo è: “L’esempio di oggi, per i grandi di domani”.[i] La scelta di collocare tale aureo messaggio solo in coda, accompagnato dal patriottico hashtag #AbbraccioTricolore, intendeva forse sottolinearne l’alta valenza educativo-sociale o, più banalmente, è stato solo un elementare espediente propagandistico. Infatti colpisce la stucchevole propaganda militarista e la brevità dell’audiovisivo (meno di un minuto) non riesce ad eliminare la sgradevole sensazione di assistere alla strumentalizzazione del volto candido ed entusiasta di alcuni ragazzi, per inneggiare retoricamente alle forze armate italiane.
Un deprecabile caso di scarso rispetto nei confronti dell’infanzia, ma anche del buon senso degli italiani, presi in giro da una pubblicità promozionale dei nostri militari, un mix di Mulinobianco, Immobiliare.it e Capitanfindus. Soprattutto, un pessimo esempio per i ‘grandi di oggi’, nei quali si vorrebbe ribadire la sciocca convinzione che i bambini siano dei ‘piccoli adulti’ senza diritti né cervello, da plasmare a propria immagine e somiglianza.
Non è un caso che negli ultimi decenni si siano moltiplicate le agenzie di selezione per minori da impiegare nel mondo della pubblicità commerciale, per sfruttare sempre più questo comodo bacino di testimonial, i cui diritti – affidati alla tutela di chi esercita il potere genitoriale – sono invece spesso violati, in nome del profitto e della popolarità.
«Il messaggio di cui il bambino è testimonial nello spot pubblicitario difficilmente può essere contrastato o rifiutato, perché egli rappresenta la purezza, l’incapacità di mentire e, in quanto tale, veicola la bontà e la genuinità dei contenuti pubblicitari […] Qual è il rischio di questo processo di adultizzazione precoce? Il rischio è che si brucino le tappe, che i bambini vivano un qualcosa che non è idoneo per la loro età. […] Con una sorta di “precocizzazione” il piccolo è in un certo senso privato della libertà di esplorare e apprendere autonomamente […] La famiglia, la scuola, tutte le agenzie educative devono tutelare l’infanzia e contrastare questa precoce adultizzazione dei bambini…». [ii]
Oltre al menzionato fenomeno della ‘adultizzazione’ dei minori – problema sul quale si sono autorevolmente pronunciati diversi psicologi, fra cui la prof. Oliverio Ferraris [iii] – mi sembra che sia, anche in questo caso, una vera e propria ‘adulterazione’ dei minori, cui si attribuiscono pensieri e dichiarazioni preconfezionati, estranei al loro vissuto e sentire. Come ha sottolineato Brunella Gasperini [iv], si rischia così di determinare in loro un ‘inquinamento’ mentale e comportamentale, che cancella o falsa le modalità spontanee dell’infanzia e provoca pericolosi effetti sulla crescita emotiva dei bambini.
I dizionari citano parecchi sinonimi della parola ‘adulterazione’: alterazione, falsificazione, manipolazione, contraffazione, sofisticazione, ma quello che meglio si addice all’operazione mediatica promossa dal Ministero della difesa credo che sia ‘manipolazione’. Il termine è usato ovviamente in senso psicologico, ma conserva il riferimento alla fisicità del gesto del ‘plasmare’ a propri fini la malleabile personalità infantile. Una volta tale ruolo ‘formativo’ era affidato alla fiaba – si osservava acutamente in un libro sulla ‘spot generation’ – ma adesso è passato alla pubblicità, che lo esercita in modo ancor più insidioso.
«…la fiaba costituiva spesso la fonte di gran parte delle rappresentazioni sociali attraverso cui i bambini venivano educati a capire come funzionava il mondo e quali erano le regole: oggi lo spot di una bibita diventa l’occasione per insegnare ai bambini come va il mondo e qual è il sistema di attese che dovrà caratterizzarli da adulti […] …la televisione mostra una certa immagine del mondo, provvedendo a una cornice per ciò che è accettabile e per ciò che non lo è nella società…» [v]
Che a formare le menti e le coscienze dei nostri ragazzi/e si propongano i rappresentanti del complesso militare-industriale è un aspetto particolarmente preoccupante della strisciante militarizzazione della società italiana, dove nelle scuole la presenza di soldati, carabinieri, marines ed altri esponenti delle forze armate sta diventando sempre più frequente ed ingombrante. Sulla doppiezza ideologica di certe operazioni, del resto, basti pensare che nel 2006 il Ministero della Pubblica Istruzione lanciò un ambizioso programa nazionale denominato “La pace si fa a scuola”, con la finalità di promuovere iniziative improntate alla pace, alla cooperazione e allo sviluppo. Peccato però che il primo partner del progetto fosse proprio…il Ministero della Difesa! [vi]
Diritti (e rovesci)dell’infanzia
Eppure non mancano fonti normative che dovrebbero scoraggiare coloro che intendono utilizzare l’immagini e discorsi di bambini a fini pubblicitari. I diritti dei minori dovrebbero essere tutelati in primo luogo dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del 1989, nella cui premessa è scritto:
«In considerazione del fatto che occorre preparare pienamente il fanciullo ad avere una sua vita individuale nella società, ed educarlo nello spirito degli ideali proclamati nella Carta delle Nazioni Unite, in particolare in uno spirito di pace, di dignità, di tolleranza, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà…». Tale concetto è ribadito al comma 1 dell’art. 29 della stessa Convenzione: «…d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona…» [vii]
Il fatto è che, nel nostro paese, le norme di legge relative all’impiego di minori in attività propagandistiche inopportune o poco adatte alla loro età si riferiscono quasi esclusivamente all’ambito della pubblicità commerciale. Infatti, oltre codici di autodisciplina pubblicitaria, fu emanato anche il Decreto Ministeriale n. 425 del 1991, che però si concentrava sul divieto di far propagandare ai minori bevande alcoliche e prodotti del tabacco, sebbene all’art. 3 si riportavano anche più generali “norme a tutela dei minorenni”, fra cui:
«1. La pubblicità televisiva, allo scopo di impedire ogni pregiudizio morale o fisico ai minorenni, non deve: a) esortare direttamente i minorenni ad acquistare un prodotto o un servizio, sfruttandone l’inesperienza o la credulità; b) esortare direttamente i minorenni a persuadere genitori o altre persone ad acquistare tali prodotti o servizi; c) sfruttare la particolare fiducia che i minorenni ripongono nei genitori, negli insegnanti o in altre persone; d) mostrare, senza motivo, minorenni in situazioni pericolose».[viii]
L’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria [ix] dovrebbe vegliare sull’osservanza di questa regola ma, in primo luogo, ad intervenire in casi di palese “sfruttamento” dell’inesperienza, credulità e fiducia dei soggetti minorenni, dovrebbe essere il Garante dell’Infanzia, sul cui sito si trovano, oltre alle norme citate, troviamo alcuni utili riferimenti.
«In particolare, le comunicazioni commerciali, ai sensi del paragrafo 4.2. Codice Media e Minori: a) non debbono presentare minori come protagonisti impegnati in atteggiamenti pericolosi (situazioni di violenza, aggressività…ecc.) […] Sono anche previste delle precise regole di comportamento per cui le emittenti sono tenute: […] – a non utilizzare i minorenni in “grottesche imitazioni degli adulti». [x]
Quest’ultima frase è particolarmente significativa, a mio parere, perché travalica il solo ambito commerciale per stigmatizzare la tendenza a sfruttare l’immagine dei minori come adulti in miniatura, indotti ad imitarne atteggiamenti e comportamenti con esiti decisamente ‘grotteschi’, proprio come sta succedendo coi soldatini in erba proposti dal video e dalle foto recentemente diffusi dal Ministero della difesa.
Dall’Opera Balilla alle Psy-Ops
Di propaganda militarista e bellicista, del resto, noi italiani c’intendiamoparecchio. Durante il ventennio fascista, infatti, larga parte dei messaggi del genere furono affidati all’utilizzazione strumentale di bambini ed adolescenti, inquadrati e disciplinati come soldati in miniatura, per formarli allo spirito guerresco ed all’orgoglio nazionalista.
«L’Opera Nazionale Balilla (ONB), istituita nel 1926, inquadrava, attraverso una rigida educazione fascista, i giovani sino ai diciotto anni: dagli otto anni ai quattordici gli iscritti prendevano il nome di “balilla”, dai quindici ai diciotto quello di “avanguardista”. […] Dal 1933 anche i bambini dai sei agli otto anni furono inquadrati nei “figli della lupa” […] Nel reportage di Giuseppe Antoci, destinato a comunicazioni di propaganda, sono illustrate le attività di un gruppo di balilla ragusani: la lettura di “Gioventù in armi”, il quindicinale della GIL, le esercitazioni paramilitari con il moschetto, il gioco….Il giuramento dei balilla: “Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del duce e di servire con tutte le mie forze e, se necessario con il mio sangue, la causa della rivoluzione fascista”.[xi]
Del resto, tutti i passati regimi dittatoriali hanno ampiamente sfruttato i bambini ed i ragazzi per operazioni di propaganda bellica ed anche alcuni governi autoritari e militaristi attuali non hanno esitato a fare altrettanto, speculando non solo sulla loro immagine, ma addirittura utilizzandoli direttamente in ciniche operazioni che li vedevano operativi come ‘bambini-soldato’. Tale deprecabile fenomeno, in violazione di ogni norma etica e giuridica, ha visto minorenni coinvolti in operazioni militari o illegali in molte zone del mondo, direttamente oppure come supporto ai militari (vedette, messaggeri, spie, cuochi). [xii]
Ma anche la letteratura ed il cinema (dalla ‘Piccola vedetta lombarda’ deamicisiana all’icona dello ‘scugnizzo’ col fucile delle Quattro Giornate) hanno contribuito ad alimentare la retorica dei piccoli eroi, per non parlare di alcune assurde tradizioni di un tempo, secondo le quali i bambini erano ‘grottescamente’ travestiti da piccoli militari, in occasione di mascherate carnevalesche e perfino di prime comunioni e cresime…
Da molti anni, però, la rozza propaganda del passato è stata sorpassata da più aggiornate e raffinate tecniche di persuasione, utilizzate nelle cosiddette Psy-Ops, uno dei tanti acronimi della corrente Neolingua orwelliana, in riferimento alle ‘operazioni psicologiche’, al servizio di guerre combattute anche in maniera virtuale e ideologica. [xiii] Nell’istruttivo articolo del 1998 intitolato “Propaganda Techniques”, basato su un manuale pubblicato dall’U.S. Department of the Army già nel 1979, ad esempio, si chiarisce che:
«La conoscenza delle tecniche di propaganda è necessaria per promuovere la propria propaganda e per scoprire gli stratagemmi nemici delle PSYOPS. […] L’approccio tipo “gente semplice” o “uomo comune” tenta di convincere il pubblico che le posizioni del propagandista riflettono il senso comune della gente. È progettato per conquistare la fiducia del pubblico comunicando nel modo comune e nello stile del pubblico. I propagandisti usano linguaggio e maniere ordinari […] nel tentativo di identificare il loro punto di vista con quello della persona media. […] “Leader umanizzanti”. Questa tecnica offre un ritratto più umano degli U.S. e più amichevole dei capi militari e civili. Li umanizza in modo che il pubblico li consideri come esseri umani simili o, meglio ancora, come figure gentili, sagge e paterne…» [xiv]
Pillole (indorate) di militarismo
Ma torniamo al video prodotto dal nostro Ministero della difesa, per analizzarne le sequenze e far emergere il linguaggio utilizzato ed i messaggi più o meno subliminali che veicola. Lo spot ovviamente si affida molto alle immagini militari di repertorio, che s’intrecciano alle frasi pronunciate da quattro mini-testimonial, dell’apparente età di 9-10 anni. In effetti il video è una specie di trasposizione filmica del tradizionale crest interforze, il cui emblema a scudo è diviso nei quattro campi corrispondenti alle altrettante forze armate: esercito, marina, aeronautica e carabinieri.
Nella prima sequenza, dopo un’immagine di elicotteri, su sfondo grigioverde con una stella gialla, una bambina bruna, inforcando binocolo, dichiara fieramente: “Da grande vorrei aiutare tutti i miei amici. Anche quando sono lontani”. Compaiono a questo punto dei bersaglieri in tuta mimetica, intenti a caricare grandi sacchi su un elicottero.
Segue un ragazzino bruno in camicia bianca, sullo sfondo di una parete azzurra con onde bianche, poggiato ad un tavolo sul quale spiccano berretto e divisa da capitano di fregata. Collegandosi alla frase precedente, egli esclama con orgoglio: “Come il mio papà, che sa sempre qual è la direzione giusta!”, mentre sono di nuovo inquadrati il berretto da ufficiale, strumenti di navigazione ed un cannocchiale. Segue una scena con onde e spruzzi d’acqua, un argenteo cacciatorpediniere ed una pista dove alcuni marinai in tuta bianca sembrano caricare su un elicottero una barella con un soggetto da soccorrere.
Il più ‘grottesco’ è il terzo mini-testimonial: un bambino biondo abbigliato con un buffo caschetto stile ‘barone rosso’, che dapprima fa decollare dal suo tavolo un modellino di ‘caccia’ tricolore con la mano sinistra, mentre subito dopo impugna con la destra un aeroplanino di carta, scandendo con voce sognante: “Vorrei volare alto… Sempre più in alto!”. Compaiono a questo punto tecnologici piloti, uno dei quali si prepara a decollare col suo cacciabombardiere supersonico. Si materializzano quindi le immancabili ‘frecce tricolori’, che sorvolano la capitale, lasciando sopra il Vittoriale la loro scia colorata.
La quarta sequenza presenta una bambina dai capelli castani, con un abitino nero, su uno sfondo azzurro scuro sul quale si profila lo skyline di una città. La piccola, che poggia la mano su un tavolo dove spiccano un berretto femminile da graduato dei carabinieri ed un lampeggiante blu, dichiara solennemente: “Sarò sempre pronta a difendere le persone in difficoltà”, mentre sullo schermo vediamo un’autovettura della Benemerita, con dentro due agenti di pattuglia, con la mascherina chirurgica sul volto.
L’ultima sequenza è una sintesi delle scene precedenti, con la prima brunetta che proclama: “Da grande vorrei essere come loro” ed il piccolo aspirante marinaio che aggiunge: “…che lottano contro ogni pericolo”. Il biondino col caschetto da aviatore prosegue: “…difendono i più deboli…” ed infine la fiera carabinierina esclama entusiasta: “…e fanno diventare l’Italia più sicura e più bella!”
Decodificare i messaggi
Per prima cosa, osserverei che non mi sembra che siamo di fronte ad uno spot qualitativamente eccezionale. L’insieme, oltre che ampiamente retorico, risulta infatti piuttosto banale. È però opportuno cogliere qualche aspetto meno evidente del video, leggendo metaforicamente tra le righe del testo e delle immagini.
La prima osservazione è che – pur nell’evidente scorrettezza dell’utilizzo di minori per propagandare le nostre forze armate – gli autori hanno cercato di salvare un po’ ipocritamente il principio della parità di genere, impiegando due bambine e due bambini.
La seconda annotazione riguarda la sceneggiatura, che alterna l’esaltazione della potenza di strumenti di guerra tecnologicamente avanzati (elicotteri, cacciatorpediniere, cacciabombardieri) col volto ingenuo, entusiasta e rassicurante di piccoli/e, che ovviamente sottolineano il lato buono delle forze armate, utilizzando verbi positivi come ‘aiutare’, ‘andare nella direzione giusta’, ‘lottare contro ogni pericolo’, ‘difendere i deboli’, ‘far diventare più sicura l’Italia’.
Anche la parte visiva asseconda questa vena buonista, mostrandoci militari che caricano sugli elicotteri non certo armamenti, ma solo sacchi di aiuti alimentari e feriti da soccorrere. Per i bombardieri l’operazione sarebbe stata più improbabile, per cui si è fatto ricorso alla retorica patriottarda delle frecce tricolori, mentre per i carabinieri l’accento è andato sulla loro missione di tutori dell’ordine (lampeggiante) e della sicurezza collettiva (mascherina).
La colonna sonora, pomposamente orchestrata ma ridondante nel suo ritmo incalzante, completa questo cortometraggio smaccatamente propagandistico, che si chiude con lo slogan a lettere cubitali: “L’esempio di oggi, per i grandi di domani”.
Di fronte a questa operazione mediatica sarebbe opportuno che ogni cittadino/a che non si lascia abbindolare dalla retorica nazional-militarista si chieda cosa può fare per contrastarla. Il primo passo è quello di prendere (e far prendere) coscienza di quanto sia subdola tale iniziativa ma, soprattutto, di quanto sia del tutto inappropriato – se non illegittimo – sfruttare l’immagine di minori per vendere all’opinione pubblica ciò che il Ministero della difesa chiama eufemisticamente “strumento militare”. Infatti, come ho posto in evidenza in un recente contributo [xv], quando il suo interlocutore è il governo o gli ‘alleati’ della NATO, se ne mettono in mostra lo spirito bellicoso, l’expertise tecnologica e la brillante leadership dei suoi quadri. In questo caso, ancora una volta, s’insiste invece sulla valenza ‘civile’ e ‘popolare’ dei nostri militari, sul volto buono e fraterno di adulti (madri e padri) che sono di esempio ai loro pargoletti, che a loro volta sembrano ansiosi d’imitarli.
Spieghiamo allora ai nostri bambini e ragazzi che si tratta anche in questo caso di una ‘pubblicità ingannevole’, che presenta le forze armate – strumento sì, ma di guerra – come una sintesi fra boy scouts, volontari della protezione civile ed operatori socio-sanitari ed assistenziali delle ONG. Spieghiamo ai nostri figli che i 26 miliardi spesi dal governo per la ‘difesa’ (71 milioni ogni giorno…) non servono per fare assistenza o prestare soccorso nelle emergenze, ma per equipaggiare ed armare 20.000 militari per il solo Esercito, di cui quasi 3.500 impegnati in cosiddette ‘missioni’ all’estero, che da sole costano 1,6 miliardi.
Facciamo loro capire che coi soldi per acquistare gli F35 si sarebbero potute attrezzare 150.000 terapie intensive; [xvi] che un solo sommergibile ci costa quasi un miliardo e mezzo di euro e che né i cacciabombardieri né i mezzi sottomarini possono essere considerati strumenti di pace e di sicurezza. Informiamoli che la nostra Repubblica “che ripudia la guerra” esporta armi per 2,5 miliardi di euro, anche a paesi devastati da guerre decennali e che, mentre tutti gli italiani erano bloccati dalla pandemia, le fabbriche di armi e i cantieri militari non si sono mai fermati.
Se questo è l’esempio che stiamo dando ai nostri ragazzi, beh non c’è sicuramente da andarne fieri!
[xii] “Si stima che 250.000 bambini siano coinvolti in conflitti in tutto il mondo. Sono usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi, e le ragazze, in particolare, sono costrette a prestare servizi sessuali, privandole dei loro diritti e dell’infanzia.” > https://www.unicef.it/doc/224/bambini-soldato.htm – Un documentato saggio sui ‘bambini soldato’ è: Cristina Gervasoni, Lo sfruttamento militare dell’infanzia. Il problema dei bambini soldato nella saggistica in lingua italiana, Univ. di Venezia (D.E.P. N. 9, 2008) > https://www.unive.it/media/allegato/dep/n9correzioni/Ricerche/Gervasoni-saggio-a.pdf
Nella mobilitazione mediatica per la terribile vicenda della pandemia di Coronavirus, l’attenzione degli organi d’informazione ne è stata monopolizzata, lasciando ben poco spazio ad altre notizie, sia interne sia dall’estero. L’interesse di lettori, ascoltatori, spettatori, internauti e frequentatori dei social si è quindi concentrato sulle pesanti limitazioni imposte alla cittadinanza per motivi di sicurezza e di tutela della salute pubblica, passando dall’iniziale atteggiamento disinvolto ad un timor panico vagamente paranoico. La forzata segregazione fra le mura domestiche di larga parte della popolazione italiana, infine, ha sconvolto equilibri, bioritmi e relazioni, portandoci a vivere di riflesso, a distanza e virtualmente, perfino ciò che ci sta capitando intorno, come se stessimo visionando un appassionante quanto sconvolgente film di fantascienza.
Eppure sarebbe bene se noi Italiani uscissimo dall’attuale torpore mentale e sociale e, pur nel rispetto delle prescrizioni (in alcuni casi imposte con tono vagamente poliziesco), ricominciassimo a guardare fuori dal bozzolo rassicurante del ‘rifugio antivirus’ nel quale ci stiamo rinchiudendo. Infatti intorno a noi le cose vanno avanti, nel bene ma spesso nel male, ed accampare la scusa dell’emergenza nella quale ci troviamo immersi per disinteressarsene appare un po’ meschino. Le borse mondiali crollano; lavoratori già precari precipitano sempre più spesso nella disoccupazione; fronti di guerra restano aperti da molti anni ed altri rischiano di aprirsi; la gravissima crisi ambientale legata al riscaldamento globale non viene affatto affrontata, benché abbia già provocato milioni di morti ed altri ne provocherà; le spese militari continuano a crescere, insieme con i potenziali scenari di conflitto; decine di migliaia di militari di vari paesi, a guida USA, invadono l’Europa per inscenare una macroscopica esercitazione bellica ai confini della Russia…. E noi? Nel frattempo noi facciamo scorta di mascherine e amuchine, digitiamo messaggini sullo smartphone e cerchiamo di occupare l’eccessivo ‘tempo libero’ improvvisamente piovutoci addosso, riscoprendo anche criticità ed opportunità della convivenza familiare, dentro città dall’aspetto inquietante e spettrale.
Sono state oscurate anche notizie di portata sicuramente minore, ma che in altri momenti ci avrebbero quanto meno incuriosito. Una di queste – scoperta casualmente smanettando su internet – riguarda il nuovo status giuridico di una categoria di cui già poco si parlava anche prima e della quale solitamente si sa poco o nulla. Il Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro degli Esteri Di Maio e di quello della Difesa Guerini, ha approvato il disegno di legge di ratifica dell’intesa tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica in materia di “assistenza spirituale alle Forze Armate”. Certamente non è l’evento del secolo, ma neppure una notizia così insignificante da non meritare menzione sui quotidiani e notiziari nazionali. A parlarne infatti sono stati solo per la CEI l’Agensir ed il quotidiano Avvenire e, sul versante governativo, Report Difesa, come se si trattasse di un banale accordo o transazione fra istituzioni ecclesiastiche e civili, che poco o punto ci riguarda. Eppure questo atto dell’esecutivo riforma, dopo ben 60 anni, lo status giuridico dei cappellani militari, normato dalla legge n. 502 del 1961 [i] e finora mai messo in discussione. Quando due anni fa ci fu un timido tentativo di entrare nel merito.[ii] il missionario padre Alex Zanotelli aveva però lanciato un accorato appello affinché finalmente cessasse: “questo scandaloso connubio fra Forze Armate e Chiesa”.[iii]
L’assordante silenzio sui cappellani militari
Ma ecco che, sbucando come un coniglio dal cappello, i cappellani sono tornati ad interessare l’azione del Governo, sebbene la notizia dell’intesa sia rimasta confinata fra gli ‘addetti ai lavori’, dando per scontato che si tratta di problemi che non interessano la gente comune. Eppure – soltanto sul versante ‘civile’ della questione – già nel 2016 alcune inchieste ci avevano informati che il costo che lo Stato si accollava per mantenere un paio di centinaia di preti-soldati era tutt’altro che indifferente.
«Nel complesso…l’assistenza spirituale alle Forze armate costa alle casse pubbliche circa 20 milioni: tutti soldi, si badi bene, aggiuntivi rispetto al miliardo di euro che già annualmente entra nelle casse della Cei ed è usato in gran parte proprio per il sostentamento del clero. Ma se lo stipendio di un prete è sui mille euro, un cappellano come tenente parte dal doppio e a fine carriera, da colonnello, può superare i 5mila.» [iv]
Limitare la questione del ruolo dei cappellani militari al solo aspetto economico sarebbe però riduttivo. Senza scomodare le taglienti parole di don Lorenzo Milani nella sua famosa lettera del 1965 a loro indirizzata [v], bisogna infatti ricordare che si tratta infatti di una vicenda che presenta delicati risvolti etico-religiosi, cui l’attuale riforma – incentrata com’è sulla spending review più che su motivazioni morali – risponde purtroppo molto parzialmente. Zanotelli, nel citato appello di due anni fa, ribadiva invece con chiarezza la natura dell’opposizione di parte del mondo cattolico al ruolo svolto dai ‘preti con le stellette’, dichiarandolo:
«…in chiaro contrasto con il magistero di Papa Francesco contro la guerra e in favore della nonviolenza attiva. Ma è in contrasto soprattutto con il Vangelo perché l’Intesa integra i cappellani nelle Forze Armate d’Italia sempre più impegnate a fare guerra “ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati”, come recita il Libro Bianco della Difesa della Ministra Pinotti. […] E per fare questo, c’è bisogno di armarsi fino ai denti, arrivando a spendere lo scorso anno in Difesa 25 miliardi di euro, pari a 70 milioni di euro al giorno. Tutto questo è in profondo contrasto con quanto ci ha insegnato Gesù. Per cui diventa una profonda contraddizione avere sacerdoti inseriti in tali strutture».[vi]
In un recente articolo anch’io avevo sottolineato gli aspetti più grotteschi di un regime legislativo che finora collocava i sacerdoti con funzioni di assistenza religiosa ai militari su un piedistallo dorato, dotandoli di una diocesi autonoma e, parallelamente, incorporandoli a tutti gli effetti nei ranghi gerarchici delle forze armate. Ciò, peraltro, ha consentito non solo le sconcertanti figure di sacerdoti e prelati con le stellette, ma anche la celebrazione e pubblicizzazione sulla rivista ufficiale dell’Ordinariato Militare per l’Italia [vii] di liturgie e cerimoniali in cui s’intrecciano talari e mimetiche, “croce e moschetto”, avvalorando di fatto, col richiamo al biblico “Signore degli Eserciti”, un blasfemo “Esercito del Signore”. [viii]
Ma in che cosa consiste esattamente l’intesa fra Stato e Chiesa ratificata circa un mese fa con il varo del Disegno di Legge proposto da Di Maio e Guerini? È stato davvero superato l’impasse che nel 2018 aveva bloccato il governo Gentiloni, limitando la riforma al solo aspetto economico? La risposta è solo in parte positiva, anche se qualcosa sembrerebbe essersi mosso sullo scivoloso terreno del rapporto fra le gerarchie ecclesiastiche e quelle militari. Che non si tratti di una rivoluzione lo lascia intendere il fatto che di tale intesa si sia dichiarato soddisfatto l’Ordinario Militare. Ciò significa che anche adesso – al di là della riduzione della spesa dello Stato italiano su questo capitolo – non si andati nella direzione auspicata da chi avrebbe invece voluto un netto segnale di discontinuità col passato.
Smilitarizzare i cappellani? No, grazie…
«Il testo […] permetterà anche un notevole risparmio alla casse dello Stato, grazie ad alcuni accorgimenti tecnici […] e al contenimento degli stipendi (oggi lo stipendio medio è di circa 1500 euro). La normativa individua le funzioni svolte dai cappellani a favore dei militari cattolici e delle rispettive famiglie, nonché i mezzi e gli strumenti che sono messi a loro disposizione per l’assolvimento delle funzioni stesse; delinea, inoltre, lo stato giuridico dei cappellani come figura autonoma rispetto all’organizzazione militare, stabilendo che hanno piena libertà di esercizio del loro ministero e che risiedono in una delle sedi di servizio loro assegnate, ma accedono ai gradi militari per assimilazione, senza che questo comporti identificazione con la struttura e l’organizzazione militare. “Si evidenzia – nota il governo – che il cappellano non può esercitare poteri di comando o direzione e avere poteri di amministrazione nell’ambito delle Forze armate; non porta armi e indossa, di regola, l’abito ecclesiastico proprio, salvo situazioni speciali… [ix]
Dal positivo commento del quotidiano della CEI – simile peraltro a quelli di altri giornali cattolici ed ai comunicati della stessa Difesa [x] – si discosta nettamente la nota critica su Adista dello stesso Luca Kocci, il quale osserva:
Una svolta all’orizzonte? Per niente. E, al di là dell’invito ad indossare di più la talare e il clergyman e meno la divisa e la mimetica, tutto resta come prima, o quasi: i cappellani militari rimangono preti-soldati con i gradi – l’aspetto maggiormente contestato da Pax Christi, dalle Comunità di Base e da Noi Siamo Chiesa, che da anni portano avanti una battaglia per la smilitarizzazione dei cappellani militari – e vengono pagati dallo Stato, in quanto militari a tutti gli effetti. E appare risibile la sottolineatura che i cappellani «accedono ai gradi militari per assimilazione, senza che questo comporti identificazione con la struttura e l’organizzazione militare»: se hanno i gradi, fanno automaticamente parte della struttura militare, per non farne parte dovrebbero essere completamente smilitarizzati.» [xi]
Insomma, l’impressione è che, ancora una volta – citando il classico motto del Principe di Salina del ‘Gattopardo’ – qualcuno ha pensato: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». In effetti, se prescindiamo dalla positiva circostanza che “i cappellani militari verranno quindi caratterizzati più nettamente per le loro funzioni pastorali, con piena libertà di esercizio del relativo ministero, che per la militarità, tanto che di regola indosseranno l’abito ecclesiastico e non più l’uniforme” [xii], e che la spesa annua dello Stato per i cappellani militari con la riforma potrebbe ridursi ad una decina di milioni, non sembra che si sia giunti a recidere davvero il nodo fondamentale della questione. Il fatto stesso che non se ne sia discusso per nulla, evitando ogni confronto con posizioni più critiche, come quelle ripetutamente espresse da Pax Christi, dal missionario comboniano Zanotelli o dallo storico esponente nonviolento Antonino Drago [xiii], derubrica oggettivamente questo decreto governativo a provvedimento burocratico-amministrativo, lasciando aperta la questione etico-religiosa di fondo [xiv]. Ecco perché non mi resta che concludere ripetendo quanto avevo già affermato:
«…Cristo, Principe della Pace (Is. 9:5), non può essere ridotto al ruolo di luogotenente del veterotestamentario “Adonai Shebaoth” e dunque è necessario che chi sceglie la nonviolenza – cristiana prima ancora che gandhiana – si dissoci pubblicamente da ogni forma di riabilitazione della guerra e di chi la prepara ed attua…» [xv]
[xi] Luca Kocci, “Cappellani militari: pronta una nuova legge. Ma è come quella vecchia”, Adista Notizie n° 9 del 07/03/2020 > https://www.adista.it/articolo/63015
DICONO CHE L’EPIDEMIA di Coronavirus avrebbe offuscato altre questioni importanti per il nostro Paese e per la nostra Città, monopolizzando l’attenzione dei media. Del resto, non si può negare che gli organi d’informazione siano spesso reticenti circa vicende assai poco simpatiche, come i tragici avvenimenti ai confini tra Turchia e Grecia o l’arrivo in Italia di altre 50 testate nucleari, trasferite alla base USAF di Aviano (PN) proprio dalla base turca di Incirlik. Ma non bisogna generalizzare, visto che alcuni giornali riportano notizie poco significanti, come quelle riguardanti le ottime relazioni che intercorrono tra i vertici della NATO e le nostre massime cariche istituzionali, a livello sia nazionale sia locale. Il primo caso è quello della ‘breve’ pubblicata in Cronaca di Napoli del quotidiano Il Mattino di giovedì 5 marzo 2020, dalla quale apprendiamo che:
«Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha incontrato a Palazzo San Giacomo il generale Antonio Vittiglio nuovo Capo di Stato Maggiore del Comando della Nato di stanza a Lago Patria al quale ha rivolto i migliori auguri di buon lavoro nel prestigioso incarico. Il primo cittadino ha poi donato al Generale il crest ufficiale della città che l’alto ufficiale ha molto gradito». [i]
Qualora vi dica poco o nulla il nome del generale chiamato a guidare lo stato maggiore del Comando NATO competente per l’Europa sud-orientale e per l’Africa, un altro organo d’informazione online, Quasimezzogiorno, specifica che:
«…il Generale di Corpo d’Armata Antonio Vittiglio ha assunto la carica di Capo di Stato Maggiore e la qualifica di Capo del Command Element dell’Unione Europea. Inoltre, dal settembre del 2018 al 02 settembre del 2019, ha ricoperto l’incarico di Vice Comandante presso il Comando NATO ad Istanbul in Turchia (Nato Rapid Deployable Corps – Turkey) dove ha preso parte alla preparazione e validazione futura sia del Comando di Corpo d’Armata Turco e sia della sua Brigata VJTF (L), prendendo parte alla pianificazione e alla preparazione per la certificazione per l’NRF-L (Nato Response Force Land) 2020 e al processo per il raggiungimento nel 2021 della FOC (Full Operational Capability) per la nuova struttura del Comando Turco della NATO….» [ii].
Insomma, mentre la frontiera dalla Turchia alla Grecia risulta tutt’altro che accogliente nei confronti d’una grande quantità di sventurati profughi siriani, dalla Turchia all’Italia invece arriva senza ostacoli un po’ di tutto, dai generali alle bombe atomiche… E poiché noi Napolitani siamo tradizionalmente molto accoglienti, il nostro Sindaco – mettendo da parte bandane arancioni ed arcobaleno – ha ritenuto suo dovere accogliere con tutti gli onori il generale Vittiglio, augurandogli buon lavoro (proprio così…) ed omaggiandolo con lo stemma della “Città di Pace” di cui è primo cittadino. Magari gli sarà sfuggito che quello scudo giallo-rosso è l’antico stemma di uno dei Sedili di Napoli, quello del Popolo, e soprattutto che non è affatto vero che tutto il popolo napolitano sia felice e soddisfatto dell’occupazione militare di cui i ‘Liberatori’ alleati ci gratificano da quasi 70 anni. O, peggio, questo è stato ritenuto un particolare insignificante e comunque ininfluente.
L’Amm. James G. Foggo III insignito del titolo di ‘Commendatore della Repubblica Italiana
LA SECONDA NOTIZIA, ancora una volta riguardante i vertici della NATO, oltre che sul sito web del Comando J.F.C. Naples[iii] è apparsa anche sul Daily World Italia, un giornale telematico pubblicato a Civitavecchia, dal quale apprendiamo che:
«L’Ammiraglio James Foggo, Comandante del Comando Interforze Alleato di Napoli e delle Forze Navali USA in Europa e Africa è stato insignito del titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. L’alta onorificenza è stata consegnata dal Generale di Squadra Aerea Roberto Corsini, Consigliere del Presidente della Repubblica Italiana per gli Affari Militari, nel corso di una cerimonia tenutasi al Comando JFC Naples il 17 febbraio 2020. L’Ordine al Merito (OMRI) è un prestigioso riconoscimento della Repubblica italiana. L’Ammiraglio Foggo ne è stato insignito per decisione del Presidente della Repubblica Italiana e Capo dell’Ordine, Sua Eccellenza Sergio Mattarella». [iv]
L’articolo riferisce le espressioni di gratitudine e le dichiarazioni dell’Ammiraglio responsabile della NATO per l’Europa e l’Africa, il quale, citando legami parentali risalenti alla seconda guerra mondiale, non ha mancato di sottolineare che «…questo ci ricorda da quanto tempo e con quanto impegno i nostri due paesi, uniti, si ergano a difensori della libertà.» [v] Ecco, appunto. Quella “difesa della libertà” che – per citare la celebre frase pronunciata dal don Vito Corleone de Il Padrino – per noi Italiani continua ad essere “un’offerta che non si può rifiutare”. [vi] I due organi d’informazione (ma il secondo è solo la traduzione italiana del primo) ci rendono edotti che l’onorificenza è conferita a personaggi
“ritenuti meritevoli della gratitudine della Repubblica per il loro straordinario contributo all’integrazione e al coinvolgimento o per l’impegno profuso dai loro enti di appartenenza nell’ambito civile, culturale e professionale della Repubblica.”
A questo punto, forse immaginando che qualche lettore possa chiedersi cosa mai il vertice alleato abbia fatto di tanto importante per ricevere la commenda, si precisa che:
“L’Ammiraglio Foggo è stato ritenuto meritevole della onorificenza per avere dato prova di eccezionale sensibilità, generosità ed impegno a favore della Repubblica Italiana e dei suoi cittadini.” [vii]
Sinceramente continuo a non capire a quali manifestazioni di generosità ed impegno civico si riferisse l’articolo a proposito dell’ammiraglio della U.S. Navy, di cui è anche il Comandante nell’area euro-africana, controllata dalla 6^ Flotta. [viii] Ma forse insistere su questo punto potrebbe sembrare inopportuno, visto che l’amm. James G. Foggo III è già stato insignito, oltre che di numerose decorazioni e di medaglie ad onor militare, anche di riconoscimenti civili come la prestigiosa Legion d’Honneur francese, che ora potrà sfoggiare insieme con le insegne di Commendatore al merito della Repubblica Italiana.
A questo punto, di fronte a tale indecoroso atteggiamento di subalternità verso i più alti vertici dell’Alleanza Atlantica in Italia – ringraziati ed omaggiati come se davvero ci stessero rendendo un insostituibile ed indispensabile servizio – non ci resta…”che piangere” – verrebbe da dire, citando il noto film con Benigni e Troisi. E invece no. Per me e tanti altri, non resta che demistificare, denunciare ed opporsi all’incalzante militarizzazione della società e della cultura, che passa anche per la retorica esaltazione di alti ufficiali delle forze armate. Da una Repubblica che costituzionalmente “ripudia la guerra” e da un Comune che si dichiara statutariamente “Città di Pace” non dovremmo aspettarci una profluvie di omaggi rivolti a chi, al di là della retorica sulla NATO come ‘scudo’ della nostra libertà e sicurezza, si occupa di pianificare ed attuare operazioni belliche. Infatti, come peraltro è esplicitamente dichiarato nella pagina iniziale dello stesso sito web del JFC Naples, la sua attivazione:
«…era parte della trasformazione della NATO volta ad adattare la struttura militare alleata alle sfide operative di una guerra di coalizione, così da fronteggiare le minacce emergenti del nuovo millennio…» [ix]
Ebbene, se nel XIV secolo il titolo di “commendatore” indicava chi proteggesse o sostenesse gli altri, oggi di questi “commendatori” con greca e stellette e di quel genere di ‘protezioni’ faremmo invece volentieri a meno…
È davvero sorprendente. Alcune fonti giornalistiche riportano che la nostra Napoli – proclamata per statuto ‘Città di Pace’ – avrebbe recentemente sperimentato una nuova forma di ‘ecumenismo’: quella dei cappellani militari.
«Giovedì 23 gennaio il Comando Aeroporto Militare di Napoli-Capodichino, insieme all’Ordinariato Militare, ha organizzato presso il proprio Salone degli Aviatori un incontro ecumenico alla presenza di tutti i cappellani militari italiani della XII zona pastorale (Campania e Basilicata) e dei cappellani stranieri presenti presso la base della Marina Militare degli Stati Uniti di Capodichino (US NSA) e presso il Comando NATO di Lago Patria (JFC Naples). L’incontro, presieduto da S.E.R. Mons. Santo Marcianò, Ordinario Militare per l’Italia,[i]ha visto la partecipazione dei vertici regionali delle quattro Forze Armate, della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato e di una nutrita rappresentanza di personale militare italiano e americano. “Ci trattarono con gentilezza” (Atti 28, 2) è stato il tema dell’incontro riprendendo quello scelto per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, in corso dal 18 al 25 gennaio». [ii]
In occasione della ‘Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani’, infatti, qualcuno ha pensato bene d’introdurre questa originale modalità ecumenica, riunendo all’Aeroporto militare di Napoli i comandanti delle forze armate italiane e dei corpi di polizia, insieme con i cappellani militari italiani ed ‘alleati’, col patrocinio ed egida pastorale di mons. Marcianò, arcivescovo/generale a tre stelle in quanto Ordinario Militare italiano. “Unevento unico, organizzato per la prima volta in assoluto in ambito militare” – ha dichiarato con fierezza il Comandante di Capodichino, auspicando che sia l’inizio di un processo. Ma l’aspetto più grottesco di questa specie di summit clerico-militare interforze – evidentemente non colto dai partecipanti – è che il tema dell’incontro e della loro comune preghiera si riferisse ad un passo degli Atti degli Apostoli sintetizzato dalla frase: “Ci trattarono con gentilezza”.
«Siamo qui, cappellani e militari di tante confessioni cristiane che lavorano assieme per il sostegno alla pace, annunciando l’unico Signore Gesù Cristo. La Parola di Dio, che esprime il tema di questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, richiama la nostra attenzione su una parola non più tanto di moda: la «gentilezza». Viviamo nel tempo della fretta e dell’aggressività e la gentilezza, anche nel quotidiano, finisce per essere qualcosa di dimenticato o addirittura frainteso, soprattutto quando l’altro sembra un ostacolo all’autorealizzazione personale […] Gentilezza è un tratto esteriore nato, tuttavia, da un atteggiamento del cuore”. [iii]
È dagli anni ’70 che continua a sfuggirmi il nesso tra svolgere servizio nelle forze armate e ‘lavorare insieme per il sostegno della pace’, che considero invece una sorta di anacoluto logico. Questo stridente accostamento mi risulta quasi blasfemo se è pronunciato da chi predica la fratellanza e l’amore per i nemici e proclama un vangelo in base al quale sono beati i miti e gli operatori di pace. Un’omelia sulla ‘gentilezza’ e contro la ‘aggressività’ dei nostri tempi ad un uditorio di ufficiali – italiani o stranieri, cattolici o di altra confessione che siano – mi risulta perfino disturbante, poiché non capisco come tale ‘atteggiamento del cuore’ possa conciliarsi con un’attività incentrata sull’utilizzo di armi, convenzionali e non, che puntano all’annientamento del nemico di turno.
È come dire: sì, spendiamo 70 milioni di euro al giorno per ‘difenderci’ da minacce inesistenti; siamo i noni esportatori di armi al mondo, alimentando senza tanti scrupoli anche guerre in atto; accettiamo supinamente l’occupazione militare di larga parte del nostro territorio, rinunciando ad esercitare la nostra sovranità; custodiamo 70 bombe atomiche altrui, in barba ai trattati internazionali; utilizziamo soldati in uniforme di combattimento anche per presidiare strade e discariche…però siamo tanto ‘gentili’ e ci adoperiamo per un mondo di pace…
Chi desideri leggere il testo integrale della meditazione dell’arcivescovo-generale Marcianò su questo inedito “ecumenismo in divisa” può trovarlo su Famiglia Cristiana dove, fra l’altro, potrà trovare queste profonde riflessioni:
«Lo specifico dell’impegno dei militari si pone proprio qui, nel dovere di porsi al servizio della giustizia e della libertà di un popolo, nella difesa della sicurezza e della dignità della vita. L’annuncio del Vangelo richiede per noi cappellani il sapere richiamare a questa vocazione specifica i nostri militari. […] E mi rendo conto di quanto sia necessario offrire a Dio noi stessi proprio come militari, offrire insieme lo sforzo dell’ecumenismo e della comunione, perché Egli usi tutto come arma per affermare la giustizia nel mondo […] I militari insegnano a noi questa fraternità con il loro vivere quotidiano; a nostra volta abbiamo la responsabilità di saperla annunciare in nome di Cristo nostro Unico Signore e Salvatore».[iv]
La ‘gentilezza’ (col mitra in mano) non è una virtù…
Confesso che mi era capitato raramente d’imbattermi in affermazioni come queste, secondo le quali il compito dei militari sarebbe servire la giustizia, la libertà, la sicurezza e la dignità di un popolo, dandogli così un luminoso esempio di fraternità. Peccato che l’Eminenza Reverendissima si sia dimenticato di citare la principale ‘virtù’ per un cappellano militare, quella obbedienza nei confronti della quale 55 anni fa don Lorenzo Milani espresse la sua dura contestazione, schierandosi al fianco degli obiettori di coscienza che proprio i religiosi con le stellette avevano insultato e deriso, assai poco gentilmente.
«Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni […] una guerra di evidente aggressione, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari? Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte? Se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. […] Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità…». [v]
Certo, da allora è passato oltre mezzo secolo, ma quelle parole conservano tutto il loro significato e valore anche oggi. Direi anzi soprattutto oggi, visto che in Italia dal 2005 il servizio militare obbligatorio è stato sospeso (non abolito, come comunemente si crede…), [vi]eliminando così la stessa obiezione di coscienza, archiviata dopo 33 anni di esperienze di servizio civile ‘alternativo’. Molti percepirono quel provvedimento come una liberazione, ma è abbastanza evidente che si è trattato del primo passo verso un esercito professionale, che ha però conservato i suoi ‘angeli custodi’ con croce e stellette.
Mons. Marcianò ha esaltato fraternità comunione e gentilezza come se si trattasse di valori intrinseci alla vita militare, pregando poi non solo coi nostri cappellani militari di Campania e Basilicata, ma anche con quelli – cattolici, protestanti e ortodossi – operanti presso il Comando della U.S. Navy di Napoli-Capodichino e quello N.A.T.O di Giugliano-Lago Patria. Ma non è affatto chiaro come questo inneggiare all’unità’, all’ecumenismo ed alla gentilezza possa conciliarsi col fatto che da quelle basi e comandi strategici non solo partono gli ordini per operazioni di controllo e ricognizione, ma si dà anche il via a veri e propri attacchi armati, aerei e navali, verso paesi considerati ‘nemici’. Per non parlare poi delle ‘missioni’ di stampo terroristico, destinate ad ammazzare leader ostili insieme con i civili coinvolti negli attentati, come è recentemente successo a Baghdad nell’eliminazione del generale iraniano Soleimani, col rischio d’innescare una nuova, gravissima, guerra.
Certo, ci fa piacere che – citando le parole del colonnello Ferramondo, comandante dell’Aeroporto Militare di Capodichino – “…l’incontro del 23 gennaio, tappa finale di un percorso iniziato più di un anno fa attraverso una serie di incontri periodici tra i cappellani, abbia contribuito alla conoscenza reciproca allo scopo di rendere più efficace tutto quello che si fa assieme, perché animati dagli stessi sentimenti nei confronti di un unico Dio”. [vii] Però ci sembra che sia legittimo chiedergli perché quegli stessi lodevoli sentimenti non siano rivolti anche verso altri soldati (e sempre più spesso contro popolazioni inermi), percepite solo come obiettivi da centrare e colpire con bombe e lanci di missili.
Catene di unità di fede o catene di comando?
Nell’articolo citato si riferisce che: “al termine della riflessione, tutti i cappellani hanno portato in processione una catena quale segno di unità; elemento che debba unire tutti in un cammino di misericordia, pace e giustizia…” [viii] Le immagini a corredo ci mostrano infatti pastori protestanti, sacerdoti cattolici e imbarazzati ufficiali italiani e stranieri avvinti da una catena che li unisce. Davvero commovente… Peccato che ci sono popoli che quelle catene – vere, non simboliche – le sopportano tutti i giorni, a causa di feroci dittature militari, intolleranti regimi teocratici ed arroganti governi la cui religiosità sembrerebbe ispirata da un vendicativo e geloso “Dio degli eserciti”.
Per rendere ‘pia’ quella strana celebrazione in uniformi e clergyman, del resto, non potevano bastare né le letture sacre né che una brava soprano abbia intonato “Avinu malkeinu”, che non è la versione ebraica del “Padre nostro” cristiano, bensì una preghiera simile, che gli Ebrei recitano in occasione del Rosh ha Shanah (Capodanno) e dello Yom Kippur). Pregare non significa ripetere ritualmente formule vuote, ma rinnovare la fedeltà al messaggio che il Signore ha voluto inviarci e, per i Cristiani, anche incarnare. Se confrontiamo i testi delle due preghiere [ix], effettivamente quello “Avinu” iniziale potremmo tradurlo con “Padre nostro”, ma dobbiamo anche tenere presente che nel primo caso la prima persona plurale dell’aggettivo possessivo si riferiva al “popolo eletto”, mentre l’invocazione insegnataci da Gesù abbraccia l’intera umanità. Piuttosto, quello che dotti e pii cappellani militari dovrebbero sapere, ma di cui mostrano di non rendersi conto, è quanto ambedue le preghiere risultino stonate in quel contesto militare. Nella loro bella orazione, infatti, gli Ebrei invocano Dio dicendo: “…aiutaci a porre fine a pestilenza, guerra e carestia, perché tutto l’odio e l’oppressione spariranno dalla terra”, ma tale auspicio si concilia molto male col sostegno ad un complesso militare-industriale che quelle guerre pestilenze e carestie le causa e le perpetua. Quando i Cristiani recitano la loro preghiera, chiedono a Dio Padre di rimettere i loro debiti/colpe specificando però: “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” (“καὶἄφες ἡμῖν τὰὀφειλήματα ἡμῶν ὡς καὶἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν” – Mt. 6:12). Ma anche in questo caso non si capisce che cosa c’entrino la misericordia divina e la compassione umana col mestiere di coloro i quali (al netto di tutte le diatribe teologiche sulla c.d. ‘guerra giusta’) addestrano ad uccidere distruggere ed annientare i ‘nemici’, magari nel modo più efficiente e scientifico.
Una nota a parte riguarda il fatto che a quella strana celebrazione ecumenica abbiano partecipato non solo i vertici regionali delle quattro forze armate italiane (Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri), ma anche quelli della Guardia di Finanza (corpo parzialmente militarizzato) e della Polizia di Stato (che invece è del tutto a ordinamento civile). Al di là dell’ecumenismo interforze, infatti, mi sembra di scorgere anche in questo coinvolgimento delle forze di polizia giudiziaria l’ennesimo tentativo di militarizzare il concetto stesso di ‘sicurezza’, confondendo la ‘stella’ degli sceriffi con le ‘stellette’ di chi per mestiere fa la guerra.
Certo, per uno come me che ha fatto obiezione di coscienza nel 1972 è triste dover assistere, quasi mezzo secolo dopo, a nuove esibizioni di religiosità viziate da uno stridente spirito militarista. Ecco perché non dobbiamo stancarci di ripetere ai giovani con don Milani della ‘lettera i giudici’, che: “…l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.
Come giustamente affermava alcuni anni fa Antonino Drago in un’intervista:
«Con la loro propaganda per la “pace armata”, i militari soffocano ogni pensiero alternativo sul tipo di difesa della pace; e i cappellani militari (che sono incardinati nelle FF.AA. come ufficiali) formano una loro diocesi indipendente e hanno un loro seminario. Così la guerra è tornata a essere giustificata, in Italia come anche a livello mondiale».[x] Ma Cristo, Principe della Pace (Is. 9:5), non può essere ridotto al ruolo di luogotenente del veterotestamentario “Adonai Shebaoth” e dunque è necessario che chi sceglie la nonviolenza – cristiana prima ancora che gandhiana – si dissoci pubblicamente da ogni forma di riabilitazione della guerra e di chi la prepara ed attua, tanto più se viene spacciata come…incontro ecumenico.
A Natale, si sa, sono tutti più buoni e si scambiano auguri di pace. Il 6 dicembre, poi, si festeggia san Nicola, nato a Patara di Licia (Turchia) 270 anni dopo Cristo e morto nel 343 a Myra (Turchia), di cui era stato proclamato vescovo. Chi è che non conosce questo grande santo di cui tantissimi portano il nome, venerato in particolare a Bari ma caro a milioni di cattolici ed ortodossi? In effetti, quello che si ricorda senz’altro di più è la sua mutazione genetica mercantile, che ha trasformato il barbuto episcopo bizantino, protettore dei bambini, nel nordico, panciuto, rossovestito e ridanciano Santa Claus, il Babbo Natale dispensatore di doni. Eppure nel clima pacioso ed i cori natalizi si è inserita una nota stonata. Proprio il 6 dicembre, infatti, il Parlamento Europeo ha riservato ai Napolitani un dono molto meno piacevole, avendo organizzato presso il simbolo stesso della città, l’angioino Castel Nuovo, una pomposa manifestazione dal titolo: “Stati generali dello Spazio, della Difesa e della Sicurezza: le prossime sfide per l’industria europea”. [i]Il titolo dell’evento era già un programma. Si trattava infatti di un segnale rivolto non solo al poco pacifico complesso militare-industriale – che distribuisce ovunque morte e devastazioni – ma anche ai titubanti partners europei, spingendo per un’alleanza militare sempre più stretta, ma per nulla alternativa alla NATO, i cui 70 anni d’altronde erano stati retoricamente festeggiati a Londra solo tre giorni prima.
«Politica, industria e forze armate riunite a Napoli […] Un appuntamento che ha permesso di fare il punto sulla strada da percorrere per rafforzare le capacità e il ruolo dell’Italia in questi settori. All’evento […] hanno preso parte, tra gli altri, il Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, i Ministri dell’Istruzione, Università e Ricerca, Lorenzo Fioramonti, e delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli. Presenti, inoltre, il Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento UE, Antonio Tajani, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, il Sottosegretario di Stato alla Difesa, Giulio Calvisi, il Vice Sindaco di Napoli, Enrico Panini e il Presidente dell’AIAD, Guido Crosetto». [ii]
Altro che Santa Claus col pesante sacco dei regali sulle spalle! Al Maschio Angioino sono arrivati nientemeno che i vertici del Parlamento Europeo, insieme con tre ministri e due sottosegretari del Governo nazionale, che l’Amministrazione di quella Napoli, dichiarata statutariamente ‘Città di Pace’ (eppure in trepidante attesa di ospitare la Scuola Militare Europea a Pizzofalcone) ha accolto con grande soddisfazione. L’autorevole delegazione politica era in compagnia degli industriali consorziati nell’AIAD (Federazione delle Aziende italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) [iii] il cui presidente è Guido Crosetto (già sottosegretario alla difesa nel governo Berlusconi IV e cofondatore di Fratelli d’Italia) e godeva della sponsorizzazione dell’Agenzia Spaziale europea e dell’Agenzia Spaziale italiana. Dulcis in fundo, era presente anche il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’U.E., che non ha svolto un intervento ma non ha mancato di rilasciare dichiarazioni ai media, ribadendo che:
«Una difesa unica…è assolutamente vitale per gli interessi della Unione Europea, per gli interessi dell’Europa, anche per gli interessi della NATO […] (esiste una) cooperazione vitale tra la NATO e l’Unione Europea, che su dimensioni diverse garantiscono la sicurezza. E se l’U.E. vuole una strategia autonoma è anche per sostenere la NATO…». [iv]
Un’autonomia (strategica) differenziata?
Enrico Panini, l’emiliano Vicesindaco di Napoli, non si è voluto limitare ad un rituale indirizzo di benvenuto, a nome del Sindaco di una “città felice e orgogliosa di ospitarli”, per cui ha dichiarato:
«…si è trattato di un evento straordinario [perché] l’Europa deve unire le forze per far fronte alle sfide che ha davanti, anche in termini di autonomia strategica. L’Europa deve rafforzare una propria indipendenza in tecnologie strategiche per la difesa e la sicurezza e una capacità autonoma nel settore dello spazio, collocandosi nel più ampio contesto transatlantico e nel futuro partenariato con il Regno Unito».[v]
Nel suo equilibrismo politichese è risultato un po’ ambiguo l’intervento del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini (già portavoce e vicesegretario del PD ed ex presidente del COPASIR, l’organo di controllo sui servizi segreti) per il quale:
«…un “Paese importante …che intende giocare un ruolo…protagonista” non può fare a meno di perseguire “…un continuo adeguamento e ammodernamento dello strumento militare […] Va detto al Paese che non siamo chiamati a immaginare una crescita nel settore della difesa perché costretti da accordi internazionali ma perché muove una esigenza di carattere nazionale. […]Dobbiamo dirlo chiaramente, abbiamo fissato come obiettivo il raggiungimento della media dei paesi europei alleati. Un paese serio si mette in cammino per far sì che ci sia una gradualità di crescita di risorse in questo settore». [vi]
A questo punto un dubbio nasce spontaneo: vogliamo diventare ‘protagonisti’ della difesa, per decidere autonomamente, o dobbiamo adeguarci, anche se gradualmente, all’imposizione di chi pretende un aumento delle spese militari almeno al 2% del PIL? Guerini sposa la linea secondo la quale una difesa unita europea servirebbe a sostenere l’Alleanza Atlantica. Una specie di autonomia differenziata giallo-rosa in salsa grigioverde?
Del resto, il proverbio “Franza o Spagna, purché se magna” – attribuito al fiorentino Francesco Guicciardini – sembrerebbe andare a genio ai nostri top managers del settore cyber-aero-spaziale, preoccupati unicamente di aumentare le commesse grazie a pretese minacce alla ‘sicurezza’ ed al generale clima di guerra che sempre più si respira. Il vero scopo della sceneggiata napolitana promossa dalla U.E., del resto, era proprio quello di rassicurarli che tutto sta andando proprio come essi auspicano, e che quindi il loro micidiale core business è garantito.
«Le industrie hanno mostrato di essere già pronte ad una comune politica europea nella difesa e nella sicurezza – ha proclamato Franco Benigni, a.d. di Elettronica – […] da realizzarsi nel pieno rispetto del sistema di alleanze multilaterali transatlantiche e mirato al raggiungimento di una leadership europea nel complesso delle tecnologie digitali.Perché questo avvenga la collaborazione industriale dovrà agganciare l’evoluzione politica della Difesa europea». [vii] Sulla stessa lunghezza d’onda anche Alessandro Profumo, già banchiere ed ora a.d. di Leonardo Aerospace, Defence and Security:
«I fondi della Difesa saranno dedicati alla ricerca e allo sviluppo di capacità. Laddove dovesse esserci un taglio, si taglierà la capacità del nostro Paese a stare al passo col mondo. Non si intacca il profilo nazionale ma la capacità nel nostro insieme di mantenere il passo dei grandi competitori nel mondo […] La domanda che come Europa dobbiamo porci è se vogliamo o no avere un’indipendenza strategica. L’ Europa deve essere inserita nel quadro del sistema Nato. Non siamo competitivi ma cooperativi rispetto alla Nato, ma avere capacità’ autonome rimane estremamente importante». [viii]
‘Star Wars’…a dodici stelle?
Al coro dell’ambiguo doppiogiochismo militare-industriale si è aggiunto Giulio Saccoccia, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, il quale ha sottolineato che va potenziato il ruolo “fondamentale di indipendenza strategica” assunto dell’Europa:
«Oggi parliamo di UE, di quello che in maniera complementare e sinergica può fare nel settore spazio e sono decisioni che prendiamo come un continente forte, un insieme di nazioni che vogliono avere una strategia indipendente da altri, ma anche di supporto alla strategia globale spaziale […] Nell’ambito dello spazio l’Italia ha un ruolo importantissimo in Europa, è uno dei pochi Paesi al mondo che opera in tutta la filiera, dall’accesso allo spazio al trasporto spaziale, con tutte le sue applicazioni, come l’osservazione della Terra, le telecomunicazioni, la navigazione e l’esplorazione». [ix]
Ancora una volta si parla di una strategia che mirerebbe al raggiungimento della indipendenza, senza però svincolarsi dal ruolo di ‘supporto’ a quella ‘globale’ ed inoltre prefigurando implicitamente scenari che – vista la sede in cui sono fatte certe affermazioni – non riguardano solo innocue esplorazioni dello spazio, bensì evocano inquietanti scenari da guerre stellari reaganiane.
In questo quadro generale così poco rassicurante c’è da chiedersi anche quale fosse il senso della presenza agli Stati Generali di Difesa Sicurezza e Spazio di due ministri apparentemente fuori contesto, come il titolare del MIUR, Lorenzo Fioramonti, e quella delle Infrastrutture e Trasporti, la democratPaola De Micheli. Quest’ultima, nel suo intervento, ha elegantemente glissato sulla parola-chiave ‘difesa’, soffermandosi sull’importanza della ricerca spaziale per motivi ambientali, la cyber-sicurezza e perfino al…turismo spaziale.
«Su questo tema il Mit trasmette un forte impulso, anche in termini di designazione delle priorità, così come per l’accesso allo spazio, da perseguire in forma più autonoma ancorché nel contesto della collaborazione europea e quindi in modo da realizzare i piani governativi relativamente agli spazioporti e ai voli suborbitali”. Non servirà solo al turismo spaziale (settore comunque di interesse), ma anche per rilevantissime attività di ricerca e di formazione. «L’accesso autonomo allo Spazio da parte dell’Italia […] sarà una delle priorità del dicastero, in collaborazione con la Difesa e l’ASI”.[x]
Del ministro Lorenzo Fioramonti non sono rintracciabili dichiarazioni ufficiali, ma la sua presenza – ufficialmente ascrivibile alla ‘R’ di ‘ricerca ‘ nell’acronimo del suo dicastero – sembra alludere al sempre più invadente ruolo che la ‘difesa’ sta giocando in Italia nell’ambito della pubblica istruzione. La crescente ed ingombrante presenza dei militari nelle scuole e di intere classi scolastiche in visita a basi, poligoni ed altre amene strutture del genere, infatti, è un preoccupante segnale della diffusione della propaganda e della retorica guerrafondaia fra i giovani italiani, ma anche di un’insinuante quanto opportunistica promozione, specie al Sud, di attività occupazionali legate alla c.d. ‘difesa’ e alla ricerca per scopi militari.
Insomma, la nostra Napoli – Città di Pace – avrebbe fatto volentieri a meno di questa trionfalistica kermesse, che ha testimoniato il sempre maggiore legame fra politica, industria e forze armate. E la sua Amministrazione, bifronte come Giano, avrebbe fatto bene a non dare un’altra prova di ambiguità politica, strizzando l’occhio ora al movimento pacifista, ora alla ‘bastardata’ della Scuola Militare Europea a Pizzofalcone.[xi]
Alleanza stato-mercato per scongiurare la catastrofe?
Ho letto con interesse e soddisfazione su la Repubblica i due articoli in cui il noto studioso statunitense Jeremy Rifkin ha sintetizzato per il quotidiano il messaggio del suo ultimo libro. [i] Esso già nel titolo risulta suggestivo, in quanto contrappone alla “civiltà dei combustibili fossili” un modello economico e sociale profondamente alternativo. L’espressione inglese adoperata – “green new deal” – evoca i ricordi di quello roosveltiano e rinvia ad una svolta radicale, che nasca però da una sorta di ‘patto’ o ‘accordo’ fra più parti. Nello specifico, l’ecopacifista Rifkin fa ricorso alla sua formazione di economista per ipotizzare un’alleanza stato-mercato stimolata da quest’ultimo, più adattabile e sensibile degli stessi governi ad un quadro globale in cui si ricavano sempre meno utili dalle fonti energetiche tradizionali, mentre ne appaiono evidenti le criticità, suscitando l’opposizione di un’opinione pubblica sempre più allarmata.
La soddisfazione, nel mio caso, deriva dal fatto che la visione strategica di Rifkin risente non solo della sua impronta radicalmente ambientalista, ma appunto anche di quella impostazione ecopacifista ed ecosociale che personalmente condivido. La questione. infatti, non è solo come fronteggiare il drammatico approssimarsi di ciò che egli chiama “la sesta estinzione di massa per uomini ed animali” [ii] , ma mobilitarsi per dar vita ad una ben diversa prospettiva, che il nostro Antonio D’Acunto molti anni fa aveva felicemente chiamato “Civiltà del Sole”. In questa espressione era racchiusa la visione di un futuro non solo più rassicurante per l’umanità, ma anche improntato a valori davvero alternativi. Un punto fondamentale riguarda l’intenzione di connettere l’evoluzione tecnologica e le scelte ecologiche con un modello decentrato e comunitario di società, caratterizzato da una dimensione territoriale localista ma al tempo stesso capace d’interconnessione e di scambio. Uscire dalla solita logica antropocentrica – che purtroppo vizia parte dell’ambientalismo dopo aver alimentato la prospettiva di uno sviluppo illimitato e di una tecnologia onnipotente – richiede una visione integrata e globale e un’apertura ad una profonda rivoluzione del modello di sviluppo e degli stili di vita attuali. Forse è vero che, come sottolinea Rifkin:
«Il mercato detta legge e i governi di tutto il mondo dovranno adattarsi rapidamente se vogliono sopravvivere e prosperare. L’Italia e il mondo hanno bisogno di una nuova visione economica per passare da una civiltà fossile agonizzante alla nascente civiltà verde». [iii]
Ritengo però
illusorio sperare che un simile passaggio possa essere determinato soltanto dall’allarme
per i cambiamenti climatici, dalla convenienza economica delle fonti
energetiche rinnovabili e dall’opportunismo dei politici che fiutano il vento. Una
vera ‘civiltà verde’ non può e non deve ridursi all’ennesimo
trasformismo di chi finga gattopardesco di cambiare tutto per non cambiare
niente, ma richiede scelte impegnative ed una inedita centralità delle comunità
locali, finora espropriate dalla pianificazione del proprio futuro, come
sottolineava Antonio D’Acunto.
«Il potere politico, se costretto a mediare fra economia ed ecologia, risolve la questione con la ‘sostenibilità’: una bella parola che piace a tutti. Centrale è perciò oggi la discussione sulla sostenibilità, sulla complessità ma soprattutto sull’ambiguità ed anche insignificanza di tale termine […] Ma lo sviluppo sostenibilecosì definito è realmente sostenibile o è la formulazione pseudo-ecologista di continuità dell’attuale modello economico, produttivo, di sfruttamento della natura e dell’uomo, dominante nel mondo?».[iv]
Il nocciolo del problema, allora, è se questo epocale cambiamento avverrà fatalmente, per l’intrecciarsi d’interessi economici ed ecologici, o se occorrerà continuare a lottare, in nome di valori profondamente alternativi al profitto economico ed al controllo politico.
La terza
‘rivoluzione industriale’ dell’energia rinnovabile digitalizzata?
Rifkin
coglie sicuramente la tendenza già presente ad orientare lo sviluppo
tecnologico verso una profonda trasformazione delle pratiche energetiche,
congiunta ad una modalità comunicativa sempre più digitalizzata ed a nuove
sperimentazioni di una ‘economia circolare’. Al tempo stesso ne rileva
saggiamente anche i punti di debolezza, poiché quella stessa informatizzazione
della società comporta “rischi e sfide”, verso i quali sarà necessario
esercitare un “vigile controllo normativo a livello locale e nazionale”.[v]
Mi sembra comunque che prevalga un quasi
fideistico entusiasmo nei confronti d’un processo che, messo in moto dal
progresso tecnologico e sollecitato dal crescente allarme per i pericoli di un
modello energetico insostenibile, energivoro ed iniquo, potrebbe però non
risultare così lineare ed inevitabile come prospettato da Rifkin.
«Ora siamo agli albori di una terza rivoluzione industriale in cui una Internet della comunicazione digitale a banda larga sta convergendo con una Internet dell’energia rinnovabile digitalizzata, e una Internet della mobilità elettrica e a idrogeno, alimentate da energia verde, in una vera e propria piattaforma Internet delle Cose (IdC), integrata nel patrimonio edilizio commerciale, residenziale e industriale a emissioni zero. Tutti gli edifici stanno diventando altrettanti nodi di una rete intelligente resiliente e a emissioni zero, incorporati in una matrice IdC, per un’Italia verde e smart e non saranno più spazi passivi e isolati ma diventeranno soggetti attivi di condivisione di energie rinnovabili, efficienza energetica, mobilità elettrica e una vasta gamma di altre attività economiche […] con un balzo in avanti verso l’economia circolare a zero emissioni, ecologicamente sostenibile e altamente resiliente della terza rivoluzione industriale». [vi]
Ovviamente ci auguriamo di poter presto vedere decisi ed attuati provvedimenti che rendano l’Italia “verde e smart”. Resta però difficile credere che, dopo secoli di cieca fiducia in un progresso unidirezionale, capace di sanare ogni ferita e di superare ogni limite, i vari decisori si convertano ad una prospettiva socioeconomica che coniughi la lotta a sprechi, inefficienza ed accentramento col perseguimento di un’autentica ‘sostenibilità’ ecologica e del protagonismo dei soggetti attivi. Rifkin ipotizza che tale “audace piano economico per salvare la Terra”, sostenuto dalle stesse logiche del mercato, stimoli e coinvolga i vari governi centrali, in quanto finanziatori di una trasformazione che vedrebbe sempre più fondamentale il ruolo delle regioni e delle comunità locali. Suona però come un paradosso, come quello che attribuisce ai governi nazionali una cooperazione con ‘banche verdi’, allo scopo di disincentivare finanziariamente le fonti fossili e d’incentivare quelle rinnovabili. La preoccupante involuzione politica degli USA ed il proliferare di focolari di conflitto, anche armato, connessi al controllo delle risorse energetiche tradizionali (petrolio e gas) purtroppo non fanno sperare in una rapida ‘conversione’ di un sistema che ha ancora troppi interessi da difendere, ed in cui il mondo della finanza non sembra finora esercitare un positivo impulso in tale direzione. Per citare D’Acunto:
«Arrestare i cambiamenti climatici è l’imperativo categorico che si pone oggi l’umanità[ma] occorre cambiare radicalmente il modello dominante di sviluppo, di economia, di cultura, di società e di organizzazione del potere». [vii]
“Società di servizio energetico” volano di uno sviluppo alternativo?
Da buon eco-economista, d’altronde, Jeremy Rifkin non si affida solo all’ottimistica speranza nel buon senso di politici e finanziatori. Per attuare quella rivoluzione verde, egli infatti fa riferimento anche ad uno strumento concreto per cambiare le cose.
«Vi è… un percorso alternativo che consentirebbe alle partnership tra pubblico e privato per il Green New Deal di prosperare, e annovera già venticinque anni di successi. Il modello di business è la “società di servizi energetici” (ESCO). È un approccio radicalmente nuovo alla conduzione degli affari che si basa su ciò che viene chiamato “contratto di prestazione” per garantire profitti ed è un metodo commerciale che non viene naturale in una logica capitalistica, che rappresenta un vero e proprio ribaltamento delle logiche di mercati basati sulla dicotomia venditore/acquirente, uno dei principi fondamentali alla base del capitalismo».[viii]
Fatto sta
che questo nuovo tipo di business è virtuoso proprio perché non connaturato
con la logica del capitalismo, in quanto ne sconvolge la sostanziale
contrapposizione tra chi vende e chi compra. Non a caso questa inversione di
tendenza era prospettata da chi ha ipotizzato una svolta radicale come la ‘Civiltà
del Sole’, nella consapevolezza che si tratta di demolire una delle basi
che sostengono il modello capitalistico di sviluppo.
«Per la sua intrinseca essenza, il rapporto del capitalismo con la natura e le sue risorse non può che essere di uso privatistico, fino all’aggressivo sfruttamento, finalizzato al profitto e alla crescita del capitale. La natura di fondo di tale rapporto non è affatto cambiata oggi e tocca beni essenziali, patrimonio inalienabile della collettività, quali il mare i litorali, l’acqua e financo lo spazio fisico in cui ci si muove, cioè l’etere!». [ix]
Non è quindi
semplice né scontato riuscire a superare la logica accentratrice, privatistica
e predatoria del nostro attuale sistema economico, sia pure in presenza di una palese
crisi del vecchio modello energetico e di una maggiore consapevolezza dei danni
irreversibili che sta procurando all’umanità ed alla biosfera. È pur vero, d’altronde,
che la sensazione che un cambiamento sia ineluttabile potrà certamente dare
una mano a chi da decenni si batte per uno sviluppo alternativo. Lo stesso
Rifkin sa bene che questo stimolo non basta.
«Ma la “mano invisibile” da sola non ci guiderà nell’Era della Resilienza. Costruire una nuova civiltà ecologica dalle ceneri della civiltà dei fossili richiederà uno sforzo collettivo che deve riunire governo, economia e società civile con un mix di capitali pubblici, di mercato e sociali, per realizzare rapidamente l’infrastruttura della terza rivoluzione industriale a zero emissioni e portare l’umanità in un’era sostenibile».[x]
Risorse energetiche diffuse e pulite come ‘bene comune’ .
Le caratteristiche del modello energetico dominante sono tre: accentramento delle risorse e della rete distributiva, sfruttamento dei giacimenti fossili già disponibili o assicurabili anche a costo di conflitti armati, privatizzazione di tali risorse, controllate da un numero ristretto di multinazionali e, in quanto strategiche, protette dal complesso militare-industriale. Invertire la rotta significa uscire dal circolo vizioso d’una ‘crescita’ illimitata disponendo di risorse energetiche limitate, sfruttate irresponsabilmente, accaparrate imperialisticamente e distribuite capitalisticamente. Cambiare rotta, quindi, significa non soltanto fronteggiare la gravissima emergenza ambientale che minaccia l’intera umanità e lo stesso Pianeta, ma anche fare di questa crisi un’opportunità per aprire un nuovo capitolo nell’evoluzione del rapporto uomo-ambiente. Scriveva Antonio D’Acunto quasi dieci anni fa:
«È…l’ora di un’epocale, radicale inversione del sistema di produzione dell’energia, del suo modello e delle sue fonti […] la transizione al solare…è la sola strada per invertire il surriscaldamento del Pianeta, per attivare un percorso di pace e di solidarietà tra gli uomini e di salvaguardia della biodiversità, per realizzare un’economia e una qualità della vita e del lavoro fondate sulla disponibilità di energia a inquinamento zero e gratuita, per un tempo tanto lungo quanto è la vita stessa del sole». [xi]
Sono
elementi riscontrabili anche nel “Green New Deal” proposto da Rifkin,
che oltre ad una netta riconversione delle fonti energetiche tradizionali a
quelle rinnovabili, prevede una modalità alternativa di produzione e
distribuzione dell’energia, in particolare elettrica, grazie ad un ‘network’
che unisca nuove tecnologie ad una visione interattiva, in cui gli utenti diventino
anche produttori. Quella “rete elettrica intelligente”, gestita digitalmente,
potrà favorire una sorta di democrazia energetica, che è uno dei cardini della
“Civiltà del Sole”.
«Ogni tetto solare, turbina eolica, edificio nodale di Internet of Things, data center periferico, batteria di accumulo, stazione di ricarica, veicolo elettrico, etc. è anche un elemento dell’infrastruttura. A differenza delle infrastrutture della prima e seconda rivoluzione industriale, ingombranti, verticistiche, statiche e non interattive, l’infrastruttura distribuita della Terza Rivoluzione Industriale è, per sua stessa natura, fluida e aperta, e ottiene economie di scala in modo non centralizzato permettendo…a milioni di cittadini di condividere dati, energia, mobilità elettrica, sorveglianza, notizie, conoscenza e intrattenimento, in una “sharing economy” nascente». [xii]
Una
rivoluzione ‘verde’ non riguarda solo la compatibilità ecologica delle scelte
energetiche ma deve prevedere anche una modalità dinamica, decentrata ed
interattiva di produzione/distribuzione di quell’energia da cui, a sua volta,
dipende il modello di sviluppo perseguito. Come abbiamo sempre ribadito noi
della Rete Campana per la Civiltà del Sole e della Biodiversità[xiii],
questa nuova prospettiva non si limita alla scelta di fonti energetiche pulite
e rinnovabili, ma comporta il passaggio dalla
concentrazione alla capillare diffusione di centri di produzione energetica.
Ciò significa passare da uno sviluppo accentrato ed energivoro al risparmio
energetico e ad un’ottimizzazione delle risorse e dello spazio fisico, usando
razionalmente acque e suolo, nel rispetto della biodiversità. Altri punti del ‘decalogo’ della RCCCSB
prevedono poi che si passi progressivamente:
«Dal consumismo alla capacità rigenerativa della materia, alla sinergia ed alla simbiosi; dalla produzione come sfruttamento ad un’economia ecologica, equa e solidale; dalla dipendenza economica ed energetica ad una rete comune di scambio reciproco; dal ricatto dei potentati finanziari e militari all’autonomia di un’economia decentrata; dall’omologazione e dalla monocultura alla civiltà del sole e della biodiversità». [xiv]
Chi frena il cambiamento del modello di
sviluppo?
Tale processo, ripeto, non è semplice né scontato. Le resistenze del sistema di potere e le incertezze del mondo imprenditoriale frenano la realizzazione d’una società in cui prevalga una logica comunitaria, essendo riferita a comunità capaci di autogestirsi ed ispirata dai principi di condivisione e di equità sociale. rinunciare al controllo delle risorse energetiche infliggerebbe un durissimo colpo al sistema capitalista, alla fitta rete d’interessi che esso comporta ed al complesso militare-industriale che strenuamente li difende. Il quadro geopolitico attuale non induce a grandi speranze e mostra invece preoccupanti tendenze autoritarie, centralistiche ed ispirate da rozzi criteri mercantili. Il primo passaggio verso una società decentrata ed autogestionaria sarebbe il trasferimento di competenze dallo Stato alle Regioni. Ma da noi il regionalismo o non è stato realizzato, oppure ha assunto le allarmanti connotazioni di un secessionismo egoistico ed arrogante. Anche il contrasto alla globalizzazione ha talvolta generato esiti politici deteriori, come un populismo ed un sovranismo marcatamente destrorsi. Più che sulle regioni – per qualcuno detentrici di un’autonomia non meno centralistica di quella degli stati – bisognerebbe puntare sulla dimensione comunale, per valorizzare le risorse territoriali e rendere ogni comunità locale quanto più autosufficiente è possibile, ma non per questo chiusa ed incapace di condivisione e scambio con le altre.
«Il passaggio dalla globalizzazione alla glocalizzazione sta trasferendo la responsabilità per il funzionamento dell’economia e gli affari dallo stato nazionale alle regioni. “Regional power” sarà il grido di battaglia nell’era glocal. Ogni regione e comune in Italia, e in ogni località in tutto il mondo, può essere relativamente autosufficiente nella sua generazione di energia verde e capacità di resilienza. Il sole splende ovunque e il vento soffia ovunque…».[xv]
Il “glocalismo” – oltre ad agevolare lo
sviluppo di soluzioni energetiche rispondenti a veri bisogni energetici e non
controllate da lobbies multinazionali – sarebbe un efficace antidoto al
crescente controllo militare del territorio, disincentivando logiche imperialiste
e belliciste. Anche su questo aspetto mi sembra evidente la consonanza della
proposta di Rifkin con la prospettiva ecopacifista che, purtroppo, spesso non è
presa in considerazione sia dal movimento ambientalista ufficiale, sia nelle
recenti mobilitazioni giovanili che denunciano l’insufficienza delle azioni di
contrasto ai cambiamenti climatici.
«La glocalizzazione comporta anche un cambio di paradigma dalla “Geopolitica” – e la conseguente massiccia operazione di militarizzazione delle attività energetiche che è stata la cifra dell’economia basata sulle risorse fossili in un mondo diviso dai confini nazionali – a quella “Politica della Biosfera” comportante la condivisione di energia rinnovabile in una “civiltà ecologica” che i confini non li crea ma anzi li abolisce…». [xvi]
Green Power come alternativa globale e non solo ecologica.
Non è un
caso che, in lingua inglese, la parola “power” si possa tradurre sia con
“energia”, sia con “potere”. Dal modello
energetico adottato dipende infatti quello economico e politico, come
dimostrano le grandi rivoluzioni del passato, da sempre legate ad un nuovo modo
di produrre e distribuire energia. Per citare D’Acunto:
«Il sole richiama…una fondamentale rottura, un’inversione radicale rispetto al percorso energetico dell’umanità…; passare dalla concentrazione di potenza alla diffusione capillare dei centri di produzione. La rivoluzione necessaria sta nella filosofia che lo spazio, la superficie del Pianeta, è la fonte fondamentale dell’energia per l’umanità. […] Poiché in un sistema di tipo solare non sono concepibili isole di potenza, il sistema delle grandi linee di trasmissione non avrebbe più ragione di esistere: con l’equivalente della superficie compromessa dalle sole grandi linee di trasmissione si produrrebbe, con un sistema solare, tutta l’energia necessaria all’Italia di oggi!» [xvii]
Tutto ciò
comporta la mobilitazione dei soggetti, delle comunità, degli scienziati, delle
realtà imprenditoriali e di tutti coloro che possono realizzare una transizione
niente affatto semplice e, per di più, che va attuata in un lasso di tempo limitato.
La ‘Civiltà del Sole’ non è una mera utopia da contrapporre alle distopie di una
‘crescita’ antiecologica, iniqua, energivora e foriera di catastrofi prossime
venture. Si tratta di una prospettiva da coltivare, diffondere ed applicare qui
e ora, sperimentando tecnologie innovative e nuove modalità di programmazione
produzione e distribuzione dell’energia, non solo elettrica. La situazione
attuale in Italia però è meno rosea (o meglio, ‘verde’…) di quanto vorrebbero
farci credere. Nel 2018, riferiscono i media, la produzione da fonti
rinnovabili è cresciuta quasi di un decimo, raggiungendo il 35%. Ma quel 9,8%
di aumento delle fonti rinnovabili è un dato che va ulteriormente analizzato,
visto che ciò è avvenuto grazie al contributo dell’idroelettrico, mentre
l’apporto del ‘solare’ non supera il 6%. Anzi, la percentuale di fotovoltaico
ed eolico insieme sarebbe addirittura calata dell’1,4% rispetto al 2017.
Facciamo attenzione soprattutto al fatto che quel già gracile 6% del ‘solare’
si riferisce comunque alla sola produzione di energia elettrica, che a sua
volta rappresenta solo il 40% circa del totale dell’energia prodotta. La
rivoluzione ‘solare’, quindi, da noi partirebbe da una striminzita quota che
non supera il 2,4% dell’ammontare energetico italiano. Questo non c’impedisce
di continuare a batterci per un cambiamento ormai indispensabile, avviando fin
da subito una vera transizione, senza se e senza ma. Per citare
ancora Rifkin:
«L’infrastruttura della Terza Rivoluzione Industriale può probabilmente essere costruita in meno di venti anni, una sola generazione, approfittando delle infrastrutture delle due rivoluzioni industriali che l’hanno preceduta e che sono ancora parzialmente in atto, per accelerare la transizione […] Il ‘Green New Deal’ è il primo appello a un nuovo tipo di movimento politico tra pari e alla governance comune che può autorizzare intere comunità a prendere direttamente il controllo del proprio futuro in un momento molto oscuro della storia della vita sulla Terra». [xviii]
La ‘Civiltà del Sole’ va esattamente nella stessa direzione e richiede da tutti noi – ciascuno al proprio livello – un impegno coerente e concreto per erodere le basi violente e predatorie di uno sviluppo senza limiti né remore, e per costruire insieme una società alternativa, rispettosa degli equilibri ecologici ma anche più giusta pacifica e solidale.
[xi]
D’Acunto, “La Civiltà del Sole”, in op. cit. (2010), p. 196
[xii]
Rifkin, “Un green new deal per l’Italia che sorge dalle ceneri”, cit.
[xiii] Organizzazione fondata da Antonio D’Acunto,
per garantire l’attuazione della leggere regionale d’iniziativa popolare dal
titolo: ”Cultura e diffusione dell’energia solare”, approvata all’unanimità dal
Consiglio Regionale della Campania come L.R.n.
1/2013. In questi sei anni tale norma è stata prima emendata, poi
totalmente disattesa e boicottata, per cui continua l’impegno della RCCSB per
diffonderne la conoscenza e stimolarne l’applicazione.