CIAO, MARIO…!

borrelli3Lettera a Mario Borrelli

di Ermete Ferraro

Ciao Mario! Ieri sera, nella “tua” vecchia parrocchia di Mater Dei non eravamo in tanti a ricordarti, e comunque neanche ai tuoi funerali, giusto un anno fa e nella stessa chiesa, c’erano tutti quelli che pur devono molto alla tua incredibile esperienza di padre e di maestro. D’altra parte non sarebbe bastato il Duomo se fossero intervenuti alla santa messa in tuo ricordo le centinaia di ex-scugnizzi tuttora sparsi per il mondo, di ex-baraccati, di ex-prostitute, per non parlare delle migliaia di lavoratori, disoccupati, donne, vecchi e bambini ai quali la “Casa dello Scugnizzo” ed il Centro Comunitario di Materdei hanno offerto per 57 anni non solo uno spazio unico per stare insieme, ma un’accoglienza solidale e fattiva, un’occasione inostituibile per crescere come persone, come gruppo e come comunità.

Un anno fa a darti l’ultimo saluto, oltre a parenti e amici ed a noi vecchi amici e collaboratori della Fondazione, c’erano stati alcuni di quelli  che hanno condiviso almeno una tappa della tua fantastica avventura, come: Tonino Drago, Giuliana Martirani, Samuele Ciambriello, Geppino Fiorenza, Donatella Trotta, ed a rappresentare la Chiesa di Napoli era venuto un vicario episcopale, latore e lettore di un messaggio del Cardinale. Ieri, invece, erano presente tra noi il Sindaco Jervolino e l’assessore Cardillo, per testimoniare di persona il riconoscimento, sia pur tardivo, di una città che ha il brutto vizio di dimenticare i grandi uomini ai quali ha dato i natali e che, proprio come hai fatto tu, l’hanno fatta conoscere in tutto il mondo, …

Enrico Cardillo, in un articolo pubblicato dal “MATTINO” dopo la tua morte, così ti descriveva: “Tu, famoso nel mondo come apostolo dei poveri, non violento ma straordinariamente carismatico nell’organizzare e sostenere le lotte per la casa, il lavoro, l’autoriduzione di affitti insostenibili, la salute durante il colera, l’aumento del pane, l’istruzione pubblica gratuita, la pace nel mondo. Poi vennero anche film e libri che narravano la tua storia, quella di Don Vesuvio, il prete degli scugnizzi”. E poi ricordava le decine di personaggi che ti hanno incrociato in quegli anni eccezionali, tra cui Luigi e Donato Greco, Mariella La Falce, Felice e Mariella Pignataro, Tonino Drago, Giovanni Tammaro, Claudio Ciambelli, Paolo Giannino, Goffredo Fofi, Luciano Carrino, Massimo Menegozzo, Piero Cerato, Geppino Fiorenza, Vittorio Dini, Fabrizia Ramondino, Domenico De Masi, Enrico Pugliese, Percy Allum, Giuliana Martirani e tanti altri. Un mondo “alternativo” che oggi ci sembra quasi incredibile, composto di pediatri di base e animatori socioculturali, di fisici e giudici, di scrittori e sociologi, di credenti e non credenti, tutti uniti però dalla voglia di cambiare la loro realtà “dal basso” (allora di diceva così, anche se oggi questa espressione suona ormai un po’ strana…).

Beh, quello che è certo è che “in basso”, tra gli “ultimi” ci sei rimasto tu per mezzo secolo, in quella che Cardillo, sempre nel suo articolo, definiva la “Napoli degli esclusi, dei più poveri, di quelli cui vengono negati i diritti” e che tanto “doveva al tuo insegnamento forte e non violento”.  Eppure quella “città che ti deve tanto” non era realmente presente ai tuoi funerali né, ieri, al ricordo dell’anniversario della tua morte, che ha spento la tua esistenza terrena ad Oxford, dove vivevi ormai da circa dieci anni. Come si dice di solito in questi casi: nemo propheta in patria”…? Non lo so, ma d’altra parte non è un certo un caso se, invece, il prestigioso “TIMES” di Londra ti ha riservato un lungo articolo, nel quale racconta …Don Vesuvio, la Tigre di Napoli, il Santo di Napoli, il “Provocatore”, definendoti “visibile trionfo di dedizione cristiana e di una determinazione che non si lascia piegare dalle avversità” e ricordando il tuo “senso di convinzione senza compromessi”. Non è un caso nemmeno che l’altrettanto prestigiosa LSE (London School of Economics) – dove negli anni caldi 1968-70 conseguisti una laurea magistrale in “amministrazione sociale” – abbia pubblicamente celebrato il tuo percorso di operatore sociale d’avanguardia, laddove la nostra Università ed altre istituzioni accademiche non hanno ricordato neppure con una riga la scomparsa di un grande figlio di Napoli, il solo che sia riuscito a mettere d’accordo la teologia con la sociologia, la ricerca storica con una pionieristica peace research, il gusto genuino per la tradizione del popolo napoletano col netto rifiuto di ogni forma di folklore che, in nome del profitto, inchiodi Napoli alla sua squallida “filosofia della miseria”.

E poi, dov’era – un anno fa come anche ieri – quella “chiesa del dissenso” che ti haMario ed io visto protagonista per anni, come primo direttore della rivista “IL TETTO” e come instancabile animatore di quel “Coordinamento dei gruppi volontari”, che riuscì a riunire a Materdei le migliori espressioni del mondo cattolico più impegnato, dei gruppi nonviolenti e per l’obiezione di coscienza e di quelle “comunità di base” di cui resta solo un pallido ricordo? Ti sarà bastato il messaggio inviato al tuo funerale dall’attuale Arcivescovo  per cancellarti dalla memoria tanti anni di freddezza, di gelido distacco, di diffidenza malcelata, che ti hanno seguito nel tuo difficile percorso da “outsider” di tutte le istituzioni, fossero ecclesiastiche ma anche civili e politiche?  E che fine hanno fatto quelli che oggi si sciacquano la bocca con termini come welfare community o empowerment, ma non sanno (o hanno preferito scordarsi…) che per decenni sei stato tu il solo riferimento internazionale nel piccolo mondo antico dell’assistenzialismo nostrano, e che i tuoi saggi che parlavano di “coscientizzazione e sviluppo comunitario” li hai scritti quando qui da noi neppure si parlava di “politiche sociali” …?

Simona Petricciuolo, in un suo articolo su di te pubblicato su “IL MATTINO”, ha scritto: Borrelli ha dimostrato che era possibile svincolarsi da tutti i poteri, lui che da sacerdote, per seguire al meglio la propria vocazione, si è dovuto svincolare anche da quello della Curia, e fare qualcosa di concreto per aiutare che ne aveva bisogno”. Mi sembra che effettivamente abbia saputo cogliere quanto sia stata sempre difficile e contro-corrente ogni tua scelta, anche quando era quella di essere “semplicemente un cristiano”, come dichiarasti in una tua vecchia intervista alla BBC, respingendo “con impazienza” – per citare ancora “THE TIMES” – la tendenza a trasformarti già in vita in “santo virtuale”… Eppure non facile tentazione, visto che per anni sei stato considerato quasi un super-eroe, grazie al libro di Morris West – citato perfino dalla moglie del presidente degli USA, Eleanor Roosvelt – al film in bianco e nero su “Don Vesuvio”, alle centinaia di articoli ed interviste radiotelevisive, alla tua stessa fama di esperto internazionale di sviluppo e di pace, invitato a far da relatore per la comunità Europea, per la Nazioni Unite e in decine di forum mondiali sull’educazione alla pace.

Sai una cosa, Mario? In questa prima settimana di Quaresima mi è tornato spesso alla mente il termine “incarnazione”, parola-chiave della tua esistenza religiosa e laica al tempo stesso. L’amore senza timore per Dio; la vera solidarietà ( che può essere solo da uguali) verso la sofferenza dei fratelli; la speranza operosa nel cambiamento; la sete di giustizia e di pace; la difesa d’ufficio dei diritti dei più deboli e degli ultimi – che sono poi il centro vivo della “buona notizia” di Gesù – avevano per te l’esigenza di “incarnarsi”, di diventare realtà concreta (e sofferenza vera…) qui e ora. Nessuno più di te amava le parole e la loro magia, e questa era una delle cose che – insieme con la scelta dei poveri – mi hanno fatto sempre sentire vicino a te, al tuo gusto filologico, alla tua ricerca d’insospettabili collegamenti tra concetti e parole… Eppure hai scritto, presentando un libro di Francesco de Notaris: …Il dilemma è sapere che cosa significa la nostra parola, da dove parte e cosa vuole… Ci siamo fatti prigionieri della parola. La parola si è staccata dalla persona come strumento o paravento o difesa. Chi parla quando nessuno vuol sentire parla a se stesso. E se uno parla a se stesso, perchè parla? […] La Parola si è fatta carne e si è tuffata nel nulla e si è nascosta tra gli uomini nel silenzio e nel dolore e si è fatta luce, forza, sostegno, speranza concreta e resurrezione. I rami sono le radici del cielo, come le radici sono i rami della terra. Rifacciamoci con fatica e dolore le nuove radici anche se l’albero sta imputridendo, da liberi e giusti e solidali con tutti quelli cui la storia degli umani ha riservato lo stesso disumano destino sociale”.

Ecco, tu sei riuscito effettivamente a vivere libero, giusto e solidale con tutti quelli che il nostro disumano “progresso” ha lasciato e continua a lasciare indietro, soprattutto in quest’epoca di globalizzazione selvaggia e di religione iperliberista del materialismo, che  emargina sempre più chi non regge il passo e finisce con l’inciampare, mentre di “buoni samaritani” ce ne sono rimasti molto pochi, e alla carità cristiana si è preferito sostituire l’assistenza burocratica o lo pseudo-volontarismo del non-profit”…

Quando Donatella Trotta t’intervistò, per il “MATTINO”, seppe cogliere in te: “…un lampo nello sguardo dalla trasparenza dell’ acquamarina rimasto aguzzo: ad evocare un’antica, indomita focosità stemperata soltanto dall’età e dai…capelli bianchi”. Ed è effettivamente difficile non ricordare i tuoi incredibili occhi azzurri, che trapanavano l’interlocutore con lo sguardo indagatore e un po’ sfottitore che non hai mai perso, e che affiora perfino nella tua ultima intervista davanti ad una telecamera, che ora abbiamo trasformato in un film per ricordarti meglio alle nuove generazioni. “Del resto – commentava la giornalista – [Borrelli] non ha mai avuto peli sulla lingua l’ex “Don Vesuvio” che più di cinquant’anni fa scelse di intrecciare concretamente la propria vita di sacerdote oratoriano e fine studioso con gli scugnizzi orfani del dopoguerra napoletano, con i baraccati e le puttane senza diritti, vivendo e combattendo con loro on the road al di là di ogni convenzione, da scomodo e ribelle prete-scugnizzo e polemico avventuriero di Dio, vagabondo tra i vagabondi e maieuta caparbio e insofferente a qualunque forma di sopraffazione e iniquità dell’uomo sull’uomo”.

Effettivamente tu sei stato tutto questo:  “sacerdote e fine studioso” ma anche “scomodo e ribelle prete-scugnizzo”. Anche la definizione di “polemico avventuriero di Dio” ti sarebbe piaciuta, perché diametralmente opposta a quella colorita definizione di “filibustiere di Dio” con cui spesso gratificavi uno dei rappresentanti di quella “chiesa con la ‘c’ minuscola” da cui ha sempre preso le distanze. Anche “vagabondo tra i vagabondi” rende bene gli anni da te vissuti intensamente tra carbonai, operai, baraccati, girando con la tua “chiesa mobile” dove c’era lo spazio per le “guarattelle” così come per il Santissimo, e dove il latino, il napoletano e l’inglese si erano sposati incredibilmente in una comunicazione in cui la parola serviva davvero a testimoniare la verità.

Ciao, Mario! Ci manchi, mi manchi tanto… Non voglio affatto trasformarti in un “santino” – anche perché so che mi prenderesti a male parole –  ma spero tanto che questo mio ricordo riesca a raggiungerti e a farti sentire quanto abbiamo ancora bisogno del tuo esempio, della tua profondità di pensiero, della tua ironia, delle tue provocazioni, come quando hai dichiarato, nell’ultima intervista che vedremo presto come film, che il futuro non ha senso, se non ha radici nel nostro personale presente, concetto che bene esprimevi anche nella presentazione al libro di De Notaris:

“Se i semi del nostro futuro non sono nel nostro presente passeremo alla storia come muti testimoni di una città morta. Quale alternativa resta al ‘silenzio della ragione’ ? La protezione dei santi morti che tardano a fare miracoli o dei santi vivi che non sentono la responsabilità di operarli?. La speranza non può esaurirsi in un futuro di cose da possedere ma in un futuro di uomini disposti a cambiarsi. Se permane un’atmosfera di emergenza, di anormalità, di eccezionalità,di escatologia, di messianismo sociale, i piani futuri saranno concepiti in un contesto di dipendenza e di servitù.”

  Aiutaci, Mario, stacci vicino, soprattutto in questo periodo di continue e artificiose “emergenze”, per costruire insieme, dal basso, quel “futuro di uomini disposti a cambiarsi”, senza aspettare miracoli né nuovi messianismi. Forse così riusciremo davvero a proseguire il lavoro che hai portato avanti per tanto tempo, testardamente e controcorrente, e dimostreremo di aver capito la tua lezione. Ciao, Mario, e grazie!

        Ermes

CENT’ANNI DI SOLITUDINE…

Ad un secolo esatto dalla nascita, il pittore

 Guglielmo Ferraro nel ricordo del figlio Ermete. 

L’otto febbraio ricorrevano esattamente 100 anni dalla nascita del pittore Guglielmo Ferraro, mio padre, morto nel novembre del 1988, quasi venti anni fa ed il cui autoritratto accompagna queste righe.

Non mi è facile parlarne qui e adesso, come non è stato facile finora, trovando le parole giuste per ricordarlo degnamente e rispettando, al tempo stesso, quella sua caratteristica riservatezza di persona schiva, timida, umile.

Un uomo, un padre ed un’artista di poche parole, che ha attraversato quasi in punta di piedi gli ottanta anni della sua vita, da vero signore, in mezzo al chiasso, alla volgarità ed all’esibizionismo di un ambiente nel quale sembrava essere capitato quasi per caso e dove si sentiva a disagio.

Cent’anni di solitudine: il titolo del famoso romanzo di Gabriel Garcia Marquez mi è venuto automaticamente alla mente ripercorrendo questo secolo che ci divide dalla nascita di mio padre Guglielmo. Ma attenzione: si tratta di una solitudine che non va letta come mancanza di riferimenti, di affetti, di agganci con la realtà, ma piuttosto nel senso di oggettiva estraneità ad un mondo che egli avvertiva sempre più lontano dalla propria concezione dell’arte, più prossima a quella umanistica e, al tempo stesso, ad una sua visione quasi religiosa, come rilettura personale della realtà.DSCN1498

 “Ferraro rappresenta il caso singolare di un pittore che rifugge da ogni formula e da schemi e schermi dell’inflazione modernisticascriveva il maestro Domenico Spinosa, presentando il catalogo della sua personale del 1974 – [il visitatore] avrà la rara occasione di poter accostare un pittore che opera, che ha sempre operato, con la coscienza e la religiosa fiducia di un buon artigiano […] Una presenza…questa di Ferraro, singolare e confortevole; una pausa rilassante e rasserenante in mezzo a tanta confusione: un’affermazione di rara compostezza artistica e morale, sincera e umana fra tanti sfiatati annunzi di miracolistici eventi. Nel gran vuoto e nel gran silenzio che si lascia indietro il vaniloquio degli istrioni di turno, la voce di Ferraro così sommessa e – nella apparenza – così dimessa, acquista il valore di un richiamo a quanto di autentico e generoso impegno possa tendere l’interesse dell’uomo…”

 Ecco, “la coscienza e la religiosa fiducia di un buon artigiano”: in questa efficace sintesi del suo vecchio amico e collega Mimì Spinosa – persona peraltro molto diversa da lui, sia caratterialmente sia artisticamente – mi sembra che rispecchi fedelmente la vita e l’opera di Guglielmo Ferraro.

E bene gli si attagliano anche altri attributi utilizzati in questa presentazione: la sua presenza, umana e pittorica, ha effettivamente costituito una “pausa rasserenante e confortante” nel caos di un’arte troppo spesso urlata provocatoriamente, gettata in faccia al suo smarrito e confuso fruitore. La “compostezza artistica e morale” di mio padre Guglielmo – come testimoniato da Spinosa – è stata infatti la cifra stessa della sua vita, caratterizzata dalla sincerità dell’ “autentico e generoso impegno”  di chi,  però, ha scelto di mantenere “sommessa” la propria voce.

“Guglielmo Ferraro è temperamento riflessivo, pacato e ben disposto alla concezione lirica delle cose dipinte…” – osservava acutamente il critico Eolo Serao, cogliendone la poetica di pittore per cui l’osservazione e la riflessione erano sempre e comunque il primo, indispensabile, passo per poter poi trasfigurare liricamente la realtà, che si trattasse di quella di una persona, di un paesaggio oppure delle “cose” suggestivamente e un po’ misteriosamente composte in unità nelle sue tante nature morte…

Di “vibratili sensibilità e controllata moderazione” ebbe a scrivere invece un altro critico d’arte, Armando Miele, riuscendo a cogliere sia la sua volontà di rifuggire da ogni esasperata e falsata visione di ciò che cade sotto i nostri sensi, sia l’innata tendenza ad una moderazione che nasceva dal rispetto della realtà e dall’istintiva repulsione verso ogni forma di esagerazione e di plateale esibizionismo.

“Conosco la sua pittura: in essa trovo l’uomo con le sue delicatezze, con i suoi silenzi, con le sue meditazioni – osservava il critico Piero Girace – […] Ha una sua poesia genuina e la esprime in modo compiuto, nella disciplina della forma, con una colorazione soave…”

Sì, mio padre era una persona con una “delicatezza” e d’una compostezza decisamente estranee al suo – e a maggior ragione al nostro – tempo. La sua “genuinità” era frutto di un rigore formale della “fiducia del buon artigiano” e della “francescana umiltà” di cui parlava Spinosa, che non lo hanno mai abbandonato, anche quando ha avuto l’onore di esporre in contesti artistici prestigiosi, come la Biennale di Venezia, la Quadriennale di Roma, il Premio “Michetti” o le tante edizioni della Mostra Nazionale d’Arte Sacra.

La stessa genuinità ed umiltà che lo hanno accompagnato nel corso dei suoi tanti anni d’insegnamento, prima come assistente all’Accademia di Belle Arti e poi come titolare della cattedra di Ornato disegnato al Liceo Artistico di Napoli.

Ricordo che, da bambino, il suo “studio” m’incuteva uno strano timore reverenziale, col grande cavalletto, la tavolozza multicolore, le centinaia di quadri e tavolette esposte ed accatastate, gli strani oggetti che mi apparivano, quasi surreali, disposti sul tavolo in attesa di essere fissati su tela o compensato dallo sguardo assorto e penetrante e dalla pennellata densa di mio padre.

Ricordo il suo impegno, minuzioso e infaticabile, nel cercare in quei tubetti di colori ad olio – di cui mi par quasi di avvertire ancora l’odore caratteristico, sposato a quello dell’acquaragia… – l’alchimia giusta per far rivivere, ricreandola, la realtà di una veduta, il volto di una donna o la fisicità immobile di frutti, fiori, oggetti e perfino pesci e uccelli, visti come soggetti da studiare e ri-produrre…

Da ragazzo sono stato spesso a far compagnia alla sua tranquilla solitudine nello studio di via Ribera, o l’ho accompagnato nei suoi frequenti giri quando si trattava di andare a catturare la natura della realtà all’aperto, in occasione delle cosiddette “estemporanee di pittura”.

L’ho seguito spesso nella sua scoperta della strana atmosfera silenziosa ed operosa dei cantieri navali nel porto di Napoli. Sono rimasto a fissarne i movimenti quando, dietro il suo cavalletto portatile, scrutava panorami e scorci di Forio d’Ischia, di Baia oppure di Agnano, quasi se se ne stesse nutrendo per poterli restituire agli altri attraverso la sua pittura, come un’ape che estrae dai  fiori il loro nettare, per trasformarlo in qualcosa di simile ma anche di profondamente diverso.

L’ho guardato mentre studiava un volto, le venature di una mano, la piega di un abito – in occasione di uno dei suoi molti ritratti – cercando di cogliere fino in fondo l’espressione, il sorriso e la stessa fisicità di chi stava pazientemente posando per lui da ore, guardando a sua volta quella figura alta, distinta, assolutamente seria e distaccata eppure così dolce.

Me lo ricordo bene, con i pennelli tra le dita macchiate di colore, col viso velato ogni tanto dagli sbuffi di fumo quando tra le sue dita compariva la punta incandescente di una sigaretta, che interrompeva periodicamente il lavoro della mano, assorbendolo in una contemplazione ancora più assorta del soggetto che aveva davanti.

Questo succedeva sia che si trattasse delle sue modelle "dal segno un po’ tedesco" (S. Ortolani), o di una delle sue nature morte "…dense e gustose, ove le tonalità dei verdi bottiglia rilucono gravi, conferndo un’aura misteriosa al dipinto" (P. Girace), oppure ancora dei suoi paesaggi "…così gentilmente primitivi, e pur carichi di sollecitazioni naturalistiche" colti dalla sua "assorta e delicata visione" che produceva "una bella veduta, precisa e ariosa", secondo le parole del critico Carlo Barbieri.

Ebbene, Guglielmo Ferraro ha attraversato i suoi 80 anni di vita guardando il mondo, la realtà, come un grande repertorio di meravigliose immagini da cogliere e restituire poeticamente agli altri, dopo essersene imbevuto profondamente. Ha comunicato, come insegnante, questa magia della forma e del colore a generazioni di allievi dell’Accademia-Liceo di via Costantinopoli, restando però anche lì un po’ spaesato in quel contesto rumoroso, brusco, agitato, attraversato dalla scontentezza e dai fremiti ribellistici dei ragazzi degli anni ’60 e ’70 e, sul versante dei docenti, dal sensazionalismo rutilante delle provocazioni artistiche, tipiche dell’informale e della pop-art.

Ha vissuto silenziosamente le amarezze di chi non si è mai rassegnato alla trasformazione del mondo dell’arte in un grande "mercato", dal quale si è sempre ritratto con la dignitosa fermezza di chi credeva in quello che faceva ma, d’altra parte, non aveva nessuna intenzione di polemizzare o di rivendicare nient’altro che la propria libertà di coscienza e di azione. Ha mantenuto sempre il low profile di chi, con modestia ma consapevolmente, fa il proprio dovere fino in fondo, senza aspettarsi gratificazioni personali dall’apprezzamento degli altri.

C’è una bella ma poco conosciuta "lettera agli artisti" che Giovanni Paolo II scrisse nel 1999, nella quale il Papa ad un certo punto affermava che: "nel modellare un’opera, l’artista esprime di fatto se stesso a tal punto che la sua produzione costituisce un riflesso singolare del suo essere, di ciò che è e di come lo è…" . Ebbene, questo è certamente vero per mio padre Guglielmo, , che ha sempre conservato quello "stupore" di cui parla più avanti lo stesso Papa, come dell’unico atteggiamento adeguato "…di fronte alla sacralità della vita e dell’essere umano […] La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente. E’ invito a gustare la vita e a sognare il futuro".

Guglielmo Ferraro, al di là delle tante opere manifestamente classificabili come "arte sacra", ha saputo infatti cogliere quel richiamo alla bellezza trascendente della stessa realtà, di fronte alla quale c’è sempre da stupirsi e che l’arte ci aiuta a riscoprire, come se la vedessimo per la prima volta. Come uomo, come docente e come padre ha conservato lo stesso naturale ritegno, lo stesso distacco che non era freddezza né rigidità, ma un modo per rifugiarsi in un mondo tutto suo, poestico e un po’ nostalgico, da cui usciva fuori talvolta, insospettabilmente, con vecchie canzoni napoletane o con caustiche battute e fulminanti giochi di parole…

Sono passati vent’anni dalla sua morte ed egli è sempre presente nella mia casa, nella mia famiglia, attraverso i molti quadri che ne ricoprono le pareti, facendo compagnia ai libri che mi hanno accompagnato in questi anni. E’ una presenza discreta ma calda, come quando era ancora fra noi, che fin da allora mi ha dato sicurezza, stabilità e valori saldi in cui credere, anche a costo di fare scelte "alternative", rischiando come lui la solitudine della diversità. Per questo gli sono grato e, nel rispetto della taciturna riservatezza che gli era propria, cercherò di ricordarlo come merita. 

Cercherò di ricordarlo soprattutto a chi ha completamente cancellato dalla memoria un’intera generazione di pittori napoletani del Novecento, dotati di gusto e di finezza artistica, ma sovrastati dalla volgarità barocca di troppi pinturicchi folkloristici e, al tempo stesso, da troppi artisti smaniosi di cavalcare un’avanguardia diventata presto post-avanguardia, senza essere riuscita a comunicare praticamente nulla al cuore e alla mente dei suoi ‘spettatori’.    

 Forse così, dopo questi cent’anni di solitudine, scopriremo che in realtà di veri artisti e maestri del colore a Napoli ne abbiamo avuti davvero tanti, e che riscoprirne l’opera significa anche rivalutarne la personalità e l’originalità.

“VIENI AVANTI, CHRETIEN !”

                                                di Ermete Ferraro

Ricordate la vecchia ma celebre battuta che introduceva gli sketch dei fratelli De Rege?  Quella frase, rivolta dalla "spalla" al protagonista comico ("Vieni avanti, cretino!")  mi è curiosamente tornata in mente stamattina, mentre riflettevo sull’evangelo di questa domenica, dedicato al brano di Matteo sulle "Beatitudini".

Il fatto è – ma pochi lo sanno –  che il termine spregiativo "cretino"  è nato dalla deformazione del francese "chrétien", come offesa ai Cristiani che avevano preso sul serio quelle affermazioni programmatiche di Gesù  e cercavano di testimoniare concretamente e tangibilmente la propria fede , applicando alla vita quotidiana la "pazzia" dell’evangelo. D’altra parte, parliamoci chiaro, senza una vera "metànoia", cioè un cambiamento radicale del nostro abituale modo di pensare e di agire, ci vuole effettivamente un bel coraggio a proclamare "beati" i poveri, gli afflitti, gli affamati e i perseguitati! Come diavolo ci verrebbe in testa, altrimenti, di esaltare l’umiltà, la mitezza, la misericordia, la purezza interiore, la sete di giustizia e di pace in un mondo in cui chi non è arrogante, prepotente, sospettoso e violento sembra destinato a soccombere miseramente? Insomma, bisogna essere proprio dei "chrétiens" per chiamare beate le vittime di un contesto ingiusto e oppressivo, invitandole perfino a "rallegrarsi ed esultare" !

Mi è poi venuto in mente che l’espressione italiana magari !(resa ancora più fedelmente dal napoletano " ‘mmacàro" ) non è altro che la ripresa letterale dell’esclamazione greca che l’evangelista Matteo volle ripetere ben nove volte per proclamare le "beatitudini" secondo Gesù di Nazareth, la nuova tavola dell’unica legge che conta, quella dell’amore.  Il passo evangelico di questa domenica, infatti, ci ripresenta il discorso-chiave della sua predicazione, ritmato nella lingua greca da quel martellante "makarioi"  che si pronuncia proprio: makàrii…. Probabilmente il termine ebraico-aramaico usato originariamente da Matteo era מאשר  (meushàr), il cui suono risulta abbastanza simile a quello dell’aggettivo greco (M-SH-R/ M-K-R) e che significa: "felice", "approvato". La traduzione italiana, figlia di quella latina ma un po’ meno fedele, è stata "beati", la cui etimologia si può forse far risalire alla radice di "bene"/"buono", nel senso di "colmi di beni.

E di quali beni, poi, sarebbe poi colmato il Chrétien? Esattamente di tutte quello che noi chiameremmo normalmente "guai", "sciagure", "sventure" e via elencando; parole indicanti qualcosa che nessuno mai si augurerebbe: povertà, afflizione, bisogno, persecuzione… Siamo onesti! Chi di noi si rivolgerebbe ad un’altra persona esclamando: "Magari tu fossi povero, afflitto, affamato e perseguitato!" senza attendersi in risposta qualche espressione assai poco evangelica? Eppure è proprio questa logica paradossale, questa "follia" evangelica, questa incredibile "stoltezza" che dovrebbe contraddistinguere i veri cristiani.     Lo  ribadiva chiaramente san Paolo nella seconda lettura di questa domenica, tratta dalla prima lettera ai Corinzi: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stoltezza per confondere i sapienti; Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignorabile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio." (I Cor 1,27ss)

La "buona notizia" di Gesù Cristo è resa efficacemente in questa apparentemente paradossale chiave di lettura, l’unica che ci può indurre ad aspettarci serenamente ciò che nessuno mai si augurerebbe e che, è bene chiarirlo, non diventa automaticamente buono solo perché può fungere da strumento della nostra santificazione. Il discorso di Cristo non è affatto l’esaltazione della sofferenza patita né può in alcun modo giustificare coloro che affliggono il loro prossimo e  lo lasciano  nella fame e nella sete, oppure che fanno le guerre e perseguitano chi gli è d’intralcio. Anche se la versione di Matteo sembrerebbe rinviarci ad una giustizia futura e ad un riequilibrio trascendente, la verità è che il regno di Dio lo dobbiamo realizzare ,già su questa terra, noi figli di quell’Adam che dalla terra (adamà) prese il suo nome.

Il programma alternativo di questo regno è tanto semplice quanto assurdo per la nostra mentalità: dobbiamo diventare: "poveri in spirito", cioè umili, ma anche "miti", "misericordiosi", "puri di cuore", "operatori di pace". Attenzione: nessuno dice che dobbiamo andarci a cercare masochisticamente afflizioni, sofferenze, disprezzo, diffamazioni ed insulti, ma il guaio è che sappiamo bene che chi decide di imboccare la "porta stretta" di Gesù, seguendolo su questa difficile strada, ha ottime probabilità di tirarsi addosso, una dopo l’altra, queste spiacevoli conseguenze… 

E allora facciamoci reciprocamente coraggio, perchè sappiamo bene, da duemila anni, che "il mondo" è pronto a ridicolizzarci e a trattarci da cretini se soltanto proviamo a mettere in pratica ciò in cui crediamo e se non rinunciamo a testimoniarlo con la nostra vita di tutti i giorni. E magari  ci riuscissimo davvero !…

MISURA, PROVIDENZIA E MERITANZA…

fedMisura, providenzia e meritanza

Federico II


Misura, providenzia e meritanza
fanno esser l’uomo sagio e conoscente
e ogni nobiltà bon sen[n]’avanza
e ciascuna ric[c]heza fa prudente.       4

Nè di ric[c]heze aver grande abundanza
faria l’omo ch’è vile esser valente,
ma della ordinata costumanza
discende gentileza fra la gente.       8

Omo ch’è posto in alto signoragio
e in riccheze abunda, tosto scende,
credendo fermo stare in signoria.       11

Unde non salti troppo omo ch’è sagio,
per grande alteze che ventura prende,
ma tut[t]ora mantegna cortesia.       14

Estratto da "http://it.wikisource.org/wiki/Misura%2C_providenzia_e_meritanza"

Stamattina, sfogliando in metropolitana l’edizione napoletana del quotidiano “City”, mi sono imbattuto nell’affascinante rappresentazione marmorea di Federico II riportata sopra, forse l’unica che ne riproduca esattamente l’aspetto. Da cittadino dell’infelice Napoli del XXI secolo, di fronte a quello sguardo severo ed aperto al tempo stesso, mi è venuto allora spontaneo chiedermi che diavolo avrebbe pensato quel grande ed illuminato sovrano delle miserande vicende odierne della città dove nel 1224 egli fondò la Universitas Studiorum che ne porta ancora il nome.

Quali considerazioni avrebbe fatto quello che fu denominato stupor mundi di fronte a quella capitale del Mediterraneo, che è stata trasformata in città emblema del malgoverno e della devastazione ambientale? Credo che avrebbe avuto un bel po’ di motivi per stupirsi lui di come si sia riusciti a ridurre Napoli a capitale internazionale della munnezza e del malaffare… L’autore delle Constitutiones Regni Utriusque Siciliae (o "Costituzioni Melfitane") sarebbe rimasto certamente sconcertato nel constatare che perfino il sannitico "maestro giustiziere" del nostro incredibile Stato repubblicano è stato costretto a dare le dimissioni, perchè messo sotto accusa proprio da quei "giustizieri" di cui avrebbe dovuto essere il ministro…

A colpirmi, però, sono stati anche i versi del suo sonetto che ho riportato in apertura, nel quale – lasciando stare per un po’ i temi dell’amor cortese – Federico di Svevia si soffermava invece sulle virtù politiche che riteneva fondamentali, e che ne costituiscono il titolo: "Misura, providenzia e meritanza". Si tratta, purtroppo, di tre requisiti di cui oggi egli rischierebbe di non trovar più nemmeno le tracce fra coloro che esercitano funzioni di governo…  Come si fa, infatti, a parlare di misura di fronte alla smisurata arroganza di questa classe dirigente, incredibilmente incapace di ammettere, almeno in parte, le proprie responsabilità? Che cosa c’entra questa smarrita virtù dei tempi antichi con l’attuale, e altrettanto smisurata, sete di controllo di ogni aspetto della pubblica amministrazione da parte di gruppi d’interesse e di pressione? E poi: chi fra i politici attuali ci terrebbe a mostrarsi "sagio e conoscente", quando l’esercizio del potere è ormai stato privato d’un pur minimo legame con la saggezza e la conoscenza?

E di quale providenzia potrebbe andare in cerca quel grande e lungimirante sovrano in un’epoca come quella che stiamo vivendo, in cui prevedere le conseguenze dei propri atti e delle proprie scelte sembra diventato inutile – se non addirittura dannoso – alla pratica politica? Quello che è certo è che, se i nostri amministratori (ordinari e straordinari) avessero minimamente esercitato la virtù della "providenzia", non saremmo certo giunti a questo punto, non solo  in materia di rifiuti ma anche di gestione delle risorse territoriali, di contrasto alla disoccupazione e di provvedimenti per frenare il degrado quotidiano delle nostre città.

Non ne parliamo poi della meritanza, di cui il povero Federico II stenterebbe a trovare i segni in una società che ha progressivamente reciso ogni rapporto tra occupazione di funzioni di responsabilità ed effettivo merito e competenza per esercitarle. Per lui era evidente che la gentileza fra la gente non deriva affatto dalla abundanza di richeze – cui viceversa sembrano tendere tutti – ma piuttosto dall’ordinata costumanza  di chi conosce il proprio dovere e lo esercita ordinariamente, abitualmente. Il guaio è che chi si trova in una posizione di signoragio – cioè di potere e di controllo delle risorse – s’illude di potervi restare a lungo, saldo e stabile, ma spessoè costretto a sperimentare quanto sia facile "scendere tosto" da quell’artificioso piedistallo, come tutti recentemente abbiamo potuto verificare, scorrendo le cronache politico-giudiziarie di tanti nostri governanti.

Federico II ammoniva più di otto secoli fa che lomo sagio dovrebbe stare molto attento a non fare troppi "salti", ma chi cavolo glielo va a raccontare ai nostri politici di mestiere, per i quali "saltare" opportunisticamente da una parte all’altra sembra una sorta di caratteristica innata? Ecco, allora, che le altezze raggiunte da troppi di loro rischiano di trasformarsi in trampolini per ulteriori salti, con conseguenze spesso disastrose anche per loro stessi…

Fissando il volto fiero di quell’imperatore che seppe guardare molto lontano ma senza perdere la saggia concretezza di chi sa quello che fa, proviamo allora a sognare di poter essere amministrati da persone dotate di senso della misura, di capacità di previdenza e di effettivi meriti… Immaginiamo per un attimo di trovarci di fronte a chi non confonde il "signoragio" (cioè il puro e semplice esercizio del potere) con quella "signoria", che è frutto invece di una reale, effettiva, riconosciuta, capacità di governo…  Proviamo, infine, a figurarci una realtà dove la gentileza e la cortesia sostituiscano per un po’ le vagonate di volgarità e di arroganza provinciale da cui siamo circondati…. Beh, non ci resta che darci da fare, dal basso e in prima persona, perché tutto questo non resti solo una fantasticheria ma possa diventare, almeno in parte, realtà. La nostra realtà.

IN-MONDIZIA, IN-SIPIENZA E IN-GIUSTIZIA…

                                                     di Ermete Ferraro

 Ho provato a riflettere su come diavolo gli stranieri abbiano potuto “leggere” l’Italia attraverso l’immagine che è giunta fino a loro attraverso gli articoli dei loro quotidiani ed i réportages delle loro riviste.

Ho cercato, soprattutto, di comprendere quale impatto mediatico possano aver avuto le sconcertanti vicende italiane di queste ultime, convulse, settimane su chi, già da tempo, è pur  abituato alle “stranezze” di quello che passa per uno dei primi 10 paesi “sviluppati” a livello mondiale, ma che troppo spesso lascia impudicamente trasparire quanto, in realtà, resti avviluppato nelle sue contraddizioni, storiche e geografiche.

Cominciamo dalla tragedia pirandelliana dei rifiuti rifiutati della Campania; aggiungiamoci la grottesca vicenda della mancata visita del Vescovo di Roma all’Università della capitale e, per concludere, soffermiamoci brevemente sulle dimissioni del ministro della Giustizia, raggiunto da provvedimenti giudiziari e perciò ferocemente polemico contro chi amministra la giustizia…

Dice: ma che cavolo c’entra una cosa con l’altra ? Che ci azzecca la crisi della spazzatura in Campania col risentito pronunciamento di alcuni docenti e studenti della “Sapienza” contro l’intervento di Benedetto XVI all’inaugurazione dell’anno accademico ? E poi, che razza di relazione potrà mai esserci tra le prime due questioni e la deplorevole vicenda della (ma)stella cadente dell’ Udeur ?

Il fatto è che, se solo tento di mettermi nei panni di un francese, o di un tedesco, oppure anche di un greco o di uno spagnolo, che si sia trovato a leggere, a breve distanza, notizie dall’Italia di questo tenore (meglio: di questo basso…), penso proprio che sarei assalito dalla spiacevole sensazione di chi è costretto a vivere con accanto un vicino di casa incredibilmente strano, schizofrenico e di cui c’è davvero poco da fidarsi.

Ma insomma – mi verrebbe forse da commentare – uno stato dove non si sa neppure come e dove smaltire i rifiuti domestici che affidamento può dare quando si tratta invece di rifiuti speciali, tossici o, peggio, nucleari? E un’università dove, in nome del libero pensiero e della laicità della scienza, si lascia fuori della porta, dopo averlo ufficialmente invitato, il capo spirituale del cattolicesimo, peraltro illustre docente universitario, che immagine di serietà trasmette? E poi: il massimo responsabile della giustizia che denuncia in Parlamento la congiura dei giudici contro di lui ed il suo partito, a che razza di esemplare istituzionale appartiene?

Come se fossero ripassati i tre Magi dopo l’Epifania, le cronache italiane hanno offerto ai nostri vicini europei – e non solo a loro – tre disastrose immagini della nostra povera Italia: enormi cumuli d’immondizia che marcisce per strada; abbondanti esemplari d’insipienza anticlericale e sconcertanti polemiche sulla (in)giustizia dei provvedimenti assunti da alcuni giudici contro il ministro della giustizia. Come dire: l’oro di un’enorme risorsa ridotto assurdamente in rifiuto da seppellire o incenerire; l’incenso di una cultura religiosa lasciato molto laicamente fuori dal palazzo stesso della cultura e, infine, la mirra amara di un perverso sistema di potere che, divenuto vittima della sua stessa arroganza, si difende rabbiosamente.

Ma che razza di Paese è quello dove, dopo un decennio e mezzo di gestioni straordinarie dello smaltimento dei rifiuti, l’unica soluzione alla tragedia incombente è la nomina d’un "generalissimo" – con poteri ancora più straordinari – per decidere ed attuare, in pochi mesi, ciò che finora un’intera classe politica non ha voluto decidere né saputo attuare?  Che staterello da operetta è quello dove dei cosiddetti scienziati laici e degli esagitati studenti democratici fanno di tutto per esorcizzare la presenza stessa di chi rappresenta una strada diversa per ricercare la verità?  Che immagine riesce a dare di sé un governo sedicente progressista, le cui controverse sorti restano appese al dito tremante di qualche vetusto senatore a vita ed ora anche all’ipocrita solidarietà che è costretto a tributare al caudillo sannita, per evitargli di cadere dal suo stesso cavallo?

Al di là dello scenario meridionale, purtroppo comune alla prima ed alla terza vicenda, tutti e tre gli episodi appaiono un preoccupante segno di degenerazione di un quadro politico che, a dire il vero, era già abbastanza degenerato di suo. Un quadro politico da Sodoma e Gomorra, che costringe da tempo ad una convivenza contro natura partiti, persone e situazioni che non avrebbero nulla in comune, ad eccezione della risoluta ed un po’ cinica volontà di restare a galla in qualche modo, facendo finta di governare processi che nascono altrove e di cui sono solo i penosi – ma interessati – burattini…

E allora, che cos’altro sapremo inventarci nei prossimi giorni per comparire nuovamente in bella evidenza sulle pagine del New York Times, di Le Monde o di El Paìs? Potremmo, che so, decidere creativamente di liberarci della munnezza campana sversandola dentro l’ampio cratere del Vesuvio. Oppure si potrebbe invitare il Dalai Lama ad inaugurare i corsi dell’Orientale di Napoli, ovviamente per poi lasciarlo irriverentemente fuori dell’università, con la scusa che i lama…sputano sentenze. E che cosa ne pensate del fatto che – visti gli arresti degli ultimi autorevoli padrini – il governo nomini (ovviamente per un periodo provvisorio di almeno dieci anni…) un Commissario Straordinario per le attività malavitose organizzate, affidandogli alcuni reparti dell’Esercito ed attribuendogli pieni poteri di derogare a tutte le normative vigenti, così da consentire il completamento di alcuni affarucci rimasti interrotti?  Volete scommettere che anche la Frankfuerter Algemeine Zeitung, Al Jazeera e la CNN ci farebbero un bel pezzo su ?…

di erferraro Inviato su Senza categoria Contrassegnato da tag ,

ADAM V-ADAMAH : riflessioni ecoteologiche sull’amore cosmico

                                                                       di Ermete Ferraro

La rivista "Filosofia ambientale" (www.filosofia-ambientale.it ) ha pubblicato in questi giorni un mio saggio dell’anno scorso, nel quale cerco di analizzare – in chiave ecoteologica – l’impegno cristiano per la "salvaguardia del Creato", indissolubilmente legato a quello per la giustizia e per la pace.

Sono convinto, però, che questo impegno non dovrebbe essere solo un "dovere" morale, ma un’effettiva, concreta, adesione ad un progetto che ha posto l’Uomo/Adam sulla Terra (in ebraico: Adamah) come custode e non come il padrone della creazione. E siccome il servizio, in una visione evangelica, nasce dall’amore, ho provato a leggere la prima lettera paolina ai Corinzi – in particolare, il cosiddetto ‘inno all’amore’  – in una chiave "cosmica", ecologica.

Mi rendo conto che l’argomento può apparire piuttosto particolare e poco adatto ad un "blog", ma spero comunque di aver suscitato un minimo di curiosità in chi legge. In tal caso, vi basta cliccare qui per accedere al testo completo e, se proprio siete in vena di follie, potreste addirittura scrivermi qualche riga di commento….

 

 

“MI RIFIUTO!” N° 2

Il primo intervento, con cui ho aperto l’esperienza del mio blog il 4 giugno 2007, s’intitolava "MI RIFIUTO !", ed era dettato dalla rabbia di chi è costretto ad assistere al degenerare di una situazione che ha ridotto Napoli – e l’intera Campania – l’ esempio negativo di tutto ciò che non si dovrebbe fare in materia di politica dei rifiuti.
Oggi, a distanza di sette mesi, di fronte alla disastrosa situazione che la mia città sta tragicamente vivendo, mentre affonda letteralmente nella sua stessa spazzatura e nell’inettitudine di chi ha permesso che si giungesse a questo punto, la mia indignazione -come cittadino e come ambientalista – mi spinge a riproporre quel commento. Ovviamente il mio impegno non si limita a questo e, come portavoce del circolo napoletano di VAS (Verdi Ambiente e Società) ho chiarito in un comunicato-stampa la posizione dell’associazione in merito ed ho anche aderito, a suo nome, alla manifestazione di protesta di Mercoledì 9 gennaio.
Vorrei, però, che rileggeste quelle mie parole di giugno alla luce di quanto i media ci stanno proponendo ogni giorno, riflettendo sia sulle enormi responsabilità di chi ci ha sgovernato per oltre un decennio, ma anche su quelle che ognuno di noi deve assumersi e sulle scelte che ogni cittadino civile e responsabile è chiamato a fare.
Solo così si potrà dare una risposta alternativa a chi pensa che Napoli sia una specie di anomalia insanabile, il luogo geometrico di una maledizione che ci condanna a vivere, amplificate, tutte le contraddizioni e le assurdità di una civiltà…‘e  mmunnezza. 

"MI RIFIUTO di accettare che dopo 13 anni d’inadempienze, di scelte sbagliate e di non scelte, qualcuno insista a farci credere che in Campania c’è una “emergenza rifiuti”. MI RIFIUTO di accettare la logica perversa di una classe politica che 13 anni fa decise di boicottare, subito dopo la sua approvazione, la legge regionale n.10/1993 che stabiliva finalmente “norme e procedure per lo smaltimento dei rifiuti in Campania”, invocando una gestione “a-normale” e dando vita a quel “Commissariato” che di “straordinario” ha avuto solo la capacità di non concludere nulla, divorando risorse ordinariamente spendibili. MI RIFIUTO di pensare che il fronte politico-istituzionale che ha voluto chiudere nel cassetto l’unica legge che avrebbe potuto dare un colpo decisivo agli affari malavitosi sulle discariche dei rifiuti urbani e sullo smaltimento di quelli tossico-nocivi, evitando l’attuale disastro igienico e ambientale, lo abbia fatto solo per insipienza e non piuttosto per paura di (o, peggio, compiacenza con) chi controllava e controlla ancora “rifiutopoli”. MI RIFIUTO di credere che, in tanti anni e pur con una gestione commissariale, le cinque province ed i tanti comuni della Campania – sebbene espropriate (ma, in fondo, liberate…) da responsabilità che erano loro… – non avrebbero potuto fare di più e meglio in direzione della raccolta differenziata dei rifiuti urbani, del riciclaggio delle materie prime, del compostaggio e, soprattutto, della promozione di un’effettiva riduzione della mole di rifiuti che sta per sommergerci. MI RIFIUTO di accettare che una legge regionale che avrebbe consentito di ridurne la quantità del 40% già dieci anni fa sia stata seppellita sotto montagne di sacchetti, neri come la coscienza di chi ci ha condotto all’attuale assurda situazione, in cui non ci si vergogna neppure di proporre discariche in aree naturalistiche protette o di ventilare un nuovo “export” di munnezza in Romania o nelle regioni del nord che già tanto ci amano. MI RIFIUTO di accettare la spocchia arrogante di quelli – fra cui taluni “ambientalisti” da salotto e/o da partito – che hanno la faccia tosta di accusare cittadini e sindaci di comuni già appestati per anni e anni di non voler accogliere benevolmente nuove discariche, inceneritori e siti di stoccaggio di “ecoballe” che minacciano di essere “provvisori” proprio come il Commissariato Straordinario ai Rifiuti. MI RIFIUTO di fare la parte dell’ecologista un po’ ottuso, che dice no a tutto e tutti, che blandisce quelli che “mai nel mio giardino” oppure che si oppone alle tecnologie avanzate, quando invece sono proprio gli amministratori pubblici, con i loro sapientoni al seguito, che dovrebbero spiegarci di che razza di “termovalorizzatori” vanno blaterando, visto che continueremmo a bruciarvi c.d.r. (combustibile da rifiuti) ancora impregnato di residui organici, di umidità e di materiali altamente inquinanti. MI RIFIUTO di vedere Napoli sommersa da tonnellate di “munnezza” che avrebbe potuto – dopo 10 anni – essere ridotta a meno di un quarto del suo peso, volume e potenziale pericolosità, se solo i nostri amministratori, tecnici e responsabili “asiatici” avessero saputo (o voluto…) far partire una raccolta differenziata seria, equamente diffusa sul territorio e non ridotta a quasi inutile “ciliegina” da mettere su una torta di schifezze indifferenziate, di cui gli sono grati solo i cani randagi ed i gabbiani. MI RIFIUTO, insomma, di vedere che i cittadini – che pure hanno molte responsabilità di questo assurdo degrado – dovrebbero restare muti e calmi mentre gli si stanno prospettando scenari da catastrofe igienica ed ambientale, perché altrimenti disturbano i “manovratori” di questo immondo tram che si chiama rifiutopoli. MI RIFIUTO perfino di accettare il termine stesso "rifiuti", che non rispecchia affatto l’idea che – in natura – tutto è una risorsa. Possono esserci residui di una trasformazione, ma tutto è utile e niente va rigettato come qualcosa da buttare via. MI RIFIUTO infine di dire e di scrivere queste cose senza cercare di dare un mio piccolo contributo – personale e associativo – per uscire dall’attuale situazione, usando tutte le armi democratiche e nonviolente (protesta, denuncia, azioni dirette, esempio, educazione, informazione e controinformazione…) che ogni cittadino ha a disposizione e che ha il dovere di porre in atto. In caso contrario, quelli che pur giustamente accusiamo sarebbero solo i nostri degni rappresentanti. "<!–

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MI FACCIO GLI AUGURI…!

Tra qualche giorno mi aspetta il ritorno a scuola, come per tanti altri prof ed alunni/e d’Italia. E allora voglio farmi gli auguri di buon anno nuovo, prendendo  in prestito le bellissime parole del "maestro di strada" Cesare Moreno, napoletano come me.  Non c’è nulla da aggiungere e mi limito a "girarvele", indirizzandole soprattutto ai miei colleghi/e che ancora credono      in quello che fanno. Nonostante tutto. Auguri! 

da: IL MATTINONapoli  – 04/01/2008 – p. 44

 

LA SCUOLA – La voce dei professori

 

di Cesare Moreno (*)

 


Auguri professore/ssa. Per il tuo rientro in classe dopo l’Epifania. Che stia bene il tuo corpo, la tua mente, il tuo cuore. Di salute te ne serve tanta, per tollerare gli stress che ti aspettano ogni mattina ancora prima di incontrare in una stanza altre decine di esseri che avrebbero voglia di essere da un’altra parte. Che tu abbia la voce autorevolmente forte, suadente e sicura per farti ascoltare nel chiasso di una civiltà che rumoreggia. Che tu abbia la mente salda per poter tollerare la stupidità e il cuore aperto per accogliere il meglio da ognuno: dai colleghi, dai dirigenti, dai ministri; ma soprattutto che tu sia pronto/a a prendere  dai giovani la gioia di vivere e di crescere anche quando sono sepolte sotto montagne di arroganza, cattive maniere, presunzione, aggressività. Che tu abbia il cuore, la mente e il corpo pazienti capaci di aspettare che i fiori sboccino quando ancora le gemme sono sepolte dal letame.

(*) maestro di strada

 

TERRA: CASA COMUNE DELLA FAMIGLIA UMANA

          di Ermete Ferraro 

Il primo gennaio, dichiarato da molto tempo “giornata mondiale della pace”, anche per questo 2008 è contrassegnato da un significativo messaggio di fine d’anno del Papa. Già lo scorso anno, come referente per l’ecopacifismo di VAS, ebbi modo di sottolineare – in una lettera indirizzata all’arcivescovo di Napoli, l’importanza del riferimento di S.S. Benedetto XVI alla necessità di una vera “ecologia della pace” (vedi: http://www.vasnapoli.org/Lettera%20Card.%20Sepe%20-%20ecopax.htm).

Anche il messaggio di quest’anno – “Famiglia umana, comunità di pace” – mi sembra in linea con una visione religiosa che sa farsi globale, riuscendo a portare il magistero della Chiesa dall’ambito etico, e specificamente evangelico, a quello che tocca, in modo significativamente integrato, i temi dello sviluppo, della pace e dell’ambiente.

Leggendo attentamente le parole del Papa, infatti, si comprende quanto sarebbe sciocco e banale confinarne il significato nel contesto della “riscossa” cattolica sul problema della famiglia, contrassegnata dal Family Day spagnolo. Il richiamo al primo e fondamentale nucleo dell’aggregazione sociale mi sembra dettato, piuttosto, dalla volontà di lanciare un ennesimo appello ai cristiani – ed ai credenti più in generale – perchè facciano davvero la loro parte per costruire dal basso la pace, partendo proprio dall’ambito primario della convivenza e, per contrasto, del conflitto.

“Per questo la famiglia è la prima e insostituibile educatrice alla pace”chiarisce Benedetto XVI, specificando più avanti che “…il lessico familiare è un lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l’uso del vocabolario della pace […] Pertanto, chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto familiare rende fragile la pace nell’intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale « agenzia » di pace”.

Che il richiamo alla centralità della difesa della famiglia – come progetto esistenziale più che come pura e semplice istituzione –  non sia fine a se stesso è dimostrato dai paragrafi successivi del testo pontificio, che utilizzano la realtà familiare come parametro di riferimento per spaziare su questioni molto più ampie e globali, come l’intera comunità umana, il suo rapporto con l’ambiente naturale di cui fa parte, il modello di sviluppo economico ed il rischio di una escalation del militarismo e del bellicismo, che minacciano – insieme con le emergenze ambientali – la stessa sopravvivenza umana e la pace mondiale.

Non si tratta di questioni distinte, è il caso di ribadire, perché da decenni ormai il magistero della Chiesa Cattolica – in sintonia ecumenica con le altre confessioni cristiane – mi sembra rimasto il solo che riesce a coniugare costantemente il trinomio che dovrebbe contrassegnare un progetto davvero alternativo: giustizia, pace e salvaguardia del creato. Ecco allora che l’ecologia della pace si integra, anche in questo caso, con un’analisi inequivocabile dei rischi di un’economia iniqua, sempre più globalizzata ed incapace di discostarsi dal profitto a tutti i costi.

Pur confermando il “primato” dell’uomo su tutto il creato, Benedetto XVI ammonisce che: “La famiglia ha bisogno di una casa, di un ambiente a sua misura in cui intessere le proprie relazioni. Per la famiglia umana questa casa è la terra, l’ambiente che Dio Creatore ci ha dato perché lo abitassimo con creatività e responsabilità. Dobbiamo avere cura dell’ambiente: esso è stato affidato all’uomo, perché lo custodisca e lo coltivi con libertà responsabile, avendo sempre come criterio orientatore il bene di tutti”. Non si può fare a  meno d’improntare le scelte ecologiche ad una necessaria gradualità ma, precisa il Papa:  “Prudenza non significa non assumersi le proprie responsabilità e rimandare le decisioni; significa piuttosto assumere l’impegno di decidere assieme e dopo aver ponderato responsabilmente la strada da percorrere, con l’obiettivo di rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio…”.

Un significativo banco di prova della volontà di questa auspicabile “metànoia”, aggiunge il Pontefice, è proprio quello delle scelte energetiche: “Una duplice urgenza, a questo riguardo, si pone ai Paesi tecnologicamente avanzati: occorre rivedere, da una parte, gli elevati standard di consumo dovuti all’attuale modello di sviluppo, e provvedere, dall’altra, ad adeguati investimenti per la differenziazione delle fonti di energia e per il miglioramento del suo utilizzo. I Paesi emergenti hanno fame di energia, ma talvolta questa fame viene saziata (proprio) ai danni dei Paesi poveri…”.

Per uscire dal consumismo devastante dei nostri tempi, però, occorre cambiare profondamente i nostri stili di vita e, giustamente, il Papa sottolinea che il luogo dove questo può diventare possibile, in prima istanza, è proprio l’ambito di una famiglia che sappia ridiventare modello di convivenza civile e di comportamenti sani e responsabili:  “… la famiglia fa un’autentica esperienza di pace quando a nessuno manca il necessario, e il patrimonio familiare — frutto del lavoro di alcuni, del risparmio di altri e della attiva collaborazione di tutti — è bene gestito nella solidarietà, senza eccessi e senza sprechi.”  Un “patrimonio trascendente di valori”, vissuto e condiviso all’interno della famiglia, diventa così il mezzo migliore perché i giovani imparino a gestire saggiamente sia i beni materiali, sia le relazioni sociali. L’etica familiare non è disgiunta, infatti, da quella cui dovrebbero sottostare anche le relazioni economiche, poiché, afferma con forza Benedetto XVI :”Occorre …tenere in debito conto l’esigenza morale di far sì che l’organizzazione economica non risponda solo alle crude leggi del guadagno immediato, che possono risultare disumane”.

Le stesse relazioni internazionali, laddove si spegne l’impulso etico di una visione fraterna dei rapporti interpersonali e sociali, vengono sottomesse all’iniqua legge del più forte: “Nella famiglia dei popoli si verificano molti comportamenti arbitrari, sia all’interno dei singoli Stati sia nelle relazioni degli Stati tra loro. Non mancano poi tante situazioni in cui il debole deve piegare la testa davanti non alle esigenze della giustizia, ma alla nuda forza di chi ha più mezzi di lui”.  La prima è fondamentale situazione in cui gli organismi di arbitrato internazionale devono ristabilire le regole è, ovviamente, quella dell’assurda corsa agli armamenti e del proliferare di conflitti armati su tutti gli scenari mondiali. Su questo il Papa lancia un accorato appello alla: “…mobilitazione di tutte le persone di buona volontà per trovare concreti accordi in vista di un’efficace smilitarizzazione, soprattutto nel campo delle armi nucleari. […] sento il dovere di esortare le Autorità a riprendere con più ferma determinazione le trattative in vista dello smantellamento progressivo e concordato delle armi nucleari esistenti”.

Questo denso e significativo messaggio per la giornata mondiale della pace 2008 si conclude con un’esortazione che – come ecopacifista e come cattolico – mi sento di sottoscrivere, in occasione di questo Capodanno:

"… invito ogni uomo e ogni donna a prendere più lucida consapevolezza della comune appartenenza all’unica famiglia umana e ad impegnarsi perché la convivenza sulla terra rispecchi sempre di più questa convinzione da cui dipende l’instaurazione di una pace vera e duratura. Invito poi i credenti ad implorare da Dio senza stancarsi il grande dono della pace".

Auguri di pace e bene a tutti !

 

(*) L’immagine che accompagna questo post è stata tratta dal sito: www.earthrainbownetwork.com/Archives2003/imag

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VERSO LA “WELFARE CHURCH” ?

                                                   di Ermete Ferraro 

  Un articolo apparso su “la Repubblica” di lunedì 17 dicembre ha il merito di aver affrontato un problema molto delicato, di cui però si parla poco: il ruolo della Chiesa come “sostituto” di uno Stato sempre più latitante e carente in campo assistenziale.

Mentre altri media sembrano solitamente interessati più che altro a sottolineare i “privilegi” fiscali e le “attenzioni” riservate da chi ci governa ai soggetti che orbitano nel mondo cattolico, lasciando intravedere interessi più o meno legittimi dietro questo modo compiacente di trattare con esso, va riconosciuto a “Repubblica” – e soprattutto a Curzio Maltese che ha firmato l’articolo – il merito di aver trattato con chiarezza ed efficacia il vero problema sotteso al “grande obolo di Stato” alla Chiesa.

Non si tratta tanto, in effetti, del lobbyismo dei vescovi o della rincorsa delle forze politiche al voto dei cattolici (che, a quanto pare, incide ormai in misura piuttosto ridotta…), bensì di un “…tacito patto per cui, mentre lo stato smantella pezzo per pezzo il welfare, la chiesa s’incarica …di tappare le falle più evidenti e arginare la massa crescente degli esclusi, senza più diritti, garanzie, protezione”.

Chi vive nelle grandi città, in particolar modo,conosce bene il popolo di poveri e derelitti che ne affolla le strade (immigrati irregolari, senzatetto, vagabondi, nomadi, tossici, alcolisti, ex-carcerati, disoccupati storici, vecchi soli e abbandonati, malati di mente…), cui i servizi di assistenza pubblica offrono poco o nulla. Viceversa, il volontariato e gli enti benefici e di “caritas” della Chiesa cattolica sembrano restare quasi i soli a dare loro una qualche risposta, in termini di accoglienza, ricovero, solidarietà e conforto, materiale e morale.

Se, da un lato, ciò dimostra che l’unica istituzione che “regge” nel nostro Paese rimane quella fondata sui principi evangelici e sui pilastri di una fede che da due millenni sa ancora diventare speranza e concreta carità, d’altra parte non si può fare a meno di riflettere sulla sconfitta di uno stato sempre meno capace di garantire diritti e doveri per essere la forza dei deboli, cioè la manifestazione istituzionale di una comunità degna di questo nome.

Lo smantellamento progressivo del welfare state – grazie ad una visione ultraliberista che ha aggiunto solo nuove povertà a quelle tradizionali – avrebbe dovuto, almeno in teoria, trovare un risvolto ed un ammortizzatore in politiche sociali fondate sul principio di sussidiarietà, e quindi sulla territorializzazione delle competenze assistenziali e sull’apertura ai soggetti del terzo settore. La realtà, sotto gli occhi di tutti, mostra invece gli effetti perversi della globalizzazione dell’emarginazione sociale e d’un inverecondo e strumentale ricorso al mondo variegato del non profit, senza riconoscergli alcun protagonismo reale, ma solo per turare le falle di politiche sociali sempre più carenti. Al contrario, logiche burocratiche ed aziendali hanno coinvolto anche il terzo settore, costringendolo ad inseguire appalti e commesse pubbliche, nel mentre stanno sconvolgendo lo spirito del volontariato ed il tradizionale protagonismo delle realtà sociali di base.

Sul fronte delle c.d. “emergenze sociali” (espressione che suona particolarmente ipocrita e falsa…) lo Stato italiano,quindi, si affida quasi totalmente e senza vergogna, allo zelo ed alla buona volontà delle caritas parrocchiali, delle congregazioni religiose e delle realtà cattoliche (siano esse ‘storiche’, come la San Vincenzo  o più recenti e combattive, come la Comunità di S. Egidio).

Di fronte a questo dato incontrovertibile, chi come me ha lavorato dagli anni ‘70 dapprima come operatore sociale di base, poi come responsabile di una fondazione-onlus ed ora come operatore socio-pastorale parrocchiale, può solo avvertire un profondo disagio. “Nella società spappolata dagli egoismi” – per citare Curzio Maltese – il ruolo di supplenza della chiesa cattolica sta raggiungendo livelli tali che tocca proprio ai veri cattolici contestare la penosa resa di uno stato che si riconosce inetto a garantire le sue funzioni istituzionali ed ha imboccato da tempo la comoda strada basata sulla formula “soldi in cambio di servizi”. Il fatto è che la “caritas” che spetta alla Chiesa dovrebbe essere ben altra cosa e non può nè deve configurarsi in un banale ruolo di sostituzione di competenze che restano pubbliche e proprie degli enti locali.

Basta leggere l’enciclica “Deus caritas est” di S.S. Benedetto XVI (sono sue le parole in corsivo) per comprendere che si tratta di una risposta ad una necessità immediata, dettata dall’amore e dalla attenzione del cuore, che costituisce un atto gratuito, disinteressato e privo di scopi diversi. Questo servizio ai fratelli nel bisogno, benché spontaneo e finalizzato ad attuare il precetto della carità cristiana, non esclude comunque né la competenza professionale, né attività di programmazione di tale intervento, di collaborazione  con altre realtà socio-assistenziale e di previdenza (sia nel senso di “prevenzione” del bisogno, sia di previsione delle conseguenze positive e dei limiti stessi dell’intervento). Chi svolge un servizio del genere – ammonisce il S. Padre – deve però resistere a due tentazioni opposte: quella della superbia di chi pretenderebbe di sostituirsi a Dio e quella della rassegnazione sfiduciata, di fronte alla sproporzione tra impegno profuso e risultati ottenibili. Alla prima si dovrebbe rispondere con l’umiltà cristiana e alla seconda grazie alla virtù della speranza e con l’esercizio della pazienza.

                                                                                                                               

Mi permetto umilmente di aggiungere che chi si occupa di caritas dovrebbe anche evitare la  “superbia” di credere che si possa sostituire con atti di carità cristiana un lavoro sociale programmato, professionalmente qualificato ed adeguatamente finanziato col denaro di tutti.  Allo stesso modo, poi, credo che non dovrebbe nemmeno “rassegnarsi” ad  accettare supinamente la distruzione di uno modello di stato che si basi sulla giustizia e sulla solidarietà. 

Certo, una chiesa fondata sul Vangelo di Cristo è sicuramente dei poveri e per i poveri, ma è anche chiamata a proclamare la giustizia e la pace, perché: “…Se è vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, deve anche schiodare tutti coloro che vi sono appesi; noi oggi siamo chiamati a un compito dalla portata storica senza precedenti: ‘Sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi’ (Isaia 58,6)…” (don Tonino Bello, Alla finestra la speranza – lettere di un vescovo, Milano: San Paolo, 2002, p. 57).

Ecco perché sono convinto che bisogna superare, da cristiani e da cittadini, la tentazione di perdere la “speranza” che la specifica missione di chi crede possa essere davvero realizzata, e che occorre eliminare l’equivoco di chi scambia la “pazienza” evangelica per una forma un po’ vile di sopportazione dei mali che avvelenano la nostra società.

Ecco perché, in occasione del santo Natale, vorrei chiudere queste considerazioni prendendo in prestito da don Tonino Bello uno dei suoi “scomodi auguri” : “Gli angeli che annunziano la pace portino guerra alla (n)ostra sonnolenta tranquillità, incapace di vedere che, a poco più di una spanna e con l’aggravante del (n)ostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfrutta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano i popoli allo sterminio per fame…”. (ivi, p.109).