SETTEMBRE ANDIAMO, E’ TEMPO D’INSEGNARE

Quest’impropria citazione della nota poesia ‘pastorale’ di D’Annunzio mi è venuta in mente mentre mi avviavo a prendere servizio alla nuova scuola nella quale mi sono appena trasferito. D’altra parte, non c’è bisogno di essere insegnanti per ricordarsi che, tra pochi giorni, le scuole riapriranno i battenti, per accogliere frotte di bambini, ragazzi e giovanotti abbronzati e sudati. E così, una vociante massa di esseri, fino a quel momento liberi e belli, torneranno all’improvviso “alunni”, già stressati dal fatto di doversi nuovamente mettere seduti e più o meno fermi a seguire per parecchie ore qualcuno che – non meno sudato e stressato di loro – si ritroverà ancora una volta a svolgere il ruolo di chi deve insegnargli qualcosa malgré eux. Come succede nelle fiabe, è come se una specie di maleficio stesse per abbattersi su questi due gruppi di persone, condannandoli a fronteggiarsi con diffidenza, più che con comprensibile curiosità. A sottolineare il rito che si ripete, ecco allora giornali, riviste e spot tv riempirsi improvvisamente di zaini, portapenne e vari ammennicoli scolastici, mentre cominciano a circolare gli elenchi dei nuovi libri di testo e gli studenti iniziano a liberarsi dei vecchi in improvvisati mercatini.
Settembre, andiamo. E’ tempo d’insegnare…. Peccato però che si tratti ormai di un’attività ogni anno più vaga e dai contorni sempre meno definiti. La crisi dell’insegnamento è innegabilmente una questione di natura sindacale e politica, ma credo che sia difficile sottovalutare la profondità della crisi della funzione docente in sé, frutto di una lenta ed inesorabile erosione di un ruolo – oggi si direbbe di una mission… – insidiato dai frenetici cambiamenti del modo stesso di vivere, di pensare e di stare insieme. Sono decenni, ormai, che giornalisti, politici, sociologi, pedagogisti ed altri improbabili maȋtres à penser si esercitano a cercare nuove funzioni da assegnare agli insegnanti, visti al tempo stesso come inadeguati e fuori contesto da una certa cultura pragmatica ed utilitarista. E’ come se cercassero di trovare una qualche ragion d’essere che giustifichi la sopravvivenza di una specie classificabile come in via d’estinzione, ma ancora maledettamente numerosa e, diciamolo, costosa per il bilancio dello stato… Naturalmente c’è un disaccordo pressoché totale sulle soluzioni più utili da proporre. Ed ecco che, periodicamente e soprattutto in questi tardi giorni di fine estate, c’è qualcuno che rilancia la questione sui giornali o in servizi televisivi, suggerendo formule innovatrici e ricette per curare quelli che ritiene gli aspetti più deleteri dell’attuale funzione docente.
“Basta con la scuola del cuore.” , titolava giorni fa un articolo su la Repubblica di Marco Lodoli, il quale alla domanda: “Da cosa si può ripartire perché le aule tornino ad essere un luogo centrale per i ragazzi?” offriva la sua soluzione, esorcizzando quella che considera la tendenza corrente ad usare la scuola per insegnare ciò che non si può insegnare, cioè le emozioni, e suggerendo quindi un sano ritorno alla concretezza del pensiero positivo e della logica. “Tutto è cominciato a precipitare nel momento in cui qualcuno ha stabilito che l’emotività è l’unico campo in cui si realizza il giovane”, argomentava Lodoli, lasciando intendere che le nostre scuole siano diventate ormai delle palestre di flaubertiana educazione sentimentale, delle fucine di pascaliana “ragione del cuore”, ovviamente a danno della funzione della scuola come maestra del pensiero logico e della razionalità. Onestamente, pur frequentandola da oltre venticinque anni, non mi ero mai accordo di questa radicale mutazione genetica dell’istituzione scolastica. Al progressivo ed innegabile svuotamento della funzione docente come ruolo d’insegnamento positivo e fattivo di conoscenze stabili e indiscutibili non direi proprio che sia seguita una particolare enfatizzazione della scuola come luogo dove s’impara a vivere i propri sentimenti ed a condividerli con gli altri. Magari fosse stato così. La triste verità è che all’oggettiva svalutazione delle conoscenze “positive” e spendibili praticamente ha fatto seguito solo un confuso e contraddittorio tentativo di riempire comunque l’insegnamento di contenuti e funzioni “sociali”, come la legalità, l’ecologia o la convivenza civile. Ma tutto questo facendone nuove fantasiose materie d’insegnamento e frantumando la fondamentale funzione educativa della scuola in una miriade di “educazioni”, senza peraltro risolvere l’impotenza di questa istituzione ad essere un effettivo luogo di pratica dell’affettività e della socialità. Educare alle emozioni – con tutto il rispetto per l’autore dell’articolo – non ha nulla a che vedere con quella che egli chiama “la cultura del desiderio, che vive di smanie istantanee, puntiformi e distruttive”. Semmai ne è l’esatto contrario, dal momento che ogni processo educativo è qualcosa di formativo, che contrasta la spontaneità istintuale per indirizzare l’emotività e la stessa aggressività naturale verso obiettivi positivi e costruttivi. Lodoli si scaglia “contro chi agita nei ragazzi solo l’emotività, come se la vita fosse solo sballo, divertimento, notti da inghiottire e giorni da dormire e corri dove ti porta il cuore”….
Eppure gli basterebbe trascorrere solo qualche giornata nella scuola, quella vera, per accorgersi della scarsa aderenza di questa visione – sospesa fra il romanticismo didattico da “Attimo fuggente” ed una versione un po’ troppo “Sturm und Drang” – al mestiere svolto ogni giorno da decine di migliaia di docenti, spesso piuttosto anzianotti e disincantati e assai poco in stile “Capitano, mio capitano!”. Non posso negare che in qualche classe sarà anche possibile trovare degli studenti in piedi sopra il banco, ma nutro forti dubbi che stiano lì per acclamare il loro docente-mentore. Probabilmente stanno solo provando i passi del nuovo ballo caraibico o si stanno rilanciando l’uno con l’altro il cappellino del solito “tipo soggetto”… Eppure, sostiene Lodoli , la soluzione è “…ridare forza al pensiero, oggi calpestato dall’orda trionfante e barbara delle sensazioni spicciole, dell’impressionismo e della destrutturazione.”. Opperbàcco – per dirla alla Totò – come accidenti ho fatto finora a non accorgermi che la scuola è in crisi perché è percorsa da questa “barbara” ondata di emotività selvaggia, alimentata dal sacro furore di docenti di scuola irrazionalista ed un tantino anarchici? Mah, sinceramente non mi pare che la scuola italiana sia affetta da questo contagio “new age”, semmai dalla crisi di un’educazione “old age” alla quale non si è stati capaci di sostituire un modello che fosse al tempo stesso creativo e solidamente formativo. I docenti sono troppo impegnati ad evitare il loro progressivo sterminio e la cancellazione del concetto stesso di scuola pubblica per preoccuparsi di questo preoccupante vuoto. Eppure esso finirà sempre più per giustificare l’inutilità del loro ruolo, razionalizzandone la pesante ristrutturazione in chiave aziendalistico-produttivista.
In prima pagina, Le Monde del 1° settembre, non a caso pubblicava un articolo sulla pesante riforma dello “statut des enseignamts” che si sta preparando Oltralpe. Le pagine 11 e 12 del quotidiano francese sono interamente dedicate a questo problema, salito improvvisamente “au coeur du dèbat” con lo scopo di “ridefinire il mestiere” dei docenti, modificandolo profondamente senza però urtare troppo i loro sindacati e senza compromettere gli equilibri di una stagione pre-elettorale. La destra vuole seriamente mettere in discussione lo statuto degli insegnanti – che ne definisce compiti ed orari dagli anni ’50 – mentre la sinistra è più cauta e misurata, pur condividendo in buona sostanza questa riforma. “Diminuire lo scacco scolastico senza rendere fragile una professione in sofferenza”, sottotitolava una di quelle analisi di un ripensamento dello statuto dei professori che al tempo stesso non li destabilizzi. Tradotto in linguaggio meno politichese, ciò significa cercare insieme – destra e sinistra – il modo più opportuno e meno dirompente per ridurre il numero degli insegnanti, raddoppiandone quasi l’orario di servizio. “Il metodo buono – si spiega nel corsivo – è quello di far comprendere che tutti quanti guadagneranno da questa ridefinizione. Il ragazzo, poiché inventare una scuola ‘su misura’ significa attaccarsi allo scacco scolastico. Il professore, che saprà meglio che cosa ci si aspetta da lui. Il paese intero, la cui competitività passa anche attraverso la scuola.”. Altro che scuola del pensiero anziché delle emozioni! Il vero problema è come convincere tutti che la progressiva sparizione della specie “homo docens” costituirebbe un beneficio comune, visto che costerà meno risorse allo Stato, vista la drastica riduzione del numero dei docenti. D’altra parte, se è vero che un prof da 35 ore settimanali costerà più di uno da 18 – argomenta ancora Le Monde – varrà la pena di fare questo investimento che, a lungo termine, si rivelerà produttivo…..
Ma oggi è cominciata di nuovo la scuola e non è il caso di soffermarsi su queste elucubrazioni. Il sipario si alza ancora una volta su un palcoscenico polveroso e traballante ma confidiamo sulla sperimentata capacità dei docenti di “recitare a soggetto” e – come meno elegantemente si dice a Napoli – di “attaccare il ciuccio dove vuole il padrone”. Settembre, andiamo. E’ tempo d’insegnare…
© 2011 Ermete Ferraro

INGRATA PATRIA…

Si racconta che il toponimo “Lago di Patria” – bacino d’origine vulcanica che si trova nell’area giuglianese-domizia – risalga alla circostanza secondo la quale Liternum (antica città osca popolata nel II sec. a.C. da una colonia di 300 famiglie romane) sarebbe stata l’ultima dimora del famoso condottiero ed uomo politico romano Scipione l’Africano. Egli infatti, riferisce lo storico Valerio Massimo, in aspro contrasto con Roma, vi si sarebbe trasferito in volontario esilio e vi sarebbe morto nel 183 a.C., dopo aver ordinato d’incidere sulla sua lapide tombale queste sdegnate parole: “Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes” (Ingrata patria, non avrai neanche le mie ossa!). In questi giorni, a tal proposito, mi ha colpito la notizia, pubblicata dall’Ufficio Stampa del Parco Archeologico “Liternum“, secondo la quale proprio la famosa lapide marmorea di Scipione – una delle tre presenti in quel sito – sarebbe andata in frantumi, colpita sbadatamente dal bobcat del locale servizio di nettezza urbana. “La distruzione della lapide dedicata a Scipione l’Africano, è l’ennesimo fatto che si aggiunge allo stato di incuria e degrado in cui versa l’intera zona” – ha dichiarato amaramente il presidente della Pro Loco, cui è affidata la custodia del Parco di Liternum, dove adesso le iscrizioni su marmo rimaste sono solo due. “Ingrata Patria, ora non avrai neppure la mia lapide!”- immagino che esclamerebbe ancor più amaramente, se solo potesse, il grande Scipione, casuale vittima di quella munnezza che ha invaso anche la sua ultima dimora, diventando l’emblema di un’area trasformata dalla Camorra S.p.A. in una grande ed onnipresente discarica di ogni tipologia esistente di rifiuti.
La malsana Literna Palus dei tempi antichi, bonificata in epoca fascista ma oggi snaturata irrimediabilmente da un’assurda colata di cemento abusivo che ha distrutto la macchia mediterranea in nome di un improbabile boom turistico, mi sembra che oggi , munnezza a parte, stia vivendo un nuovo capitolo della sua sventurata storia. Nell’agglomerato urbano che orbita intorno al Lago di Patria (frazione del Comune di Giugliano in Campania, che qualcuno vorrebbe addirittura istituire come comune autonomo) sarà inaugurata a breve una maxistruttura denominata Afsouth 2000. Questo macroscopico complesso, che occupa un’area di 330.000 mq a breve distanza dal Lago e dalle spiagge di Varcaturo, sostituirà infatti il vecchio Quartier Generale Alleato di Bagnoli (Napoli), diventando il nuovo Comando NATO per tutta l’Europa Meridionale (Joint Force Command- JFC). Un generale guerrafondaio come Scipione, con la fissa di distruggere Cartagine ed ogni avversario che potesse opporsi all’egemonia romana nel Mediterraneo, avrebbe probabilmente avuto motivo di rallegrarsi per il fatto di aver lasciato le sue ‘ossa’ proprio accanto al luogo dove, tra poco, si assumeranno le decisioni strategiche per garantire l’egemonia americana sul bacino mediterraneo e sull’area nord-africano. Il suo bellicoso sangue avrebbe ribollito di soddisfazione di fronte alla promozione della sua Liternum a polo militare del nuovo imperialismo globalizzato. Certo, oggi c’è da domare la Libia di Gheddafi piuttosto che la potenza cartaginese di Annibale, ma sono certo che il gen. Lucio Cornelio Scipione sarebbe molto contento di assumere il comando di Africom, il quartier generale della U.S. Navy per l’intera area africana, recentemente trasferito a Napoli, che già ne ospita a Capodichino il Comando Europeo. Nell’elaborazione grafica accanto al titolo mi sono permesso di affiancaro scherzosamente al busto del condottiero romano quello del Gen. Bouchard, Comandante in Capo dell’Operazione “Unified Protector”. Del resto, a ben guardare, si ravvisa una preoccupante somiglianza tra i due capi militari, divisi da quasi 2200 anni di storia ma uniti dalla folle e micidiale idea di esportare con le armate il proprio modello di civiltà, considerato ovviamente come l’unico possibile… “Ingrata Patria” – avrebbe forse brontolato un redivivo Scipione di fronte allo scempio della sua lapide, ma non è escluso che, se potesse essere invitato all’inaugurazione del nuovo Comando NATO al Lago Patria, non esiterebbe a ripetere la sua bellicosa esortazione alle truppe, riferita dallo storico Livio: “I Cartaginesi ormai non sono uomini ma ombre d’uomini….Così gli ultimi avanzi d’un nemico, non un nemico avrete davanti […] Vinceremo questa guerra perché ci accingiamo a combattere con sdegno contro nemici già vinti….”. Ecco, appunto, basta sostituire “Libici” a “Cartaginesi” ed il gioco è fatto…
© 2011 Ermete Ferraro

SANCTUS JANUARIUS

San Gennaro martire

Ebbene sì: a Napoli, il 19 settembre, si continua a festeggiare san Gennaro, alla faccia del Governo e delle sue manovre “taglia-spesa”. Gennaro – hanno borbottato in parecchi – mica è un santo qualunque, la cui festa può essere spostata perché a qualcuno così gli gira, pur di risparmiare festività e d’aumentare le giornate lavorative. E poi, diciamolo: San Gennaro non è una statua o una reliquia da onorare, ma il sinonimo stesso di “miracolo”, visto che il suo sangue continua a liquefarsi da quel lontano 19 settembre del 305 d.C., l’anno del suo martirio, facendo esultare chi ne trae favorevoli auspici per una città che, in fatto di problemi, non si è fatta mancare mai nulla… Il ‘prodigio’ – come giustamente lo chiama la Chiesa – in effetti si ripete in almeno altre due circostanze, ma è comprensibile che la gente di Napoli voglia farsi scippare – oltre a industrie, banche e un sacco di posti di lavoro – anche la festività del suo patrono e protettore. Certo, a voler sottilizzare, bisogna riconoscere che, ai suoi tempi, Januarius era vescovo di Benevento e che la sua decapitazione – ad opera di un tal Dragonzio, governatore romano della Campania – avvenne a Pozzuoli. Fatto sta che, dal 430 circa, i resti mortali del martire furono traslati nelle catacombe napoletane di Capodimonte, da dove furono però trafugati quattro secoli dopo, per essere riportati nella cattedrale di Benevento. Eppure nemmeno lì rimasero a lungo, visto che, passati altri tre secoli, un re normanno le fece traslare nell’abbazia di Montevergine. Ci vollero ancora un bel po’ di anni e, nel 1497, le reliquie di Gennaro tornarono finalmente a Napoli, nel cui Duomo furono da allora esposte, prima in una cripta e poi nella celeberrima Cappella omonima. Ciò premesso, capite bene che, al solo sentire la parola “spostamento”, al santo martire, giustamente, gli….ribolle il sangue. E’ pur vero che si tratterebbe d’una differenza di pochi giorni ma, che diamine, è anche una questione di rispetto! Prima la sua festa viene declassata, poi qualcuno addirittura ha messo in discussione l’autenticità della liquefazione del suo sangue, e adesso vogliono ‘traslargli’ anche il giorno della festa… Per non parlare del fatto che c’è chi è andato a contestargli perfino il nome, osservando che Januarius dovrebbe probabilmente esserne il cognome, indicativo dell’appartenenza alla famiglia patrizia dei Januarii, probabilmente consacrata al dio bifronte Giano. Insomma: pare proprio che abbiano da ridire su tutto e che si divertano alle spalle del nostro amato san Gennaro, il cui nome, fra l’altro, è sempre meno frequente perfino a Napoli. Meno male che Gennari’ non sembra pigliarsela più di tanto e ha fatto il ‘miracolo’ anche quest’anno, circondato dall’affetto di un popolo che – è proprio il caso di dire – questo santo “ce l’ha nel sangue” e non ha nessuna intenzione di fargli sopportare altri sgarbi… Eppure – anche se molti non lo sanno e io stesso l’ho scoperto recentemente – sembra che a san Gennaro portasse rispetto perfino il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, uno che non si può certo definire un pensatore ‘devozionale’. In apertura del quarto capitolo del suo celebre libro “La Gaia Scienza” risalta infatti una breve poesia a rime alterne, pubblicata con la data di Gennaio 1882 e proprio col titolo“Sanctus Januarius”. Nella traduzione, essa suona più o meno così: “Tu che con lancia di fiamma / Spezzi il ghiaccio dell’anima mia, / Sì che scrosciando verso il mare / Della sua suprema speranza s’affretta: / Sempre più chiara e più salutare, / Libera nel suo più amorevole bisogno / Così essa celebra il tuo prodigio, / Bellissimo Gennaro! “ Francamente, non è molto chiaro il senso di questa originale invocazione e non è neanche del tutto certo che lo Schönster Januarius cui si riferisce Nietzsche sia proprio il patrono di Napoli e non una simbolica personalizzazione di Gennaio. Quel che importa è che questi versi fanno da preludio ad un passo molto importante de “La Gaia Scienza”, nel quale l’autore espone la sua nuova filosofia di vita. Si tratta di un sentimento cosmico che egli chiama “amor fati”e che si differenzia dalla “compassione” cristiana, in quanto si pone come condivisione della gioia più della sofferenza. Ecco, allora, che il filosofo – all’inizio dell’anno – formula un augurio a se stesso: da quel momento in poi cercherà nelle cose il necessario, la cosa più bella che è in loro. “ Amor fati: sia questo d’ora innanzi il mio amore! Non voglio far guerra al brutto. Non voglio accusare, non voglio nemmeno accusare gli accusatori. Distogliere lo sguardo sia la mia unica negazione! E, tutto sommato e in complesso: voglio un bel giorno essere solo uno che dice si!” (F. Nietzsche, Die fröhliche Wissenschaft, IV, 276). Beh, mi rendo conto che il tono di questa pagina è salito un po’ troppo, ma non si può negare che siamo di fronte a parole che meritano una riflessione anche in questo 19 settembre 2011. Un amore che voglia condividere con gli altri la gioia – diceva Nietzsche – non può essere fondato sull’accusa, sulla negazione e sulla guerra alle brutture che ci cadono davanti agli occhi. Forse, come raccontava anche un divertente film con Jim Carrey passato recentemente per televisione, è molto più salutare diventare uno “yes-man”o, come diceva il filosofo prussiano “ein Ja-sagender”. Personalmente, dubito che sia sufficiente “distogliere lo sguardo” da tutte le schifezze cui siamo costretti ad assistere quotidianamente nella città di san Gennaro e, anche se concordo che probabilmente non vale nemmeno più la pena di “far guerra al brutto” , mi riesce comunque difficile non denunciare ciò che va male e coloro che ne sono i responsabili. Il fatto è che forse io sono un po’ troppo cristiano per poter diventare un buon nietzschiano, visto che per me l’etica conta ancora più dell’estetica. Per esempio, chi sta di nuovo riprovando a mettere le mani sulla città, per trasformarla in un prodotto da commercializzare, oppure chi vorrebbe ostacolare il vero rinnovamento di Napoli, devo ammetterlo, non mi suggerisce pensieri né buoni né belli. Però questo è un altro discorso, per cui preferisco chiudere mutuando dall’autore de “La Gaia Scienza” la sua invocazione al “bellissimo Gennaro”. Lui che “con lancia di fiamma spezza il ghiaccio dell’anima” ci faccia il miracolo di rendere la nostra città meno attenta ai “prodigi” e più sensibile alla voce di chi vuole davvero renderla “sempre più chiara e salutare”. E così sia.
© 2011 Ermete Ferraro <!–

EDIFICI IN CEMENTO, MA SENZA FINESTRE

Non capita tutti i giorni che il Capo del Cattolicesimo faccia discorsi ufficiali nella patria del Protestantesimo, da un lato rivalutando il messaggio di Lutero e, dall’altro, esprimendo la propria comprensione per chi abbandoni la Chiesa, essendone stato scandalizzato. A me sembrano importanti “segni dei tempi”, dai quali risalta certamente il coraggio di chi sa fare una dolorosa autocritica, ma anche l’autorevolezza di chi non ha rinunciato a ricordare a chi ha potere che ad esso esiste un limite oggettivo ed invalicabile. Eppure – sebbene sia stato definito “coraggioso…fondamentale, non fondamentalista” dalla “Suddeutsche Zeintung” e “sorprendente….straordinario” dallo “Spiegel” – il discorso del Papa tedesco al Bundestag non sembra invece aver suscitato particolare impressione nel nostro distratto e provinciale Paese, dominato dagli scandali della politica e dalla politica degli scandali. Casomai – con un po’ d’italica piccineria – ci si è chiesti se nell’appello alla morale come guida della politica ci fossero per caso velate allusioni alla sciagurata situazione politica dell’Italia…La sostanza teologica ed etica del discorso di Benedetto XVI non mi pare che abbia impressionato i commentatori nostrani, piuttosto superficiali e tendenti a soffermarsi su particolari secondari anziché sulla sostanza dell’allocuzione papale. Ma che cosa ha detto di tanto importante al Parlamento tedesco l’autorevole ospite, autodefinitosi un “connazionale”, ma soprattutto il “Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per la cristianità cattolica” ? Io credo che la parte fondamentale del discorso del Pontefice – ovviamente rivestita della forma dotta richiesta ad un teologo che va a parlare ad un’assemblea di politici generalmente laici e, comunque, piuttosto scettici e diffidenti nei confronti delle ‘prediche’ – è costituita dal richiamo al valore del “diritto naturale” come fondamento dell’etica umana. “Contrariamente ad altre grandi religioni – ha affermato il Papa – il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio.” Già quest’affermazione – nel nostro contesto, distratto e teologicamente ignorante – avrebbe dovuto suscitare una certa impressione, visto che la maggioranza degli stessi credenti sono convinti che la base dell’ordinamento statale faccia capo esclusivamente alla Rivelazione e/o alla Tradizione, ma non certo alla Natura. Il Papa-teologo, al contrario, ci ha ricordato che la cultura giuridica occidentale è stata da molti secoli permeata da questo connubio tra fede e natura, ribadendo che: “ Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione.”. Eppure, ha aggiunto Benedetto XVI, sembrerebbe che i cattolici si “vergognino” quasi perfino di menzionare la dottrina del “diritto naturale”, come se fosse ormai fuori moda o, comunque, poco aderente alla cultura positivista e scientista che, dall’Illuminismo ad oggi, sembra diventata una sorta di ‘pensiero unico’. A tal proposito, un punto centrale del discorso del Papa mi è parso quando egli ha usato un’immagine molto efficace ed originale per stigmatizzarne i limiti: “La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.” Ecco: penso che bisognerebbe finalmente “spalancare le finestre” che l’arroganza di un razionalismo scientista ci ha fatto chiudere, nell’illusione che l’umanità sia ormai capace di “auto costruirsi” la propria realtà, facendo a meno non solo di Dio (che già qualcuno aveva dichiarato “morto”…) ma perfino dei fondamenti biologici naturali, ormai controllabili con le biotecnologie e l’ingegneria genetica. Tra gli applausi dei pur scettici Grünen – cui aveva riconosciuto il merito di aver saputo lanciare “un grido che non si può ignorare né accantonare”, rivendicando che “la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni” – il Papa ha poi sottolineato, con tutta la propria autorità etica e religiosa, che: “…l’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.” Credo che un’autentica “ecologia umana” – cui sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI si sono più volte richiamati – sia la strada giusta su cui incamminarci, se vogliamo davvero far pace con Dio e, al tempo stesso, con quel Creato che ne è la tangibile e straordinaria manifestazione. Alla saggezza universale e globale della Natura, infatti, non si può continuare a contrapporre la sapienza della sola razionalità umana, che in essa vede esclusivamente una materia da controllare e dominare, per sottoporla alle proprie esigenze, spesso assai poco nobili. Il movimento ecologista – in Italia ma anche nella stessa Germania dove si è ampiamente affermato – mi sembra che abbia perso da tempo la sua carica di rivoluzione etica, prima ancora che politica. Ha infatti smarrito la sua caratteristica di azione capace di sconvolgere le regole del cinismo antropocentrico, proprio per “spalancare le finestre” all’aria pura, che un preteso “sviluppo” di cemento ed asfalto ha dapprima inquinato e poi cercato di rinchiudere fuori dei nostri appartamenti dai vetri sigillati. Ecco perché penso che sia molto importante promuovere un nuovo ambientalismo, fondato su un’ecologia che non è meno ‘profonda’ solo perché è al tempo stesso “umana”. Un ambientalismo ispirato da valori alti e altri, rispettoso della biodiversità naturale come di quella culturale, e capace di permeare un nuovo modello di civiltà e di comunità. Ritengo allora che chi crede sia tenuto a meditare la profondità e la novità del messaggio lanciato dal Papa al Bundestag, ma anche che chi non crede non possa restare indifferente al richiamo ad un “diritto naturale”, cui la convivenza civile e lo stesso ‘progresso’ dovrebbero ispirarsi. E’ ora di smetterla di perseverare nell’arrogante pretesa di chi vuole illudersi – per usare ancora le parole del pontefice – che il nostro mondo “auto costruito” non attinga comunque alle preziose ed esauribili “risorse di Dio”, per cui decidiamoci a comportarci di conseguenza! La “madre Terra” e “frate Sole” hanno ancora tante cose da insegnarci e, rispettandone il valore e la centralità di chi li ha creati, non facciamo altro che rispettare la nostra dignità di uomini.
© 2011 Ermete Ferraro <!–

–>Non capita tutti i giorni che il Capo del Cattolicesimo faccia discorsi ufficiali nella patria del Protestantesimo, da un lato rivalutando il messaggio di Lutero e, dall’altro, esprimendo la propria comprensione per chi abbandoni la Chiesa, essendone stato scandalizzato. A me sembrano importanti “segni dei tempi”, dai quali risalta certamente il coraggio di chi sa fare una dolorosa autocritica, ma anche l’autorevolezza di chi non ha rinunciato a ricordare a chi ha potere che ad esso esiste un limite oggettivo ed invalicabile. Eppure – sebbene sia stato definito “coraggioso…fondamentale, non fondamentalista” dalla “Suddeutsche Zeintung” e “sorprendente….straordinario” dallo “Spiegel” – il discorso del Papa tedesco al Bundestag non sembra invece aver suscitato particolare impressione nel nostro distratto e provinciale Paese, dominato dagli scandali della politica e dalla politica degli scandali. Casomai – con un po’ d’italica piccineria – ci si è chiesti se nell’appello alla morale come guida della politica ci fossero per caso velate allusioni alla sciagurata situazione politica dell’Italia…La sostanza teologica ed etica del discorso di Benedetto XVI non mi pare che abbia impressionato i commentatori nostrani, piuttosto superficiali e tendenti a soffermarsi su particolari secondari anziché sulla sostanza dell’allocuzione papale. Ma che cosa ha detto di tanto importante al Parlamento tedesco l’autorevole ospite, autodefinitosi un “connazionale”, ma soprattutto il “Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per la cristianità cattolica” ? Io credo che la parte fondamentale del discorso del Pontefice – ovviamente rivestita della forma dotta richiesta ad un teologo che va a parlare ad un’assemblea di politici generalmente laici e, comunque, piuttosto scettici e diffidenti nei confronti delle ‘prediche’ – è costituita dal richiamo al valore del “diritto naturale” come fondamento dell’etica umana. “Contrariamente ad altre grandi religioni – ha affermato il Papa – il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio.” Già quest’affermazione – nel nostro contesto, distratto e teologicamente ignorante – avrebbe dovuto suscitare una certa impressione, visto che la maggioranza degli stessi credenti sono convinti che la base dell’ordinamento statale faccia capo esclusivamente alla Rivelazione e/o alla Tradizione, ma non certo alla Natura. Il Papa-teologo, al contrario, ci ha ricordato che la cultura giuridica occidentale è stata da molti secoli permeata da questo connubio tra fede e natura, ribadendo che: “ Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione.”. Eppure, ha aggiunto Benedetto XVI, sembrerebbe che i cattolici si “vergognino” quasi perfino di menzionare la dottrina del “diritto naturale”, come se fosse ormai fuori moda o, comunque, poco aderente alla cultura positivista e scientista che, dall’Illuminismo ad oggi, sembra diventata una sorta di ‘pensiero unico’. A tal proposito, un punto centrale del discorso del Papa mi è parso quando egli ha usato un’immagine molto efficace ed originale per stigmatizzarne i limiti: “La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.” Ecco: penso che bisognerebbe finalmente “spalancare le finestre” che l’arroganza di un razionalismo scientista ci ha fatto chiudere, nell’illusione che l’umanità sia ormai capace di “auto costruirsi” la propria realtà, facendo a meno non solo di Dio (che già qualcuno aveva dichiarato “morto”…) ma perfino dei fondamenti biologici naturali, ormai controllabili con le biotecnologie e l’ingegneria genetica. Tra gli applausi dei pur scettici Grünen – cui aveva riconosciuto il merito di aver saputo lanciare “un grido che non si può ignorare né accantonare”, rivendicando che “la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni” – il Papa ha poi sottolineato, con tutta la propria autorità etica e religiosa, che: “…l’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.” Credo che un’autentica “ecologia umana” – cui sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI si sono più volte richiamati – sia la strada giusta su cui incamminarci, se vogliamo davvero far pace con Dio e, al tempo stesso, con quel Creato che ne è la tangibile e straordinaria manifestazione. Alla saggezza universale e globale della Natura, infatti, non si può continuare a contrapporre la sapienza della sola razionalità umana, che in essa vede esclusivamente una materia da controllare e dominare, per sottoporla alle proprie esigenze, spesso assai poco nobili. Il movimento ecologista – in Italia ma anche nella stessa Germania dove si è ampiamente affermato – mi sembra che abbia perso da tempo la sua carica di rivoluzione etica, prima ancora che politica. Ha infatti smarrito la sua caratteristica di azione capace di sconvolgere le regole del cinismo antropocentrico, proprio per “spalancare le finestre” all’aria pura, che un preteso “sviluppo” di cemento ed asfalto ha dapprima inquinato e poi cercato di rinchiudere fuori dei nostri appartamenti dai vetri sigillati. Ecco perché penso che sia molto importante promuovere un nuovo ambientalismo, fondato su un’ecologia che non è meno ‘profonda’ solo perché è al tempo stesso “umana”. Un ambientalismo ispirato da valori alti e altri, rispettoso della biodiversità naturale come di quella culturale, e capace di permeare un nuovo modello di civiltà e di comunità. Ritengo allora che chi crede sia tenuto a meditare la profondità e la novità del messaggio lanciato dal Papa al Bundestag, ma anche che chi non crede non possa restare indifferente al richiamo ad un “diritto naturale”, cui la convivenza civile e lo stesso ‘progresso’ dovrebbero ispirarsi. E’ ora di smetterla di perseverare nell’arrogante pretesa di chi vuole illudersi – per usare ancora le parole del pontefice – che il nostro mondo “auto costruito” non attinga comunque alle preziose ed esauribili “risorse di Dio”, per cui decidiamoci a comportarci di conseguenza! La “madre Terra” e “frate Sole” hanno ancora tante cose da insegnarci e, rispettandone il valore e la centralità di chi li ha creati, non facciamo altro che rispettare la nostra dignità di uomini.
© 2011 Ermete Ferraro <!–

–>Non capita tutti i giorni che il Capo del Cattolicesimo faccia discorsi ufficiali nella patria del Protestantesimo, da un lato rivalutando il messaggio di Lutero e, dall’altro, esprimendo la propria comprensione per chi abbandoni la Chiesa, essendone stato scandalizzato. A me sembrano importanti “segni dei tempi”, dai quali risalta certamente il coraggio di chi sa fare una dolorosa autocritica, ma anche l’autorevolezza di chi non ha rinunciato a ricordare a chi ha potere che ad esso esiste un limite oggettivo ed invalicabile. Eppure – sebbene sia stato definito “coraggioso…fondamentale, non fondamentalista” dalla “Suddeutsche Zeintung” e “sorprendente….straordinario” dallo “Spiegel” – il discorso del Papa tedesco al Bundestag non sembra invece aver suscitato particolare impressione nel nostro distratto e provinciale Paese, dominato dagli scandali della politica e dalla politica degli scandali. Casomai – con un po’ d’italica piccineria – ci si è chiesti se nell’appello alla morale come guida della politica ci fossero per caso velate allusioni alla sciagurata situazione politica dell’Italia…La sostanza teologica ed etica del discorso di Benedetto XVI non mi pare che abbia impressionato i commentatori nostrani, piuttosto superficiali e tendenti a soffermarsi su particolari secondari anziché sulla sostanza dell’allocuzione papale. Ma che cosa ha detto di tanto importante al Parlamento tedesco l’autorevole ospite, autodefinitosi un “connazionale”, ma soprattutto il “Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per la cristianità cattolica” ? Io credo che la parte fondamentale del discorso del Pontefice – ovviamente rivestita della forma dotta richiesta ad un teologo che va a parlare ad un’assemblea di politici generalmente laici e, comunque, piuttosto scettici e diffidenti nei confronti delle ‘prediche’ – è costituita dal richiamo al valore del “diritto naturale” come fondamento dell’etica umana. “Contrariamente ad altre grandi religioni – ha affermato il Papa – il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio.” Già quest’affermazione – nel nostro contesto, distratto e teologicamente ignorante – avrebbe dovuto suscitare una certa impressione, visto che la maggioranza degli stessi credenti sono convinti che la base dell’ordinamento statale faccia capo esclusivamente alla Rivelazione e/o alla Tradizione, ma non certo alla Natura. Il Papa-teologo, al contrario, ci ha ricordato che la cultura giuridica occidentale è stata da molti secoli permeata da questo connubio tra fede e natura, ribadendo che: “ Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione.”. Eppure, ha aggiunto Benedetto XVI, sembrerebbe che i cattolici si “vergognino” quasi perfino di menzionare la dottrina del “diritto naturale”, come se fosse ormai fuori moda o, comunque, poco aderente alla cultura positivista e scientista che, dall’Illuminismo ad oggi, sembra diventata una sorta di ‘pensiero unico’. A tal proposito, un punto centrale del discorso del Papa mi è parso quando egli ha usato un’immagine molto efficace ed originale per stigmatizzarne i limiti: “La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.” Ecco: penso che bisognerebbe finalmente “spalancare le finestre” che l’arroganza di un razionalismo scientista ci ha fatto chiudere, nell’illusione che l’umanità sia ormai capace di “auto costruirsi” la propria realtà, facendo a meno non solo di Dio (che già qualcuno aveva dichiarato “morto”…) ma perfino dei fondamenti biologici naturali, ormai controllabili con le biotecnologie e l’ingegneria genetica. Tra gli applausi dei pur scettici Grünen – cui aveva riconosciuto il merito di aver saputo lanciare “un grido che non si può ignorare né accantonare”, rivendicando che “la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni” – il Papa ha poi sottolineato, con tutta la propria autorità etica e religiosa, che: “…l’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.” Credo che un’autentica “ecologia umana” – cui sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI si sono più volte richiamati – sia la strada giusta su cui incamminarci, se vogliamo davvero far pace con Dio e, al tempo stesso, con quel Creato che ne è la tangibile e straordinaria manifestazione. Alla saggezza universale e globale della Natura, infatti, non si può continuare a contrapporre la sapienza della sola razionalità umana, che in essa vede esclusivamente una materia da controllare e dominare, per sottoporla alle proprie esigenze, spesso assai poco nobili. Il movimento ecologista – in Italia ma anche nella stessa Germania dove si è ampiamente affermato – mi sembra che abbia perso da tempo la sua carica di rivoluzione etica, prima ancora che politica. Ha infatti smarrito la sua caratteristica di azione capace di sconvolgere le regole del cinismo antropocentrico, proprio per “spalancare le finestre” all’aria pura, che un preteso “sviluppo” di cemento ed asfalto ha dapprima inquinato e poi cercato di rinchiudere fuori dei nostri appartamenti dai vetri sigillati. Ecco perché penso che sia molto importante promuovere un nuovo ambientalismo, fondato su un’ecologia che non è meno ‘profonda’ solo perché è al tempo stesso “umana”. Un ambientalismo ispirato da valori alti e altri, rispettoso della biodiversità naturale come di quella culturale, e capace di permeare un nuovo modello di civiltà e di comunità. Ritengo allora che chi crede sia tenuto a meditare la profondità e la novità del messaggio lanciato dal Papa al Bundestag, ma anche che chi non crede non possa restare indifferente al richiamo ad un “diritto naturale”, cui la convivenza civile e lo stesso ‘progresso’ dovrebbero ispirarsi. E’ ora di smetterla di perseverare nell’arrogante pretesa di chi vuole illudersi – per usare ancora le parole del pontefice – che il nostro mondo “auto costruito” non attinga comunque alle preziose ed esauribili “risorse di Dio”, per cui decidiamoci a comportarci di conseguenza! La “madre Terra” e “frate Sole” hanno ancora tante cose da insegnarci e, rispettandone il valore e la centralità di chi li ha creati, non facciamo altro che rispettare la nostra dignità di uomini.
© 2011 Ermete Ferraro

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NEI GIRONI DELLA FABBRICA DI CIOCCOLATO

umpalumpa-diavoloForse non è un caso che, secondo una lista stilata alcuni anni fa dalla B.B.C., tra i 100 libri che noi tutti dovremmo conoscere compaiano, insieme con “Guerra e pace”e “Delitto e castigo”, anche opere apparentemente “minori” (o peggio, definite “per ragazzi”) come “Charlie and the Chocolate Factory” di Roald Dahl. Ci riflettevo a proposito di un paragone, apparentemente un po’ azzardato, che mi è recentemente capitato di fare in aula tra questo romanzo dello scrittore gallese e la “Divina Commedia” di Dante Alighieri, il “poema” per eccellenza ed uno dei capisaldi della letteratura universale. Ho poi scoperto, grazie ad internet, che non sono stato il primo a fare questo ardito accostamento, ma credo che, comunque, sia opportuno chiarire perché l’avventura dei cinque ragazzi ammessi a visitare la stravagante fabbrica di Willy Wonka potrebbe richiamare alla mente un viaggio molto più serio ed impegnativo, come quello di Dante nei tre regni dell’aldilà. Siamo di fronte ad un libro che, pur potendo essere letto a più livelli, si presenta come una chiara narrazione allegorica, i cui simboli ci spingono ad andare ben oltre la superficie della trama narrativa, per cogliere il vero messaggio che l’autore vuole trasmetterci attraverso la fabula. Il romanzo di Dahl ci presenta cinque personaggi “minorenni”, veri stereotipi dei moderni vizi capitali, insieme con alcuni “adulti” (padri, madri, nonni…), che li accompagnano in questa avventura e che, in teoria, ne dovrebbero essere gli educatori. Tutti, poi, ruotano intorno a Willy e sono coinvolti nel suo misterioso ma accattivante progetto. Di esso, infatti, egli è il “deus ex machina”, il vero protagonista che, presentandosi come una divinità pagana un po’ capricciosa e maligna, sembrerà determinarne i destini. La stessa “fabbrica” appare un mondo surreale, dove i cinque ragazzi e i loro accompagnatori si trovano subito immersi in un viaggio sorprendente quanto sconvolgente, nel quale perfino la barca che naviga sul fiume di cioccolata ricorda sinistramente quella di Caronte, il traghettatore infernale. Ufficialmente i ragazzi selezionati dal concorso di Wonka vi sono entrati di propria volontà, per visitare un luogo straordinario. Ma ciò che gli accadrà sarà di vedersi punire, uno dopo l’altro, per i difetti che hanno ereditato, o che i loro genitori non hanno comunque corretto: maleducazione, arroganza, presunzione, saccenteria. Tutti tranne uno, il piccolo e gentile Charlie Bucket, il quale riuscirà a superare indenne – grazie alla sua bontà e semplicità – quelli che già qualcuno ha definito “i gironi di questa Divina Commedia per ragazzi”. I quattro “vizi capitali” dei nostri tempi sono incarnati perfettamente dai ragazzi in visita alla magica Fabbrica (Augustus Gloop = gola; Mike TV = ira; Veruca Salt = avarizia; Violet Beauregarde = superbia), tralasciando invece gli altri tre della tradizione cristiana (lussuria, invidia e accidia). Ecco allora che l’allegorico viaggio dentro la “Chocolate Factory” risulta subito un richiamo al più celebre viaggio nei gironi infernali (“Stiamo scendendo sottoterra”, grida non a caso Willy Wonka…), con tanto di esemplari punizioni dei “peccatori”, dettate da un’ironica parodia della dantesca “legge del contrappasso”. La viziata Veruca, convinta che tutto le sia dovuto e che l’unico verbo da coniugare sia “avere”, finirà in uno scarico, dopo essere stata scartata da strani scoiattoli apri-noci, visto che la sua testa suona vuota come la sua vanità. Il goloso Augustus sarà poi vittima della sua sfrenata ingordigia. La superba Violetta, convinta di dover primeggiare in tutto, diventerà gonfia e color viola-mirtillo, mentre il teledipendente Mike sarà miniaturizzato e risucchiato da quello schermo nel quale era abituato a scaricare la sua aggressività e che ne alimentava la violenza.. Sebbene tutto appaia predeterminato dalla volontà del Padrone della fabbrica, la verità che lo scrittore vuol sottolineare con questo racconto allegorico è che ciascun esponente dei quattro vizi evidenziati non fa altro che punirsi da solo, auto-determinando la propria rovina. Delitto e castigo – per citare un altro famoso titolo che compare nella lista dei 100 capolavori della letteratura mondiale – non sono quindi stabiliti per decreto divino. Il “castigo”, infatti, non è inflitto da un “giudice” esterno ma risulta implicito nel “delitto” commesso, di cui è l’ovvia conseguenza. Dietro questa dura visione ‘vetero-testamentaria’ – in cui Willy Wonka non è il giustiziere ma una dantesca guida nella scoperta dei gironi dell’umana follia – traspare però un messaggio più consolantemente evangelico. Se quei quattro ragazzi ricchi e viziati sono diventati così spregevolmente antipatici ed arroganti la colpa non è tutta loro, in quanto la responsabilità del loro comportamento coinvolge coloro che avrebbero dovuto esserne i modelli di vita e gli educatori. “Chi sono i colpevoli, i malfattori? / Ahiaahi ma è ovvio, i genitori!” – cantano beffardi e un po’ diabolici gli Umpa-Lumpa, dopo lo spiacevole…incidente incorso a Veruca Salt. Tutti i vizi capitali – erroneamente chiamati “peccati” – sono infatti il frutto avvelenato di una mancanza di amore verso gli altri, a sua volta generata dalla mancanza di amore ricevuto dai genitori. Quello che appare il piano un po’ diabolico architettato da Wonka, in effetti, è solo il riflesso dei difetti di ciascun personaggio nello specchio deformante del suo inquietante mondo sotterraneo. Certo, come ha già notato qualche studioso, nella sua onnipotenza egli sembra incarnare le caratteristiche dei Dio giudaico, colui che punisce in modo esemplare i vizi di chi – non contento di essere goloso, violento, avido e superbo – vorrebbe perfino assicurarsi un premio eterno (una scorta di dolciumi e cioccolato per tutta la vita…). Ma, come dicono le Scritture, “ricompensa al peccato è la morte”, per cui i quattro viziatissimi ragazzi troveranno nei gironi della Fabbrica la loro pena. Viceversa, la bontà e l’umile semplicità di Charlie – nutrita dall’amore dei suoi genitori e dei suoi quattro nonni – gli faranno superare indenne – rendendolo vincitore – quel viaggio che agli altri lascerà invece un indelebile ricordo… “Vuoi dire che ci sei rimasto solo tu? – domanda a quel punto il signor Wonka “facendo finta di essere sorpreso”. A quel punto che il viaggio smette di essere sotterraneo e diventa aereo, con l’ascensore di cristallo trasformato misteriosamente in una sorta di missile, che schizza veloce in aria, sempre più “in su e fuori”…. E’ allora che Wonka rivela a Charlie ed al nonno che è sua intenzione premiarlo, cioè regalargli la famosa Fabbrica, rendendolo così suo “erede” e garantendogli un premio eterno. “Mi serve un ragazzo buono, intelligente e affettuoso a cui posso rivelare i miei più preziosi segreti…” – sentenzia solennemente Willy. Ma Charlie non dirigerà da solo la sua straordinaria creazione, per cui anche genitori e nonni saranno coinvolti in questa ‘eredità’ che, frutto dell’amore reciproco di quella povera famiglia, dall’amore continuerà ad essere guidata. I vecchietti dapprima sono sconvolti dalla repentina prospettiva di dover “andare in cielo” con quell’ascensore di cristallo. Toccherà al piccolo Charlie rassicurarli: “Per favore, calmatevi, non abbiate paura! Siamo al sicuro. E stiamo andando nel posto più meraviglioso del mondo!”. Termina così il romanzo allegorico di Roald Dahl, lasciandoci in bocca il dolce del suo cioccolato, dopo l’amaro di un’avventura sconvolgente. Proprio come nella “Commedia” dantesca, dunque, la visione celestiale e beatifica di quel nuovo paradiso cancella il ricordo dell’avventuroso – e per qualcuno doloroso – viaggio negli inferi ed il beffardo coro degli Umpa-Lumpa. A noi lettori tocca cogliere la preziosa occasione che ci è stata data di riflettere sulla nostra società, dominata dall’avidità, dall’arroganza, dalla smania di dominio, dalla competizione sfrenata e dalla violenza. Per fortuna non solo la Bibbia, ma dei semplici quanto profondi libri, come questo romanzo di Dahl, “Il Piccolo Principe” di St. Exupery o la “Fattoria degli animali” di Orwell, ci offrono ancora l’opportunità per rinsavire e cambiare strada, cioè per “convertirci”.
© 2011 Ermete Ferraro

PALAZZO FUGA…DALLE RESPONSABILITA’

Una facciata lunga 354 metri ed alta 46; 103.000 mq di superficie utile; 430 stanze su quattro livelli, la più grande delle quali misura 8 metri in altezza: questo è Palazzo Fuga, il più grande edificio monumentale d’Europa. Frutto della genialità innovativa quanto megalomane del sovrano borbonico più illuminato, Carlo III, secondo il progetto originario dell’arch. Ferdinando Fuga (1751) avrebbe dovuto estendersi su una superficie ancor più vasta, con un prospetto di 600 metri di lunghezza e una larghezza di 135 metri. Avrebbe dovuto comprendere, inoltre, cinque grossi cortili ed in quello centrale era prevista un’imponente chiesa con pianta radiale a sei bracci. Ideato per ospitare ben 8.000 derelitti di tutto il Regno (sulla facciata campeggia ancora la scritta latina: REGIVM TOTIVS REGNI PAVPERVM HOSPICIVM ) quest’opera colossale fu ed è rimasta nei secoli, un grandioso “Albergo del Poveri”. Con questo nome, peraltro, Palazzo Fuga è più conosciuto, oltre che con quello popolare (vagamente turco-napoletano) di “Serraglio”. In questi 350 anni, infatti, sono passati diverse migliaia di ‘ospiti’ in questa megastruttura borbonica: mendicanti, vagabondi e soggetti senza fissa dimora ed occupazione stabile. Questa partenopea Corte dei Miracoli – suddivisa in quattro categorie: uomini, donne, ragazzi e ragazze – nell’ultimo secolo ha ospitato un po’ di tutto: dagli scugnizzi rinchiusi nel riformatorio ai malati di mente, dai sordomuti ai giovani poveri iscritti alla scuola di musica. Tra gli ultime residenti in questo popolare ‘ospizio’ c’erano anche parecchie vecchiette abbandonate, alcune delle quali vi rimasero sepolte quando un’ala dell’edificio crollò miseramente, in seguito al terremoto del 1980.
Mi è capitato di leggere, in questi giorni, un allarmante articolo sulle condizioni statiche di Palazzo Fuga, il cui ripristino – a quasi trent’anni dal sisma – è ancora ben lontano dall’essere stato attuato. Anni di progettazione, decine di consulenti di livello internazionale, tanti progetti di “restyling” e di “restauro critico”, un’infinità d’ipotesi di destinazione di quella vera e propria cittadella vasta 10 ettari: tutto per che cosa? E’ vero che dal progetto di Fuga all’interruzione definitiva dei lavori di realizzazione di questo maestoso edificio trascorsero 68 anni. Però non mi sembra poi tantissimo tempo, visto che un trentennio ed ingenti risorse finanziarie già stanziate hanno sortito finora risultati limitati e precari. Certo, oggi chi passa per piazza Carlo III può vedere la lunghissima facciata del Real Albergo del Poveri in tutto il suo splendore. Il guaio è che dietro le finestre scure che occhieggiano su quella distesa chiara c’è in buona parte ancora il vuoto, riempito da grovigli d’impalcature, puntelli provvisori e precari supporti. Basta che le piogge o una scossa tellurica li sollecitino troppo – sottolineano i tecnici – ed i solai cederanno, trascinandosi nel crollo le mura perimetrali di questo sconcertante “castello di carte”. Oggi, in nome del Forum delle Culture che Napoli ospiterà nel 2013, questo grido d’allarme pare sia stato preso più sul serio e, ancora una volta, l’Amministrazione in carica promette d’investire somme importanti nel recupero di questo storico monumento, per impedirne il degrado. Proprio in questi giorni, fra l’altro, si è svolto a Napoli un convegno nazionali di bioarchitettura, incentrato sul possibile restauro “ecosostenibile” del prezioso edificio. Sta di fatto, però, che nella nostra martoriata Città bisognerebbe smetterla di evocare fantasiosi “regni del possibile”, per cominciare finalmente a realizzare “le possibilità del regno”, cioè una gestione attenta alle vere priorità ed esigenze della collettività, a partire dalla quotidianità dell’ordinario. Il guaio è che, al contrario, di chiacchiere se ne sono fatte fin troppe, mentre lo stesso ingegnere Andrea Esposito – responsabile del progetto di recupero di Palazzo Fuga – ha dichiarato che finora si sono realizzati solo interventi occasionali di rattoppo, mentre pessime sono le condizioni della manutenzione, col già paventato rischio di crollo dell’imponente struttura borbonica. Nello scorso luglio essa era stata inserita dalla Regione Campania, con almeno due anni di ritardo, nel progetto “Centro storico di Napoli”, destinando al suo restauro 20 milioni di euro, dei 100 complessivamente disponibili. Bene! Eppure se il pensiero corre ai 17 milioni che il Comune di Napoli – attraverso Bagnolifutura SpA che esso detiene al 90% – ha deciso di spendere per ospitare in un’area del tutto inappropriata un pretenzioso e gonfiato evento velico che durerà solo 9 giorni, replicando la spesa fra un anno, beh, ammetterete che c’è da incavolarsi di brutto! Ma come: il Sindaco del rinnovamento, della discontinuità rispetto all’era bassoliniana e della gestione alternativa ed ecocompatibile del territorio non trova niente di meglio da finanziare con i soldi dei Napoletani del baraccone mediatico che gira intorno alle gare della America’s Cup ? E, per di più, lo decide e lo impone con una logica verticistica, contraddicendo il piano di autentico risanamento ambientale di un’area, quella di Bagnoli, che lobbies trasversali hanno deciso da anni di trasformare in ciò che qualcuno ha definito “la madre di tutte le speculazioni” ? Consiglio a tutti – in particolare a coloro che, come me e tanti altri, hanno deciso di sostenere l’elezione a sindaco di de Magistris – di andarsi a rileggere, adesso, il suo programma elettorale. Chi ha creduto che “Napoli è tua” potesse essere lo slogan di un rinnovamento dal basso, ecologista pacifico e solidale, cercherà invano in quelle dichiarazioni programmatiche le attuali priorità di chi ci amministra ormai da qualche mese. Spendere 34 milioni di euro (17 per due tornate) per fare e disfare opere di non indifferente impatto ambientale in un’area inquinata da bonificare, per realizzare meno di 20 giorni di manifestazioni collaterali alla “Vuitton Cup” , nel mentre pare che bisogna rallegrarsi se si riesce ad ottenere dalla Regione 20 milioni per recuperare e sottrarre al degrado, se non al crollo, il bisecolare edificio più grande d’Europa, non mi sembra tollerabile! Quando la finiremo con la celebrazione di “grandi eventi” che assomigliano piuttosto a dei grandi “venti”, vani ma capaci di disperdere montagne di denaro pubblico per arricchire i soliti noti? Quando si riuscirà a rendere Napoli una città meno “a-normale”, che campa solo sulle emergenze e che da decenni non conosce un’amministrazione che sappia ascoltare i cittadini e rispondere alle loro necessità d’ogni giorno? “Coppe”, “Forum” ed altri altisonanti eventi dello stesso genere assomigliano troppo alla maestosa facciata restaurata di Palazzo Fuga, dietro la quale però regna il vuoto. O, peggio, dove continua ad affannarsi un’insaziabile torma di speculatori, faccendieri e politicanti, con le loro rispettive “corti dei miracoli”…. Facciamo sentire la nostra voce a chi aveva promesso di ascoltarla e diamoci da fare per evitare che, con la vuota facciata delle apparenze spagnolesche che ci ha troppo a lungo contraddistinto, crolli anche la speranza per un futuro diverso della nostra città.
© 2011 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.splinder.com

palazzo Fuga – Napoli

UNA PASTORALE DELL’IMMONDIZIA

A questo provocatorio sottotitolo di un libro di Davide Pelanda (La Chiesa e i rifiuti – Tra teologia e pastorale dell’immondizia, Torino, Effatà ed., 2009) mi è venuto spontaneo tornare col pensiero, in occasione dell’incontro culturale che si è svolto il 2 dicembre nella Parrocchia napoletana di Santa Maria della Libera. Il tema in discussione (“Ridurre e valorizzare i rifiuti – tra nuovi stili di vita e nuove tecnologie”) e la sede stessa in cui si svolgeva, infatti, si prestavano ad una seria riflessione sul ruolo della Chiesa – e delle chiese locali – nell’educazione dei singoli e delle comunità ad un modello di sviluppo e di consumi più conforme allo spirito del Vangelo. Il panorama – devastato e devastante – della situazione del trattamento dei rifiuti in Campania è stato tratteggiato dall’amico Vittorio Moccia, referente del Coordinamento Regionale Rifiuti (CO.RE.RI.). La prospettiva di interventi tecnologicamente innovativi, ma al tempo stesso alternativi ed a basso impatto ambientale, è stata brillantemente illustrata dal prof. Antonio Malorni, già capo-ricercatore del CNR e direttore dell’istituto di scienze dell’alimentazione della Seconda Università di Napoli, a Caserta. A me, invece, è toccato introdurre sinteticamente una tematica così spinosa, contro la quale tuttora rischiano d’infrangersi le speranze di chi si augurava che si stesse finalmente voltando pagina, avviandosi ad una gestione diversa di questo problema. Una questione che ha un peso fondamentale e richiede scelte non equivoche, ma che ha visto sommarsi, nel corso di troppi anni, incompetenza, speculazione e veri e propri attentati all’ambiente ed alla salute dei cittadini. La mia parrocchia, grazie alla lungimiranza di don Sebastiano Pepe, non è nuova a tematiche che riflettano un impegno sociale ed ambientale. Già nella primavera scorsa, infatti, è stato svolto un percorso pastorale sugli stili di vita conformi al Vangelo, collegandosi in particolare all’attualità dei quesiti referendari sull’acqua e sul nucleare, che interpellavano la coscienza dei credenti sul binomio energia-consumi. In questa occasione, quindi, il discorso non poteva limitarsi ad una pur necessaria ricognizione sulle nuove tecnologie di trattamento e riciclaggio dei rifiuti solidi urbani. Bisognava andare al cuore dei problema di uno sviluppo equo, solidale ed ecologicamente compatibile, proseguendo quella “pastorale dei nuovi stili di vita” che sta finalmente cominciando a diffondersi nella Chiesa italiana. Non sono le prese di posizione dottrinali e teologiche che mancano, dal momento che l’ultimo decennio ha visto un moltiplicarsi di documenti dell’episcopato (cattolico e non) e di autorevoli ed illuminanti interventi dello stesso Magistero pontificio. Quello che serve davvero, a mio avviso, non sono i pur fondamentali trattati teologici, lettere pastorali dei Vescovi e messaggi dei Papi. Occorre urgentemente un’azione pastorale in ambito socio-ambientale, capace di  raggiungere tutta la comunità ecclesiale, inducendola a fare scelte coerenti con la “sobrietà” evangelica, tanto predicata quanto poco praticata in concreto. C’è bisogno, come preannunciava il testo citato, di una vera “pastorale dell’immondizia”, che sappia aiutarci a comprendere quanto siano “immondi” e contro il bene comune gli interessi di chi ci spinge a diventare sempre meno cittadini e sempre più consumatori. Una pastorale che ci aiuti a capire che, per un cristiano, le vere cose da ‘scartare’ non sono quelle che gettiamo nel sacchetto della spazzatura, ma i finti ‘valori’ da cui ormai non riusciamo più a distaccarci, a costo di diventarne dipendenti. Serve, insomma, una pastorale che ci faccia capire quanto sia incosciente e dannoso il comportamento di chi non comprende quanto valgono le materie che noi riduciamo a rifiuti, cercando poi di liberarci a tutti i costi – anche della nostra stessa salute… – di quelle che sono invece risorse importanti e per di più esauribili, bruciate in poco tempo e poi buttate via dal nostro consumismo sfrenato C’è bisogno di pastori che ci indirizzino verso uno stile di vita diametralmente opposto a quello attuale, facendoci capire che lo spreco e la dissipazione caratteristici della nostra società comportano anche un pesante prezzo in termini di giustizia violata, di pace sempre più minacciata e di danni irreversibili a quel Creato di cui siamo stati resi custodi, non padroni. Nel mio intervento introduttivo ho citato l’importante esempio delle profetiche iniziative pastorali sui “nuovi stili di vita” intraprese dal Patriarcato di Venezia e dalla Diocesi di Padova, ricordando anche il progetto della Chiesa di Napoli per il monitoraggio della ‘impronta ecologica’ nella vita quotidiana di 100 famiglie della nostra città, da troppo tempo nell’occhio del ciclone di una pseudo-emergenza rifiuti.  Ho fatto poi cenno ad alcuni importanti punti di riferimento ecclesiali, come il progetto culturale “Custodi del Creato” (CEI 2009) e ad altri preziosi riferimenti , come la Carta Ecumenica di Strasburgo (KEK 2001) e gli “eco-principi” dei teologi australiani del gruppo “la Bibbia della Terra”(2003). Quello che conta, però, è che il moltiplicarsi di queste iniziative di base aiuti ogni singola comunità parrocchiale a muovere passi concreti, con coraggio e spirito profetico, verso un modello di società autenticamente altro, che restituisca ai credenti in Cristo il loro ruolo di sale della terra e di luce del mondo. © 2011 Ermete Ferraro

DOV’E’ LA VITTORIA?

Nel tempo necessario per leggere questo post l’Italia sta spendendo oltre 51.000 euro per le spese della c.c. “difesa”. Nel 2010, infatti, sono stati già spesi 27 miliardi di euro, vale a dire 76 milioni ogni giorno, 3 milioni ogni ora e, appunto, oltre 51.000 euro al minuto!
In aggiunta a quest’enorme quantità di risorse economiche assegnate al Ministero della Difesa nello scorso anno, il Parlamento italiano – su proposta del Governo – ha approvato una spesa di altri 17 miliardi di euro nei prossimi anni, per l’acquisto di 131 caccia-bombardieri F35. Basterebbe rinunciare ad un solo cacciabombardiere e si potrebbero costruire 183 nuovi asili per 12.810 bambine e bambini…
La partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan ci costa tuttora 2 milioni di euro al giorno ed ha causato decine di migliaia di vittime, in maggioranza civili. L’ultima delle operazioni armata cui abbiamo partecipato, quella contro la Libia che in teoria si è appena conclusa, ci è finora costata 700 milioni di euro!
Ma siccome siamo un grande Paese industriale, nel 2009 l’Italia ha esportato armi per un circa 5 miliardi di euro, contribuendo ad alimentare focolai di guerra in tutto il mondo!
L’art. 11 della Costituzione della nostra Repubblica dichiara solennemente: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Ma i 27 miliardi all’anno già spesi ed i 17 previsti solo per i nuovi caccia F35 che cosa hanno a che fare con la “difesa della Patria” che – secondo l’art. 52 della stessa Costituzione – sarebbe “sacro dovere del cittadino” ? E le missioni armate cui abbiamo aderito supinamente, quelle passate e quelle attuali, non sono forse atti di quella guerra che, secondo la Carta costituzionale, dovremmo invece “ripudiare”?
Il Governo ha tagliato 8 miliardi alla scuola ed ai servizi sociali, però non vuol rinunciare neanche ad uno dei 131 bombardieri F35, il cui solo costo permetterebbe di realizzare ben 183 asili! Non ci resta, allora che protestare contro l’ipocrisia di chi vorrebbe contrabbandare il 4 novembre come una celebrazione civile e di unità nazionale, come se le Forze Armate avessero una mission diversa da quella di addestrarsi a fare la guerra.
L’alternativa c’è, e da molti anni. Decenni di lotte per l’0biezione di coscienza, il servizio civile nazionale e l’affermazione della difesa civile nonviolenta ci hanno portato ad una legislazione in teoria esemplare nel contesto dell’Unione Europea. Purtroppo si continua a fare propaganda strisciante ed ambigua nelle scuole, a vanificare le potenzialità del servizio civile e ad ignorare ogni reale alternativa alla difesa armata. Contro tutto questo è doveroso non solo indignarsi, ma lottare contro le mistificazioni militariste e per diffondere una cultura di pace e di nonviolenza attiva.
Ecco perché non c’è nessuna “vittoria” da festeggiare il 4 novembre, ma piuttosto l’esigenza di commemorare le centinaia di migliaia di morti delle tante “inutili stragi” della nostra storia ed un impegno comune perché l’Italia si “desti” sì, per cingersi la testa non dello “elmo di Scipio”, ma con una pacifica corona di foglie d’ulivo.
(C) 2011 Ermete Ferraro

ECOPACIFISMO: VISIONE E MISSIONE

di Ermete Ferraro (Referente Naz. VAS per l’Ecopacifismo)

1. Quale ecopacifismo ?

In occasione della IV Festa VAS della Biodiversità , nel 2004, fu pubblicato un mio articolo proprio con questo titolo. In quell’occasione, partendo dalla ricognizione sul significato dei concetti-base (ecologia, ecologismo, conservazionismo, ambientalismo, irenismo, antimilitarismo, pacifismo e nonviolenza), avanzavo poi la proposta di ciò che ritenevo un autentico ecopacifismo.
Anche se quindici anni d’impegno in VAS mi hanno offerto l’opportunità di fare qualcosa di concreto per l’attuazione del sano connubio tra ecologismo e pacifismo cui mi riferivo, devo onestamente riconoscere che il bilancio complessivo dei sette anni trascorsi da quell’articolo, per quanto concerne il nostro Paese, mi sembra tutt’altro che soddisfacente. Basta fare una veloce ricerca su Internet , infatti, per riscontrare la quasi totale assenza di questa proposta sullo scenario politico italiano ed internazionale. Qualche analisi e qualche esperienza organizzativa in tal senso, semmai, è riscontrabile nel mondo ispanico, dove di “ecopacifismo” si discute ancora, riconoscendogli un ruolo più chiaro nell’ambito del più complessivo movimento ecologista, verde, anticapitalista e terzomondista.
Ritengo che la carenza di un pensiero, ma ancor più di un’azione, specificamente “ecopacifista” sia frutto d’una concezione statica e sempre più pragmatica della politica, in cui le stesse ideologie ‘classiche’ hanno da tempo perso ogni capacità di attrarre e di aggregare, rimpiazzate da un movimentismo confuso e privo di prospettive, se non da correnti manifestamente antipolitiche. Lo stesso movimento pacifista d’impronta nonviolenta ha sempre stentato ad affermarsi in un panorama politico dove le uniche coordinate restavano quelle tradizionali (destra-centro-sinistra), pur essendo superate, nei fatti, dalla realtà di un quadro politico sempre meno ideologico. Una vera novità nel panorama di quest’ultimo trentennio è stato il movimento ecologista e verde, ma il suo incanalarsi nelle strettoie del partitismo e del leaderismo, ed il prevalere della tattica sulla strategia laddove esso è diventato elemento di governo, ne hanno eroso la capacità d’incidere davvero e di diventare una vera alternativa. Le organizzazioni di matrice antimilitarista e pacifista, da parte loro, in questi anni si sono ulteriormente frammentate di fronte all’incalzare di conflitti armati e di strategie geopolitiche sempre più aggressivamente militariste, cui non hanno avuto la forza di contrapporre non solo i tradizionali “signornò’, bensì una difesa alternativa, civile e nonviolenta.
Eppure questo trentennio ci ha offerto un quadro, desolante ma fin troppo chiaro, della fondatezza della proposta ecopacifista e della sua valenza non solo come netta opposizione al complesso militar-industriale ed ai suoi velenosi frutti in campo economico, politico e bellico, ma anche come possibile laboratorio di un gandhiano “programma costruttivo”.
I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato, infatti, che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.
Non ha quindi senso, ad esempio, perseguire un’astratta eco-sostenibilità dell’economia, se essa continua ad essere assoggettata alla logica d’un capitalismo globalizzato e pervasivo, che ricorre sempre più spesso alla strategia bellica quando l’aggressione ‘pacifica’ e neocolonialista del mercato non basta più.
Allo stesso modo, mi sembra evidente che non basta manifestare contro guerre ed invasioni armate se non ci si sa opporre anche ad un modello di sviluppo predatorio, nemico della natura e dei suoi equilibri almeno quanto lo è della giustizia e della pace. Sarebbe una vera follia pensare che – come sottolinea uno studioso catalano – ci si possa opporre ad un’aggressione militare o a dittature pensando che ciò non abbia a che fare con la battaglia per modelli più sostenibili di energia oppure con un’agricoltura non più dominata dalle monoculture e dall’accentramento delle risorse alimentari del nostro pianeta.
Ecco perché, già sette anni fa, avevo proposto l’ecopacifismo come “…l’anello di congiunzione tra le lotte per l’ambiente e quelle per la pace, a partire dalla consapevolezza che […] entrambi si alimentano di una scelta etica, fondata sul rifiuto della violenza e del dominio come forze necessarie per il cambiamento e lo sviluppo”. La “triade” ambiente/sviluppo/attività militari – di cui aveva parlato Johan Galtung già negli anni ’80 – avrebbe richiesto una strategia unitaria ed una saldatura organizzativa, in modo da contrapporre al modello violento di economia e di società uno sviluppo equo, ecocompatibile e nonviolento.
Nel mio saggio, a tal proposito, ricordavo alcune interessanti impostazioni ed esperienze del movimento verde che lasciavano presagire una sensibilità in tal senso. Anche alcune serie proposte di “ecologia sociale”, diffuse in ambito europeo ed anche italiano , avrebbero lasciato sperare nel rilancio dell’opzione ecopacifista. Un’altra corrente di pensiero che avrebbe potuto alimentarne lo studio e la pratica è quella che fa riferimento al pensiero c.d. “ecoteologico” ed alla crescente sensibilità delle Chiese cristiane verso il trinomio “giustizia/pace/salvaguardia del creato”. Anche in questo caso, però, la profonda ed autorevole riflessione di tanti teologi e vescovi e lo stesso magistero degli ultimi tre pontefici non sembra aver coinvolto profondamente tali comunità. Esse stentano a far proprio il “principio responsabilità” di cui parlava Hans Jonas, insieme ad altri filosofi e teologi che hanno insistito sulla centralità di un’etica ambientale. Mi sembra, allora, che il pur affascinante progetto di conversione e di nuova evangelizzazione della nostra società, a partire dalla diffusione di “nuovi stili di vita” fondati sulla sobrietà e più equi e solidali , non sia riuscito ancora a permeare davvero il progetto per una “civitas” cristiana.

2 . Ecopacifisti: come e perché ?

All’interrogativo “Quale ecopacifismo?” del mio precedente contributo avevo risposto proponendo: (a) alcune priorità programmatiche: disarmo e difesa alternativa, tutela della diversità ecologica e culturale, ecologia sociale applicata al quotidiano; (b) alcune strategie operative: rapporto col movimento antiglobalizzazione, con quello no-war e nonviolento e con le organizzazioni ecologiste e verdi; (c) un’ipotesi strategica: l’apertura, da parte anche dei movimenti più radicalmente laici, alla collaborazione con le comunità cristiane più sensibili ed inclini a coniugare la scelta per la pace con quella per la giustizia e la tutela dell’ambiente.
Sta di fatto, però, che la realtà politica attuale appare sempre più frammentaria, deprimente sul piano etico, dominata da un pensiero unico e ripiegata in una sorta di passiva rassegnazione. Peraltro, credo sia innegabile che negli ultimi tempi si siano moltiplicati movimenti spontanei, aggregazioni virtuali tramite i social networks, mobilitazioni giovanili a livello internazionale e perfino grossi movimenti di opposizione e di resistenza ai vari regimi ancora esistenti, soprattutto nell’area arabo-mediterranea. E’ mancato, però, un filo conduttore che desse a tali battaglie un respiro più ampio ed una strategia condivisa, coniugando l’opposizione sociale alla creazione dal basso di una vera alternativa economica, sociale, ambientale e difensiva.
Lo stesso movimento degli “indignados” dà il segnale chiaro e forte di uno scontento generale, però non lascia intravedere una visione strategica globale che segua la sacrosanta protesta contro i padroni dell’economia mondiale e l’inettitudine di una privilegiata casta politica.
“Il metabolismo della società determina gran parte della sua geopolitica, ed in particolare la violenza che essa trasmette sia all’esterno sia all’interno […] (questa) è una relazione sistemica essenziale che deve essere messa in luce e con cui bisogna confrontarsi, prima che sia troppo tardi. Ciò significa che i precetti della cultura della pace devono diventare parte dell’ambientalismo e quelli ambientali devono diventare parte del pacifismo e dell’antimilitarismo. La questione va ben oltre ciò che potrebbe essere un’alleanza tattica tra movimenti sociali per la giustizia globale.” .
“Prima che sia troppo tardi” non è un’espressione da “apocalittici” per dare la sveglia ai troppi “integrati”, per mutuare l’efficace antitesi proposta negli anni ’60 da Umberto Eco. E’ l’oggettiva constatazione del grave ritardo nella diffusione nell’attuale società dell’ecopacifismo non solo come ipotesi teorica, ma come strategia politica credibile ed efficace.
Un segnale d’allarme lo ha recentemente lanciato anche uno dei più qualificati studiosi italiani di ecologia, Giorgio Nebbia, quando in un editoriale sulla rivista di VAS ha sottolineato la fragilità del legame tra pace e ambiente nella comune percezione e coscienza:
“Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo […]La violenza ha dominato e pervaso la storia umana. C’è motivo di ricordarlo anche in questa rubrica perché ogni conflitto, ogni scontro, ha avuto cause ed effetti ambientali. Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi…”
Nebbia, ad esempio, ha opportunamente sottolineato il circolo vizioso che, nel proliferare di conflitti armati e relative ‘missioni di pace’, lega gli interessi economici dei militari e delle industrie belliche ai profitti connessi alla successiva “ricostruzione” di quanto quelle guerre, grazie agli stessi governi, hanno provveduto a distruggere. Questo cinico gioco al massacro del complesso militar-industriale ci costa, solo in termini economici, 3.000 miliardi di euro all’anno, sottratti ovviamente agli investimenti per lo sviluppo collettivo, per il risanamento ambientale e per il benessere sociale.
“[ Questo] sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti. La pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace.”
L’interrogativo “ecopacifismo: come?”, allora, passa oggettivamente in secondo piano rispetto all’urgente necessità di chiederci, qui e ora: “ecopacifismo:perché?”. E’ una domanda che nasce dalla constatazione del tempo già perso, in attesa di una saldatura teorica tra le priorità dell’ecologismo e quelle del pacifismo. Un interrogativo, dunque, che richiede risposte immediate.

3. Che fare?

Una certa miopia dei movimenti ed la scarsa tendenza a mettere in pratica il classico slogan ambientalista “pensare globalmente, agire localmente”, ci costringono allora ad ipotizzare un’alleanza quanto meno operativa fra queste due dimensioni dell’agire politico. I terreni sui quali si possono sperimentare interventi comuni non sono certo pochi, a livello sia nazionale sia internazionale. Basti pensare all’assurdo tentativo del governo di riproporre agli Italiani l’opzione nucleare, sconfitta con un movimento referendario composito e dal basso più che grazie ai tatticismi dei partiti e di alcune associazioni ambientaliste, troppo istituzionalizzate per essere davvero incisive. Si pensi, inoltre, all’accresciuta e più diffusa sensibilità della gente in campo alimentare e contro l’uso degli OGM, un altro settore dove da decenni si esercita il ferreo controllo delle multinazionali, oppure alla vincente battaglia referendaria per l’acqua pubblica e gestita con criteri sociali, contro l’avidità delle grandi imprese internazionali che in parte già la controllano. In ambedue i casi, infatti, sono innegabili i risvolti non solo economici sociali e civili di quelle scelte, ma anche il loro collegamento col rifiuto d’un mondo assoggettato al potere delle multinazionali, della finanza e del complesso militar-industriale.
Mai come in questo periodo, del resto, sta crescendo nel cittadino medio la consapevolezza che la crisi finanziaria globale è strettamente connessa ad una strategia di controllo non solo dei mercati mondiali, ma anche delle risorse energetiche strategiche e degli equilibri geo-politici complessivi. A questo “capitalismo-avvoltoio” – com’è stata efficacemente definita negli stessi USA la complicità fra i grandi di Wall Street ed il complesso militar-industriale – bisognerebbe contrapporre una strategia altrettanto complessiva ed internazionalmente diffusa. Molti “indignati” che scendono in piazza contro chi vorrebbe accollare alla gente comune il debito pubblico fanno spesso riferimento ad alcune delle ‘teste’ di quella che Livergood definisce una vera e propria ‘idra’, fra cui la Banca Mondiale (W.B.) ed il Fondo Monetario Internazionale. (I.M.F.). Pochi di essi, però, si rendono conto dell’intreccio fra: (a) piani di delocalizzazione delle aziende voluti dalle multinazionali; (b) coperture governative e finanziarie a queste operazioni speculative, in primo luogo sullo scenario asiatico; (c) crescita delle esportazioni di armamenti a tali paesi come ulteriore leva di controllo anche sul piano militare; (d) acquisizione a prezzi stracciati, da parte del capitalismo-avvoltoio, di banche, fabbriche ed interi patrimoni, non appena gli stati-cliente cominciano ad ‘andare sotto’; (e) offerta di prestiti e finanziamenti – da parte di IMF e WB – alle economie più fragili, in cambio di drastiche misure di riduzione delle garanzie ai lavoratori ed ai pensionati; (f) ulteriori operazioni speculative sul piano finanziario e monetario ai danni di tali ‘economie fragili’, in questo modo ancor più assoggettabili.
Per un movimento ecopacifista – o che, quanto meno, abbia l’ecopacifismo tra i suoi principi ispiratori – non mancherebbero le occasioni per sottolineare queste perverse connessioni e per intraprendere battaglie che vadano ad incidere sulle tre dimensioni delle questioni citate. Difendere l’acqua come bene comune o sconfiggere il nucleare civile, come ho già accennato, sono state poste come scelte il cui peso andava ben oltre la difesa dell’ambiente, coinvolgendo molti altri aspetti.
Agli italiani/e più sensibili e consapevoli, infatti, non è certo sfuggito che i quesiti referendari ponevano con forza anche altre questioni: rivendicazione del diritto alla salute, autogestione delle risorse naturali, opposizione al nucleare di guerra, riaffermazione della democrazia dal basso e della partecipazione popolare, sfida alle multinazionali che da tempo stanno privatizzando e controllando i beni comuni, fuoriuscita da meccanismi di subalternità verso le scelte dei paesi economicamente, politicamente e militarmente egemoni.
Eppure bisognerebbe fare molto di più. Se soltanto facciamo una rapida rassegna dei principi fondativi delle più conosciute organizzazioni ambientaliste del nostro Paese, ad esempio, emerge chiaramente che solo poche coniugano nei loro statuti l’ecologia col perseguimento d’una società più giusta e più pacifica. Se tralasciamo il caso classico di Greenpeace , associazione internazionale ispirata da principi nonviolenti ed il cui ecopacifismo traspare dallo stesso nome , riferimenti espliciti li troviamo solo in alcune realtà associative. E’ il caso di Legambiente, nel cui statuto leggiamo, all’art. 2 comma 6: “È un’associazione pacifista e non violenta, si batte per la pace e la cooperazione fra tutti i popoli al di sopra delle frontiere e delle barriere di ogni tipo, per il disarmo totale nucleare e convenzionale” . Ciò è vero anche per l’associazione Verdi Ambiente e Società, nel cui documento statutario, all’art. 3, troviamo scritto che V.A.S. : “… (2) promuove e favorisce le iniziative che, nel rispetto dei valori e dei diritti umani civili e sociali e nella salvaguardia del patrimonio naturale e storico-culturale, consentano l’equo impiego delle risorse disponibili, per il superamento degli squilibri economici-sociali, delle sacche di sottosviluppo e delle contraddizioni esistenti tra uomo, natura ed ambiente; (3) promuove e favorisce la cultura ambientalista, eco-solidale ed eco-pacifista…”
Delle circa ottanta organizzazioni ambientaliste riconosciute dal governo italiano , solo un’esigua minoranza dichiara di perseguire finalità non circoscritte esclusivamente alla protezione dell’ambiente ma d’impegnare anche per un mondo più giusto e senza violenza. Se andiamo a scorrere l’elenco di queste associazioni, inoltre, si nota poi, a partire dalle stesse denominazioni, che gran parte di loro non si occupa nemmeno di ambiente a tutto tondo, bensì di questioni spesso specifiche se non settoriali (caccia, animalismo, urbanistica, ambiente alpino, tutela avicola, salvaguardia dei mari e delle coste, ciclismo etc.).
E’ evidente, pertanto, che di strada da percorrere ce n’è ancora molta e che, tenendo conto anche della crisi attuale del movimento pacifista in Italia, sempre più frammentato e privo di prospettive condivise di alternative alla guerra, si tratta oggettivamente di un percorso molto difficile. Esistono, però, alcune questioni sulle quali si potrebbe da subito cercare la convergenza operativa delle organizzazioni ecologiste e di quelle pacifiste. La prima è certamente quella relativa alle scorie nucleari ed al loro ritrattamento, finalizzato alla fabbricazione di armamenti atomici. La seconda è senz’altro la battaglia contro la presenza di natanti a propulsione nucleare in alcuni porti del nostro Paese. Un’altra potrebbe essere, inoltre, il rilancio del rischio ambientale connesso all’inquinamento elettromagnetico generato da mostruosi apparati (stazioni radar e per telecomunicazioni), massicciamente presenti in basi ed aeroporti militari collocati in aree densamente urbanizzate. Non dimentichiamo, poi, le campagne contro le c.d. “banche armate”, finanziatrici dell’industria bellica, cointeressate in molte imprese industriali multinazionali ed in speculazioni edilizie, anche se spesso ipocritamente atteggiate a benefattrici dell’umanità o perfino sponsor di progetti di recupero ambientale.
Se soltanto riuscissimo a coagulare intorno a queste quattro tematiche un nucleo di movimento ecopacifista, penso che sarebbe già un passo notevole verso la creazione di una realtà più qualificata, che non si limiti a fare “fronte comune” ma sappia pensare più globalmente.
Un tentativo in tal senso lo stiamo facendo da anni noi di VAS in Campania, aderendo ad una preesistente rete operativa (il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio) ed offrendo il nostro contributo fattivo sulla vertenza relativa al rischio nucleare nel porto di Napoli , ma anche sull’opposizione alla presenza di comandi strategici e basi militari – sia USA sia della NATO – nel cuore della città capoluogo (Bagnoli, Nisida, Capodichino) e nell’intera regione Campania (in primo luogo il nuovo Comando alleato presso il Lago Patria (Giugliano).
Rilanciare l’ecopacifismo come un vero e proprio “programma costruttivo” in alternativa ad un mondo sempre più militarizzato ed asservito alle multinazionali è però un obiettivo più grande ed ambizioso, cui tutti sono chiamati a dare un contributo. Prima che sia troppo tardi.

RIFERIMENTI:

1 V.A.S. è l’acronimo di “Verdi Ambiente e Società”, associazione – onlus riconosciuta dal Min. dell’Ambiente fin dal 1994 come ‘organizzazione nazionale di protezione ambientale’ (www.vasonlus.it ). La “Festa della Biodiversità” è stata organizzata a Napoli – dal 200 al 2004 – a cura del Coordinamento Regionale Campania di VAS.
2 Ermete Ferraro, Quale ecopacifismo? in “Biodiversità a Napoli” – suppl. a Verde Ambiente, anno xx, n. 2 (mar.-apr. 2004, pp. 21-27). Per altri contributi di E.F. cfr. la bio-bibliografia sul suo sito web: http://www.ermeteferraro.it .
3 Vedi: N. Bergantiños, P. Ibarra Guel, Eco-pacifismo y Antimilitarismo. Nuevos movimientos sociales… ; Ecopacifismo: unha proposta; E. Campomanes, Los Verdes del Estaso Español: ¿Reformismo politico o ecopacifismo radical? ; Cielo Abierto, ¿Que es el Eco-pacifismo?
4 D. Llistar i Bosch, Environmentalism and Peace, in http://www.visionofhumanity.org (nov. 2010)
5 E. Ferraro, Quale ecopacifismo? , cit, p. 24
6 Johan Galtung, Ambiente sviluppo e attività militari, Torino, E.G.A., 1984
7 Vedi, ad es., fra gli altri, gli interessanti contributi di Virginio Bettini, Paolo degli Espinosa, Giuliana Martirani, Giorgio Nebbia ed Antonio D’Acunto. Per quest’ultimo – col quale condivido da molti anni le battaglie eco pacifiste in Campania – visita anche il sito http://www.terraacquaariafuoco.it , che raccoglie i suoi principali contributi.
8 In questa prospettiva cfr. alcuni contributi di E. Ferraro: Laude della biodiversità , Napoli, VAS, 2005; Adam-adamàh: un’agape cosmica, Bologna, Filosofia Ambientale (gen. 2008); Il Salmo del Creato, Bologna, Filosofia Ambientale (mar. 2009) vedi: http://www.filosofia-ambientale.it
9 Cfr. E. Ferraro, Sobrietà, essenzialità e giustizia per una vera conversione ecologica, pubbl. a set. 2008 su http://www.scrivi.com; vedi anche i vari articoli postati sul mio blog “Pacebook” e riferibili al tema dell’ ecoteologia.
10 D. Llistar i Bosch, op. cit. (trad. mia).
11 G. Nebbia, Pace e ambiente, editoriale (set. 2011) su http://www.vasonlus.it
12 Ibidem
13 Vedi: Norman D. Livergood, Vulture Capitalism, in: http://www.hermespress.com (1999 ?)
14 “Our core values”, in: http://www.greenpeace.org/international/en/about/our-core-values/
15 Statuto di Legambiente: http://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/statuto.pdf
16 Statuto di Verdi Ambiente e Società Onlus: http://www.vasonlus.it/chi-siamo/statuto
17 Vedi: http://www.isprambiente.gov.it/site/it-IT/ISPRA/Organizzazioni_ambientali/L’ambiente_in_Italia/Associazioni_ambientaliste/
18 Ermete Ferraro, A propulsione anti-nucleare (15 anni di lotte ecopacifiste di VAS per la sicurezza del cittadini e per la denuclearizzazione del porto di Napoli.

THANATOIKONOMIA – DEATH ECONOMY

E’ davvero singolare. Una delle più profonde e spietate analisi della situazione in cui ci troviamo, a livello globale, non l’ho trovata nel dotto saggio di un politologo ma nel nervoso scritto di un immaginifico scrittore di thriller. Mi sono imbattuto, infatti, in un articolo apparso sulla rivista online “Carmilla”, in cui il noto giallista e traduttore Sergio Altieri (alias Alan D. Altieri) ha tracciato un efficace ritratto della “Death Economy. Il baratro terminale del collasso economico planetario” http://www.carmillaonline.com/archives/2011/11/004093.html#004093 .
In un recente contributo sulla necessità di riscoprire e praticare un approccio “ecopacifista” alla realtà attuale (http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali/968-ecopacifismo-libia) anch’io mi sono soffermato sulla connessione tra crisi economico finanziaria, devastazione ambientale e dominio del complesso militar-industriale a livello globale. La mia proposta è quella d’una strategia unitaria per un movimento che non si accontenti di esprimere indignazione e generica opposizione, ma tenti di prefigurare un’alternativa reale ed un gandhiano “programma costruttivo”.
L’articolo di Altieri, nel suo duro e disincantato linguaggio giallo-nero, mi sembra una lucida sintesi di quel futuro che sarebbe comodo etichettare come fantapolitica, ma è l’impressionante immagine del tragico esito del collasso dell’economia globale, raffigurato dalla squallida “collina dei suicidi”, dove l’umanità sembrerebbe aver deciso di consumare la sua tragica esistenza.
“Il giorno in cui le banche avranno cessato di esistere segnerà la “fine del mondo” così come lo abbiamo conosciuto da ben prima della Rivoluzione Industriale in avanti. – scrive – Il giorno in cui le banche avranno cessato di esistere sarà la suicide hill, collina dei suicidi, di qualcosa che conosciamo già ora. Questo qualcosa ha un nome: Death Economy, Economia della Morte”.
E’ singolare, ripeto, ma non certo casuale che per sintetizzare il quadro della crisi attuale e delle sue cause ci volesse un esperto di letteratura “noir”. Al di là delle sue cupe immagini di un’umanità sempre più degradata e protesa sul baratro del suicidio planetario, mi pare infatti che dal suo articolo emerga la lucida analisi di come siamo giunti a questo punto di quasi non-ritorno. Il suo richiamo ad un classico dell’economia capitalista, d’altra parte, dimostra che la mente umana può essere estremamente profetica, ma anche che l’umanità non ha mai saputo né voluto dare ascolto agli spietati vaticini dei suoi profeti.
“ Nell’analisi di John Maynard Keynes sulle crisi ricorrenti del capitalismo la DE [Dealth Economy] è un algoritmo ineluttabile verso il baratro:- guerra di conquista e sterminio: – controllo coatto delle materie prime; – depauperamento estremo delle medesime; – dominio totale sul lavoro dipendente; – aumento dei profitti; – picco consumistico; – aumento del debito privato; – saturazione dei mercati; – aumento del deficit pubblico;- impennata della speculazione bancaria; – corto-circuito stagnazione-inflazione-recessione; – spirale di depressione;- collasso sistemico conclusivo”.
In questo solo brano dell’articolo di Altieri trovo racchiusa “in nuce” la tragica spirale di morte che egli definisce “ineluttabile”. Eppure sarebbe ancora possibile spezzarla, se solo ci decidessimo a cambiare radicalmente strada, con una vera “conversione” che, però, è certamente molto di più impegnativa della pura e semplice adesione ad una proposta politica alternativa. Altieri ci aiuta, col suo linguaggio in bianco e nero, a distinguere tra le ‘grandi guerre’ di una volta, ormai troppo costose e poco produttive, e quelle che ci stanno moltiplicando sotto gli occhi, travestite da conflitti periferici e localizzati.
“Profitto a ogni costo, con ogni mezzo, contro ogni ostacolo. Profitto di pochi, pochissimi: alcune migliaia di individui a livello mondiale […]. Perdurando sottotraccia nell’Occidente in generale, negli USA in particolare, la DE continua comunque a servirsi delle guerre su un doppio canale di manipolazione propagandistica e industriale: – nessuna guerra grossa, sostituita però dalla minaccia della guerra “finale” (Guerra Fredda/guerra nucleare)con conseguente profitto dalla corsa agli armamenti strategici, rimpiazzata ora dalla eterna “guerra al terrore globale”, dove fa brodo tutto & il contrario di tutto;
– infinite guerre asimmetriche, primariamente nei quadranti medio-orientale, africano e sud-americano, con conseguente profitto della vendita di armamenti convenzionali simultaneamente a tutte le parti belligeranti”.
Quello che preoccupa seriamente è che, una volta calato il sipario sul teatrino del berlusconismo e sulla politica da cabaret, i c.d. poteri forti vogliono ora fare sul serio. Che cosa c’è di meglio, allora, di un irreprensibile ed autorevole Professore come premier di un governo tecnocratico, con tanto di ammiraglio alla difesa, prefetto agli interni, ambasciatore agli esteri, rettore all’istruzione e, of course, un banchiere all’economia? Eccovi servito il governissimo bipartisan di Monti, fortemente voluto dal Presidente della Repubblica e caldamente sponsorizzato dalle gerarchie vaticane, dall’Amministrazione USA nonché dalla potentissima “Trilateral Commission”, della quale il professor-senatore-a-vita Mario Monti è addirittura Presidente del Comitato Europeo.
“Per la DE, la globalizzazione è LA svolta epocale. I grandi imperi industriali a conduzione famigliare …superano finalmente la fase di multinazionali degli anni ’70 e si trasformano in sistemi conglomerati globali. Vere e proprie fortezze del meta-capitale, sostenuti da apporti di liquidità tanto immani quanto ignoti, dotati di polivalenza accorpata (banche commerciali, banche finanziarie, industrie, finanze, investimenti, immobili, trasporti, comunicazioni etc.), i sistemi conglomerati globali possiedono una struttura frattale la cui complessità si fa beffe di qualsiasi parametro di qualsiasi scrutinio da parte di qualsiasi ente governativo.[…] A decidere tutto per tutti sono enigmatici consigli di amministrazione che si riuniscono in conference call via computer. O magari, se proprio vogliono mettersi in mostra, nella sala congressi di alberghi a 666 stelle. Dai molti guru delle conspiracy theories, questi enigmatici consigli di amministrazione sono chiamati in una quantità di modi: NWO (New World Order), massoneria, Illuminatus, Trilateral Commission, Bilderberg Group, etc. Che ognuno scelga il nome che preferisce.”
Anche in questo caso l’articolo di Altieri risulta davvero illuminante. Diceva John Belushi in “Animal House” (e cantava Billy Ocean): “When the going gets tough, the tough gets going”. La citata traduzione italiana (“Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”) credo ci dia la misura di ciò che sta succedendo anche in Italia, con l’avvento al potere – ovviamente molto discreto e sottotono – delle potenti lobbies che Altieri chiamava “conglomerati globali”.
Basta dare una scorsa all’elenco dei membri italiani della famigerata “Trilateral”, ad esempio, (http://www.trilateral.org/download/file/TC_list_10-11_2.pdf) per imbattersi nel gotha dell’aristo-pluto-tecnocrazia: vertici di assicurazioni multinazionali come Cortina e Cucchiani; industriali come Elkann, Guarguaglini, Guidi, Pesenti, Rocca e Tronchetti Provera; banchieri come Rampl, Sala e Sella; militari ed esperti di strategia come Ramponi e Silvestri; politici e politologi come E. Letta, Secchi e Venturini. Ce n’è abbastanza per stare all’erta, pur lasciando stare le “conspiracy theories” sul “Nuovo Ordine Mondiale” evocate dallo stesso Altieri. La perversa spirale banche – assicurazioni – industria pesante – fabbriche di armamenti – militari – cementieri è pienamente rappresentata. Se poi diamo un’occhiata anche ai nomi italiani che figurano come membri del potentissimo “Bilderberg Group” – secondo le rivelazioni del sito http://fromthetrenchesworldreport.com/bilderberg-group-2011-full-official-attendee-list/4870 – vi troviamo nomi nuovi (come Bernabè della Telecom Italia, Scaroni dell’ENI e l’ex-superministro dell’economia Tremonti), ma anche alcune personalità già citate, come Elkann e lo stesso neo-premier Monti. Se a questo elenco aggiungiamo la nomina a Ministro della Difesa dell’ammiraglio Di Paola (ex capo di stato di stato maggiore italiano ed attuale presidente del Comitato Militare della NATO) ed a Ministro di Economia e Trasporti del mega-banchiere Corrado Passera (già a.d. del gruppo Intesa-San Paolo), sembra che siamo di fronte ad un vero e proprio “conglomerato” di interessi forti che farebbe impallidire lo stesso sistema di potere berlusconiano.
Eppure sembra che questo governo faccia comodo a quasi tutti e che riscuota una specie di plebiscito parlamentare, ovviamente perché potrà fare indisturbato il “lavoro sporco” che la destra pseudo-liberale e la sinistra pseudo-socialista non hanno finora avuto….l’opportunità di portare a compimento, preoccupate come sono di salvaguardare il proprio elettorato. Ma gli Italiani non sono fessi come Lorsignori amano credere e dietro le churchilliane“lagrime e sangue” che ci aspettano dietro l’angolo sapranno leggere non solo gli imprescindibili “sacrifici” cui saremmo chiamati dai sussiegosi leaders europei ed americani, ma anche il pesante giro di vite del capitalismo globale per allineare e manovrare meglio le marionette dell’economia planetaria.
Ecco perché dobbiamo prendere coscienza di questa minaccia e ad organizzare una rete di opposizione e di resistenza ecopacifista al nuovo regime militar-industrial-finanziario in doppiopetto, se non vogliamo trovarci sulla “suicide hill” descritta da Altieri come logica conclusione del collasso planetario provocato dalla tragica “economia della morte”.
(c) 2011 Ermete Ferraro