UN AMBIENTALISMO SENZA L’AMBIENTE ?

Ammetto di essere rimasto piuttosto colpito da un articolo di Bryan Walsh (editorialista di TIME e redattore del blog tematico “Ecocentric”) pubblicato sul numero del 12 marzo scorso di quella nota rivista. Visto il titolo (“Nature is Over” ovvero “La Natura à finita”), di per sé eloquente, m’incuriosiva capire anche in che modo l’analisi della questione ambientale si collocasse fra le “10 idee che vi stanno cambiando la vita”, cui era dedicato quel numero e la relativa copertina di TIME. http://www.time.com/time/magazine/europe/0,9263,901120312,00.html

Si trattava d’una originale rassegna delle novità che stanno incidendo profondamente sul nostro modo di vivere, modificando la percezione stessa che abbiamo della realtà. Si va dalla ‘normalità’ del vivere da soli alla tendenza a vivere con la testa nella ‘nuvola’ informatica; dalla conciliazione della privacy con la vita pubblica alle ricerche sul cibo che dura per sempre; dalla religione senza chiese alla ‘black irony’…

Ebbene, in mezzo a questi eterogenei “segni dei tempi” è inserito l’articolo in questione che, già nel titolo, lascia trasparire la nuova concezione dell’ecologia di cui l’autore sembra farsi profeta, partendo proprio da una spietata analisi di quanto l’umanità abbia già, drammaticamente quanto rapidamente, cambiato il volto  del nostro pianeta.

Nessun ecologista, in effetti, può accusare Bryan Walsh di reticenza nel declinare i fenomeni che stanno lasciando una profonda ed irreversibile impronta antropica sulla Terra. Direi anzi che la sua pur breve analisi risulta ampiamente significativa e non lo colloca certo fra i  ‘negazionisti’ della tragedia ambientale e delle responsabilità del genere umano, di cui viceversa si mostra perfettamente consapevole. In poche ma citabili righe, infatti, egli ci ricorda che: “Per una specie esistente per meno dell’1% dei 4 miliardi e mezzo di storia della Terra, l’homo sapiens ha certamente impresso il proprio marchio sul posto. Gli umani hanno un impatto diretto su oltre tre quarti del suolo terrestre libero da ghiacci. Circa il 90% dell’attività degli impianti mondiali risiede ora in ecosistemi dove le persone giocano un ruolo significativo. Abbiamo estirpato le foreste originarie da gran parte del Nord America e dell’Europa ed abbiamo aiutato la spinta verso l’estinzione di decine di migliaia di specie. Perfino nei vasti oceani, tra le poche aree del pianeta disabitate dagli umani, è stata avvertita la nostra presenza, a causa dell’eccessiva pesca e dell’inquinamento marino. Attraverso i fertilizzanti artificiali – che hanno drammaticamente accresciuto la produzione alimentare e, con essa, la popolazione umana – abbiamo trasformato ingenti quantità di azoto da gas inerte nella nostra atmosfera in principio attivo nel nostro suolo, il cui deflusso ha creato enormi zone acquatiche morte nelle aree costiere. E tutta l’anidride carbonica che emettono gli oltre 7 miliardi di esseri umani sulla Terra sta rapidamente cambiando il clima e sta alterando la natura stessa del pianeta”.

Dopo questa spietata requisitoria sul devastante impatto umano sull’ambiente naturale ci saremmo aspettati una sonora predica ecologista ma, come sospettavo, l’articolo assume improvvisamente una piega ben diversa. La nuova strategia delle potenze economico-politiche che decidono le scelte economiche mondiali, a quanto pare, non è più (o quanto meno non è più solamente… ) quella di negare spudoratamente ogni responsabilità del cosiddetto ‘sviluppo umano’ nella distruzione degli ecosistemi. Ormai da qualche tempo, infatti, l’orwelliana Neolingua ci sta abituando ad un’operazione psicologico-comunicativa più sottile ed insidiosa. Basta smontare le contestazioni dei soliti “protestanti” modificando il senso stesso delle parole e rimodellando i concetti a proprio uso e consumo. Che si tratti di spedizioni belliche che diventano “missioni umanitarie” oppure dell’azzeramento delle garanzie dei lavoratori spacciato per “lotta alla precarietà”, il Newspeak di chi decide sulle nostre teste – forte della complicità dei media e della pigrizia mentale di troppi che hanno rinunciato a pensare colla propria testa – appare costantemente improntato alla mistificazione, al travisamento delle idee, al capovolgimento del senso delle parole fondamentali.

Tra la “pars destruens” iniziale dell’articolo e quella finale, da cui scaturisce la proposta di giungere ad un nuovo ambientalismo…senza l’ambiente, non può mancare ovviamente una significativa parte centrale. Se è vero che, per colpa dell’uomo, “la natura è finita” – come recita drasticamente il titolo dell’articolo – l’autore non può non cercare gli spunti più opportuni per presentarci e motivare la sua ‘scoperta’.  Premesso che alcuni scienziati ritengono che abbiamo già abbandonato l’era geologica denominata Olocene, entrando nell’Antropocene  o età dell’uomo – argomenta Walsh – è evidente che occorre rivedere il nostro modo di affrontare il rapporto uomo-natura. Ecco allora che riporta questa lapidaria quanto allarmante citazione del premio Nobel Paul Crutzen: “Non si tratta più di noi contro la ‘Natura’. Piuttosto, siamo noi che decidiamo che cosa la natura è e che cosa sarà.”

Bastano poche parole ed ecco che la Natura con la enne maiuscola, vagamente evocativa d’una mente creatrice e di una legge trascendente, è degradata ad una realtà che non ha più nulla di assoluto e stabile, ragion per cui l’Uomo può continuare indisturbato la sua opera per trasformarla a proprio uso e consumo.

Ma questa sminuita ‘natura’, quasi del tutto sottoposta all’antropocentrica dominazione umana, secondo il giornalista ed il suo nume ispiratore non avrebbe più alcun bisogno d’essere “preservata”. L’Antropocene esige un drastico cambiamento per l’ambientalismo –  argomenta Walsh – per cui possiamo ormai buttare in soffitta la vecchia concezione “conservatrice” dell’ecologismo classico, che percepiva le persone come una minaccia all’ambiente naturale.

La sua sconcertante conclusione è la seguente:  “La realtà è che nell’Antropocene non c’è semplicemente posto per la natura, almeno quella che abbiamo conosciuto e celebrato – un qualcosa di separato dagli esseri umani, un qualcosa di originario. Non c’è nessun ritorno al Giardino edenico, ammesso che sia mai esistito. Per gli ambientalisti, ciò significherà cambiare le strategie, trovare metodi di conservazione che siano più favorevoli alla gente e che consentano alla realtà naturale di coesistere con lo sviluppo umano. Ciò significa, se non proprio abbracciare l’influenza umana sul pianeta, quanto meno accettarla.”

A che diavolo serve buttare un sacco di denaro per preservare gli ultimi esemplari d’ipotetici “ecosistemi naturali” – si chiede retoricamente Walsh – quando abbiamo la prova che la natura stessa, se e quando vuole, dimostra tutta la sua “resilienza”, cioè l’incredibile capacità di recuperare da sola i propri equilibri?  L’esempio citato è, ovviamente, quello della parziale auto-riparazione della fascia di ozono ‘bucata’ all’Antartide dalle nostre spensierate emissioni di CFC ma, naturalmente, si omette di precisare che una qualche influenza in questo fenomeno positivo avranno pur avuto le normative che, ormai da decenni, hanno vietato l’utilizzo di queste inutili e dannose sostanze gassose.

Il teorema dell’ambientalismo senza ambiente, a questo punto, è quasi del tutto enunciato, utilizzando in modo specioso proprio una delle argomentazioni degli ambientalisti, o almeno di quelli che da tempo escludono un ecologismo fondamentalista e biocentrico, riconoscendo il giusto valore all’uomo non come centro dell’universo, ma come parte importante di una globalità biologica. Il fatto che egli si sia autodefinito “sapiens”, però, non significa affatto che la sua mente pensante e la sua attitudine ad adattare a sé l’ambiente circostante  gli diano il diritto di modellare la Terra a propria immagine e somiglianza.

Essere contrari alla “deep ecology” di chi venera una Natura che prescinde dall’uomo, d’altra parte, non vuol dire ripiombare nel tradizionale antropocentrismo di chi ha sempre cercato ogni pretesto – compresa una lettura superficiale delle Sacre Scritture – per teorizzare il dominio assoluto dell’Uomo sulla natura.

La caratteristica “sistemica” degli ambienti terrestri e la stessa legge della biodiversità ci parlano di armonia, di equilibrio, d’integrazione in una realtà naturale in cui gli esseri umani possono e devono svolgere il ruolo che spetta a chi ha la consapevolezza, e quindi la responsabilità, di una preziosa integrità da salvaguardare.

Come credente, infatti, sono convinto che sia questo il compito di chi è stato posto come “custode” del creato e non come sfruttatore di un bene comune che deve amministrare saggiamente. Ma anche nella prospettiva di un semplice ambientalista , che rifugge da ogni integralismo e non ritiene affatto che l’umanità debba essere nemica della natura o sua vittima passiva, sono preoccupato per la deriva ideologica cui stiamo assistendo,  di cui l’articolo citato mi sembra un’evidente dimostrazione.

Alla prima parte (la denuncia) ed alla seconda (la teoria), segue infatti la “pars construens”, cioè l’ipotesi    d’un ambientalismo completamente nuovo. Per regolare l’Antropocene – argomenta mellifluo Walsh – c’è bisogno di molto più di provvedimenti che mettano al bando determinate sostanze o attività inquinanti. Ed aggiunge, con un sibilo degno dell’antico ‘tentatore’ dei nostri progenitori: “Significa anche promuovere proprio quel tipo di tecnologie cui gli ambientalisti si sono spesso opposti, dall’energia nucleare […] ai cereali geneticamente modificati, che ci possono consentire di coltivare più sostanze alimentari in meno terreno, preservando spazio prezioso per l’ambiente naturale…”

Qui la mistificazione del Bispensiero e della Neolingua – entrambi profetizzati oltre mezzo secolo fa dal grande Orwell – raggiunge il suo vertice. Per diventare dei neo-ambientalisti – secondo l’editorialista del TIME – dovremmo infatti operare una profonda “conversione”, rinnegando gli spiriti scompostamente antinuclearisti ed anti-OGM del vetero-ecologismo ed abbracciando fiduciosamente il modello di sviluppo che il dio-Mercato ci sta offrendo generosamente…  Le coltivazioni  geneticamente modificate lasciano più spazio alla natura e le centrali nucleari, sebbene un po’ rischiose, sono la massima fonte energetica priva di emissioni carboniche. Privilegiare le città – prosegue insinuante Walsh – è una scelta ottimale, perché il modello di convivenza urbano, secondo lui, è “…la sistemazione più sostenibile ed efficiente del pianeta”  

Per non parlare poi delle emissioni di gas-serra, che i neo-ambientalisti sono invitati a combattere in modo quanto meno originale, cioè ricorrendo alla geo-ingegneria, e quindi impiegando sistemi come nuvole artificiali o altre diavolerie tecnologiche, capaci di ridurre direttamente la temperatura globale….

La lirica chiusa dell’articolo – ribaltando opportunisticamente il concetto dell’Uomo-giardiniere del pianeta col richiamo ad un concetto capovolto di “responsabilità” – è il degno coronamento di questo esemplare saggio di manipolazione mediatica delle nostre menti:

“Siamo stati felici per l’esistenza di molte delle nostre specie, benedetti dal clima gradevolmente caldo dell’Olocene, abili a disseminare i nostri crescenti numeri lungo un pianeta apparentemente senza limiti.  Ma quel tempo è passato, rimpiazzato dall’incertezza dell’Antropocene, che i geologi decidano o meno di chiamarlo formalmente così. Saremo noi a decidere se gli esseri umani continueranno a prosperare o a bruciare, sottomettendo il pianeta lungo il percorso. Può essere una realtà infelice, perché non c’è nessuna garanzia che l’Antropocene – affollato da miliardi di esseri umani – sarà favorevole alla vita come lo erano stati i 12.000 anni precedenti. “Noi siamo dei – scrive l’ambientalista e futurista Stewart Brand – e dobbiamo ottenerne il bene”

A quanto pare, essere dei buoni ambientalisti, oggi, significa saper scommettere coraggiosamente sulle capacità dell’uomo, accettando il rischio di un ambiente quasi del tutto antropizzato e molto lontano da una ‘naturalità’ velata di nostalgico romanticismo.

In questa modificazione genetica del significato stesso di ambientalismo un ruolo non secondario ha giocato l’uso ambiguo del concetto di ‘sostenibilità’, intesa come un astratto richiamo non tanto alla capacità della Terra di resistere all’impronta devastante di uno sviluppo senza limiti, bensì alla capacità dell’uomo di creare uno sviluppo il più possibile durevole e meno dannoso alla sua esistenza.

Come ha recentemente scritto l’amico Antonio D’Acunto: “La questione centrale che dobbiamo porci è quella di cancellare i termini sostenibile,  sostenibilità, sviluppo sostenibile dal vocabolario delle Associazioni ambientaliste, […] a meno che naturalmente non viene specificata, ma  non lo si fa mai e come lo si potrebbe quando si propone l’esatto opposto,  che la  sola sostenibilità, oggettivamente e scientificamente possibile,  è quella di processi ed attività umana che avvengono secondo la morale del Pianeta ovvero  le leggi della Natura.” (La sciagurata farsa del governo italiano per Rio+20”, marzo 2012).

E’ proprio in nome di una presunta “sostenibilità”, del resto, che il nostro governo “tecnico” sta cercando subdolamente di riportare a galla scelte che i cittadini italiani hanno già condannato, come le centrali nucleari e le coltivazioni OGM, giungendo ad ipotizzare pesanti tagli alle energie rinnovabili per rilanciare l’assurda idea di trivellazioni petrolifere in aree di notevole pregio ambientale del nostro Paese.

Far finta di non accorgersi di questa diffusa strategia di mistificazione e di capovolgimento dei principi dello stesso ambientalismo, a questo punto, non è più possibile. L’idea stessa di Antropocene rispecchia solo la fantasia malsana di chi – per coprire gli sporchi interessi di chi sfrutta e inquina – finge di non sapere che l’uomo è parte di un equilibrio ecologico senza il quale ed al di fuori del quale, semplicemente, egli non esisterebbe affatto.

Sì, ha ragione Walsh quando dice che è passato il tempo in cui l’umanità si vedeva contrapposta alla natura, ma solo nel senso che l’unico vero nemico dell’uomo è l’uomo stesso e la sua arrogante presunzione di perseguire uno sviluppo illimitato quanto irresponsabile.

© 2012 Ermete Ferraro – https://ermeteferraro.wordpress.com

UNA GIUNTA IN GABBIA

Chi, come me, ha partecipato all’incontro pubblico su “Edenlandia e Zoo” – tenuto il 20 dicembre scorso  nella sala multimediale del Consiglio Comunale di Napoli – si è trovato a vivere un’esperienza al tempo stesso frustrante ed irritante.  L’affollata assemblea era stata convocata da diversi comitati di base, che da tempo si stanno mobilitando per evitare che il decretato fallimento della società che gestiva sia “Edenlandia” sia il giardino zoologico di Napoli si trasformi nell’assurda e spregiudicata privatizzazione di una delle poche aree della città con un’indubbia vocazione ambientale. Per quanto mi riguarda, per la terza volta mi sono trovato in quella sala comunale con la sgradevole sensazione di chi cerca di dialogare con un interlocutore latitante. Un soggetto che dovrebbe essere un naturale punto di riferimento istituzionale ma che, viceversa, si nega ad un vero confronto, trincerandosi dietro argomentazioni aridamente burocratiche.

Era già successo in occasione  dell’assemblea ecopacifista sull’inadempienza dell’amministrazione comunale in materia di informazione alla cittadinanza sul porto nucleare di Napoli. La seconda circostanza era dovuta alla preoccupante sordità della Giunta de Magistris alle legittime preoccupazioni espresse dai movimenti ambientalisti sul progetto di preregate dell’America’s Cup in una Bagnoli ancora tutta da risanare dai suoi veleni. La terza è, ora, la grottesca vicenda di un Comune che, essendo titolare per il 75% d’una società per azioni creata per gestire in modo ‘produttivo’ un’importante area pubblica a verde, di fronte al fallimento del suo precedente affidamento ai privati, non sa ipotizzare niente di meglio di una nuova gara internazionale di appalto. Tutto questo, ancora una volta, con scarsa trasparenza delle procedure ed in totale dispregio non solo della sbandierata “progettazione partecipata”, ma perfino di un elementare rispetto del decentramento amministrativo e delle aspettative della comunità locale. La ‘rivoluzione arancione’ del neo-sindaco de Magistris era riuscita a scuotere la stanca e delusa opinione pubblica napoletana ricorrendo a parole d’ordine programmatiche come “trasparenza subito”, “democrazia è partecipazione”, “beni comuni”, “sviluppo locale”, ecc. (vedi su: www.sindacopernapoli.it ). Eppure sono bastati pochi mesi dalla sua indiscutibile affermazione elettorale perché i suoi stessi sostenitori avvertissero in bocca l’amaro della delusione e del disincanto.  A onor del vero, il protagonismo e l’impostazione di de Magistris, al tempo stesso decisionista e populista, lasciavano intuire che molto di quell’alone alternativo era probabilmente destinato a ridimensionarsi, a contatto con la dura realtà di un’amministrazione disastrata come quella napoletana. Però la mutazione genetica della sua ‘orange revolution’  è stata talmente fulminea che non pochi dei suoi stessi supporters stanno cominciando seriamente a preoccuparsi e, in parecchi casi, a prendere le distanze da alcune scelte assolutamente non condivisibili.

L’episodio della brutale dismissione di Edenlandia e Zoo – ufficialmente decretata dal giudice fallimentare – è l’ultima dimostrazione della preoccupante virata dell’attuale Amministrazione. Una giunta che, nata col marchio dell’alternativa, sembra aver rinunciato al confronto con la sua stessa base, preferendo inseguire la deprecata logica bassoliniana dei grandi eventi e degli appalti.  Lo stesso imbarazzante intervento nel corso dell’assemblea di due importanti assessori come Realfonzo (bilancio) ed Esposito (attività produttive) è suonato falso. E’ apparso la palese dimostrazione dell’atteggiamento di sufficienza e scarsa disponibilità all’ascolto da parte di un’amministrazione che ormai decide priorità programmatiche e modalità d’intervento nel chiuso della sala-giunta, lasciando nello sconcerto quelli che hanno dato credito a chi prometteva “aria nuova” in Comune, lanciando pesanti moniti ai soliti “prenditori”. L’unica cosa che la giunta de Magistris può fare – ha freddamente argomentato un burocratico Realfonzo – è porre alcuni ‘paletti’ ai futuri gestori dell’area, cercando di conciliare una non meglio precisata “riqualificazione dell’area” con la conservazione dei posti di lavoro che vengono meno con la chiusura delle due strutture. La verità – ha giustamente sottolineato l’autore di uno dei pochi articoli dedicati a quest’assurda vicenda – è che l’unica cosa che sembra stare a cuore all’attuale Amministrazione è la salvaguardia del contratto di locazione dell’area.(http://www.napolimonitor.it/2011/12/21/9867/edenlandia-e-zoo-il-privato-che-avanza.html).

Il fatto è che si avverte negli interventi dei due assessori un’assai minore preoccupazione per il destino dei lavoratori in cassa integrazione, ma sembra che resti del tutto fuori dai loro interessi la sorte di un’area verde di straordinario interesse e quella dei poveri animali ingabbiati di uno zoo sul punto di essere brutalmente sfrattato. Eppure è evidente che mettere a gara l’affidamento dell’intero complesso, sperando che qualche multinazionale del “leisure” s’illuda di trarne un business milionario, vuol dire privatizzare brutalmente e senza credibili garanzie un’ampia zona, gravata peraltro da vari vincoli ambientali ed archeologici. Significa soprattutto liquidare nel modo peggiore – dopo prolungata agonia – l’infelice esperienza di un giardino zoologico che ambientalisti come me avevano contestato fin dagli anni ’80, ma dalla quale molti visitatori meno eco-sensibili uscivano con la sgradevole sensazione di una struttura anacronistica e sostanzialmente triste. L’imbarazzo, peraltro, sembra attraversare anche le file degli inascoltati interlocutori della Giunta. Pur proponendo un percorso diverso dal bando ed avanzando interessante ipotesi di attività alternative a quelle vagamente “disneyane” che sembrano ispirare l’Amministrazione de Magistris, la “base” eco-sociale dell’assemblea non è finora riuscita a partorire una posizione davvero unitaria. Sono stati avanzati progetti un po’ minimalisti (la ‘fattoria didattica’, uno spazio affidato al commercio equo e solidale…) e perfino reboanti proposte imprenditoriali per attingere ai fondi comunitari per finanziare lo sviluppo dell’intero “distretto culturale” Fuorigrotta-Bagnoli. Eppure sembra che il problema del destino dei tanti animali dello Zoo napoletano rimanga un’appendice della vertenza della decina di lavoratori cassintegrati oppure la mera questione di assicurare spazi un po’ più ampi ed aperti a quelle povere bestie.

Nel mio intervento – a nome dell’associazione VAS – ho ribadito che, come ambientalisti, non siamo assolutamente d’accordo con qualsiasi ipotesi che preveda la prosecuzione dell’apertura al pubblico del giardino zoologico di Napoli. La sproporzione assoluta tra le entrate derivante dai biglietti d’ingresso (circa 3 mila euro) e le spese di mantenimento minimale della struttura (almeno 50.000 euro) è, d’altra parte, la dimostrazione che nessuno zoo è in grado di autogestirsi. La dipendenza a carico del parco- divertimenti già non era sostenibile e lo sarà ancor meno per un nuovo soggetto privato, a meno che non sia talmente folle da investire i propri soldi in un’operazione ‘a perdere’.  Senza una reale conoscenza del contenuto e delle clausole del bando di gara prossimo venturo, allora, bisogna assumere delle posizioni non equivoche. Il rispetto per la vita e la dignità degli animali intrappolati nello zoo partenopeo – umano prima ancora che animalista – esige che si assumano decisioni che ne garantiscano la tutela da ogni operazione speculativa. Ciò significa chiudere definitivamente la struttura, ma anche impedire che le smanie speculative di chi vuol mettere le mani su quell’area della città comportino una brusca ed indiscriminata deportazione degli animali attualmente presenti. La nostra associazione si è espressa molto chiaramente in proposito ed un articolo del nostro referente per il mondo animale, il dott. Michele Di Gerio, è stato recentemente pubblicato come editoriale sul sito nazionale di VAS. In esso, tra l’altro, si legge che: “…segregare gli animali in luoghi angusti, costringendoli a sopportare temperature diverse da quelle fisiologiche, farli nascere al di fuori dei loro ambienti naturali rappresenta la violenza verso uno stato biologico del quale l’animale è portatore. Molto spesso gli animali rinchiusi negli Zoo smarriscono definitivamente la propria indole naturale sostituendola con uno stato di abbattimento, torpore e paura, manifestando spesso atteggiamenti diversi da quelli della loro natura; infatti, ho visto orsi impauriti e struzzi bloccati sulle loro zampe. Perciò, ritengo molto importante evidenziare che il quadro rappresentato dagli animali degli Zoo distorce completamente le reali espressioni della natura per cui non è da considerarsi né un modello scientifico, né un esempio pedagogico.”  (http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali).

E’ per questo motivo che continueremo a batterci, con gli altri esponenti del mondo ecologista ed animalista, perché l’ennesima crisi dello zoo napoletano non sia lo squallido pretesto per disfarsene sbrigativamente, svendendo ai privati quell’area, pubblica e vincolata, a fini speculativi.  Trattandosi indiscutibilmente di un “bene comune”, un’operazione del genere, così come il mancato ascolto delle istanze e proposte della cittadinanza e delle associazioni, sarebbe indice di totale contraddizione con le promesse di trasparenza e di partecipazione popolare che hanno convinto tanti napoletani a votare l’attuale Sindaco, per voltare finalmente pagina. Su una cosa, però, noi di VAS siamo d’accordo con tanti altri interventi. Non si tratta di affrontare singole vertenze su specifici ambiti: la bonifica di Bagnoli, l’utilità di eventi spettacolar- commerciali come l’America’s Cup, la salvaguardia dell’area ancora a verde del complesso della Mostra d’Oltremare oppure i piani di recupero di quella occupata ancora per poco dall’ex-comando NATO. Il vero problema è la preoccupante assenza di una proposta complessiva ed organica dell’amministrazione comunale sull’intera area occidentale della città, che non può essere sostituito da generici appelli alla sua “riqualificazione”. E’ questa, infatti, una parola che evoca significati diversi, se non opposti, se a pronunciarla è un danaroso imprenditore straniero oppure forze culturali e sociali che perseguono un modello alternativo di sviluppo, più equo, solidale ed ecosostenibile.  Da una giunta che si è qualificata come il nuovo che avanza ci aspettiamo meno chiacchiere imbarazzate e più fatti. Meno cortine fumogene burocratiche e più trasparenza ed apertura. Meno discorsi da ‘governo tecnico’ e più proposte coerenti col programma per cui è arrivata al governo della città.  Del resto, da animalisti, vogliamo che a liberarsi dalle gabbie non siano solo gli animali dello zoo, ma anche chi ci amministra.

© 2011 Ermete Ferraro

EDIFICI IN CEMENTO, MA SENZA FINESTRE

Non capita tutti i giorni che il Capo del Cattolicesimo faccia discorsi ufficiali nella patria del Protestantesimo, da un lato rivalutando il messaggio di Lutero e, dall’altro, esprimendo la propria comprensione per chi abbandoni la Chiesa, essendone stato scandalizzato. A me sembrano importanti “segni dei tempi”, dai quali risalta certamente il coraggio di chi sa fare una dolorosa autocritica, ma anche l’autorevolezza di chi non ha rinunciato a ricordare a chi ha potere che ad esso esiste un limite oggettivo ed invalicabile. Eppure – sebbene sia stato definito “coraggioso…fondamentale, non fondamentalista” dalla “Suddeutsche Zeintung” e “sorprendente….straordinario” dallo “Spiegel” – il discorso del Papa tedesco al Bundestag non sembra invece aver suscitato particolare impressione nel nostro distratto e provinciale Paese, dominato dagli scandali della politica e dalla politica degli scandali. Casomai – con un po’ d’italica piccineria – ci si è chiesti se nell’appello alla morale come guida della politica ci fossero per caso velate allusioni alla sciagurata situazione politica dell’Italia…La sostanza teologica ed etica del discorso di Benedetto XVI non mi pare che abbia impressionato i commentatori nostrani, piuttosto superficiali e tendenti a soffermarsi su particolari secondari anziché sulla sostanza dell’allocuzione papale. Ma che cosa ha detto di tanto importante al Parlamento tedesco l’autorevole ospite, autodefinitosi un “connazionale”, ma soprattutto il “Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per la cristianità cattolica” ? Io credo che la parte fondamentale del discorso del Pontefice – ovviamente rivestita della forma dotta richiesta ad un teologo che va a parlare ad un’assemblea di politici generalmente laici e, comunque, piuttosto scettici e diffidenti nei confronti delle ‘prediche’ – è costituita dal richiamo al valore del “diritto naturale” come fondamento dell’etica umana. “Contrariamente ad altre grandi religioni – ha affermato il Papa – il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio.” Già quest’affermazione – nel nostro contesto, distratto e teologicamente ignorante – avrebbe dovuto suscitare una certa impressione, visto che la maggioranza degli stessi credenti sono convinti che la base dell’ordinamento statale faccia capo esclusivamente alla Rivelazione e/o alla Tradizione, ma non certo alla Natura. Il Papa-teologo, al contrario, ci ha ricordato che la cultura giuridica occidentale è stata da molti secoli permeata da questo connubio tra fede e natura, ribadendo che: “ Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione.”. Eppure, ha aggiunto Benedetto XVI, sembrerebbe che i cattolici si “vergognino” quasi perfino di menzionare la dottrina del “diritto naturale”, come se fosse ormai fuori moda o, comunque, poco aderente alla cultura positivista e scientista che, dall’Illuminismo ad oggi, sembra diventata una sorta di ‘pensiero unico’. A tal proposito, un punto centrale del discorso del Papa mi è parso quando egli ha usato un’immagine molto efficace ed originale per stigmatizzarne i limiti: “La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.” Ecco: penso che bisognerebbe finalmente “spalancare le finestre” che l’arroganza di un razionalismo scientista ci ha fatto chiudere, nell’illusione che l’umanità sia ormai capace di “auto costruirsi” la propria realtà, facendo a meno non solo di Dio (che già qualcuno aveva dichiarato “morto”…) ma perfino dei fondamenti biologici naturali, ormai controllabili con le biotecnologie e l’ingegneria genetica. Tra gli applausi dei pur scettici Grünen – cui aveva riconosciuto il merito di aver saputo lanciare “un grido che non si può ignorare né accantonare”, rivendicando che “la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni” – il Papa ha poi sottolineato, con tutta la propria autorità etica e religiosa, che: “…l’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.” Credo che un’autentica “ecologia umana” – cui sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI si sono più volte richiamati – sia la strada giusta su cui incamminarci, se vogliamo davvero far pace con Dio e, al tempo stesso, con quel Creato che ne è la tangibile e straordinaria manifestazione. Alla saggezza universale e globale della Natura, infatti, non si può continuare a contrapporre la sapienza della sola razionalità umana, che in essa vede esclusivamente una materia da controllare e dominare, per sottoporla alle proprie esigenze, spesso assai poco nobili. Il movimento ecologista – in Italia ma anche nella stessa Germania dove si è ampiamente affermato – mi sembra che abbia perso da tempo la sua carica di rivoluzione etica, prima ancora che politica. Ha infatti smarrito la sua caratteristica di azione capace di sconvolgere le regole del cinismo antropocentrico, proprio per “spalancare le finestre” all’aria pura, che un preteso “sviluppo” di cemento ed asfalto ha dapprima inquinato e poi cercato di rinchiudere fuori dei nostri appartamenti dai vetri sigillati. Ecco perché penso che sia molto importante promuovere un nuovo ambientalismo, fondato su un’ecologia che non è meno ‘profonda’ solo perché è al tempo stesso “umana”. Un ambientalismo ispirato da valori alti e altri, rispettoso della biodiversità naturale come di quella culturale, e capace di permeare un nuovo modello di civiltà e di comunità. Ritengo allora che chi crede sia tenuto a meditare la profondità e la novità del messaggio lanciato dal Papa al Bundestag, ma anche che chi non crede non possa restare indifferente al richiamo ad un “diritto naturale”, cui la convivenza civile e lo stesso ‘progresso’ dovrebbero ispirarsi. E’ ora di smetterla di perseverare nell’arrogante pretesa di chi vuole illudersi – per usare ancora le parole del pontefice – che il nostro mondo “auto costruito” non attinga comunque alle preziose ed esauribili “risorse di Dio”, per cui decidiamoci a comportarci di conseguenza! La “madre Terra” e “frate Sole” hanno ancora tante cose da insegnarci e, rispettandone il valore e la centralità di chi li ha creati, non facciamo altro che rispettare la nostra dignità di uomini.
© 2011 Ermete Ferraro <!–

–>Non capita tutti i giorni che il Capo del Cattolicesimo faccia discorsi ufficiali nella patria del Protestantesimo, da un lato rivalutando il messaggio di Lutero e, dall’altro, esprimendo la propria comprensione per chi abbandoni la Chiesa, essendone stato scandalizzato. A me sembrano importanti “segni dei tempi”, dai quali risalta certamente il coraggio di chi sa fare una dolorosa autocritica, ma anche l’autorevolezza di chi non ha rinunciato a ricordare a chi ha potere che ad esso esiste un limite oggettivo ed invalicabile. Eppure – sebbene sia stato definito “coraggioso…fondamentale, non fondamentalista” dalla “Suddeutsche Zeintung” e “sorprendente….straordinario” dallo “Spiegel” – il discorso del Papa tedesco al Bundestag non sembra invece aver suscitato particolare impressione nel nostro distratto e provinciale Paese, dominato dagli scandali della politica e dalla politica degli scandali. Casomai – con un po’ d’italica piccineria – ci si è chiesti se nell’appello alla morale come guida della politica ci fossero per caso velate allusioni alla sciagurata situazione politica dell’Italia…La sostanza teologica ed etica del discorso di Benedetto XVI non mi pare che abbia impressionato i commentatori nostrani, piuttosto superficiali e tendenti a soffermarsi su particolari secondari anziché sulla sostanza dell’allocuzione papale. Ma che cosa ha detto di tanto importante al Parlamento tedesco l’autorevole ospite, autodefinitosi un “connazionale”, ma soprattutto il “Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per la cristianità cattolica” ? Io credo che la parte fondamentale del discorso del Pontefice – ovviamente rivestita della forma dotta richiesta ad un teologo che va a parlare ad un’assemblea di politici generalmente laici e, comunque, piuttosto scettici e diffidenti nei confronti delle ‘prediche’ – è costituita dal richiamo al valore del “diritto naturale” come fondamento dell’etica umana. “Contrariamente ad altre grandi religioni – ha affermato il Papa – il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio.” Già quest’affermazione – nel nostro contesto, distratto e teologicamente ignorante – avrebbe dovuto suscitare una certa impressione, visto che la maggioranza degli stessi credenti sono convinti che la base dell’ordinamento statale faccia capo esclusivamente alla Rivelazione e/o alla Tradizione, ma non certo alla Natura. Il Papa-teologo, al contrario, ci ha ricordato che la cultura giuridica occidentale è stata da molti secoli permeata da questo connubio tra fede e natura, ribadendo che: “ Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione.”. Eppure, ha aggiunto Benedetto XVI, sembrerebbe che i cattolici si “vergognino” quasi perfino di menzionare la dottrina del “diritto naturale”, come se fosse ormai fuori moda o, comunque, poco aderente alla cultura positivista e scientista che, dall’Illuminismo ad oggi, sembra diventata una sorta di ‘pensiero unico’. A tal proposito, un punto centrale del discorso del Papa mi è parso quando egli ha usato un’immagine molto efficace ed originale per stigmatizzarne i limiti: “La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.” Ecco: penso che bisognerebbe finalmente “spalancare le finestre” che l’arroganza di un razionalismo scientista ci ha fatto chiudere, nell’illusione che l’umanità sia ormai capace di “auto costruirsi” la propria realtà, facendo a meno non solo di Dio (che già qualcuno aveva dichiarato “morto”…) ma perfino dei fondamenti biologici naturali, ormai controllabili con le biotecnologie e l’ingegneria genetica. Tra gli applausi dei pur scettici Grünen – cui aveva riconosciuto il merito di aver saputo lanciare “un grido che non si può ignorare né accantonare”, rivendicando che “la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni” – il Papa ha poi sottolineato, con tutta la propria autorità etica e religiosa, che: “…l’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.” Credo che un’autentica “ecologia umana” – cui sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI si sono più volte richiamati – sia la strada giusta su cui incamminarci, se vogliamo davvero far pace con Dio e, al tempo stesso, con quel Creato che ne è la tangibile e straordinaria manifestazione. Alla saggezza universale e globale della Natura, infatti, non si può continuare a contrapporre la sapienza della sola razionalità umana, che in essa vede esclusivamente una materia da controllare e dominare, per sottoporla alle proprie esigenze, spesso assai poco nobili. Il movimento ecologista – in Italia ma anche nella stessa Germania dove si è ampiamente affermato – mi sembra che abbia perso da tempo la sua carica di rivoluzione etica, prima ancora che politica. Ha infatti smarrito la sua caratteristica di azione capace di sconvolgere le regole del cinismo antropocentrico, proprio per “spalancare le finestre” all’aria pura, che un preteso “sviluppo” di cemento ed asfalto ha dapprima inquinato e poi cercato di rinchiudere fuori dei nostri appartamenti dai vetri sigillati. Ecco perché penso che sia molto importante promuovere un nuovo ambientalismo, fondato su un’ecologia che non è meno ‘profonda’ solo perché è al tempo stesso “umana”. Un ambientalismo ispirato da valori alti e altri, rispettoso della biodiversità naturale come di quella culturale, e capace di permeare un nuovo modello di civiltà e di comunità. Ritengo allora che chi crede sia tenuto a meditare la profondità e la novità del messaggio lanciato dal Papa al Bundestag, ma anche che chi non crede non possa restare indifferente al richiamo ad un “diritto naturale”, cui la convivenza civile e lo stesso ‘progresso’ dovrebbero ispirarsi. E’ ora di smetterla di perseverare nell’arrogante pretesa di chi vuole illudersi – per usare ancora le parole del pontefice – che il nostro mondo “auto costruito” non attinga comunque alle preziose ed esauribili “risorse di Dio”, per cui decidiamoci a comportarci di conseguenza! La “madre Terra” e “frate Sole” hanno ancora tante cose da insegnarci e, rispettandone il valore e la centralità di chi li ha creati, non facciamo altro che rispettare la nostra dignità di uomini.
© 2011 Ermete Ferraro <!–

–>Non capita tutti i giorni che il Capo del Cattolicesimo faccia discorsi ufficiali nella patria del Protestantesimo, da un lato rivalutando il messaggio di Lutero e, dall’altro, esprimendo la propria comprensione per chi abbandoni la Chiesa, essendone stato scandalizzato. A me sembrano importanti “segni dei tempi”, dai quali risalta certamente il coraggio di chi sa fare una dolorosa autocritica, ma anche l’autorevolezza di chi non ha rinunciato a ricordare a chi ha potere che ad esso esiste un limite oggettivo ed invalicabile. Eppure – sebbene sia stato definito “coraggioso…fondamentale, non fondamentalista” dalla “Suddeutsche Zeintung” e “sorprendente….straordinario” dallo “Spiegel” – il discorso del Papa tedesco al Bundestag non sembra invece aver suscitato particolare impressione nel nostro distratto e provinciale Paese, dominato dagli scandali della politica e dalla politica degli scandali. Casomai – con un po’ d’italica piccineria – ci si è chiesti se nell’appello alla morale come guida della politica ci fossero per caso velate allusioni alla sciagurata situazione politica dell’Italia…La sostanza teologica ed etica del discorso di Benedetto XVI non mi pare che abbia impressionato i commentatori nostrani, piuttosto superficiali e tendenti a soffermarsi su particolari secondari anziché sulla sostanza dell’allocuzione papale. Ma che cosa ha detto di tanto importante al Parlamento tedesco l’autorevole ospite, autodefinitosi un “connazionale”, ma soprattutto il “Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per la cristianità cattolica” ? Io credo che la parte fondamentale del discorso del Pontefice – ovviamente rivestita della forma dotta richiesta ad un teologo che va a parlare ad un’assemblea di politici generalmente laici e, comunque, piuttosto scettici e diffidenti nei confronti delle ‘prediche’ – è costituita dal richiamo al valore del “diritto naturale” come fondamento dell’etica umana. “Contrariamente ad altre grandi religioni – ha affermato il Papa – il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio.” Già quest’affermazione – nel nostro contesto, distratto e teologicamente ignorante – avrebbe dovuto suscitare una certa impressione, visto che la maggioranza degli stessi credenti sono convinti che la base dell’ordinamento statale faccia capo esclusivamente alla Rivelazione e/o alla Tradizione, ma non certo alla Natura. Il Papa-teologo, al contrario, ci ha ricordato che la cultura giuridica occidentale è stata da molti secoli permeata da questo connubio tra fede e natura, ribadendo che: “ Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione.”. Eppure, ha aggiunto Benedetto XVI, sembrerebbe che i cattolici si “vergognino” quasi perfino di menzionare la dottrina del “diritto naturale”, come se fosse ormai fuori moda o, comunque, poco aderente alla cultura positivista e scientista che, dall’Illuminismo ad oggi, sembra diventata una sorta di ‘pensiero unico’. A tal proposito, un punto centrale del discorso del Papa mi è parso quando egli ha usato un’immagine molto efficace ed originale per stigmatizzarne i limiti: “La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.” Ecco: penso che bisognerebbe finalmente “spalancare le finestre” che l’arroganza di un razionalismo scientista ci ha fatto chiudere, nell’illusione che l’umanità sia ormai capace di “auto costruirsi” la propria realtà, facendo a meno non solo di Dio (che già qualcuno aveva dichiarato “morto”…) ma perfino dei fondamenti biologici naturali, ormai controllabili con le biotecnologie e l’ingegneria genetica. Tra gli applausi dei pur scettici Grünen – cui aveva riconosciuto il merito di aver saputo lanciare “un grido che non si può ignorare né accantonare”, rivendicando che “la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni” – il Papa ha poi sottolineato, con tutta la propria autorità etica e religiosa, che: “…l’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.” Credo che un’autentica “ecologia umana” – cui sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI si sono più volte richiamati – sia la strada giusta su cui incamminarci, se vogliamo davvero far pace con Dio e, al tempo stesso, con quel Creato che ne è la tangibile e straordinaria manifestazione. Alla saggezza universale e globale della Natura, infatti, non si può continuare a contrapporre la sapienza della sola razionalità umana, che in essa vede esclusivamente una materia da controllare e dominare, per sottoporla alle proprie esigenze, spesso assai poco nobili. Il movimento ecologista – in Italia ma anche nella stessa Germania dove si è ampiamente affermato – mi sembra che abbia perso da tempo la sua carica di rivoluzione etica, prima ancora che politica. Ha infatti smarrito la sua caratteristica di azione capace di sconvolgere le regole del cinismo antropocentrico, proprio per “spalancare le finestre” all’aria pura, che un preteso “sviluppo” di cemento ed asfalto ha dapprima inquinato e poi cercato di rinchiudere fuori dei nostri appartamenti dai vetri sigillati. Ecco perché penso che sia molto importante promuovere un nuovo ambientalismo, fondato su un’ecologia che non è meno ‘profonda’ solo perché è al tempo stesso “umana”. Un ambientalismo ispirato da valori alti e altri, rispettoso della biodiversità naturale come di quella culturale, e capace di permeare un nuovo modello di civiltà e di comunità. Ritengo allora che chi crede sia tenuto a meditare la profondità e la novità del messaggio lanciato dal Papa al Bundestag, ma anche che chi non crede non possa restare indifferente al richiamo ad un “diritto naturale”, cui la convivenza civile e lo stesso ‘progresso’ dovrebbero ispirarsi. E’ ora di smetterla di perseverare nell’arrogante pretesa di chi vuole illudersi – per usare ancora le parole del pontefice – che il nostro mondo “auto costruito” non attinga comunque alle preziose ed esauribili “risorse di Dio”, per cui decidiamoci a comportarci di conseguenza! La “madre Terra” e “frate Sole” hanno ancora tante cose da insegnarci e, rispettandone il valore e la centralità di chi li ha creati, non facciamo altro che rispettare la nostra dignità di uomini.
© 2011 Ermete Ferraro

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PALAZZO FUGA…DALLE RESPONSABILITA’

Una facciata lunga 354 metri ed alta 46; 103.000 mq di superficie utile; 430 stanze su quattro livelli, la più grande delle quali misura 8 metri in altezza: questo è Palazzo Fuga, il più grande edificio monumentale d’Europa. Frutto della genialità innovativa quanto megalomane del sovrano borbonico più illuminato, Carlo III, secondo il progetto originario dell’arch. Ferdinando Fuga (1751) avrebbe dovuto estendersi su una superficie ancor più vasta, con un prospetto di 600 metri di lunghezza e una larghezza di 135 metri. Avrebbe dovuto comprendere, inoltre, cinque grossi cortili ed in quello centrale era prevista un’imponente chiesa con pianta radiale a sei bracci. Ideato per ospitare ben 8.000 derelitti di tutto il Regno (sulla facciata campeggia ancora la scritta latina: REGIVM TOTIVS REGNI PAVPERVM HOSPICIVM ) quest’opera colossale fu ed è rimasta nei secoli, un grandioso “Albergo del Poveri”. Con questo nome, peraltro, Palazzo Fuga è più conosciuto, oltre che con quello popolare (vagamente turco-napoletano) di “Serraglio”. In questi 350 anni, infatti, sono passati diverse migliaia di ‘ospiti’ in questa megastruttura borbonica: mendicanti, vagabondi e soggetti senza fissa dimora ed occupazione stabile. Questa partenopea Corte dei Miracoli – suddivisa in quattro categorie: uomini, donne, ragazzi e ragazze – nell’ultimo secolo ha ospitato un po’ di tutto: dagli scugnizzi rinchiusi nel riformatorio ai malati di mente, dai sordomuti ai giovani poveri iscritti alla scuola di musica. Tra gli ultime residenti in questo popolare ‘ospizio’ c’erano anche parecchie vecchiette abbandonate, alcune delle quali vi rimasero sepolte quando un’ala dell’edificio crollò miseramente, in seguito al terremoto del 1980.
Mi è capitato di leggere, in questi giorni, un allarmante articolo sulle condizioni statiche di Palazzo Fuga, il cui ripristino – a quasi trent’anni dal sisma – è ancora ben lontano dall’essere stato attuato. Anni di progettazione, decine di consulenti di livello internazionale, tanti progetti di “restyling” e di “restauro critico”, un’infinità d’ipotesi di destinazione di quella vera e propria cittadella vasta 10 ettari: tutto per che cosa? E’ vero che dal progetto di Fuga all’interruzione definitiva dei lavori di realizzazione di questo maestoso edificio trascorsero 68 anni. Però non mi sembra poi tantissimo tempo, visto che un trentennio ed ingenti risorse finanziarie già stanziate hanno sortito finora risultati limitati e precari. Certo, oggi chi passa per piazza Carlo III può vedere la lunghissima facciata del Real Albergo del Poveri in tutto il suo splendore. Il guaio è che dietro le finestre scure che occhieggiano su quella distesa chiara c’è in buona parte ancora il vuoto, riempito da grovigli d’impalcature, puntelli provvisori e precari supporti. Basta che le piogge o una scossa tellurica li sollecitino troppo – sottolineano i tecnici – ed i solai cederanno, trascinandosi nel crollo le mura perimetrali di questo sconcertante “castello di carte”. Oggi, in nome del Forum delle Culture che Napoli ospiterà nel 2013, questo grido d’allarme pare sia stato preso più sul serio e, ancora una volta, l’Amministrazione in carica promette d’investire somme importanti nel recupero di questo storico monumento, per impedirne il degrado. Proprio in questi giorni, fra l’altro, si è svolto a Napoli un convegno nazionali di bioarchitettura, incentrato sul possibile restauro “ecosostenibile” del prezioso edificio. Sta di fatto, però, che nella nostra martoriata Città bisognerebbe smetterla di evocare fantasiosi “regni del possibile”, per cominciare finalmente a realizzare “le possibilità del regno”, cioè una gestione attenta alle vere priorità ed esigenze della collettività, a partire dalla quotidianità dell’ordinario. Il guaio è che, al contrario, di chiacchiere se ne sono fatte fin troppe, mentre lo stesso ingegnere Andrea Esposito – responsabile del progetto di recupero di Palazzo Fuga – ha dichiarato che finora si sono realizzati solo interventi occasionali di rattoppo, mentre pessime sono le condizioni della manutenzione, col già paventato rischio di crollo dell’imponente struttura borbonica. Nello scorso luglio essa era stata inserita dalla Regione Campania, con almeno due anni di ritardo, nel progetto “Centro storico di Napoli”, destinando al suo restauro 20 milioni di euro, dei 100 complessivamente disponibili. Bene! Eppure se il pensiero corre ai 17 milioni che il Comune di Napoli – attraverso Bagnolifutura SpA che esso detiene al 90% – ha deciso di spendere per ospitare in un’area del tutto inappropriata un pretenzioso e gonfiato evento velico che durerà solo 9 giorni, replicando la spesa fra un anno, beh, ammetterete che c’è da incavolarsi di brutto! Ma come: il Sindaco del rinnovamento, della discontinuità rispetto all’era bassoliniana e della gestione alternativa ed ecocompatibile del territorio non trova niente di meglio da finanziare con i soldi dei Napoletani del baraccone mediatico che gira intorno alle gare della America’s Cup ? E, per di più, lo decide e lo impone con una logica verticistica, contraddicendo il piano di autentico risanamento ambientale di un’area, quella di Bagnoli, che lobbies trasversali hanno deciso da anni di trasformare in ciò che qualcuno ha definito “la madre di tutte le speculazioni” ? Consiglio a tutti – in particolare a coloro che, come me e tanti altri, hanno deciso di sostenere l’elezione a sindaco di de Magistris – di andarsi a rileggere, adesso, il suo programma elettorale. Chi ha creduto che “Napoli è tua” potesse essere lo slogan di un rinnovamento dal basso, ecologista pacifico e solidale, cercherà invano in quelle dichiarazioni programmatiche le attuali priorità di chi ci amministra ormai da qualche mese. Spendere 34 milioni di euro (17 per due tornate) per fare e disfare opere di non indifferente impatto ambientale in un’area inquinata da bonificare, per realizzare meno di 20 giorni di manifestazioni collaterali alla “Vuitton Cup” , nel mentre pare che bisogna rallegrarsi se si riesce ad ottenere dalla Regione 20 milioni per recuperare e sottrarre al degrado, se non al crollo, il bisecolare edificio più grande d’Europa, non mi sembra tollerabile! Quando la finiremo con la celebrazione di “grandi eventi” che assomigliano piuttosto a dei grandi “venti”, vani ma capaci di disperdere montagne di denaro pubblico per arricchire i soliti noti? Quando si riuscirà a rendere Napoli una città meno “a-normale”, che campa solo sulle emergenze e che da decenni non conosce un’amministrazione che sappia ascoltare i cittadini e rispondere alle loro necessità d’ogni giorno? “Coppe”, “Forum” ed altri altisonanti eventi dello stesso genere assomigliano troppo alla maestosa facciata restaurata di Palazzo Fuga, dietro la quale però regna il vuoto. O, peggio, dove continua ad affannarsi un’insaziabile torma di speculatori, faccendieri e politicanti, con le loro rispettive “corti dei miracoli”…. Facciamo sentire la nostra voce a chi aveva promesso di ascoltarla e diamoci da fare per evitare che, con la vuota facciata delle apparenze spagnolesche che ci ha troppo a lungo contraddistinto, crolli anche la speranza per un futuro diverso della nostra città.
© 2011 Ermete Ferraro (http://ermeteferraro.splinder.com

palazzo Fuga – Napoli