PER LA NOSTRA TERRA, GIORNO DOPO GIORNO.

In occasione della Giornata Mondiale della Terra (22 aprile 2012), si sono moltiplicate le iniziative per fare il punto sull’impatto della nostra distruttiva impronta ecologica sul Pianeta azzurro e per proporre azioni concrete per invertire la rotta. Quest’anno la parola d’ordine è stata: “Mobilitiamo il Pianeta”, per sottolineare sia l’urgenza di questa “conversione ecologica” sia la necessità di coinvolgere al massimo la gente qualunque e di qualsiasi paese in tale ‘mobilitazione’ generale.

Persone che, giustamente, sono arcistufe di costosi ed inconcludenti summit e, più in generale, delle solite passerelle internazionali, che lasciano il tempo che trovano o, peggio, fanno trasparire l’impegno puramente formale dei governi. Al contrario – sottolinea il sito web italiano per l’Earth Day (http://www.giornatamondialedellaterra.it/terra/?p=2542 ) – “…il popolo ambientalista … si sta decisamente orientando verso una sensibilità diffusa, quotidiana e costante” e sempre più persone (si parla di un miliardo…) manifestano l’intenzione di darsi da fare per proteggere la Terra, attraverso tantissime buone azioni dirette oltre che con la pressione democratica su organizzazioni e governi che continuano ad andare nella direzione sbagliata.

La cosa più stupida da dire – ma che troppo spesso sentiamo ripetere proprio da quelli che dovrebbero richiamarci alla responsabilità – è che sarebbe la crisi economica, con la sua impronta recessiva, ad imporci priorità diverse, che pongono ovviamente in secondo piano la questione ambientale. Si tratta di un’affermazione, al tempo stesso, sciocca e maledettamente ipocrita, dal momento che la crisi economica mondiale e locale, frutto d’un modello di sviluppo iniquo quanto devastante, non si cura certo con una sempre maggiore mercificazione di ogni risorsa né attenendosi alle compatibilità di un sistema capitalista sempre più alla deriva.

In un mio precedente articolo, intitolato provocatoriamente “Un ambientalismo senza l’ambiente?” (https://ermeteferraro.wordpress.com/2012/04/01/un-ambientalismo-senza-lambiente/) mi sono già soffermato sull’assurdità di chi, pur ammettendo candidamente l’impatto umano come causa della preoccupante e progressiva modificazione degli ecosistemi terrestri, è giunto ad ipotizzare il superamento del concetto stesso di Natura come un romantico retaggio da sostituire con un rinnovato, fideistico, antropocentrismo. La teoria dell’Antropocene come nuova era geologica è, infatti, un’evidente mistificazione della triste realtà che, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti e che ci porterebbe semmai a qualificare la nostra specie con la denominazione di “Homo Insipiens”.

Lo stesso insinuante e ricorrente appello allo “sviluppo sostenibile” ed al rilancio della “green economy” – se decontestualizzato e strumentalizzato – diventa l’ennesima mistificazione della Neolingua corrente. La verità – al di fuori degli arzigogoli retorici di chi parla per ossimori per confonderci le idee – è che la stessa parola sviluppo è stata per troppo tempo manipolata e ridotta erroneamente a sinonimo di crescita o di progresso, connotandola come un processo illimitato, rettilineo  ed a senso unico. Al contrario, proprio in base alla sua stessa etimologia, sviluppare si caratterizza come un’azione a spirale, che libera i soggetti da ciò che li ‘avviluppa’ (cioè li lega, bloccandone la capacità di esprimersi liberamente), facendone così emergere le capacità e valorizzandone le potenzialità.

Non a caso, chi parla di decrescita, come il gruppo italiano che ha promosso la mobilitazione per la Giornata della Terra (http://www.decrescita.com/) vuole richiamarci all’esigenza ed all’urgenza d’invertire il senso della nostra trionfalistica marcia verso la sottomissione totale dell’ambiente terrestre non tanto alle esigenze della specie umana, quanto di una ridotta percentuale di esso (non più del 20%) che vuole controllarne le risorse a danno del restante 80% dell’umanità, oltre che dei già compromessi equilibri ecologici.

Il mio amico e maestro – Antonio D’Acunto – ha dedicato a questa particolare giornata un bellissimo articolo, pubblicato come editoriale sul sito web di V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), l’associazione nella quale insieme c’impegniamo da parecchi anni, a Napoli e in Campania (http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali). In questo intervento – impregnato d’una poeticità eccezionale ed improntato ad un laico rispetto per i ‘doni’ della Natura – egli, saggiamente, richiama tutti alla “superiore necessità d’invertire il futuro dell’Umanità, verso il Pianeta della Biodiversità”. Ma attenzione: non si tratta di un appello a cercare un fantascientifico pianeta su cui trasferirci. Al contrario, è un accorato invito a riscoprire l’eccezionale bellezza della nostra vecchia Terra, in tutti gli aspetti che l’urbanizzazione selvaggia sembra aver cancellato dalla nostra sensibilità e perfino dalla nostra percezione sensoriale. La luce di un tramonto, il richiamo stridente delle rondini, perfino gli spaventapasseri nei campi di grano, sono diventati ormai lontani ricordi per chi ha una certa età ed esperienze sconosciute per i ragazzi cresciuti a smart-phone, i-pod e merendine. La stessa vita quotidiana in città è sempre più avvolta da una grigia coltre di cemento asfalto e plastica, per cui si deve far ricorso ad apposite ‘visite didattiche’ per ricordare ai nostri figli che la natura non è il cane di casa ed il prato di erba sintetica del campetto dove giocano a pallone.

“Nelle città tutto si fa per cancellare la Biodiversità; la naturalità naturalmente non esiste ed ogni possibilità di rinaturalizzazione viene immediatamente elusa: i parchi, i giardini, gli stessi viali ed alberature di strade diventano sempre più rari e quei pochi che vi sono, piccoli o grandi che siano, vengono resi sempre più inospitali o anche mortali per ogni forma di vita diversa dall’Uomo. […]Tutto ciò che distrugge la biodiversità è presente e ritenuto frequentemente “fattore di crescita” nel nostro Paese.” (ivi).

In queste parole di Antonio D’Acunto mi sembra di risentire gli echi della malinconia agrodolce di cui erano pervase, già 40 anni fa, le pagine del “Marcovaldo” d’Italo Calvino, una nota raccolta di novelle non a caso sottotitolata “le stagioni della città”, dalla quale ho tratto questa citazione:

“Papà” dissero i bambini, “le mucche sono come i tram? Fanno le fermate? Dov’è il capolinea delle mucche?” “Niente a che fare coi tram” spiegò Marcovaldo, “vanno in montagna.” “Si mettono gli sci?” chiese Pietruccio. “Vanno al pascolo a mangiare l’erba.” “E non gli fanno la multa se sciupano i prati?”

L’articolo di D’Acunto è un entusiastico inno alla biodiversità che gli esseri umani, invece, stanno stoltamente cercando da decenni di cancellare. Lo fanno appiattendo e semplificando la complessità biologica naturale o sostituendosi alla stessa natura nella ‘creazione’ di nuove specie vegetali ed animali, ma sempre con la presuntuosa ybris  di chi, come l’omino della pubblicità della banca, ha deciso di costruire l’ambiente intorno a sé, a proprio uso e consumo.

“C’era una volta un litorale, una duna meravigliosa…”: è questo l’elegiaco ricordo di qualcosa che gli uomini stanno facendo scomparire a poco a poco, convinti che la loro missione è la colonizzazione ed urbanizzazione di ogni residuo spazio naturale “…spianando, livellando, igienizzando e confortizzando gli.”inospitali” spazi della macchia che la Natura aveva costruito…”. (ivi)

E’ per questa ragione che celebrare la “Giornata della Terra” è sicuramente cosa buona e giusta, ma ancor di più lo sarebbe un impegno continuativo, assiduo e costruttivo, per difendere davvero il nostro Pianeta da quest’incalzante minaccia alla sua stessa sopravvivenza. Non si tratta di essere i soliti, apocalittici, ‘profeti di sventura’. Se non si cambia rotta – ciascuno in prima persona e tutti insieme per costringere chi ci governa – non ci aspetta il trionfo dell’Antropocene, ma il disastro annunciato dell’Ecuméne.

Bisogna stare attenti, però, a non puntare solo sulla responsabilità dei singoli o, in alternativa, su quella esclusiva di chi ha il potere di decidere per tutti. L’ambientalismo minimalista dei soli ‘piccoli gesti’ può risultare negativo quanto quello che combatte solo le “strutture”, offrendo comodi alibi alle nostre scelte quotidiane che invece avallano il ‘sistema’. C’è bisogno di protagonismo individuale e familiare, in materia ambientale, ma anche di coinvolgimento dei corpi intermedi delle società, cioè le comunità locali, i gruppi organizzati, le organizzazioni.  Non a caso, in altri tempi, persone come me hanno sostenuto la necessità che un soggetto politico ecologista praticasse necessariamente anche un’autentica ecologia della politica. Purtroppo, come sappiamo, è prevalsa la stridente sfasatura tra prospettive e presente, tra teoria e prassi, e siamo tristemente giunti al punto in cui la teoria è del tutto scomparsa, lasciando campo libero al pragmatismo utilitarista e spregiudicato.

Ecco, allora, che intanto – nel silenzio assordante dei media – nella sola Africa ben 60 milioni di ettari di terra coltivabile sono già stati accaparrati da investitori stranieri. Ed è proprio in Africa ed in America del Sud che si trovano, in base ad una stima, l’80% delle risorse mondiali di terreni agricoli. Secondo la “International Land Coalition” , sarebbero addirittura 200 i milioni gli ettari di terra coltivabile che sono stati resi oggetto di negoziazione, per la loro vendita o affitto, per finalità agricole o bioenergetiche. Questi dati, tratti dal numero di febbraio 2012 del mensile missionario “Comboni-Fem” sul triste fenomeno del “land grabbing” (vedi: http://www.combonifem.it/articolo.aspx?t=M&a=4709#), sono però assai poco conosciuti e dimostrano la colpevole disattenzione di tanti organi informativi, anche ‘progressisti’, su queste tematiche.

Il fatto è che, prescindendo dalla coscienza ambientalista laica di alcuni individui come D’Acunto, c’è sempre più bisogno di un’etica della responsabilità ambientale da parte dei credenti.  Il nostro positivismo razionalista – come ha dichiarato Benedetto XVI nel suo discorso dello scorso dicembre al Bundestag tedesco – “assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. […] Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra, ed imparare ad usare tutto questo nel modo giusto”. (cit. in mio post di dicembre 2011: https://ermeteferraro.wordpress.com/2011/12/26/edifici-in-cemento-ma-senza-finestre/ .  Ecco, spalanchiamo le finestre e riscopriamo la bellezza e la perfezione di un pianeta di cui dovremmo essere solo attenti amministratori e custodi, non sprezzanti padroni. E facciamolo in modo che questa ‘giornata della Terra’ duri molto più di una giornata…

© Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )

 

UNA GIUNTA IN GABBIA

Chi, come me, ha partecipato all’incontro pubblico su “Edenlandia e Zoo” – tenuto il 20 dicembre scorso  nella sala multimediale del Consiglio Comunale di Napoli – si è trovato a vivere un’esperienza al tempo stesso frustrante ed irritante.  L’affollata assemblea era stata convocata da diversi comitati di base, che da tempo si stanno mobilitando per evitare che il decretato fallimento della società che gestiva sia “Edenlandia” sia il giardino zoologico di Napoli si trasformi nell’assurda e spregiudicata privatizzazione di una delle poche aree della città con un’indubbia vocazione ambientale. Per quanto mi riguarda, per la terza volta mi sono trovato in quella sala comunale con la sgradevole sensazione di chi cerca di dialogare con un interlocutore latitante. Un soggetto che dovrebbe essere un naturale punto di riferimento istituzionale ma che, viceversa, si nega ad un vero confronto, trincerandosi dietro argomentazioni aridamente burocratiche.

Era già successo in occasione  dell’assemblea ecopacifista sull’inadempienza dell’amministrazione comunale in materia di informazione alla cittadinanza sul porto nucleare di Napoli. La seconda circostanza era dovuta alla preoccupante sordità della Giunta de Magistris alle legittime preoccupazioni espresse dai movimenti ambientalisti sul progetto di preregate dell’America’s Cup in una Bagnoli ancora tutta da risanare dai suoi veleni. La terza è, ora, la grottesca vicenda di un Comune che, essendo titolare per il 75% d’una società per azioni creata per gestire in modo ‘produttivo’ un’importante area pubblica a verde, di fronte al fallimento del suo precedente affidamento ai privati, non sa ipotizzare niente di meglio di una nuova gara internazionale di appalto. Tutto questo, ancora una volta, con scarsa trasparenza delle procedure ed in totale dispregio non solo della sbandierata “progettazione partecipata”, ma perfino di un elementare rispetto del decentramento amministrativo e delle aspettative della comunità locale. La ‘rivoluzione arancione’ del neo-sindaco de Magistris era riuscita a scuotere la stanca e delusa opinione pubblica napoletana ricorrendo a parole d’ordine programmatiche come “trasparenza subito”, “democrazia è partecipazione”, “beni comuni”, “sviluppo locale”, ecc. (vedi su: www.sindacopernapoli.it ). Eppure sono bastati pochi mesi dalla sua indiscutibile affermazione elettorale perché i suoi stessi sostenitori avvertissero in bocca l’amaro della delusione e del disincanto.  A onor del vero, il protagonismo e l’impostazione di de Magistris, al tempo stesso decisionista e populista, lasciavano intuire che molto di quell’alone alternativo era probabilmente destinato a ridimensionarsi, a contatto con la dura realtà di un’amministrazione disastrata come quella napoletana. Però la mutazione genetica della sua ‘orange revolution’  è stata talmente fulminea che non pochi dei suoi stessi supporters stanno cominciando seriamente a preoccuparsi e, in parecchi casi, a prendere le distanze da alcune scelte assolutamente non condivisibili.

L’episodio della brutale dismissione di Edenlandia e Zoo – ufficialmente decretata dal giudice fallimentare – è l’ultima dimostrazione della preoccupante virata dell’attuale Amministrazione. Una giunta che, nata col marchio dell’alternativa, sembra aver rinunciato al confronto con la sua stessa base, preferendo inseguire la deprecata logica bassoliniana dei grandi eventi e degli appalti.  Lo stesso imbarazzante intervento nel corso dell’assemblea di due importanti assessori come Realfonzo (bilancio) ed Esposito (attività produttive) è suonato falso. E’ apparso la palese dimostrazione dell’atteggiamento di sufficienza e scarsa disponibilità all’ascolto da parte di un’amministrazione che ormai decide priorità programmatiche e modalità d’intervento nel chiuso della sala-giunta, lasciando nello sconcerto quelli che hanno dato credito a chi prometteva “aria nuova” in Comune, lanciando pesanti moniti ai soliti “prenditori”. L’unica cosa che la giunta de Magistris può fare – ha freddamente argomentato un burocratico Realfonzo – è porre alcuni ‘paletti’ ai futuri gestori dell’area, cercando di conciliare una non meglio precisata “riqualificazione dell’area” con la conservazione dei posti di lavoro che vengono meno con la chiusura delle due strutture. La verità – ha giustamente sottolineato l’autore di uno dei pochi articoli dedicati a quest’assurda vicenda – è che l’unica cosa che sembra stare a cuore all’attuale Amministrazione è la salvaguardia del contratto di locazione dell’area.(http://www.napolimonitor.it/2011/12/21/9867/edenlandia-e-zoo-il-privato-che-avanza.html).

Il fatto è che si avverte negli interventi dei due assessori un’assai minore preoccupazione per il destino dei lavoratori in cassa integrazione, ma sembra che resti del tutto fuori dai loro interessi la sorte di un’area verde di straordinario interesse e quella dei poveri animali ingabbiati di uno zoo sul punto di essere brutalmente sfrattato. Eppure è evidente che mettere a gara l’affidamento dell’intero complesso, sperando che qualche multinazionale del “leisure” s’illuda di trarne un business milionario, vuol dire privatizzare brutalmente e senza credibili garanzie un’ampia zona, gravata peraltro da vari vincoli ambientali ed archeologici. Significa soprattutto liquidare nel modo peggiore – dopo prolungata agonia – l’infelice esperienza di un giardino zoologico che ambientalisti come me avevano contestato fin dagli anni ’80, ma dalla quale molti visitatori meno eco-sensibili uscivano con la sgradevole sensazione di una struttura anacronistica e sostanzialmente triste. L’imbarazzo, peraltro, sembra attraversare anche le file degli inascoltati interlocutori della Giunta. Pur proponendo un percorso diverso dal bando ed avanzando interessante ipotesi di attività alternative a quelle vagamente “disneyane” che sembrano ispirare l’Amministrazione de Magistris, la “base” eco-sociale dell’assemblea non è finora riuscita a partorire una posizione davvero unitaria. Sono stati avanzati progetti un po’ minimalisti (la ‘fattoria didattica’, uno spazio affidato al commercio equo e solidale…) e perfino reboanti proposte imprenditoriali per attingere ai fondi comunitari per finanziare lo sviluppo dell’intero “distretto culturale” Fuorigrotta-Bagnoli. Eppure sembra che il problema del destino dei tanti animali dello Zoo napoletano rimanga un’appendice della vertenza della decina di lavoratori cassintegrati oppure la mera questione di assicurare spazi un po’ più ampi ed aperti a quelle povere bestie.

Nel mio intervento – a nome dell’associazione VAS – ho ribadito che, come ambientalisti, non siamo assolutamente d’accordo con qualsiasi ipotesi che preveda la prosecuzione dell’apertura al pubblico del giardino zoologico di Napoli. La sproporzione assoluta tra le entrate derivante dai biglietti d’ingresso (circa 3 mila euro) e le spese di mantenimento minimale della struttura (almeno 50.000 euro) è, d’altra parte, la dimostrazione che nessuno zoo è in grado di autogestirsi. La dipendenza a carico del parco- divertimenti già non era sostenibile e lo sarà ancor meno per un nuovo soggetto privato, a meno che non sia talmente folle da investire i propri soldi in un’operazione ‘a perdere’.  Senza una reale conoscenza del contenuto e delle clausole del bando di gara prossimo venturo, allora, bisogna assumere delle posizioni non equivoche. Il rispetto per la vita e la dignità degli animali intrappolati nello zoo partenopeo – umano prima ancora che animalista – esige che si assumano decisioni che ne garantiscano la tutela da ogni operazione speculativa. Ciò significa chiudere definitivamente la struttura, ma anche impedire che le smanie speculative di chi vuol mettere le mani su quell’area della città comportino una brusca ed indiscriminata deportazione degli animali attualmente presenti. La nostra associazione si è espressa molto chiaramente in proposito ed un articolo del nostro referente per il mondo animale, il dott. Michele Di Gerio, è stato recentemente pubblicato come editoriale sul sito nazionale di VAS. In esso, tra l’altro, si legge che: “…segregare gli animali in luoghi angusti, costringendoli a sopportare temperature diverse da quelle fisiologiche, farli nascere al di fuori dei loro ambienti naturali rappresenta la violenza verso uno stato biologico del quale l’animale è portatore. Molto spesso gli animali rinchiusi negli Zoo smarriscono definitivamente la propria indole naturale sostituendola con uno stato di abbattimento, torpore e paura, manifestando spesso atteggiamenti diversi da quelli della loro natura; infatti, ho visto orsi impauriti e struzzi bloccati sulle loro zampe. Perciò, ritengo molto importante evidenziare che il quadro rappresentato dagli animali degli Zoo distorce completamente le reali espressioni della natura per cui non è da considerarsi né un modello scientifico, né un esempio pedagogico.”  (http://www.vasonlus.it/per-la-stampa/gli-editoriali).

E’ per questo motivo che continueremo a batterci, con gli altri esponenti del mondo ecologista ed animalista, perché l’ennesima crisi dello zoo napoletano non sia lo squallido pretesto per disfarsene sbrigativamente, svendendo ai privati quell’area, pubblica e vincolata, a fini speculativi.  Trattandosi indiscutibilmente di un “bene comune”, un’operazione del genere, così come il mancato ascolto delle istanze e proposte della cittadinanza e delle associazioni, sarebbe indice di totale contraddizione con le promesse di trasparenza e di partecipazione popolare che hanno convinto tanti napoletani a votare l’attuale Sindaco, per voltare finalmente pagina. Su una cosa, però, noi di VAS siamo d’accordo con tanti altri interventi. Non si tratta di affrontare singole vertenze su specifici ambiti: la bonifica di Bagnoli, l’utilità di eventi spettacolar- commerciali come l’America’s Cup, la salvaguardia dell’area ancora a verde del complesso della Mostra d’Oltremare oppure i piani di recupero di quella occupata ancora per poco dall’ex-comando NATO. Il vero problema è la preoccupante assenza di una proposta complessiva ed organica dell’amministrazione comunale sull’intera area occidentale della città, che non può essere sostituito da generici appelli alla sua “riqualificazione”. E’ questa, infatti, una parola che evoca significati diversi, se non opposti, se a pronunciarla è un danaroso imprenditore straniero oppure forze culturali e sociali che perseguono un modello alternativo di sviluppo, più equo, solidale ed ecosostenibile.  Da una giunta che si è qualificata come il nuovo che avanza ci aspettiamo meno chiacchiere imbarazzate e più fatti. Meno cortine fumogene burocratiche e più trasparenza ed apertura. Meno discorsi da ‘governo tecnico’ e più proposte coerenti col programma per cui è arrivata al governo della città.  Del resto, da animalisti, vogliamo che a liberarsi dalle gabbie non siano solo gli animali dello zoo, ma anche chi ci amministra.

© 2011 Ermete Ferraro

ECOPACIFISMO: VISIONE E MISSIONE

di Ermete Ferraro (Referente Naz. VAS per l’Ecopacifismo)

1. Quale ecopacifismo ?

In occasione della IV Festa VAS della Biodiversità , nel 2004, fu pubblicato un mio articolo proprio con questo titolo. In quell’occasione, partendo dalla ricognizione sul significato dei concetti-base (ecologia, ecologismo, conservazionismo, ambientalismo, irenismo, antimilitarismo, pacifismo e nonviolenza), avanzavo poi la proposta di ciò che ritenevo un autentico ecopacifismo.
Anche se quindici anni d’impegno in VAS mi hanno offerto l’opportunità di fare qualcosa di concreto per l’attuazione del sano connubio tra ecologismo e pacifismo cui mi riferivo, devo onestamente riconoscere che il bilancio complessivo dei sette anni trascorsi da quell’articolo, per quanto concerne il nostro Paese, mi sembra tutt’altro che soddisfacente. Basta fare una veloce ricerca su Internet , infatti, per riscontrare la quasi totale assenza di questa proposta sullo scenario politico italiano ed internazionale. Qualche analisi e qualche esperienza organizzativa in tal senso, semmai, è riscontrabile nel mondo ispanico, dove di “ecopacifismo” si discute ancora, riconoscendogli un ruolo più chiaro nell’ambito del più complessivo movimento ecologista, verde, anticapitalista e terzomondista.
Ritengo che la carenza di un pensiero, ma ancor più di un’azione, specificamente “ecopacifista” sia frutto d’una concezione statica e sempre più pragmatica della politica, in cui le stesse ideologie ‘classiche’ hanno da tempo perso ogni capacità di attrarre e di aggregare, rimpiazzate da un movimentismo confuso e privo di prospettive, se non da correnti manifestamente antipolitiche. Lo stesso movimento pacifista d’impronta nonviolenta ha sempre stentato ad affermarsi in un panorama politico dove le uniche coordinate restavano quelle tradizionali (destra-centro-sinistra), pur essendo superate, nei fatti, dalla realtà di un quadro politico sempre meno ideologico. Una vera novità nel panorama di quest’ultimo trentennio è stato il movimento ecologista e verde, ma il suo incanalarsi nelle strettoie del partitismo e del leaderismo, ed il prevalere della tattica sulla strategia laddove esso è diventato elemento di governo, ne hanno eroso la capacità d’incidere davvero e di diventare una vera alternativa. Le organizzazioni di matrice antimilitarista e pacifista, da parte loro, in questi anni si sono ulteriormente frammentate di fronte all’incalzare di conflitti armati e di strategie geopolitiche sempre più aggressivamente militariste, cui non hanno avuto la forza di contrapporre non solo i tradizionali “signornò’, bensì una difesa alternativa, civile e nonviolenta.
Eppure questo trentennio ci ha offerto un quadro, desolante ma fin troppo chiaro, della fondatezza della proposta ecopacifista e della sua valenza non solo come netta opposizione al complesso militar-industriale ed ai suoi velenosi frutti in campo economico, politico e bellico, ma anche come possibile laboratorio di un gandhiano “programma costruttivo”.
I tragici avvenimenti di questi anni ci hanno dimostrato, infatti, che il disastro ambientale e la persistenza e diffusione delle guerre sono strettamente connesse tra loro. Le politiche di consumo e di produzione degli stati e quelle relative alla c.d. ‘sicurezza nazionale’ sono ormai talmente collegate da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta. Ciò premesso, diventa ancor più inspiegabile la banalizzazione e frammentazione del movimento ambientalista e la sua mancata alleanza con quello pacifista, contro la guerra e per il disarmo e la smilitarizzazione del territorio.
Non ha quindi senso, ad esempio, perseguire un’astratta eco-sostenibilità dell’economia, se essa continua ad essere assoggettata alla logica d’un capitalismo globalizzato e pervasivo, che ricorre sempre più spesso alla strategia bellica quando l’aggressione ‘pacifica’ e neocolonialista del mercato non basta più.
Allo stesso modo, mi sembra evidente che non basta manifestare contro guerre ed invasioni armate se non ci si sa opporre anche ad un modello di sviluppo predatorio, nemico della natura e dei suoi equilibri almeno quanto lo è della giustizia e della pace. Sarebbe una vera follia pensare che – come sottolinea uno studioso catalano – ci si possa opporre ad un’aggressione militare o a dittature pensando che ciò non abbia a che fare con la battaglia per modelli più sostenibili di energia oppure con un’agricoltura non più dominata dalle monoculture e dall’accentramento delle risorse alimentari del nostro pianeta.
Ecco perché, già sette anni fa, avevo proposto l’ecopacifismo come “…l’anello di congiunzione tra le lotte per l’ambiente e quelle per la pace, a partire dalla consapevolezza che […] entrambi si alimentano di una scelta etica, fondata sul rifiuto della violenza e del dominio come forze necessarie per il cambiamento e lo sviluppo”. La “triade” ambiente/sviluppo/attività militari – di cui aveva parlato Johan Galtung già negli anni ’80 – avrebbe richiesto una strategia unitaria ed una saldatura organizzativa, in modo da contrapporre al modello violento di economia e di società uno sviluppo equo, ecocompatibile e nonviolento.
Nel mio saggio, a tal proposito, ricordavo alcune interessanti impostazioni ed esperienze del movimento verde che lasciavano presagire una sensibilità in tal senso. Anche alcune serie proposte di “ecologia sociale”, diffuse in ambito europeo ed anche italiano , avrebbero lasciato sperare nel rilancio dell’opzione ecopacifista. Un’altra corrente di pensiero che avrebbe potuto alimentarne lo studio e la pratica è quella che fa riferimento al pensiero c.d. “ecoteologico” ed alla crescente sensibilità delle Chiese cristiane verso il trinomio “giustizia/pace/salvaguardia del creato”. Anche in questo caso, però, la profonda ed autorevole riflessione di tanti teologi e vescovi e lo stesso magistero degli ultimi tre pontefici non sembra aver coinvolto profondamente tali comunità. Esse stentano a far proprio il “principio responsabilità” di cui parlava Hans Jonas, insieme ad altri filosofi e teologi che hanno insistito sulla centralità di un’etica ambientale. Mi sembra, allora, che il pur affascinante progetto di conversione e di nuova evangelizzazione della nostra società, a partire dalla diffusione di “nuovi stili di vita” fondati sulla sobrietà e più equi e solidali , non sia riuscito ancora a permeare davvero il progetto per una “civitas” cristiana.

2 . Ecopacifisti: come e perché ?

All’interrogativo “Quale ecopacifismo?” del mio precedente contributo avevo risposto proponendo: (a) alcune priorità programmatiche: disarmo e difesa alternativa, tutela della diversità ecologica e culturale, ecologia sociale applicata al quotidiano; (b) alcune strategie operative: rapporto col movimento antiglobalizzazione, con quello no-war e nonviolento e con le organizzazioni ecologiste e verdi; (c) un’ipotesi strategica: l’apertura, da parte anche dei movimenti più radicalmente laici, alla collaborazione con le comunità cristiane più sensibili ed inclini a coniugare la scelta per la pace con quella per la giustizia e la tutela dell’ambiente.
Sta di fatto, però, che la realtà politica attuale appare sempre più frammentaria, deprimente sul piano etico, dominata da un pensiero unico e ripiegata in una sorta di passiva rassegnazione. Peraltro, credo sia innegabile che negli ultimi tempi si siano moltiplicati movimenti spontanei, aggregazioni virtuali tramite i social networks, mobilitazioni giovanili a livello internazionale e perfino grossi movimenti di opposizione e di resistenza ai vari regimi ancora esistenti, soprattutto nell’area arabo-mediterranea. E’ mancato, però, un filo conduttore che desse a tali battaglie un respiro più ampio ed una strategia condivisa, coniugando l’opposizione sociale alla creazione dal basso di una vera alternativa economica, sociale, ambientale e difensiva.
Lo stesso movimento degli “indignados” dà il segnale chiaro e forte di uno scontento generale, però non lascia intravedere una visione strategica globale che segua la sacrosanta protesta contro i padroni dell’economia mondiale e l’inettitudine di una privilegiata casta politica.
“Il metabolismo della società determina gran parte della sua geopolitica, ed in particolare la violenza che essa trasmette sia all’esterno sia all’interno […] (questa) è una relazione sistemica essenziale che deve essere messa in luce e con cui bisogna confrontarsi, prima che sia troppo tardi. Ciò significa che i precetti della cultura della pace devono diventare parte dell’ambientalismo e quelli ambientali devono diventare parte del pacifismo e dell’antimilitarismo. La questione va ben oltre ciò che potrebbe essere un’alleanza tattica tra movimenti sociali per la giustizia globale.” .
“Prima che sia troppo tardi” non è un’espressione da “apocalittici” per dare la sveglia ai troppi “integrati”, per mutuare l’efficace antitesi proposta negli anni ’60 da Umberto Eco. E’ l’oggettiva constatazione del grave ritardo nella diffusione nell’attuale società dell’ecopacifismo non solo come ipotesi teorica, ma come strategia politica credibile ed efficace.
Un segnale d’allarme lo ha recentemente lanciato anche uno dei più qualificati studiosi italiani di ecologia, Giorgio Nebbia, quando in un editoriale sulla rivista di VAS ha sottolineato la fragilità del legame tra pace e ambiente nella comune percezione e coscienza:
“Se ci si volta indietro, nei sessantasei anni trascorsi dalla pace del 1945, quando finì l’ultima “grande guerra”, non c’è stato un solo giorno di vera pace nel mondo […]La violenza ha dominato e pervaso la storia umana. C’è motivo di ricordarlo anche in questa rubrica perché ogni conflitto, ogni scontro, ha avuto cause ed effetti ambientali. Dietro le scuse “ufficiali” di difesa di diritti politici o umani o dietro motivi religiosi o con la scusa di assicurare a qualcun altro la libertà da qualche cosa, c’è sempre stata la volontà di impossessarsi di beni territoriali o ambientali “altrui”: la conquista di terre fertili, o di spazio, o di risorse naturali o il controllo dell’acqua dei fiumi…”
Nebbia, ad esempio, ha opportunamente sottolineato il circolo vizioso che, nel proliferare di conflitti armati e relative ‘missioni di pace’, lega gli interessi economici dei militari e delle industrie belliche ai profitti connessi alla successiva “ricostruzione” di quanto quelle guerre, grazie agli stessi governi, hanno provveduto a distruggere. Questo cinico gioco al massacro del complesso militar-industriale ci costa, solo in termini economici, 3.000 miliardi di euro all’anno, sottratti ovviamente agli investimenti per lo sviluppo collettivo, per il risanamento ambientale e per il benessere sociale.
“[ Questo] sarebbe perciò il “valore monetario” della pace, soldi che potrebbero essere investiti nelle armi della pace: anche la pace, infatti, ha le sue armi che sono scuole, ospedali, abitazioni, acqua, servizi igienici, sicurezza nelle proprie terre e nei propri campi, cibo e miglioramento dell’ambiente, occupazione. Ma non ci sarà mai pace fra gli esseri umani e con l’ambiente naturale senza una equa distribuzione dei beni che la Terra offre e che sono grandi e sarebbero sufficienti per tutti. La pace è figlia della giustizia, lo diceva anche il profeta Isaia, tanti anni fa, e, parafrasandolo, si può ben dire che l’ambiente è figlio, a sua volta, della pace.”
L’interrogativo “ecopacifismo: come?”, allora, passa oggettivamente in secondo piano rispetto all’urgente necessità di chiederci, qui e ora: “ecopacifismo:perché?”. E’ una domanda che nasce dalla constatazione del tempo già perso, in attesa di una saldatura teorica tra le priorità dell’ecologismo e quelle del pacifismo. Un interrogativo, dunque, che richiede risposte immediate.

3. Che fare?

Una certa miopia dei movimenti ed la scarsa tendenza a mettere in pratica il classico slogan ambientalista “pensare globalmente, agire localmente”, ci costringono allora ad ipotizzare un’alleanza quanto meno operativa fra queste due dimensioni dell’agire politico. I terreni sui quali si possono sperimentare interventi comuni non sono certo pochi, a livello sia nazionale sia internazionale. Basti pensare all’assurdo tentativo del governo di riproporre agli Italiani l’opzione nucleare, sconfitta con un movimento referendario composito e dal basso più che grazie ai tatticismi dei partiti e di alcune associazioni ambientaliste, troppo istituzionalizzate per essere davvero incisive. Si pensi, inoltre, all’accresciuta e più diffusa sensibilità della gente in campo alimentare e contro l’uso degli OGM, un altro settore dove da decenni si esercita il ferreo controllo delle multinazionali, oppure alla vincente battaglia referendaria per l’acqua pubblica e gestita con criteri sociali, contro l’avidità delle grandi imprese internazionali che in parte già la controllano. In ambedue i casi, infatti, sono innegabili i risvolti non solo economici sociali e civili di quelle scelte, ma anche il loro collegamento col rifiuto d’un mondo assoggettato al potere delle multinazionali, della finanza e del complesso militar-industriale.
Mai come in questo periodo, del resto, sta crescendo nel cittadino medio la consapevolezza che la crisi finanziaria globale è strettamente connessa ad una strategia di controllo non solo dei mercati mondiali, ma anche delle risorse energetiche strategiche e degli equilibri geo-politici complessivi. A questo “capitalismo-avvoltoio” – com’è stata efficacemente definita negli stessi USA la complicità fra i grandi di Wall Street ed il complesso militar-industriale – bisognerebbe contrapporre una strategia altrettanto complessiva ed internazionalmente diffusa. Molti “indignati” che scendono in piazza contro chi vorrebbe accollare alla gente comune il debito pubblico fanno spesso riferimento ad alcune delle ‘teste’ di quella che Livergood definisce una vera e propria ‘idra’, fra cui la Banca Mondiale (W.B.) ed il Fondo Monetario Internazionale. (I.M.F.). Pochi di essi, però, si rendono conto dell’intreccio fra: (a) piani di delocalizzazione delle aziende voluti dalle multinazionali; (b) coperture governative e finanziarie a queste operazioni speculative, in primo luogo sullo scenario asiatico; (c) crescita delle esportazioni di armamenti a tali paesi come ulteriore leva di controllo anche sul piano militare; (d) acquisizione a prezzi stracciati, da parte del capitalismo-avvoltoio, di banche, fabbriche ed interi patrimoni, non appena gli stati-cliente cominciano ad ‘andare sotto’; (e) offerta di prestiti e finanziamenti – da parte di IMF e WB – alle economie più fragili, in cambio di drastiche misure di riduzione delle garanzie ai lavoratori ed ai pensionati; (f) ulteriori operazioni speculative sul piano finanziario e monetario ai danni di tali ‘economie fragili’, in questo modo ancor più assoggettabili.
Per un movimento ecopacifista – o che, quanto meno, abbia l’ecopacifismo tra i suoi principi ispiratori – non mancherebbero le occasioni per sottolineare queste perverse connessioni e per intraprendere battaglie che vadano ad incidere sulle tre dimensioni delle questioni citate. Difendere l’acqua come bene comune o sconfiggere il nucleare civile, come ho già accennato, sono state poste come scelte il cui peso andava ben oltre la difesa dell’ambiente, coinvolgendo molti altri aspetti.
Agli italiani/e più sensibili e consapevoli, infatti, non è certo sfuggito che i quesiti referendari ponevano con forza anche altre questioni: rivendicazione del diritto alla salute, autogestione delle risorse naturali, opposizione al nucleare di guerra, riaffermazione della democrazia dal basso e della partecipazione popolare, sfida alle multinazionali che da tempo stanno privatizzando e controllando i beni comuni, fuoriuscita da meccanismi di subalternità verso le scelte dei paesi economicamente, politicamente e militarmente egemoni.
Eppure bisognerebbe fare molto di più. Se soltanto facciamo una rapida rassegna dei principi fondativi delle più conosciute organizzazioni ambientaliste del nostro Paese, ad esempio, emerge chiaramente che solo poche coniugano nei loro statuti l’ecologia col perseguimento d’una società più giusta e più pacifica. Se tralasciamo il caso classico di Greenpeace , associazione internazionale ispirata da principi nonviolenti ed il cui ecopacifismo traspare dallo stesso nome , riferimenti espliciti li troviamo solo in alcune realtà associative. E’ il caso di Legambiente, nel cui statuto leggiamo, all’art. 2 comma 6: “È un’associazione pacifista e non violenta, si batte per la pace e la cooperazione fra tutti i popoli al di sopra delle frontiere e delle barriere di ogni tipo, per il disarmo totale nucleare e convenzionale” . Ciò è vero anche per l’associazione Verdi Ambiente e Società, nel cui documento statutario, all’art. 3, troviamo scritto che V.A.S. : “… (2) promuove e favorisce le iniziative che, nel rispetto dei valori e dei diritti umani civili e sociali e nella salvaguardia del patrimonio naturale e storico-culturale, consentano l’equo impiego delle risorse disponibili, per il superamento degli squilibri economici-sociali, delle sacche di sottosviluppo e delle contraddizioni esistenti tra uomo, natura ed ambiente; (3) promuove e favorisce la cultura ambientalista, eco-solidale ed eco-pacifista…”
Delle circa ottanta organizzazioni ambientaliste riconosciute dal governo italiano , solo un’esigua minoranza dichiara di perseguire finalità non circoscritte esclusivamente alla protezione dell’ambiente ma d’impegnare anche per un mondo più giusto e senza violenza. Se andiamo a scorrere l’elenco di queste associazioni, inoltre, si nota poi, a partire dalle stesse denominazioni, che gran parte di loro non si occupa nemmeno di ambiente a tutto tondo, bensì di questioni spesso specifiche se non settoriali (caccia, animalismo, urbanistica, ambiente alpino, tutela avicola, salvaguardia dei mari e delle coste, ciclismo etc.).
E’ evidente, pertanto, che di strada da percorrere ce n’è ancora molta e che, tenendo conto anche della crisi attuale del movimento pacifista in Italia, sempre più frammentato e privo di prospettive condivise di alternative alla guerra, si tratta oggettivamente di un percorso molto difficile. Esistono, però, alcune questioni sulle quali si potrebbe da subito cercare la convergenza operativa delle organizzazioni ecologiste e di quelle pacifiste. La prima è certamente quella relativa alle scorie nucleari ed al loro ritrattamento, finalizzato alla fabbricazione di armamenti atomici. La seconda è senz’altro la battaglia contro la presenza di natanti a propulsione nucleare in alcuni porti del nostro Paese. Un’altra potrebbe essere, inoltre, il rilancio del rischio ambientale connesso all’inquinamento elettromagnetico generato da mostruosi apparati (stazioni radar e per telecomunicazioni), massicciamente presenti in basi ed aeroporti militari collocati in aree densamente urbanizzate. Non dimentichiamo, poi, le campagne contro le c.d. “banche armate”, finanziatrici dell’industria bellica, cointeressate in molte imprese industriali multinazionali ed in speculazioni edilizie, anche se spesso ipocritamente atteggiate a benefattrici dell’umanità o perfino sponsor di progetti di recupero ambientale.
Se soltanto riuscissimo a coagulare intorno a queste quattro tematiche un nucleo di movimento ecopacifista, penso che sarebbe già un passo notevole verso la creazione di una realtà più qualificata, che non si limiti a fare “fronte comune” ma sappia pensare più globalmente.
Un tentativo in tal senso lo stiamo facendo da anni noi di VAS in Campania, aderendo ad una preesistente rete operativa (il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio) ed offrendo il nostro contributo fattivo sulla vertenza relativa al rischio nucleare nel porto di Napoli , ma anche sull’opposizione alla presenza di comandi strategici e basi militari – sia USA sia della NATO – nel cuore della città capoluogo (Bagnoli, Nisida, Capodichino) e nell’intera regione Campania (in primo luogo il nuovo Comando alleato presso il Lago Patria (Giugliano).
Rilanciare l’ecopacifismo come un vero e proprio “programma costruttivo” in alternativa ad un mondo sempre più militarizzato ed asservito alle multinazionali è però un obiettivo più grande ed ambizioso, cui tutti sono chiamati a dare un contributo. Prima che sia troppo tardi.

RIFERIMENTI:

1 V.A.S. è l’acronimo di “Verdi Ambiente e Società”, associazione – onlus riconosciuta dal Min. dell’Ambiente fin dal 1994 come ‘organizzazione nazionale di protezione ambientale’ (www.vasonlus.it ). La “Festa della Biodiversità” è stata organizzata a Napoli – dal 200 al 2004 – a cura del Coordinamento Regionale Campania di VAS.
2 Ermete Ferraro, Quale ecopacifismo? in “Biodiversità a Napoli” – suppl. a Verde Ambiente, anno xx, n. 2 (mar.-apr. 2004, pp. 21-27). Per altri contributi di E.F. cfr. la bio-bibliografia sul suo sito web: http://www.ermeteferraro.it .
3 Vedi: N. Bergantiños, P. Ibarra Guel, Eco-pacifismo y Antimilitarismo. Nuevos movimientos sociales… ; Ecopacifismo: unha proposta; E. Campomanes, Los Verdes del Estaso Español: ¿Reformismo politico o ecopacifismo radical? ; Cielo Abierto, ¿Que es el Eco-pacifismo?
4 D. Llistar i Bosch, Environmentalism and Peace, in http://www.visionofhumanity.org (nov. 2010)
5 E. Ferraro, Quale ecopacifismo? , cit, p. 24
6 Johan Galtung, Ambiente sviluppo e attività militari, Torino, E.G.A., 1984
7 Vedi, ad es., fra gli altri, gli interessanti contributi di Virginio Bettini, Paolo degli Espinosa, Giuliana Martirani, Giorgio Nebbia ed Antonio D’Acunto. Per quest’ultimo – col quale condivido da molti anni le battaglie eco pacifiste in Campania – visita anche il sito http://www.terraacquaariafuoco.it , che raccoglie i suoi principali contributi.
8 In questa prospettiva cfr. alcuni contributi di E. Ferraro: Laude della biodiversità , Napoli, VAS, 2005; Adam-adamàh: un’agape cosmica, Bologna, Filosofia Ambientale (gen. 2008); Il Salmo del Creato, Bologna, Filosofia Ambientale (mar. 2009) vedi: http://www.filosofia-ambientale.it
9 Cfr. E. Ferraro, Sobrietà, essenzialità e giustizia per una vera conversione ecologica, pubbl. a set. 2008 su http://www.scrivi.com; vedi anche i vari articoli postati sul mio blog “Pacebook” e riferibili al tema dell’ ecoteologia.
10 D. Llistar i Bosch, op. cit. (trad. mia).
11 G. Nebbia, Pace e ambiente, editoriale (set. 2011) su http://www.vasonlus.it
12 Ibidem
13 Vedi: Norman D. Livergood, Vulture Capitalism, in: http://www.hermespress.com (1999 ?)
14 “Our core values”, in: http://www.greenpeace.org/international/en/about/our-core-values/
15 Statuto di Legambiente: http://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/statuto.pdf
16 Statuto di Verdi Ambiente e Società Onlus: http://www.vasonlus.it/chi-siamo/statuto
17 Vedi: http://www.isprambiente.gov.it/site/it-IT/ISPRA/Organizzazioni_ambientali/L’ambiente_in_Italia/Associazioni_ambientaliste/
18 Ermete Ferraro, A propulsione anti-nucleare (15 anni di lotte ecopacifiste di VAS per la sicurezza del cittadini e per la denuclearizzazione del porto di Napoli.