UN’ECOLOGIA CRISTIANA PER UN’AGAPE COSMICA

ECO-CRIST 1Etica ambientale, eco-teologia, ecologia cristiana

Se si utilizza un motore di ricerca per trovare quanto è reperibile in Internet su queste tre voci si scopre che di materiale per documentarsi ce n’è tanto. Il problema è che in alcuni casi si tratta di articoli pubblicati su blog o riviste specializzate, in altri di dotti saggi di teologia morale o pastorale o di commenti a documenti del Magistero ed in altri ancora di risoluzioni adottate da altre chiese. Un materiale abbastanza eterogeneo, in mezzo al quale è possibile trovare ispirate e profonde riflessioni sulla salvaguardia del Creato ed il suo rapporto con un Vangelo di giustizia e di pace, ma anche banalità senza tempo o acide contestazioni d’un “ambientalismo cristiano” che starebbe traviando la dottrina cattolica con influssi provenienti da culture materialiste o perfino da visioni panteiste… Anche in questo caso, nella Rete globale – soprattutto se cerchiamo anche testi in lingue diverse dall’italiano – possiamo trovare praticamente di tutto, sebbene a ragionare su questi temi – in un senso o nell’altro – si riscontra un numero piuttosto ristretto di persone e di organizzazioni.

Quanto a me, ho trascorso una quarantina d’anni a battermi con entusiasmo e dedizione per ideali che credevo e continuo a credere insiti nel Cristianesimo – la pace, la giustizia sociale e la difesa della natura. In questi decenni, però, poche volte mi sono trovato a fianco altri cristiani come me. La maggioranza dei miei ‘compagni di strada’ sono stati dei laici eticamente e/o politicamente motivati, ma spesso con venature anticlericali che certo non mi facevano piacere. La mia lunga militanza nei movimenti nonviolenti, pacifisti, ambientalisti ed eco-sociali mi ha posto quindi di fronte alla constatazione che solo un’esigua minoranza di credenti – nel caso specifico, di cattolici – erano animati dalle mie stesse motivazioni e condividevano la mia volontà di testimoniare il Vangelo di Cristo sul terreno dell’impegno ecopacifista.

E’ dunque difficile per me riflettere sulle prospettive di un’ecologia cristiana a prescindere dall’esperienza di solitudine che mi ha accompagnato in questi lungi anni di attività antimilitarista ed ambientalista, durante i quali, peraltro, ho sempre rispettato la visione morale ed ideologica altrui, evitando ogni pretesa di catechizzare chi a tali battaglie era giunto per ben altra via.

E’ però evidente che non ho mai smesso di pensare che bisognava darsi da fare affinché alcune idee ispiratrici – come quella di nonviolenza attiva, educazione alla pace, sviluppo comunitario e di ecologia cristiana – cominciassero quanto meno a circolare di più e fossero adeguatamente discusse. Anche in questo caso, però, ho trovato interlocutori attenti e ricettivi ai miei modesti contributi (saggi, articoli, pezzi pubblicati sul blog [1]) soprattutto tra persone esterne al circuito cattolico, dentro il quale ho spesso avvertito invece una velata diffidenza verso un simile approccio.

Da un laico l’invito ad “amare e salvare il Creato” 

Ciò premesso, il fatto che il mio amico e maestro Antonio D’Acunto – da laico che pur si riconosce formato in un contesto culturale cattolico – abbia pubblicato sulla rivista online dell’Associazione ambientalista V.A.S. , di cui faccio parte da tempo, un editoriale intitolato “Papa Francesco e l’attesa di una nuova enciclica: Amare e salvare il Creato[2] non poteva che farmi piacere.   Si tratta infatti d’un ottimo contributo, ben documentato ed argomentato, col quale egli ha colto nell’impronta ‘francescana’ impressa dal nuovo Papa al suo magistero un’occasione eccezionale per sviluppare alcuni spunti già positivi emersi con i suoi predecessori – da Giovanni Paolo II allo stesso Benedetto XVI – in direzione del superamento dell’impostazione antropocentrica che da secoli caratterizza la dottrina morale e sociale della Chiesa Cattolica.

D’Acunto ha ricercato ispirazione tra le fonti bibliche e quelle del magistero ecclesiale ma, pur riscontrando alcune affermazioni decisamente innovative in tal senso, non è riuscito a cogliere sufficienti segnali di cambiamento, mentre non ha potuto fare a meno di registrare le ovvie reazioni negative di movimenti cattolici tradizionalisti e strane organizzazioni catto-ambientaliste.     Col suo articolo, l’amico Antonio vuole aprire un vasto e franco dibattito all’interno del mondo cattolico sul rapporto tra la pur proclamata “salvaguardia del Creato” e delle concrete indicazioni pastorali per una profonda trasformazione. E’ quindi promotore d’un accorato appello della Chiesa, affinché stimoli nei credenti un profondo cambiamento di rotta (i teologi parlerebbero di “metànoia”) non solo negli stili di vita quotidiani – cosa peraltro buona e giusta… –  ma anche per il superamento di quelle strutture e realtà che da troppo tempo vincolano lo sviluppo umano a modelli culturali, produttivi, energetici, economici e sociali che si sono rivelati, viceversa, fonte di disuguaglianza, sfruttamento e disastri ambientali. Il risultato di questa ricerca di D’Acunto è stato in parte positivo, ma ha posto in luce anche limiti e carenze. Volendo sintetizzare, si riscontrano nell’articolo cinque elementi di critica:

(1)   dalle pur apprezzabili considerazioni che si trovano nei documenti ufficiali della Chiesa, emerge che il valore della “Comunità Umana” è svincolato da quello della Natura e della Biodiversità, per cui esso resta tuttora condizionato da una visione antropocentrica.

(2)   Il pur positivo riferimento del Magistero papale al concetto di “bene comune” ed al “principio di solidarietà” rimane comunque posto esclusivamente in relazione alla “persona umana”, senza allargarsi ad abbracciare in questo spirito di ‘fraternità’ tutte le altre creature viventi, seguendo l’antico e spesso citato esempio del Santo d’Assisi.

(3)   Questo “profondo distacco” delle Chiese cristiane verso il mondo naturale continua dunque a condizionare il loro rapporto con l’ambiente e la biodiversità naturale, impedendo che l’apprezzamento del Creato e la francescana lode per tutte le creature si trasformino in un effettivo richiamo etico ad “amarle” in sé, e non solo in quanto utili all’Uomo.

(4)   In assenza d’un esplicito “comandamento dell’amore” verso la Natura e la diversità biologica, le Chiese non riescono a condannare moralmente chi le aggredisce, in nome d’un modello di sviluppo basato sullo ‘sfruttamento’ delle risorse.

(5)   La stessa introduzione nei documenti del Magistero cattolico del concetto di “sostenibilità ambientale” parte da una pur giusta critica del sistema economico, ma non giunge ad affermare “…l’incoerenza dello sviluppo in sé – per definizione illimitato – rispetto a risorse finite, che è il cardine della insostenibilità del modello antropocentro-liberal-capitalistico…”.

“Coltiviamo e custodiamo” il creato o lo sfruttiamo e trascuriamo?

«Quando parliamo di ambiente, il mio pensiero va alle prime pagine della Bibbia, al Libro della Genesi, dove si afferma che Dio pose l’uomo e la donna sulla terra perché la coltivassero e la custodissero (cfr 2,15). E mi sorgono le domande: Che cosa vuol dire coltivare e custodire la terra? Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando?….”  [3]

Sono state queste ispirate parole di Papa Francesco – pronunciate in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente dello scorso 5 giugno – che hanno alimentato nell’amico D’Acunto la speranza che adesso qualcosa cambi davvero e che l’autorevole appello del Pontefice possa facilitare questo cambiamento, arrestando la catastrofe in atto.

“Nessuno può con certezza dire che siamo già nella fase della irreversibilità, dell’impossibile ritorno all’indietro dall’apocalisse; e non è né utile né positivo stare dentro al catastrofismo finale; ma infiniti sono i segnali e gli allarmi di un Pianeta tragicamente violentato e globalmente in crisi nella sua stessa esistenza vitale come mai dalla comparsa dell’Uomo e sulla necessità e l’urgenza di una profonda, radicale inversione del Pensiero e del Sistema che hanno incidenza su di esso. Di portata infinita sarebbe la valenza ed immensa l’attesa di una nuova Enciclica “Amare e Salvare il Creato”, a tal fine promulgata da Papa Francesco, e sicuramente milioni e milioni di persone sarebbero disponibili a contribuire con Lui alla sua scrittura e all’attuazione dei suoi contenuti.”  [4]

Con la sua sconcertante semplicità – ma anche col suo tagliente acume – il Papa ha sottolineato in quell’occasione che benché molti nella Chiesa predicano nel senso giusto,“il sistema continua come prima”. Alimentato com’è dall’avidità consumista e da quella tragica “cultura dello scarto”, sembra aver contagiato tutti, Cristiani compresi, rendendoli di fatto insensibili alla violenza sia contro gli esseri umani sia contro l’ambiente naturale. Eppure, ha scandito Papa Francesco, “ecologia umana ed ecologia ambientale camminano insieme”.  Questa netta ed apprezzabile affermazione, bisogna ammetterlo, non può però essere data per scontata. C’è infatti ancora molta strada da percorrere perché un’autentica ecologia cristiana si affermi sul serio e non resti confinata nelle illuminate pagine delle encicliche e dei documenti dell’episcopato più avanzato, in particolare tedesco, statunitense o australiano, senza raggiungere davvero la mente il cuore e le mani del popolo cristiano.

Qualche risposta ed indicazione per un’ecologia cristiana

Fatta questa premessa, vorrei ora cercare d’offrire qualche risposta ai cinque interrogativi critici sollevati da Antonio D’Acunto, naturalmente senza alcuna pretesa teologica ma col buon senso di chi crede che la Buona Notizia di Gesù è la bussola per orientare le scelte dei Cristiani.

  1. Penso che il valore della “comunità   umana” potrà difficilmente esser posto dalla dottrina cattolica  sullo stesso piano della c.s. “Natura”, pur rientrando entrambe all’interno del progetto di Dio creatore. Non si tratta solo di fronteggiare la scontata accusa di ridurre tutto a “materia” (il pensiero  cristiano rimane imbevuto di aristoteliche antinomie e di eredità neoplatoniche, fra cui quella che contrappone questa allo “spirito”), ma  anche di preservare la tradizionale “gerarchia” tra le stesse creature. I già evidenziati condizionamenti culturali derivanti dall’antropocentrismo giudaico, si sono stratificatisi nella mentalità dei Cristiani e sembrano difficilmente  rimuovibili senza sentirsi accusare di “panteismo”, di “deismo” e chissà quanti altri “ismi”. Per quanto mi riguarda, penso che limitarsi a contrapporre una visione “biocentrica” a quella “antropocentrica” riesca solo a radicalizzare il discorso, contrapponendo  di fatto l’interesse dell’ambiente a quello dell’umanità. Eviterei pertanto di fondare un dialogo su impostazioni estreme tipo “deep ecology” – tanto dirompenti  quanto oggettivamente estranee al Cristianesimo – per puntare su un approccio che ho chiamato   “teocentrico”: una saggia terza via tra un antropocentrismo miope ed un  rozzo biocentrismo.
  2. “Solidarietà” e “fraternità”, a mio avviso, sono concetti ascrivibili stricto sensu solo alla condizione umana, sebbene siano costantemente smentiti dall’irresponsabile egoismo e dalla permanente ostilità che troppo spesso caratterizzano le relazioni umane. I meccanismi di solidarietà di gruppo, riscontrabili peraltro anche nel mondo degli “altri animali”, non nascono da una libera      scelta né da una coscienza morale, ma da una istintualità che utilizza il  “mutualismo”, la “simbiosi” o il “commensalismo” come strumenti di tutela  di una o più specie animali. Ciò non significa che il solo essere umano sia capace di comportamenti  solidali verso i propri simili, ma sembra escludere che il concetto di “fraternità” (quanto meno nel senso cristiano di amore disinteressato verso il “prossimo”) possa essere esteso al mondo animale  in genere. Lo stesso insegnamento di san Francesco, d’altra parte,  faceva discendere l’atteggiamento fraterno verso ogni essere vivente e perfino verso gli elementi naturali dalla loro dignità di “creature”, la cui realtà rinvia alla sapienza del  Creatore, di cui essi rispecchiano  la grandezza. “Laudare” il  Signore “per” le sue creature, in Francesco significa glorificarLo mediante il mondo naturale. Esso è segno tangibile della Sua perfezione e – nel caso del Sole – ne “porta significatione”,  in quanto “Imago Dei”. Amare la Natura, per un Cristiano, non è dunque frutto di materialismo, ma di una visione positiva del mondo naturale, affratellato all’Uomo dalla comune paternità divina e dalla sacralità della vita.
  3. Va chiarito che il “distacco” dalla Natura tipico di una religiosità tradizionale è frutto di interpretazioni  parziali, che hanno dato spazio ad un malinteso antropocentrismo. Se pure ci fermiamo all’Antico Testamento, l’Adàm biblico è figlio di Adamàh (cioè la Terra) ed è stato posto da Dio come “custode” premuroso,  non come padrone dispotico delle altre creature. Se poi ci spostiamo nell’ottica neo-testamentaria, il  c.d. “primato” dell’Uomo va comunque inteso alla luce del Vangelo, laddove   Gesù chiarisce la sua rivoluzionaria versione della superiorità come  “servizio” (Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi   sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». [5] Evangelicamente parlando, l’indiscutibile superiorità/primazia dell’uomo sugli altri  esseri viventi – almeno in senso evolutivo… – va dunque riletta in chiave di  “servizio”, non certo di sfruttamento utilitaristico. [6]
  4. Il fatto che manchi (nelle Sacre Scritture come nel Magistero della Chiesa) un esplicito “comandamento” di amare la Natura e la Biodiversità – come rilevato da D’Acunto – non è del tutto fondato. A parte la “lode  cosmica” che promana in particolare dal Salmo 148 [7], molti altri libri dell’Antico e del Nuovo Testamento ci offrono una visione in cui il Creato non è affatto posto in secondo piano rispetto all’uomo. In questi testi, infatti, il mondo naturale non si riduce a semplice scenografia / palcoscenico sulla quale l’umanità agisce e recita la propria parte. In un mio terzo saggio intitolato appunto “Il Salmo  del Creato: dalla preghiera di lode alla riflessione sulla relazione Uomo-Creatore” [8] ho cercato di  mettere in luce la relazione triadica tra YHWH, ADAM e ADAMAH, dalla quale emerge molto più d’un semplice “equilibrio ecologico”: la sapienza mirabile della Creazione. Si tratta insomma di una vera e propria “relazione d’amore”, cui avevo già dedicato il mio secondo contributo sulla “agàpe cosmica”, ispirato dall’Inno all’Amore di S. Paolo (I Cor. , 13). [9]   Se le Chiese non hanno saputo (e in  parte non sanno ancora) esprimere con sufficiente energia e convinzione una netta condanna morale verso chi aggredisce, depreda, mette a rischio e  sfrutta senza limiti la Madre Terra, la colpa non è delle Sacre  Scritture né dell’assenza di una dottrina etica sulla responsabilità      ambientale dell’umanità. A prescindere dall’illuminato Magistero di  tanti Pontefici (da Giovanni XXIII a Paolo VI; da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI), ricordo che c’è comunque un ben preciso articolo del Catechismo della Chiesa Cattolica che è dedicato al  “rispetto dell’integrità della Creazione”:  “2415  –  Il settimo comandamento esige il rispetto dell’integrità della creazione. Gli animali, come anche le piante e gli esseri inanimati, sono naturalmente destinati al bene comune  dell’umanità passata, presente e futura. 290 L’uso delle risorse minerali, vegetali e animali dell’universo non può essere separato   dal rispetto delle esigenze morali. La signoria sugli esseri inanimati e sugli altri viventi accordata dal Creatore all’uomo non è assoluta; deve  misurarsi con la sollecitudine per la qualità della vita del prossimo, compresa quella delle generazioni future; esige un religioso rispetto dell’integrità della creazione.”  [10]
  5. L’ambiguità semantica del concetto stesso di “sostenibilità” non mi sembra ascrivibile alla morale cattolica, ma piuttosto ad una cultura umanistico-illuminista che si affida ciecamente alla ragione umana ed alla capacità della scienza e della tecnologia di ovviare ai guasti che la  stessa umanità provoca quando si contrappone alla Natura, anziché assecondarla. Si tratta di discutibili premesse sulle quale si sono basate e si basano mistificazioni ideologiche e strumentali deformazioni d’un autentico ambientalismo. Il difetto delle Chiese, semmai, è quello di aver di fatto recepito tali teorie, coniugandole al tradizionale antropocentrismo di chi pone ogni cosa solo in rapporto alle esigenze umane. Lo stesso marxismo, pur esercitando una critica spietata d’un sistema economico basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non ha sufficientemente contrastato la concezione di  dominio dell’umanità sulla natura né la pretesa che lo sviluppo fosse illimitato. La ‘sostenibilità” d’una società, d’un’economia e dello stesso sviluppo “, sia in chiave illuministico-liberale sia in quella marxista – resta così condizionata da una visione sostanzialmente antropocentrica, cui la prospettiva etico-religiosa potrebbe viceversa offrire una nuova chiave di lettura.  Sebbene il termine “sostenibilità “ tragga origine proprio dall’ecologia (indicando la capacità di un ecosistema di mantenere processi ecologici, preservando biodiversità e produttività nel futuro), esso:    “… è abitualmente utilizzato per analizzare processi economici.  Il concetto di sostenibilità economica è alla base delle riflessioni che studiano la possibilità futura che un processo  economico “duri” nel tempo.” [11]   Però uno sviluppo “durevole” non è necessariamente uno sviluppo eticamente equo ed ecologicamente corretto. Perché ciò si realizzi, occorre una “riconciliazione tra equità ambientale, sociale ed economica” che svincoli il concetto stesso di sostenibilità dalla solita logica utilitarista e centrata solo sull’interesse umano. Una visione religiosa – e quella cristiana in particolare – potrebbe quindi conferire un senso nuovo a questa parola un po’ abusata, restituendole il senso di “rispetto” ed “amore” verso l’incaica “Pacha Mama”, ma soprattutto verso Chi è l’autore delle meraviglie del Creato.

Ecco perché penso che l’esortazione di D’Acunto non debba essere lasciata cadere nel vuoto e che – per citare il teologo J. Moltmann –  ci sia spazio per una comprensione ecologica più profonda della creazione, che veda la realtà naturale permeata da Dio e degna di amore:

 “Le crisi ecologiche distruggono le condizioni vitali del pianeta. Per conservarlo malgrado le forze distruttive, abbiamo bisogno (…) di un invincibile amore per la Terra. C’è forse un riconoscimento maggiore e un amore più forte della fede nella presenza di Dio nella Terra e nelle sue condizioni di vita? Abbiamo bisogno di una teologia della Terra e di una nuova spiritualità della creazione.” [12]              

© Ermete Ferraro (https://ermeteferraro.wordpress.com )           


[1]  Ermete Ferraro (2005), LAUDE DELLA BIODIVERSITA’ – Riflessioni sul messaggio di San Francesco per una ecologia cristiana, Napoli, VAS, (pp.24); Idem (2008), ADAM-ADAMAH: UN’AGAPE COSMICA –
Lettura eco-teologica dell’Inno alla Carità (I Cor 13), (pp. 15) pubblicato sulla rivista online “Filosofia ambientale”; Idem (2009) , IL SALMO DEL CREATO, dalla preghiera di lode alla riflessione sulla relazione Uomo-Creatore, pp.20, pubblicato online sulla rivista “Filosofia ambientale”/.

[2] Antonio D’Acunto,  PAPA FRANCESCO E L’ATTESA PER UNA NUOVA ENCLICLICA: ‘AMARE E SALVARE IL CREATO”, pubblicato il 14 ottobre sul sito nazionale di V.A.S. (www.vasonlus.it )

[3] Papa Francesco,  Udienza Generale del 5 giugno 2013, pubbl. in documenti sul sito www.vatican.va

[4] D’Acunto, op. cit.

[6] In greco, “diàkonos è chi serve attivamente, rendendosi utile, non chi è di condizione servile (schiavo = “doùlos”).

[8] E. Ferraro, IL SALMO DEL CREATO, cit.

[9] Idem, ADAM-ADAMAH: UN’AGAPE COSMICA – Lettura eco-teologica dell’Inno alla Carità (I Cor 13), cit.

[10] CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA,  parte III – art. 7 – n. 2135

[11] Cfr. voci: “Sostenibilità” e soprattutto quella inglese “Sustainability” in: Wikipedia.org

[12] Jűrgen Moltmann, IL FUTURO ECOLOGICO DELLA TEOLOGIA CRISTIANA, in “ADISTA Documenti n. 24 del 2012, ripreso da Il Dialogo

SANCTUS JANUARIUS

San Gennaro martire

Ebbene sì: a Napoli, il 19 settembre, si continua a festeggiare san Gennaro, alla faccia del Governo e delle sue manovre “taglia-spesa”. Gennaro – hanno borbottato in parecchi – mica è un santo qualunque, la cui festa può essere spostata perché a qualcuno così gli gira, pur di risparmiare festività e d’aumentare le giornate lavorative. E poi, diciamolo: San Gennaro non è una statua o una reliquia da onorare, ma il sinonimo stesso di “miracolo”, visto che il suo sangue continua a liquefarsi da quel lontano 19 settembre del 305 d.C., l’anno del suo martirio, facendo esultare chi ne trae favorevoli auspici per una città che, in fatto di problemi, non si è fatta mancare mai nulla… Il ‘prodigio’ – come giustamente lo chiama la Chiesa – in effetti si ripete in almeno altre due circostanze, ma è comprensibile che la gente di Napoli voglia farsi scippare – oltre a industrie, banche e un sacco di posti di lavoro – anche la festività del suo patrono e protettore. Certo, a voler sottilizzare, bisogna riconoscere che, ai suoi tempi, Januarius era vescovo di Benevento e che la sua decapitazione – ad opera di un tal Dragonzio, governatore romano della Campania – avvenne a Pozzuoli. Fatto sta che, dal 430 circa, i resti mortali del martire furono traslati nelle catacombe napoletane di Capodimonte, da dove furono però trafugati quattro secoli dopo, per essere riportati nella cattedrale di Benevento. Eppure nemmeno lì rimasero a lungo, visto che, passati altri tre secoli, un re normanno le fece traslare nell’abbazia di Montevergine. Ci vollero ancora un bel po’ di anni e, nel 1497, le reliquie di Gennaro tornarono finalmente a Napoli, nel cui Duomo furono da allora esposte, prima in una cripta e poi nella celeberrima Cappella omonima. Ciò premesso, capite bene che, al solo sentire la parola “spostamento”, al santo martire, giustamente, gli….ribolle il sangue. E’ pur vero che si tratterebbe d’una differenza di pochi giorni ma, che diamine, è anche una questione di rispetto! Prima la sua festa viene declassata, poi qualcuno addirittura ha messo in discussione l’autenticità della liquefazione del suo sangue, e adesso vogliono ‘traslargli’ anche il giorno della festa… Per non parlare del fatto che c’è chi è andato a contestargli perfino il nome, osservando che Januarius dovrebbe probabilmente esserne il cognome, indicativo dell’appartenenza alla famiglia patrizia dei Januarii, probabilmente consacrata al dio bifronte Giano. Insomma: pare proprio che abbiano da ridire su tutto e che si divertano alle spalle del nostro amato san Gennaro, il cui nome, fra l’altro, è sempre meno frequente perfino a Napoli. Meno male che Gennari’ non sembra pigliarsela più di tanto e ha fatto il ‘miracolo’ anche quest’anno, circondato dall’affetto di un popolo che – è proprio il caso di dire – questo santo “ce l’ha nel sangue” e non ha nessuna intenzione di fargli sopportare altri sgarbi… Eppure – anche se molti non lo sanno e io stesso l’ho scoperto recentemente – sembra che a san Gennaro portasse rispetto perfino il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, uno che non si può certo definire un pensatore ‘devozionale’. In apertura del quarto capitolo del suo celebre libro “La Gaia Scienza” risalta infatti una breve poesia a rime alterne, pubblicata con la data di Gennaio 1882 e proprio col titolo“Sanctus Januarius”. Nella traduzione, essa suona più o meno così: “Tu che con lancia di fiamma / Spezzi il ghiaccio dell’anima mia, / Sì che scrosciando verso il mare / Della sua suprema speranza s’affretta: / Sempre più chiara e più salutare, / Libera nel suo più amorevole bisogno / Così essa celebra il tuo prodigio, / Bellissimo Gennaro! “ Francamente, non è molto chiaro il senso di questa originale invocazione e non è neanche del tutto certo che lo Schönster Januarius cui si riferisce Nietzsche sia proprio il patrono di Napoli e non una simbolica personalizzazione di Gennaio. Quel che importa è che questi versi fanno da preludio ad un passo molto importante de “La Gaia Scienza”, nel quale l’autore espone la sua nuova filosofia di vita. Si tratta di un sentimento cosmico che egli chiama “amor fati”e che si differenzia dalla “compassione” cristiana, in quanto si pone come condivisione della gioia più della sofferenza. Ecco, allora, che il filosofo – all’inizio dell’anno – formula un augurio a se stesso: da quel momento in poi cercherà nelle cose il necessario, la cosa più bella che è in loro. “ Amor fati: sia questo d’ora innanzi il mio amore! Non voglio far guerra al brutto. Non voglio accusare, non voglio nemmeno accusare gli accusatori. Distogliere lo sguardo sia la mia unica negazione! E, tutto sommato e in complesso: voglio un bel giorno essere solo uno che dice si!” (F. Nietzsche, Die fröhliche Wissenschaft, IV, 276). Beh, mi rendo conto che il tono di questa pagina è salito un po’ troppo, ma non si può negare che siamo di fronte a parole che meritano una riflessione anche in questo 19 settembre 2011. Un amore che voglia condividere con gli altri la gioia – diceva Nietzsche – non può essere fondato sull’accusa, sulla negazione e sulla guerra alle brutture che ci cadono davanti agli occhi. Forse, come raccontava anche un divertente film con Jim Carrey passato recentemente per televisione, è molto più salutare diventare uno “yes-man”o, come diceva il filosofo prussiano “ein Ja-sagender”. Personalmente, dubito che sia sufficiente “distogliere lo sguardo” da tutte le schifezze cui siamo costretti ad assistere quotidianamente nella città di san Gennaro e, anche se concordo che probabilmente non vale nemmeno più la pena di “far guerra al brutto” , mi riesce comunque difficile non denunciare ciò che va male e coloro che ne sono i responsabili. Il fatto è che forse io sono un po’ troppo cristiano per poter diventare un buon nietzschiano, visto che per me l’etica conta ancora più dell’estetica. Per esempio, chi sta di nuovo riprovando a mettere le mani sulla città, per trasformarla in un prodotto da commercializzare, oppure chi vorrebbe ostacolare il vero rinnovamento di Napoli, devo ammetterlo, non mi suggerisce pensieri né buoni né belli. Però questo è un altro discorso, per cui preferisco chiudere mutuando dall’autore de “La Gaia Scienza” la sua invocazione al “bellissimo Gennaro”. Lui che “con lancia di fiamma spezza il ghiaccio dell’anima” ci faccia il miracolo di rendere la nostra città meno attenta ai “prodigi” e più sensibile alla voce di chi vuole davvero renderla “sempre più chiara e salutare”. E così sia.
© 2011 Ermete Ferraro <!–

UNA PASTORALE DELL’IMMONDIZIA

A questo provocatorio sottotitolo di un libro di Davide Pelanda (La Chiesa e i rifiuti – Tra teologia e pastorale dell’immondizia, Torino, Effatà ed., 2009) mi è venuto spontaneo tornare col pensiero, in occasione dell’incontro culturale che si è svolto il 2 dicembre nella Parrocchia napoletana di Santa Maria della Libera. Il tema in discussione (“Ridurre e valorizzare i rifiuti – tra nuovi stili di vita e nuove tecnologie”) e la sede stessa in cui si svolgeva, infatti, si prestavano ad una seria riflessione sul ruolo della Chiesa – e delle chiese locali – nell’educazione dei singoli e delle comunità ad un modello di sviluppo e di consumi più conforme allo spirito del Vangelo. Il panorama – devastato e devastante – della situazione del trattamento dei rifiuti in Campania è stato tratteggiato dall’amico Vittorio Moccia, referente del Coordinamento Regionale Rifiuti (CO.RE.RI.). La prospettiva di interventi tecnologicamente innovativi, ma al tempo stesso alternativi ed a basso impatto ambientale, è stata brillantemente illustrata dal prof. Antonio Malorni, già capo-ricercatore del CNR e direttore dell’istituto di scienze dell’alimentazione della Seconda Università di Napoli, a Caserta. A me, invece, è toccato introdurre sinteticamente una tematica così spinosa, contro la quale tuttora rischiano d’infrangersi le speranze di chi si augurava che si stesse finalmente voltando pagina, avviandosi ad una gestione diversa di questo problema. Una questione che ha un peso fondamentale e richiede scelte non equivoche, ma che ha visto sommarsi, nel corso di troppi anni, incompetenza, speculazione e veri e propri attentati all’ambiente ed alla salute dei cittadini. La mia parrocchia, grazie alla lungimiranza di don Sebastiano Pepe, non è nuova a tematiche che riflettano un impegno sociale ed ambientale. Già nella primavera scorsa, infatti, è stato svolto un percorso pastorale sugli stili di vita conformi al Vangelo, collegandosi in particolare all’attualità dei quesiti referendari sull’acqua e sul nucleare, che interpellavano la coscienza dei credenti sul binomio energia-consumi. In questa occasione, quindi, il discorso non poteva limitarsi ad una pur necessaria ricognizione sulle nuove tecnologie di trattamento e riciclaggio dei rifiuti solidi urbani. Bisognava andare al cuore dei problema di uno sviluppo equo, solidale ed ecologicamente compatibile, proseguendo quella “pastorale dei nuovi stili di vita” che sta finalmente cominciando a diffondersi nella Chiesa italiana. Non sono le prese di posizione dottrinali e teologiche che mancano, dal momento che l’ultimo decennio ha visto un moltiplicarsi di documenti dell’episcopato (cattolico e non) e di autorevoli ed illuminanti interventi dello stesso Magistero pontificio. Quello che serve davvero, a mio avviso, non sono i pur fondamentali trattati teologici, lettere pastorali dei Vescovi e messaggi dei Papi. Occorre urgentemente un’azione pastorale in ambito socio-ambientale, capace di  raggiungere tutta la comunità ecclesiale, inducendola a fare scelte coerenti con la “sobrietà” evangelica, tanto predicata quanto poco praticata in concreto. C’è bisogno, come preannunciava il testo citato, di una vera “pastorale dell’immondizia”, che sappia aiutarci a comprendere quanto siano “immondi” e contro il bene comune gli interessi di chi ci spinge a diventare sempre meno cittadini e sempre più consumatori. Una pastorale che ci aiuti a capire che, per un cristiano, le vere cose da ‘scartare’ non sono quelle che gettiamo nel sacchetto della spazzatura, ma i finti ‘valori’ da cui ormai non riusciamo più a distaccarci, a costo di diventarne dipendenti. Serve, insomma, una pastorale che ci faccia capire quanto sia incosciente e dannoso il comportamento di chi non comprende quanto valgono le materie che noi riduciamo a rifiuti, cercando poi di liberarci a tutti i costi – anche della nostra stessa salute… – di quelle che sono invece risorse importanti e per di più esauribili, bruciate in poco tempo e poi buttate via dal nostro consumismo sfrenato C’è bisogno di pastori che ci indirizzino verso uno stile di vita diametralmente opposto a quello attuale, facendoci capire che lo spreco e la dissipazione caratteristici della nostra società comportano anche un pesante prezzo in termini di giustizia violata, di pace sempre più minacciata e di danni irreversibili a quel Creato di cui siamo stati resi custodi, non padroni. Nel mio intervento introduttivo ho citato l’importante esempio delle profetiche iniziative pastorali sui “nuovi stili di vita” intraprese dal Patriarcato di Venezia e dalla Diocesi di Padova, ricordando anche il progetto della Chiesa di Napoli per il monitoraggio della ‘impronta ecologica’ nella vita quotidiana di 100 famiglie della nostra città, da troppo tempo nell’occhio del ciclone di una pseudo-emergenza rifiuti.  Ho fatto poi cenno ad alcuni importanti punti di riferimento ecclesiali, come il progetto culturale “Custodi del Creato” (CEI 2009) e ad altri preziosi riferimenti , come la Carta Ecumenica di Strasburgo (KEK 2001) e gli “eco-principi” dei teologi australiani del gruppo “la Bibbia della Terra”(2003). Quello che conta, però, è che il moltiplicarsi di queste iniziative di base aiuti ogni singola comunità parrocchiale a muovere passi concreti, con coraggio e spirito profetico, verso un modello di società autenticamente altro, che restituisca ai credenti in Cristo il loro ruolo di sale della terra e di luce del mondo. © 2011 Ermete Ferraro